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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 15 OTTOBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Superato l’ennesimo ostacolo interno, l’esecutivo adesso deve affrontare il nodo del decreto sullo sviluppo

La fiducia di Pirro Numeri sempre più risicati reggono con lo scotch un governo in agonia Raggiunta quota 316 ma Berlusconi perde altri tre deputati. Napolitano: «Non reiterate questo tipo di voti». Casini: «Il premier è l’ultimo dei mohicani. Risolve i problemi con la contabilità» UNA PROVA DI FORZA INUTILE

Intanto il Cdm litiga per il varo della legge di stabilità

Vittoria di cartapesta. I guai del Paese restano gli stessi

60 milioni di tagli alla sicurezza Diminuiscono i fondi per Carabinieri, Guardia di finanza e Vigili del fuoco. Scompaiono la banda larga e l’Ambiente, ma nascono due nuovi viceministri

di Francesco D’Onofrio l governo ha ottenuto la fiducia ma, non riuscendo ad approvare il bilancio dello Stato, ha mancato al suo dovere costituzionale di governare il Paese. Questa è la lezione politica dei questa vicenda. a pagina 5

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Francesco Lo Dico • pagina 6

Ritratto dei ribelli della maggioranza

DOTTRINA BARROSO

PATRIMONIALE AD HOC

Noi, costretti a inseguire l’Europa

Una tassa per abbattere il debito

di Gianfranco Polillo

di Rocco Buttiglione

un’Europa senza pace, quella che è di fronte ai nostri occhi. Si dice che la crisi, a volte, possa unire. Ma nella Ue (e in Italia) non è così. a pagina 8

n articolo come questo è fondamentalmente un atto di cortesia verso gli onorevoli La Russa e Castelli. Che in tv non mi hanno capito. a pagina 8

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Gava, Destro, Sardelli. Qualcuno sa dire no Ecco chi sono i deputati che hanno dimostrato, sia pure in extremis, che la dignità può prevalere. Si tratta di due veneti “galaniani” e un sudista irregolare Errico Novi • pagina 3

ETERNO TRAMONTO

Tutte le colpe del Pd (ma anche quelle di Alfano e Maroni) di Enrico Cisnetto n altro 14 dicembre. Solo che questa volta la fiducia portata a casa dal governo a “quota 316”contro i 314 di allora, era scontata. Nessun colpo di scena. I problemi li ha avuti il centro-sinistra. a pagina 4

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Nella capitale ci sono ancora combattimenti: offensiva dei fedelissimi del Raìs

Sarà lui a sfidare Sarkò?

Caos a Tripoli: si spara ancora

François Hollande, un normale anti-eroe

Il Fronte di salvezza: «Troppi errori fanno perdere credibilità» di Antonio Picasso

Dopo il mancato attentato a Washington

Che cosa aspettate a condannare l’Iran?

on c’è (ancora) pace per Tripoli: nel cuore della città già dilaniata dalla guerra civile, ci sarebbero ancora una manciata di fedelissimi al vecchio regime che continuano a sparare. In questo contesto, si inserisce la polemica del Fronte di salvezza che accusa il Cnt: «Troppi errori fanno perdere credibilità» riferendosi agli “annunci facili”. a pagina 24

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

di Michael Ledeen a di quale sorpresa stiamo parlando? Lasciamo da parte aggettivi come “spudorato” riguardo al piano iraniano di uccidere l’ambasciatore saudita o far saltare in aria le ambasciate dell’Arabia Saudita e Israele. a pagina 25

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

201 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Enrico Singer dimagrito di 15 chili, ha cambiato look, vanta un sarto personale turco e ai francesi promette le riforme: ecco chi è François Hollande, l’uomo che vorrebbe sfidare Sarkozy alle elezioni 2012. Domani se la vedrà con la Aubry al ballottaggio delle primarie socialiste. a pagina 30

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


la crisi italiana

pagina 2 • 15 ottobre 2011

Il governo ottiene il risultato sperato, ma resta sotto la pressione costante dei dissidenti interni. Più vicine le elezioni anticipate

Trecentosedici sfiduciati

Ancora defezioni nella maggioranza e altri sono pronti a lasciare. Casini: «L’obiettivo di Berlusconi è sciogliere le Camere a gennaio» di Riccardo Paradisi ’opposizione ci spera eccome che il numero legale non venga raggiunto. Alcuni deputati Pd in capannello dentro la sala lettura di Montecitorio dove è anche Bersani e assiepati intorno agli schermi per assistere alla votazione confidano che i radicali non si presentino in aula alla prima chiama.

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Invece non solo si presentano i radicali ma anche quelli della Südtiroler Volkspartei entrano in aula a votare così da garantire il numero legale: 315 sì e 7 no i risultati della prima chiama. Il tentativo di far mancare il numero legale non sarebbe andato comunque a buon fine perché la maggioranza avrebbe avuto lo stesso il numero sufficiente di presenti. Il governo alla fine ottiene la fiducia alla Camera con maggioranza assoluta: 316 i sì, 301 i no. Berlusconi ostenta soddisfazione, fa capire che si tratta di una rivincita rispetto all’incidente sul rendiconto dello Stato: «Ho la fiducia dopo aver sventato la figuraccia dell’opposizione che ha sbagliato i suoi calcoli mettendo in atto i vecchi trucchi del più bieco parla-

mentarismo e offrendo un’immagine su cui gli italiani rifletteranno». Ma per la maggioranza questo traccheggiamento continuo sui numeri costa stress e immagine, oltre a credibilità e capacità di tenuta politica. Non si può andare avanti a colpi di fiducia, sui quali il presidente Napolitano invita a non esagerare «per non produrre un’inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere».

Nella stessa lettera di risposta ai capigruppo di maggioranza della Camera Napolitano fa il punto anche sulla vicenda che ha generato questo ennesimo voto di fiducia: ««Non ho ritenuto, confortato dalla dottrina, che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto ma in base ai precedenti che fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso presidente del Consiglio ha fatto». La fiducia dunque c’è ma la precarietà del governo resta. Non è cambiato niente rispetto agli inciampi della settimana scorsa e alla condizione sub iudice del governo, continuamente minacciato

Il Pd apre il processo agli uomini di Pannella: c’è anche chi chiede al capogruppo Franceschini di espellerli

«Gli stronzi sono stronzi»

Una Bindi furiosa insulta i suoi colleghi Radicali È stato un coro indispettito quello che ieri alcuni deputati delle opposizioni hanno riservato ai colleghi Radicali durante il voto di fiducia in Aula. La loro partecipazione ha infatti automaticamente garantito il raggiungimento del numero legale, tanto che, in quel momento, il pidiellino Lupi ha dichiarato ai giornalisti che i voti per il numero legale erano «già a 315». Lo stesso Lupi, rivolgendosi a una Rosy Bindi visibilmente irritata, ha detto con un largo sorriso che del resto «i voti sono voti» e che a quel punto le opposizioni potevano entrare a votare. Secca e tagliente la replica della Bindi: «E gli stronzi sono stronzi».

dalla dissidenza interna. La quale peraltro, per voce dello stesso Scajola è stata molto chiara: «Oggi ci sarà la fiducia ma se non si cambia, i nomi dei deputati che non voteranno la fiducia si moltiplicheranno e si andrà a sbattere». Intanto c’è chi ha già tratto il dado: si tratta degli «scajoliani» Fabio Gava e Giustina Destro oltre a quella del responsabile Luciano Sardelli e delle defezioni, per obiezione di coscienza, di Santo Versace e Calogero Mannino. Nel caso di Sardelli c’è poi da registrare il fallimento del lungo corteggiamento che in mattinata Berlusconi in persona aveva prodotto nei confronti del deputato. Che alla fine ha rotto gli indugi abbandonando Montecitorio. Silvano Moffa capogruppo di Popolo e territorio l’ala ultralealista dei responsabili risponde ironico a chi gli chiede se ora la maggioranza è più tranquilla: «Si siamo tranquilli, fino a martedì». La prossima settimana è infatti calendario la modifica dell’articolo 41e chi sa cosa potrà succedere. A proposito di Moffa e Responsabili: il capogruppo di Popolo e territorio parla della necessità di espellere Sardelli che a stretto giro replica che se ne andrà con le gambe sue.


la crisi italiana C’è un clima di epurazioni nel centrodestra che preoccupa lo scajoliano Paolo Russo: «i colleghi Gava e Destro non hanno partecipato al voto di fiducia. Non hanno quindi votato contro il Governo. Per giunta, vista la situazione, non credo che questa sia l’ora delle espulsioni. A furia di cacciar via colleghi - ha affermato il deputato - siamo passati da una maggioranza bulgara ad una maggioranza risicata ed apparente». Non si scherza nemmeno nel Pd con la voglia d’epurare. Insomma ai radicali c’è chi stavolta non vuole farla passare liscia. A parte Rosy Bindi che li definisce degli“stronzi”c’è chi come la democrat Ruminato li ritiene già fuori dal gruppo: «Con la loro scelta di partecipare alla prima chiama del voto di fiducia, i colleghi radicali si sono nuovamente messi fuori dal nostro gruppo parlamentare. Il

Per il leader dell’Udc, la strategia del premier è chiara: al voto in primavera. «Ma meglio le elezioni della paralisi: noi siamo pronti» Pd deve mettere fine ad un continuo smarcamento che ci sta creando più di un imbarazzo di fronte ai nostri elettori».

A firmare la mozione indirizzata al capogruppo Franceschini sono anche Sarubbi, De Torre e Bobba. La situazione rischia di arenarsi. E l’opposizione non può solo investire soltanto su un possibile, probabile inciampo del governo. Ci vuole un’alternativa che agisca su una leva politica, una proposta. Per questo il leader dell’Udc Casini allarga il campo visuale nella sua analisi: «Noi abbiamo fatto una proposta di un governo di responsabilità nazionale, nessuno ha proposto ribaltoni. Avevamo proposto il coinvolgimento in prima persona del partito del premier e credo che tutti capiscano che una fase del genere non la può certo impersonificare il presidente del Consiglio. Il Pdl invece preferisce essere contento dei 316 voti e il presidente del Consiglio rispetto alle questioni che pongono all’interno della sua stessa maggioranza». La strategia di Berlusconi secondo Casini è chiara: arrivare tra qualche settimana, laddove sia possibile, allo scioglimento delle Camere: «Il fatto che Berlusconi con i 316 voti possa avere respiro ancora per qualche settimana gli consentirà di arrivare allo scioglimento delle Camera come lui vuole per andare a votare nei primi mesi del 2012 ma non affronta uno solo dei problemi del Paese». Le elezioni secondo il leader centrista sono comunque un’ipotesi migliore della paralisi attuale. E a chi gli chiede, nella conferenza a Montecitorio, con chi si allerà l’Udc in vista del voto, Casini risponde: «Abbiamo tempo per riflettere e pensare. Noi abbiamo un’omogeneità politica con il Terzo Polo, con loro abbiamo ricette per il Paese e un coordinamento a livello parlamentare. Pensiamo di poter rappresentare un’alternativa al bipolarismo». Quello che è sicuro è che di questa legislatura restano i tempi supplementari. È efficace la sintesi di Beppe Fioroni per rappresentare la situazione: «Berlusconi ai suoi ha detto di mangiare il panettone ma poi devono mettersi le scarpe da ginnastica per la campagna elettorale». Dopo i ripetuti rifiuti nei confronti d’un governo d’emergenza nazionale l’unica alternativa rimasta allo stallo sembrano le elezioni anticipate.

15 ottobre 2011 • pagina 3

Due veneti “galaniani” e un sudista irregolare. Ecco i ribelli che hanno spiazzato Verdini

Gava, Destro, Sardelli: qualcuno sa dire no Per i berlusconiani, gli eroi negativi della giornata sono loro tre. La “colpa”? Conservare la dignità di Errico Novi

ROMA. Diritto di esistere. Forse è quello che rivendicano davvero. Adesso diranno che Giustina Destro, o Luciano Sardelli, o Fabio Gava, non hanno ricevuto le opportune promesse. Non c’erano più posti da sottosegretario da offrire. E allora quei tre, offesi e risentiti, hanno sbattuto la porta. È il paradosso delle miserie capovolte: non dia spiegazioni chi diventa sottosegretario o viceministro dopo una fiducia risicata. Piuttosto sveli l’origine vera del suo risentimento chi ha non ha votato. Qualcosa avrà chiesto e non gli è arrivata.

Fabio Gava, altro scajoliano dell’ala estrema, ha a sua volta una storia di incroci con il centrodestra veneto di matrice più schiettamente liberale. Ha iniziato da giovane nel Pli proprio con Galan e, pensate un po’, Niccolò Ghedini. Sarebbe anche lui un galaniano, come la Destro. Dell’ex governatore è stato di sicuro il potentissimo assessore alla Sanità. In quella concitata vigilia delle Regionali 2010 non esitò a denunciare anche lui la sudditanza piediellina nei confronti del Carroccio. «La Lega deve confrontarsi con tutte le riforme necessarie per questo Paese e non solo con quella sul federalismo», disse in difesa del manifesto Galan-Cacciari, che pure aveva scatenato il panico tra i berlusconiani. In questa legislatura ha assunto il ruolo di relatore sul caso Milanese. Cioè non lo si può considerare un frondista in servizio permanente effettivo. Ma uno che pensa con la sua testa sì, senza ombra di dubbio. Tiene una newsletter in cui nelle scorse settimane ha messo per iscritto, forse per primo, l’insufficiente autonomia del neosegretario Angelino Alfano: «Capisco che non voglia svolgere il ruolo di Bruto ma penso sbagli nel ripetere slogan in cui non crede persino lui. Questo finirà per indebolirlo e minare la credibilità del suo progetto di rilancio del Pdl». Critica entrata a far parte dell’impalcatura di base della fronda scajoliana. Che ora di questo signore che concede pochi sorrisi farà a meno.

In questa legislatura è insomma difficile attribuire una qualche dignità al singolo parlamentare. Non è neppure ipotizzabile che il nominato coltivi pretese di rappresentanza. La Costituzione? L’assenza di vincolo di mandato? Favole. Conta che sei stato messo in lista per grazia del capo. E sempre sarai riconoscente. Perciò nel giorno del governo che si salva per il rotto della cuffia, il confine tra virtù e miseria non esiste. Tutto si confonde. Ma appunto, siamo a una Costituzione riveduta e corretta dall’arbitrio della manipolazione. Dove c’è scritto che la legge elettorale – seppure pessima come questa – impedisce a un deputato eletto di esercitare in libertà il proprio ufficio? Eppure la vita dei tre “ribelli” di ieri, Destro, Gava e Sardelli, non sarà facile d’ora in poi. Lo si è capito da subito. La Destro forse è stata appena risparmiata dall’insulto perché è donna, perché uno che ha fatto il sindaco di Padova non lo afferreresti per il bavero neppure se fosse un uomo, e perché ha dato già altre volte prova di raro coraggio. È stata tra i pochi a schierarsi con Giancarlo Galan, per esempio, nella tenzone tra Pdl veneto e Lega per la scelta del candidato governatore. Molti berlusconiani fecero il gesto di arrabbiarsi. Pochissimi, e tra questi l’imprenditrice Giustina Mistrello Destro, diedero battaglia fino in fondo. Fu uno dei tornanti Dall’alto, in cui il partitone del Cavaliere uscì forteGiustina Destro, Fabio mente ammaccato. Gava e Luciano Sardelli: Con un ex presidente degli industriali vesono i tre deputati della maggioranza neti come Luigi Rossi Luciani e altri “galache ieri, per protesta, niani”, la Destro si espose all’epoca senza non si sono presentati successo. Continua a stupire tutti anche in a votare questa nuova storia che la vede su un’orbila fiducia al governo ta decisamente più ellittica rispetto agli altri scajoliani. Lei non fa parte di quella schiera di parlamentari vicini all’ex ministro perché arruolati a via dell’Umiltà quando lui era coordinatore forzista. È vicina a Montezemolo più che a qualunque cordata di deputati. Scrive cose rare per questi tempi nella nota ufficiale in cui spiega perché non partecipa al voto: «Non è questione di coraggio ma di lealtà. Devo molto della mia esperienza politica al presidente del Consiglio, ma prima di tutto devo tutto al mio Paese». Viene dalla luna? «Prima di tutto viene la responsabilità verso i miei concittadini: salus populi suprema lex».

Faranno a meno di Luciano Sardelli gli eterogenei animatori dell’area “responsabile”. Anzi, Popolo e territorio. Medico brindisino, Sardelli è stato il primo presidente del variegato gruppo parlamentare. Gli attribuiscono molti peccati. Uno gli viene addebitato per “responsabnilità oggettiva”. Nel senso che per un errore commesso evidentemente da altri nella trascrizione dei verbali di scrutinio, gli furono attribuiti 100 voti in più alle Politiche del 2001. Nel collegio pugliese di Mesagne venne così eletto lui anziché l’ulivista Cosimo Faggiano. E restò in carica per l’intero quinquennio. Nel 2006 non ce la fece a tornare a Montecitorio: la lista di Raffaele Lombardo si presentò in abbinata con la Lega Nord e la cosa lontano dalla Sicilia finì per penalizzare troppo. Del leader meridionalista, Sardelli diventa assistente parlamentare, quindi torna alla Camera nel 2008. Passa dall’Mpa a NoiSud, di fatto resta sempre con la maggioranza. Non ha un curriculum diverso da quello di altri. Ora però gli ex colleghi del gruppo come Pionati lo insultano: «Visto che ha la passione per la letteratura gli dedico I miserabili di Victor Hugo». Assurdità di questa legislatura. Lui scrive romanzi e persino canzoni, una per Albano Carrisi. Anche lui ha commesso in realtà un solo errore: credere che i deputati debbano rispondere ancora agli elettori e non ai capi partito.


la crisi italiana

pagina 4 • 15 ottobre 2011

Il governo non ha più credibilità politica da molto prima di ieri. Ma così l’Italia rischia di finire allo sfascio

Una colpa per tre

Bersani non ha trovato una mediazione credibile tra le mille anime della sinistra. Alfano e Maroni continuano a sperare in una successione morbida. Ecco perché Berlusconi resta dov’è. E i problemi, invece di diminuire, aumentano di Enrico Cisnetto n altro 14 dicembre. Solo che questa volta il voto di fiducia, portato a casa dal governo a “quota 316”contro i 314 di allora, era scontato. Nessun colpo di scena. Anzi, semmai i problemi li ha avuti il centro-sinistra, che si ritrova con la gatta da pelare dei radicali, verso i quali avere stizza significa misurare tutta la propria impotenza. Questo non significa che Berlusconi e il suo esecutivo ne siano usciti vivi, tutt’altro. Ma se è per questo, erano politicamente morti anche prima dell’ennesima fiducia: lo sono da molti mesi, almeno da quando dovettero ricorrere ai cosiddetti “responsabili” per avere i numeri in parlamento. Tuttavia, si tratta di una condizione non sufficiente per voltare pagina, occorre andar sotto anche dal punto di vista numerico. Si dirà: ma è successo molte volte in aula, e anche per questioni di primaria importanza – o addirittura vitale, come il rendiconto di bilancio, che ora tornerà

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con qualche virgola cambiata al vaglio dei parlamentati – e non se n’è preso atto. Vero. Ma ogni volta, alla controprova della fiducia il governo l’ha sempre sfangata. E non si può chiedere al Presidente della Repubblica, che per cause di forza maggiore è già andato oltre la linea di confine delle sue prerogative, di mandare a casa un governo non sfiduciato.

La verità, dunque, è che a uscire perdenti da questo ennesimo passaggio inutile della vita politica sono le opposizioni, o meglio quelle opposizioni che non hanno saputo fare altro in questi mesi che ripetere stancamente il ritornello quotidiano «Berlusconi si deve dimettere» e ogni tanto tentare di mandare al premier un “cartellino rosso” che il voto di fiducia ha puntualmente respinto al mittente. Ma non meno perdenti paiono quei “giovani”del Pdl e della Lega, che non avendo il coraggio di fare ciò di cui c’è prioritariamente bisogno per il bene del

Paese – staccare la spina al governo e con esso alla Seconda Repubblica – finiscono col precludersi ogni possibilità di giocare una partita nel “dopo” che inevitabilmente e inesorabilmente arriverà, purtroppo per mano di una crisi economica europea che renderà al “dopo” la vita maledettamente più difficile di quanto già non sia.

Sulle opposizioni il ragionamento è presto fatto: se al di là delle fantasie esistesse davvero

Il premier ha detto una sola cosa rilevante: «O me o le elezioni»

una qualche formula per portare a compimento la legislatura senza Berlusconi, la sfiducia ci sarebbe già stata o ci sarebbe domattina. Se così non è stato e continua a non essere, pur in una situazione di inequivocabile decesso politico del governo e del suo premier – analisi che non trova un contestatore nel Pdl e ne trova ben pochi nella Lega, ma rigorosamente in privato – è perché manca una qualsiasi alternativa che non siano le elezioni anticipate, che non sono gradite a nessuno ma prima di tutto non lo sono al Pd. Il governo di “responsabilità nazionale”, infatti, è stato approcciato dalle varie anime dei democratici, peraltro impegnate in una lotta fratricida, in modo assolutamente strumentale, perché è evidente che se mai la prospettiva si facesse concreta, le ali del centro-sinistra, quella giustizialista e quella massimalista, sarebbero tagliate fuori, e questo metterebbe in moto rese dei conti interne tra chi si riconosce nella “fo-

tografia di Vasto” – Bersani, Vendola e Di Pietro raffigurati come i tre pilastri del nuovo Ulivo – e chi invece vuole un’alleanza al “centro” con il Terzo Polo.Viceversa, Bersani sa bene che andare alle elezioni significherebbe due cose: sciogliere subito quel nodo delle alleanze fin qui rinviato; rischiare di fare la fine di Occhetto, che nel 1994 partì con un enorme margine di vantaggio e la sicurezza (sicumera) di vincere, e poi si ritrovò sconfitto dal debuttante Berlusconi. Se a questo si aggiunge che le opposizioni non sono riuscite a raggiungere uno straccio di convergenza su una legge elettorale alternativa al porcellum e il Pd si è dovuto accodare al referendum pro ritorno del mattarellum – avendo nel frattempo sciaguratamente affossato quello promosso da Passigli pro sistema tedesco – e quindi si ritroverebbero nel caso di un governo che deve portare a termine la legislatura o anche solo portare al voto, e dunque con il compito pri-


15 ottobre 2011 • pagina 5

La bocciatura dell’assestamento di bilancio mette a nudo un grave problema politico

Una vittoria di cartapesta: i guai del Paese restano gli stessi Non ci si può nascondere che, respingendo il rendiconto dello Stato, questa maggioranza ha mancato un proprio dovere costituzionale di Francesco D’Onofrio ome tutti sappiamo, in un sistema parlamentare di governo è essenziale che tra Parlamento e Governo vi sia un rapporto di fiducia. Nella Costituzione italiana si giunge fino al punto di affermare che in caso di sfiducia il governo è obbligato a dimettersi, anche se non vi è la richiesta di una esplicita previsione di altra maggioranza di governo. Non abbiamo infatti nella Costituzione italiana un istituto almeno analogo alla cosiddetta “sfiducia costruttiva”, che è espressamente prevista nel vigente sistema costituzionale tedesco. Pertanto, è di tutta evidenza che è necessaria una esplicita fiducia del Parlamento al Governo perché questo possa restare in vita, costituzionalmente parlando.

C

La struttura costituzionale della forma di governo italiana, per quel che è normalmente scritto in Costituzione, è pertanto basata sul rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo. Fino a quando vi saranno due Camere del Parlamento dotate entrambe di potere di vita e di morte del governo, questo rapporto di fiducia dovrà distintamente riguardare entrambe le Camere. Ma il rapporto di fiducia non inerisce soltanto a un fatto numerico tra Camere e Governo, perché il rapporto medesimo dà sostanza ad un vero e proprio patto politico di operatività programmatica, nel senso che il governo si presenta in Parlamento non già soltanto per ottenere una fiducia numerica, ma per dar vita ad un patto costituzionalmente vincolante per la realizzazione del programma medesimo. Il carattere dominante che i partiti politici hanno avuto in quella che chiamiamo “Prima Repubblica”ha fatto sì che la fiducia avesse contestualmente le caratteristiche della necessità e della sufficienza. Necessaria infatti la fiducia perché un governo possa comunque rimanere costituzionalmente in carica; sufficiente la fiducia medesima perché la realizzazione del programma di governo inerisce alla fiducia medesima. La vicenda costituzionale che è stata caratterizzata dal mancato voto di maggioranza per il rendiconto dello Stato ha posto ancor più in evidenza questa specifica distinzione tra necessità e sufficienza della fiducia medesima. Nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica, e ancor più in conseguenza della vigente legge elettorale – che esplicitamente prevede la “figura” del “capo della coalizione” –, il premio di maggioranza ha finito con il configurarsi quasi come una sorta di investitura direttamente elettorale e non più parlamentare del “capo del governo”, che si è venuto quasi a so-

vrapporre all’originario Presidente del Consiglio dei Ministri parlamentarmente legittimato.

L’istituto della fiducia parlamentare risulta pertanto sempre necessario perché un governo possa definirsi costituzionalmente legittimo, ma non anche sufficiente per legittimare il medesimo “capo del governo” per tutto l’arco della legislatura, che la Costituzione vigente

La mera supremazia numerica deriva dal “premio elettorale” e non basta a garantire l’operatività prevede in cinque anni. Se infatti si può in qualche modo affermare che la fiducia iniziale al governo costituisce la necessaria investitura parlamentare del governo medesimo, non si può del pari

ritenere che essa rappresenti al tempo stesso una sorta di “polizza di assicurazione temporale”per il governo medesimo, quasi che il premio di maggioranza conquistato dal “capo della coalizione”si trasformi in una sorta di garanzia di durata del governo medesimo, anche a prescindere dalla sua capacità operativa. La distinzione tra necessità e sufficienza della fiducia parlamentare diventa pertanto ulteriormente significativa proprio nel contesto di questa cosiddetta Seconda Repubblica, e in particolare alla luce della vigente legge elettorale che – a differenza del Mattarellum – ha esplicitamente previsto la figura del “capo della coalizione”, il quale (in caso di vittoria della coalizione medesima anche con una percentuale molto bassa di voti) consegue una sorta di investitura elettorale diretta. Questa specifica differenza tra la Costituzione vigente da un lato, e il sistema elettorale con premio di maggioranza e capo della coalizione dall’altro, induce pertanto a vedere in termini costituzionalmente rilevanti la distinzione tra necessità e sufficienza, che in tutto il tempo della Prima Repubblica aveva in qualche modo dato vita alla successione di governi nel corso della medesima legislatura parlamentare.

In quegli anni, infatti, il sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza e senza capo della coalizione aveva fatto perno totalmente sull’istituto della fiducia parlamentare, facendo in qualche modo confluire in esso la necessità e la sufficienza della fiducia. L’anomalia costituzionale alla quale ha dato vita il voto con il quale la maggioranza di governo non si è manifestata tale persino in riferimento al rendiconto dello Stato, ha finito con il provocare una più adeguata lettura della Costituzione vigente, sì che il voto di fiducia medesimo conferisce e conferma legittimità costituzionale al governo in carica, ma non garantisce in alcun modo la sua permanenza in vita qualora la maggioranza parlamentare finisse con il diventare inadempiente rispetto a veri e propri doveri costituzionali. Sarebbe in tal caso del tutto ragionevole prevedere lo scioglimento delle Camere anche in costanza di un rapporto di fiducia tra Camere e Governo, perché in questo caso la fiducia rimarrebbe pur sempre necessaria ma non sufficiente rispetto alla capacità operativa che la maggioranza parlamentare medesima si impegna a realizzare nel momento stesso in cui esprime la propria fiducia al governo.

mario di cambiare il sistema elettorale, a non sapere che pesci prendere, e invece nel caso di elezioni anticipate cui ci porterebbe lo stesso Berlusconi, a dover affrontare le medesime con la legge attuale. Una prospettiva negativa nell’uno come nell’altro caso. Di qui l’empasse che rende lampante il fatto che tanto più il governo appare finito, tanto più è chiaro che se continua a prendere la fiducia è perché chi dovrebbe farlo fuori (con facilità, vista la massima decozione) ma non riesce a sua volta è annientato dalle sue contraddizioni irrisolte, che cerca di esorcizzare aumentando il proprio tasso di anti-berlusconismo. Cosa che rende sempre meno probabile l’alternativa di governo e quella elettorale dopo.

Ma sarebbe ingiusto dare la colpa solo alla sinistra. Essa va equamente divisa con i tanti che nel centro-destra pensano e lavorano (?) – non da oggi, peraltro – al“dopo Berlusconi”. Alfano e Maroni, in primis, ma non solo. Tutti i pidiellini giovani e meno giovani aspiranti a diventare la classe dirigente del domani avendo la frustrazione di non essere quella dell’oggi, pur magari essendo ministri o comunque avendo ruoli di rilievo, si sono fatti l’idea che Berlusconi si ritirerà e lascerà loro in eredità quel 20-25% di voti cui ancora il Pdl è accreditato. Calcolo sbagliato. Perché o il Cavaliere cade pesantemente ed è costretto a lasciare la scena, e allora quell’eredità rischia di dissolversi – i voti sono stati e fino a prova contraria continuano ad essere di Berlusconi, non del (inesistente) partito – oppure Berlusconi è ancora padrone del suo destino, e allora non lascerà mai il bastone del comando a nessuno, 2012 o 2013 che sia. Pensare il contrario, ragionando sulla sua età, significa non conoscere l’uomo e non aver capito la vera cifra dell’elezione (si fa per dire) di Alfano a segretario del Pdl. Non è un caso che l’unica cosa rilevante dell’inutile e tedioso discorso del premier in parlamento per il voto di fiducia sia stato «o me o le elezioni». E non è un caso che chi nel Pdl aveva fatto intendere che avrebbe potuto staccare la spina, per l’ennesima volta non lo abbia fatto. Se a questo si aggiunge che il colpo di coda capace di produrre l’agognata discontinuità non è arrivato neppure dall’interno della Lega nonostante che l’arroganza di Bossi e dei suoi accoliti abbia raggiunto livelli inauditi (il caso Varese è uno dei tanti, chiedere conferma al sindaco di Verona Tosi), ecco disegnato il desolante quadro di un tramonto, quello della stagione politica intestata al trinomio Berlusconi-maggioritariobipolarismo, che non finisce mai. A tutto danno dell’Italia. (www.enricocisnetto.it)


ROMA. Sei miliardi di euro di tagli. In poco più di un’ora, il Consiglio dei ministri ha approvato ieri nel post fiducia il disegno di legge sulla stabilità. Le sottrazioni più dolorose arrivano per la sicurezza, drenata per circa 60 milioni: tra le voci, due milioni di euro per le spese di vitto del personale fuori sede dell’arma dei carabinieri e della Guardia di finanza impiegato per il servizio di ordine pubblico.

E soprattutto, «al fine di razionalizzare e riorganizzare la spesa», tagli alla sicurezza calcolati in 10 milioni di euro per l’anno 2012 e di 50 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013, nella misura del 50 per cento per la Polizia di Stato e del 50 per l’Arma dei carabinieri. Tempo di austerity anche per il personale volontario dei vigili del fuoco, con le retribuzioni che scendono a 57 milioni di euro per il 2012 e a 30 per il 2013. Tengono, nel senso che restano catastrofici, i tagli ai Beni culturali che vedono mantenuti intatti i fondi per il funzionamento della macchina. Cambiano destinazione d’uso, inoltre, i fondi che dovevano finanziare la banda larga. I proventi aggiuntivi dell’asta per le frequenze 4G non verranno investiti nel settore tlc. Il miliardo e mezzo finirà per metà al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e per l’altra al fondo del ministero dell’Economia per gli ”interventi urgenti”. Ma c’è anche il codice La Russa, che invece ha fatto sapere che l’altro 50 sarà dirottato al comparto sicurezza e difesa. Falcidiate Inps, Inpdap e Inail. Nell’ambito della propria autonomia dovranno ridurre le proprie spese di funzionamento “in misura non inferiore, in termini di saldo netto, di 60 milioni per il 2012; 10 milioni per il 2013 e 16,5 milioni a decorrere dal 2014”. Si dice quanto, ma non si spiega come. Anche perché sarebbe esercizio di fantasia sin

Liti nel governo per il varo della «legge di stabilità»

Ancora risparmi sulla sicurezza Il Cdm decide sessanta milioni di tagli a Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del fuoco. Scompare l’Ambiente ma nascono due nuovi viceministri di Francesco Lo Dico

Un po’ di relax, ieri, per Silvio Berlusconi durante la votazione che gli ha garantito l’ennesima fiducia. Probabilmente il premier sapeva di dover affrontare un pomeriggio di fuoco: dopo il voto, sapeva di dover affrontare prima un consiglio dei ministri turbolento e poi un faccia a faccia con Napolitano

troppo impegnativo. Varata inoltre la tassa per i concorsi pubblici, dieci o quindici euro per“diritti di segreteria”, arriva un’ulteriore stretta sulla scuola. Distacchi, aspettative e permessi del settore scuola saranno ridotti del 15 per cento a partire dall’anno prossimo. «Al fine di valorizzare le professionalità del personale scolastico», recita il ddl.

Ma sul tavolo c’era anche il pasticciaccio brutto del rendiconto 2010 e l’assegnazione di alcune onorificenze a tutti i Responsabili che si sono resi disponibili a salvare la maggioranza. A dicembre come ieri mattina. «Siamo pronti a ripartire con la finanziaria e abbiamo di fronte tagli dolorosi per i ministeri. Tagli di cui discuteremo oggi nel Cdm, perché ciascuno cercherà di ridurre i suoi. Mi auguro, anzi sono sicuro che arriveremo a delle decisioni di buon senso, che saranno accolte da tutti», aveva auspicato Silvio Berlusconi dopo aver incassato la fiducia alla Camera per un’incollatura. Ma non appena la riunione ha inizio, poco prima delle 16, si avverte da subito aria pesante. Il presidente del Consiglio ha spostato di due ore il Consiglio per un semplice motivo: il premier ha ricevuto a Palazzo Grazioli Lorenzo Bini Smaghi. Al centro del colloquio la successione di Mario Draghi a Bankitalia. O, secondo altre fonti, il board della Bce di cui l’economista fa parte. Rinunciato al pranzo per dare udienza a quello che è ormai considerato il “terzo uomo” per Bankitalia insieme a Grilli e Saccomanni, Berlusconi si presenta quindi in Consiglio dei ministri, dove le tensioni più palpabili sono iscritte nei volti dei ministri sui cui penzola la mannaia di Tremonti: Stefania Prestigiacomo, titolare del dicastero per l’Ambiente, Paolo Romani, pari gra-


la crisi italiana

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«Ma dov’è lo sviluppo in questo decreto?» Mario Baldassarri ricorda che il Terzo Polo, a fine agosto, aveva presentato delle proposte concrete di Franco Insardà

ROMA. «Il governo ha avuto la fiducia e adesso che fa?». Mario Baldassarri, presidente della commissione Finanze al Senato, da tempo bacchetta la politica economica del governo ed è stato uno degli ispiratori delle proposte che il Terzo Polo ha presentato a fine agosto, per invertire la rotta e puntare sulla crescita e non su tagli indiscriminati e le tasse. Presidente, il governo sta predisponendo il decreto sviluppo. È una situazione paradossale. I giornali da giorni parlano di condono, patrimoniale e tassa sulle baby pensioni. Qualcuno del governo mi può spiegare che cosa c’entrano queste misure con lo sviluppo? Tre provvedimenti che definirei o da ricovero psichiatrico o incostituzionali. Ma possono produrre effetti? Il condono è deleterio, perché diseducativo. E comunque è una tantum. È fuori strada Cicchitto quando sostiene che il condono è necessario per abbattere il debito pubblico, si riferisce a entrate che si aggirerebbero intorno a due-trecento miliardi. Una cifra che ridurrebbe del 10/15 per cento il debito pubblico, con un risparmio di interessi di 7/8 miliardi. E la patrimoniale? Vorrei prima sgombrare il campo dalle follie di chi in questi mesi ha proposto una patrimoniale di due-trecento miliardi per abbattere il debito pubblico. Un condono o una patrimoniale di queste dimensioni avrebbero degli effetti sull’economia catastrofici, con una crescita del meno cinque per cento per dieci anni consecutivi. In pratica boccia la patrimoniale? Si può pensare a una patrimoniale ordinaria che potrebbero dare un gettito di circa sei miliardi. Ma con una condizione ferrea: ridurre le tasse alle famiglie. Se, invece, dovesse servire ad au-

mentare la pressione fiscale la risposta è: no grazie, abbiamo già dato. Rimando questa situazione nel 2013 la pressione fiscale arriverà al 45,4 per cento, al netto di eventuali addizionali degli enti locali. Così come ha segnalato la stessa Bankitalia nell’audizione in commissione Finanze. E la tassa sulle baby pensioni? Le baby pensioni sono un obbrobrio della nostra storia, ma erano previste da una legge dello Stato. A che titolo oggi si pensa di intervenire? Sarebbe un provvedimento palesemente anticostituzionale. Situazione senza via d’uscita? Il governo ha un problema serio che cerca di tenere nascosto e che io segnalai ad agosto durante il dibattito sulla manovra. Da quando è uscita la nota del Documento economico e finanziario (Def) è ufficiale, stando alle cifre, che nel 2013 il deficit non sarà zero, ma attorno a venti miliardi di euro. Una somma che coincide con la stima fatta dal Fondo monetario internazionale che parla di 1,2 per cento del Pil. Ammesso che la delega della riforma fiscale dia i venti miliardi della clausola di salvaguardia, altrimenti i miliardi che mancheranno saranno quaranta. Ritornando alle previsioni della manovra di luglio. E allora? Il governo dovrebbe decidersi ad affrontare il nodo vero della politica economica italia: il taglio, verticale e non orizzontale, degli sprechi e delle malversazioni della spesa corrente. Misure che da anni indico nelle aule del Parlamento e che abbiamo inserite nella manovra alternativa del Terzo Polo a fine estate. Una manovra, agli atti del Parlamento, che prevede il taglio di cinquanta miliardi degli sprechi, avendo così le risorse per azzerare il deficit

La nota del Def dice chiaramente che nel 2013 il deficit non sarà zero, ma attorno a venti miliardi di euro

do allo Sviluppo economico, e Giancarlo Galan, erede di Sandro Bondi ai Beni culturali. Non c’è però molto tempo per le rimostranze, perché il presidente del Consiglio è atteso dal capo dello Stato al Quirinale. In meno di un’ora, si decide tutto. Il Consiglio dei ministri dà il via libera al ddl Stabilità e al ddl sul Rendiconto generale per il bilancio dello Stato 2010 poco dopo le diciassette. Secondo quanto riferito dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, il Cdm ha deciso che il gettito proveniente dalle frequenze andrà per il 50 per cento all’abbattimento del debito pubblico e per il 50 alla diminuzione dei tagli per i vari ministeri, ma con priorità ai comparti sicurezza e difesa.

E non mancano naturalmente operazioni altrettanto importanti per puntellare la maggioranza. Catia Polidori, nominata sottosegretaria pochi mesi dopo aver votato la fiducia il 14 dicembre scorso, incassa la nomina di viceministro allo Sviluppo economico. Niente male per una dura frondista di Fli che soltanto il 10 dicembre aveva annunciato: «Non tornerò mai nel Pdl». Ma diventa viceministro anche Aurelio Misiti: ex idv (dal 2008 al 2010), ex mpa (maggio 2010-febbraio 2011) e attualmente militante nelle file del Partito repubblicano. Anche in questo caso, la maggioranza tiene fede a un patto d’onore: Misiti si era infatti deciso a votare contro l’autorizzazione alla perquisizione degli uffici del ragio-

e dare aiuti alle famiglie, tagliare l’Irap e destinare risorse agli investimenti, alle infrastrutture, alla ricerca e alla formazione. Prima il ministro Frattini, poi tutti gli altri e il Pdl chiedono un decreto sviluppo serio, aggiungendo che non può essere a costo zero. Devono indicare dove prendere le risorse. Il saldo deve essere zero, ma facendo i tagli giusti si liberano risorse per lo sviluppo. Come giudica il fatto che su questo provvedimento stiano lavorando tre ministri differenti su altrettante bozze? Sarebbe normale e giusto che ci lavorino più ministri, il problema è che sono l’un contro l’altro armati. Finora ha deciso tutto Tremonti e con l’ossessione del rigore ha aumentato le tasse e tagliato gli investimenti. Oggi si ritrova con un pugno di mosche in mano, perché non è riuscito a ottenere il rigore e ha frenato la crescita. Continua nascondersi dietro

ner Spinelli, in cambio di un ministero o un sottosegretariato. Sottosegretario alle infrastrutture a maggio, Misiti è da ieri viceministro. Ma i premi ai responsabili non finiscono qui. Ie-

ai vincoli imposti dall’ Europa. La lettera della Bce non chiede altro che riforme strutturali e tagli alla spesa pubblica corrente. Purtroppo le manovre non hanno dato risposta alla Banca centrale europea, ma soprattutto, vorrei sottolineare, che quei provvedimenti si sarebbero dovuti adottare da anni. Ora visto che la Bce sta comprando i nostri titoli e dando qualche settimana di respiro è legittimata a chiedere misure opportune. Il paradosso sta nel fatto che si fanno manovra per convincere la Bce a continuare a comprare i titoli italiani, mentre bisognerebbe venderli non a loro, ma sui mercati. La Bce ha ventilato la necessità per l’Italia di nuovi interventi sui conti. Lei è stato il primo a parlare di ulteriore manovra. Anche loro sanno leggere la nota di aggiornamento del Def. Vorrei anche chiarire un’altra falsità legata alla comunicazione dell’entità delle manovre, perché si mettono insieme tagli futuri sulla spesa tendenziale. La Bce chiede, quindi, una manovra di rigore e di sviluppo, come prevedono i principi basilari della politica economica: senza sviluppo è zoppa, senza rigore è pazza. E i mercati e gli investitori internazionali? Ci hanno messo in stand by e lo spread rimane a 370, in attesa che l’Italia decida sul serio di fare politica economica. Prima o poi la Bce ci mollerà e allora ci sarà il tracollo. Non sarebbe meglio intervenire prima? Intanto in piazza da giorni ci sono gli indignati. La situazione dell’economia reale peggiora di giorno in giorno e aumenta la tensione sociale. In questi movimenti ci sono i professionisti della piazza, ma anche giovani, donne e precari che sono in grave difficoltà.

Massimo Calearo, entrato in Parlamento nelle file del Pd grazie ai buoni uffici di Veltroni, un ruolo ad hoc. L’industriale non gradiva incarichi ministeriali perché sarebbe stato costretto a

Premiati i Responsabili: Rosso all’Agricoltura, Bellotti al Welfare, Melchiorre allo Sviluppo, Cesario e Gentile all’Economia, Catone all’Ambiente ri sono stati nominati sottosegretari, su proposta del presidente del Consiglio, Roberto Rosso all’Agricoltura, Luca Bellotti al Welfare, Daniela Melchiorre allo Sviluppo Economico, Bruno Cesario e Antonio Gentile all’Economia, Riccardo Villari ai Beni Culturali, Giampiero Catone all’Ambiente. Per

rinunciare alla presidenza della sua Calearo Group. Fuori dall’infornata, Giuseppe Galati e Mario Baccini commentano amari: «Prendiamo atto che gli impegni assunti da Berlusconi, non sono stati mantenuti». Ma il premier ha già pronto un piano ad hoc: la presentazione di un ddl in Parlamento per superare

la Bassanini e nominare dieci altri sottosegretari. Il doppio di quelli consentiti dall’attuale legge. «Spettacolo indecoroso, bastano numeri e nomi a confermare che questo governo si regge soltanto su cambiali pagate o da pagare», commentano le opposizioni. Le uniche facce lunghe, ieri, erano quelle di Paolo Romani (che perde i fondi per la banda larga) e Stefania Prestigiacomo. La titolare del ministero dell’Ambiente subisce un taglio del 90 per cento delle risorse, in aggiunta alla perdita dei 700 milioni per il dissesto idrogeologico di agosto. In cassa, spiegano all’Ambiente, restano solo 434 milioni, di cui 320 per le spese fisse. Bel paradosso. Un ministero dell’Ambiente rimasto senz’aria.


la crisi italiana

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Il salvataggio dell’Euro dipende anche dalle scelte e dalla rapidità d’azione dei singoli governi

Applichiamo subito la dottrina Barroso Stabilizzare le banche e puntare sullo sviluppo: il presidente della Commissione europea indica la roadmap per mettere in sicurezza i conti. Mentre in Italia ancora si litiga su cosa (non) fare di Gianfranco Polillo un’Europa senza pace, quella che nia è ancora vista con tante di quelle riè di fronte ai nostri occhi. Si dice serve da paralizzare ogni iniziativa. C’è che la crisi, a volte, possa unire. quindi il rischio che la roadmap, varata Di fronte ad un pericolo maggio- dal Presidente della Commissione eurore, rappresentato dal reciproco condi- pea, si risolva ancora una volta in un zionamento, si dovrebbe fare squadra, “vorrei ma non posso”. Eppure quel dolasciando in secondo piano i pur legitti- cumento era degno di nota. I suoi cinmi interessi di gruppo o nazionali. È que punti fotografano con lucidità i buquanto capita in Italia, dove maggioran- chi neri che fanno di questa crisi qualza e opposizione non riescono a trovare cosa d’insondabile. un minimo denominatore per far fronte ai drammatici problemi del Paese. Ma Il primo impegno - dice Barroso - è dadall’Europa non viene, purtroppo, alcun re «una decisiva risposta al problema segnale in controtendenza. E mentre ci della Grecia». Accanirsi con terapie inasi confronta – ma sarebbe meglio dire si deguate sul paziente significa solo allitiga – i mercati subiscono continue de- lungarne l’agonia e sprigionare elemenbacle. In pochi giorni abbiamo bruciato ti di contagio che mettono a rischio l’inil vantaggio accumulato in una faticosa tera Europa. Una volta ottenuto il verdetto della Troika settimana, quando il Commissione europea, piano presentato da Bce e Fmi - è necessaManuel Barroso semrio sbloccare immediabrava di buon auspitamente i fondi della cio. Poi sono indiziati i sesta tranche di finandistinguo basati esMADRID. Nuova bocciatura ziamento. Occorre, senzialmente sul conper il debito spagnolo: Stanquindi, definire il proto del dare e dell’avere dard & Poor’s ha abbassato gramma in base al di ciascun Paese. E il valore del rating di Madrid quale i privati - in prequel po’ di governance di un gradino, passando a valenza le banche su cui si poteva fare, AA-. L’outlook rimane negafrancesi, tedesche ed seppur controvoglia, tivo. Solo sette giorni fa, lo inglesi - si assumano le affidamento – l’asse stesso declassamento era arloro responsabilità, acfranco-tedesco – ha rivato dall’agenzia di rating cettando un taglio dei subito una prima inFitch. S&P ha motivato il loro crediti o l’allungacrinatura. downgrade con «le mento delle relative Sono state ancoincerte prospettive scadenze. Contribuire ra una volta le di crescita del paead spingere sul suo ribanche tedesche se» e il probabile sanamento interno, a dire no. Il nudeterioramento del uno di quale condizione per mero sistema finanziario Deutsche Bank, tornare a crescere. Ocspagnolo. Il Paese, AckerJosef corre poi - questo il sespiega ancora l’amann, è stato il condo punto - accelegenzia di rating, afpiù esplicito. Rirare le procedure per fronta rischi crecapitalizzare, la realizzazione del scenti a causa dell’alto livelportando il Tier1 al 9 “Fondo salva Stati” e lo di disoccupazione, di un per cento, con l’immisprecisare meglio i suoi contesto finanziario più difsione di nuovi capitali compiti. Dovrà sosteficile ma anche a causa del da parte dei privati è nere le economie in rallentamento della crescita solo un’illusione. Per crisi a condizione che i dei principali Paesi partner ottenere un simile risingoli Stati s’impegnispagnoli. L’agenzia ha anche sultato, sarà necessano a seguire i precetti sottolineato la possibilità di rio un massiccio interdi politica economica una recessione per il 2012, a vento dello Stato ed il suggeriti dalla Comcausa della scarsa domanda sostegno dell’Efsf - il missione europea e interna ed estera. Fondo salva Stati dalla Bce. Che dovranipotesi che in Germano monitorare, con

È

Standard & Poor’s declassa la Spagna

grande rigore, il rispetto degli impegni presi. Solo a queste condizioni, il Fondo potrà partecipare alla ricapitalizzazione delle banche, in seconda battuta: dopo l’intervento del mercato o dei singoli Stati. Potrà inoltre finanziare il debito pubblico - sia sul mercato primario che su quello secondario - esclusivamente in circostanze particolari o in presenza di un rischio di carattere sistemico. I modelli di riferimento - come si può osservare - sono la lettera di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, inviata al Governo italiano e il modo normale di operare dell’Fmi. Non sfugga la valenza politica di quest’ultima proposta. Se l’Europa dovesse affidarsi solo all’Fmi, sarebbe una dimostrazione di impotenza. Ma il punto più controverso è quello che ri-

guarda il rafforzamento del sistema bancario: soprattutto per la portata degli interessi in gioco.

La crisi sta facendo emergere le fragilità effettive dei singoli Paesi, fino ad ora occultate dal cono di luce concentrato sui Paesi - come l’Italia - con il più alto debito pubblico. Finora il gioco era riuscito a causa dell’opacità che caratterizza i bilanci di tanti istituti di credito. In molti casi l’attivo è solo apparente: composto di titoli tossici di difficile valutazione. Il mercato, con il suo diluvio di vendite, che ha colpito un po’ tutti, ha fatto emergere la loro debolezza. La seconda ricapitalizzazione di Dexia - il grande gruppo franco-belga-tedesco - ha dimostrato le nudità del re e creato grande al-

Una proposta per diminuire il peso degli interessi negativi

Una patrimoniale per abbattre il debito di Rocco Buttiglione uesto articolo è fondamentalmente un atto di cortesia verso gli onorevoli La Russa e Castelli. In una recente trasmissione di Porta a Porta ho tentato di spiegare loro una proposta di finanza straordinaria per affrontare il debito pubblico italiano. Ho l’impressione che non abbiano capito. Forse se la leggono nero su bianco ce la fanno. La proposta non è mia. Nell’essenziale ripete una idea del professor Pellegrino Capaldo che (lo dico sempre a beneficio degli onorevoli La Russa e Castelli) insegna non filosofia delle pinzillacchere alla Università di Bettola ma Ragioneria Generale alla Università di Roma.

Q

Partiamo da un dato di fatto. Questo paese si sta svenando per pagare un enorme debito pubblico. Paghiamo

poco meno di 80 miliardi di euro di interessi ogni anno, e non basta. Con gli aumenti recenti dei tassi di interesse questa cifra, a regime, può raddoppiare o peggio. Non avanzano risorse per lo sviluppo. Il paese ha bisogno di investire in infrastrutture materiali e immateriali per creare posti di lavoro e diventare più competitivo. Abbiamo pure bisogno di ridurre le tasse sull’impresa e sul lavoro a quelli che le tasse le pagano. Che fare? Bisogna tagliare le spese superflue e rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione. Bisogna fare una riforma delle pensioni che leghi esattamente ciò che si prende di pensione con i contributi versati (cominciando ovviamente dai parlamentari). Tutto questo può bastare, forse, per mettere in ordine il bilancio, darci stabilità ed evitarci guai peggiori, ma non rimette in mo-


la crisi italiana Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso. Accanto Giulio Tremonti. Nella pagina a fianco, il premier spagnolo uscente Zapatero

larme. Lo dimostra la presa di posizione di Christine Lagarde, fresca di nomina al vertice dell’Fmi. E le preoccupazioni di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, nel loro ultimo vertice. Il salvataggio di Dexia è costato 4 miliardi di denaro fresco. Ma nell’occhio del ciclone sono altri grandi istituti finanziari francesi (Société Générale, Crédite Agricole e Bnp Paribas, tanto per non fare nomi). Se dovesse intervenire lo Stato francese, il debito pubblico del Paese salirebbe al 133 per cento: supererebbe l’Italia e si avvicinerebbe pericolosamente a quello greco. Ed allora la tripla A di rating - croce e delizia di Sarkozy - sarebbe in forse. Per l’Italia andrebbe solo leggermente meglio. Le sue banche sono patrimonialmente più solide, ma come ha detto un preoccupa-

to Corrado Passera, non bisogna esagerare. Anche perché tra le misure auspicate c’è anche quella del contenimento dei super stipendi ai manager e destinare gli utili a riserva.

Coniugare la stabilità finanziaria con una ripresa del tasso di sviluppo: questo il quarto punto. Cosa non facile da realizzare. Il tempo di Keynes è definitivamente tramontato. Lezione che la sinistra italiana non vuole assolutamente ammettere. Oggi si cresce se si liberano le forze della produzione. Se s’introducono forti elementi di concorrenza nei servizi e sul mercato (energia) dei prodotti. Se nelle relazioni industriali il rapporto salario/produttività diventa più stringente. Sono temi che fanno parte del dibatti-

vimento la macchina della ripresa economica e dello sviluppo. I soldi per lo sviluppo bisogna andare a cercarli da una altra parte.

te) in Liechtenstein. Fin qui il dibattito di questi mesi ha generato un consenso abbastanza ampio. Qui arriva la idea di Pellegrino Capaldo.

Molti (Confindustria compresa) concordano sulla opportunità di mettere una tassa sul patrimonio. Il 10 per cento degli italiani detengono il 50 per cento della ricchezza del paese. È giusto chiedere loro un sacrificio per lo sviluppo. Il loro patrimonio perde ogni giorno di valore. Se si riesce a riprendere lo sviluppo, aumenterà invece di valore, tanto da far recuperare con gli interessi i soldi della tassa sul patrimonio. Per di più la tassa sul patrimonio è difficile da evadere. La pagano anche gli evasori, quelli che l’imposta sul reddito non la pagano. Ovviamente l’imposta sul patrimonio deve avere una aliquota molto bassa, diciamo dallo 0,2 allo 0,6 per cento del patrimonio e i poveri (o i meno ricchi, i nove decimi dei patrimoni) devono essere esentati. Una tassa così esiste in molti paesi europei considerati in genere bastioni del capitalismo. C’è in Svizzera. C’è (udite, udi-

Immaginiamo che un contribuente con un patrimonio di alcuni milioni paghi 10.000 euro di imposta all’anno. Noi potremmo imporgli una tassa non annuale ma una tantum di forse centocinquantamila euro accompagnata da un mutuo di importo equivalente rimborsabile in dieci o quindici anni. Il costo per il contribuente sarebbe lo stesso (10.000 euro all’anno). Il beneficio per lo Stato sarebbe assai maggiore. Lo Stato infatti potrebbe liberarsi di uno stock forte di debito. Una cifra realistica potrebbe essere 400 miliardi di euro, cioè più del 20 per cento del nostro debito pubblico che scenderebbe in tal modo al di sotto del 100 per cento del nostro Prodotto Interno Lordo. Su quella parte del debito non verrebbero pagati tassi di interesse e questo da solo renderebbe disponibili circa 16 miliardi di euro ogni anno. Il beneficio sarebbe però assai maggiore.

L’idea è stata lanciata da Pellegrino Capaldo e prevede una tassa “unica” da dividere in vari anni

to politico italiano. Che investono - come abbiamo visto - le forze sociali e creano fratture al loro interno. Marchionne contro Confindustria. Fiom e Cgil contro il resto delle organizzazioni sindacali. Mentre una parte dell’industria italiana, contando solo sulle proprie forze, sembra smentire, almeno per il momento (si veda la crescita della produzione industriale in agosto) le più nere profezie. La ciliegina sulla torta è, infine, rappresentata dall’invito a realizzare, quanto prima, una più robusta governance europea. Dopo le proteste di Franco Frattini, per l’esclusione dal vertice franco-tedesco, una voce autorevole, come quella del Presidente della Commissione europea, mette il dito nella piaga. Restringere la plancia di comando, finora è servito a poco. Poteva essere giustificata da una maggiore capacità decisionale. Ma questo non è avvenuto per la Grecia. Non sta avvenendo per la ricapitalizzazione delle banche a causa del disaccordo netto tra Francesi e Tedeschi. La roadmap ha avuto il pregio di far emergere alla luce del sole queste profonde differenze, mentre l’ultimo bollettino mensile della Bce lancia ulteriori moniti sul decorso di una crisi di cui non si vede sbocco. Stiamo rapidamente giungendo a un punto di non ritorno? Questo è l’interrogativo inquietante che serpeggia nelle principali capitali europee. Mentre cresce la protesta sociale. In Italia, soprattutto, le incertezze aumentano, dopo il voto di fiducia. La prossima spina sarà il varo della“legge di stabilità” dove, a quanto è dato da sapere, non sarà facile coniugare il rigorismo di Tremonti con chi vuole più risorse per lanciare lo sviluppo. Una forbice che non sembra essere in sintonia con la roadmap di Manuel Barroso.

Una operazione del genere farebbe ridurre di molto i tassi di interesse del debito pubblico italiano avvicinandoli di molto ai tassi tedeschi. Oggi sui titoli a dieci anni la differenze fra titoli tedeschi e titoli italiani è di circa 350 punti. Questo vuol dire che un euro di debito pubblico italiano costa in prospettiva 3 volte un euro di debito pubblico tedesco. Una grande operazione sul debito come quella qui prospettata bloccherebbe il rialzo degli interessi e anzi li farebbe scendere.

Che fare con le risorse derivanti dalla riduzione degli interessi pagati per il debito pubblico? Due cose, fondamentalmente, per rilanciare lo sviluppo: investire sulle infrastrutture materiali ed immateriali (dalle autostrade alla ricerca scientifica) e diminuire le tasse sul lavoro e sull’impresa. Nel dibattito interno alla maggioranza Tremonti dice che non ci sono soldi e siamo sull’orlo di una situazione come la Grecia, ed ha ragione. I suoi colleghi dicono che lo sviluppo a costo zero non si fa. Quella che qui viene proposta è una idea per andare a trovare le risorse. La si può certo discutere o anche rigettare. La dileggia però solo chi non la capisce.

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società

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L’associazionismo ha i propri temi di riferimento: non può essere chiuso in una mera questione di rappresentanza politica

I cattolici tra valori e partiti

Dal convegno di Todi (lunedì prossimo), un segno per tutto il Paese di Pier Paolo Baretta a rete che le Associazioni cattoliche stanno costituendo sarà, come sostengono i proponenti, solo una... lobby trasversale che, ovviamente, peserà nelle scelte politiche e sulla formazione della nuova classe dirigente? O, come pensano in tanti, l’anticamera di un nuovo partito cattolico? O, come vorrebbero alcuni politici, la gamba sociale di uno schieramento? Già anni fa, Reti in opera riuniva una buona parte del sociale ”cristianamente ispirato”, ma senza altra pretesa che essere lievito nella pasta di un mondo in rapida trasformazione. Il quadro politico era (o, almeno, appariva) più stabile di oggi; l’alternanza una eventualità accettata e il pluralismo dei cattolici in politica una risorsa e una... convenienza. Ciononostante, in una società in rapida secolarizzazione, i cattolici erano sempre meno influenti.

L

In questo contesto arriva, come una salutare sferzata, l’importante discorso di Cagliari di papa Benedetto sull’appello ai cattolici italiani per un rinnovato impegno in politica e per la formazione di una nuova classe dirigente. La gerarchia avverte, così, il bisogno di coordinare di più il mondo cattolico, che appare un gregge disperso. E chi meglio delle associazioni può assolvere a questo nuovo compito? Ma, curiosamente, è con la conclusione della presidenza di Ruini - protagonista di un’epoca nella quale la Chiesa cattolica italiana sembrava in con-

dizione di esercitare una infuenza diretta senza intermediari - che quell’appello del Papa viene tradotto ”politicamente”. Rete in opera viene ”trasformata”, nasce il Forum. Intanto, la crisi morde sempre più, il quadro politico si complica (la maggioranza si sfarina e

mente minoritaria. Dove sta la convenienza della Chiesa a giocare tutte le sue carte in una unica partita, per di più debole e rischiosa? Il restayling del centrodestra? Ma cosa è stato, in questi anni, il Pdl se non un partito culturalmente articolato e con esplicite componenti lai-

Bisogna avere più fiducia nella fase politica che sta cambiando e nella capacità di discernimento di vescovi e laici: ridurre tutto a un fatto elettorale sarebbe come perdere la bussola Conciliare l’opposizione è affaticata), le forze sociali litigano oltre misura e ciò limita la loro efficacia. Insomma, il disorientamento è grande, anche nel mondo cattolico. Il vuoto va colmato ed ecco prendere corpo un disegno, un nuovo impegno, sotto la regia dell’alta gerarchia, con attori i capi delle associazioni. Ma, quale sarà lo sbocco di queste grandi manovre? Le opzioni in campo sono alternative tra loro e, prima o poi, anche la Gerarchia, anche la Cisl, le Acli, le Cooperative “bianche” ecc. dovranno scegliere. Il partito cattolico? A leggere bene, Bagnasco non sembra andare in questa direzione. È vero che parla di “stare insieme”, ma rifiuta le “nostalgie” ed anche le “illusioni”. Inoltre, un partito cattolico collocato in un ipotetico centro, indipendente dai poli (il bipolarismo, sarà pure in crisi - come sostiene Pellegrino Capaldo - ma non è finito), rischia seriamente di essere una presenza elettoral-

ciste? È pensabile che Alfano operi la reductio ad unum? O davvero si pensa che i liberali, i laici, che oggi popolano il centrodestra, siano tutti convertiti? E la Lega che farebbe in questa ipotesi? Quali nuove ed impe-

vedibili alleanze si scatenerebbero? Pensare, dunque, di trasformare il centrodestra nel partito unico dei cattolici è una prospettiva francamente impraticabile. Non resta che la grande lobby. Il tentativo, cioè, da parte della Gerarchia, di orientare, tramite l’associazionismo cattolico, le scelte dei cattolici ovunque schierati. È una opzione che potrebbe cozzare contro l’autonomia politica dei laici, ma, riconosciamolo, è politicamente compatibile con tutte le evoluzioni possibili del quadro politico, anche quella, non impossibile, che vinca il centrosinistra! È anche la sola che consente alle associazioni in questione di evitare il boomerang della loro spaccatura, che diventerebbe inevitabile se fossero co-

«Dai cattolici una spinta al cambiamento»

Fioroni: «Il Pd li ascolti» ROMA. «Credo che nel panorama dell’Italia di oggi, l’appuntamento di Todi rappresenti un elemento di novità molto importante. In un Paese dove paure e insicurezze portano a chiudersi, una mobilitazione all’insegna della responsabilità credo sia il segnale di una rivoluzione del bene. Da Todi si parte non per costruire un partito nuovo, ma per lavorare affinché si torni al futuro con una politica nuova»: è que-

sta l’opinione di Beppe Fioroni. «Se i cattolici fanno questa iniziativa è perché avvertono la necessità di una politica diversa e il Pd deve rendersi conto che se ritiene quel mondo un interlocutore fondamentale deve rispondere a una richiesta di proposte e iniziative politiche concrete. Quello è un mondo che nella seconda Repubblica ha guardato a destra e invece oggi vuole un cambiamento».

strette a scegliere con quale parte politica schierarsi.

Gli scaut cattolici, ad esempio, si riuniscono in una associazione, ma non sono tutti dello stesso colore politico e se l’Agesci dovesse scegliere tra rappresentare tutti gli scaut iscritti o diventare cinghia di trasmissione di un partito o di uno schieramento, state certi che sceglierà, giustamente, la propria autonoma rappresentanza. Ciò non toglie che non possano avere dei propri criteri politici di scelta, ma saranno sui valori e sui programmi, non sugli schieramenti. Illudersi che non sia cosi e che si ritorni ad una nuova unità dei cattolici in politica o che l’associazionismo cattolico sia tutto schierabile da una sola parte, vuol dire non conoscere la base sociale delle grandi organizzazioni, ma, anche, sottovalutare la complessità presente nelle preoccupazioni pastorali dei vescovi. La recente settimana sociale, troppo rapidamente accantonata, ha dato conto di un fervore diffuso nelle diocesi e la stessa vicenda del voto per i referendum offre qualche elemento di riflessione. Per questo penso che bisogna avere più fiducia nella fase politica che sta cambiando e nella capacità di discernimento di vescovi e laici. Sicché, la nuova prospettiva non va offuscata con trame elettorali o di schieramento che non darebbero conto della unica bussola tutt’ora valida in questi turbolenti frangenti: quella Conciliare!


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

“This must be the place”: un grande Sean Penn, un’opera meravigliosa, ma manca il film

I TRE ATTI DI SORRENTINO di Anselma Dell’Olio

n modo incompleto per spiegare l’eccentrico, artificioso, bellissimo film di Paolo Sorrentino, è che si tratta dei suoi sogni nel cassetto, messi in fila a mo’ di sceneggiatura. Partiamo dal sogno di fare un film con Sean Penn, incontrato a Cannes quando l’americano era presidente della giuria che ha dato il premio speciale a Il Divo. L’italiano ha scritto il copione, e il doppio premio Oscar ha mostrato di non avergli fatto complimenti vuoti. Un altro sogno era di girare con il suo mito David Byrne, come attore-personaggio e come autore delle musiche. Il compositore ha nicchiato fino al consenso di Penn; poi ha aderito. Il terzo sogno era di girare un on the road in America come Wim Wenders (Paris, Texas) e Michelangelo Antonioni (Blow Up) con le inquadrature iconiche di stazioni di servizio, il deserto del sudovest, coffee shop, motel e incontri bizzarri. L’autore napoletano ha girato la sua versione del controverso e imprescindibile Paese-guida dell’Occidente, passando da New York, Michigan, New Mexico e Utah.

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I tre atti di

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Il suo film di riferimento è lo straordinario The Straight Story di David Lynch (1999). Le riprese sono stupende, i dialoghi originali e accattivanti, ma si rischia di perdere molti snodi narrativi per il ritmo non serrato. Si consiglia di vederlo a stomaco leggero e dopo un paio di caffè: ne vale la pena. Il regista ha un raffinato pedigree. Quattro dei suoi cinque film hanno concorso per la Palma d’Oro oltre a questo: Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia, Il Divo. Consacrato con Matteo Garrone (Gomorra) come protagonista del «mini-rinascimento del cinema italiano» dal Premio della giuria, il cineasta ha indiscutibile talento visivo e orecchio finissimo per i dialoghi; sono sempre più interessanti di quelli di qualsiasi altro collega italiano. I suoi difetti sono i finali deboli e lo sguardo prevedibile sulle vicende politiche italiane raccontate nel Divo. Il ritratto di Giulio Andreotti (dell’intoccabile e a volte gigionesco Toni Servillo) è più un caricaturale Dracula alla Oreste Lionello che uno sguardo fresco sul complesso protagonista della Prima Repubblica, ma è girato splendidamente.

L’elemento indimenticabile del nuovo film è il rocker goth-punk di Penn. Trucco e parrucca ricordano Robert Smith dei Cure, incrociato con Alice Cooper e lo scoppiato Ozzy Osborne. Cheyenne (Penn) vive in una lussuosa tenuta a Dublino con la moglie pompiere Jane (Frances McDormand, sotto utilizzata). Ha smesso di cantare da venti anni «perché due fan fragili si sono tolti la vita», prendendo alla lettera i suoi testi dark. Ma continua a travestirsi come allora, congelato in un travestì da Halloween. La vocina è da castrato catatonico, si trascina dietro un carrello per la spesa e ascolta con cortesia un giovane rocker che lo vuole come producer («Solo il nome del gruppo non è negoziabile: “I pezzi di merda”». «Ottima scelta» risponde Cheyenne). È bravo a investire in borsa, e teme di essere depresso. La moglie lo rassicura dopo un amplesso spiritoso: «Un uomo che fa l’amore con la moglie di 35 anni come se fosse la prima volta sta benone». Si occupa di Mary (Eve Hewson), una giovane fan truccata come lui e accolta in casa come una figlia. La madre di Mary (Olwen Fouéré) è troppo triste e distratta perché il figlio Tony è sparito da tre mesi senza dare notizie. Un’altra attività, oltre a quella di farsi sbeffeggiare dai vicini non ancora assuefatti alla sua colorita presenza, è quella di giocare una specie di pelote nella piscina vuota con Jane («Ogni tanto ti faccio vincere», lo disillude lei, per ancorarlo alla realtà). È un omaggio alla partita di tennis virtuale in BlowUp. Ogni tanto Cheyenne fa pronunciamenti gnomici come «Perché è Lady

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sorrentino

traria anche dopo la seconda visione. Bisogna stare molto accorti, perché se si saltano dei passaggi, tutta la seconda parte del film sembra sconnessa.

Gaga?». A questo punto lo script (scritto con Umberto Contarello) fa un salto oltre l’oceano, e inizia un secondo film (ce n’è pure un terzo; in fondo rispetta la classica suddivisione in tre atti). Cheyenne, nome d’arte di un ragazzo ebreo di Brooklyn, è alienato dal padre (un sopravissuto all’Olocausto) da quando ha iniziato a travestirsi a 15 anni. Il rapporto padre-figlio è il cuore della storia, secondo il regista. Il problema è che se ci si distrae un secondo, si perde il senso che c’è nel film. Chi scrive ha colto molti punti nodali critici solo alla seconda visione, che è consigliabile, anzi decisiva. Arriva la notizia che il padre del rockettaro in disarmo sta morendo («di vecchiaia», dice). Decide di andare a NewYork, ma non prende l’aereo. Con il transatlantico arriva in tempo per il funerale. I dialoghi sono ricchi, sfaccettati e di un umorismo dead-pan. Come quando sulla nave ascolta alcune donne in ascensore discutere della marca di rossetto che dura di più. Cheyenne interviene a sorpresa, dicendo che la marca non conta. «Basta incipriare le labbra prima di mettero; dura tutto il giorno». O come il consiglio che dà prima di partire a Jane, che studia arti marziali: «Vacci piano con il Tai Chi»; o la domanda del parente che accoglie il fratello arrivato per

Prima di partire, Cheyenne incontra David Byrne, che davanti a una sua curiosa, affascinante installazione canta This Must BeThe Place. Poche cose sono più inverosimili dell’amicizia tra il punker superdemotico e il raffinato artista e intellettuale new wave. È una scena a sé, poco integrata con il resto della storia, che ruota intorno alla famiglia, la sua e quella di Lange. Nel film di Lynch amato da Sorrentino, l’anziano

nave: «Perché ci hai messo tanto?». Dalle carte che ha lasciato, Cheyenne scopre che il padre ha fallito lo scopo cardine della sua vita: vendicarsi di Aloise Lange, la guardia che lo aveva umiliato nel lager, che vive sotto falso nome in Usa. Il rocker spiega perché decide di assumere il compito: «Un padre non può che amare suo figlio», dunque amava lui. Così intraprende il suo giro cult dell’America per amore filiale tardivo. Ernie Ray (Shea Wigham) è un uomo d’affari texano esuberante e diffidente che affida il suo nuovo pick-up allo stralunato Cheyenne perché lo riporti in Texas, parlando minacciosamente di «fiducia». È un ritratto esilarante e forte, ma è una presenza che sembra arbi-

protagonista non ha più la patente, e si mette in viaggio su un trattore per andare a trovare il fratello lontano e malato, col quale era in lite da lungo tempo. Racconta un gioco che faceva con i figli piccoli. «Prendevo un rametto e chiedevo loro di spezzarlo. Riuscivano facilmente. Poi ne prendevo cinque o sei, li legavo insieme e dicevo “spezzateli”. Non ci riuscivano, e io dicevo, “Ecco cos’è una famiglia”». È il sentimento nobile dietro lo stridente cambio di marcia del film, dal mesto smarrimento di un uomo-bambino, a una caccia al nazista, riscatto di un figliol prodigo che decide di non morire dentro la maschera del Figlio Ribelle. All’inizio Cheyenne dice di essere contento di non avere figli, che una rockstar fa bene a non averli perché «c’è il rischio che diventino stilisti fuori di testa». Dopo, parlando con Rachel, una cameriera di coffee shop (la figlia di Lange), Cheyenne, l’ingenuo, isolato, amabile bambinone solipsistico, con le rughe e gli occhiali da lettura penzolanti al collo, ha una resipiscenza. Dice a Rachel che non avere figli è l’errore della sua vita. Lei risponde: «Non è mai troppo tardi». «Non è vero» replica lui, secco. «Tardi è tardi, e basta». Prima di vedere il film, si temeva che la presenza di artisti politicamente correttissimi come Penn e Byrne ne condizionassero il clima. (Il compositore, durante «Le conversazioni di Capri» di Antonio Monda e Davide Azzolini, affermò che

Theo Van Gogh non era da compatire, perché era stato uno stupido a «provocare dei cani rabbiosi» con il suo film Sottomissione - con sceneggiatura di Ayaan Hirsi Ali - lasciando chiaramente intendere che l’olandese se l’era cercato l’assassinio per mano di un islamista. Byrne era ignaro dell’effetto delle sue parole, e della nemmeno tanto sottintesa idea che alla libertà d’espressione si rinuncia senza uno squittio per non sfrucugliare squartatori fanatici). L’ultimo capitolo è concentrato sul ritrovamento di Lange (Heinz Lieven, straordinario), l’uomo che umiliò suo padre. Cheyenne incontra un cacciatore di nazisti di professione, Mordecai Midler (il grandioso veterano Judd Hirsch). Lo aiuta malvolentieri, e gli ricorda che Lange era «un pesce piccolo»; quello che aveva fatto era una quisquilia rispetto ai veri orrori dei campi. Così si giustifica una lezione con diapositive sull’Olocausto, e uno scambio di battute che ricorda La versione di Barney, in cui Morderai Richler scrive: There’s no business like Shoah business. Molti critici a Cannes erano a disagio per questa parte del film, specie dopo lo scompiglio per le battute infelici di Lars Von Trier su Israele. Ma non è questo il problema.

Finalmente il nazista è stanato, e si realizza una scena madre mancata, quasi un’alzata di spalle, come se Sorrentino si liberasse di un MacGuffin - il pretesto che dà l’impulso alla trama; eppure la scena è bellissima. È che le tre parti del film non s’integrano bene, resta tutto inorganico. Il finale arriva come una doccia d’acqua tonica senza effervescenza. This Must Be the Place, a dispetto del titolo, non trova mai «il suo posto» narrativo: l’opera è meravigliosa; manca il film. È una prova d’autore che vale il viaggio per il ritratto magistrale eseguito da Penn, per i dialoghi stupendi, ironici, irriverenti, controcorrente, specie per un film italiano, per il genio e la delizia dei vari siparietti, per la rigorosa direzione degli attori e per le magnifiche riprese di Luca Bigazzi. E si vuole subito comprare la colonna sonora. Le parti sono superiori dell’insieme, ma talmente ricche che non si scherza consigliando una seconda visione. Possono capitare piccoli black-out dovuti alla mancanza di una linea di racconto coeso, trascinante. E non c’è l’epifania finale come nel film di Lynch. Perderlo, però, sarebbe una scemenza. Paolo Sorrentino, con o senza difetti, è l’unico degno erede dei cineasti dell’epoca d’oro del nostro cinema. Teniamocelo molto, molto caro.


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INDIGNAZIONE indignazione si è impossessata della Terra. Tutti si indignano, ovunque. Doverosamente, è il caso di dire. Poiché non c’è ragione per restare quieti. Abusi, persecuzioni, prepotenze, negazioni, offese, espropriazioni, spoliazioni, impoverimento autorizzano chiunque a indignarsi, da un capo all’altro del Globo. A New York ne hanno arrestati settecento di indignati in un solo giorno. Occupavano un ponte di fatto paralizzando la città. Si è detto che protestavano a migliaia contro la politica economica di Obama. A Madrid era già accaduto che s’indignassero contro quella di Zapatero. E un po’ dappertutto masse imponenti, perlopiù di giovani, sembra che abbiano portato allo scoperto il loro disagio sull’onda della più grave crisi del capitalismo mondiale, dei modelli di vita che esso ha imposto, del consumismo che ha veicolato, dello scivolamento nell’irrilevanza della persona che ha provocato.

L’

Il pretesto è, dunque, palpabile. Le motivazioni profonde difficilmente affiorano. E non basta sfogliare il libretto di Stephane Hessel, uscito due anni fa e immediatamente impostosi come ispiratore dell’indignazione, per comprendere che cosa davvero muove alla rivolta contro la modernità chiunque non abbia conosciuto altro che il «pensiero unico» dopo la fine delle ideologie. Certo, le grandi manifestazioni - non diversamente da quelle che hanno animato la cosiddetta «primavera araba» - organizzate come non sarebbe stato possibile senza uno strumento tecnologico di grande penetrazione nella realtà soprattutto giovanile, come il web, non vanno sottovalutate. Esse concretizzano un malessere di fronte al quale le politiche dei governi occidentali (ma non solo) sembrano impotenti ad affrontarlo e ad arginarlo. Dobbiamo attenderci che il fenomeno, dunque, si estenda? Credo sia inevitabile. Ma gridare in piazza, occupare le strade, impedire la libera circolazione di mezzi e persone, stazionare giorno e notte davanti ai palazzi del Potere può fruttare titoli dei giornali per qualche settimana, servizi televisivi per alcune ore, ma di sicuro non smuoverà nessuno nel senso desiderato dagli indignati. Non è un caso che due vegliardi dell’intellighenzia francese, il già citato Hessel e il novantenne Edgard Morin, abbiano appena dato alle stampe un libro di poche pagine, intitolato Il cammino della speranza, nel quale sostengono che la protesta non

Non basta gridare in piazza, occupare le strade, stazionare davanti ai palazzi del Potere per smuovere il cambiamento. Bisogna dare risposte all’ansia di ricerca, spesso inconsapevole, che c’è dentro di noi

Un sentiero nel bosco di Gennaro Malgieri

L’indignazione deve trasformarsi nello strumento per difendere la propria dignità. Ernst Jünger e Julius Evola, che cinquant’anni fa scuoteva le coscienze quasi assopite pubblicando “Cavalcare la tigre”, potrebbero essere delle buone guide per imboccare la via della battaglia spirituale da combattere basta, è insufficiente perché le istituzioni contro le quali viene esercitata l’accusa sono impermeabili a tutte le critiche, perfino le più violente, tese a preservare se stesse, a perpetuare le logiche che sottostanno all’ordine costituito. La soluzione prospettata da Hassel e Morin è davvero minimalista. Dopo aver contribuito a incendiare platee mondiali che sicuramente hanno scosso santuari come la Casa Bianca, per dirne una, adesso ripiegano su quello che fanno tutte le opposizioni in tutto il Pianeta: sollecitare, spingere, incalzare i governi e i parlamenti a realizzare politiche economi-

che e sociali eque, solidali, condivise; combattere la povertà e diminuire il divario tra i ceti e i popoli; salvaguardare i diritti umani ovunque e ritenere prioritari gli investimenti nella cultura, nell’istruzione, nella crescita civile. La verità è sempre rivoluzionaria, diceva Lenin. Anche quella dei due intellettuali francesi soprattutto se vecchia e banale. Dicono, infatti, che prioritaria è «l’egemonia della qualità sulla quantità» anche se ciò dovesse comportare - e di certo lo comporta - la messa in discussione, anzi il ritiro della pretesa di ridurre la persona a mero homo oeconomicus.

Ma non è proprio questo lo spirito delle culture e delle filosofie relativiste, deterministe e materialiste che da due secoli almeno influenzano il pensiero occidentale e ne determinano gli orientamenti politici? Era forse diverso l’obiettivo ideologico perseguito dagli Hassel e dai Morin, dai loro precursori e dagli ideali allievi che li hanno seguiti avversando chi si mostrava di orientamento diverso e veniva liquidato impropriamente come reazionario? Quanta retorica «quantitativa» è stata riversata sulle speranze di edificare una società fondata sui valori qualitativi?

Se almeno loro, appartenenti in posizione eminente, alla estesa comunità dei padroni del pensiero, facessero ammenda degli errori copiosamente diffusi e invitassero giovani inesperti e poco avvezzi all’approfondimento delle ragioni che hanno determinato lo scollamento tra la realtà e lo spirito, tra la cultura dei popoli e le istituzioni politiche, tra il diritto naturale e l’assolutismo razionalistico, credo che darebbero un senso all’indignazione proiettandola oltre le contingenze e assicurandole un posto di rilievo nelle umane faccende stritolate dal conformismo più becero, dall’appiattimento su modelli standardizzati di vita che tanti giovani ritengono insoddisfacenti, senza conoscerne altri verso i quali indirizzare le loro energie. Talvolta, attraversando le fiumane di protestatari, più o meno indignati, ho letto nei loro occhi qualcosa di più della ribellione epidermica che esprimevano con i loro slogan e le loro grida. Vi ho scorto un’ansia di ricerca, una luce della quale loro stessi, probabilmente, non sono consapevoli mascherandosi da marionette di una rivoluzione impossibile. Vorrei consigliargli il rifiuto della modernità con conseguente «passaggio nel bosco». Ernst Jünger potrebbe accompagnare i loro passi e Julius Evola, che cinquant’anni fa scuoteva coscienze che erano sul punto di assopirsi, pubblicando Cavalcare la tigre, potrebbe indicargli la via della rivolta spirituale da combattere dentro se stessi. Speranze forse vane di un indignato in servizio permanente effettivo che forse s’illude di riuscire, diventando ogni giorno quello che è, come sosteneva Nietzsche, a trasformare l’indignazione nello strumento per difendere la propria dignità. Una forma estrema di conservatorismo, se si vuole. Ma quanto rivoluzionaria.


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Pop

musica

PER PETER GABRIEL scatta l’età del riciclo di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi ai che abbia preso lucciole per lanterne, la musicarella famiglia Finn. C’era una volta Tim, il fratello maggiore. Neozelandese, si trasferisce in Australia e nel 1975 dà il via con l’album Mental Notes all’avventura targata Split Enz: bislacchi, geniali, art rockers nella forma e nella sostanza. C’è anche Neil, suo fratello minore, nella line-up del gruppo che nell’84 si scioglie dopo aver pubblicato Conflicting Emotions. Imboccano strade diverse, i due: Tim Finn fa il solista, Neil forma nell’85 i Crowded House posizionandoli sul pop più radiofonico e in cima alle classifiche mondiali. Ma siccome sono fratelli tutt’altro che coltelli, si ritrovano nel ’95 e nel 2004 a incidere Finn ed Everyone Is Here come The Finn Brothers. E la famiglia? Ha provveduto ad allargarsi nel 2001, quando Neil ha proposto a suo figlio Liam di registrare insieme Two Of Us, rilettura del pezzo dei Beatles da infilare nella colonna sonora del film I Am Sam. Sei anni dopo, padre e figlio si ritrovano a cantare e a suonare nei concerti che festeggiano la reunion dei Crowded House. Liam, gasatissimo, fa i conti: se a quattordici anni è entrato a far parte del gruppo dei Betchadupa, a diciotto ha intonato i Beatles con suo padre e a ventiquattro gli ha fatto da spalla sui palchi di mezzo mondo, forse è arrivato il momento di camminare con le sue gambe. Detto e fatto: nel 2008 entra nello studio d’incisione paterno, in quel di Auckland, per uscirne qualche settimana dopo con I’ll Be Lightning, disco prodotto da sé e suonato da solo. Si guadagna un bel bravo da papà Neil e da zio Tim, il talentoso ragazzo nato a Melbourne. Evviva, la Finn Family ha finalmente trovato il suo degno erede: che non perde tempo e oltre a inanellare ospitate televisive in America (David Letterman Show) e in In-

i sono cretini che non hanno visto la Madonna e cretini che hanno visto la Madonna» diceva Carmelo Bene. Trasferiamo il concetto in ambito rock: ci sono anziani che sanno di esserlo e anziani che non sanno di esserlo. E ogni tanto è bello avere a che fare con anziani consapevoli, dato che ogni età, oltre che quasi ogni genere di musica, ha il suo lato bello. L’addio dei Rem aveva il suo lato serio in apparenza, una grande band che saluta e se ne va, per conclamata crisi creativa. Poi sono apparse le foto del cantante, Michael Stipe, nudo, con l’ammeniccolo in brutta vista. Voleva forse competere con Lady Gaga, che si è fatta riprendere con la germanotta ben visibile (con piercing), ma il risultato nel caso di Stipe fa tanto porno amatoriale da onanista domestico. Altro che dignitoso addio di una band. Figura molto migliore, invece, quella di Ivano Fossati. Ha salutato e ha detto che Decadance è davvero l’ultimo cd, in modo dignitoso, senza apparire nudo su qualche social network. Da ultimo arriva Peter Gabriel, che annuncia il nuovo disco New Blood dicendo che lui non è Lady Gaga, che qualsiasi cosa fa i mercati le si genuflettono davanti. E ha aggiunto: «Io sono realista. A 61 anni ho il privilegio di fare la musica che voglio». E va bene. Poi leggiamo che il nuovo disco è una rilettura in chiave orchestrale di alcuni celebri successi, come Digging in the dirt o Dont’ give up. Per chi ha amato il Gabriel dei Genesis non ci sarà una briciola di gioia, garantito. E per chi ha amato il Gabriel pop, quello del Tour Secret World, per esempio, di cui si trova anche un magnifico video girato durante i concerti italiani, di gioia ce ne sarà pochina. In breve, ’sto New Blood sa tanto di riciclo di vecchia roba. E allora, non era meglio fare come Fossati? (Mai come Michael Sipe, per carità!).

«C

M

Jazz

zapping

Ecco Liam, l’erede dei Finn Brothers ghilterra (Later with Jools Holland), apre i concerti solisti di Eddie Vedder dei Pearl Jam, se ne va in tour coi Black Keys e nel 2009 incide il mini album intitolato Champagne In Seashells. «Ho voluto creare fin dall’inizio una musica spontanea, che non avesse nulla a che spartire con l’intellettualismo», ha dichiarato Liam. «Canzoni capaci di dialogare con gli ascoltatori puntando su melodie che fanno battere il piede a tempo e, in qualche caso, procurano un bel nodo alla gola». In poche parole, pop nello stile dei fratelli Finn (tra l’audace glam degli Split Enz e l’orecchiabilità spinta dei Crowded House) ma riveduto e corretto. È il caso specifico di FOMO, scritto a lettere maiuscole, acronimo di Fear Of Missing Out: paura di perdersi e di non ritrovarsi più. Cosa che non capita al rampollo di famiglia, con una ballata aritmica co-

me Neurotic World pilotata dal pianoforte e dalle distorsioni addomesticate della chitarra elettrica; con la ritmatissima Don’t Even Know Your Name, a distanza di sicurezza dal rock, e con Roll Of The Eye: ciondolante, simil-reggae, con la voce pepata come quella di John Lennon e un finale hard/psichedelico. Aggiungo, poi, le altre sette canzoni a iniziare dalla bontà del soul e del pop a presa rapida di Cold Feet, proseguendo con l’insinuante/ansimante Real Late dalla robusta scorza funky; la feroce, declamatoria The Struggle; l’introversa e acustica Little Words, con l’elettronica che si muove delicatamente sottopelle e un’ombra di Simon & Garfunkel; il rock acidulo di Reckless, che occhieggia agli anni Sessanta; Chase The Seasons, ballata densa e volitiva; la psichedelica, magmatica Jump Your Bones. Come si dice? I figli so’ piezz’ e core. Liam Finn, FOMO, Yep Roc/Cooperative Music, 16,99 euro

Il blues imperdibile di Wynton & Eric di Adriano Mazzoletti olista di tromba, direttore d’orchestra, arrangiatore, compositore, scopritore di talenti, interprete di musica accademica - assai brillanti le sue interpretazioni del Concerto per tromba in mi bemolle maggiore di Hadyn e del Secondo concerto brandeburghese di Bach - Wynton Marsalis è forse uno dei rari musicisti moderni a saper eseguire correttamente il blues tradizionale, come Dizzy Gillespie quando si unì alla blues band di Muddy Waters, la sera del 9 luglio 1977, durante la Grande Parade du Jazz di Nizza. La registrazione di quel concerto di trentaquattro anni fa non è mai stata divulgata. È stato invece pubblicato, recentemente, il cd del concerto - esiste anche il dvd - che Wynton Marsalis, alla testa della sua orchestra, diede, con il chitarrista e cantante inglese Eric Clapton - uno dei maggiori rappresentanti del british

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blues - al Lincoln Center di NewYork fra il 7 e il 9 aprile scorso. Tre serate indimenticabili che rivivono nel cd della casa editrice «Rhino jazz», in cui Marsalis, Clapton, il banjoista e cantante Taj Mahal e alcuni solisti dell’orchestra, il clarinettista Victor Goines, il trombonista Chris Crenshaw, interpretano, con grande enfasi, alcuni celebri blues della storia del jazz. Era il 1965 quando Eric Clapton annunciò che avrebbe abbandonato il gruppo degli Yardbirds, emuli dei Rolling Stones, per unirsi a John Mayall capostipite con Alexis Korner del blues inglese. Con ogni probabilità la decisione di Clapton era maturata nel 1963 quando gli Yardbirds accompagnarono uno dei grandi blues-singers degli anni Venti, Sonny Boy Williamson. L’incontro fu determinante per Clapton che da quel momento, prima con i Bluesbreakers di John

Mayall in seguito con propri complessi, si dedicò a quella musica che è stata all’origine, già all’inizio del Novecento, di gran parte del mondo musicale nero. L’incontro con Marsalis avvenuto, in occasione dei concerti al Lincoln Center, è stato quasi un colpo di fulmine: «Quando Eric e io ci siamo incontrati la prima volta - ha detto Marsalis - tra noi è nata subito un’amicizia basata sul comune amore per la musica e nutrita dall’eredità che condividiamo». Il disco racchiude temi cari al blues e al jazz nero americano, come Joe Turner Blues, composto da William C. Handy e inciso nel 1927 dai Black Bottom Stompers di Johnny Dodds, oppure The Last Time che gli Hot Five di Louis Armstrong lasciarono alla posterità sempre in quel

prolifico 1927. Marsalis e Clapton ne danno nuove grandiose versioni personali, sempre nel rispetto della tradizione. Accanto a questi, Careless Love, con uno splendido assolo di Clapton, ma anche Just a Closer Walk with Thee e quel Layla, uno dei grandi successi di Clapton, in una esecuzione di straordinaria forza e vitalità. Disco questo che non ci stancheremo mai di consigliare.

Wynton Marsalis & Eric Clapton Play the Blues, Rhino Jazz


Mostre

arti La poetica dello spazio negli scatti di Ghirri

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Courtesy Fondo Eredi Luigi Ghirri

di Marco Vallora i puntata in puntata, pare che divertano certe ricorrenze di temi, e magari anche d’innocue, pungenti polemiche. Torniamo ancora un attimo, per allargare il raggio, alla tematica della leggerezza, che si contrappone alla pesanteur volgare (il concetto è di Simone Weil, se permettete) di certi autori alla moda, e retribuiti pesantemente, i quali non rivelano altro che la pesantezza grassa della loro scarsa sottigliezza (ma oggi vogliamo parlare in positivo). E ci piace saltellare dalla levità programmatica, quasi agonisticoginnasta, di Lartigue, transitando ad altre levità, magari più interiorizzate e meno esibite, come quelle del fotografo «metafisico» Ghirri. Allora: se Lartigue privilegiava con i suoi scatti il transito, quasi angelicato, da un elemento della natura a un altro (dal tuffo al salto al volo - lasciando l’istantanea sempre in bilico e cristallizzandola un attimo prima della risacca, inevitabile, della gravità), Luigi Ghirri, che come il francese impostava vere e proprie «partite» di caccia all’immagine, reperiva la sua leggertà (chiamiamola così: perché era un modo di «leggere» il mondo, ma subito di evaporarlo, in una sorta di nebulosità visionaria), insom-

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Architettura

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ma, pescava la sua, ormai canonizzata, levità nuda, entro un universo contadino imbastardito, mutante, snaturantesi. Un mondo elementare, sano, lambruscoso, che però cominciava a lacerarsi come immagine lisa, a farsi plasticato, irrigidita tovaglia d’osteria maramaldesca e traditrice. Cavatina verdiana, costretta a confrontarsi con le luci al neon e l’era Mattei del petrolio facile, le gasoline disseminate per i crudi circuiti autostradali e le ex-vedute paludose della Padania, ancora monda delle ruttosità soddisfatte della politica d’oggi (ma il periodo del boom cominciava a piantare le radici della prossima gramigna). Si guardi, in questa rastremata ed elegante mostra torinese la perfetta immagine perturbante della doppia vetrina paesana, zavattinesca, intapparellata di verde, con lasca cediglia d’una tenda ravvoltolata asimmetrica, al numero 47 («morto che parla») d’una irreperibile contrada defunta, in landa desolata: mercato silente e deglutito. Vero dittico di religiosità screditata: scoronata. Anche Lartigue procedeva così, con le sue campagne indiziarie - lo scrive nel suo diario perenne: «Un’altra idea. E se andassi al Bois a fotografare quelle che hanno i cappelli più belli ed eccentrici?

(…) Mi divertono le persone alla moda: le andrò a fotografare al Bois e alla corse». Baudleriano sin nelle midolla, lui ha a che fare con un mondo che è ancora quello di Degas e di Colette, sorvolato da non troppo tempo dal pallone frenato (e fotografante) di Nadar. Gli anni delle Coppe aristocratiche, delle affiches déco, di tutte le dedite Celeste Albaret e le Françoise della Recherche, che qui paion convocate, per tenere in bilico le macchine aviatorie dei Signorini, cassettoni poco volanti. Ma sono anche gli anni Sport et divertissement di quel mattacchione di compositore, con antenne, che fu Satie. Un mondo Belle Epoque, frivolmente, crudelmente sans souci, che pare non voler ascoltare i colpi di cannone, che, sullo sfondo, cancelleranno via questa apparente spensieratezza. Ghirri ha invece solo più a disposizione semafori ottusi, grumi di nebbia sporcata, interni contadini, malamente fecondati da un benessere affrettato. Ma è meraviglioso vedere come, in stile molto Lartigue, racconti il poema nomade d’una nube spaesata, che solca il cielo flanando, e lui pare, correndo, sottoporle un soccorrevole vaso aristocratico, come sorgente gemmante, come sostegno narrativo rococò (dico correndo, perché si

possono individuare altri scatti, in cui la nube è come proceduta via, sdegnata). Scriveva la moglie, non meno sollecita: «Ho pulito spesso le sue lenti degli occhiali. Mi sembravano all’inizio un’operazione necessaria. Ma ho scoperto nel tempo che lui non lo faceva mai, semplicemente perché non ne aveva bisogno. Il suo desiderio di vedere con chiarezza era così forte, da rendere trasparentissima qualsiasi lente». Con i suoi aquiloni, i suoi aeroplanini di stoppa, le sue aviettes, Lartigue esalta (molto ghirresco, in questo) la spiaggia come lo Sconfinato: «il luogo più immenso della terra, vi si può correre senza limiti e nessuno vi urla di fare attenzione». Non è forse lo spazio delle rondini finte, fermate, artificiali di Ghirri, ove la riproduzione sconcia del mondo toglie il respiro alla profondità prospettica? Bachelard, la Poetica dello spazio: «Quando vive davvero la parola immenso, il sognatore si vede esonerato dai suoi crucci, dai suoi pensieri, liberato dai suoi sogni. Non più intrappolato nel peso, prigioniero del proprio essere». Come celebrando le nozze di Ghirri con Lartigue.

Luigi Ghirri, Vintage Prints 1972-1983, Torino, Photo & Contemporary

Plautilla, un’«architettrice» nella Roma del ’600 ono rarissimi i nomi degli artisti donne che hanno superato la barriera dell’oblio della storia, scritta prevalentemente al maschile. Di fatto le donne emergono frequentemente dai documenti in vesti di committenti di opere, di pittura, scultura e architettura, legate alla pietà famigliare e alla devozione. Risulta dunque ancora più interessante la figura di Plautilla Bricci, che a Roma nel Seicento progetta e costruisce, facendosi carico di dirigere i cantieri, alcune ragguardevoli opere di architettura. A Plautilla, «architettrice» e pittrice è stata recentemente dedicata una giornata di studi promossa dall’Ambasciata Francese presso la Santa sede a Roma, nell’elegante villa Buonaparte, presso Porta Pia, e dall’Accademia Nazionale di San Luca. In questa circostanza sono stati illustrati, oltre alla personalità ancora poco indagata di Plautilla Bricci, il restauro appena compiuto, che ha restituito lo sfarzo e

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di Marzia Marandola la luce a una sua opera: la cappella di San Luigi in San Luigi dei Francesi, la chiesa romana celebre soprattutto per gli affreschi di Caravaggio della cappella Contarelli. La nuova cappella, dedicata al santo Re di Francia, fu edificata tra il 1677 e 1680 con il contributo di Giovan Paolo Schor, il fantasioso legnaiolo tedesco collaboratore di Bernini. Plautilla, che nasce a Roma nel 1613 da una famiglia di artisti - il padre è musicista e pittore della bottega del Cavalier d’Arpino - fu accademica di San Luca e derivò la sua fortuna professionale dagli incarichi dell’abate Elpidio Benedetti, agente romano del cardinale Giulio Mazzarino, reggente della corona di Francia in nome del giovanissimo Re Sole. Benedetti incarica Plautilla e il fratello Basilio del progetto della villa oggi Giraud, all’epoca detta «il Vascello», a

Porta San Pancrazio. La scelta del luogo non è casuale: alta su un colle che domina il vicino Vaticano, la villa occupa un luogo emergente, prossimo a dimore nobili, tra cui il celebre casino Panfili. Il progetto, avviato nel 1663, data del contratto e del capitolato, ha una lunga elaborazione e approda, soprattutto nel corpo basamentale scabro, roccioso e ondulato, all’immagine sospesa tra un’onda e una scogliera. Questo effetto, teatrale e straordinario, è debitore all’opera del sommo maestro di Plautilla, Gian Lorenzo Bernini. La villa deriva il nome dall’essere figurata in forma di vascello: un corpo fortemente allungato, le cui estremità sono modellate in modo da evocare la prua e la poppa di una barca: chiara allusione alla Navicella di San Pietro, cioè la simbolizzazione della Chiesa cattolica, raffigurata da Giotto nel celebre mosaico sulla facciata dell’ormai distrutta Basilica Petriana. All’interno la villa era decorata da dipinti della stessa Bricci, la Felicità circondata da figure allegoriche e da una sfavillante raffigurazione dell’Aurora di Pietro da Cortona. Cannoneggiata dai francesi nel 1849, della villa rimangono pochi, suggestivi ruderi; si può ricostruirne l’immagine dai disegni e dalle incisioni antiche. Incerta è la data di morte di Plautilla, probabilmente avvenuta tra il 1690 e i primi anni del 1700, in un convento dove trascorse gli ultimi anni di vita.


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il paginone

Revisionista ante litteram, la sua aspra opposizione al comunismo sovietico è uno dei tratti che maggiormente lo distanzia da quegli esistenzialisti a cui è stato sbrigativamente assimilato. Nell’anno del cinquantenario della morte, rivisitazioni editoriali e critiche di Albert Camus di Pasquale Di Palmo lto e magro, in un semplice e largo doppio petto blu di tessuto estivo, di quelli che si portano anche di giorno, egli aveva, di lontano, l’aria di uno studente; un’aria che ben si accordava con quel suo costante bisogno di cameratismo, di solidarietà (di più: di fraternità, direi) ch’era facile riconoscere come la più forte caratteristica del suo spirito tipicamente giovanile». Sono parole tratte da Camus a Venezia, un delizioso cammeo di Pier Antonio Quarantotti Gambini apparso nel volume di ricordi postumo Il poeta innamorato. La sagoma di Camus è diventata una specie di emblema stesso del Novecento, incarnandosi nell’effigie immortalata da Cartier-Bresson, dove si vede il primo piano di un giovane dal volto scavato e dalla sigaretta pendente dalle labbra, con un’espressione tra il sardonico e lo scettico che osserva in tralice l’obiettivo del fotografo, protetto dal bavero del cappotto rialzato.

«A

Nel 2010, in occasione della ricorrenza del cinquantenario della morte del grande narrato-

Una sorta di equivoco o forse il fatto stesso che Camus avesse frequentato Sartre e l’ambiente degli esistenzialisti ha relegato, nell’immaginario collettivo, anche l’autore della Peste a far parte di quel gruppo, quasi si trattasse di una sorta di immagine speculare sartriana. Antonio Castronuovo nel suo Alfabeto Camus: Lessico della rivolta (Stampa Alternativa, 256 pagine, 13,00 euro), ricca monografia che, attraverso una serie di voci significative suddivise per ordine alfabetico, ripercorre l’opera dello scrittore, riporta la seguente dichiarazione di Camus, rilasciata a una giornalista di Nouvelles littéraires: «Non sono esistenzialista. Sartre e io siamo sempre stupiti nel veder associare i nostri due nomi. Pensiamo persino di pubblicare un giorno o l’altro un annuncio sul giornale in cui i sottoscritti affermeranno di non aver nulla in comune e si rifiuteranno di rispondere dei debiti che potrebbero reciprocamente contrarre. Perché, in-

stico che hanno spesso a che fare con le idee degli scrittori. Il rigore morale e il senso spiccato per la verità non potevano che indirizzare l’opera di Camus in senso antitetico rispetto a quella di Sartre o di MerleauPonty, soprattutto sul versante politico. Camus era infatti incline ad affrontare di petto certe verità che, all’epoca, potevano risultare scomode a una certa frangia della sinistra, come quelle relative ai fatti di Ungheria del 1956. «Nella cultura staliniana non c’è posto per niente, se non per i sermoni da oratorio, per la vita grigia e per il catechismo della propaganda», asserì Camus qualche mese dopo.

Le divergenze tra Sartre e Camus non si limitarono d’altronde all’ambito ideologico, anche se le prese di posizione in tal senso si fecero sempre più evidenti, come ricorda ancora Castronuovo: «Con gli intellettuali che giustificavano il sovietismo Camus sostenne una polemica assai aspra. Sartre, Jean Marie Do-

Rivoltarsi per l’autore della “Peste” è necessario all’uomo per mettere in dubbio ciò che lo circonda. Un modo per non rassegnarsi alla certezza di un destino schiacciante. Come spiega nel “Mito di Sisifo” re francese, si sono succedute importanti rievocazioni sulla sua figura, oltre ad alcuni contributi editoriali, tra i quali bisogna segnalare perlomeno la pubblicazione per Bompiani delle corrispondenze apparse sulla rivista Combat tra il 1944 e il 1947, con il titolo Questa lotta vi riguarda. Si tratta, senza dubbio, di uno strumento utile per mettere a fuoco una figura che, gradualmente, sta occupando il posto di rilevo che merita e che, per motivi meramente ideologici, era stata paradossalmente avversata da quella sinistra di cui faceva parte e che dominava il clima culturale degli anni dell’esistenzialismo. anno IV - numero 35 - pagina VIII

somma, è uno scherzo. Sartre e io abbiamo pubblicato tutti i nostri libri, senza alcuna eccezione, prima di conoscerci. Quando ci siamo conosciuti, è stato per appurare che eravamo differenti. Sartre è esistenzialista, e il solo libro di idee che ho pubblicato io, Il mito di Sisifo, era diretto proprio contro i filosofi detti esistenzialisti». Il fatto che Camus, nonostante certe analogie riguardanti soprattutto l’accanimento con il quale si affrontava la tematica dell’insensatezza del vivere e dell’assurdo, venisse tacciato di essere un esistenzialista non era che una delle tante generalizzazioni di stampo giornali-

menach e Emmanuel d’Astier de la Vigerie provenivano da famiglie agiate: Camus rimproverò loro di parlare di un mondo del lavoro che ignoravano e di farlo a nome della classe operaia. Faceva in altre parole affiorare un problema oggi messo ben in luce. Ma non basta: denunciò l’arma della calunnia utilizzata dagli intellettuali militanti per squalificare l’avversario, rifiutò anche di giustificare gli abominevoli mezzi, come ghigliottine e patiboli vari che, dalla Rivoluzione francese fino al sovietismo, nascono da buone intenzioni». E ancora: «Come non bastasse uscì nel ’51 L’uomo in rivolta,

Elogio del (non della r opera che argomentava la sua revisione dei fatti, e poneva sotto la lente i grandi nomi del comunismo storico. Marx veniva sottoposto a un giudizio assai severo, come colui che aveva ridotto l’uomo al solo determinismo sociale e la storia alla sola analisi dei rapporti di classe. Rifacendosi a Marx, il comunismo avrebbe pervertito il senso della rivolta, adottando una nozione di dittatura contraria alla sua idea di libertà dell’individuo, come si coglie dai risultati raggiunti nei Paesi del socialismo reale. In quanto a Lenin, era stato l’ideatore di un partito rivoluzionario che altro non era, in fondo, che un esercito di professionisti della politica sostituitosi al popolo. [...] E Stalin? Il suo progetto comunista fu definito da Camus con due parole secche, «totalità e processo»: una dittatura totale che dominava - mediante il terrore, la delazione e i processi fondati su

accuse menzognere - milioni di persone. Era troppo: Camus si trovò emarginato dall’intellighenzia francese».

Bisogna ricordare che, all’epoca in cui operò Camus, gli intellettuali della rive gauche erano orientati, anche ideologicamente, a sinistra e credevano di vedere incarnarsi nel modello sovietico il sogno di progresso e uguaglianza professato dalla dottrina marxista, salvo chiudere gli occhi di fronte alle efferatezze compiute in nome di tali ideali, giustificando lo stesso stalinismo e i gulag. Non è un caso che Camus considerasse molto vicini alle sue posizioni due scrittori italiani del calibro di Silone e Chiaromonte che, del pari, non esitarono a mettere in discussione un sistema politico basato sull’ignavia e sulla reticenza. Il concetto che sta alla base dell’opera stessa di Camus è quello della rivolta. «Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta», aveva detto in un’intervista.


ella rivolta rivoluzione)

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Nel Mito di Sisifo aveva cercato di chiarire questa sua cognizione: «Una delle sole posizioni filosofiche coerenti è la rivolta, che è un perpetuo confronto dell’uomo e della sua oscurità; che è esigenza di una trasparenza impossibile, e che mette in dubbio il mondo a ogni istante. [...] Tale rivolta non è aspirazione, poiché è senza speranza: è la certezza di un destino schiacciante, meno la rassegnazione che dovrebbe accompagnarla».

Lo stesso Castronuovo asserisce: «La rivoluzione conduce fatalmente alle ghigliottine, alle fucilazioni, ai campi di concentramento. La rivolta no: essa non deturpa l’uomo, ne rispetta i contorni, ne riconosce la sacralità individuale. Al punto che solo nella rivolta l’essere viene moltiplicato, il proprio e quello altrui. Ecco perché uno dei segreti vitali di Camus è il celebre motto “Mi rivolto, dunque noi siamo”. Solo se il singolo ha la forza di ribellarsi, tutti gli altri possono essere uomini». Le nozioni di assurdo e

in maniera semplice ed elegante, a ricostruire l’universo di Camus, prendendo in considerazione anche gli aspetti meno conosciuti dell’autore che, nato a Mondovì, in Algeria, il 7 novembre 1913, si era sempre battuto per i diritti dei più poveri, aderendo al Partito comunista algerino che presto lascerà per divergenze di carattere ideologico. Se non si fosse stabilito in Francia all’inizio degli anni Quaranta e non fosse scomparso prematuramente in un incidente automobilistico il 4 gennaio 1960 insieme al suo editore Michel Gallimard, Camus avrebbe presumibilmente fatto parte della schiera dei cosiddetti pieds-noirs, i francesi nati in Algeria e rimpatriati dopo la caduta del regime coloniale nel 1962, avversati dalle stesse autorità francesi e considerati alla stregua di razzisti e sfruttatori. In realtà il libro di Castronuovo dimostra come Camus, proveniente da una famiglia di umili condizioni, si fosse sempre adoperato per migliorare la qualità della vita degli algerini e fosse rimasto incantato da quel paesaggio mediterraneo di cui ritroviamo le tracce a più riprese nelle sue opere (si pensi alle indimenticabili descrizioni del sole che abbaglia in riva al mare il protagonista del

viso da garagista».Nonostante le enormi differenze presenti sul piano intellettuale, le posizioni tra Camus e André Breton, il capostipite dei surrealisti, trovarono un punto di incontro nel condividere «le stesse riserve sullo stalinismo e sul pericolo di una dittatura dei partiti». Ma Camus non approvava quella che considerava un’estetica di tipo nichilista e, in un capitolo dell’Uomo in rivolta, arrivava a denigrare i grandi fari del surrealismo: da Sade a Lautréamont, da Jarry a Rimbaud.

D’altro canto non mancarono ad arrivare anche i riconoscimenti, come il conferimento del Nobel nel 1957. Nel discorso di Stoccolma Camus sostenne che l’arte «è un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti». Una concezione, dunque, tutt’altro che elitaria della letteratura, ma che si rivolgeva a chiunque fosse in grado di capire e di porsi al di là degli steccati di matrice ideologica. Le Edizioni Via del Vento pubblicano inoltre, sempre a cura di Antonio Castronuovo, una pièce teatrale inedita di Camus dal titolo La commedia dei filosofi (36 pagine, 4,00 euro). Si tratta di «un’agile pochade che mette in scena caricature molièriane», come avverte il curatore. Il bersaglio è proprio quello degli esistenzialisti e di certo engagement, con il loro corteo di ridicoli dogmatismi. D’altro

Se non fosse prematuramente scomparso nel 1960, sarebbe diventato un “pieds-noir”. Buzzati lo descrive come un uomo sportivo, solido, ironico, dalla testa limpida, non da intellettuale. E con un viso da garagista di rivolta sembrano contrassegnare l’opera stessa di Camus, lungo un itinerario creativo versatile e felice che annovera autentici capolavori: da Lo straniero (1942) a Il mito di Sisifo (1942), da La peste (1947) a L’uomo in rivolta (1951), da La caduta (1956) ai titoli apparsi postumi. Opere scritte con uno stile sobrio, asciutto, misurato, che nulla concede sul piano del virtuosismo e che si misura indifferentemente con prosa narrativa e saggio di argomento speculativo, testi critici e teatrali, articoli di taglio giornalistico e annotazioni diaristiche (si pensi ai Taccuini). Castronuovo riesce,

romanzo Lo straniero). Apprendiamo così che la stesura del romanzo La peste, universalmente considerato come uno dei suoi capolavori, fu realizzata sotto la diretta influenza del saggio Il teatro e la peste di Antonin Artaud o che Camus ricavò dalla pièce di Dino Buzzati Un caso clinico un adattamento teatrale con il titolo Un caso interessante. L’autore del Deserto dei Tartari, sollevato dopo l’incontro con il mostro sacro, scrisse: «Grazie a Dio, non aveva una testa da intellettuale, ma da sportivo, limpida, da uomo del popolo, solido, ironico ma con bonomia, in un certo senso un

canto il richiamo a Sartre è evidente fin dal nome di uno dei protagonisti della pièce, Monsieur Néant, il signor Nulla, che allude chiaramente all’opera intitolata l’Être et le Néant (L’essere e il nulla). «Quella che sembra un’operetta secondaria è invero un’aguzza stoccata che Camus sferra a quel mondo esistenzialista e ideologizzante che occupava la cultura francese di cui oggi scorgiamo narcisismo e velleità - nel dopoguerra», osserva il curatore. La vicenda è quanto mai paradossale e si inserisce, a buona ragione, in quella condizione dell’assurdo che sembra dominare l’esistenza quotidiana dell’uomo. L’assurdo, afferma Camus, «non è nell’uomo e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza».


Narrativa

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libri

Vladimir Nabokov L’INCANTATORE Adelphi, 116 pagine, 14,00 euro

i possono accettare le più svariate smentite. Sincere, false o quasi false. Non importa. È un fatto incancellabile che ogni opera letteraria importante abbia avuto un «palpito» iniziale. Il personaggio d’un romanzo, prima di diventare tale, è ossessione dell’autore. Vladimir Nabokov, nella nota introduttiva (1956) alla traduzione (dal russo) del suo Incantatore, fa una chiarissima ammissione: «Il primo, piccolo palpito di Lolita mi percorse alla fine del 1939 o all’inizio del 1940». Erano giorni di nevralgia, che lo costringevano a rimanere a letto. Ed era Parigi e non l’America (notevolissima la differenza ambientale) il contorno di una smania sessuale contenuta a stento dentro la mente e il corpo di un quarantenne «con un mestiere distinto», elegante, astutamente affabile e distratto da tutto ciò che potrebbe diventare negazione del suo progetto esteticoerotico. Incontra una dodicenne pattinatrice in un parco, e parlando con la donna che la sorveglia scopre che la madre di questa «proto-ninfetta» (definizione del figlio Dimitri, che esamina il racconto del padre nella postfazione) è in realtà una donna ex bella, malatissima, indigente. Il signore che passeggia con il bastone è consapevole delle proprie contorsioni intellettuali. Si chiede: «Malattia? Inclinazione criminale?». Come accade in Lolita ma anche nel Dono, la scorciatoia del lupo con la lanugine della dolcezza consiste nello sposare la ributtante e noiosa madre per stare accanto alla ragazza. Un esserino assai mobile ed elastico, con occhi un po’ vacui «che ricordano in qualche modo la trasparenza dei chicchi di uvaspina». Lo sguardo dell’uomo s’aggrappa morbosamente a ogni particolare del corpo, e al contempo all’immaginazione del corpo: i capelli ramati, «la sottile peluria volpina sugli avambracci». Nabokov con grande maestria linguistica e psicologica narra, con cerchi concentrici, l’assedio del protagonista. Che è giustamente definito da Dimitri «un sognatore corrotto». L’uomo del parco non è affatto uno sciocco, semmai è imprigionato dentro una pulsione perversa che contiene elementi infantili: «Non faccio altro che cercare una giustificazione alla mia colpa». E la colpa, esaminata in modo esacerbato nella mente, non può evitare di tramutarsi in «smania disperata». Nabokov ci fa intuire un percorso tragico, ma ci

S

Riletture

Il primo

palpito di Lolita

Una passione folle per una protoninfetta dodicenne. Immaginata da Nabokov già alla fine degli anni Trenta, nell’“Incantatore” di Mario Donati sorprende alla fine quando, in scandalosa vicinanza alla precoce sensualità della ragazzina (rimasta orfana), il corteggiatore travestito da patrigno vede bloccate tutte le vie di fuga e allora non gli rimane che l’«abisso». L’esistenza diventa una pellicola spezzata.

La caduta ha come prodromi i rumori della strada, assordanti, come se quell’intrusione fonica stesse a significare che il corpo candido e vellutato della ragazza appartiene solo all’anello onirico della vita. Nabokov con pochi tratti di penna rende disgraziato il suo protagonista, costretto a chiedersi come «trattenere una bellezza» e con essa «che cosa farci». È il tormento oscuro dell’uomo che desidera, oltre le convenzioni sociali e morali. L’incantatore vuole dirigersi verso «le tenere licenze di patrigno». Procede, certo, ma sempre un po’ strattonato dalla tentazione di «ritirarsi nel suo fiabesco anonimato». Ma le circostanze lo vedono pericolosamente vicino alla «rampante nudità» di una ragazzina che però non somiglia a Lolita in malizia, arroganza e capacità ricattatoria. Il sogno torbido è entrato in quella stanza, e così «il fermento del sangue esigeva l’impossibile». Quel che vien chiamato «incantesimo» si traduce nel «regolo incantato» con il quale il quarantenne misura tanta acerba bellezza, fino a sentire «la vampa della sua coscia armoniosa». Sbaglia nel considerare «facile» il suo paradiso. E allora Nabokov, come acutamente annota suo figlio, continua nella sua scrittura «con immagini a doppio e triplo fondo», in una narrazione quasi entomologica dove «la tematica sessuale è presente soltanto nella sfaccettatura scintillante di un pensiero che punta a un capolinea di tutt’altro genere… l’autore, noto per abbondare in molteplici livelli e significati, qui cammina sul filo del rasoio». Ci sono poi movimenti, o improvvisi scarti, che ci inducono a tratteggiare di giallo la breve e intensa trama dell’Incantatore. Ci consente di pensarlo lo stesso Dimitri quando scrive che «il Fato gioca con il folle, ora ostacolandolo, ora favorendolo, ora facendogli scampare un pericolo come per miracolo, mentre la vicenda si sviluppa, non sappiamo da che parte arriverà la catastrofe, ma la sentiamo sempre più vicina».

Biamonti e la mimosa malata di Giulio Einaudi ieci anni fa, il 17 ottobre 2001, moriva Francesco Biamonti, appartato scrittore ligure. Il suo paesaggio era quello del Ponente, delle colline che guardano il mare, del silenzio delle valli, dell’alito del vento, del Mediterraneo, nella navigazione da costa a costa. In vita ha pubblicato solo quattro romanzi, altre tre scritti sono apparsi post mortem. Biamonti è giunto tardi alla letteratura, ha esordito con L’angelo di Avrigue da Einaudi nel 1983, all’età di 55 anni, essendo nato nel 1928 a San Biagio della Cima, in provincia di Imperia, luogo da cui non si staccò mai. Ha passato gran parte dell’esistenza facendo il bibliotecario a Ventimiglia vecchia, nel piccolo borgo arroccato su una collina che guarda la moderna città di confine, una volta piena di negozi di liquori e di uffici di cambio.Tra gli scaffali alti della Biblioteca Aprosiana, respirando l’aria di frontiera, tra Liguria e Provenza, aveva acquisito un tratto di penna assimilabile a tre grandi voci della letteratura legate al Mediterraneo: Eugenio Montale e la Liguria, Paul Valery e Marsiglia e Albert Camus e Orano. L’Angelo di Avrigue,Vento largo, Attesa sul mare, Le parole, la notte sono popolati di contadini fattisi marinai, capitani liguri all’ultimo viag-

D

di Marco Ferrari gio, personaggi che si muovono tra solitarie case di pietra, austere montagna, «una sorta di Castiglia» dalle terrazze malandate. Là Biamonti ha passato la vita, a San Biagio della Cima, assieme al fratello e alla zia, anonima vallata alle spalle della Liguria turistica con casette a un piano, porte anodizzate, antenne, gabbiotti e serre. Ma più oltre, il paesaggio si salva ancora, fatto di luce alta che proviene dal mare, visioni dirompenti di tuoni, ulivi e vigne arrampicate, mimose sofferenti, contadini burberi e clandestini che passano furtivi attraverso il Passo della Morte. Quel confine che l’accordo di Schengen del 1995 ha eliminato, salvo farlo tornare tale nella recente crisi tunisina e libica, è una striscia immaginaria perché il paesaggio non si interrompe con i muri a secco, la macchia mediterranea, la neve che viene dalla Corsica, i versanti di luci e quelli delle ombre, quelli dei fiori e quelli del gelo. A segnalare a Giulio Einaudi l’esistenza di un bibliotecario, mezzo contadino e mezzo scrittore era stato Nico Orengo, scrittore e giornalista della Stampa, anche lui prematuramente scomparso. Il

Ricordo dello scrittore bibliotecario, sospeso tra Liguria e Provenza, a dieci anni dalla morte

rapporto tra Einaudi e Biamonti si sviluppò attorno a una mimosa ammalata dell’editore e portò alla nascita di un successo inaspettato per un autore discosto, un po’ misogino, solitario, di una certa età, che ascoltava il vento largo del Monte Bignone oppure quello che si infilava oltre il Mont Angel e l’Estérel. Da Italo Calvino e dalla sua famiglia aveva preso la passione del botanico, da Nico Orengo l’intuizione della frontiera, da Jean Claude Izzo aveva preso il gusto per la mala, gli ultimi, i diseredati, i marinai per forza. Il senso della pittura gli veniva da quanti, come Monet o Picasso, Cézanne e Van Gogh, avevano scelto la Provenza e la Liguria per i colori e i profumi, la luce e le pietre. Ora sapeva benissimo che di tutto ciò restava poco, che la Liguria del cemento e la Provenza del turismo avevano ammazzato i paesaggi verticali facendoli diventare franosi, offrendoli alla speculazione, al cemento, alle serre. La bellezza antica veniva offesa dall’architettura del denaro che travolgeva la cultura dell’olivo e la civiltà dei villaggi. Si era così improvvisato contadino, si era inventato scrittore, persino marinaio portando sempre un cappello alla marsigliese, una giacca di velluto e un foulard. Giocava un po’ a presentarsi vissuto, cinico, stanco, lui che in fondo stava scoprendo improvvisamente la vita.


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Autori

ietro Citati e signora entrano in una boutique di Roma. Lei ha bisogno di una giacca invernale. Prima osservazione: «Da un lato, un’accesa aria di futilità e di irresponsabilità femminile, come se fossimo entrati nel tempio del capriccio, dell’artificio e dell’arbitrio; e, dall’altro, la scrupolosa attenzione artigianale, l’amore per un’orlatura ben fatta, la convinzione che dalla giusta caduta di una piega dipenda la salute del mondo». Ci sono due commesse, le quali, se avessero riconosciuto Citati come uno dei più attenti lettori della natura umana, probabilmente avrebbero corretto, per pudore e imbarazzo, sia comportamento sia fraseggio. Due commesse, dicevamo: «La prima, imperiale e chiacchierona; la seconda, sottomessa e silenziosa». La signora Citati prova alcune giacche, ma le paiono tutte strette. La «commessa imperiosa» entra in scena e dice alla collega: «Ma noi abbiamo optato per un discorso sull’ampiezza». Ecco qui l’eloquio vuoto, presuntuoso e idiota, che tanto avrebbe stuzzicato l’ironia corrosiva di Fruttero e Lucentini (si rilegga il loro La prevalenza del cretino). Citati coglie al volo l’enfasi di quell’espressione, domandandosi innanzitutto una cosa: non era più semplice dire «la signora vuole una giacca più larga»? Eh, no. La commessa voleva «liberamente volare sopra i fatti», con «un’espressione pura, una fantasia radiosa, trionfale e gratuita, che non aveva nulla a che fare con la realtà, come la lingua sovrana dei poeti».

P

Il saggista e studioso ragiona, con lucida mestizia, sulla «nostra mostruosa lingua quotidiana», quella che impedisce agli italiani di pensare, così simile a un «gorgheggiare che non include o contempla né cose né sentimenti». Questo è uno degli episodi che ha offerto a Pietro Citati l’occasione di raccogliere una sorta di cronachette morali, o meglio un’antologia del vivere quotidiano, sempre visto dietro la lente dell’intelligenza mista a una sterminata (ma mai pedante) cultura. Citati spazia dall’educazione dei figli al sottosuolo di Roma, dagli intellettuali e la politica alla «morte» di Dio. Questa sorta di comédie humaine s’intitola Elogio del pomodoro (Mondadori, 266 pagine, 20,00 euro). Ma che c’entra il pomodoro? E perché questo frutto rosso della terra viene privilegiato nel titolo? La risposta è duplice. Innanzitutto va ricondotta alla memoria infantile di Citati. Il quale, da ragazzo, trascorreva le vacanze a Cervo Ligure. Lì c’era un barbiere dignitoso, educatissimo, un po’ all’antica. Nel suo negozio, a differenza di altri saloni concorrenti più furbescamente arredati, compariva una vecchia copia del Corriere mercantile di Genova, come se al proprietario poco importasse inseguire i contorcimenti, frivoli e drammatici, del tempo. «Vuol favorire?» chiese un giorno al bambino Pietro mentre stava mangiando dei pomodori con basilico, peperoni,

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ALTRE LETTURE

ANCHE SE TUTTI NOI NO di Riccardo Paradisi

Cronachette

morali

nel cuore del mondo Dall’educazione dei figli al sorriso di Stalin, dal caso Calvi all’Eurostar, dal Vangelo alla morte di Dio, ai pellegrinaggi romani. Dopo “Leopardi”, Pietro Citati raccoglie nell’“Elogio del pomodoro” una sua personale comédie humaine di Pier Mario Fasanotti olive, acciughe. Il ragazzetto che in seguito avrebbe scritto mirabili biografie critiche (Kafka, Goethe, Alessandro Magno, Leopardi, solo per citarne alcune oltre a saggi vari) impresse nella memoria quel «frutto supremo del Mediterraneo» e a distanza di anni lo riafferra, con un’azione mnemonica venata di nostalgia: «Insieme al cattolicesimo, il pomodoro costituiva l’essenza della civiltà mediterranea: stemperava gli eccessi ascetici della religione, invocava indulgenza per i nostri peccati, ricordava che noi siamo, in primo luogo, corpi». Oggi assistiamo alla morte del pomodoro. Non sa più di nulla. Chi lo mastica non ingoia più «la sostanza del sole». Oggetto-simbolo scomparso, uno dei tanti: ecco la seconda ragione della scelta di Citati. Il quale si chiede: è mai possibile che in Puglia, in Sicilia o in Liguria nessuno sia più in grado di restituirci quel «cuore del mondo», denso di sapori e di sterminate suggestioni? Oggi siamo tutti (o quasi) un po’depressi. Un tempo questa immobilità del cuore e della volontà si chiamava, in modo culturalmente elegante, melanconia. L’alternanza ciclica di astenia e ardore, di vuoto ed euforia, annota Citati, è nata in Grecia e ha invaso l’Europa intera, dilatandosi poi in altre zone del mondo. Sosteneva

Starobinskij che la melanconia è l’erede, in noi, di quella che una volta veniva chiamata possessione divina: se siamo malinconici vuol dire che qualcuno ci «possiede». Citati parla di «aggressione»: è una terribile forza che ci assale dal di fuori «…lo spirito diventa corpo, il corpo diventa spirito». Non ci sono vie di fuga. Non riusciamo a vedere nemmeno un sasso, tanto siamo concentrati verso il nostro interno. Nell’antica Grecia un dio regnava sopra i melanconici. Era Saturno, il superbo che Giove cacciò esiliandolo nel Tartaro, legato in catene. Saturno è anche astro, il pianeta più alto, «bianco ed enigmatico». Detestava gli uomini nei quali «entrava» con la sua luce fioca attraverso la milza: di qui la bile nera, la melanconia, appunto.

L’uomo malinconico, avverte Citati, «non può soggiornare nel tempo». La psicologia, ai suoi esordi, credeva che la vittima di Saturno fosse estranea la vita normale (ammesso che esista). Eppure c’è chi elogia la malinconia, se non altro come motore creativo. Kant diceva che soltanto la melanconia è sublime. Aristotele insisteva sul fatto che tutti gli uomini straordinari sono melanconici. Marsilio Ficino «ripete che Dio rivela soltanto ai figli di

L’8 settembre del 1943 Pietro Badoglio annuncia la firma dell’armistizio con gli alleati. Circa 600 mila soldati italiani si trovavano rinchiusi nei campi di prigionia che inglesi e americani avevano allestito in varie zone del mondo, dall’Egitto all’Algeria, dalla Palestina al Kenya, dal Sudafrica all’India. Adesso, dopo avere combattuto per anni contro un nemico preciso e riconosciuto, bisognava scegliere se passare o no dall’altra parte della trincea. Tra questi giovani una cospicua minoranza scelse di non rinnegare il fascismo, di non diventare dei cooperatori. Gli storici sia per la scarsità delle fonti sia per la scorrettezza politica dell’argomento non si sono mai occupati profondamente di questo tema. Quelli che dissero no (Mondadori, 172 pagine, 19,00 euro) di Arrigo Petacco restituisce ora finalmente voce e memoria ad alcuni di quei protagonisti.

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IL CODICE SAMURAI DIVENTA MANGA L’Hagakure è il codice di condotta del samurai. In quest’opera il vecchio monaco Yamamoto Tsunetomo (1659-1719) ha condensato gli aneddoti e i ricordi del suo passato di guerriero sperando di istruire le nuove generazioni e di sottrarle al clima di decadenza morale che si stava diffondendo in Giappone. Hagakure, il codice del Samurai (Edizioni età dell’acquario, 143 pagine, 13,00 euro) è un manga che usa la forma d’arte del Giappone contemporaneo per illustrare gli ideali del Giappone classico.

Saturno i misteri della terra e del cielo». Citati ricorda la penosa fine di Virginia Woolf, arresasi un giorno ai «penosi assalti della verità» e buttatasi nel fiume (non a caso uno dei suoi capolavori s’intitola Le onde, che affronta l’inafferrabile spettro della melanconia). A proposito dei cattivi politici o dei leader sterminatori, Citati si sofferma sul «sorriso» di Stalin, perennemente applaudito dai suoi maggiordomi. Uno Stalin che quando parlava «di fiducia e di amicizia reciproca», nel suo profondo rideva di tutto. Così che la sua funerea risata allungava la sua eco fino in Siberia. Il leader georgiano era il grande mentitore che massacrò milioni di persone. A differenza di Hitler e di Mussolini, che usavano una «lingua demagogica e psicotica», Stalin aveva l’ambizione di «abolire la parola». Scrive Citati: «Gli stalinisti cancellarono il colore e il timbro della voce, l’inventiva metaforica, la precisione razionale, la fantasia, l’entusiasmo, l’ironia, il ritmo, la volgarità, la chiacchiera. La non-lingua del futuro doveva essere implacabile: formule, incessanti ripetizioni, variazioni ripetitive, espressioni meccaniche… la voce di Stalin evitava ogni pathos». Si arrivò in questo modo all’«ipnosi nebbiosa». Molti, ahimè, ne furono rassicurati.


libri Riviste Né poveri né assistiti: ipotesi di libertarismo MobyDICK

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di Gabriella Mecucci

uova civiltà delle macchine, rivista trimestrale edita da Rai Eri, contiene nel numero speciale di luglio - numero doppio, di oltre 500 pagine - un’approfondita analisi della scuola austriaca in economia. I tre maggiori esponenti dello straordinario gruppo viennese sono stati: Menger (1840-1921), Von Mises (1881-1973) e Von Hayek (1899-1992). Quest’ultimo ha segnato, anche di recente, profondamente il dibattito politico ed economico. Il suo liberalismo ha ispirato leader importanti che hanno profondamente cambiato i loro Paesi rilanciandoli e rendendoli più forti e più ricchi. Fra questi: Margareth Thatcher e Ronald Reagan. E - prima della crisi verticale degli ultimi anni che l’ha portato a invocare un partito dal nome «Forza Gnocca» - anche il miglior Berlusconi ha prestato orecchio agli insegnamenti hayekiani. La rivista cartacea della Rai, diretta da Guido Paglia e Massimo De Angelis, si apre con una introduzione a sei mani di Dario Antiseri, Enzo Di Nuoscio e Francesco Di Iorio che ricordano innanzitutto come i due principali allievi di Menger e cioè Von Mises e Von Hayek abbiano dovuto abbandonare l’Austria prima dell’Anschluss. Entrambi poi hanno finito col lavorare e col «fare scuola» negli Usa. Ed è proprio in questo Paese che le loro teorie si sono profondamente radicate. Da Mises partirà una tendenza definita neo-austriaca: si tratta dell’anarco-capitalismo. Murray Rothbard, il più illustre fra questi teorici estremizzerà l’impostazione del maestro sino ad arrivare a sostenere che lo Stato, per il fatto stesso di esistere, costituisce la più grave minaccia alle libertà individuali. Contro il «mito mistificante» della democrazia liberale, proporrà una «società anarchica» in cui i diritti individuali di proprietà debbano essere garantiti non dallo Stato ma da «agenzie private». Ben diversa e con ben altro peso politico è stata la scuola di Von Hayek. Che, pur difendendo una prospettiva liberale, anti-statalista e anti-interventista, rappresenta un’alternativa all’anarcocapitalismo. Questa scuola, infatti, riconosce un ruolo legittimo allo Stato, visto «come apparato giuridico-amministrativo che, se legato ai principi del costituzionalismo liberale, costituisce l’indispensabile strumento di tutela dei presupposti su cui si fondano le libertà individuali». Fra le due scuole - quella discendente da Von Mises e quella nata da Von Hayek - si è sviluppato un serrato confronti negli ultimi venti-trenta anni di cui il volume di Nuova civiltà delle macchine dà conto in modo approfondito. La discussione ha affrontato sia temi di natura epistemologica come il rapporto con l’ermeneutica di Gadamer e con le teorie popperiane; sia riflessioni etico-politiche, come l’accettabilità o meno del relativismo etico, le garanzie e i limiti delle libertà; sia questioni più direttamente economiche, quali l’ambito di intervento dello Stato e la natura del sistema concorrenziale. La rivista della Rai pubblica numerosi saggi che sviscerano questi argomenti: alcuni in lingua italiana, altri in lingua

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La scuola di Von Mises e quella di Von Hayek, e i loro derivati non solo economici, a confronto. Nel numero di luglio di “Nuova civiltà delle macchine” inglese. Quasi impossibile scegliere le parti da segnalare. Il saggio che più ha incuriosito chi scrive è quello di Alain Laurent dove si cerca di rispondere alla seguente domanda: «È possibile un libertarismo di sinistra?». L’autore osserva che in linea teorica, ciò sarebbe possibile. «Dovrebbe configurarsi - spiega - come un individualismo proprietarista in cui, con mezzi non violenti (istruzione, auto-organizzazione) e innanzitutto grazie alle soluzioni del libero mercato, gli individui più socialmente modesti, decisi a guadagnarsi la loro vita da soli e ad assicurarsi la loro protezione, avrebbero la possibilità di vivere e realizzarsi onorevolmente senza essere sfruttati da parassiti e predatori di ogni genere (pubblici e privati)». Lo slogan per descrivere un simile stato, potrebbe essere: «Né assistiti, né lavoratori poveri». Non sarebbe male. Ma Laurent ci avverte: «Questo tipo di libertarismo è ancora tutto da inventare».

Storia

Ansaldo e il “cranio polito” del Vate di Giancristiano Desiderio uando risalgo con la mente alle giornate di quello che fu chiamato un po’per apologia, un po’per scherno, “il maggio radioso”, cioè il maggio dell’intervento italiano nella prima grande guerra, io vedo come un gran barbaglio di sole, io odo come un rombo di grida di folle; ma tutto molto lontano, ma tutto un po’ indistinto e un po’ confuso. Di preciso, di netto, di ben definito nella mia mente c’è un ricordo solo: quello dei pochi istanti in cui io posai la mia destra sul cranio di D’Annunzio, su quello che egli stesso, mi pare, aveva già chiamato il “cranio polito”. Furono, l’ho detto, pochi istanti; ma furono pochi istanti fra i più intensi della mia vita». A scrivere è Giovanni Ansaldo e il testo è l’inizio di un articolo del 26 maggio 1965, al quale seguirà la seconda puntata il 2 giugno, pubblicato su Tempo Illustrato. Giovanni Ansaldo, come si vede e si legge, scrive che è un piacere, è stato una delle più importanti firme del giornalismo italiano. Fu di-

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rettore del Telegrafo e del Mattino. Per la casa editrice Le Lettere, nella collana «Il filo della memoria» diretta da Francesco Perfetti, è ora uscita questa bella raccolta di articoli di Ansaldo il cui filo comune è la guerra e i ricordi sulla guerra e dintorni. Il titolo del libro è Grigioverde come le divise e casacche dei ragazzi della classe 1895 che dalla chiamata alle armi per la Grande guerra fu «investita in pieno». Le Lettere ha pubblicato e riedito altri testi di Ansaldo: Il ministro della buona vita (che è la biografia di Giolitti in opposizione a quanto ne scrisse Gaetano Salvemini: Il ministro della malavita); In viaggio con Ciano; L’ultimo Junker; L’eroe di Caprera; Gli anarchici della Belle Epoque. Ma ritorniamo alla mano posata sul «cranio polito» di Gabriele D’Annunzio. Quella giornata passerà poi alla Storia come la Sagra di Quarto. La cosa andò così. Il 5 maggio 1915 si inaugurava il monumento ai Mille dello scultore Baroni. L’inaugurazione fu scelta dalle minoranze delle forze interventiste per dimostrare la ferma volontà di entrare in guerra e portarvi un Paese intero che

La Grande guerra negli articoli del celebre giornalista raccolti nel volume “Grigioverde”

invece non ne voleva sapere. La presenza di D’Annunzio, reduce dal volontario esilio in Francia, segnava il clou della giornata. Gli studenti di Genova, che marciarono da Genova a Quarto, rappresentavano la «massa di manovra» di tutta la manifestazione: «… è inutile dire che, fra gli studenti universitari, c’ero anch’io, fautore ardentissimo di una entrata in guerra senza la quale mi pareva di essere diminuito nel mio prestigio, personalmente. Soltanto che io, oltre ad essere uno degli interventisti più convinti, avevo anche, a dirla franca, una grande voglia di fare del chiasso». Così quando il Vate ebbe finito di leggere la lunga serie di «beatitudini» in cui «ci incitava, con bellissime parole, ad andarci a far ammazzare dalle mitragliatrici austriache, la sua macchina fu circondata e bloccata da una folla di giovani ai quali, il suo invito di andare a lasciare la pelle in guerra, era sembrato bellissimo e ragionevolissimo». Lì c’era anche il giovane Ansaldo, a due metri dal Poeta: «Vuoi vedere cosa faccio?» disse a un suo amico. «Allungai la mia destra e la posai così bene aperta sul cranio del Poeta. Sì, la mano mia in pieno sulla testa calva, calvissima di lui». E D’Annunzio? Sorpreso e irritato si voltò, ma gli bastò uno sguardo per capire «che io ero uno zuzzurellone» che si preparava a partire come tanti altri per la guerra recitando i suoi versi allora famosi: «Italia, Italia - sacra alla nuova aurora con l’aratro e la prora».


spettacoli Opera Il Requiem di Verdi secondo Temirkanov MobyDICK

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di Marco Vallora

i sono concerti davvero entusiastraordinari, smanti, memorabili però l’eccezionalità assoluta è qualcosa che rarissimamente ci tocca e ci sconvolge, senza esagerare con l’enfasi, e che comunque va sancita e sottolineata. Del resto se un’appassionato di musica questo non lo percepisce, meglio che cambi vita e mestiere. E non è soltanto la suggestione d’un luogo piuttosto unico (il ligneo, caldo Teatro Farnese di Parma, miracolosamente tornato agibile, tra tanti cavilli ovviamente burocratici) a fasciarci e confonderci. Ma l’esecuzione del Requiem di Verdi, assolutamente «reinventato» dall’ineguagliabile Temirkanov è stato qualcosa di così potente e sconvolgente (e due) che sarebbe sciocco non rilevarlo e non accorgerse. Reinventato: attenzione, non quello che abitualmente fanno i ragazzini della bacchetta (e quanti ce ne sono!) che vogliono primeggiare, colpire con effetti speciali piuttosto risibili, e sono tristemente coinvinti (e come s’agitano vanamente, vacuamente sul podio!) d’aver «scoperto» loro per la prima volta il grande musicista e «rinnovato» completamente la partitura! No, Temirkanov, vogliamo usare questa visione tolstojana? da vero servo della gleba al servizio della terrestre partitura verdiana (mai sentito così profondo il senso della terra, anche in senso heidegerriano, di zolla generante, di polla primordiale, ma avvertito così incalzante il premere incle-

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Teatro

mente della geologia del mondo e dell’abisso pressante, in forza quasi mahleriana, terremotante, e pure i calli sofferenti, contadini, sulle dita dell’intelligenza del vivere, con un’eleganza che sconfiggerebbe ogni eleganza di corte), non propone originalità a tutti i costi o eccentricità ricercate, tutt’altro, è la naturale spontaneità e l’immediatezza interiore che ci stupisce, dal momento che una partitura che spocchiosamente crediamo di conoscere capillarmente, ci appare del tutto

inaudita e nuova. Come se si componesse davanti al nostro ascolto rapito: e tutte queste metafore alate, che talvolta usiamo per cercare di eguagliare nel commento il risultato di direttori pur superiori, qui o si spuntano definitivamente o davvero s’inverano in maniera assoluta. Basterebbe quel gesto iniziale, quello schiudersi delle mani giunte, come in preghiera, che nessun tocchi quel caino maledetto del suono e lo guasti con

volgarità corrive!, quel lento gesto come propiziatorio, che in un silenzio sussurrato che dà i brividi, con una lentezza che è comunque pulsante e innervata di terrore arcaico, va a cercare e formare il suono come nella fucina immemoriale di profondità telluriche, davvero terrifiche. Un imo vero: ove si formano tutti i suoni e le possibilità espressive. Come sempre, le mani nude, che non hanno bisogno di bacchetta del comando, mani che forgiano, pennellano, pastellano, tagliano, decapitano, falciano, sino alla reale pelle d’oca. Assecondato da un’orchestra, quella del Regio di Parma, che ormai lo conosce e fa a suo modo prodigi, e da un cast, in parte disomogeneo, che lui amangama con magnetismo contagioso. Discontinua talvolta e forse troppo operistica, Dimitra Theodossiuo, ma capace di sillabare in modo febbrile il richiamo del nulla e della paura, che attraversa tutta la partitura, convincentissima e possente Sonia Ganassi, ottimo acquisto il grandioso ed espressivo Meli in sostituzione di Aronica, qualche concentrazione in più del basso Zanellato non l’avremmo sdegnata. Ma non è questione di di-

stinguere, è l’insieme ch’era immenso. Il senso talvolta di preghiera disarmata, travolta dall’incombere inclemente dell’apocalissi, le trombe fuori sipario, davvero cecchine, minacciosi attacchi giustamente morsicati dalla rabbia e improvvise radure di speranza, che schiarivano improvvisamente quella tinta nera, rembrandtiana, che tutto avvolge: e qui luce e tenebra hanno davvero il loro significato profondo. Al punto da giustificare quello che ha scritto il grande filosofo della speranza Ernst Bloch: «Ma ecco, in Verdi, a contrasto, il sed, il ma dell’Offertorio, tenuto per sette battute, con tutt’intorno la melodia senza celeste,

trionfo, come un levarsi in aria della speranza. Così, con un ultimo residuo di barocco, la musica elabora disperazioni e salvezza».

Da “Lady Grey” a “The Festival” il meglio dell’estate empre ricca la proposta delle Vie dei festival, giunto quest’anno alla XVIII edizione, che propone un corpo a corpo breve ma corroborante con il meglio del teatro dei festival estivi selezionati come sempre dalla sensibilità di Natalia Di Iorio, direttrice dell’Associazione Cadmo, con il sostegno di Roma Capitale e la collaborazione del Teatro di Roma che ha reso disponibili gli spazi del Teatro India. Nei giorni passati abbiamo assistito ai due monologhi di Will Eno: Lady Grey, interpretato da Isabella Aragonese e Mr.Theatre torna a casa cambiato, letto in anteprima nazionale da Claudio Gioè quasi a formare un trittico con quel Thom Pain con cui Elio Germano aveva inaugurato la scorsa edizione. In seconda e terza serata il Teatro dell’Argine ha presentato Report dalla città fragile, lo spettacolo di Gigi Gherzi e Pietro Floridia, la cui pecu-

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di Enrica Rosso liarità è di costruire ogni sera uno spettacolo nuovo frutto del confronto con il pubblico presente in sala che ne determina l’andamento; giovedi sera è stata la volta di Lucido, testo dell’argentino Rafael Spregelburd - ricordate la teatronovela Bizarra? - presentata dalla Compagnia Costanzo/Rustioni; entrambi gli spettacoli sono prodotti dal Paolo Pini di Milano, ex ospedale psichiatrico riconvertito dal 1997 in fucina artistica e sede del festival Da vicino nessuno è normale. Ha debuttato ieri, ma tra oggi e

domani avete ancora sei repliche per non perdervelo, Fermentaciòn. Il viaggio dell’uva, ultima creazione di quello straordinario regista che è Enrique Vargas.Trenta spettatori chiamati a condividere uno spettacolo-rito proposto dal Teatro de Los Sentidos di Barcellona, tutto da degustare (intendiamo con questo termine suggerire l’appagamento sensoriale che il regista colombiano restituisce con i suoi allestimenti: i fortunati che hanno assistito nel 2000 a Oracoli, sempre grazie a Natalia Di Iorio, sanno che cosa intendiamo). Ma attenzione, data la particolarità del progetto, la prenotazione è obbligatoria. Sempre oggi alle 21 per la prima volta a Roma il collettivo berlinese dei Rimini Protokoll (ospite in questi giorni alla Biennale di Venezia che gli ha assegnato il Leone d’argento per le Nuove realtà teatrali) presenta Black tie, un documentarstuck traducibile in docu-dramma, quasi un’indagine sociale in forma di spettacolo di forte impatto, che utilizza situazioni al limite tra realtà e finzione, arte e cronaca giornalistica per l’occasione in

lingua inglese e sovratitolato in italiano. Alle 22 un’altra occasione di grande teatro affidata al talento di due importanti interpreti, Barbara Valmorin e Alvia Reale, che dirette da Stefano Massini presentano il loro studio su La porta, capolavoro della più importante autrice ungherese contemporanea: Magda Szabò. Domani dalle 16 alle 22 oltre alle già citate repliche di Fermentaciòn gli allievi dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico e quelli del TeatroScuola Paolo Grassi di Milano, oltre a presentare il loro lavoro, avranno finalmente l’opportunità di incontrarsi, scambiarsi esperienze e ipotizzare future collaborazioni. E per finire in bellezza una delle compagnie più acclamate della scena internazionale: gli inglesi del Lone Twin Theatre che con il loro The Festival, coprodotto da Uovo Performing Arts Festival, ci offriranno la loro visione fresca e genuinamente gioiosa messa al servizio dell’esplorazione teatrale.

Le vie dei festival, Teatro India, Roma, fino al 16 ottobre info: www.leviedeifestival.com - tel.06. 3202102 - 331 2019941


Essere & Tempo

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li spagnoli si comportarono malissimo verso gli Inca, percepiti come differenti e pertanto inferiori, per quel meccanismo razzista e paranoico della deumanizzazione. Si tratta di un sentimento a banda larga associato frequentemente a un basso livello culturale, a un alto grado di insicurezza spesso non accettata, oppure all’appropriazione di ricchezze dell’altro. È facilissimo da applicare a chiunque sia diverso per nazionalità o religione, colore della pelle, costumi, tifo per un’altra squadra, status economico o sociale (sia più alto che più basso), orientamento sessuale o soltanto sesso come le donne agli occhi di molti uomini (senza spostarsi in Arabia). Basta avviarsi su quel sentiero che l’altro, per essere semplicemente tale, perde la sua umanità e può essere trattato alla stregua di un animale tanto da giustificare violenze piccole o grandi senza che il carnefice sia toccato da sensi di colpa. I conquistadores sentivano di avere un diritto sul territorio degli Inca, sui loro tesori e sulla popolazione tanto che la resistenza di quest’ultimi veniva considerata alto tradimento. A quel tempo non si applicavano i freni culturali e sociali odierni, anche se la stessa corona di Spagna condannava ufficialmente le torture sui nativi ma non veniva ascoltata oltreoceano. È anche vero che gli stessi Inca erano tutto tranne che gente pacifica e poco preoccupati di qualche genocidio locale o del trattamento riservato alle popolazioni che venivano da loro via via inglobate. Però, come capita nei regimi totalitari, non ne lasciarono notizia. Non per abile calcolo; non ebbero neanche il problema di reprimere ogni documentazione delle stragi visto che non conoscevano la scrittura, pur essendo abili nei calcoli astronomici. Lasciarono, invece, le loro testimonianze su bassorilievi e terracotte dove ancora si vede come sgozzavano e smembravano nemici, ma non è la stessa cosa.

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Certo è che gli spagnoli, arrivati al potere, approfittarono al massimo degli indigeni infedeli e più scuri di pelle. Ad esempio, per le costruzioni, la coltivazione dei campi e i lavori in miniera imponevano a ogni famiglia locale l’imposta di un componente maschio, meglio se giovane e aitante, da sfruttare letteralmente fino alla morte che avveniva in genere, con un comprensibile senso di liberazione da parte dell’interessato, dopo uno o due anni. Parte dell’imposizione era che la stessa famiglia dovesse rimpiazzare la perdita, tipo oggetto difettoso. A questo si aggiungevano abituali violenze di ogni tipo su donne e bambini, separazioni delle famiglie e vera e propria caccia all’uomo con cani che alla fine sbranavano il malcapitato. A differenza degli Inca, oltre all’ansia di comunicare i ritrova-

MobyDICK

ai confini della realtà

Liberati

dal sincretismo

di Leonardo Tondo menti di oro e pietre preziose, gli spagnoli documentarono in modo preciso l’organizzazione dell’impero appena sottomesso. Paradossalmente, di quel popolo abbiamo saputo di più da chi lo annientò fisicamente e culturalmente che dai protagonisti. Non solo; i preti

città dai muri rivestiti d’oro, con statue e alberi dello stesso metallo e questa fu la ragione principale della conquista di quell’impero. Al viaggiatore moderno la città si presenta, all’esterno, disordinata e caotica, con edifici mai finiti che culminano spesso con parabole televisive.

In quell’area dov’erano insediati gli Incas si nota oggi un forte orgoglio di appartenenza, un’irrinunciabile fede cattolica e l’uso della lingua spagnola. Un esempio di convivenza fra mondi diversi e un modo di superare il conflitto del passaggio da una cultura indipendente a una cultura di sottomessi europei, oltre alla missione di conversione, pensavano in alcuni casi all’eliminazione fisica dei miscredenti e se ne vantavano. Uno di loro mandò al papa del momento un resoconto dell’eliminazione con bevande a base di curaro (di facile reperibilità da quelle parti) di 1500 infedeli. La reazione papale ufficiale arrivò nel 1993, quando Giovanni Paolo II dovette scusarsi per quello e altri genocidi. Altri religiosi, invece, erano gli unici critici delle barbarie e spesso pagavano con la vita la loro opposizione. Cuzco era la capitale inca in una valle in mezzo alle Ande, a più di tremila metri di altezza. Agli occhi degli spagnoli si presentò una

Passata la cinta della periferia, invece, l’architettura è omogenea con le case bianche appoggiate sui solidissimi muri di enormi pietre squadrate tanto ben unite che tra di esse non passa neanche un filo interdentale. La stessa sovrapposizione architettonica e culturale vale anche per le molte chiese, di una bellezza barocca imponente ma con un’aria rurale data dal color terra scura della pietra. Fu questo il destino che toccò al massimo tempio locale, dedicato al Sole che venne semidistrutto per edificare sulle sue rovine un gigantesco

monastero. Gli spagnoli distrussero molto ma esportarono anche metodi di costruzione e progresso sconosciuti ai nativi uniti a una religione più sofisticata che venne imposta con tutte le coercizioni possibili, ma che con il tempo fu accettata dai popoli andini.

Il risultato attuale è che in quell’area che va dal sud della Colombia fino al nord dell’Argentina e del Cile si percepisce un forte orgoglio imperiale di appartenenza a un popolo nobile insieme a una irrinunciabile fede cattolica e all’uso dello spagnolo come lingua. La parola d’ordine dei peruviani attuali è sincretismo. Per loro è stato un modo di superare il conflitto fra una cultura passata da capi indipendenti, a quella di orgogliosi sottomessi, quasi con il significato di essere stati dei prescelti. È anche un esempio di convivenza fra due mondi diversi che non è stato raggiunto negli ultimi anni come risultato dell’evoluzione culturale, ma che è testimoniato dalle numerose chiese dove si sovrappongono i motivi religiosi inca legati alla natura, come le teste di animali, con quelli tipici del cristianesimo. Gli spagnoli capirono che per convertire i popoli sottomessi dovevano accettare almeno una parte delle loro tradizioni. Tutt’ora, nelle campagne, il colmo del tetto delle case è decorato con due tori, uno bianco e l’altro scuro con una croce in mezzo. Senza dimenticare però che i vari europei alla conquista dell’America tra nord e sud eliminarono circa venti milioni di persone.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Economia: il gioco del governo è inammissibile e gravissimo TRE FIRME PER CAMBIARE DAVVERO L’autunno caldo della politica italiana entra nel vivo: fiducia numero 53 per il Governo Berlusconi, gli indignados invadono la Capitale, sit-in e proteste quotidiane davanti a Montecitorio, ancora un monito dall’Europa perché si prendano provvedimenti immediati per il riequilibrio dei conti. In questo clima di fermento, l’associazione culturale Cambiare Davvero, di cui sono promotore, lancia una campagna di raccolta firme per sostenere tre proposte concrete che, se applicate, porterebbero immediati benefici ai cittadini. La prima proposta riguarda la questione, attualissima e ormai non più rimandabile, della riforma dell’attuale legge elettorale: presto partirà la campagna dell’Udc per reintrodurre le preferenze e Cambiare Davvero sarà in prima linea per restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Un passaggio fondamentale per dare un taglio a questo Parlamento di ‘nominati’ e per portare nuovo impulso alla vita politica del nostro Paese. La raccolta firme riguarderà poi due proposte di delibera che ho presentato in quanto capogruppo dell’Udc in Campidoglio per l’abolizione delle auto blu del Comune e per l’istituzione dell’Anagrafe pubblica del patrimonio immobiliare di Roma Capitale. La prima, grazie a convenzioni con compagnie di taxi, permetterebbe all’amministrazione di risparmiare almeno 10 milioni di euro ogni anno, trasferendo gli autisti delle 226 auto di servizio nei municipi per il trasporto disabili e quello scolastico. La seconda offre una soluzione semplice, immediata e a costo zero contro gli scandali di Affittopoli e Svendopoli. Per evitare che immobili centralissimi di proprietà comunale vengano affittati per poche centinaia di euro al mese o svenduti ai soliti noti, basterebbe pubblicare sul sito istituzionale del Comune un elenco con l’indirizzo, la situazione, le caratteristiche e il valore di tutti gli immobili del Campidoglio e delle aziende municipalizzate, insieme al canone annuale e alla tipologia del locatario. Lo scopo è quello di fornire ai cittadini un facile ed immediato strumento di partecipazione e controllo. Tre firme per Cambiare Davvero e per dimostrare – se ce ne fosse ancora bisogno dopo l’introduzione del Quoziente familiare a Roma – che anche dall’opposizione si può dare un significativo contributo al benessere della città e del Paese. Alessandro Onorato C A P O G R U P P O UD C RO M A CA P I T A L E

LE VERITÀ NASCOSTE

Il gioco a cui stanno giocando il governo e la classe politica italiana è ormai chiaro: l’economia non è una priorità in un momento così grave per il Paese. Mentre l’agenzia di rating Moody’s declassa ulteriormente l’Italia per il debito pubblico, mentre Emma Marcegaglia presenta un piano di rilancio e dà un aut-aut al governo, mentre Fiat ha deciso di lasciare definitivamente Confindustria dal 2012 con ripercussioni gravissime sul sistema corporativo dell’industria italiana, il governo pensa alle intercettazioni telefoniche, alle rettifiche per i blog e i siti internet e alle limitazioni per la stampa. L’aria che si respira è grave, ma soprattutto è ancora più grave che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti parli nelle sedi internazionali di tenuta dei nostri conti anche in assenza di crescita: dove sono finite le priorità alla crescita, allo sviluppo, al rilancio del potere d’acquisto degli italiani, promesse dal governo?

Luca Pozzoli

A QUANDO LE DIMISSIONI DI SILVIO BERLUSCONI? Perché il presidente del Consiglio insiste nel voler minimizzare sul significato politico del voto sul bilancio? È presto detto, il premier Berlusconi non ha voluto neanche per un momento correre il rischio di mettersi nelle mani del presidente Napoletano. La bocciatura del bilancio, infatti, è la prima forma di sfiducia con cui un Parlamento costringe alle dimissioni un governo. Per questo il presidente del Consiglio sarebbe dovuto andare dal capo dello Stato ad offrire le proprie dimissioni.

Carlo Cimoli

IL GOVERNO HA PERSO IL CONTATTO CON LA REALTÀ In qualunque posto al mondo, in una qualsiasi democrazia parlamentare, di fronte alla bocciatura sul rendiconto dello Stato, un governo si sarebbe dimesso, solo qui questo non accade e nessun esponente dell’Esecutivo si prende la briga di analizzare oggettivamente lo sfacelo politico a cui stiamo assistendo.

Camillo Cammisa

AIUTIAMO LE BANCHE MA A UNA CONDIZIONE Prima di dire ricapitalizziamo le banche, Trichet dovrebbe accertarsi di come le banche intendono impiegare il denaro che verrà dato loro. Se questo denaro, che verrà pagato da tutti i cittadini, servirà per

consentire alle banche di continuare a fare i loro giochi di finanza non proprio puliti, oppure se questi verranno messi in circolazione per far ripartire l’economia. Quando si è trattato di dare gli aiuti alle industrie automobilistiche francesi, i politici hanno chiesto che questi aiuti si trasformassero in investimenti produttivi sul territorio, escluse le spese per la delocalizzazione. In altre parole: vi concedo gli aiuti, ma solo a certe condizioni.

Leo Pigna

QUANTO È DIFFICILE FARE IMPRESA IN ITALIA È la burocrazia il maggior ostacolo per le imprese e anche per noi cittadini. L’ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, viene anche dal rapporto 2011 della Banca mondiale Doing Business: siamo all’ottantesimo posto nel mondo e penultimi in Europa per la facilità a fare impresa. Quale il motivo principale? La burocrazia. Il disbrigo delle pratiche burocratiche, comprese quelle per pagare le tasse, fanno sì che le imprese che vogliono investire in Italia siano ben scoraggiate. Lo stesso si potrebbe dire per i cittadini. Qualcuno si è mai azzardato a chiedere una licenza commerciale o edilizia? Peggio per lui. Qualcuno è incappato in Equitalia? Ancora una volta, peggio per lui. Eppure ci sono ben due Ministeri che dovrebbero occuparsi di semplificazione e innovazione.

Primo Mastrantoni

L’IMMAGINE

VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Continua il reportage fotografico inviato dalla Cassini, la sonda della Nasa che sta studiando i satelliti di Saturno. Dallo studio delle foto di Encelado, una delle “lune”del pianeta con gli anelli è emerso che su questo satellite si è formata una coltre di neve finissima spessa circa 100 metri. Secondo Paul Schenk del Lunar and Planetary Institute di Houston (Texas, Usa), che ha presentato i suoi risultati al Congresso europeo di scienze planetarie di Nantes (Francia), questo sarebbe il risultato di una “nevicata” lentissima, che va avanti da milioni di anni. Una neve che farebbe la felicità degli appassionati di sci. Si tratta di particelle finissime, grandi al massimo un micron o due, dunque il meglio che uno sciatore potrebbe chiedere. Peccato che il posto – così difficile da raggiungere e con una gravità di appena un centesimo di quella terrestre – richieda di indossare una tuta spaziale invece della solita tuta da sci...

SOSTENIAMO LE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO La povertà è in aumento, così come crescono le sacche di disagio sociale e ha assunto contorni preoccupanti l’instabilità economica delle famiglie. Una situazione aggravata dalle ultime manovre del governo nazionale, che una dopo l’altra hanno tagliato drammaticamente sul sociale, limitando la capacità di risposta delle istituzioni. In questo scenario, acquista un valore ancora più importante l’impegno delle tante associazioni di volontariato, sia del mondo laico che cattolico. Associazioni radicate sul territorio, in grado per prime di intercettare e di rispondere ai bisogni sul campo. E capaci di creare comunità, evitando i rischi legati all’emarginazione e all’isolamento sociale.

Aldo

MANOVRA ECONOMICA: I CONDONI Si riparla di condoni. Dovrebbero far parte dell’ennesima manovra economica del governo Berlusconi per racimolare soldi e tappare qualche buco del bilancio pubblico. Condono fiscale ed edilizio, dunque. Sono contraria a deroghe, proroghe e condoni, perché ritengo che costituiscano un vulnus allo stato di diritto. Si premiano i furbi a scapito di quei cittadini che ritengono la legge un obbligo da rispettare.

Monica Gervasio

POZZA D’ACQUA

APPUNTAMENTI VENERDÌ 11 NOVEMBRE - ORE 11 - ROMA PALAZZO FERRAJOLI Consiglio Nazionale Circoli Liberal

Su Saturno nevica da milioni di anni

Grasse risate per dimagrire In un’ora di risate si bruciano le stesse calorie consumate in trenta minuti di sollevamento pesi. Lo sostiene uno studio inglese condotto dalla neuroscienziata Helen Pilcher. Durante una sghignazzata aumenta il battito cardiaco e si contraggono i muscoli addominali: un mini lavoro aerobico che se svolto con costanza, secondo la ricercatrice, farebbe perdere anche una taglia in un anno

In principio era un semplice avvallamento della sede stradale, con il tempo è diventata una buca, successivamente questa si è riempita d’acqua evidentemente per una perdita sottostante. Oggi è una pericolosa e ingombrante pozza d’acqua che “innaffia” centinaia di passanti e turisti che transitano sul lato destro del colonnato di San Pietro. Tutto questo sotto lo sguardo incurante di centinaia di operatori ecologici, polizia municipale e quant’altro. Qualcuno probabilmente dovrà intervenire prima che la sede stradale sprofondi?

Mario Remoli


medioriente in fiamme

pagina 24 • 15 ottobre 2011

Corde tese con il regime iraniano, silenzio sulla guerra in Libia che non accenna a finire. Perché la Casa Bianca sembra disorientata?

Da Tripoli a Teheran Nella capitale libica si torna a combattere mentre non si placa la tensione Usa con l’Iran di Antonio Picasso li Stati Uniti tacciono. La guerra in Libia sta attraversando una nuova fase acuta. La crisi con l’Iran sembra essersi riaccesa. In Siria, infine, il macellaio Assad non ferma la sua catena di violenze. Eppure Washington preferisce restare concentrata sulla questione israelo-palestinese. Perché? Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un breve ma intenso trend di schifofrenia di provocazioni lanciate dagli Usa. Per un attimo, Obama è tornato sulla questione iraniana, con dichiarazioni che hanno fatto sospettare a molti che la sua amministrazione volesse intraprendere una linea ben più rigida di quella finora seguita. Non è un caso che, appena ieri, il Figaro abbia parlato di un arsenale nucleare degli Ayatollah ormai prossimo alla realizzazione. Secondo il quotidiano parigino, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) al prossimo Con-

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Sopra: Usa Hillary Clinton. A destra: nuovi scontri a Tripoli fra l’esercito del Cnt e i lealisti. A sinistra: Barck Obama e sotto Ahmadinejad e Khamenei siglio dei governatori, in programma il 17 novembre a Vienna, presenterà un «rapporto che dovrebbe essere il più duro e completo mai scritto dall’Agenzia sui progressi del programma nucleare iraniano».

Il giornale ha cercato di giocare il ruolo di spalla mediatica per l’altra parte dell’Atlantico. Nel senso che ha dato peso alle riflessioni del presidente Usa. Poi però l’improvviso cambio di rotta. «Dell’Iran non abbiamo intenzione di parlare», ha detto ieri un senior officer del Dipartimento

di Stato. Quasi a sgonfiare la bolla di speculazioni che lo stesso Obama ha montato solo poche ore prima. Il che lascia pochi spazi alla fantasia interpretativa. O agli Usa dell’Iran non interessa davvero nulla, oppure il problema è talmente grave che preferiscono non esporsi con la stampa. Salvo fughe di notizie come quella del Figaro, ovviamente. Nella prima ipotesi, a questo punto, non si spiega la posizione di Obama. Perchè il presidente Usa avrebbe dovuto lanciare nuovi strali di tensione verso Teheran, se poi Foggy Bottom

segue una linea più moderata? Non si può certo credere che sia tutto dettato dall’irrisolto contrasto personale ObamaClinton. Nel secondo caso, invece, se l’escalation è davvero dietro l’angolo, allora bisogna prepararsi a fare tabula rasa di tutte le agende di politica internazionale. Afghanistan, Libia o Siria verrebbero messi repentinamente in ombra dal problema dei problemi. ma lo stesso sarebbe per israeliani e palestinesi. E allora perchè sprecare così tante risorse diplomatiche, compiendo sterili missioni in Europa, per recu-

È al leader supremo che i generali delle forze Quds rispondono. E il loro capo, Suleimani, è il suo braccio armato

L’ayatollah Khamenei è l’unico vero mandante a di quale sorpresa stiamo parlando? Lasciamo da parte aggettivi come “spudorato” riguardo al piano iraniano di uccidere l’ambasciatore saudita o far saltare in aria le ambasciate dell’Arabia Saudita e Israele a Washington. Perché è questo che fa l’Iran, niente di più o meno del consueto business as usual a cui ci ha abituato il regime di Teheran, l’unico con cui il presidente Obama pensava di poter stabilire delle nuove e proficue relazioni. Se pensate, come tanti esperti che si stanno sperticando in analisi dell’ultima ora, che ci sia qualcosa di nuovo nel modus operandi terrorista che gli iraniani immaginano in terra americana, siete in errore. Gli agenti di Teheran hanno un bel daffare negli Usa da moltissimo tempo. Ba-

M

di Michael Ledeen sta chiedere all’Fbi, che negli scorsi anni ha smascherato un gruppo terrorista di primo piano che riceveva armi dall’Iran. L’America è stata allertata sulle cellule dormienti negli Usa, che spesso lavorano in tandem con i narcotrafficanti

si siano sorpresi di trovare connessioni fra i narcos e gli iraniani (mentre invece il regime si dice sorpreso…).

E per quelli che si sono messe le mani nei capelli gridando ad alta voce come

Teheran non teme gli Usa e non crede che Obama possa rappresentare una minaccia al regime. L’operazione è stata sia una provocazione che un’umiliazione per lui e la sua Amministrazione (l’Iran, dopo tutto, si dà molto da fare anche con l’Afghanistan, principale produttore di oppio globale), e non è certo un caso che anche la Dea lavori sul caso. Quantomeno, siamo certi che né il Bureau né l’Agenzia di intelligence

sia stato possibile che i furbissimi iraniani si siano fatti beccare con le mani nel sacco a fare una cosa tanto“stupida”, basta riflettere sul monumentale casino in cui questi furbi hanno sprofondato il loro Paese. L’Iran ha un sacco di vantaggi:

dalle risorse naturali al sistema educativo e culturale, che una volta era fra i più avanzati di tutta l’area, ma i mullah hanno gettato tutto alle ortiche. Questo per voi significa essere intelligenti? Non per me. Io penso che siano dei buffoni fanatici e che lavorino febbrilmente per far cadere nel baratro la loro nazione, rinforzando nel frattempo la segregazione di genere al punto da poter fare invidia anche ai poliziotti dell’Arabia Saudita. Detto ciò, più di una lezione di può trarre da questo “incidente”. Di seguito alcune considerazioni: Primo, anche se l’assassinio avesse avuto luogo, non sarebbe stato un atto di guerra contro gli Stati Uniti. Si sarebbe trattato di un crimine, questo è certo, e se gli agenti Usa avessero preso gli assassini li avrebbero messi alla sbarra e


medioriente in fiamme

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ci supportati da un video di conferma». Il riferimento è relativo al filmato postato su Youtube in merito allo sceicco Khaled Tantush, muftì di Gheddafi caduti nelle mani di ribelli appena giovedì. Il tutto senza che dalla Nato e soprattutto da Washington giungano messaggi di solidarietà nei confronti del Cnt. Sono quasi otto mesi che la Libia è in stato di guerra. Gli Usa, tuttavia, preferiscono concentrarsi sul dialogo israelopalestinese. Perchè?

La domanda resta in sospeso anche per quanto riguarda la Siria. Sempre di ieri è la pubblicazione di nuove cifre disarmanti sulla risolta contro il regime Baath. Secondo l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, da marzo a oggi la repressione avrebbe provocato circa tremila morti. «Siamo a un passo dalla guerra civile», ha aggiunto la diplomatica da Ginevra. Sarebbe il caso di chiedersi quando un bagno di sangue possa essere definito davvero una guerra civile e fine

mai essere messi da parte nell’interesse della realpolitik. Il 4 ottobre scorso, Cina e Russia hanno posto il loro veto a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza che condannava le gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo di Damasco e minacciava misure punitive. Preoccupazioni accompagnate da minacce. Damasco fa sapere di essere pronta a scatenare terroristi suicidi già piazzati in Occidente. Questo in barba al processo di normalizzazione politica intrapreso dai suoi alleati più pericolosi, Hamas ed Hezbollah. Mentre Gheddafi medita di far saltare in aria il Greenstream, il pipeline che alimenta le nostre case di idrocarburi libici. Insomma, se il Medioriente non è in fiamme poco ci manca.

Washington, appena due settimane fa, era convinta di aver incassato un punto significativo con l’uccisione di Anwar alAwlaqi, il leader di al-Qaeda in Yemen. Tuttavia, sembra che colpire il terrorismo non sia

Washington pensava di aver messo a segno un gran colpo con l’uccisione Anwar al-Awlaqi, il leader di al-Qaeda in Yemen. Ma colpire il terrorismo non basta a sedare le derive della primavera araba pare consenso su Gerusalemme, quando il nodo da sciogliere è altrove?

Tanto più che nemmeno sull’argomento gli Usa appaiono ben determinati. Sulla vicenda Shalit e sulla scelta di Abu Mazen di ricorrrere all’Onu, Obama e suoi rappresentanti sparpagliati in Europa non intendono irrigidirsi. L’auspicio è che, grazie alla moderazione, si possa tornare al tavolo dei negoziati. «Tutte le parti si devono riconoscere reciprocamente e noi non abbiamo intenzione di mollare la spugna», dice anco-

ra la nostra fonte diplomatica statunitense. La realtà dei fatti è lontana da questi tratteggi di ampi scenari. La guerra a Tripoli torna a farsi sentire. Un portavoce del consiglio di transizione nazionale (Cnt), Abdel Rahman Boussin, ha confermato la notizia degli scontri nel quartiere di Abu Salim della capitale. Intanto, dall’intelligence italiana si apprende che probabilmente Gheddafi avrebbe trovato rifugio presso le tribù tuareg nel sud del Paese. Lui con tutto il tesoro del regime. Smentita poi la cattura del figlio del colonnello, Mutassim.

Stando così le cose, non sembra che sia cambiato nulla. Salvo il rischio di una spaccatura politica all’interno del fronte ribelle. Proprio ieri infatti, il Fronte di salvezza libico ha sottolineato come il Cnt abbia commesso «troppi errori di comunicazione». Intervistato dalla tv satellitare al-Arabiya, il portavoce del movimento - legato alla coalizione basata a Bengasi - ha denunciato le incosistenti dichiarazioni di resa di Muttasim Gheddafi, poi smentite. «Rischiamo di perdere credibilità» ha aggiunto. «Bisogna credere solo agli annun-

a che punto, invece, resti semplicemente «a rischio tale». Al bilancio di vite umane, si sommano migliaia di persone arrestate, detenute, di sparizioni forzate e torture. La repressione colpisce anche membri delle famiglie all’interno e all’esterno del Paese e presi di mira con molestie, intimidazioni, minacce e percosse. «Sempre più membri delle forze armate - ha detto ancora la Pillay - si rifiutano di attaccare i civili e passano dall’altra parte della trincea. Sono in gioco i diritti universali alla vita, alla libertà e alla sicurezza, che non devono

processati, ma non per aver attaccato l’America. Piuttosto, l’Arabia Saudita avrebbe considerato l’attentato come un atto di guerra. E a ragione. Secondo: se siete interessati a individuare le azioni di guerra iraniane contro gli Stati Uniti, troverete un ricco scenario in cui scavare. L’Iran ha dichiarato guerra agli Stati Uniti nel 1979 e da allora ha attaccato noi, i nostri cittadini e in special modo i nostri militari, ovunque fossero dislocati.

Anche se molti esperti hanno rigettato le mie prove sulla complicità iraniana nelle migliaia di attacchi contro gli esercirti americani in Iran e in Afghanistan, nessuna persona che sia mediamente informata può avere ancora dubbi su queste prove, che sono state reiterate e ampliate dai funzionari americani sia della Casa Bianca che del Pentagono. Sono tutte azioni di guerra, ma a nessuno è sembrato interessare abbastanza per catalizzare una efficace risposta americana (su questo vi parlerò tra breve). Terzo: nonostante un miscuglio di

parole ambigue dall’Amministrazione, è ridicolo considerare che una simile operazione possa essere condotta senza l’esplicita approvazione del leader supremo Ali Khamenei, cui fanno riferimento i comandanti della Forze Qud. Anzi, il mio brillante collega Tom Joscelyn, ha scritto che il capo dei Qud, il

Generale Suleimani, siede in cima alla catena di comando di questa operazione, ed è un intimo amico di Khamenei. Quindi per rispondere alla frequente domanda “come possono i leader del regime iraniano aver approvato una simile azione provocatoria in questo paese?”la risposta è: loro non ci temono, lo-

sufficiente per sedare le derive devastanti della primavera araba. La giornata di ieri si chiude con le dimissioni del ministro della Difesa britannico, Liam Fox. Coinvolto dallo scandalo di lobbying illecita, il responsabile di Whitehall ha deciso di abbandonare i banchi del governo Cameron. È una perdita grave, non solo per i Tory. Fox faceva da cinghia di trasmissione per un dialogo transatlantico Londra-Washington. Il suo vuoto peserà anche sulle scelte di coalizione. Ma anche in questo caso gli Usa hanno preferito non esporsi.

ro non credono che Obama sia in grado di fare qualsiasi cosa che minacci la loro presa sul potere ed hanno considerato l’operazione sia come una provocazione che come un’umiliazione per lui e per la sua Amministrazione. Fino ad ora, la mancanza patetica di qualsiasi cosa che assomigli ad una risposta seria – neppure un cenno di sostegno ad un cambiamento di regime a Teheran – combinata con vuoti mantra di rito tipo “niente è perduto”fa pensare che la loro valutazione sia giusta. Allora qual è la verità? La stessa che è stata per 32 anni. L’Iran è in guerra con gli Usa. Noi dobbiamo ancora rispondere. La nostra migliore risposta è sostenere una rivoluzione democratica in Iran e spodestare questo regime omicida. Più a lungo esiteremo, più ambiziosi loro diventeranno, finché un giorno un presidente – forse anche quello attuale – per paura di passare alla storia come un codardo di dimensioni monumentali, sceglierà per l’opzione militare, dimostrando quindi l’assoluto fallimento di decenni di nonpolitica americana.


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medioriente in fiamme La tesi del direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”

Assad deve andare via, ma la Siria non crede all’Occidente

Altro che America, Gran Bretagna, Francia o Italia: anche l’intellighenzia da noi considerata illuminata (e che altresì conta nel mondo arabo), come quella di Abd al-Bari Atwan, prende le distanze da Europa e Usa, ringraziando Mosca e Pechino per il veto posto all’Onu e aspettandosi da Medvedev (leggi Putin) e Hu Jintao l’aiuto per uscire fuori dall’impasse e mandare a casa il regime di Damasco di Abd al-Bari Atwan uando il presidente russo Dmitri Medvedev pone la leadership siriana di fronte a due sole scelte – avviare le riforme o lasciare il potere – questa posizione deve essere presa molto seriamente poiché proviene da un paese amico che ha utilizzato il diritto di veto contro un progetto di risoluzione avanzato da Gran Bretagna e Francia per imporre sanzioni alla Siria, e perché il mondo intero non può più tollerare le tattiche dilatorie e le manovre a cui ricorre questa leadership al fine di evitare le riforme reali a cui aspira il popolo siriano, e per realizzare le quali ha offerto i propri martiri in sacrificio.

Q

La leadership siriana ha indugiato a lungo a realizzare le riforme, ritenendo che le sanguinose soluzioni securitarie alla fin fine fossero in grado di soffocare la rivolta, e che riprendere il controllo della situazione fosse solo una questione di giorni o di settimane. Ma questa convinzione si è rivelata fallimentare visto che le proteste proseguono ormai da più di sette mesi in molte par-

ti del paese. La Siria sta vivendo una difficile impasse, poiché né le autorità sono in grado di soffocare la rivolta, né l’opposizione è vicina a rovesciare il regime, e il popolo siriano paga un prezzo altissimo in termini di spargimenti di sangue, di sicurezza, di economia e di necessità quotidia-

«La Lega araba ha fallito. Ma Russia e Cina potrebbero farcela» ne. Fino a quando si prolungherà questa testardaggine, soprattutto da parte della leadership siriana, si aggraveranno le perdite e le sofferenze. Il duplice veto russo-cinese emesso con forza al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a cui abbiamo assistito per la prima volta da decenni, pone fine al-

l’odiosa e provocatoria egemonia americana su quest’organizzazione internazionale, e pone un freno alle arroganti guerre contro gli arabi e i musulmani. Ma ciò non significa che il regime siriano possa tranquillizzarsi in merito alla chiusura di tutte le porte di fronte all’intervento militare straniero, poiché questo intervento potrebbe rientrare dalla finestra, e per vie tortuose, la più breve delle quali è quella di armare e sostenere le milizie preparando il terreno per una guerra civile ancor più cruenta, che dissanguerebbe il regime e la rivolta allo stesso tempo.

La Siria, alla luce dell’attuale impasse, ha bisogno di una terza parte che rompa questa paralisi ed avvii una mediazione imparziale tra il regime e l’opposizione, la quale realizzi una riconciliazione nazionale ed apra la strada a una transizione seria verso un pieno cambiamento democratico. Forse Russia e Cina possono svolgere questo ruolo, dopo che la Lega Araba non è riuscita – lo diciamo con sommo rammarico – a giocare alcun ruolo costruttivo a questo pro-

posito. Prima di questa mediazione, è necessario che si fermino tutte le odiose uccisioni commesse dal regime e dai suoi servizi militari e di sicurezza, le quali hanno portato al martirio di quasi 3.000 persone fino a questo momento (e a decine di migliaia di feriti), e che la rivolta purifichi le proprie file da alcuni fenomeni di militarizzazione che l’hanno infiltrata con il pretesto dell’autodifesa, come conferma la maggioranza schiacciante di coloro che parlano in suo nome. Le cose in Siria non devono tornare indietro, ai tempi del disprezzo e dell’umiliazione del popolo, e della violazione della sua dignità per mano di servizi di sicurezza repressivi che eccellono nella tortura, nelle uccisioni e nella confisca delle libertà. Se il duplice veto russo-cinese dovesse contribuire a un simile ritorno, direttamente o indirettamente, ciò distruggerebbe la credibilità di coloro che lo hanno emesso, ed i loro interessi nel mondo arabo, poiché i popoli arabi, alla luce delle loro rivoluzioni democratiche, non accettano né sopportano più regimi dittatoriali e repressivi, e non si

lasceranno più adescare da slogan bugiardi o da false promesse, e nemmeno da riforme cosmetiche e di facciata.

Uniamo la nostra voce a quella del presidente russo Medvedev, e chiediamo al presidente siriano Bashar al-Assad di dimettersi subito – in primo luogo per risparmiare il sangue dei siriani, e poi per garantire la stabilità della Siria, la sua sicurezza e la sua integrità territoriale – se non è in grado di compiere le riforme radicali che chiede il suo popolo, di riformare le carceri e liberare tutti i prigionieri, e di sottoporre al giudizio di tribunali imparziali tutti coloro che hanno bramato di spargere il sangue del popolo siriano, compresi alcuni fra quelli che appartengono alla sua cerchia ristretta, poiché la Siria, la sua stabilità e la sua unità nazionale sono più importanti di tutti costoro. Questo duplice veto potrebbe aver dato al regime il tempo per riprendere fiato, e potrebbe aver ucciso le speranze di alcuni oppositori siriani che scommettevano – e scommettono tuttora – sull’intervento


i che d crona

In allarme le monarchie del Golfo: pronte a riunirsi

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

L’Onu condanna la repressione: oltre 3mila morti

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

di Martha Nunziata lmeno altri 31 morti in Siria, nel venerdì di protesta, che ormai si celebra dal mese di marzo. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, Navi Pillay, ieri, ha fornito la stima, i numeri delle vittime del regime siriano di Bashar alAssad: tremila morti accertati dall’inizio delle manifestazioni (di cui oltre 100 uccisi negli ultimi 10 giorni). Sono numeri impressionanti. Persone innocenti che sono morte per protestare contro un sistema che non riconosce loro la libertà e quei diritti inviolabili dell’uomo, pilastri di ogni sistema democratico.Tra i morti figurano almeno 187 bambini, molti dei quali prima sono stati torturati, ha riferito in una dichiarazione l’Alta commissaria che ha inoltre denunciato come migliaia di persone siano state arrestate ed in parte fatte sparire. I numeri dichiarati, però, potrebbero essere ben più alti. Persone, volti che non avranno mai un nome nelle pagine della storia. Il rappresentante Onu, notando il numero sempre maggiore di militari che si rifiutano di attaccare i civili, ha puntato il dito contro «i segnali preoccupanti» di una possibile degenerazione della crisi in uno «scontro armato» che potrebbe trasformarsi in una vera e propria «guerra civile». Molti militari, infatti, stanno disertando e si stanno unendo alla popolazione per chiedere agli Assad di lasciare il paese; i militanti hanno pubblicato uno slogan sulla pagina di Facebook : «Gli uomini liberi dell’esercito non uccidono gli uomini liberi del popolo che rivendicano la libertà».

A

Mentre il regime siriano rivolge minacce all’Occidente: il gran Mufti di Siria, la massima autorità religiosa e carica di nomina governativa, ha minacciato l’Unione Europea e gli Stati Uniti di attivare cellule di attentatori suicidi in Europa e in Israele

qualora ci dovessero essere attacchi militari contro la Siria. «Nel momento in cui il primo missile colpirà la Siria, il Libano e la Siria lanceranno tutti i loro figli come attentatori suicidi sul territorio europeo», ha detto lo shaykh Ahmad Bader Hassun. In un video trasmesso ieri sera dalla tv di Stato siriana e ripreso oggi dalla tv panaraba al Arabiya, il gran Mufti ha detto: «Vi avverto, Europa e Stati Uniti: prepareremo attentatori suicidi che sono già tra di voi».

Ma anche Assad sta mobilitando i propri sostenitori: decine di migliaia di persone sono scese in piazza rispondendo all’appello della pagina Facebook intitolata «Siria, la mia patria», aperta con l’obiettivo di «rafforzare l’unità e la solidarietà con le famiglie dei martiri e ringraziare Russia e Cina per essersi opposte alla cospirazione». questi Paesi che con il loro veto sulla risoluzione Onu, la scorsa settimana, hanno salvato il dittatore siriano, e per i loro calcoli economici hanno sacrificato i diritti del popolo siriano. Ma gli attori internazionali all’interno di questa partita sono veramente tanti, ma due sono i blocchi rilevanti: Iran, Libano, Russia e Cina, da una parte, che per chiari motivi di interesse economico e strategico appoggiano gli Assad e dall’altra Turchia, Arabia Saudita, Ue e Usa che cercano di riportare una stabilità nell’area. Altri paesi sono entrati nello scacchiere anche se non hanno diretti interessi in Siria, stanno alzando la voce per criticare quelle pratiche della Nato considerate intrusive e neocoloniali: India, Brasile e Sud Africa. La Siria quindi sta diventando l’ago della bilancia non solo nel sistema regionale di pesi e contrappesi all’interno dell’area mediorientale, ma anche un punto di equilibrio o sconto tra interessi di nuovi blocchi di potere economico politico internazionale emergenti.

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

straniero, similmente a quanto è avvenuto in Libia, e prima ancora in Iraq. Ma ciò non significa che il veto sia venuto grazie alla scaltrezza di questo regime, o alle sue vittorie diplomatiche. Esso è giunto piuttosto grazie alla stupidità anglo-franco-americana, al disprezzo della legalità internazionale, e alle decisioni unilaterali di fare la guerra sotto slogan falsi e fuorvianti riguardanti la democrazia e i diritti umani.

Il mondo occidentale guidato dall’America ha commesso crimini di guerra in Libia, ha protetto una parte del popolo libico per ucciderne e disperderne un’altra, ha trasformato la Libia in uno Stato fallito, ha innescato la miccia delle divisioni ideologiche e regionali, ed ha gettato i semi dell’estremismo e dell’odio tra i figli di uno stesso paese – tutto ciò per il petrolio e per lucrosi contratti commerciali, non per la democrazia e i diritti umani. Siamo ben consapevoli della collera di alcuni leader dell’opposizione siriana nei confronti del veto russo-cinese, e la comprendiamo. Tuttavia era necessario porre un freno a questa penetrazione occidentale che vuole salvare l’Europa e l’America dalle proprie travolgenti crisi economiche per mezzo di guerre che diano vita a un nuovo colonialismo dietro la maschera falsa e fuorviante della democrazia. Il veto russo-cinese non salverà il regime siriano, così come non lo tirerà fuori dalla sua crisi il popolo siriano da solo. Un cambiamento democratico serio e complessivo è il solo che possa compiere una simile operazione di salvataggio. Il tempo della presidenza

a vita è finito per sempre, così come il tempo della trasmissione ereditaria del potere, del governo del partito unico, della deificazione del leader, e della trasformazione del paese in un terreno di caccia per i corrotti appartenenti alla cerchia ristretta del regime.

Il presidente Bashar al-Assad ha di fronte a sé un’ultima occasione per salvare il proprio paese – non parliamo del suo regime – e deve coglierla, ed essere all’altezza di questa responsabilità storica. Egli non ha più tempo per le macchinazioni e per sfuggire a

«Una cosa è certa: gli arabi non vogliono più regimi dittatoriali e repressivi» questa responsabilità. Il popolo siriano, con l’aiuto dei suoi amici a Mosca e Pechino, e di tutte le capitali del mondo democratico, è l’unico che deve rovesciare il regime di Damasco – non i carri armati, gli aerei e i missili della Nato ai cui massacri abbiamo assistito in Iraq, Afghanistan e Libia (così come alle catastrofi che ne sono seguite). Se il regime siriano dovesse fallire in quest’ultima prova, e non ascoltare i consigli dei suoi amici russi e cinesi, allora sarà dovere di questi ultimi intervenire a favore del popolo siriano e sostenere la sua legittima rivolta per cambiare questo regime.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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In un anno e mezzo ”Viktor” si è dimostrato più indipendente da Mosca di chiunque. Il che non lo esime dal compiere errori madornali

In difesa di Yanukovich Il processo Tymoschenko è vergognoso, ma il presidente non è un mostro. Anzi di Federigo Argentieri ieci anni fa, parlando in un contesto informale ma serio all’università di Harvard, il più volte deputato e ministro degli Esteri ucraino Borys Tarasyuk espresse più o meno questo concetto: «Prima di essere cacciato dall’incarico l’anno scorso, su esplicita richiesta del neoeletto Putin, sentivo regolarmente ogni settimana i miei colleghi tedesco, francese, inglese e statunitense. Dini invece era come lo “stregatto” (Cheshire cat) di Alice nel paese delle meraviglie, scompariva sorridendo ogni volta che lo cercavo o lo incontravo per caso, era impossibile rivolgergli la parola». A vent’anni dall’indipendenza ucraina, proclamata il 24 agosto 1991 e che fu uno dei fattori più importanti del disfacimento dell’Urss, e all’indomani della conclusione dello scandaloso processo a Yuliya Tymoshenko, è legittimo porsi la domanda: perché e con quale diritto l’Italia politica ha trattato questo importante stato europeo come un’espressione geografica, e continua imperterrita a farlo? La questione è tanto più pertinente in quanto i rapporti storici, culturali, economici, religiosi ed umani sono invece assai stretti, e comincia ad esserci una bibliografia pregevole di studi italiani sull’Ucraina, che riprende una tradizione antica. La risposta è: la politica italiana, nella sua quasi totalità, è vittima di una sudditanza a Mosca, le cui origini risalgono ai primordi del potere sovietico, al-

D

l’amicizia e stima che regnavano tra Lenin e Mussolini, entrambi ex sovversivi socialisti, anche dopo la marcia su Roma, e che continuarono per almeno un decennio dopo la morte del capo bolscevico nel 1924. Intervistato da un giornalista britannico nel novembre 1922, infatti, Lenin – che poche settimane dopo sarebbe stato colpito da ictus – ebbe parole di simpatia e solidarietà per il suo vecchio amico che da poco si era impadronito del potere. E quanti sono a conoscenza dell’articolo scritto da Gramsci dopo il delitto Matteot-

Perché e con quale diritto l’Italia politica ha trattato questo importante Stato europeo come un’espressione geografica e continua imperterrita a farlo? Perché è vittima di una sudditanza a Mosca ti, in cui inveiva contro l’ambasciatore sovietico in Italia Yurenev che continuava a mantenere rapporti cordialissimi con Mussolini? Naturalmente questo stretto legame d’amicizia, che era esistito anche nel cinquantennio precedente la prima guerra mondiale, ebbe delle interruzioni, la principale delle quali nello sciagurato biennio 1941-43: ma ci fu sempre chi parteggiava per Mosca, anche nel periodo più duro della guerra fred-

da, quando la politica dei governi centristi era risolutamente ostile all’Urss.

I rapporti non sono mai stati normali nel senso di una regolare relazione diplomatica, politica, culturale e commerciale perché in Italia è sempre esistito, con posizioni influenti, chi è andato molto oltre facendosi carico, in parte o in tutto, delle sempre vive ambizioni imperiali russe, giustificandole e approvandole. È noto che in Russia ancor oggi l’idea stessa di un’Ucraina indipendente è totalmente indigesta al potere in tutte le sue versioni: ebbene, Roma si fa carico più di ogni altra capitale di questa angustia e si adopera con zelo per non alimentarla, ignorando caparbiamente Kiev (anzi: Kyïv, nella versione più corretta). Con Berlusconi al governo, lo zelo aumenta al punto che anche

Varsavia viene presa con le molle da Roma, sapendo quanto è facile urtare la suscettibilità russa attraverso i polacchi. Ecco qualche esempio relativo agli ultimi 15 anni, visto che nel quinquennio 1991-96 in entrambi i paesi si registravano per così dire delle scosse di assestamento: in Ucraina le prime misure di consolidamento di un’indipendenza inattesa e del tutto insperata, in Italia le convulsioni di Tangentopoli. Nel 1996, l’Ucraina approvò una nuova costituzione che, pur non essendo federalista, dava le più ampie garanzie alla vasta minoranza russa (22% degli abitanti) e a tutte le altre e rinunciò unilateralmente al rango di potenza nucleare ereditato dall’Urss; in collaborazione con la Nato, nel 1997 stipulò accordi bilaterali con la Russia che garantivano eque soluzioni al problema delle basi militari e della flotta del mar Nero.

Si trattava di grandi passi avanti per la sicurezza europea, condotti con mano ferma dall’amministrazione Clinton e assecondati da Eltsin (unico leader russo odiato da quasi tutti i politici italiani, sempre genuflessi davanti a Gorbaciov). I rapporti bilaterali italo-ucraini progredirono molto meno di quanto non avrebbero potuto, come rilevato dal citato Tarasyuk: se Dini, che conservò il ministero degli


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levo della rivoluzione arancione e più volte primo ministro; che la stessa non è mai stata invitata in Italia, né Berlusconi ha mai messo piede a Kiev, mentre Prodi ci si è recato solo in quanto presidente della commissione europea; e che l’unica occasione in cuiYushchenko è venuto in Italia è stata la partecipazione ai funerali di papa Wojtyla, deceduto nell’aprile 2005. Qualcuno è in grado di spiegare questa situazione assurda?

Esteri per tutto il periodo del governo di centro-sinistra, sorrideva e scompariva, Romano Prodi – sia come capo del governo che come presidente della Commissione europea – ebbe sempre a trattare l’Ucraina con sufficienza, se non con fastidio. A partire dal biennio 2000-01, apparvero sulla scena tre nuovi fattori: l’elezione di Putin, quella di Berlusconi e l’11 settembre, in conseguenza del quale la Russia si avvicinò nettamente all’Occidente. In tale contesto, nacque la stretta amicizia personale tra Berlusconi e Putin, molti risvolti della quale restano ancora assai poco chiari, per non dire inquietanti, a cominciare dalla recente festa di compleanno del passato e futuro presidente russo dove l’ospite d’onore era il nostro presidente del Consiglio. Dopo aver fatto cacciare Tarasyuk dal ministero degli Esteri e messo a tacere con varie modalità altre voci ucraine discordanti, Putin, rieletto nel 2004, stava già per menare vanto di aver “riportato all’ovile” l’Ucraina quando spuntò Viktor Yushchenko che si candidò alla presidenza con un programma non certo anti-russo, ma realmente indipendentista. Fallì l’avvelenamento alla diossina che intendeva scoraggiarlo e fallirono anche i brogli elettorali, grazie alla rivoluzione arancione del 2004-05 che molti oggi dichiarano “fallita”e che invece ha

A destra, il presidente Viktor Yanukovich; a sinistra: simpatizzanti della Rivoluzione arancione; In alto, Yulia Tymoschenko e Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri, «Lo stregatto» per il suo omologo ucraino dell’epoca

piantato semi fecondi. Per chi lo avesse dimenticato, le cose si svolsero in questo modo: nonostante fosse rimasto sfigurato dal veleno (propinatogli non si sa esattamente da chi, ma non è impossibile immaginarlo), Yushchenko decise di presentarsi comunque alle elezioni. Giunto al ballottaggio con Yanukovich, si vide defraudare della vittoria a causa di brogli evidenti, segnalati in tutto il paese. Ciò provocò una grande manifestazione di massa che durò ininterrottamente per settimane, finché – anche per le forti pressioni internazionali – la corte suprema ucraina, ancora imbevuta di mentalità sovietica, non si vide costretta ad annullare il risultato e a decretare un nuovo ballottaggio, che stavolta si svolse in modo regolare anche per la presenza di molti osservatori internazionali e che fu vinto da Yushchenko.

Il silenzio glaciale con cui l’Italia politica accolse quell’evento storico, l’assoluta negligenza sconfinante nel disprezzo con cui Yushchenko fu ignorato per tutto il quinquennio del suo potere (anche da Prodi e D’Alema, al governo nel 2006-08) hanno dell’inspiegabile, né serve a comprenderli il discorso delle forniture di gas russo e quant’altro. Per intenderci, basti dire che non si sono mai registrate battute cretine di Berlusconi su Yuliya Tymoshenko, l’altra figura di ri-

Naturalmente bisogna anche sottolineare che i due trionfatori della Orange Revolution hanno dilapidato, nel corso del quinquennio, quasi tutto il loro capitale politico. La rivalità implacabile affiorata tra di loro, le molte decisioni errate in quasi tutti i campi hanno portato alla loro meritata sconfitta nel 2010, quando Yanukovich – umiliato nel 2004/05, ma evidentemente capace di imparare la lezione – si è preso una sonante rivincita, questa volta senza nessun broglio. Tra le decisioni importanti subito prese da Yushchenko, però, quelle che aprono varchi che poi è molto difficile richiudere, vanno ricordate l’abolizione unilaterale dei visti d’entrata per i cittadini di quasi tutti i paesi industriali avanzati, che naturalmente si sono ben guardati da restituire il favore, e lo sforzo di riportare alla luce il tremendo passato dell’Ucraina, che nel corso della prima metà del secono scorso ha sperimentato senza eccezioni tutte le atrocità possibili, per giunta su larga scala. Se si sommano le vittime delle carestie per cause naturali del primo periodo sovietico, quella di regime del 1932-33 (altrimenti nota come Holodomor), le vittime delle purghe staliniane e quelle della Shoah, poi quelle della nuova carestia e delle nuove purghe del secondo dopoguerra, per non parlare deicaduti civili e militari del conflitto, si raggiunge una ci-

tata per il controllo delle campagne l’Ucraina fu la parte dell’Urss maggiormente colpita anche negli altri due pilastri dell’identità nazionale, ossia gli intellettuali e la Chiesa. A proposito del passato tragico di questo paese, va segnalata un fatto particolare. Proprio in concomitanza con la rivoluzione arancione, l’estroso scrittore “fasciocomunista” e pluripremiato Antonio Pennacchi vergava un pamphlet a dir poco vergognoso, intitolato L’autobus di Stalin, che non solo è stato pubblicato ma perfino adattato per una piece teatrale, in cui si cantano le lodi del dittatore sovietico in modo grottesco ma anche molto offensivo per le vittime. Però quest pamphlet ha certamente un merito, quello di rivelare quanto lunga sia ancora la strada da percorrere per portare la cultura italiana dall’eredità del fascio-comunismo, appunto, alla democrazia liberale. In conclusione, parlando dell’oggi, si può dire che in un anno e mezzo di potere Yanukovich si è dimostrato più indipendente da Mosca di quanto chiunque potesse sospettare, il che naturalmente non lo esime dal compiere errori madornali.

Il processo e la condanna della Tymoshenko sono ovviamente motivati dal desiderio di eliminare un personaggio carismatico e molto valido dalle prossime competizioni elettorali. Il successo o meno di questo tentativo dipenderà anche da quanto l’opinione pubblica internazionale saprà e vorrà fare per difendere l’esile democrazia ucraina. Attanagliate dalla terribile crisi economica, Europa e Stati Uniti non hanno molte riserve d’energia da spendere per battaglie di questo tipo, ma farebbero bene a spenderle – e le spendono, almeno per quanto riguarda la Clinton, la Ashton e qualche loro collega. Anche Angela Merkel, forse spinta da solidarietà fem-

A Mosca l’idea di un’Ucraina indipendente è indigesta al potere: ebbene, Roma si fa carico più di ogni altra capitale di questa angustia e si adopera con zelo per non alimentarla, ignorando Kiev fra vicina a 12 milioni, superiore ad un quarto della popolazione. Cosciente che la democrazia e la libertà non possono che basarsi sulla verità storica, Yushchenko si è battuto con energia per favorire lo studio e la conoscenza di tutti questi eventi, occultati o distorti dal potere sovietico, e per tramandarne il significato alle nuove generazioni. Ha pienamente compreso il rischio tremendo di contrapporre un genocidio ad un altro e ha cercato di mantenere aperto il dialogo su questi aspetti con la Germania, Israele e la Russia, ottenendo risultati non indifferenti: oggi infatti Mosca ammette il genocidio dei contadini, anche se si rifiuta ancora di riconoscere che vi fu una specificità ucraina, ossia che nell’ambito di un’offensiva spie-

minile più che da simpatie politiche per l’Ucraina (la Germania è notoriamente anch’essa filorussa, ma non nei modi ridicoli che solo Berlusconi sa esibire) ha detto la sua condannando il processo e mettendo in guardia Yanukovich. E l’Italia? La risposta è arrivata indirettamente l’anno scorso, quando Berlusconi e Frattini hanno incontrato Lukashenko, dittatore bielorusso non amato ma neanche sgradito a Mosca. L’Ucraina rimane un tabù che ha dell’inspiegabile, ma gioverebbe a tutti non solo spiegarlo a fondo, ma porvi fine. Dopotutto si tratta del secondo paese europeo per dimensioni e di un partner potenzialmente importante, oltre che di una grande sfida per la democrazia in Europa e nel mondo.


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il personaggio della settimana Domani, al ballottaggio delle primarie socialiste, affronterà l’altra aspirante: Martine Aubry

Un normale anti-eroe È dimagrito 15 chili, ha svecchiato il look, cambiato compagna e ai francesi promette le riforme: ecco chi è François Hollande, l’uomo che punta a sfidare Sarkò nel 2012 di Enrico Singer dimagrito quindici chili, perché un presidente sovrappeso, no, i francesi non lo avrebbero mai sopportato e, tantomeno, votato: non c’è niente da fare, le physique du rôle conta, eccome, per entrare all’Eliseo. Ha anche cambiato look: addio ai pantaloni troppo larghi e alle giacche sformate che, forse, facevano tanto intellettuale, ma che di sicuro gli avevano fruttato soltanto un soprannome davvero non esaltante - il «portiere di rue Solferino» quando era segretario del Ps che ha la sua sede in quella strada della rive gauche di Parigi. Adesso ha un sarto personale: turco e non proprio famoso perché, comunque, un leader della sinistra non può nemmeno esagerare. Soprattutto ha cambiato compagna: da quattro anni, ormai, non vive più con Ségolène Royal che è la madre dei suoi quattro figli, ma che è anche diventata la sua avversaria politica, ieri come oggi, nella corsa alla presidenza della Repubblica e alla leadership del partito.

È

Sopra, uno scatto di François Hollande. Nella pagina a fianco, Nicolas Sarkozy, Dominique Strauss-Kahn e Martine Aubry

Ora ha ufficializzato la sua storia sentimentale con la bionda giornalista televisiva Valérie Trierweiler che, secondo un gossip mai smentito, era cominciata già ai tempi dell’unione con Ségolène e ne aveva determinato la fine, al di là di tutte le dietrologie politiche. Per certi versi copia il suo grande maestro, François Mitterrand, il Presidente della «forza tranquilla», secondo lo slogan che inventò il pubblicitario Jacques Séguéla. Lui, François Hollande, si presenta come il «candidato normale», l’anti-eroe che scommette sulla stanchezza degli elettori delusi dalle roboanti promesse di Nicolas Sarkozy entrato nel palazzo al numero 55 del Faubourg SaintHonoré sull’onda di tante speranze mancate e precipitato nei sondaggi. Ma prima di arrivare alla sfida per la presidenza con il paladino del centrodestra (il primo turno delle elezioni ci

sarà il 22 aprile e il secondo il 6 maggio dell’anno prossimo), domani dovrà superare lo scoglio del ballottaggio delle primarie con l’altro aspirante alla nomination socialista: Martine Aubry, la figlia di uno dei grandi del Gotha socialista - Jacques Delors - che ha legato il suo nome a una delle leggi più contestate, quella che ridusse l’orario di lavoro a 35 ore.

Domenica scorsa i circa due milioni e mezzo di francesi che - pagando un euro e firmando una specie di giuramento di fedeltà alla sinistra - hanno partecipato alla prima tornata delle primarie, hanno diviso le loro preferenze secondo una formula matematica che è aperta ancora a tutti i risultati finali. Il 39 per cento ha votato per Hollande. Il 31 per la Aubry. Il 17 per cento ha scelto il giovane outsider dell’ala più radicale del Ps, Arnaud Montebourg, che - per fare un paragone con la sinistra italiana - si potrebbe definire il Ferrero della gauche francese. Un modesto, e per lei umiliante, 7 per cento è rimasto fedele a Ségolène Royal e appena il 5 per cento ha preferito il riformista Manuel Valls, il Matteo Renzi d’Oltralpe. In Francia il meccanismo elettorale a due turni esiste per tutte le votazioni se nessun candidato supera subito il 50 per cento delle preferenze e la storia di tante elezioni ha dimostrato che il sistema funziona così: al primo turno si sceglie, al secondo si vota contro. Come dire che quando ci sono più concorrenti in gara, ogni elettore sceglie quello che vorrebbe vedere eletto. Poi, quando rimangono in corsa soltanto i due più votati, chi aveva preferito uno degli sconfitti cerca di sbarrare la strada al candidato che considera il peggiore e vota per l’altro.Tra i due sfidanti del ballottaggio di domani, Hollande è considerato il più riformista e la Aubry la più di sinistra. Secondo questa logica, i voti che sono andati a Montebourg dovrebbero passare alla Aubry che potrebbe anche assicurarsi

quelli rimasti alla Royal, se non altro perché la battaglia nella ex coppia Ségolène-François è vissuta dai socialisti francesi anche come un affare di famiglia e ci sono i tifosi dell’uno e dell’altra come in un reality show. In questo caso, ecco, che Martine Aubry potrebbe battere il pur favorito François Hollande che può contare con certezza soltanto sui voti dei sostenitori di Valls. Ma la politica non è una scienza esatta. Così, ieri, a sorpresa - ma poi nemmeno tanto - Arnaud Montebourg ha annunciato che «a titolo personale» voterà per Hollande. Quella delle dichiarazioni di sostegno è un’altra tradizione francese. Ma non sempre le indicazioni dispensate dai candidati sconfitti sono seguite dagli elettori. A volte servono per assicurarsi un posto nell’esecutivo che verrà. Se verrà. E la gente continua a votare secondo i suoi sentimenti.

L’incertezza regna sovrana, insomma. O meglio. Per azzardare una previsione, più che ai numeri, bisogna affidarsi ad altri elementi che si muovono nella pancia dei francesi di fede gauchiste. Il primo è, in un certo senso, un rimpianto. Per DSK, alias Dominique StraussKahn, naturalmente. Il più autorevole degli esponenti socialisti arrivato fin sulla poltronissima del Fondo monetario internazionale e sicuro trionfatore delle primarie del Ps se soltanto avesse potuto parteciparvi. Di fronte a lui la Aubry si sarebbe ritirata dalla corsa - questo era l’accordo pubblico già preso con DSK - e Hollande non avrebbe avuto alcuna possibilità. Strauss-Kahn non avrebbe lasciato speranze nemmeno a Sarkozy nello scontro vero e proprio della prossima primavera. Ma lo scandalo della violenza sessuale alla cameriera del Sofitel di NewYork lo ha eliminato dalla scena politica anche se lo stesso procuratore americano ha dovuto ammettere che la denuncia era stata una montatura e il processo è finito ancora prima di cominciare.


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Le sue passioni: legge, famiglia, politica Leader dei socialisti dal 1997 al 2008, Hollande, l’uomo senza esperienze governative alle spalle - che è riuscito a dimagrire di 15 chili in pochi mesi svecchiando la sua immagine - è nato a Rouen il 12 agosto 1954. Laureato in legge, si è formato all’École Nationale d’Administration. Magistrato della Corte dei Conti, è in aspettativa dal 1988, data in cui viene eletto per la prima volta all’Assemblée Nationale. Dopo una rapida carriera all’interno del Partito socialista, nel ’97 ne diviene segretario. Ha convissuto fino all’estate 2007 con Ségolène Royal (da cui ha avuto quattro figli). Nessun matrimonio ma un Pacs sottoscritto nel 2001 e successivamente sciolto. Oggi condivide la sua vita con la giornalista politica Valerie Trierweiler, che secondo il settimanale L’Express è stata spiata dagli 007 francesi con l’obiettivo di raccogliere informazioni su di lei e sulla sua “rete di relazioni”. Nel febbraio 2010, rifiuta l’incarico di primo presidente della Corte dei Conti che gli viene offerto dal presidente della Repubblica Sarkozy.

Come quello tentato, in Francia, dalla ex giornalista e ora scrittrice Tristane Banon che ha accusato DSK di avere tentato di violentarla quando lei era andata nel suo ufficio per intervistarlo. Anche la Procura di Parigi ha appena archiviato questo caso, sia perché non ci sono le prove sufficienti del tentativo di stupro (Dominique StraussKahn ha ammesso di avere cercato solo di baciarla), sia perché il fatto commesso nel 2003 e denunciato nel 2011 non sarebbe in ogni caso più persegui-

In qualsiasi Paese, tanto più in quello della Liberté, Egalité, Fraternité, non è politicamente corretto fare discriminazioni di genere. Eppure la sensazione è che la Francia non sia ancora pronta per un Presidente donna. Il precedente di Ségolène Royal battuta cinque anni fa da Sarkozy, non va dimenticato. Anche il risultato del primo turno delle primarie socialiste ha un significato: il Ps, con la Royal, ha già fatto una volta la scommessa del candidato-donna. E, almeno domenica scorsa,

partito, provengano dalla prestigiosa Ena, l’Ecole nationale d’administration, siano d’accordo sull’obiettivo di portare il rapporto deficit-Pil sotto il 3 per cento entro il 2013 e siano anche favorevoli all’introduzione degli eurobond, le ricette che propongono divergono sui metodi. E quello di Hollande ricorda più il laburismo della “terza via”alla Blair che il tradizionale socialismo alla francese. Ma a fare la differenza è - o almeno potrebbe essere - proprio il gusto della rivincita finalmente

trattavano «come il garzone che porta le pizze a domicilio».

Adesso il “garzone” ha smesso quell’aria un po’da bonaccione accomodante e sempre agli ordini di qualcuno per giocare in proprio puntando sul malessere diffuso dei francesi che guardano con sospetto sempre crescente i politici di professione specializzati in promesse non mantenute. Hollande è riuscito a trasformare in un punto a vantaggio anche quello che per qualsiasi uomo che ambisce

A sorpresa Arnaud Montebourg, giovane outsider dell’ala più radicale del Ps, ieri ha annunciato che «a titolo personale» voterà per lui bile. Due assoluzioni che sono una soddisfazione per DSK, ma che non consolano quei francesi che avrebbero voluto vederlo all’Eliseo. Anzi, gli elettori socialisti si sentono ancora di più defraudati: orfani del loro cavaliere bianco e costretti già in partenza a ripiegare su una seconda scelta. E qui scatta l’altro elemento che nessun sondaggio d’opinione ha il coraggio di affrontare. La prima differenza tra Hollande e la Aubry è, semplicemente, banalmente, questa: un uomo contro una donna.

ha preferito Hollande. Nonostante lo stesso DSK abbia espresso il suo appoggio a Martine Aubry.

Il vantaggio di Hollande, in fondo, è tutto costruito su differenze di atteggiamento personale, più che di grandi contrasti politici dal momento che gli obiettivi di fondo sono molto simili. Certo, Martine Aubry ha definito il suo avversario «il campione della sinistra molle» perché, nonostante entrambi siano stati segretari dello stesso

esploso in un uomo che è stato sempre considerato, anche dai suoi, un politico minore. Di Hollande c’è una bella e meticolosa biografia di Serge Raffy - suo amico e sostenitore - ricca di episodi che testimoniano le qualità negate di un personaggio che ha vissuto sempre all’ombra di qualche ingombrante notabile che gli impediva di farsi valere in prima persona. Anche negli undici anni in cui è stato segretario generale del partito, i big del Ps - uno di questi era l’ex premier Fabius - lo

al vertice dello Stato sarebbe un handicap: non ha mai fatto parte di un governo, non è stato mai ministro. Non ha, insomma, l’esperienza di una Aubry che, da ministro del Lavoro e della Solidarietà del governo di Jospin, fece approvare la legge delle 35 ore e anche quella della copertura sanitaria universale. Non è un caso che, di fronte a Sarkozy, si presenti come il «candidato normale», l’anti-eroe che vuole sfidare un Presidente diventato come ha scritto Raffy - «anormale» perché ossessionato dal

protagonismo e sempre sopra le righe. Non solo. Il “provinciale”è nato in Normandia, a Rouen, in una famiglia calvinista di origini olandesi - contro il “parigino” Sarkò che è, sì, figlio di un immigrato ungherese, ma che è nato e vissuto sempre a Neullysur-Seine, la periferia più esclusiva e ricca di Parigi dove una casa costa più che in centro. Anche Hollande, da anni, vive a Parigi, ma ha sempre mantenuto il contatto con la Francia profonda. È deputato della Corrèze, lo stesso dipartimento agricolo dove, per decenni, ha regnato l’ex Presidente, Jacques Chirac, che da quelle parti era chiamato le Grand. Se sarà lui a dare battaglia a Sarkozy per l’Eliseo, tra i tanti aspetti dello scontro ci sarà anche quello della sterminata provincia francese contro la capitale, invidiata, ma anche molto odiata. Alcuni osservatori politici ipotizzano, addirittura, che di fronte a François Hollande, l’attuale Presidente potrebbe anche non ricandidarsi. Specialmente se i sondaggi dovessero mantenersi così avari come adesso nei suoi confronti. In quel caso, per andare incontro a una quasi certa sconfitta, sarebbe già pronto Alain Juppé, grand commis neogollista e ora ministro degli Esteri.

Alle elezioni presidenziali della prossima primavera, però, mancano più di sei mesi. E sei mesi, in politica, possono rappresentare anche un’era geologica.A parte l’esito del ballottaggio delle primarie socialiste, tutto può ancora accadere fino al 22 aprile e al 6 maggio del 2012 e Sarkozy si sta giocando carte molto importanti in politica estera - la Libia ed economica - il salvataggio dell’euro - che potrebbero rovesciare la tendenza negativa per il momento dominante nei sondaggi d’opinione. Domani notte, intanto, ci sarà il primo verdetto.


ULTIMAPAGINA Dal prossimo 28 ottobre, sarà chiusa al pubblico per restauro l’imponente statua progettata da Bartholdi

Nuovo maquillage per Lady di Velia Majo i arriva al molo di Battery Park, downtown Manhattan, di mattina presto per prendere i biglietti, perché è alle 9 che parte il primo traghetto per imbarcarsi. Gli adulti pagano 13 dollari, gli anziani 10, i bambini 5. E in quella traversata di 30 minuti, nel porto di New York, si ha tutto il tempo per foto e riprese, sempre ci si ricordi di scegliere il lato destro del battello. E poi eccoci a Liberty Island, con la Statua della Libertà pronta, come ogni giorno, ad accogliere gli ansiosi visitatori che sanno bene che dovranno portare rispetto alla “gigantessa di ferro”, come la chiamava Oriana Fallaci, e non potranno mangiare, bere, masticare chewingum e fumare. Da qui un ascensore porta ai piedi della statua.

S

Ma solo i visitatori che sul biglietto hanno scritto Monument Ticket o Monument Walk-up avranno accesso al suo interno. Altra faccenda è poter accedere alla corona con le sue 25 finestre: per arrivare fin lassù bisogna munirsi di un crown ticket e salire tutti i 354 gradini (22 piani) di una scala ripida e stretta che viene sconsigliata a chi ha problemi di cuore. Da prenotare online, naturalmente, alcuni mesi prima di visitare l’isola. Ora però

non c’è più tempo per richiedere i biglietti per salire sulla corona, chiusa dopo gli attacchi dell’11 settembre e riaperta il 4 luglio 2009. La Statua della Libertà sta per chiudere, per un periodo di nove mesi o un anno per ristrutturazione, fanno sapere gli addetti ai lavori. Avverrà esattamente il 28 ottobre prossimo, quando cadranno i 125 anni dal suo arrivo sul suolo americano. “La Libertà che illumina il mondo” questo il nome originario della statua, è un dono del popolo francese agli Stati Uniti. Il 22 settembre scorso il presidente Nicolas Sarkozy, in visita a New York in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, accompagnato dal sindaco di New York Michael Bloomberg e dall’attore Robert De Niro ha partecipato, con un po’ di anticipo, alle celebrazioni per i 125 anni dell’arrivo della statua a Liberty Island, per ricordare il rapporto tra Francia e Stati Uniti. Costruita in Francia, su progetto dello scultore francese Frédéric-Auguste Bartholdi, la statua arrivò a New York nel 1883 e venne assemblata sull’isola Bedloe, poi ribattezzata Liberty Island e inaugurata il 28 ottobre 1886. Fu durante una cena a Parigi in una sera-

LIBERTY

La scultura che i francesi regalarono nel 1886 agli americani, e che Oriana Fallaci chiamava «la gigantessa di ferro», non potrà essere visitata per circa un anno ta del 1865 di un gruppo di intellettuali che si opponevano a Napoleone III, riunitisi nella casa dell’attivista politico Édouard René Levèbvre de Laboulaye, al fine di discutere dei modi utili a far risorgere l’ideale repubblicano francese, che si discusse dell’idea di costruire un monumento dedicato alla concezione americana della libertà politica. Fu così che lo scultore Frédéric-Auguste Bartholdi presente alla cena, ebbe l’idea di costruire una statua. Con l’intenzione, una volta finita la costruzione del monumento, di donarlo agli Stati Uniti d’America. L’artista si recò nel 1871 a New York per scegliere un sito per l’opera, che si ispirava al colosso di Rodi. Fu anche organizzata una lotteria per coprire i costi della costruzione della statua modellata su un’ossatura metallica, eseguita dall’ingegnere ferroviario francese Gustave Eiffel. L’avambraccio e la torcia furono presentati all’esposizione di Filadelfia, nel centenario della firma della dichiarazione d’Indipendenza nel luglio 1876 e rimasero a New York diversi anni per raccogliere i fondi necessari al completamento dell’opera. Ma gli ame-

ricani non sembravano del tutto convinti di questo progetto e le donazioni per costruire le fondamenta per una statua alta 46 metri, in un primo momento, non furono sufficienti. L’opera finita rimase a Parigi dal 1884 al 1885, attirando migliaia di visitatori. La statua ottenne finalmente il biglietto di viaggio per gli Stati Uniti grazie a Joseph Pulitzer, l’editore del New York World. Fu eretto un piedistallo di 24.000 tonnellate sul Liberty Island. Il 28 ottobre 1886, la “Libertà che rischiara il mondo”venne inaugurata nel porto di New York, dinanzi al presidente Glover Cleveland e con numerose navi presenti nella baia. Negli anni Ottanta, più di 100 milioni di dollari furono dedicati al restauro della statua, in occasione del suo centenario. Venne rifatta la copertura di rame e si installò una nuova torcia placcata in oro, la terza nella storia della statua. La prima torcia, in vetro colorato, è oggi esposta nella lobby d’ingresso, vicino al museo della storia e dei restauri della statua. Un tempo era possibile anche avventurarsi fino alla mano destra che regge la fiaccola e che si alza di altri 12 metri e 80 centimetri, qui si trovava una minuscola finestra accessibile ad un solo visitatore alla volta. Ma il rischio di incidenti era piuttosto elevato nell’ultimo tratto di salita per possibili cedimenti del braccio della statua, pare infatti che nei giorni di vento forte, il braccio si muova fino a 12 centimetri.

La visita si ferma dunque alle 25 finestre della corona. La statua senza il basamento da piedi a testa è alta 33 metri e 86 centimetri. Se però si calcola anche il braccio alzato si arriva a 46 metri e 50 centimetri. Per il suo anniversario la Statua della Libertà avrà anche un logo scelto online dai cittadini che verrà usato durante tutto l’anno di celebrazioni. Ci saranno anche fuochi d’artificio in occasione dell’anniversario del 28 ottobre, e lei Lady Liberty sarà lì austera, chiusa nella sua antica bellezza, ad aspettarli.


2011_10_15