Page 1

00915

di e h c a n cro

Il futuro è l’unica proprietà che i padroni concedono liberamente agli schiavi

9 771827 881004

Albert Camus di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 15 SETTEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Napolitano applaude la decisione del Cavaliere di allontanare le elezioni anticipate. «Ma contro di me polemiche sgarbate»

Il supermercato è fallito L’Svp, i lombardiani e i cuffariani: una pioggia di smentite fa naufragare il gruppo annunciato dal duo Berlusconi-Nucara. Un’altra prova di dilettantismo mentre l’Italia è senza governo COMPRAVENDITE

Perché non bastano i cinque proposti dalla maggioranza

Un’ennesima coltellata alla politica

Serve il sesto punto: un nuovo patto costituzionale

di Paola Binetti ncora una volta il Paese è chiamato a interrogarsi sulla questione etica e a chiedersi senza falsa ipocrisia se davvero siamo sull’orlo di un disastro etico! Un disastro che ha un nome difficile da pronunciare senza che resti l’amaro in bocca, una sorta di malattia contagiosa, progressiva e almeno apparentemente incurabile. Stiamo parlando di corruzione, come forma invasiva di un male che debilita il nostro Paese creando dei conflitti di interesse molto pesanti. a pagina 5

A

Oggi «question time» alla Camera

Il pasticcio libico: Maroni smentito dai pescatori «Altro che incidente, sapevano a chi stavano sparando» dice il capitano del peschereccio. Casini chiama in Aula Frattini mentre la Cei attacca: «L’esecutivo ormai è inerte»

di Riccardo Paradisi

ROMA. I responsabili sono stati un po’ irresponsabili. Il due BerlusconiNucara non solo non arriva ai venti deputati annunciati l’altra sera in pompa magna, ma forse nemmeno a dieci. Perché ieri una pioggia di smentite (Svp, lombardiani, cuffariani) hanno fatto fallire il supermercato. a pagina 2

Parla Piero Ostellino

Parla Giorgio La Malfa

«Ormai siamo alla fine dell’Impero»

«Attenti, il premier sta bluffando»

«Berlusconi dovrebbe dire «Il Cavaliere cerca sostegno perché non è riuscito prima per il Lodo e poi a fare le riforme promesse» per evitare governi tecnici»

Francesco Lo Dico • pagina 8

Franco Insardà • pagina 3

Errico Novi • pagina 4

di Francesco D’Onofrio iamo in tanti a sostenere che in tutte le democrazie occidentali contemporanee – che si tratti sia di monarchie sia di repubbliche; sia di sistemi parlamentari, sia di sistemi presidenziali, sia di sistemi semi-presidenziali, sia di sistemi di cancellierato – vi è una distinzione, anche formale, tra valori istituzionali fondamentali condivisi e maggioranze di governo. Si tratta di un’affermazione del tutto condivisibile, della quale peraltro non riusciamo ancora a trovare un vero e proprio bandolo della matassa in quella che chiamiamo la Seconda Repubblica. In tutto il tempo della Prima Repubblica, infatti, vi era una distinzione sostanziale tra il Patto costituzionale originario e le intese politiche, che avevano dato vita di volta in volta alle maggioranze di governo. segue a pagina 2

S

Tra Roma e Tripoli qualcosa non funziona

L’analisi. Il disavanzo è salito a 1.838,29 miliardi. E scendono le entrate fiscali

Non serve lo schioppo per difendere le spigole

Operazione Sviluppo: come farcela Nuovo record per il debito pubblico: serve una svolta

Andrea Margelletti primo ha raggiunto quota: 1.838,296 miliardi di euro. L’incremento, rispetto al mese precedente, è stato dello 0,8 per cento. Qualcosa in più rispetto a maggio. Nei confronti della fine del 2009, il salto è stato più consistente, con una percentuale del 4. La seconda brutta notizia è sul fronte delle entrate tributarie. a pagina 6

di Gianfranco Polillo paratoria nel golfo della Sirte. Nonostante le feste ricevute e i caroselli coi cavalli berberi, qualcosa continua a non funzionare tra l’Italia e la Libia. L’episodio dell’altro ieri non può essere semplicemente considerato uno spiacevole incidente. Certo, i confini sono i confini e il diritto internazionale non varia a seconda di chi lo vuole interpretare o piegare per i propri interessi.

S

segue a pagina 8

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

on è stata una giornata facile per l’economia italiana. Una batteria di dati ne confermano la fragilità, in una crisi più generale che è ancora lontana dalla parola fine. La prima doccia scozzese è venuta dalla Banca d’Italia: cresce il peso del debito e diminuiscono le entrate. Nel mese di luglio il

N

• ANNO XV •

NUMERO

179 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


l’analisi

prima pagina

Oltre i cinque presentati dalla maggioranza

pagina 2 • 15 settembre 2010

Sesto punto, un Patto costituzionale di Francesco D’Onofrio segue dalla prima Questa distinzione è stata vigente dall’indomani della seconda guerra mondiale fino al 1992: il Patto costituzionale originario era infatti il Patto del Cln, mentre le intese politiche avevano dato vita sia ai governi centristi del periodo 1948-1958, sia ai governi di centrosinistra del periodo che va dal 1963 al 1976. È infatti dal tempo dei governi di pentapartito, che vanno dal 1983 in poi, che si entra sostanzialmente nella crisi della distinzione tra Patto costituzionale e Accordi politici di governo, come dimostra anche la tormentata vicenda della Bicamerale De Mita prima, e Jotti poi.

Dall’inizio della Seconda Repubblica, infatti, non siamo ancora riusciti a trovare un sistema complessivo e universalmente accettato, in virtù del quale si possa distinguere il Patto costituzionale dall’Accordo di governo. Abbiamo sperimentato infatti la formale distinzione della ricerca delle riforme costituzionali da un lato, e la formazione di una maggioranza di governo dall’altro, come avvenne nella seconda metà degli anni Novanta, con la distinzione tra la Bicamerale D’Alema da un lato e il governo Prodi dall’altro. Abbiamo sperimentato, in seguito, la coincidenza nello stesso soggetto politico di riforme costituzionali e maggioranze di governo, come è avvenuto nel 2001 da parte del centrosinistra e nel 2005 da parte del centrodestra, allorché la stessa maggioranza ha dato contemporaneamente vita a profonde riforme costituzionali e alla gestione quotidiana degli affari di governo. Siamo oggi in presenza della difficoltà di trovare una soluzione adeguata a questo problema, che resta il problema essenziale della nostra vita politica ed istituzionale. Occorre un nuovo equilibrio costituzionale sia per quel che concerne l’assetto territoriale dei poteri pubblici, sia per quel che concerne il sistema politico-istituzionale visto nel suo insieme: da una parte questo nuovo equilibrio si traduce sostanzialmente nella ricerca, ancora faticosa, di un federalismo capace di tenere insieme Nord e Sud dell’Italia; dall’altra parte questo nuovo equilibrio costituzionale concerne il rapporto tra parlamento e governo, e quindi tra rappresentanza parlamentare e accordo politico di maggioranza. Questo nuovo equilibrio concerne anche il tormentato rapporto tra magistratura e potere politico: nazionale rimane e deve rimanere il potere giurisdizionale, pur in un sistema tendenzialmente federale; la sovranità del popolo a sua volta deve poter contemporaneamente concorrere ad eleggere i parlamentari nazionali ed a consentire una stabile funzione di governo. Questo nuovo equilibrio costituzionale non è stato ancora trovato, come dimostra il perdurare di una grande ambiguità sul tema del federalismo da un lato, e dell’autonomia della magistratura dall’altro.Vi è da augurarsi che in vista dell’imminente dibattito parlamentare sul governo Berlusconi si possa trovare un’intesa di fondo almeno sulla necessità di distinguere Patto costituzionale da un lato e Accordi di governo dall’altro. Si sente molto parlare dei cinque punti di programma ma purtroppo per nulla della distinzione tra Patto costituzionale e Accordo di governo: l’iniziativa spetta certamente al governo, che peraltro parla di federalismo ma non anche di nuovo sistema elettorale; le opposizioni, a loro volta, devono rendere compatibile la giusta richiesta di una nuova legge elettorale con la disponibilità a lavorare anche con le forze politiche di maggioranza per un nuovo assetto costituzionale complessivo, magistratura compresa. Si tratta di un’impresa molto difficile, ma certamente non impossibile.

il fatto Mentre Napolitano applaude la rinuncia al voto anticipato

È appassita la rosa dei venti Il duo Berlusconi-Nucara non raggiunge la fatidica soglia che aveva annunciato. Una pioggia di smentite mette in dubbio perfino che si possa arrivare a dieci di Riccardo Paradisi

ROMA. «Il ricorso al popolo non è un balsamo per ogni febbre», dice il presidente Giorgio Napolitano da Salerno, rallegrandosi in fondo che sia stata siglata una tregua tattica interna alla maggioranza per proseguire la legislatura. Napolitano mostra addirittura «apprezzamento per la volontà manifestata da Berlusconi di andare avanti con l’attività governativa» ma alla carota del riconoscimento fa seguire il bastone del rimprovero: «Mi si è premurosamente spiegato – dice con una punta polemica il capo dello Stato – come il ricorso al popolo, ovvero alle urne, sia il sale della democrazia e si è mostrato stupore per il fatto che il presidente della Repubblica non apparisse pronto, con la penna in mano, a firmare un decreto di scioglimento delle Camere. Ma chi invoca simili cose, trascura il valore della stabilità». La vita di un Paese democratico, è il pensiero del Colle, deve insomma essere ordinata secondo delle regole per potersi svolgere in modo fecondo. «E tra le regole vi è quella di una durata prestabilita delle legislature parlamentari, per il tempo considerato necessario, in genere cinque anni, a cercare e definire soluzioni anche a problemi complessi e di non breve periodo». Un altro messaggio Napolitano lo ha inviato anche alla Lega affrontando il tema dello sviluppo del Mezzogiorno e del suo rapporto con il resto del Paese, invitando a non giocare con le parole quando si evoca il ”federalismo solidale” «Non ci si può abbandonare a immagini fuorvianti e spesso caricaturali del Sud» anche perché «gli spazi di crescita sono più

al Sud che al Nord». Lo Stato «deve fare molto di più per il Mezzogiorno» ed è «indubbio che ci debba essere più coordinamento e più regia a livello nazionale». Quello che davvero conta infine sottolinea il presidente della Repubblica è l’Italia: «Non c’è rissa politica che possa oscurare i problemi del Paese, ora conta andare verso una stagione di più lungimirante e produttivo confronto su grandi questioni sociali e di sviluppo futuro del Paese».

Intanto che arrivi questa stagione il confronto politico si gioca sulle trattative per attirare parlamentari nell’orbita berlusconiana. Un obiettivo che si annuncia più difficile di quello che il premier aveva presentato, parlando di 20 deputati già acquisiti che avrebbero messo al sicuro da ogni sorpresa l’esecutivo. Vediamo. Degli avvicinati – a parte il segretario dei repubblicani Francesco Nucara, che ha già dato la sua disponibilità al gruppo di responsabilità nazionale – non ce n’è uno che non faccia il difficile, non sollevi obiezioni di metodo, non voglia vederci insomma più chiaro. I Liberaldemocratici valuteranno i punti programmatici del Governo per decidere se votare la fiducia, ma smentiscono di essere stati contattati per la formazione del nuovo gruppo. Italo Tanoni, coordinatore nazionale della formazione, precisa: «Circa due mesi fa abbiamo incontrato il presidente del Consiglio. In tale occasione il premier ci ha illustrato la difficile situazione del Paese, chiedendo al nostro partito sostegno per il suo Governo. I Liberal Democratici si sono riservati di valutare tale richiesta nelle opportune sedi di partito, scelta che avverrà prima che il


l’intervista

«Adesso siamo alla caduta dell’Impero» Piero Ostellino paragona la situazione italiana alla fine dei grandi dominii mediterranei di Franco Insardà

ROMA. «Siamo un Paese decrepito che sta morendo, nel quale la classe politica pensa soltanto a sopravvivere: in questo modo moriranno loro e l’Italia. Così come è finito l’impero romano e e altre grandi civiltà del Mediterraneo sta finendo anche quella europea e noi che siamo l’anello più debole decadiamo prima, perché la politica non è in grado di organizzare istituzioni che funzionano». Piero Ostellino fotografa così l’attuale situazione politica e le trattative per formare un nuovo gruppo parlamentare a sostegno del governo. Direttore, siamo al mercato delle vacche? Non è sicuramente una cosa approvabile, anzi è parecchio disdicevole. Certo il mondo della politica non è il mondo degli angeli, così come la terra degli uomini non è il paradiso. Si tratta, però, di trovare delle regole, non per impedire il mercato, ma per evitare che ci possa essere. Quali potrebbero essere? Un sistema parlamentare più vincolante per gli eletti. Il passaggio da un gruppo parlamentare all’altro, la nascita di coalizioni all’interno del parlamento avevano un senso nella Prima repubblica. Perché? Le ragioni erano molteplici. Prima di tutto a governare erano sempre le stesse coalizioni formate dai partiti anticomunisti. C’era, cioè, un bipartitismo imperfetto con un Partito comunista che non poteva mai andare al governo e gli altri che, a rotazio-

ne, formavano delle coalizioni. L’altro aspetto? Questo sistema consentiva la nascita di governi di transizione che permettevano alla maggioranza anticomunista di ricompattarsi, senza escludere il consociativismo più o meno palese. Infine questo bipartitismo imperfetto scongiurava che l’opposizione, sconfitta alle elezioni, andasse al governo. Oggi invece? Tutte queste condizioni non ci sono più e l’alternanza al governo è pos-

Berlusconi dovrebbe avere il coraggio di chiarire in Parlamento come mai non è riuscito a realizzare le riforme promesse

sibile e praticabile. Il motivo per il quale nel passato si facevano i governi tecnici e di transizione non sussiste più, oggi sarebbero un vulnus della sovranità popolare. Che cosa bisognerebbe fare? Creare le condizioni per massimizzare che la sovranità popolare appartiene al popolo e il suo esercizio ai suoi rappresentanti, vincolati dal voto. Con questi principi il mercato delle vacche parlamentare dovrebbe essere meno praticabile. Non dovrebbe esistere un codice etico per gli iscritti ai partiti? Le codificazioni non hanno rile-

Presidente Berlusconi venga ad illustrare i punti programmatici del suo Governo alla Camera». Si prende tempo insomma. Ma anche tra i rutelliani dell’Api tentati dalla responsabilità nazionale si traccheggia: Massimo Calearo dice che «quello che conta è che si eviti il voto: nessuno lo vuole, me lo dicono i miei colleghi imprenditori». E per l’impresa italiana Calearo si dichiara disponibile a sostenere il governo se il premier Silvio Berlusconi mostrerà di avere idee chiare e un progetto valido per il Paese. Ma – specifica Nucara – senza cambiare gruppo. Anche Saverio Romano, coordinatore regionale dell’Udc, è disposto a dare una mano, ma anche lui vuol capire, vuol vedere e soprattutto non ha intenzione d’andarsene dal suo gruppo: «Non conosco l’onorevole Nucara, non so cosa stia facendo, faccio tanti auguri a lui e al suo gruppo dei 20, la nostra è una battaglia che si gioca tutta interna all’Udc per stabilizzare una linea politica che negli ultimi tempi sembra essere un po’ troppo ondivaga. Sono invece molto interessato a quello che dirà Silvio Berlusconi posto che con buon senso ha ritenuto di venire in Parlamento». Romano si dice comunque confortato dalle parole di Napolitano. «Il Paese non ha bisogno di elezioni ma, al contrario, di un rinnovato senso di responsabilità tra maggioranza ed opposizione».

vanza dal punto di vista politico, quello che vale è il giudizio dell’elettore. I codici etici lasciano il tempo che trovano, perché dove c’è libertà si massimizza anche il senso di responsabilità che. invece, è venuto meno. L’etica attiene alla coscienza individuale, non può diventare un codice collettivo. Lega e Pdl accusano di tradimento del mandato popolare chi lascia la maggioranza, ma vale anche per chi si sosterrà il governo? Queste accuse non hanno senso, perché, come recita la nostra Costituzione, in un regime parlamentare le maggioranze possono cambiare. Però è un sistema istituzionale che non regge più, perché è vecchia. È nato quando c’era ancora il pericolo di un ritorno al totalitarismo, oggi c’è alternanza di governo, senza il pericolo che il sistema politico possa essere compromesso. Questo ricercare altri parlamentari è un punto di forza o di debolezza per Berlusconi? Sono problemi suoi. Personalmente preferirei che si andasse elezioni, piuttosto che avere una maggioranza raccogliticcia. Fino a ieri molti erano favorevoli alle elezioni anticipate, oggi invece... Hanno tutti paura di perderle e quindi stanno cambiando idea. La politica è fatta di opportunismo e di cambi repentini di opinione. Come se ne esce? Il presidente Berlusconi dovrebbe avere il coraggio di andare in Parlamento per chiarire come mai, da quando è sceso in politica, non è riuscito a realizzare le riforme pro-

Parlamento. Qui no: si chiama gruppo di responsabilità un gruppo che nasce per puntellare una maggioranza che traballa. La nostra responsabilità e’ verso il Paese, questi invece la intendono verso Silvio Berlusconi». Ma le polemiche in questa guerra di tutti contro tutti – il sindaco Pd di Firenze Matteo Renzi stigmatizza il ritorno dell’eterno derby al ribasso d’Alema Veltroni – sono anche all’interno della maggioranza. «Quella che dovrebbe portare alla creazione di un nuovo

messe. Dovrebbe dire quali sono stati gli ostacoli, politici, sociali e istituzionali che glielo hanno impedito. E chiedere all’opposizione di rimuoverli insieme: sarebbe l’unica grande riforma bipartisan. In questo modo gli italiani potrebbe finalmente sapere chi è favorevole al cambiamento. Il presidente della Repubblica ieri ha detto: è bene se il governo prosegue il suo mandato. Napolitano esercita una moral suasion e dimostra di essere una persona molto equilibrata, che ha come obiettivo quello di evitare che il nostro Paese sia ulteriormente danneggiato. Ognuno cerca di tirarlo per la giacca, ma lui dimostra grande equilibrio. Da mesi, però, il governo è fermo. Lo è da diciotto anni: sia il centrodestra sia il centrosinistra, perché non si è in grado di cambiare il sistema politico e di fare le riforme che l’Italia attende. Quali? La riduzione drastica della spesa pubblica e delle tasse. la riforma della Pubblica amministrazione, la semplificazione legislativa della giustizia e la riforma della giustizia.

Francesco Cossiga), che sostituirono i voti venuti meno a sinistra». Sarebbero dunque ingiustificati i giudizi ”ingiusti” e ”affrettati” nei confronti di un eventuale nuovo gruppo che si aggiunga alla maggioranza, «come atto di responsabilità di fronte al paese che non merita di subire una brusca interruzione della legislatura». Rimessi i panni istituzionali dopo settimane di battaglia politica Gianfranco Fini da parte sua, sente di poter tranquillizzare tutti e al Corriere Canadese che lo intervista fornisce una narrazione molto paludata di quello che sta avvenendo nel nostro Paese: «In Italia vi è una democrazia che a volte discute in modo anche aspro e animato, ma la legislatura in corso va avanti perché gli italiani hanno bisogno di una politica che risolva i problemi senza passare da una campagna elettorale all’altra». Si chiama carità di Patria

Una guerra di tutti contro tutti: nella maggioranza Nucara e i misteriosi venti accusati di trasformismo dai finiani. La replica: «Anche D’Alema ricorse ai transfughi»

Savino Pezzotta (Udc) replica a Romano che l’Udc era per un governo di responsabilità, «persino a guida Berlusconi, ma con il sostegno di tutto il

gruppo parlamentare cuscinetto per la maggioranza – attacca il finiano Fabio granata – è un’operazione di trasformismo». Replica a stretto giro del piccato Nucara: «Non sono io il trasformista, dal ’63 non ho mai cambiato partito. Sempre iscritto al Pri a cui ho dedicato e dedico la mia vita. Ci dicesse Fabio Granata quante formazioni politiche ha cambiato, così sapremo con certezza chi è il trasformista». C’è anche chi come il deputato Pdl Giuliano Cazzola ricorda che anche «Quando il Prc guidato da Fausto Bertinotti uscì dalla coalizione guidata da Romano Prodi, a Massimo D’Alema fu possibile costituire il suo governo grazie al passaggio da uno schieramento all’altro da parte di parecchie decine di parlamentari (dell’operazione si rese garante e protagonista

Nell’attesa di capire quanti effettivamente siano gli acquisiti alla responsabilità nazionale (chi dice 7 parlamentari, chi almeno 12) Giancarlo Lehner un loquace falco berlusconiano consegna alle agenzie la sua riflessione quotidiana: «19 sui 20 presunti acquisendi sono stati eletti, nel 2008, con i voti del Pdl. si tratta di una giusta e doverosa campagna di recupero crediti dunque». Però poi aggiunge: «Sul fatto poi che i recuperati possano garantire la governabilità sino al 2013, è lecito nutrire almeno 20 dubbi». La legislatura per ora va avanti insomma ma è ragionevole pensare che non farà la rivoluzione liberale.


pagina 4 • 15 settembre 2010

l’approfondimento

Il dirigente del Pri vota contro il documento della direzione nazionale che autorizza Nucara a lavorare per il nuovo gruppo

Gli Irresponsabili

«Altro che responsabilità, cercano venti parlamentari pronti a votare il Lodo e poi a schierarsi per il ritorno alle urne: Berlusconi e Bossi non vogliono durare fino al 2013, sanno che ci arriverebbero a mani vuote». Parla Giorgio La Malfa di Errico Novi

ROMA. Destino segnato. Altro che responsabilità. Altro che legislatura da mettere al sicuro. «Dietro l’operazione del nuovo gruppo c’è esattamente il contrario», secondo Giorgio La Malfa, «si vuole arrivare a un blocco di 316 deputati pronti a schierarsi contro la sopravvivenza dell’attuale Parlamento. Una maggioranza numerica fermamente decisa a invocare le elezioni anticipate, quando sarà il momento». Ma come? E i cinque anni da completare? E il monito del Cavaliere sull’Europa che «chiede stabilità, non il voto anticipato»? Parole. Ne è convinto il deputato e dirigente del Pri. Al punto da accogliere con notevole understatement la sconfitta appena riportata nella direzione nazionale del suo partito. «Si è votato un documento che autorizza il segretario Francesco Nucara ad andare avanti con i contatti avviati in questi giorni, per provare a mettere insieme questo nuovo gruppo alla Camera. I favorevoli sono stati quattordici, tre

contrari fra i quali il sottoscritto». Nessun dramma, tanto più che questo tentativo «nasce proprio sotto il segno delle elezioni anticipate. Finirà per aumentare le difficoltà di questo governo anziché alleviarle».

La Malfa osserva imperturbabile questa sorta di suicidio di massa organizzato. «Basta riflettere. La preoccupazione principale di Berlusconi riguarda proprio la nascita di un eventuale esecutivo di solidarietà nazionale. Ha bisogno di un blocco che scongiuri un esito simile. Perciò non gli basta la fiducia di Futuro e libertà, vuole tenere fuori dal conto i finiani, che non gli regalerebbero l’immediato ritorno alle urne. Ma davvero credete che dopo non aver fatto nulla per tre anni, l’esecutivo attuale riuscirebbe a realizzare tutte le riforme promesse? E davvero si pensa che il Cavaliere sia intenzionato a presentarsi agli elettori nel 2013 dopo cinque anni di vuoto assoluto?». L’unica cosa che se-

para il presidente del Consiglio dallo scioglimento anticipato è dunque, dice Giorgio La Malfa, «una legge che lo metta al riparo dalla condanna al processo Mills. Ottenuta quella non esiterà a chiedere nuove elezioni». Insomma, è un destino da kamikaze quello che attende i colleghi reclutati nella nuova formazione, sostiene il deputato del Pri. E pure volendo prescindere da una lettura così cinica, La Malfa fa notare che politicamente l’operazione in corso

«Silvio non ha mai governato davvero, fa tutto Gianni Letta, lui conosce le carte»

non può che indebolire il governo: «Una cosa è fare l’accordo con i finiani e andare avanti, altro è ottenere i loro voti ma raccattarne poi altri venti per fare a meno di Futuro e libertà. È chiaro che a quel punto l’area finiana si sentirebbe libera di non occuparsi più delle sorti del governo. La navigazione dell’esecutivo diventerebbe più difficile».

Al fondo c’è la consapevolezza da parte di Berlusconi e Bossi dell’impossibilità di realizzare il programma promesso. «Non sarebbero certo agevolati dalla nuova composizione della maggioranza. E comunque qualcuno riesce a immaginare che in due anni si faccia la riforma fiscale? Non è pronta nemmeno la grande riforma della giustizia annunciata quasi quotidianamente. Non vedrà la luce la riforma costituzionale. Nel 2013 l’attuale esecutivo si ripresenterebbe con un carnet tristemente vuoto. È una prospettiva che Il Cavaliere e

Bossi vogliono scongiurare. Solo che il secondo ha un’opzione in più: può andare subito all’incasso, certo, con un voto anticipato in cui prenderebbe il massimo, ma può anche andare all’opposizione di un eventuale esecutivo di responsabilità. Berlusconi no. Ha bisogno del Lodo Alfano o qualcosa del genere, e poi di ottenere lo scioglimento delle Camere». Nessuno dei due, ne è convinto La Malfa, può permettersi di arrivare però al 2013 stando al governo. «Da tempo, dai giorni immediatamente successivi alle elezioni regionali, nel Pdl circola questa idea di raccogliere addirittura le firme per andare alle elezioni, o comunque per imporre a Napolitano di non tentare nessuna strada diversa dall’attuale esecutivo». Un documento firmato da almeno 316 parlamentari, «ai quali bisognerebbe promettere la ricandidatura».

C’è un ovvio problema. «Come fai con quelli che già sono


15 settembre 2010 • pagina 5

C’è una differenza sostanziale tra il dubbio del parlamentare e la sua «compravendita»

Un’altra coltellata alla politica. Ora serve una nuova etica

Siamo di fronte all’emergenza più grave perché la crisi di questi giorni rischia di allontanare definitivamente i cittadini dalle istituzioni di Paola Binetti ncora una volta il Paese è chiamato a interrogarsi sulla questione etica e a chiedersi senza falsa ipocrisia se davvero siamo sull’orlo di un disastro etico! Un disastro che ha un nome difficile da pronunciare senza che resti l’amaro in bocca, una sorta di malattia contagiosa, progressiva e almeno apparentemente incurabile. Stiamo parlando di corruzione, come forma invasiva di un male che debilita il nostro Paese creando dei conflitti di interesse molto pesanti, tra chi avendo molto vuole tutto e chi avendo poco corre il rischio di scivolare sempre più velocemente verso nuove forme di povertà morale e materiale. Un disastro annunciato, perché ha già invaso tanti diversi aspetti del nostro Paese. La compravendita di parlamentari che realizzano una sorta di prostituzione, ancora peggiore a quella di chi mette in vendita “solo”il suo corpo sta diventando l’ulteriore motivo di disprezzo che i cittadini italiani nutrono nei confronti della politica. Un disprezzo che si riverbera sulle istituzioni rendendole del tutto inaffidabili e che giustifica qualunque comportamento trasgressivo in qualunque cittadino, dal momento che la Res publica, affidata a persone che accettano di stare sul mercato, ha perso il suo onore e la sua dignità. Eppure noi non crediamo che le cose stiano così! C’è crisi, c’è corruzione, c’è confusione, ma c’è anche una ripresa molto più intensa e speriamo anche più dinamica che accende di speranza chi sta in Parlamento e vive sulla sua pelle un doppio dramma. Da un lato la fragilità interna che attraversa il mondo politico, disorientato proprio dal fatto che certe categorie usate finora hanno perso di senso: basta pensare ai termini che designano la destra e la sinistra! Fini è di destra o di sinistra e Veltroni è di sinistra o di centro? Dall’altro la fragilità esterna di una attenzione ossessiva sui piccoli fatti della vita quotidiana, sui dubbi che assalgono ogni persona di buon senso e che avevano indotto il santo filosofo ad affermare: Dubito ergo sum… Se ogni dubbio esplodendo a pieni titoli diventa una certezza, allora non resta che innescare continuamente delle retromarce, delle smentite, che confondono ancor più cittadini ed elettori!

A

Il dubbio del parlamentare che cerca di capire, di interrogare la sua coscienza, i suoi valori e che ogni giorno deve metterli a confronto con la prassi politica, che esige mediazioni, impone decisioni rapide, e mette in conto valutazioni che si misurano sulla base del consenso, sta diventano una sorta di second life, una realtà virtuale che occupa tutto lo spazio che invece dovrebbe appartenere alla realtà. C’è un’etica politica che impone correttezza e trasparenza nei propri comportamenti, fedeltà agli impegni assunti e una solida capacità di saper armonizzare punti di vista personali e visioni strategiche del partito. Ma la stessa etica politica impone ad ogni parlamentare di interrogare seriamente la propria co-

scienza, quando questa viene sollecitata in direzioni che non gli sono familiari, gli impone di soffrire per affrontare cambiamenti scomodi, di cui però deve essere chiaro che la direzione è marcata dalla percezione di un bene maggiore e più compiutamente raggiungibile. Può non essere etico cambiare partito e può non esserlo restare in un partito di cui non si condividono più valori e strategie. Ma in ogni caso il criterio di orientamento dettato dalla coscienza non può che essere il bene co-

Bisogna dire di no all’ambiguità, ai bizantinismi lessicali che dicono tutto e il contrario di tutto mune e mai un puro e semplice interesse personale di basso prifilo e di facile commercializzazione. Il rinnovamento etico a cui il Paese aspira come al massimo bene possibile in questa fase di grande confusione passa proprio per la coscienza di ognuno di noi, una coscienza animata dalla ricerca del bene e della verità. Cosa tutt’altro che facile in tempi di pensiero debole, di legami deboli, di contrabbando dei desideri personali in diritti individuali. Eppure bisogna ripartire proprio da lì: dalla coscienza personale e dalla coscienza politica, lasciando alla prima il giusto primato, ma chiedendole di essere trasparente quando come uomini pubblici dobbiamo dare ragione delle nostre scelte, dei nostri cambiamenti e dei nostri veri obiettivi.

È giunto il momento in cui la politica deve dire di no all’ambiguità, ai bizantinismi lessicali che dicono tutto e il contrario di tutto, ma anche alla ricerca di un consenso forzosamente falso. Anche questa è etica politica: sia il vostro sì sì e il vostro no no. Per risalire la china di questo terribile momento

di confusione politica, da cui trapela sullo sfondo un possibile disastro etico, occorre reimparare a parlare con semplicità, senza verbosità demagogiche e prive di contenuto, esprimendo con limpidezza il proprio pensiero, attenti al rispetto del pensiero altrui, ma sempre ben ancorati ai propri valori di riferimento. In un mondo politico che afferma di volersi ispirare ai principi della democrazia liberale, la libertà di pensiero dovrebbe precedere la libertà di parola, ma poi dovrebbe assumersi fino in fondo la responsabilità delle cose dette e delle loro conseguenze. Sono tutte le infinite sfumature di quell’etica politica che non si può ridurre alle sole questioni eticamente sensibili. C’è un’etica della parola data, come c’è un’etica della fedeltà ai propri valori e agli impegni presi, c’è un’etica del patto con gli elettori come c’è un’etica del patto sottoscritto con il proprio partito… Molte cose possono cambiare: ma la domanda di senso è per andare dove, per quale motivo, per cercare il bene di chi e per realizzarlo in che modo…

Nel Codice etico che l’Unione di centro sta elaborando la questione etica è cosa ben complessa: si può ricominciare a declinare la vita politica in modo diverso se ognuno fa la sua parte e la fa nel rispetto degli altri, con responsabilità personale, ma non come un battitore libero. Le vicende di questi giorni tra chi vende e chi compra, tra chi si muove da una linea all’altra di volta in volta a seconda del solo personale tornaconto, sono cosa ben diversa da quella di chi sta lavorando per ridare all’assetto politico un nuovo e più adeguato quadro di riferimento. Dopo anni di bipolarismo esasperato, litigioso e violento, a tratti volgare e miscredente, è tornato il tempo di ripartire da un centro moderato, inclusivo, pronto all’ascolto e al rispetto, capace di accogliere dubbi ed incertezze per metabolizzarle in vista di un progetto più ampio. È la proposta emersa da Chianciano, in cui non si è parlato molto di temi etici, ma si è cercato di mantenere uno stile politico eticamente significativo. Tanto popolare da far sentire a casa propria ognuno degli intervenuti.Tanto fedele alle sue radici cristiane da aver concluso il convegno con la Santa Messa, celebrata nello stesso luogo in cui si erano svolti i lavori: il tavolo delle conferenze è stato l’altare e il Crocifisso proiettato sullo sfondo, il simbolo forte e chiaro dei nostri valori. Un partito unito a tal punto che la vicenda si è conclusa nel modo più ovvio: nessuno ha mai pensato di andarsene e di fatto nessuno se ne andrà… perché dove si potrebbe andare dopo aver assaporato il clima di Chianciano? Anche questo è un buon modo di fare dell’etica politica alla ricerca della coerenza con se stessi, con gli elettori e con il proprio partito…

nel Pdl e si aspettano a loro volta di essere confermati? Se assicuri l’elezione ai nuovi acquisti rischi di non poterla promettere a quelli che già sono con te. La coperta è stretta». Tanto più che al Senato soprattutto si rischia di andare parecchio sotto i numeri dell’attuale legislatura, in caso di nuove elezioni. «Il Cavaliere non è messo bene». E certo non riuscirebbe a rilanciare l’economia, ad avviare una nuova fase di crescita con una maggioranza disegnata secondo il criterio dei residui da raccattare in giro per l’aula. «No, non potrebbe riuscirci di sicuro. D’altronde Tremonti lo ha teorizzato: la linea consiste nell’agganciarsi a un’auspicata ripresa dell’economia mondiale, con il postulato che sarebbe sbagliato fare una specifica azione di rilancio. In fondo il ministro ha seguito il principio del risanamento come priorità esclusiva esattamente alla maniera di Prodi». Sullo sfondo c’è però un Berlusconi che ha definitivamente rinunciato a far politica. È uno sciopero, una sospensione analoga a quella attuata dal Cavaliere un anno fa, quando il Lodo Alfano venne bocciato dalla Consulta e lui smise di governare fino all’approvazione di un nuovo salvacondotto. «Il problema dei processi è decisivo. E qui si vede l’altra differenza: la Lega fa politica, Berlusconi ha altro per la testa».

Nulla sarebbe possibile se non ci fosse una caduta dal punto di vista etico, nell’attuale Parlamento, provocata dalla legge elettorale: «Mi permetto di ribadire la tesi che ho esposto a Chianciano: è l’opposizione a dover chiedere il ritorno alle elezioni, a questo punto: si deve cambiare strada, dunque si torni dai cittadini. Ma dopo aver cambiato il sistema di voto. Basterebbe un nuovo governo con un mandato di pochi mesi. È la legge attuale a causare questa compravendita di deputati, che poi è l’aspetto più deteriore di quello a cui assistiamo. Cambiare bandiera è legittimo, non lo è farlo in cambio di un premio finale, cioè della ricandidatura. Bisogna sottoporsi al giudizio degli elettori». Ma davvero Berlusconi vive ormai in funzione dell’adrenalina elettorale e ha smesso di esercitare l’attività di governo? «No l’ha mai svolta. Posso dirlo da ex ministro di un esecutivo Berlusconi. Lui non sa nulla, non conosce le carte, non si è mai occupato del coordinamento tra i ministri. Quel lavoro lo fa solo Gianni Letta. È come se Berlusconi di fatto non avesse mai governato. Magari potesse esserci un avvicendamento tra lui e il sottosegretario. Certo è che molti sottovalutano la distanza che c’è tra il Cavaliere e la guida del governo. Ma chi come me in un suo esecutivo c’è stato, lo sa».


diario

pagina 6 • 15 settembre 2010

Mercato del lavoro. Serve più flessibilità, in attesa che la situazione finanziaria consenta una riduzione del prelievo fiscale

Crisi, serve una politica di sviluppo

Sale il debito e calano le entrate: il vero problema è la competitività ROMA. Non è stata una gior-

intervenuti negli equilibri geopolitici della Terra. Ma le chiusure corporative impediscono addirittura di leggere questa nuova realtà, salvo poi protestare di fronte alle difficoltà sociali che il mancato sviluppo inevitabilmente determina.

di Gianfranco Polillo

nata facile per l’economia italiana. Una batteria di dati ne confermano la fragilità, in una crisi più generale che è ancora lontana dalla parola fine. La prima doccia scozzese è venuta dalla Banca d’Italia: cresce il peso del debito e diminuiscono le entrate. Nel mese di luglio il primo ha raggiunto quota: 1.838,296 miliardi di euro. L’incremento, rispetto al mese precedente, è stato dello 0,8 per cento. Qualcosa in più rispetto a maggio. Nei confronti della fine del 2009, il salto è stato più consistente, con una percentuale del 4. La seconda brutta notizia è sul fronte delle entrate tributarie. La caduta, in luglio, è stata del 4,4 per cento. In leggera accelerazione rispetto alla media dei sette mesi dell’anno, pari al 3,4 per cento.

Entrambi i dati devono essere interpretati con una certa cautela e sbagliano coloro che si sono lanciati con foga contro la politica del governo. Non siamo alla Caporetto finanziaria. Le difficoltà ci sono tutte, ma evitiamo di drammatizzare. Debito ed entrate variano nel breve termine a causa di confronti non omogenei, dovuti ai cambiamenti legislativi intervenuti nel frattempo. Quindi raffronti troppo ravvicinati sono scarsamente indicativi. Ma soprattutto in contraddizione con altri indicatori. Il fabbisogno pubblico sta andando particolarmente bene e si muove in una direzione esattamente opposta. Nei primi sette mesi dell’anno l’esborso è stato di 10.500 milio-

meno costante negli ultimi mesi, salvo gli sbalzi indotti, qualche mese fa, dalla crisi greca. Questo complesso di elementi non smentisce, quindi, le recenti previsioni del Fmi sulle condizione finanziarie dei paesi del G7. Per ricondurre il debito pubblico al 60 per cento del Pil, entro il 2030, l’Italia è in una posizione di vantaggio, seconda sola alla Germania. Mentre gli altri Paesi sono soprattutto alle

Oggi la centralità è del mercato. Da regolare, ma sempre il mercato. Saranno quindi le regole a contare, più che i finanziamenti pubblici ni in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si deve aggiungere che, nei primi sei mesi dell’anno, il Pil è cresciuto, in termini nominali, di oltre il 3 per cento. Facendo gli adeguati rapporti, si scopre che il rapporto debitoPil – quello che conta per i mercati internazionali – è mutato di poco. Si spiega, pertanto, la calma che regna sulle grandi piazze finanziarie. Ancora ieri lo spread – il di più pagato per rinnovare i titoli – era di 143 punti base. Un valore più o

prese con un forte deficit di bilancio, da ricondurre al di sotto del 3 per cento; le finanze italiane sono più solide da un punto di vista strutturale, mentre maggiore è la sofferenza derivante da una crescita – il saldo primario corretto per l’andamento del ciclo – troppo contenuta.

Altro fronte esposto - ma qui i dati si prestano a valutazioni contraddittorie - è quello del costo del lavoro. Nonostante la crisi e la forte disoccupazione, assistiamo ad un

forte aumento, che va ben oltre il tasso di inflazione. È il volto ambivalente della crisi: questa sì tutta italiana. Le retribuzioni, nel secondo trimestre dell’anno, sono aumentate del 5,1 per cento nel settore manifatturiero e del 4,2 per cento nei servizi. Da un lato, quindi, ceti sociali che continuano ad essere protetti, dall’altro il disagio dei precari, dei disoccupati, delle donne o dei giovani, soprattutto nel Mezzogiorno. È utile ricordare che al maggior costo del lavoro rischia di corrispondere un’ulteriore perdita di competitività complessiva dell’Italia.

Il pericolo può essere, naturalmente, evitato. Basterebbe riorganizzare la produzione su basi diverse: maggiore flessibilità, più elevato utilizzo degli impianti, minore assenteismo. In attesa che la situazione finanziaria consenta quella riduzione del prelievo fiscale che rappresenta la vera palla al piede dell’economia italiana. Ma è proprio questo il pomo della discordia che spacca il sindacato. Da un lato la maggioranza, che

ha compreso la necessità di fare qualcosa per uscire dal labirinto della crisi; dall’altra una minoranza rissosa ed attacca briga che si mette di traverso. Che aggredisce chi ha un idea diversa, in un rigurgito di violenza che speravamo sepolta con i detriti del ‘900. L’aspetto più paradossale è dato dalla riconversione spontanea del sistema economico. Se i salari crescono, questo significa che esiste la possibilità di uscire in positivo dalla crisi. Basterebbe, quindi, rinunciare a certe vecchie ideologie per ritrovare una coesione sociale, in grado di superare, con maggiore facilità, gli scompensi produttivi, che sono soprattutto il frutto dei cambiamenti

Che fare, quindi? Più che una politica industriale, come pur autorevolmente sostenuto, all’Italia manca ancora una politica per lo sviluppo. Che per essere tale non può che avere un respiro di carattere europeo. A Bruxelles si sta discutendo del nuovo Patto di stabilità e crescita. Si cercherà di coniugare la politica del rigore, con uno sforzo più deciso per accrescere la competitività complessiva del Vecchio continente, di fronte alle nuove grandi sfide: dalla Cina, all’India, il Brasile e così via. Sembrerebbe una contraddizione in termini, ma così non è. È finito il tempo in cui la crescita era assicurata dalla maggior presenza dello Stato. Oggi, nel male e nel bene, la centralità è del mercato. Un mercato da regolare, ma pur sempre il mercato. Saranno quindi le regole a contare, più che i finanziamenti pubblici. Avremo, pertanto, bisogno di contratti diversi dal passato. Di relazioni sindacali di tipo collaborativo. Di efficienza diffusa nel pubblico e nel privato. Scelte quanto mai difficili in un contesto come quello italiano dove le corporazioni hanno occluso ogni canale di relativa comunicazione. Ma questa è l’unica possibilità che abbiamo. Prima ce ne renderemo conto e meglio sarà.


diario

15 settembre 2010 • pagina 7

Antonio Buglione scappa con le catene al collo

Per la prima volta in 15 anni arriva il calo: sono 925 milioni

Si libera l’imprenditore rapito in Campania

Per la Fao, gli affamati sono meno di un miliardo

NAPOLI. L’imprenditore nolano, Antonio Buglione, è tornato libero dopo un sequestro lampo durato poco più di 24 ore sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare luce. L’avvenuta liberazione - da quanto si apprende da fonti investigative sarebbe stata comunicata da alcuni parenti ai carabinieri che poi hanno trovato l’imprenditore a Marigliano. L’imprenditore, titolare di una serie di società di vigilanza privata, sarebbe stato rapito da un commando armato verso le 20 mentre stava facendo rientro a casa dopo aver trascorso alcune ore in un bar di Saviano, sua città natale. I suoi sequestratori lo avrebbero costretto, a bordo della sua Fiat Panda, ad allontanarsi. Da quel momento si sarebbero perse le sue tracce. L’auto è stata rinvenuta in via Abate Minichini, a Saviano, a poca distanza da via San Liberatore, dove Buglione abita in una palazzina con alcuni familiari. Un riscatto di 5 milioni di euro sarebbe stato chiesto lunedì, con una telefonata, al fratello Carlo.

ROMA. Le polemiche nel campo non sono mai mancate, e c’è chi sostiene che basterebbe il budget della Fao per eliminare il problema della fame nel mondo. Eppure, a volte, anche questo organismo fornisce notizie consolanti: circa un sesto della popolazione mondiale soffre la fame ma, per la prima volta da 15 anni, è in calo. Dopo aver oltrepassato quota un miliardo nel 2009 (1,023 mld) sono in calo quest’anno del 9,6% a 925 milioni, livello che comunque rimane «inaccettabilmente alto». La stima è stata illustrata proprio dalla Fao, assieme a Ifad e Pam. Il calo «è dovuto alla discesa dei prezzi alimentari dopo i picchi 2008 e alla crescita economica regi-

Secondo le prime ricostruzioni, Buglione è stato nascosto in un terreno fino a qualche tempo fa adibito alla coltivazione di rose, nelle campagne di Marigliano. L’area, ampia circa

Revocato lo sciopero dei benzinai Trovato l’accordo al ministero dello Sviluppo economico di Alessandro D’Amato

ROMA. Proprio in extremis. È stata revocata la serrata dei gestori delle pompe di benzina, che dopo l’“anticipo” siciliano si preparavano a chiudere i battenti per tre giorni. Le tre organizzazioni sindacali Faib Confesercenti, Fegica Cisl e Figisc Confcommercio hanno rilevato ieri che sono stati circa il 90% gli impianti rimasti chiusi in Sicilia, con percentuali che in alcune province sfiorano il 95%. Ma ieri intanto al ministero delle Attività produttive si è svolto l’incontro tra i sottosegretario Stefano Saglia e le categorie. E le parti hanno trovato un accordo.

Al centro della protesta da parte dei benzinai c’èrano i mancati impegni del Governo nell’attuazione di un Protocollo d’intesa siglato negli anni scorsi, ma anche i disagi di una categoria che oramai “lotta” per margini di profitto ridotto all’osso a fronte di rischi legati all’esercizio della professione. I gestori scioperavano contro alcune misure contenute nella bozza di ddl di riforma della rete presentato dal governo perché, oltre a toccare i contratti, puntava ad introdurre su larga scala i cosiddetti “impianti ghost” (fantasma) dotati solo di una pompa per la verde e una per il diesel, impianti che oggi sono presenti unicamente nelle zone disagiate del paese. In più, le pompe accusavano le compagnie petrolifere di «abbandonare gli investimenti e smobilitare, nonché di scaricare duramente sull’anello finale della filiera tutte le contraddizioni del sistema», e con il governo che, spiegano, «lancia una ennesima quanto inutile ristrutturazione della distribuzione dei carburanti, che avvantaggia solo petrolieri, retisti e grande distribuzione». La protesta, aggiungono le tre associazioni, era «in difesa di 25mila imprese e 75mila addetti del settore». Ma evidentemente l’incontro con Saglia è stato proficuo, e i gestori hanno deciso di abbandonare la forma dello sciopero come lotta, e trovato un accordo di massima con il ministero e le compagnie. Nel frattempo le associa-

zioni dei consumatori denunciano manovre speculative intorno al prezzo della benzina. I consumatori riuniti nella sigla Casper - Comitato contro le speculazioni e per il risparmio (Adoc, Codacons, Movimento Difesa del Cittadino e Unione Nazionale Consumatori) tornano a chiedere l’intervento dell’Antitrust in merito ai prezzi dei carburanti e allo sciopero dei distributori. Secondo le associazioni «negli ultimi 7 giorni si è verificata una serie sospetta di rincari alla pompa, che determina un aggravio di spesa per gli automobilisti alle prese col pieno. Il nostro timore è che tali aumenti dei prezzi non abbiano nulla a che vedere con le dinamiche che determinano i listini, ma siano il frutto di operazioni speculative, finalizzate ad ottenere ingiusti vantaggi economici sulle spalle dei cittadini che faranno rifornimento prima dell’avvio dello sciopero». «Lo sciopero indetto, inoltre - proseguono - è una buffonata: i benzinai non ci rimettono niente dal momento che da una parte incassano in anticipo costringendo i consumatori a rifornirsi e a subire file chilometriche ai distributori, dall’altra si godono tre giorni di ferie». Le associazioni di consumatori chiedono quindi all’Antitrust «di intervenire al fine di verificare se vi siano state o meno alterazioni speculative dei listini in vista della serrata dei benzinai, e invitiamo gli automobilisti a segnalarci aumenti repentini e fuori misura dei prezzi dei carburanti alla pompa, avvenuti nelle ultime ore».

Al centro della protesta c’èrano i mancati impegni del governo nell’attuazione di un Protocollo d’intesa siglato in passato

mille metri quadrati, è raggiungibile attraverso una stradina molto stretta che ha inizio da una delle strade principali del comune. Buglione è riuscito a liberarsi e, con ancora la catena addosso, stretta al collo con un catenaccio, è scappato verso un’abitazione posta ai confini dell’area. Giunto sull’uscio della casa, alla proprietaria ha chiesto di chiamare i carabinieri che, arrivati sul posto, l’hanno trovato fuori dall’abitazione, con la catena al collo, il volto tumefatto dalle percosse e con una maglia sporca di terra. Alla donna ha anche chiesto un po’ d’acqua per dissetarsi. Ai militari dell’Arma l’uomo è apparso provato dall’esperienza.

Dal consueto monitoraggio di quotidianoenergia.it emerge, intanto, che ieri mattina nessuna compagnia ha variato i prezzi di benzina e diesel. L’ondata di aumenti innescata venerdì e proseguita nel fine settimana, dunque, sembra essersi per ora esaurita. Fatta eccezione per Esso e Shell, che rispettivamente si mantengono al di sotto e al di sopra della media generale, tutti gli altri marchi si attestano poco oltre 1,39 euro/litro sulla verde e attorno a 1,26 euro/litro sul gasolio.

strata nell’area asiatica al traino di Cina e India». Secondo la Fao, tuttavia, nonostante il quadro migliori, la fame è ancora un problema lontano dall’essere risolto e mette a rischio gli obiettivi di contrasto fissati dalla comunità internazionale, come quello del World Food Summit del ’96 che punta a far scendere a 400 milioni gli affamati nel mondo entro il 2015.

Nonostante qualche passo avanti, la situazione rimane inaccettabile: «Ma con un bambino che muore ogni sei secondi per problemi connessi con la sottoalimentazione, la fame rimane lo scandalo e la tragedia più vasto al mondo», ha affermato Jacques Diouf, direttore generale della Fao. Il persistere di un livello ancora alto di fame cronica a livello mondiale «rende estremamente difficile raggiungere non solo il primo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, ma anche tutti gli altri». Ora però si profila all’orizzonte una crisi alimentare che potrebbe far rivedere, tragicamente al rialzo, le stime. Gli incendi che hanno devastato lo scorso mese la Russia e l’Ucraina, infatti, hanno costretto i due Paesi a bloccare le esportazioni di grano. Con conseguente aumento dei prezzi.


mondo

pagina 8 • 15 settembre 2010

Il caso. Il peschereccio “Ariete” viene crivellato di colpi, ma Esteri e Viminale minimizzano nell’indignazione generale

Il pasticcio libico

È solo un incidente, dice il governo. Ma il capitano lo smentisce. Mentre la Cei attacca: «Questo esecutivo non difende i pescatori» di Francesco Lo Dico

ROMA. L’inesauribile verve pagliaccesca che alimenta il Minculpop berlusconiano, pulsa in tutta la sua drammatica urgenza all’indomani della bassa opera di cecchineria andata in scena al largo di Lampedusa. Da una parte c’è la realtà, plasticamente espressa da trenta termiti di piombo calibro 44 esplosi dalle mitragliatrici amiche contro gli uomini del peschereccio Ariete. Dall’altra c’è la bella copia della tentata mattanza, da consegnare adulterata al telespettatore confuso e felice. Un discrimine abbastanza evidente nelle divergenti reazioni di ieri: la Procura di Agrigento apre un fascicolo per tentato omicidio plurimo aggravato e danneggiamento di natante, due mi-

Monsignor Mogavero attacca: «Il governo è inerte. Preoccupa la facilità con cui si mette mano alle armi e si attenta alla vita delle persone» nistri del governo derubricano invece la raffica di fuoco ad altezza uomo a insulso incidente. Dapprima è toccato al titolare del Viminale, annacquare le polveri, affidando il proprio commento su un delicatissimo caso internazionale nientemeno che all’autorevole tribuna di Mattino 5, programma televisivo che annovera già tra i suoi scoop i calzini viola dello “stravagante”giudice Mesiano.

«Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini, ma con l’inchiesta verificheremo ciò che è accaduto», ha spiegato in diretta Roberto Maroni. Le ambasce del Viminale sono tutte rivolte al tragico scambio di persona: tutte quelle pallottole non erano riservate a dei comuni italiani. Il problema è che sembravano clandestini, insomma. Una versione che lascia sbigottito il comandante dell’Ariete Gaspare Marrone: «Era impossibile

«Non solo un semplice errore»: l’analisi del presidente del Ce.S.I

Colonnello, la difesa delle spigole non prevede il tiro di schioppo di Andrea Margelletti segue dalla prima Concedetemi di essere lapalissiano: se si firma un accordo, vuol dire che siamo d’accordo. Sin dalla notte dei tempi, i pescatori gettano le proprie reti dove hanno la sensazione o la certezza di trovare maggior pescato. Questo vuol dire che da sempre, in maniera casuale alcune volte, in maniera voluta assai più di sovente, chi lavora sul mare valica quell’invisibile linea che è il confine del nostro vicino. Lo fanno gli altri spesso, capita a noi qualche volta. Ma non risulta negli annali del passato che le forze armate italiane abbiano messo mano allo schioppo per difendere le spigole con il Tricolore. Questo perché il buon senso deve essere sempre la sicura di un’arma da fuoco e deve esistere una misura nelle proprie azioni. Qui il punto non è se dobbiamo o meno fare affari con la Libia. Certo che dobbiamo! Le decine di miliardi di euro che potrebbero raggiungere le casse dello Stato italiano, che non sono quelle greche ma certamente non traboccano di marenghi e dobloni, potrebbero essere determinanti per la nostra economia. La Libia è in grado di diventare il mercato di riferimento per l’imprenditoria italiana, Finmeccanica in primis, ma non solo. Da quando il Colonnello ha abbandonato i suoi programmi per la produzione e la costruzione di armi per la distruzione di massa, Tripoli ha iniziato un lento ma costante avvicinamento alla comunità internazionale. In questo, l’Italia ha avuto un ruolo determinante. Le “sparate” del Colonnello degli anni passati non devono far dimenticare come siano decisamente più i punti di contatto tra il nostro Paese e quello di Gheddafi, piut-

tosto che le dissonanze. Anche durante gli anni di maggior contrasto tra la Libia e gli Usa, nostro costante “editore di riferimento”negli anni Ottanta, Roma si è sempre adoperata per far sì che, cessati i fragori delle armi, potesse continuare un dialogo diplomatico.

Questo non per una vocazione “arabista” del nostro governo, ma piuttosto perché anche il politico meno versatile in relazioni internazionali non può non accorgersi della vicinanza dei due Paesi, ma soprattutto del ruolo giocato dalle altre nazioni europee. Con un Egitto prima britannico e poi sotto l’influenza statunitense, e con il resto Maghreb sotto un’influenza francese o spagnola, la Libia è l’unico vero attore nei confronti del quale non è necessario ritagliarsi degli spazi a gomitate. La Libia ha ambizioni moderne: vuole giocare un ruolo “esuberante” anche in sede di Unione africana, e per fare questo ha bisogno non solo di appoggi politici ma anche degli strumenti. Questo vuol dire forze di sicurezze e forze armate moderne. Aerei, elicotteri, navi e mezzi terrestri sono tutti strumenti che l’industria nazionale non è in grado di fornire ma che, sinceramente, il comparto difesa italiano si aspetta di approvvigionare stante l’apparente luna di miele tra i vertici dei due Paesi. Oltre al palese muro anti-immigrazione clandestina, vi è un meno palese ambito di collaborazione in un quadro di sicurezza antiterrorismo. Dato che anche la Libia non è immune dai “germi” di al Qaeda nel Maghreb Islamico. Come pare quindi evidente, sono numerosi i punti di comune interesse, e bene ha fatto il ministro Frattini a cercare di stemperare i toni. Ma all’eterno Colonnello occorre chiedere piena chiarezza e non una finta inchiesta che vedrebbe sul banco degli imputati il comandante della vedetta libica.

Un vecchio adagio in politica cita: «È un bastardo, ma almeno è il nostro bastardo». L’Italia è un Paese colmo di pazienza, ma non pensi che i nostri interessi in Libia possano essere superiori alla sua necessità di Italia

scambiarci per qualcos’altro - incalza il comandante dell’Ariete - la nostra è una barca di 36 metri attrezzata con macchinari da pesca modernissimi, impossibile fare confusione. Loro invece hanno sparato ad altezza uomo». Ulteriore conferma della terribile equazione maroniana: la motovedetta libica ha sparato perché così usa in quel di Tripoli contro chi azzarda la fuga dai lager di Mammud. A tragedia scampata, il vero punto della questione è quale sia davvero la destinazione d’uso dei 5 miliardi concessi dal governo al dittatore teologo, innanzitutto. E secondo poi, se c’è, e quanto sia elevato, il grado di complicità stabilito da Roma nella carneficina dei diritti umani in atto nei mari libici. È proprio questa insostenibile leggerezza dei mitra, che non fa neanche il più pallido capolino nelle dichiarazioni dei nostri governanti. E che invece, suscita l’indignata reazione della Cei. «Assistiamo a una vera e propria inerzia del governo italiano – ha tuonato Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio Cei per gli Affari giuridici –. Preoccupa molto che non ci sia nessuna iniziativa politica sulla questione della competenza circa le acque del Mediterraneo. E la facilità con cui si mette mano alle armi e si attenta alla vita delle persone». Fortuna che a denunciare l’insoffribile scalpo dei diritti umanitari nella acque libiche, c’è un tonitruante Franco Fattini: «Il comandante libico ha ordinato di sparare in aria – ha scandito il titolare della Farnesina – anche se poi purtroppo i colpi sono arrivati sulla barca italiana». Come dire che la colpa non è di chi ha sparato, ma delle pallottole che hanno proditoriamente deviato dal cielo. «Dopo la prima raffica – ha spiegato il comandante del motopescaAriete – ho cambiato rotta anche per evitare la collisione con la motovedetta libica che nel frattempo si avvicinava al mio motopesca. I libici sparavano altre raffiche ad intervalli di

L’incredibile versione di Frattini: «Il comandante libico ha ordinato di sparare in aria ma purtroppo i colpi sono arrivati sulla barca italiana» circa un’ora ed io continuavo a cambiare più volte la rotta del mio motopesca per evitare la collisione». In qualunque angolo del cielo si spostasse il peschereccio, secondo la disamina balistica di Frattini, le pallottole si paracadutavano dal cielo, si fermavano a mezz’aria, e poi si gettavano a capofitto sui fianchi della barca. Più che pallottole, missili intelligenti. E se è nella prassi che l’ambasciatore libico, Abdulhafed Gaddur si premuri a dire che «il rapporto particolare tra Tripoli e Roma continuerà e non sarà condizionato da questo incidente, lascia


mondo

15 settembre 2010 • pagina 9

Botta e risposta alla Camera sulle responsabilità politiche

Vincono le opposizioni: oggi risponde Frattini Casini chiede all’esecutivo di informare il Parlamento sulla battaglia di Mazara e sul trattato con Tripoli di Osvaldo Baldacci n chiarimento in aula da parte del Governo su tutta la vicenda libica è quanto chiedono le opposizioni, Udc in testa. Ieri il leader dell’Udc Pierferdinando Casini è intervenuto in aula chiedendo al governo di fornire chiarimenti sul caso del peschereccio italiano attaccato da una motovedetta libica, motovedetta fornita dall’Italia e a bordo della quale c’era un osservatore della Guardia di Finanza. Casini ha definito l’episodio “una pagina buia” della politica estera italiana, un fatto “grave e inquietante” a seguito del quale è opportuno che il governo vada in parlamento non solo per riferire sul singolo attacco, bensì anche per approfondire in senso più ampio “i contorni del trattato Italia-Libia che evidentemente ha maglie molto larghe”. L’Udc, con i radicali, era stato l’unico gruppo parlamentare a votare contro quel trattato, non certo perché contrario a una politica di dialogo e di amicizia con i Paesi del Mediterraneo, ma perché per nulla convinto di alcuni contenuti e specialmente su alcune lacune: il trattato per esempio non affrontava per nulla la questione dei diritti umani, specie quelli dei migranti (la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra del 1951 sulla protezione dei rifugiati politici), non risolve il problema delle acque del Golfo della Sirte che tutto il mondo considera internazionali ma la Libia rivendica come proprie (e questo è il punto per il quale le motovedette libiche periodicamente catturano o peggio sparano ai pescherecci italiani che si avventurano in quella zona), e non dà nessuna risposta concreta al tema degli italiani espulsi dalla Libia.

U

di stucco Frattini, che nonostante la gravità dell’accaduto precisa che il mitragliamento del peschereccio è un «incidente grave» che però «non cambia» i rapporti tra Italia e Libia. «Era evidente chi fossimo: dei pescatori italiani. Glielo avevo detto prima dell’attacco – racconta Marrone – Erano dunque informati». E visto che l’accordo tra il premier e Gheddafi prevede un’opera di “controllo, ricerca e salvataggio” che consente di aprire il fuoco contro un peschereccio italiano, che cosa accade invece quando le motovedette italo-libiche incrociano un barcone, un gommone, o una zattera della Medusa qualsiasi affollata di disperati? Che tipo di natura hanno le certezze che fanno affermare a Maroni di «aver bloccato gli sbarchi»? Ma nel retropalco, al riparo dalle telecamere di Minzolini, la vicenda ha destato più imbarazzo di quanto non ne abbiano prodotto le giustificazioni ministeriali. E ieri, presenti Frattini e Maroni, si è svolta una riunione tecnica.

Anche un bimbo si accorgerebbe che c’è la necessità di modificare le regole di ingaggio che presiedono al nostro «trattato d’amicizia», che ad oggi riserva agli ufficiali italiani un semplice ruolo di «osservazione e supporto» nel contrasto all’immigrazione. Ma sulla stordente inerzia del nostro Governo, non pesano soltanto le milionarie commesse libiche. C’è anche la pancia della Lega e la guerra santa dichiarata ai baluba. «Prova ancora. Vedrai che la prossima volta riuscirai a dimostrare di essere un vero leghista», recita il giochino inventato dal Trota. L’impressione è che non mancheranno occasioni.

Sopra, il peschereccio siciliano “Ariete”, crivellato di colpi di mitra partiti da un’imbarcazione dell’esercito libico nella notte di due giorni fa. Per il governo italiano, si è trattato di un incidente; il capitano della nave partita da Mazara del Vallo, invece, sostiene che l’attacco sia stato volontario. Imbarazzi e dubbi anche sulla presunta presenza di militari della Guardia di Finanza. A destra il leader dell’Udc, onorevole Pier Ferdinando Casini. Nella pagina a fianco, il presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi

sottoscritti e in particolare quali responsabilità operative siano chiamati ad assolvere appartenenti a forze di polizia italiane e con quali regole di ingaggio».

I senatori del Pd hanno chiesto di richiamare l’ambasciatore a Tripoli. La presidente di turno dell’assemblea dei deputati, Rosy Bindi, ha annunciato che oggi alle 15, durante il question time, sarà il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a riferire in aula sulla vicenda. Il comandante del peschereccio Ariete “sapeva di pescare illegalmente”, è intanto quanto si è lasciato sfuggire il ministro degli Esteri Franco Frattini. Ma il Gps ha registrato che l’episodio è avvenuto in acque internazionali. E le prime reazioni del governo attirano solo critiche. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha parlato di un incidente forse perché i libici pensavano a una nave carica di clandestini. Versione subito smentita da più parti, in quanto le testimonianze raccontano di una chiara identificazione in italiano della nave Ariete, ciononostante crivellata di colpi. Dall’Idv, il capogruppo Massimo Donadi attacca «Maroni ha mentito sull’attacco della motovedetta libica, che non è stato un incidente, ed ora deve venire immediatamente in aula a spiegare». Critiche che non vengono solo da sinistra: «Incomprensibile e inaccettabile» è il commento all’attacco del ministro delle Politiche agricole, Giancarlo Galan. Che gli spari ad altezza d’uomo non possano essere liquidati come incidente lo ha affermato anche Salvo Pogliese, vicecapogruppo Pdl in Sicilia. Dura anche la società civile: giustificare le raffiche sparate da una nave guardiacoste libica spiegando che la marina di Tripoli pensava si trattasse di una “imbarcazione con immigrati irregolari”, come fatto da Maroni, fa nascere “gravi dubbi”, ha detto il presidente delle Acli Andrea Olivero. «È legittimo sparare ai clandestini?», si chiede il leader del movimento dei lavoratori cristiani. Per Oberdan Ciucci, presidente dell’Associazione nazionale oltre le frontiere promossa dalla Cisl, l’episodio «è l’effetto preoccupante di un accordo tra Italia e Libia per il contrasto dei flussi clandestini che abbiamo sempre detto sbagliato e che va rivisto». Critiche e preoccupazioni a tutela della sua comunità ha espresso anche mons. Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo.

Per il leader Udc siamo davanti a «una pagina buia della politica estera italiana, un fatto grave e inquietante». Il Pd chiede un richiamo per l’ambasciatore libico

Sulla stessa linea anche il Pd, che chiede al Governo di dire in Parlamento “parole molto chiare” sulla sparatoria e sui contenuti del trattato italo-libico. «Che le autorità libiche si scusino per il gravissimo incidente di ieri è il minimo che il nostro paese possa attendersi (l’ambasciatore libico si è scusato e questo per lui e il governo avrebbe chiuso il caso, ndr) e sollecitiamo perciò il governo italiano a compiere tutti i passi necessari in questa direzione», ha affermato Piero Fassino, Presidente Forum Esteri del Pd. «Quell`incidente - ha aggiunto Fassino - sollecita un urgente chiarimento su quali siano le implicazioni concrete degli accordi


panorama

pagina 10 • 15 settembre 2010

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Se gli arbitri diventano tutti comunisti e il Milan perde con il Cesena fa notizia. Non perché sia il Milan, ma perché il Cesena è il Cesena (con tutto il rispetto per la squadra romagnola). Ricorderete senz’altro la scena del film di Troisi Scusate il ritardo: Troisi e la Giuliana De Sio sono a letto, si sono amati e lui accende la radio per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto, arriva la notizia che il Napoli sta perdendo 2 a 1 con il Cesena e allora sottolinea la cosa: «Niente meno il Napoli sta perdendo con il Cesena». La coppia era già in crisi e la De Sio è sconsolata: «Io ti parlo e tu pensi al Cesena». A quel punto Troisi fa il finto tonto e aggiunge con ironia: «Va beh, non ti preoccupare, tanto è il primo tempo». Come andò a finire poi quella partita non è dato sapere. Fatto sta che la vittoria del Cesena su una squadra che punta a vincere il campionato fa notizia, eccome. Se poi quella squadra è del capo del governo il quale non trova di meglio da dire che “gli arbitri sono di sinistra” allora la notizia da sportiva diventa politica e ci si chiede: ma le partite del Milan devono essere dirette solo da arbitri iscritti al Pdl?

S

Marcello Nicchi, presidente dell’Aia, ha risposto al presidente Berlusconi e ha sottolineato cose scontate eppure importanti: «Quella di Berlusconi è stata una battuta infelice che non intacca il lavoro che l’associazione arbitri sta portando avanti. Gli arbitri, come tutti, sono di destra e di sinistra. Io non ho mai avuto tessere di partito, ho solo quella dell’Aia». E poi ha aggiunto: «Gli arbitri sono stati quasi perfetti, ci sono stati invece degli errori da parte degli assistenti, ma nulla di così grave. Si è trattato di centimetri, è una cosa fisiologica che fa parte dell’errore umano perché noi non siamo macchine». Cose molto normali, ovvie e scontate che però nel campionato italiano diventano fondamentali se il Cesena vince sul Milan e alla squadra del presidente del Consiglio sono annullati dei gol e gli arbitri sono accusati di essere comunisti e quindi non avversari e nemici del Milan berlusconiano e anticomunista.

Il campionato italiano era definito un bel po’ di tempo fa “il campionato più bello del mondo”. Oggi potrebbe essere definito “il campionato più brutto del mondo” o “il campionato più polemico del mondo” o ancora “il campionato più politico del mondo”. Non abbiamo ancora superato la stagione del cosiddetto “sistema Moggi” che già dobbiamo fare i conti con le discussioni sugli errori arbitrali e l’introduzione della moviola in campo per limitare al massimo il rischio di errore umano. La discussione non è serena per un motivo semplice: non ci si fida degli arbitri e si ritiene che l’errore non sia in buonafede. Siamo pur sempre il paese del calcio-scommesse. In questo clima Berlusconi poteva risparmiarsi la “battuta infelice” sugli arbitri di sinistra. Qualcuno potrebbe avanzare l’idea di avere in campo gli assistenti divisi in destra e sinistra, l’arbitro di centro e il quarto uomo leghista.

Federalismo e solidarietà Si comincia dai Comuni Una soluzione per evitare assistenzialismo e malgoverno di Maurizio Petriccioli li effetti della manovra economica e la crisi politica in atto tra le diverse componenti della maggioranza stanno provocando una accelerazione nella realizzazione del federalismo fiscale che può rivelarsi insidiosa. La legge delega ha individuato soluzioni idonee per il miglioramento della gestione delle risorse e il coordinamento della finanza pubblica, ottenendo in parlamento un ampio consenso politico. Ora invece, mentre dovrebbero essere condivisi i contenuti dei decreti legislativi, sia nella conferenza Stato-Regioni sia con le parti sociali, si rischia che l’attuazione della riforma venga realizzata in solitudine dal Governo e che su questa pesino tattiche elettorali.

G

Il ministro Tremonti e la Lega hanno preso saldamente in pugno la bandiera del Federalismo e il dibattito si sta spostando su un piano ideologico lasciando al “merito” residuali margini di discussione. Il timore è che in questa delicata fase vengano meno quei riferimenti all’interesse nazionale, alla sussidiarietà e al bene comune capaci di orientare la riforma verso la coesione sociale e la creazione di valore per tutto il Paese. Per promuovere un federalismo fiscale che sia volano di sviluppo economico e sociale è necessario il confronto tra i diversi livelli di Governo e le Parti Sociali. Per il sindacato ci sono due aspetti sensibili per la realizzazione di un equilibrato assetto Federale. Il primo riguarda la potestà tributaria delle Regioni e degli Enti Locali che deve offrire autonomia finanziaria e chiedere maggiore responsabilità nella gestione della “cosa pubblica“. Le autonomie locali istituendo tributi propri saranno più responsabilizzate verso i cittadini e incentivate a combattere l’evasione. Il modello di federalismo basato sulla centralità dei Comuni, è coerente con l’impostazione della Cisl che ha sempre chiesto una chiara separazione tra i livelli di governo e i tributi loro assegnati, responsabilizzazione degli amministratori rispetto alle politiche di bilancio e al recupero di base imponibile. Lo schema di decreto legislativo varato ad agosto avvia il percorso in questa direzione e attribuendo ai Comuni la tassazione immobiliare, colloca il primo tassello del federalismo municipale. La “cedolare secca” sugli affitti, inoltre, pur introducendo una positiva semplificazione del

sistema, non dovrà favorire la grande proprietà immobiliare. L’ispirazione sussidiaria dovrebbe spingerci a sostenere un sistema federale che metta al centro ciò che sino ad oggi è stato considerato periferia, dal cittadino al Municipio, assegnando loro non più poteri derivati ma una ”origine” di poteri oggi riservata allo Stato centrale. Solo così si potrà evitare di replicare sulle Regioni un nuovo centralismo.

Il secondo aspetto riguarda la definizione del livello ottimale dei costi standard che rischia di generare nuove iniquità a danno dei lavoratori, dei pensionati e delle famiglie. La loro definizione rappresenta lo strumento fondamentale per combattere gli sprechi e per rivedere “la spesa storica” degli Enti Locali, raggiungendo con gradualità servizi più efficienti. Nelle aree dove sono maggiori gli effetti dello sperpero di risorse pubbliche, la sanzione elettorale rischia di non essere avvertita come stimolo sufficiente per il cambiamento delle classi dirigenti locali. Il paradosso è che mentre i cattivi amministratori rischiano di non venire colpiti, il più elevato livello dei costi standard ricadrebbe sui cittadini. Tale rischio è ancora più probabile in quelle aree del Paese dove il voto di scambio condiziona le scelte dell’elettorato prescindendo dalla validità dell’azione amministrativa. Da qui l’esigenza di individuare meccanismi politico-istituzionali che evitino ulteriori derive assistenzialistiche e sanzionino il malgoverno degli Enti Locali. Il secondo schema di decreto legislativo sul fabbisogno standard risponde solo in parte a queste richieste. Individuando il percorso ed i criteri per la sua definizione, lascia ad un secondo momento le valutazioni numeriche e il peso da attribuire a ciascun criterio.

Il decreto sul fabbisogno standard degli Enti Locali non corregge gli sprechi di gestione né le disparità sociali

Sarà quello il momento per valutare quanto il percorso avviato vada nella direzione di servizi più efficienti accompagnati a meno sprechi e più responsabilizzazione. Se si ritiene che il federalismo fiscale sia una riforma imprescindibile, si deve anche essere disponibili a maturare questo cambiamento in un clima di dialogo e di assunzione di responsabilità necessaria poiché riguarda il futuro assesto economico sociale del nostro Paese.


panorama

15 settembre 2010 • pagina 11

All’interno del Partito democratico è sempre più lotta intestina per contrastare la «leadership debole» di Bersani

Piccolo Veltroni o piccolo Fini? Il ritorno dell’ex segretario, diviso tra una propria corrente e i gruppi autonomi di Antonio Funiciello autunno del Partito democratico si preannuncia parecchio caldo. Sembrava impossibile averne uno ancora più torrido di quello dell’anno scorso, quando il Pd s’impegnò in un’estenuante conta congressuale. Ma se si pensa che i rivali di dieci mesi fa, Bersani e Franceschini, sono oggi i più solidi alleati al vertice del partito, si capisce come pure il congresso dello scorso anno è servito a poco. Non sarà la nascita dei gruppi parlamentari veltroniani a riscaldare i prossimi mesi. L’ipotesi di gruppi autonomi, alla maniera finiana, non è mai stata contemplata dall’ex segretario, ma le riunioni segrete convocate hanno offerto il destro agli avversari interni per attaccare frontalmente. I giovani dalemiani, cosiddetti giovani turchi, hanno sferrato i loro strali con un confuso documento politico e la convocazione di una riunione presto sconvocata e rimandata a data da destinarsi. I vecchi dalemiani, Nicola Latorre in testa, hanno colto al balzo la palla delle riunioni carbonare, per accusare Veltroni di tradimento e disfattismo. E siamo solo a metà settembre...

L’

roni, s’incarica di rilanciare il progetto originario del partito, contro la possibilità che Bersani apra un nuovo ennesimo cantiere sotto l’insegna nuovo Ulivo. A parte Letta e la Bindi, Fioroni porterà tutto quello che resta nel Pd della vecchia Margherita a firmare il documento su cui sta lavorando con Veltroni. Pur mancando le adesioni del padre nobile Franco Marini e del capogruppo Franceschini, il mondo popolare sarà compatto nel

sostenere tale ritorno alle origini del Pd, nello spirito di quel Lingotto che nonostante si sia liquefatto in così poco tempo, conserva una sua forte attrattiva. Veltroni se n’è reso conto e intende provare a farlo pesare ancora, in un momento come questo in cui il successo della festa dell’Unità di Torino, rinominata festa Democratica, ha stretto lo zoccolo duro del partito intorno a Bersani, mentre i sondaggi continuano a registrare il calo di consensi rispetto pure alle ultime Regionali.

Al vaglio, un documento contrario all’idea di Bersani di un altro cantiere sotto l’insegna “nuovo Ulivo”

L’incognita della leadership veltroniana continua a gravare sul futuro del Partito democratico. Di un suo ritorno si parla ormai apertamente, più che nella sua cerchia, soprattutto in quella dell’attuale segretario. Non a caso i dirigenti quarantenni a lui vicini, i giovani turchi, hanno posto al centro del loro documento proprio quel Lingotto che considerano la malattia mortale della sinistra italiana. Ricostruendo la vicenda della sinistra italiana intorno al famoso discorso che Veltroni tenne a Torino nel giugno del 2007, i quarantenni dalemiani hanno avvertito Bersani di muovere tenacemente nella direzione opposta. Naturalmente riconoscere al Lingotto una tale centralità, è un goffo autogol che dimostra come l’incubo peggiore del Nazareno conti-

Quello che seguirà nel Pd, mentre Berlusconi tenterà di tenere in piedi il suo governo, non sono gruppi autonomi mai stati all’ordine del giorno, ma un documento che, a sentire Fio-

nui ad essere un prossimo ritorno di Veltroni. Un ritorno temuto soprattutto nel caso in cui la situazione del centrodestra dovesse precipitare, aprendo al terremoto delle elezioni anticipate. Bersani non si sente sicuro della sua leadership, malgrado il bagno di folla di Torino. La paura che si possa ripetere quanto andato in scena alle primarie pugliesi non abbandona né lui né gli uomini a lui più vicini.

In verità, che Veltroni pensi di ritornare a contendere la leadership a Bersani è un’ipotesi parecchio remota. Pretenderebbe dall’ex sindaco di Roma un approccio di lotta politica sensibilmente diverso da quello che lo ha portato nel 1998 alla segreteria dei Ds e nel 2007 a quella del Pd. in entrambi quei casi,Veltroni fu acclamato alla carica maggiore del partito da una maggioranza bulgara, con un accordo preventivo dei maggiorenti. Oggi,Veltroni dovrebbe sfidare a viso aperto Bersani, in un contesto reso ancora più confuso dalla presenza sul campo di altri attori, da Nichi Vendola ad Antonio Di Pietro a Sergio Chiamaparino, che non paiono a questo giro accontentarsi di fare le comparse. Nel Partito democratico, insomma, la situazione è più ingarbugliata di prima del congresso di dieci mesi fa. E il Pd resta così il migliore alleato di un Silvio Berlusconi sempre più decadente.

Trattative. La vendita della società di calcio sarebbe a buon punto, ma manca un presidente

La Roma cerca l’uomo immagine di Alessandro D’Amato

ROMA. Come la sora Camilla, tutti la vogliono e nessuno se la piglia. O meglio: chi se la piglierebbe c’è pure, ma nessuno vuole metterci la faccia. Da anni la A.S. Roma è ufficiosamente in cerca di un acquirente, da anni le proposte – soprattutto sui giornali – ci sono, ma nessuno si fa avanti per chiudere l’affare. E così il destino di una società che continua a conseguire buoni risultati sportivi si fa via via sempre più fosco. L’ultimo arrivato è il vicepresidente della Lukoil Leonid Fedun, che avrebbe intenzione di acquistare il pacchetto di controllo secondo alcuni media russi. Un portavoce del colosso petrolifero ha precisato che l’eventuale operazione non coinvolge la Lukoil, ma il solo Fedun. Stando al sito Lifenews.ru, Fedun dovrebbe sborsare 200 milioni di euro e pagare i forti debiti del club, che in altre epoche avrebbero dissuaso da un analogo progetto la società NaftaMoskva dell’oligarca Suliman Kerimov. Il vicepresidente della Lukoil, secondo le indiscrezioni, dovrebbe acquistare prima il

50% delle azioni, poi un altro 35% per diventare il padrone assoluto del club nel 2012. Fedun, già proprietario dello Spartak Mosca, potrebbe così ambire a far concorrenza a Roman Abramovich, il patron del Chelsea. Non male, per il 132esimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes, con un patrimonio personale stimato intorno ai

Le ultime voci parlano dell’interesse di Leonid Fedun, vicepresidente della Lukoil, colosso petrolifero della Russia di Putin 5,5 miliardi di dollari. Tutto fatto? L’esperienza ci insegna che è meglio andarci cauti. Anche se Paolo Fiorentino, vice a.d. di Unicredit, dice che la procedura di vendita è ormai avviata e che «i tempi ci interessano relativamente, ci interessa la soluzione finale, che sarà bella». Un “vissero tutti felici e contenti”, insomma, anche se alcuni problemi non sono ancora stati risolti. La

banca ha ricevuto molte manifestazioni di interesse, ma tutti, o quasi, finora all’offerta hanno premesso un punto. Ovvero, che sono disposti a investire, chi con logiche di ritorno sul capitale (Clessidra), chi per questioni affettive. Ma nessuno è disposto poi a prendersi l’onere della presidenza, in una piazza esigente che pretende di vincere e di vincere subito. Insomma, i più interessati fra gli italiani (con Angelini in pole position) hanno anche paura che qualcosa possa andare storto. E ritrovarsi da un momento all’altro additati al pubblico ludibrio tra radio e piazze (virtuali e reali). Un problema che avrebbe frenato, in altri tempi, anche altri acquirenti. Ci vuole uno straniero come Fedun per assumersi questa responsabilità? Dal punto di vista economico sì, ma poi il problema dell’uomo-immagine resta: mica ci può andare un presidente russo in tribuna e in conferenza stampa!


pagina 12 • 15 settembre 2010

il paginone

Avrebbero potuto sonnecchiare tranquilli all’ombra di Dario. E forse oggi il modello

Il giorno in cui nacque l’O i sono generazioni che dovrebbero ritenersi fortunate, perché possono celebrare anniversari che permettono loro di riscoprire e rafforzare la propria identità attraverso la propria storia. E ci sono generazioni pigre e distratte che questi anniversari li lasciano scivolare via, forse per non doversi guardare allo specchio. La nostra è una di quelle generazioni fortunate, ma rischia anche di essere distratta. Abbiamo potuto festeggiare il 2000, forse con più attenzione ai fuochi d’artificio e alle bollicine nel bicchiere di quanta ne abbiamo dedicata a ripensare i due millenni che ci hanno forgiato. Abbiamo celebrato forse con un po’ di distacco le ricorrenze della seconda guerra mondiale, della nascita dell’Europa, della sua riunificazione grazie alla caduta del muro di Berlino. Stiamo vivendo con più polemiche che gioia i 150 anni dell’Unità d’Italia. E intanto forse nessuno si è accorto che siamo nel bel mezzo del 2500° anniversario (che bella cifra maestosa!) di uno dei punti di svolta della storia, di un evento fondamentale che ha segnato il destino della civiltà, almeno di quella occidentale, che forse senza quell’evento non si sarebbe sviluppata in questo modo, o non si sarebbe sviluppata proprio. Parliamo di democrazia, di libertà, di filosofia, di arte, di scienza e di mille altre cose preziose e caratterizzanti, che ci hanno donato i greci. Quei greci che forse non avrebbero potuto farlo se nel 490 a.C. un pugno di ateniesi non avesse fermato l’esercito persiano invasore. A Maratona. In questi giorni.

C

Oggi Maratona è nota per la corsa e per una rinomata spiaggia, più o meno lì dove attraccò la flotta dell’imperatore Dario, il Re dei Re persiano. E dove si svolse la battaglia, che arrivò fino alle rive del mare. La piccola pianura segnata da strade e edifici che si stende tra il mare e i colli retrostanti è disseminata di testimonianze dell’eroico evento, testimonianze clamorose, eppure non facilissime da raggiungere, non sempre ben segnalate, e comunque fuori dalle rotte turistiche. La cittadina di Maratona sonnecchiante sotto il caldo sole dell’estate greca non sembra attrezzata per dare soddisfazione ai visitatori, nonostante i lavori e gli impianti delle recenti Olimpiadi di Atene 2004, dedicati più che altro alla corsa che per fama ha superato la battaglia che l’ha originata. Unico muto testimone dell’antica gloria il manifesto nero presente un po’ ovunque che ricorda i francobolli celebrativi del 2500° anniversario della battaglia. Lontano dal centro, più verso il mare, un piccolo parco rinchiuso da una ringhiera è composto da una distesa di erba verde ombreggiata da alberi e con al centro un tumulo di terra alto pochi metri: quello è uno degli ombelichi del mondo. È il tumulo sepolcrale eretto 2500 anni fa per i 192 opliti ateniesi caduti nella giornata in cui le armate persiane vennero respinte in mare. Molte delle loro ossa dormono ancora lì, testimoni mute e forse per questo trascurate di un anelito di libertà che da allora non ha mai cessato di scaldare gli animi dell’Occidente. Terra e acqua, chiedeva il Re dei Re, il simbolo di una sottomissione che in fondo poteva essere poco più che simbolica, l’aggiungersi a un impero sterminato che andava dall’Indo al Nilo e dove qualche città in più non avrebbe fatto la differenza. Città che tutto sommato avrebbero potuto sonnecchiare tranquille all’ombra delle ali protettrici del sovrano di Persia, e magari anche prosperare commerciando con le regioni più remote del vasto regno. Se questa scelta, che alcune città greche fecero, fosse stata anche quella di Atene, e di Sparta, e di Platea e delle altre città che si opposero, forse il modello dominante nella storia non sarebbe stata la democrazia greca, con tutti i suoi correlati giuridici e umani e i suoi collegati filosofici, culturali, economici, ma avrebbe trionfato quello che seppur con una semplificazione chiamiamo il dispotismo orientale. La storia è un meccanismo complesso, e le vicende non

Sono passati esattamente 2500 anni da uno dei p segnato la storia della nostra civiltà. Nell’estate d un pugno di ateniesi riuscì a fermare l’invasion di Osvaldo Baldacci

vanno ridotte alla semplificazione ideologica della retorica dei vincitori, eppure questo è uno di quei casi in cui davvero si può dire che da un lato combattessero un pugno di cittadini e uomini liberi e dall’altra una massa di armati sottomessi al volere indiscutibile del Re dei Re.A una certa distanza dal tumulo degli ateniesi (serve la macchina) ne sorge un altro simile che conserva le spoglie dei coraggiosi plateesi, gli unici alleati che si sono mossi in tempo per affiancare Atene nell’impari confronto. Accanto al tumulo il piccolo museo raccoglie altre testimonianze dell’evento, tra cui i pochi resti del trofeo commemorativo, in tempi moderni replicato lì dove era, un’alta colonna dal capitello ionico. Ma altre testimonianze emergono dal passato lontano da qui: il Tesoro degli Ateniesi nel santuario di Delfi è stato costruito con la decima del bottino di Marato-

Sedata la rivolta ionia, il Re dei Re preparò la vendetta. Nel 491 mandò ambasciatori nelle città greche, chiedendo ancora “terra e acqua”. Molte accettarono, alcune decisero di resistere na; a Toronto, in Canada, si conserva un elmo e un teschio greci trovati sul luogo della battaglia; e la testimonianza più clamorosa, direi commovente, è oggi al Museo di Olimpia, l’elmo stesso che quel giorno indossava il condottiero ateniese Milziade, con incisa la sua dedica al santuario, e accompagnato da un elmo tolto ai persiani. Ma cosa accadde quel giorno? E soprattutto, quale giorno? La data infatti non è accertata con precisione, né forse è accertabile. L’anno sì, è il 490 a.C. Il periodo l’estate. Ma i calcoli per accertare il giorno sono molto complessi. È però ormai abbastanza genericamente accettato che siamo tra il 10 agosto e

il 15 settembre. Molti propendono per una data abbastanza precoce, più verso il 10 o 12 agosto. Ma altrettanto seri sono i calcoli che spingono a preferire settembre, forse il 2 o tra il 9 e il 12, anche se Plutarco, non creduto dagli storici moderni, parla del 6 ottobre.

Perciò sono proprio questi i giorni in cui possiamo celebrare l’anniversario (o cominciare a celebrarlo per festeggiare fino a tutto l’anno prossimo, visto che l’anno 0 non esiste...). Dunque, partiamo dal calendario: basandoci su Erodoto, il calcolo va fatto in riferimento alla festa spartana della luna piena, il 15 o 16 del mese, dato che gli spartiati si mossero dopo quel giorno e arrivarono a Maratona circa tre giorni dopo, a battaglia conclusa da poco. Uno dei problemi è che le fonti non dicono di quale mese. Comunque gli studi puntano sulle date citate, e se per certi versi c’è chi preferisce agosto, è settembre il mese delle Carneie spartane, festa che influenzerà con i suoi tabù anche la battaglia delle Termopili. Gli eventi che culminarono quel giorno erano iniziati parecchio tempo prima, e in qualche modo gli ateniesi ne portano una parte di responsabilità, anche se – diciamo noi a posteriori – in positivo. Sono stati loro infatti a provocare i persiani. L’espansionismo del Gran Re infatti, dopo aver schiantato il regno di Creso di Lidia, era andato a scontrarsi con le città-stato greche della costa anatolica e delle isole prospicienti. Grandi città come Mileto, Efeso, Alicarnasso, Samo ed altre, allora ricche e potenti e parte a pieno titolo del cuore della Grecia, anzi, motore del suo sviluppo economico, culturale e persino filosofico. Queste città, come le altre, giocavano col potere persiano tra accondiscendenza e indipendenza, ma forse non avevano capito bene con chi avevano a che fare. Se qualche tiranno imparò a prosperare all’ombra del Gran Re, e alcune fazioni greche furono loro a chiamare in soccorso della propria parte politica le armate persiane, altri greci erano insofferenti di ogni ingerenza. Alcuni preferirono emigrare, altri si batterono, seppur all’interno di una situazione politica tutt’altro che in


il paginone

15 settembre 2010 • pagina 13

o dominante nella storia non sarebbe stata la democrazia, ma il dispotismo orientale

Occidente

Atene gettò gli ambasciatori nel baratro da cui venivano precipitati i criminali, Sparta invitò i legati a raccogliersele da soli in fondo a un pozzo in cui furono giustiziati, e anche Eretria rifiutò di cedere. Dario approntò una grande spedizione. Le cifre degli storici greci sono esagerate, ma certo erano una flotta e un esercito imponenti, del tutto sproporzionati alle forze che potevano mettere in campo delle città stato. Tra le armate persiane, anche molti greci, gli esiliati in cerca del ritorno al trono, come l’ateniese Ippia, soldati e marinai delle città sottomesse, persino membri delle fazioni politiche filo-persiane all’interno delle singole città.

punti di svolta che hanno del 490 a.C., a Maratona, ne dell’esercito persiano In onore di Filippide fu creata la corsa che conclude i Giochi

Quei 42 chilometri, simbolo delle Olimpiadi Non si può parlare di Maratona senza parlare della maratona. La più celebre corsa podistica nacque come tributo a quella celebre impresa e a quella altrettanto celebre e altrettanto decisiva dell’ateniese Fidippide, che fu mandato a percorrere il più velocemente possibile la distanza tra Atene e Maratona. Fidippide corse, annunciò la vittoria, e, spossato, morì. È in suo onore che De Coubertin ottenne di creare per le prime Olimpiadi moderne, nel 1896 ad Atene, la corsa della maratona, divenuta un simbolo che tradizionalmente conclude le Olimpiadi. E che porta migliaia di appassionati a calpestare le strade di mezzo mondo. La distanza è fissa: 42,195 chilometri. Ma, colpo di scena, questa insolita cifra così precisa non è la distanza tra Maratona ed Atene. Le due città infatti sono separate da una imprecisa quarantina di chilometri. La mitica misura venne in realtà fissata solo nell’Olimpiade del 1908 a Londra: la distanza doveva permettere di partire dal Castello di Windsor per arrivare allo stadio di Londra. La distanza venne ufficializzata nel 1921. Ci sarebbe poi un altro paradosso: la maratona è diventata anche uno dei simboli della pace. Non pensando che è nata da una guerra. Ma forse non c’è contraddizione: da Maratona partiva un messaggio di libertà, conquistata con le armi, sì, ma solo con la li(o.ba.) bertà può esserci la vera pace.

bianco e in nero. Ad esempio la grande rivolta ionica che scoppiò nel 499 vide Aristagora di Mileto alleato al satrapo persiano Artaferne in soccorso degli esiliati di Nasso.

Probabile che i persiani vedessero già l’isola come un trampolino per le vicinissime Eubea e Grecia. Ma l spedizione andò male, i persiani si ritirarono, Mileto non poteva permettersi le spese, e Aristagora fiutò che le popolazioni greche iniziavano a non tollerare il dominio dei tiranni sostenuti dai persiani. Prima di andare in rovina lui, decise invece di fomentare e mettersi a capo di una rivolta di tutta la Ionia contro il Gran Re. Evidentemente aveva ragione a credere che i tempi fossero maturi, perché il fuoco divampò vigoroso invocando riforme democratiche e prendendo come bandiera l’isonomia, cioè l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Aristagora rinunciò alla sua carica di tiranno di Mileto, e divenne capo di un vasto movimento rivoluzionario che all’inizio ebbe un grande successo: i tiranni furono cacciati dai greci insofferenti del troppo poco che ricevevano in cambio della loro sottomissione alla Persia, e un vasto esercito venne armato. Gli ioni per il duro confronto che li aspettava chiesero aiuto alle città della madrepatria, ma ottennero ascolto solo da Eretria, in Eubea, e da Atene, che così entra in gioco. La stessa Atene aveva da poco subito lo stesso processo di cacciata dei tiranni e di nascita della democrazia, e Ippia, l’ex tiranno, si era rifugiato

Le falangi degli opliti, a differenza dei nemici, combatterono per la propria sopravvivenza, per le loro case e le loro famiglie. E anche per i loro diritti di godere della propria libertà senza dover rendere conto a un monarca che può comunque toglierti tutto proprio presso i persiani. Lo ritroveremo come protagonista quando affiancherà la guida della spedizioni persiana contro la Grecia. I greci nel tentativo di fermare l’espansione persiana verso ovest ottennero alcune vittorie: eclatante la conquista e il saccheggio di Sardi, già capitale dell’impero lidio e ora capoluogo della satrapia persiana d’Asia Minore. Ma poi venne una sonora sconfitta a Efeso e nonostante la rivolta si fosse estesa anche a Cipro gli anni successivi furono quelli della riconquista e della vendetta persiana. Intanto ateniesi ed eretri erano tornati a casa. Ma Dario non li aveva dimenticati. Sedata la rivolta ionia, preparò la vendetta. Nel 491 mandò ambasciatori nelle città greche, chiedendo ancora una volta terra e acqua. Molte città accettarono, alcune no.

La spedizione marciò prima sull’isola di Eubea, dove dopo un assedio espugnò Eretria che venne devastata gli abitanti venduti in schiavitù. Da lì sbarcarono nella prospiciente Attica, per creare una testa di ponte: su consiglio di Ippia scelsero una baia e una pianura relativamente ampia e ricca d’erba per i cavalli: Maratona. È arrivato il momento di parlare degli ateniesi. Soli, con un migliaio di plateesi. Gli altri, compresa Sparta, li avevano abbandonati. Furono in molti a essere protagonisti della vicenda, ma due su tutti. Uno dei dieci strateghi, Milziade, e il polemarco, Callimaco. La storia ci ha raccontato soprattutto i meriti del primo, protagonista in tutte le scelte decisive, da quelle strategiche a quelle tattiche, compresa la decisione di attaccare battaglia quando metà dei suoi colleghi era contraria (ateniesi e persiani si fronteggiarono per diversi giorni prima di prendere qualsiasi iniziativa, forse gli ateniesi erano in attesa dei rinforzi spartani). Poi Callimaco: nei racconti avallati dal figlio di Milziade Cimone ha un ruolo secondario, però sta di fatto che fu suo il voto decisivo la mattina della battaglia, e fu lui a morire sul campo in prima fila fra le schiere ateniesi. A lui è dedicato un memoriale. Ma a parte loro ci fu un terzo protagonista indiscutibile della battaglia: l’oplita. Il tipico soldato greco coperto di bronzo dalla testa ai piedi con elmo, corazza, scudo tondo e schinieri. Gli opliti combattevano fianco a fianco nella falange, che vuol dire “rullo”, e ciascuno dipendeva dai suoi compagni. Un muro irto di punte, ma dove nessun mattone poteva cedere, pena il collasso. La falange fu uno strumento militare decisivo, di fronte alle numerose schiere persiane armate più alla leggera e non abituate a un confronto militare così ferocemente ravvicinato e all’ultimo sangue. Forse l’esito sarebbe stato diverso se i persiani avessero schierato ai fianchi della falange la loro possente cavalleria, ma per qualche motivo ciò non accadde. E il rullo greco, magistralmente diretto da Milziade, macinò l’esercito avversario. Milziade ebbe un colpo di genio, un abbozzo di manovra tattica che andò a colpire i punti deboli degli avversari. Non solo la falange si scagliò come un maglio contro i nemici, persino sorpresi dalla manovra. Ma Milziade aveva assottigliato le linee centrali, a costo di farle retrocedere, per rafforzare le ali, su cui fece pressione ottenendo la vittoria in quei settori per poi circondare e massacrare al centro le migliori truppe nemiche. Un successo totale con i pochi superstiti respinti fin sopra le navi su cui fuggirono. La vera vittoria ateniese si completò però con una clamorosa marcia che riportò rapidamente la falange ad Atene, prima che la flotta persiana riuscisse a portare un esercito contro la città sguarnita. La falange oplitica fu lo strumento militare della vittoria ateniese, ma probabilmente alla radice della vittoria c’è anche un’altra componente, e cioè il valore politico della falange. Nel caso di Maratona infatti non è retorica dire che l’esercito persiano era composto da sudditi, a volte poco convinti, mentre gli opliti erano cittadini di pieno diritto che mantenevano un rapporto diretto tra la prestazione militare e il ruolo politico: chi si armava a proprie spese e combatteva fianco a fianco ai suoi compagni come un corpo solo, condivideva con loro anche le responsabilità e i vantaggi della vita politica ed economica cittadina. Gli opliti ateniesi, a differenza dei persiani, combatterono quel giorno per la propria sopravvivenza, per le loro case e le loro famiglie, e anche per i loro diritti di godere appieno di tutto questo senza dover rendere conto a un monarca che può comunque toglierti tutto. Gli ateniesi vinsero a Maratona, e nacque l’Occidente.


mondo

pagina 14 • 15 settembre 2010

Diplomazie. Washington, colpita dalla crisi economica, non sembra più volere esercitare il proprio peso sulla Cina. Un partner che non si può offendere

Le relazioni pericolose Pechino ospita i dittatori di Iran, Corea e Birmania e ci fa affari. Con la benedizione degli Stati Uniti di Vincenzo Faccioli Pintozzi l peso specifico della Cina sul palcoscenico internazionale continua a salire. Utilizzando metodi a volte discutibili, a volte poco ortodossi, spesso quasi criminali, l’Impero di Mezzo ha deciso che non può essere soltanto l’economia il veicolo con cui imporsi al mondo; la diplomazia, e i rapporti con il mondo terzo, sono il nuovo gancio di Pechino verso il resto del pianeta. E la cronaca quotidiana lo dimostra: la Cina ha ospitato, da giugno a oggi, i leader di Corea del Nord, Myanmar e Iran. Senza dimenticare due alti funzionari del governo americano, a Pechino in cerca di denari. In questo modo, la nazione asiatica ha dimostrato di non avere alcuna delle remore occidentali nel trattare con gli “Stati canaglia”, almeno quando si tratta di proteggere interessi strategici e rifornimenti energetici. Innanzitutto, è importante sottolineare come la propaganda cinese tenda a definire i primi tre Paesi della lista degli ospiti come “nazioni di paria”, gli intoccabili della tradizione sociale dell’India, come a volerli assolvere dal pregiudizio internazionale.

I

Va poi considerato che la Cina, oggi, è spinta da una nuova ambizione: quella di operare sul palcoscenico della diplomazia mondiale con una forza globale che sia commisurata al suo peso economico. Ecco perché la decisione di ospitare tre dittatori – Kim Jong-il, il generale Than Shwe e Mahmoud Ahmadinejad – viene presenta-

ta alla popolazione cinese come una mossa indispensabile per poter camminare a testa alta ai summit globali. Pechino, in breve, cerca di accreditarsi come il ponte fondamentale, e sostanzialmente unico, attra-

Infrastrutture in cambio di petrolio, tecnologia nucleare in cambio di gas. E poi mercato di armi con tutti i regimi vigenti verso cui far passare le richieste del mondo alle dittature. Ma i rapporti intrecciati con Pyongyang, Teheran e Rangoon garantiscono al governo cinese il raggiungimento di un altro obiettivo chiave, probabilmente il vero motore di questi sforzi diplomatici: l’accesso alle risorse naturali dei tre Paesi, troppo poveri per sviluppare e sfruttare in maniera pienamente autonoma idrocarburi e gas che affollano i loro sottosuoli. Xu Tiebing, che insegna relazioni internazionali all’Università per la comunicazione cinese, spiega: «Oggi la Cina segue il proprio sentiero. Si integra al mondo, sì, ma sceglie il proprio linguaggio e mantiene in maniera feroce la propria autonomia e i propri valori. In sostanza, ha deciso di difendere i propri interessi fondamentali senza preoccuparsi troppo di cosa l’Occidente possa pensare». D’altra parte il cerimoniale se-

IL FALCO DELL’ATOMICA

guito per l’accoglienza di tali, discutibili ospiti non lascia spazio a dubbi: per Than Shwe – che, vale la pena ricordarlo, mantiene in un regime di arresti domiciliari il Nobel per la pace Aung San Suu Kyi e governa con pugno di ferro su una popolazione stremata da decenni di guerra civile – Pechino ha srotolato il tappeto rosso. Il generale è stato definito “un amichevole vicino” e le elezioni progettate dalla giunta militare per il prossimo 7 novembre (definite “una farsa” da tutto l’Occidente) sono state applaudite dai nipotini di Mao, che le hanno festeggiate come «un passo importante verso la democrazia».

Ma gli ospiti di peso non finiscono certo qui: due settimane fa, il dittatore dell’ultimo regime stalinista al mondo – il “Caro Leader” Kim Jong-il, padre padrone della Corea del Nord – è tornato per la seconda volta in quattro mesi in Cina, l’unico Paese che abbia mai visitato. Probabilmente si è recato dai suoi padrini politici cinesi per chiedere di approvare il passaggio di potere all’erede designato, Kim Jong-un. Il terzo Kim chiamato a regnare sul Paese è considerato persino più crudele del padre, e nessuno lo ha mai visto in fotografia. Sembra che, per guadagnarsi la nomina paterna, abbia fatto fuori in maniera spicciola gli altri “pretendenti”, fra cui due fratelli e uno zio, e si sia guadagnato così il rispetto del discutibile padre. La visita in Cina è servita, con ogni probabilità, a

Un soldato monta il picchetto d’onore in piazza Tiananmen, l’enorme agglomerato costruito davanti alle mura principali della Città proibita. In basso, da sinistra: il ministro degli Esteri cinese omaggia Ahmadinejad; Hu Jintao sorride a Kim Jong-il; Wen Jiabao chiacchiera con Than Shwe, dittatore birmano; sempre il premier con gli inviati degli Stati Uniti mettere in contatto il delfino (che sembra più che altro uno squalo) nordcoreano con il governo che, nei fatti, sostiene la sopravvivenza della nazione. Senza Pechino, Pyongyang non sopravvive, ed è per questo che i leader del regime devono rendere omaggio ai loro vicini. Senza eccezioni.

A giugno è stato invece il turno di Mahmoud Ahmadinejad, presidente di quell’Iran oramai nucleare che, secondo la comunità internazionale, muove i fili di ogni sussulto musulmano sparso per il Medio e il Vicino Oriente. Approfittando dell’Esposizione mondiale in corso a Shanghai, il contestato leader iraniano ha attaccato dal suolo cinese le potenze occidentali

L’ULTIMO DEI DITTATORI

che «monopolizzano la tecnologia nucleare e si comportano come i cowboy del III Millennio». Certo, Ahmadinejad non è andato a Pechino, ma per mancanza di tempo: e comunque il governo non lo ha fatto sentire solo, emanando un proclama ufficiale (affidato all’ineffabile ministero degli Esteri) in cui commentava difendendole le teorie dell’ospite, e scrivendo testualmente che la Cina «tiene moltissimo alla propria relazione con l’Iran». Ma a cosa serve tutto questo? Come detto, innanzitutto a guadagnare. Il petrolio iraniano, il gas naturale birmano e lo sviluppo delle infrastrutture portuali nordcoreane sono dossier nelle mani di Pechino, che ne detiene l’esclusiva. Inoltre non si possono ignorare le solite mosse che


mondo

15 settembre 2010 • pagina 15

è andato bene. Sono sicuro che la vostra visita aiuterà la comunicazione e il rispetto reciproco. Da quando il presidente Obama è entrato in carica, i rapporti fra Cina e Stati Uniti si sono mantenuti in un buon binario di sviluppo».

la Cina usa nella sua “diplomazia dello yuan”: investimenti enormi con tassi di interesse irrisori per la costruzione di autostrade e pozzi petroliferi, riconoscimento valutario nelle azzardate manovre di alcune Banche centrali e, soprattutto, la vendita di armi.

I mitra che hanno spianato la resistenza dei karen nel sud della Birmania sono made in China, così come i componenti che muovono l’ossatura dei mezzi pesanti dell’esercito dei pasdaran. Campi in cui Pechino non lesina denaro, con reciproca soddisfazione. In questa enorme scacchiera manca la mano che muove i pezzi bianchi, quelli che tendenzialmente identifichiamo come i buoni. Gli Stati Uniti, per essere chiari, che sembrano aver rinunciato alle formali proteste con cui hanno sempre accompagnato le azzardate piroette diplomatiche cinesi. Questo nuovo atteggiamento si spiega con il nuovo corso delle relazioni bilaterali, cambiato di colpo a seguito del crack che ha colpito la finanza internazionale e della crisi economica che sta attraversando il mondo. Oggi Wa-

shington e Pechino non litigano più, almeno non a mezzo stampa. Anzi, i governi di Cina e Stati Uniti sembrano ben intenzionati a rendere più stabili i rapporti reciproci, sempre più vitali per entrambe le nazioni, ma tormentati da diverse visioni nel campo economico, militare e diplomatico.Taiwan, i dazi commerciali, il protezionismo e la questione valutaria hanno infatti allontanato nell’ultimo anno le due capitali. Che ora riprendono, in maniera alterna, i canali di comunicazione. Il primo segnale di questo nuovo corso viene dal premier Wen Jiabao che, sostiene una fonte diplomatica cinese, «intende usare l’incontro di fine settembre con il presidente Obama per offrire un vigoroso

aumento delle importazioni americane, uno sforzo con cui si spera di aiutare la ripresa economica americana». L’incontro, che avverrà a porte chiuse, si inserisce in una serie di misure diplomatiche, economiche e militari con cui le due nazioni stanno cercando di rafforzare i rapporti bilaterali. Una seconda conferma viene dall’incontro, avvenuto tre giorni fa a Pechino, fra il presidente cinese Hu Jintao e due dei maggiori consiglieri della Casa Bianca, Tom Donilon e Larry Summers. I tre si sono incontrati dopo tre giorni di riunioni fra i dirigenti dei due governi, alle quali Hu non ha partecipato. Ma il presidente, in un breve saluto finale, ha dichiarato: «Ho sentito che il colloquio

IL GENERALE DI FERRO

Nessuno dei partecipanti ha voluto chiarire il contenuto dei colloqui, ma le due nazioni hanno molte questioni aperte sul tavolo. Washington continua a spingere per una rivalutazione dello yuan, la moneta nazionale cinese tenuta dal governo a un valore di scambio troppo basso, per rendere il dollaro competitivo nell’industria manifatturiera. Pechino si è sempre rifiutata di compiere questa operazione, che ritiene questione di politica interna, ma ha effettuato alcuni ritocchi valutari apprezzati dagli Usa. Da parte sua, Pechino si lamenta per l’iper-attività militare americana nei pressi delle coste cinesi. Negli ultimi mesi, infatti, la Marina statunitense ha compiuto una serie di esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. In risposta è scesa la Marina cinese, che per bocca dell’Esercito di liberazione popolare ha avvertito Washington di non esagerare. La questione del Mar Giallo, conteso da almeno quattro nazioni, è uno dei perni su cui gli Stati Uniti giocano per ottenere il sostegno di Pechino in questioni economiche. Tuttavia questo problema sembra essersi risolto, dato che due rappresentanti di entrambi i governi sembrano essersi accordati – alla fine di agosto – per la ripresa delle esercitazioni congiunte fra i due eserciti. La questione sarà comunque discussa nell’ambito dell’attesissimo viaggio di Hu Jintao a Washington, che per adesso è in programma per la metà di gennaio 2011. Le esercitazioni erano state congelate otto mesi fa, dopo che il Congresso Usa aveva approvato un pacchetto di vendita di armi a Taiwan e Obama aveva ricevuto il Dalai Lama. Quest’ultimo incontro poteva essere usato dall’Amministrazione statunitense per ricordare a tutti che l’America difende i diritti umani e si oppone alle violazioni dei dittatori. Invece è stata scelta una li-

nea estremamente sotto tono, che tuttavia non è servita per mitigare le ire cinesi. In effetti, il viaggio di Hu Jintao è rientrato nelle proteste espresse dalla Cina per la proditoria visita del leader buddista. Previsto per lo scorso autunno, l’incontro su suolo americano di Hu e Obama era stato bloccato e rimandato a data da destinarsi, un modo con cui spesso Pechino esprime la propria rabbia contro i Paesi che la offendono. Washington non vuole rifare l’errore precedente, e si è ben guardata dal protestare per la presenza del generale Than Shwe nella capitale cinese in concomitanza con quella dei propri boiardi. Né tanto meno ha emesso un fiato per le visite dei Kim, tese a garantire la sopravvivenza di una dittatura feroce. Tra l’altro, gli Stati Uniti sanno bene che se Pechino compra petrolio dall’Iran – un campo che l’Occidente proprio non può sfruttare – diminuisce la sete cinese di “oro nero” nei campi petroliferi africani, dove oggi si abbevera la maggior parte dell’Occidente rimasta fuori dal recinto dell’Arabia Saudita.

Le relazioni pericolose di Pechino non fanno più arrabbiare il mondo. Ma il rischio è che nel corso di questi giri di valzer la Cina alzi ancora di più l’asticella, ricreando quel gruppo di “non allineati” che tanto piaceva a Mao Zedong. Soltanto che, questa volta, i due blocchi contrapposti non esistono più. E i non allineati sembrano invece allineati belli dritti contro l’Occidente e i suoi valori tradizionali. Che, al momento, non sembrano avere campioni schierati a propria difesa. D’altra parte, se è vero che pecunia non olet è altrettanto vero che la provenienza degli investimenti, quando non è proprio lecita, porta con sè un lungo strascico sulla storia di chi lo compie. La Cina, però, fa eccezione: non ci sono le remore morali tipiche dell’Occidente, nelle stanze ovattate del potere di Pechino. E trattare con chiunque, chiedendo soltanto il rispetto dei propri confini, è un prezzo che solo loro possono accettare. Mentre il mondo resta a guardare.

GLI INVIATI AMERICANI


quadrante

pagina 16 • 15 settembre 2010

Medioriente. Ripresi ieri i negoziati in Egitto, oggi i colloqui a Gerusalemme ono ripresi i colloqui della speranza, tra Israele e la parte laica dei palestinesi. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton è arrivata a Sharm el Sheikh, in Egitto, ieri, per assistere al secondo round di negoziati diretti israelo-palestinesi tra il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen che si sono stretti la mano davanti alle telecamere, senza rilasciare commenti. Ma al termine dei colloqui, l’inviato speciale Usa, George Mitchell, ha ribadito la necessità del rinnovo della moratoria sugli insedimenti israeliani in Cisgiordania. Ha infine aggiunto che i negoziati potrebbero concludersi per la fine dell’anno. I tre hanno avuto anche incontri separati col presidente egiziano Hosni Mubarak. I negoziati diretti proseguiranno poi oggi a Gerusalemme. Dopo i colloqui di Washington, i primi degli ultimi venti mesi, il processo di pace israelo-palestinese vive la sua seconda tappa nella speranza che s’inneschi un circuito virtuoso. Gli Stati Uniti sono ottimisti sulla seconda tornata di colloqui e sperano «di superare gli ostacoli nel giro di due settimane», ha affermato il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley, secondo cui le prossime settimane saranno «decisive».

S

«Abbiamo alcune sfide immediate da superare – ha afferamto Crowley mentre il segretario di Stato Hillary Clinton partiva alla volta dell’Egitto – che richiedono a tutte le parti di lavorare in maniera costruttiva». «Arriveremo a un accordo» ha pronosticato la Clinton ottimista: «la scelta – ha poi aggiunto – è una sola: nessun negoziato, nessuna sicurez-

Secondo round tra Israele e Anp Ottimista la Clinton, ma serve uno stop a nuovi insediamenti in Cisgiordania di Pierre Chiartano

degli insediamenti, che scadrà il 26 settembre, dopo dieci mesi. Lo stop alla costruzione di case per coloni è una delle condizioni necessarie, secondo i palestinesi, per arrivare ad un accordo. Ma la situazione da parte israeliana sembra più complessa e meno pregiudizialmente negativa. Il governo di Gerusalemme ha più volte

Il premier israeliano Netanyahu rifiuta la diplomazia fatta attraverso i media: si tratta su tutto, ma solo al tavolo negoziale za, nessuno stato». A Sharm el-Sheikh è presente anche l’inviato speciale americano per il Medio Oriente, George Mitchell, per illustrare i contenuti del colloquie che ha fatto sapere che nei prossimi giorni si recherà in Siria. Il Paese ospitante ha organizzato una cena finale a cui ha partecipato anche il ministro degli Esteri egiziano Ahmad Abul Gheit. La vigilia dei colloqui è stata agitata dalle dichiarazioni di Netanyahu, che ha ribadito di non voler prorogare il congelamento

affermato di essere disposto a trattare su qualsiasi argomento, ma al tavolo delle trattative, non dalle pagine dei giornali. E se l’Anp ha bisogno di proclami per puntellare una ledaership un po’ fragile, Netanyahu sa di avere alle spalle un Paese che sostanzialmente appoggia la politica del governo. È vero che una parte della base elettorale del Likud sia costituita dal cosiddetto partito dei coloni, ma è anche vero che sulle colonie si gioca una partita che riguarda an-

La salute di Hosni Mubarak non è un freno ai negoziati

Il vecchio Faraone IL CAIRO. Dopo la cancellazione di diversi appuntamenti presidenziali, che avevano alimentato i timori su un possibile peggioramento del suo stato di salute, il presidente egiziano Hosni Mubarak era apparso, a fine luglio, in televisione per rivolgere un messaggio alla popolazione, alla vigilia del Giorno della rivoluzione. Il capo di stato, 82 anni, era apparso dimagrito ma in buona salute, aveva parlato in piedi, per oltre dieci minuti: economia, democrazia, diritti umani, questione palestinese erano stati alcuni dei temi toccati dal suo discorso, che però sembrava avere come obiettivo principale quello di rassicurare i cittadini sulle sue condizioni di salute. Oggi è ancora protagonista nel-

la fase di ripresa dei negoziati israelopalestinesi, dove l’Egitt svolge un ruolo di mediazione soprattutto per ciò riguarda il comportamneto della componente islamica dei palestinesi: Hamas. Nel marzo scorso Mubarak, alla guida dell’Egitto da 29 anni, era stato sottoposto a un intervento chirurgico ad Heidelberg in Germania, per l’ablazione della vescicola biliare. Il presidente della nazione araba più popolosa del mondo dovrebbe concludere il prossimo anno il suo quinto mandato. I media indicano il figlio Gamal Mubarak, come suo probabile successore. Anche se il potenziale sfidante, Mohamed El Baradei, ex direttore dell’Aiea, continua a guadagnare popolarità.

che la sicurezza dello Stato d’Israele. Gerusalemme è impegnata seriamente nei negoziati, ma deve tenere conto che non sta più trattanto con i palestinesi in toto. Ma solo con una parte. Si tratta soltanto sul West Bank, Gaza è in mano ad Hamas che sta combattendo una guerra sotterranea anche in Cisgiordania. Un tentativo per minare alle fondamenta la credibilità dell’Anp e di Abu Mazen anche nei territori. E dove anche Teheran sta cercando di giocare un ruolo di destabilizzazione. Ammesso che si arrivi ad un accordo, chi garantisce Israele che il giorno dopo non si scateni una rocket intifada dalla Striscia? Questo spiega l’atteggiamento molto cauto dei negoziatori israeliani che hanno deciso di rinunciare agli strumenti della diplomazia mediatica, per puntare solo alla sostanza dei problemi. Da affrontare caso per caso. Il capo della diplomazia americana ha cercato di incoraggiare i colloqui di pace, chiedendo alle due parti che le loro diverse posizioni sugli insediamenti ebraici non facciano deragliare i negoziati. Un incoraggiamento che la dice lunga sulle possibilità che vada in porto un accordo che abbia un significato pratico. Israele gioca di sponda, perché di fatto, dalla costruzione del muro, la sicurezza interna è garantita. Ora c’è solo l’arma, più psicologica che militare, della guerra dei razzi, sia da sud che da nord. Al momento ne sono partiti un paio solo da Gaza.Vedremo, se nel Libano meridionale, Hezbollah, ormai diventata ufficiosa forza di governo, continuerà fare orecchie da mercante ai richiami di Teheran per riaccendere i fuochi nell’Alta Galilea.

La Clinton ha già avuto un incontro preparatorio con il presidente egiziano Hosni Mubarak, nel corso del quale ha ricordato l’appello del presidente Obama a Israele per l’estensione della moratoria sugli insediamenti, che terminerà il 26 settembre. La Clinton non ha escluso un accordo tra le parti che possa portare a una breve proroga del congelamento parziale della costruzione. «Da un lato bloccheremo la costruzione delle migliaia di abitazioni in attesa di autorizzazione, ma dall’altro non congeleremo la vita e le costruzioni degli abitanti della Cisgiordania», aveva precisato lunedì il premier israeliano, in una riunione con l’inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente,Tony Blair.


quadrante evolucion de Cuba, secondo atto. Ieri, dopo le dichiarazioni di agosto a favore dell’apertura del Paese al libero mercato, il presidente Raul Castro è passato agli atti concreti e ha annunciato il taglio di un milione di impiegati statali. Attualmente nella perla delle Antille, il pubblico impiego rappresenta l’unica voce di reddito per la maggior parte della popolazione nazionale. Degli oltre 5,1 milioni di unità, che costituiscono il mercato del lavoro di Cuba, l’85% è a carico dello Stato. In controtendenza con la strada seguita nei decenni passati dal fratello, Fidel, ma sull’esempio in un certo senso della Cina, Raul Castro ha intuito che, se il regime vuole sopravvivere, uno volta scomparso il lìder maximo e con lui gli ultimi reduci della rivoluzione, bisogna che il socialismo si adegui al libero mercato. «Non possiamo continuare a mantenere piccole imprese e società di varia tipologia, la cui inefficienza costituisce un palese aggravio sulle casse dello Stato». Con queste parole, la Federazione nazionale dei lavoratori cubani ha sposato la linea neo-liberista del presidente e ha messo a tacere sul nascere qualsiasi possibilità di contrasti all’interno delle istituzioni dell’Havana.

15 settembre 2010 • pagina 17

ne poco efficiente e inutile. Infine permetterebbe alle piccole attività commerciali di svincolarsi dal mondo politico. Castro ha precisato che il primo step di questa privatizzazione coinvolgerà le botteghe dei barbieri, i tassisti e i piccoli ristoranti di cui lo Stato cubano risulta titolare. Tuttavia bisogna chiedersi dove andrà la stragrande maggioranza di questi prossimi disoccupati.

R

L’unione sindacale ha annunciato inoltre che la prima metà di licenziamenti sarà messa in atto a marzo del prossimo anno. La strategia di Raul Castro è, apparentemente, la stessa adottata da Pechino per volontà di Deng Xiaoping, nella seconda metà degli anni Ottanta. Dopo la tragedia di piazza Tiananmen e osservando il crollo del comunismo sovietico, Pechino si rese conto che, per non affondare anch’essa, si sarebbe dovuta adeguare alle regole del capitalismo. Come disse Denx Xiaoping: «Gatto nero o gatto

Castro fa il “liberista” e licenzia gli statali Per la prima volta, a Cuba saltano 900mila contratti di Antonio Picasso bianco, basta che prenda il topo». O meglio, farne proprie alcune caratteristiche e adattarle alla sua identità sociopolitica. Quel che ne nacque, di conseguenza, fu un laissez faire in salsa socialista. Un condensato anacronistico e contraddittorio fra un regime post-comunista e la proprietà privata. Il primo promuoveva le virtù del secondo. Questo’ultimo evitava di intervenire nelle questioni politiche. Il tutto in favore di una ristretta rappresentanza sociale. La Cina di oggi è un mondo nel quale convivono il lusso sfrenato di alcuni ultramiliardari e sacche di indigenza senza paragone nel quadrante del sud-est asiatico. Essa è figlia delle decisioni assunte vent’anni fa. Il benessere di origine occidentale, seppure elitario, si è consoli-

dato nel Paese. Tuttavia il Partito comunista resta ancora al potere. E non se ne prevede una messa in discussione in tempi brevi. Per salvare Cuba, Raul Castro deve aver pensato proprio a questo esempio, altrettanto rivoluzionario come fu la lotta armata dei barbudos contro il regime di Batista, comandata dal fratello all’inizio degli anni Sessanta. In li-

to Castro, Cuba cadrà sotto il diretto controllo di Washington, com’è già successo ad altri pesci piccoli dell’America centrale. C’è addirittura chi profetizza per l’isola caraibica un futuro come cinquantunesimo stato a stelle e strisce. Al di là di questi scenari, l’iniziativa del governo cubano solleva un forte dubbio per la sua velleità e per l’assenza di un progetto-Paese che dovrebbe sostenerla. Castro, infatti, ha deciso di liberalizzare il mercato del lavoro senza studiare preventivamente le opportunità che si offrirebbero a quest’ultimo. Tagliare un milione di impiegati pubblici significa risparmiare sul bilancio dello Stato, in quanto verrebbe meno la retribuzione dei loro salari. Vuol dire inoltre snellire una pubblica amministrazio-

Degli oltre 5,1 milioni di singole unità che costituiscono il mercato del lavoro nell’isola, l’85% è a carico dello Stato nea di massima, si tratta di una mossa gattopardesca, ispirata anche dall’estremo tentativo di salvare il salvabile. Il governo dell’Havana vuole evitare la realizzazione di quella previsione che in Occidente molti danno per scontata. Si dice che, una volta mor-

Il governo vuole ampliare il commercio con il mondo esterno che è già in corso grazie alle costanti ondate di turismo straniero. Per quanto appaia banale, c’è da chiedersi quanti visitatori vogliano andare a tagliarsi i capelli a Cuba, oppure prendere un taxi ex governativo, tenuto conto che il settore è già saturo da quelli privati o abusivi, con cui è di regola la contrattazione. A questi va aggiunta soprattutto la massa di ex impiegati che si troverebbero improvvisamente privi di un reddito fisso e soprattutto senza un’alternativa al lavoro appena andato perduto. Il rischio, peraltro, è quello di provocare un’impennata della disoccupazione, attualmente all’1,7% e – in controtendenza con i canoni del comunismo – già in aumento. Oltre a questo c’è lo spauracchio del mercato nero e della criminalità, fenomeni anch’essi già radicati sull’isola, per la povertà in cui versa la popolazione e per la presenza di stranieri. Insomma, Cuba sembra che sia in procinto di fare un tuffo in una piscina senza prima aver visto se in questa ci sia l’acqua o meno. Castro spera in un intervento da parte degli investitori dall’estero. Non ha preso accordi di sorta con nessun Paese, però. Così facendo infine, sembra non rendersi conto che i primi a trarre vantaggio da una tanto rapsodica iniziativa sarebbero proprio i “nemici” degli Stati Uniti d’America.


pagina 18 • 15 settembre 2010

l’approfondimento

Società. Passa al Senato la norma fortemente voluta da Sarkozy. Multe da 150 euro per chi lo indossa e da 30mila per chi lo impone

La Francia bandisce il burqa Da oggi le donne non potranno più indossare il velo islamico integrale nei luoghi pubblici. E ora si attende il parere della Corte. Intanto la Ue apre un procedimento contro il Paese per il rimpatrio dei rom. Ma Parigi non ferma i voli di Luisa Arezzo er Nicolas Sarkozy, quella di ieri, è stata la classica giornata da una notizia buona e una cattiva. La buona è che il suo progetto anti-burqa è stato definitivamente approvato dal Senato e che la Francia laica e anticlericale è il secondo Paese in Europa ad aver detto no al velo integrale (dopo il monarchico e cattolico Belgio che ha visto uniti nel voto dello scorso aprile fiamminghi e valloni). Quella cattiva è che la commissaria europea alla Giustizia,Viviane Reding, ha chiesto al presidente Barroso l’apertura di una procedura di infrazione contro Parigi per via delle espulsioni dei rom, in tempi brevissimi: due settimane. Le misure contro la Francia, questo il pensiero della Reading, sono conseguenza della violazione del diritto europeo, per applicazione discriminatoria della direttiva europea sulla libera circolazione e dalla mancanza delle garanzie personali per le persone espulse. E in Europa, ha tuonato la commissaria, «non c’è posto per la discri-

P

minazione basata sulle origini etniche o di razza, perché incompatibile con i valori su cui si fonda l’Unione europea». Parole forti alle quali il ministero degli Esteri ha preferito non rispondere verbalmente ma con i fatti, avallando il rimpatrio in Romania (già calendarizzato) di un nuovo gruppo gruppo di 69 nomadi, tra cui 12 bambini. L’unico commento concesso, è stato quello di Bernard Valero, portavoce del ministro Kouchner, che si è detto, a nome del dicastero, «stupefatto delle affermazioni di Viviane Reading e certo che questo questo genere di dichiarazioni non miglioreranno il destino e la situazione dei rom, che sono al cuore delle nostre preoccupazioni».

Quello che è certo, è che nel giorno della legge sul velo, la Francia non voleva gettare altra carne sul fuoco e aprire le porte ad una polemica in grado di appannare - anche per le evidenti corde che va a toccare, quelle sui diritti umani - il via libera del Senato al provvedimento contro

l’uso del burqa. Che da ieri sera è fuorilegge. Fortemente voluto da Sarkozy (e sostenuto a spada tratta da Francois Fillon), nonostante le numerose polemiche il testo è infine approdato al Palazzo del Lussemburgo per l’ultimo passaggio parlamentare. E non ha incontrato ostacoli. La norma - varata dall’Assemblea nazionale lo scorso luglio, al netto del parere negativo del Consiglio di Stato - non entrerà di fatto in vigore prima della prossima primavera (per garantire un preventivo periodo di

La norma avrà un periodo di sperimentazione di sei mesi. Dopo: tolleranza zero

sperimentazione) e non sembra che il parere - già richiesto - alla Corte Costituzionale, sia in grado di cambiare la situazione. La legge comprende 7 articoli e i primi due sono i fondamentali: il primo dice che «nessuno può, nello spazio pubblico, indossare un vestito destinato a dissimulare il viso». In pratica vieta il burqa in tutti gli spazi pubblici. L’articolo 2 crea il delitto di «incitazione a dissimulare il viso in ragione del sesso», che sarà integrato nel capitolo 5 del codice penale (sulle violazioni della di-

gnità della persona) e condanna il fatto di «imporre tale vestito con la violenza, la minaccia e l’abuso di potere». Chi compie questo crimine rischia un anno di prigione e 30mila euro di multa. Per chi indossa il velo integrale, invece, la multa si limita a 150 euro ma è associata a un corso obbligatorio di educazione civica.

E così, dopo mesi di dibattiti spesso violenti tra sinistra e destra attorno all’identità nazionale, l’islam o il burqa e dopo la sconfitta elettorale dell’Ump alle regionali, l’appoggio totale di Sarkò alla proposta di legge anti-velo (inizialmente presentata da Jean François Coppé - presidente del gruppo Ump all’Assemblea) - non è priva di motiInfatti politiche. vazioni Sarkozy, deciso di riprendere il controllo del suo elettorato, non intende lasciare lo spazio retorico anti-velo a nessuno. Anzi, forte dell’appoggio di buona parte del Paese (sia sui Rom che sul no al burqa) il presidente francese vuol fare tornare a ca-


15 settembre 2010 • pagina 5

Perché la contestata moschea di New York sta portando gli americani a coalizzarsi contro i musulmani

La resistenza parte da Ground Zero, ma può rivelarsi un errore Quella che era una questione urbanistica locale si è ormai trasformata in una polemica nazionale capace di dar vita a un “partito” di Daniel Pipes e reazioni di protesta suscitate dal proposto centro islamico di New York, chiamato contemporaneamente “Moschea di Ground Zero”, “Cordoba House” e “Park 51”, hanno delle grosse implicazioni per il futuro dell’Islam negli Stati Uniti e forse non solo. La polemica sorta è infatti fortemente singolare. Ci saremmo aspettati che a fare dell’Islam una questione nazionale sarebbe stato un atto terroristico, oppure la scoperta di un’inflitrazione di spie islamiche in seno ai servizi di sicurezza Usa, o che a far esplodere la suscettibilità degli americani sarebbero stati dei sondaggi dagli esiti sconcertanti a cui magari avrebbe potuto far seguito un discorso presidenziale dai toni contriti. E invece no, qualcosa di più simbolico ha irritato la Nazione: la possibilità che nelle strette vicinanze del luogo in cui si ergeva il World Trade Center sorga una moschea. Quella che era una questione urbanistica locale, nel corso dei mesi si è trasformata in una polemica nazionale con delle potenziali ripercussioni in politica estera. Il carattere simbolico di questo caso si accorda a uno schema stabilito in altri Paesi occidentali. Dal

L

1989 in poi, in Francia, la questione del velo islamico ha alimentato ripetutamente delle polemiche nazionali. Gli svizzeri hanno vietato la costruzione di minareti. L’uccisione di Theo van Gogh ha profondamente colpito i Paesi Bassi, come la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto ha sconcertato la Danimarca. La cosa curiosa è che solo dopo settimane di polemiche sulla moschea, si è cominciato a parlare delle persone, orga-

nizzazioni e finanzamenti che stanno dietro il progetto, sebbene questo secondo aspetto, come è naturale, sia più importante dell’ubicazione del centro. Personalmente, non sono contrario a un organismo islamico davvero moderato in prossimità di Ground Zero; mentre disapprovo un centro islamico ovunque esso sia costruito. Ironia della sorte, costruire nelle strette vicinanze di Ground Zero, viste le intense emozioni che ciò ha suscitato, tornerà a svantaggio degli

Intellettuali, blogger, giornalisti e attivisti stanno diventando un movimento anti-islam

interessi dei musulmani negli Usa. Questa nuova emotività segna l’inizio di una fase difficoltosa per gli islamisti in America. Benché le loro origini come forza organizzata risalgano alla fondazione della Muslim Student Association avvenuta nel 1963, essi sono diventati maggiorenni, a livello politico, a metà degli anni Novanta, quando si distinsero come forza reale nella vita pubblica americana. All’epoca, io andai al contrattacco, ma le cose non andarono come spe-

rato. A dirla tutta, Steven Emerson e il sottoscritto fummo gli unici a contrastare centinaia di migliaia di islamisti: ma non riuscimmo a trovare un adeguato sostegno né intellettuale né finanziario, non riuscimmo a suscitare l’interesse dei media né ad ottenere un sostegno politico. Il nostro sembrava un caso davvero disperato. Poi nel 1999 Richard Curtiss, un funzionario Usa degli Affari Esteri in pensione, parlò al Congresso del «potenziale della comunità musulmana d’America» e paragonò i loro movimenti alle battaglie di Maometto nell’Arabia del VII secolo. Curtiss preconizzò che proprio come Maometto un tempo aveva prevalso, così avrebbero fatto anche i musulmani americani. La sua analisi fu inconfutabile. Ma l’11 settembre dette la sveglia, ponendo fine a questo senso di disperazione. Gli americani reagirono male non solo alla raccapricciante violenza di quel giorno, ma anche alla oltraggiosa insistenza islamista di attribuire la responsabilità degli attacchi alla politica estera statunitense. Non solo: molti di loro digerirono male l’elezione di Barack Obama e tantissimi si sollevarono contro la spudorata negazione islamista che i terroristi dell’11 settembre fossero musulmani e che ci fosse un forte appoggio musulmano agli attacchi.

Gli studiosi americani, i giornalisti, i blogger, i personaggi dei media e gli attivisti si sono ben documentati sull’Islam, diventando col tempo una comunità, che somiglia sempre più a un movimento. La questione del centro islamico rappresenta la sua emergenza come forza politica, offrendo una rabbiosa e potente reazione che, solo dieci anni fa, era inconcepibile. La ferma battuta d’arresto degli ultimi mesi mi trova parzialmente esultante: coloro che rifiutano l’islamismo e tutte le sue opere ora costituiscono una maggioranza e sono in marcia. Per la prima volta in quindici anni mi sento parte di una squadra vincente. Ma mi preoccupa una cosa: i crescenti toni anti-islamisti di questo team. Tratti in inganno da chi insiste che non può esserci un islam moderato, i miei alleati non riescono spesso a distinguere tra islam (la fede religiosa) e islamismo (una radicale ideologia utopistica volta ad applicare integralmente la legge islamica). Ciò non è solamente un errore intellettuale, ma anche una linea politica senza prospettive. Inquadrare nel mirino tutti i musulmani contraddice i valori fondamentali dell’Occidente, raggruppa amici e nemici e ignora l’inevitabile fatto che solo i musulmani possono offrire un antidoto all’islamismo. Come ripeto da tempo, l’islam radicale è il problema e quello moderato la soluzione. E quando questo sarà capito, la sconfitta dell’islamismo sarà possibile.

sa i suoi elettori che hanno votato Le Pen ritrovando la retorica «senza complessi» che lo fece vincere nel 2007: identità, sicurezza, lotta all’immigrazione clandestina e all’islamismo. Per rispondere a quelli che assimilano il divieto del velo integrale ad una “discriminazione” nei confronti della comunità islamica, bisogna rispondere innanzitutto che il burqa (afghano-pakistano) o il niqab (saudita) riguardano una percentuale ultra minoritaria all’interno dello stesso islam integralista. Secondo, va sottolineato che si tratta di un’usanza preislamica non prevista dal Corano, che richiede solo di coprire i capelli senza nessuna penalizzazione grave come prevede la shari’a. Terzo, il burqa è stato sempre un’usanza sociologicamente limitata, e diviene un’obbligo tradizionale solo tra gli afghani e i pakistani di etnia pashtun. Non solo: mentre alcuni “islamicamente corretti” accusano i proibizionisti di voler «stigmatizzare i musulmani», notiamo che l’amministrazione dell’università di Ain Shams (Egitto) ha recentemente vietato agli studenti di indossare il niqab e che, nell’ottobre 2009, la più grande università islamica sunnita di Al-Azhar ha vietato l’uso del velo integrale. Questo divieto faceva seguito ad una dichiarazione del capo di Al Azhar, Sheikh Mohamed Sayyed Tantawi, secondo cui «il niqab o il burqa non hanno nulla a che fare con l’islam».

Bisogna anche ricordare che la prima lotta a velo e burqa è sempre stata quella dei musulmani e dei governi musulmani liberali che volevano modernizzare i loro Paesi di fronte all’oscurantismo che mantiene le donne nell’arretratezza. Il primo a introdurre misure in questa direzione fu Ataturk, padre della moderna e laica Turchia, le cui idee ispirate dall’Illuminismo francese sono combattute dall’attuale premier Erdogan. La verità è che in tutti i Paesi musulmani, la lotta per il velo ha sempre nascosto un programma ben più ampio di reislamizzazione radicale. In Iran, il velo è stato il simbolo della rivoluzione islamica in marcia. In Libano e Palestina, Hamas ed Hezbollah hanno lanciato la loro strategia di reislamizzazione pagando le prime donne per andare per strada con il velo. Queste rivendicazioni, sempre più esigenti ed ampie, cercano di rovesciare i partiti o Stati musulmani “laici” e impedire l’integrazione dei musulmani in Occidente, per costruire delle comunità islamiche separate protagoniste di un’onda d’islamizzazione continentale. Non a caso è solo l’Occidente che considera il velo - integrale o parziale - un simbolo religioso. Il mondo islamico moderato lo combatte, perché ne coglie la sua natura non islamica.


cultura

pagina 20 • 15 settembre 2010

ra non fa più così tanta paura, ma quando non gli argini c’erano rinforzati poteva dimenarsi come una belva. Sta lì, in mezzo alla città eterna. Un po’ meno protagonista d’una volta. Ma sempre biondo: questo è da ribadire, e non per ottusa obbedienza ai testi classici. Attorno a lui, il Tevere, ci sono tante città-rione che si chiamano Roma, una diversa dall’altra a badarci bene. Oggi si va in un batter d’occhio a Bali, alle Scheyshelles, o, peggio, nella Rimini egiziana che si chiama Sharm el-Sheikh, la baraonda umidiccia dove si agitano gli animatori. Ma un’alternativa nobilissima - e così intelligente che molti se la sono proprio scordata c’è: una settimana tra le pietre, le taverne, i vicoli, i suoni, «gli stornelli e le male parole».Vi diranno che c’è pure «la bbona cucina». Non è retorica, non è itinerario snob. È il gradevole farsi inghiottire dalla città vituperata dai “lumbard”, in realtà invidiata ma questo non lo ammetteranno mai. Decine d’anni fa in qualche osteria si giocava d’anticipo con cartelli tipo “milanesi tutti appesi”. Li hanno tolti, ma non per decreto leghista, solo grazie a quel Ponentino umorale che si chiama bonarietà. Vale la pena leggere la guida storico-letteraria di Sandra Petrignani, scrittrice e giornalista, autrice di E in mezzo il fiume (Laterza, 132 pagine, 10 euro). È narrazione, non sequela di didascalie noiose.

Ma Trastevere ha anche un’anima devota e spirituale. Sennò perché tante chiese, ospizi e ospedali? Lì riparavano i cristiani perseguitati. Babele di lingue, groviglio di gesti, promiscuità. E dentro un bel parlare di amore, di perdono e di riscatto. La rivalità è sempre esistita tra trasteverini e testaccini. Già, c’è il Testaccio, il monte dei cocci, “Mons Testaceus”, il cui nome deriva da “testae”, cocci, appunto, pezzi di vasi rotti. E come nacque ‘sto montarozzo? Varie le leggende.

O

Ci sono i ponti. Ognuno ha una sua storia. Le chiese, le iscrizioni che appaiono come fantasmi a scrostare certi muri, le piazze colorate da frutta, verdura e fiori. Il Tevere è come una “ciriola”, che significa anguilla: procede contorcendosi, lambisce Campo de’ Fiori, il Ghetto, il Testaccio, Trastevere, che è l’unico quartiere romano che ha un rapporto ancora stretto con il serpentone d’acqua. Il fiume lo si può abbracciare, con gli occhi e con la mente, camminando su Ponte Sisto, su ponte Garibaldi, su Ponte Fabricio. Sandra Petrignani scarpina, osserva, interroga gente, anonima e famosa, è rabdomante di storie. Racconta: «Quando torno a casa le sere estive, dentro il Ponentino, il “venterello salato” di Pascarella, alzo gli occhi ogni volta su una bellezza diversa, clamorosa o discreta». Dicevamo delle “ciriole”, le giovani anguille

Libri. La Roma tiberina ricostruita in un brillante volume di Sandra Petrignani

In mezzo al fiume della Città eterna di Pier Mario Fasanotti che un tempo convivevano con gli storioni, i cefali, le spigole. Dal pesce un verbo: “ciriolare”, «che vuol dire procedere sinuosi come un’anguilla, appunto, ma anche destreggiarsi nella vita, cavarsela insomma». Il Tevere, che Orazio diceva “dorato” si chiamava Rumon prima di diventare Tiber. Gli etruschi: «Ruma, la città del fiume». Città madre per eccellenza da-

campagna, dove puoi uscire di casa zoccolando». Se non sai zoccolare o ciriare mica sei romano. Le curiosità sono tante. Se passeggiassimo accanto a un anglosassone curioso gli diremmo che a Roma c’è pure “il ponte Inglese”: è il ponte Palatino, detto anche così perché le macchine ci passano in senso contrario rispetto alla norma italiana. Non può mancare il

conta la signora Laurina «che è stato troppo povero, ed ancora troppo pieno di poveri, per aspirare a essere il Centro». Ha dovuto pazientare fino all’inizio del 1300 per avere il marchio ufficiale di quartiere romano. “De qui” e “dellà”: prima dei muraglioni le due sponde, rammenta la Petrignani, «le due sponde del fiume non erano fortemente separate, la se-

Tutt’intorno ci sono i ponti, le iscrizioni che appaiono come fantasmi a scrostare certi muri, le piazze colorate da frutta, verdura e fiori. Poi ci sono tante città-rione, una diversa dall’altra: Campo de’ Fiori, il Ghetto, il Testaccio,Trastevere to che Ruma significava mammella. I trasteverini, per “andare in città”, percorrono i ponti e così sentono l’odore salmastro che c’è sotto e che impregna l’aria, pure quella che s’infila nelle case. Laura Betti, storica amica di Pier Paolo Pasolini, abitava dietro a Campo de’ Fiori. E diceva: «È una città di

paragone con Parigi: la Senna va al contrario: si butta nella Manica, a nord. Il Tevere si scioglie nel Tirreno, a sud. Non è finita. Nella ville lumière gli artisti, i bohémiennes, gli intellettuali s’arroccano nella “rive gauche”. Da noi vince la “rive droite”. «Quartiere sgangherato e meticcio è Trastevere» rac-

In alto, un’immagine di Ponte Fabricio. A sinistra, uno scatto dell’Isola Tiberina. A destra, una vecchia illustrazione di Roma

parazione cominciava più oltre, dellà era più in là». La Storia sbuffa verità. Tra il fiume e Campo de’ Fiori c’era un violetto chiamato Calabrache, una sorta di strada a luci rosse, affollato da donne assediate da figli, che arrotondavano le entrate familiari nel modo che facilmente si può immaginare.

«La versione più accreditata» spiega Sandra Petrignani «sono i resti delle terracotte che contenevano i tributi dei sudditi da versare all’erario romano». Rivalità che si faceva dura, addirittura insulti e sassaiole. Fino a pochi decenni fa “testaccino”, per i borghesi perbene, stava per burino, cafone, popolano, «anche ladro o mignotta». Una Harlem a Roma. Qui c’è l’atmosfera selvatica delle banlieu, la protervia della romanità esibita, fiera di se stessa. Che non abita a Trastevere. Giudizio dello scrittore Beppe Sebaste: «Sei indolente a Roma, e a Trastevere ancora di più». Anche se il simbolo del quartiere è il leone. Mica la pecora o la capra, eh no. Trastevere sa accogliere chi viene da fuori. L’oste Biagio dice, ridendo, di un regista che è venuto da Pescasseroli: «È uno de noi: ladri, zoccole e delinquenti. Mica come li signori che se so comprati tutto e c’hanno cacciati da le case nostre e mo’ vojono mescolasse co’ noi. Ma noi vivevamo co’le porte aperte, le chiudevamo coi laccetti. Tutti ladri e delinquenti eravamo, ma nun ce rubavamo fra de noi. C’era un grande rispetto, c’era». I tempi sono cambiati. Ma il 12 giugno no, per Sant’Antonio, oppure per la Festa de Noantri: ci si mette tutti “a magna’” in vicolo dei Panieri. «Come ‘na vorta». Fellini acchiappò immediatamente un piccolo gonfalone: un uomo che s’ingozzava di pastasciutta. È rimasto nel film “Roma”. Non si fraintenda però: gli spaghetti e il vino ci sono, ma accanto a una straripante cultura. Petrignani annota un consiglio: vai da Santa Maria in Trastevere, la prima chiesa cristiana della città, sbuchi in piazza Trilussa, scavalli il Tevere su ponte Sisto, ti trovi a piazza Farnese. Piazza Navona è poco più on là. Poi il Pantheon e finisci a piazza del Popolo.Ti fai una prima idea di Roma.


cultura

15 settembre 2010 • pagina 21

Mostre. Paradossi, ironia e immortalità di Gino De Dominicis: prosegue al MAXXI di Roma la prima antologica sull’artista

L’uomo che sussurrava al tempo nel 1973 terrà a Roma un cocktail per festeggiare il superamento del secondo principio della termodinamica; nel 1975 a Pescara una mostra il cui ingresso era riservato ai soli animali. Dalla fine degli anni Settanta De Dominicis si dedicherà quasi esclusivamente a opere pittoriche e disegni, i lavori di questo secondo periodo sono quasi esclusivamente figurativi, realizzati con tecniche basilari come la tempera e la matita su tavola o su carta, più raramente su tela.

di Angelo Capasso arcel Duchamp, negli anni Sessanta e Settanta, è certamente il punto di riferimento per gli artisti delle avanguardie europee e americane. Due qualità del suo lavoro nell’arte, l’immaterialità e l’ironia, divengono le parole d’ordine e il grimaldello per uscir fuori dalle questioni poste dall’Informale e della pittura, come mezzo espressivo, per liberare l’arte dalle soluzioni figurative post-surrealiste e post-picassiane che, nella depressione del dopoguerra si imponevano come ipotesi di progetto per una nuova ricerca nell’arte, fondata però sulla tradizione. L’ironia e l’immaterialità sono certamente i due poli su cui si fonda l’arte di Gino De Dominicis. Il titolo della mostra Gino De Dominicis. L’immortale con cui si è inaugurato il Museo del XXI secolo a Roma, è certamente un titolo perfetto a centrare una tematica propria del lavoro di Gino De Dominicis, la ricerca dell’immortalità, ma anche un modo per sottolineare quei due cardini, immaterialità e ironia, come dinamiche in atto che possono rimettere in vita opere rimaste all’oscuro per oltre un decennio. Si tratta, infatti, della prima mostra antologica su De Dominicis, un artista che non amava certamente questa forma di celebrazione, né tanto meno la catalogazione precisa del suo lavoro in una riproduzione cartacea, il catalogo, al punto da non averne mai realizzato alcuno in vita (tranne in una unica occasione, in cui però tutte le copie furono distrutte dall’artista, ad eccezione di una, proprio per sottolineare l’unicità dell’opera e l’inconsistenza di ogni sua riproduzione).

M

De Dominicis nacque il 1 aprile del 1947. La data di nascita non poteva che essere un segno del suo destino nell’arte: uno scherzo infinito ingaggiato con l’arte, gli artisti, e soprattutto con i critici, i mercanti, il pubblico. La sua è stata una vita che ha voluto imporsi dei caratteri “paranormali”: espose per la prima volta le sue opere in una galleria della città a 17 anni, nel 1964, dopo un periodo di viaggi si stabilì a Roma, dove espose nel 1969 alcune opere realizzate negli anni precedenti e pubblicò la sua Lettera sull’Immortalità. Da allora la scena artistica romana rimase perfettamente ipnotizzata dalla sua presenza istrionica. De Dominicis è subito presente nei salotti e nei luoghi più ambiti della Città Eterna. Al ’69 risalgono i due filmati delle performance fondamentali del suo pensiero visivo Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua e Tentativo di volo, sempre del 1969 è la scultura Il tempo, lo sbaglio, lo spazio - dove uno scheletro umano con i pattini ai piedi mantiene in equilibrio con un dito un’asta mentre tiene uno scheletro di cane al guinzaglio; a quel-

Circondato da un alone di mistero e d’irreperibilità, ha sempre voluto isolare il suo lavoro dall’omologazione del mondo dell’arte, centellinando sia esposizioni sia apparizioni pubbliche l’anno fatidico appartiene anche la serie degli oggetti invisibili, quali il Cubo, il Cilindro, la Piramide, mostrati solo dai loro perimetri tracciati sul pavimento. Sempre alla fine degli anni Sessanta apparivano per la prima volta le figure mitologiche di Urvasi e Gilgamesh, destinate a essere i protagonisti delle sue curiosità e teorie para-scientifiche portate avanti attraverso immagini e brevi riflessioni scritte. La scrittura, poetica, aforistica, ironica è un canale importante per entrare nel suo lavoro. Tra le sue teorie, quella sull’Immortalità, sull’Entropia, sulla Bellezza, sono ovviamente interessanti, proprio per quel sottinteso ironico che non vuole mai scendere nello scalino dello scherzo, ma rimanere incorniciate sull’ombra del dubbio. Ogni opera quindi nasce come la messa in atto di una teoria. Del 1970 va ricordato

Zodiaco, opera che presenta i dodici segni zodiacali attraverso figure reali: un toro, un leone vivo, una giovane vergine e due pesci morti appoggiati sul pavimento. Alla Biennale di Venezia del 1972 presenterà l’opera Seconda soluzione d’Immortalità (L’Universo è Immobile) nella quale Paolo Rosa, un giovane affetto dalla sindrome di Down, sedeva in un angolo di fronte a un cubo invisibile, a una palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo precedente al rimbalzo e a una pietra in attesa di movimento;

Sopra e in alto, tre scatti in bianco e nero dell’artista Gino De Dominis. A fianco, una delle sue opere attualmente in mostra al MAXXI di Roma nell’ambito dell’esposizione “Gino De Dominicis. L’immortale”

In questo periodo partecipò ad altre manifestazioni d’importanza internazionale, oltre che a diverse presenze alla Biennale di Venezia, nel 1982 non accettò l’invito a Documenta di Kassel; nel 1985 vinse il Premio internazionale della Biennale di Parigi. Nel 1990, in occasione di una mostra antologica al Museo d’Arte Contemporanea di Grenoble espose per la prima volta Calamita Cosmica, un gigantesco scheletro umano lungo ventiquattro metri, largo nove e alto quasi quattro sdraiato al suolo, perfettamente corretto da un punto di vista anatomico tranne che per il lungo naso, un altro segno, quello dei lunghi nasi, caratteristico e ricorrente in molte opere di De Dominicis. Quello scheletro oggi apre la mostra del MAXXI, a cura di Achille Bonito Oliva, e si propone come elemento simbolico di una morte mai assolutamente definitiva. Quello scheletro tiene in bilico un’asta d’ottone sulle falangi del dito indice, come un perfetto equilibrista, e inoltre si presenta con questo lungo naso che sostituisce la cavità nasale, normalmente lasciata vuota dal putrefarsi della cartilagine in qualsiasi scheletro d’essere comune. Un pesce d’aprile, quindi, come un gioco sulla morte e sul suo mistero infinito. In vita fu circondato da un alone di mistero e d’irreperibilità, soprattutto per la sua volontà di isolare il proprio lavoro dall’omologazione del mondo dell’arte, centellinando sia mostre che apparizioni pubbliche. Per sua scelta non furono mai pubblicati cataloghi o libri sulla sua produzione, né attribuì alla fotografia alcun valore documentario o pubblicitario della propria opera. De Dominicis deve buona parte della sua fama ad alcune performances. L’installazione al MAXXI dedica a quel periodo fertile di De Dominicis, quello fino alla fine degli anni Settanta, soltanto una sala, lasciando il piano superiore alla catalogazione delle sue opere di pittura realizzate nel periodo tra gli anni ottanta fino alla sua morte sopraggiunta per cause mai dichiarate, tanto da avvolgere in un alone di mistero sulla sua morte reale, il 29 novembre 1998. L’artista dell’immortalità quindi si trova beffato post-mortem: diviene l’artista dei valori più certi della pittura (che comunque era diventata la sua via preferenziale all’arte degli anni ottanta e novanta), contro le sue prime sperimentazioni para-scientifiche che avevano invece costruito la lunga ombra oltre la sua esistenza mortale cui ancora oggi si deve il mistero e l’originalità del suo lavoro. Uno scacco al re, quindi, cui solo il re, potrebbe rispondere, magari dall’Altrove sfruttando le sue capacità di Immortale.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Futuro e Libertà per l’Italia potrebbe essere un’ottima partenza Che fa Umberto-Senatur-Bossi? Grida alle elezioni anticipate se Fini non si dimette da presidente della Camera! Ora, o Bossi non capisce nulla di politica, oppure è in totale malafede. Un presidente della Camera è espressione del Parlamento e non del governo. Dunque, non ha alcun obbligo nei confronti della maggioranza di governo e in questo senso, Fini, è più che legittimato a stare dove sta. Il punto è che a Bossi, visti i sondaggi, andare ad elezioni anticipate farebbe più che comodo. Idem all’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Aprite gli occhi, dunque, gente! Non fatevi intortare da questi furbettini del quartierino sostenuti da Il Giornale, da Libero e compagnia cantante in perfetto stile marxista-leninista (non sarà che le troppe frequentazioni di Berlusconi in casa Putin hanno finito per condizionare anche la sua truppa e consacrarla ad un nuovo stalinismo?). Occorre qui costruire una coalizione di laici e liberali da contrapporre a conservatori e furbetti. Futuro e Libertà per l’Italia potrebbe essere un’ottima partenza.

Luca Bagatin

ALEMANNO FA SOLO PROPAGANDA Il sindaco Alemanno crede di poter risolvere i problemi reali dei cittadini romani a colpi di propaganda. Dopo la tassa sui cortei in centro, ecco che il primo cittadino della Capitale ci concede l’altra eclatante e rivoluzionaria proposta di questa calda estate: la demolizione e la completa ricostruzione del quartiere di Tor Bella Monaca. Affermazioni vuote e senza senso proprie di chi, nell’incapacità di amministrare, “governicchia” giorno dopo giorno, perdendosi in polemiche pretestuose. Sono migliaia gli abitanti delle periferie romane che chiedono solo di vivere in case con un tetto solido, in quartieri dalla dimensione umana, con servizi degni di una metropoli e il sindaco che fa? Niente, a parte straparlare. Alemanno sa benissimo che, a causa dei tagli di governo e regione Lazio, non ci sono i soldi né per la ri-

qualificazione urbana delle periferie né per la costruzione di nuovi alloggi sociali né per migliorare i servizi comunali. E sa anche che, per arrivare alla fine del suo mandato, si dovrà impegnare a spararla ogni giorno più grossa.

Fabio Nobile

RIPORTARE IL GOVERNO AL PROPRIO MANDATO Chi l’avrebbe mai detto che la situazione politica italiana sarebbe mutata sotto il sole d’agosto? Sarà che il Berlusca era stufo dei continui “distinguo” laici e liberali di Fini e della sua componente; sarà che per far contenta l’inconcludente Lega Nord ha fatto in modo di espellere la truppa finiana dal Pdl; sarà che, come se non bastasse, contro Gianfranco Fini ha persino scatenato l’immancabile stampakiller facendogli piovere addosso accuse ancora tutte da provare. Sarà, forse, che

L’uomo che dipinge con l’aratro Dario Gambarin, artista veronese di 52 anni, dipinge arando le sue gigantesche opere su campi agricoli dai 20mila metri quadri in su. Ex avvocato, piscoterapeuta e pittore, è un esponente di spicco della Land Art italiana, una forma espressiva nata tra gli anni ‘60 e ‘70 che interviene sul paesaggio, trasformandolo in veri e propri lavori artistici

Silvio Berlusconi non ha più nulla da dire, dopo aver ampiamente tradito egli stesso il patto elettorale con i cittadini che l’hanno votato. Perché mai? Non ha abolito le costosissime Province; non ha ridotto la burocrazia statale; non ha ridotto di un centesimo la spesa pubblica improduttiva; non ha abbassato le imposte né tantomeno ridotto l’imposizione fiscale a due o tre aliquote; non ha intro-

dotto congrui ammortizzatori sociali; non ha riformato la giustizia introducendo la separazione delle carriere dei magistrati e spoliticizzando il Csm. Ora, se un Gianfranco Fini, un Fabio Granata, un Benedetto Della Vedova, un Luca Barbareschi, alzano la voce per riportare il governo al proprio mandato, ecco che l’espulsione è immediata. Triste, triste davvero.

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

Lu.Ba.

dal ”Telegraph” del 14/09/10

«Somari» sono gli insegnanti ala tempora currunt per gli insegnanti britannici e chissà in quanti sarebbero capaci di tradurre il detto latino. In Inghilterra ci sarebbe un esercito «falsi invalidi» sui banchi delle scuole dell’obbligo. Intendiamo bambini con «difficoltà d’apprendimento». Tutti questi pargoli non avrebbero bisogno di maestri di supporto, ma solo «di migliori insegnati».

M

Lo afferma uno studio dell’Office for Standards in Education inglese (Ofstead), una specie di branca ispettiva del provveditorato agli studi di Sua Maestà. Le conclusioni tranchant per il corpo docente britannico si sono guadagnate, ieri, le prime pagine di molti quotidiani d’Oltremanica. In breve, gli ispettori dell’Ofstead hanno rilevato che circa 750mila ragazzi in età scolare (sul Times la cifra cala a 500mila), classificati con difficoltà d’apprendimento e bisognosi di un’integrazione didattica, sarebbero solo degli scolari con dei pessimi professori. L’esercito di maestri di supporto non farebbero che mascherare la fragilità di un corpo docente non all’altezza del compito, sostengono gli ispettori dell’Ofstead. Ma come si è arrivati a questo punto? Leggendo l’articolo del Telegraph, a firma Graeme Paton, si comprende come ci siano stati due fattori convergenti. Uno sul fronte scolastico e l’altro sul versante familiare. Le scuole hanno trovato un sistema per contare di più sui tavoli della pubblica amministrazione, più casi «difficili», bambini con

necessità d’apprendimento particolari, più sovvenzioni pubbliche e maggior peso quando si chiede un qualsiasi genere d’intervento. Dal lato dei genitori si è venuta a creare una mentalità particolare, che spinge a favorire le autorità scolastiche nell’iscrivere i propri figli nelle liste speciali.

È un modo per avere la garanzia di moduli formativi integrativi: più studio. «Così sono sicura che il mio ragazzo venga seguito meglio» direbbe una mamma all’ora del tè. Sembra un po’ una degenerazione della privatizzazione della scuola, dove ogni extra vada preventivato e pagato, ma forse è solo una tacita presa di coscienza di quanto la didattica standard non sia sufficiente.

Quindi anche il cartellino di «ritardato», va meglio di quello di «ciuccio» per le mamme di Sua Maestà. L’Inghilterra non è nuova a queste inchieste shock sul proprio sistema scolastico, che sembra un fiume carsico di efficienza e cialtroneria, a seconda dei periodi. Soprattutto delle esigenze di un governo che abbia la borsa piena o vuota. In tempi di vacche magre, dove il premier David Cameron spinge verso uno «Stato minimo», gli ispettori zelanti fanno comodo. Ma non è tutto. Christiene Gilbert, capo dei detective del provveditorato, ha aggiunto che una delle cause di questo stato di cose è anche dovuto alle basse aspettative che hanno gli alunni rispetto ai propri risultati scolastici, oltre alla necessità di un miglior metodo d’insegnamento.

E le cifre sono importanti. Circa il 18,2 per cento della popolazione scolastica è inserita nei programmi di supporto (School action e School action plus). Insomma, per gli istituti riempire i registri di allievi con necessità didattiche aggiuntive, serve anche a chiedere e ottenere ulteriori e molto costose sovvenzioni pubbliche. Chiaramente il sindacato dei professori è subito sceso in campo per difendere la categoria. Ma le relazioni degli ispettori parlano chiaro: la maggior parte degli alunni classificati all’interno degli elenchi delle School action non soffrono di alcun tipo di problema fisico, emozionale o educativo. Ipse dixit.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

Ecco gli effetti “stupefacenti”... della droga ISOLE FIJI. Due trafficanti di droga hanno commesso un madornale errore: hanno scambiato un’auto di pattuglia della polizia per quella del loro acquirente. I due erano a cavallo nelle campagne del paese, quando hanno visto l’auto avvicinarsi e l’hanno fermata per contrattare la vendita: ma, sfortunatamente per loro, ingannati dal buio, l’auto non era quella del loro acquirente ma una pattuglia della polizia. Resisi conto dell’errore, i due sono fuggiti lasciando a terra una borsa contenente circa due chili di foglie secche, presumibilmente di marijuana, nonché i loro cavalli. I due sono però stati riconosciuti dagli agenti, che hanno identificato uno dei due come

un noto trafficante di droga. Può accadere anche che, dopo aver smarrito alla fermata dell’autobus due borsoni pieni di marijuana, un uomo, evidentemente acora sotto gli effetti di stupefacenti, ha avuto la bella pensata di denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine. Quando gli agenti le hanno trovate, hanno controllato il contenuto. All’interno vi erano diversi chili “d’erba”. La polizia non ha potuto fare altro che denunciare il giovane sprovveduto. E infine si può anche essere truffati per la droga. È quello che è capitato a Juanita Marie Jones, 53enne della Georgia, che si è accorta che le dosi di cocaina che aveva acquistato non erano in realtà tali. E cosa si fa

ACCADDE OGGI

MORTE DI ELEONORA TRIPODI: ATTENDIAMO RISPOSTE DALLE INDAGINI Non sappiamo, ancora, se si tratti di un caso di malasanità o meno, ma la vicenda del prematuro decesso della giovane donna vibonese, oltre alla tragicità che indubbiamente raffigura, è il segno di una crisi imperante del sistema sanitario calabrese che giustifica, ancor di più, il patto di legislatura che il presidente Scopelliti ha inteso porre in essere con i rappresentanti della case di cura private, al fine di attivare un tavolo tecnico, che possa portare a garantire sicurezza ed efficienza delle strutture sanitarie accreditate. Nel caso specifico, è giusto sottolinearlo, non sta a noi ricercare colpevoli o responsabili dell’accaduto, ma siamo altresì certi che i risultati delle indagini in corso assicureranno una risoluzione nel breve tempo, che garantisca risposte chiare ed esaurienti ai familiari di Eleonora Tripodi. Certamente, resta da analizzare un dato assai preoccupante e critico, che non può prescindere da un netto cambio di rotta e di tendenza che il comparto sanitario non può attendere. Sulla salute e sulla vita dei calabresi non si scherza e né, tantomeno, ci si può permettere il lusso di perdere tempo prezioso in un contesto come quello attuale, che ci regala una realtà oltremodo drammatica.

Giovanni Folino

FOTOVOLTAICO: LA COMPETENZA PASSI ALLE PROVINCE Bisognerebbe individuare un unico assessorato. La possibilità che in Puglia possano sorgere mega centrali fotovoltaiche desta preoccupazione e perplessità per l’impatto che tali impianti avrebbero sull’ambiente e

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

15 settembre 1935 Le Leggi di Norimberga privano gli ebrei tedeschi della cittadinanza 1940 Battaglia d’Inghilterra: la Raf britannica stabilisce il proprio record di veivoli nemici abbattuti in un solo giorno 1952 Le Nazioni Unite concedono l’Eritrea all’Etiopia 1975 Álvaro del Portillo succede a Josemaría Escrivá de Balaguer come capo dell’Opus Dei 1993 A Palermo, un commando di Cosa Nostra capitanato da Salvatore Grigoli uccide don Giuseppe Puglisi 1996 Viene proclamata a Venezia, dal leader della Lega Nord Umberto Bossi, l’indipendenza della Padania 2000 Si apre a Sydney la XXVII Olimpiade 2001 Alex Zanardi, pilota automobilistico, ha un grave incidente durante una corsa Cart in Germania, in conseguenza del quale subirà l’amputazione delle gambe 2007 Muore Colin McRae 2008 Fallimento della banca Lehman Brothers

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

quando si subisce una truffa? Si chiama la polizia. Ed è proprio quello che ha fatto la donna, che ha chiamato gli agenti spiegando appunto che la droga che le avevano venduto era falsa, e che voleva fare denuncia per riavere indietro i soldi dallo spacciatore. I poliziotti hanno arrestato sia lo spacciatore che la Jones.

sul paesaggio. Diciamo “no” ai mega impianti, e annunciamo che alla ripresa dei lavori il gruppo consiliare dell’Udc presenterà una proposta di legge regionale per regolamentare l’installazione di impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili nelle zone agricolo. Ci rendiamo conto dei limiti dell’attuale legislazione che affida ai comuni la regolamentazione per l’installazione di impianti fotovoltaici. È evidente che i comuni, soprattutto i più piccoli, per far quadrare i conti, possono cedere alle lusinghe di cospicue royalty offerte da grandi aziende, che se da un lato portano una boccata d’ossigeno alle casse comunali, dall’altro favoriscono la nascita indiscriminata di impianti nelle campagne, sempre più deturpate e spogliate dei secolari alberi d’olivo e muretti a secco, che hanno costituito per secoli la caratteristica e la peculiarità del nostro territorio. È sotto gli occhi di tutti che mega impianti fotovoltaici e pale eoliche di grandi dimensioni rappresentano una ferita profonda per il territorio, l’ambiente ed il paesaggio della Puglia che oggi vanta di essere la prima regione in termini di attrazione turistica, avendo superato la Sardegna e l’Emilia Romagna. La nostra proposta è quella di concentrare le competenze in termini di pianificazione e installazione di impianti fotovoltaici nelle mani delle Province, enti sovra-comunali, che potrebbero gestire più liberamente e con meno vincoli il settore, in armonia con il Piano territoriale di coordinamento provinciale. Le Province, poi, potrebbero destinare le somme derivanti dalle royalty alla tutela dell’ambiente e alla nascita e tutela di parchi e boschi.

Salvatore Negro

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

DAL LOCALE AL NAZIONALE: È MEGLIO RIPORTARE CHIAREZZA E GIUSTIZIA Qualunque tema necessita di attenta considerazione e riguardosa discussione. Non v’è dubbio che la politica debba avere uno sguardo nazionale. In questo senso ho trovato poco condivisibile il provvedimento istitutivo delle cosiddette “ronde”. Se infatti è vero che il gruppo di cittadini si organizza in una sorta di servizio d’ordine territoriale, scortato dalle forze dell’ordine o comunque in contatto con esse, c’è da chiedersi come verranno gestite in Campania Puglia o Sicilia, e se non vanificheranno l’opera sin qui condotta con fatica dalle istituzioni. È però anche vero che alcuni problemi relativi a un diverso modo di gestire la cosa pubblica al Sud rispetto al Nord esistono, e che tale disomogeneità causa dei problemi al Nord. Purtroppo i dibattiti televisivi non aiutano a fare chiarezza, viziati spesso da forme inspiegabili di ideologia. I bambini vengono iscritti alla nascita ( è capitato ai miei figli) al “gruppo etnico”; apparentemente innocua questa iscrizione invece comporta conseguenze pesantissime. Infatti coloro i quali sono iscritti al gruppo tedesco hanno per tutta la vita, con i soldi dei contribuenti italiani, dei privilegi enormi, i poveretti che restano iscritti al gruppo italiano no. E saremmo in Italia. Le percentuali della spesa pubblica destinate ai gruppi sono fisse, anche se nascono più italiani e meno tedeschi. Questo per non intaccare “gli equilibri locali”. Ora se io sono titolare di un grande privilegio, posso mai scagliarmi contro una qualsivoglia persona che ne abbia uno minore? D’altronde nessuno mai parla della questione altoatesina. È così che il non esplicitato impedisce una critica seria e si rivela spesso più dannoso, per la comprensione del pubblico che assiste da casa, di ciò che viene detto. Possiamo consolarci con le solite banali frasi di chiusura: l’Italia è sempre stata un Paese complesso e ogni istanza va ricondotta all’interno di un discorso ampio e articolato, reso più difficile ma non impossibile, dal contesto storico-sociale-politico in cui ci troviamo, di per sé variegato. Politichese? Forse è meglio riportare chiarezza e giustizia? Marina Rossi COORDINATRICE CIRCOLI LIBERAL CITTÀ DI MILANO REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE “VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato,Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747

John R. Bolton, Mauro Canali,

Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli,

Franco Cardini, Carlo G. Cereti,

Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana,

Enrico Cisnetto, Claudia Conforti,

Roselina Salemi, Katrin Schirner,

Angelo Crespi, Renato Cristin,

Emilio Spedicato, Davide Urso,

Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano

Francesco D’Agostino, Reginald Dale

Marco Vallora, Sergio Valzania

Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.”

Abbonamenti

06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro

Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

e di cronach

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 0 6 . 6 9 9 2 4 0 8 8 - 0 6 . 6 9 9 0 0 8 3 Fax. 0 6 . 6 9 92 1 9 3 8 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it

Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2010_09_15  

cronached L’analisi.Il disavanzo è salito a 1.838,29 miliardi. E scendono le entrate fiscali Oggi «question time» alla Camera Parla Giorgio...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you