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Tutti i popoli sono per la pace, nessun governo lo è

Paul Léautaud 9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 20 GENNAIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

I berluscones fanno quadrato intorno al capo mentre nasce il «gruppo di responsabilità» per riconquistare le Commissioni

Il Popolo dell’Omertà Nel Pdl tutti sanno che ciò che emerge dal “caso Ruby”è terribilmente vero. Eppure non c’è neanche una voce che rompa il coro della complicità. E la giunta della Camera rinvia...

Terzo Polo all’attacco: «O Silvio lascia o è meglio il voto»

DALLA TV AI FESTINI

Quell’Italia succube del modello Mediaset

Casini: «Faccia un passo indietro e la maggioranza sarà più forte». Cesa lancia la candidatura di Letta. E Fini: «In questa storia si diverte solo lui»

di Riccardo Paradisi i cosa è fatta la materia che cola dal blob di parole, immagini, espressioni delle notti di Arcore? Che dilaga attraverso media e giornali nell’immaginario degli italiani riproducendo quei riflessi condizionati ormai consueti e sedimentati che vanno dall’indignazione al compiacimento passando per l’indifferenza assuefatta e in fondo assolutoria? Qual è la narrazione che sostiene questa curva estrema della politica e del costume italiano? C’è chi dice che la prima pagina di questa storia sia stata scritta a metà degli anni Ottanta, con l’inizio delle trasmissioni Mediaset. a pagina 4

D

Errico Novi • pagina 2

La diciottenne diva della trasmissione di Signorini

Il romanzo di Ruby Tra lacrime e rivelazioni, show della ragazza su Canale 5: «Sono stata violentata a 9 anni dai miei zii, ma non ho mai fatto sesso con Silvio»

a pagina 11

a pagina 8

Il vertice dei presidenti fantasma Un incontro inutile: Obama e Hu Jintao non sono più leader di John R. Bolton

Le proteste dei dissidenti contro la visita ufficiale

«Gli aborti forzati, Tiananmen perenne»

M

di Chai Ling

I

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

di Michael Novak

n questo esatto istante, in Cina si stanno verificando più di 35mila aborti forzati. Ogni 2,5 secondi viene ucciso un bambino; ogni 6 bambine che nascono, una non nascerà mai; 500 donne si suicideranno, cinque volte più della media mondiale; 3000 bambine saranno abbandonate e 200 fra donne e bambine diverranno schiave. L’applicazione brutale e violenta della politica del figlio unico è il più grande crimine contro l’umanità in atto, uno sventramento inumano.

L’analisi. L’ex ambasciatore Usa all’Onu: «Bilaterale insignificante, politici in declino»

seg1,00 ue a p(10,00 agina 9CON EURO

Vi racconto chi era la mente dei Kennedy ra l’estate del 1970. Stavo leggendo un articolo sul New York Times mentre facevo colazione a Long Island con mia moglie. Il pezzo parlava di Sargent Shriver, pronto ad aprire un nuovo ufficio a Washington per aiutare la campagna elettorale dei democratici al Congresso. Era sulla È morto delil fondatore cresta l’onda, dei Peace aveva apCorps, pena concluso un simbolo tour triondella negli politica Usa fale States dopo aver terminato il suo incarico (magnifico) di ambasciatore Usa in Francia. Pensai che quella sua decisione fosse, quantomeno, curiosa. Lo dissi a mia moglie e tornai a scrivere in camera mia. Nemmeno tre ore dopo squillò il mio telefono: era lui. E mi chiedeva di raggiungerlo a Washington. Ci andai la mattina dopo. Mi disse che in Francia aveva letto un mio libro e che avrebbe voluto avermi nella sua squadra.

Francesco Pacifico • pagina 2

ao Tse-Tung una volta disse che «tutto il potere politico deriva dalla canna di un fucile». Non è ancora chiaro se questa particolare frase della filosofia di Mao sia condivisa dal suo terzo successore, il presidente Hu Jintao, in visita a Washington dal Presidente Barack Obama questa settimana. Piuttosto è assolutamente chiaro che il Pla (People’s Liberation Army, Esercito Popolare di Liberazione) non solo lo condivide, ma lo sta mettendo in atto. Il partito comunista cinese rimane indiscutibilmente dominante, e l’esercito è il suo elemento più potente. a pagina 10

Ricordo di Sargent Shriver

NUMERO

13 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

E

19.30


pagina 2 • 20 gennaio 2011

prima pagina

il fatto Il premier stringe le maglie della sua maggioranza senza affrontare i nodi che emergono dall’inchiesta sui festini di Arcore

Pdl tace, terzo polo attacca Ognuno sa che è vero, ed è incredibile che tutti facciano quadrato. Casini: «Ora serve un passo indietro». Fini: «Si diverte solo lui» lo show di Errico Novi

ROMA. Di fronte all’eruzione in corso

La diciottenne star in tv su Canale5: «Mi hanno violentata a nove anni»

la cosa più ragionevole da fare, per un presidente del Consiglio, sarebbe «rispondere ai giudici», dice Pier Ferdinando Casini. «E se queste imputazioni sono finte, lo si deve scoprire, ma se le cose stanno diversamente dovrebbe essere il buonsenso, e non io, a suggerire a Berlusconi cosa fare». Dal centro moderato e dal polo della nazione arriva dunque un invito al passo indietro. Il caso Ruby, le accuse della Procura di Milano, sono troppo gravi perché le si possa ignorare. «E l’unico che trova qualcosa di divertente è il presidente del Consiglio», dice Gianfranco Fini, «francamente non so cosa ci sia da divertirsi». Non se la spassano certo gli italiani, aggiunge il presidente della Camera, che invece «sono sconcertati per la gravità delle accuse: è legittimo essere preoccupati, soprattutto per il buon nome dell’Italia nel mondo».

E Ruby scrive da Signorini la sua telenovela

Non basta. Non serve che dall’opposizione si levino proposte pure ragionevoli, come quella avanzata dal segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: «O si va dai magistrati e si chiarisce il prima possibile la vicenda oppure Berlusconi si mette da parte, prende uno dei suoi e fa un governo diverso: un governo Tremonti, Alfano o Letta». Con la seguente precisazione: «Io preferirei Letta che ha la stessa nostra visione di cattolico impegnato in politica. Anche se Alfano è un giovane ministro, a sua volta democristiano». Ci sarebbe il modo di raccogliere consensi al di fuori della maggioranza. Dove però si pensa a scavare la trincea. Nessuno spazio all’ipotesi che i “responsabili” del Pdl e della Lega (Tremonti, Frattini, Maroni, Formigoni) chiedano al presidente del Consiglio di fare un passo indietro. Si pensa a guadagnare margini di tempo. A cominciare dal via libera a indagare anche sui documenti del tesoriere personale di Berlusconi, Giuseppe Spinelli, per esempio: riguardo alla decisione da assumere, la giunta per le autorizzazioni di Montecitorio si è data appuntamento a martedì prossimo. Eppure rispetto a qualche giorno fa il quadro è cambiato non solo nella ricostruzione delle notti di Arcore. Fino a che non è esplosa la bomba dei festini e di Ruby, da Udc, Fli, Api e dalle altre componenti del polo della nazione si è offerto un ragionevole confronto sulle questioni «serie». Oggi la posizione di Casini e Fini è diversa. Nessuna possibi-

di Marco Palombi

ROMA. Paolo Bonaiuti e tutto l’esercito di comunicatori del premier dovrebbero andare a lezione da Alfronso Signorini. Che dopo giorni di rivelazioni, dal salotto di “Kalispera”, ha offerto al Paese la versione dei fatti di Karima El Mahrohug: diciottenne che sta per sposarsi e che, se deve dimenticare qualcosa, non sono le notti ad Arcore, ma lo stupro a 9 nove anni subito da due zii. Su Canale 5 – ammiraglia delle Tv del premier – non c’è certamente la Ruby Rubacuori delle intercettazioni. Quella che spiega all’amico Antonio: «Noemi è la pupilla (del Cav, ndr) e io il culo». O che confessa all’ex fidanzato Sergio di aver barattato con Berlusconi il suo silenzio per cinque milioni di euro.

La prima cosa che fa, è chiedere a Signorini di farsi chiamare Karima. E per sentirsi più sicura guarda il fidanzato Luca – ne approfitterà anche per annunciare le loro nozze – : lo fa sia quando nega di avere avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi sia quando svela di essere stata violentata. Una storia, questa, che ha sconvolto la sua vita tanto da «averne parlato per la prima volta al fidanzato soltanto un mese fa». E che l’ha spinta «a inventarsi una vita parallela». Signorini non è stupido e sa bene che questa volta non deve soltanto mettere in pagina, su Chi, le foto di Silvio che fa il nonno, mentre la D’Addario racconta al Paese l’uso del lettone regalato da Putin. Oppure scovare un fidanzato di Noemi Letizia, che ne confermi la verginità. E siccome il premier è indagato per concussione e prostituzione minorile, non lesina domande sugli aspetti più controversi della vicenda. Ma poco importa che le risposte non siano esaustive.

Cosi “svelata” al pubblico l’essenza della marocchina – «La mia paura è sempre stata quella di avvicinarmi alla gente, dicevo di avere 18 anni, di essere studentessa, di essere egiziana e che i miei genitori erano in un altro Paese» – si passa alle stesse informazioni che attendono anche i Pm milanesi. Del presidente del Consiglio dice: «Non mi ha mai toccato neanche con un dito». Gli inquirenti parlano di tre incontri nella villa di Arcore, ma lei ammette di essere stata lì una volta sola e per «una cena normale. Anche perché non ho mai fatto la prostituta né ho mai detto di essere la nipote di Mubarak». Questa la sua ricostruzione di quel 14 febbraio 2010, data che potrebbe portare il governo alle dimissioni e spingere Berlusconi verso la vita privata. «La mia amica», ricorda Ruby, «gli aveva detto che ero una giovane in difficoltà e lui era interessato ad ascoltarmi. Mi colpì perché non era obbligato, a differenza di tanti psicologi incontrati in comunità».

Naturalmente, a proposito delle notti di Arcore, del sesso e dei cinque milioni ha negato tutto

Come già nelle prime interviste, la giovane ha spiegato che, finita la cena, ha annunciato al padrone di casa di voler andare via perché stanca. «A quel punto, poco prima di lasciare la villa, lui mi ha chiamato nel suo studio e mi ha dato una busta dicendomi che era stato contento di avere conosciuto una persona determinata come me. Dentro c’erano 7.000 euro. Io all’epoca guadagnavo 700 euro al mese come cameriera, era una cifra enorme». È per questo che lei, ogni qualvolta nella vita le faranno il nome del premier, dirà che «gli sarà riconoscente a vita perchè mai nessuno mi ha dato qualcosa senza un tornaconto».

lità di compiere passi utili al Paese esiste in questo clima. Da qui l’invito rivolto a Berlusconi affinché chiarisca dai giudici o si dimetta. Ma intanto la maggioranza mette in campo vari espedienti per difendere la trincea, a cominciare dal neonato gruppo dei responsabili. E comunque rispetto all’idea di una moral suasion interna su Berlusconi affinché ceda il passo, non si vede nulla. La scelta tra un interesse più generale alla serenità del dibattito e la difesa a oltranza di Berlusconi è chiara, non ammette equivoci: si sta con il Cavaliere. Esempi? Potrebbero valere per tutti, almeno nel Pdl, quelli della deputata Isabella Bertolini e del presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini, ascoltati da liberal. «Alle elezioni del 2008 è stato eletto Berlusconi. È a lui che gli elettori hanno dato la fiducia. In questa legislatura non sarebbe corretto fare ipotesi diverse per Palazzo Chigi», è la granitica risposta della parlamentare emiliana.

Il dubbio è che ogni discorso su eventuali dimissioni di Berlusconi e su un esecutivo guidato da un altro esponente del Pdl sembra cadere ancor prima di muovere un passo per una ragione molto semplice: senza il Cavaliere non ci sarebbe più nemmeno il Pdl. È così? No, secondo la Bertolini: «Il Pdl è un partito strutturato, che ha conseguito dei traguardi importanti rispetto all’evoluzione stessa del quadro politico. Anche di Forza Italia si diceva fosse fatta di plastica. E invece da lì è partita un’iniziativa che ha consentito la nascita di una nuova grande aggregazione ben radicata nel Ppe. Che, certo, è più ricca con il proprio leader. Ma che potrebbe tranquillamente resistere anche senza». Quindi il nodo non è il fantasma dell’autodissoluzione. «Ripeto: in questa legislatura non si discute. Quando si tornerà dalle elezioni sarà Berlusconi a decidere se ricandidarsi, ed eventualmente optasse per il no si penserebbe a un altro premier. Ma adesso nn se ne parla». Nonostante le accuse della Procura? Su questo tetragoni custodi del berlusconismo come la Bertolini non solo non hanno dubbi, ma sono addirittura ben allenati dai numerosi conflitti di questi sedici anni: «Macchinazione giudiziaria imperniata su accuse infami». E la leggerezza, anzi l’assoluta mancanza di senso dell’opportunità di un premier che persiste in comportamenti spericolati nonostante le attenzioni della Procura? «Niente giudizi morali, prima di tutto. Secondo, dice la deputata del Pdl, «sarebbe grave se


il soccorso In ventuno per salvare la maggioranza nelle Commissioni

Gli irresponsabili per il federalismo

Al via la «terza gamba»: diciannove di loro avevano già votato la fiducia del 14 dicembre, ora il governo è a +5 di Marco Palombi

ROMA. Adesso è addirittura «più urgen- ti (eletto con l’Udc) e Maurizio Grassate» fare il gruppo parlamentare dei responsabili. Adesso, s’intende, che sul canuto capo del premier volteggiano il caso Ruby e relativa imbarazzante inchiesta. E, dunque, responsabilmente ieri l’hanno fatto, il gruppo: una lettera con le ventuno firme necessarie è stata mandata al presidente della Camera Gianfranco Fini e stamattina è prevista la conferenza stampa di presentazione dell’eterogeneo rassemblement. Ventuno deputati transfughi dalle esperienze più diverse che hanno deciso di consegnarsi mani e piedi alla responsabilità di Silvio Superman Papi Berlusconi. Si tratta di onorevoli attualmente alloggiati nel gruppo Misto, ma desiderosi di trovarsi insieme a fare la terza gamba della maggioranza, se è permessa l’espressione nel momento in cui una certa lingua à la Alvaro Vitali sembra aver preso possesso dell’intero lessico politico. Una volta c’erano i finiani, insomma, domani ci saranno quelli di «Iniziativa responsabile». O forse no: il nome è a rischio per via dell’acronimo «IR». Di certo, al momento, ci sono solo i ventuno aderenti e il motivo per cui il gruppo è necessario.

no, da poco in Parlamento ma già passato per le liste della Lega e la componente dei Liberaldemocratici. E poi c’è Giampiero Catone, «multitrasfuga» che recentemente ha fatto avanti e indietro tra berluscones e finiani, fino a votale la fiducia il 14 dicembre scorso. Il significato dell’operazione, invece, è più semplice da capire: costituendosi in gruppo i responsabili, affidabilmente, potranno strappare qualche posticino in più nelle commissioni riequilibrando così la situazione alla Camera, divenuta disperata per il centrodestra con la fuoriuscita dei finiani. «Ce ne toccano uno per ogni commissione, che diventeranno due nelle sei in cui siamo già», spiegavano ieri matematicamente.

Il vero obiettivo di quest’alchimia parlamentare del Pdl è quello di tentare di evitare il possibile tracollo nella Bicamerale sulla riforma leghista

Il tripudio del berluscones alla Camera dopo il voto sulla fiducia del 14 dicembre scorso. A destra, i «responsabili» Massimo Calearo e SIlvano Moffa. Nella pagina a fianco, Ruby e il fidanzato in questo Paese non si potesse vivere come si vuole solo perché incombono gli artigli acuminati di una magistratura militante.Terzo, attenzione a condannare qualcuno basandosi sui teoremi». Serve altro? «Chiarito che se ci sono reati chi deve pagherà», prosegue la Bertolini, «sono convinta che Berlusconi dimostrerà la sua innocenza e la sua completa estraneità. E poi teniamo presente che l’intensità delle vicende in questione è determinata in realtà dal contesto in cui vengono diffuse le intercettazioni. Prendete quella in cui si parla di 300 euro come tariffa per una certa prestazione sessuale. Se si legge bene si scopre che le persone intercettate non si riferiscono a prestazioni offerte a Berlusconi ma alle abitudini di una terza persona, abitudini generalmente intese».

Nessuna scalfittura nel muro del Pdl. Nessuna. Lo dimostrano anche le parole di Vizzini: «Intanto sgombriamo pure il campo dall’idea che la reazione del Pdl sia legata all’indispensabilità di Berlusconi: non è questo, nessuno è indispensabile alla storia del mondo. Il punto è un altro: nessuno nel Pdl affronta le vicende di questi giorni ipotizzando un passo indietro

di Berlusconi. Non credete alle ricostruzioni che attribuiscono a esponenti della maggioranza simili ipotesi». È stato fatto anche rispetto a figure vicinissime al premier. Ma Vizzini aspetta di «vedere un virgolettato di qualcuno. Quando ce ne saranno, mi confronterò con questo qualcuno. Al momento questa posizione non esiste. E se a qualcuno viene attribuita è un tranello per far inciampare lo sprovveduto di turno, per consentire ad altri di andare dal presidente e dirgli: hai visto tizio quanto è inaffidabile?». Bene, disciplina maoista. E poi? «Rispetto alla supposta inopportunità dei comportamenti di Berlusconi, una cosa è la sentenza di un giudice terzo, altro sono le iniziative di una Procura che riversa all’esterno un mare di carte. Siamo ben lontani dal parlare di verità. Certo, quello che emerge non è esattamente acqua fresca e ci pone la necessità di un chiarimento con l’opinione pubblica. Ma se vogliamo parlare di dati oggettivi, non c’è nessuna sentenza. Ci sono solo accuse come già ce ne sono state in passato, per Berlusconi. E che non gli hanno impedito di vincere». Nulla è cambiato, per i berlusconiani. Lo schema regge a tutto, e sul muro non si scorge il minimo graffio.

Partiamo dai nomi. Ci sono i 12 deputati ad oggi aderenti alla componente “Noi Sud-Pid”, il gruppo più grosso: ne fanno parte gli ex Mpa Elio Belcastro, Arturo Iannaccone, Antonio Milo e Luciano Sardelli, i cuffariani Saverio Romano, Calogero Mannino, Michele Pisacane, Giuseppe Ruvolo e Pippo Gianni, i “traditori” dipietristi Americo Porfidia e Antonio Razzi, più l’ex Pd Antonio Gaglione, che è responsabilmente il recordman delle assenze in Parlamento (per coerenza, il 14 dicembre non s’è presentato nemmeno a votare la fiducia). Ai dodici meridionalisti si aggiungono i tre già finiani Silvano Moffa, Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori, i tre responsabilissimi del “Movimento di responsabilità” (vale a dire Domenico Scilipoti dall’Idv, stretto tra Massimo Calearo e Bruno Cesario già Pd e rutelliani) e i due alleati di centro Francesco Piona-

In realtà, la faccenda

va trattata responsabilmente e algebricamente: in qualche commissione dove sono già molti (tipo i tre alla Finanze) potrebbero persino scendere di numero. La questione più spinosa, però, è un’altra: la Bicamerale per il federalismo, sede naturale della responsabilità in questa legislatura, dove la maggioranza non c’è più. Solo che i regolamenti irresponsabili non permettono un’adesione spontanea della teoria alla realtà: nelle bicamerali il mandato è personale e discende dalla nomina dei presidenti delle Camere. Insomma o uno di quelli che sta lì, responsabilmente, si dimette oppure i nostri amici non avranno accesso alla stanza più ambita e necessaria. «Contiamo su un gesto di sensibilità», ha spiegato ieri il chirurgo Arturo Iannaccone, notoriamente affidabile e dunque tra i candidati alla presidenza del gruppo. Per addolcire il clima, intanto, hanno deciso di chiedere a Futuro e Libertà di lasciare a loro i posti che occupa attualmente accanto al Pdl e andarsene nella cosiddetta “piccionaia”, i posti più in alto nell’emiciclo. I finiani, non bastasse il tentato scippo del seggio, già sono irritati di loro coi colleghi che responsabilmente continuano a cercare di sottrargli altri deputati: «Responsabili? – infieriva ieri Fabio Granata – Io direi più disponibili… a tutto».


l’approfondimento

pagina 4 • 20 gennaio 2011

I consumi televisivi hanno trasformato in profondità l’identità italiana: quiz, veline e dolore in piazza sono i nuovi totem

Modello Mediaset

Prima c’era l’egemonia gramsciana dell’intellettuale organico, ora c’è il successo esteriore come fine ultimo. Berlusconi è il prodotto della cultura promossa dalle sue tv: la quantità (dell’auditel) vale più della qualità (dei valori) di Riccardo Paradisi i cosa è fatta la materia che cola dal blob di parole, immagini, espressioni delle notti di Arcore? Che dilaga attraverso media e giornali nell’immaginario degli italiani riproducendo quei riflessi condizionati ormai consueti e sedimentati che vanno dall’indignazione al compiacimento passando per l’indifferenza assuefatta e in fondo assolutoria? Qual è la narrazione – la chiamerebbe così Nichi Vendola – che sostiene questa curva estrema della politica e del costume italiano?

D

C’è chi ha risposto che la prima pagina di questa storia sia stata scritta a metà degli anni Ottanta, con l’inizio delle trasmissioni mediaset in particolare dei format Drive in e Colpo grosso, la trasmissione condotta da Umberto Smaila dove uomini e donne si spogliano durante partite a poker pezzo a pezzo. Eppure già ai tempi di Colpo grosso la macchina mitologica del berlusconismo è già in funzione da anni, la semina del suo messaggio ha già fecondato l’immaginario colletti-

vo compreso quello che presiede e precede i pensieri ancora tardonovecenteshi di registi e autori dei palinsesti Rai, che si scoprono in affanno rispetto all’accelerazione impressa dal prologo in etere dell’epopea berlusconiana. La cui eruzione mediatica è, secondo i più raffinati ed allarmati esegeti del berlusconismo, propedeutica scientifica alla successiva discesa in campo politica, alla sua incarnazione in una realtà già mutata antropologicamente dalla società dello spettacolo. Insomma le serate con ragazze svestite da infermiere nelle stanze di Arcore, l’animazione di ospiti come Lele Mora o Emilio Fede, la cerchia fattiva degli intrattenitori plaudenti, sarebbe già stata elaborata e fissata negli sketch di Drive in, nelle sfilate di Colpo grosso. Quello che verrà dopo, nella società, nella televisione e nella politica, sarebbe già tutto avvolto in quel softporn d’intrattenimento dove ciò che esula da seni, glutei e sguardi d’ammiccamento con occhiolino malizioso è sovrastruttura e condimento. «La televisione berlusconiana è

stata la grande fonte dell’immaginario sessuale del Capo ha scritto Marco Belpoliti – gioco collettivo, orgia visiva, scherzo, risata, battuta salace, sessualità pecoreccia, e soprattutto evasione dalla vita stessa, dalla sua insopportabile quotidianità. Non più tenuto a freno dalle ideologie, dal comunismo e dal cattolicesimo, diventati residuali, come aveva capito a metà degli anni Settanta Pasolini, Colpo grosso è andato al potere. Si è trasferito dagli studi di Italia 7 ai palazzi della politica italiana, dai set televisivi alle ville del Capo».

La prima pagina di questa storia è stata scritta nei format Drive in e Colpo grosso

In una manciata d’anni – dove intanto sui palinsesti arrivano Grandi fratelli e Amici di Maria De Filippi siamo passati dall’Homo videns di Sartori all’Homo voyeur, mentre la sinistra italiana – ecco la denuncia di Massimiliano Panarari, nel suo L’egemonia sottoculturale, orfana ormai dell’egemonia e dell’intellettuale collettivo gramsciano, si trova smarrita in un mondo di veline, tronisti e billionarine. Alberto Asor Rosa, l’ultimo mohicano d’una stagione, scorge nel Grande Fratello l’ideologia dominante dell’Italia berlusconiana. In effetti un po’di verità tutto sommato è contenuta in questa analisi. Senonchè come sempre, e con buona pace dei gramsciani apocalittici, le cose sono più complesse. Perché certo i palinsesti Mediaset, con quest’uso disinvolto e rutilante della carne femminile, coi telequiz sempre più semplificati, l’intrattenimento sempre più seriale e meno meditato, sono una forza immanente che condiziona la mentalità italiana, ma sono soprattutto la declinazione particolare d’un più vasto movi-

mento storico e culturale che irrompe sul mondo con gli anni Ottanta del Novecento. Il decennio in cui si produce lo start-up della postmodernità globale, gli anni del pensiero debole e dell’insostenibile leggerezza dell’essere, dell’edonismo reganiano e della deregulation del mercato, del costume, d’ogni pensiero organizzato, d’ogni morale codificata. Anni salutati con comprensibile entusiasmo dopo decenni di guerra fredda, ideologismi plumbei e P.38. Ma dentro i quali scorre anche qualcosa di elementare e di barbarico: i muscoli di Rambo, i nazionalismi selvaggi, i fondamentalismi ritornanti, le ragioni del corpo, dell’estetica, del sesso . Di questo cambiamento di paradigma Berlusconi è un singolarissimo epifenomeno, non è ovviamente la causa e non è il solo esito. È un curioso albero in una foresta immensa. Asor Rosa dice che il Grande Fratello è lo specchio dell’Italia berlusconiana ma non sa il professore gramsciano che il format Gf è fabbricato in Olanda, che Gli Amici di Maria De Filippi, se


20 gennaio 2011 • pagina 5

L’analisi di Luigi Crespi sui sostenitori del premier dopo la vicenda bunga-bunga

«Chi giustifica e chi non discute: ecco l’elettorato del Capo» «Oggi i sondaggi gli sono favorevoli, ma è difficile prevedere i risultati tra qualche mese, anche perché non si conoscono i suoi avversari» di Franco Insardà

ROMA. «C’è un’assoluta pregnanza tra la televisione di Berlusconi e il suo elettorato. Lui è il politico perfetto di Mediaset: è l’espressione culturale di quel mondo». Luigi Crespi, direttore dell’omonimo istituto di indagini statistiche, oltre a essere uno dei pochi spin doctor italiani conosce bene il premier e tutto quello che lo circonda. Il Cavaliere, quindi, ha costruito e modellato il suo elettorato? Non c’è stata una strategia, ma nasce dalla capacità culturale di aver proiettato la rappresentazione collettiva della donna oggetto,attraverso un’offerta televisiva, alla quale la Rai si è omologata, fatta da decine di programmi tipo “Dallas”, “il Gioco dello coppie”, “Drive in” e la stessa “Striscia la notizia”. Ancora una volta Berlusconi divide l’Italia. Direi di sì. Ci

sono quelli che credono alle accuse della Procura di Milano, gli elettori di sinistra, e quelli che credono a Berlusconi, gli elettori di destra. Il Bunga-bunga non l’ha inventato lui, la storia è piena di leader che, per buona creanza, mostravano all’esterno le pubbliche virtù e tenevano nascosti i vizi privati. Il Cavaliere invece? Lo esibisce e in più di un’occasione lo ha dichiarato pubblicamente. Pensa anche lei che sia una vittima dell’aggressione politica e del suo entourage? È così ed è evidente, perché un buon amico di Berlusconi non avrebbe dovuto favorire e accompagnare ragazze agli incontri. Avrebbe dovuto, invece, come aveva indicato anche l’ex moglie, scuoterlo per evitare di diventare complice del suo suicidio.

«Un buon amico non avrebbe dovuto organizzare feste ad Arcore e portare le ragazze» Sarà anche un suicidio politico? Nell’immediato scatta un sistema di autodifesa, ma bisognerà vedere nel tempo che cosa succederà. È vero che dopo il caso Noemi e D’Addario il Pdl ha vinto alle Regionali, ma gli effetti ci sono stati perché rispetto alle Politiche ha perso molti voti. Oggi i sondaggi gli sono favorevoli, ma è difficile prevedere i risultati tra qualche mese, anche perché non si sa quali sono gli altri schieramenti e i candidati premier. Ma qual è l’identikit dell’elettorato berlusconiano che emerge dai vostri ultimi sondaggi? Rispetto a quest’ultima vicenda l’elettorato berlusconiano è diviso tra quelli che lo giustificano e, anzi, lo apprezzano e quelli che, in modo fideistico, negano qualsiasi evidenza. Quali sono gli argomenti a sostegno della prima tesi? Berlusconi è l’oggetto del desiderio delle ragazze che vorrebbero stare tra le prescelte e degli uomini che vorrebbero essere al suo posto. Secondo loro è giusto che si diverta, dal momento che la-

vora tanto, è scapolo, ricco, potente e il potere attrae ed erotizza le donne. E quest’ultime sono tutte consenzienti. In sintesi questi elettori pensano: meglio lui che va con le donne, piuttosto che quelli di sinistra che frequentano i trans. E quelli che negano qualsiasi evidenza? Arriverebbero a sostenere la falsità anche di un filmato o di una foto, e se Berlusconi confessasse direbbero che si tratta di un ventriloquo. Per queste persone non c’è nulla che possa riuscire a modificare l’idea che hanno del Cavaliere e che lui ha costruito in questi anni. Tutte e due queste categorie si fidano, quindi, ancora di lui? Direi che lo votano. Ma la questione è un’altra: posto che gli elettori di Berlusconi sono il 25/30 per cento come mai il restante 70 per cento non riesce a prevalere? Come è possibile? In questo 30 per cento le componenti culturali e antropologiche sono differenti e la capacità di Berlusconi è quella di rappresentare se stesso e farsi percepire come maggioranza, senza alternativa. Perché la sua narrazione è passata come maggioranza nel Paese, ma non lo è mai stato. Eppure costringe tutti a rispondere e a programmare l’agenda politico-istituzionale su quello che dice e fa. Ogni atto politico di questo Paese si trasforma in un referendum su Berlusconi. Come se ne esce? L’ipotesi di sostituirlo con Gianni Letta la considero profondamente antiberlusconiana, anzi direi post-berlusconiana. È geniale perché di fatto destruttura Berlusconi, senza dare l’idea di scalzarlo, dal momento che Letta rappresenta l’idea della continuità. Ma il Cavaliere non accetterà mai questa idea perché il sottosegretario alla presidenza non è in grado di garantire l’idea di onnipotenza che lui riesce a rappresentare. Adesso, però, è in difficoltà? Non è andato in crisi per le accuse di mandante delle stragi mafiose, non sarà certo il Bunga-bunga a creargli problemi. Saranno le questioni serie come l’Abruzzo, la spazzatura di Napoli e altre cose del genere a pesare sul suo governo. Oltre alla distanza che aumenta tra lui e i giovani elettori. Altro aspetto da tenere presente. Infatti il suo modello è vecchio, non è in grado di interpretare i nuovi media e non sa che cosa siano. È fermo alla massificazione della televisione, mentre questi nuovi strumenti sono la personalizzazione della capacità di interpretare. Berlusconi considera internet il quarto canale di Mediaset.

l’è inventati un creatore di format inglese, che Drive in era un format americano. Si fa presto insomma a dire ”berlusconismo” o ”modello Mediaset”, le cose sono più complesse come Andreotti dice a Scalfari nel Divo di Sorrentino. E sarebbe fuorviante stilare una classifica su cosa sia più immorale se il qualunquismo subliminalmente ideologico del Biscione o il tributo di organicità di scrittori e intellettuali gramsciani prestato al Principe collettivo – «Il Pci che teneva sveglia la ragione», come dice Panarari. Anche perché dentro il ciclone berlusconiano reso impetuoso proprio dallo sfrenarsi del principio-desiderio di cui è impastato, finiscono percorsi nati apparentemente altrove. Nei laboratori dell’estrema sinistra pop e dadaista: che a Mediaset ha dato uomini e idee. Un Paolo Liguori giù uccello metropolitano negli anni della grande contestazione, o l’Antonio Ricci di Striscia la notizia, già tra gli autori del Drive in, definito da Gad Lerner il Dante Alighieri del berlusconismo.

Insomma se il berlusconismo e la sua degenerazione deve interrogare la destra italiana ¬ che in un quindicennio ha liquefatto in questo universo buona parte del suo patrimonio, da un pronunciato senso dello Stato a una visione seria della vita – certo non assolve la cosiddetta sinistra. Quella che non ha capito nulla di quanto stava avvenendo e quella che questa rivoluzione l’ha in qualche modo preparata e distillata con le sue pedagogie reichiane sul sesso liberato, con le sue pretese tirate antiborghesi ed emancipatorie alla Porci con le ali. Liberazione che non è solo esplosa nel riconoscimento diffuso al diritto per esempio alla politicamente corretta fecondazione eterologa (ammesso che sia una conquista) ma anche in una percezione assuefatta all’erotizzazione dell’immaginario e della vita, la pornocrazia di cui parlava Augusto del Noce denunciando l’avvento della secolarizzazione di massa. Del grado zero della morale e dell’etica, zavorre inutili di cui liberarsi nella battaglia della vita, ostacolanti il libero dispiegarsi appunto del principio piacere. Si procede a colpi di generalizzazione naturalmente ma è la cifra d’un epoca che segna il clima, che rende egemone un messaggio su altri. «La borghesia che domina in quest’epoca – ha scritto Augusto Del Noce – ha abbandonato l’idea che serviva, o pretendeva servire, un tempo, e che si compendiava nei termini di ”Dio, Patria, Famiglia”per assumere l’insegna della liberazione dei tabù. Descrivere come questo fenomeno si sia prodotto sarebbe lungo. Ma restiamo al fatto, che è certamente innegabile e che ormai la pornografia è il nuovo oppio del popolo di cui si servono i detentori del nuovo potere tecnologico ed economico».


diario

pagina 6 • 20 gennaio 2011

L’Ad di Ferrovie richiama il governo: si batta in sede europea per aprire i mercati come la Francia

Moretti e un Antitrust a doppio binario ROMA. Dopo una vita passata tra treni e binari Mauro Moretti si è convinto che quella con i portoghesi è una battaglia persa. E non basteranno i tornelli che si installeranno sul RomaFiumicino. «Con quello che costano, non converrebbe neppure metterli. A Napoli, per non pagare sull’Alta velocità, passano attraverso gli scambi...». Ma se può comprendere la pervicacia dei viaggiatori a scrocco, l’amministratore di Ferrovie non sopporta la cocciutagine, di chi – nel governo italiano o all’Antitrust– «ci sprona e manda ispezioni per farci garantire l’accesso sulla rete ai concorrenti e non sa

che il mercato francese è chiuso sia a livello regionale sia a livello nazionale. Non possiamo essere noi a denunciare tali asimmetrie. C’è chi è deputato a farlo e spero che lo abbia fatto». A piazza della Croce Rossa dubitano che qualcuno si sia preso la briga di farlo. Fatto sta che la cosa incide non poco sul prossimo sbarco di Italo di Ntv sui binari dell’Alta velocità, sulle critiche del ministro Matteoli e di Antonio Catricalà a un ex monopolista che è anche il gestore della rete, e su un mercato europeo che non esiste ancora, ma vede già Ferrovie schiacciata tra la tedesca Db e la francese Sncf (al-

leata per altro di Montezemolo). Questo concetto, con annessa richiesta di un doppio binario per le regole antitrust, Moretti l’ha fatto presentando un accordo di partnership con i transalpini di Veolia sui collegamenti internazionali tra Italia e Francia. E l’ha ripetuto davanti alla commissione Trasporti della Camera, alla quale ha spiegato sia che «noi non possiamo giocare sempre di rimessa» sia «le separazioni societarie o meno non hanno influenza sulle liberalizzazioni». Il primo a meravigliarsi dell’attacco di Moretti al governo è il presidente della commissione Trasporti del Senato

Luigi Grillo: «Il governo ha molto contribuito al risanamento di Ferrovie». Giovanni Luciano, segretario nazionale della Fit Cisl, avverte: «L’apertura al mercato privato delle rete è positiva se corrisponde a un effettivo rilancio del sistema del trasporto su ferro». (f.p.)

Una ricerca riunisce per temi 100 statistiche. Il vero dramma sono i giovani: uno su cinque non studia e non lavora

Un Paese (solo) per vecchi

Gli anziani aumentano, la formazione diminuisce: l’Italia secondo l’Istat di Gabriella Mecucci

Nel 2009 il Pil pro capite è diminuito del 5,7% in termini reali rispetto al 2008, ma resta «sostanzialmente invariato il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord», dice l’Istat. Il valore medio di riferimento è 24.400 euro: questo ci colloca al dodicesimo posto della graduatoria europea, immediatamente sopra la Spagna ma sotto Francia, Regno Unito e Germania

Italia è vecchia e fa pochi figli. Ha bassi tassi d’istruzione e alta disoccupazione giovanile. Questo racconta il nuovo studio dell’Istat composto di oltre cento schede (contenente dati già noti e dati inediti) che fotografano il Paese sino al 2009. A scorrerli con attenzione si ha l’impressione di un Paese bloccato, che non riesce a crescere nè demograficamente, nè economicamente, nè culturalmente. Anche se la realtà è complessa e qua e là affiorano anche risultati positivi: non mancano infatti punti di forza.

L’

Ci sono ben otto milioni di poveri, pari al 10,8 per cento: in leggero calo però fra il 2008 e il 2009. Un dato positivo compensato purtroppo dalle grosse sperequazioni esistenti. Basta guardare gli andamenti regionali per scoprire che al Sud il tasso di povertà è più che doppio rispetto a quello nazionale e supera il 23 per cento. La Sicilia ha il record con il 33 per cento, ma Basilicata e Calabria oscillano fra il 28 e il 29. La disoccupazione aumenta e di parecchio: si è passati dal 6,7 per cento del 2008 al 7,8 per cento del 2009. Fra le donne raggiunge il 9,3. Ma le notizie più drammatiche riguardano le giovani generazioni: il tasso di disoccupazione tocca il 25,4 per cento con uno scatto di ben quattro punti rispetto all’anno precedente. Ma se si va nel Mezzogiorno la percentuale è del 36 per cento e fra la popolazione femminile del 40. Al Sud quasi una ragazza su due non

trova dunque lavoro pur cercandolo attivamente. Mentre lo zoccolo della povertà non viene scalfito, i ventenni vedono davanti a loro un avvenire buio, con possibilità di occupazione che si riducono progressivamente. Quanto alla natura delle imprese: mentre in Germania è forte la grande impresa, in Italia c’è la piccola o piccolissima, con una media di quattro dipendenti. Superiore solo a quella di Portogallo e Grecia Ma non tutto è nero. Le speranze di vita degli italiani, ad esempio, sono fra le più alte d’Europa – ci collochiamo al terzo posto - e continuano a crescere, mentre anche le pre-

stazioni sanitarie migliorano. Per le donne la speranza di vita è di 84 anni, per gli uomini di 79. Forse anche grazie a questo siamo però un paese molto invecchiato. In Italia ci sono 144 anziani ogni 100 giovani. Siamo in coda nella classifica dell’Europa dei 27, peggio di noi fa solo la Germania. La regione più anziana è la Liguria, la più giovane la Campania.

C’è un leggero ringiovanimento in realtà come l’Emilia Romagna, l’Umbria e la Toscana. Persino a Genova e dintorni si è un po’ meno vecchi del 2008. Le nascite sono ancora largamente insufficienti: 2,1 fi-

gli a donna, ma la presenza di molti immigrati ha reso la tendenza meno grave: negli ultimi due anni infatti si è manifestata una ripresa anche se ancora insufficiente. Gli stranieri hanno raggiunto nel 2010 il 7 per cento della popolazione e l’8,6 della forza lavoro. Siamo dodicesimi in Europa, quasi metà classifica, ma sopra i cugini francesi. La crescita di comunitari ed extracomunitari è stata continua e forte in tutti gli anni del nuovo Millennio. E passiamo a qualche buona notizia: l’Italia, insieme all’Irlanda, detiene il primato negativo nel numero dei divorzi, anche se negli ultimi anni si tende a sposarsi di

meno: calano, pur restando largamente maggioritari, i matrimoni in chiesa e crescono quelli civili in municipio.

L’Istat ricorda che in presenza di una dura crisi economica, sia nel 2008 che nel 2009, la famiglia ha funzionato come primo ammortizzatore sociale e si domanda per quanto ancora potrà durare questa situazione che ha consentito all’intero Paese di «reggere meglio di altri». Ancora due o tre buone notizie. La prima: il sistema produttivo vede l’export crescere anche se alcuni settori sono rimasti molto indietro. La seconda: l’efficienza energetica ita-


20 gennaio 2011 • pagina 7

La Russa smentisce il premier

Record di freddo sulle Dolomiti

ROMA. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha smentito di fatto Silvio Berlusconi che ieri cavalcando l’onda emotiva seguita alla morte dell’alpino Luca Sanna a Baia Murghab - aveva parlato della necessità di lasciare l’Afghanistan: «Non credo tocchi a noi in questo momento vanificare lo sforzo di chi è lì da tanto tempo» ha detto La Russa durante una trasmissione tv. Alla Camera, poi, il ministro ha spiegato che malgrado tutto la situazione in Afghanistan è sostanzialmente migliorata anche se ormai «gli attacchi terroristici sono diventati disperati»: ma senza le forze occidentali le cose andrebbero sicuramente molto peggio. In ogni caso, il rientro della salma del caporal maggiore Luca Sanna ucciso martedì è previsto per questa mattina alle ore 9,30 presso l’aeroporto di Ciampino.

liana risulta essere tutto sommato buona. La terza, la più nuova: secondo l’indagine triennale Ocse-Pisa nel 2009 gli studenti italiani risultano meglio preparati di prima in tutte le discipline scientifiche.

C’è ancora molto da fare però sul terreno della formazione per recuperare un grave svantaggio nei confronti di altri paesi. L’Italia investe nell’istruzione il 4,6 per cento del Pil contro una media europea del 5,2, ma se si guardano le percentuali di alcuni grandi Paesi come Germania e Francia le distanze sono siderali. Nel nostro Paese le persone che hanno solo un’istruzione media inferiore sono il 46 per cento, mentre la media continentale è il 28. Solo il 21,3 per cento fa formazione fra i 20 e i 29 anni e il solo19 per cento dei giovani uomini fra i 30 e 34 anni è laureato. Percentuali risibili rispetto all’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2020 quando la media dei laureati dovrà toccare il 40 per cento. Siamo abbastanza ben messi per quanto riguarda la spesa per la protezione sociale che raggiunge il 30 per cento del Pil, 7.500 euro a testa: sotto alla Germania ma ben sopra alla Spagna e comunque meglio della media dell’Unione. La spesa sanitaria italiana al 7,3 per cento del Pil, ma è molto inferiore a quella di importanti paesi come la Germania e la Francia. Le famiglie contribuiscono di tasca loro per il 21 per cento. In compenso abbiamo un numero molto elevato di medici impiegati in strutture sanitarie pubbliche e priva-

ROMA. Mentre una nuova ondata di freddo polare (con neve e temperature a picco) sta per investire di nuovo il nostro Paese, è stata registrato il record di freddo in Italia con una temperatura di 48,3 gradi sottozero. La nuova minima nazionale si è toccata lo scorso 27 dicembre 2010 alle ore 4,30 nella Busa Fradusta, una dolina a 2.606 metri di altitudine da dove esce aria gelida sulle Pale di San Martino, nelle Dolomiti bellunesi. La temperatura fa riferimento al fondo della dolina (profonda 28 metri) e non alle condizioni medie dell’ambiente circostante, fa sapere il Centro valanghe di Arabba-Arpa Veneto, che gestisce la stazione meteo automatica. Senza arrivare a questi eccessi, a partire da oggi nel Nord per poi arrivare in tutta Italia è prevista neve: Anas e Ferrovie sono avvertite.

GIOVANI

Il 21% dei ragazzi fra i 15 e i 29 anni non lavora e non studia SCUOLA

Lo Stato investe il 4,6% del Pil per l’istruzione, contro il 5,2% dell’Europa ANZIANI

Da noi ci sono 144 anziani ogni 100 giovani: solo in Germania ce n’è di più DONNE

Meno di una donna su due ha lavoro: le altre non lo cercano nemmeno più

te. Piuttosto bene il turismo: ai primi posti per i siti Unesco e anche per recettività: quarti sotto la Francia. Una buona collocazione, ma comunque aldisotto delle nostre possibilità: l’Italia è infatti il Paese del mondo che ospita il maggior numero di beni culturali. Anche per quanto riguarda la criminalità la nostra posizione non è fra le peggiori: il tasso di omicidi è in media, mentre le rapine sono leggermente sopra. Sono quasi cinque milioni le donne italiane fra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza sessuale: il record negativo è al Nord, mentre le cose vanno di gran lunga meglio nel Mezzogiorno. E questo è un primato del tanto bistrattato Sud che piace ricordare.

Per quello che riguarda le infrastrutture siamo piazzati più o meno sulla media europea, anche se non disponiamo di aeroprti col traffico di quelli parigini o londinesi. Solo il 31 per cento della popolazione pratica un’attività sportiva. Coloro che comunque fanno una qualche attività fisica sono circa il 27 per cento, mentre c’è un 40 per cento di veri e propri sedentari che al Sud diventano più del 60 per cento. La fotografia dell’Istat ci restituisce quindi un Paese complesso - fra l’altro uno dei più densamente popolati dell’Unione - che non autorizza facili ottimismi, visti i tanti primati negativi, ma che non merita nemmeno di essere considerato in condizione disperata. Si ha l’impressione - a seguire le cronache recenti - che le classi dirigenti siano ben peggiori del Paese.

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

Stop al martellamento commerciale telefonico Il telemarketing va disciplinato con regole certe e chiare per tutti. Non è possibile essere martellati e molestati dalla mattina alla sera da call-center di ogni specie che tentano in tutte le maniere, talvolta anche in modo subdolo, di acciuffare un “sì”dagli utenti. Ben venga, dunque, l’istituzione di un registro gestito da una fondazione che fa riferimento al ministero per lo Sviluppo economico per certificare la volontà o meno degli utenti di accettare telefonate commerciali, anche se mi sembra ingiusto che debba essere il cittadino obbligato ad iscriversi ad un registro in cui dichiarare se desideri o meno essere destinatario di proposte commerciali. Sarebbe più logico imporre all’azienda proponente l’onere di chiedere se possa o non possa contattare gli utenti. Non vi pare?

Angelo C.

IN DIFESA DEI CRISTIANI Il Parlamento europeo si mobilita nella difesa dei cristiani.Tutte le “famiglie”politiche di Strasburgo hanno presentato loro risoluzioni per difendere la libertà di espressione religiosa in Medio Oriente e nel mondo islamico. Con sfumature diverse, si spera che l’Unione europea ponga la “clausola”della difesa della libertà di religione al momento della stipula di accordi economici con i Paesi terzi; e anche che l’Ue adotti un meccanismo, simile alla U.S. Commission for International Religious Freedom che - istituita negli Usa con l’International religious freedom act del 1998 - monitora la protezione della libertà religiosa nel mondo e in caso di gravi violazioni può far entrare uno Stato in una lista di paesi Cpc (Country of particular concern) e quindi sanzionabili.

Lettera firmata

L’IMMAGINE

Senza esclusione di colpi La chiamano “arte delle otto braccia”. Nella boxe thailandese (Muay Thai), infatti, si usano gli arti superiori ma anche piedi (e tibie), gomiti e ginocchia. Per un totale di ben 8 possibili e micidiali punti di contatto LO STATO SOCIALE Nelle banche un dipendente che vuole andarsene in pensione deve cedere il 50 per cento circa della liquidazione per fare entrare contemporaneamente il proprio figlio, mentre in un’azienda metalmeccanica la liquidazione viene accompagnata da eventuali incentivazioni. Il costo del lavoro è differente in Italia, per non parlare delle spettanze dei rappresentanti di case farmaceutiche o di molte ditte fornitrici di accessori di moda. Fino a quando le differenze non solo esisteranno, ma saranno anche abissali, la criticità dello stato sociale nel Paese ne risentirà in maniera non indifferente.

Bruno Russo

SALVAGUARDIA DELLA SALUTE Il primo dovere di un medico è quello di assicurare la salute dei propri assistiti, e proprio nella mia veste di medico invito tutti a non abbassare la guardia sull’influenza e soprattutto consiglio agli anziani e alla popolazione a rischio di vaccinarsi. Il ministro per la Salute Ferruccio Fazio ha definito «prevedibili» altri decessi per influenza A, pur sottolineando che «non siamo in situazione di epidemia e pandemia». Ma non bisogna dormirci sopra. Oltre alle migliaia di persone che si sono ammalate dall’inizio dell’anno, ad oggi purtroppo si contano già sei decessi di persone anziane e a rischio. Se si fossero vaccinate probabilmente le conseguenze di questa malattia non sarebbero state fatali. In più, la vaccinazione per tutti gli “over 65 anni” e per le persone con patologie croniche e a rischio è gratuita. Basta solo uscire di casa e andare alla Asl o dal proprio medico e chiedere di essere vaccinato.

Roberto Messina

INCAPACE A GOVERNARE Berlusconi si dimetta se davvero ha a cuore gli interessi del Paese perché più va avanti è peggio sarà, non solo per lo stillicidio di rivelazioni sui suoi vizi privati, ma per la crescente debolezza del suo governo. Purtroppo si parla molto più del caso Ruby che non dei fallimenti del governo e prima delle imbarazzanti rivelazioni sui festini ad Arcore, c’è l’incapacità manifesta a governare.

Riccardo


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ra l’estate del 1970. Stavo leggendo un articolo sul New York Times mentre facevo colazione a Long Island con mia moglie. Il pezzo parlava di Sargent Shriver, pronto ad aprire un nuovo ufficio a Washington per aiutare la campagna elettorale dei democratici al Congresso. Era sulla cresta dell’onda, aveva appena concluso un tour trionfale negli States dopo aver terminato il suo incarico (magnifico) di ambasciatore Usa in Francia. Pensai che quella sua decisione fosse, quantomeno, curiosa. Lo dissi a mia moglie e tornai a scrivere in camera mia. Nemmeno tre ore dopo squillò il mio telefono: era lui. E mi chiedeva di raggiungerlo a Washington. Ci andai la mattina dopo. Mi disse che in Francia aveva letto un mio libro e che avrebbe voluto avermi nella sua squadra. Voleva che scrivessi per lui e che lo aiutassi in quella straordinaria campagna che stava mettendo su. Saremmo stati in giro tutta l’estate, fino al cosiddetto Election Day. La mia famiglia avrebbe potuto vivere a Timberlawn, nei dintorni della capitale dove anche lui aveva la sua casa, e godere degli agi della sua proprietà. Pensai un attimo al fatto che avrei dovuto lasciare il lavoro all’Università per un semestre. E poi accettai.

E

Quando poco più tardi venni presentato a Eunice (moglie di Shriver e sorella di John,Ted e Robert Kennedy), lei mi sorrise e disse: «cinque dollari che non sarai più qui all’Election Day». Il suo sguardo era divertito ma sicuro e io capii al volo che non c’era storia: avrei perso la scommessa. Eppure, per cinque mesi, l’avventura è stata meravigliosa. Di più: indimenticabile. L’ufficio era una linfa: gente che lavorava con passione, team specializzati, una segretaria e ogni tanto qualcuno dei Kennedy che veniva a dare una mano. E poi io e Serge. Abbiamo girato 38 stati tenendo una quan-

Era un uomo cattolico, non solo per nascita, ma intellettualmente. E credeva che il pensiero cristiano mirasse a ricostruire un ordine sociale, a dare voce a chi non ne aveva tità - impossibile tenere il conto - di comizi a favore ora di questo ora di quel candidato. Sovente, la folla era immensa. Tenevamo cene per il fund raising e spesso eravamo accompagnati alle nostre manifestazioni da star del cinema e dello sport e dai veterani dei Peace Corps. C’era un battaglione Shriver praticamente ovunque. Eunice ci supportava con la sua eleganza e brio, io e Serge ci divertivamo come matti. Adorava appuntare i punti principali dei suoi discorsi su dei bigliettini. Se li portava sempre dietro. Li usava a sua discrezione nei vari comizi. Cambiando i finali, improvvisando storie, inserendo delle battute (o delle critiche) a sorpresa.

il paginone

È morto il fondatore dei Peace Corps e degli Special Olympics, marito di Eunice Ke

Dipendeva dal tipo di pubblico che aveva di fronte. Era convinto che un buon discorso non potesse prescindere dal suo uditorio e trovava sempre il modo di incantarlo. Voleva notizie sempre “fresche”: ogni giorno ci mettevamo assieme a spulciare giornali e ascoltare la radio. E sempre voleva un tocco di classe - lo chiamava proprio così - ovvero una nota teologica, filosofica o presa dai grandi classici.

Voleva anche che i suoi discorsi fossero circonfusi da un’aurea di tradizione cattolica, qualcosa di impalpabile ma in grado di rassicurare le persone. Di farle sentire a casa. In questo, mi ricordava moltissimo Eugene McCarthy: entrambi erano cattolici non solo per nascita ma intellettualmente e culturalmente, in un modo che i fratelli Kennedy mai sono stati, ed entrambi pensavano che la tradizone cattolica fosse in grado di riverberare una luce intellettuale sulle tante perplessità degli americani. Loro lo sapevano, i Kennedy no. Scoprì che Shriver aveva assunto già altri tipo me per giocare questo ruolo. A cui chiedeva di parlargli di Teilhard de Chardin, i gesuiti, Dorothy Day, Madre Teresa, teresa di Lisieux, Danilo Dolci, il cardi-

La mente dei Kennedy Aristocratico, geniale, colto, magnetico, potente, umile. Sargent Shriver era questo e molto di più. Un Democratico con la D maiuscola, ma capace di assomigliare a Reagan di Michael Novak


il paginone

ennedy e figura di spicco della politica Usa. Qui il toccante ricordo di un suo amico Da sinistra, Robert Sargent Shriver Jr. da giovane; assieme al presidente John Fitzgerald Kennedy durante un comizio; nel 1994 con Bill Clinton, che gli diede la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile della nazione. Con la moglie Eunice, la figlia Maria e il genero Arnold Schwarzinegger, suo genero ed ex governatore della California

nal Suhard e molti altri. Shriver amava la vena del pensiero cattolico che mirava a ricostruire un ordine sociale, dare voce ai più bisognosi, confortare i più derelitti. Sentiva che la fede cattolica era capace di cambiare in meglio le società e di rafforzare le fondamenta etiche delle istituzioni. Molta gente è convinta che questa passione arrivasse dal ramo dei Kennedy. Shriver aveva una grande nobiltà d’animo e un profondo rispetto per i Kennedy: mai dalla sua bocca è uscita una critica nei loro confronti. Ma so, perfettamente so, che lui sapeva che quella era solo farina del suo sacco. Serge era un aristocratico, non aveva bisogno di vendicarsi di nessuno.

La sua famiglia aveva portato lo Stato del Maryland ad appoggiare la spinta indipendentista americana, aveva combattuto su entrambi i fronti della guerra civile e servito con successo ogni guerra americana. Molto prima che lui si trovasse coinvolto con la famiglia Kennedy, si era sempre distinto per i successi negli studi (dal college a Yale). Era entrato in Marina dopoYale e diventato un eroe di guerra per un suo intervento decisivo nella battaglia di Guadacanal. Era gentile, attraente, atletico, divertente, magnetico per ogni donna, ballerino eccezionale, un intellettuale di rango e soprattutto un uomo dal grande

istinto e consapevole di essere destinato a qualcosa di importante. Prima di conoscere i Kennedy aveva lui stesso ambizioni politiche, certamente immaginava di poetr diventare governatore o senatore. Ma non escludo che puntasse ancora più in alto. Serge era così: sapeva di poter raggiungere qualsiasi obiettivo si fosse posto.

In troppi sembrano aver dimenticato (ammesso che mai l’abbiano saputo) che Serge è stato sul punto di venir scelto di Lyndon Johnson come vicepresidente al posto di Hubert Humphrey. Johnson lo ammirava moltissimo e sapeva quanto le sue qualità sarebbero state utili a Capitol Hill e quanto una sua scesa in campo avrebbe limitato le ambizioni di Bobby Kennedy. Johnson aveva affidato a Serge il progetto War on Poverty, che permise l’ingresso nel mondo del lavoro a migliaia di persone di colore e cambiò per sempre il peso politico dei neri nella società americana. Se gli Stati Uniti hanno superato la questione razziale, molto lo si deve a lui. Oggi può non significare molto, ma i francesi adoravano Serge come ambasciatore Usa. Andava dappertutto, aveva glamour e cultura e tutte quelle qua-

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fissandolo dritto negli occhi. Non era colpa di Shriver. Stava nascendo un nuovo partito Democratico che non rispettava più la sua base. Per il neo-conservatore che era in me fu la goccia che fece traboccare il vaso e infatti poco dopo io presi un’latra strada. Molte persone, infine, dimenticano che Sarge corse per la presidenza nel 1976. Ancora una volta, come nel 1970 e nel 1972,Teddy ed il suo staff non entrarono mai veramente in partita. Giusto prima del cruciale appuntamento delle primarie in Massachussetts,Ted Kennedy tenne un discorso importantissimo per il St. Patrick day a Boston. C’erano migliaia di persone. Ma lui non citò mai Sarge. Eunice se la prese moltissimo e gli rimproverò di non essersi speso affatto per suo marito che sempre - dicasi sempre - lo aveva invece sostenuto.

Dopo il 1976, Shriver tornò ad occuparsi del sociale, delle opere di carità e di libertà. Mise in piedi un considerevole numero di iniziative per collegare la società civile sovietica al mondo esterno. Tanto da ritrovarsi spiato da vari agenti segreti (una volta uno lo beccò il figlio fuori dalla porta di un albergo). Sono tantissime le istituzioni che Srage contribuì a fondare: dai Peace Corps ai Special Olympics (un’organizzazione dedicata agli atleti affetti dalla Sindrome di Down e che permette loro di partecipare alle attività sportive, ndt.), dai Jobs Corps a War on Poverty e Upward Bound. È stata incredibile la sua capacità di precorrere i tempi. Anche nel modo di immaginare l’impegno della società civile. Molte delle opere di Shriver contengono - a mio giudizio - significativi elementi conservatrici. Certo, anche molti spunti liberali, ma ne sono convinto: anche conservatori. lità che i francesi apprezzano. Nella sua ultima corsa alla vicepresidenza nel 1972, non aveva praticamente speranze. Ma tutti - e dicasi tutti - restarono affascinati e conquistati dalla sua capacità di lottare. McGovern - candidato alla presidenza - ci affidò il compito di “portare a casa” il voto cattolico che Nixon era stato capace di alienare. Andammo a Philadelphia, Pittsburg, Youngstown, Cleveland, Toledo, Detroit, Chicago, Milwaukee, St.Louis. E alla fine la folla

Quando Martin Luther King venne arrestato in Georgia, fu lui a convincere JFK a telefonare alla moglie per offrirle conforto. Tutto lo staff era contrario che si radunava era così entusiasta da averci fatto pensare che la stampa avesse torto, che non tutto fosse perduto. In quell’occasione, ci sfuggì che la gente sì lo amava, ma non avrebbe votato per lui. Niente di personale. Non erano gli anni giusti. Due slogan fecero capolino all’epoca: Amnesty, Acid and Abortion e Women, Blacks and the Young. Slogan che certo non aiutarono la nostra causa. Un pomeriggio si presentò a un comizio un’attivista proaborto con una maglietta che inneggiava all’interruzione di gravidanza. La gente cominciò ad andarsene, un uomo si avvicinò a Shriver e poi sputò a terra,

Sarge era in grado di comprendere il liberalismo repubblicano. Sapeva rintracciare gli elementi di comunione fra i Democratici e i Repubblicani e questo era incredibilmente apprezzato. Sarge non era ideologico. Fra tutti i politci che ho conosciuto, Shriver, soprattutto per la sua affabilità e l’amore per il riso, mi ricorda Ronald Reagan. Entrambi sono stati due fantastici guerrieri. Ed entrambi, profondamente, persone per bene. Continuo a credere che se a Sarge fosse stato permesso di portare nel partito Democratico la sua linfa intellettuale in termini di tasse, lotta alla povertà, welfare e aborto, quest’ultimo avrebbe virato su sponde conservatrici. Paradossalmente, sia nel 1970 che nel 1972 io mi sono ritrovato molto più a sinistra su questi temi, ivi compreso il suo approccio all’economia politica e al mercato. Riguardo all’aborto, lui ed Eunice furono sempre in disaccordo con le prese di posizione del partito. Ma non furono però mai in grado di rompere con esso oppure di insistere affinché la loro voce fosse ascoltata. Ho sempre sperato che Sarge avesse maggiore simpatia per il cosiddetto movimento neoconservatore. Ho sempre pensato che un giorno me lo sarei trovato dalla mia parte. La verità è che Sargent Shriver è stato un grande “D” Democrat, un vero uomo di partito. E lo è stato per tutta la sua vita. Non era per i Kennedy. Era perché lui era fatto così. E oggi, io amo ancora l’uomo che è stato e lo ringrazio per i meravigliosi momenti che abbiamo vissuto assieme. Ha avuto una vita magnifica.


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il vertice usa-cina

L’analisi dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite: «Tematiche traballanti, i due non resteranno molto al potere»

Un incontro tra fantasmi

«Al summit di Washington c’è un convitato di pietra: l’esercito di liberazione popolare cinese, che vale quanto (e più) del Partito» ao Tse-Tung una volta disse che «tutto il potere politico deriva dalla canna di un fucile». Non è ancora chiaro se questa particolare frase della filosofia di Mao sia condivisa dal suo terzo successore, il presidente Hu Jintao, in visita a Washington dal Presidente Barack Obama questa settimana. Piuttosto è assolutamente chiaro che il PLA (People’s Liberation Army, Esercito Popolare di Liberazione) non solo lo condivide, ma lo sta mettendo in atto. Una sistematica espansione degli armamenti strategici nucleari delle capacità di consegna della Cina, una rapida crescita di forze navali sottomarine e di superficie, sostanziosi investimenti in armamenti anti-intrusione e di negazione dell’area come i missili balistici anti portaerei; una quinta generazione di piattaforme di cacciabombardieri, e sofisticate e avveniristiche tecniche belliche sono tutti una prova degli obiettivi operativi del Pla. Gli imprenditori e i leader politici

M

di John R. Bolton

occidentali hanno discusso per anni della Cina come “azionista responsabile” globalmente che gode di una “crescita pacifica”.

Questo è il volto accettabile che il presidente Hu presenterà a Washington. Ma solo perché nell’elenco dei passeggeri del leader cinese non compaiono questi uomini forzuti, non significa che non stanno viaggiando sullo stesso volo. Il partito comunista cinese rimane indiscutibilmente dominante, ed il People’s Liberation Army rimane il suo elemento più potente. Nel corso della visita del ministro della Difesa statunitense, Robert Gates (a Pechino la scorsa settimana) la Cina ha testato il suo nuovo J-20, un prototipo di caccia invisibile. Molti hanno minimizzato alla notizia che il presidente Hu sembrava sorpreso quando Gates ha lanciato il test, e alla spiegazione del leader cinese secondo cui si era trattato di una coincidenza. L’obiettivo del volo del J-20 era mettere in imbarazzo Gates e Obama prima

Sotto tono la bilaterale Obama-Hu: i punti controversi non vengono trattati dai due leader ma dagli sherpa

Un vertice da 600 milioni e poco più utto porta ad attribuire al vertice Cina-Usa un’importanza essenzialmente di facciata. Molti dei nodi che bloccano le normali relazioni fra le due superpotenze non sono stati e non saranno trattati. Ieri la Clinton diceva: «Cercheremo un’intesa con Pechino, per quel che sarà possibile». Una dichiarazione fumosa che fa pensare come nessuno abbia intenzione di sollevare polemiche o creare nuove frizioni. In realtà, l’intenzione di finanziare congiuntamente l’apertura di un centro di addestramento per la sicurezza nucleare, da installarsi in Cina, suggerisce che Pechino e Washington siano davvero alla ricerca di una partnership consolidata. Almeno in questo settore tanto delicato per tutti.Detto questo, è palese l’intenzione dei due governi di non andare oltre la cena di Stato, evento irrinunciabile per i cinesi, e le strette di mano, fondamentali invece per la Casa Bianca. Obama si muove con cautela di fronte al suo creditore più consistente. Dopo la bufera finanziaria, di cui gli Usa subiscono ancora l’onda

T

di Antonio Picasso lunga, il Presidente non se la sente di mettere in discussione gli 82 miliardi di dollari che giungono dall’export Usa in Cina. Tenuto poi conto che, in direzione contraria, il complessivo risulta pari a 344 miliardi. L’aggressività, quindi, non conviene a Washington. Altrettanta circospezione sembra ispirare Hu Jintao. La Cina non si considera al massimo della sua espressione, in qualità di superpotenza economica e soprattutto in termini militari.

Quei 78 miliardi di dollari spesi da Pechino per la difesa - il 2 % del pil impallidiscono di fronte ai 729 miliardi che, a loro volta, arrivano ogni anno nelle tasche del Pentagono e che costituiscono il 4,3% del Pil degli Stati Uniti. Le ambizioni cinesi in questo comparto non sono né aggressive né bellicistiche. Sono più che altro ispirate da una deterrenza strategica, volta a revisionare i rapporti di forza in proprio favore. Pechino non vuole indebolire Washington, ma solo eguagliarla. In que-

sto, sicuramente, l’accordo sul nucleare di ieri è un punto a proprio vantaggio. Osserviamo poi il vertice dalla prospettiva dei due leader. Hu Jintao aspetta di essere sostituito il prossimo anno. Il suo mandato scade nel 2012 e già ora si sa chi ne prenderà il posto, Xi Jinping. Da qui, l’interesse del resto del mondo a entrare in contatto con quest’ultimo. Hu, a suo avviso, preferisce non assumersi responsabilità che poi dovrebbe inoltrare ai suoi successori. Prima di cambiare eventualmente la rotta, la Cina attende il suo nuovo timoniere. Dal canto suo Obama non è sicuro della rielezioni alla fine del mandato il prossimo anno. Se vuole avere la nomination democratica, è meglio affrontare le priorità domestiche, invece che avventurarsi in terreni ostili della politica estera. La Cina per gli Usa è un interlocutore troppo importante per gettarle un qualsiasi guanto di sfida. Ciò non toglie che «adesso Washington deve arrivare a un dunque». Il che significa andare oltre i rapporti economici. A

dirlo non sono solo i repubblicani. Qualche giorno fa, il Council on foreign relations (Cfr) sosteneva che gli Usa di Obama hanno avuto un 2010 ricco di occasioni per poter guadagnare punti sulla Cina. Almeno nell’ambito dei diritti umani e degli equilibri geopolitici.

Il Cfr ha messo in luce l’indolenza di Obama, che avrebbe dovuto sfruttare il caso di Liu Xiaobo (Nobel per la pace) e fare pressione sul governo cinese affinché cominci una politica di riforme. Un’altra opportunità perduta sarebbe quella crisi della Corea del Nord e del Giappone, dopo che quest’ultimo ha rivendicato il suo diritto a una politica di difesa per contrastare la dilagante forza marittima cinese. Perché Washington, invece, non ha fatto pesare il suo potere di influenza in Estremo Oriente? Ecco che quindi la visita di Hu si è ridotta a un accordo di 600 milioni di dollari. Trattasi senza dubbio una boccata di ossigeno importante per la locomotiva statunitense. Un po’ meno se gli Usa vogliono confrontarsi con la sfida globale lanciata dalla Cina.


20 gennaio 2011 • pagina 11

L’intervento dell’unica donna leader del movimento del 4 giugno

«Stop agli aborti forzati, un massacro perenne»

«La politica del figlio unico è una Tiananmen quotidiana, la frontiera da abbattere per dialogare con la Cina» di Chai Ling entre ci incontriamo qui a Washington, in Cina si stanno verificando più di 35mila aborti forzati. Ogni 2,5 secondi viene presa la vita di un bambino; ogni 6 bambine che nascono, una non nascerà mai proprio perché è donna; 500 donne si suicideranno, cinque volte più della media mondiale; 3000 bambine vengono abbandonate agli angoli delle strade e più di 200 fra donne e bambine verranno costrette in schiavitù. L’applicazione brutale e violenta della politica del figlio unico è il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto; è lo sventramento segreto e inumano di madri e figli; è il massacro di Tiananmen che si ripete ogni ora; è un olocausto infinito che va avanti da 30 anni. Nel novembre del 2009, le testimonianze rese dal China Aid di Bob Fu e l’intervento del deputato Smith hanno aperto i miei occhi a questo crimine di massa. Oggi la mia vita è dedicata a interromperlo: vi invito a unirvi alle mie preghiere. Dobbiamo fare in modo che oggi, questa settimana, il mondo intero veda questo crimine e si unisca per fermarlo. Ieri abbiamo celebrato il compleanno di Martin Luther King. Il suo sogno appassionante ha guidato una generazione e il mondo dell’epoca e ridare dignità e valore a tutte le vite umane, di qualunque razza. Oggi, anche noi abbiamo un sogno!

M

gniamo una Cina dove tutti i giovani possano avere una moglie e conoscere la dolcezza di avere un figlio. Sogniamo che ogni madre sia libera dall’incubo di dover vegliare un figlio ucciso, perché i suoi figli sono con lei. Sogniamo un mondo dove gli oppressi possano trovare la libertà e gli esiliati possano tornare a casa. Sogniamo che la giustizia possa scorrere nella società come un fiume, diretta e giusta come un flusso inarrestabile. Sogniamo che Dio benedica la sua terra promessa, che è la Cina e il mondo: basta con le morti e con i lutti; basta con i pianti e con il dolore; il vecchio ordine deve sparire.

Sappiamo che questi sogni diverranno realtà perché le parole di Dio sono vere e degne di fiducia. Presidente Obama, vogliamo ricordare anche le vostre parole che hanno ispirato la nostra generazione: si può fare.Vogliamo applaudire alle parole del Segretario di Stato Clinton, che ha messo i diritti umani nei quattro punti chiave relativi a questa visita. Presidente, Segretario, leader del Congresso: vogliamo incoraggiarvi a dire “Si può fare”a tutti i leader cinesi. Si possono fermare gli aborti forzati e la strage delle bambine. Sappiamo che potete farlo perché il vostro popolo ha parlato: migliaia di persone in America e nel mondo hanno firmato una petizione a voi indirizzata per fermare gli aborti forzati e le sterilizzazini. Sappiamo che potete perché più di 300 persone – uomini e donne, madri e figlie, persino nonne – hanno messo la loro faccia nel programma “Permesso per tutte le donne”. Il nostro lavoro in quel programma dimostra che il cambiamento è possibile. Nelle aree rurali e più povere della Cina - dove il rapporto fra maschi e femmine è di 7 a 3 - 325 famiglie hanno ricevuto un pacco di doni per i neonati, un modo per sostenere l’eventuale nascita di una femmina. Come risultato di questo semplice gesto, la preferenza sessuale nei villaggi scelti è cambiata: le bambine non sono soltanto accettate, ma sono le benvenute. Sappiamo che potete perché, venerdì scorso, una bellissima bambina di tre anni soprannominata “piccolo fagiolo” è potuta tornare a casa dopo essere stata rapita da un giro di trafficanti di esseri umani. Siamo benedetti da un Dio misericordioso che rende possibili miracoli come il ritorno a casa di “piccolo fagiolo”. Speriamo che anche il presidente Hu si renda conto dell’amore di Dio. Oggi, possiamo portare insieme l’amore di Dio alla Cina e al mondo.

Ogni 2,5 secondi viene presa la vita di un neonato; ogni 6 bambine che nascono, una non nascerà mai

Sogniamo un sogno che ridia valore e dignità a tutti i bambini, a tutti i generi sessuali, in Cina e nel mondo. Nel nostro sogno, la politica del figlio unico sarà un ricordo nella Cina di domani. Sogniamo che i bambini possano crescere e divenire fratelli e sorelle, zii e nipotine. So-

della visita di Hu Jintao a Washington? O si è trattato di un segnale alla leadership civile della Cina su chi è realmente al potere? In verità, entrambe le opzioni sembrano possibili.

Sia Hu Jintao che il Pla sicuramente sono consapevoli che la Cina si trova di fronte al presidente americano più di sinistra, meno orientato alla sicurezza nazionale e meno autoritario da decenni. Il che è rilevante perché la Cina sarà pesantemente influenzata dalla sua percezione delle politiche e capacità statunitensi. La stravagante spesa interna di Obama ed il conseguente aumento del debito nazionale americano, hanno favorito la posizione della Cina a discapito dell’America. Infatti, l’unico bilancio che Obama ha dimostrato interesse a tagliare - e lo ha fatto con entusiasmo - è quello destinato al ministero della Difesa. Si percepisce una crescente debolezza quindi, e sarebbe sorprendente se la Cina non continuasse con il suo autoritario programma economico, politico e militare. Così si può prevedere una maggiore discriminazione contro investitori e affari stranieri in Cina, come hanno recentemente lamentato sia le Camere di commercio americane che quelle del Vecchio continente. Si prevedono inoltre ulteriori ingiustificabili rivendicazioni espansive territoriali nelle acque adiacenti all’Asia orientale. Mentre il Pentagono sta tagliando le cedole e sta limitando le sue capacità nucleari nei trattati con la Russia, il Pla sta festeggiando il martedì grasso. Consideriamo ancora due importanti questioni: Taiwan e la corea del Nord. Quando Pechino minacciò Taipei nel 1996 il

presidente Clinton inviò due gruppi da battaglia di portaerei nello stretto di Taiwan, dimostrando l’impegno dell’America alla difesa di Taiwan. Qualcuno, soprattutto a Pechino, crede che Obama farebbe una mossa altrettanto determinata di fronte alla paragonabile belligeranza attuale? Sulla minaccia nordcoreana, intanto, Obama si sta conformando ad un modello ventennale di deferenza statunitense alla Cina, che ha permesso un’evoluzione bellicosa e nucleare di Pyongyang. Certamente, se la Cina percepisse un’America determinata a mantenere la sua posizione dominante nel Pacifico occidentale, e pronta ad affrontare la sua determinazione con risorse di bilancio, abbandonerebbe il suo recente discutibile comportamento. In simili circostanze, relazioni più equilibrate, cooperative e produttive potrebbero far seguito.

D’altro canto, se la Cina è determinata ad aumentare la sua forza militare senza curarsi della posizione di Washington, ancor più a ragione l’America deve spronarsi adesso. La Cina dovrebbe ricordarsi che né Hu Jintao né il Pla dovrebbero dare per scontato che Obama rappresenta veramente l’opinione pubblica americana. Da qui a due anni potrebbe esserci un presidente diverso, pronto a ribaltare il suo programma di passività e declino internazionali. Pechino può certamente trarre beneficio da Obama per adesso, per la sua debolezza sia filosofica che governativa. Ma così facendo, potrebbe risentirne nel futuro, se l’America nel 2012 passerà al livello successivo rifiutando le politiche fallimentari di Obama.


quadrante

pagina 12 • 20 gennaio 2011

Cameron cambia legge successione

Negli Usa sventola il vessillo palestinese

LONDRA. Forse la chiameranno

WASHINGTON. La bandiera pa-

Mary, come la trisnonna paterna, o Carole come la nonna materna. O potrebbero addirittura avere il coraggio di chiamarla Diana. Ma quel che sembra quasi certo ormai, è che se il primogenito del principe William e di Kate Middleton sarà una bambina, sarà lei ad ereditare il trono e a diventare regina. Il premier britannico David Cameron vuole infatti smantellare tradizioni e leggi vecchie di 300 anni e fare in modo che la successione al trono passi sempre al primogenito, anche se femmina, in modo porre fine ad una norma che ai suoi occhi e a quelli della società del 21esimo secolo pare decisamente «discriminatoria». Elisabetta è diventata regina solo perché unica figlia di Giorgio VI.

lestinese sventola per la prima volta all’esterno della delegazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina a Washington. Il vessillo - tre bande orizzontali di colore nero, bianco e verde e un triangolo rosso - ondeggia dal balcone della delegazione, dove è stato issato dall’inviato Maen Rashid Areikat. Dal Dipartimento di Stato, il portavoce Philip Crowley ha voluto chiarire che non significa un cambio di atteggiamento nella politica statunitense in Medioriente. «Da mesi» il governo avrebbe deciso di autorizzare la delegazione e questo non implica secondo Washington un cambio dello statuto giuridico della rappresentanza nel diritto internazionale.

Sudan, sì stravince in 7 stati su 10 JUBA. Continuano ad affluire i dati parziali relativi al referendum della settimana scorsa sulla secessione del Sudan meridionale dal resto del Paese, e confermano una volta di più che i sì all’indipendenza della regione hanno stravinto ovunque. È quanto emerge dallo scrutinio svoltosi in sette Wilayat, o Stati, sui dieci in cui si articola il Sud: si tratti di risultati preliminari, ovvero di semplici tendenze basate sulle proiezioni, i voti favorevoli alla separazione dal Nord hanno oltrepassato la soglia del 90 per cento negli Stati di Equatoria Orientale, Unità, Laghi, Jonglei, Warrap, Bahr al-Ghazal Occidentale ed Equatoria Centrale, dove si trova la capitale regionale, Juba.

È ancora una vicenda legata al capo talebano ad alimentare sospetti e ambiguità sull’Isi, la chiaccherata inteligence pakistana

Servizi doppi a Karachi

Il mullah Omar sarebbe stato operato al cuore con la protezione dell’Isi di Pierre Chiartano

Islamabad nega ogni addebito. L’ambasciatore pakistano a Washington, Husain Haqqani, ha affermato che il rapporto della società privata di intelligence «non ha alcun fondamento. Qualche volta l’intelligence ha ricevuto informazioni che si sono rivelate sbagliate. La storia del mullah Omar rientra in questa categoria»

a leggenda del mullah Omar continua. Il capo dei talebani afghani avrebbe avuto una crisi cardiaca. Quindi sarebbe stato operato a Karachi, con l’aiuto dei servizi segreti pachistani. Lo scrive il Washington Post facendo cadere dalla sedia qualcuno a Langley. L’uso del condizionale, trattandosi del mullah dall’occhio solitario, è d’obbligo visti i precedenti. A luglio dello scorso anno, era stata data per certa la notizia che il capo dei taliban fosse stato arrestato, sempre a Karachi. L’informazione era partita dal blog di un ex funzionario di un’agenzia Usa ed era stata ripresa dai media afghani e pakistani. La popolare emittente afghana Tolo Tv accreditava la notizia. La soffiata veniva poi smentita da un portavoce dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi, contattato telefonicamente dall’agenzia Nuova Cina. Quindi la cautela è di rigore anche in questo caso. Il capo spirituale dei talebani, in fuga dalla caduta del regime integralista nel 2001, avrebbe avuto la crisi cardiaca il 7 gennaio e gli sarebbe stata applicata una protesi vascolare, precisa il quotidiano citando un organismo per la raccolta di informazioni, Eclipse, che in realtà si occupa anche di molto altro.

L

Il fatto che l’informazione sia arrivata da un organismo d’intelligence privata toglie dall’imbarazzo i servizi federali che avrebbero dovuto sapere e non sono stati avvisati dall’Isi, l’Interservice intelligence pakistano che da anni fa il doppio gioco con i talebani, oltre a incassare un mare di soldi da Washington. Alla base dell’ambiguità del comportamento delle barbe finte pakistane nei confronti della lotta al terrorismo talebani, in Afghanistan c’è un concetto e una visione strategica diversa da quella dell’Occidente a guida americana. Islamabad è convinta che la presenza occidentale in Afghanistan non durerà a lungo. Il problema del Pakistan è l’eterna lotta col suo vicino,

da cui prese forma uno dei più popolosi Stati islamici. L’India preoccupa i politici pakistani più di ogni altro problema, più delle pressioni della Casa Bianca e delle minacce della Cia e delle altre agenzie Usa che conoscono bene il problema e tutte le volte che Washington apre i cordoni della borsa sono lì a controllare che l’Isi non li meni per il naso. Una fatica di sisifo, perché il gioco è continuo. Il Paese si trova proprio sulla faglia di confine dei due interessi strategici più importanti del globo. Quello tra Pechino e Washington è ormai un confronto totale e ambivalente. Come di due amanti che controllano continuamente dove il partner tenga il pugnale. Proprio in questi giorni con la

visita di Hu Jintao negli Usa è ancora più chiaro come il “grande gioco” sia oggi quello tra Cina e Stati Uniti. L’ammiraglio Michael Mullen, a capo dei Comandi riuniti Usa, ha affermato che oggi la più grande minaccia alla sicurezza nazionale americana è il debito pubblico, schizzato a oltre 17mila miliardi di dollari. In queste condizioni la Fed deve continuare a stampare dollari e a emettere titoli del Tesoro che fra gli altri, la Cina dovrebbe continuare a comprare. Un favore che gli Usa rischiano di pagare a caro prezzo. La potenza Usa si basa sugli 11 gruppi portaerei con cui controllano i Sette Mari e i choke point vitali per i rifornimenti dei Paesi avanzati. Finché Washington

riuscirà a pagare questo dispositivo militare e non avrà concorrenti sugli oceani, sarà egemone. Il 2011 sarà però anche l’anno in cui Pechino vorrà far debuttare la propria forza navale, con il primo gruppo portaerei. Un piccolo passo certamente, ma Washington non può permettere che Pechino diventi una forza marittima, per la propria sopravvivenza e per quella del sistema liberoscambista. Ma il Pakistan cosa ha a che fare in tutto questo? I suoi porti sono fondamentali - in particolar modo quello di Gadwar - nello scacchiere cinese di futura potenza navale, specialmente in funzione dei grandi interessi che Pechino sta costruendo in Africa e per proteggere le vie di approvvigiona-


20 gennaio 2011 • pagina 13

e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Tunisia, rilasciati i prigionieri politici. Congelati i beni di Ben Alì

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri

TUNISI. Mentre l’Onu denuncia che i morti nelle ultime 5 settimane di violenza in Tunisia sono «oltre 100», la strada del nuovo governo transitorio di unità nazionale resta in salita. I manifestanti sono tornati a protestare per le strade di Tunisi e il sindacato Ugtt ha confermato al premier Mohammed Gannouchi che non entrerà nel nuovo governo perché inquinato da troppe figure “del vecchio regime” del presidente Zine el Abdine Ben Ali. Il premier Mohammed Gannouchi è stato quindi costretto a rinviare di 24 ore la prima riunione dell’esecutivo, prevista per ieri. Ieri, cinque esponenti dell’opposizione si erano ritirati dall’esecutivo e a nulla erano valse le dimissioni di Gannouchi e del presidente Foued Mebazaa dal partito Rcd dell’ex presidente. Intanto le autorità tunisine hanno deciso di ritardare di due ore, dalle 20 alle 22, l’inizio del coprifuoco notturno che termina alle 6 del mattino. Lo ha

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

annunciato la tv di stato, spiegando che la decisione è stata presa in virtù di un «miglioramento delle condizioni di sicurezza». Da Riad intanto il governo saudita ha chiarito che fino a quando Ben Ali sarà loro ospite a Gedda gli è preclusa ogni attività politica legata alla Tunisia. Si stringono anche i rubinetti finanziari per l’ex presidente: dopo la Francia anche la Svizzera ha deciso di congelare i conti correnti di Ben Ali.

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

In alto da sinsitra: il simbolo della Cia, Osama Bin Laden e il marchio dell’Isi. Nell’altra pagina: il mullah Omar mento energetico per la propria famelica industria. Ed è naturale che i rapporti tra Pechino e Islamabad, già intensi, continuino a rafforzarsi, giocoforza a danno di quelli con Washington. Questa situazione pone l’Isi nella posizione di tirare molto la corda con gli americani, costretti spesso a fare buon viso a cattivo gioco. Vedremo se quest’ultimo scandalo sul mullah Omar (ammesso che risulti vero) sarà la goccia che farà traboccare il vaso della pazienza statunitense. Questa è una prima chiave di lettura di una situazione complessa. Una seconda vedrebbe l’intelligence Usa farraginosa e appesantita da una burocrazia ormai elefantiaca, che non le fa più vedere bene obiettivi e valutare al meglio le situazioni.

In un conflitto continuo tra Cia da un lato e Fbi e servizi militari per le operazioni all’estero, dall’altro. Invidie, dispetti e trappole che avrebbero indebolito, nel suo insieme, la struttura di raccolta informazioni più efficiente al mondo. C’è un episodio di qualche anno fa che può essere paradigmatico. Tramite alcune fonti somale, era stato segnalato all’intelligence americana la presenza di bin Laden nel Corno d’Africa, in difficoltà per la necessità di sottoporsi a dialisi. L’informazione non fu ritenuta degna di considerazione salvo poi accorgersi, in un secondo momento, che forse si era persa un buona occasione per mettere le mani

sul ricercato numero uno del globo. La fonte di Eclipse sarebbe un medico dell’ospedale che, naturalmente, ha voluto rimanere anonimo. «Anche se non ero personalmente in sala operatoria, in base a quello che ho sentito e vedendo il paziente in ospedale, il mullah Omar ha avuto una complicazione cardiaca con sanguinamento o piccolo incidente vascolare cerebrale, o entrambi», ha detto il medico. Sempre secon-

Il Pakistan continua a stare in equilibrio tra l’interesse nazionale e quello di due potenti alleati come Usa e Cina, rivali tra loro do la fonte, sembra che il leader talebano abbia subito un danno al cervello e aveva difficoltà a parlare dopo l’operazione. Secondo le informazioni, l’Isi «lo ha portato nell’ospedale di Karachi, dove gli è stata somministrata l’anticoagulante eparina e dove è stato operato». In seguito, «dopo 3-4 giorni di cure post-operatorie nel nosocomio, è stato riconsegnato all’Isi e gli è stato

ordinato di stare a letto a casa per diversi giorni». Il mullah Omar al momento, secondo un’altra fonte, sarebbe convalescente sotto la protezione dell’Isi, i servizi segreti pachistani spesso accusati di doppio gioco in favore dei talebani nonostante il Pakistan sia a fianco della coalizione internazionale nella lotta ai talebani in Afghanistan.

L’ambasciatore pakistano a Washington, Husain Haqqani, ha detto che il rapporto della società privata di intelligence «non ha alcun fondamento». Al Washington Post il diplomatico ha detto che «qualche volta l’intelligence ha ricevuto informazioni che si sono rivelate sbagliate. La storia del mullah Omar rientra in questa categoria». E dire che fino al 2002 la collaborazione tra Isi e Cia aveva portato alla cattura di ben 500 membri dell’organizzazione di bin Laden. Tra loro anche Abu Zubayda considerato allora il numero due di al Qaeda, oppure Ramzi bin al-Shaiba e Khalid Hayk Muhammad direttamente coinvolti negli attentati dell11 settembre 2001. Islamabad garantisce ancora l’utilizzo di strutture militari come la base navale di Pasni, oppure la base area di Shabaz, da dove nel 2002 partì l’operazione Anaconda per la caccia a bin Laden poi Avalanche, Celtic Straw, Eager Dancer, tanto per citarne alcune. Rimanendo in bilico tra interesse nazionale e quelli di due potenti alleati tra loro rivali.

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cultura

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Tra gli scaffali. La nuova fatica di Roberto de Mattei, pubblicata per i tipi di Lindau, ricostruisce le radici (e le conseguenze) dello storico evento

La “primavera” mancata È possibile riscrivere la storia del Concilio Vaticano II per comprenderla rettamente e con onestà intellettuale? di Luca Galantini ell’ormai storico libroRapporto intervista sulla fede del giornalista e scrittore cattolico Vittorio Messori, il futuro Papa Benedetto XVI, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, esponeva con disincanto le sue riflessioni sul plumbeo inverno calato sulla Chiesa nella stagione storica seguita al Concilio Vaticano II.Siamo nel 1985.

N

Il Concilio Vaticano II, svoltosi tra il 1962 ed il 1965, aveva suscitato grandi diversificate speranze ed aspettative nel mondo cattolico; dal confronto con la modernità il Cristianesimo avrebbe potuto far sorgere una nuova primavera, secondo quella teologia e filosofia che vedeva nel Vaticano II un rivoluzionario “evento” fondante una nuova Pentecoste. Purtroppo qualcosa è andato storto: da Paolo VI a Giovanni Paolo II, fino al S. Padre Benedetto XVI, tutti i successori al Soglio di Pietro hanno evidenziato che la “giornata di sole” che ci si attendeva dopo il Concilio è stata seguita da un periodo buio e tempestoso - come affermò Papa Montini - che ha condotto ad una vera e propria “apostasia silenziosa”, secondo le parole di Karol Woityla. In quell’intervista contenuta nel libro di Messori, Papa Benedetto XVI così proseguiva: «…È incontestabile che gli ultimi vent’anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di papa Giovanni XXIII e poi di Paolo VI... I Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che - per usare le parole di Paolo VI - è sembrato passare dall’autocritica all’autodistruzione…». Insomma un processo di decadenza genera-

le della Chiesa, quasi un inarrestabile “cupio dissolvi” i cui punti dolenti erano polarizzati da Messori nella crisi della fede, della morale, della pratica religiosa e nella riduzione dei sacerdoti a epigoni di un’agen-

scere come purtroppo da quel Concilio Vaticano II sia sorto un “litigio”, tra due distinte interpretazioni - concretamente tra due visioni inconciliabili della Chiesa nel suo confronto con la modernità dei tempi storici.

Bisogna attenersi con rigore d’indagine alla strada tracciata da Benedetto XVI attraverso il monito rivolto alla Curia romana nel 2005

Appare dunque assai temerario voler eludere il tema del “vulnus”, della confusione dottrinale, della crisi di fede del popolo di Dio e di identità del clero prodottasi all’interno della Chiesa nella prassi seguita al Concilio Vaticano II; vulnus che il richiamo ad una necessaria ermeneutica della continuità invocata dal S.Padre al fine di superare la ferita stessa - è riconosciuto e provato autorevolmente. Rubando le parole del card. Caffarra al convegno teologico all’Università Lateranense nel marzo 2010, l’ermeneutica della continuità presuppone molto semplicemente il permanere della stessa identità della Chiesa all’interno del suo cambiamento storico dei tempi. La continuità quindi è un processo necessario ad ogni organismo vivente, pena la morte. Ciò accade anche in quell’organismo vivente che è la Chiesa: essa permane, vive e

zia umanitaria ispirata ad una cristianità profana, tutta dedita ad un “mantra”ideologico della pace, della giustizia e dell’amore per la natura, ma sempre meno disinteressata al rapporto di carne e sangue che lega il Cielo alla Terra, e che dà il senso ultimo delle cose alla vita dell’uomo.

Alla luce di questo breve excursus si deve necessariamente collocare il celebre discorso sull’“ermeneneutica della continuità” di Benedetto XVI fatto alla Curia Romana nel Natale del 2005, in cui il S. Padre, ha voluto esplicitamente ricono-

si nutre solamente nella misura in cui non contesta il Principio che l’ha costituita, la verità del Vangelo per cui Dio esiste e si è fatto uomo in Cristo, senza

A fianco, un’immagine del Concilio Vaticano II (aperto da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 e chiuso da Paolo VI l’8 dicembre 1965). Sotto, lo storico Roberto de Mattei e la copertina del suo libro “Il Concilio Vaticano II - Una storia mai scritta” (Lindau). A destra, Joseph Ratzinger e le due monete emesse nel 1963 in occasione del Concilio Vaticano II

conflittuali rivoluzionarie “fughe in avanti”, rotture con la tradizione secolare della continuità dei fedeli in Cristo da Pietro in poi, ed improbabili “eventi” fondativi a scadenza comandata. Il tema di una corretta equilibrata interpretazione del Concilio Vaticano II dunque è benvenuto e necessario proprio perché travalica gli aridi tecnicismi degli addetti ai lavori, dei teologi e filosofi, dei giuristi canonisti, per interessare direttamente il cuore della fede dei semplici, la fede del popolo di Dio che tanto sta a cuore a Papa Benedetto XVI.

Non stupisce quindi che la recentissima pubblicazione del libro dello storico Roberto de Mattei Il Concilio Vaticano II Una storia mai scritta per i tipi di Lindau editore, abbia sollevato tanto clamore, dibattito ed attenzione, non sempre benevola e disinteressata in verità, a distanza di 45 anni dalla conclusione di quello che - per la storiografia “monoliticamente ermeneutica” (absit inuiria verbis) della Scuola di Bologna del Prof.Alberigo - è stato un evento storico radicalmente innovativo, che ha innescato un processo rivoluzionario, nella forma e a cascata nei contenuti, di discontinuità con la Chiesa preesistente e con l’assemblea dei fedeli in Cristo. Va da sé che la tesi dello storico Alberigo - nel mare tempestoso degli anni di piombo del post-Concilio - si sia legittimata

come la chiave di volta interpretativa di un filone di pensiero “progressista” del Vaticano II secondo il quale le cause della crisi religiosa così ben delineata da Joseph Ratzinger vada addebitata alla mancata integrale comprensione e applicazione dei documenti dei Padri conciliari.

Tesi assai stiracchiata - osserva Roberto de Mattei - se è vero che lo stesso Benedetto XVI abbia evidenziato come ogni chiave di lettura del Vaticano II in termini di discontinuità e di denuncia della mancata applicazione dello spirito intimo dei testi conciliari, rischi di finire in una rottura tra Chiesa pre-conciliare e postconciliare, a favore delle più estrose attribuzioni di valore di nuova Costituente all’evento svoltosi 45 anni orsono in seno alla Chiesa. Dunque il “conflitto ermeneutico” denunziato dal S.Padre è l’inganno, la palude che va bonificata proprio perché vorrebbe far apparire lo spirito della Chiesa post-conciliare non pienamente realizzato in quanto ancora oggi appesantito da uno sgradevole fardello che non riesce a scrollarsi di dosso; ovvero le cose vecchie e oramai inutili precedenti al Concilio? In realtà de Mattei - con limpidezza e acribia che dovrebbe essere propria di tutta la storiografia - non cede alla tentazione di abbassare la questione della corretta interpretazione del Concilio Vaticano II secon-


cultura

20 gennaio 2011 • pagina 15

definitivo chiarimento sul contenuto teologico dei messaggi conciliari; come don Nicola Bux, sacerdote, esperto di liturgia, consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, che sottolinea come la riforma liturgica voluta da Benedetto XVI - attraverso la valorizzazione della Messa in latino secondo il rito pre-concilare di S.Pio V, la centralità della croce sull’altare, il recupero di paramenti antichi e solenni accanto a quelli moderni, la distribuzione della comunione in ginocchio - vadano in senso esattamente contrario a quella errata interpretazione del Concilio all’insegna della frenesia di rottura, di rivoluzione dottrinale, liturgica, sperimentalista.a cui tanti preti e laici hanno ceduto con approssimazione.

do la stantia riduttiva logica dialettica della contrapposizione tra progressisti e reazionari, tra pre-Concilio e post-Concilio, ma con la lente dell’entomologo va a enucleare le evidenti, palesi discrasie, aporie che si appalesano al momento di inserire e comprendere correttamente i testi conciliari, sia in una logica della continuità che secondo le sedimentate tesi della discontinuità di Alberigo.

Perché, si chiede l’autore, se la corretta interpretazione del rinnovamento della Chiesa deve essere intesa nel senso della continuità con la tradizione pre-conciliare dal Vaticano II ad oggi è accaduto che addirittura due interpretazioni del Concilio come elemento di “rottura”- l’una progressista, che si è avvalsa della simpatia dei mass-media e si parte dei nuovi teologi, l’altra intransigentemente tradizionalista, venata dalle derive levebriane, abbia-

no litigato tra loro? È ipotizzabile che vi siano irredimibili ambiguità, chiariscuri, ambivalenze nei testi dei Padri conciliari, al punto da ingenerare la tentazione che un Concilio - da pastorale quale fu sempre definito ufficialmente - potesse incautamente essere presentato come dottrinale e definitorio su alcuni temi nevralgici per il fedele come la liturgia, la dottrina sociale, il ruolo del clero? La stessa rappresentazione celebrativa del Concilio Vaticano II come “evento” nuovo nella forma, massmediatico, immaginifico - indipendentemente quindi dal contenuto delle riflessioni conciliari - è sufficiente a giustificare e legittimare le interpretazioni volte ad una rottura storica con il passato preconciliare?

O piuttosto l’evento conciliare non è divenuto oggetto di una lettura interpretativa ermeneutica di rottura perché

storicistica, vittima del contesto temporale e ideologico in cui si è svolto, favorendo una deriva verso le illusioni del primato laicista e relativista della prassi, che ha oggettivamente suggestionato per anni una parte consistente del mondo cattolico, molto debole al fascino delle ideologie mondane, del moralismo insito nella parabola delle fallimentari fedi secolarizzate, come il marxismo allora ed il pacifismo e l’ecologismo oggi? In effetti lo storico de Mattei si premura di sottolineare come sia assai arduo - se non improbabile - separare la lettura e l’interpretazione dei testi dei Padri conciliari dalla carica innovativa “massmediatica” diremmo oggi, di cui fu caricato l’evento.

È necessario attenersi con rigore intellettuale alla strada tracciata da Benedetto XVI attraverso il monito rivolto alla Curia romana nel 2005. L’ermeneutica della continuità significa sic et simpliciter che non può esservi rottura tra ciò che la Chiesa ci ha insegnato amorevolmente prima e dopo il Concilio Vaticano II. de Mattei - come storico - coraggiosamente non si sottrae ai quesiti che inevitabilmente si pongono di fronte a tale vexata quaestio.

Ed è in ottima compagnia, se si ha la sensibilità intellettuale di soffermarsi sulle riflessioni che pongono autorevoli teologi e studiosi di Chiesa come mons. Gherardini, Decano della Lateranense, che invoca un’opera di

Oppure come mons. Negri, Vescovo di Rimini Montelfetro, il quale ha lucidamente sottolineato come l’opera di de Mattei tocchi il tasto dolente della progressiva “socializzazione della liturgia”, cioè dello svuotamento della sacralità della Messa divenuta spesso un modesto evento sociale da associazione filantropica. Certamente le reazioni alla pubblicazione del libro di de Mattei sono indice del livello strategico della questione posta dall’autore: più si dimentica la fede, più cresce il dubbio sulla verità del vangelo, più cresce il moralismo, l’interesse per le ideologie politco-sociali salvifiche. Non sono un buon segno le scomposte, virulente reazioni lette sulle pagine di alcuni giornali. La verbosità aggressiva, apodittica, a tratti intollerante colta sulle pagine del Corriere della Sera rimandano a tristi periodi di furori ideologici che grazie alla Provvidenza la società ha quasi del tutto eliminato e sono indice di assai scarsa caritas cristiana. Non convincono nemmeno talune curiali pindariche interpretazioni all’insegna della sociologia che cercano di salvare capra e cavoli, ignorando de facto la portata della storia del Vaticano II e le riflessioni di Benedetto XVI sulla necessità di un’ermeneutica della continuità per il bene comune del popolo di Dio. Proprio un libro necessario quello di de Mattei: riscrivere la storia del Concilio Vaticano II per comprenderla rettamente, con onestà intellettuale e fede sincera. Magari oltre la vulgata degli illusi guardiani di una rivoluzione culturale di cui la Chiesa ed il popolo di Dio non sentono necessità.


ULTIMAPAGINA La legge (a rischio bocciatura) sull’obbligo dell’indicazione d’origine per i cibi

Tutti a tavola, ma senza di Alessandro D’Amato ra sapremo con esattezza dove è nato il broccoletto che stiamo mettendo in bocca, avremo l’assoluta certezza che la patata che stiamo friggendo è stata colta in un paese dell’Unione europea oppure no, e conosceremo a menadito gli ingredienti del biscotto che inzuppiamo nel latte a colazione. Il tutto grazie a una legge a fortissimo rischio di bocciatura, ma che farà felici i seguaci dello slow food. Un paio di giorni fa la Commissione agricoltura della Camera ha votato all’unanimità il ddl 2260: tutti i prodotti alimentari dovranno possedere la propria etichetta d’origine. Adesso è dunque obbligatorio, secondo i politici, indicare la provenienza dei cibi, trasformati e non, in ogni fase della produzione. Nell’etichetta è obbligatorio indicare anche l’eventuale presenza di Ogm. Prima che la legge diventi attuativa a tutti gli effetti sono necessari decreti attuativi per ogni prodotto, filiera per filiera, ma poi le etichette d’origine dovranno essere presenti su ogni prodotto, non solo su uova, latte fresco, carne bovina, carne di pollo, passata di pomodoro, olio extra vergine di oliva e miele, come è stato finora in Italia.

O

L’approvazione definitiva del testo è stata festeggiata da migliaia di agricoltori che si sono riuniti in piazza Montecitorio a Roma. Gli agricoltori hanno offerto ai parlamentari una salsiccia lunga 100 metri, mentre la Coldiretti ha spiegato che si tratta di una misura importante per la sicurezza alimentare visto il moltiplicarsi di emergenze sanitarie che si diffondono rapidamente in tutto il mondo per effetto degli scambi. La legge prevede che per quanto riguarda i prodotti non trasformati, il luogo d’origine riguarda il Paese di produzione; per quelli trasformati dovranno invece essere indicati il luogo dell’ultima trasformazione sostanziale e quello di coltivazione o allevamento della materia prima agricola prevalente utilizzata. Per chi immette in commercio prodotti privi dell’indicazione d’origine è prevista una

ETICHETTA sanzione fino a 9.500 euro. «Con l’indicazione d’origine, l’agroalimentare made in Italy recupera 13 milioni di euro al giorno», dichiara il presidente della Cia, Giuseppe Politi: è «una vera garanzia» grazie alla quale la filiera nazionale «si riappropria di un valore economico ingiustamente sottratto pari a oltre 13 milioni di euro al giorno». Ma da parte degli esperti c’è grande scetticismo intorno a un provvedimento che potrebbe rivelarsi inutile. Il rischio, infatti, è che l’Europa bocci l’iniziativa italiana, in contrasto con la “direttiva etichettatura 2000/13/CE che prevede l’indicazione dell’origine solo a titolo volontario per la generalità dei prodotti, mentre per altri - tra cui orto-frutta, carni bovine e di pollo, uova, miele, prodotti ittici freschi - tale indicazione è già obbligatoria. Il rischio è che questa legge faccia la stessa fine della 204/2004, quando il legislatore italiano provò a introdurre l’obbligo di citare l’origine delle materie prime sulle etichette di tutti i prodotti alimentari. Già in quel caso la Commissione europea, rilevata l’incompatibilità della norma con quella comunitaria, diffidò l’Italia dall’applicarla. Lo spiega bene sul suo sito Dario Dongo, responsabile politi-

che regolative di Federalimentare ed esperto del blog IlFattoAlimentare.it: «Perché gli esponenti di tutti i gruppi politici insistono nel portare avanti leggi che, come tutti ben sanno, non potranno venire applicate poiché in palese contrasto con le norme europee e internazionali? E perché poi esporre con tanto entusiasmo l’Italia al dileggio e ai costi di una procedura d’infrazione comunitaria? Tra l’al-

Da noi è stata votata all’unanimità, due giorni fa, dalla Commissione agricoltura della Camera, ma in realtà è in netto contrasto con una direttiva europea che la prevede solamente a titolo volontario tro, il 20 gennaio 2010 il governo italiano aveva già notificato a Bruxelles il progetto normativo all’origine di questa legge, scatenando le reazioni critiche di Germania, Austria, Spagna e Francia a cui l’Italia non è stata in grado di rispondere (come invece avrebbe dovuto fare, secondo la procedura stabilita nella dir. 98/34/CE)».

«La Commissione europea aveva perciò intimato all’Italia di sospendere i lavori su questo disegno di legge, anche in considerazione del fatto che l’intera materia dell’informazione al consumatore relativa ai prodotti alimentari è in corso di riforma a livello europeo. E dunque, prima di ipotizzare nuove normative nazionali o regionali, è indispensabile verificare i limiti che a tali normative saranno imposti anche dal nuovo regolamento, il quale tornerà nei prossimi mesi all’esame del Parlamento europeo».


2011_01_20