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Un pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità; un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà

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Winston Churchill

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

PROVOCAZIONI CULTURALI: DOVE STA ANDANDO L’ITALIA?

Legally correct È cambiato il segno dell’“egemonia culturale”. Una volta il politicamente corretto era il buonismo della sinistra, oggi è il cattivismo della Lega. Ronde, ostilità per gli immigrati, egoismo locale. Guai a chi si oppone ai nuovi luoghi comuni… alle pagine 2, 3, 4 e 5 Non si governa contro i “corpi intermedi”

L’azzardo di Berlusconi di Enrico Cisnetto uesto non è un regime. E tantomeno è un ritorno di fascismo. Non dobbiamo far caso al culto del leader, all’uso forsennato della decretazione d’urgenza, all’abuso della fiducia in sede parlamentare. Di una caratteristica tipica del fascismo, cioè il corporativismo, questo “ventennio berlusconiano” è proprio sprovvisto. Anzi, si può dire che lo stile berlusconiano sia esattamente il contrario: più passano i giorni, e più è evidente il fastidio dell’uomo solo al comando per i “corpi intermedi”, dai sindacati alle associazioni imprenditoriali di categoria. La prima vittima di questo trend è stata Emma Marcegaglia: quando, per una volta, la première dame di Viale dell’Astronomia ha osato alzare la testa e dire un po’ timidamente che le misure anticrisi varate dal governo sono – forse – insufficienti, subito si è sentita accusare di corvaggine. Strano destino per una leader degli industriali che si era semmai distinta nel non dare fastidio al governo fino ad apparire un vero e proprio supporter. segue a pagina 11

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Biotestamento: Schifani frena sui tempi di Franco Insardà a pagina 8

Il presidente annuncia l’«exit strategy»: il ritiro sarà definitivo entro tre anni

Obama: «Via dall’Iraq dal 2010» Ma gli Usa devono fare i conti con un imprevisto crollo del Pil di Andrea Mancia

Mentre le Borse vanno a picco

l timing era ben go dell’esercito studiato: giovedì dall’Iraq, già decila presentazione so - almeno in lardel budget 2009; ga parte - negli ulvenerdì il tanto atteso timi mesi dell’ampiano di disimpegno ministrazione Budall’Iraq. Un giorno sh e concordato l’economia, il giorno con il governo di successivo la politica Baghdad. Una parestera. Ma proprio te delle truppe tormentre il presidente nerà a casa (o sarà Obama stava per dislocata in Afghaprendere la parola a nistan?) nell’agoCamp Lejenue, in sto del 2010. Il reNorth Carolina - nella sto, entro il 31 dibase di marines da cembre 2011. Docui, nei prossimi giorpo le indiscrezioni ni, partiranno almeno e le anticipazioni ottomila militari per il dei giorni scorsi, fronte afghano - per Barack Obama ha presentato il suo piano Obama ha comuannunciare il ritiro nicato formalmenper far rientrare l’esercito Usa dall’Iraq (parziale) delle trupte che «le forze pe dall’Iraq entro il 31 agosto del 2010, le americane che resteranno in Iraq intraagenzie di stampa di tutto il mondo hanno prenderanno una nuova missione, dal iniziato a battere la notizia della disastrosa mandato più limitato». In pratica: addeperformance del pil americano nel quarto stramento e armamento delle truppe iratrimestre 2008. Un dato (-6,2%) peggiore di chene; protezione del personale civile Usa quello previsto dalle stime (-5,4%), che se- e operazioni speciali. Obama ha anche angna la peggiore flessione dell’economia nunciato il nome del prossimo ambasciatoamericana dal 1982. La brutta notizia, na- re in Iraq: si tratta di Christopher Hill, già turalmente, non ha impedito ad Obama di capo-negoziatore (non troppo fortunato) procedere con la programmata ufficializ- con la Corea del Nord. segue a pagina 14 zazione del progetto di graduale disimpe-

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seg2009 ue a pa•gE inURO a 9 1,00 (10,00 SABATO 28 FEBBRAIO

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

42 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Ora stimulus è da rivedere di Carlo Lottieri embra che si fatichi a toccare il fondo. Anche ieri, infatti, è stata una giornata di sofferenze per le Borse e di dati catastrofici. Nel quarto trimestre del 2008 il prodotto interno lordo statunitense è calato del 6,2 per cento (contro il -3,4 di una prima valutazione). Una riduzione tanto massiccia non si registrava dal lontano 1982, ma allora con Ronald Reagan alla Casa Bianca - si trattò di una flessione che pose le premesse per una solida crescita. Oggi, invece, pochi sono ottimisti. Anche perché l’economia globale da tempo osserva l’accumularsi di una serie di cattive notizie. In primo luogo, ovviamente, c’è la crisi finanziaria globale. segue a pagina 14

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Provocazioni. Un tempo il politicamente corretto era il buonismo della sinistra. Oggi è il cattivismo dei lumbàrd

Il darwinismo politico

Ronde, immigrati, localismo: i luoghi comuni della Lega sono ormai egemoni. Perché Pdl e Pd pronunciano solo “parole senza idee” di Gennaro Malgieri a Lega ha vinto la partita più difficile della sua ancor breve storia; quella che tutti consideravano impossibile: ha conquistato l’egemonia culturale in nome del “politicamente scorretto”, divenuto, senza peraltro l’apporto di nessuna abile regia, miracolosamente “corretto” politicamente. Al punto che tutti, o quasi, intellettuali, operatori dei media, cittadini comuni assumono le “parole d’ordine” leghiste senza i pruriti di un tempo. Lo si deve, senza dubbio, alla caparbia ostinazione dei seguaci di Bossi nel martellare, senza deflettere davanti a nulla, dalla mattina alla sera con le loro penetranti ancorché elementari idee, l’opinione pubblica. Ma anche alla timidezza dei due maggiori schieramenti politici i quali sembra che abbiano rinunciato ad esprimere identità forti abbastanza per contrastare la deriva populista che, con tutta onestà e senza farne mistero, la Lega rivendica come “cifra” della sua ragione politica.

L

Insomma, se per il Pdl e il Pd questo è il tempo delle parole senza idee, per il Carroccio, al contrario, le idee trovano nelle parole “veicoli”assai coerenti ed efficaci, legate cioè ad un pensiero e non avulse da esso, tanto da “costringere”alleati ed avversari a sposarle scendendo sul suo stesso terreno un tempo impervio ed impraticabile per tutti coloro i quali non si riconoscevano nelle insegne di Alberto da Giussano. Una vittoria, si converrà, non di poco conto. È innegabile che il progetto bossiano, anche per questa via, è quello di fagocitare, prima o poi, componenti significative del Pdl, soprattutto nel Nord ed in aree di tensioni sociali significative, senza per questo trascurare ciò che di inquieto si muove a sinistra. La sua strategia, dunque, è anche forse involontariamente pre-politica, nel senso di contaminare con le sue parole capaci di farsi idee, e cioè attrattive abbastanza da sposarle senza imbarazzi anche da chi le avversava, ambiti sociali nei quali la debolezza di altri movimenti non riesce a penetrare. È accaduto così, negli ultimi quindici anni, con un progressivo accaparramento di spazi civili e culturali che la tematica del federalismo, ancor-

ché priva di un fondamento condiviso, cioè di una necessità universalmente avvertita, sia diventata elemento imprescindibile, quand’anche declinato in modi diversissimi (e spesso contraddittori), di tutti gli schieramenti, coalizioni, partiti, gruppi e gruppetti. È come se un contagio improvviso fosse dilagato per le italiche contrade mettendo alle corde il principio dell’unità statale e nazionale sotto la pressione del federalismo boc-

È o non è questo un esempio, probabilmente il più vistoso, della vittoria culturale di un movimento che si riteneva effimero al suo apparire e che è diventato, più per la debolezza dei competitori che per la sua intrinseca forza attrattiva, centrale nella vita politica nazionale al punto da determinarne i destini futuri? Parole e concetti impronunciabili fino a qualche tempo fa, come l’istituzione delle “ronde” a “tutela” dei cittadini, sono dive-

ca, incuranti che un espediente del genere segna, in maniera irreversibile, la fine dello Stato di diritto. Poco male. Le ronde (naturalmente disarmate, servono contro i delinquenti di tutti i colori e dalle più disparate provenienze). Un tempo si inorridiva rispetto a chi immaginava, non dico di farsi giustizia da sé, ma di “vigilare” semplicemente sui comportamenti altrui. Oggi, dove non arriva lo Stato può arrivare la parodia dello Stato stes-

La dimostrazione pratica del “successo” padano è nell’opinione diffusa che per risolvere i problemi italiani si debba smembrare lo Stato. Esattamente il contrario di ciò che sta alla base di ogni comunità: il solidarismo sociale ciato oltre centocinquant’anni fa dagli “unitaristi” che diedero vita allo Stato-nazione. Ed è singolare che per la prima volta nella storia si sia invocato, con successo da parte dei federalisti, lo smembramento dell’esistente quando invece per ottenere l’unione è stata in tante occasioni (Stati Uniti, Belgio, ecc.) adottato il modello federale e mai il contrario come s’intenderebbe fare in Italia: dall’unità, cioè, allo smembramento, alle divisioni venendo peraltro meno ad un principio che sta a fondamento delle comunità: il solidarismo sociale.

nuti patrimonio comune (purtroppo). E quasi tutti, più o meno acriticamente, vi si rifanno senza nessuna difficoltà morale e politi-

so. E nessuno trova disdicevole discutere di ronde, naturalmente. E neppure di cosa si potrebbe nascondere tra tanti “volontari” animati magari dalle migliori intenzioni. Così come l’assimilazione tra immigrati, ancor più se clandestini, e criminali tout court è entrata nei pensieri e si esprime nelle parole perfino di una sinistra che fino a poco fa inorridiva di fronte a simile sfida al senso comune; non diversamente da quella stessa destra che abbiamo conosciuto solidarista e decisionista che, nel nome

di una eticità delle istituzioni e della centralità della dignità della persona (valori spirituali che forse non si portano più), con leggerezza fa passare il reato di ingresso clandestino ed approva un altro asset leghista, vale a dire la facoltà per i medici di denunciare l’immigrato irregolare ammalato che ad essi si rivolge. È all’insegna del cattivismo questa nuova cultura? Non credo. Mi pare soltanto il frutto di un’esasperazione dilagante della quale la Lega ha saputo cavalcare le manifestazioni più eloquenti e dirompenti fino ad imporre la sua ideologia “esclusivista” anche a chi, per storia e tradizione, si riconosceva nell’ “inclusivismo” nazionale e cristiano. La Lega, dunque, si avvia a vincere, perdipiù priva degli strumenti tipici delle “rivoluzioni culturali”, la sua battaglia identitaria. La si potrà condividere o meno, naturalmente. Resta però incontrovertibile che è riuscita laddove altri avevano tentato: rendere “innocente” ciò che veniva ritenuto politicamente scorretto. È questo il segno più evidente del fallimento di vecchie ideologie e di culture che non hanno saputo ristrutturarsi e rinnovarsi, sulle quali oggi dovrebbero addirittura nascere nuovi partiti, movimenti dotati di qualche ambizione.

Credo ci sia bisogno di un ritorno al senso comune, ad un sentimento della vita e dei rapporti largamente condiviso. La frammentarietà sociale è l’anticamera della barbarie. Ma la ricomposizione non passa attraverso la demolizione di chi ha una concezione darwinista della società, ma di una opposta, cioè a dire spirituale, organica, coesa, radicata in una storia comune. Questo sì, oggi suona come “politicamente scorretto”. Ed è forse la sola ideologia straordinariamente scorretta, un’ideologia supportata dalle “idee senza parole”, possibilmente, come auspicava un lucido morfologo della storia, Oswald Spengler, che si possa professare con dignità. Se non altro per dare un senso al nostro precario vissuto in un tempo caratterizzato da una modernità stracciona nella quale il vizio di bandire le virtù e celebrare la decadenza è il segno di una crisi che viene da lontano.


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MICHELE SALVATI

«È una grande mutazione: ma è figlia di Mani Pulite» di Riccardo Paradisi era una volta il politically correct. Un atteggiamento culturale egemone che prescriveva e intimava alla società una stretta vigilanza sul linguaggio, un’estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone. Una vigilanza a volte eccessiva che aveva ingenerato fenomeni di palese ipocrisia: una cultura della perifrasi, una tendenza alla riscrittura della realtà. Da quell’eccesso di ipocrisia – del quale il primo ostaggio era proprio la politica, ingessata in formule linguistiche rituali e spesso incomprensibili – si è passati in quello opposto. Con un moto pendolare repentino, consumatosi in una manciata d’anni, il linguaggio politico italiano è passato dalle convergenze parallele al celodurismo, dalla coazione all’eufemismo e all’allusione alla brutalità più spiccia. Non fa più specie che forze politiche manifestino sentimenti xenofobi, che un ministro possa dire che «con gli immigrati occorre essere più cattivi», che il pregiudizio etnico o culturale possa diventare leva di un programma politico. Michele Salvati, economista ed editorialista del Corriere della Sera ragiona con liberal sulla grande mutazione avvenuta nel nostro Paese, sulla socializzazione di modi di dire e di fare che fino a pochi anni fa erano pertinenza esclusiva del movimento leghista. Professore c’è un punto, un clic in cui salta il paradigma del politicamente corretto, in cui si esce dal perimetro del rispetto del codice e delle forme e ci si ritrova dove siamo adesso? Sì, secondo me è possibile individuare il momento preciso in cui è avvenuto questo slittamento progressivo, in cui il patto tacito, il contratto sociale che stabiliva le forme del confronto e dello scontro politico salta in aria. È il passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica. È con mani pulite che avviene l’irruzione piena della Lega nella scena nazionale, è stato in questo frangente che le forme del discorso politico leghista dilagano. I cappi, le monetine, gli insulti. Una mancanza totale di correttezza

C’

politica che nel clima giustizialista dell’epoca viene giustificato come reazione legittima, nemesi dei guasti della Prima repubblica. E così mentre i giudici facevano il loro lavoro la Lega aizzava il populismo Mica solo la Lega però. A tirare le monetine a Craxi davanti al Raphael c’erano anche militanti di destra e di sinistra.Attivisti dell’allora Msi e dell’allora Pds. E infatti la responsabilità del dilagare del fenomeno leghista è anche di quei partiti, che in quel clima di redde rationem e di inciviltà politica hanno inzuppato il pane a lungo e in profondità nell’illusione di poter cavalcare impunemente un fenomeno che invece sta erodendo anche loro. Dunque è vero che le responsabilità sono di tutti, però è stata indubbiamente la Lega il motore di que-

guaggio anche. La politica parlava un linguaggio involuto, esoterico, distanziante rispetto alla gente. Poi arriva Bossi e dice «Noi a Forlani gli facciamo diventare i capelli azzurri con un rutto» e «La Lega nord ce l’ha duro». Si rompe la diga e la Lega si precipita in questa breccia d’apertura che segna la fine molti tabù non solo formali ma anche sostanziali. La Lega è il primo movimento politico nella storia nazionale che introduce il tema della secessione, che usa pubblicamente il pregiudizio antimeridionale come leva politica, che contesta il valore dell’unità d’Italia. È una cesura epocale. Che rompe appunto un tabù. Quanti degli elettori settentrionali della Dc e del Pci infatti avevano dei pregiudizi nei confronti dei meridionali ma mai la Dc o il Pci hanno osato cavalcare quel pregiudizio. Nemmeno la classe dirigente della Destra storica, pure animata di una forte ostilità nei confronti del Meridione contro cui aveva impegnato una guerra di conquista, mise mai in discussione il grande e difficile disegno politico e culturale dell’unità d’Italia. Questo passaggio avviene con la Lega. E diventa patrimonio di tutte le forze politiche. Non c’è più nessuno che non parli di decentramento, di federalismo fiscale. Tutti si sono messi a inseguire la Lega anche su questo tema è evidente. Un inseguire per edulcorare. Anche se poi a forza di inseguire si rischia di cadere in certe tentazioni. Come il partito del nord per esempio, l’idea che si è affacciata all’interno del Pd recentemente. Una tentazione che si spiega col fatto che le tesi leghiste producono consenso nell’elettorato e nessuno vuole farsi distanziare troppo nella conquista dell’elettorato. Un calcolo politico comprensibile che però potrebbe rivelarsi pericoloso. Perché consegna alla Lega l’egemonia, il potere e la facoltà di porre lei ogni volta l’ordine del giorno. Il sociologo Marzio Barbagli, uomo di sinistra, in un’intervista al Corriere della Sera ha detto che l’incidenza criminale sale con l’aumentare della presenza di immigrati. «Lo sapevo da anni ma avevo un blocco mentale, da uomo di sinistra non potevo ammetterlo nemmeno con me stesso». Non è che l’eccesso di reticenza verso alcuni dati della realtà abbiano poi consegnato molta sinistra alla franchezza leghista? Il rischio c’è evidentemente. Basta vedere dove è andato a finire il voto operaio del nord. Certo la sinistra ha esagerato col politicamente corretto e ora si trova a dover fare i conti con un clima culturale che non sa né governare né interpretare. Eppure anche in questo caso sarebbe un errore madornale inseguire la Lega su questo terreno. Una sinistra seria dovrebbe chiedere da un lato di far funzionare il nesso polizia magistratura dall’atro create delle condizioni di cittadinanza più accessibili. Non dovrebbe essere difficile trovare soluzioni sia nella repressione sia nell’accoglienza. Una base comune di civiltà. Questo dovrebbe valere anche per il centrodestra. Già, ma non mi sembra che il centrodestra faccia argine alla dilagante “cultura” leghista. Anzi. Del resto dopo Bossi il più grande semplificatore del linguaggio politico è proprio Berlusconi. Quando il presidente del Consiglio se la prende con i comunisti semplifica enormemente per esempio il quadro di giudizio. Insomma l’egemonia leghista deriva anche dal fatto che in Italia non s’è costruita una destra conservatrice moderna. Certo tranne pochissime voci non c’è una destra che dia forma politica e culturale a questi impulsi sociali più problematici. E l’atmosfera che si respira non aiuta. La realtà è che questo è un paese disgraziato in cui con la fine dei due grandi partiti ideologici c’è stato il totale via libera. Un sistema bipolare dove si raccatta tutto pur di fare numero. Una delle componenti del leghismo è il populismo. A cui non è estranea la sinistra però: Antonio Di Pietro. Di Pietro… avevamo cominciato con Mani Pulite no? La realtà è che Di Pietro e la Lega si saldano insieme. Sono l’eredità avvelenata del crollo della Prima Repubblica. Un’eredità di cui non ci libereremo facilmente.Veltroni aveva cercato di mollare questa grande stampella della questione morale, di storicizzarla. Di Pietro gliel’ha strappata di mano. E interpretando il bipolarismo in modo rissoso e violento, l’ha usata come un bastone.

È con il crollo della Prima Repubblica che le forme brutali del discorso leghista dilagano senza ostacoli. Le residue forze politiche tradizionali tentano addirittura di cavalcare quel clima eccitato

sta profonda modificazione del linguaggio politico. Una mutazione che, ricordiamolo, ha avuto un periodo di lunga gestazione dai primi anni Novanta fino al 1996 inoltrato, un arco temporale in cui si registra un’eccitazione straordinaria dell’elettorato. Elettorato esasperato dagli eccessi della Prima Repubblica si diceva… Certo eccessi di impunità politica, di corruzione, di lin-


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è chi si fa espressiodel ne cambiamento. Spetta ad altri, poi, governarlo. Dovrebbe essere così in Italia, dovrebbe essere questo il rapporto tra una forza «postmoderna» come la Lega e i partiti a cui tocca salvaguardare l’unità della Nazione. È questa l’analisi di fondo proposta da Pierpaolo Donati, ordinario di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche dell’università di Bologna ed ex presidente dell’Associazione italiana di sociologia. Non si è passati troppo in fretta da giudizi liquidatori sulla rozzezza dei lumbàrd all’accettazione delle loro tesi come “politicamente corrette”? Potremmo parlare di un semplice ipocrisia se fosse fondata l’idea della Lega come fenomeno particolare, etnocentrico e ideologico. All’inizio si ritenne proprio che l’allora Lega lombarda fosse un contraltare dei vecchi partiti ideologici. L’inganno nacque anche per la presenza di un intellettuale come Gianfranco Miglio, che offriva un supporto scientifico all’attivismo di Bossi.

C’

prima pagina PIERPAOLO DONATI

che metterle in discussione costa l’esclusione dal consesso degli illuminati. Forse questo avviene perché le altre forze dell’attuale maggioranza non hanno visioni abbastanza forti da contrastare quelle leghiste. È probabile che sia così. D’altronde c’è un solco piuttosto ampio tra il binomio Pdl-Pd e il partito di Bossi, che istintivamente si sfila dalla logica del bipartitismo. Si allea con il centrodestra perché trova così il modo di realizzare i propri obiettivi, ma ne è estraneo perché rappresenta un certo pragmatismo che non rientra più nel codice simbolico della modernità: interpreta i bisogni della gente senza ideologizzazione. E ripeto, questa è la sua forza. I pericoli restano. Non c’è dubbio: pensiamo all’atteggiamento rozzo con cui i leghisti parlano degli immigrati, delle loro religioni o tradizioni. Però la disgregazione si può evitare se alla prospettiva postmoderna della Lega si risponde con uno Stato intelligente, che mantenga il senso della Nazione, della solidarietà, che integri la struttura federale con fondi perequativi, e che in generale accompagni l’emergere dello spirito di comunità con il mantenimento della rete nazionale. È questa la grande sfida. Ma forse Pdl e Pd, presi come sono dalle ansie quotidiane, non hanno neanche avuto il tempo di fare un’analisi del genere.

Manca un partito della nazione di Errico Novi E invece il Carroccio, con la sua evoluzione, è un sintomo proprio della fine delle ideologie. E questo ne costituisce la forza. Siamo dunque destinati a essere travolti dal localismo? Un momento. I leghisti parlano di ronde, di misure contro l’immigrazione, di federalismo fiscale. Tutte proposte che interpretano i bisogni immediati della gente.Vede, non è così soltanto da noi. Sono passati già molti anni da quando Roberto Vacca pubblicò Medioevo prossimo venturo, un ampio saggio in cui si prevedeva che in risposta alla globalizzazione sarebbero riemersi il localismo, le comunità locali, un misto di pubblico e privato in cui ciascun territorio fa per sé. La vicenda del Carroccio si inserisce in questo processo, che evidentemente è molto più complesso e assai meno transitorio rispetto all’idea che dei lumbard ci si era fatti all’inizio. Ci sono almeno un paio di problemi. Il primo è la dissoluzione dello Stato, anzi della Nazione che ne è il presupposto. È quello che sostiene Zygmunt Bauman: «I tempi della trinità profana StatoNazione-Territorio appartengono al passato insieme al principio della sovranità, esclusiva e invisi-

bile, dello Stato». Non sembra uno scenario confortevole. A ben guardare però il modello che la Lega propone non è così lontano da quello della Svizzera, in cui ognuno fa cantone a sé, senza però che l’identità nazionale venga meno, anzi. Vorrei leggere il fenomeno in questo senso: non possiamo conservare la visione hobbesiana dello Stato, la Nazione dovrebbe darsi una struttura politica diversa, anche per recuperare il principio delle autonomie locali, calpestato durante il fascismo e nel dopoguerra. Nel Regno Unito di oggi la devolution funziona perfettamente. Eppure tutto questo rischia di compromettere il vincolo della solidarietà nazionale. Ecco, questo è il lato debole della proposta leghista: manca una vero programma per le politiche sociali. Non basta il fondo di solidarietà previsto ad esempio nel federalismo fiscale, c’è il rischio effettivo di generare grandi diseguaglianze: tra ricchi e poveri, tra un’area e l’altra del Paese. E allora, professore, è paradossale che le tesi del Carroccio siano ormai considerate così accettabili

DOMENICO FISICHELLA

riserve che resistono in qualche settore della maggioranza. Ecco perché la Lega ha un atteggiamento ecumenico e pacifico. Bisogna aggiungere che la titolarità del ministero dell’Interno impone logiche di accomodamento, anche in ordine alle tensioni che rischiano di nascere tra prefetti da una parte e sindaci o governatori dall’altra. Ogni intralcio va rimosso, pur di facilitare il percorso. E questo atteggiamento appunto produce la sensazione di cui lei parla, l’impressione che i temi imposti dal partito di Bossi siano diventati politicamente corretti. È tutto studiato. C’è un certo “concorso di colpa”, potremmo dire. Chiunque possa ottenere un risultato impegnando un quinto dell’energia -necessaria è portato ad approfittarne. Cogliere l’obiettivo restandosene buoni buoni accredita l’idea che si sia diventati davvero buoni. Eppure si tratta di un processo che può essere disintegrante per il sistema politico italiano, proprio nella fase storica, nella situazione internazionale in cui il Paese si trova. Un Paese che non riesce a fare sistema è condannato alla serie C. Perché l’opinione pubblica sottovaluta il pericolo? Non sono i cittadini a sottovalutarlo ma le classi dirigenti, compresa quella economica, che immagina di ottenere opportunità ulteriori dalla politica e che controlla la maggior parte dei mezzi di (e.n.) informazione.

Tutto cominciò con un autogol della sinistra: la “riforma federale” osa può essere cambiato in così poco tempo? Perché le tesi leghiste sono diventate improvvisamente accettabili, se non addirittura obbligate? Secondo Domenico Fisichella, ministro ai Beni culturali nel primo governo Berlusconi e tra i maggiori accademici italiani nel campo della scienza politica, è anche una questione di potere. Legata in parte alle astuzie con cui il Carroccio ha condotto in questa legislatura le trattative sul federalismo, ma anche agli «interessi di imprenditori che intravedono nello schema lumbard la possibilità di ricavare vantaggi settoriali». In ogni caso si tratta di un pericolo serio per l’unità del Paese, sostiene Fisichella, che proprio sulla devolution approvata quattro anni fa e cancellata dal referendum scelse di rompere con Alleanza nazionale. Non pesa, secondo lei, anche la debolezza culturale del Pdl? Che nel centrodestra ci sia una forte carenza di cultura politica è chiaro a tutti. Alleanza nazionale ha improvvisamente abdicato al suo sistema di valori, ai riferimenti che riguardano la Nazione, la sua coerenza interna, la sua unità. E già da questo punto di vista è venuto meno un ancoraggio che, se avesse resistito,

C

sarebbe stato antagonista a quello della Lega. E Forza Italia? È un coacervo indistinto di interessi, orientamenti, segnato dalla labilità delle posizioni: è difficile darne una definizione culturale, a parte il ruolo forte di Berlusconi, la sua capacità attrattiva. Invece la Lega ha idee chiare. Probabilmente sono chiare, questo non vuol dire che siano giuste. Il partito di Bossi ha una posizione di forza in un’area limitata del Paese, anche se di grande rilievo. In ogni caso, a proposito delle idee, chiariamo che nel caso dei leghisti si tratta essenzialmente di emozioni, paure, visioni direi irrealistiche della storia nazionale, di particolarismi locali: tutto questo fa breccia nell’elettorato, ma perché nella nostra società i punti di riferimento fondamentali si sono progressivamernte sfilacciati. Insomma il Carroccio riesce a imporre le sue proposte perché attorno c’è il vuoto. C’è anche la crisi gravissima della sinistra: certe scelte come la riforma del Titolo V non hanno fatto altro che legittimare le aspettative cosiddette istituzio-

nali della Lega, hanno introdotto un elemento di confusione politica e di incertezza che oltretutto si sta ritorcendo proprio contro la sinistra. In effetti la disponibilità della sinistra sul federalismo ha reso il tema “politicamente corretto”. Ad essere depositaria del politically correct, in questi anni, è sempre stata appunto la sinistra, che ora ha regalato la patente al Carroccio. C’è anche un altro aspetto: il diverso atteggiamento con cui i leghisti perseguono il loro obiettivo, il federalismo appunto, che è un’idea sbagliata ma senza dubbio prioritaria nella loro testa. In passato si sono mossi in una logica di sbandamenti, hanno fatto cadere il primo governo Berlusconi, quindi sono scivolati a sinistra, la sinistra ha preso sbandate varie per la Lega… Oggi Bossi e i suoi vedono la sinistra in crisi e sono saldamente al governo, possono dunque realizzare il loro obiettivo: per farlo mostrano disponibilità verso l’opposizione. Innanzitutto per ridurre al massimo gli intoppi: in un contesto di crisi economica i rischi per la riforma cosiddetta federalista aumentano. E poi per depotenziare le


prima pagina UGO VOLLI

28 febbraio 2009 • pagina 5

PIERO IGNAZI

Parlano come il Pci L’italo-lepenismo vince degli anni Cinquanta perché il Pdl non c’è di Gaia Miani go Volli, filosofo del linguaggio, attento studioso della comunicazione dei giorni nostri esclude che il bagaglio espressivo leghista sia il nuovo politically correct. «No - dice - il problema è un altro: Bossi riesce a dettare l’agenda politica al governo e al Parlamento. Ma questo non è un problema di linguaggio. Dipende da ben altro». Eppure, professore, le parole più usate sono ronde, clandestino… È vero, non dipende però dal nuovo politically correct, è semplicemente determinato dal fatto che – ad esempio – quando si parla del problema degli immigrati, lo si restringe a coloro che sono entrati illegalmente. Ma questa è una scelta politica. Il politically correct è un’altra cosa. È dire non vedente al posto di cieco. È un fenomeno che ha avuto ed ha un grande peso negli Stati Uniti o in altri paesi europei. Per la verità in Italia non ha mai attecchito troppo a livello di massa, viene molto usato invece nel linguaggio burocratico. Ammetterà però che a fronte di un linguaggio della prima Repubblica più paludato e talora addirittura criptico, si è passati ad un modo sguaiato di esprimersi? Questo è assolutamente vero, ma non è certo una caratteristica solo della Lega. La quale è una delle punte di diamante di questo linguaggio, ma non la sola. E perchè si è arrivati a questa volgarità? Innazitutto perché non c’è una legittimazione reciproca da parte delle forze politiche. E questo è il cuore della democrazia parlamentare: i due schieramenti si alternano al governo senza che se vince l’uno, il perdente tema sfaceli. Così accade in tutte le grandi e solide democrazie. In Italia poi ci si esprime come se fosse in atto un’eterna campagna elettorale. Nelle prime due campagne elettorali con Berlusconi, questo fenomeno è esploso con particolare virulenza. Da una parte la sinistra che lanciava accuse di scarsa moralità o addirittura di gravi illegalità (mafia, furti, truffe) e dall’altra il linguaggio berlusconiano ricco di espressioni offensive. Intendiamoci, i toni alti in Italia vengono da lontano. Basti pensare alle battute di Pajetta, ai corsivi di Fortebraccio. Certo Mario Melloni era più elegante nell’esprimersi, ma quelli che scriveva erano pur sempre insulti. Poi c’era il linguaggio violento dei neofascisti. Più avanti, certi titoli di Feltri o della Pia Luisa Bianco. E oggi basta ascoltare Gasparri. Naturalmente in tutto questo c’è anche la Lega. Secon-

U

di Gabriella Mecucci

do me Bossi e compagni somigliano in qualche modo al Pci degli anni Cinquanta. In che senso? Sono il partito che più di ogni altro ha – almeno al Nord – un insediamento popolare. Hanno un’organizzazione che è in stretto rapporto con i militanti e con i cittadini. Hanno un linguaggio sbrigativo e sboccato perché pensano che questo renda più semplice il dialogo con la loro base. Non dipende da un’arretratezza culturale, ma da un preciso calcolo politico. In altri paesi tutto ciò sarebbe inconcepibile.. Non c’è dubbio. Persino in campagna elettorale non ci si comporta così. Basti guardare l’ultima sfida: quella fra McCain e Obama. Naturalmente si sono raggiunti anche toni alti nella polemica, ma – se qualcuno andava oltre certi confini – scattavano immediatamente le scuse. Oggi poi, una volta che ha prevalso uno dei due contendenti, il modo di esprimersi è diventato più disteso e riflessivo. Del resto, noi italiani siamo oguelfi o ghibellini; o bianchi o

n tempo, ma non tanto tempo fa, il politacally correct era un esclusiva della gauche. La sinistra segnava la vita politica e culturale col suo linguaggio e con i suoi contenuti. Si era arrivati ad alcuni, insopportabili eccessi: non si poteva parlare di disabile o di sordo, ma occorreva dire: diversamente abile o non udente. E via così. Oggi le parole che circolano di più sono: ronde, clandestini, localismo. E non sono solo parole, ma corrispondono a fatti, ad atti di governo, a progetti di legge. Basti pensare a quello che chiede ai medici di denunciare i malati senza permesso di soggiorno. Insomma, stiamo diventando tutti leghisti? Di questo ribaltamento del politically correct ne abbiamo parlato con Piero Ignazi, politologo, studioso della destra italiana ed europea. Professore, allora cosa sta succedendo? È molto semplice sono diventati dominanti i valori e le proposte politiche dell’estrema destra. Non parlei di un nuovo politically correct, ma di una

neri. Persino alla Camera e al Senato volano pugni, calci e insulti. Succede oggi, ma accadeva anche ai tempi di Pajetta. Scene del genere sarebbero inamissibili nel Parlamento britannico. Nella prima Repubblica però c’era una più diffusa eleganza nel comportamento.. I democristiani usavano un linguaggio più pacato, ma non tutti e non sempre. Del Pci ho già detto: non mancavano le iperboli polemiche. Anche oggi poi c’è chi conserva una certa eleganza: basti pensare ad un Gianni Letta o ad un Fausto Bertinotti. Comunque, quello che mi preme dire è che la Lega detta l’agenda politica e questo è un problema serio. Quanto all’involgarimento del linguaggio non è certo la sola responsabile.

vera e propria vittoria leghista. E io ritengo la Lega un’organizzazione di estrema destra. In paesi decenti questo genere di partito – il Fronte nazionale di Le Pen o il British National party – vengono tenuti ai margini e le le loro idee combattute dalla sinistra, ma anche dalla destra conservatrice. E in Italia perché e come sono riuscite a diventare largamente egemoni? È abbastanza semplice: la sinistra non le ha combattute con la sufficiente forza e con la dovuta capacità culturale. La destra le ha addirittura accettate. Ma lei non può sostenere che l’elettorato di An o di Forza Italia e in passato dell’Udc sia di estrema destra?

U

Certo che no! L’Udc, innanzitutto, è tutt’altra cosa: è un partito di centro e infatti si è staccato dallo schieramento berlusconiano. È anche vero che una parte molto consistente di chi ha votato An o Forza Italia e che ora vota Pdl non è di estrema destra. Ma la cultura ormai egemone in quello schieramento è quella leghista. E lo ripeto: si tratta di una cultura e di una politica di estrema destra. Che cosa sono la xenofobia, il rifiuto della diversità, la chiusura alla ricerca di una comunità armonica se non atteggiamenti estremi? Del resto non dobbiamo andare lontano: nella vicina Francia è Le Pen a sostenere queste cose. E basta leggersi le montagne di studi comparati che sono stati fatti in tutta Europa per vedere che la stragrande maggioranza degli analisti colloca la Lega fra i partiti della destra estrema. D’accordo professore, ma se le idee leghiste sono diventate – come dice lei – dominanti, questo non può essere spiegato solo in chiave politica. Lo ripeto: che cosa c’è nella nostra storia, nella nostra cultura che ha favorito l’affermarsi di questo fenomeno? Certo, lei ha ragione. C’è la debolezza della cultura liberale e quella delle istituzioni democratiche. C’è che da noi non è mai nato un partito conservatore. E la destra è stata rappresentata dal fascismo e poi, nella prima Repubblica, riassorbita dalla Dc. È così. La Dc non era la balena bianca, ma ha funzionato come una cozza. Assorbiva i detriti velenosi e neri che provenivano dalla società e li riusputava depurati e presentabili. Un ruolo importante che ha impedito all’estrema destra di prendere piede. Mi scusi, non pensa che in questo senso Mani pulite possa aver aiutato l’affermazione di una cultura di destra estrema? No. Penso sia vero il contrario. È stata una grande occasione di cambiamento. Purtroppo sino che ha colpito la politica ha potuto operare, quando è passata alla società è stata bloccata. E la società era più corrotta della politica. E per battere l’egemonia dell’estrema destra, che fare? Occorre costruire un’autentica cultura politica nei suoi tre grandi filoni: liberale, cattolico, socialista. Occorre poi rafforzare ler istituzioni democratiche. Noi de «Il Mulino» stiamo cercando di fare proprio questo.


diario

pagina 6 • 28 febbraio 2009

Williamson non convince Ratzinger Il Vaticano: «Equivoca e generica» la lettera del lefebvriano negazionista di Andrea Ottieri

ROMA. Non si placa nel mondo religioso – e non solo – la polemica sollevata dalle dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano Richard Williamson. La pallida lettera di scuse resa pubblica ieri l’altro non è bastata a mettere a tacere le polemiche. Intanto, la risposta della Santa sede è stata in equivoca: «la lettera non è indirizzata né al Santo padre né alla commissione Ecclesia Dei e non sembra rispettare le condizioni stabilite dalla segreteria di Stato» vaticana del 4 febbraio che sollecitava il vescovo a «prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah». Sono queste le parole espresse ieri dal direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi che ha anche aggiunto di ritenere la lettera di Williamson «generica ed equivoca».

Ma le parole di Williamson non sono parse sufficienti neanche alla comunità ebraica internazionale la quale, per bocca del rabbino David Rosen, presidente dell’ International Jewish Committee on Interreligious Consultations, giudica generiche e indufficienti le“scuse”di Williamson. Il rabbino, comunque, ha commentato più diffusamente la crisi tra Vaticano e mondo ebraico causata dal perdono concesso ai lefebvriani e al vescovo negazionista, e ha un po’ stemperato i toni, dicendo che è stata «una crisi non di sostanza ma di percezioni. Una crisi che si poteva evitare e che si può definire di

“bad management”, con molti equivoci». Sempre secondo il rabbino David Rosen «andava spiegato il fatto che quando la chiesa toglie la scomunica ciò non significa che la Chiesa accoglie qualcuno al suo interno. Così – ha aggiunto - la percezione nel mondo è che il Vaticano ha usato accenti che sono stati offensivi per gli ebrei e che poi si è scusato per questo. Per quelli che sono, come noi, profondamente e attivamente coinvolti nel dialogo – ha detto ancora Rosen - questa è stata una crisi artificiale ma per la maggioranza delle persone nel mondo, che leggono solo i titoli a sensazione dei giornali, si è trattato di una vera crisi». Per questo, ha spiegato il rabbino, «l’incontro del Papa con i leader ebrei di due settimane fa è stato molto importante e la prossima visita in Terra Santa sarà la dimostrazione del

alla Giustizia, Jacques Barrot: «Il vescovo lefebvriano deve stare in guardia perché, anche se può circolare liberamente nell’Unione europea, le sue tesi negazioniste costituiscono un reato in diversi Paesi. Anzi, faccio notare che nella maggior parte degli Stati, il negazionismo può essere perseguito a norma di legge. Le giustizie nazionali sono competenti per condannare il negazionismo. Se Monsignor Willianson rilascerà delle dichiarazioni negazioniste in Francia, sarà competenza della legge francese, che punisce il negazionismo», ha aggiunto. Il commissario ha tuttavia sottolineato che la legge europea approvata il 28 novembre 2008 che punisce penalmente, ad alcune condizioni, l’apologia del negazionismo come istigazione all’odio razziale non può essere ancora applicata, perché deve essere ancora trasposta nelle legislazioni nazionali. «Deploro il fatto che in Paesi democratici come i nostri, ci vogliano mesi, se non addirittura anni, perché i procedimenti siano applicati», ha commentato da parte sua il ministro ceco Jiri Pospisil.

Anche la comunità ebraica protesta, mentre l’Ue minaccia: negare l’Olocausto è reato, quel presule potrebbe essere arrestato volto buono e genuino del comune impegno per il dialogo tra il popolo ebraico e cattolico. Io stesso – ha concluso Rosen – sarò felice di incontrare Benedetto XVI in Terra Santa», dove la sua visita sarà «molto positiva». Prima di allora, comunque, lo stesso Rosen incontrerà il pontefice il 12 marzo in Vaticano, con una delegazione del Gran Rabbinato di Israele per riprendere il dialogo fra cattolici ed ebrei.

La tiepida lettera di Willliamson ha suscitato duri commenti anche nel mondo delle istituzioni. La più dura delle quali arriva niente meno che dal Commissario europeo

Quasi a conferma di tutto ciò, il ministro della giustizia tedesco Brigitte Zypries ha detto che il suo paese potrebbe emanare un mandato di arresto contro il vescovo Richard Williamson. La Zypries ha spiegato che Williamson, infatti, avrebbe espresso le sue convinzioni negazioniste pubblicamente e sul suolo tedesco. Il riferimento è a un’intervista alla televisione svedese registrata in Germania. In Germania come in diversi altri paesi Ue negare l’olocausto è un reato.

I lavoratori manifestano contro il ridimensionamento dello stabilimento: anche il vescovo sfila con loro

Pomigliano d’Arco in corteo contro la Fiat di Guglielmo Malagodi

POMIGLIANO D’ARCO. Qui, ieri, hanno manifestato persone di ogni età e di ogni classe sociale: un lungo corteo si è snodato per le strade del centro, per chiedere che il locale stabilimento Fiat Auto non venga ulteriormente penalizzato dalla carenza di produzioni. I lavoratori, 5mila del Gian Battista Vico, e 10mila dell’indotto, hanno lavorato unicamente cinque settimane dallo scorso mese di settembre. Sono, infatti, 19 le settimane di cassa integrazione con una paga di 750 euro al mese. «Lo sciopero dei lavoratori di Pomigliano, insieme ai sindacati e agli enti locali, è l’ennesima richiesta all’azienda di garanzie precise per i lavoratori e il mantenimento dei livelli occupazionali, perché è ingiusto continuare a scaricare sempre sugli stabilimenti del Sud gli effetti negativi dei periodi più difficili». Sono questi, in sintesi, i motivi della mobilitazione, spiegati dal

segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, Giovanni Centrella per il quale «Fiat deve fare chiarezza sulle reali intenzioni in merito al futuro dello stabilimento Gian Battista Vico e di tutti quelli della Campania, indotto compreso».

In corteo c’erano anche il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, accolto dal grido «Depalma, uno di noi», l’assessore alle Attività produttive della Regione

Per far fronte alla grande domanda di Punto ecologiche, grazie agli incentivi del governo, l’azienda manda 300 operai campani a Melfi Campania, Andrea Cozzolino, il segretario generale della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini, e quello della Uilm-Campania, Giovanni Sgambati. Erano presenti, inoltre, i gonfaloni di numerosi Comuni della provincia di Napoli che hanno voluto dimostrare la propria solidarietà ai lavoratori pomiglianesi.

Da parte sua, la Fiat, per far fronte alla domanda di «Grande Punto» a metano sostenuta dagli incentivi decisi dal Governo - ha deciso di distaccare temporaneamente nello stabilimento di Melfi (Potenza) 300 lavoratori di Pomigliano d’Arco (Napoli) e di portare da 16 a 24 ore lo straordinario che sarà svolto nella fabbrica lucana in due giornate di sabato. Lo ha annunciato a Potenza il segretario generale della Basilicata della Fim-Cisl, Antonio Zenga: la notizia sarà ufficializzata dall’azienda nelle prossime ore. Il «distacco temporaneo» a Melfi dei 300 lavoratori dello stabilimento campano dovrebbe durare due mesi.

Zenga, che ha parlato di «doppia notizia positiva» per la Fiat di Melfi, ha detto che si tratta di «un altro segnale incoraggiante, che va in controtendenza rispetto a quanto si profilava solo poche settimane fa. Gli incentivi stanno funzionando - ha concluso il dirigente della Fim - e il mercato si sta lentamente riprendendo».


diario

28 febbraio 2009 • pagina 7

Sono più di 18 milioni i senza lavoro nei Paesi Ue

I familiari delle vittime contro la motivazione

Disoccupazione europea ancora in aumento

La Cassazione: Mambro si è pentita, giusto liberarla

BRUXELLES. La crisi continua a farsi sentire soprattutto sul mondo del lavoro. La disoccupazione, infatti, è in aumento (all’8,2%) nella zona dell’euro nel mese di gennaio rispetto a dicembre(all’8,1%): è il dato comunicato da Eurostat che ha pure ricordato come nel gennaio 2008 il tasso dei senza lavoro fosse al 7,3%. Stessa dinamica anche nella Ue-27, dove il tasso di disoccupazione nel gennaio 2009 è stato del 7,6% rispetto al 7,5% di dicembre. Nel gennaio 2008 il tasso era al 6,8%. Eurostat stima che 18,412 milioni di uomini e donne della Ue, di cui 13,036 nella zona dell’euro, era senza un lavoro nel gennaio 2009. Rispetto al dicembre 2008, il numero dei disoccupati è aumentato di 386.000 nella Ue-27 e di 256.000 nella zona della moneta unica. Rispetto al gennaio 2008, la disoccupazione è salita di 2,194 milioni nell’Unione europea e di 1,641 milioni nella zona dell’euro. Il tasso più alto di disoccupazione si è registrato in Spagna (14,8%) e Lettonia (12,3%), mentre il più basso in Olanda (2,8%) e Austria (4%). Per l’Italia non è disponibile il dato di gennaio 2009, ma la disoccupazione nell’ultimo quadrimestre del 2008 era al 6,7%.

ROMA. La prima sezione penale della Cassazione ha spiegato perché lo scorso 4 febbraio ha respinto il ricorso della Procura di Roma contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza della Capitale di accordare la libertà condizionale a Francesca Mambro condannata all’ergastolo per la strage di Bologna: è stato giusto concedere la libertà condizionata all’estremista di destra poiché ha avuto «un reale pentimento del proprio passato criminoso» e ha intrapreso una «revisione critica della sua vita» e ha mostrato «una aspirazione al suo riscatto morale». Viceversa, a giudizio della Procura l’estremista di destra non aveva diritto alla libertà condizionata in quanto il lavoro, lo studio, l’educazione della figlia e le attività svolte dopo la detenzione non erano altro che «atteggiamenti neutri». La Cassazione al contrario ha evidenziato che tutte quelle attività «hanno consentito di affermare che vi è stata da parte della condannata una revisione critica della sua vita».

Rispetto ad un anno fa, sei Stati membri hanno registrato una diminuzione della disoccupazione e 19 un aumento. La Polonia è quello che ha visto il

Scioperi, sindacati sempre più spaccati Si accentuano le polemiche tra Bonanni ed Epifani di Vincenzo Bacarani

ROMA. Il disegno di legge delega sulla regolamentazione dello sciopero nel settore pubblico dei trasporti, approvato all’unanimità ieri dal Consiglio dei ministri, ha provocato l’ennesima spaccatura all’interno delle tre maggiori organizzazioni sindacali confederali. Da una parte Cisl e Uil che si dichiarano sostanzialmente d’accordo, anche se con alcune puntualizzazioni, sulla proposta del governo e dall’altra la Cgil che esprime una forte contrarietà. Il sindacato guidato da Guglielmo Epifani contesta non soltanto i contenuti del disegno di legge, ma anche lo spirito con cui è stato elaborato. «Il governo stia molto attento – aveva dichiarato il leader della Cgil – perché questa materia riguarda un diritto costituzionalmente garantito». Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, prendendo anche spunto dalla relazione della Commissione di sugli garanzia scioperi nei servizi pubblici (2.195 astensioni dal lavoro proclamate e 1.399 effettuate nel solo 2008), ha preparato un ddl che prevede - tra i punti più importanti - che lo sciopero potrà essere proclamato solo da uno o più sindacati che rappresentino almeno il 50 per cento più uno dei lavoratori; che chi aderisce all’agitazione dovrà dichiararlo in anticipo e che per alcune categorie lo sciopero potrà essere effettuato in forma “virtuale”che vuol dire: il dipendente lavora, ma il corrispettivo dello sciopero di azienda e lavoratore va in beneficenza. Inoltre, la proclamazione di sciopero da parte di sindacati che non raggiungono il 50 per cento più uno di rappresentanza dovrà essere sottoposta preventivamente a referendum. Tutto questo, fermo restando il preavviso di dieci giorni con i servizi minimi garantiti.

quando il lupo si vedrà nella valle nessuno saprà vederlo. Farebbe bene a moderare le sue valutazioni e al pari di ogni sindacalista responsabile dovrebbe assicurare la sua presenza e la sua capacità di contrattazione con governo e imprenditori». Non solo, il sindacato di ispirazione cattolica giudica necessario un intervento di questo genere nel settore dei trasporti pubblici. Spiega infatti a liberal Giorgio Santini, segretario confederale: «Nei trasporti c’è un’enorme frammentazione di sigle sindacali e ci sono piccole organizzazioni che proclamano scioperi anche su questioni non di generale interesse provocando effetti dirompenti». La Uil è sulla stessa linea, ma con un distinguo. Secondo il segretario generale Luigi Angeletti il principio di regolamentare le astensioni dal lavoro nel settore dei trasporti pubblici è giusto, ma non è giusto imporre ai singoli lavoratori «di dire in anticipo se aderiranno o no allo sciopero. Questo aspetto influisce sulla libertà di scelta dei singoli». Perciò la Uil chiederà ufficialmente al governo di cancellare questo comma.

Cisl e Uil d’accordo con il provvedimento del ministro Sacconi. Cgil è preoccupata: «Questa è una norma contro di noi»

calo più elevato (da 8% a 6,7%), assieme a Bulgaria (da 6,1% a 5,3%), mentre in forte aumento quella di Lettonia (dal 6,2% al 12,3%) e Spagna (dal 9% al 14%). Tra gennaio 2008 e gennaio 2009 la disoccupazione maschile è passata dal 6,5% al 7,9%, mentre quella femminile è salita dall’8,2% all’8,6%. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (sotto i 25 anni), due nuovi Stati membri a gennaio superano la soglia del 20%: Ungheria (22,9%) e Slovacchia (22,5%). Nell’Ue a Ventisette la percentuale media di giovani senza lavoro è del 17%, nell’eurozona del 16,9%.

Per Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, quella del governo è «una proposta equilibrata» e non perde l’occasione per attaccare il suo collega della Cgil che si era detto contrario al provvedimento: «Da un po’ di tempo Epifani è latitante, preferisce stare sul monte e criticare tutto e a forza di evocare il lupo,

Per la Cgil, invece, il disegno di legge delega – che comunque andrà discusso con le parti sociali prima di poter essere approvato – rappresenta un passo indietro sulla strada del diritto. Mauro Rossi, segretario nazionale trasporti del settore aereo, dice a liberal: «Bisognava arrivare prima a un accordo sulle modalità. Nessuno è mai intervenuto, ad esempio, per una legge sulla rappresentanza sindacale. Non solo: i trasporti nel nostro Paese sono stati caratterizzati da situazioni di monopolio che hanno portato a una miriade di sigle sindacali che proclamano scioperi per questioni minimali e le aziende non hanno mai avuto interesse a disciplinare tutto questo». Secondo Rossi, «giustificando un intervento sulle modalità di sciopero» si corre il rischio «di intervenire sul diritto di sciopero». Divergenza di vedute con Cisl e Uil? Per il rappresentante della Cgil è il governo che «cerca di dividere le organizzazioni sindacali».

Diversa l’opinione dei familiari delle vittime della strage di Bologna che si chiedono: «Come si può parlare di revisione critica da parte della Mambro se in tutti questi anni non ha mai ammesso le sue responsabilità per la strage? La legge prevede una presa di coscienza di quel che si è fatto mentre né lei né suo marito si sono mai pentiti di aver ucciso 85 persone».


politica

pagina 8 • 28 febbraio 2009

Divisioni. Entusiasti, favorevoli e contrari allo slittamento del provvedimento sulla dichiarazione anticipata di trattamento

Il testamento frenato Schifani lancia un appello al Parlamento: «Rinviate la decisione, purché sia condivisa» di Francesco De Felice

ROMA. Doveva essere un fine settimana di riflessione su una materia così delicata e invece il dibattito e le polemiche non si placano. Il disegno di legge sulla dichiarazione anticipata di trattamento rimarrà ancora in commissione Sanità a Palazzo Madama e non, come stabilito, fino al 5 marzo. È questo in sintesi l’invito rivolto dal presidente del Senato, Renato Schifani, che ha detto: «Se si tratta di dover lavorare qualche settimana in più in commissione per garantire il confronto per l’elaborazione di un testo il più

re l’invito di Schifani: «Si tratta di una questione che non può essere affrontata con emotività o peggio ancora alzando bandiere ideologiche o propagandistiche».

Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi: «Se per arrivare ad una legge condivisa è necessaria una meditazione più profonda e più articolata, ben venga il rinvio». Per il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, i tempi del dibattito e dell’appro-

Pier Ferdinando Casini: «Va mantenuto l’impegno a fare la legge presto. Rispetto a tanti che la invocano, noi la libertà di coscienza l’abbiamo sempre avuta: perciò difendiamo il diritto alla vita» largamente condiviso sarà fatto un bel lavoro».

L’ipotesi del rinvio ha aperto vari fronti. Gli entusiasti, i possibilisti e i contrari. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha fatto sapere di condivide-

vazione della legge non sono la cosa più importante: «Se siamo in presenza di ostruzionismo ha sottolineato il ministro - evidentemente salta quel patto che avevamo stretto quel terribile lunedì sera, quando morì Eluana. La domanda va rivolta

all’opposizione: se c’è confronto costruttivo non è un giorno in più o uno in meno che può fare difetto».

Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, invece, ha ribadito la posizione del suo partito e l’urgenza di approvare la legge: «Mi sembra che ci sia un impegno a farla in tempi brevi che va mantenuto e bisogna votare secondo coscienza. Rispetto a tanti che la invocano, noi diciamo che la libertà di coscienza l’abbiamo sempre avuta e per questo difendiamo il diritto alla vita». Il commento di Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, sull’ ipotesi di slittamento del dibattito sul fine vita è, invece, molto amaro: «Da anni si discute e intanto Eluana è morta e altre persone rischiano di essere fatte morire di fame e di sete perché ormai l’ordinamento, secondo l’interpretazione giurisprudenziale, lo consente. Le dichiarazioni che lasciano intravvedere ulteriori rinvii nell’intervento legislativo - scrive Casini in una nota - suscitano stupore e, bisogna pur

dirlo, indignazione». L’invito di Schifani è stato accolto con entusiasmo da Enzo Bianco che insieme con i colleghi del Pd Pietro Ichino, Emma Bonino e Stefano Ceccanti e con quelli del Pdl (Ferruccio Saro, Antonio Paravia, Lamberto Dini e Maurizio Saia) aveva firmato un appello bipartisan per una moratoria legislativa sul ddl Calabrò. «Questa non è materia - ha detto Bianco - che si possa affrontare sotto la spinta delle emozioni e delle contrapposizioni, ma è un tema molto

delicato che va oltre le logica di schieramento e investe fortemente le sensibilità di tutti».

Tra il Pd e il Pdl si è però scatenata una vera e propria battaglia a colpi di dichiarazioni. La capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, ha sottolineato: «Non è qualche giorno in più utile anche ad un maggiore approfondimento, viste le contraddizioni che si sono aperte nella maggioranza, che impedirà che si arrivi presto alla discussione in aula del provvedimento. Se il Pdl ora non vuo-

Parla Raffaele Calabrò, relatore del disegno di legge in discussione a Palazzo Madama

«Presto in aula se il Pd non farà ostruzionismo» di Franco Insardà

ROMA. Raffaele Calabrò, relatore nella commissione Sanità di Palazzo Madama, dopo le tensioni delle scorse settimane appare più rilassato e anche l’invito del presidente del Senato, Renato Schifani a garantire ampiezza di dibattito e di confronto per l’elaborazione di un testo il più largamente condiviso lo trova d’accordo. «Mentre all’inizio del dibattito ho avuto la sensazione di un certo ostruzionismo da parte dell’opposizione nelle ultime sedute mi è parso che si fosse di fronte a un atteggiamento molto più costruttivo e di discussione. Penso, quindi, che il lavoro della commissione possa essere proficuo e costruttivo per migliorare il testo». Cosa diversa, invece, la richiesta bipartisan di moratoria? Completamente lontana. Non capisco il motivo di una richiesta del genere, è stata rappresentata un’urgenza, votando una mozione ad agosto e una recentemente. È stata calendarizzata per il 5 marzo la discussione in aula. Senatore, si parla di regolamentare il fine vita da 15 anni: oggi, secondo lei, non c’è stata un’accelerazione esagerata? Ci si sta lavorando dal primo giorno di questa legislatura con un’intensità tale che ci ha portato ormai quasi a un prodotto finito e non capisco per quale motivo non bisognerebbe completarlo. Per Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, il rinvio fa dimenticare Eluana. È d’accordo? Noi non stiamo legiferando sull’onda emotiva del caso Englaro.

Sicuramente quella vicenda ha in qualche modo dato una spinta, ma non legherei questa legge al singolo episodio. Il Parlamento deve legiferare perché non si può lasciare una materia così delicata in mano all’interpretazione di un singolo magistrato e delle regioni. Ci sono nel Pdl le spaccature che denunciano gli esponenti del Pd, Finocchiaro in testa? Assolutamente no. Ci sono alcune persone, pochi senatori, che hanno espresso la loro non condivisione del testo, altri che esprimono l’esigenza di migliorare il testo, hanno presentato gli emendamenti, e su questo c’è la massima disponibilità. Non mi sembra che si possa parlare di spaccatura, ho registrato riconoscimento per il lavoro svolto e grande collaborazione. Quindi il documento firmato dai 53 ”pro life” non hanno aperto un fronte? Sono meravigliato per alcuni passaggi, dal momento che in parte sono già presenti nel testo, mentre altri emendamenti migliorativi sono accoglibili. Non hanno aperto alcun fronte e poi non sono neanche convinto che siano 53. Ho parlato con alcuni che condividono completamente il ddl. Ma il testo dà adito a possibili derive eutanasiche? Lo escludo nella maniera più assoluta. Non vedo alcun rischio


politica prire le drammatiche lacerazioni di un partito e di un gruppo in evidente difficoltà». Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità di Palazzo Madama ha accolto positivamente l’ipotesi di un rinvio che: «Viene incontro a una probabilità quasi certa, giovedì mattina avrei chiesto io stesso lo spostamento».

Sopra il presidente del Senato, Renato Schifani; in basso il relatore del disegno di legge in commissione Sanità a Palazzo Madama, Raffaele Calabrò le più la legge si assuma le proprie responsabilità’ e lo dica». Ovviamente non si è fatta attendere la risposta di Maurizio Gasparri, secondo cui: «La Finocchiaro sa benissimo che noi vogliamo la legge. La verità è che il capogruppo del Pd alimenta polemiche, nel vano tentativo di co-

Intanto il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, durante la registrazione di “Otto e mezzo”, di ieri sera su La7, ha dichiarato il suo apprezzamento per la proposta di Francesco Rutelli che: «Potrebbe essere utile per ricercare un punto di incontro tra laici e cattolici che possiamo e dobbiamo raggiungere un’intesa che si basi sull’affermazione di alcuni principi irrinunciabili, come il no all’eutanasia». Proprio mentre il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, avanzava un’altra proposta su uno degli aspetti più dibattiti del disegno di legge: l’idratazione e l’alimentazione. «Il paziente - ha detto Buttiglione ai microfoni di Radio Radicale - può rifiutare ogni terapia, compresa l’idratazione e l’alimentazione forzata, ma ciò può essere deciso solo sulla base di una dichiarazione fatta di persona e non in forma scritta. Penso che la legge sarebbe stato probabilmente meglio non farla - ha dichiarato Buttiglione - Angelo Panebianco, ma anche Giuseppe Pisanu hanno detto che ci sono delle aree dalle quali la legge farebbe bene a tenersi fuori, lasciandola ad una paziente e faticosa mediazione tra i medici e la famiglia. Però, dopo i pronunciamenti della magistratura, siamo costretti a fare una legge». La prossima settimana potrebbe essere quella definitiva o almeno chiarificatrice di questa dibattuta questione. Speriamo.

del genere perché è qualcosa di molto lontano dalla mia cultura personale e di tutto il centrodestra. Se ci sono situazioni che potrebbero far intravedere una deriva eutanasica è meglio chiarirle per evitare cattive interpretazioni. Che cosa è cambiato in commissione con l’avvicendamento del capogruppo del Pd? Non ci sono grandi differenze, perché il capogruppo del Partito democratico deve rappresentare i due mondi diversi che convivono anche all’interno della commissione. Questo non è cambiato, nei fatti, con il passaggio da Ignazio Marino a Dorina Bianchi. L’emendamento presentato da Francesco Rutelli può essere una possibile mediazione? È stata un’iniziativa importante per cercare di trovare una soluzione. Non lo condivido in alcuni aspetti, perché pur riconoscendo con chiarezza che idratazione e alimentazione sono sostegno vitale, non terapia e che non possono essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento, lascia un’apertura di valutazione al rapporto tra medico, fiduciario e familiari. L’onorevole Buttiglione, pur apprezzando la validità del suo testo, ha dichiarato che si può rifiutare il sondino quando è fatta di persona. Dissento perché l’articolo 32 della Costituzione prevede che si può scegliere la cura di una patologia, l’articolo 2, invece, garantisce i diritti inviolabili della persona. Noi abbiamo il dovere di riconoscere e di garantire il diritto alla vita. Non posso, cioè, dichiarare: per piacere suicidatemi. Ora che previsioni fa per l’approvazione della legge? Lo si potrà capire da lunedì. Se il Pd farà ostruzionismo non sono in grado di fare previsioni, se, invece, collaborerà costruttivamente penso che in cinque o sei sedute si potrà completare l’esame degli emendamenti e andare in aula.

28 febbraio 2009 • pagina 9

La Procura di Udine apre un incartamento per la morte di Eluana

Ora Beppino Englaro è indagato: omicidio di Francesco Capozza

ROMA. «Il procuratore non può non prendere in considerazione la denununcia-esposto che abbiamo presentato. Poi può anche archiviarla, ma la deve tenere in considerazione nelle indagini». Così Giuseppe Garrone, segretario nazionale del Comitato “Verità e vita”, lo stesso che nei giorni scorsi ha fatto scattare la denuncia per omicidio volontario avviata dalla procura della Repubblica di Udine sulla morte di Eluana Englaro. L’associazione nazionale“Comitato Verità e Vita” «ha seguito con grande interesse lo svolgersi degli eventi conclusosi lo scorso 9 febbraio con la morte di Eluana Englaro prosegue Garrone – dopo la tristissima conclusione, che ha determinato grande amarezza, sconcerto e contrasti nella coscienza sociale, nella classe medica e paramedica e nella pubblica opinione, la nostra associazione ha ritenuto doveroso ed opportuno , al di fuori di ogni intento polemico e autoreferenziale, fare appello alla Giustizia penale, principale strumento istituzionale di tutela dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione della Repubblica». Così la presidenza del Comitato «in nome proprio e dell’associazione tutta», ha presentato al procuratore della Repubblica di Udine «un esposto che, sulla base di ponderate argomentazioni, si conclude con una denuncia per omicidio volontari. La nostra associazione auspica che la Giustizia possa esprimersi con la necessaria serenità e consapevolezza, secondo la lettera e lo spirito della costituzione e della legislazione vigente».

ta” «sono inutilizzabili nel processo penale: un’indagine dimostrerebbe chiaramente che Eluana Englaro non aveva mai chiesto espressamente di essere uccisa, comunque tale richiesta non avrebbe avuto alcun valor, la legge non prevede il diritto al suicidio e condanna chi eventualmente collaborasse».

La denuncia contesta che, fino a questo momento, le indagini si sono concentrate sul rispetto del protocollo e chiede, quanto meno in su-

Il provvedimento è scattato sulla base di un esposto presentato dal comitato “Verità e Vita” subito dopo la tragica vicenda Il padre: «Sono tranquillo, ho rispettato la legge»

Garrone non può confermare se le indagini della Procura che riguarderebbero 14 persone siano scattate dall’esposto del Comitato di cui è segretario nazionale, ma afferma che «il procuratore deve tenere in considerazione comunque il nostro esposto». Il comunicato redatto dall’associazione e pubblicato sul sito internet del comitato, che si presenta come aconfessionale ed apartitico, spiega che «il comitato “Verità e vita” ha presentato una denuncia per omicidio volontario nei confronti di Beppino Englaro e di coloro che hanno provocato la morte di Eluana Englaro» rendendo così obbligatoria l’iscrizione nel registro delle notizie di reato, atto a cui (a quanto sembra) il procuratore di Udine non aveva ancora provveduto. Secondo il comitato è la Giustizia penale a dover valutare la condotta di coloro che uccisero la ragazza: «la morte di un essere umano non è mai un fatto privato, il giudice penale è autonomo rispetto alle decisioni di quello civile». Il comitato, in buona sostanza, «chiede che l’autorizzazione rilasciata da Beppino Englaro sia considerata inefficace, non ricorrendo nessuna delle discriminanti previste dal codice penale». Anche le prove assunte in sede civile secondo gli esponenti di “Verità e vi-

bordine, di accertare se sia stata tentata o meno la nutrizione per via naturale o tramite Peg. «Il decreto della Corte di Appello di Milano non dava a Beppino Englaro il potere di vita o di morte sulla figlia» si legge nel comunicato dell’associazione «ma solo quello di rifiutare l’uso del sondino nasogastrico». Il comitato Verità e vita ha ritenuto la denuncia «doverosa» di fronte al tentativo di archiviare questo fatto tragico «nel silenzio e nella menzogna, spinta al punto di negare la realtà stessa dell’uccisione di Eluana Englaro ad opera di chi doveva avere cura di lei». «L’eutanasia in Italia non esiste, ma essa non necessariamente comprende la sospensione di alimentazione e idratazione e noi siamo andati molto oltre, non dando da mangiare e da bere a chi non può procurarseli da solo» conclude Garrone. Pronta la replica di Beppino Englaro: «Mi sono mosso sempre nella legalita’e percio’sono tranquillo». Ha detto il padre di Eluana a proposito dell’inchiesta avviata dalla Procura di Udine, in cui è indagato con altre 13 persone, tra cui l’anestesista Amato De Monte, per la morte della figlia avvenuta lo scorso 9 febbraio dopo oltre 17 anni in stato vegetativo permanente. Englaro, che prevede di essere convocato dalla magistratura dopo il deposito degli esiti definitivi degli esami autoptici effettuati sulla figlia, ripete di sentirsi «tranquillo, a posto, perchè fin dal primo minuto mi sono mosso nella legalità».


panorama

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Svolte. Il neo-segretario cambia strategia: d’ora in poi opposizione dura alla maggioranza

Franceschini di lotta (non di governo) di Antonio Funiciello ire che in una sola settimana Dario Franceschini ha cambiato il volto del Pd sembrerebbe una vera e propria boutade. In fondo è pur sempre il vice di Veltroni e “Dario” ha anche ricevuto la solenne benedizione di “Walter” al momento del suo addio (sarà sempre tardi quando i dirigenti della sinistra cominceranno a chiamarsi per cognome). C’è poi da considerare che Franceschini ha confermato i due capigruppo parlamentari e, tra capo dipartimenti e responsabili di area, ben 13 nomi nei 17 incarichi finora attribuiti, spostando Fioroni e Melandri a fare altro (il calcolo sale così a 15). I suoi primi passi parrebbero, a conti fatti, sulle orme la-

D

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

sciate dal predecessore. Non fosse che altri segnali suggeriscono che, invece, il cambio di passo c’è stato eccome. Non tanto la nuova segreteria che, vista la composizione, varrà più che altro da organo consultivo, considerato che, evidentemente, Chiamparino continuerà a fare il sindaco a Torino

“nuova stagione” veltroniana. «Stare e fare l’opposizione a Berlusconi come se si fosse noi al governo» erano state le parole d’ordine dell’approccio anglosassone di Veltroni, da cui erano derivate le scelte principali della sua gestione, come la formazione del vituperato shadow cabinet. In vista della

Nel discorso fatto ai parlamentari nei giorni scorsi un chiaro richiamo a un atteggiamento nuovo. Il primo banco di prova sarà il federalismo fiscale ed Errani il presidente dell’Emilia Romagna. E neppure la soppressione del “veltronissimo” governo ombra sembra un elemento destinato a rappresentare uno sconvolgimento nella tormentata vita del Pd.

E però martedì scorso, nel corso di una riunione coi parlamentari democratici di cui poco s’è letto sui giornali, Franceschini ha indicato coordinate diverse per il suo partito. Ha rispolverato, infatti, la vecchia divisione cara a tanti nel centrosinistra tra fase 1 (opposizione dura senza paura) e fase 2 (costruzione del profilo di governo) che era stata abolita nella

prossima tornata elettorale, allo scopo di contrastare l’emorragia di consenso dedotta dai sondaggi, Franceschini ha deciso di imboccare una strada diversa, che vada allo scontro puntuale con la maggioranza. Il primo banco di prova è quello del disegno di legge sul federalismo fiscale, che dopo essere stato approvato in Senato con l’astensione del gruppo democratico, è oggi all’esame delle commissioni Bilancio e Finanze di Montecitorio. A Palazzo Madama il Pd era riuscito a ingaggiare un rapporto dialettico con la maggioranza, fino a modificare sensibilmente l’iniziale bozza prodotta da Calderoli.

C’era riuscito anche in virtù della presentazione di un proprio disegno di legge in materia, da cui i senatori democratici avevano poi dedotto i propri emendamenti alla proposta del governo. Alla Camera le cose dovrebbero cambiare radicalmente, con un’opposizione “senza se e senza ma”all’approvazione del ddl governativo.

Il cambiamento di strategia politica di Franceschini c’è, insomma, ed è anche netto. L’adattamento delle tattiche di opposizione parlamentare non è che la prima diretta conseguenza di questo cambiamento. Il nuovo segretario ha compattato il gruppo dirigente dietro la liquefazione della linea del discorso del Lingotto e un recupero delle parole d’ordine del centro-sinistra prima maniera, quello col famigerato trattino della stagione 19942007. Difficile dire se Franceschini speri, in questo modo, di tenere buoni gli ex Ds fino al punto di convincerli a desistere dall’opporgli Bersani ad ottobre. Ma di sicuro è in questo modo che intende affrontare le prossime rischiose scadenze elettorali, cercando di non farsi travolgere.

Il Governatore procrastina le dimissioni, mentre il suo avversario di un tempo...

E alla fine Bassolino sconfisse Veltroni Napoli non cambia niente da sempre. Una città immobile, come dicono il filosofo Aldo Masullo e il giornalista Marco Demarco. Bassolino, il Grande Rinnovatore, è diventato il Grande Immobilizzatore: pietrifica chi lo guarda (spazzatura compresa). Se ne doveva andare un anno fa, ma un anno fa disse «tra un anno vado via», un anno è passato ma lui è sempre là. Sono altri ad essere andati via. Tra poco vedremo (ma già lo sapete). Poi c’è la storia della società civile. È buffa, ma qui non c’è nulla di serio. Governa Pulcinella (che, a conti fatti, sarebbe il più serio di tutti).

A

È vero: ieri la società civile era un fastidio, oggi è una risorsa. Ieri se ne poteva fare a meno, oggi va ascoltata. Che cosa poi significhi ascoltare e che cosa dica la società civile non è facile saperlo. Ma tant’è: se ieri le primarie non erano un buon metodo, oggi Antonio Bassolino auspica primarie con più candidati e il coinvolgimento della gente per la scelta del candidato del centrosinistra per la Provincia di Napoli. Un cambiamento drastico e giustamente Marco Rossi Doria - il figlio del meridionalista Manlio - nota che

Bassolino è stato illuminato sulla via di Damasco, ma d’altra parte non si fa illusioni perché «la società civile è un’entità che viene utilizzata dal potere». Ieri le primarie non si potevano fare perché avrebbero prodotto un cambiamento, oggi si possono fare perché sono teleguidate. Dunque, sembra di essere nel famoso schema del Gattopardo: «Tutto deve cambiare perché tutto rimanga così com’è». Le primarie come strumento di trasformismo. Quando si pose la questione della cosiddetta “discontinuità” e si parlava delle dimissioni del governatore si arrivò a una conclusione singolare: la discontinuità continuista. Tipico prodotto dell’immobilismo partenopeo. Una conclusione che, vista alla luce delle dimissioni dello stesso segretario

del Pd, Walter Veltroni, appare surreale: proprio Veltroni, infatti, chiese a Bassolino un passo indietro e mentre oggi Veltroni è giunto alla fine della sua corsa e si è dimesso, Bassolino è ancora al suo posto e svolge il ruolo di regista della discontinuità continuista della sinistra in Campania (che poi significa, più o meno, nel Mezzogiorno). Detto in altri termini: il progetto politico del partito democratico non sta molto bene, mentre il bassolinismo gode ancora di una discreta salute. Il governatore decide e le sue scelte diventano prassi politica. Soprattutto controlla quella che è sempre stata la sua arma segreta classico segreto di Pulcinella - ossia la spesa pubblica. Potrebbe non bastare per vincere la battaglia elettorale, ma intanto il bassolinismo continua a fun-

zionare. Malissimo per i cittadini, benissimo per i bassoliniani.

La piramide del sistema di potere di Bassolino, immagine geometrica e sociale del suo leaderismo ben piantato con i piedi per terra e con le mani negli enti locali, ha resistito in tempi assai peggiori dell’attuale giornata politica e ora è in grado di organizzare e guidare il cambiamento al suo interno. I partiti politici anche qui Marco Rossi Doria ha ragione da vendere - non hanno più un valido meccanismo decisionale al loro interno. Forse, anche in passato le decisioni sono state sempre dislocate altrove rispetto alla più vasta platea partitica - quella che si usava chiamare la base, appunto la base della piramide - tuttavia le scelte erano in funzione del governo delle cose, mentre oggi le scelte della politica appaiono come slegate rispetto alla società. È anche per questo che periodicamente ritorna il tema del coinvolgimento della società civile: quasi una confessione pubblica della classe politica consapevole di svolgere una funzione autoreferenziale e non rappresentativa. La frase dispregiativa “rappresenta solo se stesso” qui ha trovato pratica attuazione. Bassolino rappresenta il bassolinismo.


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Polemiche. Il premier continua a governare ignorando i “corpi intermedi”: ma la recessione richiede comportamenti diversi

La crisi può spazzar via anche il populismo di Enrico Cisnetto segue dalla prima Eppure il presidente del Consiglio non si era mai posto il problema della legittimazione della Marcegaglia come interlocutore autonomo, tanto da convocare a palazzo Grazioli a suo piacimento alcuni “uomini del fare”, naturalmente scelti senza tener conto di alcuna delega confindustriale, di fatto privando la Confindustria di rappresentatività. Come dire: è il premier che sceglie con chi parlare, avere un ruolo in Confindustria è inutile. Ma la Marcegaglia si consoli, non è l’unica a dover subire – ammesso e non concesso che la signora viva la cosa come una limitazione – le riunioni de “l’Italia del fare”: nei prossimi giorni anche un gruppo di banchieri sono stati convocati a cena a palazzo Grazioli, prescindendo dall’Abi e dai suoi rappresentanti.

L’altra “bestia nera” nel mirino del governo sono i sindacati, e in particolare la Cgil. La quale, pur portatrice di responsabilità gravissime per quanto riguarda il declino del Paese, si è vista recapitare improvvisamente il pacco-bomba del ddl sulla nuova disciplina degli scioperi negoziato come al solito prima con la Cisl

delle manifestazioni sono, specie al cospetto degli eccessi fin qui praticati, scelte giustificate dall’esigenza di tutelare l’interesse dei terzi. Ma un conto è condividere opzioni così importanti, altro è presentarle come un “prendere o lasciare”. Ultima “corporazione”ad essere finita nel mirino del governo è quella degli agricoltori. Che lunedì prossimo convergeranno in massa, con un migliaio di trattori, proprio ad Arcore, per manifestare direttamente al premier il loro disagio profondo. In particolare, per chiedere misure serie in grado di sostenere quello che in fin dei

Gli ultimi a fare le spese di questa politica sono stati Confindustria, Cgil e agricoltori: nei loro confronti il Cavaliere ha mostrato solo fastidio di Bonanni poi con la Uil di Angeletti. Il decreto, pur partendo da esigenze comprensibili e condivisibili (evitare blocchi selvaggi nei trasporti e nei servizi di pubblica utilità), rischia di apparire più una provocazione che non il frutto di una seria volontà riformistica. Prevedere la possibilità di “scioperi virtuali” o indicare il divieto di “blocchi della circolazione” nell’articolazione

conti si chiama “settore primario” dell’economia, e per denunciare la soluzione-bluff della questione delle quote latte, che di fatto ha penalizzato la gran parte degli allevatori onesti, circa 40mila, a vantaggio di qualche centinaio di furbi “graziati” dal ministro Zaia.

Sindacati, mondo dell’industria, agricoltori: difficile riusci-

re a scontentare tre fondamentali rappresentanze come queste allo stesso tempo. Difficile per queste “corporazioni”riuscire a trovare un loro “modus agendi” in un momento storico in cui Palazzo Chigi sembra cercare un dialogo diretto con gli elettori-cittadini-consumatori, scevro da qualunque ruolo di mediazione. Da una parte, si può provare ad essere fiancheggiatori, come è riuscito a Lady Emma finché non si è sentita tirare le orecchie dai suoi, o, sul fronte sindacale, come riesce sempre bene a Bonanni. E tuttavia, in questo caso la “amicizia” con Palazzo Chigi, a parte una medaglia da appendere sul doppiopetto o sul tailleur, non ha risvolti pratici. Così, una Cisl o una Confindustria totalmente appiattite sulle posizioni del governo rischiano tanto l’inconsistenza politica quanto la ribellione dei propri rappresentati. Spetterà dunque a tutti questi “corpi intermedi” trovare il loro ubi consistam, destreggiandosi tra rappresentanza e legittimazione politica. Ma sappiano, se non se ne sono già accorti, che, in quanto “non-regime” e “nonfascista”, il ventennio berlusconiano li considera soltanto come degli inutili ammennicoli. «Il

mio programma è il vostro», è stato sempre il migliore mantra del cavaliere nei confronti delle diverse categorie padronali. «Forza Italia è un partito di lavoratori che fa riforme di sinistra», è stato il messaggio rivolto spesso ai sindacati. In realtà, di questi“mediatori di interessi”, Berlusconi non sa che farsene. Lui mira ad un dialogo vis à vis con l’elettore, l’unico interlocutore che considera interessante tanto da sondarne quotidianamente gli umori per potergli dire sempre quello che si vuole sentir dire. Ma, attenzione: perché se questo neo-populismo potesse anche funzionare in tempi normali, è molto difficile che possa reggere in anni (come questi, come i prossimi) in cui la recessione porterà un livello di disagio sociale devastante. Un livello di conflitto che dovrà essere necessariamente intercettato, gestito, declinato, proprio da quelle “corporazioni”che lui tanto sdegna. In caso contrario, in mancanza di questi corpi intermedi, il governo rischia di prendere su di sé, senza mediazioni e filtri, tutto il contraccolpo che arriverà dalla crisi. Ed è un’esperienza che non auguriamo neanche al nostro peggiore nemico. (www.enricocisnetto.it)

Smentite. A picco conti e titoli sui quali Berlusconi aveva invitato gli italiani a investire

Ma le azioni Enel non erano un affare di Alessandro D’Amato

ROMA. «Comprate le azioni Enel, sono un investimento sicuro». Soltanto a ricordare quello che Silvio Berlusconi diceva un paio di mesi fa, viene da sorridere. Il 28 novembre il titolo galleggiava intorno ai 5 euro, ieri per la prima volta è scesa sotto i 4; il crollo in Borsa è arrivato dopo che è circolata l’ipotesi (poi ufficialmente confermata) di un aumento di capitale in preparazione, per un ammontare valutato intorno ai 5-7 miliardi di euro. L’onere dell’aumento di capitale ricadrà sulla Sace, società controllata al 100% dal Tesoro, a cui Via XX Settembre girerebbe i diritti d’opzione spettanti al Tesoro e che si ritroverebbe con una quota tra il 5 e il 7% di Enel. Altre indiscrezioni riportate dal Sole 24 Ore indicano anche una possibile partecipazione di Fintecna, mentre è ancora da definire invece il ruolo che sarà giocato dalla Cassa Depositi e Prestiti.

finire l’operazione dei dettaglio entro il prossimo 12 marzo. Per il ruolo di advisor si fa il nome di Mediobanca. La decisione di procedere ad un aumento di capitale è «una delle possibili opzioni attualmente allo studio, finalizzate al sostegno della crescita internazionale realizzata con l’acquisizione di Endesa», ha commentato Enel in un comunicato. L’operazione dovrebbe

L’acquisizione della spagnola Endesa è costata più del previsto e gli effetti (benefici?) dell’accordo con la francese Edf arriveranno chissà quando

L’intenzione del management, che potrebbe così dare il via al piano di riduzione dell’indebitamento accumulato con l’acquisizione di Endesa, sarebbe quello di de-

consentire di non tagliare il dividendo, ma rimangono comunque le difficoltà dell’azienda. In un anno i debiti son passati da 12 a 53 miliardi, Endesa è stata pagata l’80% in più dei prezzi di mercato, i suoi Credit default swap sono quintuplicati in 365 giorni. In più, El Pais ha scritto che la cessione degli asset spagnoli rappresenta un fallimento per la politica energetica del paese; e intanto, si sussurra che il governo di Zapatero stia pensando a un’exit strategy dal nucleare, per puntare sulle fonti alternative: una scelta che di sicuro l’esecutivo può prendere a cuor leggero, ora

che gli asset sono in mano agli “stranieri”, e che potrebbe penalizzare molto l’azienda guidata da Fulvio Conti. Che dovrà anche consolidare i debiti di Endesa, pur sottraendo le attività da cedere ad Acciona.

Insomma, il rischio è che Enel – a parte il nucleare francese – patisca più del dovuto da un mercato, quello dell’energia elettrica, che soffre la recessione (meno si produce, meno energia si impiega per produrre). E se l’aumento di capitale servirà a ridurre l’indebitamento, gli altri problemi rimangono. «L’Enel è una azienda sana e con l’accordo con la Spagna ha fatto passi in avanti validissimi. Quelle che sono le reazioni in Borsa non corrispondono al suo valore reale», ha detto ieri il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola. Sicuramente è così, ma non è detto che le basi solide bastino. E l’accordo comunque non è esclusivo, anche se questo vale per entrambe le parti.


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alvatore Settis, presidente della Scuola Normale Superiore di Pisa, famoso archeologo alla guida del parlamentino dei Beni Culturali non ha fatto in tempo a sbattere la porta, dopo la rovinosa polemica con il ministro Sandro Bondi che, sul colpo di vento, era già entrato Andrea Carandini, 72 anni, altrettanto blasonato e riverito, stimato in Italia e fuori (si insedierà ufficialmente non prima della prossima settimana). In sostanza, c’è stato un passaggio del testimone, non proprio indolore, fra archeologi, tutti e due amici di Francesco Rutelli, tutti e due della stessa generazione, tutti e due un po’ diversi da come ci si immagina un antichista, viziati come siamo dagli stereotipi: da un lato lo studioso che vive nel passato, dall’altro l’improbabile modello di Indiana Jones. Ma qui, più che di vecchie pietre, si tratta di politica.

S

Della nomina, Carandini ha detto, sbrigativo: «Sono in ballo e ballerò», spiegando che non ha intenzione di «fare il pacificatore», che i consiglieri «seguiranno la loro coscienza», e lo vediamo armato di quello che in tempi democristiani si chiamava “cauto ottimismo”. Discuterà, si confronterà, valuterà tutto «senza ideologie», anche perché non ce ne sono quasi più, mentre c’erano, eccome, quando suo padre, il conte Nicolò, si schierava contro la dittatura di Mussolini. In un mondo dove le celebrità sono ex soubrette prestate alla politica ed ex politici passati allo spettacolo, un personaggio come Andrea Carandini può, in effetti, apparire spiazzante. Appartiene a una famiglia gloriosa, eppure gelosa di se stessa, lontana dai riflettori, le cui vicende si intrecciano con la storia d’Italia. Suo padre (possedeva il titolo di conte, di Patrizio di Modena e Nobile di Bologna), è stato un esponente di spicco dell’antifascismo liberale, quello di Benedetto Croce e Francesco Ruffini. Ha avuto sacri furori, come animatore del giornale clandestino Ricostruzione, ha fatto parte del Comitato di Liberazione Nazionale, è stato ministro nel governo Bonomi e primo ambasciatore italiano a Londra. Ha litigato con Gio-

vanni Malagodi (e ha perso), è stato (con Leo Valiani) tra i fondatori del partito radicale e del Movimento Europeo Italiano, e anche presidente dell’Alitalia, ai bei tempi.

La madre, Elena, era figlia del senatore Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera sino al 1925, nipote (era suo nonno materno) di Giuseppe Giacosa, cognata della nipote prediletta di Tolstoj. Nell’’89 aveva pubblicato Passata è la

Lo studioso prende il posto di Salvatore Settis, che ha sbattuto la porta del parlamentino di Bondi dopo la rovinosa polemica con il ministro

stagione, le sue memorie degli anni ’44-’47, resoconto lucido, minuzioso e a tratti crudele del periodo in cui aveva seguito il marito ambasciatore a Londra. Andrea era riuscito a portarla da un editore insistendo parecchio, perché lei non voleva: «Fatele uscire quando sarò morta» (e se è ne andata nell’’89, un anno dopo averle stampate, lasciando cinque figli e diciotto nipoti). Sfogliando quelle pagine viene fuori un quadro nitido, tracciato con mano sicura: l’incontro con Harry Truman, il cottage di Kingston, la regina Mary dallo sguardo azzurro, e poi, nella parte ancora inedita, il salotto romano frequentato da Benedetto Croce, Alessandro Casati, Carlo Sforza, Alberto Tarchiani, Mario Pannunzio, Giovanni Visconti Venosta. I diari si fermano al ’63. «Ci ha lavorato fino alla fine», ha raccontato Andrea, «giorno dopo giorno, ribattendoli a macchina, mettendoli in ordine». Nessun pettegolezzo. Elena Albertini era anche proprietaria di Palazzo Mengarini, a Roma e una leggenda metropolitana vuole che due piani dell’edificio siano stati vinti dall’avvocato Agnelli al gioco in una combattuta partita a carte con il conte Carandini, chissà… Così Andrea è cre-

Carandini: chi è l’archeologo di fama mondiale e nuovo preside

L’occasione d di Roselina Salemi

A fianco, dall’alto: il Museo egizio di Torino, la galleria Borghese di Roma, la Pinacoteca di Brera e Salvatore Settis. In alto, la statua di Marco Aurelio e uno scatto dei Musei Capitolini. In alto a destra, gli Uffizi di Firenze. A destra, l’archeologo Andrea Carandini mentre lavora agli scavi di Pompei

sciuto in un ambiente di happy few, con un padre che, a un certo punto, si è ritirato da tutto per tradurre Seneca e una madre che ha sempre rimpianto la scomparsa del suo piccolo universo, delle donne belle e intelligenti capaci di governare una discreta e colta mondanità. Attento lettore di Proust, Sándor Márai (prima che diventasse di moda), Gadda, Balzac, Calvino, elegantemente citati nei suoi libri, appassionato di studi classici, Carandini è stato allievo di Ranuccio Bianchi Bandinella, un mito per gli studiosi del mondo antico, e si è dedicato all’archeologia. Niente di più lontano, all’apparenza, dalla politica.

Seguendo l’austero curriculum che vanta scavi nella villa romana di Settefinestre, scoperta durante i lavori per l’Au-

ditorium di Renzo Piano, e sulle pendici settentrionali del Palatino, te lo immagineresti occupato a togliere strati e strati di terreno e soffiare via polvere antichissima per fermarsi ammirato davanti a un coccio scuro ed enigmatico, invece, ed è quasi un paradosso, Carandini è uno che ama pensare al futuro e preoccuparsi dei posteri. Riflette bene prima di decidere se un muro del Settecento vale il sacrificio di una linea del tram. Professore di Archeologia classica e Storia dell’ arte greca e romana all’Università La Sapienza, ha fatto molto parlare di sé per la polemica contro i “Talebani della conservazione”, colleghi colpevoli di scavare troppo, e inutilmente. Il suo ultimo saggio (Archeologia classica Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000), pubblicato da Einaudi, contesta proprio la


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ente del Consiglio superiore dei Beni Culturali

di Andrea scavomania, cioè l’ansia di sottrarre alla terra ciò che i secoli hanno conservato, spinti dalla necessità di decidere se in quel sito si può o non si può costruire. Lui ha sempre sostenuto che lasciare le cose come stanno è una buona alternativa all’«archeologia di emergenza». Meglio «sfruttare le tecniche di indagine non distruttive, le foto aeree dell’area, la magnometria, il georadar, le tecniche della valutazione anche predittiva dei depositi archeologici per arrivare a una protezione e a un utilizzo controllato delle risorse storiche del sottosuolo». Potrebbe sembrare un dibattito accademico tra scavatori e non scavatori, una polemica sotterranea e poco moderna, se in ballo non ci fossero strade, parcheggi, metropolitane, e la posizione da assumere non fosse dabber significativa.

La sua, in ogni caso, è stata chiarissima. Si è schierato a favore del contestato parcheggio romano del Pincio, (progetto poi archiviato), e la sua domanda era sensata: «L’Italia, da zero a quindici metri di profondità, presenta sempre vestigia romane o alto-medioevali. Che cosa facciamo? Non viviamo più per le nostre civiltà sepolte?».

Per chi non lo sapesse, la frecciata era diretta, tra le altre associazioni, anche a “Italia Nostra” e comportava una garbata e costante polemica familiare. Infatti Maria Antonelli Carandini, sorella di Andrea, si è sempre trovata sul fronte opposto. Per anni è stata presidente della sezione romana di “Italia Nostra”e infaticabile animatrice della battaglia anti-Pincio. Ma Carandini è stato spiazzante anche sulla

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spinosa questione dell’ascensore esterno del Vittoriano: «Dalla terrazza delle Quadrighe si assiste a uno dei paesaggi più emozionanti che ho mai visto in vita mia. Anzi, io consiglio a tutti i forestieri di venire in cima al Vittoriano come prima tappa della visita a Roma». E l’ascensore? «Non ho mai detto che è bello, ma è utile».

Attenzione, ammonisce Carandini, all’universo in cui «lo sviluppo della vita appare sempre nemico della conservazione e dove il libero mercato è ritenuto un satana: sono all’opera antiamericanismo, anticapitalismo, statalismo, avversione per una democrazia partecipata». Questa complessità di visione spiega perché, mentre Salvatore Settis se ne va («Non vedo quale debba essere il mio ruolo, se non quello di dialogare con il ministro; ma lui non accetta il dialogo»), Carandini raccoglie la sfida, con la stima di Francesco Rutelli e i timori per l’ingarbugliata situazione consegnati agli amici di “Facebook”. Forse, come anticipano i rumors, la sua presidenza del Consiglio dei Beni Culturali sarà difficile, forse alcuni nomi di prestigio lasceranno definitivamente (Cesare de Seta, il sindacalista Gianfranco Cerasoli, Mariella Guercio) e non ci saranno riconciliazioni, forse la durezza del momento e la crisi economica non consentiranno margini di manovra. Che cosa avrà pensato Sandro Bondi? Che abbiamo toccato il fondo, ma quando è il momento di scavare, un archeologo, se è quello giusto, aiuta.


mondo

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Stati Uniti. Ritiro delle prime truppe entro il 31 agosto del prossimo anno. Resteranno, per altri 14 mesi, circa 50mila soldati con «mandato limitato»

«Fuori dall’Iraq dal 2010» Barack Obama conferma il patto graduale di rientro concordato da Bush con Baghdad di Andrea Mancia segue dalla prima «Fatemelo dire nel modo più chiaro possibile - ha detto Obama - entro il 31 agosto 2010 la nostra missione di combattimento in Iraq sarà finita». Almeno in parte, perché l’entità del contingente residuo si aggirerà comunque intorno ai 4050mila effettivi (contro gli attuali 142mila). Una fase importante dell’intero piano ruoterà intorno alle elezioni politiche del prossimo dicembre, durante le quali il comandante in capo delle truppe statunitensi in Iraq - il generale Raymond Odierno vuole poter contare su un numero sufficiente di soldati per garantire il corretto svolgimento delle operazioni elettorali e mantenere il controllo dell’ordine pubblico. Dopo questo appuntamento, il disimpegno dovrebbe essere relativamente rapido (anche se non rapido come Obama aveva promesso durante la campagna elettorale). Anche se, a scandire il ritmo effettivo delle partenze, saranno i comandanti sul terreno. La strategia dell’amministrazione - che non prevede una soluzione di tipo sudcoreano, con la presenza di un contingente in pianta stabile sul territorio iracheno - potrebbe comunque essere corretta in corso d’opera, se la sicurezza nel Paese dovesse diventare nuovamente precaria. Ma tutte le fonti governative interpellate dagli organi d’informazione statunitensi restano moderatamente ottimiste sulla possibilità di un rimpatrio delle truppe entro 19 mesi dall’insediamento del nuovo presidente.

Intanto, mentre anche il candidato (sconfitto) dei repubblicani alle presidenziali, John McCain, dichiara pubblicamente di appoggiare il piano “Obama-Bush”- come viene riportato, in dettaglio, nella pagina qui a fianco il presidente si ritrova ad affrontare i malumori della base democratica, che si aspettava un ritiro più rapido delle truppe dall’Iraq. Una base che sta trovando una rappresentanza politica sempre più agguerrita nella figura dello Speaker della maggioranza alla Camera, Nancy Pelosi. Secondo il quotidiano online The Politico, infatti, negli ultimi

giorni la Pelosi ha più volte espresso il proprio disappunto per le scelte di Obama in politica estera (Iraq in prima fila), considerato troppo simili a quelle compiute dalla tanto avversata amministrazione Bush. Fonti vicine alla leader democratica, parlano di una Pelosi «a suo agio nel fare da scudo al presidente durante la battaglia sullo stimu-

tina, il democratico con la maggiore anzianità al Senato, Robert Byrd (West Virginia), aveva accusato Obama di cercare di «rubare potere al Congresso», nominando “zar” della Casa Bianca per la gestione di materie tradizionalmente affidate al potere legislativo. Nella serata dello stesso giorno, la Pelosi aveva dichiarato al network televisivo Msnbc

I malumori della base democratica che avrebbe preferito un disimpegno più rapido. Nancy Pelosi: «In economia sono dalla sua parte, ma sull’Iraq il presidente è troppo timido» lus», ma per niente disposta a fare da “portavoce”alla Casa Bianca sull’Iraq e «su altri argomenti che le stanno molto a cuore» (soprattutto le tasse, ci sembra di capire), sui quali lo Speaker «non ha alcuna intenzione di tacere, quando pensa che il presidente abbia torto». E Nancy Pelosi non è isolata nel caucus democratico. Anzi. Mercoledì mat-

di non essere affatto soddisfatta sul numero di soldati destinati a rimanere in Iraq dopo il 2010.

E le sue critiche erano state appoggiate pubblicamente dal leader della maggioranza al Senato, Harry Reid, e dal vicepresidente del caucus democratico del Senato, Chuck Shumer. Non si tratta, sia chiaro, di una “rivol-

ta” dei democratici nei confronti del loro presidente. Ma sicuramente di un sintomo di un malessere piuttosto diffuso che - in congiunzione con le difficoltà (ancora più gravi del previsto) che sta incontrando l’economia americana - potrebbe provocare più di un grattacapo alla Casa Bianca. Nell’elaborazione del budget presentato giovedì, Oba-

ma si era affidato a previsioni economiche che alcuni analisti avevano giudicato «troppo ottimistiche», anche se partivano da uno scenario di recessione per il 2009 (pil a -1,2%). Gli scenari ipotizzati dagli economisti, però, almeno per l’ultimo trimestre del 2008, hanno sottovalutato la riduzione dei consumi, il calo delle scorte aziendali e la drastica

Ennesima giornata di sofferenze per le Borse (e per la Casa Bianca)

Nuovo crack per l’economia interna: il Pil crolla di 6 punti di Carlo Lottieri segue dalla prima Ma anche la crescente difficoltà ad avere un sistema bancario in condizione di fare affluire risorse dove vi sono buone idee, valide iniziative, imprese in grado di soddisfare la clientela e produrre profitti. Avendo spinto a lungo sul pedale di politiche espansioniste, oggi ci si trova alle prese con un’economia globale “intossicata” e, di conseguenza, con il venir meno della fiducia. Ma ormai siamo già ben oltre questa fase, perché i dati americani (ma anche quelli giapponesi ed europei) mostrano come i problemi si siano estesi all’intera economia. Per troppi anni la finanza è stata “drogata”da una politica monetaria espansiva (i bassi tassi della Fed) e da una politica sociale analogamente demagogica (le iniziative scellerate di Freddie & Fannie nell’immobiliare) che hanno prodotto un’espansione senza basi e un massiccio sciupio di risorse. Si è investito dove non si sarebbe dovuto fare, e ciò è avvenuto perché le scelte della politica hanno alterato il sistema dei prezzi di mercato e hanno indotto a compiere scelte sbagliate. La situazione, già così, sarebbe quanto mai difficile e richiederebbe, per uscirne, una gran dose di umiltà, determinazione e duro lavoro.Purtroppo, l’ultima cattiva notizia con cui dobbiamo fare i


mondo

28 febbraio 2009 • pagina 15

Il senatore repubblicano appoggia Barack: «È la strategia di Petraeus»

Sorpresa: il piano piace anche a McCain di Massimo Fazzi ohn McCain, senatore repubblicano dell’Arizona ed ex rivale di Barack Obama durante la corsa per la Casa Bianca, appoggia il nuovo corso per l’impegno americano in Iraq annunciato ieri dal presidente degli Stati Uniti. Il parere favorevole, molto apprezzato da Obama, è stato espresso durante un incontro avvenuto due giorni fa alla Casa Bianca con i leader democratici e repubblicani del Congresso, convocati dal padrone di casa per discutere il discorso in programma della base dei marines di Camp Lejeune (North Carolina). D’altra parte, la collaborazione fra i due ex rivali era stata auspicata proprio da Obama, che subito dopo l’elezione aveva pronunciato un discorso di grande apprezzamento personale e politico per il rivale, di cui stima la preparazione militare e a cui ha offerto in maniera informale un ruolo di consigliere per la Difesa. McCain ha affermato che il piano «è ben preparato», e che Washington può contare sul suo sostegno. «È il loro piano, ma per quello che conosco sono d’accordo», ha dichiarato il senatore repubblicano, che non ha problemi ad affermare che, se avesse vinto lui le elezioni di novembre avrebbe varato «lo stesso calendario. Sono sicuro perché è quello che hanno raccomandato i nostri leader militari e civili. La decisione di Obama riflette quello che l’ambasciatore in Iraq Crocker ed i generali Odierno e Petraus hanno indicato come la strategia giusta». I termini tecnici della ritirata graduale dal Paese mediorientale non sono stati commentati dal veterano del Vietnam, che tuttavia aveva presentato lo scorso 25 febbraio la sua ricetta per vincere a Baghdad e in Afghanistan. Parlando all’American Enterprise Institute, infatti, McCain aveva detto: «Circa tre anni fa, parlando della guerra in Iraq, avevo sottolineato come le condizioni sul campo stessero passando da cattive a pessime. La violenza era andata oltre ogni controllo e al Qaeda aveva stretto la sua morsa sulla provincia di Anbar. Le milizie sciite, sostenute dall’Iran, avevano il pieno controllo della parte meridionale del Paese. Il governo iracheno e il suo esercito sembravano corrotti, settari, inefficaci e incapaci di rompere il ciclo della violenza reciproca fra sunniti e sciiti. La strategia dell’amministrazione Bush continuava con una gestione fallimentare della guerra, nonostante le catastrofiche conseguenze che questa presentava ogni giorno».

J

diminuzione delle esportazioni. Si spiega così il calo del pil, tra ottobre e dicembre, del 6,2% (su base annua). Una contrazione che segue quella dello 0,5% nel periodo luglio-settembre, evidenziando due trimestri consecutivi di crescita negativa che non si registravano dal 1991. La spesa dei consumatori, che rappresenta il 70% dell’economia

americana, è calata del 4,3% (il dato) peggiore dal 1980, dopo una flessione del 3,8% nel trimestre precedente. E la crescita per l’intero 2008 è stata rivista al ribasso, portandola all’1,1% dal +1,3% precedente (nel 2007 era stata dal 2%). Si tratta della crescita annuale più debole dal 2001. Un anno che non porta fortuna agli Stati Uniti d’America.

conti è l’avvento alla Casa Bianca di una leadership tanto telegenica quanto irresponsabile nelle scelte concrete.

Tra i salvataggi di banche e assicurazioni, la riforma sanitaria in cantiere, i progetti nell’ambito del patrimonio edilizio federale e, infine, il boom di fondi per l’agenzia per l’ambiente, il team di Obama ha predisposto un budget che produrrà un deficit record da 1.750 miliardi di dollari, pari al 12,3 per cento del Pil. È come se ogni regola fosse stata abbandonata e se questi nuovi governanti si sentissero in grado di fare tutto. Si pensi ai dibattiti europei di questi anni sul limite del 3 per cento di deficit e si paragoni tutto ciò alla leggerezza con cui Obama ed i suoi pretendono di gestire la prima economia del mondo. Le reazioni però già ora si fanno sentire.Tanto più che la nuova amministrazione, in preda ad un delirio di onnipotenza condito da istinti demagogici, ha annunciato un aumento dell’imposizione fiscale sui più ricchi. La tesi è classica: togliere un dollaro a chi ne guadagna oltre 250 mila all’anno è assai meno doloroso che toglierlo (o negarlo) a chi è al di sotto della soglia di povertà. La cosa sembra equa e razionale, ma non è così. Esistono infatti molte conferme empiriche che quando si innalzano le imposte sui redditi più alti è l’intera economia a pagare, e come sempre sono proprio i più deboli che alla fine ne risentono maggiormente. Elevare le aliquote marginali più alte che erano state abbassate dalla rivoluzione conservatrice di Reagan significa distruggere il meccanismo degli incentivi. Obama dovrebbe sapere che i capitali si spostano e che nessuno è obbligato a lavorare. Ma se si costruisce un sistema economico che spinge ad andare altrove e che non stimola a fare di più, è difficile che un Paese possa conoscere un futuro di crescita e progresso. Fino ad ora il dissesto economico globale ha dovuto fare i conti soprattutto con la crisi dei subprime e i suoi strascichi, ma ora i dati già tremendi di fine 2008 saranno aggravati dagli effetti delle “cure”stataliste. Ed è facile prevedere che i danni di queste ultime saranno perfino più gravi e duraturi.

poca: una nuova, fondata sulla prevenzione dell’attività terroristica, il sostegno e la sicurezza della popolazione civile e un significativo aumento del numero dei soldati americani. Purtroppo, prima di cambiare rotta, è passato un anno: nel frattempo, la maggior parte degli americani si è rivoltata contro la guerra, che sembrava giunta a un punto di non ritorno».

Dopo questo periodo, ha ricordato McCain, «Bush ha sostituito Rumsfeld e ha adottato questa strategia. Grazie al coraggio e alle capacità delle nostre truppe sul campo, e con l’esempio di leader come David Petraeus, Ray Odierno e Ryan Crocker, il collasso dello sforzo americano in Iraq non soltanto si è fermato, ma ha iniziato a produrre frutti. Con la giusta strategia finalmente in atto – a cui va aggiunto il contributo intellettuale del generale Jack Keane, di Fred e Kim Kagan, di Andrew

Per l’ex candidato alla Casa Bianca, il ritiro è ben preparato e consente alle truppe di portare a termine la stabilizzazione del Paese. La scelta è vincente anche perché «è scritta dai militari»

Davanti alla platea riunita a Washington per ascoltarlo, il senatore ha aggiunto: «Mi sembrava ovvio che un fallimento in Iraq sarebbe stata una calamità. Per prevenirla, avremmo dovuto cambiare strategia già all’e-

Krepinevich e di Gary Schmitt – e le risorse necessarie sul campo, non soltanto ci siamo allontanati dal precipizio di un disastro strategico di conseguenze immense e di durata imprevedibile, ma ci siamo avvicinati verso il conseguimento dei nostri obiettivi in Iraq. Ora abbiamo le migliori speranze possibili per vedere il successo di quanto abbiamo auspicato». Un’analisi, quella consegnata all’American Enterprise Institute, che sostanzialmente non cambia neanche con l’annuncio del ritiro. I termini di Obama, infatti, mantengono sostanzialmente l’ultima fase della strategia descritta da McCain: un dato di fatto che ha indisposto la Speaker del Congresso, Nancy Pelosi, ma che convince sostanzialmente l’elettorato e il gotha politico di Washington. Difficile prevedere invece una reazione di lungo raggio per l’Europa, malata di Obama-mania molto più della stessa America, che sperava di vedersi allontanare l’impegno militare fra il Tigri e l’Eufrate.


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pagina 16 • 28 febbraio 2009

Svezia. La città si smarca dal governo centrale e aggira la crisi grazie alla moneta dell’Unione

Höganäs (da sola) adotta l’euro di Silvia Marchetti on tutti in Svezia la pensano allo stesso modo sull’euro, non tutti sono allergici all’idea di entrare a far parte dell’Unione monetaria europea. Nella punta nord della costa occidentale del Paese, nel cuore della contea Scania, c’è una piccola cittadina turistica chiamata Höganäs, famosa per le porcellane e le belle (ma fredde) spiagge. Chi entra in un bar, ristorante, negozio, oppure decide di affittare una bella casetta colorata sul mare, si sentirà chiedere se preferisce pagare in euro o in corone svedesi. Il comune di Höganäs ha infatti deciso di muoversi autonomamente dal governo centrale di Stoccolma, adottando la moneta unica della Ue. Incredibile ma vero: quando nel 2003 la Svezia disse no all’euro. con il referendum popolare che mandò in tilt Bruxelles, i residenti di Höganäs furono tra i pochi a votare sì. Erano a favore dell’adozione dell’euro perché ci vedevano soprattutto i vantaggi. Si rivelarono lungimiranti: mentre il vento gelido del credit crunch si abbatte sull’Europa intera, loro possono almeno tirare un piccolo sospiro di sollievo. La circolazione dell’euro nelle quattro mura della cittadina, sebbene piccolissima, ha permesso loro di rimanere a galla mentre il resto della Svezia - fuori dall’euro come la Gran Bretagna - accusa maggiormente la batosta economica. La corona svedese è ai suoi minimi storici. Ma ai cittadini di Höganäs poco impor-

N

ta: loro hanno il benedetto euro, che in tempi come questi si rivela una preziosa ancora di salvezza.

Ovviamente, la corona non è stata abbandonata e continua a circolare parallelamente alla moneta europea. I residenti di Höganäs possono dunque pagare affitti, ricevute e spese sia in euro che in moneta locale, addirittura i bancomat distribuiscono entrambe le valute senza costi aggiuntivi. Ma non finisce qui: le banche locali hanno sviluppato delle linee guida per accettare depositi in euro. Le autorità locali sono orgogliose di quello che hanno fatto. Il consi-

della Skania ci seguiranno in un paio d’anni». E non si tratta soltanto di semplici auspici. La Svezia, almeno per quanto riguarda l’euro, sta virando direzione abbandonando la sua storica posizione di euroscetticismo. Stando a un recente sondaggio dell’Ufficio centrale di statistica, il 38 per cento degli svedesi è favore dell’euro mentre addirittura il 58 per cento guarda in maniera positiva all’appartenenza in generale all’Unione europea (si tratta del picco più alto dal 1992).

Cifre che negli ultimi anni si sono quasi duplicate, a dimostrazione che l’opinione pubblica sta cambiando approccio. Ma anche l’establishment economico della Svezia si sta rendendo conto che tutto sommato, forse, conviene abbracciare la moneta unica europea. Un rapporto del maggiore centro studi del Paese sostiene che oggi, a differenze del passato, sarebbe meglio entrare nella zona euro per rafforzarsi in tempi di crisi finanziaria. La situazione in Svezia è cambiata rispetto agli anni ’90, quando il governo decise di restare fuori dall’eurozona. Gli svedesi hanno avuto una disoccupazione e un’inflazione simili a quelle che avrebbero avuto se fossero stati parte della moneta unica fin dall’inizio, ma al tempo stesso le finanze pubbliche avrebbero beneficiato dalla stabilità dell’euro. Insomma, non è mai troppo tardi per cambiare.

Il 38 per cento degli svedesi è a favore del cambio, considerato una garanzia finanziaria migliore della vecchia corona gliere della contea Péter Kovács, da sempre animato da una forte vena europeista e padrino del lancio dell’euro in zona, ha dichiarato “Eurocittà” Höganäs. Non solo: ha perfino rinnovato gli appelli al governo centrale di Stoccolma a lavorare di più per introdurre la moneta unica anche nel resto del Paese. Al principale quotidiano locale Sydsvenska Dagbladet, il consigliere ha detto che Höganäs diventerà un modello da imitare per il resto della Svezia. «Abbiamo sviluppato un logo, Eurocity, che pensiamo diventerà uno standard in tutta la Svezia e crediamo che quasi tutte le contee

Cina. Il gruppo, che riunisce 127 familiari delle vittime del massacro, chiede di mandare in galera i responsabili

Madri di Tiananmen: «Vogliamo giustizia» di Vincenzo Faccioli Pintozzi tre mesi dal ventesimo anniversario della repressione dei moti studenteschi per la democrazia in piazza Tiananmen a Pechino, un gruppo di familiari delle vittime chiede ufficialmente al governo che vengano puniti i responsabili della strage. In una lettera aperta inviata ai vertici del Partito comunista cinese e ai deputati dell’Assemblea nazionale del popolo - il “Parlamento” cinese, che fra una settimana apre la sua sessione annuale - le “Madri di Tiananmen”chiedono inoltre l’apertura di una formale inchiesta sul ruolo ricoperto dalle Forze armate nella carneficina e l’accertamento del numero effettivo delle vittime. Il testo della missiva, che reca in calce le firme di 127 persone, è stato reso noto dall’organizzazione umanitaria americana Human Rights Watch, che ogni anno organizza una veglia di commemorazione per le vittime della repressione. Il messaggio si apre con un’accusa ben precisa: «Il massacro di Liu Si - quattro giugno in lingua mandarino, la data dell’ingresso dei carri armati nella piazza [ndr] - da tempo si è garantito un posto nella galleria delle vergogne della Storia». Le “Madri” reclamano inoltre un pubblico ricono-

A

scimento dell’eccidio da parte del governo della Repubblica popolare, scuse formali, ammissione di responsabilità politica e risarcimenti per le uccisioni dei pacifici manifestanti di allora, e per le lesioni o le mutilazioni inflitte ai superstiti dalle truppe anti-sommossa.

Le “Madri di Tiananmen” - il nome è un omaggio alle madri dei desaparecidos argentini - è un gruppo formato da 128 familiari delle vittime della strage del 4 giugno 1989 in piazza Tiananmen, quando militari dell’esercito nazionale, appoggiati dai carri armati, massacrarono i manifestanti inermi che da oltre un mese invocavano democrazia e la fine della corruzione per la società cinese, nelle strade della capitale. Il gruppo è guidato da Ding Zilin, professoressa universitaria in pensione che perse negli scontri il figlio 17enne, Jiang Jielian. Il bilancio di quel massacro non è mai stato pubblicato dal governo, ma organizzazioni internazionali indipendenti dicono che attorno alla piazza, nelle vie laterali e nei giorni seguenti al 4 giugno sono

state uccise alcune migliaia di persone. Fino ad oggi, Pechino non ha mai risposto alle “Madri” che, in ogni anniversario del massacro, chiedono una revisione storica del movimento e per questo vengono di fatto messe agli arresti domiciliari. Nel suo giudizio ufficiale, il Partito comunista cinese ha definito il movimento studentesco del 1989 un “moto controrivoluzionario”. Il vertice comunista ritiene Li Peng - il macellaio della piazza - e Deng Xiaoping - che firmò il decreto che permet-

In una lettera aperta, accusano i leader comunisti di adorare Mao e Deng, che «hanno mani e faccia lorde di sangue» teva l’apertura del fuoco sugli studenti - due eroi della Repubblica popolare. In risposta a questo giudizio, la lettera dello scorso anno si apriva con un’accusa al governo stesso, che «non ha ancora chiesto perdono per le atrocità perpetrate e onora come degli dei Mao Zedong e Deng Xiaoping, le cui mani sono lorde del sangue del popolo e che hanno portato sciagure mai raccontate alla nostra nazione».


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28 febbraio 2009 • pagina 17

Iran-Iraq. Dopo al Maliki a gennaio, ieri è atterato a Teheran anche il premier iracheno, che incontrerà Ahmadinejad e Khamenei

Lettere persiane per Baghdad di Pierre Chiartano l presidente iracheno Jalal Talabani è arrivato ieri a Teheran per una visita di tre giorni durante la quale incontrerà l’omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad e la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei. L’espansione dei rapporti bilaterali fra i due Paesi confinanti e la nuova amministrazione americana del presidente Barack Obama sono in cima all’agenda dei colloqui. Si ritiene che Teheran ripeterà la sua richiesta di espulsione dall’Iraq del gruppo di opposizione iraniana dei Mujaheddin del popolo. La visita del presidente iracheno si inserisce nel quadro di grande cambiamento che avrebbe già provocato la svolta Obama.

I

La nuova strategia della Casa Bianca, che vorrebbe coinvolgere Teheran nelle issue sulla sicurezza regionale dall’Afghanistan al Pakistan, per non parlare della stabilità e del buon livello di obiettivi raggiunti in Iraq. Una situazione che si intreccia con altri due avvenimenti. Il primo è la decisione sull’agenda del ritiro delle truppe Usa e il secondo è quello del ruolo che l’Italia si starebbe ritagliando, nel nuovo corso iraniano di Washington. I militari statunitensi lasceranno l’Iraq a partire dall’estate del 2010, come ha affermato il presidente Usa, Barack Obama. L’ex senatore dell’Illinois ha aggiunto però,

IL PERSONAGGIO

che nel Paese mediorientale rimarranno da 35 a 50mila soldati, con funzioni di consiglieri militari e per tutelare gli interessi americani. Il presidente degli Stati Uniti ha discusso dei dettagli di questa strategia alla Casa Bianca con i leader dei democratici e repubblicani al Congresso.

Nel frattempo, la visita di Jalal Talabani a Teheran ne diventa un coté tecnico-strategico: una visita ufficiale durante la quale potrà affrontare i temi più importanti sul tappeto, con il leader iraniano Ahmedinejad e alti dirigenti della Repubblica sciita. Talabani nei suoi incontri discuterà del rafforzamento delle relazioni bilaterali Iraq-Iran, interrotte nel 1980 a seguito dello scoppio della guerra fra i due paesi (fino al 1988) e riprese nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein. Sul versante italiano invece, nel contesto del consolidato rapporto strategico che lega Italia e Stati Uniti, la visita del ministro degli Esteri Franco Frattini mira ad approfondire i contenuti della collaborazione fra i due Paesi nei principali dossier internazionali, oltre l’Afghanistan, nel quadro delle priorità della presidenza italiana del G8, e ad altri temi cruciali quali l’Iran. Proprio su questo fronte l’Italia

vorrebbe giocare da apripista invitando Teheran al prossimo summit di Trieste. Sfruttando anche gli ottimi rapporti fra i due Paesi che fanno dell’Italia il primo partner commerciale dell’Iran assieme alla Germania.

Durante la visita iraniana del premier iraqeno si tratterà anche di questioni economiche, visto che Talabani è stato accompagnato da una delegazione dove sono presenti anche i ministri dell’Energia e del Commercio. Già a gennaio di quest’anno il primo ministro iraqeno, Nouri al Maliki, era stato

Talabani nei suoi incontri discuterà del rafforzamento delle relazioni fra i due Paesi, interrotte nel 1980 in visita a Teheran, gettando le basi di una nuova cooperazione per la ricostruzione dell’Iraq. Lasciando l’Iran,Talabani proseguirà il suo viaggio in Corea del Sud, sempre alla ricerca di fondi per rimettere in piedi il Paese. Intanto a Washington si continua il lavoro d’intreccio di politica del “bastone e carota” che dovrà applicare la Casa Bianca nei confronti dell’Iran, nella speranza di portarla a piccoli passi verso il dialogo: un po’ per convenienza e un po’ per forza.

Joschka Fischer. L’ex ministro degli Esteri tedesco: «Sono un idealista diventato realista. C’è il rischio di un secondo crollo del Muro di Berlino»

Il cavaliere verde che credeva nell’Europa di Enrico Singer e è arrivato ad ammetterlo lui, sarà difficile negarlo anche per il più appassionato degli euroentusiasti. La crisi della Ue è paragonabile a «un secondo crollo del Muro di Berlino», parola di Joschka Fischer, già ministro degli Esteri della Germania del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, leader dei Verdi, europeista convinto e candidato a prendere il posto di Javier Solana sulla poltrona di Alto rappresentante per la politica estera dell’Europa. Nel 2000 un suo discorso all’università Humboldt di Berlino fu preso quasi a manifesto della riforma isdtituzionale della Ue che si materializzò, poi, nella Convenzione convocata per scrivere la sfortunata Costituzione europea. Adesso, parlando alla Oxford University, ha detto di considerarsi ormai «un idealista che ha scoperto il realismo». E la realtà è che l’Europa «rischia di sgretolarsi perché, di fronte alla crisi economica, i governi pensano soltanto agli interessi nazionali». Pronunciata alla vigilia del vertice straordinario che si terrà domani a Bruxelles proprio sui pericoli del risorgente protezionismo, questa frase suona come una sirena d’allarme.

geri ebrei di un volo Air-France dirottato, Joschka Fischer percepì quella che avrebbe poi chiamato «tutta la nostra follia». Tramontata l’utopia rivoluzionaria, per sei anni fece il tassista a Francoforte, per poi lanciarsi nelle grande politica. Entrato nei Verdi, nel 1985 divenne ministro dell’Ambiente dell’Assia e alla cerimonia del giuramento indossò un paio di scarpe da ginnastica che oggi sono esposte in un museo.

S

Joschka Fischer è abituato alle posizioni forti e nette. Fin da quando, in gioventù, occupava le case. Secondo un collega un po’ snob, non era che «un teppista che non sa nemmeno annodarsi la cravatta». Nato

Alla viglia del vertice straordinario Ue sui pericoli del risorgente protezionismo, il leader dei Grünen lancia il suo allarme nel Württemberg nel 1948 da un macellaio ungherese, l’irrequieto Joschka ebbe un’infanzia povera e ribelle. A Francoforte divenne uno dei leader del Putz, l’Unione Proletaria per il Terrore e la Distruzione - proprio così - e fu arrestato un paio di volte. Un giorno, quando un gruppo di terroristi tedeschi selezionò i passeg-

Nel 1998 divenne ministro degli Esteri e si appassionò alla costruzione europea. Già nel 1992, nel libro La sinistra dopo il socialismo, aveva scritto: «Se non troverà la propria unità, l’Europa ricadrà nella sua antica lacerazione e nei conflitti, nel nazionalismo e nell’odio dei popoli, e verrà dominata dall’esterno». Unione europea o barbarie, questa è la base del suo pensiero che ha sempre difeso con coraggio. Anche nei momenti difficili. Come nel 1999, quando Fischer, dichiarato pacifista, si prese la responsabilità di riportare in guerra la Germania per la prima volta dal 1945. La decisione di partecipare alla missione in Kosovo fu sofferta e non condivisa da tutti, come quella busta di vernice che gli fu lanciata addosso a un congresso dei Verdi dimosta. Ma Joschka, che anche nelle sue vacanze toscane si è fatto la fama di uomo semplice e tranquillo, è soprattutto un profondo conoscitore dell’Europa e delle sue debolezze. Per questo il suo allarme è ancora più forte.


cultura

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Un quadro una storia. Fin da giovane il talentuoso pittore inglese era attratto dai paesaggi acquatici e dalle possibilità di rifrazione della luce

Color «fiume di Londra» Viaggio allegorico nelle famose vedute del Tamigi dipinte da Joseph Turner e ora esposte alla Tate Britain di Olga Melasecchi na visita alla Tate Britain a Londra è un’esperienza imperdibile, l’unico modo per capire e sentire la forza rivoluzionaria dell’opera di Joseph Mallord William Turner (17751851). Genio creativo, figlio dell’“algida Albione”, patria di grandi artisti dotati di una straordinaria autonomia di pensiero. Personalità indipendenti e inconsapevolmente lungimiranti, spinti dal loro intuito creativo verso campi inesplorati, non capiscuola ma voci nel deserto che hanno anticipato pensieri e visioni della coscienza moderna. Come in un viaggio iniziatico percorriamo la Clore Gallery del museo londinese, in cui sono raccolte le opere di Turner, affascinati fin dall’inizio dai primi meravigliosi acquarelli del giovane artista che ci guarda, proprio in quegli ambienti, da uno splendido autoritratto, uno dei pochi, realizzato all’età di ventiquattro anni.

U

Bel volto di giovane ingegno in cui campeggiano due grandi occhi profondi dall’intenso sguardo indagatore che vuole comprendere ed afferrare la realtà circostante e che ancora riesce a comunicare con noi. Figlio di un barbiere e fabbricante di parrucche, fin dall’inizio il giovane Turner dimostrò interesse per il disegno, e le sue primissime creazioni vennero esposte e messe in vendita proprio nella vetrina del negozio del padre. Per questa sua precoce inclinazione invece di seguire le orme paterne, divenne assistente a Londra degli architetti Hardwick e Malton jr. come disegnatore tecnico. In tempi in cui non esisteva ancora il computer i progetti degli architetti venivano presentati ai committenti dipinti all’acquarello, e questa pratica fu evidentemente molto importante per il giovane disegnatore, che nel dicembre del 1789, all’età di quattordici anni, venne ammesso come studente alla prestigiosa Royal Academy, dove poté studiare il disegno dal vero. A quindici anni espose nella mostra an-

nuale dell’Accademia il suo primo acquerello noto, il Palazzo Arcivescovile a Lambeth, in cui rese evidenti le sue grandi capacità di vedutista. Da quel momento non smise più di dipingere. La sua produzione pittorica è immensa, era un disegnatore instancabile, viaggiava con il libro di schizzi in mano e sono innumerevoli i suoi taccuini di viaggio contenenti schizzi a matita, prime bozze all’acquarello o paesaggi rifiniti. Non mancano tuttavia anche studi di figura, certo obbligatori per uno studente della Royal Academy. Progredisce così rapida-

Le sue tele più famose sono quanto di più lontano si possa immaginare da una pittura accademica, e risalgono all’ultimo periodo della sua vita. Queste ultime dimostrano soprattutto la passione di Turner per la scienza dell’ottica e della percezione mente nella pratica artistica che nel 1799 viene eletto membro associato della stessa Accademia, titolo prestigioso per un giovane figlio di barbiere e che proprio in quell’anno si ritrae in abito da gentiluomo e si trasferisce a vivere ad Harley Street, in uno dei quartieri alti di Londra.

Infaticabile artista viaggiatore, sempre curioso di nuovi paesaggi e nuove atmosfere, come tutti i più grandi pittori ha cercato con il suo lavoro di catturare la luce e le sue variazioni nell’arco della giornata o tra una stagione e l’altra. Per capire a fondo il senso di questa ricerca è utile prendere in esame non una singola opera, ma alcuni dipinti realizzati in

fasi diverse della sua vita, scegliendoli tra quelli conservati alla Tate Britain, dove si trova gran parte del “lascito Turner”, il nucleo maggiore della sua produzione, seguendo in tal modo un sorprendente percorso virtuale. Uno dei primi capolvori è il Chiaro di luna, studio a Millbank, un olio su tavola di cm. 31 x 40, esposto nel 1797. Raffigura un angolo del Tamigi, non lontano, fra l’altro, dalla stessa Tate, in una notte illuminata dalla luna piena.

Costruito unicamente su tonalità blu-grigie, questo raffinato dipinto inchioda il nostro sguardo attratto dall’effetto ipnotico del perfetto cerchio bianco abbagliante della luna, che sembra un buco bianco in cui tutto precipita inesorabilmente. Al chiarore di questa luce distinguiamo il profilo di Londra in lontananza, e lungo la scia di luce sull’acqua increspata del fiume si riconoscono barche in movimento e sulle banchine pescatori al lavoro. Motivo non nuovo nella tradizione paesaggistica nordica, il notturno con la luna piena era infatti un soggetto tra i più amati dai paesaggisti sia tedeschi che inglesi, fin dalla prima metà del Seicento, come evoluzione dei dipinti di tradizione caravaggesca a lume di candela. Soggetto romantico che non può non affascinare un ricercatore della luce come il giovane Turner, attratto anche dalla poetica del sublime, teorizzata pochi anni prima, nel 1757, da Edmund Burke nel suo saggio Indagine filosofica sull’origine delle nostre idee del sublime e del bello. Il viaggio diventa così anche ricerca di una natura sublime, capace di risvegliare nell’anima forti tensioni emotive. La cascata, le alte montagne coperte di neve, rocce a strapiombo, il mare in tempesta, i temporali, diventano alcuni tra i soggetti preferiti di Turner, nei quali aleggia tuttavia ancora una visione positiva della natura, consolatoria e non drammaticamente prevaricatrice e invincibile come è invece nei paesaggi del romanticissimo Friedrich, suo

In queste pagine, alcuni dei quadri più significativi del pittore inglese Joseph Turner (nella pagina a fianco un suo autoritratto) attualmente esposte alla Tate Britain. Fin da giovane il talentuoso pittore inglese era attratto dai paesaggi acquatici e dalle possibilità di rifrazione della luce. Autentica passione, quella per il fiume di Londra. Numerose infatti le tele che ritraggono vedute del fiume, soprattutto in notturni. I suoi dipinti più famosi sono quanto di più lontano si possa immaginare da una pittura accademica, e risalgono all’ultimo periodo della sua vita. Questi ultimi dimostrano soprattutto la passione di Turner per la scienza dell’ottica e della percezione

contemporaneo: il razionale e lucido ottimismo dello spirito inglese in confronto al senso tragico della vita dello spirito tedesco. Il valore positivo nell’interpretazione della natura è dato appunto da questa visione della luce come primigenia forza creatrice ed energetica. I paesaggi con l’acqua sono sicuramente i suoi preferiti, appunto per le infinite possibilità di rifrazione della luce che offre la superficie dell’acqua. La sensibilità verso questo tema venne acuita dalla cono-


cultura

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scenza delle marine di Claude Lorrain: «Turner si era commosso fino alle lacrime davanti alla bellezza dei dipinti di Lorrain». ha scritto Ian Warrell, «temendo di non riuscire a dipingere niente che fosse altrettanto bello. E furono proprio i paesaggi di questo pittore del Seicento a fornirgli la chiave per le sue vedute del Tamigi, spesso strutturate con il sole al centro del dipinto». Ha lasciato pertanto una vasta produzione di studi e opere finite del Tamigi preso da diversi punti di vista, dei quali uno dei suoi preferiti era la veduta da Richmond Hill, soggetto di molti suoi paesaggi negli anni fra il 1800 e il 1820, come lo studio a matita ed acquarello su carta intitolato Il Tamigi da Richmond Hill del 1815 circa. Una veduta dal vero immediata e fresca, com’è nella natura stessa della tecnica dell’aquerello, che impedisce ripensamenti e correzioni. Dalla cima della collina il pittore poteva spaziare lo sguardo fino ad un punto di fuga molto profondo così che la composizione è divisa a metà: nella parte alta un’ampia porzione di cielo azzurro frastagliato di nubi bianche sfilacciate come nelle giornate di vento, in basso campi di orzo e boschi tagliati dall’ansa del fiume in cui si riflette il chiarore celeste e che si snoda fino alla linea dell’orizzonte.

Le sue opere ebbero fin dall’inizio una grande fama e molti ricchi mecenati inglesi divennero suoi committenti, occasione che diede lui l’opportunità di ferquentare le loro ricche collezioni ed accrescere così la sue conoscenze sugli artisti del passato. Sempre per esigenze di committenza o per soddisfare gli editori di stampe d’arte, che gli richiedevano paesaggi o vedute di città secondo la crescente moda del Grand-Tour, Turner viaggiò molto, oltre che in lungo e in largo nella stessa Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Svizzera e molto, com’è ovvio, anche in Italia. L’originalità e lo spirito libero del suo genio creatore fu tale che man mano che la sua fama cresceva, «lo stile dei suoi dipinti si allontanava sempre più da ciò che il pubblico e i critici si aspettavano» (Warrell), senza tuttavia, nonostante il generale sconcerto, perdere credito presso i suoi ammiratori e, soprattutto, senza perdere il presigioso titolo di presidente della Royal Academy. I suoi dipinti più famosi sono infatti quanto di più lontano si possa immaginare da una pittura accademica, e risalgono all’ultimo periodo della sua vita. Questi ultimi dipinti dimostrano la passione di Turner per la scienza dell’ottica e della percezione, per poter raffigurare nel modo più verosimi-

l’autore Joseph Mallord William Turner nasce a Londra, il 23 aprile del 1775 e muore a Chelsea, il 19 dicembre 1851. Esponente del movimento romantico, si può dire che il suo stile abbia gettato le findamenta per la nascita dell’Impressionismo. Nonostante ai suoi tempi fosse visto come una figura controversa, Turner oggi è considerato l’artista che ha elevato l’arte della pittura paesaggistica ad un livello tale da poter competere con la cosiddetta “pittura storica”. Conosciuto anche con il soprannome di “pittore della luce”, Turner è stato uno dei più grandi maestri britannici nella realizzazione di paesaggi all’acquerello. Il suo talento fu apprezzato molto presto e questa precoce indipendenza economica gli permise di dedicarsi liberamente al suo stile innovativo. Nel periodo della maturità, le sue opere sono caratterizzate da un’ampia varietà cromatica e da una suggestiva tecnica di stesura del colore. Secondo quanto scritto da David Piper nella sua “The Illustrated History of Art”, i suoi ultimi lavori venivano definiti come «fantastici enigmi». Per il celebre critico d’arte inglese John Ruskin, invece, Turner è stato l’artista che, più di ogni altro, era in grado di «rappresentare gli umori della natura in modo emozionante e sincero». Soggetti molto adatti a stimolare l’immaginazione di Turner si rivelarono i naufragi, gli incendi (come quello del Parlamento inglese del 1834, che immortalò in una serie di schizzi ad acquerello), le catastrofi naturali e i fenomeni atmosferici come la luce del sole, le tempeste, la pioggia e la nebbia.

gliante possibile l’esperienza che l’occhio fa della luce e del mondo. Il nostro viaggio nella Tate Britain si conclude infatti in un crescendo di immagini piene di luce e colore, in cui la forma perde la propria consistenza e tutto si sfalda e si sfrangia in turbini di filamenti luminosi come note altissime ed acute di un finale musicale.

Nel “Tramonto sul lago”, un olio su tela dipinto undici anni prima della sua morte, Turner dovrebbe aver raffigurato l’ora del tramonto su di un lago di montagna, forse il lago di

Lucerna, dal momento che, guardando attentamente, si distingue a destra la cima di una montagna imbiancata. In questa immagine misteriosa, la libertà della pennellata e del colore steso in modo apparentemente disordinato, permettono all’artista di comunicare esattamente il senso della sua emozione davanti ad uno spettacolo sublime e conturbante, anticipando mezzi espressivi che saranno tipici sia degli impressionisti che degli espressionisti, ma anche e soprattutto dell’astrattismo moderno.a


cultura

pagina 20 • 28 febbraio 2009

ngelina Jolie vede in lei il suo modello ed eroe. La sua fama è mondiale. Tutti i capi di Stato fanno a gara per conferirle un titolo o un’onorificenza. E lei, Jane Goodall, splendida nei suoi settant’anni indossati con quell’eleganza e quel distacco che soltanto una vita trascorsa nell’impegno e nella generosità riesce a dare, sarà domani in Campidoglio, dove oltre a ricevere un riconoscimento del Comune di Roma, celebrerà il decennale dell’Institut Jane Goodall Italia onlus. Ma soprattutto presenterà i diversi progetti da lei sostenuti, in particolare l’orfanotrofio “Sanganigwa Children’s Home”di Kigoma in Tanzania, che accoglie bambini da tutta la regione, una delle più povere e isolate del mondo, orfani a causa dell’Aids. L’evento capitolino prevede un intervento della scienziata e la proiezione di un video-documento sui bimbi dell’orfanotrofio. Seguirà poi un brunch sulla Terrazza Caffarelli, in favore dell’orfanotrofio, per il quale sarà necessaria la prenotazione.

A fianco e in basso, due scatti della grande scienziata e primatologa inglese Jane Googall, che domani sarà ricevuta a Roma, in Campidoglio, per presentare i diversi progetti da lei sostenuti attraverso il Jane Goodall Insitute Italia. In particolare, verrà presentata l’attività del “Sanganigwa Children’s Home”, orfanotrofio che accoglie bambini della Tanzania

A

Da sempre, l’obiettivo del Jane Goodall Institute (Jgi) è quello di fare conoscere il lavoro che da anni viene fatto in Africa per i bambini e di motivare e di coinvolgere i giovani attraverso il programma interculturale “Roots&Shoots” (Radici e Germogli) presente già in oltre 80 paesi. In particolare, grazie alla generosità dei sostenitori, il Jdg riesce a mantenere, con grandi sforzi, i bambini dell’orfanotrofio “Sanganigwa”. Un compito non facile in un periodo di crisi economica mondiale, che in Africa e in particolare nella poverissima regione di Kigoma, ha ricadute ed effetti ancora più profondi. Domani la presenza a Roma di Jane Goodall, ambasciatrice di Pace per l’Onu, sarà un momento prezioso. Una testimonianza concreta di come la vita acquisti una luce e una dignità diversa se soltanto ridiamo indietro “almeno” le briciole di tutti i benefici che ogni riceviamo giorno. La professoressa Jane Goodall, che oggi dedica la sua vita al dialogo con i giovani, è tra le personalità del mondo della cultura e dell’ambientalismo più corteggiate dai governi di tutto il mondo: ha ricevuto dal Principe Carlo la massima onorificenza di Dama dell’Impero Britan-

Ritratti. Arriva domani a Roma la grande scienziata primatologa Jane Goodall

La donna che sussurra agli scimpanzé di Rossella Fabiani nico, recentemente la Legione d’onore francese e la cittadinanza onoraria di Parigi. E ancora. Numerosissimi sono i riconoscimenti in America e in Giappone, quelli conferiti dalle

università più prestigiose del mondo e persino dai più noti personaggi dello spettacolo, come l’attrice Natalie Portman, che durante l’ultimo festival del cinema di Venezia ha devoluto

te del 1960, quando una giovane donna inglese arrivò sulle sponde del lago Tanganica in Tanzania. E anche se fino ad allora nessuna donna aveva osato entrare nel territorio selvag-

Presenterà in Campidoglio il progetto del Jane Goodall Insitute “Sanganigwa Children’s Home”, orfanotrofio che accoglie bambini da tutta la Tanzania a Jane Goodall il suo premio per l’impegno umanitario.

Di più: anche l’Enciclopedia Britannica le dedica una voce definendola «senza dubbio una delle persone che ha maggiormente contribuito alla conoscenza del mondo in cui viviamo». E per il biologo, zoologo e paleontologo Stephen Jay Gould «i suoi studi sugli scimpanzé rappresentano una delle più grandi conquiste scientifiche dell’Occidente». Era l’esta-

gio delle foreste africane, andarci significò il compimento del sogno dell’infanzia di Jane Goodall. L’amore di Jane per gli animali comincia infatti già da piccola, incoraggiata anche dalla mamma Vanne. Da bambina leggeva libri sulla natura sognando di vivere come Tarzan e il Dr. Dolittle, osservando e descrivendo gli animali con cui viveva. Crescendo, la passione aumentava. E quando un’amica la invitò ad andare in Kenya nel 1957, Jane, che all’e-

poca aveva 23 anni, accettò subito. Pochi mesi dopo il suo arrivo incontrò il famoso antropologo e paleontologo Louis Leakey. Uno degli interessi di Leakey era quello di studiare gli scimpanzé in natura in modo da prendere visione del percorso evolutivo dell’uomo. La pazienza e l’insistente desiderio di Jane di comprendere gli animali convinse Leakey a scegliere lei per i suoi studi pionieristici, convinto che una mente libera da influenze accademiche potesse fornire delle nuove prospettive. Nelle intenzioni di Leakey, le ricerche di Jane dovevano essere a lungo termine, anche se in molti erano convinti che lei non avrebbe resistito più di tre settimane.

Nel 1965, Jane Goodall si laureò in etologia all’Università di Cambridge. Poco dopo, ritornò in Tanzania per continuare le ricerche e istituire il “Gombe Stream Research Centre”, vicino al lago Tanganica. Le sue importanti scoperte scientifiche formarono la base per tutti gli studi futuri sui primati. Una delle numerose osservazioni che stupirono il mondo fu che gli scimpanzé costruiscono e usano strumenti. Infatti, a quel tempo, era ritenuto che tale comportamento fosse soltanto una prerogativa dell’uomo. Attraverso gli anni i suoi studi rivelarono molte somiglianze impressionanti tra l’uomo e gli scimpanzé. Nel 1977, Jane fondò il “Jane Goodall Institute”per sostenere le ricerche su campo, i progetti di conservazione concernenti gli scimpanzé e il loro ambiente, e i progetti di educazione ambientale e interculturale. Oggi il “Jane Goodall Institute”, organizzazione non–profit, ha uffici in 21 Paesi del mondo con la missione di promuovere relazioni positive tra l’uomo, l’ambiente e gli animali. Perché secondo la scienziata «lo stretto rapporto di interdipendenza che lega l’uomo alla natura ci impone di costruire sempre nuovi ponti».


cultura

28 febbraio 2009 • pagina 21

Convegni. La Pontificia Università della Santa Croce a Roma ha indagato il grande tema della convivenza tra scienza e teologia

La fede che nella mente mi ragiona di Maurizio Stefanini

ROMA. «Mirate la dottrina che s’asconde / sotto ’l velame de li versi strani», spiegava Dante Alighieri della simbologia di Virgilio-ragione e Beatrice-fede e del modo in cui la prima rischiava di arenarsi se si illudeva di poter fare da sola. «Ha attaccato la ragione: è cattiva teologia», era il modo in cui il Padre Brown di Gilbert Keith Chesterton spiegava di avere smascherato il falso prete Flambeau nella prima delle Father Brown Stories. «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere an-

che alla piena verità su se stesso», iniziava l’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II. Ma «oggi, ad alcuni, sembra che le pretese della fede siano incompatibili con quelle della scienza, della cultura e dello stato moderno». È dunque «proprio per superare questa sorta di luogo comune» che le Facoltà di Teologia e Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce hanno organizzato ieri e l’altro ieri un convegno su “La fede e la ragione”: proprio nel decimo anniversario dell’o-

monima enciclica. «La fede è la garanzia della razionalità della ragione», ha spiegato Paul o’Callaghan, docente stabile di Teologia presso la stessa Università nell’intervento di apertura. «Non c’è mai una fede pura, né una ragione pura. Ogni fede è ragionevole/razio-

nale, o dovrebbe esserlo: se non lo è si tratta di una fede patologica; e ogni ragione è affidabile/fiduciosa: se non lo è si tratta di una ragione patologica». «Un giornalista anticlericale potrebbe forse riferire che qui si sta facendo l’apologia del fanatismo religioso», ha un

za personale «dai racconti che ha sentito da bambino ai film che vede». Altrimenti, non si spiegherebbe la possibilità di fare distinzioni come quelle tra filosofi analitici, derivati dalla cultura anglo-sassone, e filosofi “continentali”. C’è però nel mondo cattolico e cristiano

Organizzato a 10 anni dall’enciclica di Giovanni Paolo II “Fides et Ratio”, il dibattito ha sottolineato come l’ondata di fideismo di oggi sia una reazione a un modello di filosofia debole

Sopra e in alto a destra, le incisioni di Gustave Doré della Divina Commedia che raffigurano Beatrice e Virgilio. A destra, tra i relatori del convegno della Pontificia Università della Santa Croce su “Fede e Ragione”, Sergio Belardinelli, Paul O’Callaghan e monsignor Jean-Louis Bruguès

cato di Benedetto XVI. «In sintesi, potremmo ricordare che ciò che si chiama modernità riposa sul potere della ragione umana, per non dire della sua onnipotenza, mentre l’eclissi della ragione, per riprendere un’espressione della scuola di Francoforte, dopo Auschwitz e gli orrori della seconda metà del secolo XX, ha provocato la crisi di quella stessa modernità. Ora, proponendo ai nostri contemporanei di riacquistare fiducia nell’uso della ragione umana, il Papa attuale cerca niente di meno che di salvare la modernità da se stessa».

Nell a

po’ scherzato il professore straordinario di Metafisica pure alla Santa Croce Miguel Pérez de Laborda, a proposito del titolo apparentemente provocatorio della sua relazione: «I pre-giudizi presupposti da ogni filosofia. Lo spazio della fede in filosofia». Ma dal punto di vista etimologico il termine così carico di negatività pre-giudizio corrisponde semplicemente a “predisposizione” o “presupposizione”, e ogni pensatore è comunque inserito nel vissuto della propria esperien-

una tentazione di assicurarsi una sorta di rispettabilità intellettuale facendo filosofia come se la fede non ci fosse, che è illusoria dal momento appunto che anche questo approccio finisce per essere un pre-giudizio. D’altra parte, l’ondata di fideismo contemporanea è in gran parte una reazione proprio a questo modello di filosofia debole, che finisce rinunciare al proprio compito. Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, nell’illustrare «a cosa serve la filosofia in teologia» Monsignor JeanLouis Bruguès ha invitato «a prendere le distanze dal clima romantico del quale è impregnata la sensibilità occidentale, e che, in un certo senso, rende inaudibile la teologia cattolica». Malgrado l’«opinione generalmente diffusa» secondo cui la Chiesa avrebbe «il vizio di diffidare della ragione umana», in realtà invita invece «a collocarci risolutamente dal lato della ragione», attraverso una iniziativa di «difesa e illustrazione» che negli ultimi vent’anni ha conosciuto tre tappe fondamentali. Prima, l’enciclica Veritas splendor del 1993. Seconda, la Fides et ratio. Terza, il pontifi-

se co n d a

Jeffrey giornata Langan, instructor of political philoall’Holy sophy Cross College of the University of Nostre Dame, si è occupato della «Fede in una cultura di libero mercato»: che non vuol dire «fiducia nel sistema di libero mercato – cioè la resa a quella che è in fondo una divinità caduta dall’Olimpo. Piuttosto, con tale espressione, ci chiediamo quale debba essere per l’autentico servitus l’approccio giusto alla cultura del libero mercato, o quali siano le sfide per la fede in questa cultura. In particolare, vorremmo sapere che forma assumono queste sfide quando l’ambiente culturale circostante adotta nei confronti della religione e della tolleranza la visione del libero mercato». Infine, Sergio Belardinelli, dell’Università di Bologna, si è occupato di «Fede cristiana e cultura politica moderna»; mentre il Decano di Filosofia alla Santa Croce Rafael Martínez ha esaminato l’interazione tra fede e razionalità scientifica.


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da ”Le Temps” del 27/02/2009

Verso una super banca svizzera? di Myret Zaki sce di scena Marcel Rohner dall’Ubs. Lascia la cabina di regia di uno degli sitituti di credito più importanti d’Europa chi, solo nel luglio del 2007, era stato ritenuto l’uomo giusto per portare in acque sicure il gigante del credito svizzero (ha un bilancio diverse volte superiore a quello della Svizzera, ndr). Non ha resistito all’enorme pressione causata dalle perdite, sempre più massicce, registrate negli ultimi mesi a causa della crisi finanziaria e dalla complessità delle sue attività internazionali.

E

Si chiama Oswald Grubel il suo sostituto, una nomina avvenuta con effetto immediato. Con due milioni di euro all’anno in busta paga, l’uomo che ha raddrizzato i conti del Credit Suisse, nel 2002, dovrebbe tirare fuori dalle secche della crisi del mercato dei subprime anche l’altro grande malato, nella patria di banche e degli orologi a cucù. Ha un capitale di credibilità da spendere, insomma. Il mondo della politica nazionale e cantonale svizzera ha accolto bene questa nomina a sorpresa. E i mercati sono stati ancor più lusinghieri, visto che giovedì il titolo Ubs ha guadagnato il 16,2 per cento. Il parere di molti esperti della variegata galassia della finanza è che Rohner avesse preso in mano un compito un po’ al di sopra delle proprie capacità. Dava l’impressione di galleggiare sui problemi invece che gestirli, è il parere di Peter Thorne, analista di Hevea. inoltre sembra che sia giunto il momento che qualcuno che risolva i problemi di ordine fiscale con gli Stati Uniti (Ubs e anche il Credit Suisse sono sotto inchiesta dalle autorità americane per aver aiutato 17mila ameri-

cani ad evadere le tasse, ndr). Dalla Bank of America i commenti sono lusinghieri per il nuovo comandante di Ubs, ma i problemi che dovrà affrontare sono considerati assai critici, soprattutto per il danno patrimoniale subito nell’area business. Tutti sperano che il colosso bancario possa evitare il fallimento e fanno gli scongiuri. Dopo che, nel 2007, si era messa nelle mani del fondo sovrano di Singapore, per ripianare i debiti costruiti con l’investment banking, sviluppato perlopiù negli Usa, Ubs rimane ancora la seconda banca europea per capitalizzazione sul mercato. Così Grubel non viene visto, da molte parti, come un curatore fallimentare, ma come «uno dei più telentuosi banchieri sul mercato» che potrebbe potrebbe concludere il salvataggio del colosso di Basilea.

Secondo un anziano membro del organismo direttivo del Credit Suisse, Oswald Grubel è stato eletto per una grande operazione bancaria: fondere Ubs e Credit Suisse. Si parla già del progetto, evocando una nuova ragione sociale. Il ragionamento è semplice: la solvibilità di Ubs non potrà essere garantita garantita a lungo termine, stando anche a quanto succede nei mercati internazionali e il procedimento giudiziario con gli Stati Uniti. Credit Suisse, rimane invece integro nella sua struttura. Per riuscire a mantenere un campione nazionale del credito e della gestione finanziaria, bisognerebbe combinare

queste due realtà. Alcune attività bancarie sarebbero ridotte al minimo, in prospettiva della loro vendite. La banca d’affari, diventerebbe così più appetibile, includendo le operazioni americane di Credit Suisse, e quindi potrebbe trovare più facilmente un acquirente. E Credit Suisse guadagnerebbe le attività di gestione di Ubs. Un nuovo scenario che però non convince tutti: «Sarebbe la soluzione peggiore», ha dichiarato Elie Nada, responsabile di Deminor, società a difesa dei piccoli azionisti. «Ciò creerebbe molti doppioni e provocherebbe una perdita di valore. Converrebbe invece dividere Ubs dall’anatra zoppa che è la banca d’affari».

Lo stesso Oswald Grubel ha dichiarato che «la Svizzera ha bisogno di due grandi banche forti». Quindi dietro la nuova nomina ci sarebbe la ricerca di un difficile equilibrio, fra i problemi legati alla crisi e quelli della legge americana che ha cominciato a vigilare e stringere le maglie su alcune attività dell’istituto di Basilea.

L’IMMAGINE

Cesare Battisti, l’uomo che vive nel passato e si appella al buonismo democratico La lettera di Cesare Battisti rimette la palla al centro, e turba le coscienze delle famiglie che hanno subito il terrore. Il contenuto della missiva è vario, ma colpiscono due affermazioni: l’essersi dichiarato vittima del sistema politico italiano, composto da ex fascisti e gente comune che non ha riservato agli altri terroristi lo stesso trattamento; la richiesta di perdono nel caso vivessimo in una società democratica tollerante e non più accanita con chi è colpevole. La considerazione che questa missiva mi fa nascere è che Battisti viva ancora nel passato, come se in tutti questi anni non si fosse fatto nulla per scacciare dall’Italia i fantasmi delle dittature. L’altra stranezza è che nell’ammissione della sua colpevolezza non si rimette al giudizio dei familiari delle vittime, né alla stessa giustizia, ma si appella ad un buonismo democratico, figlio della società qualunquista, che ci ha tolto certezze, riferimenti e garanzie.

Carmine Coppola

NON SIAMO NOI A STARE PEGGIO I Tremonti bond sono la soluzione per la ripresa della Nazione, soprattutto per il rifiorire della medio-piccola impresa che è maggiormente in difficoltà. Le banche a questo punto possono riprendere fiato e volgere il credito anche verso i privati cittadini. Del resto anche la decisione di sostenere per un anno i mutui di coloro in evidente difficoltà o disoccupazione improvvisa, è una dimostrazione tangibile dell’attenzione che il governo ha per il sociale. L’Europa applaude e ripete le parole del premier: non siamo noi a stare peggio.

Ale Niapoli

INCONVENIENTI DELL’INVASIONE DEBORDANTE E CLANDESTINA L’esplosione demografica mondiale rende lo sviluppo difficil-

mente sostenibile. L’Italia è priva di materie prime basilari e potrebbe sostenere una popolazione massima di 30 milioni: invece i residenti sono 60 milioni. Il sovraffollamento – concausa di rischi, incidenti e tensioni sociali – è avvertibile ovunque. L’Italia ha un grave deficit infrastrutturale e d’altri servizi. Le strade sono insufficienti e pericolose, la giustizia è spesso lentissima (e quindi ingiusta), il catasto non è aggiornato, la scuola è lacunosa, le carceri sono insufficienti e la pubblica amministrazione in genere è tardiva e poco efficiente. Inoltre, l’Italia ha una bassa percentuale di persone attive, sacche di povertà e crescente disoccupazione, anche per la crisi economica. Il Belpaese ha il più alto livello di debito pubblico per abi-

Francamente, me ne infischio Sarà anche piccoletto - è alto un’ottantina di centimetri, la metà di un ippopotamo comune - ma l’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis) è proprio un tipo tosto. Di notte scorrazza tranquillo nelle foreste africane. Secondo alcuni, infatti, tra le fauci terrebbe nascosto un diamante che usa come “torcia” per illuminare il sentiero

tante. Mancano perciò le condizioni per l’accoglienza razionale d’una immigrazione massiccia e indisciplinata. I clandestini presenti in Italia vanno riportati nei loro Paesi originari. Il perdonismo italiano attira stranieri onesti e meno onesti. Alcuni giungono da noi per “fare soldi”, affermazione che può inquietare. Dati statistici inoppugnabili attesta-

no l’incidenza elevata della criminalità e dei detenuti di nazionalità straniera nelle carceri italiane. Per alcuni la vita vale ben poco. A Roma una romena ha ucciso un amministratore condominiale per un debito di non più di 400 euro: è accusata col marito d’aver fatto a pezzi il cadavere e d’averlo occultato in una valigia. Tale delitto richiama quello

dell’assassino italiano che, a Bassano del Grappa, uccise e squartò il cadavere della giovane vittima sequestrata. La fertilità degli stranieri supera mediamente quella degli italiani e ciò non li aiuta nel riscatto dalla povertà. Chi prolifica primitivamente pare poco adatto a educare i figli.

Gianfranco Nìbale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Tu non senti la passione come io la sento Il tuo infelice amico ti domanda perdono de’ suoi lamenti, forse ingiusti. Ma guai a me se ti sembrassero romanzeschi! Oh! allora io sarei certo che tu non senti la passione come io la sento. Il mio aspetto malinconico, il mio silenzio e le mie querele ti annoieranno forse. Forse anche ti rattristerò; e ho torto di turbare la tua tranquillità, ma io sono ridotto in tale stato ch’io non posso offrirti se non le mie lagrime e tutto il mio cuore; e se io non cerco qualche conforto da te, chi mi resta più al mondo? Non temere per la mia salute: io guarirò: e se anche fossi certo che la sepoltura si va scavando ogni giorno ai miei piedi, io mi conforto consacrandoti l’intervallo che mi separa dalla morte. Io piuttosto dovrei temere di te, mia unica amica: i tuoi giovani giorni ti fuggono fra le infermità; quanto io temo di perderli, tanto mi sono più necessari e più cari. T’includo una lettera che tu mi hai scritto... ch’io ho bagnata e che bagno delle mie lagrime. Ti prego di leggerla e di ridarmela. Ella è un sacro pegno del tuo amore, e nel tempo stesso della mia lealtà. Oh! se ti commovesse! e se ti facesse ritornare il cuore all’ardore in cui era per me un mese addietro! Oimè... le mie lagrime, m’interrompono; io t’amo, Antonietta. Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

ACCADDE OGGI

LE BANALITÀ DI SANREMO Che sciocchezze, che banalità e soprattutto che “fantasia” il Roberto Benigni visto a Sanremo. L’attacco a Silvio Berlusconi è quanto di più innovativo gli potesse venire in mente? L’idea di riabilitare Bertinotti (ricordando ovviamente il gusto nei vestiti) e citare Diliberto, con tutto il rispetto delle idee del comico toscano, mi è sembrata un’uscita davvero triste, anzi tristissima. Poi,simpaticamente, mentre rievocava gli estinti comunisti italiani ha consigliato a Silvio di scappare lontano, molto lontano, di nascondersi il più a lungo possibile, che ridere, che genialità. Poi elegantissimo e onestissimo ha deriso (in privato avremmo potuto farlo tutti) il testo della Zanicchi sapendo di penalizzarla, e ricordando ovviamente che Iva è iscritta nel partito di Silvio, e dunque lui dirà, «se l’è cercata». Se non ci fosse Berlusconi, forse il buon Benigni non esisterebbe più, visto che non ha altri argomenti da proporre al pubblico di Sanremo che da autentico automa ha applaudito ad ogni battuta del comico. Che tristezza poi, perdonatemi la bestemmia, anche recita della pur bella “lettera”. È vero che uno può essere gay ed è giusto che viva questa sua condizione “liberamente” ma nulla più. Cosa significa l’enfasi con cui il direttore Del Noce ha affermato che è stato il momento più “alto” del Festival? Non scherziamo e proviamo a dire con sincerità che il geniale Benigni sono molti anni che non lo si vende, forse per di-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

28 febbraio 1922 L’Egitto ottiene l’indipendenza

1935 Wallace

Carothers prepara per la prima volta il nylon 1947 Incidente di Taiwan: inizia una rivolta popolare contro la Repubblica di Cina 1952 Si chiudono i VI Giochi olimpici invernali a Oslo 1953 Alfred Jodl, condannato e impiccato dal processo di Norimberga, è riabilitato postumo 1960 Si chiudono gli VIII Giochi olimpici invernali a Squaw Valley, California 1983 L’ultimo episodio di Mash viene trasmesso negli Stati Uniti, divenendo l’episodio televisivo più visto della storia:più di 100 milioni di spettatori 1986 Olof Palme, primo ministro svedese, viene assassinato a Stoccolma 1991 Si conclude la Guerra del Golfo tra Iraq e Kuwait 2002 La Lira italiana cessa di avere corso legale, sostituita dall’euro 2003 I New York Knicks ritirano la maglia numero 33 di Patrick Ewing

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ventare un mito come Mina, Bin Laden ed Elvis è sparito dalla circolazione davvero, lasciandoci in balia di una brutta copia, sbiadita e senza più grandi idee “comiche”. La letteratura italiana, e non solo, è piena di magnifiche poesie e lettere che si potrebbero, anzi si dovrebbero leggere e comprendere. Oscar Wilde, perseguitato in Inghilterra, ha ricordato Benigni: perché non ha ricordato le più recenti persecuzioni in Senegal e Cuba. «In Cina la sodomia viene decriminalizzata nel 1997 e dal 2001 non è più nell’elenco delle malattie mentali». Io credo che il costosissimo comico toscano si autoincensi raccontando verità a metà e questo, perdonatemi, non gli fa certo onore.

Alberto Moioli

LA POLEMICA TRA SGARBI E BENIGNI Vittorio Sgarbi se l’è presa con Roberto Benigni, per riportare fuori dalla scena televisiva non tanto le diatribe su l’opportunità di certi testi musicali sui gay; quanto per la tendenza di certi mostri della scena a portare la politica ove non deve entrare. In realtà tutti i torti non ha e anche a me la rappresentazione di Benigni è sembrata, pur essendo egli bravissimo, un po’ eccessiva e irriverente verso la vecchia scuola del canto italiano, e non solo. Ha posto le cose in maniera tale che gli accusati se la sono dovuta vedere non con una satira scontata, ma nientedimeno che con la citazione accademica dell’opera di Oscar Wilde.

IL GOVERNO REGIONALE MINIMIZZA LE QUESTIONI DELLA CRISI DELL’AGRICOLTURA A Roma, l’altro giorno, si sono riunite folte delegazioni di agricoltori per rappresentare i problemi dell’agricoltura in crisi al governo. Con questo forte segnale, in Basilicata, il settore agricoltura merita una programmazione che punti all’unità delle azioni del settore, pur tenendo in piedi le vocazioni di eccellenza territoriali. Non si può spostare il Tavolo Verde, una volta qui e una volta lì, perché farlo significa sminuire di autorevolezza una cabina di regia che guarda i problemi della regione unitariamente, al di là delle rivendicazioni, pur legittime, delle singole realtà territoriali. Si ripropone un metodo di gestione che ci riporta indietro nel tempo, quando la giunta regionale veniva convocata per ragioni ordinarie nei Comuni lucani. Per noi l’agricoltura è un settore delicato dove si studia, si pensa e si elaborano le strategie da realizzare sul territorio e non già uno strumento estemporaneo che si nutre, appassionatamente, di condizioni ed interessi parziali. Invitiamo il governo regionale a piegarsi seriamente sul Psr 2007-2013 facendo delle proposte concrete ed efficaci: l’unico modo per risolvere i tanti problemi appesi. Noi, intanto, presentiamo le nostre proposte a breve per superare gli attuali momenti difficili: a) riordino degli Enti sub-regionali con una visione ampia ed unitaria. Occorre superare i campanili e gli interessi ristretti che condizionano il ruolo dei Consorzi di bonifica, Alsia ed Arbea; b) organizzazione della qualità della spesa; costruzione di un rapporto meno burocratico con le banche per la definizione dei fondi di garanzia; recupero ed utilizzo celere dei fondi liberati; c) sostegno straordinario (una tantum) alle aziende agricole vessate dai costi energetici e dai costi dell’acqua; d) proroga della fiscalizzazione e dei contributi Inps che scadono il 31 marzo. Gaetano Fierro C I R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI Roma - Palazzo Ferrajoli - 6 marzo - ore 11.00 RIUNIONE COORDINAMENTO NAZIONALE DEI CIRCOLI LIBERAL

VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Milano - lunedì 9 marzo - ore 19.30 - presso il Circolo della Stampa DOVE SONO OGGI I LIBERI E FORTI? Partecipano: Angelo Sanza e Bruno Tabacci Conclude i lavori: Ferdinando Adornato

AVV. GIULIO DI MATTEO, COORDINATORE REGIONALE CIRCOLI LIBERAL DELLA LOMBARDIA

Lettera firmata

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Cinema. In Florida la proiezione di “Umberto D.” scatena un acceso dibattito sulla crisi economica mondiale

2009, l’America diventa di Anna Camaiti Hostert

BOCA RATON, FLORIDA. La sala dell’auditorium è quasi piena. I signori seduti di fronte allo schermo che proietterà tra pochi secondi il film di Vittorio de Sica Umberto D sono pronti ad ascoltare l’introduzione che precede la proiezione. Nella maggior parte dei casi si tratta di informazioni biografiche sul regista, curiosità sul soggetto e particolari storici che contestualizzano il film scelto per la lezione. Questo è un corso sul cinema che si svolge nella sede della Life Long Learning Society della Florida Atlantic University, una forma di continuing education, un’università della terza età che registra almeno in questa zona e in questo periodo dell’anno un’affluenza sempre numerosa. Il corso è sul neorealismo italiano e gli autori Rossellini, De Sica e Visconti, che operano in un periodo che alcuni conoscono bene per essere stati in Italia durante la guerra o subito dopo, e per aver sentito parlare, almeno in linea generale, dei loro film. Malgrado abbia insegnato questo corso ripetutamente, questa volta c’è qualcosa di diverso nei commenti che di solito seguono questo film pieno di palpitante umanità, soffermandosi sulla delicatezza e la poesia di questo capolavoro di De Sica. Adesso si aggiungono oltre alle considerazioni sull’Italia dell’epoca quelle sull’America contemporanea. Vuoi in conseguenza della crisi che in questa zona del Paese fa sentire i suoi effetti in modo devastante, vuoi perché il film è particolarmente toccante, le domande e le riflessioni alla fine della proiezione fanno tutte riferimento alla situazione attuale e a quel-

lo che l’immediato dopoguerra ha significato per il futuro dell’Italia, con evidente riferimento a cosa sarà il futuro dell’America. Ci sarà? E come sarà? Così, alla disperazione del protagonista la cui pensione non gli permette di arrivare a fine mese costringendolo ad andare a mangiare a una sorta di mensa per i poveri e a tentare, senza successo, di chiedere l’elemosina, allude una signora di Washington. Andata a Miami a trovare la figlia e invitata a cena fuori, all’uscita del ristorante si trova di fronte due signori di mezza età che senza avere l’aspetto di una coppia di barboni, le si avvicinano. Alla signora che tiene in mano la sua doggy bag (un sacchetto che contiene gli avanzi della cena che tradizionalmente gli americani sono autorizzati a portarsi a casa) e che chiede se sono in attesa di entrare al ristorante, i due rispondono con grande vergogna e con il capo basso che in verità sperano di avere qualcosa da mangiare. «Sebbene abbia visto molti barboni in giro, drogati, alcolizzati o altro - spiega la signora - non mi era mai accaduto prima di trovarmi di fronte due signori di quell’età, apparentemente normali, chiedere cibo ed essere così umiliati e pieni di vergogna.

NEOREALISTA

La pellicola di Vittorio De Sica, proposta in una sorta di Università della terza età di Boca Ranton, ha dato origine a commenti e considerazioni sull’Italia dell’epoca e sugli Stati Uniti contemporanei

ni casi hanno perso il lavoro e anche la casa. Spesso sono tornati a vivere con loro. Altri mi raccontano che dal momento che sono qui hanno scelto di aiutare famiglie bisognose. Quindi contattati gruppi di volontariato vanno alle chiese locali o ad altre associazioni per offrire il loro aiuto. E raccontano storie da incubo. «Una famiglia di quattro persone con due bambini, il cui capofamiglia ha perso il lavoro e di conseguenza la casa, vive adesso -dice un signore venuto da Washington - in una roulotte il cui affitto mensile è di 1.100 dollari al mese. Non ce la fanno a sopravvivere e quindi vengono all’associazione a cui appartengo per mangiare e per avere altri generi di prima necessità. Potrebbero essere i mie figli e mi si stringe il cuore nel vedere la disperazione e l’umiliazione dipinta nel loro occhi. Spero davvero che Obama riesca a risolvere almeno una parte dei nostri problemi economici, perché è impensabile per me, dopo una vita passata a lavorare, vedere le nuove generazioni, il nostro futuro, così doloranti e così umiliati senza l’ombra di una speranza. E il sogno americano dove è finito adesso? C’è ancora qualcosa in cui sperare?».

Potevo essere io una di quelle persone», conclude la signora commossa. Questo commento apre spazio a una serie di considerazioni personali che riguardano la vita privata di alcuni degli spettatori. Così qualcuno racconta che anche la sua pensione è stata toccata dalla crisi. Alcuni di loro prendono i mezzi pubblici per venire a lezione o fanno car pooling, cioè vengono a lezione in gruppo invece di usare una macchina a testa, come in passato. Altri, che mi chiedono a quanto corrispondesse in dollari all’epoca una pensione come quella del protagonista, mi dicono che anche loro hanno dovuto tagliare molte spese e che cercano di aiutare i figli che in alcu-

Ancora pochi commenti sulla poesia del celebre film, e la lezione si conclude. Fuori dell’auditorium la gente continua a parlare e a dire come c’eravamo tutti un po’ dimenticati in questi anni di rapacità economica quanto essere vicini agli altri è importante. Questo film, che suscita una grande tristezza, riporta in primo piano la necessità di battersi per un mondo più equo e di dedicare il nostro tempo e le nostre energie agli altri in forme di solidarietà che, come si evince dal capolavoro di De Sica, oggi come allora sono necessarie a tutti coloro che in questa situazione hanno bisogno di non sentirsi soli e abbandonati a se stessi.


2009_02_28