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Dita V on Tee se

Januar y Jones Nole D jokovic Angelo Galass o Robert Schira a Royal Isabela

EccleBsernie tone

Aston Martin

J Skalouzlia ub

Steve Shaw

Giada Ghittino

THE MUSE


programma di viaggio

S O F I T E L A G A D I R R OYA L B AY R E S O R T

1 giorno: italia - agadir sistemazione in hotel 2 e 3 giorno: Agadir. giornate dedicate al golf 4 giorno: Mattinata per il golf ad agadir. nel pomeriggio trasferimento ad essaouira, sistemazione in hotel 5 e 6 giorno: Essaouira. giornate dedicate al golf 7 giorno: al mattino visita di essaouira, nel pomeriggio trasferimento a marrakech, sistemazione in hotel 8 giorno: marrakech - italia Programma dettagliato e quote su richiesta

marocco

una vacanza all’insegna del golf nei prestigiosi hotel della catena sofitel AGADIR - ESSAOUIRA - MARRAKECH

SOFITEL AGADIR ROYAL BAY RESORT

S O F I T E L E S S A O U I R A M O G A D O R G O L F & S PA


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e r o t u A ’ d i Viagg il marocco oltre i luoghi comuni viaggi su misura, itinerari sahariani, soggiorni in campi tendati, riad e hotel di charme i migliori campi da golf Per informazioni: IL TUCANO VIAGGI RICERCA Piazza Solferino, 14/G - 10121 Torino - tel. 011 561 70 61 info@tucanoviaggi.com - www.tucanoviaggi.com

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Sommario

Good Life

La vita ĂŠ una magia

Jannuary Jones

Steve Shaw

Dita Von Teese

Pag. 4

Pag. 14

Pag. 26

Nole Djokovic

The Gigi

Julia Skolazub

Pag. 6

Pag. 21

Pag. 28

Good Life dominiqueantognoni@yahoo.it

Angelo Galasso

Pag. 11

Roberta Schira

Bernie Ecclestone

Pag. 22

Pag. 34


Treats. Esquire.

Editoriale

Good Life C

i innamoriamo spesso, noi editori. Siamo degli esteti, ci “gasiamo”, ci sentiamo i padroni dell’universo quando pubblichiamo delle immagini strepitose, quando realizziamo delle pagine intense; ci piace da matti stupire. Viviamo per emozionarci e per emozionarvi; annusiamo le pagine che profumano d’inchiostro appena arrivate dalla tipografia, siamo degli esaltati. Per nostra immensa fortuna ogni giorno c’è qualcosa che ci sprona, ci fa ruggire e volare, ci spinge a sognare e creare una rivista ancora più emozionante del numero passato. E poi ci sono le donne, la magia della loro sensualità. Guardavamo Treats!, il prodotto editoriale più affascinante dell’ultimo periodo, opera di Steve Shaw, fotografo di Manchester trapiantato a Los Angeles e ora fautore di una rivista fenomenale. Un susseguirsi di donne meravigliose, rigorosamente nude, uno spettacolo straordinario, merito di Steve e degli altri fotografi che dipingono scatti maestosi. Erotic art, suona così lo slogan del magazine: sublime. E’ il nostro nuovo idolo, di buon mattino o in tarda serata divoriamo le pagine della sua rivista ed eccoci arrivati al dunque. Lo abbiamo intervistato: abbiamo scoperto che ha una musa, Emily Ratajkovski. Ha iniziato a pubblicarla fin dal primo numero per poi giocarsela, “spararla” e gustarsela in copertina. Ebbe un successo pazzesco tanto che, da quel momento, diventò una star. Andiamo oltre: siccome divoriamo una quantità infinita di magazine, l’altro giorno siamo rimasti ipnotizzati da una doppia pagina apparsa su Esquire: Scarlett Johansson, eletta la donna più sexy del mondo, imperava, regnava in uno scatto in bianco e nero con accanto un titolo gigantesco a tutta pagina, “Si, lei”. L’abbiamo ripreso pari pari, stesso tipo di font, con la differenza che secondo noi Giada è infinitamente più bella di Scarlett. In più, per ricollegarci al discorso di Steve e Emily, pure noi abbiamo iniziato a pubblicarla fin dal primo numero per poi emozionarci quando imperava in copertina: regale, unica, di una bellezza commovente. Siccome il numero passato ha avuto un successo a dir poco folle, la riproponiamo: sì, sempre lei. E’ come una specie di fil rouge che ci lega, noi editori: ci piace stupirci a vicenda e far battere il cuore agli amanti del bello: che siano donne, abbigliamento, macchine, ristoranti, sigari non importa. E’ un mondo perfettamente racchiuso nel nome che ho scelto per la mia rivista, Good Life. Enjoy.

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Girlie Girl January Jones

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educente e morbida, la paragonano a Grace Kelly ma se dobbiamo essere sinceri a noi i miti del passato lasciano indifferenti, se non altro perché attorno a loro c’è sempre quel velo zuccheroso e mieloso che li vuole persone migliori di quello che erano per davvero. Poi chi splende oggi vale infinitamente di più, lo puoi seguire a ammirare in maniera quotidiana. Grace oppure no, January Jones affascina fuori dal set così come nei panni della donna insoddisfatta e perennemente con il broncio che abbiamo imparato a conoscere in Mad Man, miglior telefilm della storia. Si è fatta conoscere prima in American Pie, poi per essere la fidanzata di Ashton Kutcher, il quale, incredibile ma vero, cercava di dissuaderla di fare l’attrice. Dopo la fama planetaria grazie al ruolo di moglie tormentata, antipatica, perfettina e frustrata (ma bellissima) interpretato in Mad Man, January è diventata una delle attrici più richieste di Hollywood: in ordine sparso l’abbiamo vista in X Men-First Class (interpretta Emma Frost), Unknown e The Hungry Rabbit Jumps. Interpretta invece Betty Jones, in Mad Man: un ruolo

che non c’era nella sceneggiatura. January andò per avere la parte di Jane Peggy, la ragazza cattolica che inizia come segretaria per poi diventare una delle copyrighter più famose dell’agenzia. Quando la visse Matthew Weiner, il creatore della serie, cambiò idea e realizzò ad hoc una parte per la nostra protagonista. Fu un trionfo: piaceva molto la sua parte di moglie superficiale e strana, all’oscuro del fatto che il marito la tradiva. Sui forum aumentava il desiderio delle donne di vederla più reattiva, così che nella seconda serie Betty iniziò a tener testa a Don Draper. Le stesse donne si sono ribellate, dicendo che va bene farsi sentire ma non troppo: i misteri della vita. “Io le avrei detto di mollare Don e di andarsene”, commenta. Timida, testarda e ambiziosa, nata a Sioux Falls, vorrebbe smettere di fare i panni della donna cattiva oppure bionda glaciale e di darsi alle commedie: “per la mia stabilità mentale preferirei qualcosa di leggero”, confessava di recente. Figlia di Karen e Marvin, ha iniziato come modella nel South Dakota per trasferirsi a New York quando aveva appena compiuto 18 anni. “Volevo essere ricca e famosa, andai a vivere in un appartamento vicino

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ad Empire State Building. La concorrenza era folle, ai casting mi sentivo dire che sono troppo carina, troppo bionda, troppo poco carina, troppo poco bionda: tutto e il contrario di tutto, mi ci abituai presto, dopo qualche anno sono diventato immune ai commenti. Scappai a Los Angeles per fare l’attrice”, racconta. Il nome January viene dal personaggio principale del libro Once is Not Enough di Jacqueline Susann, January Wayne. “Brutta lettura”, sostiene l’attrice, “però ai miei genitori piacque come suonava”. Non è dato sapere se i nomi delle sue due sorelle, Jacey e Jina, siano stati scelti allo stesso modo. Nonostante non sia una grande fan dei gioielli è testimonial della collezione accessori Versace: nella vita privata indossa jeans e maglietta, va matta per il vintage, non caso in Mad Man sembra che da sempre porti quei abiti anni sessanta, vita strizzata, forme in vista e sensualità a gogo. Ex di Ashton Kutcher (però pare che il figlio Xander, appena nato, sia suo) e il rocker Josh Groban, pare che attualmente sia single: dalla fine della relazione con Jason Sudeikis non si hanno più notizie hot e ancor meno romantiche. Chi vuol sognare…


L’immagine di Becker Nole e Boris

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li anni Ottanta sono tornati, purtroppo solo nel tennis. Dopo Ivan Lendlguru di Murray, che con il ceco-americano ha fatto l’ultimo decisivo passo verso la vetta (oro olimpico, Us Open e soprattutto Wimbledon), Stefan Edberg partner di Federer per qualche allenamento in attesa che che il rapporto maturi e Becker allenatore di Djokovic, la scontata battuta è che manca giusto Wilander a guidare Nadal dall’angolo al posto dello zio Toni. Fra queste coppie quella più strana è senza dubbio quella appena formatasi fra Becker e Djokovic, perché non sembra avere alcuna giustificazione emotiva (tipo Lendl con Murray) o tecnica (Edberg con Federer, che magari per la prima volta in vita sua, potrebbe ascoltare i consigli di un coach invece di considerarlo solo come palleggiatore). Becker come personaggio non è mai uscito dall’immaginario tennistico, dove era entrato nel 1985 vincendo Wimbledon da minorenne, ma di sicuro come coach è tutto da inventare. Gli ultimi 15 anni passati fra avventure imprenditoriali non luminose (ma i soldi di partenza erano così tanti che avrebbe bisogno di più vite per buttarli tutti), tavoli di poker, tavoli di ristorante, figli concepiti in modi ai confini dell’immaginabile (la genialata diAngela Ermakova per fortuna non ha fatto scuola) e copertine dei giornali di gossip non hanno scalfito la sua credibilità di ex campione ma dicono che la sua costanza

di Stefano Olivari quotidiana necessaria per uno sportivo è tutta da verificare, a 46 anni. Più che altro non si capisce cosa possa dare a Djokovic, che non ha problemi psicologici e che tecnicamente ha un’identità troppo forte per essere cambiata a 26 anni. Certo è che la voglia di migliorare fa onore al serbo che ha chiuso il 2013 al numero 2 del ranking ATP e vincendo le ATP Finals: per questo ha di fatto degradato Marian Wajda, che rimarrà comunque nel suo staff, per limare (questa la versione para-ufficiale, unita a ‘impegni familiari’ di Wajda) quel poco che c’è ancora da limare nel suo gioco, in particolare a rete. In molti scommettono che il rapporto Becker-Djokovic durerà come quelloConnors-Sharapova (una partita!), tutti sono comunque convinti che nel 2014 il miglior alleato di Djokovic sarà il calo fisico che tutti profetizzano da anni a Nadal senza mai finora avere avuto ragione. Ma in concreto cosa può dare Becker a Djokovic? Visto che l’unico torneo dello Slam che gli manca è il Roland Garros, che Becker mai ha nemmeno rischiato di vincere, e che il tedesco non è mai stato un modello di intelligenza tennistica (meno che mai sulla terra, superficie dove non ha mai vinto un torneo, anche minore). Il sospetto è che si tratti solo di una grande operazione mediatica. Lo sostengono i giornalisti che conoscono di persona i protagonisti, da Ubaldo Scanagatta in giù, ma anche gli appassionati di solito disposti a credere a tutto nel nome di un’emozione (noi, per dire, fremiamo

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ogni volta che Martina Hingis si riavvicina a un campo). A Djokovic, nonostante abbia tutto per essere una popstar (estroverso, poliglotta, simpatico, vincente già a 20 anni) viene dall’appassionato della strada, quello che parla per sentito dire ma che in aggregato forma i grandi numeri, considerato inferiore anche a un Federer in declino e questo fondamentalmente per un problema di immagine. E non saranno i video delle canzoni di Martin Solveig a migliorargliela, presso quel grande pubblico che non lo conosce e che pagherebbe di più per un Borg-McEnroe fra ultracinquantenni che per un Ferrer-Almagro. In questo senso gli ingaggi delle esibizioni non mentono. Becker gliene può dare un po’ della sua, di immagine. Mentre in direzione opposta il tedesco può riguadagnare il centro del palcoscenico in maniera più dignitosa e anche remunerativa rispetto alle recenti apparizioni televisive e mondane. Anche se nemmeno il trash più trash potrà scalfire quell’immagine eterna di grazia, ben sintetizzata dai suoi tuffi sull’erba. Poi la vera domanda è questa: cosa può fregare di qualche sponsor in più a uno stramilionario come Djokovic? Senza poi contare i rischi sportivi dell’operazione, visto che non stiamo parlando del numero 100 del mondo che si vuole rilanciare, ma del numero 2 che starebbe comunque per tornare il numero 1. Stefano Olivari Twitter @StefanoOlivari


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Si, Lei.

Yes, Her, titola l’edizione inglese di Esquire, alla pagina 170. Poi, accanto, una foto full page con Scarlett Johansson. Per chi non è un habitué della rivista, l’attrice appare molto spesso su Esquire: per loro è una specie di musa. Quel “Yes, Her” vorrebbe dire proprio questo: si, la mettiamo ancora e ancora e ancora. Perché è favolosa, perché ci piace deliziarvi con donne stupende che lasciano il segno, perché vogliamo regalarvi delle immagini da sogno. Good Life non ha ancora la potenza di Esquire, ovvio. Fra l’altro hanno appena festeggiato ottant’anni di storia gloriosa, noi pochi mesi. Non siamo dei giganti come loro però abbiamo pure noi la nostra musa, il nostro sogno, la nostra favola: Giada Ghittino. E’ impossibile raccontarla. Senza di lei alla rivista manca la magia. Manca tutto, senza il suo fascino immacolato. Esagerati? No. Perché è davvero unica. Ma davvero. Davvero unica.

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Aston Martin Power. Beauty. Soul

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ono passati cent’anni esatti. Era il 1913 quando due amici inglesi, Lionel Martin e Robert Bamford, decisero di costruire la macchina più bella e potente. Il primo faceva il pilota, l’altro il meccanico: insieme sono riusciti a creare un sogno sempre più esclusivo. Per la cronaca cinque anni addietro avevano aperto una officina vicino a Londra, la Aston-Clinton, preparando auto da corsa: dopo la vittoria in un rally eccoli a fare il grande passo. La prima macchina viene realizzata nel 1915, poi dopo la fine della guerra vennero presentati i modelli destinati alle corse. I problemi economici fanno sì che la fabbrica si sposti da Kensington nei pressi di Londra, dove il sogno può continuare grazie all’ingresso in società di capitali freschi e al progettista italiano Cesare Augusto Bertelli. Si inizia così un secondo capitolo, ovvero la costruzione di autoveicoli in piccola serie destinati alla normale circolazione. A qualche anno dalla fine della seconda guerra mondiale cambia di nuovo la proprietà: David Brown la acquista per 20.000 sterline unendola l’anno dopo alla Lagonda, altro marchio inglese vicino alla bancarotta. Dal 1950 in poi inizia il periodo d’oro, ovvero la creazione dei modelli che entreranno nella storia, riconoscibili dall’iniziale DB in onore del patron. Chi non ricorda il DB5 diventato famoso grazie ai film di James Bond? Nel 1972 inizia la serie Vantage, stesso anno dell’en-

nesimo cambio di proprietà, visto che Brown cede l’azienda al massimo dello splendore: operazione economicamente perfetta. In quel periodo si costruivano pochi pezzi, solo dopo l’acquisto dalla parte della Ford cambiano i numeri, fino ai 700 nel 1995 e addirittura 2.000 nel 1998. Il modello di punta diventa DB7 che poi diventa DB9 nel 2004. Con la presentazione di Vanquish il marchio attinge il top delle vendite, 7.000 pezzi nel 2006. La crisi impone alla Ford di vendere quasi interamente l’Aston Martin, mantenendo solo un simbolico 10 per cento con lo scopo di avere continuità nella fornitura dei motori. La acquista una cordata guidata da Frederic Dor e David Richards grazie ai finanziamenti ottenuti dalla banca d’investimenti Jeffris. I nuovi patron vogliono il marchio protagonista anche nel mondo delle corse: difatti nel 2007 e 2008 vince a Le Mans. Poi nel 2010 l’Austin Martin entra nella Formula 1 e offre ai clienti affezionati una supercar in tiratura limitata, la One 77, una coupé prodotta in, appunto, 77 esemplari: per molti è la luxury car più bella di sempre. Oggi siamo di fronte all’ennesimo cambio di soci: c’è il nostro Andrea Bonomi che ha rilevato la maison tramite il fondo Investindustrial ma al di là del nome il sogno continua. Un sogno che oggi si realizza nella fabbrica di Gaydon, nel Warwickshire, anche se sarebbe più giusto chiamarlo laboratorio. Entri nel Design Studio

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e rimani a bocca aperta: tecnologie ultra sofisticate, legni importati dalle foreste svizzere, grandi vetrate, uno stile che sa di griffe modaiola. Stona con il paesaggio e il paesino, meno di 500 anime e due pub, ma i contrasti piacciono sempre: ci sono 1.600 addetti che ci lavorano nella fabbrica, tre volte la popolazione del posto. L’amministratore delegato, il tedesco Ulrich Bez, ingegnere ed ex pilota pure lui, è arrivato qui nel 2000: il Design Studio è opera sua. Assomiglia fisicamente a Daniel Craig, sostengono i dipendenti, ma lo ammirano per le doti da condottiero e per il suo fiuto:gli ultimi due modelli, DB9 e V8 Vanquish, sono dei veri capolavori. Ora Bez pensa di espandersi nelle capitali dei paesi emergenti, vedi Praga e Mosca, poi ovviamente i paesi arabi. Il suo mantra è: crescere più in fretta dei concorrenti, essere più creativi e flessibili di loro. Se chiedi all’attuale designer, Marek Reichman, quali siano le caratteristiche che vuole dare alle sue creazioni, non ha dubbi: “Power. Beauty. Soul”. E’ stato lui a realizzare la prima Quattro porte della casa automobilistica, nel 2006: ricordate Rapide? Poi fu DBS, guidata da Daniel Craig in Quantum Solace. Oggi, se volete farvi un’idea sulle sue doti e la capacità di creare sogni, andate in una concessionaria AM e ammirate la nuova Vanquish. Costa 280.000 dollari, però a sentire Marek, è la miglior Austin Martin di sempre. Lionel e Robert avrebbero apprezzato.


Angelo Galasso Dandy forever

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i diverte sempre fare un giochino semplice semplice: quando entriamo in un negozio di abbigliamento maschile, oppure in uno show room, chiediamo alle persone che ci accompagnano cosa acquisterebbero se regalassimo loro una notevole somma di denaro. Ci sono boutique dove con tutto lo sforzo del mondo non riusciresti a comprare nemmeno una giacca, altre invece dove vorresti l’intera collezione. E’ la sensazione che proviamo ogni qualvolta varchiamo l’ingresso di Via Montenapoleone al numero civico 21A, dove ancora per pochi giorni ci sarà la house di Angelo Galasso: diciamo per pochi giorni perché da metà marzo si trasferiranno in uno spazio gigantesco, poco distante, in Corso Mat-

teotti all’8. Il suo é un mondo che ci sentiamo nostro, che indossiamo ogni giorno, quello dell’eleganza mista alla voglia di stupire, quel mondo che per decenni lo hanno chiamato dandy ma che ora deve trovare un nuovo linguaggio perché il termine sta diventando riduttivo e la parola non lo spiega, non lo racconta appieno. E’ Un mondo ideato, creato per la gente che osa e che piace, sa di piacere e che vuole piacere, persone con una personalità straordinaria, che amano stare un passo avanti e non si nascondono, anzi, vivono di vanità e colori, di stile e del desiderio di gridare il suo gusto d’avangarde. Il blazer a righe in misto seta e cotone ne è la dimo-

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strazione, non servono le parole ed i comunicati roboanti che altro non sono che il nulla chiacchierato, qui parlano i colori, il taglio, lo stile, ti ci immedesimi all’istante, ti ci vedi vestito così ad una festa, ad un cocktail, ovunque, lo vorresti avere e indossare subito, pensi di pancia e agisci subito, perché il mondo di Angelo Galasso è “studiato” per la gente disposta a tutto pur di evidenziarsi e stupire, star bene e brillare, esaltando la propria vanità. Un paio di jeans sartoriali, camicia e la giacca-blazer a righe, sai già che saresti il più chic e trendy, elegante e che conquisterai la platea, con una flute di champagne ghiacciato in mano e un sigaro nell’altra. Conquisterai tutti ma ancor prima te stesso.


Angelo Galasso

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iacca doppiopetto blu in seta italiana, con rever a lancia e profili a contrasto. Aggiungiamo: maestosa, sublime. Se lo scopo di un dandy è di distinguersi puntando sulla bellezza e la raffinatezza, allora ecco la giacca perfetta, ammesso che il mondo del dandismo punti alla perfe-

zione e non ad essere l’arbitro dell’eleganza, provocare meraviglia e stupore. Una giacca che pare dipinta, un’opera d’arte che sprigiona stile e fantasia, ricca di energia, che riscrive le regole del dandismo, non più l’ostentazione bensì la costruzione della propria identità, fatta di classe, bellezza, ricercatezza.

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La giacca sembra ideata e costruita per Lord George Brummel, colui che fra l’altro amava il frac blu e che dettava la tendenza fra il settecento e l’ottocento, non a caso lo chiamavano “Beau Brummel”. Sobrio ed elegante, sarebbe stato il testimonial ideale per le collezioni di Angelo Galasso.


Dandy forever

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ntrare sul sito di Angelo Galasso e guardare le collezioni, le proposte, gli abbinamenti: un esercizio estetico che ci rilassa, ci conforta e ci esalta allo stesso tempo. Basta cliccare e ti si apre un mondo da favola: colori intensi ed eleganti, giacche sontuose, abiti che sono poesia pura. Materiali pregiati, velluti finissimi, tagli perfetti: un’armonia frizzante raramente incontrata altrove; una raffinatezza assoluta che va oltre le mode, anzi, le anticipa, le crea, le impone. Se vi trovate a Milano, Londra, Mosca o New York vi consigliamo di andare nelle sue “house”, veri e propri club per maschi ma non solo. A

proposito sta per aprire il nuovo monomarca a Milano, in Corso Monforte al civico 8. A Mosca lo trovate di fronte a Prada, nei pressi della Piazza Rossa, a New York invece è al Plaza, all’angolo con la Fifth. Giacche, abiti e poi le camicie rivoluzionarie, quelle con il polsino, una chiccheria che all’estero impazza tanto che Nick Foulkes, editorialista del Financial Times, considera il creatore il Leonardo Da Vinci della camicia. E’ evidente che pure le scarpe siano allo stesso livello, sarebbe impensabile qualcosa di diverso. Abbiamo scelto per voi la scarpa con fibbia singola in pelle con dettagli in camoscio e lo stivaletto Chelsea

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in cavallino. Due fra i tanti modelli proposti, scarpe in pellami naturali dipinti a mano con tacchi tagliati all’angolo, scarpe che sembrano una pantofola all’interno e che coniugano armoniosamente design e artigianato, modernità e tradizione ispirandosi alla sapiente lavorazione dei calzolai italiani. I migliori cuoi, la permanenza della suola per 36 mesi all’intero di appositi locali deumidificati, il tacco costituito da cinque strati di pellame con un ultimo strato in gomma aggiunto per garantire una miglior tenuta, incerature a mano per assicurare ottime prestazioni e lunga durata. L’eccellenza della qualità abita qui.


Treats Magazine Steve Shaw

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’ il fenomeno editoriale degli ultimi anni. La rivista di Steve Shaw, fotografo di Manchester e ora star assoluta a Los Angeles, ha cambiato le carte in tavola, la prospettiva di un mondo che sembrava sulla via del tramonto. Lo considerano il nuovo Hugh Hefner, anche se lui tenta educatamente di non cadere nel tranello dei paragoni, seppur dovrebbe sentirsi lusingato. Impossibile spegnere le luci attorno a lui: perché l’intero mondo lo esalta, parla di lui e della sua rivista che ha lanciato nel mondo hollywoodiano Elena Ratajkovski, musa di Steve, donna di immensa bellezza come le altre che hanno avuto l’onore di posare per la cover di Treats! Erotic art, è questo il segnale che vuole trasmettere Steve. Una rivista di nudo, solo nudo, ma niente a che fare con Playboy: il pubblico è diverso, gli scatti sono d’autore, leggi i fotografi più in voga del momento, difatti c’è la fila per apparire nelle pagine della sua creatura. Nudo d’autore, magia, voglia di stupire: sfogliatela, anche online, e ve ne innamorerete. In due anni Steve è diventato una star di prim’ordine, suo malgrado: alla festa organizzata di recente a Lon-

dra c’erano David Beckham, Gordon Ramsey e mille altri. L’anno scorso, la sua festa di Halloween fu a dir poco strepitosa, tanto da scomodare il rigido e troppo politically correct New York Times, la signora in grigio che guarda con simpatia solo verso il mondo dei democrat. Non divaghiamo, si tratta sempre del quotidiano più autorevole degli Stati Uniti e se loro scrivono che “mai si era vista una festa con tanta gente importante” allora c’è da credergli. Creare, ispirare, sognare e far sognare, questo il credo di Steve. Che ci racconta il suo mondo. - Com’è nata l’idea di Treats? - Non ero contento di quello che offriva e mi offriva il mondo editoriale, le riviste non erano come volevo, il mercato era dominato dagli agenti, che in pratica gestivano e addirittura imponevano il tipo di scatti da realizzare. La distribuzione è arcaica, terribile tutto. Non faceva per me una situazione del genere, così che ho creato una rivista che potesse farmi felice, una rivista dove mi possa esprimere al massimo. - Il nome cosa significa? - Sono di Manchester, quando eravamo ragazzini e

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ci piaceva una tipa la chiamavamo proprio in questo modo, “Treats”, suona meglio di chicks e birds. - In quanto tempo l’hai creata e come hai fatto a convincere gli altri a lavorare per te? - Poco tempo, poi mi considero molto persuasivo, sono abile nel convincere gli altri, figuriamoci se ho faticato nel farli fotografare per Treats!. - Immaginiamo di essere dei fotografi da persuadere. Provaci. - Vi dò a disposizione tutto lo spazio che desiderate, non vi impongo alcun tipo di copione, sprigionate la vostra fantasia, sentitevi liberi di osare, sperimentare, scattate quello che vi piace. - Si presume che Treats! sia il sogno di una vita. - Ho realizzato una rivista che non esisteva e che avrei voluto esistesse quando lavoravo per gli altri. - E’ un bimensile? - No, esce una volta ogni tre mesi. Per ora. - Emily Ratajkovski è ancora la tua musa? - Certo. Però ne cerco una nuova. - Facciamo qualche passo indietro, come hai iniziato?


- A scuola mi annoiavo, non faceva per me, ho abbandonato a 15 anni per costruire la mia vera vita. Volevo fare qualcosa di grandioso, non mi andava di sperperare il mio tempo. Volevo diventare un fotografo e di conseguenza mi sono dato da fare. - Gli inizi? - Assistente in uno studio, guardavo come gli altri scattavano, imparavo molto ma allo stesso tempo stavo per impazzire, dovevo stare zitto e preparare il thé. Per la cronaca non stavo zitto e il thé che preparavo era buonissimo. Poi a 18 anni ho affittato una specie di capannone per trasformarlo in uno studio, a Stockport. Troppe responsabilità per un ragazzo, dura gestirlo: l’ho chiuso poco dopo e mi sono lanciato in un’avventura folle, fare il fotografo sulle navi di crociera. Scattavo in media 17.000 fotografie a settimana, una follia, in compenso ho visto tantissimi posti da favola. Divertente. - Meno divertente il primo periodo losangelino, per quello che abbiamo letto. - Ero semplicemente illegale a Los Angeles e mi pareva fuori dal mondo non poter tornare a casa mia, a Manchester, nel caso l’avessi desiderato. Ora è tutto alle spalle. - Quando è cambiato il vento? - Sono dovuto partire per l’Australia, si stava sposando mia sorella. Pensavo di fermarmi qualche giorno, sono rimasto anni, lavorando per Cosmopolitan, Elle, Harper’s Bazaar e altre pubblicazioni che a quei tempi davvero spopolavano nel mondo dell’editoria glam. Viaggiavo per vari servizi di moda, andavo a New York e Londra ma tornavo in Australia fino a quando ho incontrato Lisa Snowdon. - Non corriamo troppo, com’è stato scattare per Cosmopolitan? Ricordi la prima volta? - Fu un servizio fotografico sulla Gold Coast con Kate James, una modella pazzesca. - Elle? - Avevano una fashion editor davvero in gamba, Sophie David, francese, molto in gamba: mi spingeva

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sempre a fare di più, osare, non fermarmi. - Poi torni negli Stati Uniti e ti prendi un agente famoso.. - Jolly Vernon, lo stesso di Herb Ritts, uno dei migliori che ho avuto, si batteva come un leone per i cachet dei suoi assistiti, pretendeva somme alte e le otteneva. In quei tempi Herb era molto malato e Jolly stava quasi sempre con lui, dedicava la gran parte del tempo al maestro. Può sembrare strano ma io non ho mai incontrato Ritts. - In quei momenti ti aspettavi una carriera così luminosa? - Ovviamente no, chi mai vola così alto da immaginarsi patron di una rivista e una media company? - Noi.Piccola divagazione: sei di Manchester, per cui tiferai per una delle due squadre della città: United o City? - Ovviamente United. - Noi ovviamente City. - Fra i fotografi del passato c’è qualcuno che possiamo considerare tuo idolo? - Peter Lindbergh e Helmuth Newton. -Come possiamo descrivere le tue foto? -Senza tempo, sensuali, di classe. - Di gran classe, aggiungiamo. Perché sempre e solamente donne nei tuoi scatti? Non che sia un male… - Come fai a non amarle, le donne? - D’accordissimo. Ce ne è una del passato che ti piacerebbe fotografare? - Dipende cosa intendiamo per passato: io rifarei domani mattina delle foto con Lou Lou Roberts, la nostra copertina del secondo numero. - Chi ti piacerebbe avere davanti alla macchina fotografica? - Rosie Huntington Whitely. - La tua più grande soddisfazione in quanto fotografo? - Creare, ispirare. Mi sento al settimo cielo quando altri fotografi si sentono felici di apparire su Treats!, di lavorare per Treats!.


Estella Warren fotografata da Steve Shaw


Berkeley International Quanto costa l’amore?

“M

i guardi: le sembro attraente?”, mi chiede Inga. “Cosa dovrei rispondere?”. “La verità”. “Sì, fin troppo”. “Bene: sai che per quattro lunghi anni sono stata single?”. Inizia così l’intervista con Inge Veerbaeck, patron di Berkeley International, una specie di Cupido per ricchi e solo per ricchi. Scemi. Belga di Anversa, divorziata e con una figlia, un compagno (chissà quant’è felice), se ne occupa delle sedi europee dell’azienda, un’azienda che sta fiorendo e si ingrandisce a macchia di leopardo. Domande per lei ne avrei a iosa: in due ore abbiamo però raccontato episodi legati ai depressi e agli imbranati, per la verità ho raccontato soprattutto io, lei difendeva a spada tratta i suoi clienti. Comunque, pronti via: partiamo con la raffica di domande. - Inga, qualcosa non torna: uno ricco perché paga per avere una moglie? Solitamente c’è la fila di donne per i benestanti. - Proprio per questo vengono da noi, vogliono una compagna con la quale condividere la vita, non i loro soldi e basta. - Siamo nel 2014, certe storie sanno di tempi passati e non sono credibili. - Se uno vuole dei rapporti immediati, oppure delle avventure, sono la prima a consigliare un viaggio lontano. - Perché una persona ricca bussa alla porta di Berkeley e paga una montagna di soldi? Da solo non ne è capace? - Può sembrare assurdo, lo so. Ma credimi, esistono dei motivi. - Tipo che lui sia imbranato? - Anche. L’ottanta per cento degli uomini non ha il coraggio di chiedere ad una donna di uscire. - Chiamali uomini… - Non facciamo gli sbruffoni, è un dato oggettivo, con delle ragioni serie. - Se uno non ha il coraggio di affrontare un invi-

to figuriamoci poi quando ci sarà la vita di coppia come andrà… - Noi di Berkeley mettiamo la gente in contatto, poi nella camera da letto o nella vita quotidiana non abbiamo voce in capitolo. - Allora è bruttino e cicciottello. - Ti stupirò, ma non è così: sono quasi tutti dei bei uomini. - Belli e timidi. Vai, maschione. - Dominique, per favore. - Ok, allora che problemi hanno che non trovano una donna da soli? Capito: sono noiosi da morire. - Pochi, la gran parte sono persone interessanti. - Sì, certo. Dunque, l’imbranato viene da voi. Poi? - Per favore, non è così. Poi chiediamo cosa vuole dalla vita, il primo incontro dura quasi tre ore. Vogliamo sapere tutto di lui, i suoi gusti, le sue esperienze, la sua famiglia, l’infanzia, i suoi desideri. - Si può mentire senza problemi sul passato. - Certo, com’è certo che noi lo sgamiamo. Abbiamo le nostri fonti, ma sono in pochi a mentire. Semmai hanno delle aspettative esagerate. - Del tipo? - Sia le donne che gli uomini mirano, puntano al top senza avere un’idea oggettiva delle proprie potenzialità. - Del tipo che uno sogna come moglie Claudia Schiffer? - Anche. Oppure Simon Baker, per le donne. Il primo consiglio che diamo è di essere realisti. - Poi lui “sgancia” l’assegno. - Si. - Ecco, siamo alla parte più bella. Per entrare in questo paese dei bengodi quanti soldi ci vogliono? - Il minimo sono 10.000 euro. - Una tantum? - No, all’anno. - Con questi soldi si sguazza di donna in donna, volendo.

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- Quello non è amore. - Mi scuso, che idiota. Per 10.000 euro cosa ottengo dalla Berkeley? - Hai la possibilità di essere messo in contatto con le donne del tuo stesso paese che, ovviamente, si sono rivolte a noi. - Dunque io italiano per 10.000 euro posso incontrare donne italiane. Non è più facile andare in discoteca? - Fra la vita notturna e la vita di coppia c’è una gran bella differenza. Noi non offriamo servizio escort. - Peccato. Rimango dell’idea che con quei soldi mi diverto assai: voi invece cosa mi garantite? - Minimo otto incontri l’anno. - In media 1.200 euro a incontro. Una settimana all inclusive a Cuba costa la stessa somma. Fingiamo di essere d’accordo. Come avvengono gli incontri? - Il nostro staff si mette a studiare le persone di sesso opposto che potrebbero essere interessate, poi diamo all’uomo il numero di telefono di lei, sperando che lui chiamerà. Si incontrano e poi speriamo che vada tutto bene. - In media di quanti incontri c’è bisogno prima di trovare l’anima gemella? - Sei. - Una faticaccia. Mettiamo che non si va d’accordo e non si trova nemmeno l’ombra della donna dei sogni. Che si fa, a fine anno? - Solitamente si rinnova il contratto. - In quanti rinnovano? - L’ottanta per cento. - Altri 10.000. - Se si decide di avere il raggio d’azione limitato al proprio paese, sì. - In Italia quanti si sono già iscritti al club del ricco scemo? - 350, vorrei si arrivasse a 1.000 in breve tempo. - Ti credo, ideale per voi sarebbe un numero vicino


ai 10.000. Le altre opzioni? - Per 15.000 euro puoi scegliere due paesi. - Scelta libera? Immagino gli italiani scelgano Russia e Ucraina, le donne i paesi africani. - No, sei sempre fissato con il sesso. - Mi scuso, ritiro tutto, quasi mi vergogno di me. Allora come si scelgono i paesi? - Spesso è un problema di lingua, per trovare una compagna, ripeto una compagna si dovrebbe parlare la stessa lingua, conoscere la lingua dell’altro. - Ok, non l’ho capita però andiamo avanti con il tariffario. - Per 25.000 euro puoi accedere alla banca dati dell’intero continente. Per 50.000, il mondo intero. - 4.000 euro al mese per trovare moglie a Cuba. - Non abbiamo una sede a Cuba, per cui no, a Cuba no. Negli Stati Uniti magari sì. - L’uomo italiano che tipo di donna vuole? Parlante? - Dominique… - Si? - Siamo seri. L’italiano è abbastanza semplice come genere, vuole la donna straniera carina e bionda. - E paga 10.000 o 25.000 per questo, una ragazza carina e bionda? Per 500 euro te ne trovano quante ne vuoi. - Dominique, no! Qui stiamo parlando di rapporti seri. - Di serio qui c’è solo che la gente è disperata. - Non è vero. - Allora perché deve venire da voi, per una donna bionda e carina? - Può sembrare assurdo, ma spesso accade che nella cerchia dei tuoi amici, delle tue conoscenze, non ne trovi. E allora che fai? Inizi a frequentare altri giri? E’ difficile. - A quel punto meglio dare i soldi ad Inga. - Si. - Non contare sui miei. - Dominique, senti: uno ha la possibilità di avere la Porsche e una borsa Hermes (le donne, ovvio). Va dal migliore avvocato per eventuali problemi, dal miglior medico per altro tipo di problemi. Ecco per un alto servizio si viene da Berkeley. - Ognuno fa quello che vuole con i propri soldi: la donna italiana cosa chiede? - Non si chiede, si desidera. - Vado di male in peggio. - Tu la metti sempre come se si comprasse un compagno, ma non è così. - Posso ridere? Comunque la donna italiana cosa sogna, dall’alto della sua superiorità? - Un uomo vero. Prima scelta un inglese, poi un scandinavo. La principale richiesta è: un uomo vero e serio. - Si suppone in Italia l’uomo sia poco vero e poco serio. - Lo hai detto tu. - A quanto pare lo sostengono le donne italiane. Non è che la colpa sia un po’ anche loro? - Certo, sono aggressive. L’uomo negli ultimi anni è sulla difensiva. - Dunque la colpa è sempre dell’uomo. - Non è importante: spesso non si trova un compagno e basta. - Per fortuna che esiste Berkeley. Prendiamo le fasce d’età: la maggioranza delle persone che ti fanno il bonifico sono giovani, giovanissimi, adulti? - Sulla trentina. Prima pensavano solo alla carriera, poi si rendono conto che il tempo passa e si vogliono fare una famiglia. I quarantenni sono sicuri di sapere come agire, ma neppure loro ci riescono da soli. - La fascia di età più dura da accontentare? - Gli over 60, i così detti Silver single. - Ci sono anche dei Platinum Single? - Dominique…

- A proposito, come ci sei arrivata? - Prima lavoravo in una grossa azienda di acciaio. - Stesso settore, direi. - Dominique, per favore. Poi mi si è offerto di diventare partner in Berkeley. - Il tuo compagno come l’ha presa? - All’inizio era un po’ titubante, anche irritato: ora se ne è fatto una ragione. - Gli uomini in cerca di paradiso ci provano con te? - Dominique! - Sto ascoltando… - Non è professionale, dico solo che io non sono interessata, ho una figlia e un compagno.

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- Dunque ci provano. Dove avete sedi? - Parigi, Londra, Ginevra, Copenhagen, Amsterdam, ma vogliamo aprire negli Stati Uniti. - Nel Texas? - Anche, lì ci sono tanti soldi. Come in Florida e a New York, Chicago e Boston. - Perfino a Copenhagen si fa fatica a socializzare? - Si, nei quartieri alti si. - I soldi non fanno la felicità: è da una vita che aspettavo di dirla pure io questa fesseria. Un’ultima domanda: i famigliari hanno dei sconti? - No. Mio fratello è iscritto al Berkeley di Londra e non ha una sterlina di sconto.


Four Seasons Bora Bora

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“molliamo tutto e andiamocene”. I gruppi su Facebook ne sono la testimonianza. Certo, è difficile dar loro torto. Aggiungi il lusso del Four Seasons ed il gioco è fatto, il paradiso tropicale servito. 121 bungalow overwater, meraviglie spaziose ed eleganti, accoglienti e con tutti i confort, una spa che definire heaven ci pare riduttivo. Vi sentirete dei privilegiati fin dall’arrivo all’aeroporto, dove vi accoglieranno per poi portarvi in barca fino alla reception. Pietanze squisite e vista da cartolina da Arii Moana, dove vi potete deliziare con cucina a base di pesce e le montagne Otemanu sullo sfondo. Tere Nui invece si trova sulla spiaggia: un cocktail al tramonto, ogni sera, è quasi un dovere.

acanze oltre ogni immaginazione e nozze hollywoodiane, romanticismo e magia. Quando nel 1961 Isadore Sharp aprì il primo albergo non immaginava nemmeno lontanamente di arrivare un giorno ad essere a capo di un impero del lusso che potesse contare 82 resort e alberghi in 35 paesi. Issy, architetto, figlio di un costruttore edile, intendeva creare alberghi dove il cliente fosse messo al centro dell’attenzione: detta oggi pare un’ovvietà, però mezzo secolo addietro non lo era. Isadore intendeva costruirli in Canada, a Toronto e dintorni, non alle Hawaii e alle Seychelles, ancor meno a Bora Bora. Quest’ultima destinazione è da sempre una specie di attrazione fatale, un posto che ti rimane dentro a tal punto da far scatenare istinti quotidiani del tipo

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I Fratelli Boglioli We are back

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na nuova visione. Una vera e propria evoluzione. Disegni optical impercettibili. Nuovi tessuti. Giacche ricamate dove si mescolano concetti di architettura e design. Tanta fantasia. Fodere interne stampate. Tinture e sovratinture innovative. Inediti effetti speciali. Slavature. Lane bouclé. Jacquard. Procedimenti di invecchiamento. Enzimi per smorzare e creare l’effetto “mat”. Ricami in Principe di Galles di foggia britannica. Rieccoli, i fratelli Boglioli, Mario e Pierluigi, rieccoli entusiasti e pimpanti: hanno messo in piedi un’azienda che é una chicca artigianale, niente a che fare con il passato industriale e con dei fatturati colossali. The Gigi è un cioccolatino Domori, una collezione creata per intenditori, giacche per un uomo dai 30 ai 50 attento ai dettagli, amante dell’arte e del design, giacche urban metropolitane, rivoluzionarie ! “Abbiamo ripreso dei capi realizzati negli anni quaran-

ta, impreziosendoli, poi siamo andati a guardare delle vecchie fotografie e dei bozzetti firmati Andy Warhol, qui facciamo cultura, oltre che abbigliamento”, racconta Pierluigi, il creativo. A proposito, il nome della maison, The Gigi, non è che altro che il suo diminutivo. “Ci è piaciuto subito, suona bene, è semplice, ironico, orecchiabile, sembra una slogan, poi il the davanti è un rafforzativo che dà anche una dimensione internazionale”. Hanno un entusiasmo sconfinato, frenato leggermente da un piccolo problema legato alla realtà italiana, la mancanza di coraggio e di voglia di stupire da parte dei negozianti, ormai delusi e diffidenti verso qualsiasi novità, andando contro a qualsiasi regola imprenditoriale, ovvero nei tempi di crisi si raddoppia invece di chiudersi in sé stessi. “Se non osi non vinci, se non hai più la passione per stupire la clientela allora non vedrai mai la luce in fondo al tunnel”, sentenzia Mario, che poi in un crescendo rossiniano esalta il Giappone, “un

mondo dove ogni negozio è diverso dall’altro, dove si vestono in maniera sublime, sono elegantissimi, freschi, indossano capi colorati senza temere il parere altrui, mentre a Milano non si riesce a uscire dallo schema nero-grigio-blu. Non è un caso che a Tokyo e dintorni acquistano le nostre giacche in quantità folli, sono il nostro mercato di riferimento, abbiamo già 30 negozi dove vendiamo alla grande ”. Se il Giappone era in qualche modo una piacevole certezza (sanno apprezzare la qualità come da nessun’altra parte), pare ovvio che il futuro siano i nuovi mercati, paesi e città dove l’uomo vuole sentirsi protagonista, vuole piacersi e piacere, una nicchia sempre più numerosa perfino in posti alquanto insoliti fino a poco tempo fa: Oslo, Helsinki, Stoccolma, poi in Germania e Austria, recentemente perfino in Turchia. In Italia sono i soliti ad aver abbracciato la filosofia dei Boglioli: Bryan Barry, The Store (entrambi a Milano), poi Kilto e G & B di Gianni Peroni a Brescia e dintorni.


Roberta Schira

Foto: Monica Silva

La psicologa del gusto

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arlare con Roberta Schira è uno spasso, parlare di lei un po’ più difficile. Non vogliamo fare i contorti, però la conosciamo da prima del suo romanzo d’esordio, Amore Goloso. Abbiamo accompagnato i suoi successi letterari, leggendoli tutti: per davvero. Siamo di parte e lo ammettiamo, il che fa diventare la vicenda insidiosa. Perché in Italia la stampa è sempre morbida e nasconde qualsiasi aspetto negativo, è un tripudio di batter d mani, inchini, ritratti ideali della famiglia, figuriamoci con i conoscenti. Giornalismo poco, noia tanta, demagogia infinita, supponenza ancor di più. Non vorremmo che parlando in termini esaltati di Roberta si pensasse fossimo pure noi della stessa pasta. Comunque siamo disposti a correre il rischio. Partiamo piano, con i botti verso la fine. - Ricordi com’è iniziato tutto, quando hai avuto l’idea di scrivere un romanzo gastronomico? - Prima del romanzo, tanto tempo fa, c’era una volta una ragazzina di 13 anni che amava fare due cose: leggere e cucinare, al suo diario aveva confidato di volere diventare scrittrice. Non lo so se lo sono diventata, ma di certo so che attraverso la cultura del cibo e i libri ho dato senso alla mia vita. Devo ringraziare Claudio Sadler, che è stato il mio maestro: a lui devo quello che sa il mio palato. Mi faceva assaggiare un piatto e mi diceva “E adesso dimmi tutti gli ingredienti che contiene”. Ruth Reichl è sempre stata la mia mentore: credo che il suo “ Aglio e Zaffiri “ e “Kitchen confidential” di Anthony Bourdain siano stati libri di riferimento.

- A quei tempi non andava di moda scrivere di cucina, ti senti una pioniera? - Sono circa 15 anni che mi occupo di tutto ciò che ruota intorno al cibo, il mio primo libro L’Amore Goloso è del 2004, univa cibo ed eros. Era davvero uno dei primi a collegare questi due ambiti, poi è arrivato Piazza Gourmand: devo dire che in Italia era un genere abbastanza nuovo. Abbiamo un problema, che se qualcuno scrive due ricettari già si fa chiamare scrittore: io ci andrei davvero cauta. - Ricordi cos’hai pensato una volta finita la prima fatica letteraria? Ti aspettavi un tale successo? - Non ho mai scritto un libro pensando di vendere, ho pubblicato libri quando avevo qualcosa da dire. Il primo libro era un ricettario: merito di tutta la squadra di Sadler, ha venduto 100.000 copie in 10 anni, da allora ho scritto trattati, un romanzo, la biografia di una grande donna, Cucinoterapia, e un libro sul nuovo galateo a tavola e ora esce un libro che insegna alle persone a riconoscere il Buono con la B maiuscola. I miei libri possono piacere o no, ma nessuno può dire che mi ripeta: i generi sono completamente diversi. Non credo che scriverò mai più un ricettario a meno che sia qualcosa di davvero speciale. - La molla ti é scattata leggendo i libri di qualcuno, oppure i suoi articoli? - Dei miei maestri gastronomici ho già parlato: Ruth Reichl ha scritto, per me, la recensione perfetta. Qualcuno ha detto che non sono importanti i libri che hai scritto ma quelli che hai letto, sono d’accordo. I miei maestri di formazione sono Albert Camus, Romain Gary, Saramago, Marguerite Youecenar. Non vorrei sembrare snob ma difficilmente

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leggo per diletto qualche autore ancora in vita. Cibo e libri. Sono due le cose che mi portano alla commozione: una virgola al posto giusto in una frase e riconoscere del genio in un piatto apparentemente insignificante. - Tutti possiamo scrivere di cibo, oppure dobbiamo avere una preparazione nel merito? E se si, come e dove si può studiare il cibo? - Regna una grande confusione. Bisogna distinguere tra chi fa il cronista del cibo, cioè racconta i fatti, ciò che ha mangiato e bevuto e copia un menu tale e quale. E poi c’ è chi si espone, chi esprime un giudizio, chi deve o può guidare il lettore in un ragionamento o almeno in un’avventura culinaria. - A proposito di Ruth Reichl, nel 1991 diceva che un suo articolo positivo valeva due anni di prenotazioni, invece una stroncatura portava al fallimento. Nei paesi capitalisti é davvero così? In Italia, paese tutt’altro che capitalista, é proponibile qualcosa del genere? - In Italia non ci sono molti giornali con questo potere, ma una cattiva recensione può ancora influenzare il fatturato, anche se le firme che contano davvero stanno sulle dita di due mani, forse una. C’è la guida Michelin che ha un certo peso e nel mondo The Fifty best, per il resto il viaggiatore comune consulta Trip Advisor e si lascia influenzare dal parere di perfetti sconosciuti, quasi sempre impreparati. - La cucina é italiana, la tv é americana: senza Ramsey forse non ci sarebbero dei reality del genere. Ti piace Gordon? - Lo trovo il cuoco più maledettamente sensuale che esista. In fondo maneggiare del cibo è una delle cose più passio-


Foto: Monica Silva

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nali e cruente. Lui ha fatto scuola, c’è più talento televisivo in un suo dito che in tutti i protagonisti maschi dei talent show italiani messi insieme. - Joe Bastianich sostiene che lui piace perché l’americano ha il coraggio di dire apertamente le cose, l’italiano non ha nell’indole dire la verità, nemmeno in cucina. E’ vero? - Dare un parere motivandolo con intelligenza è raro, ecco perché pochi sono in grado di dire la verità. Per dire la verità o almeno una verità bisogna saperla riconoscere. - Passiamo alle classifiche: gli chef più originali. - Ogni artista può essere originale se prima conosce le basi della sua disciplina. Si sale classifica se si ha talento e disciplina, quando manca uno dei due, si galleggia e non si arriva mai al traguardo. Non amo le classifiche nella ristorazione per il semplice fatto che non esiste un campo che sia in costante evoluzione come le cucine dei ristoranti. Non faccio in tempo a scrivere di uno chef ed ha già litigato con il patron o è fuggito con la rappresentante di distillati. Niente classifiche. - La Top 5 dei ristoranti in Italia e perché. - Non dovrei rispondere neppure a questa domanda, ma lo farò. Martina Caruso perché non ha ancora 25 anni e ha una mano da veterana, dopo aver assaggiato i suoi piatti al Signum di Salina nelle Eolie, il pesce fresco per me è diventato un’ossessione. Claudio Sadler perché mi ha insegnato cosa sia l’alta cucina quindici anni fa, la Brughiera nel bergamasco per l’atmosfera e perché non si sbaglia un piatto; un cuoco dal pessimo carattere Bassano, una trattoria sperduta nelle campagne cremasche, i fratelli bergamaschi Cerea per un cannoncino imboccato a fine cena, leggiadro come le ali di un angelo. - C’è differenza fra un ristorante che ha una stella Michelin e uno che ne ha due? La si percepisce? - Sì, ma la differenza è percepibile solo dai professionisti; mentre la differenza tra una e tre è evidente. Le stelle a volte ci confondono, giudichiamo con il nostro palato e la nostra esperienza. - Miglior trasmissione sul cibo. - Non guardo la televisione, non più. Ma adoravo il primo Jamie Oliver, quello degli esordi e una sit com demenziale che si chiamava “Chef!”- Sei l’unica scrittrice del genere in Italia ma nessun programma ti ingaggia come consulente, protagonista, autrice: c’è un perché? - Perché mi hanno sempre proposto cose che non mi interessavano. non mi interessa indossare un grembiule, mi interessano i rituali e i simboli intorno al cibo. Ho fatto per un anno l’ospite fissa a RSI, la televisione Svizzera: una meraviglia lavorare in Canton Ticino. E poi ho partecipato a decine di trasmissioni per promuovere i miei libri. nel cassetto ho pronti un paio di programmi, chi lo sa che prima o poi non si realizzino. - Il prossimo romanzo? - Il mio ultimo libro è un trattato, è un manuale che aiuta l’homo restauranticus ( il frequentatore di ristoranti) a riconoscere il buono con la B maiuscola. Si chiama “ Mangiato bene? Le 7 regole per riconoscere la buona cucina”. Un manuale utile a tutti coloro che mangiano fuori casa e sentono il bisogno di regole per dire la propria opinione su un piatto, un locale, un ristorante. Finalmente un libro dalla parte dei cuochi e nello stesso tempo dei clienti. In fondo al libro c’è una scheda che si può fotocopiare e portare con sè al ristorante per dare i propri voti. - Tre piatti che ti piace cucinare. - I ravioli di stracotto, il pane, le insalate di tutte le stagioni e colori. - Facciamo i Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta? - Quali sono i suoi reali desideri inconfessati oltre la scrittura? Fare teatro o la radio. - In tre parole chi é Roberta Schira? - Una scrittrice prestata al giornalismo con il pallino della critica gastronomica.

Roberta Schira è scrittrice e gourmet. Ha imparato a cucinare da Claudio Sadler, a scrivere dalla lettura e a leggere da una zia fuori dall’ordinario. Ha pubblicato una decina di libri, dal ricettari a trattati di antropologia culturale, dal romanzo alla biografia alla Cucinoterapia. Nel 2012 ha pubblicato Il Nuovo Bon Ton a Tavola per conoscere gli altri ( Salani ) che unisce il galateo al linguaggio del corpo e il suo ultimo libro, “ Mangiato bene?Le 7regole per giudicare la buona cucina” è libro che fa il punto sulla critica gastronomica. E’ considerata “ psicologa del gusto”, scrive di cibo e costume sul Corriere della Sera e per il sito internazionale di cultura del cibowww.finedininglovers.com. Il suo motto è una frase di Eleonor Roosevelt “ Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”.

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Gourmet

Les Gitanes

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l posto pare una fiaba, il menu non è da meno: Davide Callegari e Alessio Truddaiu stanno letteralmente dipingendo dei piatti da favola. Chiudete gli occhi e immaginatevi seduti nel bistrot assaggiando delizie senza fine. Siete pronti? Tartareburger di langostino con carasau, ananas e fiori edul. Cialdina di polenta croccante con foie gras e bacon spadellato al balsamico. Piccata di cotechino su crema di lenticchie e patate. Ossobuco in gremolada con purea di patate Lomo di bacalao

alla moda dello chef con petali di patata e carciofo. “Stracciatella di baccala”con veli di kiwi e soia Quadrotti cacio e pepe alla grigia. Spaghetti freschi alla chitarra con colatura di alici,briciole di pane tostato e ciuffi di calamaro 15 Spatzle bavaresi con crema di porcini e gocce di mirtilli. Gnocchi freschi con langostino scottato e veli di carciofo fresco. Annaffiate tutto con lo champagne Marguerite Guyot. Magia pura. Via Tortona 15 angolo via Forcella 2, www.lesgitanesbistrot.it

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Trita

roccante, delizioso, gigantesco, profumato l’hamburger che si gusta al Trita, in Piazza XXIV Maggio: Andrea d’Angelo, 24enne di Caserta, uno dei soci del locale e della società Just Good Food, esclusivista del marchio in Italia, ci racconta dei quattro tipi che si servono e che le donne solitamente preferiscono la carne di limousine padana, più magra, delicata e dolce. “Da maschi” invece il Black Augus, da veri intenditori il Wagyu, ovvero con carne di

Montecristo Double Edmundo Montecristo è probabilmente la marca di habanos più conosciuta e più apprezzata in tutto il mondo. Il nome deriva dal protagonista del romanzo di Alexandre Dumas “Il conte di Montecristo”, letto dal Lector ai Torcedores (rollatori di sigari) presso la Fabbrica di H. Upmann, dove venne fondata la marca nel 1935. Storicamente la gamma di Montecristo era composta unicamente da vitolas numerate dal 1 al 5, ma negli anni è stata ampliata progressivamente. Nel 2004 venne lanciata la nuova vitola Edmundo, grosso cepo in linea con la tendenza attuale dei fumatori. A soli due anni di distanza è stata la volta del Petit Edmundo, linea che prende il nome da Edmundo Dantés, protagonista del romanzo di Dumas. Nel 2009 nasce la Línea Montecristo Open con 4 nuove vitolas dalla ligada più leggera rispetto a quella classica: nel 2013 il Double Edmundo, fumata di circa un’ora, capa non grassissima color colorado claro, ben tirata e setosa al tatto, sentori vegetali e lievi spezie, tiraggio lievemente serrato, aromi soavi di legno e punte agrumate, forza blanda, fumo denso e cremoso. Le ligadas di Montecristo sono elaborate esclusivamente con foglie di tripa e capote selezionate provenienti da Vuelta Abajo, terra dove si produce il miglior tabacco al mondo.

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manzo di Kobe: costa 16 euro, ma sono 260 grammi di puro paradiso. “Serviamo il così detto taylor made burger, il cliente si sceglie il tipo di pane, gli ingredienti, tutto. Il più venduto? Quello di carne di bufalo”. Il bacon è croccante alla perfezione, il pane bianco tipo focaccia idem: con 15-20 euro si mangia o si cena, compresa una birra artigianale L’Ambrata, azienda di Cremona che fa faville ultimamente. Trita:Piazza XXIV Maggio 6, www.trita.it


Dita Von Teese Icona vintage

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icuramente il nome Heather Reneè Sweet vi dice poco. Dita Von Teese, altrettanto sicuramente, vi suona conosciuto. Sono la stessa persona: la donna che ha saputo accendere la fantasia e il desiderio di tanti era una semplice ragazza timida di Rochester, nel Michigan, figlia di un operaio grande fan di Playboy e una estetista “fissata” con i film degli anni quaranta. Il nome d’arte lo ha scelto nel 1991, più o meno nello stesso periodo del trasferimento dei suoi a Orange County, in California. L’ispirazione le è venuta guardando delle fotografie con Dita Pardo, star hollywoodiana degli anni venti, mentre il cognome è stato scelto sbirciando nell’elenco telefonico. Mora lo è diventata nel 1990, dopo aver visto l’attrice Sherylinn Finn posando per la copertina di Playboy. Quando viene assunta in un negozio di lingerie, a 15 anni, capisce che il suo futuro sarà fra completini osè e rossetti hard: “Dopo il lavoro mi fermavo e annusavo i tessuti, mi ubriacavo di quella vista e mi chiedevo come fa una donna a poter vivere senza almeno duecento meraviglie del genere. L’intimo, i vestiti e le borse offrono piaceri che nemmeno il sesso”, dice. “C’è qualcosa di meglio di un corsetto che si stringe laccetto dopo laccetto?”. Qui dobbiamo darle ragione. “Sapete qual è la differenza fra una ragazza e una

donna? Proprio questa, le ragazze non ne hanno mai indossato uno”. Sottoscriviamo. E’ a quel punto che si crea il personaggio in cui si è poi trasformata: una diva burlesque, stile pin up come

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i tempi d’oro hollywoodiani, truccatissima e sempre profumata. Una Barbie per adulti, se vogliamo. Piccola curiosità: non troverete mai e poi mai una foto con Heather. Solo con Dita, internet compreso: perché prima della sua trasformazione nessuno si prendeva la briga di fotografarla. Ha cominciato a farsi fotografare nei completini anni quaranta presi dal negozio, poi il passo seguente, un lavoro in un night club. Dunque la svolta, l’esibizione in un rave party a Los Angeles: avevo i capelli biondi, lunghissimi, furono dei momenti folli. Uno dei numeri prevedeva che io fossi in tanga, completamente arrotolata in una pellicola di plastica trasparente, tutto questo con un filo elettrico che mi immobilizzava. Potete credere oppure no però una volta hanno sbagliato cavo, avvolgendomi con un filo attaccato alla presa della corrente”. Per fortuna, sua e nostra, è ancora viva. E’ viva nonostante anche il rapporto con Marylin Manson, il personaggio terrificante con il quale fu sposata per due lunghi anni (la relazione durò sette). Qualcuno ricorda ancora il servizio fotografico pubblicato in esclusiva dall’edizione americana di Vogue, con il loro matrimonio, svoltosi in una ambientazione gotica nel un castello ottocentesco a Tipperary, in Irlanda. Fu officiato dal regista spagnolo Alejandro


Jodorowsy. Si sono lasciati perché, sostiene lei, “lui si drogava, aveva la mente piena di demoni”. Allegria, diceva qualcuno. Poi ha iniziato ad apprezzare le persone educate, eleganti, avendo una predilezione per i dandy, non a caso ha frequentato l’attore Peter Sarsgaard e il conte francese Louis-Marie de Castelbajac, figlio dello stilista Jean-Charles de Castelbajac. Per la cronaca ha anche dichiarato di aver avuto una seria relazione con una donna all’età di vent’anni, ma pare solo un discorso per far parlare di sé. Non prende mai il sole per non rovinarsi la pelle, sulla spiaggia non indossa il bikini. Fortunatamente non si considera un’artista, termine inflazionato e per molti versi borioso. No, lei è una entertainer: una delle esibizioni più famose rimane quella dove, ad una gala di beneficenza, si presentò indossando solo diamanti per un valore complessivo di cinque milioni di dollari. Poi il così detto Martini Glass: una delizia. Idem a Cannes, nel 2007, quando ha affascinato la platea con il lipteese, ovvero uno strip a cavallo di un rossetto gigante. Si narra che nel 2010 fu ospite a San Remo, ma non guardando mai il festival e non informandoci su di esso abbiamo poco da aggiungere. Solitamente il suo cachet si aggira sui 20.000 dollari per dieci minuti di show, mille al minuto: gli vale tutti. Cointreau lo ha scelta come testimonial, dedicandole perfino un cocktail, a base di violeta: le vendite si sono impennate. Un solo timore, nella sua vita: che duranti gli spettacoli possa cadere il copri capezzoli, a rischio soprattutto durante il numero della cascata d’acqua che la inonda. Son problemi.

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Julia Skolazub Erotic Art

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on la conoscevamo. Poi un giorno ce lo ha segnalata Eddie Tone, il direttore di Playboy Romania, grande estimatore del corpo femminile. Fu amore a prima vista, pochi fotografi ci hanno conquistati in tal modo. Da quel momento abbiamo iniziato a divorare i suoi scatti pieni di erotismo, erotismo puro e genuino. Se volete regalarvi delle emozioni straordinarie “googlate” il suo nome: centinaia di nudi, solo nudi, corpi morbidissimi. E’ giovanissima, ancora una ragazzina. Nata in Ucraina, vive a Praga, anche se nella gran parte dell’anno girovaga per il mondo scattando per le riviste più chic e importanti. Ricordatevi il suo nome perché per i prossimi quarant’anni dominerà la scena. Per semplificare il paragone la possiamo avvicinare a Helmuth Newton, con la piccola precisazione che per una donna, in principio per lo meno, dovrebbe essere più complicato esaltare la bellezza del corpo femminile.

Saranno dettagli, chissà. Fatto sta che nessun altro fotografo ci intriga quanto lei. Ha una facilità straordinaria nel portarci all’esaltazione, al nirvana, ci tiene incollati allo schermo, ci ipnotizza, ci ammaglia. Quasi sempre le sue donne sono snelle, mai nervose, sempre armoniche, rilassate, disinibite. Uno spettacolo che vorremmo non finisse mai: fortunatamente nei prossimi decenni ci delizierà con la sua magia. E ora proviamo a scoprirla. - Partiamo dall’inizio, come hai iniziato? - Cinque anni addietro, più o meno. I miei sapevano quanto amassi la fotografia, così mi hanno regalato una macchina professionale, fino a quel momento non avrei mai pensato di poter diventare una fotografa, semmai immaginavo di fare il critico d’arte. Non è un caso che fin dal primo scatto sono stata la più critica con me stessa. - Perché fotografi solo e solamente delle donne

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nude, sempre meravigliosamente nude? - E perché no? Però facciamo un distinguo fra quello che significa il nudo per una donna e per un uomo. Per voi uomini conta di più la sensualità, l’erotismo. Per noi donne è importante la bellezza, il mistero, è così che mi sono avvicinata al nudo, mi piace lasciare spazio all’immaginazione, so che ad alcuni possa sembrare strano. La mia idea di fotografia presuppone un ampio margine per la fantasia, non voglio semplicemente creare delle immagini statiche, nello studio, pose studiate, bensì un’azione. Ecco, io essendo donna so come realizzare una atmosfera del genere. - Perche sempre ragazze? Mai un uomo nudo, strano. - Un’artista deve concentrarsi su quello che lo ispira, la bellezza e la raffinatezza sono eterne, per me il valore eterno della bellezza sta nel saper mostrare delle emozioni fortissime, ovvero trasmettere quel erotismo


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sensuale. Mi rilassa, mi esalta ammirare lo splendore delle donne, mi apre degli orizzonti infiniti. - La soddisfazione più grande fino ad ora? - Il fatto che la gente riconosce subito i miei scatti perfino quando sto sperimentando. Ho un mio stile, trasmetto qualcosa. Non basta vedere la foto nella tua testa, devi saper parlare con il pubblico, usare un linguaggio che tutti possono capire. C’è un senso di movimento nei miei scatti che li rende facilmente riconoscibili, ecco la soddisfazione più grande. - C’è un tipo di donna che ti piace fotografare in maniera particolare? - Non si tratta di un tipo di donna, ma dell’energia che riesce a sprigionare e trasmettere. Non mi piacciono le bambole statiche, le donne fredde che dicono nulla. Amo le donne passionali, sensuali, che sanno commuoverti. - Ti piacerebbe fotografare qualcuno degli anni passati? - Non credo sia una buona idea. La fotografia rappresenta un periodo di tempo specifico ed è la modalità più contemporanea di arte pittorica. Le persone famose appartengono al loro tempo, non penso che Coco Chanel sarebbe pertinente nelle fotografie contemporanee, il suo stile di vita, il carisma sono stati simbolo proprio della sua epoca. Ecco perché è diventata la leggenda del suo “ tempo d’oro “. - Cosa rappresenta la fotografia per te? - E’ la mia visione del mondo, che non dipende dalla fotocamera o dall’obbiettivo. Se vuoi essere speciale, riconoscibile e diverso dagli altri non devi pensare alla tecnologia, ma alla tua promessa: capire che cosa vuoi esattamente fotografare e dire.

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Martina Boccaccia

Rising star

Foto: Michele Coppola

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olce e sensibile. E furba. Scrivi anche del mio sogno, affermarmi come modella e come conduttrice televisiva”. Ok, Martina, sarà fatto. A guardare le fotografie di Michele Coppola non abbiamo alcun dubbio che ci riuscirai. Sempre sorridente e con tanti progetti nel cassetto, Martina vede tutto rosa: d’altronde perché non dovrebbe? Ha iniziato grazie ad un concorso, poi tanta gavetta e migliaia di casting. Se le chiedi quale fosse il suo punto di riferimento, risponde subito: Ilary Blasi poi diventata Signora Totti. Parlavamo prima degli scatti di Michele: per giorni abbiamo pensato se pubblicare due, tre fotografie oppure quattro, poi si è deciso per una soltanto, però di dimensioni ampie, così da poterci gustare in pieno la bellezza di Martina e la bravura del fotografo. Parlando di lei, la descrive così: “Martina è deliziosa, divertente. Lavorarci assieme è un po’ come intraprendere un viaggio attraverso la sua sensualità e le sue fragilità, ha quella bellezza innocente che anche quando provi ad esasperare, mantiene sempre un qualcosa di raffinato. Può essere irriverente, provocante, ha la capacità di ironizzare e sdrammatizzare situazioni a volte complicate, poche persone sono in grado di farlo. Ma la cosa più sorprendente di Martina è che quando credi di averla capita, ecco che ti cambia le carte in tavola, e da “femme fatale” è capace di diventare estremamente dolce e innocente. Lei non finge, è così. Ti sorprende, questo per un fotografo è sempre una grande sfida. Ti lascia sempre quella sensazione di averla “catturata”, ma mai del tutto, che c’è ancora qualcosa di misterioso in lei. Per le sue caratteristiche le strade migliori possono essere la pubblicità, la televisione e chissà, magari un giorno anche il cinema. Quello che le auguro comunque è di rimanere sempre quella che è, “una piccola principessa” che sogna ma che sa rimanere con i piedi per terra. Perché così è bellissima”.

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The Boss

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a parte della categoria di persone che ammiriamo a non finire. La gente che fa, che impera, che domina, che vince. Chiacchiere poche, fatti tanti. Lo chiamano Mister F1 Supremo: ovvio, ha trasformato la Formula Uno in un circo miliardario. Ha 83 anni e un’energia da giovanotto, non molla un centimetro ed è alla perenne ricerca di nuove possibilità per far crescere l’affare. Forse se ne parla troppo poco di lui: la spiegazione c’è, i piloti sono giovani e belli, ricchi e famosi, dura poter lasciare la prima pagina ad un signore con i capelli bianchi. Non che a lui possa importare, ma ci dispiace sempre quando non si esalta nella maniera giusta la gente che porta avanti il mondo. Da anni è fra le prime posizioni delle persone più ricche della Gran Bretagna, nel 2003 fu terzo, ora si sa solo che le sue fortune aumentano a 4 miliardi di euro, tutto questo dopo la separazione consensuale dalla seconda moglie, la ex modella croata Slavica Radic, 28 anni meno di lui, liquidata con un miliardo di euro. Sono tanti soldi, ma vista l’età non è che possa cambiargli la vita avere in banca mezzo miliardo in più o in meno. E poi con la cessione delle quote nella F1 ha già un bel gruzzolo. Figlio di un capitano di un peschereccio, Bernie è da una vita nel mondo delle macchine: a 16 anni ha lasciato la scuola per aprire una concessionaria assieme ad un amico: Compton&Ecclestone (diventerà poi una delle più grosse del Regno Unito). Siamo nel dopo guerra, 1946: tre anni dopo entra nel mondo della Formula 3 come pilota, smettendo subito per via di un incidente a Brands Hatch. Nel 1957 acquista il team di Formula Uno Connaught e fa da manager a Stuart Lewis Ewans, il quale poi perderà la vita durante il Gran Premio del Marocco. Ci riprova alla fine degli anni sessanta ma la sfortuna lo perseguita: pure Jochen Rindt, suo assistito, perde la vita in un gran premio, stavolta a Monza nel 1970. Finisce così la sua carriera come manager e inizia quella come patron: nel 1972 acquista la Brabham da Ron Tauranac, per la quale aveva gareggiato una quindicina di anni. La seconda vita, la vera vita di Bernie inizia qui: assieme ad altri proprietari di scuderie mette in piedi la FOCA (Formula One Constructors Association), associazione nata con lo scopo di mutilare e mettere le spalle al muro la FIA. Sarebbe ideale anche nel calcio, ma non accade. Ecclestone diventa potente, sempre più potente, ottenendo vittorie dopo vittorie, calpestando la FIa e ottenendo i diritti tv per i Gran Premi. Nello stesso tempo Nelson Piquet domina il circuito con la Branham (1981 e 1983) di Bernie: siamo all’apoteosi. La Formula Uno è lui: con una sapienza unica e tenacia da manuale aumenta gli introiti e diventa in pratica il patron dell’intero circo. Siamo nel 1987 quando viene nominato vicepresidente della FIA, la stessa che in pratica aveva annientato prima. Ora la “resuscita” e la fa sua: colpo da maestro. Avere una scuderia ormai non gli interessa vista che le ha tutte sotto controllo: così che vende la Brabham all’Alfa Romeo, ma senza di lui fallisce. Poco male per Bernie, ovvio: le ambizioni poi erano già diverse. Per gestire i diritti televisivi e gli altri aspetti commerciali crea la Formula One Promotions and Administration (FOPA), che successivamente si trasforma in Formula One Management, che ge-

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stisce non solo i diritti televisivi ma anche i premi gara, i contratti con gli organizzatori delle gare e le sponsorizzazioni, trasformandosi nel vero centro di potere della Formula 1. Tradotto significa che Ecclestone trasforma uno sport ancora in parte amatoriale in una macchina da soldi soprattutto da quando ai gran premi cominciano a partecipare, come concorrenti o fornitori, i più grandi gruppi automobilistici del mondo. Dietro le quinte si dimostra essere un mago: “unge” il partito di Tony Blair con un milione di sterline per avere in cambio agevolazioni legate al diritto di continuare a pubblicizzare le sigarette (fra l’altro il divieto fu una delle più grandi idiozie). Uomo dai modi semplice e spicci, non perde tempo con chi la pensa diversamente da lui: “Se qualcuno disturba me o il mio modo di lavorare, allora smettiamo semplicemente di collaborare. Non mi interessa che la gente dicesse di me che sia un bel tipo, mica mi devo candidare a sindaco”. Come dargli torto? Qualche anno addietro voleva acquistare l’Arsenal, ha dovuto accontentarsi del 62 per cento del Qpr, squadra acquistata assieme a Fabio Briatore nel 2007: un successone, poi però hanno dovuto cedere il club per via dei problemi di Flavio, diventato persona poco gradita nel mondo dello sport britannico. Ha avuto tre mogli: la prima, Ivy Bamford, sposata nel 1952. Una figlia (Deborah) e qualche anno dopo la lascia. Fino al 1980 vive libero, poi incontra la modella croata Slavica Radic: come già scritto, si sono separati nel 2009. Nel 2012 rieccolo all’altare con la brasiliana Fabiana Flosi, modella conosciuta al Gran Premio del Brasile proprio nell’anno del divorzio, guarda caso. 46 anni di differenza fra di loro, ma l’amore supera ogni ostacolo, dicono quelli bravi. Per la cronaca l’anello di fidanzamento costò 100.000 euro. Indelicato parlare di soldi? Certo che no. Le due figlie, Petra e Tamara, avute dal matrimonio con Slavica, ha cercato di educarle nel senso del rispetto per il danaro: senza alcun successo, va detto. Controlla le loro bollette telefoniche (ma forse ha smesso, visto che le figlie si avvicinano alla trentina), cerca di far capire loro quanti giorni di lavoro siano necessari per acquistare una borsa griffata o altro: un po’ dura che il suo messaggio possa passare quando vivi in una dimora di 57 milioni di sterline nel cuore di Londra, a Kensington. Per non dire quando acquisti alle stesse figlie case di 110 milioni. Se gli domandi quali sarebbero i suoi hobby risponde senza esitare: “I miei affari”. Finora ha fallito, o meglio dire non è ancora riuscito in due imprese: portare sul circuito della Formula Uno una donna e un cinese. “Più facile che arrivi un cinese”, racconta, “perché una donna non verrebbe mai presa sul serio. All’inizio non verrebbe assunta in un team, così correrebbe nelle ultime file e finirebbe per essere considerata solo un accessorio”. Vero. Non gli è riuscito nemmeno di portare la gara a Las Vegas, anzi, poteva farlo ma gli è stato detto che sarebbe impossibile correre sulla strip, davanti ai grandi alberghi: “Nel deserto non mi interessa correre, per quello c’è il Gran Premio del Bahrein”. Di mollare la presa non gli interessa, di pensare ad un sostituto ancor meno: quando arriverà quel giorno la Formula Uno non sarà più affar suo. D’altronde, come lo ha sempre ammesso, “tutto quel che ho fatto l’ho fatto per me, solo per me”. Applausi.


Sasha Grey Juliette Society

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asha Grey è una garanzia, se si tratta di argomenti a luci rosse. Nonostante l’età, 25 anni appena, vanta una fama mondiale nel campo nel cinema hard. Ha smesso in fretta, dandosi alla scrittura. Probabilmente l’idea è nata sulla scia del successo del bestseller Cinquanta sfumature (il colore sceglietelo voi), ma le differenze sono enormi. Juliette Society non è un polpettone rozzo per casalinghe annoiate e non assomiglia nemmeno lontanamente ad un soporifero romanzo rosa: è letteratura pura, con buona pace dei livorosi che diventano viola di rabbia ogni qualvolta un libro abbia successo. Niente ideologia, niente moralismo, niente pistolotti femministi: solo voglia di vivere leggeri. Sasha, nome vero Marina Ann Hantzis, ha sorpreso tutti: Massimiliano Parente su Libero si è spinto oltre, dicendo che “il romanzo sia superiore di gran lunga a gran parte dei libri a cui noi italiani diamo dei premi”. Onestamente difficile dargli torto. Il romanzo, dunque. Il nome Juliette è un riferimento alla Juliette de Sade, sorella di Justine e sua antitesi morale. Society invece è il mondo visto con gli occhi

Alina Talmaciu Tacco 12

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usi è una piccola cittadina nel nord della Romania, trenta mila anime. Una di loro si chiama Alina, ha 21 anni, la vedete nelle foto e di mestiere fa la modella, la musa, gira dei video musicali e molto altro, sempre con dei tacchi infiniti.

E’ una prerogativa, un classico, una filosofia delle ragazze dell’est: per piacere agli uomini e a se stesse ci vuole il tacco. Sempre. Ecco, Alina è così, tacchi vertiginosi per provocare vertigini. Ovvio che ci vuole anche altro, però guardate le fotografie e vi convincerete che la ragazza di Husi lascia il segno, non passa inosservata, delizia e stordisce. Arrivata in Italia quando non aveva ancora compiuto dieci anni (ovviamente con i genitori), si racconta così: “Sono molto timida agli inizi, poi mi scateno. Rido sempre, ammetto di essere un po’ difficile a volte, mi sorprendo permalosa ogni tanto. Vado pazza per Victoria’s Secret, sono una buona forchetta, i dolci il mio cruccio, ama viaggiare e scoprire scorci di mondo ancora segreti”. Ha girato un video con Carolina Marquez feat Pitgull & Dale Saundre, partecipato ad uno spot pubblicitario per il lancio di Glee, il resto è tutto da scoprire. Come dicono gli anglofoni, the best is yet to came.

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di una studentessa di cinema. Un po’ Sex and the City, un po’ Cinquanta sfumature, fatto sta che Sasha riesce a essere più credibile di E.l.James perché davanti agli occhi abbiamo lei, con il suo passato hard e il presente raggiante. Per chiudere con un’altra citazione di Massimiliano Parente “se prima Sasha era la mia ossessione sessuale, dopo averla letta mi sono innamorato anche del suo cervello”. Sottoscriviamo.


Angelo Inglese Collezione Deluxe

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AT.P.CO M

ade with love. Just to wear. Elementare ed invitante il loro slogan: fatto con amore, pronto per essere indossato. Perfino il sito è favoloso, entrare per credere: www. atpco.it. Non soffermatevi sulle collezioni, oppure si ma poi andate oltre: cliccate sui blog, non importa se

iventa un esercizio alquanto impossibile disquisire sulle meraviglie artigianali di Angelo Inglese: ideale sarebbe che al nostro posto ci fosse una pena ricca, ricchissima, prendiamo Mario Vargas Llosa e il suo mondo pieno di iperbole e metafore, una narrativa fatta di sovrapposizioni di tempi e piani, solo così si potrebbe rendere giustizia, raccontare ed elogiare nella maniera perfetta la poesia delle camicie di Angelo e sua moglie Graziana, artisti diventati famosi nei quattro continenti, acclamati ovunque, soprattutto in Giappone, paese di autentici intenditori. Le camicie sono dei capolavori, 25 passaggi a mano, con tutte le cuciture rimboccate e ribattute manualmente: fianchi, maniche , giro manica, spalline e carré, lato asole e bottoni, i polsi, il fessino, l’orlino con punto foulard. Poi ci sono piccole asole e travette ricamate che rinforzano alcune parti della camicia, i bottoni attaccati con punto giglio: una sinfonia di operazioni, una favola, una storia d’amore.

Urban chic

ideas, style, people. Ne rimanete affascinati, entrerete in un mondo pieno di personaggi, fatti, situazioni trendy, all’avanguardia, non a caso le sezioni si chiamano atypical. E non è un caso se il nome dell’azienda è AT.P.CO, ovvero… atipico. Giocano molto, i ragazzi dell’azienda bresciana Gol-

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den Season: si divertono e lo si vede, lo si percepisce. Le collezioni sono esattamente come loro: vivaci, frizzanti, colorate, chic, quell’urban chic che piace sempre. Abbiamo scelto sei capi, ma tanti altri avremmo voluto pubblicare.


Scatti d’autore La regina della Versilia

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ella femminilità poetica espressa negli scatti di Monica Cordiviola si potrebbe scrivere all’infinito. Ironica, sofisticata, decisa, carnale, sanguigna, teatrale, vigorosa, dark e romantica. Sa trasmette un senso di piacere e un godimento raramente visti altrove. Sempre irriverente, a tratti sontuosa, riesce sempre a far scoprire i lati profondi, nascosti, latenti di una donna. E quando la donna si chiama Tatiana Rovai il quadro diventa peccaminoso, boccaccesco, pieno di pensieri inconfessabili, osè, oltre i limiti. Tatiana, dunque. Una geisha rock, la potremmo definire: sa giocare con gli opposti come nessuna, opposti che si schiantano, un misto fra film noir e visioni romantiche. Tatiana è una specie di istituzione, nel mondo versiliese: pr con il piglio del manager, decisa e ammagliante, impera nelle serate che organizza a La Capannina, locale storico di Forte dei Marmi. Lo possiamo affermare senza alcun dubbio, le notti più chic della riviera sono affar suo. Fra una serata coi fiocchi e un’altra trova sempre tempo per scattare assieme a Monica. Il risultato sono le foto che vedete, immagini che vivono di tensioni, di contrasti, teatrali e sparkling come le bollicine di un Dom Perignon. Le parole sono superflue. Rimane da dire solo “Enjoy”. Aggiungendo: solo per intenditori.

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Cool Models

Sasha Luss

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omina e divora la scena della moda come poche altre. Scoperta e lanciata da Karl Lagerfeld ha iniziato con l’agenzia IQ Models di Mosca per poi diventare una star, quasi una top model. La 22enne di Magadan è passata in un lampo ai più alti livelli, vedi Elite International che la rappresenta a Parigi mentre in Italia viene seguita da Woman Management. Sulle passerelle da quando ne aveva 15 anni (ma quanto è cambiata), , si è imposta definitivamente l’anno scorso a Parigi quando impressionò gli addetti alle sfilate della haute couture. Una cover al mese (Vogue, Marie Claire, Numerò), una campagna pubblicitaria più importante dell’altra, shooting e servizi fotografici per le maison più rinomate, da Chanel ad Emporio Armani, da Donna Karan a John Richmond, sfilate per Dior e Versace, Cavalli e tanti altri: ammettiamolo, si merita il tutto grazie ad un viso camaleontico, a volte ingenuo a volte provocatorio, ad un corpo perfetto (è alta 1,78). Ha quasi 60.000 followers su Instagram e, fatto alquanto inconsueto per una modella, studia a Cambridge storia della letteratura.

Luna Balsamo

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’abbiamo conosciuta una sera di fine settembre, era il periodo delle sfilate, lei stava scendendo da una limousine nera e il mondò si fermò. Si muoveva con una sinuosità incredibile, felpata e ondeggiante, silente e felina, misteriosa e incantevole. Capelli lunghi, pelle olivastra, curve e seduzione innate, sguardo romantico e leggermente altrove, viso da bambolina innamorata, dolce e sensibile, profuma di paradiso: una visione. Si dice sempre che la prima volta non si scorda mai, eppure la seconda fu ancora più travolgente, perché la nostra vita si divide fra persone ed esperienze che ci regalano emozioni e quelle che ci lasciano indifferenti: brillava, era un’esplosione di rara bellezza. Luna fa parte del ristretto novero di donne elettriche, passionali, donne che lasciano il segno, sguardo e corpo che ti rimangono impressi, immagini che ti inseguono ovunque. Modella in continua ascesa, grintosa e sempre con quel fuoco irresistibile di chi ama piacere, la puoi incontrare sempre accanto ad un’altra dea del mondo fashion: dovrebbero essere loro le due veline e nell’immaginario di molti lo sono. Ti avvolge e ti coinvolge con un semplice sguardo, ti ipnotizza, guardarla è felicità pura.

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Merlin Luur

’hanno cosparsa di miele, per il calendario 2014 di UnderwearWeek. Poi sopra hanno versato una glassa di cioccolato e dei confettini colorati. “Mi sentivo come una sugarbabe”, racconta divertita la ragazza di Tallin, “città piccola e perfetta”. Sta per compiere 22 anni ma è già una veterana, nel senso che ha iniziato con il modelling a 14: “Ero ad un concerto con una amica e mi si è avvicinata una signora dandomi il suo biglietto da visita. Ecco, niente di particolare, la mia carriera è cominciata così”. Fra le modelle della sua generazione apprezza molto Sasha Luss e Lindsay Wixon, per il resto ha smesso di guardare American Next Top Model e passa le giornate a fare casting. Se le chiedi due parole su di lei risponde : Sono tenera, sveglia e con una grande capacità di adattarmi”. Comunque il suo desiderio più grande è di essere, un giorno, la madre perfetta: “fin da bambina sognavo e sogno di diventare la mamma più amorevole al mondo, essere presente per i miei figli in ogni momento della giornata, suonerà strano ma a me non piace il tipo di donna che appena vede i bambini crescere molla tutto e torna al lavoro, no, io voglio condividere con loro ogni momento”.

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Tech and chic

Phablet

La parola ci piace e soprattutto rende l’idea: tablet che telefonano, smartphone con schermi giganteschi, forse scomodi da mettere nella tasca ma spettacolari all’atto pratico. HTC One Mini Il guscio in metallo levigato, il lettore per l’impronta digitale, la funzione Htc Zoe (spara raffiche di foto con cui si possono creare mini filmati di tre secondi): decisamente il phablet più chic. HTC presenta un’edizione limitata di HTC One mini, versione fashion e compatta del pluripremiato top di gamma HTC One, disegnata dallo stilista georgiano David Koma. Vero e proprio must-have per gli style addicted in cerca di prestazioni top unite a un elegante look premium, HTC One mini by David Koma é lo smartphone “haute couture” della gamma HTC: 200 i minuti richiesti per scolpire e modellare uno ad uno i singoli modelli, è un chiaro esempio dell’influsso della moda nella produzione di uno smartphone.

Huawei Ascent Mate 2

Come prezzo costa la metà di tutti gli altri però attenzione: in molti casi supera la prestigiosa concorrenza per quello che riguarda le prestazioni, vedi l’autonomia di due giorni (consente la visione di sei film e l’ascolto di100 ore di musica con un singolo ciclo di carica). E’ sottile, con uno spessore di soli9,5 mm, il display di 6,1 pollici, la fotocamera frontale da 5 megapixel; la sua forma elegante e il suo involucro ergonomico consentono di tenere lo smartphone comodamente nel palmo di una mano. La funzione per il multitasking Floating Window fornisce contemporaneamente l’accesso a molteplici applicazioni quali le note, i messaggi, il calendario e la calcolatrice. La connettività ultraveloce LTE CAT4 di HUAWEI Ascend Mate2 4G permette il download di film in pochi minuti o l’upload di file di lavoro in un lampo, con velocità fino a 150 Mbps.

ToyWatch MrHyde

Grintoso e al tempo stesso unconventional, ToyMrHyde gioca sul contrasto e sulla scoperta, senza mai rinunciare alla minuziosa cura dei dettagli. Orologio col cinturino borchiato che svela l’interno rosso, modello dalla doppia natura audace e appassionata, disponibile in due varianti, realizzato in materiale dalla speciale lucidissima finitura. La cassa è di 40 mm, il movimento giapponese solo tempo è al quarzo con datario a ore 3, è resistente all’acqua fino a 5 atmosfere.

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Fashion Portfolio

Anthony Morato

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el 2007 Lello Caldarelli ha fondano Antony Morato. Concepita come un brand di moda attento ai trend e binomio di massima qualità al miglior prezzo, l’azienda si è velocemente posizionata tra i protagonisti di primo piano nel panorama del casualwear maschile. Il marchio ha creato un proprio linguaggio stilistico sia nella vasta offerta di prodotto che nelle originali strategie di comunicazione, supportato da un’attitudine molto fresca e da un look ben riconoscibile. Dopo soli cinque anni di vita il brand ha prodotto circa quatto milioni di capi distribuiti in tremila punti vendita nel mondo. Le collezioni Antony Morato sono vendute attualmente in 30 negozi monomarca - posizionati in zone strategiche dell’Europa, dell’Asia e del Sud America - e in boutique multibrand distribuite in più di 50 Paesi. Nell’immagine capo raffinato che gioca con i contrasti, il blu ed il nero, il chiaro e lo scuro, lucido e opaco, tecnico e naturale. I tessuti, il raso ed il velluto opaco, si mescolano, il taglio squadrato e lineare esalta la pulizia del capo, sottolineando l’essenzialità delle linee ed esaltando il fit asciutto. Un capo elegante, da sera, ma utilizzabile anche in occasioni meno formali, da mixare con un jeans o un pantalone chinos.

Timberland, stile casual e funzionalità high-tech

Un’impostazione ibrida che fonde la classica attenzione per i dettagli con la più avanzata tecnologia in fatto di calzature. Grazie all’utilizzo di SensorFlex™, un sistema di sospensioni a tre strati che si flette ad ogni vostro passo, la scarpa attutisce i terreni sconnessi per regalarvi una camminata scorrevole e stabile e la leggerezza di un’atleta. Disponibili in versione mid-cut, chukka e oxford, il design elegante e la vestibilità sportiva della collezione Earthkeepers® Bradstreet esaltano un look stylish con tocchi di colore moderni e decisi.

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PT05 Beetle

Siamo PT addict fin dalla loro prima collezione. L’azienda di Pianezza, due passi fuori Torino, ha sempre saputo emozionare, proponendo dei capi dove qualità e ricerca la fanno da padrona, dove si mescolano classico e moderno, dove i particolari sono delle chicche imperdibili. Come da tradizione eccoli a stupirci ancora con il modello Beetle, un cinquetasche deluxe in denim Made in Italy ispirato a The Summer of Love, l’epoca in cui San Francisco era un crocevia di cultura, musica, poesia. ‘The Beetle Thinking, Summer of Love’ è il motto degli anni Sessanta – ricamato a mano sulla bottoniera dei pantaloni – che ha guidato il brand nel creare un pantalone di grande freschezza e impatto, che vuole avere la presunzione di strappare un sorriso a chi lo indossa. Declinato in colori psichedelici - giallo limone, verde menta, blu cobalto, rosa shocking - PT05 Beetle è impreziosito da innumerevoli dettagli: un maggiolino portafortuna ricamato a mano sulla tasca posteriore, le fodere e la salpa effetto jacquard e le cuciture a contrasto declinate in insolite sfumature di colori.

Blundstone

Pzero

Polacchino in nubuk

Sneaker New Volley

Il polacchino in nubuk di Blundstone, azienda che fa parte del portafoglio dei marchi distribuiti da Wp Lavori in Corso, nato come scarponcino da lavoro, la calzatura indistruttibile per eccellenza. Resiste all’acqua, alle alte temperature, ai microbi, agli olii, agli acidi e ai grassi organici. Oltre a essere robusto e sicuro, è incredibilmente comodo: la suola è progettata ergonomicamente per ridurre shock e fatica, il tacco è rinforzato con la tecnologia Poron per assorbire gli urti, il plantare interno, interamente rimovibile, assicura il giusto comfort al piede. Dotato di bande elastiche laterali, taglio a V e linguette per facilitare la calzata.

Per la collezione primavera estate 2014 PZero presenta le New Volley, la rivisitazione e attualizzazione di un modello di sneakers realizzato nel 1982 per la linea “Pirelli per lo Sport”, con il logo del doppio occhiello disegnato dal designer olandese Bob Noorda, che negli anni 60 fu art director di Pirelli e firmò la celebre campagna del “Cinturato”. La New Volley è una sneaker vulcanizzata in tessuto, nylon e crosta ed è caratterizzata da una fodera tecnica gialla e ultraleggera. E’ disponibile in sette varianti colore, dal royal blue tecnico al giallo Pirelli e a tutti i colori del mondo active

Doucals Academy

Soft Good Year

Il tema più giovanile della collezione, brogues con perforature leggere, modelli con fibbia ed allacciati abbinati a fondi extralights colorati che aggiungono alla linea una particolare aria da preppy academy e da serate d’estate a Newport beach. Materiali come nabuk naturali mixati a tessuti multicolor blu, azzurro, panna, testa di moro, verde, rosso, senape, poi il camoscio velours testa di moro, verde sabbia, genziana, blu tabacco e vitello schiarente e cerato testa di moro, rosso, iris.

Per celebrare il 40° anniversario Doucal’s lancia una nuova esclusiva costruzione, Soft Good year, studiata specificatamente per l’estate per la sua super flessibilità ed incredibile confort, presentata in 4 modelli:loafer camoscio verde, francesina con puntale camoscio rosso, derby liscio camoscio sabbia, doppia fibbia con puntale camoscio cobalto con tocchi di anticatura.

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Gran Sasso

ntiche tecniche artigianali e moderni processi produttivi, telai e tinture, colori e filati naturali, il tutto per realizzare dei capi raffinati, perché lo slogan della famiglia Di Stefano è stato fin dal primo giorno “la qualità è sempre di moda”. Rewind: 1952, quattro fratelli entusiasti e visionari aprono un’azienda a sud del confine fra Marche e Abruzzo nel piccolo paese di Sant’Egidio alla Vibrata. Si chiamano Nello, Eraldo, Alceo e Francesco Di Stefano, hanno una gran voglia di fare e di conquistare il mondo, difatti in meno di un decennio riescono imporsi e diventare un marchio di prim ordine per poi iniziare ad espandersi anche all’estero. Oggi l’azienda è più fiorente che mai, fortunatamente e meritatamente il fatturato aumenta anno dopo anno, il vento della crisi non ha nemmeno sfiorato la realtà di Sant’Egidio perché quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Un impegno diabolico, una volontà di superare le intemperanze oltre ogni immaginazione, grinta feroce e talento smisurato: sono loro, Gran Sasso, ovvero la famiglia Di Stefano assieme ai quattrocento dipendenti. La collezione primavera-estate è un cioccolatino, brillante e chic, intensa e fresca: basta guardarla per innamorarsi.

GaGà Milano Manuale Thin

Un arcobaleno di colori su Baselworld 2014: GaGà Milano, ovvero creatività, colore ed eleganza, stile e stravaganza, quadranti con numeri arabi a contrasto, allure minimal e al tempo stesso elegante, corona di carica

posizionata a ore 12, marchio di fabbrica della maison. Il Manuale 40MM e Manuale 46MM, ideale per un polso femminile, vengono proposti nelle versioni con cassa acciaio, placcato oro, cassa oro rosa o acciaio con

diamanti, arricchedosi di nuove proposte cromatiche per quadranti e cinturini, ton sur ton oppure a contrasto, che valorizzano i modelli con cassa in acciaio lucido e placcata oro.

Manuale Thin 46 MM Placcato Oro rosa Movimento: Swiss made quarzo, Cassa: placcata oro rosa, Quadrante: smaltato bianco con sfere e numeri placcati oro rosa

Manuale 40 MM Acciaio Movimento a quarzo, Cassa in acciaio lucido, quadrante in madreperla con sfere acciaio e numeri verdi, cinturino: pelle stampa cocco verde

Manuale 40 MM Placcato Oro Movimento a quarzo, cassa in acciaio, placcata oro rosa, quadrante sunray con sfere placcate oro rosa e numeri rossi e placcato oro, cinturino in pelle stampa cocco chocolate

Manuale Thin 46 MM Acciaio Movimento Swiss made quarzo, cassa in acciaio satinato, quadrante: acqua marina con sfere e numeri in acciaio, vetro bombato ad alta resistenza con trattamento zaffiro

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Lugano, mon amour

14.000 metri quadri, un parco ricco di fiori e alberi secolari, giardini curati, il panorama lacustre, appartamenti senior living che vantano arredamenti di lusso e servizi degni di un albergo a cinque stelle, un ristorante gourmet meritevole di almeno una stella Michelin: benvenuti alla Residenza Parco Maraini.

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Residenza Parco Maraini Lusso a Lugano

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a terza età può essere una fase della vita ricca di stimoli, di conoscenze e di esperienze a patto di viverla nel posto giusto e con le persone giuste. La Residenza Sanitaria Assistita Parco Maraini è il luogo ideale dove trascorrere molti anni sereni godendo di tutta la sicurezza e l’assistenza che può offrire un team di esperti specializzato nella relazione con gli anziani. I residenti troveranno nel personale altamente specializzato di Parco Maraini le risposte più chiare e precise; e sappiamo quanto sia importante essere informati su ciò che riguarda la propria salute, soprattutto quando si dipende da qualcun altro. Al Parco Maraini al rapporto confidenziale con i residenti si sposa la competenza professionale e il calore di un vero ambiente familiare. Il tutto nella meravigliosa cornice di un parco ricco di fiori e alberi secolari affacciato su uno dei più affascinanti panorami del lago di Lugano: una particolarità unica. La struttura di Parco Maraini è all’avanguardia: può offrire il comfort più completo e la più completa attenzione professionale a una clientela dalle esigenze più diversificate. I clienti non autosufficienti troveranno tutta l’assistenza di cui necessitano 24 ore su 24. Inoltre, negli appartamenti senior living i residenti autosufficienti potranno godere dei comfort di un grande albergo, con in più la sicurezza di una tutela discreta e non invasiva: ogni abitazione è infatti lussuosamente arredata e dispone di un luminoso soggiorno con cucina all’americana, di un ampio balcone vista lago, di tv, telefono e wifi. Inoltre, ogni ospite ha la possibilità di personalizzare il proprio ambiente con i mobili di sua proprietà. Secondo le precise intenzioni del management, diretto negli ultimi due anni dall’Amministratore Delegato Marco Marzorati, Parco Maraini è concepito perché nessuno si debba mai sentire in una struttura sanita-

ria, nonostante il livello dei servizi disponibili, come l’assistenza infermieristica continua, la fisioterapia, un nutrizionista che personalizzerà la dieta di ciascun residente e un articolato programma di animazione che intratterrà gli ospiti quotidianamente. - Proprio al Dott. Marzorati, esperto del settore, chiediamo come vede lo sviluppo dei senior living?

- Dipende dall’area geografica. In Italia ci sono strutture in grado di dare un buon servizio sanitario ma mancano certamente strutture in grado di offrire un servizio alberghiero a cinque stelle mentre vi è una domanda sempre crescente di questa tipologia di offerta. In particolare le cosiddette strutture di “Independent senior Living” esistono ma non in numero adeguato al soddisfacimento della domanda. Operando prevalentemente all’estero ho avuto modo di riscontrare che quest’ultima tipologia di servizio è presente nei principali paesi europei ed è in costante crescita. - Cosa ne pensa del fenomeno degli expatriates pensionati europei di cui spesso si parla?

Marzo Marzorati

Lusso e confort in un parco secolare sul lago. Vivere a pieno la terza età alla Residenza Parco Maraini di Lugano.

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- Non è un fenomeno nuovo, tuttavia è un fenomeno destinato a crescere. In Italia, la nazione ove vi sono certamente maggiori vincoli di natura affettiva ad allontanarsi dai propri cari, l’Inps conta già più di 400.000 pensionati espatriati. Nei paesi anglosassoni il fenomeno è ovviamente di ben altre dimensioni. La tendenza è verso paesi caldi con un basso costo della vita. In quest’ambito il Marocco è diventata una delle mete più appetibili, non ultimo per il fatto che ha attuato una politica fiscale incentivante per i pensionati riservando loro una imposizione sui redditi da pensione estremamente bassa. - Come si posiziona la presenza di alta tecnologia in questo ambito? Vantaggi? Avete o state già usando al Parco Maraini di Lugano dei sistemi di monitoraggio particolari?


- Le innovazioni tecnologiche hanno portato numerosi vantaggi anche in questo settore. Esistono sempre più strumenti che permettono un costante monitoraggio della salute degli anziani, agendo in maniera non invasiva. Per esempio, sensori wireless posizionati all’interno delle camere o degli appartamenti che in caso

di cadute, malori o movimenti anomali provvedono a dare automaticamente l’allarme permettendo un rapido e tempestivo intervento da parte degli operatori sanitari. Non dimentichiamoci inoltre che la diffusione di massa di metodi di comunicazione digitale, ha generato dei risvolti molto importanti anche nell’ambito

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del senior living. Basti pensare alla possibilità, per chi decide di trasferirsi in strutture lontane dalle proprie residenze, di potersi mettere in comunicazione a bassissimi costi sia con i propri cari, sia con dei medici specializzati,attraverso per esempio l’utilizzo di Skype piuttosto che altre applicazioni Web.


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