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CAPIRE LA FINANZA

Armi e Finanza


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Indice Introduzione 1. I finanziamenti all’industria delle armi 1.1 I rapporti tra banche e industria delle armi Box La Policy delle Banche sugli armamenti 1.2 Cluster bombs – Divieto di produrle ma non di finanziarle 1.3 Il ruolo dello Stato Box I limiti della Legge 185/90

Testo a cura di Andrea Baranes Irene Palmisano Fondazione Culturale Responsabilità Etica con il contributo di Francesco Vignarca Rete Italiana Disarmo

La presente scheda racchiude contributi vari della FCRE al dibattito su Finanza, Armi e Disarmo: alcuni brani presenti sono ripresi da pubblicazioni riportate in bibliografia. Editing Irene Palmisano Fondazione Culturale Responsabilità Etica Testi chiusi il 13/06/2012 2

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2. I mercati finanziari 2.1. Le Agenzie di Credito all’Esportazione Box La Sace

2.2 Le operazioni illegali 3. Gli impatti del commercio di armamenti 3.1 Risorse sottratte alla lotta alla povertà 3.2 Convertire il mercato: la campagna italiana NO F35 Box ReteItaliana Disarmo

Conclusioni Bibliografia Siti


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Introduzione I rapporti tra il mondo finanziario e l’industria degli armamenti sono molteplici, e coinvolgono diversi soggetti, dalle banche private alle agenzie di credito all’esportazione, fino agli attori attivi sui mercati finanziari. Considerati i diversi, pesanti impatti della produzione e del commercio di armamenti, in particolare per i Paesi più poveri, sarebbe auspicabile il massimo livello di trasparenza. Al contrario, questo settore è in qualche modo caratterizzato da un “doppio segreto”: all’opacità del mondo bancario e finanziario si somma l’ancora più impenetrabile segreto militare e legato agli enormi interessi strategici dell’industria della difesa. Ancora, tanto la finanza quanto il commercio di armamenti si muovono ormai su scala globale, mentre le (deboli) normative riguardanti il controllo e la trasparenza, tanto del mondo finanziario quanto di quello dell’industria degli armamenti, sono in massima parte tutt’oggi legate allo Stato-Nazione. Da anni l’Italia è stabilmente tra i primi dieci produttori ed esportatori di armi al mondo. Anche dal punto di vista bancario e finanziario, le fusioni degli scorsi anni hanno proiettato alcuni gruppi bancari italiani tra quelli di maggiore dimensione su scala europea e internazionale. Le responsabilità del nostro Paese sono quindi rilevanti. Se l’Italia, con la L.185/90, dispone di una delle migliori leggi al mondo riguardanti l’importexport di sistemi di armamento, molti dei rapporti tra mondo finanziario e industria delle armi sfuggono alle disposizioni di questa normativa, e andrebbero urgentemente regolamentati.

Così, caro Stefano, ti regalerò dei fucili. E ti insegnerò a giocare guerre molto complesse, in cui la verità non stia mai da una parte sola, in cui all’occorrenza si debbano organizzare degli otto settembre. Ti sfogherai, nei tuoi anni giovani, ti confonderai un poco le idee, ma ti nasceranno lentamente delle persuasioni. Poi, adulto, crederai che sia stata tutta una favola, cappuccetto rosso, cenerentola, i fucili, i cannoni, l’uomo contro l’uomo, la strega contro i sette nani, gli eserciti contro gli eserciti. Ma se per avventura, quando sarai grande, vi saranno ancora le mostruose figure dei tuoi sogni infantili, le streghe, i coboldi, le armate, le bombe, le leve obbligatorie, chissà che tu non abbia assunto una coscienza critica verso le fiabe e che non impari a muoverti criticamente nella realtà. Lettera a mio figlio, Umberto Eco Diario Minimo 1967

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1. I finanziamenti all’industria delle armi I prestiti bancari sono solitamente considerati la prima fonte di finanziamento per le imprese. Se questo è vero per alcuni settori, spesso i canali sono altri: l’emissione di azioni e obbligazioni, gli anticipi dei clienti o i crediti dei fornitori. E’ il caso dei produttori di armi. La Figura 1. mostra come, per alcune delle maggiori imprese del settore, i prestiti bancari non rappresentino che una fonte di finanziamento marginale rispetto ad azioni e obbligazioni, e rispetto ai crediti di

clienti e fornitori. E’ questo il caso ad esempio di Finmeccanica, la più importante impresa italiana del settore.

1.1 I rapporti tra banche e industria delle armi Al di là dei dati assoluti riportati in Figura 1, è necessario sottolineare come le banche svolgano un ruolo fondamentale per l’industria degli armamenti, come per la quasi totalità degli altri comparti produttivi.

Figura 1. Fonti di finanziamento per alcune imprese del settore difesa e armamenti

Fonte: “Trends in the financing of four sensitive sectors” (2007), studio realizzato da Profundo per BankTrack.

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Come mostrano i rapporti previsti dalla L.185/90, le banche intervengono ad esempio nel facilitare le operazioni di import-export di sistemi di armamento e nel permettere i relativi pagamenti. Parliamo di transazioni spesso molto complesse, della durata di diversi anni, e per le quali il ruolo della banca nel gestire il lato finanziario dell’intera operazione è nell’assicurare transazioni efficienti e rapide è di grande rilevanza. Ancora, le banche possono intervenire con specifici finanziamenti e linee di credito, erogando mutui, permettendo il pagamento degli stipendi dei lavoratori, garantendo particolari operazioni tramite fideiussioni o lettere di garanzia, e con una pluralità

di altri servizi di importanza fondamentale. Tutto questo senza considerare i fidi e i finanziamenti bancari, che rappresentano comunque un’importante fonte di capitali per molte imprese del settore. E’ importante sottolineare che la maggior parte di queste operazioni non sono rilevate dalla L. 185/90 e non sono soggette ad analoga trasparenza. E’ in particolare possibile che molti istituti di credito Italiani, che negli scorsi anni si sono impegnati e hanno dichiarato di volere uscire dall’elenco delle “banche armate” ai sensi della stessa L. 185/90 potrebbero continuare a intrattenere stretti rapporti con l’industria degli armamenti.

Tab.2 Relazione del ministero dell’economia e delle finanze operazioni autorizzate agli istituti di credito in Italia per l’export definitivo di armamenti

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La Policy delle Banche sugli armamenti A partire dagli anni ‘80 campagne di pressione per il disarmo, movimenti pacifisti e non violenti hanno coinvolto l’opinione pubblica nel dibattito sugli armamenti e le banche mettendo in atto una serie di azioni di pressione verso le banche armate italiane che gradualmente hanno sviluppato delle proprie linee guida in materia di finanziamento all’industria delle armi. La maggior parte di queste linee guida prevede non una completa esclusione ma la regolamentazione dei prestiti erogabili. Solitamente vengono esclusi i rapporti con i produttori di armi “controverse” quali mine antiuomo, armi chimiche, biologiche, nucleari e via discorrendo, viene inoltre previsto un elenco di paesi verso i quali la vendita di armi è giudicata ammissibile. Alcune banche vanno oltre prevedendo una completa esclusione del settore. Uno deiproblemi riguarda però la mancanza di trasparenza e la difficoltà di un monitoraggio esterno circa il rispetto degli impegni presi. Oggi la maggior parte degli istituti di credito italiani, almeno quelli di maggiori dimensioni, ha sviluppato delle proprie linee guida per il settore della difesa e degli armamenti. Tali linee guida sono in continua evoluzione. Per maggiori informazioni, si possono visitare il sito della

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Campagna di pressione alle banche armate e quello di Vizi Capitali. Negli ultimi tempi sono nati dei forum multistakeholder, ovvero dei luoghi in cui diverse parti in causa, le stesse banche, le reti e organizzazioni della società civile e altri soggetti, si incontrano per cercare un dialogo e l’elaborazione di linee guida condivise. Un tale percorso è ad esempio quello messo in campo dalla Fondazione Veronesi l’elenco completo su www.vizicapitali.org

1.2 Cluster bombs – Divieto di produrle ma non di finanziarle 1 Migliaia di morti l’anno. Il 98% civili. Uno su quattro è un bambino. Questo è il bilancio dell’utilizzo delle cluster bomb nel mondo. Le cluster bomb, o bombe a grappolo, sono costituite da un contenitore che viene lanciato da un aereo o da pezzi di artiglieria al suolo. Il contenitore si apre in volo, liberando centinaia di sub-munizioni esplosive. Non tutte però esplodono al contatto con il terreno. Secondo le ditte produttrici “solo” il 5% non esploderebbe, mentre evidenze empiriche sembrano mostrare che anche oltre il 20% rimarrebbero intatte al suolo. Intere regioni vengono così contaminate anche per decenni da questi ordigni, che possono poi esplodere al minimo contatto o sollecitazione.

1 Contributo di Andrea Baranes, “Cluster bombs – Divieto di produrle ma non di finanziarle”, in “Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo” IIIª Edizione. Ass. Culturale 46° Parallelo, Terranuova Editore, 2011.


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Per questo le bombe a grappolo sono state spesso equiparate alle mine antipersona. Queste ultime sono oggi proibite in moltissimi Paesi, in particolare quelli che hanno firmato e ratificato il trattato di Ottawa 2 contro le mine antipersona del 1997. Negli ultimi anni è nato un processo internazionale per un analogo trattato riguardante le bombe a grappolo. Capofila è stata la Norvegia che ha proposto nel 2007 il Trattato Internazionale per la messa al bando delle cluster bomb, noto anche come processo di Oslo. L’iniziativa è stata seguita da un ampio schieramento di organizzazioni della società civile che si raccoglie intorno alla Cluster Munition Campaign 3 e in Italia, come parte della rete internazionale, all’iniziativa della Campagna italiana contro le mine 4. Il processo di Oslo ha portato nel maggio 2008 alla stesura del testo di una convenzione sulle munizioni a grappolo, condiviso e sottoscritto da 108 Paesi. Il primo agosto del 2010, con la ratifica della 30esima nazione, il Trattato è entrato ufficialmente in vigore. Malgrado questi risultati, molto ancora rimane da fare. Diverse tra le maggiori potenze militari del mondo, a partire da Stati Uniti, Russia, Cina e altri, non figurano ancora tra gli aderenti. A metà del 2011 ancora 15 Paesi avevano in uso le bombe a grappolo, oltre 30 quelli ufficialmente con capacità produttiva e più di 20 quelli contaminati da questi ordigni. In molti casi le operazioni di bonifica sono ancora lunghe o peggio da iniziare. 2 Convenzione per la messa al bando dell’uso, lo stoccaggio, la produzione ed il trasferimento di mine antipersona e per la loro distruzione 3

http://www.stopclustermunitions.org/

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http://www.campagnamine.org/

L’Italia si era impegnata ad essere tra i primi trenta Paesi a ratificare l’accordo di Oslo e permetterne così l’entrata in vigore. La promessa non è stata mantenuta, ma seppure in ritardo a maggio del 2011 anche il nostro Paese ha ratificato il Trattato. Questo significa non solo impedire la produzione, lo stoccaggio e il commercio delle bombe a grappolo, ma anche distruggere gli stock esistenti e impegnarsi attivamente per la bonifica dei terreni che ne sono ancora infestati. Le organizzazioni che hanno sostenuto la messa al bando delle cluster hanno salutato positivamente la decisione italiana, sottolineando però alcuni pesanti limiti. In primo luogo il governo non ha ancora stanziato le risorse necessarie per permettere al nostro Paese di fare la sua parte nella bonifica delle zone infestate, un impegno esplicitamente previsto dal Trattato. La legge approvata in Italia, inoltre, vieta la produzione delle cluster ma non il loro finanziamento anche se prevede sanzioni penali per coloro che ne supportano “anche finanziariamente” produzione, commercializzazione e detenzione. Senza una legge specifica può così accadere che una banca italiana continui a finanziare una ditta straniera che li produce. In linea teorica anche una ditta italiana potrebbe trasferire all’estero la produzione e ricevere inoltre finanziamenti e sostegno economico dalle banche italiane. Altri Paesi si sono mossi in modo diverso. Il Belgio è stata la prima nazione al mondo ad approvare una legge che proibisce qualunque tipo di finanziamento alla produzione delle bombe a grappolo. La normativa belga rappresenta il primo caso di limiti imposti per legge alle possibilità di investimento finanziario per banche e fondi. Un precedente di enorme importanza, che da una parta

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conferma i devastanti impatti che possono avere le cluster bomb e dall’altro sottolinea come l’impiego del denaro non sia un’attività neutra. I nostri risparmi, depositati in banca o investiti in un fondo pensione o di investimento, possono avere enormi impatti tanto economici quanto sociali e ambientali, sia in positivo sia in negativo. Irlanda e Lussemburgo hanno già adottato normative analoghe, e diversi altri Paesi stanno lavorando per un’approvazione di leggi che proibiscano il finanziamento delle bombe a grappolo e delle mine antipersona.

la Rete Italiana per il Disarmo 6 e con l’assistenza della rete di Banca Etica, intendono proseguire la pressione per chiedere che anche il nostro Paese approvi una disegno di legge, presentato nel maggio 2010 e oggi in attesa di calendarizzione. La proposta legislativa chiede che si vieti il coinvolgimento delle nostre banche e istituzioni finanziare nel finanziamento anche indiretto di ordigni messi al bando da Convenzioni Internazionali sottoscritte e ratificate dall’Italia.

Nel frattempo sono i singoli clienti e risparmiatori che devono chiedere una piena Secondo un rapporto del 2011 trasparenza alle banche e ai di IKV Pax Christi e Netwerk fondi pensione e di investiVlaanderen 5, ben 39 miliar39 miliardi di dollari mento, per fare in modo che di di dollari in tutto il mondo i loro risparmi non vadano sono investiti in imprese che in tutto il mondo sono a finanziare questi micidiali investiti in imprese producono bombe a grappoordigni. Come ha già mostrato lo. La maggior parte delle 166 che producono bombe negli anni passati la Campabanche e imprese finanziarie gna di pressione alle “banche a grappolo o cluster coinvolte hanno sede in Paearmate” 7, un’iniziativa dal bombs si che non hanno ratificato il basso e partecipata dei cittadini e dei clienti delle banche Trattato di Oslo, ma 38 hanno invece sede in Paesi che hanpuò dare un contributo decino già aderito, tra cui l’Italia. Tra le banche sivo sulla strada di una maggiore sostenibicoinvolte il rapporto cita BNP Paribas (che lità e responsabilità del sistema finanziario. controlla la BNL), Deutsche Bank, Intesa SanUn’iniziativa analoga, oggi, potrebbe fare paolo, Italmobiliare, RBS e diverse altre. molto per un mondo libero dalle cluster bomb e da armi indiscriminate responsabili Al momento della ratifica del Trattato, alla della morte di migliaia di civili. Camera dei Deputati sono stati depositati due Ordini del giorno che chiedono la proibizione di ogni finanziamento delle bombe a grappolo. Le organizzazioni che seguono la questione, e in particolare la Campagna italiana contro le mine in collaborazione con

5 Worldwide Investments in Cluster Munitions: A Shared Responsibility. Disponibile su: http://www. netwerkvlaanderen.be/en/

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1.3 Il ruolo dello Stato Dalla Figura 1. emerge come, per molte delle più grandi imprese del settore della difesa, la prima fonte di finanziamento sia costituita dagli anticipi di clienti e fornitori. E’ una si-

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www.disarmo.org

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www.banchearmate.it


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tuazione abbastanza inusuale per un settore industriale, ma che può essere compresa considerando che, per la categoria merceologica considerata, il destinatario finale delle vendite è molto spesso il settore pubblico. Lo stesso settore pubblico che in molti casi è l’azionista di riferimento, o comunque uno dei maggiori azionisti, delle imprese produttrici di armi. Come vedremo in seguito, lo stato interviene nelle operazioni commerciali dell’industria delle armi anche, più o meno direttamente, tramite le proprie Agenzie di Credito all’Esportazione. In pratica, l’importanza strategica di questo settore ha dato vita a una complessa struttura politica-militare-industriale che rende il settore delle armi assolutamente particolare rispetto a qualunque altra produzione. Negli ultimi anni questo dominio del pubblico si è leggermente allentato, sull’onda delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni che hanno portato una parte del settore a cercare sempre più risorse finanziarie presso i privati e i mercati. Una tendenza che potrebbe essere messa in discussione alla luce della recente, pesantissima, crisi della finanza internazionale, che ha già provocato una forte stretta creditizia e una difficoltà per molte imprese a trovare presso le banche o sui mercati finanziari i capitali necessari al proprio funzionamento. Una crisi che potrebbe portare a un intervento ancora più massiccio del pubblico nell’industria degli armamenti nel prossimo futuro. Riguardo il ruolo degli stati, è opportuno accennare alle problematiche emerse con la recente costituzione di diversi Fondi Sovrani (Sovereign Wealth Funds). Si tratta di strumenti finanziari sotto controllo pubblico che dispongono oggi di enormi liquidità che vengono investite sui mercati finanziari. Uno

Il Quadro normativo italiano Legge 9 luglio 1990, n. 185, “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” Legge 17 giugno 2003, n. 148 “Legge di Ratifica ed esecuzione dell’Accordo Quadro (LOI) di Farnborough firmato il 27 luglio 2000” D.P.C.M. 14 gennaio 2005, n. 93 “Nuovo regolamento di esecuzione della legge 9 luglio 1990, n. 185

dei problemi di maggiore rilevanza consiste nella possibilità che un Fondo Sovrano di un determinato Paese possa investire in attività “sensibili” di un altra nazione. Tra queste ultime attività, diversi governi sono in particolare preoccupati che dei capitali esteri sotto controllo pubblico possano investire massicciamente nel settore militare e della difesa, ovvero in attività di fondamentale importanza dal punto di vista strategico e geopolitico. Un problema sollevato principalmente dai grandi Paesi occidentali, anche in considerazione del fatto che i maggiori Fondi Sovrani, con poche eccezioni, sono quelli detenuti dai Paesi esportatori di petrolio o dalle nuove potenze economiche asiatiche, che potrebbero, tramite questi fondi, assumere partecipazioni rilevanti in settori strategici delle economie occidentali.

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I limiti della Legge 185/90 Ancora una conseguenza delle mobilitazioni degli anni ‘80 difronte al coinvolgimento italiano nelle guerre del sud del mondo (vendite di armi italiane a paesi belligeranti, quali l’Iran e l’Iraq, o comunque soggetti ad embargo internazionale, come il Sud Africa) è stata la Legge 185/90 recante “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, ritenuta una tra le più organiche in Europa per quanto riguarda il sistema di norme per il commercio delle armi. Questa legge osserva 3 principi: a) il commercio è subordinato agli obiettivi di politica estera e difesa dello Stato italiano, b) il Governo si avvale di un sistema di controllo per il rilascio di autorizzazioni precedenti la trattativa di compravendita, c) recepisce le istanze di trasparenza emerse in sede ONU è istituisce il principio di informazione al Parlamento tramite relazioni annuali (rapporti dei singoli ministeri interessati, autorizzazioni all’esportazione, all’importazione o al transito per azienda fornitrice, materiali esportati, valore e paese destinatario), stabilisce infine delle sanzioni per i vari gradi di violazione della legge. Nonostante il pregio della legge in se non si riesce ancora ad avere i risultati sperati in quanto la legislazione italiana presenta alcune gravi lacune riguardo la produzione e il commercio di armamenti, e riguardo i rapporti con il mondo finanziario in particolare. In primo luogo la L.185/90 si riferisce ai sistemi di armamento, mentre non ha competenza per quanto riguarda le armi leggere, quali pistole, fucili ed altre. La normativa italiana, in quest’ambito, è sicuramente insufficiente. Un dato tanto più allarmante ricordando che l’Italia è tra i primi produttori al mondo di questo tipo di armi. Delle armi che causano moltissime vittime, in partico-

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lare nella popolazione civile, tanto nei Paesi non interessati da guerre quanto nei cosiddetti conflitti “a bassa intensità” e nelle guerre che sconvolgono diverse regioni del pianeta. Analogamente in Italia non esiste una legge che consideri in maniera appropriata il ruolo e le responsabilità dei mediatori e broker che spesso organizzano e facilitano le transazioni e il commercio degli armamenti, mettendo in contatto venditori e acquirenti. La normativa non è debole unicamente nel garantire un controllo adeguato rispetto alle operazioni legali, ma presenta delle gravi lacune che addirittura permettono in alcuni casi a trafficanti di armi di utilizzare l’Italia come un “porto franco” da dove organizzare le loro operazioni illegali. L’attuale legge italiana, in pratica, prevede che sia possibile perseguire un trafficante unicamente se le armi transitano fisicamente sul nostro territorio o se esiste una minaccia concreta alla sicurezza italiana. E’ così che negli scorsi anni la magistratura e le forze dell’ordine italiane si sono trovate in forte difficoltà nell’assicurare alla giustizia dei trafficanti di armi che organizzavano transazioni estero su estero operando sul territorio italiano.


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2. I mercati finanziari L’emissione di azioni e obbligazioni rappresenta un’altra fonte essenziale di finanziamento per l’industria delle armi. Come emerge dalla Figura 1.pag.4, l’emissione di azioni e di obbligazioni è una delle prime fonti di finanziamento per questo settore industriale, e per le imprese di maggiori dimensioni in particolare. La quotazione di questi strumenti sui mercati finanziari assume quindi un’importanza rilevante. Negli ultimi anni diversi gestori di fondi di investimento e di fondi pensione hanno deciso di escludere dal proprio portafogli di investimento i titoli di alcune imprese, a causa degli impatti legati all’industria degli armamenti, o più specificatamente, nel caso alcune imprese fossero coinvolte in produzioni particolarmente critiche, come nel caso delle mine anti-uomo o delle bombe e munizioni cluster, o in altri casi. L’esempio probabilmente più conosicuto in tale senso è quello del fondo pensionistico del governo norvegese, il Government Pension Fund – Global, controllato dal ministero delle Finanze e gestito dalla Banca centrale di Norvegia, la Norges Bank. Con oltre 300 miliardi di dollari in gestione, questo fondo pensione è il secondo più grande del mondo, alle spalle del Government Pension Investment giapponese. Ad inizio 2006, il fondo ha escluso sette compagnie, tra le quali l’italiana Finmeccanica, accusate di essere coinvolte nella produzione di armi nucleari. In particolare, EADS, BAE Systems Plc e Finmeccanica hanno dato vita alla joint venture MBDA, che starebbe sviluppando un missile terra-aria con testata nucleare per l’esercito francese. L’esclusione è rimasta anche dopo che l’impresa italiana ha smentito categoricamente il coinvolgimento nella costruzione di armi

nucleari. Analogamente diversi fondi, come quello neozelandese New Zealand Superannuation Fund, alcuni fondi pensione olandesi e diverse banche in Belgio, negli ultimi anni hanno deciso di vendere i titoli delle imprese coinvolte nella produzione di armi chimiche e biologiche, nucleari, di mine antiuomo e di munizioni cluster. Nell’ambito degli investimenti finanziari, il ramo di gestione patrimoniale della KBC sin dal 2004 ha escluso da tutti i propri investimenti le compagnie coinvolte nella produzione, sviluppo o commercio di cluster bombs o mine antiuomo. Sul proprio sito la banca pubblica un elenco, aggiornato ogni anno, delle imprese implicate in queste produzioni (vedi Figura 2.). Queste imprese, tra le quali c’è nuovamente l’italiana Finmeccanica, sono informate in modo da potere eventualmente replicare. Se queste iniziative hanno portato ad ottimi risultati, in particolare riguardo alla presa di coscienza tanto del pubblico quanto dei gestori in merito al ruolo degli investimenti sui mercati finanziari, è necessario segnalare alcuni limiti. Il primo è legato alla mancanza di trasparenza dei moderni strumenti finanziari. I fondi possono investire in altri fondi di investimento, in un sistema di scatole cinesi che difficilmente permette di conoscere in quali imprese si stia convogliando denaro. Nel 2007, l’Università di Harvard, una delle prime a dichiarare di avere disinvestito dalle imprese che facevano affari in Sudan, è stata al centro di una polemica dopo che si è scoperto che possedeva delle quote di fondi di investimento che a loro volta detenevano delle azioni della Petro China, un’impresa attiva nel Paese africano. In secondo luogo, disinvestire significa

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delle agenzie di assicurazione pubbliche. E’ troncare ogni rapporto con la compagnia, e possibile stipulare una sorta di contratto di quindi rinunciare a ogni altra possibilità di assicurazione con la propria ACE. In caso di influenzarne le scelte. Diversi gestori utiindennizzo accordato, quest’ultima intervielizzano i diritti di voto e di partecipazione ne rimborsando l’impresa e subentrandole connessi all’essere azionisti, portando in quale creditrice. assemblea la voce delle campagne e delle persone impattate dalle azioni dell’impresa La vendita di sistemi d’arma interessa cifre e ponendo domande su specifiche questioimportanti ed alti rischi, oltre ad elevati ni o progetti. In questo senso, accanto alla margini di profitto. In questo senso, l’interrinuncia ad alcune forme di investimento, vento delle ACE è spesso fondamentale per negli ultimi anni sono nate delle iniziative la conclusione della transazione. Questo è di “azionariato critico”, tramite le quali si vero in particolare nei Paesi del Sud, spesso acquistano dei titoli di un’impresa per cerad alto rischio commerciale e politico. Questi care di influenzarne i comportamenti. Uno alti importi e gli elevati margini di profitto in strumento di democrazia economica che in gioco, la segretezza delle operazioni e spesalcuni casi ha portato a ottimi risultati in so la diretta implicazione di regimi militari materia di maggiore responsabilità, sostenicomportano anche un grave rischio di corbilità e trasparenza da parte ruzione per molte di queste delle imprese. La SACE è esclusa operazioni.

2.1. Le Agenzie di Credito all’Esportazione

dal rapporto della L185/90, la legge pretende trasparenza dai privati e non la richiede ad un ente controllato dal pubblico

Le Agenzie di Credito all’Esportazione - ACE - sono organismi a controllo pubblico, o misto pubblico-privato, che hanno lo scopo primario di sostenere gli investimenti all’estero delle imprese. Le ACE svolgono un compito molto importante nei diversi Paesi industrializzati, in quanto agevolano il commercio e gli investimenti all’estero delle loro imprese. Quando una compagnia italiana investe all’estero, deve considerare il rischio che la controparte del Paese dove si realizza l’investimento non paghi, per motivi commerciali, politici, o per qualunque altra ragione. Visto che per la singola impresa è difficile, se non impossibile, potere citare in giudizio uno Stato straniero, o comunque reclamare il pagamento, tutti i Paesi industrializzati hanno da tempo creato

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Purtroppo è molto difficile, per non dire impossibile, potere sviluppare il discorso riguardante il ruolo e le responsabilità delle ACE in materia di commercio di armamenti. Ad oggi non esiste infatti nessuna linea guida o codice di condotta internazionale per regolamentare l’intervento delle ACE in questo delicatissimo settore. Se negli altri settori di attività troppo spesso le ACE si nascondono dietro la necessità di tutelare l’investitore e dietro il segreto commerciale per operare in maniera poco trasparente, nel caso delle armi a questo segreto commerciale si somma il ben più rigido segreto militare. Paradossalmente, proprio il fatto che le armi sono un settore tanto delicato e con tali potenziali implicazioni, viene utilizzato come motivo fondante per non rivelare alcuna informazione in materia.


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Figura 2. Le imprese escluse dalla KBC Sono venti le imprese attualmente escluse dalla divisione Asset Management della KBC perché “coinvolte nello sviluppo, produzione o commercio” di cluster bombs o mine antiuomo.

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L’Agenzia di credito Italiana per l’esportazione SACE Nel caso della ACE italiana, la SACE 1 la legislazione italiana è sicuramente insufficiente, e, sebbene la trasparenza riguardo le ACE andrebbe probabilmente migliorata ovunque, esistono casi di normative più avanzate o più stringenti della nostra. L’esempio migliore in questo senso viene dall’Agenzia di Credito all’Esportazione austriaca, che esclude integralmente il settore delle armi dalle proprie operazioni. Nei pochi Paesi in cui sono disponibili maggiori informazioni, il settore degli armamenti rappresenta una parte estremamente rilevante dell’operato delle ACE. In Gran Bretagna o Francia, ad esempio, questo settore negli ultimi anni ha rappresentato anche il 50% delle operazioni garantite dalle rispettive ACE. Al momento attuale la relazione pubblicata ai sensi della Legge 185/90 non fornisce alcuna informazione circa il possibile ruolo della SACE in particolare nell’assicurare, favorire o comunque nel coinvolgimento nell’import – export dei sistemi di armamento. Più in generale non è attualmente disponibile nessuna informazione circa il coinvolgimento della SACE nel commercio ed export di armi. Delle informazioni in materia sarebbero ancora più urgenti e importanti in quanto la SACE si caratterizza al momento per una trasparenza per lo meno carente. Alcune informazioni sulle operazioni della SACE potrebbero essere desumibili grazie alla valutazione di impatto ambientale, prevista dalle linee guida della stessa SACE. Al primo punto di queste linee guida, viene specificato che “sono esclusi da verifica ambientale i settori Aerospaziale, Difesa e Telecomunicazioni (escluse infrastrutture)”. Segnaliamo che questa può essere considerata, in mancanza di altri dati, una conferma indiretta del fatto che le operazioni in questi settori sono decisamente importanti per la SACE. Non si capisce altrimenti la necessità di specificare, addirittura al punto 1.1. delle proprie linee guida, la loro esclusione. 1 “Sace – L’agenzia di credito all’esportazione italiana” in “Rapporti finanziari tra Nord e Sud del mondo”, Box pag. 6 scheda n.4.

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Spese militari per regione - 2010 Regione Africa Nord Africa Africa Sub-Sahariana Americhe America Centrale e Caraibi Nord America Sud America Asia e Oceania Asia Centrale e Meridionale Asia Orientale Oceania Asia Sud Orientale Europa Orientale Occidentale e Centrale Medio Oriente Totale Mondiale

Spesa (Mld $) 30,1 10,6 19,5 791 6,5 721 63,3 317 52,1 211 25,7 28,7 382 65,5 316 111 1.630

I dati sulla spesa sono espressi in dollari americani correnti (2010) Fonte SIPRI Yearbook 2011

2.2 Le operazioni illegali L’analisi sui rapporti tra industria delle armi e finanza si è fino a questo momento concentrata sulle operazioni legali. E’ però necessario considerare che molte operazioni di commercio di armamenti sono illegali, e che esiste un’enorme “zona grigia” di operazioni al limite della legalità o dove le giurisdizioni dei singoli Paesi non riescono ad arrivare. In questo senso è possibile distinguere differenti fenomeni di illegalità che possono


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verificarsi in una transizione. Le operazioni chiaramente illecite sono quelle denominate traffico o contrabbando di armi, nelle quali l’intera operazione è illegale e il destinatario finale è un soggetto non-governativo che opera nell’illegalità (come nel caso dei gruppi paramilitari attivi in molti Paesi del Sud) o un governo nei cui confronti esista un embargo internazionale deciso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Molti di questi casi, come accennato in precedenza, sono legati al contrabbando di altre materie prime (oro, diamanti, petrolio, legname) la cui vendita illegale serve a finanziare l’acquisto di armi. Fenomeni di questo tipo hanno caratterizzato la maggior parte dei conflitti più sanguinosi che hanno colpito dei Paesi dell’Africa Sub-Sahariana negli ultimi anni, dall’Angola alla Sierra Leone alla Repubblica Democratica del Congo. In altri casi, il destinatario finale della vendita di armamenti potrebbe essere autorizzato all’acquisto, ma la transizione essere caratterizzata da fenomeni di corruzione, tangenti o per la presenza di intermediari e broker non autorizzati. Un fenomeno molto frequente è quello della triangolazione: un Paese non potrebbe vendere armi a un secondo Paese sotto embargo. Le armi sono allora vendute a una nazione terza, spesso confinante con quella sotto embargo. Da questa nazione terza le armi vengono poi fatte passare illegalmente nel Paese sotto embargo. In tutte le situazioni sopra descritte, le attività finanziarie giocano un ruolo di primo piano. Anche in questo caso possono esistere diversi livelli di illegalità. Spesso i controlli delle banche e delle autorità di vigilanza sono insufficienti per fermare delle attività sospette o dubbie, come avviene per il paga-

mento di tangenti o i fenomeni di corruzione. In molti casi, nelle diverse operazioni finanziarie sono coinvolte delle società registrate nei paradisi fiscali. Questi territori garantiscono una regolamentazione scarsa o nulla, una totale mancanza di trasparenza e una completa segretezza e anonimato. Delle caratteristiche che li rendono perfettamente adatti a fare da tramite per operazioni illegali. Oltre il 50% del commercio mondiale passa per un paradiso fiscale. Questo dato è da mettere in relazione con il PIL, ovvero la ricchezza effettivamente prodotta negli stessi paradisi fiscali, inferiore al 3% del PIL del pianeta. La differenza è dovuta al gigantesco volume di scambi realizzati senza alcun fine produttivo, ma unicamente per eludere o evadere le tasse e nascondere i profitti e i redditi, o per realizzare operazioni illegali. I flussi finanziari illeciti legati alla fuga di capitali da Sud verso il Nord e i paradisi fiscali sono di quasi un ordine di grandezza superiori al totale della cooperazione internazionale allo sviluppo, e sono legati a tre fattori principali: la corruzione, la componente commerciale legata alle attività delle imprese e i proventi delle attività criminali (traffici di droga, di armi e mafie internazionali). Quest’ultima componente è responsabile di circa un terzo del totale dei flussi finanziari illeciti. Confrontando l’ammontare del debito estero con lo stock della fuga di capitali, si scopre che negli ultimi 30 anni l’Africa è creditrice netta di capitali rispetto al resto del mondo, e al Nord in particolare. Una situazione che genera una forte instabilità sui mercati e che mina qualunque tentativo dei Paesi più poveri di impostare uno sviluppo endogeno

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e di lottare contro la povertà. Per quanto riguarda il commercio di armi nello specifico, i dati a disposizione sono ovviamente solo approssimativi. Secondo diverse stime, circa un quarto di tutti i trasferimenti internazionali di sistemi d’arma è riconducibile a operazioni illecite. Una percentuale simile è riscontrabile in altri studi che considerano le operazioni riguardanti le armi leggere e di piccolo calibro 8. Come accennato in precedenza, questa enorme frazione di trasferimenti di armi riconducibile a operazioni illegali è dovuta a diversi fattori. In primo luogo le armi rappresentano un settore ad alto rischio e alto profitto. Le legislazioni nazionali, come accennato nel caso italiano riguardante il brokeraggio, sono spesso insufficienti per arrestare dei fenomeni che avvengono su scala internazionale. Le reti della criminalità internazionale si sono specializzate nel trovare e sfruttare i vuoti normativi nei diversi Paesi, che facilitano tali operazioni illegali.

La spesa militare globale nel 2011 ha continuato ad aumentare dello 0,3% in termini reali rispetto al 2010, raggiungendo i 1.740 miliardi di dollari; il 75% della spesa mondiale per armamenti nel 2011 riguarda appena 10 Paesi e gli Stati Uniti si confermano leader della classifica con il 43% della spesa mondiale militare. La media globale della quota del Prodotto interno lordo destinato alle spese militari è del 2,6% Fonte: Sipri Yearbook 2011

8 Alcune stime sono riprotate in http://www. newsweek.com/id/50798 e http://www.un.org/events/ smallarms2006/pdf/factsheet_1.pdf

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3. Gli impatti del commercio in armamenti Gli impatti più negativi e più evidenti della produzione e del commercio di armamenti sono evidentemente legati alla tutela e al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli individui, alla sicurezza, alla pace internazionale intesa come Bene Pubblico Globale. Le armi alimentano instabilità e conflitti e favoriscono lo sviluppo di traffici illegali. Sono purtroppo note le guerre civili che negli ultimi anni hanno sconvolto diversi Paesi africani, i conflitti dove le diverse fazioni acquistavano armi cercando finanziamenti attraverso traffici illeciti di materie prime, dal petrolio ai diamanti, a molte altre.

garantire anche un livello minimo di tutela ai propri cittadini. In questo contesto è scandaloso che gran parte delle risorse pubbliche vengano ancora oggi destinate a pagare il debito estero ed i suoi interessi. Ancora più inaccettabile che questi stessi paesi spendano somme ingenti per l’acquisto di armi.

Secondo l’UNDP, nel 2003 il Sudan ha destinato il 3% del proprio PIL all’acquisto di armi, contro un 1% per la salute ed uno 0,9% per l’educazione. Diversi altri paesi hanno speso più in armi che in educazione e sanità messe insieme, come Burma, Pakistan, Oman, Siria, fino ad arrivare alle incredibili situazioni di due tra i paesi più poveri del mondo: il Burundi, con percentuali di 8,1% 1.600 miliardi di per le armi, 1,6% per la salute dollari la spesa com- e 3,4% per l’educazione e l’Eriplessiva mondiale per trea, con un 2,8% per la salul’acquisto di armi nel te, un 4,8% per l’educazione 2010: aumento del 50% ed un impressionante 27,5% 10 del PIL speso in armamenti .

Le conseguenze negative sono però ancora maggiori, in particolare per i Paesi del Sud del mondo, e sono legate alle conseguenze economiche della vendita di armi. Questo commercio è un tipico esempio di spesa improduttiva – Unproductive Expenditure – ovvero rispetto al decennio di una spesa che non può aveSe dall’Africa allarghiamo precedente re alcun impatto positivo in lo sguardo al sistema Mondo, termini di sviluppo, e che non secondo dati attendibili e per serve per migliorare le infradifetto, in quanto non siamo strutture del Paese. Al contrario, le spese per in grado di definire con precisione le cifre gli armamenti rappresentano per molti paesi del settore armi in Cina, vediamo come nel poveri, ed anche per alcuni paesi HIPC 9, una 2010 si siano superati per la prima volta i parte consistente della spesa pubblica. In 1.600 miliardi di dollari complessivi: una molti di questi paesi ai cittadini non viene crescita in termini reali dell’1,3% rispetto al assicurata nemmeno l’erogazione dei servizi 2008 e del 50% nel decennio iniziato con il essenziali, a partire da istruzione e sanità. 2001. Lo stato sociale è praticamente inesistente proprio per la carenza di risorse economiche che non permettono al settore pubblico di 5.1 Risorse sottratte alla lotta alla

povertà

9 HIPC: Higly Indebted Poor Countries, si tratta dei Paesi poveri altamente indebitati, per i quali gli accordi internazionali prevedono particolari iniziative nella cancellazione del debito estero.

L’impegno dei Governi per eserciti ed arma-

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http://www.undp.org

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menti ammonta al 2,6% del prodotto interno lordo del pianeta, con una spesa media di circa 240 dollari a persona. Tutto questo mentre continuano a diminuire gli investimenti per la ricerca scientifica e a ristagnare i fondi effettivamente spesi (non solo dichiarati) per la lotta alla povertà impiegati principalmente per rispondere ad emergenze e non per attuare una strategia concreta di sviluppo e superamento dell’emarginazione. Nel 2010 le nazioni più sviluppate hanno stanziato meno di 130 miliardi di dollari di investimenti in aiuti allo sviluppo (dati OCSE), mentre se consideriamo l’investimento complessivo di tutti gli stati in cooperazione internazionale arriviamo a circa 150 miliardi di dollari nell’intero anno, vale a dire meno del 10% delle spese militari dello stesso periodo. Nel ricerca “Le Armi, un investimento negativo” pubblicata da Science For Peace a e coordinato da Francesco Vignarca con il contributo di Chiara Bonaiuti, Giorgio Beretta, Francesco Mancuso si trovano dati interessanti circa la quantificazione delle risorse sottratte alla lotta alla povertà e comunque ad obiettivi di benessere sociale e collettivo.

Ad esempio quanto denaro è necessario per raggiungere i famosi Obiettivi del Millennio? La risposta lascia sconcertati se la si rapporta all’enormità di denaro speso in acquisto d’armi: per combattere la povertà basterebbe il sostegno economico dei paesi ricchi di 760 miliardi in 15 anni. Per capire meglio la crudele disparità tra spesa pubblica per il welfare e spesa pubblica per l’acquisto di armi riprendiamo i grafici pubblicati nel rapporto di Science for peace del 2011. Il costo stimato complessivo per raggiungere tutti e otto gli Obiettivi elaborati dalle Nazioni Unite –sradicare la fame, l’istruzione primaria universale, ridurre la mortalità infantile, la prevenzione delle malattie, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo globale– è meno di un quinto della spesa militare annuale (con dati riferiti al 2009 all’epoca del confronto, che manteniamo a quell’anno pur avendo i nuovi dati del 2010 sulle spese militari perché è difficile dare una stima “in progress” del costo dei Millennium Development Goals). Le comparazioni sono poi ovviamente possibili anche entrando nel dettaglio di ciascun Obiettivo, rendendo ancora più impietoso il

SPESA MILITARE MONDIALE 2009 COSTO ANNUALE PER GLI MDG

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Miliardi di dollari

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confronto. La povertà e la fame estreme si potrebbero combattere efficacemente semplicemente decidendo di spendere in quella direzione appena il 7% degli investimenti pubblici militari. La riduzione della mortalità infantile e la cura maternale richiederebbero invece solo l’1% di tali spese! Nel primo grafico possiamo visualizzare la stima di realizzazione degli otto Obiettivi del Millennio (fondi per ogni anno di quelli necessari al raggiungimento, in aggiunta a quelli già stanziati). E subito dopo possiamo fare la comparazione con le spese militari annuali (sempre riferite al 2009).

5.2 Convertire il mercato: la campagna italiana NO F35 Perché analizzare il programma Joint Strike Fighter F-35? Perchè mettersi d’impegno ad organizzare una campagna lunga, difficile, su un tema che prima del 2012 non veniva considerato degno di nota praticamente da nessuno? Perchè l’evoluzione (sia come programma internaziona-

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le, che per le sue articolazioni prettamente italiane) di questo progetto è l’emblema ed esempio perfetto delle spese militari e della modalità di acquisizione (“procurement”) dei sistemi d’armamento. Con tutte le contraddizioni possibili, gli sprechi e le inutilità; oltre che - ovviamente - con tutto l’impatto negativo nei confronti delle spese sociali e degli investimenti che realmente sarebbero importanti e necessari per il nostro paese. Ormai il nome è famoso (o famigerato) quasi per tutti: il cacciabombardiere d’attacco Joint Strike Figher F-35 e (soprattutto) i suoi costi sono arrivati all’attenzione dell’opinione pubblica. Colpendo l’immaginario di chi, magari non essendoselo mai chiesto, ha scoperto come le spese per un programma di armamento possano essere enormi (e sempre in crescita). Particolarmente se paragonate con i tagli di bilancio per aree come sanità, istruzione e welfare in un periodo di grande crisi economicofinanziaria. Questo cacciabombardiere sembra quindi incarnare i problemi e le storture di qualsiasi programma militare di produzione e vendita di “sistema d’arma”: non lo abbiamo messo sotto la lente di ingrandimento perché particolarmente antipatico rispetto ad altri o perché statunitense (come invece qualcuno ha insinuato). Ma il suo essere il maggior programma d’armamento della storia e la concentrazione in un unico progetto di problemi di diversa natura (tecnica, industriale, di costo) spinti tutti all’estremo grado ne fa il perfetto simbolo, soprattutto per le campagne e le associazioni dell’area del disarmo, degli sprechi e dei meccanismi connaturati al mondo degli armamenti e delle spese militari.

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Le quali sono un tipo di impiego di denaro pubblico già di per sé inefficiente e che in Italia, oltre ad essere abbastanza opache, necessita di stampelle varie (in particolare il “decreto missioni”) per poter mantenere vivo un comparto, quello della Difesa, caratterizzato da disequilibri forti tra spese per il personale ed investimento/esercizio. E che subisce soprattutto l’impatto dell’acquisti dei diversi sistemi d’arma, che per loro natura sono plueriennali e quindi bloccano i bilanci per molto tempo con acquisizioni spesso sovradimensionate e che fanno esplodere i costi ben oltre le previsioni iniziali (anche per il meccanismo di scelta attuale, che vedremo). Per sottolineare la problematicità di questi costi non fruttiferi, che anzi distolgono


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fondi da impieghi che sarebbero maggiormente utili, il “caso F-35” è perfetto e quindi la mobilitazione per impedirne l’acquisto da parte del nostro paese non deve essere vista come un’azione circoscritta ma anche come una strada di sensibilizzazione a tutto tondo. Non comprare i 131 cacciabombardieri d’attacco previsti potrebbe perciò essere il primo passo per un’inversione di tendenza forte e verso una strada nuova di costruzione di una difesa reale per i cittadini italiani (fatta di protezione del lavoro e rafforzamento del welfare) con una vera sicurezza basata sulla pace e non sulle armi.

La Rete Italiana Disarmo è composta da: ACLI - Agenzia per la Pace Sondrio - Amnesty International – Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo - ARCI - ARCI Servizio Civile Associazione Obiettori Nonviolenti - Associazione Papa Giovanni XXIII - Associazione per la Pace - ATTAC - Beati i costruttori di Pace - Campagna Italiana contro le Mine - Campagna OSM-DPN Centro Studi Difesa Civile - Conferenza degli Istituti Missionari in Italia - Coordinamento Comasco per la Pace - FIM-Cisl - FIOM-Cgil - Fondazione Culturale Responsabilità Etica - Gruppo Abele - ICS - Libera - Mani Tese - Movimento Internazionale della Riconciliazione - Movimento Nonviolento - OPAL - OSCAR Ires Toscana - Pax Christi - PeaceLink Rete di Lilliput - Rete Radiè Resch - Traduttori per la Pace - Un ponte per...

CONCLUSIONI I rapporti tra il mondo finanziario e l’industria degli armamenti sono complessi e di diversa natura. Coinvolgono tanto soggetti privati, dalle banche ai fondi di investimenti e altri attori finanziari, quanto enti e agenzie pubbliche, a partire dalle agenzie di credito all’esportazione. Al di là della tipologia di operazione e del soggetto coinvolto, il dato che emerge è la mancanza di trasparenza di questi rapporti e l’assenza di un’adeguata normativa internazionale. Le leggi sono ancorate al concetto di Stato-Nazione, una dimensione assolutamente insufficiente se si considera che tanto la finanza quanto il commercio di armi operano a livello globale. Questo è vero in primo luogo su scala europea, che pure si sta muovendo in diversi ambiti, a partire da quello monetario con l’introduzione dell’euro, verso una sempre maggiore integrazione. Anche nel campo della difesa e dell’industria delle armi è in atto un tentativo di costruire un sistema di difesa comune. Proprio quest’obiettivo è stato alla base delle motivazioni, almeno di quelle ufficiali, che in Italia hanno portato negli scorsi anni a rivedere la Legge 185/90. Colpisce che sia stata l’Italia a rivedere verso il basso la portata e il campo di applicazione della L.185/90, una normativa che rappresenta a tutt’oggi uno dei migliori esempi a livello internazionale riguardo alla trasparenza nelle operazioni di importazione ed esportazione di sistemi di arma, e non piuttosto gli altri Paesi europei ad armonizzarsi ad una normativa efficiente e di grande utilità. Al contrario, è necessario partire dalle singole legislazioni nazionali, considerare quali siano le migliori – le cosiddette best prac-

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tices – e valutare come sia possibile implementarle su scala europea. Per fare alcuni esempi, accanto alla L.185/90 dell’Italia, il Belgio ha un’ottima legislazione riguardante il brokeraggio, l’Austria esclude il sostegno all’industria delle armi per la propria ACE, e così via. Probabilmente sarà necessario integrare le legislazioni esistenti con nuovi elementi, sia per aggiornare le leggi esistenti alla realtà attuale, sia per tenere conto della dimensione europea di riferimento. La normativa dovrà essere centrata intorno al tema della trasparenza, e dovrà dare la possibilità ai parlamenti nazionali e al Parlamento europeo di esercitare un pieno controllo su un settore tanto delicato e controverso. Si tratta di un lavoro lungo e difficile, sia a livello tecnico e legislativo, sia forse in misura ancora maggiore per superare le prevedibili resistenze delle lobby coinvolte, dall’industria delle armi al mondo bancario e finanziario, lobby sicuramente molto potenti nei singoli Paesi e a livello europeo. Nello stesso momento, considerando che la lotta al terrorismo e ai grandi traffici legati alla criminalità organizzata sono vissute come alcune delle maggiore priorità a livello internazionale, questo percorso appare obbligato per garantire un adeguato controllo e trasparenza sui delicati rapporti tra finanza e armi. Lo stesso discorso deve poi essere esteso dal livello europeo verso quello internazionale. La recente adozione della risoluzione Verso un Trattato sul Commercio delle Armi nel Primo Comitato dell’Assemblea Generale, rappresenta un primo passo nella giusta direzione. Nello stesso momento, moltissimo rimane ancora da fare, da molti punti di vista. Pensiamo allo scandalo dei paradisi fiscali, che tra i diversi impatti estremamen-

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te negativi, facilitano e permettono i traffici illegali di armi, la corruzione, gli affari delle reti della criminalità organizzata internazionale. Analogamente sarà necessario sottoscrivere degli accordi internazionali riguardo alcune tipologie di armamento particolarmente controverse, dalle mine antiuomo alle bombe e munizioni cluster, dalle armi chimiche e biologiche a quelle nucleari. Si tratta di processi molto lunghi, e che incontrano fortissime resistenze, in particolare da parte dei Paesi maggiori produttori di armi. In questo senso, è utile ricordare che la produzione delle armi è controllata da pochi paesi del Nord. Solo cinque paesi (Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) sono responsabili dell’81% di tutti i trasferimenti convenzionali di sistemi d’arma. In questa classifica l’Italia è stabilmente entro i primi dieci. Come primo passo verso una regolamentazione su scala internazionale, l’Unione Europea può e deve assumere un ruolo di leadership, sviluppando e implementando in tempi brevi una legislazione innovativa ed efficace su tutto quanto riguarda la produzione e il commercio di armamenti e i rapporti di questa industria con il mondo finanziario. Questa legislazione europea andrebbe studiata in modo da riuscire a coprire anche l’intermediazione realizzata da istituti finanziari extra-europei per operazioni che coinvolgono ditte o Paesi europei, in modo da superare la difficoltà legata all’estensione a livello internazionale nell’immediato di una normativa simile, in mancanza di un’istituzione che possa legiferare a livello internazionale. Un primo passo urgente e necessario sulla strada di una maggiore giustizia e solidarietà a livello internazionale.


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Approfondimenti - Accordi sul controllo degli armamenti e sul disarmo, enti di cooperazione nel settore della sicurezza, cronologia. Di Nenne Bodel in Sipri Yearbook 2011 - Le Banche protagoniste nel sostegno all’industria militare Italiana, in “L’economia Armata. La produzione e il commercio di armi: conoscerne i meccanismi per promuovere un’economia di pace”, a cura di Giorgio Beretta, Chiara Bonaiuti, Francesco Vignarca. Altraeconomia Ed. 2011. - Codice di responsabilità in materia di finanziamento al settore degli armamenti, a cura del gruppo di lavoro Banche e Società Civile di Science for Peace. WORLD CONFERENCE Milano, 18 - 19 Novembre 2010 2a Edizione. Progetto a cura della Fondazione Umberto Veronesi. - Crisi economica, la spesa pubblica e quella militare di Giulio Marcon. Rapporto Sbilanciamoci 2012 - Linee Guida di politica bancaria sugli armamenti a cura di VIZI CAPITALI www.vizicapitali.it

Bibliografia - Il caro armato. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane. A cura di Massimo Paolicelli (Associazione Obiettori Nonviolenti) e Francesco Vignarca (Rete Italiana per il Disarmo). Altreconomia Ed. 2009. - Le Armi: un investimento negativo. Progetto di ricerca coordinato da Francesco Vignarca. Con i contributi di Chiara Bonaiuti, Giorgio Beretta, Francesco Mancuso. Per Science for Peace 2011 - Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo IIIª Edizione. Ass. Culturale 46° Parallelo, Terranuova Editore, 2011. - SIPRI YEARBOOK 2011. Armaments, Disarmament and International Security. Pubblicato nel luglio 2011 dalla Oxford University Press per conto del SIPRI ISBN 978-0-19-969552-2 Edizione italiana a cura di Stefano Ruzza -Economia a mano armata. Libro bianco sulle spese militari 2012, A.A.V.V. Sbilanciamoci.2012. - L’economia Armata. La produzione e il commercio di armi: conoscerne i meccanismi per promuovere un’economia di pace. A cura di Giorgio Beretta, Chiara Bonaiuti, Francesco Vignarca. Altraeconomia Ed. 2011.

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- Sicurezza, controllo e finanza, Le nuove dimensioni del mercato degli armamenti Annuario armi-disarmo Giorgio La Pira - IV volume. A cura di Chiara Bonaiuti e Achille Lodovisi. Jaca Book ed, 2010. - Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento nonché dell’esportazione e del transito dei prodotti ad alta tecnologia (Articolo 5, comma 1, della legge 9 luglio 1990, n. 185 e dell’articolo 4, comma 3, della legge 27 febbraio 1992, n. 222) - Rapporto annuale del Presidente del Consiglio dei Ministri sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento.

Sitografia - Rapporto annuale del presidente del Consiglio http://www.governo.it/Presidenza/UCPMA/ Rapporto_annuale_index.html - Ires Toscana http://www.irestoscana.it/ - Retedisarmo http://www.disarmo.org/ - banche armate http://www.banchearmate.it/ - Abolition Now – campagna per la messa al bando delle armi nucleari http://www.abolition2000.org/ - taglia le ali alle armi http://www.disarmo.org/nof35/ - peace reporter http://it.peacereporter.net/ - http://www.controlarms.it/ - Campagna Italiana contro le mine www.campagnamine.org - Vizi capitali www.vizicapitali.org - I Signori delle Guerre – blog su www.altreconomia.it

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La Fondazione Culturale Responsabilità Etica (www.fcre.it) è stata fondata da Banca Etica per promuovere nuove forme di economia sostenibile, per diffondere i principi della finanza eticamente orientata, per analizzare il funzionamento della finanza e proporre soluzioni nella direzione di una maggiore sostenibilità. Per realizzare questi obiettivi, la Fondazione lavora in rete e partecipa alle iniziative e alle campagne delle organizzazioni della società civile in Italia e a livello internazionale. Nell’ambito delle proprie attività, la Fondazione ha deciso di proporre queste schede “capire la finanza”. Le schede provano a spiegare in maniera semplice i principali meccanismi e le istituzioni del panorama finanziario internazionale, dalle istituzioni internazionali ai paradisi fiscali, dai nuovi strumenti finanziari alle banche e alle assicurazioni. Con queste schede ci auguriamo di dare un contributo per comprendere le recenti vicende in ambito finanziario e per stimolare la riflessione nella ricerca di percorsi alternativi. Le schede sono realizzate in collaborazione con il mensile Valori e con la CRBM. Valori (www.valori.it) è un mensile specializzato nei temi dell’economia sociale, della finanza etica e della sostenibilità. E’ tra le testate più autorevoli in Italia a trattare questioni complesse e “difficili” relative al mondo dell’economia e della finanza in maniera approfondita ma al tempo stesso comprensibile: denunciandone le ingiustizie, evidenziandone le implicazioni sui comportamenti individuali e sulla vita della società civile a livello sia locale che globale, e promuovendo le esperienze, le progettualità e i percorsi dell’economia sociale e sostenibile. La CRBM (www.crbm.org) lavora da oltre 10 anni per una democratizzazione ed una profonda riforma ambientale e sociale delle istituzioni finanziarie internazionali, con un’attenzione particolare agli impatti ambientali, sociali, di sviluppo e sui diritti umani degli investimenti pubblici e privati dal Nord verso il Sud del mondo, in solidarietà con le comunità locali che li vivono in prima persona ed all’interno di numerose reti della società civile internazionale. La Fondazione Culturale, CRBM e Valori sono anche tra i promotori dell’Osservatorio sulla Finanza, uno strumento di informazione critica sulla finanza e l’economia: www.osservatoriofinanza.it Per contatti e per maggiori informazioni: info@fcre.it Capire la Finanza - Armi e Finanza

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