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Niente è più pericoloso di un’idea quando si ha un’idea sola e non si vuole cambiarla Émile Auguste Chartier

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 3 NOVEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Riunioni fiume e Cdm notturno per decidere le «proposte choc», dalla patrimoniale al prelievo forzoso

Un governo per salvare l’Italia Febbrili consultazioni del Colle per cercare una “larga condivisione” Napolitano convoca i leader politici di Pd, Terzo polo e Pdl (ma sente anche Giulio Tremonti). Bossi invece “spernacchia” Monti. E Berlusconi minaccia chi avesse intenzione di votargli contro Comincia il G20. Prima un vertice-esame per noi e la Spagna

Cartellino rosso ad Atene, giallo a Roma e Madrid La mossa avvelenata di Papandreou, la crisi di credibilità italiana, le incertezze spagnole: a Cannes si parte con un «processo» ai Paesi a rischio. E Obama chiede «una soluzione all’unanimità» per evitare ulteriore contagio

di Riccardo Paradisi

Enrico Singer • pagina 6

IL PREMIO NOBEL

L’OPINIONISTA DEL WEEKLY STANDARD

Europa e Usa, avete perso la testa

Pechino, rimetti a noi i nostri debiti

di Joseph Stiglitz

di Christopher Caldwell

olo pochi anni fa, la fede in un’ideologia – quella in un libero mercato senza vincoli – aveva condotto il mondo sull’orlo della rovina. Anche durante gli anni d’oro, dai primi anni Ottanta fino al 2007, il capitalismo con poche regole aveva portato benessere reale solo ai ricchi del Paese più ricco del mondo. Ma il tasso di crescita del Pil statunitense non era più economicamente sostenibile. a pagina 7

leader dell’Unione europea si sono incontrati lo scorso mercoledì 26 ottobre, per risolvere i problemi finanziari una volta per tutte. All’alba del mercoledì, sono venuti fuori con un documento che assomigliava al budget di Obama – trasparente sui propri obiettivi e aspirazioni, opaco su come intende raggiungerli. C’è una ragione per questo e sta nel fatto che questi obiettivi e aspirazioni stanno diventando sempre meno realistici. a pagina 8

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ROMA. Formalmente, non sono state vere e proprie consultazioni, ma di fatto ieri tutti sono saliti al Colle, chiamati a raccolta dal presidente Napolitano. Non solo i leader del Pd e del Terzo Polo, ma anche rappresentanti della maggioranza, da Tremonti a Alfano. Il nodo da sciogliere è: questo esecutivo ha ancora i numeri per governare? E se no, esistono delle alternative? La domanda si rende obbligatoria alla luce di nuovi abbandoni da parte di esponenti del Pdl. Al punto che Berlusconi ha minacciato: «Voglio vedere in faccia chi mi tradirà». Da parte sua, il premier ha passato il giorno in ennesime, estenuanti trattative (con Bossi, Tremonti e il suo nuovo ideologo Brunetta) in cerca di qualcosa da portare al G20. a pagina 2

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FLESSIBILITÀ E SOLIDARIETÀ

Una modesta proposta per cambiare (in pace) il mercato del lavoro di Rocco Buttiglione no dei temi del giorno è i licenziamenti facili. Anche un bambino capisce che se si comincia cosí, non si finisce da nessuna parte e non si fa nessuna riforma del mercato del lavoro. I licenziamenti, come è ovvio, non piacciono a nessuno, vorremmo non vederne mai e a nessuno viene in mente che sia una cosa buona rendere i licenziamenti facili. Sul tema del mercato del lavoro il governo ha già perduto la battaglia della comunicazione. Peccato, perché di una riforma del mercato del lavoro c’è bisogno. a pagina 4

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Il rapporto annuale di Caritas e Migrantes è pieno di novità (e sorprese) sul nostro futuro

Sono cinque milioni i nuovi italiani Giovane e di origine europea: radiografia dell’immigrazione di Sergio Valzania iovedì scorso, 27 ottobre, è stato presentato in trenta città italiane il 21esimo rapporto di Caritas e Migrantes sulla situazione dell’immigrazione nel nostro Paese. Il Dossier Statistico Immigrazione 2011 costituisce il più completo documento elaborato in Italia per analizzare e comprendere il

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

fenomeno sociologico e geopolitico che ha caratterizzato gli ultimi due decenni della nostra storia. Gli immigrati in Italia arrivano ormai a sfiorare i cinque milioni di persone, che rappresentano il 7,5 per cento dei residenti nel nostro Paese. È una popolazione giovane, la cui età media è di dodici anni più

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

bassa di quella dei cittadini italiani. Tantissimi i giovani in età scolare, più di 700mila, e fra di essi una larga maggioranza è rappresentata da bambini nati in Italia, per i quali la nostra legislazione non prevede il diritto alla cittadinanza. a pagina 10

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto Situazione sempre più precaria: altri cinque deputati di maggioranza pronti a dire addio. E Berlusconi minaccia: «Mi sfiducino!»

Il governo ombra

Napolitano pensa al futuro chiamando al Colle Terzo Polo, Pd e Pdl Bossi si limita a fare pernacchie: «Rivoluzione se toccate le pensioni» il commento di Riccardo Paradisi

’è ancora la maggioranza? Si certo la macchina dell’esecutivo tra sbandamenti e tensioni interne continua a camminare nel tentativo di restare sulla strada degli obiettivi imposti da Unione e Bce ma il motore potrebbe essere già spento. E il movimento residuo destinato a esauristi. Il rischio per il governo è proprio questo dopo l’addio di Roberto Anontione, già coordinatore nazionale di Forza Italia e sottosegretario agli Esteri e quello di Luciano Sardelli, già componente del gruppo dei Responsabili passato al misto a cui potrebbero aggiungersi altri deputati ancora in maggioranza ma seriamente tentati a rompere gli indugi. Se questo dovesse accadere la maggioranza semplicemente non ci sarebbe più.

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Teoricamente ovvio, perché la controprova sarebbe un voto di fiducia su cui il governo Berlusconi sarebbe costretto a lasciare. E il premier non vuole saperne d’una presa d’atto diversa dalla sfiducia: ha già detto infatti che solo in questo caso lui accetterebbe l’evidenza che è arrivato il momento di lasciare la presa: «Vado avanti – ha detto a una riunione a Palazzo Graziolo con gli ex Fli Urso e Ronchi – mi presento davanti al Parlamento e

Il premier non ha credibilità: il Paese non può più pagare questo costo

Un esecutivo di larghe intese per recuperare la fiducia di Riccardo Paradisi periamo che il governo italiano la pensi come il presidente Napolitano. Sono parole di pochi giorni fa del portavoce del governo tedesco, poco prima dell’ultima cadauta a precipizio di questi giorni. È ormai evidente che l’affidabilità internazionale del nostro Paese risiede tutta nel Capo dello Stato. E proprio di credibilità abbiamo bisogno, dato che è del tutto evidente che nella crisi finanziaria internazionale e nei problemi del debito europeo esiste e si innesta una particolare crisi tutta italiana, che è quella della credibilità di questo governo e della politica. Un governo e una politica indecisi a tutto, inaffidabili, una maggioranza senza sostanza e senza numeri che non è in grado di portare avanti neanche la normale amministrazione, figuriamoci prendere le misure severe e amare che possano riportare in carreggiata il nostro Paese. È chiaro a chiunque che la permanenza di Berlusconi alla presidenza del Consiglio rappresenta un ostacolo per l’Italia. Berlusconi è ormai palesemente parte del problema, non certo della soluzione. La sua permanenza e quella di un governo così debole non è più un problema politico, ma è un problema economico-finanziario: costa dei soldi a ciascun italiano, spinge più a fondo la crisi. C’è un deficit di fiducia interna-

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zionale sulla capacità dell’Italia di pagare i suoi debiti: non perché costituiscano un problema irrisolvibile, ma perché manca la fiducia nel debitore. È il vecchio esempio del «comprereste un’auto usata da quest’uomo?», attualizzato nel «comprereste titoli di stato dal governo Berlusconi?». Di fronte a questa situazione che costa lacrime e sangue a ciascuno di noi, e davvero non so quanto altro si possa spendere, la via di uscita principale è riguadagnare credibilità. Come? Con le risorse che abbiamo. Cioè con un governo di larghe intese, una grossa coalizione che metta in secondo piano gli interessi di parte e metta invece al primo posto la salvezza dell’Italia. Un governo che abbia la forza di procedere davvero a quelle riforme di cui tutti parlano ma che nessuno da solo è mai riuscito a fare. Un governo che abbia come linea programmatica la realizzazione degli impegni presi con Ue e Bce e al contempo abbia la forza di realizzarli nella loro vera essenza e senza la macelleria sociale che è la scorciatoia di chi è nei guai. Un governo forte, capace di prendere le misure necessarie e di portarle a compimento per migliorare la condizione degli italiani. Un governo che abbia la sua ispirazione nell’alta garanzia del Capo dello Stato. Perché di esso ci si possa fidare.

agli italiani traducendo in atti concreti la lettera che ha avuto l’approvazione dell’Ue. E voglio vedere chi avrà il coraggio di venirmi contro, chi sarà così irresponsabile da non appoggiare il governo rispetto a leggi così importanti per il Paese e sulle quali abbiamo preso impegni precisi con l’Europa». Berlusconi ha detto di avere in grande considerazione il lavoro del Capo dello Stato «Ha mostrato un grande equilibrio e si è comportato ancora una volta con me in modo assai affidabile, avendo a cuore il bene del Paese e con grande senso dello Stato. Il suo ragionamento è stato molto corretto».

Nessun accenno a governi tecnici o a dimissioni anzi Berlusconi porta al consiglio dei ministri un decreto con le misure più urgenti contenute nella lettera all’Ue. Ma Berlusconi è anche cosciente della precarietà e delle divisioni della sua maggioranza. E sa che se le defezioni dovessero aumentare la credibilità dell’attuale governo scenderebbe a zero, l’incardinamento dei provvedimenti da attuare non avrebbe nessuna capacità persuasiva sugli attori della crisi internazionale ed europea. Per questo è in corso una pressione formidabile nei confronti di quella pattuglia di deputati pronti all’esodo verso terzo polo e gruppo misto ma soprattutto verso una nuova maggioranza allargata tacitamente


tempesta sull’euro

3 novembre 2011 • pagina 3

l’intervista

L’anticamera della Terza Repubblica Parla Paolo Pombeni: «Il premier teme l’unità nazionale: sarebbe la fine del bipolarismo» di Franco Insardà

ROMA. «Quello di Napolitano è certamente un atto poco consueto, ma di grande responsabilità e non un tentativo di entrata a gamba tesa». Ne è convinto Paolo Pombeni, professore di professore di di Storia contemporanea dell’Università di Bologna. Professore, siamo alle consultazioni preventive... Credo che siamo a una doverosa presa in carico di una situazione. Una persona sensibile come il presidente della Repubblica penso che si sia posto il problema di non poter non intervenire. Non si tratta di andare oltre la Costituzione. Direi proprio di no. Siamo in emergenza e la Carta costituzionale non prevede un’ipotesi del genere e c’è sempre uno spazio per la creatività politica. Al di là degli aspetti costituzionali, che Paese è quello che chiede al presidente della Repubblica di sostituirsi all’esecutivo ? È senza dubbio un Paese in grave crisi, bloccato nella sua capacità di decidere e chiede all’arbitro di spronare i giocatori a fare il proprio dovere. Che cosa potrebbe fare il presidente Napolitano per superare lo stallo? In realtà ben poco, se non un appello morale al Paese perchè eserciti quella funzione di pressione sulla classe politica a farsi carico di questa situazione così complicata. Mi sembra che questo rientri nei doveri di rappresentanza del

auspicata dal presidente della Repubblica Napolitano. La cui nota di martedì, in cui si chiedono decisioni urgenti condivise, viene letta dalla maggioranza come l’auspicio di una corresponsabilità di entrambi i fronti politici sui provvedimenti anticrisi – una prova da fornire con estrema urgenza prima del G20 – mentre dall’opposizione viene interpretata come lo start-up presidenziale a un governo di salvezza nazionale alternativo a quello di Berlusconi. Non a caso dicono dall’opposizione il presidente della Repubblica ha verificato le condizioni di una nuova maggioranza in un giro di consultazioni con il segretario del Pd Bersani e il leader dell’Udc Casini. «L’Udc – dichiara Cesa – è pronto a dare il suo contributo, ma Berlusconi deve rendersi conto che tutto il mondo lo considera il problema, non la soluzione».

capo dello Stato, esplicitando la richiesta che viene dalle grandi associazioni di categoria, dai principali giornali e dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Napolitano non fa altro che dare una rappresentanza unitaria a questo sentimento comune e diffuso. L’unico che resiste cocciutamente è Berlusconi e la sua maggioranza? Direi che la spiegazione l’ha data il ministro Rotondi: se cade questo governo pochi dei parlamentari della maggioranza sono sicuri di essere rieletti. E per loro vale la regola: ”muoia Sansone con tutti i Filistei”.

Un governo di responsabilità avrebbe sicuramente reso questa crisi meno drammatica

Ci sono le condizioni per quello che un tempo si chiamava il governo del presidente? Le condizioni oggettive ci sono, perché è esattamente quello di cui il Paese ha bisogno. Occorre cioè un governo di altissimo profilo che metta al riparo i partiti da un eccessivo coinvolgimento, evitando imbarazzi politici. Manca, però, una condizione essenziale: un Parlamento disposto a sostenere questo progetto. Basta leggere le dichiarazione dei vari Bossi, Di Pietro e compagnia.

Tutto dipende dagli indecisi e sono noti i nomi dei traballanti ai quali è ormai chiaro che per questa maggioranza è arrivato il momento del game over politico. Antonio Milo sembra in procinto di aderire all’Udc. E così Roberto Marmo, Giuseppe Gianni, Michele Pisacane tutti ex responsabili. E poi Giustina Destro e Fabio Gava che nell’ultimo voto hanno negato la fiducia a Berlusconi. Ma addirittura viene data come tentata dalla dottrina del passo indietro e dell’allargamento della maggioranza anche Isabella Bertolini per la quale un governo di larghe intese sarebbe l’unico modo per superare i diktat imposti dalla Lega a ogni provvedimento sulla riforma pensionistica. Sulla stessa linea il deputato Pdl Guglielmo Picchi che pone condizioni per un suo eventuale voto di fiducia a tutt’oggi impossibili: «Berlusconi deve presentarsi al G20 con

Ma Napolitano non perde occasione di richiamare partiti alla condivisione delle misure di crisi. Perché non si va oltre gli auspici? Quando la casa brucia non c’è da andare troppo per il sottile. Ci sono, però due problemi che tengono bloccata la situazione. Il primo è che tutti pensano che prima o poi si andrà a votare e Papandreu ha fatto la cosa migliore rimettendosi alla decisione del popolo per porre fine a qualsiasi discussione. Inoltre nessuno pensa che un governo tecnico possa durare fino alla fine della legislatura e sono tutti terrorizzati delle ricadute elettorali. Come se ne esce? Il governo tecnico di alto profilo diventerà necessariamente politico, perché dovrà chiedere alla gente quella fiducia che difficilmente potrà ottenere dal Parlamento. Si creerebbe una sorta di effetto De Gaulle, quando fu chiamato a salvare la IV Repubblica, ma in realtà lui chiese il sostegno popolare per far nascere la V. E da noi che cosa succederebbe? È difficile avere un governo che chiede lacrime e sangue, senza che si convinca la gente che è l’unica soluzione praticabile. È chiaro quindi che si tratterà di fare un discorso politico e questo governo diventerà l’anticamera della Terza Repubblica. Tutti se ne sono resi conto e sono terrorizzati da questa evenienza. Il Cavaliere sembra più interessato alle elezioni anticipate? Da “bravo” demagogo ritiene che

un decreto legge che contenga gli impegni presi in sede Unione Europea. Il decreto dovrebbe contenere liberalizzazione delle professioni, dei servizi pubblici locali, dismissione degli asset non strategici ed immobiliari degli enti locali e dello stato centrale, accordo con la Svizzera sulla

ci possa essere più spazio per sfruttare le paure e per le sue abilità propagandistiche. Il governo tecnico lo metterebbe nella peggiore situazione possibile. Da quasi due anni Pier Ferdinando Casini sottolinea la necessità di un governo di unità nazionale. Se fosse stato formato prima, forse avremmo evitato la vendetta dei mercati? Non c’è dubbio. Un governo di unità nazionale avrebbe sicuramente reso questa crisi meno drammatica, perché si sarebbe capito che esiste un Paese dove non si fa i furbi. Con quale credibilità si può presentare a un consesso internazionale un governo il cui ministro dell’Economia, la sera precedente, ha partecipato alla festa della zucca con Bossi? Si tratta di messaggi non verbali che hanno una loro importanza. Quale può essere il ruolo delle opposizioni? Berlusconi è stato bravo a mettere le opposizioni in una condizione difficilissima. Non hanno capacità di leadership, sono divisi tra di loro e lo stesso Pd è frammentato.

un passo indietro e lasciare spazio a un governo di grandi intese, il solo che può prendere le misure indispensabili per il paese: dalla patrimoniale alle pensioni di anzianità, cose che con questa maggioranza – dice Sardelli a liberal – non si possono fare di sicuro. C’è la Lega, ci sono i veti in-

Tentata dalla dottrina del passo indietro e dell’allargamento della maggioranza anche Isabella Bertolini per la quale un governo di larghe intese sarebbe l’unico modo per superare i diktat leghisti tassazione dei capitali esteri, età pensionabile e riforma del pubblico impiego. Tali manovre saranno impopolari, ma sono necessarie per dare una speranza al nostro paese». Per Sardelli invece sono scaduti anche i tempi supplementari: Berlusconi, secondo l’ex esponente dei Responsabili, deve fare

crociati, c’è una terribile situazione di impasse. Si tratta di aprire una fase nuova, di avere un progetto concreto che si sottopone anche al Pdl e cui si chiede di parteciparvi. Del resto come si fa a non capire che non si può governare una fase critica come questa con la logica del rappezzamento continuo o del recupero

dell’incerto? È una follia», chiosa Sardelli. A ogni riforma sulle pensioni e ad ipotesi di governo tecnico Bossi in sobrio combinato disposto mostra prima il dito medio e poi fa una pernacchia. Poi minaccia: «Se togliamo le pensioni ai lavoratori che hanno sempre lavorato per dare i soldi a Roma’scoppia la rivoluzione».

Insomma solo una maggioranza ampia, trasversale, politica e tecnica al tempo stesso potrà fare quello che purtroppo deve essere fatto. Come la manovra sulla previdenza o la patrimoniale, per esempio. La pressione sull’Italia a fare presto è enorme. Stamattina in un prevertice del G20 di Cannes i leader dei Paesi di Eurolandia – Italia, Francia e Germania, più la Spagna – si incontreranno con i vertici dell’Ue e con gli Usa, che chiedono unanimità all’Europa. Un gioco più grande della politica italiana.


pagina 4 • 3 novembre 2011

tempesta sull’euro

Bisogna modificare le regole migliorando le condizioni di tutti e dando anche alle aziende la possibilità di affrontare la crisi

La riforma per lavorare

Tre proposte per cambiare il mercato: contratti atipici contro lavoro nero e precariato; indennità di disoccupazione pari all’ottanta o novanta per cento dell’ultimo salario; veri corsi di orientamento e formazione professionale di Rocco Buttiglione no dei temi del giorno è i licenziamenti facili. Anche un bambino capisce che se si comincia cosí, non si finisce da nessuna parte e non si fa nessuna riforma del mercato del lavoro. I licenziamenti, come è ovvio, non piacciono a nessuno, vorremmo non vederne mai e a nessuno viene in mente che sia una cosa buona rendere i licenziamenti facili. Sul tema del mercato del lavoro il governo ha già perduto la battaglia della comunicazione. Peccato, perché di una riforma del mercato del lavoro c’è bisogno. Bisogna dire che il governo se la è cercata. Nessuno gli chiedeva di affrontare questo tema proprio adesso. Quello che la Bce ci chiedeva era una altra cosa. La Bce ci chiedeva di abolire le pensioni di anzianità. È, questo, un tema di cui si discute in Italia da molti anni.Tutti, anche i sindacati, sono d’accordo in linea di principio. La riforma, in realtà, è già stata fatta con

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legge dello stato. La sua attuazione, però, è stata diluita su di un gran numero di anni. Si trattava solo di anticipare i tempi della riforma: era la cosa giusta da fare. Non la abbiamo fatta perché non piace ad Umberto Bossi. Dopo essersi agitati per una settimana sull’orlo della crisi di governo gli esponenti della maggioranza hanno deciso di offrire alla Banca Centrale Europea qualcosa di alternativo in cambio della rinuncia all’anticipo della riforma pensionistica. Questo qualcosa è stata la riforma del mercato del lavoro.

È stata una scelta sbagliata per molte ragioni. La prima la abbiamo già detta. Non è una riforma matura. Non se ne è parlato con il sindacato. Non c’è stata una discussione pubblica capace di preparare la pubblica opinione. Per le organizzazioni dei lavoratori è una vera e propria provocazione e la risposta sarà, giustamente,

durissima. La seconda ragione per cui il governo è in torto è che nel migliore dei casi non è chiaro il suo disegno. Nel peggiore, il governo vuole solo la libertà di licenziare. Sia Karl Marx che Leone XIII ci hanno insegnato che il lavoro umano non è una merce come tutte le altre che liberamente si vende e si compra sul mercato. Libertà di licenziamento significa proprio questo. Il lavoro è una merce come tutte le altre e chi

Deve essere lo Stato a farsi carico della solidarietà sociale

se ne frega del fatto che al lavoro è attaccato indissolubilmente l’uomo che ha bisogno di lavorare e senza il lavoro può anche morire di fame insieme con la sua famiglia? Tutta la storia del movimento dei lavoratori è un unico sforzo per sottrarre il lavoro alla sua condizione di merce e adesso ci si propone qualcosa che sembra a prima vista la negazione di tutta quella storia. Immaginiamo però che il governo non voglia semplicemente la libertà di licenziare. Conosco il ministro Sacconi e non credo che questo possa essere il suo disegno. Che caratteristiche deve avere una riforma del mercato del lavoro che lo renda più efficiente al servizio dei lavoratori e delle imprese e che generi alla fine più posti di lavoro e posti di lavoro migliori?

Il nostro sistema di protezione dei lavoratori è centrato sulla difesa del posto di lavoro e non sulla difesa del lavoratore.

Bisogna passare da un sistema centrato sulla difesa del posto di lavoro ad un sistema centrato sulla difesa del lavoratore. Perché non funziona il nostro sistema? Per cominciare, abbiamo milioni di lavoratori che non hanno un posto di lavoro. Non voglio parlare qui dei disoccupati. Voglio parlare di tutti i giovani che lavorano con dei contratti cosiddetti atipici, cioè i precari. Questi lavoratori possono essere licenziati liberamente. Peggio: ufficialmente non sono lavoratori dipendenti ma sono equiparati ai liberi professionisti con contratti a scadenza. Quando scade il contratto si estingue il rapporto di lavoro. C’è perfino la ipocrisia di interdire che alla scadenza del contratto se ne faccia subito un altro. Se ci fosse subito l’altro contratto, allora sarebbe evidente che si tratta in realtà di un contratto di lavoro dipendente mascherato. E allora il giovane lavoratore deve intervallare fra due periodi di lavoro


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Lo spread tra i Btp e Bund a 440 punti. Boccata d’ossigeno per le Borse

Il contagio si diffonde fino al cuore dell’industria Sotto la soglia critica l’indice sulle Pmi dell’eurozona. Le imprese iniziano già a sentire la stretta creditizia di Francesco Pacifico

ROMA. Dopo i 219 miliardi bruciati 24 ore occupati totali. Di esse il 91,8 per cento ha meprima le Borse riescono a registrare un piccolo rimbalzo. Flebile perché Milano chiude in positivo dello 2,31 per cento, mentre Parigi segna un +1,38, Francoforte un+2,25 e Madrid un +0,06. Stabile Atene (-0,16)

Un’incertezza ben rappresentata dagli acquisti (e dalle vendite) sui titoli di Stati. Lo spread tra il decennale tedesco e il Btp è risalito a quota 440,9 punti, portando il rendimento al 6,249 per cento. Quello sui Bonos spagnoli scende a 368,6 punti. Sale a 128, ormai oltre il doppio della media, il differenziale tra il Bund e l’Oat francese. Deflagra invece l’interesse sui titoli greci a due anni e tocca il record storico del 96,70 per cento. Ma più delle promesse di Berlusconi e dei referendum greci i mercati sembrano preoccuparsi dello stato di salute delle piccole e medie imprese. Non a caso ieri mattina, mentre gli operatori compravano a manetta titoli bancari ai minimi dopo le perdite dei giorni scorsi – e i Europa tutti i listini erano in fase di rimbalzo – il sentiment generale è mutato appena è stata diffuso l’indice Pmi di Markit dell’Eurozona. E il dato è di gran lunga peggiore rispetto alle già nere previsioni degli esperti. A ottobre l’indice sul settore manifatturiero dei diciassette è sceso a quota 47,1 punti contro i 48,5 di settembre. Gli analisti ipotizzavano 47,3 punti, fatto sta che l’area segna la terza flessione consecutiva e si allontana dalla soglia psicologica dei 50 punti, sotto la quale si prospettano stagnazioni. Le cose non vanno meglio in Germania, motore del Vecchio continente e seconda economia esportatrice al mondo. Ieri l’associazione di categoria ha segnalato che a settembre gli ordini alla meccanica si sono fermati al +1 per cento tendenziale, contro il 14 registrato a agosto. In quest’ottica si comprende perché oltre il Reno il Markit di ottobre è sceso a quota 49,1 punti. Erano due anni, dal settembre 2009, che a Berlino non registravano un segno meno. In Italia l’appesantimento sul debito sovrano spinge l’indice a 43,3 punti. Un vero crollo se si pensa che 30 giorni prima si era a quota 48,3 punti. Il Markit Pmi è un indicatore importante perché in Europa il 99,8 per cento delle imprese (23 milioni) ha meno di 249 addetti ed assorbe il 67,4 per cento degli

no di 9 dipendenti. Circa il 60 per cento del Pil complessivo dell’area viene prodotto da queste realtà, anche perché lavorando spesso come contoterziste sono meno soggette alle direttrici dei commerci, quindi a una concorrenza legata sostanzialmente alla competitività e ai picchi di produzione. Ma a leggere in filigrana i dati diffusi ieri s’intravede quello spettro temuto dai più e rilanciato in Italia da Giovanni Bazoli: un credit crunch, una chiusura dei rubinetti all’economia reale, conseguente alle difficoltà di funding dei maggiori gruppi. Nel Rapporto sulla stabilità finanziaria diffuso ieri dalla Banca d’Italia, si legge che «il credito potrebbe rallentare in misura più decisa qualora le difficolta’ di accesso ai mercati all’ingrosso da parte delle banche dovessero persistere le cui stime ipotizzano una graduale trasmissione dei recenti rialzi dei rendimenti sui titoli pubblici ai tassi bancari». Quindi, entrando più nello specifico, si aggiunge che «la dinamica del credito alle imprese, attualmente sostenuta, fletterebbe leggermente nel 2012», mentre resterebbe inalterata la quantità di impieghi destinati alle famiglie.

Bankitalia avverte: i tassi bancari potrebbero seguire gli alti rendimenti registrati dal debito sovrano

Non a caso ieri la Bce ha segnalato che i depositi overnight degli istituti di credito presso lo sportello ufficiale sono aumentati, raggiungendo quota 229,066 miliardi dai 216,878 miliardi di lunedì. Sempre 48 ore fa i prestiti chiesti dalle banche alla Bce sono diminuiti a 1,317 miliardi dai 3,261 miliardi della seduta precedente. Persistono dunque le tensioni sull’interbancario, con il settore banche che preferisce parcheggiare il proprio denaro a Francoforte – anche se a condizioni meno convenienti – piuttosto che prestarselo a vicenda con rendimenti più alti. Una situazione che soltanto il neopresidente della Banca centrale, Mario Draghi, potrà risolvere abbassando i tassi d’interessi. Ma a quanto pare il governatore aspetterà dicembre per ritoccare i saggi. Forse troppo tardi secondo gli attori dell’economia reale.

un congruo periodo di disoccupazione. Il primo problema che noi abbiamo è quello di dare a tutti i lavoratori un posto di lavoro. Perché le imprese si rifiutano di dare ai giovani normali contratti di lavoro a tempo indeterminato? Le aziende dicono (e non hanno tutti i torti) che in Italia il rapporto di lavoro è praticamente indissolubile. Immaginiamo che una azienda operi in un settore in cui una innovazione tecnologica renda obsoleto il vecchio modo di produrre e la vecchia organizzazione del lavoro. Quella azienda deve ristrutturarsi o perire. Nella ristrutturazione scompaiono vecchie qualifiche e vecchie mansioni e molti posti di lavoro vengono cancellati. Se si ristruttura per tempo una parte dei posti di lavoro verranno salvati ed altri nel tempo verranno creati. Se non lo si fa, andranno perduti tutti insieme alla azienda. Casi del genere sono più frequenti di quello che si pensa perché nuove invenzioni vengono continuamente applicate alla produzione ed il processo di ristrutturazione è praticamente continuo. È a questa ristrutturazione continua che siamo debitori della crescita della produttività e, infine, della nostra ricchezza.

Anche peggiore è la situazione in quei casi, anche essi frequenti, in cui una impresa produce articoli a basso contenuto tecnologico che adesso vengono fatti a prezzi molto più convenienti da paesi in cui il costo del lavoro è molto più basso. Qui l’impresa italiana non può sopravvivere. In tutti questi casi, l’imprenditore può trovarsi nella condizione oggettiva di dover licenziare. Il problema non è se i licenziamenti avranno luogo oppure no ma se avranno luogo subito, dando alla azienda la possibilità di adeguarsi alle mutate condizioni del mercato o più tardi con il rischio forte do mandare in rovina l’azienda e con essa tutti i posti di lavoro. Cosa può fare un imprenditore per evitare di trovarsi nella situazione di chi deve licenziare ma non lo può fare? Si può rinunciare a crescere. Molte aziende italiane rinunciano ad ingrandirsi perché non vogliono assumersi la responsabilità di personale che, in caso di difficoltà, non potrebbero licenziare. Si può assumere in nero ponendosi fuori della legalità ed esponendosi ai ricatti della malavita organizzata. Si può assumere usando i contratti atipici di cui prima abbiamo parlato. Per i lavoratori atipici, un contratto di lavoro a tempo indeterminato anche senza la protezione contro il licenziamento sarebbe un passo avanti straordinario. Non toglierebbe diritti ma ne darebbe. Uno scambio caduta della illicenziabilità contro fine del precariato sarebbe una offerta che

alla fine il sindacato non potrebbe rifiutare.

Abbiamo visto la situazione dal punto di vista dell’imprenditore che deve licenziare. Proviamo adesso a vederla dal punto di vista del lavoratore che deve essere licenziato. Il fatto che la licenziabilità facile sia la contropartita della fine del precariato è probabile che non lo consoli più di tanto. Lui sa che ieri aveva un posto di lavoro e domani non lo avrà più. Come farà per mantenere la sua famiglia? Per capire quello che dobbiamo fare, basta guardare ai paesi che la riforma del mercato del lavoro la hanno già fatta. Dobbiamo istituire una vera e solida indennità di disoccupazione pari all’ottanta o novanta per cento dell’ultimo salario. Dobbiamo offrire al lavoratore un serio orientamento professionale per fargli sapere dove nascono nuovi posti di lavoro che consentono di valorizzare il suo patrimonio di competenze professionali. Dobbiamo dargli una formazione professionale di qualità che integri il suo patrimonio di conoscenze rendendolo spendibile sul nuovo posto di lavoro, dobbiamo accompagnarlo da posto di lavoro a posto di lavoro, dal posto di lavoro che perdeva a quello nuovo che trova. Oggi il compito della solidarietà verso il lavoratore minacciato dalla disoccupazione è tutto sulle spalle dell’impresa a cui si chiede di non licenziare. Un sistema nuovo deve lasciare libera l’impresa di adattarsi a un mercato sempre più mutevole e competitivo ma deve sostituire il sostegno dato fino ad ora dall’impresa attraverso il posto di lavoro con il sostegno dato dallo stato e da tutta la società con l’indennità di disoccupazione, l’orientamento e la formazione professionale. Questo scambio di sostegni nuovi efficienti contro sostegni vecchi inefficienti conviene ai lavoratori. Da Ichino a Nedo Poli a Cazzola, chi si occupa seriamente di questi problemi lo fa in questa ottica. Ma è questa la ottica del governo? Non lo sappiamo. Lo scambio che il governo ha proposto all’Europa - riforma del mercato del lavoro contro riforma delle pensioni – non solo perché non è maturo, ma anche per un altro motivo. La riforma che noi vogliamo è una riforma che costa. Costa l’indennità di disoccupazione. Costa l’orientamento professionale. Costa l’istruzione professionale degli adulti. Certo, qualcosa si potrebbe recuperare dagli strumenti attuali di protezione dei lavoratori che verrebbero messi in pensione. Il nuovo sistema, però, costa (molto) più di quello vecchio. La riforma delle pensioni portava risorse, quella del mercato del lavoro le risorse le chiede. Come conta di fare il governo per finanziarla?


tempesta sull’euro

pagina 6 • 3 novembre 2011

Angela Merkel: «La Grecia faccia chiarezza». Ma il referendum va avanti. E rischia di minare la stabilità europea

Eurothriller

La mossa avvelenata di Papandreou, la crisi di credibilità di Berlusconi, le incertezze spagnole: oggi a Cannes si apre un G20 cruciale per il futuro di tutto l’Occidente. In attesa che la Cina compri i debiti di mezza Europa di Enrico Singer er il vertice del G20 che si apre oggi a Cannes, Nicolas Sarkozy – che ha la presidenza di turno del gruppo dei venti Paesi più influenti del globo – aveva immaginato una vigilia ben diversa. Voleva cercare nuove alleanze attorno alla sua proposta di quella Tobin tax sulle transazioni finanziare che è, e resta, per lui uno dei piatti forti del summit: la sua personale battaglia per far passare, almeno tra i diciassette Paesi di Eurolandia, contro la volontà degli Usa, della Gran Bretagna e delle maggiori economie emergenti, Cina e India in testa, una tassa che considera «decisiva» sia per la riforma della finanza internazionale che per trovare risorse in tempo di crisi e per combattere la povertà. Ma ci si è messo di mezzo il referendum indetto da Papandreou sulle condizioni del piano di salvataggio europeo della Grecia e, ancora una volta, un’emergenza ha fatto saltare tutti i programmi imponendo l’ennesimo consulto speciale dal direttorio guidato “Merkozy”. Angela Merkel è arrivata a Cannes alle 17,30 e, poco dopo, sono arrivati Herman van Rompuy e José Manuel Barroso – i due presidenti delle istituzioni centrali della Ue – con il Direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde. Mario Draghi è rimasto a Francoforte dove ha presieduto per la prima volta il board della Bce: oggi sarà presente alla riunione del G20, ma ieri si è fatto rappresentare da un suo inviato.

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Poi, soltanto alle 20,30, è stato ammesso nella sala del Palais des Festivals e des Congrès anche il premier greco che ha cercato di rassicurare tutti sulle sue intenzioni: non una mossa per rovesciare il tavolo, ma il tentativo di raccogliere consenso attorno a misure impopolari.Tra le due fasi di questo convulso pre-vertice, alle 19 in punto, Sarkozy ha avuto anche il tempo per una rapida cena di lavoro con il presidente cinese, Hu Jintao, dal quale

n un’Europa libera e democratica la notizia non è di tutti i giorni e non può non suscitare qualche perplessità. Una dichiarazione del ministro della Difesa greco rende noto che il Governo Papandreou, sempre più in difficoltà per la crisi che rischia di travolgerlo, ha azzerato i vertici militari. Lo ha fatto nell’ambito delle sue prerogative, attraverso una regolare convocazione del Consiglio di Sicurezza, nel corso del quale ha sostituito, con il capo di stato maggiore della Difesa, anche quelli di Esercito, Marina e Aeronautica. Subito dopo, fonti della Difesa si sono affrettate a riferire che il cambio era previsto da tempo, ma è ovvio che in un paese come la Grecia – e accadrebbe ovunque – un evento così drastico e senza commenti ufficiali lasci spazio a tutta una ridda di dubbi e di ipotesi, tanto che l’opposizione critica ferocemente l’iniziativa. Dopo l’annuncio a sorpresa del referendum popolare sui contenuti del pacchetto di salvataggio, que-

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Perché Atene ha “silurato” i vertici militari

Stavolta il golpe è alla rovescia di Mario Arpino sto è il secondo “fulmine a cielo (non) sereno” che colpisce non solo l’opinione pubblica nazionale, ma anche quella europea, già scossa per il primo evento. In effetti, la situazione interna greca appare al momento alquanto confusa, sebbene sul referendum il governo abbia dato pieno sostegno al premier. Perplessità e defezioni hanno ridotto al minimo la tenuta del Governo, che si sta reggendo su due soli voti, e non è escluso che valutazioni su un eventuale dissenso dei militari, che in Grecia – anche se non siamo più al tempo dei “colonnelli”– hanno la fama di essere piuttosto duri in presenza di esecutivi deboli e di sinistra, abbiano premuto sul-

l’acceleratore di questo avvicendamento dei vertici.

Qualcuno potrebbe intravedere condizioni di debolezza analoghe a quelle della metà degli anni Sessanta, quando, dopo il colpo di stato del 21 aprile 1967, il colonnello Georges Papadopoulos presentava il “golpe” come una «rivoluzione per salvare la Nazione» dalla catastrofe di una rivoluzione popolare. O da una grave crisi economica? I tempi sono diversi, ma il clima nelle piazze non è molto differente. In altre parole, Papandreou si troverebbe preso tra due fuochi, cercando di salvare la Grecia con il drastico pacchetto di salvezza, inviso alle

masse popolari, che cercherebbe di placare – salvando se stesso – attraverso le misure nei confronti dei vertici militari, altrettanto invisi alle masse perché, con buona probabilità, stanno reagendo energicamente ai severi tagli al bilancio della Difesa. La questione è molto politica e poco tecnica. Il braccio di ferro con la Turchia e gli impegni con la Nato hanno reso con il tempo il bilancio della difesa greco molto pesante, avendo toccato anche il 13 per cento del bilancio dello Stato. Il referendum è utile per condizionare con la parola “democrazia” le proteste per i tagli alle spese militari degli alleati della Nato, ma i generali, evidentemente, non ci stanno. Così, se l’avvicendamento rassicura una parte, ammonisce quell’altra. C’è anche chi dice, celiando, che Papandreou non voleva essere da meno del suo collega Erdogan, che l’anno scorso ha riservato ai vertici militari analogo trattamento. Ma, oggi, nessuno ha molta voglia di scherzare.


tempesta sull’euro A fianco, una delle decine di manifestazioni contro il piano di austerity imposto alla Grecia. A sinistra: Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e George Papandreou, ieri riuniti a Cannes per un pre-vertice d’urgenza. A destra, il Nobel per l’economia Joseph Stiglitz che, sull’altro piatto della bilancia, non c’è soltanto il ritorno alla dracma, ma il default incontrollato della Grecia che avrebbe ripercussioni ancora più pesanti per la popolazione. Tra i due mali, secondo le speranze di Papandreou, i greci dovrebbero scegliere il minore: il “sì” al piano di salvataggio anche se questo comporta lacrime e sangue. Ma è una specie di lotteria nella quale ogni previsione rischia di essere rovesciata e smentita.

La storia europea, purtroppo,

I primi sondaggi ellenici dicono che il 60% dei greci è pronto a votare contro il pacchetto “lacrime e sangue”. Un risultato che bloccherebbe gli aiuti e metterebbe il Paese fuori dalla moneta comune l’Europa si aspetta un intervento a suon di yuan per sostenere il Fondo salva-Stati. Un tour de force infernale che dimostra, da solo, la gravità del momento. Anche se le dichiarazioni ufficiali, naturalmente, sono costruite per allentare la tensione e placare i mercati. Francia e Germania si sono dichiarate pronte ad assicurare la piena realizzazione, nel più breve tempo possibile, delle decisioni adottate dal vertice del 27 ottobre scorso definite «oggi più che mai necessarie».

E si sono dette convinte che l’accordo «permetterà alla Grecia di ritrovare una crescita durevole» auspicando anche che possa essere «rapidamente dettagliata una road map per assicurare l’applicazione di questo accordo». Del resto, il referendum che Georges Papandreou ha convocato sul piano di salvataggio europeo si potrà tenere – probabilmente entro dicembre – soltanto dopo che tutte le condizioni della Ue e del Fmi (che partecipa con una quota di 40 miliardi) saranno chiarite. Le frasi di circostanza, però, non devono ingannare. Sia la Merkel che Sarkozy sono stati presi in contropiede dalla mossa di Papandreou e ne sono molto irritati. Nonostante il pri-

mo ministro greco si sia difeso sostenendo che «la democrazia è al di sopra della volontà dei mercati», il presidente francese e il cancelliere tedesco hanno il sospetto che il capo del governo di Atene, con il referendum, stia cercando di mettere in atto un estremo tentativo per convincere Ue e Fmi a rendere meno pesanti le condizioni che saranno dettate alla Grecia. Eventualità che la Germania e la Francia non hanno alcuna intenzione di prendere in considerazione. Semmai, la Merkel e Sarkozy avrebbero preferito un passo indietro da parte di Papandreou, il quale tuttavia ha escluso la possibilità di annullare la consultazione elettorale che rischia, oggettivamente, di assestare un colpo molto duro all’euro. Il grande pericolo è proprio questo. Le previsioni dei primi sondaggi d’opinione dicono che il 60 per cento dei greci è pronto a votare contro e una vittoria del “no”al referendum non bloccherebbe soltanto il piano di aiuti: metterebbe la Grecia, in pratica, fuori dalla moneta comune. Papandreou si dichiara certo del contrario. Assicura che il referendum «costituirà un mandato chiaro per il cammino europeo della Grecia e per la sua partecipazione all’euro». Il premier greco sa benissimo che sta rischiando grosso. Ma sa anche

insegna che i referendum possono trasformarsi facilmente in trappole: la Costituzione europea, costruita in due anni di estenuanti trattative, fu bocciata proprio dai referendum in Paesi considerati di sicura fede europeista – e, peraltro, fondatori della Comunità – come la Francia e l’Olanda. L’irritazione di Parigi e di Berlino s’intreccia a questo timore. Ma la molla che l’ha fatta scattare è un’altra. È la mancanza di informazione e di consultazione preventiva che, agli occhi di Angela Merkel e di Nicolas Sarozy, fa apparire il comportamento di Papandreou come un vero strappo.

Polemiche a parte, anche questa vicenda che ha avvelenato la vigilia del G20 dimostra la fragilità degli strumenti messi finora in campo per arrestare la crisi dell’euro. Il Fondo salvaStati è senz’altro necessario per tamponare gli squilibri che si sono già stratificati, ma non risolve il problema strutturale di una governance economica davvero coordinata della zona euro che è indispensabile per dare solidità alla moneta comune. Non solo. Dimostra che sono ormai saltate tutte le regole comunitarie e che il direttorio franco-tedesco le ha completamente scavalcate al punto che Georges Papandreou è stato convocato da Sarkozy e dalla Merkel – con il solo paravento formale della presenza di Van Rompuy e Barroso – in un incontro che non ha preparato un vertice europeo, ma un G20: un’assise internazionale ben più ampia con Obama, Medvedev, Hu Jintao e tutti gli altri leader. Per uscire dal tunnel in cui si è infilata l’Unione Europea non è un buon segno.

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«Austerity e iniezioni di denaro non basteranno»

Europa e Usa, cambiate testa!

Per il premio Nobel l’Occidente sconta una vera crisi di idee nuove di Joseph Stiglitz olo pochi anni fa, la fede in un’ideologia – quella in un libero mercato senza vincoli – aveva condotto il mondo sull’orlo della rovina. Anche durante gli anni d’oro, dai primi anni Ottanta fino al 2007, il capitalismo con poche regole aveva portato benessere reale solo ai ricchi del Paese più ricco del mondo. Infatti, durante il trentennio in cui quest’ideologia imperava, molti americani hanno visto, anno dopo anno, il loro reddito diminuire o restare immobile. Inoltre il tasso di crescita del Pil statunitense non era più economicamente sostenibile.

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forzare il default sul debito nazionale. Se nella legge finanziaria inviata al Congresso le spese supereranno le entrate, andranno a deficit e bisognerà finanziarlo. Piuttosto che bilanciare i costi/benefici di ogni singolo programma governativo, finanziandolo con una politica fiscale che sostenga questi benefici, la destra cerca di usare l’ascia, non autorizzando alcun aumento d’imposte.

Resta quindi aperto il problema sulla priorità delle spese e se fra queste priorità non dovesse rientrare la spesa per gli interessi passivi sul debito, il default sarebbe inevitabile. Inoltre ridurre le spese ora, nel bel mezzo di una crisi causata dall’ideologia del libero mercato, servirebbe solo a prolungare la fase recessiva. Dieci anni fa, in pieno boom economico, gli Usa avevano un surplus eccezionale che avrebbe potuto azzerare il proprio debito nazionale.

Bisogna stimolare il lavoro, porre fine a guerre senza senso e aumentare le tasse ai più ricchi

Con quel modello di distribuzione del reddito, dove la ricchezza finiva nelle mani di pochi, la crescita poteva essere sostenuta solo attraverso un consumo finanziato da una montagna di debiti. Io ero tra coloro che speravano che la crisi finanziaria avesse insegnato agli americani (e agli altri) la lezione sulla necessità di una migliore perequazione, di regole più stringenti e di un migliore equilibrio tra Stato e mercato. Purtroppo non è stato così. Al contrario, la rinascita di una destra economica, guidata come sempre dall’ideologia e da interessi particolari, ancora una volta ha messo nei guai l’economia mondiale. Almeno l’economia americana ed europea, dove queste idee hanno ancora forza. Negli Usa, questa nuova destra, i cui membri tentano di abrogare le leggi della matee matica dell’economia, minaccia di

Invece ci sono stati per tagli fiscali insostenibili e guerre, una recessione importante, e l’impennata dei costi della sanità– alimentata in parte dall’impegno dell’amministrazione di G.W. Bush di lasciare mano libera alle case farmaceutiche nel fissare i prezzi, a spese anche dell’erario pubblico. Così in poco tempo l’enorme surplus economico si è trasformato in un debito record in tempo di pace. I rimedi per sanare il deficit americano si deducono direttamente da questa ricetta: rimettere l’America al lavoro per stimolare l’economia; porre fine a guerre senza senso; tenere sotto controllo spese militari e sanitarie e aumentare le tasse almeno per i più ricchi.


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tempesta sull’euro

L’analisi del redattore capo del Weekly Standard su Ma la destra non vuole niente di tutto ciò, invece spinge per ulteriori tagli fiscali per imprese e fasce sociali abbienti, da abbinare a tagli sugli investimenti e nella spesa sociale, che metterà in pericolo il futuro dell’economia americana, distruggendo ciò che rimane del contratto sociale. Allo stesso tempo la lobby del settore finanziario sta premendo per liberarsi da ogni controllo, per tornare alle precedenti e disastrosamente spensierate abitudini. Le cose vanno solo un po’ meglio in Europa. Come affrontano la crisi la Grecia e gli altri Paesi? La medicina del giorno è un logoro pacchetto di austerità e privatizzazioni, che porteranno i Paesi che le adotteranno a diventare più poveri e vulnerabili.

È una medicina che ha già fallito in Estremo Oriente, in America Latina e ovunque sia stata adottata e questa volta fallirà anche in Europa. È già successo in Irlanda, Lettonia e Grecia. C’è un’alternativa: una strategia per la crescita economica sostenuta dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. La crescita dovrebbe ristabilire la fiducia che la Grecia ripagherà i propri debiti, facendo così calare i tassi d’interesse sul debito e liberando risorse per spingere ancora di più l’economia. Con la crescita aumentano le entrate fiscali e si riduce la necessità di spese sociali come l’indennità di disoccupazione. E la fiducia che si genera porta a un’ulteriore crescita. Purtroppo i mercati finanziari e gli economisti di destra hanno rovesciato i termini del problema: credono che sia l’austerità a produrre fiducia e che la fiducia produca crescita. Ma l’austerità è una minaccia per la crescita economica, peggiora la bilancia fiscale, quantomeno riduce le aspettative di miglioramento rispetto a quanto i suoi fautori promettano. In entrambi i casi, la fiducia è minata, e si mette in moto una spirale recessiva. Abbiamo davvero bisogno di un altro costoso esperimento, con idee che hanno già fallito? Non dovrebbe essere così, ma sembra invece che ne dovremmo comunque sopportare un altro. Un fallimento nella ripresa economica in entrambi gli scenari, europeo e americano, sarebbe un male per l’economia globale. Un doppio fallimento sarebbe disastroso, anche se molti dei Paesi emergenti hanno ormai raggiunto una crescita autonoma. Purtroppo le cose andranno così, a meno che a prevalere non sia la saggezza. © Project Syndicate, 2011. www.project-syndicate.org

Pechino, rim

La Grecia è talmente al verde che le serve un nuovo salvataggio e uno sconto del 50 per cento sui debiti. L’Italia è il prossimo malato, ma i soldi dell’Efsf sono finiti. La Cina si è fatta furba: in caso di default il suo debito dovrà essere pagato prima degli altri di Christopher Caldwell ome è ormai abitudine delle ultime settimane, i leader dell’Unione europea si sono incontrati lo scorso mercoledì 26 ottobre, per risolvere i problemi finanziari una volta per tutte. All’alba del mercoledì, sono venuti fuori con un documento che assomigliava al budget di Obama – trasparente sui propri obiettivi e aspirazioni, opaco su come intende raggiungerli. C’è una ragione per questo e sta nel fatto che questi obiettivi e aspirazioni stanno diventando sempre meno realistici. Tornando al 2010, quando la crisi sembrava confinata all’incapacità del governo della Grecia di ripagare i creditori, gli europei credettero di poter aggiustare le cose chiedendo ai diversi Paesi membri un contributo di 45 miliardi di euro. Diciotto mesi dopo, la crisi risulta complicata quanto una macchina di Rube Goldberg (meccanismi complicatissimi per fare cose semplici, ndr) e molto più pericolosa. Il punto cruciale sul quale hanno discusso la scorsa settimana ha tre aspetti intrecciati e risolverne uno comporta l’inasprimento degli altri due. La Grecia è talmente al verde che ha richiesto non solo un nuovo salvataggio dell’importo di 185 miliardi di dollari, ma anche uno sconto del 50 per cento imposto ai suoi creditori. (Ma non prendetevela troppo: un sacco di greci sono dovuti andare in pensione a sessant’anni con i contributi che avete pagato voi). Il che “rimedia”il problema della solvibilità greca per un po’, ma è un rimedio

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pericoloso. È pericoloso perché significa che questa perdita di fiducia nelle istituzioni europee parte dalla periferia (Grecia e Portogallo) verso il centro (Francia e Italia).

Considerate l’Italia, la terza economia più grande dell’eurozona, con un rapporto di debito sul Pil del 100 per cento. «Contagio» è il termine usato per giustificare un certo nervosismo nella testa di chi ha comprato obbligazioni e l’unico modo per proteggersi dalla sua diffusione è costruire un «muro di soldi» attorno ai debitori meno affidabili. Sfortunatamente, l’Europa ha finito i soldi. L’unico «muro di soldi» che può erigere è un muro virtuale di soldi presi in prestito. Il che si aggiunge ad un pericolo già presente nei precedenti salvataggi greci. Le banche europee mantengono un debito sovrano superiore rispetto a quanto fanno le banche statunitensi. Se qualcosa di questo debito sarà rimborsata a 50 centesimi per euro, allora le banche non sono ne’ ricche ne’ salde come sembrano. Questo significa che gli istituti di credito dovranno rivedere i loro modelli di business. Quello su cui hanno insistito le autorità europee in questa settimana è che si alzi il differenziale tra impieghi e capitale al 9 per cento. Ci sono due modi per farlo: tenere più soldi o prestarne di meno con un aumento del rischio recessione. È probabile che i leader dell’Europa torneranno al tavolo dei negoziati molto presto. Per alcuni il de-


tempesta sull’euro

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ulla crisi di Grecia e Italia e sulla politica di Bruxelles e della Cina per salvare la ”baracca europea”

metti a noi i nostri debiti

lari, stabilita lo scorso anno per evitare un contagio greco. Il fondo d’emergenza è ormai superato e già sfruttato, da allora ha perso circa la metà dell’iniziale potere finanziario. Per ottenere i soldi necessari a sostenere le obbligazioni italiane, gli europei riconoscono che servirebbe raddoppiare la dotazione finanziaria dell’Efsf. Utilizzando l’effetto leva, che significa usare i soldi nell’Efsf come garanzia. Nell’attuale stato di depressione dell’economia mondiale, come «mercati di capitali» si intende solo la Cina. Con una sorprendente mancanza di sangue freddo, Klaus Regelling, il capo dell’Efsf, è atterrato a Pechino lo scorso mercoledì pomeriggio per perorare la causa. Deve essersi diretto in aeroporto immediatamente dopo aver firmato l’accordo. Anni fa, la Cina poteva cadere nel tranello che l’Europa le avrebbe teso, cercando di avere più soldi per la Grecia e l’Italia sventolando l’affidabilità creditizia AAA di Germania e altri Paesi che hanno approvvigionato l’Efsf. Ma oggi sembra che la Cina voglia ottenere la garanzia di essere pagata prima dei contribuenti europei in caso di default. In un’intervista al Financial Times il giorno dopo l’accordo, Li Daokui, un membro del comitato per la politica monetaria della banca centrale, ha dato prova di estrema cautela: «L’ultima cosa che vuole la Cina è di gettare via la ricchezza del Paese e di essere vista solo come mera fonte di denaro». Daokui ha indicato che i cinesi potrebbero chiedere ai leader europei di astenersi dal criticare la politica economica cinese come parte dell’accordo.

L’Europa ha finito i soldi. L’unico «muro di soldi» che può erigere è un muro virtuale di soldi presi in prestito e utilizzando la leva finanziaria bito dei greci e di altri Paesi sembra essere – come borbottano i tedeschi – un «barile senza fondo». Un economista europeo nell’estate 2010 mi disse che il default della Grecia era inevitabile e che il salvataggio europeo era destinato a tenere a galla il Paese fino a quando non tornava al suo «equilibrio primario» – ad esempio saldare i suoi conti ad eccezione del pagamento degli interessi – nel 2013. Ma questo nuovo salvataggio, con tutti i ritocchi, non prevede che la Grecia raggiunga il suo equilibrio primario prima di dieci anni e solo con l’attuazione di un severo programma di austerità. A questo punto, fra dieci anni, il Paese tornerà ad una situazione in cui i suoi debiti saranno “solo” del 120 per cento sul Pil. Si tratta di una soluzione politicamente sostenibile in una democrazia soggetta a rivolte come la Grecia? Sembrerebbe di no.

Un altro problema è che questo accordo non sta avendo il desiderato effetto sull’Italia, primo candidato al contagio. I rendimenti delle obbligazioni nella maggior parte dei Paesi europei sono crollati dopo l’accordo, ma non in Italia. L’Italia ha il terzo maggiore mercato di obbli-

gazioni al mondo – quasi tremila miliardi di dollari - e nel corso dell’estate la Banca centrale europea ha acquistato obbligazioni italiane per decine di miliardi per abbassare i costi di indebitamento dell’Italia. Un piano di austerità per l’Italia era una delle priorità del summit della scorsa settimana. I partner della coalizione di Silvio Berlusconi si sono opposti e in un certo senso hanno ragione a considerare la richiesta ingiusta – con circa il 4 per cento, i deficit di bilancio dell’Italia sono bassi in confronto al resto dell’Unione Europea (e molto più bassi rispetto agli Stati Uniti). E un vanto per gli italiani e per pochi altri Paesi è che le sue finanze sono approssi-

mativamente come erano un decennio fa. Con il governo Berlusconi, il ministro delle finanze Giulio Tremonti è stato un amministratore finanziario molto capace. La sua reputazione in Italia ha qualcosa in comune con quella di Paul Volcker negli Usa. Quello che ha spaventato i mercati nel corso dell’estate sono state le discussioni fra Berlusconi e Tremonti, non il “bunga-bunga”(per usare il suo termine) che si concedeva con giovani donne. Negli incontri della scorsa settimana sulla crisi finanziaria, l’Europa ha invitato un nuovo giocatore: la Cina. Gli europei hanno parlato di fare leva sulla loro European financial stability facility (Efsf) da 625 miliardi di dol-

Forse l’Europa ha raggiunto il punto in cui l’unica via di uscita dalla bancarotta è questo tipo di vassallaggio. Per sfuggire a una crisi del debito, un’economia deve essere capace di crescere. Non sembra evidente che l’Europa riuscirà a farlo. Gli ostacoli sono due. Uno è tecnologico. La maggior parte dell’Europa non ha i mezzi tecnologici per affermare una porzione sempre crescente nell’economia mondiale. La Spagna, ad esempio, nel corso del suo lungo boom edilizio ha sviluppato una grossa competenza nazionale in … cosa? Colare calcestruzzo? Un secondo ostacolo è demografico. Gli italiani stanno avendo uno dei più bassi tassi di natività da sempre; nessuno riesce a immaginarsi come sarà il Paese fra quarant’anni, ma una proiezione demografica evidenzia che la sua popolazione decrescerà del 10 per cento, a 54 milioni, a metà secolo. Il debito purtroppo è contratto su base pro Paese, non pro capite, e una simile perdita di popolazione (soprattutto se accompagnata da un rapido invecchiamento) può rendere impossibile ripagare il debito. I leader dell’Europa possono ben congratularsi fra di loro per aver finalmente risolto la loro crisi del debito. Probabilmente avranno molte più opportunità per arrivare a simili “risoluzioni finali” nei mesi e negli anni a venire.


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Si tratta di una popolazione giovane, la cui età media è di 12 anni più bassa di quella dei cittadini ospiti: 32 anni contro 44

5 milioni di nuovi italiani Presentato il 21esimo rapporto di Caritas e Migrantes sull’immigrazione nel nostro Paese di Sergio Valzania iovedì scorso, 27 ottobre, è stato presentato in trenta città italiane il 21esimo rapporto di Caritas e Migrantes sulla situazione dell’immigrazione nel nostro Paese. Il Dossier Statistico Immigrazione 2011 costituisce il più completo documento elaborato in Italia per analizzare e comprendere il fenomeno sociologico e geopolitico che ha caratterizzato gli ultimi due decenni della nostra storia e che con sicurezza è destinato a segnare in profondità il secolo che si è aperto da poco. Per realizzare le oltre cinquecento pagine del rapporto hanno collaborato le principali istituzioni e organizzazioni pubbliche e private che si occupano di immigrazione, dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati al Ministero degli Esteri, dall’Interna-

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Cina, dove l’aumento della ricchezza si accompagna ai segnali di un’incipiente crisi demografica, dovuta anche alle campagne governative di denatalità che si sono sviluppate nel paese da parecchi decenni a questa parte.

All’inquadramento internazionale segue l’analisi della situazione italiana, organizzata attorno a tre punti focali: flussi e soggiornanti, inserimento socio-culturale e mondo del lavoro. I tre ambiti nei quali, a giudizio dei curatori dell’opera diretti da Franco Pittau, il fenomeno dell’immigrazione deve essere analizzato per poter essere compreso in modo corretto. Passando alle cifre e limitandosi a quelle relative alla presenza degli immigrati regolarizzati in Italia nel suo complesso,

La tabella vede in testa i rumeni, quasi un milione, seguiti da albanesi, mezzo milione, e da quasi altrettanti marocchini. Poi i cinesi, 200mila, e gli ucraini, che compongono una comunità equivalente tional Organization for Migration ai Ministeri degli Interni e dell’Istruzione, all’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia a Save the Children, passando per molti comuni e province, istituti di tutela previdenziale, fondazioni e patronati, tutti interessati a comprendere quanto sta accadendo in un ambito decisivo, la cui evoluzione produce cambiamenti profondi della nostra società.

Oltre alle tavole statistiche che forniscono le cifre relative alla presenza e alla distribuzione sul territorio nazionale dei cittadini stranieri residenti in Italia, il Dossier offre un imponente apparato interpretativo, redatto da persone che quotidianamente si occupano di immigrati. L’analisi si apre con un quadro della situazione internazionale e delle prospettive che essa presenta per il futuro, a breve e medio termine. Fra di esse si segnala l’aspettativa di una modificazione del flusso migratorio dall’Africa, sempre sovrappopolata, in direzione non più dell’Europa ma della

senza scendere ai dettagli regionali, nel Dossier troviamo una stima per la quale essi arrivano ormai a sfiorare i cinque milioni di persone, che rappresentano il 7,5 per cento dei residenti nel nostro Paese. Si tratta di una popolazione giovane, la cui età media è di dodici anni

In queste pagine, alcune immagini di immigrati nel nostro Paese. Secondo l’ultimo rapporto di Caritas e Migrantes, sarebbero 5 milioni quelli regolarizzati in Italia più bassa di quella dei cittadini italiani, 32 anni contro 44, nella quale le donne sono il 51,8 per cento. Tantissimi i giovani in età scolare, gli iscritti superano i 700mila, e fra di essi una larga maggioranza è rappresentata da bambini nati in Italia, per i quali la nostra legislazione non prevede il diritto alla cittadinanza, come invece avviene in molti altri Paesi, fra i quali gli Stati Uniti. Per tutti loro il compimento della maggiore età costituisce un problema grave, dato che nonostante siano sem-

pre vissuti nel nostro Paese, parlino la nostra lingua e non abbiano un’altra patria, vengono a trovarsi nella condizione di clandestini se non sono in grado di procurarsi un lavoro regolarmente retribuito che dia loro diritto al permesso di soggiorno.

La tabella delle provenienze degli immigrati vede in testa i rumeni, quasi un milione, seguiti dagli albanesi, mezzo milione, e da quasi altrettanti marocchini. Vengono poi i cinesi,

200mila, e gli ucraini, che compongono una comunità circa equivalente. Un complicato sistema di valutazione delle religioni di appartenenza degli immigrati fornisce una stima di circa due milioni e mezzo di cristiani, in maggioranza ortodossi, e un milione e mezzo di mussulmani. La terza religione è quella induista, con 120mila presenze. Quanto alla distribuzione territoriale degli immigrati in Italia, la loro larga maggioranza è concentrata nelle zone più ricche del Paese e soprattutto è lì che la loro presenza è più alta in relazione al numero di abitanti. Nel nord-est i cittadini stranieri superano il 10 per cento dei residenti, mentre nel sud raggiungono appena il 3 per cento e nelle isole sono al di sotto di esso. Sono dati che confermano come l’immigrazione sia attratta dalle occasioni di lavoro offerte nelle aree più produttive. Quando tali offerte non sono ritenute gratificanti dagli italiani in cerca di occupazione sono altri che accorrono a soddisfare la richiesta di mano d’opera. Il quadro che emerge dalle cifre e dalle valutazioni del Dossier è paradossale. Se un sociologo o un economista piovuto dallo spazio, l’omino verde della fantascienza, fosse incaricato di rac-


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angoli del mondo per venire a prestare la loro opera da noi. L’omino verde extraterrestre rimarrebbe stupito della risposta che è stata data a quello che gli apparirebbe come uno slancio di solidarietà. Egli vedrebbe qualche cosa di simile all’affamato che morde la mano che gli porge il piatto di cibo.

Di fronte all’immenso e necessario sostegno che l’Italia riceve dagli immigrati si è scatenato un meccanismo di rifiuto che trascende ogni aspettativa, privo di qualsiasi ragionevolezza e di rapporto con il reale. L’atteggiamento generalizzato nei confronti dell’immigrazione rimane legato a una considerazione emergenziale del fenomeno e soprattutto alla totale incomprensione della ricchezza economica, sociale e culturale che esso arreca al nostro paese. Il dato più immediato ci dice che gli immigrati, pur essendo poco più del 7 per cento dei residenti in Italia, producono il 14 per cento della ricchezza, e questo non ci deve stupire, dato che fra di loro la percentuale di occupati è molto più alta che fra i cittadini italiani. Ogni anno il rapporto CaritasMigrantes sull’immigrazione reca un motto, che rappresenta la sintesi del pensiero dei curatori in relazione alla situazione esistente in merito all’immigrazione. Il momento attuale viene rappresentato con le parole «Oltre la crisi, insieme». L’obbiettivo della nostra società è oggi quello di uscire dalle stret-

seconda opzione è rischiosa, dato che espone l’immigrato a ogni sorta di possibile ricatto, anche la prima costituisce un danno per la nostra comunità nazionale. Essa finisce infatti per privarsi di una persona determinata, visto che ha affrontato con successo i disagi dell’emigrazione, disponibile al lavoro e che ha fatto un forte investimento sul nostro paese. Con ogni probabilità parla l’italiano, conosce le nostre abitudini, ha iniziato un processo di avvicinamento alla nostra cultura e alle nostre tradizioni. Se lascia l’Italia tutto questo va perduto, e siccome la forza lavoro dell’immigrazione è necessaria alla nostra economia arriverà al suo posto qualcun altro che dovrà ricominciare da capo. Quello che manca soprattutto è la consapevolezza del fatto che è necessario innescare un rapporto di scambio e riconoscerlo come tale. I problemi dell’immigrazione non sono questioni di ordine pubblico, di assistenza ai più deboli o di imposizione di una cultura traballante ed eticamente discutibile su chi è portatore di una tradizione diversa. Quello che occorre è la capacità di progettare l’Italia del futuro tenendo conto di come è fatta l’Italia di oggi, nella quale gli immigrati non sono un elemento accessorio ma piuttosto un dato strutturale. Bisogna accettare l’idea che i loro figli e nipoti saranno gli italiani di domani quanto i nostri figli e nipoti e che esiste un preciso interesse comune a che

La valutazione delle religioni fornisce una stima di circa 2 milioni e mezzo di cristiani, per lo più ortodossi, e 1 milione e mezzo di musulmani. La terza religione è quella induista, con 120mila fedeli

contare che cosa è accaduto in Italia negli ultimi decenni, con ogni probabilità scriverebbe la storia di una crisi profonda e di milioni di persone che sono accorse per porvi riparo. Almeno dall’inizio degli anni Novanta, ma il fenomeno ha radici lontane, il nostro paese versa in una crisi di denatalità, conseguenza e insieme motore di una generalizzata mancanza di fiducia nel futuro. Questo ha determinato un rallentamento della nostra capacità produttiva e un aumento delle nostre necessità

in termini di servizi, in particolare nell’ambito del sostegno agli anziani, oltre a una pericolosa sproporzione nel sistema pensionistico, che vede aumentare gli assistiti mentre diminuiscono quanti contribuiscono ai versamenti.

I milioni di immigrati che sono venuti a lavorare in Italia, se non a risolvere i problemi, sono comunque riusciti a permetterci di andare avanti, mantenendo un livello di produttività accettabile e un qualche equili-

brio nei conti del sistema assistenziale. Certo questo ha prodotto alcuni squilibri, nuove forme di disagio sociale e la sostituzione di forme di piccola delinquenza autoctona con manifestazioni criminali che da noi erano scomparse, ma nel complesso si tratta dei sottoprodotti di un fenomeno che ha consentito all’Italia di rimane in piedi, nel novero delle maggiori potenze industriali del pianeta. Grazie al contributo di milioni di lavoratori che hanno lasciato le loro case nei quattro

toie della crisi economica, ma un tale risultato può essere conseguito solo insieme, cioè impiegando tutte le forze disponibili, comprese quelle per nulla trascurabili che l’immigrazione mette a disposizione dell’Italia. Nel presentare l’opera Franco Pittau ha evidenziato la particolarità di quanto sta accadendo in questi mesi proprio a seguito della crisi economica. Circa 600mila immigrati si trovano nella condizione di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno perché hanno perduto il lavoro. Dato che sono la componente più debole della società è su loro che si abbattono per primi i licenziamenti e le riduzioni di personale. L’attuale legislazione concede sei mesi di tempo per trovare una nuova occupazione regolare, veramente poco in un periodo come quello che stiamo attraversando. Arrivato alla scadenza del permesso l’immigrato diviene un clandestino e si trova davanti la scelta fra l’abbandono del nostro paese e il nascondersi nelle pieghe della società. Se la

la società, che volenti o nolenti stiamo già costruendo insieme, sia la migliore possibile.

Per raggiungere questo risultato la cosa più importante è anche molto semplice: riconoscere la realtà per quale essa è, con i suoi pregi e i suoi limiti, senza voler vivere per forza in un mondo che non esiste e che con ogni probabilità è peggiore di quello nel quale abitiamo. In questo percorso il Dossier Statistico Immigrazione 2011, con le sue cifre e le sue considerazioni, rappresenta uno strumento di grande utilità. Il fatto che siano due organismi della chiesa italiana a realizzarlo aiuta i cattolici di ogni orientamento politico a ricordare, come fa Enzo Bianchi nel sul L’altro siamo noi, che Gesù nella descrizione del giudizio finale ammette i buoni al paradiso dicendo anche «Ero straniero e mi avete ospitato». Il miglior modo per iniziare una riflessione che termina di necessità ricordando l’ammonizione divina «Il mondo è mio, siete tutti miei ospiti».


mondo

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Il giornalista australiano teme il trasferimento negli Usa, annuncia ricorso e critica l’Interpol: «Contro di me un complotto»

Estradate Assange L’Alta Corte di Londra: sì alla consegna del fondatore di WikiLeaks alla Svezia di Luisa Arezzo ndosso un impeccabile abito blue-navy, al bavero il papavero rosso che ricorda i caduti britannici e sul volto un’espressione impassibile. Così Julian Assange alla lettura della sentenza dell’Alta Corte di Londra che, respingendo il suo ricorso, ha ieri confermato la sentenza con cui a febbraio il tribunale di Belmarsh aveva autorizzato l’estradizione del fondatore di WikiLeaks in Svezia, dove è stato accusato di violenza sessuale. Un’estradizione che potrebbe - a detta della difesa del giornalista (per alcuni), hacker dalle doti eccezionali, praticamente il re dello spionaggio (per altri) - essere propedeutica a un successivo trasferimento negli Stati Uniti. La sentenza, tuttavia, potrebbe

I

ce l’ha fatta), è verosimile che rimanga in libertà vigilata in Gran Bretagna fino all’udienza davanti alla Corte Suprema che non potrebbe riunirsi (tempi tecnici) prima del prossimo gennaio. Se invece la sua richiesta di apello non dovesse essere accolta, scatterà l’estradizione da eseguire entro 10 giorni (ma comunque non prima del 26 novembre).

Assange era stato arrestato in Gran Bretagna undici mesi fa e da allora ha vissuto in libertà vigilata nella tenuta di campagna di un sostenitore inglese, con l’obbligo di indossare un braccialetto elettronico e di recarsi tutti i giorni alla stazione di polizia locale. Il fondatore di Wiki-

Accusato di stupro da due donne svedesi, Julian era stato fermato nel dicembre scorso a Londra. Da allora è agli arresti domiciliari da un amico e ha sempre negato ogni addebito

zione dovuta proprio alle rivelazioni scottanti che WikiLeaks ha messo in rete. Farneticazioni? Certo, dopo il red alert emesso dall’Interpol per farlo arrestare a novembre di un anno fa, proprio pochi giorni dopo la pubblicazione in rete di una grande ondata di file e l’ira di Washington, almeno il dubbio può essere ritenuto legittimo. E così si torna al paradosso di cui sopra: nel caso Assange fosse estradato, comparirebbe davanti a una corte di giustizia svedese per rispondere solo alle accuse di stupro. E se ne fosse scagionato, potrebbe circolare liberamente in qualsiasi Paese. Perché allo stato dell’arte, il concetto di terrorismo mediatico a livello internazionale non esiste nella dottrina. Si limita a essere un termine usato dai giornali e dalla classe politica per indicare un avvenimento distruttivo che ha coinvolto internet, oppure altri comparti dell’informatica. È paradossale, ma Wikileaks non ha commesso nessun reato, nel senso stretto del termine. Ed è per questo che l’Interpol si è forse vista costretta a perseguirlo per violenza carnale. Nel 1930, la polizia federale degli

Stati Uniti riuscì ad arrestare Al Capone per evasione fiscale. Gli altri 23 capi di accusa, prevalentemente omicidi, furono respinti per inconsistenza di prove a carico dell’imputato, ma anche perché a quel tempo il reato di criminalità organizzata non era stato ancora definito dalla giurisprudenza. Assange ha attentato agli equilibri geopolitici mondiali, mettendo a nudo i vizi dei grandi e facendosi scuso

In alto, Julian Assange, che farà ricorso alla Corte Suprema contro il verdetto dell’Alta Corte. Sotto, Hillary Clinton, il Segretario di Stato Usa che ha più volte attaccato l’hacker accusandolo di spionaggio. A sinistra, Navy Pillay, che viceversa lo ha sempre difeso. A destra: Ricardo Martinelli

Vittima di un intrigo internazionale o colpevole?

La battaglia giudiziaria Tutto è cominciato un anno fa a Stoccolma non essere ancora l’ultimo atto dell’annosa vicenda giudiziaria, visto che Assange ha fatto sapere che si consulterà con i suoi avvocati «per decidere i prossimi passi».

Ovvero fare ricorso. Il fondatore di Wikileaks, che al momento resta in libertà vigilata, ha infatti due settimane di tempo per presentare appello alla Corte Suprema, il massimo organo giudiziario britannico, ma dovrà dimostrare all’Alta Corte che il ricorso verte su un punto di diritto di «interesse pubblico generale». Qualora dovesse riuscirci (finora il suo pool di legali, già cambiato una volta, non

leaks sostiene che le accuse contro di lui hanno motivazioni politiche e che non potrá avere un processo equo in Svezia dove le autorità a suo dire intendono perseguitarlo. Il suo avvocato ha anche espresso il timore che ci sia un accordo dietro le quinte per consegnare il fondatore di Wikileaks alle autorità statunitensi, che sarebbero pronte ad accusarlo di spionaggio in seguito alla pubblicazione di migliaia di documenti riservati Usa. Il paradosso che colpisce il quarantenne australiano è che in Svezia verrebbe processato per violenza sessuale. Accuse che lui ha sempre respinto, sostenendo di essere vittima di una macchina-

Ecco le principali date della diatriba processuale del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, che va avanti da quasi un anno.

2010 18 novembre: la Svezia spicca un mandato d’arresto nei confronti di Julian Assange, nel quadro di un’inchiesta che lo vede accusato di stupro e aggressione sessuale. 28 e 29 novembre: la stampa di tutto il mondo pubblica il contenuto di circa 250mila dispacci della diplomazia americana rivelati dal sito WikiLeaks. Gli Stati Uniti parlano di «crimine grave» e minacciano di denunciare Assange. 30 novembre: l’Interpol emette una red notice, un’allerta di ricerca internazionale, nei confronti del 40enne australiano. 7 dicembre: Assange si consegna alla polizia di Londra, che lo arresta. I giudici confermano la detenzione.

8 dicembre: degli hacker compiono cyber-attacchi contro il sito internet della procura svedese, nonché contro PayPal,Visa e Mastercard, che hanno sospeso i loro servizi a WikiLeaks, sito specializzato nella rivelazione di documenti segreti. 9 dicembre: diversi alti responsabili, tra cui l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’indiana Navi Pillay, danno il loro sostegno ad Assange. 16 dicembre: l’Alta corte di giustizia di Londra concede la libertà condizionata al fondatore di WikiLeaks, che sarà ospitato, sotto severo controllo giudiziario, in una casa a nord-est di Londra, proprietà di uno dei suoi amici.

2011 11 gennaio: la difesa sostiene che c’è un «rischio reale» che una volta estradato in Svezia, Assange venga trasferito negli Stati Uni-


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File segreti o solo “confidential”: cosa hanno detto di noi

L’Italia svelata dai cablogrammi Sono centinaia i dispacci messi in rete da WikiLeaks sull’Italia. Di seguito alcuni dei più importanti:

Impregilo e il Canale di Panama Il consorzio Sacyr di cui fa parte Impregilo vince il contratto per l’ampliamento del canale di Panama voluto dal Ricardo Martinelli (amico di Berlusconi) con un’offerta di 1,2 miliardi inferiore a quella del concorrente: l’americana Bechtel. L’azienda Usa spiega che con la cifra offerta da Sacyr non è possibile nemmeno colare il cemento. Hillary Clinton vuole sapere se la Sace (l’Agenzia di credito all’esportazione) mette i soldi per il progetto; (8/7/2009).

Riscatto ai pirati La Buccaneer con dieci italiani a bordo, sequestrata nell’aprile 2009 in Somalia, fu liberata all’improvviso. Come mai? Nei file segreti, gli Usa parlano di soldi inviati da Roma a Mogadiscio; (16/4/2009).

Prodi e la spazzatura Nel 2008 l’allora premier italiano parla dell’emergenza rifiuti a Napoli con l’ambasciatore Usa. Spiegando che il problema durerà anni e che la soluzione più pratica sarebbe trasportare tutto nei paesi più poveri, ma che non si può fare per una questione d’immagine; (13/02/2008).

Tangenti talebane Bush a Berlusconi: «smetti di pagare gli afghani per evitare gli attacchi agli italiani»; (22/03/2007).

Bersani e il nucleare di un senso etico che certo gli va stretto. Ora potrebbe finire di galera per tentata violenza sessuale. Qualcosa, bisogna ammetterlo, stona.

E non c’è dubbio che il personaggio si presti a una ridda di interpretazioni. D’altronde, solo a un uomo fuori da ogni schema, come lui, poteva capitare di vedersi pubblicata un’autobiografia non autorizzata: un ossi-

moro, perché, fino al mese scorso, nei bookshop di tutto il mondo, c’erano solo o biografie non autorizzate, scritte da un autore diverso dal soggetto in esse ritratto e pubblicate senza il placet dello stesso, o autobiografie, scritte dal protagonista della storia, magari con l’aiuto di un ghostwriter e quindi, per forza di cose,“autorizzate”. Ma nel caso del fondatore di WikiLeaks è tutto vero: nessuna furbizia

Nel novembre 2007 l’allora ministro dello Sviluppo Economico incontra il segretario all’energia Usa. Assicurandogli che il programma atomico italiano «è solo sospeso, non chiuso». E al termine firma un accordo che «può cambiare l’atteggiamento degli italiani verso le centrali»; (7/12/2007).

Sirchia e la lobby dei farmaci Usa Era il 2004 quando il governo americano mandò dall’allora ministro della Sanità, poi coinvolto in alcuni procedimenti per corruzione, il vicesegretario per il Commercio. Scopo della missione i prezzi dei medicinali e la tutela dei copyright; (8/6/2004).

Gli Usa a Letta: frenate Galileo Le pressioni americane sul vecchio governo Berlusconi per bloccare il sistema satellitare Galileo. E Letta rispose: il ministro Martino è dalla vostra parte; (cablo del 17/10/2003).

i che d crona

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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ti, dove potrebbe, secondo i legali, essere rinchiuso nella base di Guantanamo e condannato a morte. 24 febbraio: la giustizia britannica dà il via libera alla richiesta di estradizione. Il giudice Howard Riddle, del tribunale londinese di Belmarsh, respinge gli argomenti della difesa, secondo la quale Assange sarebbe vittima di una «macchinazione politica» e di un «abuso giuridico» da parte della giustizia svedese. 3 marzo: Assange presenta ricorso contro la sua estradizione. 10 marzo: secondo il quotidiano svedese Expressen, una poliziotta svedese che ha curato gli interrogatori nell’inchiesta di presunto stupro è amica di una delle due donne che hanno sporto denuncia. 12 e 13 luglio: l’Alta Corte di Londra esamina il ricorso di Assange. 22 settembre: esce il libro Julian Assange: l’autobiografia non autorizzata, nonostante l’australiano sia contrario. 24 ottobre: WikiLeaks ferma la diffusione dei documenti segreti, per mancanza di fondi, dopo il blocco imposto da Visa e Mastercard. 2 novembre: l’Alta corte di Londra conferma in appello l’estradizione di Assange in Svezia. L’australiano annuncia ricorso alla Corte Suprema. Ha 14 giorni di tempo.

pubblicitaria per lanciare un libro che, all’uscita, si è già conquistato titoli di giornale in tutto il mondo. Julian Assange non si riconosce in questa opera, che pure ha contribuito a creare con l’aiuto del brillante ghostwriter, Andrew O’Hagan. Voleva avere l’opportunità di riscrivere questa prima bozza del manoscritto, ma i tempi di lavorazione si sono dilatati troppo per i bilanci della casa editrice (Canongate), così l’editore è andato avanti senza il suo consenso e senza quello di O’Hagan. E tutto questo mentre il sito WikiLeaks rischia ormai la chiusura visto che tutti i donors si sono ormai tirati indietro. resta il fatto che adesso JulianAssange ha due settimane di tempo per fare ricorso. Una volta presentato l’appello, i giudici della Royal Court of Justice avranno tre settimane di tempo per valutare se trasmettere il caso alla Corte Suprema. Ma se respingeranno le argomentazioni del capo di Wikileaks, per Assange la partita sarà finita: dovrà volare in Svezia.

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cultura

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Arriva in libreria un delizioso volume di Stefanini in cui l’autore ci racconta le più famose “relazioni pericolose” e il rapporto tra lussuria e comando

Le bisnonne del Cavaliere Dalla “pornografica” faraona Hatshepsut a Semiramide e Cleopatra. Gli scandali della storia spiegati in “Sesso e Potere” di Maurizio Stefanini Il nostro collaboratore Maurizio Stefanini ha scritto un pregevolissimo libro intitolato «Sesso e Potere» (Boroli Editore, 175 pagine, 14 euro) in cui ricostruisce i grandi scandali della storia di ieri e di oggi. Pubblichiamo qui di seguito il capitolo “Regine assatanate” a almeno 3.500 anni la politica è invasa dagli scandali sessuali, ma in origine, prima ancora dello “scandalo di sesso”, c’era lo “scandalo del sesso”. E all’alba di tutto, il disegnino pornografico che gli archeologi hanno ritrovato su una grotta nei pressi del tempio funebre di Hatshepsut, faraona d’Egitto tra il 1489 e il 1468 a.C. Realizzato di profilo, secondo la regola dell’arte egizia anche di più infimo livello, ci mostra un uomo in piedi che penetra da dietro un personaggio con caratteristiche definite dagli archeologi stessi come “ermafrodite”. Lunga parrucca, ma senza seno. Ecco la spiegazione: nell’antico Egitto in teoria una donna non avrebbe potuto ricoprire la massima carica dello Stato, ma Hatshepsut si era ritrovata proiettata al potere per la morte del marito-fratello e la minore età dell’erede al trono, figlio di una concubina.

D

Quando assunse le prerogative e i poteri dei faraoni, dunque, tralasciò l’epiteto protocollare di “Toro possente”, ma da quel momento iniziò a farsi rappresentare con abiti virili, a farsi indicare nei testi con nomi e pronomi maschili, e perfino a farsi ritrarre con la barba posticcia. Ad aiutarla, un favorito: Senenmut. Sebbene di umili origini, fu capace di accumulare una ventina di titoli: amministratore capo di Amon, amministratore del battello Amen-Usheret, ispettore dei granai di Amon, ispettore del bestiame di Amon, ispettore dei tessitori di Amon, ispettore dei lavori di Amon, governatore del Palazzo reale, sovrintendente agli appartamenti

privati, sovrintendente alle stanze da bagno, cerimoniere di Amon ecc. In questo modo possiamo comprendere il disegnino da cui siamo partiti. Secondo molti studiosi, infatti, l’“ermafrodito” non sarebbe altri che la stessa faraona, con la sua ambigua iconografia; l’accoppiamento avrebbe alluso a una risaputa relazione tra Senenmut e Hatshepsut. Forse gli stessi operai addetti ai lavori

Ci sono potenti, spiega lo scrittore, che in nome dell’amore, o spesso solo del sesso, possono giocarsi il comando. Oggi come ieri per la tomba della regina, negli intervalli del lavoro, la prendevano in giro per questo. L’ideologia sottintesa è che una donna al potere è un mostro di natura, una che pretende di comandare pur appartenendo a un sesso fatto per obbedire. Va da sé, poi, che non avendo le doti per regnare deve per forza esagerare, comportandosi da crudele tiranna. E quali potranno essere quindi i comportamenti sessuali di una donna

che si permette di comportarsi da uomo? Evidentemente, quelli di una insaziabile cacciatrice e divoratrice di maschi.

Non a caso la stessa fama di tiranna lussuriosa di Hatshepsut è toccata ad altre due famose regine dell’antichità: la assira Semiramide e l’egiziana Cleopatra, rimaste nelmito a tal punto che Dante nella Divina Commedia inizierà il suo elenco di peccatori proprio da loro: «‘La prima di color di cui novelle/ tu vuo’ saper’, mi disse quelli allotta,/ ‘fu imperadrice di molte favelle./ A vizio di lussuria fu sì rotta,/ che libito fé licito in sua legge,/ per tòrre il biasmo in che era condotta./ Ell’è Semiramìs, di cui si legge/ che succedette a Nino e fu sua sposa:/ tenne la terra che ’l Soldan corregge./ […] poi è Cleopatràs lussurïosa’». «Semiramide» chiosò Roberto Benigni in una delle sue famose lezioni dantesche «era una regina talmente maiala che ordinò a tutti i suoi sudditi di fare i maiali anche loro, per non sentirsi più in imbarazzo». Certo, così è tradotto alla Benigni, ma è proprio quello che nella sue Historiarum adversus paganos aveva scritto il discepolo di sant’Agostino Paolo Orosio: «Morto Nino, gli successe la moglie Semiramide. Essa ardente di libidine, assetata di sangue, tra incessanti adulteri e omicidi, provocò la morte di tutti coloro che si era goduta nei suoi libidinosi amplessi e che aveva convocato a sé con ordine reale a tale proposito. Infine concepì un figlio nel modo più vergognoso, empiamente lo abbandonò, ma in seguito ebbe relazioni incestuose con lui, e poi coprì la sua vergogna privata con un pubblico crimine. Per questo ella prescrisse che tra genitori e figli non fosse più osser-

In queste pagine, immagini e illustrazioni di: la faraona Hatshepsut; Caterina II la grande; Maria Stuarda; Cleopatra; la copertina del libro di Maurizio Stefanini “Sesso e Potere. Grandi scandali di ieri e di oggi” (Boroli Editore, 14 euro, 175 pagine); un disegno di Michelangelo Pace

vata nessuna proibizione per la natura dell’atto coniugale, ma che ognuno fosse libero di fare come gli pareva».

Il personaggio trasfigurato in emblema della depravazione precristiana è realmente esistito: si chiamava appunto in lingua originale qualcosa come Sammuramat o Shammuramat, ed era stata prima la moglie del re assiro ShamshiAdad V, sul trono tra l’811 e l’808 a.C., e poi reggente per il

figlio, Addu-Nirari III. In realtà il greco Erodoto e il babilonese Beroso ne avevano parlato come di una grande sovrana. Tuttavia la cattività babilonese aveva lasciato nella Bibbia una carica di ostilità verso la cultura mesopotamica e alcuni suoi costumi di libertà femminile, cosa che è poi confluita in un certo immaginario occidentale attraverso il versante ebraico. Dal versante romano arriva invece la storia dell’egizia Cleopatra, l’ultima faraona. «Questa principessa ambiziosa e avara» scrisse Flavio Giuseppe nella Guerra giudaica «dopo aver perseguitato i propri consanguinei, che non ne restava più nessuno vivo, rivolse il suo furore contro gli stranieri. Calunniò presso Antonio i più abbienti e lo indusse a farli morire per impossessarsi del botti-


cultura

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verla quasi brutta: «La sua bellezza in sé non era incomparabile o tale da stordire chi la incontrava» anche se aggiunge che «aveva qualcosa di particolare, che la rendeva attraente in modo irresistibile». Anche Dione Cassio, però, riconosce che «il fascino della sua parola conquistava tutti coloro che la udivano». Da Plutarco, dunque, vari storici moderni hanno tratto l’idea di una diffamazione consapevolmente basata sullo sciovinismo maschilista e antiellenista del popolino romano, per il quale una regina mezza nera sul tro-

I bunga bunga, oggi come ieri Maurizio Stefanini, in “Sesso e Potere” (Boroli Editore, euro 14, pag.175), ci spiega come ci siano potenti che in nome dell’amore, o spesso solo del sesso, si possono giocare proprio il potere. Oppure, che mettono l’attrazione fisica al servizio della propria scalata al potere. O che ostentano capacità amatorie come simbolo del proprio potere. O che cercano di usare il potere per risolvere i guai in cui li ha messi la propria esuberanza fisica. Oggi come ieri: un ieri talmente lontano che può arrivare ai tempi dell’Egitto faraonico. E anzi, sebbene la Storia evolva, è sorprendente scoprire quanto certe vicende si assomigliano a secoli e perfino millenni di distanza. Alcuni dei più famosi e emblematici scandali di sesso e politica sono presentati in questo libro: dalla faraona Haschepsut, che visse 3500 anni fa e fu bersaglio della più antica vignetta ingiuriosa della Storia, al caso Strauss-Kahn”.

no». Anche Lucano nella Farsalia ricorda: «L’incestuosa Tolomeide […]. L’empia sorella si sposa con il fratello, già sposa del condottiero latino e, passando da un marito all’altro, possiede l’Egitto e si guadagna Roma». E continua Dione Cassio nella Storia romana: «Quindi [per sedurre Antonio] ella aveva preparato un appartamento splendido e un letto sontuoso; si era adornata con una certa trascuratezza e (colmo della raffinatezza!) i suoi abiti da lutto mettevano in risalto il suo splendore». È la propaganda utilizzata dai congiurati di Bruto e Cassio contro Cesare, ma poi rispolverata anche dal vendicatore ed erede di Cesare Ottaviano contro il rivale di eredità Antonio. «Ahimè, soldati romani (non lo vorreste credere, o posteri!) venduti come schiavi a una femmina» in-

veisce Orazio. «Noi siamo senza dubbio Romani e comandiamo la più vasta e la migliore fra le terre abitate: è indegno dei nostri padri l’essere disprezzati e calpestati da una femmina egiziana! […] Tutti questi eroi […] sarebbero feriti, eccome, se si accorgessero che siamo ca-

duti in mano a un flagello di donna! Antonio stesso è diventato ‘lo schiavo di una femmina’, è ‘effeminato’, ‘si comporta da femmina’» è l’accusa riportata da Dione Cassio. Ci sono però anche le parole di Plutarco, secondo il quale «i suoi unici amori certi furono Cesare e Antonio. È ben poco, se si pensa alla vita turbolenta dei romani suoi contemporanei! E inoltre quelle relazioni furono riconosciute ufficialmente». Si tratta di un dibattito con alcuni risvolti paradossali. Nell’accusarla, infatti, Dione Cassio è tra coloro che diffondono la leggenda della sua bellezza sconvolgente: «Era splendida da vedere a da udire, capace di conquistare i cuori più restii all’amore, persino quelli che l’età aveva raffreddato». Nel difenderla, invece, Plutarco finisce per descri-

no che accalappiava due grandi generali per trasformarli in suoi pupazzi doveva avere comeminimo doti da pornostar. “Regina meretrix” la definisce Plinio il Vecchio. E infatti al momento del regolamento di conti finale Ottaviano dichiarerà guerra a lei, non ad Antonio.

Da un mito egizio abbondantemente raffigurato su steli e papiri e descrivente la dea Iside intenta a restituire la vita al morto marito Osiride con metodi alla Monica Lewinsky, le egiziane erano conosciute per quello stesso tipo di specialità amatorie per cui una volta le bolognesi erano rinomate nei bordelli italiani. E Cleopatra era a un tempo regina delle egiziane e reincarnazione di Iside. Forse i soprannomi greci di merichane e cheilon (“bocca aperta”e “grandi labbra”) si riferivano semplicemente a tratti somatici africani, ma si accompagnavano ad aneddoti su record

a luci rosse in materia, del tipo cento legionari romani in una sola notte. Comunque sia, Cleopatra fece girare la testa ad Antonio al punto tale che quando ad Azio lei all’improvviso abbandonò con le sue navi la battaglia, lui le corse dietro, determinando la disfatta.

Qualcuno ritiene che il suicidio finale non avvenne per la sconfitta politica, ma per quella sessuale, cioè per non essere riuscita a sedurre anche Ottaviano, dopo Cesare e Antonio. E forse il problema consisteva nel fatto che era ormai arrivata a 39 anni, evidentemente non portati troppo bene. Nel Medioevo la demonizzazione per la donna al potere viene poco per volta superata da una concezione patrimoniale per cui il regno è come un podere. Se non ci sono eredi maschi, dunque, bisogna darlo anche all’erede femmina, pur di non perdere il patrimonio di famiglia. Ma quando una sovrana assume un profilo troppo alto, allora lo stereotipo della Regina assatanata ritorna. Anche se, magari, qualcuna di queste sovrane malfamate un po’ ninfomane doveva esserlo sul serio. La scozzese Maria Stuarda farà effettivamente saltare in aria il marito Lord Darnley, colpevole di avere ucciso il suo amante Davide Rizzio. E nel 1917 in uno scantinato del palazzo i rivoluzionari troveranno davvero la collezione di giocattoli sessuali di Caterina II la Grande. In compenso, una regina come Vittoria d’Inghilterra che sapeva tenere un profilo basso verrà toccata relativamente poco dalle voci su una sua relazione con il cameriere scozzese John Brown. Sostanzialmente, è solo con la diffusione del voto femminile nel XX secolo che la donna al potere cessa di dare scandalo. Ma è interessante notare che gran parte delle donne che in democrazia assurgono per prime ai vertici di Stato lo fanno come figlie o vedove di leader: Indira Gandhi, Benazir Bhutto, Magawati Sukarnoputri, Sheikh HasinaWazed, la Begum Khaleda Zia, Sirimavo Bandaranaike, Corazon Aquino, Isabelita Perón,Violeta Chamorro ecc. Una fase di transizione in cui le donne ereditano le leadership democratiche quasi come patrimoni familiari.


ULTIMAPAGINA Trionfo a Chicago per l’apertura del tour americano della cantante-simbolo della protesta degli anni Sessanta

Joan Baez, una voce per gli di Anna Camaiti Hostert lle 7,15 il teatro è quasi vuoto. Ci sono solo poche persone. Per la maggior parte sono signori e signore di mezza età vestiti nelle fogge più disparate: irriducibili hippy, coppie eleganti e casual, signore dell’altissima borghesia di Chicago con vestiti firmati e gioielli costosi. Donne, per la maggior parte. L’inizio dello spettacolo è previsto per le 7,30. All’improvviso e in modo ordinato la Chicago Symphony Orchestra, (il più prestigioso teatro di Chicago con 2522 posti a sedere e situato nella famosa Michigan Avenue, lo stesso dove Muti è direttore musicale) comincia velocemente a riempirsi. Gli spettatori sciamano silenziosamente dentro il teatro: sembrano scesi da un unico autobus che li ha condotti all’appuntamento tutti insieme.Tra questi, ci sono molti giovani: alcuni sono adolescenti accompagnati dai genitori, altri sono qui da soli. Ci sono anche quelli del movimento Occupying Wall Street con gli ormai tipici cappellini multicolori e i jeans stracciati. Così ll teatro alle 7,30 è strapieno e si è fatto rumoroso. Poi improvvisamente quando si spengono le luci il silenzio è assoluto.

A

Con i suoi capelli bianchi e gli immancabili jeans entra in scena la signora di Woodstock. Lunare, essenziale e magnetica, Joan Baez ha mantenuto intatto il suo carsima e la sua coerenza. Il costo dei biglietti varia e ci sono anche quelli molto economici per permettere proprio ai meno abbienti e ai più giovani di poter vedere il suo show. Da Parigi, dopo l’ultimo concerto del suo tour europeo l’artista, in una lunga intervista al Chicago Tribune, ha mostrato grande interesse per quello che sta succedendo a Chicago. E certo visto il suo mezzo secolo di storia come attivista nella lotta per i diritti civili e contro la guerra è chiaro che la sua attenzione non si riferisce né a Theo Epstein, il nuovo presidente della squadra di baseball dei

«Mi piace lo spirito di “Occupying Wall Street”, eppure mi ha colpito come la loro protesta sia priva di musica» ha spiegato l’interprete di tanti inni politici Cubs, né al bilancio comunale del sindaco Rahm Emmanuel (che peraltro fanno discutere animatamente la stampa locale). Ma è invece concentrata sul movimento Occupying Wall Street che a Chicago è ormai attivo da diverse settimane e non accenna a sciogliersi o a diminuire l’intensità della protesta. «Mi sembra di capire che c’è un grande fermento nella vostra città… Penso che questo movimento abbia grandi potenzialità e sia davvero interessante. Dobbiamo avere fiducia che la gente che lo anima sia abbastanza lungimirante e intelligente da mantenersi sempre un passo avanti rispetto a quello che accadrà e per ora sembra che lo stia facendo. L’Europa sta seguendo con grande interesse quello che sta succedendo qui. La colonna sonora di questi tempi non è ancora stata scritta e non si può certo fare un paragone con quello che accadde nei 10 anni che vanno dagli anni ’60 a quelli ’70. Quello è

INDIGNADOS un passato che non ritorna e quella musica non morde più e non racconta quello che sta accadendo adesso. Allora c’è stata una commistione tra controcultura e cultura mainstream, soprattutto a causa della Guerra in Vietnam. Molti che non facevano parte del movimento ne condividevano purtuttavia certi obiettivi. E quello ha determinato una situazione perfetta e irripetibile».

Poi, senza cadere nella facile nostalgia, Joan Baez ha continuato: «Guardando sfilare il recente movimento di protesta sul ponte di Brooklyn ho notato che mancavano due cose che noi avevamo: la musica ed il silenzio. Se non c’è musica c’è silenzio. E lì non c’erano nessuno dei due, eppure ambedue hanno un grande potere. We Shall Overcome, non va più bene per questi tempi, perché è troppo limitata. Adesso abbiamo bisogno di una prospettiva molto più ampia e non è detto che sia la musica a raccontare la storia di oggi. Per esempio Michael Moore è riuscito, partendo da una posizione di controcultura, ad influenzare la prospettiva di come la cultura in generale adesso vede il mondo». Sul palcoscenico Joan Baez è rilassata e molto calma anche quando, (in questo suo primo concerto del tour americano ha dovuto continuamente cambiare chitarra per

ogni singolo pezzo) difficoltà di carattere tecnico le impediscono una performance fluida e senza interruzioni. La sua voce è potente, piena di sfumature e l’intensità dei suoi pezzi invariata. Il repertorio include composizioni classiche e alcune nuove e va avanti per circa due senza intervallo. Il pubblico è magnetizzato. L’artista sul palcoscenico è accompagnata unicamente da un giovane solista che si alterna alla chitarra, al banjo e al pianoforte. Il pubblico partecipa ordinatamente fino a quando, dopo Diamonds and Rust, Farewell Angelina, Baez intona Gracias a la Vida. Il teatro si anima e canta con lei in spagnolo le parole immortalate da Violeta Parra. Infine dopo due bis che non includono, proprio per una precisa scelta dell’artista, We Shall Overcome (l’ultima volta è stata suonata nel 2009 e solo per il popolo iraniano), lo spettacolo si conclude con l’ormai celeberrimo Imagine di John Lennon e con il pubblico tutto in piedi che con lei intona il pezzo. Gli spettatori non smettono di applaudire e fanno fatica ad andarsene. Inguaribili romantici e nostalgici del passato? Forse, e certo molti di coloro presenti al concerto lo sono, ma anche una reale e irrinunciabile voglia di cambiare che in questo preciso momento sembra accomunare trasversalmente le generazioni e tutte le classi sociali.

2011_11_03  

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