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Passeggiando con Daniela di Amalda Cuka | prefazione Nel momento di partire per un viaggio viene spontaneo munirsi di una guida, che fornisca un racconto ridotto all’osso di quella che è una realtà ricca di sfaccettature ed in continua trasformazione. Fra le mani ci troviamo quindi un libro scritto appositamente per il visitatore, che propone percorsi omologati ed in qualche maniera suggerisce anche le impressioni che ne dovranno venire. Alla partenza per il suo viaggio per il Senegal, Antonio Locuratolo, il giovane fotografo che ha seguito l’equipe, ha raccontato di non aver voluto aprire la sua guida, per rimanere incondizionato dalle letture, pronto ad accogliere invece anche le più piccole sfumature che il viaggio gli avrebbe concesso, con gli occhi stupiti di chi riceve un dono inaspettato. Le fotografie con cui ha documentato il mese trascorso a contatto con la popolazione del villaggio, sono tracce di esistenza di un gruppo di persone che altrimenti non ci sarebbe dato di conoscere, ma allo stesso tempo sono anche testimonianza di un’esperienza di incontro dell’ “altro” che si materializza attraverso l’obiettivo fotografico, dietro il cui occhio potremmo riconoscere anche noi stessi. Portatore di “diversità” sia per la sua provenienza geografica che per il particolare mestiere, il fotografo è riuscito comunque ad entrare in relazione con il gruppo facendosi accettare, grazie alla condivisione del tempo, degli spazi e delle risorse. Il suo atteggiamento è in questo senso molto vicino a quello dell’antropologo culturale che, intrecciando la propria esistenza con quella degli altri individui, si trova in bilico tra la necessità di familiarizzare con l’altro per comprenderlo, e quella di mantenere la distanza per perseguire una certa obiettività, cogliendo le caratteristiche più singolari della vita nel villaggio. Questi aspetti vengono alla luce negli scatti istantanei realizzati in bianco e nero, una scelta che riesce a mettere in evidenza, attraverso le tonalità monocromatiche, il forte legame della comunità con la natura, da cui dipende ancora la sua sopravvivenza, evidenziandone così l’appartenenza. A queste immagini si contrappongono quelle a colori scattate dai bambini, a cui Locuratolo ha affidato alcune macchine fotografiche, con lo scopo di focalizzare l’attenzione sulla 26


relatività dei punti di vista, mettendo in piedi in questo modo un confronto significativo tra la “rappresentazione dell’altro” e la “rappresentazione di sé”. Di fronte al fotografo, che è riuscito a conquistare la loro fiducia, i membri del villaggio mostrano nella propria naturalezza volti ed espressioni che sfuggono al meccanismo della posa, segno anche di una mancata familiarità con il mondo delle immagini e con la pratica dell’apparire. Senza mascherature, traspaiono anche le dinamiche delle realtà sociali ed emergono le contraddizioni di un paese dove, nella cornice della povertà e della privazione, fanno la loro comparsa elementi sporadici di modernità. Le divergenze sociali si rivelano, ad esempio, attraverso il possesso di una bicicletta, che allevia le fatiche della strada per la scuola a chi la possiede, mentre gli altri sono costretti a raggiungerla a piedi; oppure attraverso l’esibizione degli ornamenti, che possono indicare lo status a cui una donna appartiene, mostrato con l’orgoglio di una moderna Gioconda. Un muro invece, come spesso succede, è simbolo di divisione e luogo della protesta giovanile attraverso le scritte, ed è anche strano luogo di gioco per i bambini, che nella loro infantile curiosità provano a scoprire cosa ci sia oltre. Un grande albero ombroso situato al centro del villaggio, poi, non è altro che la nostra piazza, luogo d’incontro e di riposo, di svago per i bambini. A guardare bene, forse, la distanza tra “noi” e “loro” non sembra così incolmabile: siamo tutti ugualmente affamati di cibo, difendiamo un territorio che è la nostra casa, ma soprattutto, siamo tutti alla ricerca di un amico. Gli scatti presentati in questa occasione mostrano la sensibilità dell’autore per i temi della lunga durata storica, su cui aveva avviato la riflessione già nel ciclo di fotografie intitolate Tramonti Lucani. Il fotografo è pronto a raccogliere le briciole di un passato sedimentato lentamente, costruito con fatica dalle generazioni, ed ora pronto a svanire in un lampo. Fermo ancora per un istante, nel caso qualcuno lo volesse bloccare, immortalare un’ultima volta prima di lasciare il posto a qualcosa di estraneo, di nuovo. 27


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Tramonti Lucani del Prof. Paolo Barbaro | prefazione Un fotografo giovane, dalla Basilicata si trasferisce a Parma dove finisce per studiare etologia e, a un certo punto, va a riprendere (torna, a riprendere) i luoghi in cui è nato e cresciuto. Ma non è una ricerca del tempo perduto. Accompagna questa ricerca con frasi dense e per nulla nostalgiche. Scrive per esempio:“fotografia che contiene il lento ma inesorabile passaggio della civiltà come l’abbiamo conosciuta e che presenta in sé i segni della trasformazione anche senza accorgersene”, poi scrive di altre cose, del legame tra gli uomini la terra e gli animali, della parola parlata che sola riesce a tramandare quel tipo di legame, di trasformazione inevitabile, di sposalizio con la terra. Scrive in terza persona, e il soggetto delle frasi si spande in più direzioni; non spiega le fotografie e non c’è un accenno alla tecnica che di solito ossessiona i fotografi più attenti alla calligrafia che al significato. Non sente il bisogno di definire gli ambiti, i luoghi, di spiegare come ha proceduto ad individuare gli spazi, le figure, le situazioni, per raccontare che cosa. Solo un titolo – forse indicazione aperta, per un lavoro che continuerà – suggestivo e ambiguo: tramonti lucani. I tramonti, la foto al calar del sole sono un luoghi comuni tra i più canonici, inevitabili della bellezza turistica, soggetto da sempre della cartolina esotica ed esotizzante; ma tramonti (tra i monti) è anche indicazione della specificità territoriale, e sono pure i momenti finali della giornata, del tempo, del vivere, il declinare che porta con sé la memoria e la gloria dei segni di una lunga e calda giornata. Ma se le suggestioni metaforiche sono tante, nulla di metaforico troviamo in queste inquadrature. Sono dirette, frontali, forse istantanee ma mai rubate, e hanno una durata ben visibile. A pensare alla fotografia del meridione si affaccia subito un immaginario neorealista: da Strand alle ricerche di de Martino con le immagini di Franco Pinna, le fotografie dei rituali come ripetizione fuori dalla storia che reca però i segni del presente di Lello Mazzacane, Mimmo Jodice, Marialba Russo; oppure due diversissimi marchigiani: Luigi Crocenzi per Conversazione in Sicilia, Mario Giacomelli con La buona terra: e sempre un metodo, un’indicazione 40


magari letteraria a cui le immagini (quelle dei luoghi, delle persone e anche le loro rappresentazioni in fotografia) non si assoggettano mai fino in fondo: recano segni senza accorgersene. le foto sono state utilizzate per illustrare il libro “EMILIO SERENI storia del paesaggio agrario italiano; la raccolta tramonti lucani ĂŠ stata esposta : al museo dei fratelli CERVI di Parma e al museo DONADONI i di Melfi. La stampa delle immagini ĂŠ su carta barritata, dim. 1mtx70 cm , tiratura 1\10.

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© Antonio Alfonso Locuratolo Tutte le foto di questo portfolio sono di proprietà di Antonio Alfonso Locuratolo ed è vietata la riproduzione anche parziale senza l’autorizzazione scritta dell’autore


Antonio Alfonso Locuratolo | Portfolio  

The Antonio Alfonso Locuratolo's photographer portfolio.

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