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Tesina selim

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SELIM FOGLINO

classe 3ª A Istituto Comprensivo Dante Alighieri anno scolastico 2012-2013

nnovazioni

tecniche & scientifiche tra ’800 e ’900

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ndice 9 23 31

STORIA

la seconda rivoluzione industriale GEOGRAFIA

L’ AFRICA

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ARTE

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MOTORIA

SCIENZE

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TECNOLOGIA

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L E T T E R AT U R A

DALLA TEORIA DI DARWIN al darwinismo sociale L’elettricità GIOVANNI VERGA E IL VERISMO

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L’ESPRESSIONISMO PIER DE COUBERTIN E LE OLIMPIADI MODERNE ENGLISH

THE MEN WHO BUILT AMERICA es p a ñ ol

LA REVOLUCIÓN MEXICANA FONTI

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Pier de Coubertin e le Olimpiadi moderne

L’Africa

Dalla Teoria di Darwin al Darwinismo sociale

La Seconda Rivoluzione Industriale

La Revolución Mexicana

The men who built America L’ Elettricità

Giovanni Verga e il Verismo

L’espressionismo

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I

l periodo che parte dalla seconda metà dell’800 e che arriva fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale è senza dubbio quello più ricco di innovazioni in tutti i campi, ma soprattutto in quello scientifico e tecnico. Nella mia tesi tratterò proprio di questo periodo e della crisi che lo accompagna e che sfocerà poi nel primo conflitto mondiale. Dal punto di vista sociale, tutta la ricchezza portata dalla seconda rivoluzione industriale andava a vantaggio della borghesia e di conseguenza a svantaggio del proletariato sempre più sfruttato e disagiato. Come in ogni situazione ci sono pro e contro e nella seconda rivoluzione industriale il progresso ebbe un prezzo: la distruzione di culture giudicate inferiori, lo sfruttamento intensivo degli operai non aventi alcun diritto; e poi la Prima Guerra Mondiale… Un passo avanti nella scienza non dovrebbe generare un passo indietro dal punto di vista umano, ciò nonostante le scoperte di quegli anni hanno rivoluzionato il mondo portandolo a quello che è oggi il nostro mondo moderno. La storia dell’umanità, ossia il passaggio dalla vita primitiva a quello delle moderne tecnologie, è sempre stata accompagnata dall’esigenza di risolvere i problemi della vita quotidiana, dallo sforzo di comprendere i fenomeni naturali e dai passi avanti nel controllo delle diverse forme di energia allo scopo di piegare la natura ai propri bisogni e di dominarla. Quando l’uomo

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non si limita ad osservare gli eventi naturali, ma ne ricerca, le cause, le relazioni, insomma cerca di spiegarli e di interpretarli, nasce la scienza. Da sempre l’uomo cambia la forma del suo mondo nello sforzo continuo di creare un ambiente più accogliente di quello in cui la natura lo ha posto: la tecnologia è il risultato complessivo di tutte le varie tecniche con le quali l’uomo modifica il suo ambiente. Quello che mi ha spinto nella scelta di questo argomento è stato proprio questo sforzo e volontà dell’uomo a lanciarsi in questo progresso accelerato avvenuto in particolar modo negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo. Sforzo che ha portato a scoperte tecnologiche e scientifiche per migliorare il livello di vita quotidiano. Mai come in questo periodo storico si percepisce un forte legame e una stimolazione reciproca tra tecnologia e ricerca scientifica. Il progresso sociale dovrebbe dipendere da ambedue, ma ambedue dipendono dal fondamentale desiderio dell’uomo di vivere una vita che sia fisicamente e intellettualmente più piena e ricca. Se una società è fertile di invenzioni e di scoperte, anche il suo livello di vita non può non essere rigoglioso. Procedendo nell’approfondimento della mia tesi e cercando i vari collegamenti mi sono reso conto di come il progresso sia il prodotto dell’interazione tra tutte le attività dell’uomo. In quel periodo anche la letteratura e l’arte furono in grado di cogliere la portata che le in-


novazioni tecnologiche producevano sulle attività e sui rapporti umani. La letteratura così come le espressioni artistiche insieme alla cultura scientifica e tecnologica furono (e ancora oggi lo sono) fattori fondamentali del progresso complessivo della civiltà umana; per questo motivo solo uno sforzo comune nei diversi settori delle attività può dare spazio e significato allo sviluppo del pensiero. Il mondo in cui viviamo è il risultato di tutte queste scoperte e oggi la nostra vita, sia pubblica che privata, è influenzata dalla rivoluzione informatica. Per questo è importante individuare il senso profondo dei cambiamenti che il computer sta provocando nei rapporti tra scrittura, pensiero e linguaggio e come tutto ciò possa modificare nel tempo le idee di progresso futuro. Ma anche di fronte alle trasformazioni più profonde e decisive bisogna sempre mantenere vivo il senso dell’evoluzione umana, anche quando questa è così accelerata, e capire a fondo che le radici di tutte queste “novità” sono in ciò che è avvenuto prima. È necessario riflette sempre sulle modificazioni che le nuove tecnologie stanno provocando sul nostro modo di agire e pensare. Nello svolgimento della mia tesi è stato più volte sottolineato che al progresso tecnologico corrisponde una migliore qualità della vita ma vorrei concludere con una riflessione.

Se a quei tempi le conseguenze e i problemi di tali innovazioni erano ben altre, oggi, l’incoraggiamento ai consumi senza limite e la corsa senza fine alla produttività dovranno, presto, fare i conti, anche a causa dell’incontrollato sviluppo demografico, con il fatto che la Terra è un ecosistema limitato e finito in cui l’energia non si crea dal nulla e le cui risorse vanno rapidamente esaurendosi. Se tutto ciò, da una parte, ci porta a guardare con urgenza verso fonti alternative, dall’altra porta a considerare che le nuove tecniche, la diffusione delle industrie, l’aumento dei mezzi di trasporto hanno anche creato gravi problemi di distruzione dell’ambiente: inquinamento, scomparsa di molte specie viventi, incremento demografico, disboscamento, e costituiscono per il pianeta una minaccia non meno grave di quella di una guerra nucleare. Nasce qui il tema della responsabilità della Scienza che dal significato di ricerca paziente e disinteressata, ha acquistato sempre più, con il passare del tempo, potere d’intervento sulla natura accrescendo le possibilità di danneggiarla fino alla distruzione e alla rottura degli equilibri ecologici, impadronendosi dei suoi frutti senza badare alle conseguenze e non considerando che la Terra è di tutti e che tutti gli uomini, anche quelli che ci seguiranno, hanno diritto a vivere una vita che sia sempre migliore.

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LA SECONDA RIVOLUZIONE

ndustriale

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’industrializzazione smise di essere un fenomeno europeo e coinvolse tutto il mondo. Questa nuova ondata di progresso viene definita come “Seconda Rivoluzione Industriale”. In questo periodo la scoperta di nuove fonti energetiche e di nuovi processi produttivi nei settori industriali genera un profondo mutamento del tessuto sociale con l’affermarsi di urbanizzazione e industrializzazione. Al progresso produttivo però si contrappone allo stesso tempo una forte crisi economica che sfocerà nel primo conflitto mondiale.

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L

o sviluppo scientifico e tecnologico

I costanti progressi tecnologici diedero una spinta all’innovazione. Moltissime furono le invenzioni che, sull’onda dell’affermazione della cultura positivista, vennero registrate in quegli anni, protagonisti della seconda rivoluzione industriale furono il motore a scoppio e l’utilizzo sempre più largo dell’elettricità, mentre andava aumentando l’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica fu, in tal modo, possibile realizzare fabbriche ovunque. Si ebbero notevoli progressi anche nel settore della chimica con la nascita delle prime sostanze plastiche e dei primi coloranti tessili e nel settore delle medicina. Un’altro fattore che oc-

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corre considerare di primaria importanza, è lo sviluppo delle reti di comunicazione con l’invenzione del telefono ad opera di Antonio Meucci (1871) e di trasporto: la costruzione delle reti ferroviarie e telegrafiche elementi basilari nella costruzione di mercati nazionali e internazionali. In quest’epoca il settore siderurgico ebbe un notevole sviluppo grazie all’utilizzo dell’acciaio (una lega di ferro e carbonio). Nel settore agricolo furono utilizzate nuove tecnologie come macchine per mietere e trebbiare, l’aratro d’acciaio e i fertilizzanti chimici. Grazie a questi miglioramenti gli agricoltori non dovettero più temere la carestia ma piuttosto la sovrapproduzione.

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La questione sociale

In seguito alla seconda rivoluzione industriale la società europea subì profonde trasformazioni nella seconda metà dell’Ottocento. La borghesia industriale e finanziaria, forte del proprio potere economico, tendeva a conquistare un ruolo politico di primo piano. Il proletariato aumentava di numero, seguendo l’incremento del processo di industrializzazione, ma era ancora privo di diritti

politici, mentre le sue condizioni economiche erano leggermente migliorate. In Gran Bretagna e in Francia, i Paesi industrialmente più evoluti, la borghesia conquistò progressivamente un ruolo centrale, grazie alla sua intraprendenza. Nuove figure si imposero ai vertici della società non più occupati dall’aristocrazia di sangue: banchieri, industriali e commercianti, le cui origini erano spesso umili e le fortune rapidamente acqui-

state. Nacquero vere e proprie dinastie di grandi imprenditori (quasi nuovi sovrani), che furono in grado di influenzare fortemente la politica dei rispettivi Stati: i Rockefeller negli Stati Uniti, i Krupp in Germania, i Rothschild in Francia e in Gran Bretagna. Questi ricchissimi borghesi avevano ormai assunto uno stile di vita aristocratico. I grandi imprenditori industriali, finanzieri, uomini politici di successo, gli alti funzionari dello

Stato, i membri più in vista delle professioni liberali (medici e avvocati) e parte dell’antica nobiltà formavano la classe dirigente dei rispettivi Paesi. La crescita del capitalismo determinò un rapido,

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ulteriore incremento del proletariato. Gli operai vivevano nelle periferie delle grandi città industriali, quasi sempre in condizioni miserabili, senza prospettive per il futuro. Il proletariato non rappresentava però una classe omogenea. Vi erano infatti operai qualificati, che godevano di una discreta paga, poi la massa di manodopera non qualificata, retribuita con salari che consentivano appena la sopravvivenza della famiglia. In questa massa vi erano comprese le donne, pagate la metà degli uomini, e i bambini. Esisteva poi un vasto sottoproletanato, fatto di chi lavorava saltuariamente e la cui esistenza era in bilico fra legalità e illegalità. In Inghilterra, in Francia e in Germania, la condizione economica della classe operaia cominciava a migliorare. Essa poteva infatti beneficiare, nella seconda metà dell’Ottocento, di una legislazione sociale, spesso conquistata con dure lotte. Furono varate leggi che tutelavano il lavoro dei bambini, che garantiva-

no il riposo domenicale e forme di assicurazione contro gli infortuni. Al contrario l’affermarsi dei principi del taylorismo (sistema creato dall’ingegnere americano Taylor) imponeva ritmi di produzione più stretti e ripetitivi: comparve in fabbrica la catena di montaggio con la quale le prime industrie automobilistiche riuscivano a produrre centinaia di migliaia di vetture ogni anno. Nella seconda metà dell’Ottocento, gli operai si organizzarono in partiti politici di ispirazione socialista e in sindacati per lottare contro un potere politico ed economico che essi ritenevano estraneo ai loro interessi e nemico. Crisi nel mondo economico e finanziario

Alla base della seconda rivoluzione industriale vi è una crisi di sovrapproduzione scoppiata nel 1873 che ebbe conseguenza una costante caduta dei prezzi per due decenni. Sul mercato erano state immesse quantità di prodotti superiori alle necessità dei consumatori. 31


Questa fase, conosciuta dai contemporanei come “grande depressione”, coincise in realtà con la profonda trasformazione della seconda rivoluzione industriale. Furono infatti proprio tali trasformazioni a cambiare il mondo produttivo e a provocare una caduta dei prezzi. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento fu soprattutto l’agricoltura europea ad esserne colpita, la creazione di un mercato mondiale e l’arrivo in Europa del grano americano e russo, più a buon mercato, provocò, infatti, il crollo del prezzo internazionale dei cereali. La crisi agraria produsse inoltre una fuga di massa dalle campagne: tra il 1880 e la prima guerra mondiale più di 32 milioni d’europei abbandonarono le regioni colpite dalla crisi e si riversarono verso il Nuovo mondo in cerca di migliori opportunità di lavoro e vita. Gli stati industrializzati abbandonarono così il liberismo e instaurarono una nuova politica di protezionismo: proteggevano cioè le imprese nazionali impo-

nendo dei dazi sulle merci estere. Nacquero cosi i monopoli (trust), gigantesche concentrazioni industriali dotate di enormi capitali, in grado di produrre una quantità ancora superiore di merci e di controllare i prezzi di mercato. L’accentramento di capitali però non era sufficiente per porre fine alla crisi era necessario allargare il mercato interno e internazionale, allargando il numero di consumatori e la domanda. Allora le grandi potenze industriali si spinsero verso l’Asia e l’Africa, per trovare terre da conquistare.

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La Belle epoque

La Belle Époque è il periodo storico, culturale e artistico che inizia dalla fine dell’Ottocento e si conclude con lo scoppio della prima guerra mondiale. L’espressione “Belle Époque” (l’epoca bella, i bei tempi) nacque in Francia dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale per indicare, in contrapposizione agli orrori della guerra e alle difficoltà esistenziali che essa comportava, la straordinaria stagione di progresso e di prosperità vissuta dagli Europei dal 1870 al 1914. Questa visione del mondo e della vita nasceva dalla sensazione generale che si stava finalmente cavalcando la tigre delle profonde trasformazioni che segnarono tutto l’800, prima fra tutte la 14

Rivoluzione Industriale, beneficiando ampiamente dei suoi frutti in molti ambiti vitali, quali il commercio, i trasporti, le comunicazioni, l’edilizia. Dunque la maggior circolazione di danaro e l’ottimismo furono gli ingredienti base della Belle Epoque. Fu un lungo periodo di pace favorito dall’equilibrio politico tra le principali nazioni europee. Le condizioni furono favorevoli alla crescita economica garantita dall’afflusso delle materie prime a basso costo dalle colonie e da un incessante progresso industriale. Il benessere fece crescere le discussioni riguardanti le tematiche sociali: l’importanza del pacifismo in contrapposizione all’idea di rafforzare militarmente la nazione; l’autoritarismo opposto al desiderio di democrazia e il capitalismo opposto alle lotte operaie. Inoltre, lo sviluppo dei mezzi di trasporto, di comunicazione, di informazione portò all’espansione delle grandi metropoli con la nascita delle periferie; l’urbanizzazione fu

Nel periodo della Belle Époque la borghesia celebrava i risultati raggiunti in pochi decenni di

lontani, il cui contrasto con l’Occidente inorgogliva gli ascoltatori e li confermava nella loro certezza di appartenere a un mondo superiore, che nulla mai avrebbe potuto incrinare. Le guerre, se c’erano, erano lontane: in Cina, in Africa e sulle pendici dell’Himalaya. Tra le potenze europee ogni accordo sem-

egemonia con esposizioni universali, in cui si esibivano le ultime strabilianti meraviglie della tecnica; con conferenze di esploratori, missionari, ufficiali, che raccontavano le grandezze e le miserie di mondi

brava possibile, pur di conservare un benessere tanto evidente. Affrontare la vita con questo spirito significava caratterizzarlo in modo spensierato e positivo. Gli abitanti delle città avevano scoperto il piacere di uscire,

la causa dominante della nascita della società di massa, ovvero del diffondersi dei gusti, dello stile di vita e del modo di pensare. La qualità della vita migliora

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anche e soprattutto dopo cena, di recarsi a chiacchierare nei caffè e assistere a spettacoli teatrali. Le vie e le strade cittadine erano piene di colori: manifesti pubblicitari, vetrine con merci di ogni tipo, eleganti magazzini. Questa mentalità e questo modo di affrontare la vita aveva condizionato anche i settori produttivi. In tutta Europa si erano sviluppate una serie di correnti artistiche giunte a teorizzare che ogni produzione umana poteva divenire un’espressione artistica. Ogni oggetto e ogni luogo diveniva un’elegante decorazione, un motivo floreale, una linea curva e arabesca. Quando iniziò il nuovo secolo, Parigi volle celebrarlo con un’incredibile Esposizione Universale nella quale venivano esposte tutte le innovazioni più recenti. Per assistere a questa gigantesca fiera, nel 1900 persone da tutto il mondo sbarcarono in Francia per prendervi parte. La gente ne visitava ogni parte e ne ammirava tutti gli aspetti: scale mobili dette “Tapis roulant” e tram elettrici. In questa occasione si assaggiava-

no le innumerevoli varietà di tè importato dall’India. Molte delle strutture delle esposizioni universali erano temporanee. Vi furono però alcune notevoli eccezioni come il Crystal Palace, costruito in occasione dell’esposizione di Londra nel 1851 e la Torre Eiffel, costruita a Parigi come ingresso all’esposizione del 1889. Nel corso dell’Ottocento l’Europa era andata stabilizzandosi con la creazione di grandi stati nazionali. L’industrializzazione si era diffusa, nuove scoperte scientifiche consentivano di essere applicate anche alle attività quotidiane rendendo più facile il lavoro e più comoda la vita domesticofamiliare. Moltissime delle “cose” a noi oggi indispensabili quali il motore a combustione interna, l’automobile, la motocicletta, la bicicletta, il telefono, il microfono, la lampada elettrica e il fonografo (entrambe invenzioni di Edison), lo pneumatico, la macchina per scrivere, la macchina fotografica, le prime fibre sintetiche, i trasporti pubblici a motore, hanno visto 3 1 51


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la luce negli ultimi tre decenni dell’ 800. Altre importanti scoperte furono: il grammofono, la radio (costruita e sperimentata per la prima volta da Guglielmo Marconi a Pontecchio nel 1895), il cinema, la dinamite inventata da Alfred Nobel, il motore elettrico, il motore a scoppio, i surgelati, il cibo in scatola, il rasoio Gillette, l’aspirapolvere, la Coca-Cola, il fumetto. Anche se non tutti i paesi in

Europa vivevano al meglio questa lunga parentesi di prosperità, tuttavia la maggior parte degli stati avevano attinto un livello esistenziale più accettabile anche per gli strati sociali solitamente meno favoriti, che cominciavano a prender coscienza dei loro diritti e a inserirsi più attivamente nel mondo del lavoro. L’esempio più significativo di questa realtà era, in Europa, l’Inghilterra che, durante il regno della regina Vittoria, visse

un lungo periodo di prosperità. Ma il paese che interpretò lo spirito autentico della Belle Époque fu senza dubbio la Francia. La logica di produzione

Come detto in premessa la Belle Époque in effetti era tale solo per chi se la poteva permettere. Il progresso aveva infatti un prezzo: il benessere di alcuni si basava sul disagio di moltissimi altri; anzitutto dei popoli

colonizzati, secondariamente del proletariato operaio e contadino. Quest’ultimo tuttavia, soprattutto quello operaio, durante la Belle Époque cominciò a godere di qualche vantaggio, non solo grazie alle proprie durissime lotte, ma grazie anche alla logica stessa dell’economia del mercato. In base a questa logica infatti se si vuole guadagnare di più bisogna produrre e vendere di più. Ma per aumentare le vendite è neces-

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famiglie, ma nel contempo rendeva accessibili ai meno abbienti una quantità prima impensabile di prodotti costosi. In appoggio a questa massiccia strategia di vendita nasceva la pubblicità, che cominciava ormai a riempire i muri delle città e le pagine dei giornali. Sviluppo della scienza

sario che masse sempre più estese abbiano sempre più denaro per comprare. Gli imprenditori, quindi, man mano che la produzione scendeva, accettavano di concedere aumenti dei salari, facendo salire il reddito pro capite nei paesi sviluppati. Beni di consumo come abiti, calzature, mobili, utensili domestici, che prima erano prodotti artigianalmente e venduti da piccoli commercianti al dettaglio cominciarono a essere offerti da una rete commerciale sempre più ampia. Si moltiplicarono i grandi magazzini, furono incrementate le vendite a domicilio e per corrispondenza, furono trovate nuove forme per il pagamento rateale, che indebitava le

Gli sviluppi più importanti della scienza riguardarono la matematica, la chimica, la fisica e la medicina. I progressi di quest’ultima furono spettacolari. Luigi Pasteur (1822-1895) in particolare può essere ricordato come uno dei principali benefattori dell’umanità. Egli fondò la microbiologia, scienza degli organismi microscopici, che è all’origine dell’uso dei vaccini. Grazie alla diffusione della vaccinazione, numerose malattie (come il colera e la. rabbia) scomparvero dai Paesi occidentali e venne notevolmente favorito l’aumento demografico. Questa esplosione demografica accrebbe il numero dei lavoratori e dei consumatori e rese possibile la rivoluzione economica.

Ma alla base della seconda rivoluzione industriale c’erano soprattutto i progressi realizzati dalle scienze fisiche e chimiche. In fisica, fra le numerose scoperte, importantissima quella sulle onde elettromagnetiche, da cui ebbero origine, negli ultimi anni dell’Ottocento, i primi esperimenti di telegrafia senza fili di Guglielmo Marconi. Infine la chimica, con le sue applicazioni, invase ogni campo dell’attività industriale, dalla conservazione dei cibi alla fabbricazione di tessuti, profumi, medicine. Il rapporto sempre più stretto fra scienza ed industria introdusse nelle fabbriche nuove figure professionali: chimici, ingegneri, tecnici e ricercatori, che avevano il com-

pito di perfezionare le macchine, di sperimentare nuovi sistemi di lavorazione delle materie prime, di organizzare più razionalmente il lavoro degli operai. Trasporti e comunicazioni

Nel 1913 la rete ferroviaria mondiale aveva raggiunto un milione di chilometri. Si praticarono gallerie nelle montagne che consentirono di mettere in comunicazione, mediante la ferrovia, paesi vicini ma divisi da alte catene montuose e che sembravano destinati a non poter usare il treno: Italia, Svizzera, Francia ed Austria si collegarono attraverso i trafori del Gottardo, del Sempione e del Fréjus. Nello stesso anno, l’invenzione del motore a scoppio in Germania portò a molte applicazioni, che velocizzarono gli spostamenti di persone e merci. Nel 1885 si realizzò la prima motocicletta, applicando il motore a scoppio a una bicicletta. In seguito esso venne applicato a una vettura e 3 1 71


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nacque così la prima automobile. All’inizio queste nuove macchine vennero prodotte artigianalmente, in pochi esemplari riservati a ricchi borghesi o aristocratici. Ma a inizio secolo, con la produzione industriale intrapresa negli USA da Henry Ford, le automobili divennero meno costose e quindi accessibili a più persone cominciando ad affollare le strade delle metropoli americane ed europee. Nelle città furono create le metropolitane che consentivano di raggiungere velocemente tutti i quartieri della città, eludendo il traffico che già cominciava a condizionare gli spostamenti in superficie. Il motore a scoppio a 18

due eliche parallele permise poi ai fratelli Wright la progettazione del primo aeroplano, che venne fatto volare nel 1903 per un balzo iniziale di 36 metri. I progressi furono rapidi e già nel 1909 venne realizzato il primo volo sul canale della Manica: iniziava così l’era degli aerei. Parlando di trasporti, la corsa alla costruzione dei nuovi enormi e sfarzosi transatlantici costituiva il lato più grandioso di quest’epoca tecnologicamente avanzata ma ancora legata a certi sentimenti romantici e utopistici. Non a caso, l’affondamento della nave più potente del mondo, il Titanic, avvenuto nel 1912, è stato considerato come il più bel

sogno infranto della Belle époque. Una rete telegrafica sempre più fitta consentiva la trasmissione da un continente all’altro delle notizie. Il telegrafo, cioè la trasmissione a distanza di testi scritti e il telefono inventato dall’italiano Antonio Meucci, avevano abolito del tutto le distanze, rendendo istantanea la comunicazione. Le conseguenze furono enormi e i primi a beneficiarne furono i giornali. Alla fine del secolo, alcuni giornali raggiungevano già tirature di oltre un milione di copie (il “Time” in Inghilterra o “Le petit journal” in Francia). Il fatto è che i giornali rappresentavano in quei tempi l’unica fonte di informazione e il principale veicolo per diffondere idee e progetti. I giornali esercitavano perciò anche una grande influenza politica, di cui governi e opposizioni si rendevano ben conto. La riproduzione delle immagini e dei suoni facevano a loro volta progressi. Nel 1878, Edison inventò il fonografo, l’apparecchio con cui egli riuscì a registrare e a riprodurre suoni. Quanto alla ri-

produzione delle immagini, stava facendo grandi progressi la fotografia. Nasce l’industria del tempo libero

Accanto alle tradizionali occasioni di svago, si diffuse l’abitudine di passare le sere in locali pubblici dove potersi incontrare e conoscere. Oltre che pittoreschi, alcuni di questi locali erano anche redditizi e fecero capire a molti investitori che quello del divertimento era un settore in cui si potevano fare buoni affari e in cui valeva la pena di investire del denaro. La belle epoque è associata all’atmosfera gioiosa e trasgressiva dei cabaret, nei quali furoreggiava il cancan, la danza diventava emblema della vita notturna parigina. Questa nascente industria dello svago venne sicuramente favorita dall’illuminazione elettrica, che fece protrarre i divertimenti fino a notte tarda. Le strade e le piazze rischiarate dai lampioni diventano luoghi di passeggio anche serale: per chi lavorava tutto il giorno la 31


notte diventava un’occasione in più per godersi la vita. L’invenzione del cinema

Fu proprio durante la belle epoque che venne messa a punto una delle invenzioni destinate a rivoluzionare il tempo libero: il cinema. Nel 1894 i fratelli Louis e August Lumière realizzarono un congegno capace di far scorrere e proiettare su uno schermo una pellicola in nitrato di celluloide (inventata da Edison) precedentemente impressionata da immagini, che scorrendo riproducevano il movimento reale: per questo venne chiamato cinematografo, dal greco kinema, movimento, e graphein, scrivere. La prima proiezione in pubblico si tenne a Parigi il 28 dicembre del 1895, nella Sala Indiana del Grand Café in Boulevard des Capucines, con un apparecchio che proiettava 45 fotogrammi al secondo: fu successo immediato. I primi filmati riproducevano brevi scenette di vita quotidiana, come L’innaffiatore innaffiato, La colazione del bebè o l’arrivo del tre-

no alla stazione della Ciotata. A valorizzare la nuova invenzione del Lumière contribuì anche la sua presentazione all’Esposizione universale del 1900. Lo sviluppo del turismo

Attorno alla metà dell’Ottocento anche il turismo aveva cominciato a coinvolgere un pubblico sempre più vasto e ciò e confermato dal crescente successo delle guide di viaggio, come la famosa Baedeker, che aiutavano i turisti a orientarsi e a visitare i Paesi stranieri. I passaporti non servivano in molti stati europei e la sterlina era il solidissimo riferimento economico. La prima agenzia di viaggio viene associata all’esploratore inglese Thomas Cook che, dopo aver accompagnato in gita 500 persone nel 1841, organizzò numerosi viaggi di gruppo in Europa. Risale al 1860, invece, la creazione a Deauville, in Francia, della prima stazione balneare. L’afflusso di vacanzieri modificò la cittadina marittima della Normandia, che si dotò di nuove attrezzature e arredi urba-

ni per accogliere un numero crescente di villeggianti: ippodromo, linea ferroviaria, alberghi, ristoranti, giardini ecc. Con la nascita del primo Ufficio del Turismo francese (1875) e della prima colonia estiva per i ragazzi (1876) il turismo diventò un fenomeno di massa, tanto nella sua forma di viaggio di conoscenza, quanto in quella di vacanza di riposo e di svago. Lo sport di massa

La belle epoque fu anche l’età nella quale lo sport si diffuse fra le classi popolari. Calcio, ciclismo e automobilismo attirarono sempre più l’interesse grazie anche all’opera svolta dai giornali specializzati, che vedevano nello sport l’epopea dell’uomo moralmente sano e teso al mito del successo. Fu così che la bicicletta divenne la protagonista di impegnative gare quali il giro di Francia (1893) e quello d’Italia (1909). Vennero inoltre ripristinate le Olimpiadi (che erano state abolite nel 393 d.C dall’imperatore Teodosio, grazie alla tenacia del baro-

ne Pierre de Coubertin, che in un mondo sempre più diviso da accaniti nazionalismi volle riunire gli atleti di tutte le nazionalità in una leale competizione sportiva. Le prime Olimpiadi dell’era moderna si tennero non a caso nel 1896 ad Atene, in Grecia, la terra in cui erano nate nell’antichità. Con circa 250 partecipanti, le Olimpiadi furono il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato e vennero accolte con successo. I giochi successivi si tennero a Parigi nel 1900 e a Saint Louis, negli Stati Uniti, nel 1904, e in entrambi i casi furono considerati come completamento delle esposizioni universali allestite nelle città. Nel corso di questi ultimi giochi vennero organizzate le cosiddette Giornate Antropologiche, competizioni separate da quelle ufficiali in cui venivano fatti gareggiare atleti di razze considerate inferiori a quella dei bianchi, come pigmei, nativi americani, eschimesi e mongoli, le cui esibizioni sportive finivano spesso per essere ridicolizzate come se fossero numeri da circo. 3 1 91


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Colonialismo e Imperialismo

Il colonialismo occidentale naque e si sviluppò già con i primi viaggi di Colombo e Vasco de Gama intorno alla metà del 1400, quando furono scoperte nuove rotte per il Nuovo Mondo e per l’India, da dove venivano importate materie prime, schiavi, spezie, e metalli preziosi. Nella seconda metà del XIX secolo sembrava che il colonialismo fosse tramontato: le colonie inglesi del nord-America erano indipendenti da più di un secolo, le colonie spagnole e portoghesi dell’America meridionale avevano ottenuto anch’esse l’indipendenza, nel corso del secolo la tratta degli schiavi era stata abolita, rendendo inutili le basi inglesi in Africa e le restanti colonie europee sembravano poco interessanti dal punto di vista economico. Le cause

Il ritorno del Colonialismo venne determinato dall’esigenza di attingere dai paesi colonizzati le 20

materie prime necessarie ad alimentare le nuove industrie siderurgiche. Industriali e mercanti, a loro volta, volevano allargare i loro mercati esportando prodotti lavorati e acquistando fuori dell’Europa le materie prime. Infine, gli Europei volevano esportare la loro civiltà: ripresero così anche le esplorazioni di terre sconosciute e l’azione dei missionari cristiani. Fu così che iniziò la seconda fase del colonialismo occidentale. Il colonialismo si trasformò in Imperialismo quando mirò sia al totale sfruttamento economico dei Paesi colonizzati, sia al loro controllo territoriale. La teoria di Darwin dell’evoluzionismo sembrava offrire la giustificazione della prevaricazione dei potenti sugli inermi (darwinismo sociale), sia in politica interna sia in politica internazionale. Dal punto di vista ideologico, tra le popolazioni occidentali si era convinti della superiorità della propria cultura su tutte le

altre e questo le spingeva a voler imporsi sulle popolazioni dei nuovi territori conosciuti, che seguivano altri modelli di vita. Possedere un impero al di fuori dei propri confini, inoltre, significava aggiudicarsi un grande prestigio internazionale. I paesi coinvolti

Durante la seconda metà dell’800 Inghilterra, Francia, Belgio, Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti cominciarono ad occupare militarmente vaste zone di Asia e Africa e a fondarvi i cosiddetti “Imperi”. In pochi anni regni antichissimi, tribù e tradizioni furono spazzati via e quei territori si trasformarono in colonie o protettorati. Il colonialismo rese agricole molte zone incolte, introdusse nuove colture e tecniche di coltivazione, costruì strade e ferrovie, scoprì enormi risorse minerarie e applicò criteri amministrativi e organizzativi funzionali ma ogni forma di sviluppo andò a solo vantaggio dei colonizzatori. Sul piano politico il colonialismo

finì per favorire i nazionalismi locali. I membri delle aristocrazie indigene frequentarono le scuole occidentali, e impararono le idee di democrazia e di libertà che in esse venivano insegnate. Nel giro di poche decine di anni essi vollero autogovernarsi e decidere del proprio destino: il progresso che gli Europei avevano portato in quelle terre gli si ritorse contro; i popoli coloniali cominciarono a rivoltarsi, proprio grazie a quanto era stato loro insegnato. L’Inghilterra, sotto il Regno della Regina Vittoria, fondò l’Impero Britannico, il più grande impero coloniale del mondo. La sua perla era l’India, un territorio di 31


130 milioni di abitanti. Già dal 1600 le miniere indiane fornivano all’Inghilterra materie prime a basso costo; per due secoli però, le manifatture locali erano rimaste fiorenti e quelle tessili producevano seta di primissima qualità che veniva esportata con buoni guadagni per gli artigiani indiani.

Dal 1870 in poi, invece, la seta e tutti gli altri prodotti fabbricati in India furono gravati dagli Inglesi di tasse altissime per costringere le manifatture al fallimento e poter così poi vendere sui mercati indiani i prodotti delle

industrie britanniche. Con questo sistema la nascita di una industria locale fu violentemente bloccata e l’economia indiana si ridusse alla sola coltivazione di alcuni prodotti grezzi. Nel Nord Africa esistevano Paesi che fino a poco tempo prima costituivano le ricche e potenti nazioni dell’Impero Islamico. Qui i Francesi, che già possedevano l’Algeria, occuparono anche Tunisia e Marocco mentre gli Inglesi occuparono l’Egitto, pur mantenendo in piedi la sua monarchia. Da questo paese i britannici potevano controllare il Canale di Suez, un punto strategico delle rotte commerciali. In Africa centro-meridionale le popolazioni locali erano raggruppate in società tribali, disunite tra loro, dedite alla caccia e alla pastorizia nomade e ad una agricoltura primitiva, dissanguate dalla tratta degli schiavi e da lotte interne tra le varie tribù. Il Congo, ricco di avorio e caucciù, fu occupato dai Belgi. Il resto dell’Africa fu spartito tra le altre potenze coloniali, tra cui

anche l’Italia, che tentò prima, sotto il Regno di Umberto I, di conquistare l’Etiopia, poi ,sotto il Regno di Vittorio Emanuele III, riuscì a conquistare la Libia, l’Eritrea e la Somalia. In Sudafrica i Boeri avevano possedimenti già dal 1600. Quando furono scoperti i grandi giacimenti di diamanti e oro scoppio la guerra anglo-boera che si concluse con la vittoria degli inglesi. In questo territorio la popolazione bianca ottenne ingenti guadagni dallo sfruttamento delle risorse minerarie mentre la popolazione nera fu isolata con una politica di segregazione chiamata Apartheid. La Cina non fu occupata militarmente ma subì ugualmente il colonialismo inglese che da questo paese importava argento in cambio dell’ oppio coltivato nelle colonie indiane. Il tentativo di dell’imperatore cinese di porre fine a questo scambio iniquo che rendeva la popolazione cinese debole e sottomessa scatenò la guerra dell’oppio. Anche in questo conflitto l’eser-

cito inglese ebbe la meglio ma l’episodio scatenò il nazionalismo cinese e naquero i “Boxers”, una setta segreta che aveva l’obiettivo di eliminare dalla cina ogni forma di presenza straniera. Per quanto riguarda il colonialismo degli Stati Uniti questo puntò le sue mire verso le Hawaii e le Filippine. La Russia si disinteressò della questione coloniale; non ne aveva bisogno perchè già possedeva un territorio vastissimo, porti e risorse minerarie. Intanto però la popolazione in Europa aumentava e grandi masse provenienti da tutte le nazioni prendevano la via dell’emigrazione inserendosi non solo in America ma anche in Africa, Asia e Australia. 3 21


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Africa

Il continente che venne più sfruttato e subì i più profondi e significativi cambiamenti fu senz’altro l’ AFRICA. Sebbene certi territori africani fossero stati occupati dagli europei da tempi più antichi è dalla seconda metà dell’Ottocento in poi che possiamo parlare di una vera e propria Spartizione dell’Africa. I paesi che ebbero il ruolo di gran lunga più importante nella conquista dell’Africa furono Gran Bretagna e Francia. Con questi due paesi cercò di competere per un piccolo periodo la Germania, mentre il Portogallo si sforzava di mantenere i suoi antichi possedimenti e l’Italia cercava di creare il proprio impero coloniale con scarso successo. Una vicenda storica complessa portò anche il Belgio a entrare in possesso di un vasto territorio africano. Le nazioni europee giustificarono le loro pretese sul continente africano in nome di una presunta “missione civilizzatrice”. L’importanza economica dei territori africani, sia in termini di risorse naturali che di sbocchi per le merci europee fu spesso molto esagerata dai promotori delle imprese coloniali. In definitiva tuttavia l’effetto maggiore della dominazione europea fu quello di destabilizzare il continente. Molto spesso l’azione degli europei si limitò al saccheggio delle risorse naturali e non vennero create strutture utili ad un’economia moderna. Nei paesi in cui si stabilirono comunità di origine europea si crearono tensioni con la popolazione locale, discriminata politicamente ed economicamente. 2331


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l territorio

L’Africa occupa il 20 % delle terre emerse ed è grande tre volte l’ Europa. È composta da estesi tavolati (pianure) posti a 750 m di altitudine; i monti più alti sono il Kilimangiaro, il Kenya e il Ruwenzori mentre la catena montuosa più alta è quella dell’Atlante situata a nord-ovest. I fiumi principali sono il Nilo, il Congo e il Niger, i laghi più grandi sono il Turkana, il Tanganica; il Malawi e il Vittoria. I deserti principali sono il Sahara il Namib e il Kalahari. Il clima è generalmente caldo umido, equatoriale al centro, arido nelle aree desertiche e mediterraneo sule coste. L’africa ha una forma triangolare ed è molto compatta; è bagnata a nord dal Mar Mediterraneo, a nord-est dal Mar Rosso, a sud-est dall’Oceano Indiano e sud-ovest dall’ Oceano Atlantico. Con la costruzione del Canale di Suez è stata collegata all’Asia mentre si collega all’ Europa occidentale con lo stretto di Gibilterra.

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La popolazione

L’Africa conta circa 850 milioni di abitanti, è scarsamente popolata a causa delle numerose deportazioni nelle Americhe e per la presenza di deserti e foreste, che impediscono gli insediamenti umani. La popolazione si concentra sulle coste, nella valle del Nilo, nel Golfo di Guinea e nella regione dei laghi. La popolazione si concentra nei villaggi rurali, solo in pochi paesi come il Sudafrica e altri paesi dell’Africa settentrionale, sono nati importanti centri urbani. Negli ultimi decenni è iniziato un processo di espansione per le grandi metropoli che ha portato in parte allo spostamento della popolazione dalle campagne alle città ciò nonostante la società africana resta ancora molto arretrata. L’Africa ha il più alto tasso di natalità e di crescita demografica al mondo ma anche un alto

tasso di mortalità causato della mancanza di cibo e della diffusione incontrollata di numerose malattie infettive; un altro fattore che causa migliaia di vittime è la guerra … Le guerre

L’Africa è suddivisa in tantissimi stati oggi tutti indipendenti che spesso entrano in lotta per la conquista di risorse minerarie ma anche per motivi etnici e religiosi. Nell’ 800 con l’imperialismo gli stati europei spartendosi l’Africa imposero dei confini, senza tenere conto delle diverse tribù stabilitesi anni ed anni prima, questo portò al coesistere in uno stesso stato di due tribù nemiche o a spezzare una tribù in due stati. Nacquero così numerose guerre che portarono e portano ancora oggi alla morte di molti civili. In alcuni stati è stata istituita una dittatura militare che ha alimentato violenza nel territorio. 2351


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estrema. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli imperi coloniali furono aboliti, tuttavia le colonie sono ancora soggiogate dalle potenze europee e americane. L’economia

La storia

Questo continente è definito la terra di nascita dell’uomo sapiens. Qui nacquero importanti civiltà come quella egiziana, quella Kush e quella Meroe. Con la formazione del deserto del Sahara l’Africa venne divisa in due: Africa settentrionale e Africa centro-meridionale; la prima mantenne rapporti con l’occidente, la seconda rimase isolata. Tra il XII e il XV secolo l’Africa visse un epoca di grande fioritura. Nel ‘500 invece i musulmani sottomisero i popoli del Sahel e la tratta degli schiavi aumentò, l’Africa nera si spopolò e le colonie iniziarono ad essere sfruttate in maniera 26

Il continente africano è il meno sviluppato a causa dello scarso livello tecnologico e dell’alto debito pubblico contrattosi con i paesi ricchi. L’Africa è ricca di materie prime che vengono però amministrate da multinazionali straniere che pagando pochissimo la materia prima e la manodopera ed esportano i prodotti all’estero con enormi profitti. L’economia è divisa in poche attività moderne organizzate da multinazionali e da attività tradizionali poco redditizie. L’Africa deve importare merci dall’occidente (medicine nuove tecnologie etc.) per cui chiede prestiti alle banche che non può restituire, il continente in questo modo non riesce a svilupparsi e rimane arretrato. Agricoltura

L’agricoltura è il settore che im-

piega la maggioranza dei lavoratori africani (60%). Tre quinti degli agricoltori sono impegnati in coltivazioni familiari, con produzioni di sussitenza. Questo tipo di agricoltura si basa su tecniche desuete e poco efficaci. Fattorie più estese, normalmente molto vaste, investono in prodotti per l’esportazione – caffè, cotone, cacao, té e gomma. La produzione di fiori è in ascesa. Raramente queste fattorie producono per il mercato interno. Va inoltre notata la quasi assenza di agricoltori di medie dimensioni. Settore minerario

L’Africa esporta minerali e petrolio (12% del prodotto mondiale). Oro, diamanti, rame si

trovano in gran quantità in molti paesi dell’Africa Occidentale e Australe. Il petrolio è oggi pompato dai pozzi di tutta la fascia saheliana, in Nigeria e lungo le coste occidentali, in Egitto e Libia al nord, e nel sud Sudan. Giacimenti si trovano nel nord e sulle coste del Kenya, lungo la Rift Valley al confine tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Meno importanti economicamente ma necessari alla produzione di prodotti elettronici sono i giacimenti di coltan (il coltan è un minerale dall’importanza economica e strategica immensa. In particolare, spiegano gli esperti, serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione, nei telefonini, nelle telecamere, nei computer portatili) nella Repubblica Democratica del Congo. Sono molti i depositi di ferro, bauxite, rame, carbone, titanio, uranio e altri minerali non ancora sfruttati. 31


fatti in Africa, con esportazione e lavorazione del prodotto finito in altri continenti. Il settore occupa circa il 15% della forza lavoro a livello continentale. La decolonizzazione

Settore manifatturiero

L’Africa è il continente meno industrializzato. Sudafrica, Egitto e i paesi maghrebini in genere presentano una struttura industriale adatta sia alla produzione per i mercati locali che alla esportazione. In Sud Africa ci sono varie aziende che hanno assunto una rilevanza mondiale. Tra queste la South African Brewery (SAB) che con una continua politica di acquisizioni in tutto il mondo è attualmente il primo produttore mondiale di birra. Controlla vari marchi (tra cui Castle e Peroni).

Un’altra grande realtà industriale Sudafricana è il gruppo Mondi, tra i più importanti produttori mondiali di cellulosa, carta patinata per riviste e imballaggi in carta. Tra gli altri paesi, Kenya e Nigeria hanno una produzione a livello regionale. Tutti gli altri paesi hanno parchi industriali generalmente vecchi e adatti per lo più alla produzione locale, solitamente sotto contratto di licenza da aziende straniere. Molti sono i processi industriali inquinanti (ad esempio, la preparazione dell’alluminio in Mozambico e del titanio in Kenya) che vengono

Dopo la seconda Guerra Mondiale si diffuse in Africa la decolonizzazione, molti stati vollero l’indipendenza. Alcuni come Marocco e Tunisia la ottennero pacificamente. Altri come Algeria e Kenya dovettero lottare: in questi due paesi la presenza di numerosi francesi, in Algeria, e di inglesi ,in Kenya, impedì un’immediata e pacifica indipendenza. In Congo (colonia belga), dopo l’indipendenza scoppiò una rivolta che portò ad un regime dittatoriale guidato dal generale Mobutu. La sanguinosa politica di Mobutu venne fermata da una rivoluzione che instaurò la democrazia. Infine la democrazia venne rovesciata e si arrivò ad un governo federale. Mozambico e Angola (colonie portoghesi) dopo anni di guerriglia ottenne-

ro l’indipendenza con l’appoggio dell’Unione Sovietica. In Egitto, Etiopia e Libia vennero istituiti regimi totalitari che portarono in Etiopia ad una crisi economica e in Libia alla creazione di una repubblica islamica. Divisioni razziali in Sudafrica

In Sudafrica era stato istituito L’apartheid (separazione) che non riconosceva alcun diritto ai neri che tuttora costituiscono più della maggioranza della popolazione. L’ideologia che ha fondato il sistema dell’apartheid è stata introdotta dai primi ministri Daniel Francois Malan, Johannes Gerhrdus Strjdom ed Hendrik Francsh Verwoerd. Tale politica di discriminazione razziale, che si diffuse in Sudafrica a partire dal 1948, venne racchiusa in apposite leggi, denominate “leggi dell’apartheid”, nelle quali si stabiliva una netta distinzione della popolazione in tre gruppi razziali principali: bianco, nero africano e “coloured”, cioè appartenente ad una razza mista. 2371


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Queste leggi regolavano e condizionavano i comportamenti quotidiani di ogni individuo a seconda della categoria cui apparteneva. Le relazioni interrazziali non erano affatto favorite, anzi: esistevano luoghi da frequentare separatamente, zone dei mezzi pubblici riservate solo ai bianchi, spiagge a cui i neri non potevano accedere. Le leggi dell’apartheid discriminavano l’accesso al lavoro in base all’appartenenza razziale, vietavano i matrimoni tra persone di razze diverse, istituivano veri e propri “ghetti” (chiamati bautustan) in cui veniva relegata la popolazione nera, che in questo modo era sottoposta ad un forte controllo da parte del Governo. Chiunque si opponeva al sistema dell’apartheid così strutturato incappava in conseguenze penali. Nel 1993, proprio grazie all’intervento di Nelson Mandela, che era stato precedentemente incarcerato per aver sostenuto l’uguaglianza tra neri e bianchi, il Sudafrica riuscì a gettare le prime basi per la democrazia. Nel 1994 Nel28

son Mandela fu eletto presidente del governo, che comprendeva al suo interno anche il Partito Nazionale. Mandela fu il primo presidente nero in tutta la storia del continente sudafricano.

Nelson Mandela è un modello di forza ed eroico coraggio: per questo viene considerato un emblema per le generazioni di tutti i tempi. Monumenti e riconoscimenti gli sono stati attribuiti in tutte le parti del mondo. I problemi dopo il colonialismo

In Africa si sono susseguiti colpi di stato, ribellioni e guerre. I paesi africani hanno dovuto fronteggiare i problemi causati dallo sfruttamento coloniale. I nuovi governi dopo l’indipendenza, incapaci di fronteggiare calamità naturali e malattie infettive sono in completa dipendenza dall’occidente; molti paesi africani sono poveri e con le carestie muoiono moltissime persone ogni anno. In Africa possiamo parlare di colonie di sfruttamento: il dominio europeo mirò, infatti per lungo tempo a coinvolgere le deboli economie africane in attività funzionali agli interessi europei, spesso con metodi coercitivi, come, ad esempio, l’incameramento di terre destinaste alle piantagioni (caffè; palma etc.),

il lavoro forzato degli indigeni, l’imposizione di alte tasse. Queste pratiche ebbero effetti distruttivi sulle società africane, costrette a distorcere le loro povere agricolture verso produzioni indirizzate ad altri mercati, con gravi ripercussioni sulle popolazioni, condannate ad una condizione di sottosviluppo, aggravata dal fatto che venne a lungo trascurata l’attività industriale. Le conseguenze negative non furono controbilanciate a sufficienza dal miglioramento delle comunicazioni e dei servizi, dalla diffusione dell’istruzione e dai progressi sanitari, che restarono a lungo circoscritti agli strati superiori delle popolazione. Il colonialismo alterò inoltre i connotati specifici delle genti africane, spezzando la continuità con il passato di comunità immesse in formazioni statali ritagliate in modo artificioso sul piano economico e su quello etnico. I dominatori europei avevano stravolto nell’Africa nera Stati e istituzioni, identità culturali e modi di vita, con una netta rottura rispetto all’evoluzione in atto prima della conquista. 31


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dalla teoria di darwin al darwinismo

ociale

S C I E N Z E

La Teoria sociale darwiniana è una teoria formulata nel XIX secolo, secondo cui lo sviluppo di individui e società seguirebbe gli stessi principi individuati da Charles Darwin nella sua teoria dell’evoluzione biologica attraverso la selezione naturale. I darwinisti sociali ritenevano c he gli individui, così come gli animali e le piante, competano per sopravvivere e, per analogia, competevano anche per avere successo nella vita: gli individui che diventano ricchi e potenti sarebbero anche i più adatti, quelli che appartengono invece alle classi meno abbienti sarebbero i meno adatti. In questa prospettiva i darwinisti sociali sostenevano anche che il progresso umano dipende essenzialmente dalla competizione. In questo contesto storico la rivoluzione industriale divise i paesi del mondo in due gruppi: i paesi industrializzati ricchi e potenti e quelli non industrializzati, poveri e deboli. In quest’epoca l’intero continente africano divenne terra di conquista per gli europei. La teoria sull’evoluzione della specie di Charles Darwin fu applicata da molti per giustificare le disuguaglianze sociali e il dominio degli stati più forti su quelli più deboli. Su questa scia si sostenne la superiorità della razza bianca sulle altre e la necessità che l’Europa civilizzasse i paesi meno progrediti. Incominciò a farsi strada l’antisemitismo che sosteneva l’inferiorità della razza ebraica. La teoria sociale darwiniana, che fu impiegata anche per fornire presupposti filosofici e legittimatori all’imperialismo, al razzismo e al capitalismo senza regole, fu definitivamente superata nel XX secolo, quando le scoperte scientifiche ridimensionarono il ruolo della selezione naturale sia nella teoria evoluzionistica sia nella sua versione sociale, sottolineando la preminenza degli aspetti culturali su quelli psicologici come fattori di mutamento. 31


S C I E N Z E

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a vita di Darwin

Charles Darwin nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury, cittadina vicina a Birmingham. Indirizzato dal padre agli studi di medicina, egli focalizzò ben presto i propri interessi sulla storia naturale, la zoologia e la botanica. Alla fine del 1827, a causa dei deludenti risultati scolastici, il padre decise che Charles si sarebbe dedicato alla vita ecclesiastica e lo mandò a Cambridge per proseguire gli studi; qui frequentò lezioni di botanica, iniziò a collezionare e classificare insetti e apprese le prime conoscenze di geologia, partecipando a una breve spedizione geologica nel Galles del Nord. Qui Darwin incontrò due personalità decisive per l’elaborazione delle sue teorie: il geologo Adam Sedgwick e il naturalista John Stevens Henslow, i quali contribuirono a rafforzare i suoi interessi per l’osservazione meticolosa dei fenomeni naturali. Grazie alla raccomandazione di Henslow, il 21 Dicembre 1831 Darwin riuscì a imbarcarsi sul Beagle, come naturalista, un brigantino britannico attrezzato per compiere ricerche scientifiche e rilevazioni geografiche. Darwin allora aveva solo 21 anni e si era appena laureato.

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Dal 27 dicembre 1831, al 2 ottobre 1837, il Beagle, condusse il suo passeggero in un viaggio che a volte gli dovette sembrare a ritroso nel tempo. Nel corso di questo viaggio, Darwin raccolse un’ingente quantità di materiale e compì numerose osservazioni: a ogni tappa scendeva a terra e conduceva esplorazioni all’interno, raccoglieva e catalogava campioni di specie animali e vegetali, di cui descriveva le abitudini. Le prime tappe furono le isole di Capo Verde, Rio de Janeiro, Bahia Blanca, Buenos Aires, la Patago-

nia, le isole Falkland e la terra del Fuoco. Poi attraverso lo stretto di Magellano, furono raggiunti il Cile, il Perù, l’arcipelago delle Galapagos, infine l’Oceano Pacifico. Tahiti, l’Australia. Il viaggio di ritorno fu anch’esso molto lungo, perché, toccato il Capo di Buona Speranza, il Beagle toccò di nuovo il Brasile, prima di giungere definitivamente in Inghilterra. Ad ogni approdo si presentarono all’avida curiosità di Darwin diversi ambienti naturali, con le loro specie viventi già note o sconosciute. A Bahia Blanca e nella Pam-

pa argentina avvenne una delle prime importanti scoperte di Darwin: quella degli scheletri di animali ormai estinti. Tra questi c’era lo scheletro di un megaterio, lungo oltre quattro metri. Darwin scoprì che gli strani denti del Megaterio somigliavano a quelli del Bradipo sudamericano. In generale gli scheletri trovati in sudamerica colpirono Darwin per la loro somiglianza con le forme di animali attualmente esistenti: somoglianza, affinità, mai uguaglianza. Queste somiglianze facevano pensare ad una lenta trasfor-

mazione e mettevano Darwin di fronte a un problema: “le specie viventi si trasformavano come sosteneva Lamarck, oppure erano immutabili nel tempo, come sostenevano gli altri scienziati del tempo, tra cui Cuvier?”. Cuvier (1769-1832) era un abile paleontologo che nella sua opera monumentale Recherches sur les ossemants fossiles del 1812, spiegava la scomparsa di molte specie vissute in passato ammettendo che a più riprese la terra era stata scossa da cataclismi tali da annientare più volte gli organismi che la abitavano. Secondo Cuvier il ripopolamento della terra, che avveniva dopo i cataclismi, era il frutto di nuove creazioni. Cuvier negava ogni evoluzione della specie, per lui erano fisse ed immutabili, metteva in risalto, però, l’importanza che il tempo ha avuto nella storia dalla vita sulla terra. Darwin non voleva credere che gli animali si fossero trasformati a causa di una spinta interna al miglioramento, come avrebbe spiegato Lamarck, ma non voleva nemmeno credere che una im33


S C I E N Z E

mensa catastrofe avesse distrutto tutti gli animali antichi, come avrebbe spiegato Cuvier. Bisognava quindi trovare una risposta a queste domande: “Quali sono le cause dell’estinzione degli animali preistorici? In che modo da una specie se ne forma un’altra più adatta all’ambiente?” Durante il suo viaggio Darwin giunse alla isole Galapagos e qui il naturalista incontrò strane piante e strani animali, tra i quali: le tartarughe giganti, le iguane di terra e di mare, i fringuelli. Darwnin scoprì che, anche se le isole dell’arcipelago erano poco distanti, su ogni isola viveva un particolare tipo di tartaruga gigante, che differivano soprattutto per la forma del carapace. Lo scienziato fu colpito anche da due tipi di iguane: le iguane di terra e quelle di mare, le prime adatte al nuoto, si nutrono di alghe, sono scure come le rocce delle scogliere marine 34

sulle quali vivono e non si avventurano dal mare per più di dieci metri nell’entroterra dell’isola. Le iguane di terra abitano sempre nell’entroterra, hanno il dorso bruno, il ventre arancio e non si mescolano mai con la specie marina. Furono, però, i fringuelli a mostrare il più ampio ventaglio di specie. Il gruppo dei fringuelli della Galapagos è rappresentato da 13 specie che si distinguono per la lunghezza della coda, per la forma del corpo e soprattutto per la struttura del becco. Le forme dei becchi sono adatte alle particolari abitudini alimentari e i fringuelli si nutrono senza darsi fastidio, ma sfruttando tutte le più diverse risorse alimentari offerte dall’isola. Alcune specie hanno il becco adatto alla cattura degli insetti, altre specie adatto a succhiare la linfa degli alberi o a mangiare la linfa carnosa, altre ancora hanno il becco grande e robusto, con il quale

schiacciano semi duri e legnosi. È adattamento all’ambiente il vantaggio che gli animali ricavano dalle loro particolari forme o dai loro colori, che li nascondono alla vista dei nemici. La somiglianza fra le varie specie fece pensare a Darwin che esse avessero un antenato in comune: uno per le tartaru-

e allo stesso tempo di tanti adattamenti diversi?” Darwin sapeva che prima di avanzare una qualunque ipotesi sulla evoluzione e sull’adattamento all’ambiente era necessario conoscere altri fatti.

ghe, uno per le iguane, uno per i fringuelli. Bisognava quindi dare una risposta a questa domanda: “Se le specie discendono da un antenato comune, come si può spiegare l’origine, nello stesso ambiente

dra e iniziò a mettere per iscritto le sue idee sulla variazione delle specie (Notebooks on the Transmutation of Species). Darwin decise di concentrare il suo interesse sulla variabilità delle specie.

La selezione artificiale

Al suo ritorno in Gran Bretagna nel 1836, Darwin si stabilì a Lon-

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Gli individui della stessa specie, anche se sono formiche o spighe di grano, non sono mai perfettamente uguali tra loro. Ad esempio i ragazzi della stessa età, dello stesso sesso, differiscono per altezza, corporatura, colore degli occhi, dei capelli. La variabilità è quindi un carattere comune alla vita e si riscontra non solo fra gli individui della stessa specie, ma addirittura fra fratelli di una stessa specie. Tutto ciò è ben noto agli allevatori. Darwin, era rimasto colpito dall’intuito con cui essi sceglievano nelle nidiate i piccoli da allevare e destinare alla riproduzione. Alla ricerca di dati sperimentali Darwin stesso si era trasformato in allevatore di colombi. Ma cosa fa un allevatore? Ammettiamo che desideri avere colombi con code più belle e più lunghe del normale: scelte alcune coppie di colombi con la coda particolarmente vistosa, l’allevatore le mette nelle gabbie dove ha preparato i nidi e attende la covata. La maggior parte dei colombi nascerà con la coda uguale a quel-

la dei genitori, ma nasceranno anche colombi con code meno sviluppate e altri, per caso fortunato, con code leggermente più lunghe. I colombi fortunati possiedono il carattere coda lunga fin dalla nascita e non lo acquistano durante la vita, quindi il carattere si trasmette per eredità ai figli. Ogni volta che il carattere desiderato compare casualmente, durante l’allevamento, il colombo che lo possiede viene selezionato per la riproduzione. Dalla prima nidiata l’allevatore seleziona i colombi nati con la coda più lunga e con essi forma nuove coppie; nasce così una seconda generazione, l’allevatore fa le sue scelte, elimina i colombi superflui, ottiene una terza generazione e così via, in questo modo il carattere “coda lunga” si accumula e diventa patrimonio ereditario. I colombi con la coda lunga sono una varietà delle specie e costituiscono la razza “colombo pavoncello”. Darwin chiamò selezione artificiale l’attività degli allevatori. Questa selezione si può riassumere nei seguenti punti: 31


S C I E N Z E

1. Nelle nidiate e nelle cucciolate, casualmente e spontaneamente si verificano piccole variazioni. 2. L’uomo sceglie e seleziona le variazioni fornite dal caso. 3. Con il passare del tempo le variazioni favorevoli sono accumulate nella stessa direzione, ritenuta utile dall’allevatore. 4. Gli animali selezionati formano mandrie o popolazioni che l’allevatore cerca di mantenere isolate, evitando che si incrocino fra di loro, rimescolando i caratteri. La selezione naturale

Darwin, per analogia, pensò che anche negli ambienti naturali ci 36

fosse una forma di selezione che sceglieva gli animali più adatti all’ambiente automaticamente, in base a qualche meccanismo non ancora scoperto. Mentre Darwin rifletteva su questi problemi, lesse il Saggio sulla popolazione di Malthus. Malthus era un economista, il quale aveva cominciato a capire che l’umanità non può crescere a dismisura, perché non si possono produrre alimenti sufficienti per tutti. Malthus riteneva, perciò, che le carestie e le guerre erano meccanismi automatici che riducevano le popolazioni troppo accresciute. Darwni applicò questo ragionamento alla natura. Gli animali si riproducono in

progressione geometrica: 2,4,8,16,32,64….. il cibo cresce in progressione aritmetica. 2,4,6,8,10,12….. cosa succederebbe se ogni uovo o seme si sviluppasse per dare origine a un individuo adulto? Dove troverebbero posto per svilupparsi tutti questi vegetali ? Darwin prese in considerazione l’elefante, l’animale più lento a riprodursi e, considerando che è conosciuto fin dai tempi di Annibale. Le necessità alimentari cui sono sottoposti tutti gli esseri viventi limitano queste cifre astronomiche. L’insufficienza di alimenti per tante bocche da sfamare, l’esistenza di carnivori predatori o di erbivori che si nutrono

di semi, la limitatezza dello spazio e della luce disponibile, il clima e l’avversità dell’ambiente fisico, sono le cause che operano grandi distruzioni permettendo solo a pochi di essi di diventare adulti. L’eliminazione opera anche automaticamente la selezione dei più adatti all’ambiente. Le lepri , ad esempio si riproducono in grande quantità. Ma i leprotti che escono dalla tana sono facili prede per i falchi. Sopravvivono solo i leprotti più veloci nella corsa e quelli che hanno il colore della pelliccia più simile al terreno; sopravvivono i leprotti con i caratteri più adatti. Come i falchi selezionano le lepri, così la velocità e il colore delle lepri selezionano i giovani falchi eliminando i meno adatti all’ambiente, che non riescono a mangiare. I nuovi nati sono sottoposti, perciò a pressione selettiva, solo i più adatti, superate le avversità (barriera selettiva) diventano adulti e trasmettono ai figli i loro caratteri favorevoli alla sopravvivenza. 31


contemporaneamente da Alfred Russel Wallace, un giovane naturalista che era giunto indipendentemente da Darwin a elaborare l’ipotesi della selezione naturale come meccanismo di evoluzione delle specie. La teoria completa di Darwin fu pubblicata nel 1859 in un libro intitolato Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale, che ebbe grande successo. “L’origine Delle Specie”

Tutte queste ricerche portarono Darwin alla conclusione che tutte le specie animali e vegetali dovessero necessariamente essere in competizione l’una con l’altra per la loro esistenza e per la loro perpetuazione nelle generazioni successive: in base, cioè, alla teoria della selezione naturale, solo gli individui che riuscivano ad avere la meglio nella lotta per l’esistenza con gli altri animali arrivavano a riprodursi, trasmettendo alla generazione successiva i caratteri ereditari che ne avevano favorito la sopravvivenza. Darwin ipotizzò, inoltre, che tutti

gli organismi affini discendessero da antenati comuni e che anche il globo terrestre fosse una delle strutture naturali sottoposte a pressione evolutiva. Nel 1838 completò la prima bozza della sua teoria dell’evoluzione per mezzo della selezione naturale, che perfezionò nei due decenni successivi. Nel 1839 sposò una cugina, Emma Wedgwood, e poco dopo si trasferì in una piccola proprietà nel Kent (Down House), dove rimase fino alla morte. L’ipotesi di Darwin fu esposta per la prima volta nel 1858 in un articolo presentato

Parlando di opere illustri in biologia, “L’origine delle specie” di Charles Darwin, si colloca sicuramente ai primi posti. Dal titolo completo “Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita”, in essa Darwin illustra per la prima volta al grande pubblico la sua teoria riguardo il processo della selezione naturale, attraverso il quale organismi di una stessa specie si evolvono gradualmente nel tempo. Darwin rifiuta quindi la teoria affermata fino a quell’epoca, il creazionismo, che ritiene le

specie immutabili, in quanto create già perfette da Dio. Il trattato “L’origine delle specie”, frutto di tutte le sue osservazioni, è rivolto anche ad un pubblico di non specialisti ed è destinato a rivoluzionare il campo biologico. Darwin è consapevole che la sua visione dell’evoluzione avrebbe potuto minare la sua reputazione, in quanto passibile di essere condannato per blasfemia, ma, supportato da schiaccianti prove scientifiche. Per la prima volta nella storia della biologia, una nuova teoria evolutiva, avvalorata da valide prove basate sul rigore scientifico, fa cadere la convinzione secondo cui ogni specie sarebbe il risultato della creazione divina. Darwin sostiene che è l’ambiente a modificare e adattare le specie viventi, poiché a causa di continui cambiamenti ambientali, avviene una selezione naturale che agisce sui caratteri variabili tipici di ogni specie, favorendo quelle con caratteristiche adatte alla sopravvivenza. Ha quindi teorizzato la discendenza di tutti i primati, compreso l’uomo, da un 3371


scienze

antenato comune e, quindi, l’esistenza di un antenato comune a tutte le specie viventi.

“C’è qualcosa di grandioso in questa idea della vita, con le sue infinite potenzialità, originariamente infuse dal Creatore in pochissime o in una sola forma; e, mentre questo pianeta ha continuato a roteare seguendo le immutabili leggi di gravità, da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono” Charles Darwin La teoria per punti

1. Gli esseri viventi si riproducono in quantità superiori alle reali possibilità di nutrizione. 2. Gli esseri viventi di una certa specie, pur essendo uguali nei ca38

ratteri generali, nascono con piccole differenze o varietà, alcune sfavorevoli, altre più favorevoli alla sopravvivenza. La comparsa delle variazioni è del tutto casuale. 3. L’ambiente elimina le variazioni sfavorevoli e conserva quelle più adatte. 4. I caratteri che compaiono casualmente con la nascita sono ereditari. La selezione accumula le variazioni favorevoli in una stessa direzione, fino a riprodurre nuove specie, per evoluzione. 5. L’evoluzione per selezione naturale avviene sulle popolazioni numerose. 6. Quando da una specie più antica se ne produce una o molte altre più adatte allo stesso ambiente, la selezione provoca l’eliminazione delle specie più antiche, che si estinguono. Reazioni alla teoria di Darwin

La reazione della comunità scientifica alla pubblicazione dell’Origine delle specie fu immediata. Alcuni biologi sostennero che

Darwin non era in grado di dimostrare sperimentalmente le proprie teorie; altri lo criticarono affermando che egli non poteva spiegare né l’origine delle variazioni, né il modo in cui esse vengono trasmesse alle generazioni successive. La risposta a questa seconda obiezione venne all’inizio del XX secolo, con la risco-

modo particolare da alcuni ambienti religiosi. La concezione che tutti gli esseri viventi si siano evoluti gli uni dagli altri per mezzo di processi naturali si contrappone, infatti, alla speciale posizione riservata all’umanità secondo la teoria della creazione dell’uomo per volere di un’entità superiore.

perta delle leggi di Mendel e i primi esperimenti genetici. Ancora oggi le teorie di Darwin sono soggette a numerose controversie e vengono osteggiate in

L’ipotesi di Darwin rappresenta, cioè, una minaccia per il pensiero teologico tradizionale, poiché pone gli esseri umani sullo stesso piano degli altri organismi viventi. 31


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,

tecnologia

elettricità

Quello che tutti oramai definivano il secolo del vapore, diventò improvvisamente sul finire, il secolo in cui ebbe inizio l’era elettrica e dell’elettrotecnica. Essa si deve all’invenzione della dinamo, che trasforma l’energia meccanica (il movimento di un corpo rotante) in energia elettrica. L’elettricità trovò ben presto applicazioni in molti campi: illuminazione, elettrochimica, motori elettrici per usi industriali, trazione elettrica, ascensori, ecc. La sostituzione della corrente continua con la corrente alternata e l’invenzione del trasformatore consentirono, nell’ultimo decennio del secolo, il trasporto dell’elettricità su lunghe distanze e ne facilitarono la diffusione. L’elettricità rese inoltre possibili le rapide comunicazioni a distanza: il telegrafo (1837) e il telefono (1876), che inizialmente funzionavano a batteria con linee di trasmissione metalliche furono realizzate “senza fili” via etere. Grazie alla scoperta delle onde elettromagnetiche ad opera di Rudolf Hertz il passo dalla fisica pura all’ingegneria fù immediato. Dopo avere imparato dagli esperimenti di Hertz, attraverso un suo articolo, un giovane tecnico italiano Guglielmo Marconi nel 1895 costruì il primo trasmettitore per la telegrafia. Nasceva la radio.

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e origini

Luigi Galvani Tutto cominciò con una rana, anzi una mezza rana e con gli esperimenti del fisiologo italiano Luigi Galvani. Come nel caso di molte scoperte, si pensi alla leggendaria mela di Newton, fu un’osservazione fortuita a indirizzare le ricerche sulla giusta strada. Studiando la fisiologia dei muscoli Galvani osservò che la gamba di una rana, appesa ad un gancio di rame posto su una ringhiera di ferro, vibrava come se fosse mossa da qualcosa di vitale. Perfezionò questa sua osservazione con l’esperimento delle mezza rana: combinando un circuito con un compasso a due punte, una di ferro e una di rame collegata con il nervo del muscolo della rana.

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A ogni contatto, chiusura del circuito, il muscolo si contraeva. Ciò ricordava il caso dell’anguilla elettrica o “Sirius electronicus”, un pesce esotico diventato famoso perché a contatto con le sue estremità produceva una scarica elettrica. Eravamo verso la fine del Settecento. La pila di Alessandro Volta Queste osservazioni non sfuggirono ad un amico di Galvani, Alessandro Volta. Riprendendo l’esperimento, Volta riuscì a dimostrare che tale effetto dipendeva da un fenomeno inorganico. Saldò insieme due fili di metallo diverso e li immerse in una soluzione acquosa di determinati sali: ottenne delle scariche elettriche; un fenomeno che in onore al suo

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amico chiamerà “galvanismo”. Su questa base Volta giunse alla scoperta dell’apparecchio elettromotore, quello che poco dopo verrà denominato “pila di Volta”. Questa consiste in dischi di zinco e ferro alternati e separati da strati di panni imbevuti in una soluzione acquosa di Sali. È nata così la pila, l’antesignano delle batterie elettriche oggi di comune

uso. Siamo nel 1800. Con questa fondamentale scoperta si apre un nuovo campo di indagine per la scienza e la tecnica, si dischiude il campo di una nuova grandezza fisica: la corrente elettrica. Davy e Oersted Gli effetti dei fenomeni elettrici: dinamismo e magnetismo. Ma quale è la natura di que-

sta nuova energia? Quali sono le sue leggi? Un fatto importante per l’elettricità e la fisica fu la scoperta degli effetti magnetici e dinamici dell’elettricità: dal 1801 erano noti gli effetti termici della corrente, portando a fusione un filo di ferro, nel 1806 vennero isolati a Londra i primi elementi alcalini (K e Na), e infine nel 1808 si accese a Londra per ope-

ra di Davy la prima lampada elettrica ad arco. Ma solo attorno al 1820 si cominciò a capire l’interazione fra corrente elettrica e magnetismo e ciò grazie al fisico danese Hans Christian Oersted. Questi, durante una lezione, si accorse degli effetti che un circuito elettrico aveva sulla posizione dell’ago di una bussola, casualmente collocata nelle vicinanze.

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Ampère Il fisico e matematico francese Ampère colse immediatamente l’importanza del problema sollevato da Oersted, intuendo l’equivalenza tra elettricità e magnetismo. In poco meno di tre mesi di lavoro e di prove sperimentali Ampère giunse alle teorie fondamentali dell’elettrodinamica. Con i suoi esperimenti scoprì gli effetti che due fili percorsi da corrente elettrica hanno l’uno sull’altro (attrazione e repulsione ciò a seconda della direzione di percorrenza della corrente). Riesce anche a trovare un metodo per misurare la corrente impiegando una bussola e registrando i movimenti di deviazione dell’ago magnetico al passaggio della corrente. Questo strumento verrà chiamato galvanometro. Ampère, da lui prenderà nome l’unità di misura impiegata per misurare l’intensità di corrente, è il primo scienziato a concepire le correnti elettriche come moto di cariche elettriche nei conduttori. Altri suoi contributi furono la scoperta del solenoide (avvolgimento di un 44

conduttore di filo) che permette di moltiplicarne l’effetto magnetico e la elettrocalamita, di cui però diede il merito ad altri, alla base degli sviluppi delle comunicazioni elettriche e dell’elettromeccanica. Dovremo ricordare in questo breve schizzo anche l’importante contributo di George Simon Ohm (1789-1854), un insegnante bavarese di scuola media, il quale formulò la legge matematica che regola la circolazione delle cariche elettriche in un circuito. Ancora oggi si definisce la resistenza secondo la sua famosa legge e si chiama la relativa unità di misura “ohm”. Faraday Si giunge all’opera fondamentale che diede avvio alla possibilità di produrre e quindi sfruttare industrialmente l’energia elettrica. Si tratta degli studi e della scoperta delle correnti indotte da parte di Michael Faraday (17911867), un autodidatta, figlio di immigrati dello Yorkshire, prima fattorino nella bottega di fabbro del padre, poi rilegatore e infine

agli onori della Royal Institution, fondata nel 1799 da Banks e dal conte Rumfort al fine di divulgare l’opera scientifica a favore delle applicazioni pratiche. Maxwell A Faraday riuscì ciò che i fisici e i tecnici tentavano da un decennio: produrre corrente elettrica per mezzo di un magnete. Se i risultati dei suoi esperimenti, che permettevano di produrre e indirizzare lungo circuiti la corrente, ebbero effetti immediati nel campo delle ricerche di laboratorio, dal punto di vista teorico come da quello della applicazione industriale, bisognò attendere ancora e in particolare la definizione del concetto di “campo di forze” (Lord Kelvin) e quindi la matematizzazione dell’elettromagnetismo data dallo scozzese James Clerk Maxwell (1831-1879). Dalle ipotesi fisiche di Faraday si passò al suo trattamento matematico, ciò che avrebbe consentito la semplificazione di tutti i fenomeni elettromagnetici attraverso sei semplici equazioni differenziali.

Il primo generatore elettromeccanico

A partire dall’idea di Faraday, lo sviluppo tecnologico fu lento e complesso. Il primo generatore elettromeccanico si deve a Werner Siemens (1856), lo usò per alimentare i suoi telegrafi e lo chiamò generatore di elettricità dinamica, o dinamo. Il contributo di Pacinotti è cosa

nota, almeno in Italia. Grazie all’anello a collettore la sua dinamo, la prima ad avvolgimento chiuso, poteva produrre correnti elevate marcatamente costanti e senza dannosi scintillii. L’ideazione di Pacinotti si 31


fuse, in qualche modo, con quella di Siemens ad opera di un tecnico belga. Infatti le idee di entrambi vennero carpite (usurpate, disse Siemens) da Gramme, che a Parigi perfezionò le invenzioni dei due per costruire e brevettare la sua dinamo a collettore (1869). Per industrializzarla nel 1871 fondò con Fontaine la Société des Machines MagnétoÉlectriques Gramme e da quel momento le dinamo sostituirono rapidamente i generatori elettrochimici, essendo in grado di produrre tensioni e correnti continue elevate (e quindi potenze elettriche elevate) in modo economico e virtualmente illimitato, essendo trascinate da macchine a vapore o da ruote ad acqua, se erano disponibili risorse idrauliche. Divenne possibile utilizzare l’energia elettrica su vasta scala. Iniziarono ad apparire grandi impianti elettrici per illuminazione con lampade ad arco, come quelli della Gare du Nord e dei Grands Magasins di Parigi (1875). Nel 1876 Tecnomasio iniziò a produrre su licenza dinamo Gramme e illu-

minò piazza Duomo a Milano con una delle prime lampade ad arco italiane. Furono possibili processi industriali rivoluzionari, come la produzione elettrolitica dell’alluminio (Hall e Hérolt, 1886) e la saldatura ad arco elettrico (Elihu Thomson, 1888); si aprì la strada per altre applicazioni, come la trazione elettrica. Con Edison le prime centrali elettriche

Fu a quel punto che Edison intervenne nella storia dell’energia elettrica. Era già un giovane, acclamato e ricco inventore. Entrato come fattorino alla Western Union Telegraph Company, ne era divenuto abilissimo operatore e quindi, in una circostanza fortunosa, aveva potuto mettere in luce la sua fervida creatività di tecnico, poco più che ventenne e privo di qualsiasi formazione scientifica. Come ingegnere della compagnia ideò un sistema duplex e quindi il primo quadruplex (innovazione di grande valore economico, perché permetteva di duplicare e quadruplicare il

traffico telegrafico senza posare nuove linee). I notevoli guadagni che ne ottenne gli permisero di aprire un attività in proprio e anche in questo si dimostrò geniale: la sua azienda fu il primo laboratorio di ricerca industriale, a Menlo Park (1876), destinato a fare storia e scuola. Qui applicò la sua creatività in vari settori che oggi si direbbero high tech (fonografo, microfono, ...). In tal contesto intuì la potenzialità economica dell’illuminazione elettrica, se fosse stata resa disponibile al vastissimo mercato delle utenze civili pubbliche e private. Ma per far questo servivano varie cose che ancora non esistevano. Anzitutto serviva una sorgente luminosa capace di

produrre una luce blanda, a differenza dalle lampade ad arco, troppo brillanti per i piccoli ambienti chiusi; e tale sorgente doveva costare poco, per rendere l’illuminazione elettrica competitiva con quella a gas che, iniziando a diffondersi all’inizio del secolo, era oramai ampiamente affermata, seppur con vari inconvenienti (inquinamento dell’aria ad opera dei gas combusti, rischi di esplosioni, ...). Da tempo si stava sperimentando i filamenti ad incandescenza (il primo brevetto, di De Moleyns era del 1841) ma risultati soddisfacenti non erano ancora stati raggiunti. Nel 1876 Edison avviò una campagna di ricerche meticolosa e sistematica in tale direzione, nella quale in due anni sperimentò 6000 filamenti di diversi materiali. Nel 1878 realizzò la sua prima lampada ad incandescenza efficiente, a filamento in carbone racchiuso in un’ampolla di vetro a bassa pressione, che durava 40 ore. Nel 1880 ne realizzò da 1800 ore, sufficientemente economica. 4351


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Era quella che gli serviva, ma non era tutto. Se ogni utente avesse dovuto dotarsi di un suo generatore, come era scontato fare fino ad allora, l’illuminazione elettrica non sarebbe stata a buon prezzo e il vasto mercato dei piccoli utenti non sarebbe stato raggiunto. Edison pensò di costruire ed esercire una grande centrale elettrica e da questa distribuire e vendere l’energia elettriche alle singole utenze tramite una rete elettrica, mutuando il modello delle centrali di distribuzione del gas. Costruì una dinamo, mastodontica da 27 ton, venne chiamata Jumbo e ideò il primo contatore elettrico commerciale, necessario a contabilizzare la vendita di energia elettrica. Ottenne il supporto economico dal banchiere e magnate Morgan, famoso nello spietato mondo finanziario statunitense, ma anche acuto e lungimirante investitore, e venne creata la Edison Electric Illuminating Company, la prima società destinata alla produzione centralizzata e distribuzione pubblica commer46

ciale di energia elettrica. Per inciso, acuto uomo d’affari oltre che inventore prolifico, Edison diede vita a circa un centinaio di diverse società, negli Stati Uniti ed all’estero, per sfruttare industrialmente le sue invenzioni. Ma era anche un abile comunicatore di massa, sicché, colta l’importanza di un adeguato impatto pubblicitario per il successo dell’impresa, scelse una collocazione strategica. Fu così che nel 1882 la prima storica centrale elettrica, dotata di sei dinamo Jumbo mosse da macchine a vapore entrò in servizio in Pearl Street, a Manhattan (NY), a pochi passi da Wall Street. Per mezzo di linee interrate serviva inizialmente circa ottanta clienti accuratamente selezionati (banche, uffici finanziari, il giornale New York Times, ...) in un’area di un miglio quadrato. Il sistema fu presentato alle esposizioni internazionali in Europa da un trionfante Edison, che raccolse ricchi contratti in varie nazioni. Nel 1881 a Parigi in occasione dell’esposizione internazionale, 100 lampade ad arco vennero

accese contemporaneamente. Per l’Italia l’opportunità fu colta da Colombo, autore del celebre “Manuale dell’ingegnere” (1877) che fondò con Edison il Comitato per le applicazioni dell’elettricità Sistema Edison - e realizzò in via Santa Radegonda a Milano il primo impianto europeo per la distribuzione commerciale dell’energia elettrica (1883), simile a quello di Pearl Street. Con gli impianti di Edison divenne possibile distribuire l’energia elettrica per illuminazione a prezzi competitivi con quelli del gas rendendo l’elettricità disponibile a chiunque. L’energia elettrica alternata

Nuovi protagonisti portatori di nuove soluzioni intanto stavano emergendo. L’emergere della corrente alternata fu una questione prevalentemente europea, il primo impianto britannico in corrente alternata fu realizzato nel 1886 a Grosvenor Gallery (Londra) da Sebastian Ziani de Ferranti. Ingegnere elettronico

inglese di famiglia veneta Ferranti fu il pioniere della corrente alternata in Gran Bretagna: pure sua fu la realizzazione a Deptford, sul Tamigi vicino a Londra, della prima centrale idroelettrica in corrente alternata; era a 10 kV, un record per il tempo, e dotata dei primi cavi in alta tensione (1889). In Italia nel 1892 la Società Anglo-Romana pose in servizio la centrale idroelettrica in corrente alternata monofase alle Cascate dell’Aniene a Tivoli. In italia Galileo Ferraris si dedica agli studi dell’elettromagnetismo e nel 1885 riesce a dimostrare a un pubblico stupefatto l’esistenza di un campo magnetico rotante generato da due bobine fisse, ortogonali e percorse da correnti alternate della stessa frequenza e sfasate di 90°. Con questi esperimenti si apre la stra31


da della realizzazione del motore elettrico asincrono. La scoperta del campo magnetico rotante fu esposta ufficialmente in una nota presentata all’Accademia delle Scienze di Torino solo il 18 marzo 1888. In seguito nacquero alcune contestazioni sulla priorità di tale scoperta, soprattutto da parte dello scienziato serbo Nikola Tesla che dopo la rottura con Edison lavorava in proprio. La questione finì nelle aule giudiziarie, ma alle fine la paternità dell’invenzione fu riconosciuta allo scienziato italiano come scopritore del campo magnetico rotante e ideatore del motore elettrico in corrente alternata. Negli Stati Uniti Westinghouse investì nella corrente alternata che intuì essere il futuro dell’energia elettrica. Nel 1886 fondò la Westinghouse Electric Company e realizzò a Buffalo la prima rete municipale statunitense in corrente alternata, per l’illuminazione con lampade ad incandescenza, utilizzando però tecnologia europea. Acquistò da Tesla i di-

ritti del motore ad induzione, per 70.000 $ più 2,5 $ per ogni Hp di unità costruita (corrisposti solo in minima parte) e da Ferraris quelli del campo rotante, per la cifra simbolica di 1.000 $, e nei mesi seguenti ne avviò la produzione. Fu un vero peccato che Ferranti non pensò allo sfruttamento industriale dell’idea, come in Inghilterra aveva fatto Kelvin con Ferranti. E che in Italia nemmeno in quell’occasione apparvero investitori capaci della capacità imprenditoriale di Westinghouse. Galileo Ferraris non ne fu amareggiato: “Ho visto a Francoforte che tutti attribuiscono a me la prima idea, il che mi basta. Gli altri facciano pure i denari, a me basta quel che mi spetta, il nome”. La guerra delle correnti

Col motore ad induzione i sistemi in corrente alternata di Westinghouse erano pronti a dare battaglia a Edison e così si scatenò la Guerra dei Sistemi, che vide Edison caparbiamente ancorato alla corrente continua e deciso a difenderla senza esclusione di colpi:

fuse le sue varie società in una unica grande compagnia, la Edison General Electric Company (1889), e non esitò a sfruttare a fini propagandistici la prima esecuzione capitale per elettrocuzione, nella quale era stato usato un alternatore (1890). Ma la corrente alternata e Westinghouse erano più forti di tali tattiche. Così Edison, quando si rese conto che la distribuzione in corrente continua era destinata alla sconfitta, si accordò con Elihu Thomson: le loro compagnie si fusero nella General Electric Company (GE, 1892). Nel frattempo in Europa

emergevano i sistemi polifasi, con essi, e con l’alternatore trifase di Brown si potevano trasmettere elevate potenze elettriche a grande distanza con migliore rendimento. Diveniva possibile concentrare la generazione in grandi centrali elettriche poste in prossimità delle fonti energetiche primarie e distribuire l’energia ad un numero di utenti molto grande. Il primo sistema polifase (bifase) dimostrativo americano fu presentato trionfalmente da Westinghouse e Tesla all’Esibizione mondiale di Chicago del 1893. Grazie ad esso Westinghouse, battendo la GE, ottenne la commessa per la prima centrale alle cascate del Niagara. Era la maggiore centrale elettrica mai realizzata e sancì il definitivo sopravvento della corrente alternata. La Guerra dei Sistemi era finita. Da allora bacini di utenti sempre più vasti poterono sfruttare l’energia elettrica. E così l’energia elettrica stravolse il mondo industriale e iniziò ad incidere in modo sempre più profondo su fasce di popolazione sempre più vaste. 4 371


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letteratura

Giovanni VergA E il

erismo

L’Italia va verso l’unificazione e in Europa si ha la seconda rivoluzione industriale, si vive bene e si sviluppa la cultura con le scuole. La borghesia prende il sopravvento, ma nasce un proletariato sfruttato e disagiato. La campagna si spopola, in Italia cresce il divario tra nord e sud che nel 1861 fa nascere “La questione meridionale”. Si sviluppa una cultura tendente a descrivere il vero. In Francia nasce la corrente artistica del Naturalismo, nella quale Flaubert e Zola inaugurano un nuovo modo di fare narrativa. La protagonista di Madame Bovary di Flaubert, Emma, viene presentata in maniera diversa da com’era usuale, ossia con una tecnica impersonale. Zola inaugura il romanzo sperimentale, vuole denunciare l’ambiente francese attraverso un ciclo di romanzi che hanno come oggetto il variegato mondo operaio. Secondo lui, il romanziere deve raccontare le cose così come sono, come fosse uno scienziato. Il Naturalismo francese si aggancia alla filosofia del Positivismo, con personaggi come Darwin, Comte (padre della sociologia) e Taine (metodo scientifico). Il Positivismo arriva in Italia nel 1860, seguito dal Naturalismo. Il primo italiano a rendersi conto delle opere di Zola è Capuana, amico di Verga; si inaugura così la stagione del Verismo.

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L E T T E R A T U R A

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e radici culturali del Verismo

Il Verismo è una corrente letteraria italiana nata all’incirca fra il 1875 e il 1895 ad opera di un gruppo di scrittori - per lo più narratori e commediografi - che costituirono una vera e propria “scuola” fondata su precisi principi. Fra i principali motivi che contribuirono all’affermazione di questo movimento vi fu prima di tutto la crescente attenzione verso lo sviluppo del sapere scientifico, che sembra fornire gli strumenti più adeguati all’osservazione e alla spiegazione dei fenomeni naturali e dei comportamenti umani. Il secondo elemento determinante fu l’emergere della questione sociale in genere e in particolare, il diffon-

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dersi dell’interesse per le condizioni di vita del Meridione, un argomento che costituiva la materia privilegiata per quell’analisi oggettiva della realtà che i nuovi orientamenti della cultura consideravano un’esigenza primaria. Un ulteriore motivo di diffusione fu la volontà di favorire la crescita del livello culturale dei ceti popolari. La dottrina del Verismo fu elaborata nel centro culturale più vivace di quel periodo, l’ambiente milanese. A Milano, la città dalla vita culturale più feconda, si raccolgono intellettuali di regioni diverse; le opere veriste però rappresentano soprattutto le realtà sociali dell’Italia centrale, meridionale e insulare. Colui che ne enunciò per primo i canoni teorici fu Luigi Capuana e il suo romanzo

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può essere considerato un vero e proprio manifesto programmatico della nuova poetica. Sulle sue teorie esercitarono il loro influsso i modelli del realismo inglese, ma soprattutto i romanzi del naturalista francese Emile Zola. Le idee del Capuana sul romanzo, ebbero una palese influenza su tutto il gruppo della Scapigliatura lombarda e in particolare su G. Verga, che fu spinto verso il definitivo abbandono della maniera tardo romantica. Il Verismo che si diffonde in Italia, deriva direttamente dal Naturalismo, ma è fedele alla indicazioni provenienti dalla Francia più nella teoria che nell’applicazione concreta. Verismo e Naturalismo condividono una narrativa realistica, impersonale e scientifica, che non lascia trapelare nessun intervento né giudizio da parte del narratore, mentre differiscono per quanto riguarda i contesti dove sono ambientate le vicende. Il Naturalismo si focalizzava di norma su ambienti metropolitani e classi (dal proletariato all’alta bor-

ghesia) legate alle grandi città e al loro sviluppo; il Verismo invece, privilegiava le descrizioni di ambienti regionali e municipali e di gente della campagna. La piccola provincia e la campagna, con la miseria e l’arretratezza, gli stenti e le ingiustizie sociali divennero i luoghi e i temi prediletti de esso e contribuirono in modo decisivo a svelare aspetti profondi o addirittura sconosciuti della realtà sociale. I poeti Veristi si ispiravano essenzialmente alla vita delle persone comuni, nei loro costumi e nelle loro tradizioni. Caratteristici del Verismo sono: l’oggettività e l’impersonalità. Il verista si proponeva di rappresentare la realtà oggettivamente, senza le sue reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni, come invece avveniva nella narrativa tradizionale, egli deve “mettersi nella pelle” dei suoi personaggi, “vedere le cose con i loro occhi ed esprimerle con le loro parole”. In questo modo la sua mano “ rimarrà assolutamente invisibile ” nell’opera, tanto che questa dovrà sembrare “essersi fatta da se”.

Il lettore avrà l’impressione di non sentire un racconto di fatti, ma di assistere ai fatti stessi che si svolgono sotto i suoi occhi. Il suo fine era infatti, una letteratura che fosse strumento di conoscenza e diffusione del vero. Dietro l’impassibilità dei veristi c’era dunque una indignazione polemica, un desiderio di denuncia dei falsi miti, e soprattutto uno stato d’animo di disperazione e di pessimismo, che rivelavano l’urgente necessità di risolvere i problemi di fondo della società italiana. Il Verismo è l’espressione più profonda della crisi che seguì all’Unità, quando apparvero chiare le carenze della rivoluzione risorgimentale e le contraddizioni del nuovo stato italiano. Per questo motivo il nostro Verismo ebbe come

principali rappresentanti degli scrittori meridionali, anche se il suo centro fu a Milano, la città dove si erano svolti i movimenti illuministico e romantico, e la rivolta “scapigliata”. Mentre però gli scrittori realistici europei erano i portavoce di un’esigenza d’un intera società, i nostri veristi dovevano interpre-

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tare il desolato silenzio d’una moltitudine inerte e miserabile estranea alla cultura e ai problemi della vita nazionale. Per questo la loro opera appare più solitaria di quella degli scrittori europei. Tuttavia il Verismo rappresentò il desiderio di rottura nei confronti di una tradizione letteraria troppo spesso accademica ed estetizzante, la ricerca di un adesione sostanziale alla verità e di uno stile semplice, diretto, legato al linguaggio della vita sociale popolare. Giovanni Verga

La vita Nasce a Catania il 2 settembre 1840, da una famiglia della piccola proprietà terriera. Rivela fin da bambino un grande interesse per la lettura, soprattutto di opere di argomento storico; già tra i sedici e diciassette anni scrive, senza pubblicarlo, il suo primo romanzo. Partecipa con passione alle vicende della seconda guerra d’indipendenza (1859) scrivendo su giornali di orientamento patriottico ed anche arruolandosi, durante la spedizione dei Mille, nella 52

Guardia Nazionale. Fondamentali nella sua vita sono gli anni fiorentini (1865-72), dove avviene l’incontro con Luigi Capuana, con il quale inizia un rapporto d’amicizia e un sodalizio letterario. Nel 1872, stabilisce la propria residenza a Milano da cui si allontana solo per brevi viaggi; fondamentale per la sua formazione di autore verista è il viaggio a Parigi dove incontra lo scrittore Emile Zola uno dei più importanti esponenti del Naturalismo. Durante il soggiorno milanese, Verga scrive tutte le sue opere più importanti. Nel 1893 ritorna a Catania dove muore nel 1922, due anni dopo aver ricevuto la nomina a senatore. Personalità Discreto, solitario e riservato contrario a qualsiasi forma di pubblicità, chiuso in una sorta di costante malinconia. Ne emerge l’immagine di un uomo sensibile, ma dal carattere difficile, per il quale l’approdo al Verismo, rappresentò forse il mezzo ideale per nascondere se stesso dietro la propria opera. Egli visse in un’epoca di transizio-

ne, caratterizzata dal passaggio dall’idealismo dell’Italia risorgimentale allo scetticismo positivistico dell’Italia postunitaria, tanto vero che questa rinuncia all’idealismo romantico in nome di un atteggiamento di fiducia nella scienza si tradusse nel Verga in una forma di rassegnazione e accentuò la sua visione pessimistica della vita, vista come una drammatica lotta in cui solo il più forte è destinato a vincere e il più debole, fatalmente a soccombere (Darwinismo sociale). Le opere Fra il ‘65 e il ‘71 vive a Firenze, in quegli anni capitale d’Italia, dove ebbe i primi contatti letterari e dove pubblicò con successo due romanzi: Una peccatrice

(1866) e Storia d’una capinera (1871). Nel primo si narra l’amore di una nobildonna con un giovane scrittore, il quale, dopo aver suscitato nell’amante una passione intensa e tormentosa, la trascura spingendola al suicidio. Nel secondo si narra la storia di una ragazza, costretta dalla matrigna a farsi novizia. Tornata per breve tempo a casa in seguito a un’epidemia di colera, la ragazza s’innamora del fidanzato della sorellastra. Ma la famiglia la obbliga a ritornare in convento e a prendere i voti definitivamente. La ragazza muore pazza. Questi due romanzi sono il prodotto di una sensibilità tardoromantica (l’amore passionale e travolgente che porta alla disperazione o alla morte), ma, soprattutto il secondo, presentano anche uno studio dell’ambiente ben documentato, la ricerca della verità e dell’efficacia sociale o pedagogica del loro contenuto. Il Verga mira qui a trasferire nei protagonisti dei romanzi i suoi stessi stati d’animo e sentimenti (di qui il loro valore autobiogra31


fico). Le avventure, benché non vissute ma immaginate, vengono descritte con lo scopo di criticare la falsità e l’immoralità della società borghese e aristocratica (specie quella elevata) contemporanea allo stesso scrittore. In particolare al Verga non piace la concezione borghese individualistica e raffinata che cerca nell’amore passionale un diversivo per sfuggire alla noia della vita quotidiana. Dal ‘72 al ‘93 Verga visse a Milano, dove fu in stretto contatto con gli ambienti letterari che facevano allora di Milano la città più viva d’Italia. A Milano Verga stringe amicizia con Luigi Capuana, che è il teorico del Verismo italiano. Caratteristiche fondamentali del Verismo, di cui il Verga diverrà l’artista più rappresentativo, sono: • descrizione di un fatto realmente accaduto che doveva servire da documento e che l’opera artistica avrebbe reso stilisticamente bello; • il modo di narrare come se fosse una descrizione di un procedimento scientifico (“far parlare le cose”, impedire che l’autore si

serva dei fatti come di un pretesto per esprimere se stesso, e quindi “impersonalità” dello scrittore); • linguaggio aderente ai fatti, cioè vivo, immediato, spontaneo, senza retorica né formalismi, disposto ad accettare persino le espressioni dialettali; • regionalismo, cioè interesse prevalente per i ceti più umili di quell’ambiente popolare che lo scrittore deve privilegiare. Verga non accetta subito l’ideologia e la poetica del Verismo. A Milano continua a comporre romanzi in cui ancora polemizza con la vita e il costume della media e alta borghesia: amori travagliati, impossibili, melodrammatici, che spesso si concludono con la disperazione, la morte per malattia, il suicidio, la pazzia (in età matura egli rifiuterà questa sua produzione). E’ nel ‘74 che, con la pubblicazione di Nedda, avviene il salto qualitativo. La novella è diversa per argomento e per stile. Narra la vicenda di una raccoglitrice di olive siciliana che, rimasta orfana, lavora a giornata presso varie fattorie

per mantenere la madre ammalata, che poi morirà. Dal suo amore per un giovane povero nasce una bambina, ma il ragazzo, prima ancora di sposarla, muore di malaria. Nedda viene respinta da tutti e non trovando più lavoro vede morire di stenti la propria bambina.

sa più l’alta società milanese e fiorentina, ma la Sicilia dei poveri. Come mai questa svolta? Quattro fattori lo influenzarono più o meno decisamente:

Il racconto è significativo perchè Verga polemizza non più con le contraddizioni interne alla vita borghese, ma con quelle che questa vita produce esternamente, nelle classi più umili. Non gli interes-

nuta a noia, per cui sentiva la necessità di ritrovare la semplicità, la spontaneità e la durezza della vita quotidiana della gente povera; • la teoria dell’evoluzione naturale

• la società amorale, ipocrita e frivola dell’alta borghesia gli era ve-

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di Darwin, dalla quale egli ricavò il concetto della lotta per l’esistenza come base dello sviluppo della storia umana: in questa lotta sono soprattutto i ceti marginali a pagare le maggiori conseguenze; • gli studi, le inchieste e le discussioni sulla questione meridionale che lo guidavano alla scoperta della miseria del Sud (si pensi ai fenomeni dell’emigrazione, del brigantaggio, dell’abbandono delle terre...); • il Naturalismo di Emilio Zola, Flaubert e di altri naturalisti francesi, mediato in Italia dal Verismo di Capuana, gli permise di eliminare la sua sensibilità tardo-romantica, il suo soggettivismo autobiografico, accettando invece la poetica dell’obiettività e della rappresentazione scientifica della realtà, oltre che l’esigenza di denunciare le contraddizioni prodotte dalla società borghese. Nell’80 il Verga compone una raccolta di sette novelle che intitola Vita dei campi; nell’83 54

pubblica Novelle rusticane e progetta un ciclo di cinque romanzi, I vinti, di cui però scrive solo i primi due: I Malavoglia nell’81 e Mastro don Gesualdo nell’88, che sono i suoi capolavori, riconosciuti a livello europeo. Tutte queste opere hanno come sfondo la Sicilia intorno a Catania, e come protagonisti uomini e

donne delle classi subalterne: contadini, pastori, pescatori, artigiani, braccianti... Dura è la critica nei confronti dell’aristocrazia nobiliare. Nel progetto originario, I vinti dovevano rappresentare gli sconfitti nella lotta per il progresso, in cinque fasi diverse: I Malavoglia sono la storia di

una famiglia di pescatori che esce sconfitta dal suo tentativo di conquistarsi migliori condizioni di vita; Mastro don Gesualdo è la sconfitta di un povero muratore che, divenuto ricco, vuole ottenere una promozione sociale sposando una nobildonna decaduta, che però non lo ama, né lo ama la figlia, che gli rinfaccia la sua origine umile. Mastro don Gesualdo morirà di cancro, abbandonato da tutti, con il patrimonio intaccato dal genero. I “galantuomini” del paese, invidiosi e preoccupati della sua fortuna, gli erano sempre rimasti ostili. Gli altri tre romanzi non scritti dovevano narrare la sconfitta dei sentimenti negli alti ambienti sociali, la sconfitta delle ambizioni politiche tese alla conquista del potere, la sconfitta dell’artista che mira alla gloria. In questi romanzi, che pur possono sembrare molto pessimisti, vi sono degli aspetti positivi: • il rifiuto di ogni paternalismo nei riguardi degli oppressi, i 31


quali hanno bisogno di giustizia e non soltanto di comprensione; • la scoperta dell’umanità/dignità dei ceti marginali, i quali cercano di affermare, per quanto sia loro possibile (cioè concesso dal destino), valori come l’amore, l’onestà, l’onore, la fedeltà; • l’analisi del risvolto negativo del progresso scientifico e industriale tanto esaltato dalla borghesia; • la polemica contro i miti sentimentali (ad es. l’unità della famiglia) o intellettuali (ad es. la libertà delle istituzioni parlamentari e civili, l’unità d’Italia, l’unità nazionale della lingua...) tipici della società borghese. Senonché nell’ultima fase letteraria di Verga il pessimismo tende a prevalere su ogni considerazione positiva nei riguardi degli oppressi. Dopo aver capito che le conquiste risorgimentali per l’unità d’Italia erano state strumentalizzate dalla borghesia per affermare il proprio dominio a livello nazionale; dopo aver capito che la borghesia non era disposta a redistribuire le terre dei latifondisti ai

contadini (vedi ad es. la repressione garibaldina dei contadini di Bronte in Sicilia); infine, dopo aver capito che il nuovo Stato unitario era diventato lo strumento nelle mani della borghesia al nord e dei latifondisti al sud, strettamente alleati ,Verga è altresì convinto sia che le classi disagiate del sud, vittime della loro stessa ignoranza e arretratezza, non saranno capaci di modificare questo stato di cose, sia che il giovane movimento di orientamento socialista, cresciuto nelle progredite e “lontane” regioni settentrionali, non abbia intenzione di lasciarsi coinvolgere attivamente nelle preoccupazioni del Mezzogiorno. Agli inizi del ‘900 il pessimismo di Verga diventa così cupo ch’egli praticamente smette di scrivere. Dal 1893 sino al 1922, anno della morte, egli si ritira a Catania, dove vive in un silenzio pressoché totale, amareggiato dall’incomprensione che circondava la sua opera (e che continuerà per tutto il ventennio fascista). L’ultimo romanzo, Dal tuo al mio, del 1905, attesta questa sua involuzione po-

litica: esso infatti descrive il voltafaccia di un sindacalista operaio che, il giorno in cui sposa la figlia del padrone, si rende conto di essere passato dall’altra parte della “barricata”, e lo dimostra difendendo con le armi la miniera di zolfo che i solfatari minacciavano di far saltare. Il teatro. Dopo due tentativi giovanili malriusciti di accreditarsi come autore teatrale, Verga torna all’esperienza del teatro nel 1883 dove trasse i soggetti per drammi e commedie dalle sue novelle, sia di ambiente siciliano e «rusticano», sia di ambiente borghese. Fra i più famosi ricordiamo La lupa, da una novella di Vita dei campi, e soprattutto Cavalleria rusticana. dalla stessa raccolta, celebre per essere stata musicata da Pietro Mascagni. Verga riteneva il teatro una forma d’arte inferiore a quella del romanzo. Ritorna tuttavia a scrivere testi per il teatro sia perché l’attività drammaturgica rendeva molto di più di quella del ro-

manziere, sia perché era rimasto suggestionato dal saggio di Zola Le naturalisme au théâtre (1881). Ma, a parte Cavalleria rusticana, nessun altro dramma incontrò il successo sperato, anche perché l’ispirazione di Verga era di fatto narrativa e non teatrale. Tutti i drammi verghiani, tranne uno, sono adattamenti di testi narrativi. La “roba”: Da Mazzarò a mastro-don Gesualdo

Il racconto La roba fu stampato inizialmente nella rivista «Rassegna settimanale» il 26 dicembre del 1880, fu poi inserito nella raccolta Novelle rusticane nel 1883 dove vide la sua edizione definitiva nel 1920, dopo una revisione stilistica curata dall’Autore poco prima di morire. Mazzarò, il protagonista, è un personaggio statico, quasi fiabesco, simbolo dell’alienazione completa in nome della “roba” intesa come beni e ricchezze di una società agraria (ulivi, file di aratri, file di muli, sementi, sacchi di olive, ecc). Un uomo intelligente ma rozzo, che diffida delle banco5351


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note e vuole solo moneta sonante o merce di scambio perchè in fondo è un uomo all’antica; egli anticipa, in forma più semplice, molti tratti caratteristici della ascesa economica di Mastro-don Gesualdo, ma senza provare il fallimento patito dal protagonista del romanzo sul piano privato e degli affetti. Il dramma di Mazzarò, quello che lo porta alla disperazione, nasce piuttosto dallo scontro con la natura, con gli eventi inevitabili come la vecchiaia e la morte, davanti ai quali deve necessariamente cedere tutto quello che ha accumulato in una vita, tutto quello a cui ha sacrificato gli affetti familiari non sposandosi e contabilizzando persino la spesa sostenuta per la morte di sua madre (“…sua madre la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto”). Ma anche la sua feroce ostinazione, la sua pazienza perseverante, il suo senso del sacrificio al limite dell’autolesionismo, («Tutta quella roba se l’era fatta lui, col non dor56

mire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba alla sera, col logorare i suoi stivali e le sue mule…») nulla possono di fronte alla legge di natura: il racconto si chiude con la scena grottesca e disperata di Mazzarò che uccide a colpi di bastone anatre e tacchini strillando : «Roba mia, vienitene con me!». La figura di Mazzarò viene descritta a metà tra l’eroe sociale e l’eroe esistenziale e dimostra come lo stesso autore non si sia limitato alle regole veriste narrative basate sulla tecnica dell’oggettività, ma sconfini in una visione molto più filosoficoesistenziale. Si percepisce una visione del mondo che non è quella distaccata dell’occhio freddo della macchina da presa sostenuta dagli autori naturalisti. Questo inconsapevole cambio di rotta rispetto alla narrativa verista si evidenzia in tutte le opere verghiane, anzi forse ne La roba è meno evidente, ma fa dell’autore catanese il romanziere più grande della tradizione letteraria italiana dopo Man31


zoni, cosa che non sarebbe probabilmente successa se egli fosse rimasto nella posizione di “occhio fotografico”. Lo stile della narrazione è forse più simile a quello del romanzo I Malavoglia che al successivo Mastro-don Gesualdo: leggendolo si sente forte la voce di un Io narrante esterno e il discorso libero di Mazzarò con se stesso. Analisi narrativa: La novella è divisa in tre sequenze, la prima descrive Mazzarò e tutta la sua roba, i periodi sono lunghi e si usa molto l’enumerazione per polisindeto che da la sensazione di dilatare lo spazio della terra di Mazzarò; sembra che tutto appartiene a lui anche cose che in realtà non possono appartenere all’uomo. La seconda descrive di come Mazzarò sia riuscito ad accumulare tanta “roba” e di come riesce a conservarla. La terza descrive la vecchiaia e la morte di Mazzarò. Rapporto tra fabula e intreccio: La struttura del racconto è a intreccio (presenza del flashback). Sviluppo della narrazione: Situazione iniziale (1°), esordio

(2°), scioglimento (3°). Il momento di massima tensione è nell’ultima sequenza quando Mazzarò si rende conto che la morte sta per giungere e lui non potrà, anche se vuole , portarsi la “roba” con sè. Dimensione spaziale: Lo spazio è ampio, lo sfondo è quello dell’ambiente di vita di Mazzarò. Scelte lessicali: utilizzo di un linguaggio parlato, facendo riferimenti ad animali (conosciuti dal mondo contadino) e uso di proverbi. Tecniche con le quali viene data la parola ai personaggi: indiretto libero Ideologia e Poetica

L’opera del Verga è una rivalutazione della serietà morale degli oppressi, ma senza paternalismi. Egli si rifiuta di descrivere in modo meraviglioso la vita dei campi o delle fabbriche. La sua letteratura è tragica, la sua filosofia della vita è profondamente pessimistica. Dio è assente nei suoi romanzi e lo è pure l’idea di provvidenza. Verga non crede

nemmeno in un avvenire migliore conquistato, sulla terra, con le forze degli uomini, né crede alle lotte politico-sindacali del “quarto stato”. A lui interessano solo i “vinti”, cioè quelli che “cadono lungo la strada” con eroica rassegnazione, con la dignità umile e austera di chi sa di non poter modificare il corso degli eventi. Chi cerca di deviare da questo corso viene sempre sconfitto da chi detiene il potere. Quindi, piuttosto che illudersi, è meglio rassegnar-

si coscientemente. Per quanto riguarda lo stile, egli ha cercato di rendere più viva la lingua del Manzoni, liberandola da ogni residuo letterario e accademico. La prosa dei Promessi sposi, così corretta, classica e tradizionale, è assai diversa dalla sua, che è più diretta, più immediata, più coinvolgente per il lettore. Gli stessi sentimenti, le reazioni psicologiche dei protagonisti dei suoi romanzi, il loro modo di vedere le cose sono semplici ed elementari. 5 371


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Per riprodurre la società nel modo più “vero”, Verga la osserva scrupolosamente, studiando l’ambiente fisico e il dialetto, documentandosi sui mestieri e sulle tradizioni; il suo stile impersonale fa sì che il lettore si trovi - come dice lui stesso- “faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro attraverso la lente dello scrittore”. Così sembra che i personaggi e le vicende si presentino da sé, e chi legge ha l’impressione di essere messo a diretto confronto con la realtà di cui si parla. E per rendere ancora più vera e impersonale la rappresentazione, lo scrittore costruisce una lingua nuova: è la lingua nazionale (non usa il dialetto siciliano perché vuole che le sue opere siano lette in tutta l’Italia) ma arricchita di termini di origine dialettale, di modi di dire e proverbi, di una sintassi modellata sul ritmo della lingua parlata dal popolo. Il Verga insomma non voleva creare una prosa nazionale lavorando “a tavolino” sui migliori dialetti italiani, ma voleva creare una “prosa parlata”, di cui il dialetto

siciliano doveva restare parte integrante. Il tempo avrebbe detto -a suo giudizio- se questa prosa “popolare” meritava una rilevanza a livello nazionale. Ma la borghesia al potere non poteva accettare una letteratura che la criticava così duramente. Nonostante il principio dell’impersonalità, le opere di Verga sono percorse da un’atmosfera di intensa commozione e di pietà per i protagonisti, vittime di un destino crudele. Secondo Verga, non è possibile che un personaggio di umili origini riesca in qualche modo, anche se vale, a riemergere da quella condizione in cui è nato. Non è possibile che un povero diventi ricco ( ad eccezione della novella “La roba”, in cui il povero e umile contadino Mazzarò riesce a divenire ricco, grazie al suo impegno). Ma anche giunto a una condizione relativamente benestante, o quanto meno comoda, il personaggio non potrà mai vivere tranquillamente, non potrà mai integrarsi in quello che si definisce l’ambiente alto-borghese, proprio perché egli

non vi appartiene di nascita. La sua concezione pessimista della vita è influenzata soprattutto dal pensiero del naturalista inglese Charles Darwin (1809-

vivono mentre i più deboli sono destinati a soccombere. Secondo Verga ne deriva che gli scrittori, consapevoli delle crudeli leggi che regolano il mondo, non

1882), egli trae la convinzione che vivere per tutte le creature significhi lottare duramente per la vita; nel processo di selezione naturale solo i più forti soprav-

possono proporre degli ideali, come facevano gli autori romantici, ma devono soltanto rappresentare la verità, cioè la realtà così com’è. 5391


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espressionismo Il termine espressionismo indica, in senso molto generale, un’arte dove prevale la deformazione di alcuni aspetti della realtà, così da accentuarne i valori emozionali ed espressivi. In tal senso, il termine espressionismo prende una valenza molto universale. Il termine «espressionismo» è sinonimo di deformazione. Nell’ambito delle avanguardie storiche con il termine espressionismo indichiamo una serie di esperienze sorte soprattutto in Germania, che divenne la nazione che più si identificò, in senso non solo artistico, con questo fenomeno culturale.

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e origini

Alla nascita dell’espressionismo contribuirono diversi artisti operanti negli ultimi decenni dell’Ottocento. In particolare possono essere considerati dei pre-espressionisti Van Gogh, Gauguin, Munch. In questi pittori sono già presenti molti degli elementi che costituiscono le caratteristiche più tipiche dell’espressionismo: l’accentuazione cromatica, il tratto forte ed inciso, la drammaticità dei contenuti. Nel primo ventennio del Novecento si sviluppò in Europa, e in particolare nell’area di lingua tedesca, una tendenza denominata Espressionismo. Chiamarlo “movimento” non è del tutto corretto, si trattava piuttosto di un atteggiamento spirituale, difficile

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da situare dentro un preciso contesto storico. Partiamo col dire che molti di coloro che vennero definiti espressionisti nacquero alla fine dell’Ottocento e questo li collocava tra la folta schiera di intellettuali e artisti proprio a ridosso del primo conflitto mondiale ed è chiaro che la guerra, con tutte le sue implicazioni e conseguenze, sia il primo elemento riscontrabile nella loro opera. Altro fattore che condizionò in modo profondo le arti di inizio secolo fu la massiccia opera di industrializzazione, conseguenza diretta del progresso scientifico: lo sviluppo delle macchine comportò la meccanizzazione del lavoro e uno stile di vita sempre più frenetico e caotico.

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I punti fondamentali che Wilhem Worringer, critico espressionista, individuò nel 1908 e descrisse nel suo libro Astrazione ed Empatia, sono:

Dapprima sviluppatosi nell’ambito delle arti figurative, l’Espressionismo si estese poi alla musica, alla letteratura e al cinema: alcuni suoi motivi ricorrenti furono l’immagine della metropoli di cemento, la solitudine e il senso di smarrimento dell’uomo (la crisi del super-io freudiano e la supremazia dell’inconscio), ma soprattutto il desolante ritratto della condizione precaria del sottoproletariato, costretto ai margini della società. A coniare il termine “espressionismo” sarebbe stato Julien-Auguste Hervé nel 1901, in occasione di una mostra allestita al Salon des Indépendants a Parigi: allora egli presentò otto quadri intitolati ap-

punto “expressionismes”. Tuttavia, in Francia il termine non prese piede, mentre in Germania venne importato con successo. Caratteristiche della corrente artistica

Il periodo espressionista è suddivisibile in tre fasi: la prima, anteriore alla Grande guerra, fu una fase proto-espressionista che rifletteva la crisi dei valori di inizio secolo. Segue l’Espressionismo di guerra, dal 1914 al 1918, in cui si sviluppò in prevalenza una poetica di tipo politico e sociale, impregnata di ideali rivoluzionari; infine, si registrò una parentesi tardo-espressionista del dopoguerra.

• il ritorno ai primitivi • la rivalutazione dell’arte gotica tedesca • la valorizzazione dell’arte popolare • liberazione della forza del colore • distorsione ed esagerazione dei tratti figurativi • eliminazione dell’illusionismo prospettico • rappresentazione della natura in senso simbolico Le principali linee dell’Espressionismo europeo furono l’espres-

sionismo francese, l’espressionismo tedesco e l’espressionismo austriaco. Le fonti principali dell’Espressionismo sia tedesco che francese saranno le maschere dell’Africa primitiva e le sculture in legno scheggiate dove non c’è niente di anatomico. Con l’Impressionismo si rappresentava una sorta di moto dall’esterno verso l’interno, l’Espressionismo invece costituisce il moto inverso, dall’interno all’esterno: dall’anima dell’artista direttamente nella realtà, senza meditazioni nè filtri. Ecco peraltro spiegata anche la durezza percettiva di tale arte, nella cui realizzazione sono stati banditi tutti gli illusori artefici della prospettiva e del chiaroscuro. La natura stessa dell’Espressionismo è intesa come proiezione immediata di sentimenti e stati d’animo estremamente soggettivi, ricca di contenuti sociali, di spunti dialettici, di drammatica testimonianza della realtà. Una realtà però amara di guerra, di 6331


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contraddizioni politiche, di perdita di valori ideali, di aspra lotta di classe: e proprio questi sono i temi più dolorosamente cari agli artisti espressionisti. L’ESPRESSIONISMO FRANCESE

Il primo movimento che può essere considerato espressionistico nacque in Francia nel 1905: i Fauves. Con questo termine vennero dispregiativamente indicati alcuni pittori che esposero presso il Salon d’Automne quadri dall’impatto cromatico molto violento. Fauves, in francese, significa «belve». Rispetto agli analoghi movimenti tedeschi, connotati da atmosfere fosche e contenuti drammatici, il fauvismo rappresenta una variante «mediterranea» e solare dell’espressionismo. I Fauves Il fauvisme rappresenta una vera e propria rivoluzione in campo figurativo, attraverso la rivendicazione dell’autonomia del colore rispetto al soggetto e dell’intervento delle emozioni del pittore come componente pittorica. A 64

questo movimento appartengono artisti, perlopiù francesi e autodidatti, come Matisse, Derain, Marquet e Manguin. Questo movimento, molto vicino all’espressionismo tedesco che si sviluppa nello stesso periodo, si caratterizza per una distorsione dei volumi, per un rifiuto dei toni locali, per un utilizzazione di colori puri e in contrasto per tradurre le emozioni del pittore e per l’eliminazione dei chiaroscuri. La prospettiva, pur rimanendo, diventa “prospettiva di sentimenti” (Matisse), a causa dell’avvicinamento dei piani. Gli artisti fauves trattano soggetti naturali, ma invece di rappresentarne, come gli impressionisti, gli elementi in movimento (luce, acqua, ecc), ne colgono gli aspetti segnati dall’uomo. Le immagini che loro ottenevano erano sempre autonome rispetto alla realtà. Il dato visibile veniva reinterpretato con molta libertà, traducendo il tutto in segni colorati che creavano una pittura molto decorativa.

Alla definizione dello stile concorsero soprattutto la conoscenza della pittura di Van Gogh e Gauguin. Da questi due pittori i fauves presero la sensibilità per il colore acceso e la risoluzione dell’immagine solo sul piano bidimensionale. Il gruppo non aveva una vera unità d’intenti, ciò che li accumunava era il pensare che i colori usati dagli Impressionisti fossero troppo smorti. L’obiettivo comune era quello di descrivere il gusto di vivere. Henri Matisse (1869-1954) Matisse, pittore francese, è il rappresentante più noto del fauvismo. La vivezza coloristica delle sue opere, che è il vero tratto caratteristico di questo movimento, si esprime in un’autentica «gioia di vivere» che resterà costante in tutta la sua produzione. Matisse iniziò la sua attività di pittore a Parigi intorno al 1890. Studiò presso il pittore simbolista Gustave Moreau e presso l’École des Beaux-arts di Parigi. In questi anni conobbe Al-

bert Marquet, André Derain e Maurice de Vlaminck. Dalla loro amicizia nacque il gruppo dei Fauves. La loro prima comparsa pubblica avvenne nel 1905 al Salon d’Automne dove presentò la Donna con cappello, il quadro risultò assurdo per il pubblico, poiché si accostavano alcune pennellate ordinate come quelle di Van Gogh e

altre libere come quelle di Turner. Lo stile di Matisse già si definisce in questa fase della sua attività. I suoi quadri sono tutti risolti sul piano della bidimensionalità, sacrificando al colore sia la tridimensionalità, sia la definizio31


ne dei dettagli. L’uso del colore in Matisse è quanto di più intenso è vivace si sia mai visto in pittura. Usa colori primari stesi con forza e senza alcuna stemperatura tonale. Ad essi accosta i colori complementari con l’evidente intento di rafforzarne il contrasto timbrico. Matisse non è interessato tanto al colore quanto ai rapporti tra i colori, poiché secondo lui “un’unica tonalità non è un colore; due tonalità sono un accordo, sono vita”. Ne risulta un insieme molto vivace con un evidente gusto per la decoratività. La forma circolare e la ripetizione ritmica sono altre due costanti nelle sue opere. La sua attività pittorica si svolse per decenni, nel suo quieto ambiente familiare, lontano dai clamori della vita mondana. Svolse la sua ricerca portando il suo stile ad un affinamento progressivo fino a farlo giungere, in tarda età, alle soglie dell’astrattismo. Ma senza mai perdere il gusto per la forza espressiva del colore.

Titolo: I pesci rossi Autore: Henri Matisse Cosa rappresenta: Rappresenta quattro pesci rossi in un vaso, poggiato su di un tavolino circolare, a sua volta situato in un ambiente particolare, probabilmente lo studio stesso dell’artista, che è circondato da una lussureggiante vegetazione tropicale. Nell’angolo inferiore sinistro è possibile vedere parzialmente una poltrona in giunco verniciato per ricordare all’osservatore che il tutto è ambientato in un luogo realmente esistente. Quando: Nel 1912 Dove: Dipinto a Parigi ed appartenuto a Sergei Shchukin, ora conservato al museo statale di arti figurative Museo Puškin di Mosca. Come: Matisse utilizza colori forti e violenti, caratteristica comune a tutti i Fauves, in questo quadro il pittore dimostra la capacità di comunicare, con perfetta rispondenza, le atmosfere da cui raccoglie le sue immagini un forte senso di calma e di tranquillità. L’immagine, 6351


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a prima vista semplice e priva di significati nascosti, colpisce per la sua ambiguità visuale: per esempio lo sfondo è costellato da foglie a palmo largo, fiori magenta e piante di diversa specie, tuttavia se si osserva con attenzione, questi vegetali sono privi di vasi o recipienti da cui sbocciano vistosi,

Perché: Le ambiguità appena descritte, per Matisse, non devono essere risolte mai definitivamente, ma egli prevede che rimangano tali e che accrescano, nella semplicità del quadro, il gusto per il misterioso, spingendo l’osservatore a una percezione meno ovvia e banale del dipinto. La composizione di pesci rossi deve essere vista come un mero gioco formale che non ha nulla a che vedere con la comunicazione di alcuni messaggi subliminali. L’ESPRESSIONISMO TEDESCO

pertanto è difficile comprendere se essi sono reali oppure sono il decoro stampato su una probabile carta da parati incollata nello studio dell’artista. In alcune parti del dipinto, la tela è ben visibile poiché non è stata coperta dalle pennellate del pittore, questo per mostrare la semplice funzione di supporto che essa possiede. 66

Movimento artistico che si sviluppa in Germania a partire dal 1905, contemporaneamente al fauvisme francese. A differenza del fauvisme, l’espressionismo tedesco è un movimento artistico intimamente legato alle tensioni sociali contemporanee, che mette in discussione i valori borghesi e le convenzioni pittoriche. In modo particolare l’Espressionismo tedesco avrà un

carattere particolarmente di ribellione, per rompere con il passato ed andare contro tutti rinnovando la società. In Germania si afferma con due movimenti: Die Brücke (Il Ponte) e Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro). Die Brücke (Il Ponte). All’inizio del XX secolo la Germania passò con rapidità dall’essere un paese agricolo a una nazione industrializzata. A questo grande sviluppo sul piano politico e industriale corrispondeva, però, una mancanza di valori umani, oltre che la mancanza di un vero dialogo fra le varie parti della società con un sentimento nazionalistico che trasformava il tedesco in suddito prima ancora che in cittadino. Proprio per questi motivi, la cultura germanica necessitava di un rinnovamento sul piano morale: gli impulsi espressionisti si inserirono con facilità in questo contesto, criticando il conformismo delle idee e l’artificiosità dei rapporti umani. Alle motivazioni

sociali inoltre si aggiungono quelle ideologiche; l’Espressionismo tedesco tende a togliere al mondo ogni sua realtà oggettiva per trasferirla nella sfera del personale, attraverso colori arbitrari e antinaturalistici. L’arte espressionistica è fatta di colori violenti, forme sommarie, modellati angolosi. Questo movimento figurativo ha influenzato anche l’arte cinematografica, dando vita, sotto il nome di “cinema espressionista”, a rappresentazioni in cui il regista si esprime attraverso numerosi giochi di luce e di scene. Anche la poesia e il teatro vengono influenzati dall’espressionismo, attraverso il tentativo di dare espressione alle tendenze più violente degli 31


autori. Nel 1906 viene pubblicata come se fosse un manifesto, una xilografia di Ernst Ludwig Kirchner in occasione della prima esposizione di un gruppo di pittori a Dresda. Il nucleo si era formato l’anno prima dal riunirsi di studenti di architettura, ossia Kirchner, Heckel, Rottluff ai quali si aggiunsero Pechstein, Nolde e Muller. Heckel fu colui che coniò il termine “Die Brücke”: il ponte era quello ideale lanciato verso il futuro. Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938) Kirchner, artista dalla personalità molto complessa, fu la vera anima del gruppo. Dopo il trasferimento della Brucke a Berlino, fortemente colpito dai ritmi della capitale tedesca Kirchner iniziò a dipingere la vita urbana, realizzando una serie di opere che hanno per soggetto le vie e le piazze della città. Solitudine, contrapposizione di forme, dissonanze cromatiche, le pennellate stesse sono saettanti

e spigolose: così Kirchner rappresenta la vita della città, una rappresentazione molto diversa dai festosi boulevard parigini dipinti dagli impressionisti. Erano cambiati i tempi: il primo conflitto mondiale stava per scoppiare e Kirchner, come quasi tutti gli artisti della sua epoca, respirò e riprodusse la tragica atmosfera dell’imminente catastrofe. Titolo: Cinque donne per strada Autore: Ernst Ludwig Kirchner Cosa rappresenta: Rappresenta cinque donne di questo quadro non sono molto dissimili da altre donne presenti in altri quadri di Kirchner. Se esse siano delle signore borghesi, o cinque prostitute ferme sotto un lampione in attesa di clienti, non è dato saperlo. Quando: Nel 1913 Dove: Berlino ora conservato al Ludwig Museum di Colonia statale di arti figurative Museo Puškin di Mosca. Come: La scena è ambientata in un’atmosfera notturna per descrivere la realtà sociale nascosta. 6371


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Le linee sono miste, in particolare spezzate per conferirgli un’aria da arpie. Le spigolosità che le caratterizza, i profili diritti e taglienti, i volti cadaverici, rendono queste cinque donne capaci solo di attrazioni maligne. Il quadro non ha una spazialità ben definita, benché le cinque donne, nel loro disporsi in angolazioni diversificate, riescono a disegnare un cerchio approssimativo. La gamma cromatica è molto ridotta, dominano nettamente le tonalità del verde, da cui si stacca solo il nero che costruisce e separa dall’ambiente le cinque figure. Una pittura quindi volutamente semplificata, non molto lontana dalle immagini xilografiche molto praticate sia da Kirchner sia dagli altri espressionisti del gruppo «Die Brucke».In questo quadro si ritrovano quindi un po’ tutti gli elementi stilistici tipici dell’espressionismo tedesco: la semplificazione delle forme, l’uso espressivo del colore, le atmosfere cupe e poco allegre, la volontà di una generalizzata denuncia contro una società borghese non

amata né stimata, ma soprattutto la volontaria rinuncia alla bellezza come valore tranquillante e consolatorio dell’arte. Valore, quello della bellezza, apprezzato soprattutto dai borghesi, che nell’arte vedevano un idilliaco momento di evasione fantastica, ma che non poteva essere condiviso dagli espressionisti che proprio contro i borghesi rivolgevano la loro arte. Perché: La realtà non è quella che appare, perché è mascherata da troppe convenzioni e ipocrisie. La verità è dietro le apparenze, ed è una verità che non può essere colta con gli occhi, ma solo con una conoscenza più profonda dell’animo umano. La pittura espressionista tedesca deforma l’aspetto della realtà per renderlo più simile a ciò che l’animo avverte. Così, ad esempio, nei quadri di Kirchner i corpi hanno aspetti sempre spigolosi e taglienti: non ispirano calore umano ma solo freddezza . Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro) Un secondo gruppo espressio31


nistico si costituì a Monaco nel 1911: «Der Blaue Reiter» (Il Cavaliere Azzurro). Principali ispiratori del movimento furono Wassilj Kandinskij e Franz Marc. In quel periodo Kandinskij dipingeva cavalieri e Marc vedeva il blu come colore per eccellenza. Il percorso intrapreso dal Blaue Reiter aveva in sé un fortissimo lirismo, un’apertura all’universo del poetico, nonché la riscoperta del potere spirituale delle armonie decorative. Con questo movimento l’espressionismo prese una svolta decisiva. Nella pittura fauvista, o dei pittori del gruppo Die Brücke, la tecnica era di rendere «espressiva» la realtà esterna così da farla coincidere con le risonanze interiori dell’artista. Der Blaue Reiter propose invece un’arte dove la componente principale era l’espressione interiore dell’artista che, al limite, poteva anche ignorare totalmente la realtà esterna a se stesso. Da qui, ad una pittura totalmente astratta, il passo era breve.

Ed infatti fu proprio Wassilj Kandiskij il primo pittore a scegliere la strada dell’astrattismo totale. Il gruppo Der Blaue Reiter si disciolse in breve tempo. La loro ultima mostra avvenne nel 1914 nell’ambito della Bauhaus, la scuola d’arte applicata fondata nel 1919 dall’architetto Walter Gropius.

ESPRESSIONISMO AUSTRIACO

L’Espressionismo si diffuse dalla Germania alla vicina Austria, mescolandosi alle eleganti suggestioni dell’Art nouveau, il cui più importante esponente era in quel paese Gustav Klimt, dalla cui lezione partirono i due massimi artisti dell’Espressionismo austriaco: Schiele e Kokoschka.

Oskar Kokoschka (1886 -1980) Iniziò fin da giovanissimo la carriera d’artista, prima in campo letterario e teatrale e poi in campo pittorico. Le opere giovanili mostrano come egli fosse ispirato sia da Van Gogh cheda tutta l’arte tedesca del XVI secolo. Anche la sua arte fu ricca di ritratti come quella di Schiele: tutti i volti di Kokoschka risultano simili in quanto il pittore non cercava la verosimiglianza con il soggetto da rappresentare ma più lo stato d’animo e la sua auto rappresentazione. Il suo quadro più celebre è La sposa del vento (o La tempesta), del 1914, conservato a Basilea, presso il Kuntsmuseum. Gli storici hanno cercato di interpretare in più modi la scena rappresentata, alcuni come un immagine di protezione dell’uomo rispetto alla donna e la fantasticheria, di aver ucciso l’amante che ora giace sulla spalla di lui. L’amore è comunque un incubo. Malgrado la misantropia dell’autore la sua arte ebbe notevole diffusione e venne conside6391


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rata “degenerata” dal regime hitleriano che confiscò i suoi dipinti da tutti i musei. In seguito a ciò l’artista divenne cittadino ceco nel 1937 e inglese dal 1947. Morì nel 1980 all’età di 94 anni. Egon Schiele (1890-1918) Ex allievo di Klimt, fu molto ispirato dalla pittura del maestro, all’inizio Schiele riprende il suo stile con l’abbandono della prospettiva, la centralità della figura umana incastonata in uno spazio piatto, gli sfondi luccicanti 70

formati da tessere come un mosaico e il profondo valore simbolico. L’iniziale affiancamento al maestro viene però superato nelle opere successive dove, in linea con artisti come Kokoschka e Gres, l’indagine dell’animo umano diventa protagonista e i suoi disegni si arricchiscono di una forte tensione emotiva. Egon Schiele rivoluziona la concezione della forma, dando nuovo valore alla rappresentazione. Oltre alla figura umana, anche il paesaggio assume un valore nuovo nella pittura di Schiele: i rivoluzionari

paesaggi nascono dall’annullamento della prospettiva a favore di una giustapposizione di forme geometriche. Solo più tardi, durante la guerra, il suo stile diventa significativamente più realistico, le figure acquistano maggiore tridimensionalità, ma l’indagine dell’interiorità del soggetto non viene mai meno. Genio tormentato e irrequieto, le cui tragedie personali si riflettono nelle sue opere: nel 1912 viene indagato per abusi su una giovane modella - la sua amante Wally Neuzil e viene condannato anche per le sue opere, considerate pornografiche. A questa vicenda si aggiungono altre sfortune familiari come la scomparsa del padre deceduto a causa della depressione. Una vita corta e travagliata quella dell’artista che si conclude con la tremenda perdita dell’amata moglie, Edith Harms, morta incinta a causa dell’influenza spagnola. La stessa malattia che

nel 1918 all’età di 28 anni, dopo appena 8 anni di attività, si portò via anche il grande artista, a distanza di tre giorni della consorte. Egon Schiele ha sempre creduto nelle sue capacità e nel suo talento fino ad affermare: “La guerra è finita e io devo andare, i miei quadri saranno esposti in tutti i musei del mondo”.

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motoria

pier de coubertin e le

limpiadi

moderne

Fu Pierre de Coubertin che riportò agli antichi splendori i Giochi Olimpici, un barone francese, appassionato di sport. Molti altri prima di lui avevano tentato di far rivivere i fasti dell’Olimpiade antica, senza successo, vuoi per mancanza di strutture adeguate, vuoi per lo scarso interessamento delle nazioni. Ma de Coubertin non si lasciò distogliere facilmente dal suo sogno; spese molto del proprio capitale in viaggi per convincere le nazioni a partecipare.

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M O T O R I A

L

e origini

La prima Olimpiade antica risale al lontano 776 a.C., tenutasi ad Olimpia, città greca sacra a Zeus, con regole molto diverse da quelle che caratterizzano le Olimpiadi moderne. Gli atleti si preparavano tutti insieme nei giorni precedenti, nella palestra adiacente allo stadio dove si sarebbero svolte le gare. Durante le gare, gli atleti erano completamente nudi, sia perché il vestito sarebbe stato loro solo d’impaccio, sia perché l’Olimpiade veniva vissuta da tutti come un momento di purificazione. Ed era talmente importante che perfino le guerre venivano sospese durante i giochi, che si svolgevano a fine estate. Alle donne era proibito non solo partecipare, ma perfino assistervi. Con la crescita di popolarità delle Olimpiadi crebbe anche la corruzione nelle gare .Tanto che nel 393 d.C. Teodosio, imperatore romano, decise di abolire le Olimpiadi e di distruggere la città di Olimpia che venne poi rasa al suolo con un terremoto.

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in campo bianco rappresentano, infatti, i cinque Continenti: il cerchio rosso, l’Europa, quello nero l’Africa, quello giallo l’Asia, quello verde l’America e il cerchio azzurro, l’Oceania. Nel 1896 ad Atene si svolgono le prime Olimpiadi moderne, organizzate dal barone. Viene quindi fondato anche il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) allo scopo di organizzare le successive edizioni. Pierre De Coubertin

Nel 1896 grazie all’umanista francese Pierre De Coubertin le Olimpiadi vennero “riportate in vita”. «Vi chiedo di rinnovare una tradizione venticinque volte secolare, i giochi atletici di Olimpia! Nel mondo moderno, ricco di enormi possibilità, che minacciano di trasformarsi in gravi pericoli, l’idea dell’Olimpiade sarà una scuola di nobiltà, di purezza, di educazione sociale. L’Olimpiade servirà anche ad elevare nell’animo dei giovani la concezione dell’onore, il senso del disinteresse sportivo e per affermare il principio che ogni cittadino ha il

diritto alla pratica dello sport. Riportare in luce tali principi vuol dire preparare un’umanità più onesta, più forte, più generosa. L’Olimpiade farà comprendere il concetto di patria internazionale, un concetto che pone le radici nel rispetto di tutti i Paesi, perché è l’uomo, il carattere di ciascun individuo, che conta e non il luogo dove egli è nato. Fateci esportare schermidori, corridori, vogatori: questi saranno i prodotti del libero scambio dell’avvenire e il giorno che essi attraverseranno tutte le frontiere la causa della Pace avrà ricevuto un nuovo e potente aiuto! Perciò, vi supplico, fate che io possa

rinnovare i Giochi Olimpici!». E’ uno stralcio del celebre discorso tenuto in una serata culturale all’Università di Sorbona a Parigi venerdì 23 novembre 1892 da Pierre de Coubertin. In quell’occasione si festeggiavano i cinque anni di vita dell’Unione delle Società Francesi degli Sport Atletici. Tutti gli atleti partecipanti ai giochi olimpici rappresentano il proprio Paese e gareggiano sotto un’unica bandiera, quell’olimpica. Essa vuol rappresentare la pace e la fratellanza fra i popoli della terra; i cinque cerchi colorati e intrecciati

L’ideologia

Il discorso fatto nel 1892 da De Coubertin fa capire molto della sua visione del mondo: il valore pedagogico dello sport, la necessità della sua pratica, il suo carattere dilettantistico, l’idea, che nei tempi moderni è stata strumentalizzata a fini spettacolari e

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commerciali, dello spostamento degli atleti da un Paese all’altro per affratellare nella competizione i popoli in un ideale irenista (il barone parigino fu proposto per il Premio Nobel per la Pace) che gli interessi delle nazioni più potenti e più povere e degli stati totalitari hanno cercato, per fortuna senza riuscirvi, di sradicare dai

valori del mondo contemporaneo. Tredici mesi prima della sua morte, avvenuta a Ginevra giovedì 3 settembre 1937, la sua persona (fisicamente provata) non era presente all’ “Olympiastadion” nazificato di Berlino, ma la sua voce, proveniente dalla sua abitazione di Losanna e riprodotta via etere dagli altoparlanti dell’im-

pianto ricordò: «L’importante ai giochi olimpici non è quello di vincere, ma di prendervi parte, poiché l’essenziale nella vita non è tanto la conquista, ma lo spirito di combattività» . Il messaggio di de Coubertin, che invita alla simbolica combattività dello sportivo – la cosiddetta tensione agonistica – continua ad

avere un valore straordinario nella nostra società, in cui la vittoria sportiva ha spesso assunto significati «altri», che tolgono il rispetto per chi non ha ottenuto il successo e vorrebbero giustificare come inevitabili sofisticati comportamenti sleali.

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ThE MEN WHO

english

uilt america

The modern American economy was the creation of five men: Andrew Carnegie, John D. Rockefeller, Cornelius Vanderbilt, Henry Ford and J. P. Morgan. They were the giants of the Gilded Age and they were able to build great fortunes. The Gilded Age is the period in U.S. history between 1870 to around 1900, the term “Gilded Age� was coined by writer Mark Twain.

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E N G L I S H

A

ndrew Carnegie

Scottish-born Andrew Carnegie (18351919) was an American industrialist who amassed a fortune in the steel industry then became a major philanthropist. Carnegie worked in a Pittsburgh cotton factory as a boy before rising to the position of division superintendent of the Pennsylvania Railroad in 1859. While working for the railroad, he invested in various ventures, including iron and oil companies, and made his first fortune by the time he was in his early 30s. In the early 1870s, he entered the steel business, and over the next two decades became a dominant force in the industry.

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ild a high-quality automobile that would be affordable to everyday people. Ford and his company’s engineers designed a car named the Model T. The Model T was more sturdy and powerful than other cars and was also less expensive than most other cars.

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5 J. P. Morgan 3 1 2 John D. Rockefeller

3 Cornelius Vanderbilt

John Davison Rockefeller, was born in Richford, New York, in 1839. At the age of 16, in Ohio, Rockefeller gets his 1st job as a bookkeeper. At age of 24 Rockefeller gets involved in the oil business, Andrews, Clark & Company. In 1870, John D. Rockefeller founded the Standard Oil Company and aggressively ran it until he officially retired in 1897. As kerosene and gasoline grew in importance, Rockefeller became the world’s richest man, he dedicated the remainder of his life to philanthropic efforts.

Cornelius Vanderbilt became the wealthiest man in America in the mid-19th century by dominating growing country’s transportation business. Starting out with one small boat plying the waters of New York Harbor, Vanderbilt eventually created a vast transportation empire. Thanks to his fanatical devotion to his work, Vanderbilt made the ferry service very profitable. He even combined the ferry line with a hotel for the passengers in New Jersey. Nearing the age of 70, Vanderbilt decided once again that the wave of the future

was in another direction - building a railroad empire. During the last years of his life, Vanderbilt ordered the construction of Grand Central Terminal in New York City. 4 Henry Ford

When Henry Ford founded the Ford Motor Company in 1903, automobiles were expensive, custom-made machines purchased as a luxury item by the wealthy. Workers at the Ford factory in Detroit produced just a few cars a day. Henry Ford’s ambition was to make “a motor car for the great multitude”. He wanted to bu-

One of the most powerful bankers of his era, J.P. Morgan (18371913) financed railroads and helped organize U.S. Steel, General Electric and other major corporations. Morgan followed his wealthy father into the banking business. In 1871 formed a partnership with Philadelphia banker Anthony Drexel. Morgan used his influence to help stabilize American financial markets during several economic crises.

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es p a ñ ol

la revoluciÓn

exicana

Entre 1910 y 1920 México fue sacudido por una serie de luchas y revueltas conocidas como revolución mexicana, que intentaron transformar el sistema político y social creado por Porfirio Díaz. La revolución mexicana, que contribuyó a formar el México contemporáneo, no tuvo un carácter homogéneo, sino que consistió en una serie de revoluciones y conflictos internos. Los mayores símbolos de este revolución fueron Pancho Villa y Emiliano Zapata.

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E S P A Ñ O L

G

obierno Porfirista

En 1906, antes del inicio del levantamiento armado, estalló una huelga en la Mina de Porfirio Díaz. El creo insatisfacción en el pueblo porque favoreciò económicamente a los terratenientes y capitalistas industriales, creando así una gran desigualdad social, a pesar de la prosperidad económica del país. La Revolución se dio como consecuencia de la desigualdad social que prevalecía en el país, generando conflictos dispersos por el territorio nacional protagonizados por distintos jefes políticos y militares. El Movimiento

El movimiento revolucionario tuvo un impacto importante entre obreros, campesinos y anarquistas en todo el mundo. Las primeras ideas revolucionarias se basaron en las consignas de Madero para acabar con el gobierno de Díaz que se había mantenido más de 30 años en 84

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quien asumió la presidencia en 1911, y se declaró en su contra, formulando su propio programa de reforma agraria (conocido con el nombre de Plan de Ayala), mediante el que pretendía redistribuir la tierra entre los campesinos. La Constitución

el poder. Después llegó Álvaro Obregón que se peleó con Zapata y Villa. En el norte del país se encontraba “Pancho Villa” con su ejército llamado la “División del Norte”. Después de triunfo Maderista la reconstrucción de país se vio detenida por las disputas entre distintos grupos revolucionarios que provocaron el levantamiento de Emiliano Zapata y Pascual Orozco contra el gobierno maderista. Pancho Villa

Campesino pobre, huérfano y

con escasa formación, cuando estalló la Revolución de 1910 llevaba varios años fugitivo en las montañas por haber asesinado a uno de los propietarios de la hacienda donde trabajaba. Enseguido Pancho Villa se unió a Madero en su lucha contra la dictadura de Porfirio Díaz, y demostró una habilidad innata para la guerra. Aprovechando su conocimiento del terreno y de los campesinos, formó su propio ejército en el norte de México, con el cual contribuyó al triunfo del movimiento revolucionario.

Emiliano Zapata

Líder revolucionario y reformador agrarista mexicano, nacido en Anenecuilco, estado de Morelos. Campesino mestizo, en defensa de los derechos de su pueblo a las tierras, “la tierra es de quien la trabaja”, reclutó un ejército de peones, en buena parte indígenas de los pueblos y las haciendas de Morelos, y con el grito de guerra “Tierra y Libertad”, se unió en 1910 a la Revolución Mexicana de Francisco Ignacio Madero, cuyo objetivo era derrocar al régimen de Porfirio Díaz. Zapata perdió la confianza en Madero,

Tras el asesinato de Madero siguieron las luchas en las que salió victorioso Carranza quién más adelante promulgaría la Constitución Política actual. La Constitución de 1917 fue la más avanzada de la época por reconocer las garantías sociales y los derechos colectivos de los trabajadores. Aunque se inició la organización de Estado Mexicano, continuaron su lucha radical algunos sectores revolucionarios hasta el año de 1920.

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onti BIBLIOGRAFIA

“L’Elettricità” Dorling Kindersley “Le Invenzioni che hanno fatto la storia” Ed. Gribaudo ”L’Espressionismo Tedesco” Ed. Silvy “Lo Sport” Istituto Geografico De Agostini “Atlante Universale dell’Africa” EditorialSol 90 “Lo Sport” Istituto Geografico De Agostini “1001 Invenzioni che hanno cambiato il mondo” Ed. Atlante Libri “Introduzione a Darwin” Editore La Terza “Verga e i Veristi” Editore Vallardi

SITOGRAFIA

wikipedia http://ambretti.altervista.org/olimpiadi.htm http://trucheck.it/storia-dellarte/37408-i-fauves-e-henri-matisse.html http://dizionari.zanichelli.it/biblioteca-italiana-zanichelli/il-teatro-di-giovanni-verga/ http://www.biography.com/people/john-d-rockefeller-20710159 http://www.museoelettrico.com/storia/storia.html http://lastoriacontemporanea.com/appunti-per-studenti/la-seconda-rivoluzione-industriale/ http://www.skuola.net/storia-contemporanea/colonialismo-e-imperialismo.html http://www.carloanibaldi.com/novecento/anni1900/belle_epoque.htm http://www.treccani.it/enciclopedia/espressionismo 8371


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