Issuu on Google+

10408

he di cronac

Ridi, e il mondo riderà con te; piangi, e piangerai da solo

Ella Wheeler Wilcox

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 8 APRILE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Da Lampedusa notizie drammatiche: soltanto 53 i superstiti del rovesciamento. Berlusconi al Colle per riferire

La Caporetto della Lega Parigi attacca Maroni e annulla di fatto il piano immigrazione Con il permesso temporaneo smentiscono il “loro” reato di clandestinità. Si appellano all’Ue dopo averla denigrata. Rinnegano la solidarietà cristiana. Autogol che condannano il Carroccio 1 2 3 4 L’Europa era È tramontata La durezza Ora Bossi il male assoluto. in pochi giorni nelle parole, deve solo Ora deve la liaison la resa vergognarsi col Vaticano risolvere tutto nei fatti di se stesso di Savino Pezzotta

di Giancristiano Desiderio

di Osvaldo Baldacci

di Riccardo Paradisi

Ci sono parole per quanto è successo? Ho letto i commenti pubblicati sui giornali, ma mi sono chiesto quanto durerà questa sorta di indignazione.

La Lega è prigioniera della sua stessa politica sui migranti clandestini. Nel giro di due giorni è passata dalle “palle” di Bossi ai permessi di Maroni.

Europa ladrona e tirannica. Europa burocrate e oppressiva. Europa cinica e spersonalizzante. Europa contro i popoli, Europa contro le persone.

Dell’Europa è più facile parlarne male che farne a meno. E per Europa intendiamo della tradizione cristiana. da pagina 2 a pagina 5

L’annuncio del presidente Trichet dopo l’Assemblea generale di ieri a Francoforte

La Bce alza i tassi: famiglie a rischio I consumatori protestano: «Così ci strozzano con i mutui bancari» Incertezza per la successione a Cesare Geronzi

di Francesco Pacifico

ROMA. Jean-Claude Trichet ha promesso che non ci sarà corsa dei tassi. E alle famiglie e ai consumatori che già si lamentano per l’aumento delle rate dei mutui manda a dire, che non soltanto il costo del denaro «resta contenuto», ma che un ritocco «è necessario per la protezione delle fasce più deboli della popolazione». Sarà, intanto ieri il governatore della Banca centrale ha di fatto dato il la alle politiche di exit strategy dalla crisi, che i governi nazionali tardano a mettere in campo. Quindi, ha chiuso l’epoca di una politica monetaria

seg1,00 ue a p agina 9CON EURO (10,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

troppo accomodante. Come promesso nel marzo scorso, ha alzato il costo del denaro di un quarto di punto: da uno all’1,25 per cento.

Il rebus Generali e l’incognita Galateri di Gianfranco Polillo

Questo il nuovo tasso di riferimento principale per l’area dell’euro. Mentre quello di deposito marginale (livello sui quali si basa la remunerazione dei depositi delle grandi banche presso l’Eurotower) è stato fissato a quota 0,5 per cento. Il saggio di finanziamento marginale, cioè l’interesse riconosciuto dagli istituti per avere liquidità dalla Bce, è salito al 2 per cento.

he day after. Il giorno dopo le dimissioni non proprio spontanee di Cesare Geronzi, si cerca una soluzione al rebus del Leone di Trieste: chi sarà il prossimo presidente? I nomi che circolano sono diversi. Il più accreditato è Gabriele Galateri di Genola. Nato come manager di Ifi e poi di Fiat, ha guidato Mediobanca dal 2003 al 2007.

a pagina 11

a pagina 10

68 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

T

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


la crisi libica

pagina 2 • 8 aprile 2011

Il premier al Quirinale per illustrare il piano sui profughi

Parigi affonda la “scialuppa ” di Maroni La Francia rende nullo l’escamotage del permesso temporaneo di soggiorno. Oggi l’incontro tra i due ministri degli Interni di Franco Insardà

ROMA. Ha voluto mostrare i muscoli e adesso si ritrova con 250 morti che la dicono lunga sulle capacità di governo. Per non parlare dello scontro con la Francia che, nonostante abbia dimostrato un grado di solidarietà inferiore al lecito, ieri per non accogliere i profughi ha messo sul piatto condizioni così stringenti che appaiano quasi irridenti di fronte alla tragedia che il Maghreb sta vivendo. Il ministro degli Interni Roberto Maroni pensava di aver trovato la soluzione con il decreto che concede il permesso di soggiorno temporaneo ai migranti tunisini e che di fatto smentisce il reato di clandestinità, una delle bandiere della propaganda del Carroccio, ma la risposta di Parigi ha dimostrato plasticamente che la questione non si può dire assolutamente risolta.

Al punto che il titolare del Viminale si è affrettato a dichiarare che con la Francia «è sbagliato farci la guerra, finora c’è stata ostilità. Non credo sia un buon atteggiamento, la libera circolazione in area Schengen è garantita da regole che devono essere applicate». In attesa del vertice tra Berlusconi e Sarkozy del 26 aprile, il nostro ministro degli Interni incontrerà questa mattina il suo collega d’Oltralpe Claude Gueant: «Lo vedrò per trovare un accordo, se sarà possibile e per definire un sistema di intervento

comune che coinvolga tutti i paesi europei», ha spiegato ancora Maroni. Come se non bastasse Palazzo Chigi continua a dividere gli animi anche in un’occasione come questa, come dimostra l’informativa di Roberto Maroni alla Camera, capace soltanto di generare nuovi dubbi e tensioni sull’operato del nostro Paese. Anche perché il ministro degli Interni – il primo a denunciare l’ondata biblica verso l’Italia – ha finito per fare un pasticcio dovendo mediare tra gli obblighi di accoglienza verso un Paese che soffre e le necessità elettorali della Lega.

Uno stato di cose che ha fatto dire al leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che «l’Italia non è governata, e lo dimostra la vicenda drammatica degli immigrati morti in mare. Il ministro Maroni è una persona intelligente, ma in Parlamento

balbettava sulla questione immigrazione. Vuol dire che il governo non ha una linea chiara, non sa cosa fare. Qui c’è un governo che non governa e va avanti con gli slogan e la demagogia. È solo propaganda, come sul federalismo».

La posizione di Parigi e la inattività del governo è stata evidenziata ancora una volta nella seduta di ieri pomeriggio

passe della questione immigrati. Mi sembra che abbiate chiaro tutti che stamattina abbiamo parlato del nulla. Maroni ha parlato di una sorta di permesso provvisorio temporaneo nella convinzione, espressa dal ministro, che questi signori avevano già spiegato che volevano andare altrove. Le autorità francesi hanno spiegato chiaramente che questa cosa non è accettabile.

Bagarre a Montecitorio per un cartello contro il ministro esposto dall’Idv Pierfelice Zazzera (sospeso per due giorni). Il Pd si è dissociato e Antonio Di Pietro si è scusato a nome del gruppo da Pier Ferdinando Casini che ha criticato la presenza alla Camera del ministro degli Esteri Franco Frattini per il voto degli emendamenti del processo breve. «Sarebbe meglio – ha detto il leader dell’Udc – che si occu-

Mi auguro che il ministro degli Esteri non perda il suo tempo in aula e vada a trattare con le autorità europee o saremo invasi dagli extracomunitari che andranno a Padova o Treviso, esattamente dove alla Lega non piace che vadano».

E, giusto per non farci mancare nulla, nella seduta di ieri a Montecitorio la bagarre ha subito preso il sopravvento sul dolore per le vittime del naufragio. Infatti, dopo un minuto di silenzio e la relazione del ministro degli Interni, il dipietrista Pierfelice Zazzera ha mostrato un cartello con la scritta “Maroni assassino”. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è intervenuto immediatamente, chiedendo prima la rimozione

del cartello e annunciando poi che del fatto si sarebbe occupato il collegio dei questori, che ha deciso per due giorni di sospensione e la censura. Anche le opposizioni hanno preso subito le distanze. Il capogruppo del Pd, Dario Franceschini ha dichiarato: «La nostra dissociazione è totale», mentre lo stesso Antonio Di Pietro ha detto: «Chiedo scusa a nome dell’Italia dei Valori».

Il leader Udc Casini, nel suo intervento dopo la relazione di Maroni, ha sottolineato «la contraddizione politica di evocare una parcellazione dell’Italia e mettere una parte della nazione contro l’altra. Noi ci comportiamo con parti del territorio nazionale come l’Europa si comporta con noi». Sull’antieuropeismo leghista Casini ha incalzato Maroni: «Oggi si evoca l’Europa politica e noi non abbiamo inbarazzi perché sempre convinti del ruolo dell’Europa, e dunque avete ragione, vi siete convinti anche voi, anche se tardivamente». E ha aggiunto che «la presenza al governo di fronte a questioni come questa obbliga anche la Lega all’adozione di provvedimenti inevitabili, ma non con la demagogia dei primi giorni. Maroni non cede ai clandestini, fa semplicemente il suo dovere. Il governo, nonostante questi ondeggiamenti ha la nostra solidarietà, bene agli accordi bilaterali con la Tunisia e il coinvolgimento


la crisi libica dell’Europa. Fate tesoro degli errori accumulati nel passato per evitare di dire sciocchezze in questi giorni». Insomma per dirla con il capogruppo dell’Udc al Senato Gianpiero D’Alia «l’infelice dichiarazione di Umberto Bossi “fora d’i ball” ha fatto più danni di tanta politica estera degli ultimi anni».

E mentre a Montecitorio si polemizza a sud di Lampedusa proseguono le ricerche dei superstiti, coordinate da Malta in quanto la tragedia si è consumata nelle acque territoriali di La Valletta. A bordo del barcone, secondo alcune testimonianze, c’erano oltre 300 persone, alcuni testimoni dicono 318, 250 dei quali sarebbero dispersi, tra cui donne e bambini. Maroni ha spiegato che «dall’inizio dell’anno sono arrivati sulle coste italiane 25.867 immigrati». Il ministro ha anche avvertito che i segnali degli ultimi giorni «ci dicono che si stanno intensificando le partenze dalle coste libiche». Ma nelle regioni del Nord tira una brutta aria per Roberto Maroni e i dirigenti del Carroccio. Il popolo leghista sul forum di Radio Padania fanno sentire la loro voce: « Ma quale permesso di soggiorno? Gli immigrati vanno trattati come in Spagna. E cioè a pallottole» scrivono. E ancora: «Il governo ha deciso il lasciapassare per tutti i clandestini, Lega dove sei finita? Non ti riconosco più!». E Antonio De Poli, segretario regionale dell’Udc Veneto, rivolgendosi al governatore Zaia ha detto: «Anzichè complimentarsi con il ministro Maroni, farebbe bene a chiedere al ministro come faremo a gestire l’ondata di profughi che avranno il permesso temporaneo. Zaia forse ha dimenticato che nella nostra Regione non esiste, al momento, un Centro di identificazione ed espulsione. Dove andranno? Dove dormiranno i profughi?». Per illustrare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’accordo con gli enti locali sull’emergenza immigrati è salito al Quirinale ieri sera il premier Berlusconi, accompagnato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, dal ministro Maroni, da quello per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e dai rappresentanti di Regioni, Comuni e Province. L’unica nota positiva per il governo è il ritiro delle dimissioni da parte di Alfredo Mantovano, sottosegretario agli Interni, presentate per protesta per il trasferimento degli immigrati in Puglia, sua regione d’origine, che ha accolto l’invito del presidente Berlusconi. Il Consiglio dei ministri di ieri ha anche nominato il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, commissario straordinario per l’emergenza immigrati.

1

8 aprile 2011 • pagina 3

Dobbiamo generare una nuova forma di assistenza pacifica anche negli Stati al di là del Mediterraneo

Le lacrime di coccodrillo Il dramma ha radici antiche che conosciamo da tempo È arrivato il momento di intervenire senza ipocrisie di Savino Pezzotta

i sono parole per commentare quanto è successo? Ho letto i commenti pubblicati sui giornali, ma mi sono chiesto quanto durerà questa sorta di indignazione. Ormai siamo abituati a discutere e accapigliarci sulle tragedie e sulle emergenze. Ciò che fa notizia è l’eccezionalità. Ci si dimentica della quotidianità. Ma sono anni che migliaia di migranti muoiono in mare davanti al nostro bagnasciuga, in quel mare nostrum che si chiama Mediterraneo. Gli ultimi sbarchi e naufragi dalla Tunisia e dalla Libia ne sono una conferma. In questi giorni le tragedie in mare puntano il dito contro la nostra indifferenza, contro le nostre paure e vigliaccherie. Un ministro che dice «fora di ball», dovrebbe oggi vergognarsi. Vogliamo renderci conto che con l’immigrazione dovremo fare i conti e che abbiamo il dovere di accogliere chi fugge da guerre, fame, miseria e persecuzione? Siamo proprio convinti che respingendo salveremo il nostro benessere e la nostra civiltà? Proviamo a pensare a queste persone trascinate nel fondo del mare, a quei bambini aggrappati alle loro madri che avevano raccontato loro che in Italia avrebbero terminato le loro sofferenze. Siamo stati per un momento il sogno di bambini finiti in fondo al mare. I loro occhi sbarrati m’interrogano e chiedono al nostro Paese se ha fatto proprio tutto per impedire che questo avvenisse. Quante responsabilità si accumulano su di noi, su chi ha seminato paura, ha eccitato gli animi introducendo nella nostra società virus pericolosi che potrebbero dare vita alla malattia del razzismo e della xenofobia. Serve uno sforzo culturale profondo. Sta trionfando la logica del volgere lo sguardo dall’altra parte. Non si vuole vedere e sentire. Mentre ci ergiamo a difensori della cultura, della tradizione e delle radici cristiane, dimentichiamo che il Vangelo invita alla condivisione, alla cura del prossimo, al rispetto di ciò che vale più di ogni cosa: l’uomo e il suo incommensurabile valore.

C

sperati. In queste ore ricordo anche che i nostri aerei partecipano alle operazioni militari in Libia e che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che autorizza chiunque dotato di “buona volontà” a intervenire per difendere i civili, pare non riguardare gli oltre 2 milioni di migranti residenti in Libia che da settimane cercano rifugio in tutte le direzioni. Chiediamo alla Tunisia di accettare i respinti e non ci accorgiamo di quante persone ha accolto!

Mi pongo alcune domande. Le navi della Nato al comando di italiani solcano le coste libiche per garantire l’embargo: come mai non sono state in grado di evi-

Siamo chiamati a cambiare forme e modi della comunicazione. Dobbiamo smetterla di strumentalizzare il problema per generare una paura elettoralmente utile

Non voglio evocare i tempi bui della storia europea - quando non si è voluto vedere e sentire - ma noi oggi siamo chiamati ad aprire gli occhi. Venivano dalla Libia; molti di loro erano rifugiati eritrei, etiopi, somali, persone per cui la vita si è risolta in una eterna fuga per cercare protezione. I più disperati tra i di-

tare tragedie come quelle degli ultimi giorni? Perché la sorveglianza aerea non riesce a vedere in anticipo e a segnalare la presenza dei barconi? Sul nuovo esodo quanto pesa l’intervento “umanitario” armato? Ogni volta che sollevo questioni di questo genere vengo accusato di pacifismo. Ma la mia posizione è semplicemente fondata sull’umanitarismo di matrice cristiana. Non sono un buonista perché nella mia visione del mondo c’è la consapevolezza del male e dell’imperfezione che accompagna la vita umana, ma è proprio questa consapevolezza che mi spinge a pensare ai correttivi, alle dinamiche riformatrici, alla dimensione umanitaria. Conoscere il dolere significa essere predisposti a curarlo. E tra i mali sta l’ignavia. Non è ignavia diffondere timori, paure, evocare esodi o invasioni? Forse non è altro che manifestare l’impotenza di una proposta politica come quella

portata avanti in modi e forme che rasentano la volgarità. Ora non limitiamoci ai pianti e all’indignazione momentanea ma domandiamoci perché è successo e se questa tragedia non era evitabile. Credo di sì. Da molto tempo era nota a tutta la comunità internazionale la presenza di circa 5mila rifugiati sub-sahariani in Libia. Persone che avevano come unico obiettivo di arrivare in Europa. Prima i respingimenti verso la Libia, poi la guerra, li hanno allontanati dalla protezione a cui avevano diritto. Voglio ricordare che già il 28 febbraio il Consiglio Italiano per i Rifugiati - organismo che presiedo aveva lanciato un appello al governo italiano, alla Commissione Europea e a tutti gli Stati membri per la loro evacuazione umanitaria, una soluzione che permettesse loro di arrivare negli Stati europei attraverso operazioni di soccorso. A questo appello le risposte sono state pochissime. Solo l’Italia si è mossa, permettendo l’accesso protetto a circa 115 rifugiati sub-sahariani provenienti dalla Libia. Da parte dell’Europa e degli altri Stati membri il silenzio più assordante. Concordo anch’io con coloro che affermano che l’Italia non può accogliere tutti, anche se le cifre di cui stiamo parlando non sono cosi enormi. Occorre che l’Europa si assuma il problema. L’unico modo per arrivare e per cercare la salvezza rimane quello di attraversare un mare che giorno dopo giorno continua ad inghiottire vite. Stati che si vogliono democratici e civili non possono continuare a voltarsi dall’altra parte. Solo così potremo finalmente ridurre il rischio che si ripetano queste infinite e terribili tragedie.

Ma dopo esserci poste queste domande chiediamoci se non sia arrivato il momento di cambiare forme e modi della comunicazione, se non si debba evitare di strumentalizzare il problema per generare una paura elettoralmente utile, provocando una rincorsa al ribasso di tutta la politica con incidenza nefaste sull’opinione pubblica. Sono cadute tutte le ideologie, sono scomparsi dal nostro orizzonte tutti i modelli sociali. Quello che resta è la tensione umanitaria: facciamola vivere senza armi, con la diplomazia. Lo dobbiamo fare se amiamo il nostro Paese e, soprattutto, l’uomo. Solo così difenderemo le nostre radici, la nostra cultura, il nostro benessere.


pagina 4 • 8 aprile 2011

la crisi libica I PERMESSI TEMPORANEI

2

La durezza nelle parole la resa nelle azioni

Tutti sanno che, quando arrivi al governo, devi aggiustare i proclami pre-elettorali. Ma qui si sta verificando di peggio di Giancristiano Desiderio

a Lega è prigioniera della sua stessa politica sui migranti clandestini. Nel giro di due giorni è passata dalla ormai celebre linea di Bossi «fuori dalle palle» alla linea di Maroni del «permesso di soggiorno temporaneo» che, in soldoni, sospende la clandestinità o chiude un occhio. Purtroppo, però, la Francia gli occhi li tiene aperti entrambi e considera i suoi confini, Schengen o non Schengen, come una sorta di linea Maginot e quando i migranti con il permesso di soggiorno temporaneo in tasca si faranno vedere da quelle parti saranno respinti al cosiddetto Paese terzo, quindi resteranno in Italia. Il ministro dell’Interno ha giudicato “ostile” l’atteggiamento francese, ma salta agli occhi che il repentino passaggio dalla clandestinità al soggiorno temporaneo oltre ad essere una toppa peggiore del buco è anche il buco nell’acqua mediterranea della politica anti-immigrati della Lega. Lo abbiamo già notato, ma vale la pena ritornare sull’argomento. Pur sapendo a che cosa si stava andando incontro, il governo italiano ha fatto praticamente di tutto per farsi cogliere impreparato. I barconi carichi di migranti sono arrivati sulle coste italiane e continuano ad arrivare, ma il governo non è stato in grado di mettere su per tempo quella macchina organizzativa di accoglienza, smi-

L

stamento e rimpatrio che avrebbero evitato tensioni e pasticci di questi giorni.

Per la prima volta il ministro Maroni, che se l’è cavata più che bene con crimine, mafie e camorra, ha iniziato a girare a vuoto e più di una volta ha scelto la strada della voce grossa. Prima lo ha fatto con l’Europa e ora con la Francia. Ma la voce grossa non esprime forza e, al contrario, è sintomo di debolezza. Nel caso del primo fiasco di Maroni c’è qualcosa in più. Il responsabile del Viminale, infatti, è la prima vittima della politica ideologica e rigida del-

tivo con cui governare il fenomeno immigrazione. Ma ciò che è peggio è la corsa a trovare una soluzione pur che sia una soluzione: in tal caso il soggiorno temporaneo per far passare i migranti dall’Italia alla Francia si è rivelato subito per quello che è: un escamotage. La “ostilità” della Francia è frutto della furbizia dell’Italia. La furbizia è sorella delle bugie: ha le gambe corte.

Nessuno ha in mano la ricetta giusta per risolvere un problema che dura da tempo e che continuerà per molto tempo ancora. Chi dice di avere la soluzione in tasca sta bluffando. Ma chi ha fatto credere che tutto si potesse risolvere con la legge sulla clandestinità ha fatto proprio questo: un bluff. L’immigrazione, sia che si tratti di flussi regolari sia di flussi eccezionali, ha bisogno di un mix di proposte e pratiche che vanno dall’accoglienza allo smistamento alla diplomazia. Soprattutto c’è la necessità di avere una macchina ben oleata che sia sempre in funzione perché l’errore più grave è quello di farsi trovare con le mani in mano. E’ quanto ha fatto il nostro governo che in pratica ha appaltato la politica per l’immigrazione agli slogan rassicuranti della Lega e di Bossi. Ottimi per fare propaganda, pessimi per governare. Oggi la vera clandestinità è quella della Lega di governo.

Pur sapendo bene a che cosa si stava andando incontro, l’esecutivo italiano ha fatto praticamente di tutto per farsi cogliere impreparato la Lega. Il passaggio repentino da un estremo all’altro, dalla clandestinità al soggiorno, è in pratica la pubblica ammissione di non poter governare il fenomeno dell’immigrazione - clandestina o no, fatta di profughi o no - dichiarando o considerando i migranti tutti clandestini e quindi tutti “fuori dalle palle”.

La Lega per esperienza di governo sa molto bene che quando si è al governo una cosa è dire e un’altra cosa è fare. Il ricorso all’idea del soggiorno temporaneo è né più né meno che il fallimento della clandestinità come strumento legisla-

LE «EURO-AMBIGUITÀ»

3

L’Europa era il male assoluto. Ora deve risolvere tutto

Attaccata in passato, oggi viene invocata strumentalmente come «dea ex machina» di Osvaldo Baldacci uropa ladrona e tirannica. Europa burocrate e oppressiva. Europa cinica e spersonalizzante. Europa contro i popoli, Europa contro le persone. Europa aperta solo all’invasione di stranieri, di musulmani, di rom. Europa lontana, assente, vile. No all’euro, moneta causa di ogni male. Abbasso l’Europa che non deve essere una realtà politica.Anzi, contrordine, viva l’Europa. L’Unione europea deve intervenire nelle vicende degli Stati e deve farsi carico dei migranti e dei rifugiati.

E

Deve prendere l’iniziativa in politica estera, deve gestire le crisi. È una conversione a 180 gradi quella della Lega Nord nei rapporti con l’Europa. Una conversione che sa di tatticismo e strumentalizzazione, ma che comunque non può passare inosservata. Nel 2005 dal palco di

Pontida si susseguirono una tale serie di attacchi leghisti contro l’Europa e l’euro che Berlusconi dovette fare uno dei suoi show per rassicurare Barroso che la maggioranza non intendeva uscire dall’euro né remare contro la politica europea. Suscitando però lo scontento dei leghisti, che risposero duramente tramite l’eurodeputato Francesco Speroni, oggi capogruppo a Bruxelles: «Berlusconi fa finta di nulla, invece l’Ue va seppellita». E sempre in tema di europarlamentari è quasi superfluo ricordare le costanti sortite di Borghezio, che ancora nel maggio scorso rivendicava così la sintesi del suo pensiero europeo: «Meglio euroscettici che eurocoglioni». Boso è un altro che ha collezionato invettive con le accuse a un’Europa serva delle multinazionali e delle grandi banche. Nel 2001 era stato Bossi


la crisi libica

8 aprile 2011 • pagina 5

LE RADICI CRISTIANE

4

In pochi giorni è finita la liaison con il Vaticano Con il “fora de ball”, la Lega compie un’inversione a 360 gradi rispetto ai valori e alla solidarietà cattolica di Riccardo Paradisi

ell’Europa – come si usa dire degli avvocati – è più facile parlarne male che farne a meno. Dell’Europa reale intendiamo quella inscritta cioè nella storia e nella tradizione cristiana di questo continente – anche se rimossa e negata dalla sua costituzione ufficiale. Europa che diventa oggi spazio, cultura ed entità politica essenziale per gestire senza isterismi xenofobi e demagogie terzomondiste l’emergenza migratoria che spinge masse umane dal Nordafrica verso il nord del mondo.

D

a definire l’Europa «Forcolandia». D’altro canto è stata proprio la Lega a fondare al Parlamento europeo nel 2009 il nuovo gruppo degli euroscettici “Europa della Libertà e della Democrazia” dopo che nel 2006 era stata allontanata dal precedente gruppo, sempre euroscettico, perché accusata di razzismo e xenofobia. Questo gruppo si è distinto perché alcune sue delegazioni hanno partecipato attivamente alla campagna del referendum irlandese contro la ratifica del Trattato di Lisbona, così come in precedenza la Lega non si era certo rammaricata del fallimento dei referendum sulla costituzione europea nel 2005 in Francia e Olanda. La Lega infatti con l’estrema sinistra era stata l’unica forza ad opporsi alla Co-

Se la conversione non è sospetta come sembra, allora i leghisti capiscano che occorre impegnarsi e contare di più stituzione europea, votarono contro la ratifica e la Padania ne fece una lunga battaglia giornalistica, sbandierando lo spauracchio del superstato europeo nemico delle identità nazionali. Dal canto suo però la Lega di governo votò la ratifica nel 2008 del Trattato di Lisbona, ma Bossi ci tenne moltissimo a sottolineare che l’aveva fatto «con sofferenza». Ancora nel novembre 2010 i 9 eurodeputati della Lega hanno lasciato l’aula per solidarietà con l’euroscettico Bloom,

la cui espulsione era stata applaudita da tutti gli altri.

Adesso la Lega invoca l’Europa, e dopo averla accusata di essere causa di ogni male italiano in materia di immigrazione, improvvisamente ne pretende l’intervento e ne predica ai quattro venti il suo essere fondamentale e necessaria. Ora, che l’Ue sulla questione dell’immigrazione sia un po’ latitante, non c’è dubbio. Che serva più Europa, è altrettanto chiaro. Ma che queste improvvise pretese post-conversione possano sortire qualche effetto, c’è da dubitarne. Forse piuttosto c’è da chiedersi se la lontananza dell’Europa non sia stata causata o quanto meno facilitata proprio dai continui attacchi euroscettici della Lega, di recente spesso seguita persino da esponenti del Pdl, pronti a usare l’Europa come capro espiatorio. E quanto la lontananza dell’Europa sia direttamente collegata allo scarso peso dell’Italia, che dell’Europa si è occupata molto poco con questo governo e che non si è impegnata a far sentire la propria voce e valere le proprie ragioni. E quanto l’assenza di una politica estera dell’Europa sia causata dallo scarso impegno in proposito dell’Italia, che invece di guidare una politica mediterranea ha preferito la via dei noti accordi bilaterali con la Libia, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Insomma, se la conversione europeista della Lega non è strumentale come sembra, se i leghisti hanno capito che certi problemi si risolvono solo condividendoli con la Ue, allora devono capire che occorre rimboccarsi le maniche per contare in Europa e per spingerla sulle nostre posizioni.

L’Europa come civiltà insomma verso la quale in questi giorni si deve registrare il mutato atteggiamento della Lega dopo i ”raus” rivolti agli immigrati nei giorni scorsi liquidando con una battuta ogni cordialità con la cultura cattolica, pure corteggiata dalla Lega. Nei confronti dell’unità politica del vecchio continente il movimento di Umberto Bossi ha sempre nutrito una diffidenza istitntiva e ostentata avvertendovi una minaccia per le piccole patrie e i localismi di cui il Carroccio è geloso custode. Sotto la drammatica pressione di flussi umani che arrivano dal Mediterraneo e che entrano in Italia la Lega è stata però costretta da un lato ad assumere come principio di realtà la necessità dell’Europa e dall’altro a constatare l’insufficienza e l’inadeguatezza dell’ideologia dell’arroccamento, della chiusura a riccio nel proprio particolare nazionale o regionale. Un revisionismo quello che investe con la forza delle cose la concezione geopolitica leghista dettato dall’immanente pressione della storia, il cui corso come è noto non viene mai compreso dall’ideologia ma appunto da una politica realista capace di un’analisi effettuale delle cose. Che la Lega sia oggi finalmente costretta ad accettare la logica

della collaborazione europea è comunque uno dei dati positivi portati in dote da questa rivoluzione che sta sconvgolgendo il nord Africa, l’Italia e che è fatalmente destinata a sfociare nell’intera Europa.

Una vicenda che imprime un’accelerazione formidabile alla cultura politica europea finalmente costretta a uscire – a destra come a sinistra – dalle vecchie appartenenze e dai vecchi personalismi. Intendiamoci però, se la critica pregiudiziale antieuropea è qualcosa di miope e di regressivo questo non significa che l’Unione europea e in particolare, in questo caso specifico la Francia, uno dei suoi paesi più influenti, sia esente da colpe e responsabi-

te alle misure opportunamente prese dall’Italia e alla constatazione che il 70 per cento degli immigrati che vengono dalla Tunisia vorrebbero andare proprio in Francia, per una questione di ricongiungimenti famigliari, ora che insomma anche Nicolas Sarkozy ha capito qual è il senso della storia e che i confini italiani sono anche i confini d’Europa, ora si comincia a ragionare. A pensare sotto l’urto dell’emergenza oltre i retrivi regionalismi e nazionalismi. Si vedrà, quando questa emergenza sarà cessata, se si tratta di una ritirata strategica dei populismi e degli egoismi nazionali oppure di un’effettiva maturazione culturale indotta e provocata dalla pressione dei fatti. Sarebbe però un’astuzia infantile oltre che meschina quella della dissimulazione temporanea, perché l’emergenza che oggi sconvolge il Mediterraneo è destinata a diventare qualcosa di strutturale, la normalità dei prossimi anni. E del resto un problema epocale come quello delle migrazioni nordafricane può essere investito solo da grandi risposte politiche. Sarà in grado l’Europa di assolvere a questo suo compito storico? Di darsi una politica estera unitaria, di riprendere in mano, per esempio, il lavoro interrotto 16 anni fa con il processo di Barcellona che prevedeva aiuti di investimento consistenti al nord Africa e l’ipotesi di un mercato comune Mediterraneo? Sta in questa possibile svolta e in questo necessario risveglio alla sua missione storica la sfida e l’occasione dell’Europa. Una sfida che è venuta a cercarla, che ha forzato le sue porte e che ha indotto il Vecchio continente a rimettersi in gioco dopo decenni di immobilismo e di delega. Una sfida che l’Europa cominciato a giocarsi ora e che deciderà la forma che prenderà questa parte di mondo occidentale nei prossimi decenni.

Sottto la pressione degli eventi i Paesi del vecchio Continente sono finalmente indotti a pensare oltre i retrivi regionalismi e nazionalismi

lità.Fino a quando il governo italiano non ha deciso di concedere il permesso di soggiorno temporaneo ai migranti provenienti da Albania e Tunisia la Francia – che ha impresso un’accelerazione alla guerra libica determinando una fuga in avanti senza più ritorno e che ha ha delle responsabilità per quanto sta avvenendo in Tunisia – si è ben guardata dal preoccuparsi degli esiti catastrofici della crisi nordafricana. Quello dell’immigrazione continua e dell’afflusso sulle nostre coste di rifugiati nordafricani restava per Parigi un problema solamente italiano. Ora di fron-


pagina 6 • 8 aprile 2011

In passato l’Italia ha già avuto a che fare con ingressi di massa. Eppure, mai un esodo migratorio ha provocato tante difficoltà come quello degli ultimi mesi ei libri di Fantozzi era una gag, quella dell’aereo in volo su Parigi in cui il pilota diceva «alla vostra sinistra potete ammirare la Torre Eiffel», «alla vostra destra la cattedrale di Notre-Dame», e i passeggeri facevano sbandare il velivolo col buttarsi tutti assieme dall’una o dall’altra parte. Nel terzo dei film della serie Pirati dei Caraibi, era una trovata in genere fantasy quella di far saltare dall’una e dall’altra parte la gente a bordo della nave appositamente per farla rovesciare, in modo da uscire dal regno di Davy Jones prima che il Sole venisse inghiottito dal mare.

N

Al largo di Lampedusa, la farsa e la favola si sono volte in tragedia. «La nave italiana era molto lontana. Ci ha messo un’ora per avvicinarsi», ha rac-

«La nave italiana era molto lontana. Ci ha messo un’ora per avvicinarsi», ha raccontato uno dei superstiti. «Aveva il motore spento...» contato uno dei superstiti. «Aveva il motore spento. Quando ci è arrivata proprio vicina siamo stati presi dal panico. Ci siamo ammassati tutti da una parte e il nostro barcone si è rovesciato». Non erano tunisini: quelli sono un popolo rivierasco che magari non è ormai più affine alle virtù marinare degli avi cartaginesi di quanto noi italiani possiamo continuare a essere affini alle virtù mili-

tari dei nostri avi romani, ma, insomma, un certo istinto di come si sta a bordo ce l’hanno innato. Non erano neanche libici: quelli in gran parte preferiscono restare a morire combattendo contro il dittatore piuttosto che squagliarsela, e se vogliono andarsene hanno comunque l’ombrello-Nato e il diritto di profughi che gli permette di farlo con una certa sicurezza. Erano invece gente dell’Africa sub-sahariana, il cui status è sfuggente per definizione. Da una parte, la Libia è stata di recente uno dei principali corridoi del traffico di immigrati africani verso l’Europa, e i famosi accordi tra Berlusconi e Gheddafi sono stati dettati non solo dall’odore del petrolio, del gas e degli affari o dall’idea che il raìs era uno scudo contro l’integralismo, ma anche dalla preoccupazione elettorale della Lega dii far vedere che a quel buco si metteva un tappo. Ma è verosimile pensare che la feroce guerra civile in corso abbia favorito la ripresa del flusso, o non è piuttosto che proprio le bombe stanno facendo un tappo ben più efficace? D’altra parte, nella petrolifera Libia di immigrati africani e mediorientali ve ne erano in quantità, a fare i lavori che i viziati libici non volevano più fare. In quel caso, dunque, anche gli stranieri residenti in Libia incappati nel conflitto, avrebbero il diritto a essere considerati profughi. Certo: con la differenza che nel loro caso ci sarebbero Paesi d’origine in cui eventualmente rimandarli. Altri testimoni riferiscono comunque che erano state proprio le autorità gheddafiste a indirizzarli. «In Libia la polizia ci diceva di andare, di partire. “Andate, andate, lì non c’è la guerra”. Siamo partiti da Al Zwara e i poliziotti stessi, vedendoci partire, non ci hanno fermato». Il che farebbe pensare che

Fenomenologia di un dramma umanitario che poteva essere evitato

Alle radici di un disastro colpevole Ecco le prove di Maurizio Stefanini

anche questo esodo faccia parte del repertorio di manovre sporche con cui il Colonnello sta cercando di fare pressione, pur di rimanere a galla costi quel che costi. Non è d’altronde la prima volta che ciò avviene. Oggettivamente, nel Canale di Sicilia la situazione in questo momento è pesante anche quando le navi italiane non ci vanno di mezzo, come testimonia la cronistoria di vari recenti, luttuosi avvenimenti. 3 aprile: 70 cadaveri vengono recuperati al largo della Libia, nei pressi di Tripoli. 30 marzo: 6 superstiti trovati in mare e ricoverati alla guardia medica di Lampedusa raccontano di un barcone con 17 immigrati partiti dalla Libia e affondato al largo dell’isola. 14 marzo: affonda al

largo di Lampedusa un barcone con a bordo una quarantina di tunisini, tra i quali si salvano solo i cinque che sapevano nuotare.

4 marzo: a 40 miglia dalla coste tra Marsala e l’isola di Marettimo naufraga un barcone con a bordo 30 nordafricani, quattro di loro cadono in acqua per il maltempo durante il trasbordo e due annegano. 12 febbraio: affonda un barcone nelle acque antistanti la tunisina di Girgis, uno dei 12 passeggeri muore e un altro è disperso. 6 febbraio: scompare nel Canale di Sicilia un barcone di circa 45 metri con a bordo oltre 200 persone... Ma nella storia della Seconda Repubblica i cozzi contro le carrette del In alto da sinistra, in senso orario: immigrati in arrivo; un’ambulanza al porto di Civitavecchia; controlli sanitari; cordoni di polizia; folle a Lampedusa; soccorsi a un sopravvissuto


la crisi libica

8 aprile 2011 • pagina 7

Quello pugliese rischia di divenire un ghetto

Ma ora chiudiamo Manduria mare sono una triste specialità bipartisan. La storia che ancora più resta in una tragica memoria è quella del Kater I Rades, ovvero “Battello in Rada”: un dragamine albanese di fabbricazione russa vecchio 35 armi, con posto per appena 9 uomini di equipaggio e di cui si era però impadronito un gruppo di fuggiaschi, che avevano pagato 800.000 lire a testa per fare quel viaggio. Partita dal porto di Valona alle 3 del pomeriggio del 28 marzo 1997, fu quasi subito intercettata dalla fregata Zeffiro che le ordinò di invertire la rotta. Ma senza esito. Di nuovo intercettata alle 17,30, fu speronata dalla corvetta Sibilla alle 18,45, provocando la caduta di molte persone in mare. Dopo qualche minuto di agonia, la nave si capovolse infine alle 19,03, in un punto del Canale d’Otranto profondo 800 metri. Appena 35 i superstiti, 81 i corpi recuperati, almeno 27 i dispersi. A quell’epoca, in Italia era al potere il primo governo Prodi, con l’attuale presidente della repubblica Napolitano come ministro dell’Interno. In Albania era invece in corso una guerra civile, accesa dalla rivolta contro le piramidi finanziarie che erano state favorite dal governo di Sali Berisha e che erano all’improvviso fallite. Lo stesso Berisha aveva chiesto a Prodi di creare un cordone sanitario, e una settimana prima Prodi aveva risposto ordinando a tre navi della Marina Militare di procedere a un pattugliamento navale muscolare: peraltro, senza assenso del Parlamento e senza pubblicità delle regole di ingaggio per le forze militari impegnate nell’operazione di «respingimento e dissuasione». Dissociatisi dal governo i

Verdi che pure erano nella maggioranza e Rifondazione Comunista che ancora unita appoggiava dall’esterno, anche l’opposizione si divise. Berlusconi, infatti, il giorno di Pasqua volò a Brindisi, dove si mise a piangere di fronte ai superstiti e ne “adottò” otto tra cui quattro bambini, accusando il governo di inumanità. La Lega, allora in rotta di collisione col Polo delle Libertà, approvò invece la linea dura, invitando pubblicamente tutti i clandestini senza lavoro o dimora a rivolgersi anche loro al Cavaliere. La Marina spiegò che in realtà la Sibilla si era solo avvicinata alla Kater i Rades per “consigliarle” di tornarsene indietro attraverso un megafono, finendo però così per non rispettare la distanza di sicurezza di almeno 100 metri imposta dalle condizioni del mare forza cinque. Otto anni dopo i fatti, il tribunale di Brindisi condannò in primo grado in contumacia il pilota della nave albanese Namik Xhaferi a quattro anni di reclusione, mentre il comandante della Sibilla Fabrizio Laudadio ebbe tre anni «in solido con il ministro della Difesa». Che peraltro era Beniamino Andreatta: dal 15 dicembre 1999 in coma in seguito a un infarto combinato con ischemia cerebrale nel corso di un voto per la Finanziaria, sarebbe morto il 26 marzo 2007 senza più riprendere conoscenza. Berlusconi divenne poi Presidente del Consiglio, e il 7 marzo del 2002 ci fu il caso della corvetta Cassiopea, che però non si mise a speronare. Piuttosto, là accadde l’esatto contrario: individuata al largo di Lampedusa una carretta del mare da un suo elicottero, la nave vi si avvicinò, cercando però di non acco-

L’ultimo bilancio della tragedia vicino a Lampedusa

I superstiti sono solo 53 LAMPEDUSA. Sono riprese ieri mattina, alle prime luci dell’alba, le ricerche nel Canale di Sicilia dei dispersi della tragedia del barcone che si è rovesciato a 39 miglia a Sud Ovest di Lampedusa: si punta a recuperare quantomeno i corpi delle vittime, ma sempre con la speranza di trovare qualcuno ancora vivo. Un’ipotesi alquanto remota, come ha confermato ieri alla Camera il ministro dell’Interno Maroni. Su quanti fossero a bordo della “carretta” del mare non c’è certezza, ma dovrebbero essere circa 300, tra cui molte donne e bambini. Non c’erano tunisini, ma persone di diverse nazionalità, fra cui somali, nigeriani, eritrei, camerunensi.Intanto i 53 superstiti, condotti alla base Loran di Lampedusa, sono stati trasferiti a Brindisi. Per quanto riguarda l’ipotesi di ritrovare in mare qualche superstite, i ricercatori hanno fatto

sapere che le speranze sono sempre più deboli. La Guardia di Finanza ha avvistato di nuovo decine e decine di cadaveri in mare, vicino al luogo dove è avvenuta la tragedia.Tra loro anche donne e bambini. A questo punto, come ha anche dichiarato il ministro Maroni, le speranze di trovare ancora dei superstiti sono sempre più deboli. Le condizioni delle persone già salvate invece, 53 secondo l’ultimo aggiornamento di ieri pomeriggio, sono tutto sommato discrete, nonostante segni più o meno gravi di ipotermia. Alcuni di loro sono stati inizialmente ricoverati al Poliambulatorio dell’Isola e poi trasferiti all’ex base Loran. Gli altri, dopo essere sbarcati, sono stati trasferiti a bordo di pullman al centro di prima accoglienza, dove ci sono circa 1.500 migranti, dopo l’ondata di sbarchi di due giorni fa.

starvisi proprio perché in quel mare agitato non ci fossero altri incidenti. E invece incaricò il peschereccio Elide di rimorchiare il natante. L’Elide si rivelò però insufficiente alla bisogna, la carretta del mare si ribaltò, e almeno una cinquantina di clandestini annegarono. Era di nuovo tornato a Palazzo Chigi Prodi quando alle 3,30 del mattino del 19 agosto 2006 ancora al largo di Lampedusa affonderà un barcone intercettato dalla corvetta Minerva: 10 corpi recuperati, una quarantina di dispersi.

Anche allora, la tesi più accreditata fu che all’avvicinarsi dell’imbarcazione i circa 120 clandestini a bordo si erano spostati tutti da un lato facendo capovolgere lo scafo, ma non è mancato chi ha parlato di manovra sbagliata da parte

Testimoni dicono che erano state le autorità libiche a indirizzarli da noi. «In Libia la polizia ci diceva di partire. “Andate, lì non c’è la guerra”» della nave italiana nella fase di affiancamento. Il ministro dell’Interno Giuliano Amato dirà che si era trattato «non solo di una tragedia, ma di un vero e proprio crimine», ma senza che dalle sue frasi si capisca troppo se ce l’avesse con i militari italiani o con gli scafisti libici. La Procura di Agrigento iscriverà il comandante italiano nel registro degli indagati “come atto dovuto”, spiegando però di ritenere causa più presumibile della tragedia l’imperizia degli scafisti.

Sembra di capire che, malgrado il reiterarsi delle emergenze, ci sia per lo meno un problema di scarso know how. Berlusconi si dice comunque «sconvolto» da capo del governo come quando era capo dell’opposizione: «Siamo sgomenti ed esprimiamo vicinanza e cordoglio alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo tunisino. Si tratta di persone disperate, che avevano affrontato il pericolo della traversata pur di raggiungere le nostre coste e migliorare le loro condizioni di vita». Come si è ricordato, sembra accertato che non si trattasse di tunisini. Sarà da vedere se questo riferimento ai poveracci che cercando di conseguire condizioni di vota migliori sarà produttivo di conseguenze concrete, o no. Se poi andiamo a tanti anni fa, scopriremo il come dal 5 luglio al 20 agosto del 1979 la Marina Militare italiana mandò in missione tra Mar della Cina e Mar Giallo l’Ottavo Gruppo Navale, con gli incrociatori lanciamissili Vittorio Veneto e Andrea Doria e la nave da rifornimento Stromboli a navigare per raccogliere i boat people allora in fuga dal regime comunista del Vietnam. Ma quelli erano i tempi vituperati della Prima Repubblica.

di Angelo Sanza confortato e preoccupato per quanto ho constatato nel corso della visita alla tendopoli allestita in fretta e furia, con costi altissimi, nelle campagne di Manduria e Oria. Il mio, come quello dell’Udc, è un giudizio negativo sul piano logistico-organizzativo, umano-solidaristico e di spesa pubblica. L’utilizzazione del demanio aereonautico di Manduria, privo di qualsiasi infrastruttura, determina due negatività: una ghettizzazione a rischio di sommossa dei potenziali ospiti; o un permissivismo di movimento che diffonde preoccupazione per la pacifica convivenza con le popolazioni locali. L’incertezza con la quale si è mosso il governo nazionale in questi mesi, costringe oggi le autorità nazionali ad affrontare costi rilevanti sia sul piano delle infrastrutture da realizzare nei territori nazionali, sia con contributi da versare a quei Paesi come la Tunisia per trattenere l’onda migratoria. A fronte di ciò, l’Udc di Puglia ha sollecitato il governo regionale di avere certezza sulla quota di migranti che le verrà assegnata, per poi rivendicare l’autonomia della gestione di questa quota sul proprio territorio. Abbiamo denunciato la nostra contrarietà al ghetto delle tendopoli e ipotizzato un’accoglienza diffusa sul territorio con l’utilizzo di strutture come caserme o seminari non più utilizzati, con il coinvolgimento di organizzazioni laiche e cattoliche. Un progetto pilota potrebbe partire da Manduria per accogliere i migranti del Nordafrica con il coinvolgimento degli enti locali, dai comuni alle province interessate. Si potrebbe creare una sorta di agenzia regionale del volontariato per migranti per non lasciare soli né le popolazioni di Manduria e Oria né i migranti che fuggono dalla guerra e dalla fame. È stata un’imperdonabile negligenza non aver utilizzato, già da qualche settimana, le leggi nazionali ed europee in vigore (art. 20 della Bossi-Fini; art. 5 della Direttiva europea n. 55), che avrebbero potuto con semplicità definire la natura giuridica di chi migra e convenire sul rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo, alla luce dei capovolgimenti istituzionali che interessavano il Nord Africa. Siamo certi, come dimostra il duro confronto di Maroni col governo tunisino, che chi è approdato sulle coste europee dell’Italia difficilmente potrà essere rimpatriato senza il ricorso a forme di coercizione. Suggeriremmo al governo di prevenire con una politica puntuale sull’immigrazione il ripetersi dei casi di Lampedusa e di aprire un serio confronto con regioni ed enti locali.

S


pagina 8 • 8 aprile 2011

il paginone

Riletture d’autore. In Shylock, ebreo raggirato e fatto convertire al cattolicesim enetia, Venetia, chi non ti vede non ti pretia, così afferma, in italiano nel testo, un personaggio della commedia Pene d’amor perdute, scritta certamente prima di quella in oggetto: tanto per significare come, per Shakespeare, la nostra città lagunare fosse da sempre una sorta di sogno proibito, di visione favolistica e in qualche modo anche miracolosa; così che anche del Duca di Norfolk, personaggio mandato in esilio nel Riccardo II, si dice sia andato a morire gloriosamente nella bella e dolce Venezia, considerata a suo tempo anche epicentro della Santa Lega Cristiana, quella che nel 1571 sconfisse a Lepanto l’orgoglio dei Turchi, comandati da Mehmet Alì Pascià, e che riecheggia anche in Otello. E non può essere casuale che proprio in Venezia, nelle prime battute del I atto, Shakespeare affermi per la prima volta le coordinate fondamentali della sua filosofia: «Tutto il mondo è teatro, dove ognuno deve recitare la sua parte». Così afferma il malinconico Antonio, ricco mercante peraltro assai sfortunato nella vita privata, tanto che la parte (che per

V

La celebre battuta del III atto dimostra la lungimiranza del drammaturgo: «Non ha occhi un ebreo, non ha mani, sensi, organi, passioni come un cristiano?» la verità è quella del protagonista, essendo lui il ruolo del titolo e non l’ebreo Shylock come spesso si pensa) è sempre stata considerata quella che in gergo teatrale si proclama una tinca, un ruolo difficile e ingrato.

E lui stesso ammette la sua tristezza, e il fatto che sia costretto a recitare «la parte del triste»; e allora, gli replica Graziano, «ch’io sia il buffone», meglio buttarla a ridere che lasciarsi avvizzire dalla malinconia, la terribile «bile nera» che tanto opprime una serie intera di personaggi shakespeariani. Graziano è

Processo al cristia Lungi dall’essere un testo antisemita, «Il mercante di Venezia» di Shakespeare è piuttosto la più grande accusa alla religione monoteista e alle atrocità che in suo nome sono state perpetrate di Franco Ricordi certamente il più becero fra i compagni dell’allegra brigata, veri e propri vitelloni padani, che alla fine si sposeranno con «buona dote» analogamente al Petruccio della Bisbetica domata.

Gli altri sono Lorenzo, una sorta di finto Romeo che rapirà e sposerà Jessica, la figlia del ricco ebreo, soprattutto per l’oro e i gioielli che riesce a procurarsi, e infine Bassanio, forse il più grande playboy del teatro shakespeariano, che riuscirà ad appendere il suo cappello nel meraviglioso feudo di Belmonte, conquistando la ricca ereditiera Porzia, alla quale aspirano tanti cavalieri da tutto il mondo. Ma di Bassanio è molto preso anche lo stesso Antonio, in un rapporto ambiguo in tutti i sensi: Bassanio è già debitore nei confronti dell’amico, ma gli chiede uno sforzo ulteriore proprio per potersi procurare i mezzi al fine di conquistare la bella Porzia. Antonio vuole aiutarlo, masochisticamente, ma al momento non possiede liquidi: e così comincia la tragicommedia, visto che l’unica persona in Venezia cui riescono e chiedere un prestito sarà pro-

prio l’ebreo Shylock, il ricco usuraio del Ghetto che peraltro detesta il mercante Antonio. E lo detesta per ottime ragioni: Antonio lo ha insultato, emarginato, preso a calci, solo perché Shylock faceva uso dei suoi soldi, prestando ad interesse; ma non c’era altro modo di guadagnare, dicono molti storici, nella Venezia dei tempi. E così lo stesso Shylock ricorda ad Antonio, citando il Nuovo Testamento, come il guadagno sia «una benedizione, quando non è rubato». Ma la citazione biblica fa infuriare ancora di più il mercante, che a quel punto sfida Shylock in maniera esplicita: «Se volete prestarci questo denaro, non prestatelo come ad un amico. Prestatelo come ad un nemico del quale, se manca all’impegno dato, potrete strappare la penale senza arrossire». Ma Shylock non si scompone, e finge di voler essere amico dei cristiani, di volersi conquistare la loro fiducia, e così parte verso Antonio con la sua straordinaria, ironica ma alla fine anche ingenua proposta, che definisce amichevole, simbolica, da burla: «Se non mi riconsegnerete nel giorno pattuito la somma dovuta, la penale sia stabilita in una libbra esatta della vostra splendida carne, che sarà tagliata e presa nel punto che più mi piacerà scegliere». La proposta, che ha davvero qualcosa di “indecente” anche per la vaga omosessualità che sembra scaturire, viene subito accettata dal masochista mercante, anche se Bassanio consiglia di non fidarsi. Ma Antonio, un po’ per sfida e un po’perché forse vuole proprio morire, accetta. Il contratto viene siglato da un notaio, e così a scadenza di tre mesi Shylock potrà richiedere, se non avrà indietro tremila ducati, una libbra della carne di Antonio.

Nel frattempo Bassanio intraprende il suo viaggio e riesce a conquistare l’ambita Porzia, costretta a sposarsi soltanto con l’uomo che riuscirà a indovinare quale fra i tre scrigni contenga il suo ritratto; la favola boccaccesca si tinge anche di cinismo, perché è chiaro che Porzia riesce a manovrare un po’ tutto, e a darsi soltanto a quel cavaliere, soldato e umanista, che già a suo tempo l’aveva molto attratta, appunto Bassanio. Così Graziano approfitterà dell’occasione e si fidanzerà con la sua serva, Nerissa, appendendo anche lui un bel cappello,

in una rievocazione cristiano-borghese della conquista del Vello d’oro. Tuttavia, appena sposato, Bassanio è richiamato a Venezia proprio dal nuovo arrivato Lorenzo (che si è portato dietro Jessica e il servo di Shylock, Lancillotto Gobbo), che gli annuncia come gli affari di Antonio siano in alto mare, e che il mercante non disponga più di quei tremila ducati da restituire all’ebreo; quest’ultimo comincia a far capire la vera natura della sua trappola, e dichiara che nulla potrà soddisfarlo tranne la penale dovuta. Si arriva così al cuore della commedia, la scena del processo del IV atto. I tempi sono scaduti, così Shylock richiede davanti al tribunale una libbra di carne dell’ormai macilento mercante, rifiutando persino la proposta di seimila ducati che Bassanio, nel frattempo, è riuscito a farsi dare da Porzia.

Questa, peraltro, non è rimasta a Belmonte ma, appresa la situazione, si è travestita da giureconsulto e, insieme a Nerissa, si presenta proprio al tribunale di Venezia facendosi spacciare per un tale dottor Baldassarre di scuola romana. È


il paginone

8 aprile 2011 • pagina 9

mo, vive la grande intuizione del Bardo: aver anticipato il dramma dell’Olocausto

anesimo (in 5 atti) evidente il ruolo di dea-ex-machina di Porzia, donna di potere in una società ancora fortemente maschilista, che sola sarà in grado di esorcizzare il peggio. Shylock è infatti determinato, la sua richiesta è in qualche modo “sovrumana”, tanto da voler uccidere Antonio dichiarando che si tratta di un semplice capriccio. Ma in realtà la sua ostinazione è dovuta alla terribile condizione di “diversità” di cui ha sofferto per tutta la vita, e che per inciso anticipa drammaticamente quella che è stata la più grande tragedia umana del XX secolo, la Shoah.

E la celebre battuta del III atto sta a dimostrarlo: «Non ha occhi un ebreo, non ha mani, sensi, organi, passioni come un cristiano? Se ci pungete non sanguiniamo, e se ci avvelenate non moria-

A essere presa di mira è la connivenza mercantile e capitalistica in relazione alla Chiesa. Incarnata nella commedia da Antonio e Porzia mo? Quella malvagità che voi cristiani ci insegnate io la metterò in atto, e sarà difficile che non superi i maestri». È evidente la sfida teologica e il contrasto dei monoteismi, ma proprio questo sarà fatale al povero ebreo. E scriviamo “povero” perché siamo convinti da sempre che Shylock, in realtà, abbia ragione, pienamente ragione! Egli verrà raggirato da un cavillo pseudo legale dell’astuta Porzia che, dopo avergli fatto il panegirico della misericordia che si dovrebbe usare in tal caso, comincia ad accordargli ciò che è suo. In effetti l’ebreo ha diritto alla libbra di carne pattuita, e così rivendica l’implicita possibilità di uc-

Qui sopra, uno dei ritratti di William Shakespeare. A sinistra, un’immagine della sua abitazione nella città inglese di Stratfordupon-Avon. A destra, in alto, “Shylock e Jessica” dell’artista Maurycy Gottlieb. A fianco, un’immagine del film “Il mercante di Venezia”, diretto da Michael Radford, con Al Pacino e Jeremy Irons

cidere il suo nemico. Ma non ha fatto bene i conti con la teologia cristiana: al corpo di Cristo corrisponde anche il sangue, il pane come il vino. E proprio nel momento in cui si appresta a tagliare la libbra di carne dal corpo di Antonio, Porzia gli ricorda che il contratto non gli concede nemmeno una goccia di sangue; se pertanto verserà del sangue cristiano, sarà accusato di tentato omicidio e tutti i suoi beni saranno confiscati dallo Stato veneziano.

Una sentenza davvero iniqua, che fa acqua da tutte le parti, anche giuridicamente. Tanto che Eduardo De Filip-

po, trenta anni or sono, propose di riabilitare l’ebreo shakespeariano, che a suo parere viene raggirato con un vero e proprio imbroglio, dedicando a lui una nuova commedia, L’erede di Shylock. Ma il fatto più terribile è che il povero ebreo viene costretto a farsi cristiano e a lasciare un atto di donazione nei confronti di sua figlia e del cristiano che l’ha rapita. Anche Karl Marx, pur citando più volte e ossessivamente l’attività capitalistica e l’usura praticate da Shylock, si avvede alla fine dell’espropriazione dell’ebreo, quando afferma «toglietemi anche la vita, voi che mi togliete i mezzi che mi sostengono in vita». Shylock viene annientato, in una maniera che non può non richiamare alla mente la tragedia ebraica del Novecento, e in una edizione che si vide negli anni Ottanta in Germania, non lontano da Dachau, tutto questo veniva chiaramente alla luce. Si pone pertanto, qui più che mai ma anche in relazione a tanti altri testi shakespeariani, il problema del Cristianesimo ovvero della società cristiano-borghese che certamente il Bardo ha preso di mira.

Antonio e Porzia sono i simboli di tale connivenza mercantile e capitalistica in relazione alla Chiesa, come indica Jacques Le Goff, e il finale della commedia, pur smorzando le tinte tragiche del IV atto in una sorta di vaudeville che si richiama alla mitologia, non riesce volutamente a esorcizzare il problema che, di fatto, è venuto alla luce: l’assolutismo del Cristianesimo che, prima di Schiller e Feuerbach, Nietzsche e Strindberg, il nostro geniale drammaturgo inglese è riuscito ad intuire. Lungi dall’essere un testo antisemita, Il mercante di Venezia è semmai la più grande accusa al Cristianesimo e alle atrocità che in suo nome sono state perpetrate, e che anche i più recenti Pontificati hanno ammesso, riconosciuto e giustamente denunciato. E proprio in queste straordinarie e lungimiranti intuizioni sta la grandezza e la modernità di Shakespeare, un autore che sembra destinato a superarci, se non a farci capire veramente chi siamo.


economia

pagina 10 • 8 aprile 2011

Oggi Cda di Generali per discutere di successione dopo la defenestrazione di Geronzi

Cercasi presidente di “convivenza”

Favorito Gabriele Galateri di Genola, anche se c’è chi tifa per Berger e Monti di Gianfranco Polillo he day after. Il giorno dopo le dimissioni non proprio spontanee di Cesare Geronzi, si cerca una soluzione al rebus del Leone di Trieste: chi sarà il successore? I nomi che circolano sono diversi. Il più accreditato è Gabriele Galateri di Genola. Cresciuto in Ifi e in Fiat, è stato presidente di Mediobanca dal 2003 al 2007. Ieri ha saluto i dipendenti di Telecom, della quale si accinge a lasciare la guida.

T

Altro nome è quello di Mario Monti, l’eterno candidato verrebbe da dire. Attualmente è il presidente dell’Università Bocconi. Ex commissario europeo, negli anni 1995-2005, ha conservato un ottimo rapporto con la Commissione europea. Suo è

tori del Leone che, in polemica con Geronzi, puntavano sull’internazionalizzazione. Last but not least, la posizione di Domenico Siniscalco. Come presidente dell’Assogestione è stato tra i primi a scuotere l’albero che ha prodotto le dimissioni di Cesare Geronzi, per il tramite dei consiglieri indipendenti nominati dall’associazione. Loro la lettera di protesta e l’invito a convocare un Cda straordinario dopo l’astensione di Vincent Bollorè sul bilancio della società. Sono stati quindi l’architrave che ha sorretto l’opposizione interna, fino alla prospettazione di una mozione di sfiducia, che Geronzi ha evitato, dimettendosi. Alla guida dell’Economia dopo la caduta di Giulio Tremonti, ha

Si lavora per trovare un riequilibrio tra i soci di maggioranza. Perché con l’uscita dei francesi da Mediobanca gli italiani dovrebbero sborsare più di mezzo miliardo per rilevare le loro quote l’ultimo studio sul mercato unico: il tentativo riuscito di dimostrare ch’esso non è solo un’astrazione degli economisti, ma una realtà vivente. Per funzionare, tuttavia, deve essere interconnesso da un sistema d’infrastrutture in grado di consentire l’effettiva mobilità dei fattori della produzione. Un’esortazione che dovrebbe essere attentamente valutata da chi si occupa delle politiche meridionalistiche in Italia. Abbiamo evidentemente scherzato (ma mica tanto) sulla sua continua nomination agli incarichi più diversi. Monti è una grande personalità italiana, quindi un riferimento obbligato. Ma la sua indipendenza di giudizio è stata vista spesso come un impedimento. Per quanto ci riguarda, onore al merito. Altro candidato è Roland Berger, un economista berlinese a capo di una delle più importanti società di consulenza che operano in campo internazionale (Roland Berger & Partners) da lui fondata. Attualmente è nel Cda di Fiat. Se vincesse, sarebbe una ciliegina sulla torta per gli amministra-

riallacciato i rapporti con il ministro dopo un periodo burrascoso. La presidenza di Generali sarebbe la logica conclusione di un ciclo. Chi vincerà la partita, nel momento in cui scriviamo, non è dato da sapere. I bookmaker puntano su Galateri. Sarebbe un presidente diverso da Geronzi, tra l’altro con minori poteri anche perché le deleghe su comunicazione e rapporti con le istituzioni sono già tornate nelle mani dell’Ad Perissinotto. Si è voluto, così, porre fine a un dualismo che aveva alimentato polemiche e diverbi, fino a ledere l’immagine stessa della Compagnia. Il primo serio contrasto era avvenuto il 14 febbraio scorso, quando Cesare Geronzi, in un’intervista al Financial Times aveva prospettato una strategia in netto contrasto con quanto l’ad aveva illustrato nello show road con gli investitori esteri. Non più una proiezione internazionale della Compagnia, ma una sorta di “rattrappimento”localistico, come sostennero i suoi avversari. Intervento più deciso nella finanza italiana, anche mediante

apporti di capitale. Legame più stretto con il mondo bancario (una fusione Generali – Mediobanca?) fino all’idea di finanziare il Ponte sullo Stretto. Insomma un Geronzi banchiere – come del resto era nella sua natura – più che un Geronzi assicuratore. Lo stesso Ft non aveva gradito, ironizzando pesantemente sul romano – Geronzi è di Marino – che conquista la capitale morale d’Italia. Chissà cosa scriverà l’autorevole giornale finanziario se dovesse prevalere la candidatura di Galateri, anch’egli nato a Roma, sebbene di pedigree completamente diverso. Vale anche in questo caso il titolo di un libro di successo di Enrico Brignano, Sono romano, ma non è colpa mia. Se queste sono le scelte più immediate che il management dovrà compiere, i problemi veri restano sullo sfondo. A partire proprio dalla comunicazione. Cosa farà, infatti, Diego Della Valle che in tutti questi mesi non è stato, certo, silente. Rinuncerà a criticare pubblicamente il management? Nei confronti di Geronzi – «l’arzillo vecchietto» – non fu certo tenero, come non lo è stato a proposito di Bollorè, al momento ancora vice presidente. Continuerà lo scontro? L’unica cosa certa è che se continueranno le esternazioni e le lotte intestine, il favore con cui i mercati hanno accolto le decisioni del consiglio – in Borsa il titolo è salito dell’1,8 per cento – svanirà come neve al sole. Sono i numeri a dire che una convivenza è più che auspicabile, necessaria. Le voci dicono che una società come Mediobanca, che poi è l’azionista di riferimento di Generali – al punto da aver legittimato in passato un’inchiesta di Consob – può essere governata con un “pacchetto di mischia” meno consistente dell’attuale. Il sindacato di blocco, che governa Piazzetta Cuccia, rappresenta il 40 per cento circa del capitale. Si potrebbe scendere – dicono sempre le voci – al 30 per cento. Vale a dire escludendo i francesi – questo almeno sembra essere il messaggio – ossia Bol-

Chi sostituirà il ragioniere di Marino dovrà evitare sovrapposizioni con la prima linea del management. Altrimenti il Leone perderà l’appoggio del mercato, che ha gradito il cambio lorè e Groupama, che insieme ne detengono circa il 10 per cento. Ammettiamo che sia vero: quel pacchetto vale, agli attuali prezzi di borsa, circa mezzo miliardo di euro. C���è qualcuno disposto a sborsare tanto? Nei giorni passati, quando lo scontro a tutto campo, era al color rosso, il governo francese ha affidato a una fonte esterna la risposta. In Francia – è stato detto – il 42 per cento del capitale delle società quotate al Cac40 – la capofila della borsa – è in mano straniera. Quindi quale protezionismo, rispetto ai tentativi di Tremonti di blindare le poche partecipazioni strategiche dell’Italia? Da un primo rapido riscontro, l’informazione è, al tempo stesso, veritiera e incompleta. Il comunicato, infatti, non fa menzione di alcune clausole accessorie che delineano tuttavia un quadro completamente diverso. Nelle prin-

cipali Spa la presenza dello Stato – Caisse de dépôts et Consignations e Fonds Stratégiques d’investîmes – è discreta, ma penetrante.

Caratteristica questa che ci porta al cuore del problema. Dal 1992, mentre l’Italia svendeva le aziende pubbliche, il capitalismo francese s’internazionalizzava. Un complesso sistema di alleanze ne caratterizza ancora la struttura. Con una caratteristica, tuttavia: il controllo è, in modo assolutamente prevalente, in mano francese. Gli altri sono soprattutto investitori finanziari. L’Italia, con il decreto antiscalata, seppure tardivamente, vuole seguire quelle stesse orme. Ma il modello può avere successo solo se non ci isola in scontri di bandiera, ma se si ha la capacità di prendere dall’estero quello che di buono può dare.


economia

e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Il costo del denaro passa dall’1 all’1,25 per cento. La Bce smentisce nuovi rialzi

Tassi, il ritocco di Trichet scatena le ire delle famiglie

Il banchiere replica: «Il nostro obiettivo è tutelare in questo modo le fasce più deboli. Ma la politica monetaria resta accomodante» di Francesco Pacifico

ROMA. Jean-Claude Trichet ha promesso che non ci sarà la corsa dei tassi. E alle famiglie e ai consumatori che già si lamentano per l’aumento delle rate dei mutui manda a dire, che non soltanto il costo del denaro «resta contenuto», ma che un ritocco «è necessario per la protezione delle fasce più deboli della popolazione». Sarà, intanto ieri il governatore della Banca centrale ha di fatto dato il la alle politiche di exit strategy dalla crisi, che i governi nazionali tardano a mettere in campo. Quindi, ha chiuso l’epoca di una politica monetaria troppo accomodante. Come promesso nel marzo scorso, ha alzato il costo del denaro di un quarto di punto: da uno all’ 1,25 per cento. Questo il nuovo tasso di riferimento principale per l’area dell’euro. Mentre quello di deposito marginale (livello sui quali si basa la remunerazione dei depositi delle grandi banche presso l’ Eurotower) è stato fissato a quota 0,5 per cento. Il saggio di finanziamento marginale, cioè l’interesse riconosciuto dagli istituti per avere liquidità dalla Bce, è salito al 2 per cento.

Qualche effetto si vede già, con l’euro che per la gioia delle imprese esportatrici europee ieri ha chiuso in calo a quota 1,4283 dollari. Anche se i veri banchi di prova saranno gli effetti (in chiave calmiere) sull’inflazione e le ripercussioni sulle rate dei mutui, con l’euribor che già ha iniziato a scontare il nuovo saggio. Al riguardo il Codacons fa sapere che «l’aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Bce produrrà una stangata per le famiglie italiane che pagano un mutuo a tasso variabile pari in media a 204 euro all’anno, 17 euro al mese. In difficoltà almeno 30mila famiglie che attualmente riescono a onorare ancora i loro debiti». Non a caso il governatore ha iniziato la sua conferenza spiegando che l’aumento di venticinque punti base – il primo aumento dal luglio 2008 – è stato deciso «all’unanimità per contrastare i rischi per la stabilità dei prezzi. Che restano prevalenti. A noi non interessa la pettorina con il numero uno tra le banche centrali occidentali per aver proceduto a un rialzo dei tassi

di interesse. Non è questo il punto». Quindi ha sottolineato che la politica monetaria in Europa resta «molto accomodante», con tassi «a livelli molto bassi per sostenere la crescita e dell’occupazione». All’Eurotower sono i primi a sapere che la ripresa del Vecchio Continente non si è ancora consolidata. «Positiva anche se con un alto livello di incertezza», sottolinea il banchiere francese. Soprattutto dopo che le tensioni politiche in Maghreb si sono trasferite sul prezzo del petrolio, quindi sull’economia reale, mentre l’emergenza

no effetti di secondo livello dai rincari dell’energia, ovvero spirali rialziste tra prezzi e salari». Anche perché le pressioni derivanti «dai bruschi aumenti di prezzo dell’energia e dei beni alimentari sono avvertibili anche nelle fasi iniziali del processo produttivo». Di conseguenza bisogna che tutti – autorità sovranazionali e governi – lavorino perché le attese di inflazione «restino stabilmente ancorate al target del Consiglio che è di un tasso vicino, ma inferiore al 2 per cento nel medio termine».

Secondo il Codacons stangata sui mutui da 204 euro. Oggi all’Eurogruppo iniziano le trattative sul maxiprestito al Portogallo

In questa logica la strada da seguire è sempre quella delle riforme. E non soltanto sulla qualità e quantità della spesa pubblica. Perché in quest’ottica è «cruciale approntare riforme di ampia portata sull’economia», far rientrare anche «più concorrenza e innovazione sui mercati, e più produttività e flessibilità nel lavoro». Anche ieri ai governi ha indirizzato un monito molto chiaro: «È essenziale che gli Stati membri dell’area euro raggiungano gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici annunciati per 2011». Provvedimenti restrittivi da confermare anche nel 2012, altrimenti sarà difficile «convincere i mercati e l’opinione pubblica che i programmi di risanamento sono durevoli». Al riguardo, guardando ai fronti più caldi, il numero uno della Bce, ha sottolineato che la Spagna «ha fatto già molto ma ha ancora cose da fare. Ci sono diverse misure in via di applicazione soprattutto a livello di riforme strutturali che sono state anticipate dagli osservatori e che sono estremamente importanti perché possa continuare sul percorso delineato qualche mese fa e che è stato accolto come la cosa giusta da farsi». Parole concilianti anche verso il governo di Lisbona, che ha accetto un piano di aiuti straordinari. Trichet rivendica di «aver incoraggiato» questa scelta. E per il primo ministro Mario Soares non ci potrebbe essere carta migliore da giocarci oggi all’Eurogruppo, dove si discute proprio del salvataggio del Paese lusitano. Nella due giorni di Budapest ministri delle Finanze e banchieri centrali discuteranno su un prestito che oscilla tra i 75 e gli 85 miliardi di euro. da erogare in varie tranche. Un pacchetto da approvare entro tre settimane.

nucleare finisce per acuire la distanza tra i Paesi più maturi e gli emergenti. Nel board della Bce le parole chiave sono diventate prevenire e monitorare. E per ora le attese di inflazione nell’area euro restano ancorate agli obiettivi della Banca centrale europea, visto che per ora – fa sapere Trichet – «non abbiamo per ora visto disallineamenti. Ma restiamo estremamente attenti e non tollereremo che si crei-

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 06.69924088 - 06.6990083 Fax. 06.69921938 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


mondo

pagina 12 • 8 aprile 2011

Altro che ritiro. Se Karzai venisse abbandonato a se stesso, oggi non potrebbe più contrastare l’insorgenza talebana. Che sta rioccupando aree una volta liberate

Do you remember Kabul? La primavera araba e Gheddafi hanno messo ai margini la guerra in Afghanistan. E al Qaeda ne approffita Da almeno sei mesi al Qaeda si starebbe risistemando nelle zone nord-occidentali dell’Afghanistan, che Nato e Isaf avevano dato per “pulite”. Il paese è prioritario per i seguaci di Bin Laden, che vuole colpire il nemico nel cuore dell’Asia. A destra: la rabbia degli islamici dopo il Koran day del pastore Terry Jones (in basso)

di Antonio Picasso l-Qaeda sta tornando. Dove? In Afghanistan. Vale a dire nello scenario bellico più favorevole in questo momento. La tattica del jihad, del resto, è nota: colpire il nemico sul fianco scoperto. Così, quando la comunità internazionale è concentrata sulla rivolta del mondo arabo, lo scenario dell’Asia centro-meridionale si trasforma in un facile target, sia per le

A

le. Se Hamid Karzai fosse abbandonato a se stesso, non sarebbe in grado di contrastare l’insorgenza talebana. A novembre dello scorso anno, la Nato ha stabilito il trasferimento delle responsabilità della sicurezza alle forze afghane a cominciare dal prossimo luglio. Nulla, al momento, sembra poter convincere gli alleati a rivedere la decisione. Nemmeno la nuova serie di attentati che

a settembre è stato compiuto un raid nel distretto di Konenghar, meglio nota come Valle della morte, nella provincia di

La tattica del jihad è nota: colpire il nemico sul fianco scoperto. Così, mentre la comunità internazionale è concentrata sul Mediterrano, l’Asia centro-meridionale si trasforma in un facile target operazioni di terrorismo, sia per l’addestramento di militanti convinti a seguire la dottrina di Osama bin Laden. L’allarme è stato lanciato ieri dal Wall Street Journal. In realtà, da mesi gli analisti di molti think tank Usa sono preoccupati dell’atteggiamento espresso da Washington in merito all’Afpak war. Per giunta, sempre ieri, il governo di Kabul ha ammesso la propria deficienza in merito alla sicurezza naziona-

Kunar, a nord-est. Qui sembra che vi fossero alcuni campi di addestramento dell’organizzazione. Washington sostiene che, da anni, quelle regioni erano state abbandonate dagli uomini di al-Qaeda. A dispetto di queste informazioni, tra le vittime del raid di settembre figurano anche il saudita Abdallah Umar alQurayshi, esperto in operazioni suicide, e il kuwaitiano Abu Atta, tecnico di esplosivi. Inoltre, nella lista aggiornata dei “most wanted”, figurano anche Saad al-Shehri e Abu Ikhlas al-Masri.

hanno colpito il Paese. Herat, Kandahar, ma anche la capitale Kabul sono state al centro dell’ondata di violenze.

Questa volta i talebani hanno motivato i propri attacchi definendoli una rappresaglia alla provocazione del reverendo Terry Jones, il quale ha bruciato recentemente il Corano. Per quanto riguarda la rinnovata presenza di al-Qaeda, le fonti statunitensi riferiscono che già

Entrambi ben noti all’intelligence Usa. Il primo, peraltro, è un ex detenuto di Guantanamo. Si suppone che tutti questi abbiano attraversato la frontiera del Pakistan, con l’aiuto dei talebani nel momento in cui questi sono riusciti ad avere la meglio. Cioè all’inizio dello scorso anno. Da almeno sei mesi, al-Qaeda si starebbe risistemando nelle zone nordoccidentali dell’Afghanistan.

Dopo il suo rogo del Corano 43 persone sono morte vittime della rabbia islamista. Di chi è la colpa?

«Terry Jones ha sbagliato, ma io lo difendo» uando nel 2010 il reverendo Terry Jones, 59 anni, annunciò di voler bruciare una copia del Corano in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, il governo statunitense, temendo degli attacchi alle proprie truppe in missione all’estero, mise in campo una diplomazia a tutto tondo affinché il reverendo desistesse dal suo intento costringendolo, alla fine, ad accantonare i suoi piani. Il pastore Jones, tuttavia, non ha revocato la sua solenne sentenza, l’ha solo posticipata di sei mesi. E infatti il 20 marzo scorso, nel corso di una cerimonia di sei ore chiamata “International Judge the Koran Day”, ha inscenato un processo in Florida che ha bollato il testo sacro «colpevole di crimini contro l’umanità». E sull’onda della sentenza ha dato fuoco a una copia del Corano. L’episodio è stato volutamente ignorato negli Usa,

Q

di Daniel Pipes nella speranza di limitarne l’impatto mediatico-emotivo, ma nell’era di internet ormai ben poco rimane segreto. Nel giro di due giorni, la notizia del rogo aveva raggiunto il Pakistan e l’Afghanistan, tanto da indurre i suoi rispettivi

una base della coalizione a Kabul, mentre a Kandhar, nel vortice dei tumulti di piazza, hanno perso la vita altre dodici persone (va osservato che sono cinque vittime in più rispetto a quelle del settembre 2010, quando diciannove perso-

Muovere delle critiche all’islam, con garbo o meno, è un diritto costituzionale. La violenza è invece figlia della Shari’a, che esige che il Libro goda di una posizione privilegiata» capi di Stato a biasimare pubblicamente il pastore Jones e le sue azioni. Il primo aprile, alcuni furibondi afgani si sono lanciati in un attacco omicida che ha lasciato sul terreno dodici persone nella città settentrionale di Mazar-i-Sharif; il giorno dopo, dei kamikaze che indossavano abiti femminili hanno attaccato

ne vennero uccise dopo che il reverendo Jones minacciò di voler bruciare una copia del Corano.)

Chi è moralmente responsabile di queste morti, Jones o l’intolleranza islamista? Non sorprende affatto che Jones abbia definito le stragi «un’azione crimi-

nale» e asserito: «Dobbiamo considerare questi Paesi e queste persone responsabili per quello che hanno fatto e per qualsiasi pretesto che hanno usato per promuovere le loro attività terroristiche». Ma non possiamo esimerci dal notare che Barack Obama, al contrario, abbia dipinto il rogo del Corano come «un atto di estrema intolleranza e fanatismo», pur definendo le reazioni violente «vergognose e deplorevoli». Anche i membri del Congresso hanno biasimato in massa Jones: Harry Reid, leader della maggioranza al Senato (democratico del Nevada) ha detto che «vaglierà la possibilità» di presentare una risoluzione che condanni il rogo del Corano; Richard J. Durbin, capogruppo della maggioranza al Senato, ha dichiarato che «questo pastore con la sua trovata pubblicitaria sul Corano sfortunatamente mette in pericolo la vita dei nostri soldati e dei citta-


mondo

8 aprile 2011 • pagina 13

dante del Centcom, il generale David Petraeus – deus ex machina della surge in Iraq e ora in Afghanistan – possa assumere l’incarico di direttore della Cia. È un rumor che aleggia a Washington e che è sbarcato in Europa solo da pochi giorni.

In vista dell’inizio della campagna elettorale e probabilmente anche per eliminare eventuali candidati scomodi, Petraeus appunto, il presidente Obama sta meditando un rimpasto della sua amministrazione. In questo caso, l’attuale leader di Langley, Leon Panetta, andrebbe al Pentagono. Per il four star general si aprirebbero le porte della direzione dell’Agenzia. Questo permetterebbe a Obama di dormire sonni tranquilli, senza la preoccupazione che un eroe di guerra, o simil tale, possa sfrattarlo. Inoltre, risolverebbe molti problemi interni alla difesa. Nel mondo militare infatti, nessuno mette in discussione la preparazione di Petraeus. Diverso è se si pensa al suo carattere. Pare che lo chiamino “King David”, in riferimento alla sua spocchia. C’è da dire che, se al-Qaeda è dav-

i 40 miliardi. E soprattutto il prepensionamento di ben 800mila impiegati federali. Nel frattempo, Gates - che dal Pentagono sembra non volersene andare - ha chiesto un aumento degli stanziamenti per la difesa, in seguito alle operazioni in Libia. Il presidente Usa è vincolato dalle elezioni del 2012, dal bilancio e da un paio di guerre, di cui una (l’Afghanistan) ha fatto espresso desiderio di volersene sbarazzare, l’altra (la Libia) non era calcolata. In entrambi i casi però, i tempi non sembrano essere di buon auspicio per il presidente.

In Afghanistan quindi si resta. E al momento anche in Libia. L’Italia, nel suo piccolo, l’ha capito. All’inizio di questa settimana la Brigata alpina Julia, al comando del generale Carmine Bellacicco, è stata rimpiazzata dai Parà della Folgore, comandati dal parigrado Marcello Masiello. Un cambio della guardia omaggiato da Petraeus in persona. Effettivamente il Centcom si è sempre prodigato in riconoscimenti positivi per quanto riguarda l’operato dei nostri 4.350 uomi-

Destabilizzano anche le voci che indicano il comandante di Centcom, David Petraeus, “deus ex machina” della surge irachena e afgana, prossimo ad assumere l’incarico di direttore della Cia La scelta sarebbe dettata da tre elementi concentrici. Prima di tutto, la scarsa attenzione che Nato e Isaf hanno prestato a questa parte del Paese. Da un punto di vista politico, ma strettamente contestualizzato, l’organizzazione jihadista ha percepito un allentamento dell’impegno delle forze occidentali, a seguito della loro decisione di avviare la sua exit strategy.

Infine, la crisi in Medioriente ha offerto la piena opportunità operativa. Ecco allora spiegato il motivo per cui al-Qaeda nel Maghreb islamico non è intervenuta efficacemente in Tunisia, durante la rivolta, come si era temuto. Per bin Laden e soci è prioritario l’Afghanistan. Poi, in un secondo tempo, se le condizioni di instabilità persisteranno, non si può escludere un intervento altrove. Al mo-

mento però, si vuole colpire il nemico nel cuore dell’Asia. Sarebbe facile dire che la mossa era prevedibile. In questo momento, le cancellerie di tutto il mondo non riescono a stare al passo con gli eventi. Dal Medioriente al Giappone, dalla Costa d’Avorio all’Afghanistan. D’altra parte, accantonate le previsioni mancate, adesso sorprendono le voci in merito all’eventualità che il coman-

vero così ben infiltrata nelle aree nord-orientali dell’Afghanistan, la prima forza da muovere è proprio la Cia. Chi allora, se non Petraeus, potrebbe condurre gli agenti in questa attesa battaglia di intelligence? Altro problema: le spese. Obama è ai ferri corti con il Congresso. Proprio oggi si tiene l’ennesimo dibattito sui tagli alla spesa pubblica. Il Tesoro prevede un accorgimento tra i 33 e

dini di questo Paese e di molte persone innocenti». Il senatore Lindsey Graham (repubblicano del South Carolina) ha espresso il desiderio di «trovare un modo per ritenere responsabile i cittadini americani» definendo la libertà di parola «una grande idea sì, ma noi siamo in guerra». Infine Mike Rogers (repubblicano del Michigan), presidente della Commissione di Intelligence alla Camera, ha chiesto a tutti gli americani di «essere consapevoli della responsabilità che ogni cittadino ha nel far la propria parte per far sì che le nostre truppe tornino sane e salve a casa».

Alla luce di questo consenso generale sulla responsabilità di Jones, le risposte date a un sondaggio condotto da un quotidiano britannico di sinistra come il Guardian suonano come una specie di sorpresa. Alla domanda: «Il reverendo della Florida che ha bruciato il Corano è moralmente responsabile delle morti dei membri del personale Onu uccisi in Afghanistan?», solo il 45 per cento incolpa Jones mentre il 55 per cento biasima gli islamisti. E infatti, anche alcuni leader musulmani americani sono d’ac-

ni dislocati in teatro.Vedasi per i Carabinieri e per l’inestimabile impegno del Cimic, cinghia di trasmissione fra il mondo militare e la società civile. Ed è proprio sulla base del nostro operato di ricostruzione e pacificazione che l’Italia potrebbe contribuire magari non scardinando al-Qaeda - non è sua mansione - bensì evitando la sua propagazione in altre regioni del Paese.

quando Jones ha minacciato di bruciare il Corano, «la violenza deriva dalla legge islamica, la Shari’a, che esige che l’Islam, e il Corano in particolare, goda di una posizione privilegiata». Questa pretesa, rivendicata dal 1989, quando l’Ayatollah Khomeini emise un editto contro Salman Rushdie per il suo romanzo Versi satanici, non deve essere soddisfatta. L’Islam è una religione come le altre, senza nessuna pretesa di poter ricoprire una posizione di superiorità. Anzi, porre fine alla pretesa di una supremazia islamica potrebbe essere la sfida più grande per la modernizzazione dell’Islam.

cordo con questa opinione. Zuhdi Jasser dell’American Islamic Forum for Democracy in Arizona ha addossato la responsabilità delle stragi ai leader estremisti che hanno utilizzato il rogo del Corano come una scusa per ricorrere alla violenza. Shamshad Nasir, l’i-

mam di una moschea di Ahmadiyya in California, ha detto che la sua comunità «disapprova qualsiasi uccisione perpetrata in nome della religione, ovunque nel mondo, anche se perpetrata in nome delle scritture più sacre». Come ho scritto nel settembre scorso,

Per quanto offensiva, l’azione di Jones è stata al contempo legale e nonviolenta. Il reverendo non è responsabile delle 43 morti, piuttosto lo è la ripugnante e barbara ideologia dell’islamismo. I politici Usa quando capiranno questo fatto fondamentale e difenderanno a oltranza le libertà civili dei cittadini americani? Muovere delle critiche all’Islam, con garbo o meno, è un diritto costituzionale. Anzi, farlo in modo intelligente è un imperativo di civiltà.


cultura

pagina 14 • 8 aprile 2011

Va in scena oggi nell’aula bunker di Palermo “Falcone e Borsellino. Gli anni della solitudine”, cronaca sinfonica di Monti e Fonzi dedicata ai due giudici

Eroi di Casa Nostra La voce di Remo Girone racconta tragedie e speranze di un Paese che non dimentica di Francesco Lo Dico arena si snoda in otto spigoli. Otto spirali di cemento armato bianco come la porcellana. Al loro interno si aprono delle nicche dove si agitano volti truci.Volti noti, notissimi, che però in Sicilia nessuno ha mai visto. Li chiamano mafiosi, in quel bunker attrezzato persino contro gli attacchi aerei, ma della loro esistenza si dubita ancora. Come degli Ufo, di Atlantide e dell’unicorno. C’è chi impreca, chi serra i pugni contro gli agenti di custodia, c’è che si finge pazzo e chi dà del pazzo ai suoi accusatori. Un uomo, uno dei 474 imputati, si affigge una graffetta sulle labbra. Arriva Tommaso Buscetta, l’infame che se l’è strappata di bocca. È il 10 febbraio del 1986. In quell’ottagono di ferro e di sangue, a prova di sparo, è già esplosa una bomba. «Se fosse entrata una mosca, si sarebbe sentito il ronzio delle sue ali», ricorderà più tardi Giuseppe Ayala. Perché quel giorno è esplosa una bomba. Ma ha tutto il rumore di un fragoroso silenzio. Sono trascorsi venticinque anni dal maxiprocesso di Palermo. E proprio laggiù, in quell’aula bunker dell’Ucciardone dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino provarono al mondo intero che esisteva Cosa Nostra, è tempo di ricordare. Di mutare, in musica e poesia, gli orribili acuti di una lunga tragedia.

L’

È questo forse , il senso profondo dello straordinario evento che va in scena oggi a Palermo alle 18, nell’aula bunker dell’Ucciardone: Falcone e Borsellino. Gli anni della solitudine, cronaca sinfonica che unisce i testi del giornalista e scrittore Giommaria Monti alla musica del maestro Stefano Fonzi, che per l’occasione dirige l’Orchestra sinfonica del Conservatorio Vincenzo Bellini di Palermo. E che si affida alla vibrante voce recitante di un attore del calibro di Remo Girone, e alla regia di Claudio Pirandello. Alla presenza, tra gli altri, di alcuni importanti protagonisti di allora come Piero Grasso e Giuseppe Ayala. Patrocinato dalla Fondazione Ignazio Buttitta – sostenuta dall’Assessorato dei

Beni Culturali e dell’Identità siciliana –, dal Sacro Militare Ordine Costantiniano Delegazione Sicilia e dal Conservatorio di Palermo, l’evento risponde a un’esigenza che negli ultimi anni è divenuta sempre più pressante nella società civile, e in particolare in Sicilia. «Il nostro è un Paese che, oggi più che mai, ha bisogno di valorizzare quegli uomini che hanno saputo farsi autentici interpreti di eroismo civile. Per fortuna, all’interno di una società sempre più qualunquista e relativista, resiste una parte dell’opinione pubblica sensibile e responsabile in grado di sostenere iniziative di alto profilo etico e culturale che rappresentano segnali molto incoraggianti. Un sommovimento delle coscienze che nasce dal desiderio di riscoprire il senso profondo dell’essere uomini in società», spiega Ignazio Buttitta, presidente dell’omonima fondazione culturale. Sono molti, i momenti che sommuovono, in quest’opera di Monti e Fonzi nata da un’idea del maestro Vittorio Antonellini e commis-

Nella foto grande, Falcone e Borsellino. A sinistra, Remo Girone. A destra, Giommaria Monti, autore de “Gli anni della solitudine” (a fianco, la locandina)

È il 10 febbraio del 1986. In quell’ottagono di ferro e di sangue, è esploso il silenzio. «Se fosse entrata una mosca, si sarebbe sentito il ronzio delle sue ali», ricorda Giuseppe Ayala sionata dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese che è stata prodotta da RaiTrade. Attimi che congiungono la cronaca nuda all’emozione della poesia, la lama tagliente del ricordo al soffice sussurro di voci che mai si vollero eroiche, ma solo normali.

«È il racconto di come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per dieci anni inflissero colpi micidiali a Cosa Nostra malgrado l’isolamento e le umiliazioni a cui furono sottoposti: “l’infame linciaggio”, come lo definì la Suprema Corte di Cassazione», spiega Giommaria Monti. Ma si trarrebbe in inganno, chi immagina l’opera come un necrologio per voce ed orchestra. Perché in quelle vicende sanguinose, che fermarono il cuore di molti il 23 mag-

gio e il 19 luglio del ’92, palpita anche, e soprattutto, la speranza. «È il racconto di come, nonostante tutto, Falcone e Borsellino riuscirono a portare avanti la loro lotta contro la mafia con risultati straordinari. Come disse proprio Paolo Borsellino poco dopo Capaci, era avvenuto qualcosa di nuovo. Quella prima orribile strage aveva fatto sorgere una speranza: la mafia non sarebbe più stata un valore per i giovani», annota Monti. Nei sedici quadri sinfonici che compongono la tela del maestro Fonzi, c’è insomma l’affresco di una storia crudele e toccante. Le pause in mezzo, le infinite legature con lo Stato, i tromboni della cattiva stampa, gli spartiti perduti e quelli sottratti da mani troppo leste. E soprattutto le loro voci fuori dal coro. Quelle di Paolo e

Giovanni, gli avversati solisti che oggi, lasciati alla morte, insospettabili corifei commemorano come eroi. Il giorno delle prove, nell’aula bunker che ospiterà la cronaca sinfonica, l’emozione è palpabile. «Far risuonare quel racconto e la musica che lo accompagna, rivedere scorrere le immagini di Falcone e Borsellino nel luogo dove lo Stato ha portato a compimento il loro lavoro, è un fatto fuori dal comune», annota Monti. «L’Aula Bunker è, infatti, stata lo scenario nel quale sì è materializzata una strategia di lotta a Cosa Nostra come fenomeno criminale ma anche come fatto culturale. Il maxiprocesso, celebrato in quel luogo e trasmesso in diretta tv, ha cambiato la storia della lotta alla mafia», prosegue l’autore. «È una opportunità che abbiamo voluto cogliere per rispondere a un’esigenza da tempo avvertita – aggiunge Ignazio Buttitta –. Un patrocinio che nasce dal bisogno di saldare un debito di verità contratto nei confronti di Falcone e Borsellino e di tutti

coloro che si sono sacrificati per lottare quel potere mafioso stragista che ha contrassegnato un periodo particolarmente buio della nostra storia». Troppo spesso è accaduto che il peso ingombrante di meriti giudiziari immensi, abbia gettato scarsa luce sulla profetica voce di Paolo e Giovanni.

Pur nella cupa odissea di sangue e ammazzamenti, si dimentica ad esempio che la rivoluzione sognata dai due giudici aveva anche, e innanzitutto, i colori della fiducia e della speranza. «La lotta alla mafia – ricordò Borsellino in una frase mai troppo citata –, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, del-


cultura

8 aprile 2011 • pagina 15

In esclusiva, alcuni passi scelti dell’opera in memoria del pool antimafia

«Se il chicco di grano non muore, non dà frutto» Le confessioni di Buscetta, il coraggio di Giovanni e Salvatore: così nacque la lunga lotta alla Mafia

Per gentile concessione dell’autore, Giommaria Monti, pubblichiamo ampi stralci della cronaca sinfonica “Falcone e Borsellino. Il coraggio della solitudine”, che va in scena oggi a Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone per la voce recitante di Remo Girone e la regia di Claudio Pirandello. A dirigere l’Orchestra sinfonica del Conservatorio di Palermo, il maestro Stefano Fonzi. L’opera è pubblicata dall’etichetta RaiTrade.

l’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». E poco ricordata, come spesso accade quando la retorica sovrabbondante si mangia la carne viva dell’uomo, è la lezione di saggezza di Giovanni Falcone. «L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza».

Un abbraccio franco e caloroso alle nuove generazioni. Nessuno strepito, ma solo un

ni verso qualcosa di troppo grande che trasse in inganno anche maestri venerabili. Non solo la cronaca giudiziaria, ma anche la cronaca familiare di due eroi che furono anche uomini, e sognarono serenità e avvenire per le loro famiglie. Paolo Borsellino l’aveva detto poco prima di andarsene in quel luglio maledetto: «Non ho paura di morire, mi dispiace soltanto l’idea di recare dolore alla mia famiglia». Molto è stato detto, ma dopo di loro, c’è ancora tanto da scrivere. L’affresco che prese forma dalle parole di Tommaso Bu-

Pur nella cupa odissea di sangue e ammazzamenti, si dimentica che la rivoluzione sognata dai due giudici aveva anche, e innanzitutto, i colori della fiducia e della speranza appello alla coscienza. Caldo e paterno. Ma che infonde coraggio vero. «I siciliani devono fare i conti con il loro passato antico e recente – commenta Ignazio Buttitta –. Falcone e Borsellino rappresentano due figure esemplari, le cui storie vanno attentamente meditate e costantemente riscoperte per far crescere il nostro Paese libero e giusto nel rispetto dei valori e delle regole civili». C’è una grande storia da raccontare, in quest’opera sinfonica. Una parabola che parla di eroismi, ma anche di piccoli tradimenti, di incomprensio-

scetta, ha ancora molti spazi da riempire. Ma oggi forse, non molto è cambiato da quanto affermò Giovanni Falcone: «Il quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica». A Paolo Borsellino Palermo non piaceva. «Per questo ho imparato ad amarla», spiegò. È tempo che anche gli italiani, si amino di più.

Traccia 9. Sollevare il mondo Palermo è una città dove sfila la paura quando sente bruciare nella carne il sangue ed il dolore.Un pomeriggio dell’85 la scorta di Paolo Borsellino piomba su un gruppo di studenti davanti al liceo Meli. Biagio Siciliano muore sul colpo, Giuditta Milella dopo una settimana di coma. Avevano 16 anni, Biagio e Titta. Vittime di mafia anche se non li ha uccisi la mafia. Ma l’aria è nuova, malgrado la paura. L’inverno dell’ ‘86 sa di primavera in Sicilia. 475 intoccabili alla sbarra. La città intera guarda e si chiede se Palermo sia davvero arrivata al termine della notte. “Qual è il primo?” chiede Piero Grasso appena nominato giudice a latere per il maxi. Falcone gli ha indicato le decine di fascicoli del processone. Iniziato a mezzogiorno e mezzo del 16 luglio dell’84 quando Masino Buscetta, il boss dei due mondi venuto dal Brasile, in una stanza della criminalpool di Roma, comincia il suo racconto. Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro lo ascoltano e sudano, nell’aria irrespirabile dall’afa scrivono parole da verificare una ad una. La mafia si chiama Cosa Nostra, governata da una commissione guidata da Totò Riina, e poi Michele Greco il papa, Luciano Liggio già in galera, Nitto Santapaola, Binu Provenzano, Pippo Calò. Veniva giù tutto: chi ha ordinato Dalla Chiesa, Reina, Mattarella, Terranova, Costa. E chi ha eseguito. Lavoro duro per il pool, un anno di follia quell’‘86. Oggi, 29 settembre, la svolta: 366 mandati di cattura per 121 omicidi. Avevano trovato il punto di appoggio per sollevare il mondo. Buscetta era solo il primo. Scattate le manette Falcone non si ferma: adesso parla Totuccio Contorno. Aggiunge dettagli a dettagli. Una mattina Falcone e Borsellino chiudono le valigie. Partenza improvvisa, loro e le famiglie. Destinazione il mare della Sardegna. Un Paradiso intatto e inarrivabile: l’Asinara. Nel Supercarcere i due sono al sicuro: lo Stato gli impone di trasferirsi laggiù per scrivere la requisitoria del maxi processo. Solo sottochiave è possibile proteggerli. Per i mesi trascor-

si a l’Asinara, lo Stato gli consegna una cartolina ricordo: la ricevuta delle consumazioni delle loro famiglie nell’isola. Traccia 15. La mattanza La Cassazione conferma la sentenza del maxi. Gli ergastoli sono definitivi. La mafia non è impunibile Quel 30 gennaio del ’92 si compie il suo destino. Quell’uomo è più forte di prima, è arrivato il momento. Cosa Nostra rompe gli indugi e gli equilibri: ricomincia ad uccidere. Lo scontro è frontale e lui è solo. A marzo in tv compare l’intoccabile Salvo Lima, l’uomo degli anni d’oro. Steso su un marciapiede nel suo sangue. Adesso può accadere di tutto, la casa sta crollando, il tiro si è alzato e Cosa Nostra fa perfino più paura. Sta facendo i sopralluoghi per cercare il punto esatto dove fermarlo per sempre. Il 23 maggio riordina le carte al ministero e parte con Francesca per la mattanza dei tonni a Favignana. La mattanza la vedrà, ma al bivio di Capaci. Il panorama di Palermo si offusca a Capaci il fumo denso, le macerie, il pianto le sirene d’allarme come per le altre stragi. Cinquecento chili di tritolo e un comando a distanza: Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani fermi per sempre in una istantanea da Beirut. Un boato che squarta l’Italia, tremano i vetri ovunque, trema la voce ancora a raccontarlo, trema la mano a scriverlo. In chiesa gli amici di ieri fianco a fianco ai nemici di sempre. Si stringe nelle spalle Caponnetto, è tutto finito, tutto finito. Ilda la rossa ingoia il singhiozzo: avete fatto morire Giovanni con la vostra indifferenza, con le vostre parole non è più libero dal potere. Paolo Borsellino piange senza lacrime: “raccogliendo qui tra le mie braccia l’ultimo respiro di Giovanni Falcone”. E ricordando i giorni di Giuda, quelli che lo hanno dilaniato in vita, prima ancora che in morte. Sono un sopravvissuto, ma il tritolo è arrivato anche per me. Il 19 luglio a via D’Amelio le acacie fioriscono di sangue e brandelli di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Cosina,Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.Tutto il resto verrà dopo. Ma è tardi, è sempre più tardi. Resta la profezia di Falcone: si muore perchè si è soli, privi di sostegno.

La Cassazione conferma la sentenza. Gli ergastoli sono definitivi. È il 30 gennaio del ’92: la mafia non è impunibile

Traccia 17. Il chicco di grano E le parole del Vangelo di Giovanni per dare un senso a tutto quell’orrore: in verità, in verità vi dico se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore produce molto frutto.


ULTIMAPAGINA Il nuovo libro di Marco Demarco spiega perché l’orgoglio sudista e il pregiudizio nordista stanno spaccando l’Italia in due

Da Nord a Sud, tutti “uniti” dal di Giancristiano Desiderio erronismo - non con la erre ma con la enne di Napoli e di Nord - è il titolo del nuovo libro di Marco Demarco edito da Rizzoli. La parola indica l’ingiustificato orgoglio sudista e l’arbitrario pregiudizio nordista che, insieme, stanno sfasciando l’Italia. Il terronista o il terronico non ha una collocazione geografica precisa e si trova sia al Sud sia al Nord ma anche al Centro. I terronisti non hanno neanche un’unica appartenenza politica perché sono sia a destra, i leghisti, sia a sinistra, gli antagonisti. I nipotini di Gramsci e i discendenti di Ferdinando II, che un tempo erano l’un contro l’altro armati, adesso fanno causa comune dando vita alla strana figura del “neoborbonico giacobino” nelle sue varianti repubblicane, postcomuniste, leghiste. Se il leghista rivaluta i briganti, il sudista vitupera i piemontesi. Musolino, re dell’Aspromonte, diventa un eroe civile, eVittorio Emanuele II, re d’Italia, un usurpatore. La “causa comune”è farla finita una buona volta, almeno sul piano razionale (che non fa meno danni del piano reale) con l’Italia una e indivisibile che ha inguaiato il Nord e peggiorato il Sud. Marco Demarco dirige il Corriere del Mezzogiorno che ha fondato nel ’97 con Paolo Mieli. Ha vissuto da osservatore non indifferente tutta la lunga parabola di Bassolino, ma quando il suo giornale arriva in edicola il“rinascimento napoletano”del bassolinismo è già in crisi anche se nessuno ancora lo sa. Lui lo intuisce perché è scettico e ironico sul «programma antropogenetico» di Bassolino «che avrebbe insegnato ai napoletani a rispettare il rosso dei semafori», così quando don Antonio passa dalla antropogenetica all’antropologia

T

TERRONISMO agire sul piano della ricostruzione storica risentita e immaginaria. I leghisti, invece, agiscono sul piano politico e i nostalgici della Repubblica veneziana sono arrivati ad occupare sia la piazza, sia il campanile di San Marco. Ma al di là degli estremismi e del folklore, il terronismo unendo i fondamentalisti del Nord e del Sud divide il sentimento nazionale e il senso dell’unità statale perché nel suo fondo è proprio «un aspetto dello sfilacciamento dell’identità nazionale». La ricostruzione di Demarco è precisa: «Il terronismo è la deformazione di quel localismo che in Italia prende forma quando, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, va in tilt la spesa pubblica, esplode lo scandalo di Tangentopoli e cominciano a scarseggiare le risorse finanziarie.

La “causa comune” è farla finita, almeno sul piano razionale, con la nazione una e indivisibile che ha inguaiato entrambi scaricando sui napoletani che non cambiano mai le colpe del suo fallimento politico e amministrativo, Demarco avanza l’idea di un «meridionalismo critico» e scrive due libri: L’altra metà della storia. Spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino (2007) e Bassa Italia. L’antimeridionalismo della sinistra meridionale (2009) editi da Guida. Questi libri, in cui la storia del Mezzogiorno non diventa un alibi per coprire errori e colpe delle sue classi dirigenti e, al contrario, è intesa come giusta comprensione del passato e stimolo al miglioramento del presente, sono ora confluiti come pane e companatico in Terronismo che non è solo un libro sul Sud e sul Nord o, meglio, sui sudisti e i nordisti che, come Catullo con Lesbia, si odiano e si amano, ma è anche e soprattutto un libro sull’Italia che se non ci fosse andrebbe inventata e dal momento che siamo a 150 anni dall’Unità non è male pensare che in fondo in fondo Demarco sta suggerendo l’idea nazionale di una «seconda unificazione nazionale». Il terronismo, infatti, «rimanda a un’Italia disunita e prerisorgimentale che piace al localismo centrifugato». Ai neoborbonici non verrebbe in mente di riprendersi il Palazzo Reale di Napoli o la Reggia di Caserta: preferiscono

È allora che Bossi comincia a fare strani discorsi». Gli “strani discorsi” diventano prima la secessione e poi il federalismo. Il Nord - che poi è quell’area lombardo-veneta ed emiliana, non coincidente propriamente con la dorsale appenninica della tradizione dello Stato e da cui sono venute fuori nel bene e nel male tutte le idee politiche del Novecento italiano - passa dalla protesta alla proposta senza dimenticare di riscoprire tutta una serie di pregiudizi antimeridionali che fanno alla bisogna. Il Sud? Il Sud no. Orfano dei grandi partiti che furono la Prima repubblica, si rifugia nel rancore, va alla ricerca del tempo passato, risponde al pregiudizio con l’orgoglio, non fa mai un accenno alla critica della sua storia e si autoassolve. È proprio in questa distanza tra la proposta politica del leghismo - presa in parola tanto a destra che a sinistra - e l’or-

goglioso risentimento meridionale che nasce la triplice risposta o reazione del Sud ai pregiudizi del Nord: la reazione razzista, quella orgogliosa e quella nostalgica. La prima risposta, che è stata elaborata dai meridionali della scuola di Cesare Lombroso e di cui lo scaricabarile di Bassolino è l’ultima incarnazione, dice cose come questa: il Sud è arretrato perché il popolo meridionale, dunque non la classe colta e dirigente che si autoassolve, è diverso e peggiore, in pratica un’altra stirpe o razza, rispetto agli altri italiani. La seconda risposta capovolge la prima perché sostiene che noi meridionali siamo, sì, diversi ma perché superiori, quasi degli dèi attraversati dal sangue degli antichi Greci e con quella cosa rozza della modernità nordica non vogliamo avere nulla a che fare. La terza risposta è quella della nostalgia del bel tempo andato in cui non si stava poi così male e i Borbone, forche o non forche, erano sempre meglio dei Savoia e ciò che ne è disceso. Ed è qui che secondo il direttore del Corriere del Mezzogiorno si sta cucinando una frittata anti-italiana indigesta per la nazione. Se, infatti, il Sud è sempre stato attraversato da correnti antirisorgimentali, è pur vero che spiriti critici come Salvemini, Fortunato, Nitti, non misero mai in discussione il“se” fare l’Italia, ma piuttosto il “come”fu fatta. Invece, «il dato nuovo, ora, è proprio questo: la possibile confluenza degli epigoni». Forze, culture, idee che si sono sempre mantenute distinte e distanti ora si incontrano e l’una in nome dell’orgoglio e dell’assenza di senso critico e l’altra in nome del pregiudizio e dell’assenza di limite si sovrappongono e scoprono d’avere qualcosa in comune: la secessione dall’idea d’Italia. Il capovolgimento dello spirito risorgimentale a 150 anni dalla nascita dello Stato non potrebbe essere più compiuto: se prima il problema era «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani» ora è «fatti gli anti-italiani bisogna disfare l’Italia».


2011_04_08