Issuu on Google+

20314

he di cronac

Non c’è destino che non si vinca con il disprezzo Albert Camus

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 14 MARZO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Giuseppe De Rita presenta uno studio che si rivela in piena sintonia con la filosofia del governo Monti

Individualismo addio Rapporto Censis: tornano in campo famiglia, comunità, religione Sepolti gli anni Ottanta e archiviata la stagione berlusconiana: comincia una nuova èra degli italiani. Niente più ideologia dell’arricchirsi né consumi esasperati. Ora comanda il “noi” Una ricerca che ha anche un forte valore politico

Vertice a Roma. E il premier: «La fase peggiore della crisi è passata»

Monti e Merkel, la nuova coppia: «D’accordo su tutto, Europa e crescita» Il Cancelliere fa l’elogio del Professore: «Ammiro il coraggio del governo italiano»

L’Italia è già cambiata, ma i partiti e i giornali non se ne sono accorti L’immagine di un Paese egoista e patinato, attratto solo dall’interesse privato, resta viva solo nei cliché della stampa che distorce la realtà

I commenti di Amato e Peluffo

«Lo sviluppo economico e quello dei saperi devono partire da qui» Secondo i due osservatori, il modello familiare può fermare la fuga dei cervelli. Ma solo a patto che gli sforzi di tutti siano concentrati davvero sulla crescita comune

Il direttore del Censis, De Rita

Le opinioni di Dario Antiseri, Luigino Bruni e Pierpaolo Donati

Dal soggettivismo al collettivismo: è finita la stagione degli ”ismi” «Attenti, il vero problema è la pretesa comune di interpretare i bisogni di tutti e la realtà più complessa senza conoscere gli uni né l’altra» Enrico Singer • pagina 6

Osvaldo Baldacci, Franco Insardà e Riccardo Paradisi • da pagina 2 a pagina 5

L’intervento di Mario Draghi sulla competitività

La Bce ha dato fiato (e liquidità) all’Europa. Adesso tocca ai governi di Mario Draghi a competitività è un concetto chiave per la politica economica di ogni nazione dell’area euro. È una questione chiave per l’intera Eurozona presa nel complesso. Ed è di fondamentale importanza per la vita e per la prosperità a lungo termine di tutti i nostri cittadini. Noi alla Banca centrale europea (Bce) abbiamo come scopo primario la stabilità dei prezzi. Questo obiettivo produce in cambio sostegno per la crescita economica e per

L

«Il ritardo nell’informarci non è stato intenzionale»

Terzi fa il diplomatico Il ministro “perdona” Londra per il blitz di Marco Palombi

la creazione di posti di lavoro in tutta Europa. Ma se consideriamo i membri individuali dell’Eurozona, che vogliano prosperare in un mondo globalizzato, dobbiamo chiarire che il nostro contributo deve essere accoppiato al lavoro dei politici nazionali. La futura prosperità richiede che tutti noi stabilizziamo e manteniamo una posizione competitiva, sia all’interno che all’esterno dell’area euro. a pagina 8

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

ROMA. Dopo gli strepiti di D’Alema («In Nigeria gli inglesi sono stati irragionevoli»), il ministro degli Esteri Giulio Terzi offre una bandiera bianca alla Gran Bretagna: non è il momento di mettersi a fare guerre diplomatiche. «è vero, Londra ci ha avvertito dopo aver dato il via al blitz, ma il ritardo non è stato intenzionale» ha detto il titolare della Farnesina in Senato. E sul caso-marò ha spiegato: «è stato l’armatore ad autorizzare il rientro del pescereccio in acque indiane». a pagina 10 NUMERO

51 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 14 marzo 2012

Secondo il Censis, dopo decenni di individualismo il Paese sta tornando alla solidarietà e al rapporto tra etica ed estetica

I nuovi italiani

Siamo cambiati, anche se pochi se ne sono accorti. Ora famiglia, comunità e religione sono i principi che ci uniscono e ci identificano di Riccardo Paradisi

arà per la crisi che da anni corrode certezze e presunte autosufficienze, sarà perché la globalizzazione sta mostrando il suo lato oscuro, sarà perché ”nei tempi in cui le cose cambiano troppo in fretta - come dice Finkilekraut - si mira a conservare l’essenziale”, sta di fatto che gli italiani stanno riscoprendo l’Italia: famiglia, gusto per la qualità della vita, religiosità, amore per il bello, relazioni comunitarie. Lo dice una ricerca del Censis realizzata nell’ambito delle attività per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e presentata ieri dal presidente dell’Istituto Giuseppe De Rita, dal presidente dell’Enciclopedia italiana Giuliano Amato e dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Paolo Peluffo. Insomma dopo quasi mezzo secolo di individualismo, gli italiani prendono atto che il ciclo della cultura molecolare è finito ed è tornato a riaffacciarsi il paradigma sociale. E così scorrendo la ricerca del Censis si apprende che i più importanti valori che oggi

S

accomunano gli italiani sono il senso della famiglia (indicato dal 65 per cento dei cittadini), il gusto per la qualità della vita (25 per cento), la tradizione religiosa (21 per cento) e l’amore per il bello (20 per cento).

Siamo insomma a un tornante della cultura e della mentalità nazionale, a un ritorno ai cosiddetti valori caldi

anni 50, gli anni d’innesco del boom economico, proseguendo per il decenni sessanta e settanta, gli anni dell’emancipazione generazionale e di genere, gli anni della contestazione verso l’autorità, per proseguire con gli anni Ottanta. Il decennio dell’individualismo, dell’esplosione dei consumi immateriali e del rampantismo. Gli anni del dilagare planetario della deregulation e delle dottrine econo-

Per Paolo Peluffo, il ritorno al modello familiare consentirà a «tanti giovani di restare in Italia per favorire lo sviluppo del nostro Paese» dopo decenni di mainstream individualista. La voglia di essere padroni della propria vita, lo slancio delle ambizioni personali, il bisogno di auto-affermarsi, di inventare il proprio destino e di soddisfare i propri desideri – dice il Censis - sono stati valori che hanno caratterizzato la nostra storia recente e su cui si è costruito lo sviluppo economico del Paese. Un trend che comincia dagli

miche improntate a un neoliberismo d’importazione. Un onda che è proseguita anche nei decenni successivi: gli anni Novanta della net economy, dell’esplosione di Internet e del berlusconsimo che s’è spinta fino ai primi anni del Duemila. «La spinta individualista ha liberato enormi energie dice De Rita, ha favorito la crescita di un sistema produttivo fatto di centinaia di migliaia di imprese e ha so-

stenuto la vitalità di un mercato capace di esprimere sempre nuove domande. Oggi però quello sviluppo sembra progressivamente rallentare, la moltiplicazione dei soggetti ha portato a uno sfarinamento delle capacità decisionali nelle questioni di interesse collettivo e l’autonomia dei comportamenti è sfociata in forme di disagio antropologico. il ceto medio non s’è trasoformato in classe borghese. Per il futuro, i valori che faranno l’Italia e gli italiani sembrano poggiare sempre meno sulla rivendicazione dell’autonomia personale e sempre più sulla riscoperta dell’altro, sulla relazione e la responsabilità». Un ritorno indietro? «No, dice ancora De Rita, si tratta piuttosto di uno stato di necessità, di bisogno di sicurezza e identità».

Ritorno alla famiglia dunque, anche se la famiglia italiana di oggi non è più quella di trenta o quarant’anni fa naturalmente. Tanto che il Censis parla di diversi «format familiari». Sono complessivamente 5,9 milioni

gli italiani che hanno sperimentato nella loro vita una forma di convivenza libera. Le famiglie ricostituite (formate da partner con un matrimonio alle spalle) sono diventate 1.070.000. Quelle ricostituite coniugate sono aumentate di 252mila unità, arrivando in totale a 629mila. Le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono però al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa. Più del 90% degli italiani si dichiara infatti soddisfatto delle relazioni familiari. E questo malgrado ci si sposi di meno (tra il 2000 e il 2010 i matrimoni sono diminuiti del 23,7%: 67.334 in meno). All’unione matrimoniale tuttavia è ancora riconosciuto un valore importante: il 76% degli italiani è convinto che sia una regola da rispettare e il 54% ritiene che garantisca maggiore solidità alla coppia. Altro punto di forza di questa ritorno a una logica di comunità è l’orgoglio di appartenere al Paese del buon vivere. Il 56% dei cittadini è convinto che l’Italia sia il Paese al mon-


ABITUDINI CHE CAMBIANO

14 marzo 2012 • pagina 3

LA FAMIGLIA do dove si vive complessivamente meglio.

Perno della comunità nazionale è la famiglia, anzi i diversi «format familiari», visto che nel periodo 2000-2010 sono diminuite le coppie coniugate con figli (-739mila), mentre sono aumentate le coppie non sposate con figli (+274mila) IL CONSUMISMO

LA RELIGIONE

L’82% degli italiani pensa che esiste una sfera trascendente o spirituale. Di questi, il 66% si dichiara credente e il 16% lo pensa anche se non si dichiara osservante. Ma due terzi degli italiani non entrano mai nei luoghi di culto Il consumismo attrae meno, visto che il 57% degli italiani pensa che, al di là dei concreti problemi di reddito, nella propria famiglia il desiderio di consumare è meno intenso rispetto a qualche anno fa. In maggioranza gli italiani (45%) pensano che devono conservare quello che hanno LA CULTURA

E anche se avessero possibilità di andarsene dall’Italia, due terzi dei cittadini (66%) non lo farebbero in nessun caso. «Un dato secondo me positivo – dice Paolo Peluffo, in controtendenza con una sua collega ministra che aveva accusato gli italiani di voler rimanere vicino a mamma – significa che il nostro è un modello che funziona. Peraltro – nota il sottosegretario - sta nascendo una mentalità di comportamenti cooperativi. La lotta all’evasione ha un consenso crescente così come la disponibilità alla raccolta differenziata. Questi momenti di riaggregazione vanno favoriti». Un cemento importante della cultura italiana resta la religione. Le nuove forme dell’associazionismo cattolico risultano nell’ultimo decennio ben più attrattive rispetto alle religioni di importazione come il buddismo che invece s’estendeva negli anni Novanta e inizio duemila nel nostro Paese. «Nei confronti della fede, negli ultimi 20 anni – si legge nel rapporto del Censis – si è manifestata una convergenza verso forme di credenze istituzionalizzate,a discapito soprattutto di atteggiamenti autonomi. Se negli anni Ottanta si professava credente il 45% degli italiani

questo nuovo atteggiamento rispetto alle spese è la recessione in cui è ormai entrato ufficialmente il Paese. In calo anche la stima per la proverbiale furbizia italiana, l’arte di arrangiarsi e dribblare le regole. E così impenna la popolarità di valori come moralità e onestà (55,5%), rispetto per gli altri (53,5%) e solidarietà (33,5%) considerati atteggiamenti necessari per migliorare la convivenza sociale, per una quotidianità dei rapporti fatta di maggiore rispetto e attenzione per gli altri.

Con la bolla speculativa esplode anche quella emotivomediatica, il sensazionalismo a tutti i costi, il gusto per l’eccesso e la trasgressione compulsiva. Tra gli italiani si diffonde una stanchezza e una diffidenza per le forme dell’individualismo estremo e anzi oggi si pretende più legge e ordine. Meno libertarismo e più responsabilità. Così l’89% dei cittadini vorrebbe misure più severe contro le droghe pesanti, l’87% le ritiene auspicabili per contrastare i fenomeni legati alla guida pericolosa, il 76% nei confronti dell’abuso di alcol, il 74% verso le droghe leggere, il 71,5% nei confronti della prostituzione. Una pulsione di ritorno all’ordine che s’avvita anche in eccessi salutistici: si va

Per Giuliano Amato, «l’importante è che la fine dell’individualismo non significhi anche la chiusura di una lunga stagione di sviluppo»

Il 56% dei cittadini è convinto che l’Italia sia il Paese al mondo dove si vive meglio. Il 70% è convinto che vivere in un posto bello aiuta a diventare migliori. Crede quindi che la bellezza abbia anche una funzione educativa. Il 41% pensa che le meraviglie del nostro Paese possano essere la molla che ci farà ripartire

oggi la quota di popolazione che si riconosce nel medesimo item è pari al 65,6%». Gli italiani sono anche consapevoli di vivere nel paese più bello del mondo, dove è custodito – male – l’80 per cento dei beni artistici del pianeta, credono che esista un legame tra etica ed estetica, e che la bellezza abbia anche una funzione educativa. Il 41% pensa addirittura che le meraviglie del nostro Paese possano essere la molla che ci farà ripartire. Il combinato disposto tra crisi economica e ritrovamento d’una relazionalità calda, produce anche un rallentamento dei consumi. Il consumismo attrae meno gli italiani: il 57% di loro pensa che, al di là dei concreti problemi di reddito, nella propria famiglia il desiderio di consumare è meno intenso rispetto a qualche anno fa. Il 51% crede che, anche in questa fase di crisi, nella propria famiglia si potrebbe consumare di meno tagliando eccessi e sprechi. In maggioranza gli italiani (45%) pensano che devono conservare quello che hanno, piuttosto che puntare ad avere di più (29%). Una sobrietà che potrebbe essere salutata in modo positivo dopo decenni di sbornia consumistica e progressione illimitata dei bisogni se non fosse che l’interfaccia di

diffondendo in Italia come negli Stati Uniti un’intolleranza nei confronti dei fumatori: il 52% vorrebbe provvedimenti più stringenti e di chi mangia cibi ipercalorici che causano l’obesità (47%). Nel trend segnalato dal Censis Amato vede però anche un rischio: se abbiamo creato sviluppo in questi decenni è anche grazie al fatto che è esplosa la voglia di arricchirsi degli individui. Se questo ritorno alla comunità però volesse dire più famiglia, amor di patria, rinnovato senso civico ben venga». Un ritorno alla sobrietà, alla comunità e al buon senso, allo specifico italiano? Pare di si anche se per ora è presto per dire cosa verrà dopo il soggettivismo e l’individualismo di questi decenni. Quello che è sicuro avverte il Censis - è che sarà fallimentare ogni tentazione tardo azionista di rieducare gli italiani calando dall’alto una pedagogia artificiale. «Nessuna etica eterodiretta, tesa a rieducare i cittadini a comportamenti virtuosi, innescherà un nuovo ciclo di sviluppo civile e sociale. Questo è un Paese che non accetterebbe una pedagogia simile, perché i valori coesivi sono valori interni». Sarebbe insomma provinciale e inutile dirsi oggi merkeliani come era provinciale ieri dirsi tatcheriani.


pagina 4 • 14 marzo 2012

l’approfondimento

La trasformazione delle nostre abitudini sociali testimoniata dal Censis in verità è un “ritorno” al modello italiano

La fine degli “ismi”

Collettivismo, individualismo e soggettivismo: i vecchi vizi e le nuove virtù degli italiani visti da Antiseri, Bruni e Donati. «Il vero problema è la pretesa comune di di interpretare i bisogni e la realtà. Senza conoscere gli uni né l’altra» di Franco Insardà

ROMA «Questa crisi ha avuto anche un risvolto positivo: ci si sta rendendo conto che la libertà o la si usa per costruire rapporti profondi con gli altri oppure diventa un boomerang che ci fa diventare più soli e più tristi». Luigino Bruni, professore di Economia politica, presso la facoltà di Economia dell’università di Milano-Bicocca, non si dice stupito dalla fotografia fatta dal Censis: «L’individualismo consumista e nichilista è un frutto recente per il nostro Paese, mentre il modello italiano ha storicamente una forte collocazione comunitaria e relazionale. Questa caratteristica deriva non solo dalla matrice cattolica, ma anche dal fatto l’Italia, essendo il porto sul Mediterraneo, è stata teatro dell’incontro tra popoli. La sua dimensione territoriale fatta di comuni, città e campanili ha contribuito a sviluppare la caratteristica comunitaria. Siamo conosciuti al mondo come il Paese dei rapporti, non ci siamo inventati ora

la comunità perché siamo in crisi di individualismo. Parliamo di almeno due millenni con l’impero romano e il cristianesimo che hanno attraversato così profondamente l’Italia. Il cattolicesimo, molto più del calvinismo e del protestantesimo anglosassone puntati più sull’individuo, ha sempre messo in luce questa dimensione comunitaria. Però in questa fase postmoderna le persone si sono ubriacate di una libertà che si è tradotta in un nichilismo e consumismo solitario. C’è una bella

ANTISERI Tra il singolo e lo Stato ci sono i corpi intermedi della società civile che sono la vera ricchezza di un Paese

immagine, che mi convince molto, di Albert Hirschman, economista americano, il quale diceva che i popoli alternano cicli non solo economici, ma anche di crescita privata a cicli di crescita pubblica. Secondo Hirschman, cioè, nel momento in cui diventa massima la crescita pubblica e, quindi, l’impegno civile e ideologico viene voglia di tornarsene a casa a guardare la tv e a consumare prodotti, ma il ciclo continua e arrivati alla saturazione riprendere la voglia di scendere in piazza. Questa crisi sta facendo nascere in Italia una nuova voglia di politica, di partecipazione, di rapporti e di crescita pubblica, non solo di antipolitica».

Secondo il professor Dario Antiseri: «L’individualismo non va coniugato con l’egoismo, si oppone al collettivismo e non all’altruismo. Quando esistono condizioni politiche e sociali che permettono all’individuo di esprimere la sua creatività la società va meglio. Il vero danno di un Paese è il collettivismo,

sono forze politiche in grado di interpretare questo mondo della società civile». BRUNI Questa stagione all’insegna del consumismo ci ha fatto vivere dei decenni di involuzione civile

cioè le pretese del pubblico di interpretare bisogni, desideri e realtà sociali. Tra l’individuo singolo e lo Stato ci sono i corpi intermedi, nei quali ci si associa per scopi pubblici, che sono la vera ricchezza di un Paese. Mi riferisco non solo al volontariato, ma anche alla scuola, alla formazione e allo sport. Già nel Quattrocento i francescani istituirono i monti frumentari e i monti di pietà a dimostrazione che la solidarietà è una caratteristica dell’Italia. Uno dei problemi è che non ci

Una società civile che caratterizza il nostro Paese anche secondo il professor Bruni: «Siamo al primo posto al mondo per l’associazionismo, inteso non solo come volontariato, ma anche come movimenti, cooperative, confraternite, casse di risparmio. Proprio perché è formato da città e campanile ha sviluppato i suoi corpi intermedi che rendono la nostra economia sociale la più ricca al mondo in assoluto: sia come quantità e sia come qualità». Su questo argomento Pierpaolo Donati, professore di Sociologia dei processi educativi all’università di Bologna suggerisce: «Se si facesse una ricerca tra i teenagers accanto a dei giovani postmoderni ne troveremo una crescente percentuale di giovanissimi impegnati in un associazionismo informale, sociale, sportivo e culturale». Sulla ricerca del Censis il professo Donati muove qualche


14 marzo 2012 • pagina 5

La ricerca presentata da De Rita può avere anche un forte valore politico

L’Italia è già cambiata, qualcuno lo dica ai partiti

L’immagine di un Paese egoista e patinato, attratto solo dall’interesse privato resta viva solo nei cliché della stampa che distorce la realtà di Osvaldo Baldacci era un altro ennesimo spread che il governo Monti doveva riuscire a ridurre. Agli spread tra titoli di stato italiani e tedeschi, allo spread tra competitività dell’Italia e degli altri Paesi, allo spread tra partiti di cui ha parlato lo stesso Monti, c’è anche uno spread tra politica e società, tra classe dirigente e popolo. È uno spread facile da capire se si pensa all’antipolitica montante e allo scarsissimo indice di fiducia nei partiti. Ma in realtà c’è di più, molto di più. L’antipolitica è solo una delle espressioni più visibili ma anche estreme di questo senso di estraneità. Però c’è a mio avviso una questione molto più profonda che per l’ennesima volta risalta dall’indagine Censis per i 150 anni dell’Italia – ma scommetto che sarà pressoché ignorata dalla maggioranza dei mass media. Il punto è che c’è uno spread socio-culturale tra il popolo italiano e la sua classe dirigente, tra come sono gli italiani e come sono rappresentati. C’è una presunta elite italiana molto molto autoreferenziale, che si incontra solo al suo interno, che gareggia a farsi vedere nei soliti giri giusti, che pontifica da ogni pulpito, che decide cosa deve essere detto e cosa no, e questa cerchia ristretta (ma non ristrettissima) non ha alcun contatto con il Paese reale. Eppure questa elite saccente pretende di essere l’unica vera interprete di cosa interessi o non interessi a popolo, di cosa la gente debba occuparsi e di cosa no, di quello in cui deve credere e cosa sia tabù, cosa sia il politicamente corretto da imporre e cosa sia da considerarsi “arretrato”. Questo distacco dalla realtà si evidenzia ogni qual volta i politici possono agire nel totale disinteresse di quello che pensano i cittadini e sono autoreferenziali o al massimo rispondono al capo che dispone del loro destino, ogni qual volta i mass media scelgono un’agenda dei temi importanti guardando alle elucubrazioni dei giornalisti e agli ordini di chi comanda, ogni qual volta il divario economico e sociale tra questi privilegiati e gli altri si allarga a dismisura, ogni volta che televisione e cinema ci presentano come normali e giusti modelli che sono assolutamente minoritari e marginali e spesso persino sgraditi nella società, ogni volta che certi temi “progressisti” (e spesso non è questione di destra o sinistra ma appunto di questo club autoreferenziale trasversale) vengono imposti al dibattito pubblico ma poi alla prova dei fatti si dimostrano quanto di più lontano dal sentimento degli italiani. E si potrebbe continuare.

C’

Ecco, il governo Monti si trova ad avere a che fare anche con questo spread. E non è una cosa facile da affrontare. Però vedremo subito che non solo ne ha i mezzi, ma anche la giusta

sintonia. Cominciamo dai problemi: si potrebbe obiettare che questo governo di tecnici, di professori, di gente che guadagna molto sia quanto di più lontano dalla gente comune. In realtà non è così. Certo, ci può essere un problema di comunicazione, di sintonizzazione a livello epidermico (anche perché il rapporto tra governo e cittadini deve comunque faticosamente passare attraverso il filtro di quella cerchia di cui abbiamo parlato e che ovviamente oppone

Ora si può davvero dire che questo governo «tecnico» è più in sintonia degli altri con gli italiani resistenza). Ma a livello più profondo la sintonia è molto forte, e lo dimostrano anche i sondaggi, per quel che conta. Diciamolo, questo governo chiede pesanti sacrifici, e tutti hanno di che lamentarsi. Però poi il livello di consenso,

fiducia e credibilità di questo governo resta altissimo tra gli italiani. Perché? Perché appunto la sintonia è più profonda, va oltre i singoli provvedimenti e le cose dell’immediato. Questo è un governo che non guarda al proprio interesse, che non si limita alle questioni di sopravvivenza, che non vuole piacere ad ogni costo; è un governo che si rimbocca le maniche, che affronta i problemi, che cercare di risollevare l’Italia, di dare prospettive di futuro, che si richiama ai valori fondamentali degli italiani. Sappiamo bene che è un governo composito dove non tutti la pensano allo stesso modo su molte cose, e anche su molti valori fondamentali. Ma hanno in comune quella serietà, quella coscienza dei problemi che gli italiani chiedono. Ecco, possiamo dire che non solo questo governo è più in sintonia di altri col sentire degli italiani, e non solo che l’insediamento di questo governo facilita il ritorno a una vicinanza tra classe dirigente e popolo mettendo da parte gli anni di carnevale (da una parte e dall’altra) e favorendo anche il risveglio degli stessi cittadini che non si può negare si fossero comunque abbandonati alla deriva della seconda repubblica. Ma si può forse dire che questo governo è anche il frutto del fatto che nonostante i tentativi di imporre modelli alternativi la corrente principale, a volte sotterranea, che percorre la società italiana è una corrente di valori profondi, di serietà, di impegno. Quando la crisi della elite raggiunge il culmine e lo spread cresce, questa corrente riemerge in superficie, e se le manifestazioni più visibili sono quelle dell’antipolitica, quelle maggioritarie sono invece la richiesta di impegno e serietà diffuse tra gli italiani e che ora sono incarnate dal governo Monti. Non a caso i valori profondi principali degli italiani sono molto molto lontani dalla rappresentazione che ne fanno i media e da quanto incarna un certo ceto politico: famiglia, Italia, religione, bellezza, cultura, lavoro. Questa è l’Italia vera, quella su cui devono aprire gli occhi politici e giornalisti. Ed è un’Italia che al di là delle sfumature crede in se stessa, nella solidità, nel rilancio, nell’impegno solidale. Attenzione che chi la disegna diversamente, pur avendo torto all’inizio, non riesca alla fine a rovinarla imponendo un modello snaturante. Il governo Monti sembra quello più adatto a riportare l’Italia alla sua vera natura, in modo da farla tornare vincente.

critica: «coglie più che delle reali tendenze un cambio di umori, ma questo non dice nulla sui cambiamenti reali e su come andrà la società nei prossimi anni.C’è un bisogno di relazionalità, ma il soggettivismo è ancora molto presente nei comportamenti Penso che l’individualismo sia ancora pervasivo, basta analizzare i consumi che si sono ridotti per motivi economici, ma non si rinuncia lle scelte che differenziano. Questo tipo di ricerche sui valori, senza avere riscontri sui comportamenti di fatto, sono sempre un po’ pericolose. Spesso si ottengono elenchi di cose desiderate, perché mancano, e senza un riscontro con la realtà rischiano di essere un libro dei sogni. Alcune delle tendenze rilevate dal Censis sono vere come la maggiore attenzione alla qualità della vita e alle relazioni interpersonali, ma il mio dubbio è che si metta l’accento su questi valori proprio perché manca una relazionalità significativa. Dire cioè che il senso della famiglia è alto è senz’altro vero, ma allo stesso tempo le famiglie si stanno indebolendo e frammentando. Tutti vorrebbero vivere in una società di onesti e corretti, ma i fatti ci dicono che la corruzione è aumentata».

Ma il professor Bruni ritiene che il Censis abbia centrato l’obiettivo: «Certo questa stagione all’insegna del consumismo e degli ipermercati diffusi su tutto il territorio ci ha fatto vivere dei decenni di involuzione civile. Il consumismo, come ha rilevato anche il Censis, attrae meno perché sviluppa l’effetto della noia: i prodotti una volta

DONATI Questa ricerca coglie più un cambio di umori che delle reali tendenze su come andrà la società nei prossimi anni acquistati non danno più gratificazione e si sente il bisogno di averne altri. Dopo un po’, quindi, ci rende conto dell’effimero che si nasconde dietro al fenomeno consumistico. Mentre i rapporti interpersonali, una migliore qualità della vita sono dei veri e propri investimenti hanno effetti duraturi. Quanto alla religiosità a prima vista sembrerebbe strano e anacronistica che in un mondo postmoderno, scientifico e disincantato ci sia gente che crede nell’aldilà (l’82% secondo la ricerca del Censis). Lo spirito religioso è legato non solo a Dio, ma alla speranza delle persone che la dimensione materiale non sia l’ultima cosa della vita».


Italia/Europa

pagina 6 • 14 marzo 2012

Grande successo per la visita del Cancelliere in Italia

Roma e Berlino: «Crisi, il peggio è passato» Monti: «Cooperazione e sviluppo comune, con la Germania piena sintonia su tutto». Per la Merkel «l’Europa deve trovare presto la propria strada e costruire una vera unione, in tutti i sensi. La crisi ha messo in evidenza i nostri punti deboli, che vanno superati» di Enrico Singer il momento di mettere al primo posto le misure per rilanciare la crescita in Europa. L’invito che Mario Monti ha rivolto ad Angela Merkel è stato chiaro e la Cancelliera tedesca lo ha accolto. Senza abbandonare la sua proverbiale prudenza, certo, ma accettando il principio di fondo di una strategia che, dopo l’accordo sul fiscal compact – il rigore di bilancio voluto da Berlino – punti adesso a realizzare anche un economic compact: un’intesa per favorire la ripresa, un patto per lo sviluppo, come lo ha definito il presidente del Consiglio. Perché la crisi non si vince soltanto con i tagli di spesa. E al termine di più di un’ora di faccia a faccia a Palazzo Chigi, Merkel e Monti hanno confermato in una conferenza stampa congiunta che tra Germania e Italia c’è sintonia sui capitoli più importanti in discussione. Secondo il presidente del Consiglio italiano Monti «cooperazione e sviluppo sono tratti comune, con la Germania c’è piena sintonia su tutto». Per la Merkel «l’Europa deve trovare presto la propria strada e costruire una vera unione, in tutti i sensi. La crisi ha messo in evidenza i nostri punti deboli, che vanno superati»

È

Al vertice di ieri pomeriggio Angela Merkel – che è stata poi a cena al Quirinale con il presi-

dente della Repubblica, Giorgio Napolitano – e Mario Monti sono arrivati da un doppio tour de force. La Merkel da una missione a sorpresa in Afghanistan all’indomani della strage nei due villaggi della provincia di Kandahar, Monti di ritorno dall’Eurogruppo e dall’Ecofin di Bruxelles ai quali ha partecipato come ministro dell’Economia ad interim. E proprio a Bruxelles il premier ha anticipato uno dei punti di contatto con Berlino: il sostegno dell’Italia agli obiettivi della proposta della Commissione europea sull’introduzione della Tobin tax che è fortemente sponsorizzata dalla Francia e dalla Germania. Intervenendo al dibattito dell’Ecofin, Monti ha comunque chiesto anche «un’accurata valutazione» dell’impatto sulle famiglie della tassa sulle transazioni finanziarie a dimostrazione che la prudenza non è dote esclusiva di Angela Merkel. E ha ribadito la «forte preferenza per un accordo tra tutti gli Stati membri» aggiungendo, però, che un’eventuale mancata intesa a livello globale – la Gran Bretagna e la Svezia hanno confermato anche ieri il loro no – non può essere «una buona ragione per paralizzare la nostra attività». Come dire che una tassazione unica delle transazioni finanziarie potrebbe intanto partire tra i Paesi di Eurolandia. Ma a Bruxelles

non si è parlato soltanto di To- stanziare somme che siano ca- re a chiudere la partita entro la bin tax. L’Eurogruppo ha final- paci di scoraggiare chi vuole fine di marzo. Secondo le ultimente dato il via al nuovo pro- speculare. Insomma, più il “fi- me indiscrezioni, la soluzione gramma di aiuti da 130 miliardi rewall”è alto, più è efficace. Ma di compromesso più probabile per la Grecia – «con questo pre- su questo tema non si doveva è una combinazione delle forze stito diamo ad Atene una se- trovare un accordo ieri. La spe- già previste: i 250 miliardi non conda opportunità» – e ha con- ranza di Monti – che, a questo utilizzati del fondo straordinacesso alla Spagna un margine punto, sembra condivisa anche rio salva-Stati (l’Efsf creato due più flessibile sul taglio del defi- da Angela Merkel – è di arriva- anni fa) da sommare ai 500 micit per il 2012: dal 5,8 per liardi che erano stati decento previsto dal goverstinati sin dall’inizio al no, al 5,3 invece del 4,4 per nuovo Esm. Un accordo cento che era stato negodel genere sembrava viciziato con la Ue. Questi nuno già all’inizio del mese. meri introducono l’altro Ma un vertice dei leader tema-chiave che è stato didell’eurozona, in margine scusso a Palazzo Chigi tra ROMA. Mentre il premier è impegnato in al Consiglio europeo Angela Merkel e Mario Europa, i mercati sembrano voler pre- dell’1 e 2 marzo, fu poi anMonti: l’aumento della do- miare l’Italia. Ieri si è infatti registrato un nullato per volontà di Bertazione economica del deciso calo per i rendimenti nell’asta Bot lino. Adesso, però, il temFondo permanente salva- a tre e 12 mesi scesi a quota 0,492% con- po stringe: la decisione Stati – Esm, European sta- tro l’1,9% di settembre 2001 e all’1,405% deve essere presa entro la bility mechanism – che de- per l’annuale contro il 2,2% di febbraio. riunione di aprile del G20 ve scattare dal prossimo Buona la domanda, pari a 7,8 miliardi di che vuole valutare l’impeluglio. Berlino, si sa, non euro contro un’offerta di 3,5 per i trime- gno europeo prima di auvuole superare i 500 mi- strali e a 11,7 miliardi contro gli 8,5 mi- torizzare il contributo delliardi di euro. L’Italia è fa- liardi offerti per gli annuali. Solo tre me- l’Fmi all’European stabivorevole a una dotazione si fa il rendimento del Bot a 12 mesi in lity mechanism. Se la sinpiù consistente. asta sfiorava la soglia del 6% (5,95% nel- tonia tra Angela Merkel e l’asta del 12 dicembre). In particolare l’a- Mario Monti sarà conferÈ il problema dei “fi- sta dei titoli trimestrali era la prima dal mata e, soprattutto, se rewall” – i muri anti-incen- settembre 2011 poichè il Tesoro aveva contagerà anche il fronte dio, come sono state ribat- cancellato quella prevista a novembre dei duri – Olanda, Austria tezzate le misure anticrisi ”per assenza di specifiche esigenze di e Danimarca – l’intesa sul – sul quale Monti insiste in cassa”. Dopo l’asta, tuttavia, lo spread, rafforzamento della dotaogni occasione condivi- pur in calo rispetto all’apertura di sedu- zione finanziaria dell’Esm dendo la posizione soste- ta, è tornato a salire oltre quota 310 pun- potrebbe essere ratificata nuta anche dal direttore ti a 312 punti. Sul mercato secondario i dai ministri dell’Econodel Fondo monetario inter- titoli a 10 anni sono scambiati con un tas- mia nel corso del prossinazionale, Christine La- so del 4,863%, i 5 anni rendono il 3,603%, mo vertice informale che è già fissato a Copenhagarde: il modo migliore mentre i 2 anni si fermano all’1,957%. gen per il 30 e il 31 marzo. per risparmiare soldi è

Asta dei Bot, rendimenti in calo


Italia/Europa

14 marzo 2012 • pagina 7

Presentato il volume «Sette anni di protezione dei dati in Italia»

«Privacy a rischio per la lotta all’evasione»

Per il Garante Francesco Pizzetti «le nuove norme sulla trasparenza sono degli strappi allo stato di diritto» di Gualtiero Lami

ROMA. O la lotta all’evasione senza quartiere o la privacy. L’out-out l’ha posto ieri il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, presentando il volume Sette anni di protezione dei dati in Italia. Di fatto, secondo il Garante, «le nuove norme sulla trasparenza amministrativa nei controlli fiscali rappresentano strappi forti allo Stato di diritto». Come non bastasse, sul tema tasse è intervenuta anche la Corte dei Conti. Il peso delle tasse punta a superare il 45% «un livello che ha pochi confronti nel mondo», ha detto il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. «Se a ciò si aggiunge che le stime più accreditate ipotizzano un livello di evasione fiscale dell’ordine del 10-12% del prodotto - ha aggiunto Giampaolino - ne consegue che il nostro sistema è disegnato in modo tale da far gravare un carico tributario sui contribuenti fedeli sicuramente eccessivo».

Altro capitolo dei “firewall” che Monti ha riproposto è quello degli stability bond su cui Berlino frena e Roma insiste da tempo per evitare che i benefici del rigore, costati cari agli italiani, vengano bruciati dalla mancata ripresa dell’economia.

L’apprezzamento per quanto è stato fatto dal governo Monti per riportare i conti pubblici verso il pareggio non è stato riconosciuto soltanto da Angela Merkel. Il più intransigente difensore del rigore di bilancio, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, ha detto che «nessuno sa meglio di Monti quali riforme strutturali sono necessarie per la crescita economica in Italia» e che «le sue scelte sono state premiate dai mercati». Il vertice di ieri, che si è realizzato dopo due rinvii (in gennaio doveva parteciparvi anche Sarkozy che lo annullò dopo la perdita della tripla A della Francia e in febbraio saltò per le dimissioni del presidente tedesco, Wulff) ha confermato il buon momento delle relazioni tra Italia e Germania e si è intrecciato alla voce, lanciata due giorni fa da Le Monde, secondo la quale Mario Monti potrebbe prendere il posto di Jean-Claude Juncker alla guida dell’Eurogruppo. Voce smentita dai portavoce del presidente del Consiglio della Ue, Herman Van

Rompuy (il giornale aveva scritto che il premier italiano era stato «discretamente contattato» proprio da Van Rompuy) e sulla quale l’entourage di Monti oppone un secco no comment. Tra l’altro, il mandato di Jean-Claude Junker, che scade il prossimo luglio, potrebbe essere prorogato di un anno e, per il momento, il ballon d’essai messo in circolazione da Le Monde deve essere considerato più una prova di stima, l’ennesima, da parte degli ambienti europei nei confronti di Mario Monti che un’ipotesi di lavoro. Anche perché i rumors fanno confusione tra il ruolo di presidente stabile dell’Eurogruppo (quello oggi ricoperto da Juncker) e la nuova carica di presidente dell’Eurosummit (creata nell’ultimo Consiglio europeo per dare una guida anche politica alla zona euro) che è stata temporaneamente assegnata a Herman Van Rompuy fino alla scadenza del suo mandato, nell’estate del 2013. Tanto che, a voler dare conto delle tante voci che girano a Bruxelles, c’è chi ipotizza che Monti potrebbe correre proprio per la successione di Van Rompuy. Sempre che, con Mario Draghi alla presidenza della Bce, un’altra istituzione europea possa essere guidata da un italiano. Ma quando le ipotetiche si rincorrono a catena, è saggio non stare al gioco.

Insomma, l’evasione fiscale resta un vulnus che di fatto incide pesantemente, e a più livelli, sul livello di civiltà complessivo del nostro Paese. Le parole del Garante della Privacy, per esempio, sono parecchio pesanti: «È proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori». «Sentiamo il bisogno di lanciare questo monito - ha aggiunto - anche perché vediamo che è in atto, a ogni livello dell’amministrazione, e specialmente in ambito locale, una spinta al controllo e all’acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all’ amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell’open data e all’invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino di conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». Ma questa, secondo Pizzetti, «è una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto» altrimenti «lo spread fra democrazia italiana e occidentali crescerebbe». Insomma l’importante resta continuare a fare «attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi. Attenzione ai bollini di qualunque colore siano» ha spiegato ancora Pizzetti, «le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni». Per Pizzetti, siamo in presenza di un fenomeno «legato alla particolare situazione del Pae-

se, ma che non può non preoccupare se fosse destinato a durare a lungo in futuro». Non solo. Il garante ha sottolineato come recentemente la legge abbia «addirittura previsto che si possano ricevere informazioni indipendentemente da ogni indagine, sia pure solo preliminare, nei confronti degli interessati». «Finora, noi potevamo assicurare alle imprese e alle persone giuridiche un alto livello di protezione. Oggi tutto questo non è più possibile», ha continuato Pizzetti, definendo «un errore» la scelta di ridurre l’applicabilità del codice per la riservatezza contenuta nel decreto Sviluppo e nel Salva Italia. Il problema resta la diffidenza perché, secondo il garante: «Mentre sono aumentate le richieste di cooperazione da parte degli operatori pubblici, tra gli operatori privati è rimasta alta la diffidenza nei nostri confronti», ha dichiarato. «I recenti provvedimenti, che hanno ridotto il nostro ruolo rispetto alle attività delle imprese e quelli adottati per favorire le telefonate promozionali non richieste ne sono testimonianza», ha aggiunto. Spegando che «dispiace che il mondo delle imprese e delle attività produttive non presti l’attenzione che noi vorremmo al fatto che il rispetto della riservatezza dei cittadini e l’adozione di misure di protezione adeguate si trasforma in un valore prezioso per le imprese, perché riduce il rischio di danni legati alla perdita o al furto di dati, e favorisce un rapporto più corretto e più positivo anche tra attività economiche e utenti».

E intanto il presidente della Corte dei Conti lancia un nuovo allarme sull’equità: «Ci sono troppe tasse per gli onesti»

Quanto alla questione della gestione dei dati personali, dunque, nel settore pubblico «molte trascuratezze potrebbero essere evitate», ha continuato il presidente dell’Autorità garante per la privacy riferendosi «alla grande quantità di dati personali che il sistema giudiziario, civile, penale, amministrativo, contabile, tratta ogni giorno e alla facilità con la quale spesso possono essere conosciuti anche da chi non ne ha nessun diritto». A questo punto, per Pizzetti l’auspicio è che «si riesca a pervenire finalmente a soluzioni legislative equilibrate, e compatibili con tutti i diversi valori in gioco. Abbiamo anche ripetuto in ogni occasione che i dati acquisiti a fini di giustizia devono essere adeguatamente protetti e che il legislatore, così come può e deve definire per quali finalità di giustizia possono essere raccolti e utilizzati, allo stesso modo può regolare quando e in che modo essi possono essere comunicati alla stampa o da questa essere conoscibili».


pagina 8 • 14 marzo 2012

a competitività è un concetto chiave per la politica economica di ogni nazione dell’area euro. È una questione chiave per l’intera Eurozona presa nel complesso. Ed è di fondamentale importanza per la vita e per la prosperità a lungo termine di tutti i nostri cittadini. Noi alla Banca centrale europea (Bce) abbiamo come scopo primario la stabilità dei prezzi. Questo obiettivo produce in cambio sostegno per la crescita economica e per la creazione di posti di lavoro in tutta Europa. Ma se consideriamo i membri individuali dell’Eurozona, che vogliano prosperare in un mondo globalizzato, dobbiamo chiarire che il nostro contributo deve essere accoppiato al lavoro dei politici nazionali. La futura prosperità richiede che tutti noi stabilizziamo e manteniamo una posizione competitiva, sia all’interno che all’esterno dell’area euro. Queste dimensioni di competitività, interne ed esterne, saranno il centro del mio discorso. Ma prima lasciatemi dire qualche parola per spiegare come noi vediamo l’attuale situazione economica.

L

Prima di tutto, noi vediamo segni continuativi di stabilizzazione nell’economia dell’Eurozona, anche se questa si mantiene ancora su livelli bassi. La situazione nei mercati finanziari è chiaramente migliorata in risposta alle misure adottate dalla Bce. Questo miglioramento è dovuto anche al progresso fatto dai governi dell’Eurozona nell’accettare regole fiscali comuni più stringenti, e al progresso nel processo di consolidamento fiscale e della riforma economica in molte nazioni. Le nazioni dovrebbero usare questa fase di stabilizzazione fiscale per fare ulteriori progressi nei loro programmi di riforma economica: rafforzare la propria crescita potenziale, aumentare l’occupazione e rilanciare la competitività. Anche le banche dovrebbero usare questa condizione più benigna per rafforzare ancora di più la loro elasticità, tagliando i bonus e i dividendi. I bilanci in pari degli istituti bancari saranno un fattore determinante nella facilitazione della ridistribuzione del credito all’economia, che poi è il loro scopo primario. Il sistema finanziario dovrebbe essere al servizio dell’economia reale, non mai il contrario. Fino a che sarà coinvolta anche la politica monetaria, la crescita sarà sostenuta dai tassi di interesse a breve termine veramente bassi e da tutte le altre misure adottate dalla Bce per il miglior funzionamento possibile del settore finanziario dell’Eurozona. Affrontando poi il contesto del profondo malfunzionamento dei mercati del credito, la nostra decisione recente sulla liquidità a medio termine è stata centrale per far tornare le banche nel proprio ruolo, vitale per l’economia reale. Sono le banche, infatti, che rappresentano i due terzi del finanziamento esterno alle industrie nell’area euro. Le banche sono importanti specialmente per le piccole e medie industrie, che a loro volta rappresentano i tre quarti dell’occupazione nel settore privato. Alla nostra ultima operazione hanno partecipato circa 800 banche, che virtualmente ricoprono l’intera area dell’euro. La maggior parte di queste sono piccole banche, istituti regionali. Non posso neanche menzionare dove si trovano, le città o i villaggi dove sono operative, perché spesso sono l’unica banca in città (e quindi potrebbero essere iden-

Italia/Europa «La Bce ha dato ai Paesi europei liquidità e tranquillità economica: adesso tocca ai governi fare la propria parte per tornare a crescere tutti»: la lezione di Draghi alla Ue

È arrivato il temp

di Mario tificate). Ma questo ci dice una cosa: che il denaro è oggi molto più vicino ai cittadini e alle industrie medie e piccole di quanto fosse prima. Siamo continuamente in allerta per il rischio di inflazione, ma questo rischio non si sta ancora materializzando, almeno per ora. Inoltre, le aspettative di inflazione rimangono fermamente ancorate, in linea con la stabilità dei prezzi. Tutti gli strumenti necessari per rispondere ai rischi potenziali emergenti nel campo della stabilità dei prezzi a medio termine sono stati pienamente usati e sono pienamente a disposizione. Negli ultimi 13 anni, la Bce ha raggiunto uno dei migliori re-

Alcune nazioni devono riparare e rafforzare la propria competitività per il bene della propria prosperità e per la stabilità della nostra unione monetaria ed economica cord di stabilità dei prezzi nella storia europea: siamo impegnati a mantenere questo record.

I recenti segnali di stabilizzazione permettono a tutti noi di affrontare le sfide a medio termine per l’Eurozona con un punto in più di fiducia. Tutti i politici do-

vrebbero avvantaggiarsi per questa posizione e continuare a riformare con fiducia i loro Paesi.

zioni, delle quote di mercato e dei bilanci attuali dei conti correnti. Prezzi, costi e salari sono fattori importanti per determinare la capacità delle aziende di comOra però è arrivato il momento di af- petere sui mercati internazionali. Ma per frontare il tema principale e spiegare il le aziende – e quindi per le nazioni – altermine competitività. Competitività, a tri fattori sono divenuti sempre più imlarghe spanne, è un termine incastonato portanti per rispondere alle grandi sfide nella nozione di produttività relativa: poste dalla globalizzazione. Fra questi un’economia competitiva è un’economia fattori ci sono la qualità e l’ampiezza dei che fornisce l’ambiente prodotti che vengono istituzionale necessario esportati da un Paese. a migliorare lo sviluppo Da questo punto di videlle aziende altamente sta, le nazioni nell’Europroduttive. Aziende di zona possono avvantagquesto tipo hanno la cagiarsi dei loro grandi pacità di vendere i prosviluppi tecnologici e pri beni e servizi in madella loro forza-lavoro niera facile e con profitaltamente specializzata. to, contribuendo alla Dovrebbero produrre crescita economica a beni di qualità ancora lungo termine, all’occumaggiore e ancora più pazione e, in ultima sofisticati, e redirigere le analisi, al benessere dei loro esportazioni verso cittadini. mercati con una crescita Ma la competitività non più forte. A completare è soltanto la competitiquesto quadro, lo svilupvità internazionale dei po domestico in cui opeprezzi. Essa è collegata rano le aziende è centraIn apertura Mario Draghi, anche e più ampiamenle per migliorare la comGovernatore della Banca te alle performance petitività. Le nazioni che centrale europea. esterne di una nazione. vantano aziende vincenSopra il palazzo Eurotower. Analizzare questo conti sui mercati internazioNella pagina a fianco, cetto più ampio include nali sono, in genere, il Commissario Olli Rehn l’utilizzo di indicatori di quelle con una migliore crescita delle esportatecnologia, un grado più


Italia/Europa aperta fra le economie maggiori. Le performance esterne in termini di conti correnti mostrano inoltre che l’area euro nel suo insieme si è comportata bene, e che le impasse interne sono state tenute sotto controllo. Il bilancio totale dell’area è tradizionalmente vicino al pareggio, mentre gli Stati Uniti vantano un sostanzioso deficit.

Ovviamente rimanere competitivi è una sfida continua. Negli ultimi due decenni, mentre emergevano competitori a basso costo praticamente ovunque nel mondo, la nostra area – come altre economie avanzate – ha registrato un declino nel mercato delle esportazioni. Queste perdite riflettono in parte l’effetto meccanico dei nuovi operatori.Tuttavia, l’area euro ha bisogno di aggiustare la qualità di beni, servizi, settori e industrie in cui è specializzata. Le nazioni dell’Eurozona hanno modificato le proprie specificità, ma non tutte si sono comportate allo stesso modo. Di conseguenza, la specializzazione dell’area euro non è cambiata di molto. Ci saremmo potuti aspettare che l’area euro muovesse verso prodotti di maggiore qualità e altri più particolari. Il fatto che questo spostamento non si sia verificato potrebbe riflettere delle rigidità strutturali che hanno impedito alle aziende di cambiare in maniera rapida, adeguandosi così al mercato, in particolar modo nel campo dei prodotti ad alta tecnolo-

po della politica

o Draghi ampio di apertura e una maggiore competizione nel mercato interno.

La massa crescente di operazioni transnazionali conferma che le politiche che promuovono la competizione nei mercati europei per beni e servizi rafforzano in maniera chiara il potenziale per la crescita e per la creazione dei posti di lavoro, un rafforzamento che si ottiene a costo zero o quasi. Gli sforzi continuati per promuovere una competizione più forte e una maggiore integrazione dei mercati all’interno dell’Europa sono strumenti importanti per migliorare la competitività globale delle ditte continentali. Da questo punto di vista, uno sviluppo che sostenga l’economia nazionale – che include infrastrutture ben concepite sia dal punto di vista fisico che sociale, finanze pubbliche oneste e sistemi finanziari stabili – contribuirà alla competitività di tutta l’area euro. Ma permettetemi di entrare in maniera un poco più profonda all’interno delle sfide per la competitività dell’economia europea. Per l’area euro, dobbiamo distinguere fra due concetti distinti: la competitività esterna all’interno dell’economia globale e la competitività interna delle verie nazioni all’interno dell’Eurozona. Partiamo da quella esterna. L’area euro ha contribuito in maniera attiva alla crescita del commer-

cio internazionale, uno dei fattori che hanno definito la globalizzazione. Nelle ultime due decadi l’apertura dell’area euro è aumentata in maniera evidente. Nella metà degli anni Novanta,

Rimanere competitivi è una sfida continua. Negli ultimi due decenni la nostra area – come altre economie avanzate – ha registrato un declino nel mercato delle esportazioni le esportazioni di beni e servizi dall’area euro (intesa come entità unica) al resto del mondo erano equivalenti al 15 per cento, circa un sesto del Prodotto interno lordo; ora si attestano intorno al 23 per cento, circa un quarto del Pil. Anche se al momento siamo a stento comparabili con gli Stati Uniti, siamo di 10 punti più aperti; inoltre siamo molto più aperti rispetto al Giappone, nonostante le nostre dimensioni siano molto maggiori. Questo significa inoltre che ogni paura di una “Fortezza Europa” è del tutto infondata. Al contrario, siamo la più

gia. Nello specifico, le rigidità dei mercati dei prodotti e del lavoro hanno reso complicato cambiare le condizioni.

La fotografia generale della competitività esterna dell’area euro è positiva. Ma questa fotografia non si adatta per forza a ogni membro dell’area. Al contrario, guardando alla competitività interna alla zona, ci sono differenze sostanziali fra le nazioni. Nello specifico, gli strascichi in alcuni mercati del debito sovrano sono stati creati anche da differenze sostanziali, che sono emersi nell’Eurozona.

14 marzo 2012 • pagina 9

Un modo pratico per identificare questi differenziali di competitività è guardare ai bilanci attuali di ogni nazione. Gli attuali squilibri di bilancio potrebbero essere giustificati per ogni nazione, incluse quelle che partecipano a un’unione monetaria, e non riflettono per forza una perdita di competitività. Ma andando avanti con il tempo, deficit di bilancio sempre più ampi hanno rappresentato una perdita significativa nel campo della competitività nazionale, portando a squilibri macroeconomici interni e problemi strutturali sempre più profondi. Queste perdite di competitività limitano il potenziale di crescita di una nazione e bloccano la partecipazione all’integrazione nel commercio globale. Contro questa analisi, invece di stimolare investimenti finanziari produttivi nel settore commerciale e migliorare le performance delle esportazioni, i capitali iniettati in alcune nazioni con deficit di bilancio troppo ampi hanno creato la crescita dei prezzi e l’indebitamento dei privati. Quindi, lo squilibrio di bilancio nell’area euro dovrebbe essere causa di preoccupazione per quei politici che si preoccupano della perdita di competitività.

Un modo utile per misurare gli eccessivi squilibri è guardare ai costi del lavoro, dato che questi riflettono gli sviluppi sia della produttività che del costo del lavoro stesso. Se mettiamo a confronto nazioni con surplus esterno e nazioni con deficit esterno vediamo che, dall’introduzione dell’euro, il costo unitario del lavoro è cresciuto del 28 per cento nelle nazioni con deficit: due volte e mezzo il dato delle nazioni in surplus. Sicuramente alcuni di questi differenziali potrebbero riflettere degli aumenti sostenibili nel salario pro capite o altri effetti del genere. Ma da un punto di vista più ampio questi differenziali sono collegati a problemi strutturali e riflettono dei disallineamenti fra paghe e produttività. Assicurare la stabilità dei prezzi è la chiave per la competitività. Questo fornisce l’ancora nominale per lo sviluppo futuro dei prezzi, ed è la chiave per l’intera area euro così come per i singoli Paesi che la compongono. Deviazioni significative e persistenti dalla stabilità dei prezzi portano con loro perdita di competitività e vanno quindi corrette. Restaurare la competitività è vitale per diverse nazioni all’interno dell’area euro. Sono cruciali per questo scopo delle politiche che assicurino un corretto bilanciamento fra salari e prezzi, così come l’aumento della produttività. Per concludere vorrei dire che le performance dell’Eurozona nell’economia globale sono buone, ma servono aggiustamenti continui per mantenere lo sviluppo interno altamente dinamico. All’interno dell’area euro alcune nazioni devono riparare e rafforzare la propria competitività per il bene della propria prosperità e per la stabilità della nostra unione monetaria ed economica. Questo processo richiede che si vada alle radici della perdita di competitività, che si affrontino i motivi e si rilancino le opportunità di crescita.


pagina 10 • 14 marzo 2012

mondo

Il titolare della Farnesina riferisce in Senato e cerca di placare le polemiche sul blitz fallito in Nigeria

Il perdono di Terzi «Il ritardo di Londra nell’avvertirci non è stato intenzionale»: mossa distensiva del ministro. E sull’India: «L’armatore autorizzò il rientro nelle acque territoriali» di Marco Palombi

ROMA. Nessun problema con Londra, parecchi con Delhi, nessuna colpa da parte del governo. Nel giorno in cui Monti si scontra con la Ashton, il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata va in Senato per spiegare i fatti al Parlamento e, già che c’è, difendere l’operato del governo sulla crisi indiana e l’uccisione di Franco Lamolinara in Nigeria durante un blitz delle forze speciali inglesi. L’ex ambasciatore negli Usa comincia ricostruendo la vicenda africana tramite un rapporto dell’ambasciatore inglese a Roma Cristopher Prentice: fin da subito, si era capito che l’ingegnere era stato rapito – ha spiegato il ministro leggendo il report britannico – non da una banda di criminali comuni, come purtroppo accade spesso in quell’area, ma da terroristi legati ad al Qaida, più precisamente una costola del gruppo Boko Haram, fazione islamista che punta ad imporre la sharia nel nord-est della Nigeria. Prova della natura “politica” del sequestro di Lamolinara (e di Cristopher McManus), ha sostenuto Terzi, è che “nei numerosi contat-

La nave Enrica Lexie «è tornata in acque indiane per un raggiro. Le autorità indiane le hanno chiesto di contribuire al riconoscimento di alcuni pirati» ti con la famiglia, i rapitori non hanno mai avanzato richieste sensate”. È in questo contesto di trattative bloccate o destinate al fallimento, insomma, che la Gran Bretagna decide di intervenire con le sue forze speciali e in accordo con l’esercito nigeriano. Resta il fatto che Londra non solo non ha ritenuto di chiedere al governo italiano cosa ne pensasse del blitz, ma addirittura non s’è data neanche pena di informarlo: «Il ministro degli Esteri britannico - è quanto riferito a palazzo Madama da Terzi - ha assicurato la non intenzionalità della tardiva comunicazione dell’operazione. Si è trattato del precipitare della situazione sul terreno e non del timore che ci si poteva opporre da parte nostra». In sostanza, per qualche motivo bisognava fare in fretta e a Londra neanche ci pensavano che potessimo opporci al loro piano: come che sia, dice il report inglese, gli ostaggi erano già stati uccisi dai terroristi all’arrivo dei militari britannici. Se può consolare, secondo quanto fatto sapere dal titolare del-

la Farnesina, il premier inglese David Cameron ha scritto alla signora Lamolinara per comunicarle il proprio “rammarico”.

Più complessa, anche perché ancora in corso, la vicenda dei due marò in servizio sulla petroliera Enrica Lexie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: l’accusa, come si sa, è di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati. Su questo“c’è l’impegno collegiale del governo”, ha premesso Terzi, che poi ha ricostruito la vicenda aggiungendo almeno un particolare dal sapore grottesco. La nave italiana - che al momento dei fatti era già in acque internazionali e dunque (se ci si passa l’espressione)“al sicuro”- è stata convinta dalle autorità indiane a rientrare nel porto di Kochi grazie ad un raggiro, «un sotterfugio della polizia locale» nelle parole del ministro: la capitaneria di porto indiana ha infatti chiesto alla petroliera di rientrare «per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati. Sulla base di questa richiesta il comandante della Lexie, acquisita l’autorizzazione dell’armatore, decideva di dirigersi nel porto». Col che si dicono tre cose: stavolta sono stati gli indiani a fare gli italiani, il comandante della nave decise di tornare indietro di sua iniziativa, avallato in questo dal proprietario della nave. Non solo: anche da Roma chi poteva non si oppose. Mentre la Enrica Lexie si dirigeva nel porto di Kochi, ha spiegato il ministro, «il comandante della squadra navale e del Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane, non avendo essi nessun motivo di sospetto». Quanto alla Farnesina e al suo titolare, ha spiegato Terzi, «non aveva titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante» della nave. Una volta arrivati in porto, comunque, e capito l’inghip-

Piccola polemica e ritardo di un’ora nell’incontro fra i due

Monti vede la Ashton: «Appoggio dell’Ue» BRUXELLES. Un chiarimento con qualche piccola polemica, per assicurarsi l’appoggio dell’Unione Europea nella questione dei marò. È per questo che Mario Monti ha tardato un’ora alla riunione Ecofin: il presidente del Consiglio ha infatti incontrato a Bruxelles l’alto rappresentante Ue per la politica estera Catherine Ashton. Sul tavolo, il caso dei due marò italiani detenuti in India con l’accusa di avere ucciso due pescatori indiani dopo aver scambiato la loro imbarcazione per una di pirati. La Ashton ha informato Monti dei suoi recenti contatti con le autorità di New Delhi e, secondo quanto riferito dalla presidenza del Consiglio italiana in una nota, «si è impegnata ad intraprendere ogni possibile ulteriore passo per arrivare ad una soluzione positiva» della vicenda dei marò italiani detenuti in India. Ma non solo. La Ashton ha anche discusso della cooperazione in atto tra Ue e India sul contrasto alla pirateria e sulla regolamentazione del ricorso a guardie private in questo contesto nel quadro dell’Organizzazione marittima internazionale. «La base legale dell’ingaggio di personale armato su navi

L’Alto commissario parla di “scorte private”, mentre l’Italia chiarisce che si tratta di “forze armate” che trasportano merci sensibili è qualcosa che va visto», ha spiegato la portavoce della Ashton. E se le note delle due parti successive all’incontro sono speculari, su questo punto il premier italiano corregge la Ashton. La differenza sta tutta nella definizione delle scorte armate a bordo, che nella nota Ue sono chiamate private (come se si trattasse di ”contractors”), mentre Monti chiarisce che si tratta di «forze armate».


mondo

14 marzo 2012 • pagina 11

L’effetto Monti non si sente ancora in certi ambiti ed emergono tutte le fragilità della nostra politica estera

«La debolezza italiana? Colpa della vecchia politica»

Nicola Pedde: «Catena di comando in costruzione e cattive abitudini rendono poco chiare le vicende in cui è coinvolta la nostra intelligence» di Pierre Chiartano eri bandiere a mezz’asta a Gattinara, il paese del tecnico italiano ucciso in Nigeria. Ma la bandiera italiana è a mezz’asta anche a Roma, dove tra la vicenda dei due marò in carcere in India e quella degli ostaggi rapiti in Nigeria – dove i servizi segreti di Londra avrebbero taciuto ai nostri dell’operazione di liberazione decisa – l’interesse nazionale fa molta fatica ad essere difeso. E non si tratta del prestigio del governo Monti – fuori discussione – il comportamento del governo indiano e di quello inglese sono speculari. Il problema è la considerazione e il prestigio che l’Italia nel tempo ha saputo costruirsi: assai deboli. Abbiamo chiesto a un esperto di questioni internazionali e di intelligence, Nicola Pedde, direttore dell’Institute for global studies di Roma, di fare alcune valutazioni e dei collegamenti sulle due vicende.

I

po,“ci siamo opposti”a che i due militari italiani scendessero a terra: alla fine, comunque, i marò sono stati presi in custodia dagli indiani «nonostante l’opposizione ferma delle nostre autorità diplomatiche e militari presenti in quel momento grazie a evidenti, chiare azioni coercitive», nel senso che si sono presentati sul posto almeno una trentina di soldati indiani ben armati.

Il governo, comunque, ha preferito per “senso di responsabilità”di non arrivare allo scontro (“resistenza con l’uso della forza”), altrimenti le conseguenze per i due marò sarebbero state “ben più gravi”: una volta fatta la frittata, comunque,Terzi ha garantito di essersi mosso per “ottenere la sicurezza fisica dei due in un ambiente ostile”, un posto in cui i due militari italiani“vengono additati irresponsabilmente sui giornali come banditi del mare e uccisori di pescatori”, una cosa che “fa rabbrividire” ed è dovuta anche alla casuale intersezione con eventi politici locali (leggi, elezioni). A questo punto la tesi del governo è che – se mai giudizio ci dovrà essere – esso debba avvenire in Italia e sotto la legge italiana, come prevedono gli accordi internazionali che stanno alla base dei programmi di lotta alla pirateria in base ai quali i due soldati erano imbarcati sulla Enrica Lexie. Si vedrà: per riuscirci Monti e i suoi ministri hanno “avviato un’opera di sensibilizzazione a tutti i livelli attraverso i paesi amici per riportali a casa”. Terzi, in ogni caso, ha voluto chiudere la sua relazione ricordando quegli «italiani che sono tutt’ora nelle mani dei rapitori». Su tutti questi casi e quelli passati, ha detto il ministro, è stato prezioso il lavoro dell’Unità di crisi della Farnesina: ora però «gli stanziamenti sono diminuiti e per portare avanti con successo queste operazioni occorrono risorse adeguate, dobbiamo trovarle».

«Sono due situazioni distinte che però hanno un comune denominatore. La credibilità dell’Italia si è talmente indebolita, da un punto di vista politico, che risulta essere un attore poco temuto sui tavoli internazionali. Di fatto siamo esposti alle dinamiche della politica globale dove anche gli interessi locali, vedi caso indiano, fanno premio sul rispetto dovuto a un paese come il nostro. Nel caso nigeriano poi non siamo stati presi neanche in considerazione. È il prodotto degli ultimi 15 anni di politica estera del nostro paese che ha perso completamente di credibilità». L’effetto Monti in questo settore non si è ancora fatto sentire. «Neanche lontanamente, anche perché l’attuale esecutivo si sta occupando bene di questioni interne, come l’economia, ma ha un po’ tralasciato le questioni di politica internazionale. L’Italia inoltre ha soprattutto perso credibilità per una propria attitudine. Cioé quella di cercare sempre una soluzione alternativa e ambigua alla soluzione delle crisi». Volendo distinguere fra le due vicende, quella indiana e quella nigeriana, nella prima è mancata chiarezza nelle norme e nella catena di comando, nella seconda non siamo stati avvertiti, ma avremo potuto fare noi qualcosa? «Oltre il fattore comune, i due casi hanno caratteristiche differenti. E alcuni aspetti non sono del tutto chiari. Nel caso indiano lunedì il nostro mini-

stro degli Esteri, ha affermato dalle pagine di un quotidiano, che lui avrebbe sconsigliato alla nave di avvicinarsi alle coste indiane. Ma non sicapisce se l’avvertimento sia diventata poi una direttiva del Mae. Non si è quindi ancora capito in base a quale ordine o a quale principio la nave abbia deciso di attraccare al porto di Kochi. È possibili che sia stato l’armatore, ma non abbiamo ancora indicazioni in questo senso. Il secondo problema riguarda l’azione politica intrapresa una volta constatata la violazione di una norma di diritto internazionale. A quel punto una nazione che si rispetti batte i pugni sul tavolo. Non si tratta di attuare ritorsioni, ma solo di adottare dei comportamenti adeguati».

Molti hanno fatto un paragone con altri paesi come gli Usa e c’è chi ha suggerito che anche un’azione di esfiltrazione – cioè un team di forze speciali che interviene per portare in salvo i due marò – poteva essere presa in considerazione. «Un’azione di

Il direttoredell’Igs: «L’Italia ha soprattutto perso credibilità per una propria attitudine. Cioé quella di cercare sempre una soluzione alternativa e ambigua alla soluzione delle crisi»

questo genere sarebbe sì, una violazione gravissima della sovranità indiana». Nella vicenda nigeriana, dove pur in presenza di ostaggi italiani, le forze speciali inglesi prima di intervenire non avrebbero avvisato il governo di Roma. Ma su questo punto non c’è chiarezza. «Bisogna infatti stabilire se il governo inglese abbia avvisato quello italiano e in quale misura. C’è la possibilità che ci siano stati informati gli apparati italiani, ma non i vertici nazionali sull’operazione. Operazione basata su una errata valutazione dell’intelligence britannica per un intervento rapido, poi risultato impossibile. Può darsi che, come già accaduto in passato, nel sistema italiano non abbia funzionato il trasferimento informativo verso i vertici». I precedenti storici sono una lunga lista. Anche perché la politica ha spesso usato l’intelligence come camera di compensazione. Se una vicenda non era gradita l’esecutivo spesso faceva finta di esserne stato tenuto all’oscuro.

Mancando poi di una vera «struttura di coordinamento, perché non può essere il premier ad avocare a sé tutte queste funzioni» si possono creare ulteriori disfunzioni. Ricordiamo che la recente riforma (2007) ha eliminato la condivisione di responsabilità con il ministo dell Difesa e con quello degli Interni, prevista dalla normativa precedente. Il premier può delegare in tutto o in parte le competenze a un sottosegretario che si avvarrà del Dis (Dipartimento informazione e sicurezza) presso la presidenzadel Consiglio, che ha sostituito il vecchio Cesis, ma con compitti più ampii. Il premier Monti ha già fatto sapere che manterrà le deleghe. Poi ci sarebbe anche il Cisr (Consiglio per la sicurezza della repubblica) una specie di clone dell’americano National security council. Insomma, sulla carta tutto dovrebbe funzionare. «Mancano però diversi elementi, ad esempio la condivisione degli archivi, l’unificazione delle scuole che attualmente sono diverse, una per l’Aisi (inteligence interna) e l’altra per l’Aise (intelligence esterna)». Dunque la riforma non è ancora a regime e serve qualche messa a punto. C’è da chiedersi se fino ad allora saremo in grado di difendere gli interessi del nostro paese.


pagina 12 • 14 marzo 2012

grandangolo Un vertice di due giorni sull’anti-terrorismo tra Usa e Gb

Obama e Cameron fanno finta di essere Roosevelt e Churchill

«Continueremo a stare al fianco dei cittadini coraggiosi in tutto il Medioriente e nel Nord Africa», dicono i due leader che ostentano unità di vedute. In realtà, dall’Afghanistan alla Somalia, le loro strategie non sembrano proprio le stesse. E a Washington cercheranno una mediazione di Antonio Picasso n’alleanza su cui il mondo può contare». Così titolava il Washington post ieri l’editoriale firmato a quattro mani da Obama e Cameron. Due penne d’eccezione, scelte per la visita di due giorni che il premier britannico, David Cameron appunto, ha iniziato ieri negli Usa. Il viaggio è volto suggellare una partnership che non è fonte di discussione e avviene a una settimana esatta da un altro appuntamento importante, ovvero l’arrivo alla Casa Bianca del leader israeliano, Benjamin Netanyahu. Gran Bretagna e Stati Uniti come sempre insieme per affrontare le sfide più attuali della politica e dell’economia internazionale. Cameron e Obama sentono l’esigenza di chiamare in causa Winston Churchill per ribadire l’amicizia transatlantica. Tuttavia, volgendo lo sguardo altrove dai fasti della storia, i due leader si avventurano nei campi minati dell’attualità. E lo fanno con passi esposti alla critica. «Siamo orgogliosi dei progressi fatti dalle nostre truppe per smantellare al-Qaeda, frenare l’avanzata dei talebani e addestrare le forze afgane», si legge nell’editoriale in riferimento all’Afghanistan. «Ma come sottolineano i recenti avvenimenti, questa rimane una missione difficile». Tutta qui, viene da chiedersi, la cenere sul capo che Londra e Washington sono in grado di cospargersi dopo i fatti di domenica? Il marine che ha fatto strage di 16 persone, perché preso da un raptus, è l’ultimo anello di una cate-

«U

na che fa dell’intervento in Asia una débacle per cui Usa e Uk sono i diretti responsabili. La popolazione afgana infatti non vuol più sentire parlare di post-11 settembre e jihadismo. Ai suoi occhi – e suo malgrado – Nato e Isaf sono un esercito di invasione. Questa non è l’occasione per argomentare sulla giustezza o meno del-

Secondo il “NYT”, l’amministrazione americana vuole accelerare la riduzione delle forze di 20mila uomini entro il 2013 l’opinione assunta dagli afgani. Bensì su come la leadership occidentale, quella alleanza su cui la stessa Kabul potrebbe contare, giudica il proprio operato.

«Nei prossimi giorni ci confronteremo sui preparativi del summit della Nato di Chicago, durante il quale verrà decisa la prossima fase della transizione concordata a Lisbona». L’appuntamento resta fisso al 2014, quando le autorità locali assumeranno la piena responsabilità della sicu-

rezza. Non cambia nulla quindi? Cameron e Obama non rispondono alla classe dirigente afgana ormai così agguerrita che chiede lo scalpo del Gi impazzito domenica? Possibile che non intendano dar peso nemmeno ai sondaggi interni che vedono una crescente richiesta di ritiro immediato dal teatro operativo? Proprio ieri un istituto di sondaggi basato all’ombra del Big Ben, il ComRes, ha dichiarato che più il 55% dei cittadini britannici pensa che le truppe di Sua Maestà vadano immediatamente smobilitate. Ben più grave è che il 73% degli intervistati sia convinto che la guerra non possa essere vita. Lo scorso anno si era al 60%. Una cifra grossa, certo, ma non come quella odierna.

In realtà, alle certezze lette sul Washington Post fanno da contraltare le indiscrezioni in mano al New York Times, il quale lancia l’ipotesi che Obama decida di accelerare la riduzione delle forze americane di 20mila uomini entro il 2013. Sarebbe una questione anche al vaglio di analisti e decisori politici. Peraltro resta il dubbio sulla correttezza di levare le tende lasciando a Karzai & Co. quel che resta dell’Afghanistan. La stessa testata merita ulteriore spazio sulla questione iraniana. È infatti al quotidiano newyorkese che il nuovo ambasciatore britannico a Washington, Peter Westmacott, ha dichiarato che Cameron è convinto dell’inutilità di un’azione militare contro l’Iran in questo momento. Stando al diplomatico, l’obietti-

vo degli inglesi è preparare il terreno affinché Netanyahu, la prossima settimana, si trovi di fronte un’Amministrazione Obama saldamente contraria a qualsiasi iniziativa pericolosa. È una linea con una ragion d’essere. In primis perché toglierebbe almeno parte delle castagne dal fuoco al presidente Usa, il quale non può favorire più di tanto l’appeasement verso Teheran, altrimenti la comunità ebraica gli volta le spalle alle presidenziali di novembre. Seconda cosa, proprio perché trattasi di alleanza indissolubile, Londra sa bene che, nel caso di un intervento, anche Raf e Royal Navy potrebbero essere chiamate in causa. È vero che Cameron vorrebbe entrare con i suoi soldatini in Siria. Ma tra una missione acclamata (Damasco) e una molto più plausibile (Teheran), c’è di mezzo un bilancio del Tesoro britannico che non permette scelleratezze belliche.

In generale, non bastano le frasi di circostanza del tipo: «In qualità di nazioni che sostengono i diritti umani e la dignità per tutte le persone, continueremo a stare al fianco dei cittadini coraggiosi in tutto il Medioriente e nel Nord Africa». È una dichiarazione pulita, quella di Cameron e Obama, che va bene per tutte le stagioni. Tuttavia è orfana di un valore pragmatico capace di far sperare i destinatari del messaggio in un futuro migliore. Soprattutto perché è la realtà dei fatti a confutare i due leader. «Continueremo a stringere il cerchio attorno a Bashar el-Assad».


14 marzo 2012 • pagina 13

Attesa per la risposta ufficiale di Damasco a Kofi Annan, timori per le infiltrazioni qaediste

Siria, i ribelli aprono: «Se smettono le violenze deponiamo le armi» di Vincenzo Faccioli Pintozzi entre il mondo attende le risposte che il governo siriano di Bashar al Assad ha promesso all’inviato speciale dell’Onu Kofi Annan, emergono nuovi particolari sul sanguinoso scontro in corso in Siria. Nella lunga lotta contro il presidente siriano Bashar al Assad, infatti, il Paese è stato costretto a testimoniare la fuga di 230mila cittadini. Sono i dati dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu, che si aggiungono alle cifre drammatiche sulle vittime: altre 9mila persone. Secondo le Nazioni Unite, oltre 30mila persone sono fuggite all’estero: le altre 200mila sono state invece costrette a lasciare le proprie case e a divenire così “rifugiati interni”. Al momento, Damasco ha ordinato di disporre delle mine anti-uomo nei pressi dei propri confini con il Libano e la Turchia: proprio sulle strade usate usualmente da chi vuole lasciare il Paese. Secondo il Commissario del Palazzo di vetro, Panos Moumtzis, «centinaia di persone, ogni giorno, attraversano il confine per fuggire dalla violenza». Le mete preferite sono Turchia, Libano e Giordania. Per Moumtzis, inoltre, «l’aumento dei prezzi dei beni alimentari e di prima necessità rappresenta un’ulteriore emergenza, in modo particolare per i circa 110mila rifugiati dall’Iraq che ora vivono in Siria».

M

Ce n’è anche per l’economia globale: «Stiamo lavorando a stretto contatto con i nostri partner per rilanciare l’occupazione» Continuare significa portare avanti un discorso già avviato. Ma l’indolenza della comunità internazionale verso Damasco è sotto gli occhi di tutti.

Così come è irricevibile il ragionamento sulla Somalia. «Abbiamo raddoppiato i nostri sforzi per salvare vite umane in Corno d’Africa». In tal caso, il commento è ancora più semplice: non è vero! Già il mese scorso, in occasione del summit di Londra, questo giornale aveva sollevato una critica proprio nei confronti di Cameron. La Somalia è uno Stato fallito esattamente da vent’anni e nessuno si è più voluto occupare della relativa liquidazione. Il disco si è rotto, quindi. L’alleanza tra Churchill e Roosevelt è lontana anni luce e come tale non può essere presa da esempio. Barack Obama, alla fine del primo mandato e già unto per il secondo, passerà certamente alla storia. Ma non perché ha condotto l’America verso una

frontiera 2.0, oppure in qualità di grande pacificatore del Medioriente. Bensì perché è stato il primo inquilino della Casa bianca di colore. È certo una conquista. Ma in termini operativi post elettorali non è un granché. Soprattutto alla luce della primavera araba del 2011. Cameron, dalla sua, stenta nel rivestire i panni del Tony Blair prima maniera – glamour e riformista – e tanto meno quelli della Thatcher. Basta la Meryl Streep di “Iron Lady” per cogliere la differenza.

I due pilastri dell’alleanza occidentale quindi non intendono udire il chiassoso scalpitare del mondo asiatico. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i nostri partner del G8 e del G20 per rilanciare l’occupazione, sostenere la ripresa mondiale, stare al fianco dei nostri amici europei (come se il Regno Unito non fosse Europa, ndr) alle prese con la crisi del debito e limitare le sconsiderate pratiche finanziarie che tanto sono costate ai nostri contribuenti». Belle parole anche queste. Proprio ieri è accaduto quello che aleggiava da tempo e cioè l’accordo CinaGiappone per le transazioni bilaterali in Yuan. Pechino e Tokyo, ben lontane dal dichiararsi alleate, hanno abbandonato il dollar standard nei rapporti e a due. La moneta corrente diventa l’Yuan, già oggetto di speculazioni e sottoposta a un progressivo apprezzamento, e va a sostituire i biglietti verdi in un mercato dalle dimensioni sterminate. Cosa accadrebbe se l’operazione fosse da esempio anche per Brasile, India, Russia e Sudafrica?

Ma il problema non viene soltanto dalla violenza del governo di Damasco. Secondo alcune fonte interne al Paese, raccolte dall’agenzia AsiaNews, «gli estremisti islamici hanno sfigurato il movimento pro-democrazia nato in marzo con le manifestazioni dei giovani disoccupati siriani». Le fonti fanno notare come le proteste pacifiche contro il regime abbiamo lasciato il posto a una lotta armata che trascina il Paese verso una sanguinosa guerra civile: «Nella lotta contro gli Assad - spiegano - ci sono in gioco molti interessi che non riguardano solo il bene del popolo siriano». Secondo le fonti, fra i ribelli militano diversi terroristi islamici stranieri, molti dei quali appartenenti ad al Qaeda, giunti in Siria per combattere il jihad contro il regime e difendere gli interessi dei Paesi della Lega araba, alimentando il clima di violenza e di odio che allontana le speranze di una soluzione diplomatica basata sul dialogo fra le parti. «La popolazione ha paura - spiegano - per

le strade di Damasco vige il coprifuoco. La città è divisa fra chi sostiene il regime e chi è a favore dei ribelli. La stessa situazione si riscontra nelle altre città del Paese». Le fonti sottolineano che la Siria è in una fase di stallo dove a violenza si risponde con violenza. Esempio di tale divisione è stato il risultato “reale” del referendum per la riforma costituzionale, che ha visto il partito di governo (Baath) rinunciare al suo ruolo fondamentale per lo Stato e per la società, aprendo al pluralismo politico. Secondo il regime circa l’87% dei votanti (57% della popolazione) ha scelto per il cambiamento, ma i dati reali mostrano che meno del 50% ha votato per il sì. «Tale risultato - affermano le fonti di AsiaNews - è un danno per il regime, ma anche per l’opposizione che ha fallito nella sua chiamata al boicottaggio delle urne». Intanto continuano a Homs i combattimenti fra truppe fedeli alla famiglia Assad e ribelli del Free Syrian Liberation Army. Ieri mattina l’intervento della Croce Rossa ha permesso l’arrivo di aiuti ai profughi siriani che stanno fuggendo dai combattimenti nella zona di Baba Amr, la più colpita dagli scontri, che resta ancora interdetta ai soccorsi. Al Qaeda, insomma, vuole partecipare direttamente alla guerra in Siria e, per questo, sta reclutando in Francia e in alcuni dei Paesi del Nord Africa miliziani da dispiegare nel Paese. Quella che sino a poche settimane fa era solo una ipotesi sta assumendo, negli ultimi giorni, contorni ben definiti perché - come rivela il quotidiano algerino el Khabar, le intelligence di Francia, Algeria, Marocco e Tunisia starebbero collaborando per definire modalità e obiettivi di quest’opera di arruolamento che “pesca” soprattutto negli ambienti dell’integralismo islamico più intransigente. Quel che sta emergendo è che al Qaida (e per essa la sua ramificazione nella regione, Aqmi) è entrata direttamente nel conflitto interno in Siria, reclutando elementi, poi fatti arrivare nel Paese di Bashir al Assad, seguendo un lungo percorso che ha avuto la Turchia come ultima tappa prima di valicare la frontiera turco-siriana. Diversi gli arresti compiuti dai servizi segreti occidentali per fermare questa escalation.


società

pagina 14 • 14 marzo 2012

L’incontro a Roma tra il Primate della Comunione anglicana e Benedetto XVI non riduce le divergenze tra le due Chiese

L’unione imperfetta Le innovazioni promosse dagli anglicani sono inaccettabili per la tradizione cristiana di Luigi Accattoli qualcosa di era nella drammatico scena - che pure di suo era festosa - della celebrazione ecumenica dei Vespri che si è tenuta sabato pomeriggio nella Basilica di San Gregorio al Celio sotto la presidenza dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams e di Benedetto XVI: il Primate della Comunione anglicana e il Papa di Roma, ambedue uomini pensosi e colti, intesi a realizzare il migliore rapporto tra le due famiglie confessionali le più importanti per numero di tutta l’ecumene cristiana - rievocavano la «comunione antica nell’unica Chiesa indivisa» e riaffermavano l’impegno a ristabilire quell’unità ben sapendo ambedue che le loro comunità sono coinvolte in un moto di reciproco allontanamento che nel tempo breve appare inarrestabile.

A dividere sono l’ordinazione delle donne, l’ammissione al sacerdozio degli omossessuali e la benedizione del matrimonio tra gay, che costeranno alla casa d’Inghilterra numerose defezioni

Williams ha incontrato il Papa il mattino in Vaticano e il pomeriggio si sono ritrovati a San Gregorio al Celio, dal cui monastero 1400 anni fa Papa Gregorio Magno aveva inviato in Gran Bretagna 40 monaci che ne furono i primi evangelizzatori. Oggi in quel monastero ci sono i Camaldolesi, che que-

st’anno festeggiano il millennio della nascita della loro famiglia monastica che avvenne con la fondazione di un “cenobio”(monastero) nella foresta di Camaldoli da parte di San Romualdo. È per queste due ricorrenze millenarie (1400 anni dell’inizio dell’evangelizzazione della Gran Bretagna e mille anni

C’

di Camaldoli) che il Primate uomo di straordinaria buona volontà - è venuto a Roma, nonostante i carboni ardenti che la crisi interna alla Comunione anglicana sta accumulando sulla sua testa. Del resto i suoi rapporti personali con Benedetto sono ottimi e i contatti continui: nel settembre del

2010 con splendida ospitalità egli accolse a Canterbury il Papa che era in visita in Gran Bretagna, l’ottobre scorso era presente alla giornata di Assisi per la pace, il prossimo ottobre sarà di nuovo a Roma per il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Generosità del Papa a volerlo al Sinodo, magna-

Benedetto XVI e Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e Primate della Comunione anglicana: insieme hanno celebrato i 1400 anni dell’inizio dell’evangelizzazione della Gran Bretagna e i mille anni della nascita dei Camaldolesi


14 marzo 2012 • pagina 15

stro incontro fraterno, ma anche come stimolo per tutti i fedeli, cattolici e anglicani, affinché, visitando a Roma i sepolcri gloriosi dei santi apostoli e martiri, rinnovino anche l’impegno di pregare costantemente e di operare per l’unità, per vivere pienamente secondo quell’invocazione ut unum sint (perché siano una cosa sola, ndr) che Gesù ha rivolto al Padre». Le parole del Papa avevano lo stesso suono contra spem di quelle del Primate.

Quanto ai passaggi di gruppi

nimità sua nell’accettare l’invito. Ma i problemi tra le due Chiese vanno aumentando e stanno facendosi enormi: in febbraio il Sinodo della “Chiesa di Inghilterra” (la più importante tra le Chiese anglicane di tutto il mondo, che insieme contano 80 milioni di battezzati) ha discusso dell’ordinazione delle donne all’episcopato, esprimendo una maggioranza favorevole a questa “innovazione” e il voto finale su tale questione dirompente è in calendario per il prossimo luglio. Si prevede che quel voto, di sicuro favorevole alle mitrie femminili, velocizzerà la crisi interna all’anglicanesimo che sta portando molti gruppi verso la Chiesa Cattolica: sono già due gli “Ordinariati personali” - simili alle “prelature personali” - istituiti dal Papa per accoglierli.

Ma parrebbe che il Papa e il Primate di questa massima questione non abbiano trattato nell’incontro di sabato mattina, stando almeno a quanto Williams ha narrato del colloquio ai microfoni della Radio Vaticana: avrebbero parlato del «comune sentimento di profonda ansia, frustrazione e incertezza» di fronte agli eventi della “primavera araba”, nonché del

Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e di quello che potrebbero fare le Chiese in materia di diritti umani e della loro fondazione nel pensiero cristiano. Possiamo supporre che non abbiano parlato delle donne vescovo per una scelta di rispetto reciproco, stante il fatto che in materia tutto ormai è stato det-

che sia pienamente visibile, e perciò di una testimonianza che sia pienamente credibile».

Nella sua omelia Williams ha ricordato gli incontri del suo predecessore Robert Runcie con Giovanni Paolo II (nel 1982 e nel 1989) sottolineando come tutti e due avessero definito

Due ricorrenze millenarie hanno riunito al Celio il Papa e l’arcivescovo di Canterbury, due uomini di buona volontà impegnati a realizzare tra le due confessioni il miglior rapporto possibile to: per il Papa quel passo è “inaccettabile” in quanto contraddice la tradizione unanime di tutte le Chiese cristiane nei secoli, il Primate “comprende” questa valutazione ma ritiene che la Comunione anglicana abbia il diritto di decidere in autonomia. C’era dunque un qualcosa di patetico - se non di drammatico - nelle parole pronunciate dal Primate durante la celebrazione dei Vespri, quando ha affermato che la Comunione Anglicana e la Chiesa Cattolica sono «entrambe impegnate» nel dialogo ecumenico con «la prospettiva della restaurazione della piena comunione sacramentale, di una vita eucaristica

l’attuale comunione tra anglicani e cattolici «certa ma imperfetta, a motivo dell’insufficienza della nostra visione, della nostra speranza e della nostra pazienza». Alla fine della cerimonia il Papa e il Primate hanno acceso una lampada davanti all’altare detto di San Gregorio e, nella cappella a lui dedicata, hanno assistito alla collocazione di una croce celtica proveniente da Canterbury e di un’icona. Con riferimento al “segno”della lampada posta «davanti al santo altare dove Papa Gregorio celebrava il Sacrificio Eucaristico», Benedetto XVI ha detto: «Ci auguriamo che resti non soltanto come ricordo del no-

di anglicani alla Chiesa Cattolica, va ricordato che il primo ordinariato personale è stato istituito da Papa Benedetto nel gennaio 2011, dando attuazione a quanto stabilito dalla Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus (Gruppi di anglicani, 2009). Si chiama Ordinariato personale di Our Lady of Walsingham (di Nostra Signora di Walsingham) e raccoglie adesioni nel territorio della Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles. A capo di quell’Ordinariato - con funzioni paragonabili a quelle di un vescovo diocesano - il Papa ha posto il reverendo Keith Newton, che è sposato e ha tre figli. Newton è venuto ultimamente a Roma in pellegrinaggio con un centinaio di aderenti all’Ordinariato e ha avuto un breve incontro con il Papa «ma purtroppo - ha detto in un’intervista - mia moglie non era presente: lei è un’insegnante, quindi non poteva restare tutta la settimana a Roma». Il secondo Ordinariato personale è stato eretto negli Usa nel gennaio di quest’anno: si chiama The Chair of Saint Peter (La Cattedra di San Pietro) e a suo ordinario è stato chiamato il reverendo Jeffrey Steenson che ha 59 anni, anche lui è sposato e anche lui ha tre figli. Al primo di questi Ordinariati hanno aderito - fino a oggi - 57 preti e tre diaconi, mentre i fedeli laici sono un migliaio. Previsioni più generose si fanno per il secondo Ordinariato, quello statunitense: a esso dovrebbero aderire un centinaio di preti e forse duemila laici. Altri Ordinariati sono allo studio per l’Australia e per il Canada. I motivi del conflitto interno alla Comunione anglicana e del passaggio di alcuni gruppi alla Chiesa Cattolica sono molti e tutti ruotano intorno alle “innovazioni” rispetto alla tradizione che sono state introdotte negli ultimi decenni in casa anglicana: l’ordinazione sacerdotale ed episcopale delle donne, l’ammissione al sacerdozio e all’episcopato di omosessuali dichiarati e viventi in coppia omosessuale, la “benedizione” del matrimonio omosessuale. Le donne vescovo che dovrebbero arrivare dopo il voto di luglio nella Chiesa d’Inghilterra ci sono già in diverse comunità anglicane di altri paesi. www.luigiaccattoli.it

e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Orio Caldiron, Anna Camaiti Hostert, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse Seregni Roma s.r.l. Viale Enrico Ortolani 33-37 00125 Roma Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Unione di Centro per il Terzo Polo

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 06.69924088 - 06.6990083 Fax. 06.69921938 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it

Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30



2012_03_14