Cenni Storici sul Buddhismo e Zen
Istituto per la diffusione del Buddhismo Zen EnsoJi - Il Cerchio Onlus
Cenni storici sul buddhismo e zen
Le origini del buddhismo
Storicamente il Buddhismo ha origine attorno al 500 a.c. dal suo fondatore il principe Gautama chiamato Il Buddha. La parola Sanscrita Buddha significa Il Risvegliato, colui che si è destato alla verità della vita. Tutti noi siamo alla ricerca della nostra vera vita: una ricerca del vivere autentico nella realtà che si presenta tutti i giorni ai nostri occhi, con le sue gioie e le sue sofferenze, evitando di cadere nella trappola dei nostri preconcetti e degli attaccamenti che ci impediscono di affrontare la vita in modo reale, creativo e libero. Il Buddha, nato come un principe, fu riconosciuto dai saggi di quel tempo come un’anima che nutriva il sentimento più fine che potesse avere, animata da uno dei cuori più profondi e sensibili. Nato in una famiglia che si prendeva ben cura di lui, gli vennero celati tutti i dispiaceri, le sofferenze e le preoccupazioni della vita. Essi lo mantennero in un ambiente nel quale nessun dispiacere, nessuna sofferenza e nessuna preoccupazione della vita potessero toccarlo, per permettergli di crescere senza essere turbato dai problemi terreni. L’amore dei genitori e la saggezza del destino crebbero un’anima nata per empatizzare con ogni essere vivente. Dopo aver ricevuto la migliore educazione arrivò alla maturità, il giovane Siddartha un giorno volle vedere il mondo con i propri occhi e farne esperienza diretta, completamente ignaro delle esperienze che la vita ordinaria mostra all’uomo.Uscì per la prima volta e guardò una persona anziana, che camminava con difficoltà, e chiese: “Che cosa è questo?” Gli venne risposto: “ La vecchiaia.”. E lui provò empatia per la condizione del povero vecchietto. Vide poi un’altra persona, esausta, stanca e giù di morale. Egli: “Cosa c’è?” Gli venne risposto: “Questa è la malattia”. Egli, preso da un improvviso sgomento, chiese stupito: “Esiste una cosa come la malattia?”. Arrivò un’altra persona che aveva perso i suoi soldi: era misera e disperata. Buddha chiese: “Cos’è questo?” Gli venne risposto: “Questa è la povertà”. Ancora una volta, egli 2
provò compassione per quella condizione e soffrì per quell’uomo. L’anima del futuro Buddha aveva il cuore tanto aperto da empatizzare con ogni persona; egli comprese che la vita comprende in sè tante limitazioni e che ogni limitazione è legata ad una particolare sofferenza, tra malattia, povertà, vecchiaia e morte. Il numero delle limitazioni che egli vide fu talmente grande che pensò: “Quale deve essere il rimedio per tutte queste sofferenze?” In primo luogo, egli considerò che la natura umana è alla ricerca della felicità. Il futuro Buddha comprese inoltre che tutte queste limitazioni rappresentano un ostacolo per l’uomo e lo privavano della consapevolezza di possedere questa felicità. Egli comprese anche che, se tutti i tipi di sofferenza e tutte le cause di sofferenza venissero rimosse, l’uomo non sarebbe comunque libero dalla sofferenza, perché la natura dell’uomo, che lo porta a trovare la felicità e la sofferenza, risiede nella sua visione condizionata della realtà. Egli pensò che eliminare queste apparenti limitazioni non era sufficiente: solo la conoscenza della vita, l’osservazione e un reale coinvolgimento in ogni attività quotidiana erano i mezzi utili per liberarsi dalla ristretta visione della mente, poter vedere in faccia la realtà così com’è ed emanciparsi dalla sofferenza. Siddartha iniziò così il suo viaggio alla ricerca dell’emancipazione dalla sofferenza.
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Cenni storici sul buddhismo e zen
L’uomo ricerca la felicità non perché essa si trovi all’esterno di sé stesso, ma perché gli appartiene.
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La Pratica Zen
La pratica Zen
Zen La tradizione vuole che lo Zen sia stato introdotto in Cina dal monaco indiano Bodhidharma, primo patriarca cinese. In realtà, esso fiorì e produsse i suoi tratti distintivi solo durante la generazione successiva al sesto patriarca Hui Neng. Fin dalla sua comparsa, per una propria predisposizione, la scuola buddhista zen vide crescere i propri maestri in luoghi remoti, dove la sopravvivenza era possibile soltanto grazie alla coltivazione della terra, secondo un modo di vivere sconosciuto alle comunità monastiche buddhiste indiane, che vivevano di offerte e dove il lavoro personale era riservato alle esigenze della comunità, e non sempre, mentre il lavoro fuori dall’ambito della comunità era considerato contrario alla pratica del monaco. Con lo zen di Hui Neng, il lavoro divenne uno dei fattori fondamentali della pratica. Questo faceva parte infatti della mentalità cinese, che era schietta ed estremamente pragmatica. Ancora oggi, nei monasteri Zen in Europa ed in Italia, la pratica del lavoro, o Samu è fondamentale per la crescita spirituale dei praticanti. “ Un giorno senza lavorare, un giorno senza mangiare ”.
Negli ultimi decenni, in Occidente, la pratica di lavoro sociale ha poi sostituito quella dei campi. I buddhisti occidentali stanno creando nel corso del tempo una nuova forma di Buddhismo; c’è però chi sostiene che la nostra enfasi sull’esperienza individuale, la meditazione e l’impegno sociale visto come pratica di lavoro, rischi di tagliarci fuori dai benefici della conoscenza della tradizione nella sua interezza. Quello che è definito dagli studiosi “Buddhismo moderno” è un movimento relativamente recente che considera selettivamente quegli elementi che siano coerenti con la sensibilità moderna dal nucleo della tradizione e respinge tutto il resto. La critica al Buddhismo occidentale deriva spesso dalla convinzione che non possiamo ridurre il Buddhismo ad una semplice proposta di pratiche meditative, senza in alcun modo distorcere l’integrità e la complessità della sua dottrina. La comprensione di una religione deve includere lo studio e il rispetto della tradizione, non solo la familiarità con la pratica contemporanea, quindi anche la volontà di entrare in dialogo con ciò che è storicamente e culturalmente il proprio nucleo. Per partecipare a questo dialogo, abbiamo bisogno di conoscere il contesto in cui è inserita la tradizione buddhista e la capacità di vedere oltre i presupposti del tempo e del luogo nei quali viviamo. Il nostro lavoro con Dharma Academy è la testimonianza di un lavoro in questa direzione: trasmettere lo zen inverato nel presente, con le radici ben salde nella tradizione degli insegnamenti. Ciò non significa la diffusione di 2
uno zen orientale ma di uno zen buddhista. Lo zen è una scuola buddhista molto particolare rispetto alle altre. Il suo insegnamento principale è la realizzazione dell’Essere Originario o Natura di Buddha, come si dice in ambito buddhista. Che cosa è la Natura di Buddha? È ciò che tutti siamo originariamente. Con Natura di Buddha non si intende qualcosa di particolare all’origine del nostro essere. Per “originario”, si intende la natura delle cose così come sono, che si manifestano nella loro naturale essenza. La nostra Natura di Buddha è quell’attimo dopo attimo che si manifesta nella nostra vita libera, e che nasce e muore ad ogni istante. Se così non fosse, il presente sarebbe permanente e la prima legge di impermanenza del Buddhismo suonerebbe falsa. Anche il manifestarsi della nostra vita sotto condizionamenti, attaccamenti e desideri egoici, che nel Buddhismo chiamiamo la mente ignorante o non realizzata, è essa stessa la Natura di Buddha. Quindi dove sta la differenza? È come avere un tesoro in cantina e non sapere di averlo; potenzialmente lo possiedi, ma se non ne sei consapevole, vivi da povero. Non è detto che tu possa vivere infelicemente da povero, ma pensa a quante quante cose potresti fare spendendo il tuo tesoro a favore di tutti gli esseri! Lo zen è la mappa del tesoro che sei già. A te cominciare la ricerca della tua vera natura per aiutare tutti gli esseri e per conoscere la vera essenza della realtà della vita e dell’universo. Lo zen si occupa della nostra mente in modo molto
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La pratica Zen differente dalle altre scuole buddhiste, Esso è considerato la Via diretta, non graduale, alla realizzazione. Per questo non si occupa troppo della pulizia della mente, per esempio dagli stati mentali affliggenti quali il desiderio irrefrenabile, l’avversione, l’agitazione, e di tutto l’impianto psicologico tanto caro a molte scuole Mahāyāna ritenendola, in parte, una perdita di tempo e un rallentamento al suo percorso. Dire che non se ne occupa affatto non è però propriamente corretto, in quanto lo fa in maniera più esperienziale che intellettuale o psicologica. L’enunciato del maestro Huì-néng (g. Eno 638–713) VI patriarca zen, è l’esposizione chiara e forte della pratica zen che aiuta a vanificare ogni dubbio. Giunto in punto di morte e dovendo stabilire il suo successore, il patriarca Hóngrěn, in giapponese Kōnin, chiese ai monaci di esporre in versi l’essenza del Dharma buddhista. Narra lo Liùzǔ tánjīng che il capo dei monaci, Shénxiù (神秀, 606 - 706), presentò i seguenti versi: «Il vero albero della Bodhi è il corpo, la mente è il suo specchio lucente. Lascialo sempre perfettamente chiaro, che non vi sia un solo granello di polvere». Shénxiù La notte successiva, Huì-néng lasciò il suo scritto accanto alla prima poesia: «Non vi fu mai l’albero del Bodhi, e neppure il suo specchio lucente. Tutto è fin dall’inizio immacolato. Dove cadrà la polvere?» Huì-néng Quando il V patriarca lesse i versi di Huì-néng decise di nominarlo, in segreto, suo successore. Tutti gli insegnamenti dello zen si rifanno all’esperienza centrale del Buddha, nella quale il principe-asceta Gautama Siddharta conobbe la grande “comprensione”, esperienza comunemente resa con il termine “illuminazione”. Da allora fu chiamato il Buddha, colui che ha realizzato. Non si vuole affermare che lo zen non si interessi di tutti gli insegnamenti che il Buddha diede successivamente, ma pur considerandoli validi e interessanti per la pratica li considera come il pulire sul pulito dello specchio: i praticanti zen, invece che perdersi in graduali pulizie della mente, puntano direttamente al risveglio con pratiche che liberano la mente da ogni speculazione, classificazione, idea di sporco o pulito, giusto o sba-
gliato. Tutto è già perfetto. L’idea di pulire la mente è l’idea che sporca la mente, come l’idea di stare male è quella che ti fa stare male. Per realizzare questo sentiero diretto e non graduale, vengono usate pratiche che, quando vissute secondo i dettami dello zen, si trasformano esse stesse in illuminazione. Come diceva il grande patriarca zen Dogen: “Pratica e illuminazione sono un’unica cosa”. I primi buddhisti diventarono tali in quanto riconobbero nell’insegnamento del Buddha il compimento dei loro sforzi individuali: la verità illuminata dal risveglio. Successivamente, dagli insegnamenti del Buddha vennero estrapolate elaborazioni, interpretazioni, metodi di pratica, e a questi si diede riconoscimento ufficiale come dottrina del Buddha. Lo zen non dice che le successive interpretazioni degli insegnamenti del Buddha siano inutili, ma si rifà all’esperienza diretta dell’illuminazione. Lo zen si riferisce ad una condizione originaria dell’essere umano: la possibilità di fare esperienza della nostra innata Natura Originaria e della saggia chiarezza che ne scaturisce. Tutto il resto, sebbene considerato importante dai buddhisti di molte scuole, interessa meno allo zen: questa particolare scuola ritiene che la realizzazione della Natura Originaria possa da sola scacciare le ombre di ogni passato mentale allo stesso modo in cui la luce della fiamma di una candela
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Zazen
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Lo sviluppo spirituale dell’uomo è una bellissima avventura; un viaggio attraverso strani paesi, pieni di meraviglie, ma alle volte anche di difficoltà e di pericoli.
La parola spiritualità, prima di essere più propriamente una categoria teologica, è una categoria antropologica. Esprime un riferimento all’uomo in quanto uomo, in quanto essere cosciente. La parola meditazione non è più riferita solo a pratiche religiose o a pratiche spirituali religiose. La meditazione è riferita all’essere umano e la spiritualità appartiene ad ognuno di noi per il solo fatto di esistere. Essa non è collegata necessariamente ad un sistema filosofico o religioso. La meditazione appartiene all’essere umano che vuole essere consapevole della propria vita. La meditazione è una tecnica che permette di realizzare una distensione ben più profonda del sonno, in una condizione di irreprensibile veglia. Adottando una definizione un po’ generica, meditare equivale ad essere consapevoli di qualunque cosa si stia facendo (o non facendo) in quel determinato istante, senza agire in modo automatico, con disattenzione o peggio ancora con svogliatezza.
L’obiettivo sarà sempre il raggiungimento di uno stato d’animo vigile e nel contempo rilassato: uno stato di relax permanente che si approfondirà sempre di più, sino allo schiudersi della dimensione interiore. A volte è arduo restare lì, quieti, attenti e fermi. Siamo così coinvolti da tutto da non riuscire a indugiare nemmeno un istante. Ed ecco arrivare in aiuto gli artifici della pratica, i metodi, la meditazione. Ma il punto è sempre lo stesso: quell’identico, immutabile, intramontabile fulgido silenzio cui segue un senso d’integrazione, di soddisfazione e completezza; un’energia tale da riuscire a superare con intelligenza numerosissimi ostacoli; una partecipazione esistenziale eccellente che ci unisce al tutto e che ci rende possibile fare esperienza dell’unità con l’intero Universo.
Il segreto è tutto qui: essere o diventare consapevoli, per quanto possibile, dei propri atti, senza sviluppare tensioni, aspettative, e senza attaccarsi a particolari previsioni. Il senso del presente, del qui e ora, conduce via via ad un rilassamento interiore che consente di percepire la vita per ciò che è. Per meditare è sufficiente prestare attenzione, osservare, con tanta pazienza e perseveranza, in silenzioso raccoglimento. Un esempio: se getti un sasso in un laghetto, la superficie si increspa. Le piccole onde che si formano sono come i pensieri: se attendi un po’, come le onde, i pensieri si placano, svaniscono e la mente si calma. Per far ciò non devi concentrarti sulle onde, ma osservarle e attendere. I modi per realizzare quello stato di calma e di quiete cui abbiamo appena accennato sono pertanto definiti, nell’accezione corrente più comune, come “tecniche di meditazione”. L’oggetto a cui porre attenzione varia secondo gli esercizi. 2
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Zazen
La meditazione (in sanscrito: Dhyâna) è antica come il mondo. Fu con la meditazione, conosciuta nello zen come zazen, che Gautama Shâkyamuni, il Buddha, affrontò il problema della sofferenza e dell’esistenza della morte, non avendo trovato risposte soddisfacenti nella ricerca filosofica, nello studio o nei rituali ascetici. Con il termine zazen (坐禅) si intende un vasto insieme di significati, generalmente tradotti in italiano con “meditazione seduta” o “meditazione silenziosa”. Lo zazen è considerato da molti praticanti la pratica principale dello zen, ma non è così: ogni attività è o può diventare pratica nello zen, dipende dalla condizione della nostra mente. In Zazen non c’é nient’altro che zazen. Non serve a nulla ed è qui la sua grandezza. L’universo ha forse uno scopo se non quello di “essere”? Zazen è la manifestazione della nostra Natura di Buddha: Honshô 本證. Il vero zazen è lasciar andare la mente e il corpo: Shinjin Datsuraku 身心脱落. Spesso si dice che in zazen la grande Madre Terra ci sostiene, ma non dobbiamo creare questa immagine di separazione tra noi e la Madre Terra perché noi siamo uno con il tutto. Se proprio vuoi che lo zazen serva a qualcosa, pensa che anche sedere in zazen é uno svolgersi del Qui e Ora, attimo dopo attimo. Pur non servendo a nulla, lo zazen ti può aiutare a comprendere intimamente, inconsciamente o intuitivamente, la tua mente e in quale direzione portare la tua vita.
Un passo indietro per andare avanti. Questo accade in Shikantaza come con i Koan. Seduti nella calma apparente, iniziamo a ripercorrere l’esperienza che portò Gautama Shâkyamuni a scoprirsi il Buddha, cioè il Risvegliato. Iniziamo a conoscere la mente che nello zen chiamiamo “mente scimmia” o “mente drago” perché salta come una scimmia ed è potente e indomabile come un drago. Impariamo come incontrare il drago faccia a faccia, e con ogni parte della nostra umanità. A volte questo significa guardare nell’oscurità. Probabilmente hai presente situazioni nella tua storia ed angoli bui del tuo essere difficili da affrontare. Forse alcuni di essi ci provocano pianti e vergogna. Quando ci rivolgiamo verso la pratica dello zen n e ci permettiamo di aprirci ad essa, iniziamo a far brillare una luce in tutti questi angoli oscuri. “Diffondere la luce”, era uno dei termini antichi usati per intendere la trasmissione della pratica dello zen.
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Introduzione alla Fisiologia dello Zazen
Introduzione alla fisiologia dello Zazen
Meditazione seduta Nel linguaggio contemporaneo rimanere seduti indica un atteggiamento rinunciatario che impedisce di compiere gli sforzi necessari per uscire da una situazione negativa. Nel linguaggio della meditazione, invece, rimanere seduti è uno degli strumenti principali per accedere a stati di coscienza più alti. La differenza è tra sedere ponendosi degli scopi da raggiungere, come ottenere più calma e più silenzio e sedersi nella naturalezza del proprio essere. La posizione seduta che assumiamo diventa, nel primo caso, uno specchio di ciò che pensiamo di essere, nel secondo, di ciò che siamo veramente.
La posizione seduta con la colonna in una postura retta è un riposo vigilante per tutto il corpo. Essa è la rappresentazione dell’attitudine al risveglio e alla saggezza. Viene illustrata dall’iconografia più classica come pienezza interiore, ed è possibile trovarla descritta nella grande maggioranza delle filosofie e religioni orientali, anche nell’induismo, nel buddismo, nel jainismo, nel taoismo e nello zen. La postura seduta con le gambe incrociate permette una ricerca di equilibrio perfetto nella verticalità della spina dorsale. Il prolungato mantenimento di questa postura sembra agire sulla coscienza e costituire un’apertura verso l’abolizione dei condizionamenti e degli schemi mentali abitudinari che ci impediscono di vedere la realtà autentica. Per queste ragioni, la posizione seduta si è imposta come la principale chiave per la meditazione. In ogni caso si tratta di rimanere immobili, vigilanti a lungo e senza compiere sforzi. La necessità dell’inerzia vigilante porta ognuno a scegliere la sua personale posizione seduta, per permettere al corpo di rimanere veramente a riposo. Lo Zen ne propone diverse. Essere seduti nella calma e in ascolto rappresenta un segnale che attraversa e informa il nostro sistema nervoso e raggiunge i muscoli proprio come quando siamo preoccupati, inquieti, contenti o allegri. Quando i muscoli sono interiormente fondati sull’ascolto della meditazione, e di conseguenza sull’essere in sé e sulla consapevolezza di sé stessi, essi si trovano a produrre gesti profondamente differenti rispetto a quando siamo tesi a conseguire obiettivi o risultati. In questo secondo caso, il sistema nervoso è occupato, pervaso dall’idea che abbiamo di noi, di ciò che sappiamo fare o che riteniamo di non sapere fare: questo stato della men2
te, inevitabilmente forma i nostri muscoli nel tono, nell’elasticità e nella capacità di movimento lungo le catene muscolari, che risulteranno tese, impedendo il rilassamento e la visione profonda della mente. Inizialmente, la maggior parte delle persone pensa che meditare riguardi solo la mente e molti ne rimangono convinti anche dopo anni di pratica. Quando ho iniziato a praticare lo Zen, più di quaranta anni fa, facevo ginnastica in palestra, correvo e pensavo di essere abbastanza in forma. Quando sono arrivato al monastero Sōtō Zen Toshoji in Giappone, sono stato debitamente istruito a mettermi nella posizione a gambe incrociate di fronte ad un muro. “Siediti lì”, mi disse il capo dei monaci “e non cercare di pensare o di fare nulla!”. Sviluppa Kakusoku 覚触, che vale a dire: “non concentrarti su nessun oggetto in particolare, né controllare i pensieri”. La mente acquisterà la calma in modo naturale una volta che la postura giusta verrà mantenuta e la respirazione si sarà stabilizzata. Quando vari pensieri vengono alla mente, non lasciatevi catturare né tanto meno combatteteli. Non inseguiteli, né sfuggiteli. Lasciate semplicemente che i pensieri scorrano liberi, permettendo loro di andare e venire a piacimento. L’ essenziale nella pratica zazen è il risveglio dalla distrazione e dal torpore e il richiamarsi alla posizione corretta momento per momento. Il maestro zen giapponese Eisan Zenji (1141-1215) usò l’espressione kakusoku, composta dalle parole giapponesi: kaku, “con gli occhi aperti chiaramente e del tutto”, e soku “ridesti, vivere realmente la realtà”. Possiamo quindi definire kakusoku una condizione di risveglio e massima consapevolezza della mente e del tuo corpo.
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Introduzione alla fisiologia dello Zazen
Nel tempo il corpo si adatta e si scopre gradualmente che il bacino può aprirsi, le spalle possono rilassarsi e scendere maggiormente, le gambe possono rilasciarsi. Ma quando la posizione migliora e inizia a non disturbare più inizia a lavorare la mente, e a far affiorare molti pensieri, ricordi, progetti, sentimenti dolorosi ed emozioni. Questa liberazione fisica ed emotiva si riflette anche sul corpo, che spesso riporta tensione e ricomincia da capo. Non sai cosa incontrerai, ma sei abbastanza sicuro che non sempre sarà piacevole.
su un autobus, questo processo di rilascio delle tensioni può continuare più rapidamente. Di conseguenza, la tua vita diventerà più libera, senza tensioni.
Vale la pena passare attraverso questa disintossicazione spirituale? Potresti chiederti se hai il coraggio di farlo, ma posso assicurarti che, se davvero vuoi iniziare questa pratica, puoi farlo anche con un processo più morbido, adattando la meditazione giorno per giorno al progresso del tuo corpo. Se ti sembra troppo, riduci la tua pratica riducendo il periodo di seduta. E tutta questa apertura ti verrà semplicemente dal fare del tuo meglio in ogni seduta di meditazione zazen senza ansia di prestazione, che è già coinvolta fin troppo in molte cose della vita. La tua fisicità è considerata importante. In più, puoi trasferire gli elementi della postura di meditazione dell’allineamento seduto nella tua vita quotidiana;. dal camminare, allo stare in macchina o Dharma Academy
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La Via dello Zen
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Autenticità, verità e saggezza compassionevole I valori, i principi e la morale da praticare oggi per l’armonia e la pace del mondo sono:
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Avere una mente che indaga e che si pone degli interrogativi di fronte ai problemi e alle sofferenze nostre e degli altri che, come noi, si trovano a dover far fronte nella nostra comune esistenza da esseri umani.
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Non seguire ciecamente nessuna fede nata dall’ego per paura o difesa, ma essere sempre pronti al dubbio indagatore anche verso le certezze più radicate in noi, spesso frutto di condizionamenti che ci portano ad agire senza consapevolezza e reattivamente...
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Per risolvere le nostre sofferenze e i nostri problemi quotidiani è necessario essere sufficientemente onesti per metterci in discussione in maniera critica, coraggiosa e creativa, così da superare ogni condizionamento e attaccamento, ostacoli ad una libera percezione e visione della vita.
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Le realizzazioni personali di libertà della mente e di chiarezza spirituale non devono essere usate per il potere, l’autorità e la gloria terrena, ma devono essere usate per accrescere la nostra pace interiore, e per promuovere l’unità e l’armonia comunitaria.
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La purificazione di sé stessi e il conseguimento dell’integrità spirituale personale è imprescindibile perché in noi si accrescano Autenticità, Verità e Saggezza Compassionevole, che conducono le persone alla liberazione e alla pace.
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I Temi principali della pratica zen dovrebbero essere il superamento dell’ego personale e la realizzazione dell’illuminazione, la rivelazione della nostra Natura Autentica di esseri universali, per aiutare le persone a liberarsi dalle sofferenze e dalla causa della sofferenza, promuovere la pace e l’armonia individuale e comunitaria.
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Per promuovere la pace, l’armonia, la concordia, l’universalità tra tutti gli esseri, la saggezza, la felicità, la cooperazione nel mondo, la comprensione, l’amicizia, la fiducia e la collaborazione è necessario il superamento dell’io e del tu, uscire dall’isolamento del sé. Ogni pratica zen, con lo zazen al suo centro, promuove questo cammino.
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Il Buddha ha sempre vissuto e meditato stando vicino alla Natura. Prendendoci cura dell’ambiente in cui viviamo e sviluppando una maggiore libertà interiore in armonia con tutto il pianeta e i suoi abitanti, anche noi possiamo raggiungere la liberazione individuale, universale e cosmica nella pienezza dei tempi.
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Iconografia del Buddha
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Shakyamuni
LA STATUA BUDDHISTA DELLA QUINTESSENZA
Il Buddhismo nasce dalla missione d’insegnamento di Gautama Shakyamuni, il saggio del clan degli Sakya, nell’ India del tardo VI secolo A.C.. Nel quarto secolo, molti anni dopo la sua morte in India, si cominciano a fabbricare statue di Shakyamuni come oggetto di culto e di venerazione. In Giappone, le prime statue buddhiste compaiono nel VI secolo. Con il passare dei secoli, lo stile e le caratteristiche delle statue cambiano rispecchiando le diverse aspirazioni degli uomini verso il culto. Le prime statue buddhiste giapponesi rappresentano Shakyamuni Tathagata (in g. Shaka Nyorai). La parola giapponese Nyorai (如来) è la traduzione della parola sanscrita e pali Tathagata, il termine che esprime il più alto grado di rispetto. Un Tathagata è “chi nasce nel vero”, in altre parole, un Buddha. La principale immagine di venerazione del Soto Zen è Shakyamuni Buddha. Shakyamuni può essere raffigurato in un qualunque dei diversi stadi e attività della sua vita: alla nascita, durante le pratiche ascetiche, durante l’insegnamento, durante la meditazione zazen e al momento della sua morte. Nei templi Soto, le statue lo raffigurano in zazen. Le mani e i piedi rappresentano caratteristiche importanti dei Buddha raffigurati: le posizioni delle mani, dette mudra, indicano diversi aspetti della figura rappresentata. Nelle statue di Shakyamuni del Soto Zen, le mani sono nel dharmadhatu samadhi mudra, in giapponese Hokkaijoin, che sta a rappresentare la meditazione nel mondo soggetto alla Legge Cosmica. Le punte dei pollici si toccano in maniera molto naturale. Le gambe sono incrociate nella cosiddetta posizione del Loto, (g.: Kekkafuza) che si assume mettendo dapprima il piede sinistro sulla coscia destra e poi il piede destro sulla coscia sinistra. Il Loto è la posizione assunta da Shakyamuni quando, seduto in meditazione sotto un albero della Bodhi, raggiunse l’illuminazione. In molte statue buddiste, Shakyamuni siede su un basamento dalla forma di fiore di loto. Il loto rappresenta la Mente di Buddha, perché come il loto, la nostra mente, pur crescendo nella melma dello stagno dell’ignoranza, produce fiori bellissimi e immacolati.
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(1) Ushnisha (g.: nikkei), la protuberanza sulla sommità del capo, si dice rappresenti le saggezza accumulate. E’ uno dei 32 speciali simboli che distinguono il corpo di un Buddha da quello degli esseri umani ordinari. Un altro dei simboli di distinzione è il ciuffo di capelli bianchi tra le sopracciglia. (2) I capelli della testa di un Buddha hanno la forma di piccoli riccioli a spirale, chiamati in giapponese rahotsu. (3) Al centro della testa tra i capelli nell’ ushnisha vi è un gioiello (nikkeishu) irradiante la luce dell’illuminazione.
(4) Tre pieghe sul collo richiamano la pienezza del corpo caratteristica di un Buddha. (5) L’abito è fatto di panni cuciti insieme secondo la maniera prescritta inizialmente per i monaci. (6) La posizione delle mani (mudra) rappresenta la meditazione nel mondo soggetto alla Legge Cosmica, Hokkaijoin (7) La mandorla è la rappresentazione stilizzata della luce magnificente irradiata da un Buddha. (8) Posizione di meditazione a gambe incrociate detta del Loto.
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Cosa Serve per Praticare Zazen
Cosa serve per praticare Zazen
La postura del corpo Sedetevi con la schiena e le cervicali ben estese. Immaginate che, dal punto centrale della sommità del capo, un filo vi stia tirando verso il cielo, estendendo dolcemente tutta la vostra colonna vertebrale, che rimane fermamente diritta ma non in tensione. La colonna vertebrale deve ergersi verso l’alto, trovando il suo asse di equilibrio. Ciò è possibile che accada solo se abbiamo una base adeguata su cui poggiare, cioè il bacino. Questa capacità di sostenersi bene con la schiena risulterà da un doppio processo: dapprima la colonna vertebrale si raddrizzerà sotto l’azione dei muscoli erettori della schiena; successivamente questo raddrizzamento creerà una forza che si esercita verso il basso e che viene trasmessa al suolo tramite gli ischi. Questo produce una controreazione dal basso verso l’alto, della quale beneficerà la colonna vertebrale per accrescere il suo allungamento verticale. Nella zona lombare risiede la nostra forza. Gli antichi taoisti dicevano che nella cintura risiede il segreto della vita, perché è in quella zona che risiedono i reni, sede della nostra energia ancestrale. La zona delle vertebre lombari deve spingere leggermente in avanti, cosi da recuperare la linea naturale della schiena. Se compiamo una leggera spinta in avanti, le spalle si raddrizzeranno e apriranno naturalmente e tutta la nostra schiena sarà allineata. Le orecchie devono essere in linea con le spalle; ciò implica che il vostro corpo non sia sbilanciato né in avanti né indietro. Si dice che il naso debba essere in linea con l’ombelico: la testa non deve pendere ma essere allineata con tutta la colonna vertebrale. Per evitare il rilassamento o la tensione eccessiva in meditazione, è necessario ottenere una postura corretta. È molto difficile giudicare dall’interno se la tua postura debba essere cambiata. Ma ecco alcuni controlli che puoi eseguire tu stesso per vedere se sei seduto correttamente in meditazione. Dopo esserti seduto nella postura che meglio credi di quelle consigliate, su un cuscino a terra, su una sedia o su uno sgabello da meditazione, trova la tua posizione.
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Cosa serve per praticare Zazen
Trova la tua posizione Imposta la tua postura e assicurati di essere a tuo agio e rilassato. Assicurati di non trattenerti forzatamente in quella che pensi sia una postura “buona”.
Inspira ed espira normalmente e senti se hai tensioni. Come ti fa sentire? Quando ti rilassi, ti accorgi che sei in crisi e la tua postura cambia.
Porta le mani attorno alla parte posteriore della colonna lombare e controlla. La curva della lordosi è esagerata? La parte bassa della schiena è appiattita o addirittura convessa?
Hai una normale curva in posizione rilassata? È una buona postura.
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Se stai utilizzando i cuscini, assicurati di sederti verso la loro parte anteriore, non sul fondo. Se ti siederai verso la parte posteriore, i cuscini forniranno un’inclinazione all’indietro, causando rilassamento.
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Se sei inginocchiato a cavallo su dei cuscini e scopri che ti stai rilassando, prova a spostare le ginocchia leggermente più distanti. Ciò cambia l’inclinazione del bacino e può correggere il leggero cedimento della schiena.
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Shikantaza
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“Quando il vento cessa l’acqua torna tranquilla il tuo volto appare” Dogen
Shikantaza è una delle differenti pratiche di zazen. Solitamente, viene identificato zazen con la pratica di Shikantaza, perché in effetti Shikantaza è la pratica principale, ma non l’unica né l’ esclusiva della scuola Soto Zen: essendo la Scuola Soto la più diffusa dello Zen, soprattutto in Occidente, questa identificazione può venire in mente facilmente. Ma zazen, che è la traduzione giapponese. Dal cinese zuo chán ha diverse forme: per esempio, la pratica dei Koan è considerata anch’essa zazen. Sviluppando una visione zen ampia ed esperienziale, possiamo annoverare come zazen diverse pratiche, come la lettura dei sutra, quando è praticata con la mente libera da pensiero oggettivo (che non significa “mente senza pensiero”, o “mente ottusa e vuota”). Nello zen, questo tipo di mente viene chiamato HISHIRYO, dove HI è il suffisso che funziona come alfa privativo e SHIRYO vuol dire ‘pensiero’. In questa condizione la recitazione dei sutra, kinhin, ma anche il samu, la pratica lavorativa, divengono tutte un atto meditativo di zazen., Sinteticamente nel Fukanzazengi del maestro Dogen leggiamo: “Praticare la Via è, di per sé, illuminazione. Non c’è spazio tra la pratica e l’illuminazione o lo zazen e la vita quotidiana”. Ma approfondiremo questo negli insegnamenti specifici sui Koan, sui Sutra e su Samu. Quindi, dobbiamo vedere Shikantaza come una delle pratiche più importanti dello zazen, ma non la sola ed esclusiva. Una volta compreso questo, la nostra mente inizierà ad aprirsi più facilmente anche allo stato di Hishiryo. Shikantaza rimane comunque la pratica di zazen centrale del buddismo Soto Zen. Il termine Shikantaza, attribuito al maestro Dōgen, deriva dalla pratica della scuola zen cinese Caodong, che fu la scuola principale di riferimento nella formazione spirituale del maestro Dogen, i cui insegnamenti vennero riportati da quest’ultimo in Giappone al suo ritorno dalla Cina, nel 1227. Shikantaza non si tratta semplicemen2
te solo dell’unione di calma e intuizione, che era già stata sviluppata all’interno della tradizione buddhista Tiantai nella Cina medievale e che troviamo in molte altre meditazioni buddhiste, per esempio in Samatha e Vipassana, ma è piuttosto una descrizione dell’essenza naturale e della funzione originaria della mente: lo stato di realizzazione. Per definirlo, in alcuni ambiti useremmo la parola illuminazione e non solo l’espressione “Chiarezza Mentale”. In questo senso, lo Shikantaza si può far risalire ai primi insegnamenti Chan di Bodhidharma, se non addirittura al momento di illuminazione del Buddha sotto l’albero della Bodhi. E’ per questa condizione della mente Hishiryo di zazen che lo zen afferma di rifarsi direttamente al cuore dell’esperienza del Buddha stesso sotto il grande albero della Bodhi. Da quell’esperienza derivano tutti gli insegnamenti del Buddha e lo zen si rivolge direttamente al cuore di quell’esperienza. Per questo uno degli enunciati attribuiti a Bodhidharma, descrive l’insegnamento zen come non basato sulle scritture; nella pratica zen, gli insegnamenti dottrinali del Buddhismo non occupano un posto centrale, lasciando l’esperienza dello zazen al centro della pratica. Come dice il secondo enunciato di Bodhidharma, lo zen punta direttamente al cuore dell’esperienza del risveglio. Già nell’etimo del termine shikantaza troviamo il significato della pratica: SHIKAN vuol dire “nient’altro che”; Ta “proprio”; ZA “seduto”. Possiamo anche tradurre Shikantaza come “seduto semplicemente”, laddove l’avverbio “semplicemente” è la misura dello stato di realizzazione di Shikantaza. Se noi diciamo “semplicemente seduto” anziché “seduto semplicemente” cambia completamente il senso della pratica. “Semplicemente seduto” vuol dire sedersi e basta, così si è. Per alcuni, ciò può significare: “Basta sedersi e tutto è”. Allora anche sedersi ovunque e in qualsiasi modo, persino al bar, sarebbe Shikantaza. “Seduto semplicemente” implica invece un atteggiamento di
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Shikantaza
semplicità della mente e non solo nell’atto fisico di essere seduto. Si tratta di quella semplicità che possiamo tradurre con lo stato mentale di Hishiryo: una mente libera, presente semplicemente, diversa da semplicemente presente. SHI significa “cessare”, inteso come “calma, tranquillità”. In questo caso, “cessare” non ha una connotazione negativa, perché rappresenta lo spirito che porta alla quiete, alla tranquillità, a quel “nient’altro che”.
presente per divenire l’universalità dell’ UNO del Tao. Tutto scorre, ma tutto nello stesso tempo È. La mente razionale e pensante non può cogliere questa condizione; solo con Hishiryo possiamo realizzare e comprendere questo. Capite di cosa stiamo parlando quando parliamo di Shikantaza e del nostro essere e non-essere qui e ora ma Uno?… La Natura di Buddha è fiumi, valli e montagne, come ci dice Dogen nel suo Shobogenzo.
KAN potremmo tradurlo con “consapevolezza”. Consapevolezza, di che cosa? Dobbiamo sempre guardarci intorno, dobbiamo sempre guardarci indietro, per riscoprire che siamo già. Tutto è già. Noi siamo come una linea. Da che cosa è costituita una linea? Da un punto dietro l’altro, attaccati l’uno all’altro. Qui e ora è il nostro punto: se lo curiamo, diventa una linea armoniosa nei tanti qui e ora. Altrimenti, la nostra vita diviene una linea tortuosa spezzata. Se invece curiamo soltanto il qui e ora, risulterà solo un insieme di punti sconnessi e non una linea omogenea. Stare nel qui e ora significa: arrivare dal passato, con il suo complesso di esperienze pensieri motivazioni, valori, credenze, e vivere il presente, nella funzione del futuro. In questo modo si forma una linea ininterrotta di consapevolezza. Ma stare nel qui e ora non basta: non esiste un qui e ora scollegato dalla vita intera. Se comprendiamo questo, comprenderemo la legge di impermanenza e, nello stesso tempo, la legge di interdipendenza. Un fluire continuo di attimi presenti. Attenzione! Non si tratta però del panta rei di Eraclito a cui tutti avvicinano l’impermanenza del Buddhismo, cioé il continuo Divenire in contrapposizione all’Essere di Parmenide. Il momento presente è interdipendente, ma lo è da che cosa? Lo è dal momento passato e con il momento futuro in cui si trasforma. Nello stesso momento, però, l’intera trasformazione è contenuta nel momento presente. Quindi il momento presente, il tanto acclamato qui e ora esiste e non esiste di per sé., Potremmo dire che esiste come attimo Presente, ma che contiene anche l’intera essenza dell’esistenza; sparisce come attimo
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I Koan
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Koan Zen è senza parole, senza spiegazioni, senza istruzioni e senza conoscenza. Zen è soltanto risveglio di sé. Eppure, se noi vogliamo comunicare qualcosa di zen agli altri, siamo obbligati a ricadere sulle parole. Io sono solo un monaco praticante di zen, non ho erudizione scolastica e neanche doti letterarie. Comunque, usando la mia propria sapienza come base, proverò a dirvi qualcosa sul decorso degli studi e della pratica seguita dai monaci zen durante gli anni che essi trascorrono nella sala di pratica. Ma prima vi vorrei presentare i Quattro Voti. Ogni buddista non solo recita i Quattro Voti mattina e sera, ma prova a mantenerli sempre nella mente e a praticarli attraverso tutta la vita al meglio della propria abilità. Specialmente per i monaci zen essi sono i più importanti di tutti i voti.
Gli esseri sono innumerevoli voto di aiutare tutti. Le brame sono inesauribili voto di estirparle tutte. Gli insegnamenti sono infiniti voto di apprenderli. La Via del Buddha è suprema, voto di realizzarla.
Questo è il voto. Se voi stabilirete fermamente i Quattro Voti nel vostro cuore, il mio proposito verrà più che esaudito. Miura Isshu Roshi. New York 1955
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I Koan
Una delle pratiche dello Zazen è la pratica dei koan, assieme a Shikantaza, Kinhin, Samu, lo studio e la recitazione dei Sutra e Oryoki. La meditazione con i koan (C. kanhua chan, G. kanna zen), è meglio conosciuta con la denominazione popolare di “studio dei koan”. Il Koan consiste in una affermazione paradossale o in un racconto usato per aiutare lo zazen e quindi “risvegliare” una profonda consapevolezza. Di solito narra l’incontro tra un maestro e il suo discepolo, nel quale viene rivelata la natura ultima della realtà. Alla base dell’insegnamento buddhista, c’è, contemporaneamente, lo studio del perfezionamento della modalità dell’ ascolto, che è la Natura Realizzata, e l’affinamento continuo di questa pratica, usando tutti gli strumenti che la secolare tradizione buddhista fornisce come utensili per questo scopo. I Koan sono uno di questi. I Koan sono un aiuto per togliere al linguaggio conosciuto il suo significato condizionante, al quale noi abbiamo dato così tanta importanza da fissarlo come griglia definita per interpretare la vita, le nostre emozioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri. La costruzione della nostra mente e della nostra vita è espressa attraverso il linguaggio che descriviamo; con esso, creiamo il mondo in cui viviamo. E’ attraverso il linguaggio, quindi, che quindi creiamo la nostra idea di noi stessi. Dal giorno in cui la ruota del Dharma è stata messa in moto, la pratica insegnata dal Buddha ha assunto numerose forme e altrettante ne assumerà. Gli insegnamenti del Buddha sono tuttora più che validi; sta a noi il compito di renderli attuali, passando di cultura in cultura e di secolo in secolo. Delle diverse raccolte di koan che sono state composte nell’età Song, l’era nella quale lo Zen cinese si è strutturato ed istituzionalizzato, ne spiccano per fama e per diffusione tre in particolare: la Raccolta della Roccia Blu ( cinese: Biyan lu; giapp: Hekiganroku), il Libro dell’Equanimità (o della Serenità) (cinese: Congrong lu; giapp: Shoyoroku), e La Porta senza Porta ( cinese: Wumenkan ; giapp: Mumonkan ), composta dal maestro Mumon. Tra le tre raccolte in esame, La Raccolta della Roccia Blu è quella più antica: la sua edizione attuale è del 1125. Fu compilata dal maestro della scuola Linji (Rinzai) Yuanwu Keqin (giapp: Engo Kokugon), che
ampliò la raccolta con altri cento koan e aggiunse un commento per ognuno di essi, anche commentandone parecchi riga per riga . Molti di questi koan sarebbero stati usati in tutte le raccolte di koan successive, tra il periodo cinese e il successivo sviluppo in Giappone: è a questi koan, ad esempio, che si sarebbe ispirato il patriarca Soto Dogen per le sue raccolte. Ricca sia nei dettagli dei koan che comprende, sia per la complessità dei commenti, la Raccolta della Roccia Blu divenne famosa anche pochi anni dopo la sua compilazione per il suo valore di strumento per la pratica spirituale sia per quello dottrinale, che rivela molte volte tanti aspetti dei koan che solitamente emergono nella mente dei discepoli intuitivamente, durante le fatiche di un’intensa pratica su di essi. Per questo motivo, l’erede più famoso del maestro Yuanwu, Dahui Zonggao (giapp: Daie Soko), preoccupato che la pratica dei koan che anche lui assegnava ai propri discepoli conducesse ad uno studio troppo intellettuale, ne bruciò sia tutte le copie cartacee che riuscì a trovare, sia le lastre di legno usate per stamparle. Tanta fu la sua foga iconoclasta, che non si riuscì a trovare una copia di questa raccolta per i due secoli successivi. Infatti, l’opera riapparve in Cina in una terza edizione non prima del 1317, ad opera dello studioso laico Changming. Chiariamo subito che, anche se molti in occidente vogliono credere di seguire una forma antica e ortodossa di studio dei koan nel quadro di uno Zen cinese, coreano o giapponese, questo non è davvero il caso, perché una forma tale non esiste. Non esiste un modo unico di utilizzare i koan, né è mai esistito; non si sa con esattezza in quale momento sono stati utilizzati i koan nella Cina dei Song e dopo. Ogni lignaggio, se non addirittura ogni maestro, ha spesso costruito il proprio modo di trasmettere i koan ai suoi discepoli. Nonostante questo, ci sono stati periodi nell’antica Cina o in Giappone nei quali la sistematizzazione e l’intellettualizzazione dei Koan ha fatto degenerare questa brillante e forte pratica, dedicata a chi ha la mente per andare oltre ogni concetto di giusto o sbagliato, come dice il maestro Mumon nelle sue esortazioni nella raccolta del Mumonkan.
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Tre Passaggi nei Koan
Tre passaggi nei koan
L’enunciato del koan va mantenuto nella mente e indagato nei tre passaggi che normalmente la mente compie con la realtà, o dovrebbe compiere nella pratica zen. Anche qui, come negli insegnamenti che ho portato per Shikantaza, accosterò il percorso del Koan nella mente con un enunciato del maestro Dogen tratto dallo Kana Shōbōgenzō. Studiare la Via del Buddha è studiare sé stessi. Studiare sé stessi è dimenticare sé stessi. E dimenticare sé stessi è percepire sé stessi come tutte le cose. Realizzare questo è lasciar cadere mente e corpo di se stessi e degli altri. Una volta che avete raggiunto questo stadio, sarete distaccati anche dall’illuminazione e la agirete ininterrottamente, senza pensare ad essa. EiheiDōgen - Shōbōgenzō
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Tre passaggi nei koan
Tre passaggi STUDIARE LA VIA DEL BUDDHA È STUDIARE SÉ STESSI. La prima indagine del Koan è quella convenzionale e parte dalla conoscenza della nostra mente. La risposta che affiora al Koan è il risultato dei nostri pensieri, condizionamenti e attaccamenti. È molto importante questo approccio perché ci mostra una fotografia di chi siamo in questo momento. Studiare noi stessi. Senza riconoscimento e accettazione di chi siamo ora, diventa difficile ogni cambiamento. In altre tradizioni, questo avviene attraverso gli insegnamenti canonici buddhisti che ci aiutano a riconoscere le cause della nostra mente condizionante. Quindi il primo lavoro che compie in noi il Koan e le prime risposte ad esso rivelano noi stessi come siamo ora e la loro causa. STUDIARE SÉ STESSI È DIMENTICARE SÉ STESSI. Il secondo passaggio è andare oltre la nostra mente convenzionale. Lo sforzo di abbandonare la nostra mente condizionante, che interpreta la realtà partendo solo da ciò che conosce, è il porsi della mente in una visione non convenzionale di se stessi. Il primo passaggio, quello di conoscere se stessi, ci permette di lavorare per abbandonare l’io condizionante; essere liberi dal conosciuto, cioè: Dimenticare se stessi. È in questa fase che passano anche gli insegnamenti buddhisti di base ma comunicati nel linguaggio esperienziale dei koan. Una volta seduti, pensiamo al Koan che abbiamo ricevuto, lo indaghiamo. Nascono nuove sensazioni in noi, nuovi pensieri; iniziano a fissarsi nuovi modi di sentire nell’animo, e questi formano nuovi pensieri, che produrranno nuove azioni e così via nella ruota della vita. La Linea della vita si forma armoniosa. In altre tradizioni, questo superamento dell’io condizionante avviene con lo studio e la pratica delle differenti meditazioni a seconda delle scuole Buddhiste. DIMENTICARE SÉ STESSI È PERCEPIRE SÉ STESSI COME TUTTE LE COSE. Il terzo passaggio è il “percepire se stessi come tutte le cose” . È il passaggio che porta oltre la risposta al Koan; il koan non diventa più nuova visione dell’essere per dimenticare il vecchio io condizionante, ma noi stessi diveniamo il Koan; la realtà vivente manifestata nelle miriadi di manifestazioni, che in questo caso sono l’enunciato del Koan stesso. Realizzare un koan non nel senso di andare a vedere i suoi contenuti, ma anche e soprattutto nel senso di “verum facere” cioé “rendere vero”, “avverare”, e “inverare”, far diventare reale il messaggio del koan in noi. Come seduti in Shikantaza, quel Ta-Za ovvero quel “Proprio così” “Seduti” è la manifestazione di ogni cosa. Così, il koan diviene la manifestazione in noi di ogni cosa. Non si tratta di una comprensione intellettuale o dottrinale, ma di inverare il Koan che in quel momento invera tutte le cose, come dice il Maestro Dogen. La pratica dei Koan e di Shikantaza sono state per secoli la pratica dello zazen: una indaga la mente così com’è per superarla, l’altra ci immerge nell’eternità dell’attimo presente, tutte e due portano alla realizzazione della nostra Natura Originaria. Ritengo che, se nello zazen le pratichiamo entrambe con la guida di un valido insegnante, il nostro zen si arricchisce sia di conoscenza che di realizzazione. I koan non solo portano alla realizzazione o (non-realizzazione) della nostra Natura Originaria, ma portano anche una trasformazione nella mente che sarà in grado di manifestare questa realizzazione in ogni pensare e agire.
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I Sutra
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Intro Il buddhismo è una religione basata sugli insegnamenti del Buddha; le parole pronunciate dal Buddha Shakyamuni hanno autorità assoluta e i sutra ne raccolgono i sermoni. La parola Sutra è un termine sanscrito che, all’interno della religione brahminica, si riferiva, a quelle scritture sacre nelle quali venivano riportati ogni tipo di insegnamento e di norma. Il suo significato letterale originario è “linea” o “filo che infila le perle preziose”. Per perle naturalmente si intendono i discorsi del Buddha, che sono stati tramandati oralmente di generazione in generazione dai suoi discepoli. Poiché il cuore degli insegnamenti del Buddha è che potenzialmente tutti siamo illuminati: tutti siamo dei Buddha e, per questa ragione, le parole dei grandi maestri illuminati, nelle diverse tradizioni e scuole buddiste, sono considerate dai praticanti buddhisti alla stregua di quelle del Buddha storico, Siddhārtha Gautama Shakyamuni, e servono da indicazione, studio e illuminazione per tutti. In un secondo momento, la letteratura che raccoglie i discorsi del Buddha e dei maestri che gli succedettero diventò molto vasta e, per questo motivo, fu chiamata Grande Canone Buddhista. Nei secoli, sono stati scritti diversi canoni buddhisti che fanno riferimento alle differenti Tradizioni. Tra di essi, il Canone Pali è considerato il più antico, ma è stato tramandato anche un Canone Cinese, che conserva trascrizioni e traduzioni di sutra assenti negli altri canoni buddhisti. La tradizione buddhista comprende molti Sutra: alcuni discendono direttamente dalle parole del Buddha, altri da quelle di alcuni tra i maestri zen più importanti. Nei dojo zen vengono recitati solitamente dopo la fine dello zazen. Le ragioni per recitare i Sutra sono molteplici: una prima ragione è penetrare gli insegnamenti dei maestri, fare nostre le loro parole e mettere in pratica la comprensione profonda dei loro insegnamenti. In secondo luogo, recitare i Sutra crea uno stato di coscienza favorevole alla comprensione stessa degli insegnamenti zen. La recitazione dei sutra armonizza mente e corpo; quando si recitano assieme agli altri meditanti, ciò diventa un modo per divenire un’unica voce di espressione, per essere corpo e mente uno con tutti. Anche se pratichiamo da soli, dovremmo recitare almeno i Quattro Voti dello zen e la dedica dello zazen, cioè della nostra pratica.
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I Sutra
Recitare i Sutra Le ragioni per le quali si recitano i Sutra sono molteplici. Se nello zazen, nella pratica di Shikantaza e nell’uso dei Koan si trova l’ossatura del praticante zen, la recitazione dei sutra e la modalità della recitazione, la sua cerimonia e il suo rituale, sono la pratica stessa di Zazen che si manifesta anche assieme al Sangha. Rappresentano quindi un ulteriore occasione di pratica e realizzazione. Bisognerebbe comprendere che il recupero del rito, e non certo una vuota ritualizzazione, porta il praticante alla profonda presenza in tutto ciò che fa inverare la sua Natura Universale di Buddha. I Sutra vengono recitati con uno spirito mushotoku, senza spirito di ottenimento: non ci si aspetta di ottenere qualcosa quando li si recita, come si fa in zazen. Inoltre, vi si esprimono almeno quattro cose: 1
Evocare nel rituale una connessione tra lo spazio sacro personale e il mondo esterno per unificarlo.
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Aprire il cuore e non fare affidamento solo alla mente intellettuale, ma su tutte le possibilità dell’essere umano; stati emotivi, condizioni mentali, completezza fisica, tutto è partecipe nella ritualizzazione dei sutra.
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Trasmettere la saggezza del Buddha e dei Maestri I Shin den Shin.
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Mantenerci nello scorrere del qui e ora, che non è un punto fisso, ma è l’attimo colto di illuminazione, uno scorrere continuo come la recitazione dei sutra; entrare nello spazio a-temporale dell’impermanenza infinita.
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