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ISSN 1827-8817 81108

Uno dei pregiudizi più ridicoli

he di c a n o r c

degli uomini comuni è quello del tempo perso. Nessun tempo è in realtà perso. Le ore di ozio collaborano a formare la nostra personalità come le ore di lavoro. Forse meglio.

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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

Giuseppe Prezzolini

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Forte intervento di Bendetto XVI: «Fermare l’abominevole traffico»

L’etica da seguire per il trapianto di organi di Rino Fisichella el giro di quarant’anni, da quell’annuncio storico del dottor Barnard, sono stati compiuti realmente passi da gigante nell’ambito della terapia del trapianto. Il progresso di questi decenni ha visto aumentare la speranza di tante persone che non avrebbero potuto ritrovare il sorriso della vita se non per un atto di gratuità e di amore da parte di tanti donatori. Un dono per la vita, in questo contesto, non è uno slogan, ma una testimonianza concreta che trova riscontro in tante persone che hanno offerto realmente la loro vita perché altre vite potessero continuare. Il cammino da compiere è ancora molto e altrettanto impegno richiede il cambio di mentalità, perché si possa procedere con maggior consapevolezza nel raggiungimento di ulteriori tappe sia da parte della scienza sia nell’esperienza della donazione.

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MOBYDICK Oggi il supplemento

SEDICI PAGINE DI ARTI E CULTURA

TORNA IL NEW DEAL Il nuovo presidente propone le sue ricette contro la crisi: sgravi fiscali e rilancio degli investimenti pubblici. È la strada giusta anche per noi

Obanomics alle pagine 2, 3, 4 e 5

I dati Istat sull’innovazione

Scontri a Roma, ferito un giovane, contusi un poliziotto e una giornalista

L’Italia decade perché non fa più ricerca

L’Onda non si ferma di Franco Insardà

di Gianfranco Polillo nda su onda il mare ci porterà alla deriva...”can- i manifestanti.Tre si erano uniti al corteo sfoggiando svastiche tava Paolo Conte e la protesta universitaria ma- sulle maglie e sui caschi, ma sono stati cacciati via dagli stessi nifestazione dopo manifestazione continua a studenti. Ma i momenti di tensione maggiori si sono registrati creare problemi al governo. Il decreto legge vara- alla stazione Ostiense. Un giovane è stato colpito alla testa, altre persone sono rimaste invece contuse, tra questi un to dal Consiglio dei ministri non ha placato la poliziotto e una giornalista di Repubblica. Alcuni protesta degli studenti che ieri sono scesi in piazza in molte città italiane: da Roma a Camanifestanti hanno denunciato di essere stati colgliari, da Milano a Napoli. «La Gelmini tenta piti «dalle manganellate della polizia». La questuil recupero, ma è troppo poco - ha detto il porra in un comunicato ha ricostruito diversamente i fatti: «Non c’è stata alcuna carica da parte della tavoce della “Rete degli studenti medi”-. Il mipolizia». Un gruppo di manifestanti ad un certo nistro ha dovuto accettare alcune richieste, punto ha lasciato il percorso stabilito e si è diretto sperando probabilmente in un’operazione di alla stazione ferroviaria. Alcuni hanno tentato di recupero di consenso, ma i tagli su scuola e entrare per occupare i binari, forzando il cordone università rimangono e non viene ritirata l’indi polizia. A questo punto gli agenti - spiega semdicazione di trasformare le università in fonManifestazione dei pre la questura di Roma - sono stati costretti a redazioni private». lavoratori e degli studenti spingere il tentativo di irruzione nella stazione e a La manifestazione di Roma è stata quella che contro i provvedimenti del difendersi. Poi le acque si sono calmate. ha creato più problemi. Alla stazione Termini un gruppetto di studenti di destra aderenti a governo sulla scuola e sulla pubblica amministrazione se g ue a p ag i na 9 Blocco studentesco ha tentato di infiltrarsi tra

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seg2008 ue a p•agEinURO a 9 1,00 (10,00 SABATO 8 NOVEMBRE

CON I QUADERNI)

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NUMERO

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e da un lato Jorg Decresson, direttore del World economic study (Fmi) rassicura sui destini prossimi venturi dell’Italia, l’Istat, invece, si mostra più preoccupata. Dice il primo: le previsioni per il 2008 ed il 2009 indicano per l’economia italiana una flessione meno pronunciata rispetto ad altri paesi come Germania e Inghilterra perché questi, negli ultimi anni, erano cresciuti a ritmi superiori. C’è tuttavia“meno potenziale di crescita”per ragioni di natura demografica e “strutturale”. Ed è qui che si innestano le preoccupazioni dell’istituto di statistiche. Per il quale nel triennio 2004/2006 solo il 27,1% delle imprese italiane ha fatto innovazione e la metà di queste sono grandi aziende.

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Futuro. Il neo-presidente presenta la politica economica e prepara un nuovo assetto finanziario per gli Usa

Arriva l’Obanomics

Subito 200 miliardi di dollari investimenti per favorire la ripresa e poi una serie di sgravi fiscali. Un modello anche per noi di Enrico Cisnetto

mettiamola per un attimo di fare paragoni impropri tra l’America e l’Italia, lasciamo da parte lo humour (si fa per dire) del premier, ma anche i grotteschi “se po ffà” veltroniani. Tra le due sponde dell’Atlantico le differenze non sono mai state così ampie: e lo si vede prima di tutto per come viene gestita la transizione, con Bush che invita il suo successore a partecipare al prossimo G20 del 15 novembre. Guardiamo, invece, alla reazione dei mercati. Le Borse, si sa, non sono infallibili, anzi, ma rimangono comunque un termometro sensibilissimo degli umori generali. Così, non può non destare preoccupazione il fatto che nelle due sedute successive all’elezione di Obama alla Casa Bianca, Wall Street abbia bruciato il 10%. Certo, va detto che in concomitanza con il trionfo del candidato democratico si sono abbattuti sui listini una serie di dati macroeconomici piuttosto scoraggianti: dal crollo delle costruzioni di nuove abitazioni – sintomo che lo “sboom immobiliare”è ben lontano dalla fine – alla frenata della produzione manifatturiera, dal calo del settore dei servizi, l’unico sul quale a questo punto erano attaccate le speranze di un “atterraggio morbido” dell’economia a stelle e strisce, al crollo delle vendite al dettaglio alle nuove, pessime notizie sul fronte dell’automotive.

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Qui sopra, Larry Summers, ispiratore della politica del “dollaro forte” e consligliere di Obama per l’economia. A destra, Henry Paulson, responsabile economico dell’èra Bush e autore del piano di risanamento finanziario delle scorse settimane

Eppure, nonostante questo set di dati sconfortanti, gli analisti si aspet-

ROMA. «È una domanda a cui nessuno sa dare risposta. Forse nemmeno lui», dice Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni quando gli si chiede quale sarà la politica economica del neo-eletto Barack Obama. «La verità è che durante la campagna elettorale il candidato dei Democratici ha posto l’enfasi su obiettivi scenici e retorici, ma spiegando poco come avrebbe fatto a raggiungerli. E non credo che, vista la situazione economica, i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca saranno memorabili da quel punto di vista». Perché? Perché il tipo di provvedimenti che ha annunciato già sono molto difficili da portare nella pratica in condizioni normali. Con tutti i vincoli derivanti dal piano Paulson, che impegna a spendere 700 miliardi, l’amministrazione prossima ventura ha le mani già un po’ legate. Quindi non dobbiamo aspettarci molto dal primo anno di Obama presidente? Possiamo aspettarci realismo e prag-

Dopo l’emergenza, dovrà disegnare un nuovo modello sociale

co d’artificioIl neo-presidente sostiene che in questo modo si potranno creare cinque milioni di posti di lavoro, e forse è vero. Ma per farlo, bisognerà imporre all’economia degli extracosti che avranno un impatto contrario paragonabile, e forse superiore, sull’occupazione. Ma non è possibile che non agisca su un caposaldo della campagna elettorale. No, e infatti penso che si affiderà a schemi di riduzione delle emissioni su base volontaria, più che quelli vincolanti in stile Unione Europea, magari tramite il meccanismo dei crediti d’imposta. E credo anche che, nonostante le promesse, Obama si concentrerà anche sulla crescita dell’estrazione nazionale di idrocarburi. Certo, non come Mc Cain che aveva già promesso l’abolizione dei vincoli, ma è probabile che Barack si concentri su nuovi permessi d’esplorazione e d’estrazione. Come ho già scritto, l’ambiente è un diritto di tutti, ma l’ambientalismo è un lusso che un’economia in panne non può permettersi.

Prima la sanità, poi l’ambiente Ecco le vere sfide per il futuro colloquio con Carlo Stagnaro di Alessandro D’Amato matismo. Durante le primarie aveva promesso una riforma epocale del sistema sanitario, anche per la “concorrenza” della Clinton nel campo. Poi, nella campagna elettorale vera e propria, ha fatto qualche passetto indietro. Negli ultimi giorni prima del 4 novembre, poi, si è presentato come l’uomo che farà uscire gli Usa dalla recessione, ma rilanciare l’economia in crisi è incompatibile con il piano di spese di cui aveva parlato. È probabile che perlomeno all’inizio si dedichi piuttosto a iniziative per lo più simboliche, in attesa di tempi migliori. E andando più in là con le prospettive? Nel 2010 e nel 2011? Se l’economia uscirà dalla recessione,

Obama si troverà davanti due tipi principali di sfide: la riforma del sistema sanitario di cui parlavamo prima, e le politiche energetiche e ambientali. Per quanto riguarda la prima, credo che agirà con tagli minimali: nonostante la cattiva stampa di cui gode, il sistema americano oggi comunque funziona, e soprattutto garantisce agli Stati Uniti grandi investimenti in ricerca. E la seconda sfida? Nel programma dei Democratici ci si ponevano obiettivi davvero ambiziosi per quanto riguarda l’energia, anche se a lungo termine: tagliare l’80% delle emissioni di Co2 entro il 2050 e investire 150 miliardi nelle fonti alternative. Secondo me anche questo è un fuo-

tavano un effetto-Obama di segno opposto sui listini. Non tanto perché Wall Street tenesse per l’uno o l’altro candidato, piuttosto, perché l’election day metteva comunque fine al periodo di vuoto di potere dell’ultima presidenza Bush. Eppure questo effettotraino non c’è stato, anzi. E questa, se vogliamo, è la vera notizia. I mercati, dunque, una volta tanto sono andati controcorrente. Uscendo dal “mainstream” del giubilo generale. E se guardiamo alle sfide che la nuova Amministrazione ha di fronte sul campo economico, si capisce anche perché. Questa è la terza volta in cent’anni che un presidente si trova di fronte a una crisi così pesante. La prima era quando Franklyn Delano Roosevelt vinse la sfida su Herbert Hoover nel 1932, con il tasso di disoccupazione al 25%. La seconda, quando l’ex attore Ronald Reagan ebbe la meglio su Jimmy Carter nel 1980, e l’inflazione statunitense aveva toccato il picco del 12%. Adesso, però, la situazione che si trova di fronte il trionfante Obama è profondamente diversa. È una crisi sistemica che si compone di quattro “facce”: la recessione vera e propria con il crollo dei consumi; la questione-casa, con l’emergenza delle“disclosures”cioè di default di cittadini che hanno comprato abitazioni a debito; la necessità di ridisegnare le regole del gioco della finanza, implementando l’intero sistema di controlli al cui vertice ci sono la Federal Re-


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Ancora in dubbio la presenza del neo-eletto a Washington

Appuntamento al G-20, con Bush di Enrico Singer abato prossimo, forse, si troveranno fianco a fianco in quella che molti già chiamano la “nuova Bretton Woods”: il vertice del G-20 che, a Washington, dovrebbe ridisegnare l’architettura del sistema finanziario globale, o almeno, dovrebbe dare un primo, serio stop alla crisi e restituire un po’ di fiducia ai mercati. La presenza di Barack Obama accanto a George Bush non è ancora scontata: l’attuale amministrazione ci spera e ci sta lavorando perché servirebbe a dare credibilità e sostanza a un incontro che non può fallire, pena un effetto ancora più devastante sull’economia mondiale. Sarebbe anche giustificata dall’etichetta politica americana che richiede uno stretto coordinamento nella fase di transizione tra due presidenze. Ma Obama è prudente perché proprio in queste ore sta lavorando al suo piano per uscire dalla crisi - diverso da quello di Bush - e alla squadra di economisti che piazzerà nei posti-chiave della nuova amministrazione.Vedremo se, alla fine, il G-20 si trasformerà in una specie di G21, con una doppia rappresentanza americana: quello che conta, però, è che le strategie di Obama in campo economico si stanno chiarendo.

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Solo i mercati sono andati controcorrente: dopo una timida risalita hanno continuato a perdere. Servono iniziative immediate, senza aspettare il 20 gennaio

Soprattutto serve e la Sec; infine il settore auto che sta letteralmente in ginocchio.

A queste quattro sfide la nuova amministrazione dovrà rispondere prontamente. Non certo aspettando il 20 gennaio 2009, quando, espletati tutti i passaggi parlamentari e istituzionali, Obama otterrà i pieni poteri. E non solo gli occhi sono puntati su chi diverrà il prossimo segretario al Tesoro; la misura più necessaria è quella di una manovra espansiva immediata. Già si parla di uno “stimulus”da 200 miliardi di dollari, il quale avrà probabilmente le caratteristiche di forti sgravi fiscali unitamente a un grande intervento sulle opere pubbliche. Si tratta delle più classiche manovre keynesiane, il cui impatto del resto è comprovato da simulazioni e analisi. Secondo Moody’s, infatti, in questa situazione ogni dollaro investito in spesa pubblica – per investimenti, beninteso – si trasformerebbe in 1,5 dollari di aumento del pil procapite, il quale a sua volta si traduce in un aumento di 40 centesimi di dollaro di entrate fiscali. Ecco, se proprio vogliamo essere tutti“amerikani”, qui sarebbe il caso che gli emuli nostrani di Obama – anche quelli nel centro-destra, diventati numerosi con l’aumentare delle probabilità di vittoria – guardassero una volta tanto agli Usa. L’Italia, infatti, avrebbe lo stesso identico bisogno di un grande piano di investimenti uni-

to a un drastico ma selettivo ridimensionamento della pressione fiscale. Un “piano Marshall” che dovrebbe poter contare su una dotazione anche in questo caso di 200 miliardi di euro. Cifra colossale ma realistica, e ricavabile dalla razionalizzazione della previdenza (mettendo mano finalmente alla riforma delle pensioni), della sanità (ritorno al sistema mutualistico e sottrazione alla fallimentare gestione regionale), da un abbattimento del colossale debito pubblico e dunque della spesa per interessi, infine dallo stop al federalismo che moltiplica i centri di spesa con relativo colpo di scure su province e enti inutili.Tutte queste operazioni, sommate, porterebbero ai 200 miliardi che ci servono per rilanciare l’economia e invertire il trend di declino trentennale in cui ci troviamo. Se proprio dobbiamo scimmiottare Obama, dunque, cerchiamo di prendere esempio dalla politica economica di un Paese non proprio comunista. Anche se, a ben guardare, un’altra similitudine mi viene in mente: quella di una grande, schiacciante vittoria elettorale, con molte attese da parte degli elettori e uno scenario economico pesantissimo con cui confrontarsi. Attese in buona misura deluse, nel caso italiano. Per l’America, speriamo che sia un altro film. E che le Borse abbiano esagerato con lo scetticismo. (www.enricocisnetto.it)

se

sarà

nostra moneta: il giorno in cui scendesse al punto da renderla secondaria, lo perderemmo». Il direttore dell’intelligence notava che Iran, Libia e Siria non vogliono più essere pagati in dollari, che il Kuwait ha disancorato dal dollaro la sua moneta, che la sua debolezza ha ostacolato la ricostruzione in Afghanistan e in Iraq, che la Russia ha ipotizzato un rilancio dell’area del rublo. Ed è difficile negare che la crisi che ha colpito banche e Borse sia stata moltiplicata dagli effetti del dollaro debole sull’economia reale: americana e non. Come è dimostrato anche dal fallimento delle contromisure messe fin qui in atto. A cominciare dal taglio dei tassi d’interesse che, se in Europa sono scesi al 3,25 per cento, negli Usa sono addirittura all’1 per cento.

Proprio i keynesiani dicevano «l’acqua c’è, ma il cavallo non beve» per spiegare che la riduzione dei tassi - e quindi la teorica abbondanza di liquidità disponibile serve a poco se imprenditori e investitori non se la sentono di ricorrere al credito. Gli investimenti, secondo Keynes, dipendono dalle prospettive di profitto e non dal tasso d’interesse. E la verità è che la crisi finanziaria è già diventata crisi dell’economia reale, come le ultime stime del Fmi e della Ue, che parlano di stagnazione, dimostrano. Questo a Barack Obama sembra essere già molto chiaro e tutta la rosa dei nomi della sua possibile squadra economica - da Summers all’ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, a Tim Githner, capo della Fed di NewYork - conferma che la rottura, rispetto alla politica di Bush, sarà netta.

Si prepara una nuova politica del “dollaro forte”, ispirata dall’ex ministro della stagione Clinton, Larry Summers

Larry Summers il successore di Henry Paulson al Tesoro. Già responsabile di questo dicastero sotto la presidenza Clinton, Chief economist della Banca mondiale, rettore di Harvard fino al 2006, Summers è uno dei più decisi sostenitori del dollaro forte, convinto che la salute economica degli Usa si misura nel giusto equilibrio tra il“settore reale” (il mercato dei beni) e il “settore monetario” (il mercato finanziario), proprio come sosteneva John Maynard Keynes. Bush e i suoi - compreso Paulson, autore del piano di salvataggio della finanza Usa hanno seguito tutt’altra strada lasciando deprezzare il dollaro per rilanciare le esportazioni Usa e rendere più care le importazioni. Il dollaro debole è stato lo strumento del protezionismo in stile Bush: non potendo imporre dazi, la Casa Bianca ha lasciato la moneta in caduta libera.

Più che dall’eplosione della bolla dei mutui subprime, la crisi che stiamo vivendo dipende in buona parte dall’utilizzo spregiudicato della leva monetaria. Già nel febbraio di quest’anno, quando nessuno immaginava quello che stava per accadere, Michael McConnell, il direttore dell’intelligence americana, nel suo annuale Rapporto sulle minacce alla sicurezza nazionale indicava il deprezzamento del dollaro come uno degli elementi di maggiore pericolo. «Il nostro primato nel mondo - scriveva McConnell - non dipende soltanto dalla forza militare, ma anche dal valore della

L’Europa lo spera e, ieri, ha preparato il G-20 con un vertice straordinario a Bruxelles. Più che un summit, è stata una specie di benedizione prima di partire per una battaglia alla quale Nicolas Sarkozy vorrebbe presentarsi come rappresentante di tutti i ventisette Paesi della Ue anche se a Washington, tra una settimana, ci sarano anche Merkel, Berlusconi, Brown e, forse, Zapatero. Dai Ventisette è uscito un auspicio - che il G-20 «prenda decisioni forti» - e un documento non ufficiale di tre pagine che contiene le principali proposte di Sarkozy: prima di tutto dare maggiori poteri al Fondo monetario internazionale. Che è guidato dal francese Dominique Strauss-Kahn. Ma questa idea di Sarkozy si scontra con l’attuale assetto delle massime istituzioni monetarie internazionali che vede quest’ultima in posizione preminente perché depositaria del “tesoro”da distribuire. E, guarda caso, è guidata dall’americano Robert Zoellick. La nuova sintonia dell’Europa con l’America di Obama avrà subito un terreno su cui misurarsi.


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La grande mutazione. In questi giorni si è fatto un grande uso della parola speranza, ma a ben vedere è solo un esorcismo della disperazione che oggi prevale

Neanche Obama può salvarci L’Occidente è ormai un cimitero di buone intenzioni e la decadenza delle sue nazioni sembra inevitabile di Gennaro Malgieri on credo si dovesse attendere l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti per renderci conto che la Grande Mutazione, come suggestivamente la definisce Ferdinando Adornato, caratterizzi la nostra epoca, gli inizi di questo secolo che fanno presagire tormenti e disperazioni. Non credo, francamente, che il cambiamento vada nel senso che molti indicano e, legittimamente, sperano. Il disordine mondiale è quello tipico della fine dei grandi imperi, del tramonto dei cicli storici. Noi ci agitiamo, impauriti e confusi, sul crinale della decadenza. Abbiamo coltivato per troppo tempo illusioni ottimistiche per adattarci alle loro conseguenze nefaste. Il realismo è stato bandito da oltre due secoli e la nostra visione del mondo è stata improntata ad un messianismo utopistico puntellato da rivoluzioni disumane che hanno scarnificato l’uomo riducendo la sua essenza a materialità fragile e corrompibile. L’inseguimento dell’effimero, manifestatosi nelle forme dell’edonismo e dell’eudemonismo, ha fatto smarrire la strada soprattutto agli occidentali che avevano la pretesa, coltivata soprattutto dai razionalisti, dagli scientisti, dagli illuministi, di guidare i processi mondiali e, sostanzialmente, egemonizzarli. Contando sull’inesauribilità delle risorse e delle potenzialità a loro disposizione. Oggi ci si accorge che non è così; che non può essere così. E la disperazione avvolge il Mutamento. Non è la speranza che va inseguita, ma una fattività quasi titanica per non soccombere a noi stessi.

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L’America, sia pure con le migliori intenzioni, non è riuscita a costruire un impero, in senso romano, posto che l’accostamento è stato più volte autorevolmente tentato. Essa ha esportato modelli, ma non ha assimilato culture. E spesso queste le si sono rivoltate contro non riconoscendole alcuna leadership mondiale se non quella economica e militare. Ma per primeggiare nel mondo e resistere non basta la potenza e nemmeno la pretesa di considerarsi la migliore democrazia del mondo (fino a cinquant’anni negli Stati Uniti si

Dagli Stati Uniti è arrivato un segnale sul futuro dell’integrazione

Ma ha vinto l’uomo globalizzato di Giuliano Cazzola l 4 novembre il mio voto virtuale sarebbe andato a John Mc Cain, anche se da tempo mi ero reso conto che avrei perduto un’ulteriore battaglia. Mi ero convinto, infatti, che sul senatore dell’Arizona si sarebbero scaricate le conseguenze della crisi finanziaria e le responsabilità dell’Amministrazione Bush. Riflettendo ulteriormente ho capito, invece, che nelle elezioni presidenziali americane si è giocata una partita assai più complessa. Innanzi tutto, la vittoria di Barack Obama ricorda quella della Nazionale italiana ai Mondiali di calcio. Il match decisivo, però, è stato quello con la Germania. Così è avvenuto per Obama: nel suo caso la competizione vera l’ha svolta con Hillary Clinton.Vinta quella sfida, ci voleva poco a capire come sarebbe finito lo scontro con Mc Cain. Bastava riflettere sul profilo dei due personaggi mettendoli a confronto con la società americana di oggi (che anticipa, neanche troppo, la società e i valori del mondo sviluppato dell’emisfero settentrionale). Il candidato repubblicano è un eroe del Vietnam, una guerra lontana nel tempo, dal momento che una parte – forse maggioritaria della popolazione americana – in quegli anni non era ancora nata o era troppo piccola per conservarne un qualche significativo ricordo. Peraltro, la memoria di quella tragica guerra che divise le coscienze della grande nazione americana è già stata archiviata da tempo. Basti pensare che gli Usa hanno già eletto un presidente come Bill Clinton che per sottrarsi alla chiamata alle armi scappò all’estero (mentre George W. Bush evitò di andare in prima linea). Che cosa può dire all’America di oggi la famiglia di Mc Cain? Una stirpe di ammiragli inflessibili, pronti a fare il proprio dovere ad ogni costo e a combattere il nemico anche se il figlio ne è prigioniero e rifiuta di essere salvato se non insieme ai

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propri commilitoni; una madre che ricorda la fermezza e le virtù delle matrone della Roma repubblicana quando, consegnando lo scudo al figlio in partenza per la guerra, affermavano: «Torna con questo o su questo!». Barack Obama, invece, è un uomo dei suoi tempi. Come tanti. In pratica, non ha mai avuto una famiglia. E neppure delle radici vere. Ha dovuto farsele prestare. Non rappresenta nemmeno la tradizione afroamericana. Ha soltanto la pelle nera. Un colore che gli viene da un padre africano, passato per caso negli States, presto rimpatriato in Kenia, dove, giustamente festeggiano l’elezione di uno di loro alla carica più importante del mondo. Obama non sa che cosa sia stata la discriminazione razziale e quali sofferenze abbiano vissuto i veri afroamericani, discendenti da quei milioni di schiavi che, rapiti dalle loro terre, hanno subito fino a pochi decenni or sono una condizione maledetta di discriminazione e di segregazione. Quando Obama è venuto sulla terra quella pagina dolorosa si stava chiudendo. A voler fare dei paragoni con la realtà europea, Barack Obama è un extracomunitario. Più che un risarcimento per un passato di privazioni, il presidente eletto costituisce un’indicazione per ciò che sarà il futuro, alla luce della globalizzazione, che non ha messo in circolazione solo i capitali e le merci, ma anche le persone. L’«abbronzatura» di Obama è il colore della pelle che avranno i cittadini di un mondo sempre più integrato, in cui le differenze di razza peseranno sempre meno. Al di là dei pregiudizi. Guai, allora, a circoscrivere l’effetto Obama nel subcontinente americano. Gli Usa ci anticipano di qualche decennio. Non dobbiamo attendere molto per avere, da noi, il figlio di immigrati romeni candidato a sindaco di un’importante città del Nord. Magari in una lista della Lega.

John McCain ha perso anche perché ha proposto un modello famigliare legato a un passato che tutti sentono lontanissimo

praticava la segregazione razziale ed oggi è ancora mostruosamente attiva la mannaia del boia) al punto di avere la pretesa di esportarla con le armi, senza considerare che le “democrazie degli altri” non sono peggiori né migliori, sono semplicemente diverse. Così come tutte le culture sono differenti e perciò ricche e dunque non omologabili. La decadenza comincia quando si vuole uniformare il mondo, renderlo simile a chi ritiene di avere un pensiero migliore da proporre come modello universale. Perfino la Chiesa, la cui universalità è spirituale e non materiale, ha

compreso da secoli che l’uguaglianza sostanziale si fonda sul riconoscimento delle sensibilità diverse. Sensibilità all’interno delle quali ci sono spazi per comprendere liberamente quali possono essere i percorsi di una “nuova amicizia” e, dunque, di una “umanizzazione” praticabile nell’economia, nello sfruttamento delle risorse, nella redistribuzione delle ricchezze, nell’alleanza contro chi vorrebbe accaparrarsi il destino della Terra per farne un uso improprio.

La Grande Mutazione ha avuto inizio con la disumanizzazione

dei rapporti con Dio, con la Natura, con le Religioni, con le Culture. Lo spirito della decadenza si è impossessato del nostro presente e del nostro avvenire. Manifestando la sua vitalità con l’invadenza della tecnica i cui tentacoli hanno avvolto le nostre esistenze fino ad annullare l’umanismo che, per quanto già corrotto dal razionalismo, comunque, almeno fino agli albori del Novecento, riusciva a difendersi. L’America di Obama, e oltre Obama, sarà in grado di invertire questa rotta? Ne dubito fortemente. Non perché sia impossibile, e dunque semplice, secondo

l’equazione di Adornato, ma per il semplice fatto che i meccanismi mondiali innescati negli ultimi cento anni hanno trasformato il tessuto umano come un organismo geneticamente modificato. E lo hanno reso irriconoscibile. Aprire le porte alla speranza è un esercizio che soltanto la fede può consentire. Ma oggi chi l’alimenta la fede, i fondamentalisti islamici, gli “atei devoti”, gli scettici di tutti colori, gli egoisti di Wall Street, gli avidi dediti a coltivare la religione dell’usura, i predatori del clima, dell’acqua, dell’ambiente? Il fallimento delle grandi organizzazioni mondiali nel disperato tentativo di gestire le crisi e costruire nuovi equilibri, dovrebbero ricordarci che soltanto ricominciando da ciò che è piccolo è possibile allargarsi alle dimensioni planetarie fino a costruire quella “responsabilità globale” della quale parlava l’altro giorno Adornato. E questa è la sola speranza che mi sento di nutrire anche se tutto congiura contro di essa: gli Stati si liquefanno, i popoli perdono identità, le nazioni si agglutinano fino a diventare poltiglie nelle mani di burocrati che ne organizzano l’esistenza, i rapporti, le esigenze economiche e sociali. Non so se il mondo sia davvero cambia-


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Fra le telefonate di Obama ai leader, manca Palazzo Chigi

E il nuovo presidente non chiama Berlusconi di Vincenzo Faccioli Pintozzi eve essere l’aria di Mosca, frizzantina mocrazia e di libertà quando non infrange i e balsamica nel periodo che precede principi di civiltà e il rispetto dei diritti. Ciò, in l’arrivo del cupo inverno russo, ma il questa occasione, purtroppo non è stato, travaprimo ministro del governo italiano licando quei limiti che ogni giornale, quale sia sembra in preda a un delirio. Fatto di frasi la sua posizione politica, dovrebbe rispettare». quantomeno infelici e repli“Coglioni” (e qui, di nuovo, che come minimo volgari, una citazione presidenziale) che sembrano una fotocoanche loro? Può essere. pia dell’atteggiamento teTuttavia, per tornare al nonuto dal suo amico Vladistro presidente del Consimir nei confronti di opposiglio, la grande pacca sulla tori e Paesi nemici. Soltanto spalla con cui ha risolto tutte che neanche il più spiritoso le controversie internazionaPutin sarebbe arrivato mai li dell’Italia sembra, a conferire ai politici della questa volta, aver sua sparuta oppofallito: Berlusconi sizione la “laurea non è stato infatti del coglione” (parocompreso nel giro le testuali del predi telefonate che il mier) che Berluscopresidente demoni ha ieri assegnato cratico ha dedicad’ufficio al Partito to ai leader mondemocratico e a tutti diali. Certo, non quegli italiani che sarà mica per hanno inviato mesuna minuzia cosaggi di scuse al preme quella battusidente eletto Barack ta – che tra l’alObama. Oltre 48 pagitro avrà fatto ne del sito del New sganasciare York Times prese letogni bravo abbronzato che teralmente d’assalto vive nel nostro Paese – che il La “raffinata” vignetta dai nostri connazionali, che cellulare presidenziale ha saldi Forattini pubblicata hanno pregato il futuro intato il prefisso italiano. Sarà ieri l’altro su “La Nazione” quilino della Casa Bianca di stata una dimenticanza, un non dare retta a chi – sempre errore di connessione, la il Berlusca – lo ha definito scheda scarica, una congiura «giovane, bello e abbronzaorchestrata dai comunisti per to». Saranno tutti messaggi cercare di interrompere sul inviati da coglioni? Certo, danascere una nuova, grande alta la legge dei grandi numeri, leanza tagata Silvio. O forse il ci si può aspettare che un poco tempo a disposizione di buon numero di missive siaObama, che per i consigli che BAGHDAD. In un messaggio no state firmate da persone Berlusconi è pronto a fornirdiffuso su internet, al Qaeda, non propriamente brillanti. gli perché «più anziano di lui» in Iraq, esorta «i nuovi capi Ma questa è la maggioranza (e sono sempre parole sue) della Casa Bianca e i loro alche ha eletto il governo. Per avrà bisogno di un giorno di leati dei Paesi cristiani: connon parlare poi del magister video-conferenza. Come un vertitevi all’Islam». Il meselegantiarum Giorgio ForatPostalmarket qualunque. saggio è firmato da Abu tini, che in una sobria vignetQuello che comunque colOmar al Baghdad «emiro ta pubblicata su La Nazione dello Stato Islamico in Iraq», raffigura Obama a letto con pisce veramente, aldilà della una associazione di gruppi la Statua della Libertà e un volgarità e della mancanza terroristici guidati dal ramo basito Bush che la accusa di di tatto, è vedere come anche iracheno di al Qaeda. Ma averlo tradito «con il magi grandi statisti possano innon basta, il messaggio progiordomo negro». vecchiare. Non sarebbbe giusegue così: «Americani, ritisto dimenticare l’operazione Una vignetta così poco spirate le vostre truppe dai no“cascamorto”con cui ha constri paesi e non entrate più quistato la simpatia dei finritosa che persino il coordinei nostri affari», riferendosi landesi, o la proposta di lavonamento dei comitati di redaevidentemente alla situazioro all’eurodeputato Schultz, zione della Poligrafici editone irachena. Il titolo del mesa cui propose il ruolo di riale – ovvero le redazioni di saggio, comunque, anche se Kapò in una fiction. Fino a Quotidiano Nazionale, il Renon fa riferimento a Obama qualche anno fa, il nostro sto del Carlino, La Nazione e è eloquente: «Messaggio ai premier avrebbe rapidamenIl Giorno - ha espresso in una governanti della Casa Biante inquadrato la situazione e nota «fermo e totale dissenso ca» e minaccia gli americani, si sarebbe presentato a Wanei confronti della vignetta affermando che «se contishington per conoscere il pubblicata dai giornali del nuerete a perseverare nei vonuovo amico con indosso Gruppo a firma Giorgio Fostri errori, sarete puniti come una larga maglietta da giocarattini e dedicata alla eleziolo siete stati in passato». tore di basket e un catenozzo ne di Barack Obama». «La d’oro. Un presidente-rapper. satira è un’espressione di de-

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Scoppia il caso a “La Nazione”: la vignetta di Forattini supera tutti i limiti di civiltà

to o stia per cambiare. Riconosco nella ciclicità della storia i ritorni, le epifanie, la decadenza. Il mondo moderno è un cimitero di buone intenzioni fondate sull’idea di un’amicizia globale. Ma se nessuno si è davvero ingegnato per costruirla, come possiamo ancora crederci. E, soprattutto, quali strumenti abbiamo per costruirla?

I conservatori sono gli ultimi realisti in circolazione. Ma non è detto che non si sbaglino anche loro, e spesso purtroppo. Soprattutto quando si allontano alla concretezza e cedono alle suggestioni. Dovrebbero ricordare le vecchie lezioni che opponevano altre generazioni di conservatori ai razionalisti. Nel definire la vocazione del conservatorismo, Gerd-Klaus Kaltenbrunner diceva che «il conservatore ha tenuto fede alla sua vocazione se non intende ciò che solo egli può realizzare come una mera conservazione dei fragili resti di ordinamenti passati, ma come un originale contributo a un nuovo ordine che non solo non è distrutto ma è connesso con la vita. Pronto a conservare fedelmente ciò che la storia ha tramandato e a tener testa senza panico alle novità, egli può essere visto come il vero rivoluzio-

nario d’oggi, a differenza dei sedicenti tali. La tetraggine che si rimprovera al conservatore non è presente nella sua natura, poiché questa è portata ad interpretare le più gravi distruzioni della storia come ritmi stagionali di un più grande ciclo di rinascite e di rinnovamenti, e a prendere dal passato non la cenere ma il fuoco». I cosiddetti neo-conservatori che con le loro fumisterie hanno avvelenato la Casa Bianca negli ultimi otto anni, sono stati i “traditori” di quel conservatorismo che avrebbe potuto generare un nuovo equilibrio arginando i puerili egoismi di una grande potenza. Che Obama debba svolgere il lavoro del conservatorismo negato è un paradosso della storia, non solo americana. Ma lui, se vorrà davvero rigenerare l’America e contribuire a stabilire nuovi equilibri planetari, dovrà riconoscere i progressi della decadenza e ridare un ritmo umano alla nuova storia che già vede soggetti inimmaginabili fino ad un decennio fa diventare protagonisti. Perciò classificarlo con le stantie categorie della politica europea significa porre le premesse dell’incomprensione. E questa è sola speranza che mi anima. Con qualche malinconia di troppo.

Scrive al Qaeda: «Convertitevi e andateve via»


economia

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Controindicazioni. Un prezzo altissimo per la Bad company e il Tesoro, che si accolleranno i debiti

Alitalia, eredità da 3 miliardi di Francesco Pacifico

ROMA. Le previsioni più rosee ipotizzavano un esborso di 300 milioni di euro. Così alla Magliana si sono molti sorpresi quando Cai ha offerto un miliardo di euro per Alitalia. A far cambiare idea a Colaninno pare sia stata una valutazione più alta del previsto da parte dell’advisor Banca Leonardo. E tanto basta al commissario Augusto Fantozzi per sperare – manleva o meno – di evitare azioni di responsabilità da parte dei soci. Problema che potrebbe comunque porsi, visto che Cai non offre un euro per gli slot. «E che», spiega Andrea Giuricin, ricercatore dell’Istituto Bruno Leoni, «valgono fino a 800 milioni, 150 soltanto quelli per la rotta Roma e Milano». Ma il miliardo in totale impegnato da Cai – 350 milioni di euro cash, il resto accollandosi debiti – non alleggerisce granché il passivo che resterà alla bad company. Cioè del contribuente. Un conto che nei prossimi sette anni – gli anni di durata della cassa integrazione per gli esuberi – potrebbe oscillare tra i due e i tre miliardi di euro. Senza contare ulteriori costi indiretti (perdite in termini fiscali o risarcimenti ai soci) a carico del Tesoro. «È difficile fare una stima precisa», spiega Carlo Scarpa, economista dell’università di Brescia che a settembre, sulla Voce.info, ha lanciato una stima soltanto per le passività di 2.900 milioni di euro, «E lo sarà fino a quando non sarà chiarita nei dettagli la proposta di Cai. Solo allora si capirà quanti asset e quanto personale resteranno alla bad company». A quanto si sa Alitalia – tra le passività – annovera 1.119 mi-

in breve Garlasco, scoppia la ”guerra legale” I genitori di Chiara Poggi, la ragazza uccisa nella sua abitazione di Garlasco il 13 agosto 2007, avrebbero intenzione di presentare una querela per calunnia a contro uno dei legali di Alberto Stasi, il professor Angelo Giarda. Il motivo? In un’intervista televisiva ad «Iceberg Lombardia», una trasmissione di Telelombardia, l’avvocato del 25enne accusato del delitto ha sostenuto che la fidanzata di Alberto era a conoscenza delle foto pedopornografiche che il ragazzo custodiva nel suo computer.

Ricerca, Napolitano promuove il governo

Il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi lioni di euro di debiti finanziari, mentre i debiti industriali verso i fornitori sarebbero vicini a 1.500 milioni. Se non bastasse, Fantozzi rischia di ripagare il prestito ponte da 300 milioni concesso dallo Stato.

da trovare un altro miliardo. Ma il condizionale è d’obbligo: le modifiche alla Marzano di fatto permettono al commissario di evitare il concordato preventivo e garantiscono soltanto i creditori finanziari. Per i for-

La bad company avrà, quindi, in capo debiti pari a 3 miliardi. Il suo commissario può fare fronte a questa cifra sfruttando il miliardo garantito da Colaninno, al quale potrebbero aggiungersi altri 500 milioni incassati vendendo asset e mezzi non voluti da Cai (Atitech, la Cargo come i Boeing MD80) e – se fosse confermata la posizione finanziaria al 30 settembre – 527 milioni tra cassa e crediti. In totale 2.028 milioni euro. C’è

La compagnia di bandiera ha passività per 2,7 miliardi, mentre la cassa integrazione costerà un altro miliardo. Non sufficienti i fondi stanziati da Colaninno e soci. Un salasso per i contribuenti nitori poche certezze. Ma anche azionisti – titoli per 300 milioni di euro in mano ai piccoli risparmiatori e fondi – e sottoscrittori di obbligazioni – come i 715 milioni in Mengozzi bond – potrebbero avere sor-

Cresce la tensione nel fronte del no a Cai. Sequestrati tre aeromobili

E i piloti iniziano lo sciopero bianco ROMA. C’è già chi parla di sciopero bianco, se non di sabotaggio. Fatto sta che i piloti del fronte del no a Cai – i quali non a caso hanno chiesto di essere convocati dal governo – è pronto a far saltare la pax sindacale che alla Magliana dura da quasi due anni. Prima un sms inviato giovedì sera per mobilitare le truppe quindi i leader di Anpac e Up che – nei briefing dei piloti d ieri mattina – hanno dato il la per la protesta: infatti le sigle autonome hanno deciso che i loro assistiti applicassero alla norme quanto previsto dal manuale operativo. Il che si traduce in un atteggiamento più rigido sulle procedure che causa ritardi sulle tabelle delle marce. Ne hanno fatto le spese, per esempio, i passeggeri del volo Malpensa-Roma delle 12.30 partito con

più di un’ora di ritardo per un controllo più accurato del solito. Ma la situazione nei prossimi giorni potrebbe peggiorare: le cinque single del fronte del no (Anpac, Up, Avia, Anpav, Sdl) aderiranno allo sciopero del trasporto aereo proclamato per il 25 novembre dai Cobas. Intanto il commissario di Alitalia, Augusto Fantozzi, ha annunciato che venerdì scorso sono stati sequestrati tra aerei della compagnia, però subito resi operati con un ricorso al Tar. A breve il ministero del Lavoro convocherà tutte le sigle per discutere del piano mobilità e degli ammortizzatori sociali per i lavoratori in esubero. Martedì invece i confederali e l’Ugl riprenderanno a discutere con Cai sui contratti di lavoro.

prese. Spiega l’economista Scarpa: «I bond dovrebbero essere garantiti dal Tesoro, ma come le azioni dovrebbero essere rimborsati attraverso il fondo per risarcire le vittime dei crack finanziari. Bene, non c’è

ancora il decreto di attuazione e a oggi i fondi non sufficienti per crack come Cirio, Parmalat o i bond argentini». Se Fantozzi deve trovare almeno un miliardo, lo Stato potrebbe fare altrettanto. Soprattutto per gli ammortizzatori sociali. Sacconi dice che saranno attivati soltanto per 3200 lavoratori. Siccome un dipendente di Alitalia guadagna in media 44mila euro, la spesa per i prossimi 7 anni dovrebbe essere di poco inferiore al miliardo. Ma gli esuberi saranno maggiori, visto che Cai assumerà 12mila unità sulle quasi 18mila di Alitalia e le 3mila di Airone. Non resta che drenare personale nella vendita di asset non voluti da Cai. Ma se, come si profila per Atitech (centro per la manutenzione degli obsoleti MD80 con 500 operai), a comprare fossero controllate del Tesoro come Finmeccanica o Fintecna, pagherebbe sempre il contribuente. Intanto gli italiani pagano già due euro in più su ogni biglietto: serve per finanziare il fondo di solidarietà volo quasi vuoto.

”Positivo” il decreto legge varato dal governo in materia di ricerca. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Quirinale celebrando la Giornata per la ricerca sul cancro. «Spero - ha auspicato il Capo dello Stato -che su queste linee sia possibile un ragionevole confronto tra forze sociali, culturali e politiche in vista di un limpido sforzo comune».

Trasporti, domenica di sciopero È confermato lo stop di 24 ore di treni e mezzi pubblici dalle 21 di domenica 9 novembre alle 21 di lunedì 10 indetto da Filt-Cgil, FitCisl, UilTrasporti, UglTrasporti, Orsa Trasporti, Faisa e Fast. Sciopero legato alla vertenza per il nuovo ”contratto unico della mobilità”per gli addetti al trasporto locale e ferroviario, ed ai servizi.

Bagarre Pd-Gasparri su elezione Obama Un manifesto con il viso di Maurizio Gasparri in primo piano e un fumetto con la frase del capogruppo al Senato della Pdl sulla soddisfazione di Al Qaeda per l’elezione di Obama. Al centro una fascia rossa: ”Vergogna”. E il commento: «Il mondo esulta, la destra diffama». Firmato Pd. E da qui, tra maggioranza e partito democratico, si scatena una guerra di parole, con gli esponenti del Pdl pronti a definire ”terroristi” quelli del partito avversario.


società

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La Chiesa e i trapianti. Benedetto XVI condanna la vendita di organi e invita i medici a espiantarli solo a morte avvenuta

«Fermare l’abominevole traffico» di Francesco Rositano l Papa condanna il traffico di organi, definendolo una pratica abominevole. «Gli abusi nei trapianti e il loro traffico - ha affermato Benedetto XVI- che spesso toccano persone innocenti quali i bambini, devono trovare la comunità scientifica e medica prontamente unite nel rifiutarle come pratiche inaccettabili. Esse pertanto vanno decisamente condannate come abominevoli». Un intervento forte quello di papa Ratzinger, che ieri - ricevendo in Vaticano i partecipanti al Congresso internazionale Un dono per la vita, promosso dalla Pontificia Accademia della Vita - si è soffermato sull’importanza di questa pratica considerata «come una forma peculiare di testimonianza della carità». Certo, anche un gesto nobile come questo, ha sottolineato il Papa, può offendere la dignità umana se non viene adottato all’interno di sicuri riferimenti etici. No al traffico di organi dunque, ma ferma opposizione anche alla semplice idea di considerare l’embrione come ”materiale terapeutico”. «Essa - ha continuato papa Ratzinger - contraddice le basi culturali, civili ed etiche su cui poggia la dignità della persona». Poi Benedetto XVI ha affrontato la delicata questione dell’espianto e, rivolgendosi ai partecipanti al Congresso, ha sottolineato l’importanza del consenso informato da parte dei parenti dei pazienti di cui sia stata accertata la morte. Un consenso fondamentale per evitare che «il trapianto abbia la caratteristica di un dono e non sia interpretato come un atto coercitivo o di sfruttamento». A quel punto, il Papa è entrato nel merito delle regole morali da rispettare in questi casi, sostenendo che «i singoli organi vitali non possono essere prelevati che ex cadavere, il quale peraltro possiede una sua dignità che va rispettata». Il punto è chiaro, come poi ha aggiunto: «La via maestra da seguire, fino a quando la scienza giunga a scoprire eventuali forme nuove e più progredite di terapia, dovrà essere la formazione e la diffusione di una cultura della solidarietà che si apra a tutti e non escluda nessuno. Una medicina dei trapianti corrispondente a un’etica della donazione esige da parte di tutti l’impegno a investire nella formazione e nell’informazione, così da sensibilizzare sempre di più le coscienze verso una problematica che investe direttamente la vita di tante persone».

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Il monito del Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Quale etica per i trapianti di Rino Fisichella segue dalla prima La Pontificia Accademia per la Vita, da sempre sensibile ad affrontare tematiche che riguardano i problemi attualmente presenti sul tappeto della storia, ha ritenuto utile una riflessione sul tema del trapianto di organi. Le problematiche che si raccolgono intorno a questo tema spaziano da quelle propriamente mediche ed etiche a quelle di carattere sociale, culturale e politico. Ringrazio di cuore l’Internazional Federation of Catholic Medical Associations nella persona del suo Presidente il prof. Josè Maria Simon de Castellvi e il Direttore del Centro Nazionale Trapianti Italiano, il prof. Alessandro Nanni Costa per avere accolto l’invito a collaborare in questa impresa. Siamo certi che gli effetti della collaborazione tra questi tre centri potrà essere una positiva provocazione per quanti guardano a queste giornate con interesse scientifico, con curiosità intellettuale e, forse, anche con trepidazione per comprendere sempre maggiormente quanto la complementarità degli apporti sia una ricchezza non solo per la scienza ma per ogni espressione che crea cultura.

alla compravendita di organi umani e a un traffico clandestino che miete vittime innocenti spesso in tenera età soprattutto dai Paesi più poveri. Questa assurda quanto disumana pratica crediamo che debba essere combattuta con forza e vigore perché non è ammissibile che la vita, o migliori condizioni di vita, possano dipendere da un prezzo di mercato. Con altrettanta preoccupazione stiamo seguendo proposte di legge presenti in alcuni Paesi che tendono a legiferare in

traverso il passaggio per la gratuità si può giungere allo sviluppo di una personalità capace di amare. Certo, in un contesto culturale che sembra sempre più segnato dallo slittamento dal desiderio al diritto e da una comprensione del rapporto interpersonale determinata dal possesso, risulta difficile far comprendere l’importanza del dono e della gratuità di cui tutti, nessuno escluso, è debitore verso qualcun altro. Dalla vita al linguaggio che parliamo, dalle stagioni che attraversano la nostra vita all’incontro con le persone che amiamo… tutto è segnato dal mistero della gratuità e dalla dimensione della dipendenza.

Una società che vuole porsi nell’orizzonte di una genuina democrazia deve essere capace di debellare fin dall’inizio ogni forma latente di imbarbarimento della propria vita sociale

Se, da una parte, la tecnica del trapianto si è imposta come un bene da perseguire per corrispondere al diritto alla salute che ognuno possiede, dall’altra, la carenza di donatori dinnanzi alla sempre più numerosa richiesta dei pazienti mostra con evidenza alcuni limiti che a diverso livello si stanno imponendo sempre più spesso all’attenzione di tutti. Guardiamo con forte preoccupazione

materia di trapianti di organo legittimandone la compravendita. Non si combatte il traffico clandestino con la legittimazione per legge.Tanto ci appare iniquo il traffico di organi tanto ci rende fortemente sospettosi la compravendita permessa dalla legge. Se la donazione degli organi esce dal contesto della gratuità non vediamo altra strada che possa essere perseguita diversa da quella della violenza. Una società che intende guardare con fiducia al futuro e che vuole porsi nell’orizzonte di una genuina democrazia deve essere capace di debellare fin dall’inizio ogni forma latente di imbarbarimento della propria vita sociale. È compito primario delle diverse istanze che operano nella formazione delle nuove generazioni aiutare a comprendere che solo at-

Si potrà avere di questo una consapevolezza più o meno sviluppata, lo si potrà accettare o meno, ma resta un principio antropologico fondamentale da cui non si può prescindere. Lo sforzo che siamo chiamati a compiere, pertanto, dinnanzi a un tema come quello della donazione di organi è puntare a una formazione capace di far percepire e vivere il dono della gratuità. Abbiamo tante testimonianze credibili di questa dimensione il cui elenco di nomi è realmente innumerevole. Una cultura della donazione vive di testimonianza non di parole. Di questo dobbiamo averne certezza esistenziale così come abbiamo certezza dei molti traguardi raggiunti dalla scienza medica.

Quello pronunciato in queste pagine è l’intervento di monsignor Rino Fisichella al Convegno “A Gift for life” promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita


politica

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Successioni. Ora Gianfranco teme di essere il McCain del 2013, raccontano dentro An. E il suo tardivo sussulto sembra inutile

Fini, l’ora del rimpianto Il presidente della Camera insisterà con i richiami Ma è isolato: i suoi guardano ormai solo a Silvio di Errico Novi

ROMA. Tutto è racchiuso in un assioma: An non esiste più. È la debolezza fatale di Fini, ma è una debolezza che forse contiene in sé anche l’unica possibilità, per il presidente della Camera, di sottrarsi alla condanna dell’oblio. Non si vedono in giro ex colonnelli di via della Scrofa disposti a morire per Gianfranco, questo è vero. Ma la dissoluzione della destra non è un segnale negativo solo per lui. Corrisponde a un più generale disfacimento delle strutture di partito che dovrebbero dar corpo al Pdl. Forza Italia degrada dolcemente da reticolato di poteri a indistinto comitato costituente. Le stesse organizzazioni collate-

Giulio Tremonti ha ben chiaro il rischio che incombe: quando la crisi finanziaria comincerà a riflettersi con tutta la sua forza sull’economia reale e sui consumi, il governo potrebbe dire per sempre addio alle straordinarie vette di consenso conquistate in questi ultimi mesi. In una simile prospettiva sarebbe utile disporre di pilastri attorno ai quali consolidare il senso di appartenenza degli elettori e affrontare la tempesta. Con una organizzazione così evanescente, con un’identità così condizionata dalle fortune dell’esecutivo, le difficoltà invece aumenteranno. E in un quadro del genere Fini può ritrovare spa-

Il leader dell’ormai disciolta Alleanza nazionale ha una strategia meno definita rispetto a quella del leader Udc nel 2001-2006. Eppure la crisi economica e la debolezza delle strutture di partito gli lascia aperto uno spiraglio rali che hanno attinto energia dal dissenso azzurro nel biennio di Prodi sono in via di progressiva dismissione. Il discorso vale sicuramente per i Circoli della libertà di Michela Brambilla, che si erano illusi di poter diventare l’ossatura del partito unico. Non è un bene, per l’attuale maggioranza, e forse Fini può approfittare della situazione.

zio. Ammesso che sia tempestivo nel cogliere l’attimo, e sdoppiare il suo ruolo istituzionale fino a diventare una figura di riferimento nella fase più dura. Anche per questo motivo il ministro dell’Economia ha spiegato a Silvio Berlusconi che è preferibile ridurre il danno ed evitare che la Finanziaria diventi un terreno di scontro con la Lega e con il

Parla Alessandro Campi

«Uno scontro istituzionale, ma non è sulla strada di Casini» colloquio con Alessandro Campi di Francesco Capozza

presidente della Camera. In queste ore tra Palazzo Chigi, via XX Settembre e Montecitorio si cerca di disegnare il perimetro dell’accordo. Ma la sospensione delle ostilità con Berlusconi e i berlusconiani (per quanto ieri Cicchitto abbia tenuto a dire che nessuno potrà riportare in Parlamento le scene del passato, con la commissione Bilancio ridotta a bivacco per lobbisti), non sembra evitare a Fini l’amarezza del rimpianto.

Secondo le voci di dentro, il leader della quasi disciolta An riflette ora con gravità sulle scelte compiute in primavera. Assumere una carica istituzionale di prestigio sicuramente straordinario per un capo della destra costa davvero troppo in termini di agibilità politica. La presidenza della Camera assicura senza dubbio il compimento definitivo del percorso di costituzionalizzazione che l’ex Msi ha intrapreso a inizio anni Novanta. Ma Gianfranco, raccontano, sembra temere sempre più di non poter raccogliere personalmente il frutto della fatica. Avrebbe un suo peso, a quanto pare, anche l’esito delle presidenziali americane: la vittoria di Obama, spiegano i finiani, dimostra tra le altre cose come le democrazie occidentali impongano sempre più leadership gio-

ROMA. «Personalmente, tenderei ad escludere che ci sia una polemica tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e il premier Silvio Berlusconi». Questa, l’opinione del professor Alessandro Campi, docente di storia del Pensiero politico presso l’università di Perugia. Professore, ma non le sembra, però, che le stoccatine di Fini al governo ripropongano un film già visto? Si riferisce a quando sullo scranno più alto di Montecitorio c’era Pier Ferdinando Casini, immagino. Esattamente... Non mi stupisce affatto questo suo confronto, anche perché della famigerata ”sindrome Casini”si sente spesso parlare, anche in ambienti di Forza Italia. Ecco, io credo che un confronto del genere non si possa fare perché sono diversi i protagonisti, la situazione politica e quella istituzionale rispetto ad allora. Parliamo dei protagonisti. Pier Ferdinando Casini, quando era presidente

vani. Quando sarà conclusa l’attuale legislatura Fini avrà quasi 62 anni.Troppi per poter aspirare ancora in splendida solitudine alla successione del Cavaliere. «Gianfranco rischia di essere il McCain della situazione», sussurrano negli ambienti aennini.

D’altronde l’idea di una lunga stagione di conflittualità interna nel Pdl non rassicura più di tanto la terza carica dello Stato. Continuerà ad esercitare in modo severo la propria funzione, dicono gli esegeti. Ma, aggiungono, Gianfranco si rende conto nello stesso tempo di essere in una condi-

zione ben diversa rispetto a quella di Pier Ferdinando Casini nel 2001-2006. Il leader dell’Udc è riuscito a sostenere il peso del ruolo istituzionale e nello stesso tempo a conservare visibilità politica perché ha potuto contare su un partito vivace e su una segreteria combattiva, quale è stata quella di Marco Follini. Alleanza nazionale è oggi assai diversa dall’Udc di allora. Le sue prime linee sono impegnate nel difendere le posizioni conquistate a livello personale e nel garantirsi un ruolo di rilievo nel futuro Pdl. Visto che il leader del nuovo partito conti-

della Camera, ricopriva, seppur non formalmente, il ruolo di leader dell’Udc, un partito che faceva parte dell’allora maggioranza di governo e di quella coalizione denominata Casa delle Libertà, ma al contempo una formazione politica che ha sempre voluto avere una sua autonomia rispetto all’indirizzo stabilito dal leader della coalizione. Non per niente le due figure principali dell’Udc di quel periodo, Marco Follini e lo stesso Casini, hanno poi deciso l’uno di passare direttamente dall’altra parte ed entrare nel Pd, l’altro di portare il partito alle elezioni da solo, smarcandosi dalla coalizione di centrodestra. Mentre Fini? Fini, invece, ha avviato un processo integrativo del suo partito con Forza Italia, e questo la dice lunga sul fatto che non voglia smarcarsi da Berlusconi, anzi. Allora ha svenduto il partito al Cavaliere? Nemmeno. Anche questa visione delle cose è sbagliata a mio avviso. Fini ci tiene al suo partito e alla sua base, il processo integrativo è


politica

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Ancora incidenti nella capitale

Onda d’urto degli studenti di Franco Insardà segue dalla prima Nel mirino dei manifestanti di ieri il premier Berlusconi, i ministri Gelmini e Tremonti e le banche.Tra gli striscioni spiccava quello con la scritta: «Noi la crisi non la paghiamo». E contro le banche lai protesta è stata molto dura: decine di uova sono state lanciate contro una filiale e alcuni studenti hanno gridato slogan contro le banche come: «Non vogliamo dare soldi pubblici alle banche, vergognatevi».

nuerà ad essere Berlusconi, non si vede perché dovrebbero fare squadra per sostenere una linea critica di Fini.

Continuare a recitare disciplinatamente la parte del delfino è opzione che Fini, come detto, considera ormai perdente, visto il peso dell’anagrafe. Ecco perché il sentimento del rimpianto, stando alle testimonianze di chi ne segue i ragionamenti, avrebbe ormai preso il sopravvento. Eppure il presidente di Montecitorio non può escludere che la crisi produca effetti così dirompenti da ridisegnare

Gianfranco Fini ha alzato un argine contro il progetto del governo di porre la fiducia sulla manovra. Ma non si nasconde, raccontano fonti aennine, la debolezza della sua condizione politica: teme di arrivare alla fine della legislatura con un dato anagrafico troppo pesante per aspirare alla leadership «in un sistema che premia sempre più la freschezza degli Obama» gli equilibri nella maggioranza. E intanto può contare sulla sponda offerta in modo prudente ma inequivocabile da molti deputati del Pdl e della Lega. Lo svuotamento provocato dal governo suscita malumori che, appunto, non sono sfuggiti a Tremonti. In prospettiva Fini potrebbe trovare proprio tra i banchi di Montecitorio molti sostenitori

frutto di una ragionata scelta politica che, a leggere i sondaggi, sembrerebbe averlo premiato. Ma ha messo An in mano al più berlusconiano dei suoi colonnelli, Ignazio La Russa, quasi un segnale della resa incondizionata. Io non leggerei sempre il lato negativo o il retropensiero di tutte le cose che accadono tra Fini e Berlusconi. La Russa può contare su un sostegno molto forte all’interno del partito ed è un buon timoniere verso quel processo di integrazione di cui parlavamo poco fa. Parlava di una situazione politica cambiata, rispetto al quinquennio in cui Casini era presidente della Camera. Infatti. Le ultime elezioni hanno reso al Paese un panorama politico parlamentare molto diverso rispetto al precedente governo Berlusconi, impensabile anche solo un anno fa, in cui, tra l’altro, il potere esecutivo ha acquisito - grazie alla forte maggioranza parlamentare che ha - un ruolo molto forte rispetto al passato e rispetto anche al potere legislativo.

della sua ritrovata ambizione di leader. Non avrebbe certo bisogno di contare le tessere, visto che il reggente azzurro Denis Verdini ha spiegato per tempo che il Pdl non avrà iscritti ma si limiterà a mere “registrazioni all’americana”. Se tutto si riduce agli umori dell’opinione pubblica, si fa sempre in tempo a riconquistare il controllo di un partito.

E qui passiamo alla situazione istituzionale di cui faceva cenno poco fa. Esattamente. Io penso che Fini si stia comportando così, non per smarcarsi da Berlusconi e, come si diceva poc’anzi per riproporre il comportamento di Casini, ma perché vuole farsi carico del malumore che c’è tra i parlamentari. In molti si chiedono cosa ci stanno a fare visto che il governo ha eliminato la discussione in aula e presenta continuamente decreti o pone questioni di fiducia. Se è per questo in molti parlano di dittatura dell’esecutivo. Beh, mi sembra un aggettivo un po’forte, ma rimarca quello che è il malumore pressoché generale dei parlamentari di questa legislatura. La partita non è più tra forze della stessa maggioranza o tra maggioranza e opposizione come eravamo abituati a vedere in passato, ma tra potere legislativo e potere esecutivo. Fini, come presidente della Camera, vuole garantire che il primo non soccomba al secondo.

Anche nelle altre città si è registrata una grande partecipazione, ma tutto si è svolto in maniera più tranquilla. In piazza del Duomo a Milano lavoratori e studenti sono scesi in piazza insieme per protestare contro i tagli. In testa al corteo uno striscione dedicato ai quattro studenti dell’Agnesi denunciati a inizio settimana per aver tentato di occupare il liceo: «Io non ho paura. Le denunce non fermano l’Onda». «Alice nel paese delle meraviglie» è l’appellativo che gli studenti napoletani hanno dedicato al ministro Gelmini durante la manifestazione di ieri. E la fantasia partenopea si è sbizzarrita davanti a un’agenzia di lavoro interinale e alla sede regionale della Corte dei conti dove hanno attaccato dei manifesti con la scritta: “Attenzione, generatore di crisi” e poi hanno transennato simbolicamente l’accesso ai due edifici con nastri bianchi e rossi. Ma la creatività dei giovani si espressa in tutta la penisola. A Torino gli studenti portavano una bara di cartone nera con la fascia tricolore e la scritta “Studenti e dipendenti affranti” con due lumini e i santini del premier Silvio Berlusconi e del ministro Giulio Tremonti e il relativo annuncio mortuario: «Si è spenta in data 6 agosto 2008 l’università causa legge 133. Ne danno il triste an-

nuncio gli studenti tutti e i dipendenti». Intanto proseguono le assemblee nelle facoltà e continuano le occupazioni di alcuni istituti scolastici con lezioni autogestite. La protesta, quindi, non si ferma anche se il decreto attenua alcuni problemi. I tagli previsti per il 2010 dalla manovra economica resteranno, ma in compenso i bandi di concorso per posti da ricercatore già banditi sono esclusi dal turn over. Il ministro Gelmini ha assicurato che «il decreto approvato non è la riforma dell’Università, ma un provvedimento piccolo di tre articoli e un quarto di copertura». In questo senso, infatti, sono state approvate le linee guida per la riforma universitaria, un documento programmatico di legislatura che «offriamo al dibattito con il mondo accademico e che sarà oggetto di discussione nelle commissioni competenti e nelle Aule parlamentari». Quattro le priorità: la riforma del reclutamento dei docenti e dei ricercatori; la riforma del dottorato di ricerca; un forte impegno sulla valutazione e riforma della governance. I concorsi non saranno bloccati ed è stato «introdotto un cambiamento nei meccanismi di composizione delle commissioni esaminatrici, introducendo il sorteggio».

Il decreto varato dal Consiglio dei ministri e le promesse della Gelmini non fermano la protesta

Alla vigilia della mobilitazione generale prevista in tutta Italia il 14 novembre il ministro Gelmini ha lanciato un appello agli atenei: ridurre corsi e sedi distaccate. «Il decreto - ha detto - va letto in parallelo con la richiesta alle Università a eliminare i corsi frequentati da pochi studenti e a non aumentare le sedi distaccate, in modo tale da risparmiare e rendere i tagli previsti per il 2010 meno dolorosi». Ma nonostante queste aperture del ministro venerdì prossimo l’onda potrebbe essere ancora più travolgente.


panorama

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Istat. Solo il 27% delle nostre imprese ha fatto ricerca. È anche qui il motivo della crisi

Italia: l’esperimento mancato di Gianfranco Polillo segue dalla prima Il dato deve far riflettere. Dimostra la debolezza strutturale di un sistema economico dominato dall’apatia e dalla scarsa lungimiranza. Prigioniero di una visione di brevissimo periodo, all’insegna del “mordi e fuggi”, sembra essere incapace di proiettarsi nell’immediato futuro. Una performance deludente, specie se si considera che, nel periodo considerato, i livelli di profitto sono stati più che consistenti. Basta guardare alle periodiche indagini di Mediobanca o all’andamento delle entrate fiscali. I “tesoretti” che, fino a qualche anno fa sono stati croce e delizia dei relativi Governi, erano figli di quel gettito erariale che la buona congiuntura era in grado di offrire.

Una classe dirigente più attrezzata avrebbe forse tesaurizzato quei vantaggi, spingendo di più sul pedale dell’innovazione e

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

degli investimenti. Sono invece mancati sia gli uni che gli altri, determinando quella situazione di debolezza endemica che ritroviamo nelle parole del Fondo monetario. Con la conseguenza ultima che, passato il periodo positivo, si è costretti ora a fare i conti con una crisi destinata

no il tessuto connettivo dell’economia italiana, non hanno, tuttavia, la forza di anticipare il ciclo economico e fare innovazione. I dati sono impietosi. L’innovazione, come regola di comportamento, è praticata da circa la metà delle imprese con almeno 250 addetti. Quel-

I dati dell’istituto di statistica sull’innovazione nel nostro Paese sono impietosi. Solo due piccole aziende su cento progettano il loro futuro inevitabilmente a creare nuove fratture tra chi, in passato, era stato lungimirante e chi, invece, aveva preferito campare alla giornata. Naturalmente non si tratta solo di limiti soggettivi: attinenti cioè alle caratteristiche dei nostri capitalisti. I dati Istat dimostrano quanto fosse azzardato lo slogan “piccolo è bello”. Se non c’è ricerca ed innovazione, infatti, molto si deve alla frammentazione industriale e produttiva. Quel 90% circa di piccole e medie imprese, che pure rappresenta-

le con 10-49 addetti si concedono questo lusso, si fa per dire, solo nel 25% dei casi. La maggiori risorse, inoltre, sono impegnate essenzialmente sul fronte dell’innovazione di processo. Si fanno le stesse cose ricorrendo continuamente a tecniche di produzioni migliori. Appena il 6,9% delle imprese che innovano, infatti, hanno introdotto sul mercato prodotti originali. Che hanno fruttato un fatturato pari al 3,7% del totale. Il che spiega come mai l’Italia non riesca a superare i confi-

ni di una specializzazione internazionale che la condanna nei settori maturi dell’economia dove, alla lunga, la concorrenza con i paesi emergenti – Cina in testa – risulta insostenibile.

Ancora più preoccupante la scarsa propensione all’innovazione da parte dei servizi. Se non ci fossero alcuni settori industriali, che tirano (macchine ed apparecchi meccanici, chimica, fabbricazione di prodotti metallici, auto, apparecchi Tv e Tlc) la situazione sarebbe ancor più disperata. Nel terziario si investe meno di un terzo del totale, nonostante la “new economy” ed i suoi paradigmi. Gli stessi che, negli Stati Uniti, prima della grande crisi, hanno trainato lo sviluppo economico di quel paese. Dove, appunto, quel tasso medio di crescita del 2/3 % era soprattutto la conseguenza della maggiore efficienza indotta dalla diffusione dei nuovi ritrovati tecnologici – computer, internet e così via –all’interno dei settori tradizionali.

Il partito di Bossi propone un registro dei clochard. Impossibile, più che assurdo

La Lega vuole schedare Mattia Pascal a notizia della schedatura dei barboni o del registro dei clochard mi ha riportato inevitabilmente alla memoria il celebre romanzo di Luigi Pirandello: Il fu Mattia Pascal. Ricordate la storia? Il libro racconta la storia di un uomo che, oppresso da una situazione familiare insostenibile, approfitta di un’improvvisa vincita a Montecarlo (oggi, magari, sarebbe una vincita al Superenalotto) e del ritrovamento di un suicida che per errore è identificato con il suo nome, Mattia Pascal, e così cambia nome e vita. A Roma diventa Adriano Meis e cambia perfino i connotati: ben presto, però, si rende conto dell’impossibilità di esistere al di fuori di ogni norma e legge. Ritorna sui suoi passi al paese natale, Miragno, e inscena un nuovo finto suicidio: ma quando si presenta alla moglie e agli amici scopre di essere emarginato e alienato. Per sopravvivere deve adattarsi ad essere unicamente il fu Mattia Pascal, un uomo senza più identità che è sopravvissuto a se stesso. Come si potrebbe registrare nella lista dei barboni l’identità di chi è “il fu Mattia Pascal”?

L

L’idea della Lega va inevitabilmente a infilarsi in situazioni pirandelliane.

Non tutti i barboni delle nostre città hanno alle spalle l’esperienza del personaggio letterario dello scrittore di Contrada del Caos - dove mai poteva nascere Pirandello? -, tuttavia tutti i clochard, o quasi tutti, non hanno un’identità o preferiscono non avere più un’identità. Si diventa clochard per necessità o per scelta: perché si è vinti dalla vita o perché si vuole vincere la vita. Il barbone è per definizione l’uomo senza identità. L’uomo senza carta d’identità. L’uomo che è uscito dalla Storia per far ritorno nell’Oblio. Il registro dei barboni sarebbe un archivio delle identità perdute. La ricerca del tempo perduto. Che cos’è che muove questa ossessione di registrare anche l’irregistrabile? Lo Stato deve garantire sicurezza perché la “ragione sociale” dell’esistenza dello Stato è senz’altro la sicurezza dei cittadini. Ma la sicurezza

- legge ed ordine - non sono fini assoluti, ma solo degli strumenti per consentire a noi tutti di vivere in libertà. La legge rappresenta la libertà dello Stato e l’ordine è la conseguenza del rispetto delle leggi, ma le nostre vite sono fatte anche e soprattutto della libertà dallo Stato. Se il nostro fine fosse la vita statale, allora, la caserma sarebbe il migliore dei mondi possibili. fortuna, Per così non è. Non per la Lega, però. Sembra che il demone del Controllo Totale e della Sicurezza Assoluta si sia impadronito del partito di Bossi e Maroni. Il registro di barboni non rende la nostra vita più sicura ma, paradossalmente, più insicura. La sicurezza che diventa fine è la fine della sicurezza come mezzo per la libertà.

Anche la sicurezza si è burocratizzata, come avrebbe detto Kafka. Il

controllo delle città e del territorio non è dato dalla moltiplicazione di leggi e archivi, ma dalla pratica e dalla consuetudine. È vero che i barboni non hanno identità, ma hanno un volto. Chi conosce e pratica la città - la grande città e la piccola città, le metropoli che in Italia si contano delle dita di una sola mano - conosce i luoghi, le persone, le abitudini e così conosce quanto è necessario sapere. Senza creare allarme. Lo Stato sicuro è quello che fa dimenticare di esistere. Tuttavia c’è. In questo nostro Paese, invece, lo Stato ha bisogno continuamente di dimostrare la sua esistenza in vita. E tuttavia non c’è. A pensarci bene, bisognerebbe schedare lo Stato, piuttosto che i barboni. “Lo Stato c’è”, sentiamo dire a più riprese, ma proprio questa frase è la dimostrazione della sua assenza. Non sarebbe strano se al Sud si chiedesse allo Stato la sua certificazione di esistenza in vita. La situazione pirandelliana del registro dei barboni è umoristica, drammatica, grottesca. La politica italiana tende per sua natura a uscire dalla pratica degli affari di Stato per infilarsi nei generi letterari. Lo Stato che non c’è vuole un registro delle identità perdute. Il teatro dell’assurdo.


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8 novembre 2008 • pagina 11

Nomine. Berlusconi pronto a sbarrare la strada verso la direzione generale della tv pubblica all’Ad di Fastweb

Rai, tramonta la stella di Stefano Parisi di Francesco Capozza

ROMA. Parlare di totonomine Rai in questo momento, con la commissione di Vigilanza ancora impantanata nella mancata elezione del presidente, può sembrare anacronistico, ma nei palazzi della politica non si parla d’altro. I due nodi principali sono quelli legati alla presidenza della tv pubblica e alla direzione generale, da lì discendono tutte le altre nomine Rai. Nonostante l’empasse Vigilanza, fino a qualche giorno fa il tandem dirigenziale della televisione di Stato era per lo più individuabile nell’accoppiata Pietro Calabrese (anche se Claudio Petruccioli lavora per una propria riconferma) alla presidenza e Stefano Parisi alla direzione Generale. Parisi, uomo molto vicino al Pdl e al mondo industriale (fu nel direttivo di Confindustria sotto la presidenza D’Amato) e attuale amministratore delegato di Fastweb, avrebbe fatto, però, un passo falso di quelli che rischiano di provocare danni irreparabili. Indicato alla Dg della Rai da Berlusconi, nei giorni scorsi sarebbe stato escluso dalla

In attesa della difficile nomina del presidente della commissione di Vigilanza, impazzano le voci per il cda e la direzione di reti e telegiornali corsa alla seconda poltrona più importante di Viale Mazzini proprio dal premier. Follie del Cav? No, sebbene l’uomo si presti a questo tipo di ripensamenti, non sarebbe colpa dell’umore del presidente del Consiglio stavolta.

Parisi avrebbe compiuto, secondo Silvio Berlusconi e i Cav boys, un errore politicamente irrimediabile: sarebbe andato a chiedere numi al Pd sulla situazione. Scendendo nel particolare, l’Ad di Fastweb avrebbe incontrato, nei giorni scorsi,

l’ex ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e avrebbe sondato gli umori del partito del Nazareno circa la sua eventuale nomina in Rai. Il solo pensiero che un uomo indicato da Re Silvio abbia potuto chiedere di sua spontanea iniziativa l’appoggio dell’opposizione per la sua nomina, ha irritato tutta la “corte” e ha fatto tramontare (almeno per ora) l’ipotesi Parisi. Questo il contesto che si sarebbe venuto a creare stando ad una parte delle informazioni in nostro possesso. Secondo altre fonti (molto bene informate), Parisi sarebbe stato messo momentaneamente fuori dai giochi non tanto per un pranzo con Gentiloni (peraltro fatto tutt’altro che in segreto), ma per il semplice fatto che alla commissione di Vigilanza è quasi certo che il copione sia tutto da rifare. Bruciato Leoluca Orlando, la maggioranza sembra intenzionata ad eleggersi da sé un presidente: questa eventualità assilla Walter Veltroni e l’Idv di Di Pietro che a questo punto rivendica un proprio esponente nel Cda. Da qui, è ovvio che la

girandola di nomi che circolano va presa con le dovute cautele, anche perché, in uno scenario del genere al Pd rimarrebbe un solo posto nel Cda Rai. Un fatto è certo, che nei nuovi assetti non ci sarà posto per Claudio Cappon.

Per i membri del Cda in quota maggioranza si fanno i nomi di Mauro Mazza (che lascerebbe libera la poltrona di direttore del Tg2) o Guido Paglia per An, mentre la Lega vorrebbe veder confermata Giovanna Bianchi Clerici. Sul fronte delle opposizioni, se l’Idv reclama una pesante ricompensa per la mancata elezione del suo candidato alla Vigilanza, l’Udc non si smuove di un passo nel pretendere un posto nel Cda, rimarcando la propria assoluta lealtà nella partita di Palazzo San Macuto. Per Casini e i suoi due i nomi in corsa: Rodolfo De Laurentiis e il membro uscente del Cda Marco Staderini. Una partita a Risiko molto complicata da risolvere che ancora una volta è tutta, o quasi, nelle mani di due giocatori:Walter Veltroni e Silvio Berlusconi.

Sinistra. Più che alla scissione, Vendola punta a riconquistare il partito. Ma Ferrero vuole allargare la sua maggioranza

La partita a scacchi di Rifondazione di Antonio Funiciello

ROMA. La scissione dentro Rifondazione Comunista ha i mesi contati. «Non sarebbe una novità» ci spiega un dirigente dell’ampia maggioranza che sostiene l’attuale segretario Ferrero. «Rifondazione è nata da una scissione, quella dal Pci-Pds, e nei suoi quasi vent’anni anni di vita ne ha conosciute una decina, più o meno drammatiche». Una scissione ogni due anni, roba da record. «È il peccato originale di Rifondazione che da lì non si muove. E infatti Vendola ne vuole un’altra e pur di mettersi a capo di un partito alleato al Pd da sinistra, è pronto a non ricandidarsi nel 2010 alla guida della regione Puglia». Parole grosse. Propositi grossi, che pare spiacciano parecchio a Fausto Bertinotti, il quale ritiene la conservazione della presidenza regionale un punto imprescindibile nella ripresa del partito da parte dei suoi. Ma Bertinotti se ne sta ormai a Perugia a insegnare all’università, tiene un corso sulla Costituzione, e dalle beghe romane, al momento, ha scelto di tenersi cautamente lontano.

vorrebbe essere lui ad andare via. La richiesta fatta a mezzo stampa di un congresso straordinario di Rifondazione non sarebbe una boutade. Vendola è convinto che in un clima più sereno di quello da resa dei conti post elettorale del congresso di fine luglio scorso, possa ricucire l’eterogenea maggioranza che sosteneva l’ex segretario Giordano. Quindi aprire Rifondazione ai fuoriusciti ex Ds guidati da Claudio Fava,

della Puglia. L’ex ministro punta a rifondersi con i comunisti di Diliberto per presentare già alle europee un rinnovato cartello elettorale. A lui la guida del nuovo soggetto, a Diliberto la testa di lista di tutte e cinque le circoscrizioni elettorali europee: questa l’ipotesi d’accordo. Ferrero sa bene che la maggioranza che lo sostiene alla guida di Rifondazione è fragile almeno quanto quella precedente.

Il governatore della Puglia vuole allearsi con Fava e gli ex-ds dissidenti; il segretario, invece, cerca la sponda di Diliberto e dei reduci del Pdci

Nichi Vendola non ha rotto ancora col suo vecchio partito perché proprio non

cambiare nome e simbolo, e costringere i più “sinistri” del partito (trockisti e operaisti vari) a una nuova scissione. Questo perché Vendola teme fortemente il simbolo di Rifondazione collocato sulle future schede elettorali alla sinistra del nuovo soggetto che ha in mente e che vorrebbe guidare non certo standosene a Bari. Falce e martello hanno ancora un certo potere attrattivo e Vendola lo sa bene. Come pure lo sa Ferrero, che non intende privarsene in nessun caso. La sua strategia si muove parallelamente a quella del presidente

I bertinottiani hanno in mano il 47% di Rifondazione. Statuto alla mano, per chiedere un congresso straordinario non possono passare per il comitato politico nazionale, che delibera a maggioranza. Eppure basterebbe loro un terzo del comitato politico federale (altro organo del partito) per richiedere ufficialmente e in maniera vincolante un congresso straordinario. Vendola e i suoi sono ampiamente sopra la soglia prescritta e alle elezioni europee mancano sette mesi. Che stando ai tempi della politica italiana, rappresentano più o meno un’eternità.


il paginone

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a debolezza della sinistra è stata quella di essersi sentita più astuta del proprio competitore e culturalmente imparagonabile con la destra, dimenticando per esempio Céline, Ezra Pound o Julius Evola...». Chi si è sorpreso a leggere queste parole sull’ultimo libro di Lucio Dalla Gli occhi di Lucio (Bompiani) è giustificato fino a un certo punto: perché questo è solo il secondo outing evoliano di Dalla (il primo fu in un’intervista, come vedremo) e perché il cantautore è solo uno dei tanti evoliani insospettabli nel panorama culturale e artistico italiano, un fiume carsico di ammiratori che hanno tenuta discreta la loro confidenza col barone nero, il teorico della destra più conservatrice e antimoderna, ma anche l’artista dadà, lo studioso di buddismo e religioni orientali, il filosofo dell’idealismo magico.

«L

L’Evola reinassance comincia nei primi anni Novanta quando guardinghi e solitari intellettuali – Massimo Cac-

ciari, Giacomo Marramao, Franco Volpi – cominciano a rivolgere verso Julius Evola, pensatore a lungo tabuizzato, un’attenzione nuova. Pierluigi Battista su “Tutto libri”della Stampa registra il fenomeno: «Segnali di fumo intorno al nome proibito». Filosofo della Tradizione, teorico di un’aristocratica rivolta contro il mondo moderno, Evola nel dopoguerra era diventato maître a penser della destra italiana, o almeno delle sue frange più radicali e tradizionaliste. I tabù intorno al suo nome, le chiusure della cultura ufficiale nascono soprattutto da qui.

E dal fatto che Evola, già pittore dadaista e principale esponente italiano del movimento di Tristan Tzara, durante il regime non fu estraneo alla dimensione politica. Fiancheggò i ranghi fascisti senza mai farne parte, vagheggiando un fascismo aristocratico e ghibellino che non esisteva se non nella sua consapevole astrazione. Al successo mondano del barone – monocolo sempre

Chi l’avrebbe mai detto che Lucio Dalla fosse un amiratore del filosofo tradizionalista? Eppure nel suo ultimo libro il cantautore rimprovera la sinistra di non conoscerlo. Ma sono molti altri gli insospettabili ”affezionati” del barone nero

Gli evoliani che non ti aspetti di Riccardo Paradisi inforcato e dal ‘45 paralizzato in seguito a un bombardamento subìto a Vienna – queste astrazioni non giovarono. Eppure malgrado il suo isolamento e prima ancora del suo parziale sdoganamento i libri e la figura di Evola hanno influenzato più gente di quanto si creda. Un’influenza che va molto oltre la stretta cerchia dei suoi seguaci e che soprattutto come si diceva raggiunge e lambisce personaggi “insospettabili”. Lo sanno in pochi ma uno dei più assidui frequentatori di Corso Vittorio Emanuele 194 – l’appartamento dove Evola era tornato a vivere dall’immediato dopoguerra – è stato negli anni Sessanta Federico Fellini. Il regista andava a trovare il barone intrattenendosi con lui in lunghe disquizioini sulla magia e l’immaginario, il sogno e la veglia, materiale

che gli sarebbe poi servito per Giuletta degli spiriti il primo film a colori del Maestro. Ma Evola, ingegnere mancato – si rifiutò di discutere la tesi perché «ci sono uomini nobili e i laureati» ripeteva citando un aristorcratico piemontese – non era esclusivamente dedito alla contemplazione. Negli anni giovanili, dopo l’esperienza al fronte nella prima guerra mondiale, si divideva tra la filosofia e le serate galanti. Per mesi fu l’amante

Federico Fellini andava a trovare Evola nel suo appartamento in Corso Vittorio Emanuele: da quegli incontri e da quelle conversazioni sull’immaginario e sul sogno nacque l’ispirazione per il film ”Giulietta degli spiriti”

di Sibilla Aleramo: una liaison che il barone interruppe bruscamente e di cui la scrittrice racconta in quel suo libro Amo dunque sono, dove Evola – Bruno Tellegra nel romanzo – viene dipinto a tinte fosche e descritto come «il gelido architetto di funamboliche teorie». Se però queste teorie sembravano funamboliche a Sibilla Alermamo, bella scrittrice digiuna però di filosofia, apparvero a Benedetto Croce solide e ben tagliate. Il giovane Evola che cercava una sintesi tra l’attualismo e l’idealismo filosofico scrive negli anni Trenta una poderosa e molto ardita Teoria e Fenomenologia dell’individuo assoluto: «Opera ben inquadrata filosoficamente» dirà elogiativo Croce.

Che peraltro non condivideva una virgola di quelle speculazioni. La filosofia dunque, gli amori, l’oriente e la tradizione, ma anche l’alta


il paginone

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Nella foto di apertura: Julius Evola In basso a sinistra il regista Federico Fellini A fianco: lo scrittore ”collezionista” Giampiero Mughini. A destra: il cantautore Lucio Dalla e il filosofo Massimo Cacciari. In basso: L’alpinista Reynhold Messner

Negli anni ’80 Reynold Messner confida che per lui ”Meditazione delle vette” è stato un libro decisivo. L’alpinista si dice anche debitore di Evola per certi sistemi di respirazione in alta quota elaborati dal filosofo negli anni delle sue scalate

montagna. Evola è stato un alpinista esperto – negli anni Venti aveva scalato per la direttisima il Grossglockner, una cima insidiosissima che costò la vita a molti. In quelle ascese il barone tenne un diario dove alternava riflessioni sullo yoga a quelle su certe marche di whiskey. Negli anni Ottanta Reynhold Messner – il più famoso alpinista del mondo – confida che per lui Meditazione delle vette di Evola è stato un libro decisivo per la sua formazione spirituale e la qualità del suo rocciare. E che gli sono stati di grande aiuto certi sistemi per la respirazione in alta quota elaborati da Evola. Per interessi omogenei si recarono spesso in visita dal barone anche lo studioso di simbolismi Elemire Zolla (in compagnia di Cristina Campo) e lo storico delle religioni Mircea Eliade. Ma Evola ha anche affascinato artisti lontani anni luce

dalla sua cultura politica. Come Lucio Dalla appunto e Pablo Echaurren. Dalla, in un’intervista rilasciata qualche anno fa a un grande quotidiano italiano, alla domanda su quali siano i libri che tiene sul comodino risponde: quelli di Pio Filippani Ronconi e di Julius Evola. Echaurren invece è attirato dall’Evola dadaista. Alla fine degli anni Ottanta realizza così un volume a fumetti titolato Evola in dada.

Il libro va rapidamente esaurito, e le tavole originali diventano presto introvabili. Gianfranco de Turris, che per le edizioni Mediterranee da anni e instancabilmente ripubblica l’opera omnia di Evola (è appena stato pubblicato per la stessa casa editrice Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo con un saggio introduttivo di Hans Thomas Hakl) rivela con un po’ di disappunto che quelle tavole se l’è tutte aggiudicate Giampiero Mughini, uomo di gusto e collezionista compulsivo. L’Evola estetico e critico della civiltà moderna è apprezzato anche da Stefano Zecchi che introduce l’ultima edizione del Tramonto dell’Occidente di Spengler ricordando che il primo a tradurre quel libro in italia fu proprio Evola. A tradurre invece in Italia

gli articoli di Evola pubblicati in East and West è stato Gianluca Nicoletti, massmediologo, editorialista de La Stampa e ideatore della trasmissione radiofonica “Golem”. Attento lettore di Evola è anche un economista letterato come Geminello Alvi, che confessa come quelli della sua generazione – giovani a sinistra negli anni Settanta – Evola lo leggevano di nascosto, ma avidamente. Soprattutto la Metafisica del sesso. Apprezzato molto anche da una femminista controcorrente e libertaria come Roberta Tatafiore e dalla pornostar Moana Pozzi ( anche se è lecito sospettare che questa fosse una trovata dell’immarcescibile Riccardo Schicchi, il manager di Moana). Le ultime foto di Evola – muore nel 1974 – le scatta Stanislao Nievo. Il barone è vecchio: ma l’occhio è acceso e le labbra disegnano un’impercettibile sorriso.

Emilio Servadio, padre della psicanalisi italiana, poco prima di morire ricorda Evola a un convegno organizzato nel ventennale della sua morte. «Le nostre strade si erano divise. Lui contestava la psicanalisi, criticava le teorie di Freud. Da anni non ci parlavamo più. Eppure», continuava Servadio, «sono

sicuro che se nella Roma occupata dagli sgherri di Hitler io ebreo avessi bussato alla sua porta per avere protezione e nascondiglio lui – che

per anni fu vicino al fascismo – mi avrebbe risposto senza esitazione: “Entra fratello, nostra comune madre è la Tradizione”».


mondo

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Senza fili. In 5 anni i cellulari hanno superato i telefoni fissi e contagiato milioni di nuovi utenti

La sim card dell’Africa Botswana, Uganda, Tanzania, Senegal, Egitto e Sudafrica: è boom per adsl, gps e internet di Egizia Gattamorta ell’immaginario collettivo con il termine “nuova frontiera”si è da sempre voluto indicare un nuovo spazio da conquistare, un’avventura da intraprendere per affermare le capacità umane e dare spazio all’intraprendenza dei singoli. Intesa come un incitamento ai pionieri americani a spingersi nelle disagiate terre dell’Ovest, oppure come esortazione kennedyana per rilanciare un’azione riformatrice negli Stati Uniti d’America all’inizio degli anni ’60, la dizione rinvia comunque ad una sfida, un confronto da cui possa scaturire una situazione migliore per i responsabili della scelta. Anche oggi si

N

tre di come tali tecnologie agiscano nell’ambito della finanza internazionale, o come rendano aperta e fluida l’informazione (permettendo agli utenti di conoscere come breaking news tanto le vicende interne dei grandi attori internazionali quanto le realtà di zone remote e inaccessibili), o ancora si potrebbe accennare a come tali mezzi possano concorrere a rendere più trasparente la vita politica di un paese nel difficile percorso democratico. Fino a che punto è planetaria quest’apertura, questa democratizzazione indotta dalla rete, questa condivisione di dati? Cosa potrebbe comportare una di-

lo il 5% si serve della telefonia mobile. L’apertura è quindi limitata, sia a causa delle condizioni di partenza del continente, sia a causa degli alti costi delle tecnologie da applicare. Da qui, un circolo vizioso di arretratezze e disservizi da cui però è possibile uscire, grazie al dinamismo imprenditoriale che gli africani stessi stanno dimostrando negli ultimi tempi. Interessante notare alcuni elementi dissonanti. Fa una certa impressione vedere un guerriero

Foto grande: un negozio di elettrodomestici e hi-fi a Johannesburg, in Sudafrica. Foto in basso, guerrieri Masai (in costume e non) con il telefonino. Vodafone ha appena annunciato di aver acquistato il 15% del pacchetto azionario di Vodacom, il primo gestore di telefonia mobile del Sudafrica che serve 25 milioni di utenti

Il numero di abbonati a fine anno dovrebbe raggiungere i 278 milioni: erano 198 milioni nel 2006. L’Africa, che ha il 14% della popolazione mondiale, ha attirato finora 8 miliardi di dollari di investimenti utilizza questo termine, in particolare in riferimento all’alta tecnologia, per tutto ciò che concerne la cibernetica, l’informatica, l’elettronica e il settore delle telecomunicazioni. Negli ultimi anni sono entrati a far parte del vivere quotidiano la connessione ad internet e l’inoltro di email, l’uso della telefonia mobile e l’invio di Sms (Short message service), l’utilizzo del sistema Adsl (Asymmetric digital subscriber line) e l’impiego del Gps (Global positioning system). Nel mondo occidentale si fa sempre più uso dell’e-commerce, dell’e-learning, dell’e-vote; si parla dell’e-government e dell’e-business. L’Ict (Information and communication technology) sempre più rappresenta una meta ed un mezzo per inserirsi nei meccanismi dell’economia globale.

Grazie all’uso della rete è ad esempio possibile acquistare dei prodotti dall’altro capo del mondo senza intermediari, a costi più ridotti e riceverli a casa propria in tempo reale. Anche la cultura è diventata accessibile a tutti: le lingue si possono imparare più facilmente, le lezioni universitarie si possono seguire comodamente a distanza, in altre ore e in altri luoghi diversi dalle sedi originarie. Si potrebbe parlare inol-

scriminazione in termini di accesso alle tecnologie moderne? In che modo l’Ict può rappresentare la “nuova frontiera” per i Paesi in via di sviluppo, in particolare quelli africani?

I numeri danno subito una chiara indicazione: pur rappresentando il continente il 14% degli abitanti del pianeta, in rapporto agli utenti mondiali solo il 2% utilizza internet e so-

Chi sta entrando nel nuovo mercato

L’eldorado degli operatori, da Vodafone a Celtel di Raffaele Cazzola Hofmann

Q

uanto, in un mercato mondiale saturo di telefonini proprio il Continente nero sia il luogo in cui esistono grandi spazi ancora da riempire lo sa bene Vodafone. Che ha appena annunciato un affare dalle dimensioni impressionanti soprattutto in un periodo di crisi economica come quello attuale: mettendo sul piatto 22,5 miliardi di dollari ha acquistato un altro 15 per cento del pacchetto azionario di Vodacom, il primo gestore di telefonia mobile del Sudafrica, la nazione africana di gran lunga più ricca e sviluppata. Apparentemente l’affare Vodacom, che prevede anche la quotazione nella Borsa di Johannesburg,

ha tutto per procurare grandi guadagni. La compagnia sudafricana serve infatti 25 milioni di utenti ed è attiva anche in Congo, Lesotho e Mozambico.

L’amministratore delegato di Vodafone, l’italiano Vittorio Colao, ha detto: «Siamo impazienti di avere un ruolo più importante nel favorire i benefici sociali della telecomunicazione mobile in Africa». Ma la compagnia britannica è anche impaziente di recuperare il terreno rispetto ad altri operatori internazionali che l’hanno anticipata nella conquista del Continente nero. Per esempio i kuwaitiani di Zain Group che attraverso una loro sussidiaria, la Celtel International, hanno

acquisito il 75 per cento del capitale della Western Telesystems. Secondo l’amministratore delegato di Zain Group, Saad al-Barrak, «il Ghana è uno dei mercati più importanti dell’Africa». Da parte sua il ministro ghanese delle Comunicazioni, Benjamin Aggrey Ntim, si è detto ben felice di «accogliere un operatore di livello mondiale come Celtel». Obiettivo dei manager del Kuwait è portare a 24 milioni i clienti africani del gruppo sparsi per sedici Paesi. Il governo libico ha appena annunciato che la società Lapgreen ha acquisito l’80 per cento di Rwandatel, la società ruandese delle telecomunicazioni. Il restante 20 per cento rimarrà in


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africano far uso di un cellulare di ultima generazione…eppure anche questo può succedere in Africa centrale ed orientale (quanto meno nelle pubblicità!). Tradizione dei costumi, usanze dei numerosi gruppi etnici e alta tecnologia possono convivere tranquillamente. La telefonia mobile ha aumentato vertiginosamente il numero degli utenti, mentre il numero degli apparecchi fissi rimane scarso.

In un mercato in cui la telefonia classica a filo è stata gestita dall’attore pubblico con gravi costi per gli utenti, costretti a sopportare insufficienze legate alla corruzione e alle strutture obsolete, sempre più si assiste ad una dinamizzazione del settore privato. È oramai superato il tempo in cui la Nitel in Nigeria ha gestito 400mila linee tra il 1960 ed il 2000 su un totale di una popolazione di 120 milioni di persone! Globacom e Vodacom Nigeria, Telkom e Neotel South Africa, Maroc Telecom, Gabon Telecom, Orange Botswana e Orange Cameroon stanno espandendo i loro affari a ritmi vertiginosi. Nel 2005, secondo fonti dell’Information Telecommunications Union (Itu), su un totale di oltre 900 milioni di abitanti del continente, 198 milioni erano gli abbonati delle linee mobili. Di

mano statale a Kampala. I libici promettono di investire 317 milioni di dollari (87 dei quali nei soli primi dodici mesi) nei prossimi quindici anni. Lapgreen ha battuto una concorrenza notevole.

La Cina, infine, non può mancare. In Africa, dove «l‘onda cinese» è da tempo arrivata nei campi petroliferi e nei giacimenti di risorse naturali, sono sempre di più i mercati nazionali della telefonia mobile ormai monopolizzati dalle compagnie asiatiche. Nel novembre 2004 la Huawei Technologies, la maggiore compagnia cinese di telecomunicazioni, si era già aggiudicata alcuni bandi di gara per la fornitura di

servizi in Kenya e in Nigeria. Sei mesi fa la stessa Huawei ha firmato un accordo di partnership con la compagnia statale di telecomunicazioni del Mali. Il Mozambico, dopo un’asta pubblica, ha affidato a un altro operatore cinese la piena gestione della sue emergente rete di telefonia mobile. Nello Zimbabwe lo Stato, che controlla la rete, ha fatto nel 2004 una scelta analoga. I cinesi vogliono poi rilevare il ramo del gigante lussemburghese Millicom Internationl Cellular operante proprio in Africa. In questo settore, in ordine di tempo, l’ultima spettacolare successo della Cina è stato il lancio, nel maggio 2007, di un satellite per conto della Nige-

ria. Tre anni dopo essersi aggiudicata un contratto da circa 300 milioni di dollari sbaragliando ventuno concorrenti internazionali, Pechino ha utilizzato uno dei suoi razzi di ultima generazione, il “Lunga Marcia 3-B”, per mandare in orbita il satellite “Nigcomsat1”, considerato uno strumento essenziale per estendere a una parte consistente dell’Africa in primo luogo la telefonia mobile, ma anche servizi multimediali su banda larga nei prossimi quindici anni. Inoltre, cosa di non poco conto per le aspirazioni politiche oltre che economiche cinesi in Nigeria, la messa in orbita di “Nigcomsat-1” creerà qualcosa come 150mila posti di lavoro.

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questi, 39 milioni erano in Sud Africa, 32 milioni in Nigeria, 21 milioni in Algeria e 18 milioni in Egitto. Nonostante questi numeri di utenti (in crescita, per giunta), il costo di una chiamata - da e per l’estero - è estremamente elevato. Per ovviare alle spese ove possibile - inizia a farsi uso del Voice over Internet Protocol (VoIP). Per quanto concerne i punti di connessione Internet, seppure insufficienti, negli ultimi 3 anni hanno avuto una crescita esponenziale in Paesi come il Sud Africa, il Marocco, l’Egitto, il Kenya, la Tanzania. Come riconosciuto in occasione della Conferenza di Addis Abeba dello scorso inverno sulle Ict (13-15 febbraio 2008) e in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale delle Telecomunicazioni e della Società dell’Informazione (17 maggio) non si parla mai di quest’area come di un mercato promettente, di uno spazio in cui l’applicazione di nuove tecnologie potrebbe dare un valore aggiunto ad uno sviluppo globale, eppure il settore è in piena espansione. I 50 milioni di utenti odierni di Internet potrebbero ben presto raddoppiare!

Significativi potrebbero essere i riscontri positivi in termini di occupazione (creazione di nuovi posti), di lavoro (vendita di prodotti particolari in determinate zone piuttosto che in altre), di early warning in caso di disastri naturali. I vantaggi sarebbero infinitamente superiori rispetto agli ostacoli reali che di fatto sono ancora legati ad una carenza di infrastrutture in alcune regioni africane centrali ed australi (collegamenti stradali, mancanza di elettricità), quindi ad investimenti che si rivelerebbero altamente produttivi nel medio periodo. È la stessa geografia umana, con una popolazione sparsa, che favorirebbe ad esempio l’utilizzazione di cellulari e Gsm. Il tema dell’Ict è stato messo al centro del dibattito prima dell’Organizzazione per l’Unità Africana (Oua), poi dell’Unione Africana (Ua) e del News Partnership for African Development (Nepad). Diverse le istituzioni e gli organismi creati per dare impulso al processo. L’African Telecommunications Union (Atu), fondata nel 1977, si è sviluppata nel corso di un trentennio come forum, punto d’incontro per gli operatori di settore, per promuovere iniziative regionali, per attirare investimenti dei privati, assicurare al continente africano l’accesso universale alla rete e garantire la connessione tra i vari Paesi; l’African Advanced Level Telecommunications Institute (Afralti) a partire dal 1987 è divenuto un centro di eccellenza per garantire preparazione e adeguata specializzazione nel management delle telecomunicazioni nell’area Orientale e Australe; l’African Advanced Institute Information and Communication Technology (Aaict), conosciuto come

Meraka Institute, è stato lanciato dall’amministrazione Mbeki a Pretoria nel 2007 con l’obiettivo di ridurre il fenomeno del digital divide che sempre più rende profonde le differenze tra Paesi ricchi e poveri. Tale effervescenza ha prodotto risultati apprezzabili anche se ancora insufficienti per garantire un pieno sviluppo tecnologico. Esemplare il lavoro attorno ai cavi sottomarini a fibra ottica, volti a garantire la connessione tra Africa, Asia, Europa e Stati Uniti. Al cavo Sat3, lungo 28mila km, progetto che ha permesso la connessione di 36 Paesi dal Portogallo alle Isole Mauritius, si stanno affiancando numerose iniziative, tra cui si distinguono l’Eassy, il Seacom e l’Awcc. L’avvio della costruzione dell’Eastern Africa Submarine Cable Sistem (Eassy) nel dicembre 2007, è finalizzato a realizzare un cavo sottomarino lungo 9900 km tra Durban e Port Sudan. Il costo di 235 milioni di dollari sarà sopportato da un consorzio di 25 operatori privati (di cui 21 africani), l’International Finance Cororation, l’African Development Bank, l’European Investment Bank e altre banche francesi e tedesche. Il Sea Cable System (Seacom), si propone invece di collegare attraverso un percorso di 15mila km l’Africa orientale e meridionale all’Europa e all’India, con un costo 650 milioni di dollari.

Altro caso quello dell’African West Coast Cable (Awcc), che con una lunghezza di 13mila km, congiungerà la regione di Cape Town al Regno Unito, passando attraverso la regione occidentale africana. Il progetto, finanziato da 40 nazioni e alcuni operatori delle telecomunicazioni per un totale di 600 milioni di dollari, sarà ultimato per il 2010. Non solo collegamenti nelle acque profonde oceaniche, anche lo spazio è considerato essenziale nelle pianificazioni africane. In tal senso si è sviluppato il progetto per un satellite continentale. Grazie alla Regional African Satellite Communication Organization – Rascom, è stato messo in orbita il 21 dicembre scorso Rascom Qaf1, primo progetto panafricano per integrarsi nel settore della comunicazione globale. È fondamentale che tutte queste iniziative vadano a compimento per ancorare il continente nell’economia globale. I governanti al potere, ben consapevoli di tale necessità, sono costretti a dare sempre più spazio ai dicasteri dell’innovazione tecnologica e a predisporre fondi per il settore dell’Ict, come riconosciuto dall’ultima Conferenza Ict di Addis Abeba. L’Africa del 2008 è ben consapevole che deve spingersi oltre la “nuova frontiera”. Sarà attraverso il modo in cui si collegherà al mondo esterno, all’immagine che offrirà di se stessa, che potrà costruire il proprio futuro e affermare le proprie capacità.


mondo

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a scorsa settimana, l’Unione europea si è avvicinata a riprendere i colloqui di collaborazione con Mosca interrotti dopo l’invasione della Georgia da parte delle truppe russe. Non ha importanza il fatto che il Cremlino sia ancora in violazione flagrante degli accordi europei sul cessate-il-fuoco stipulati il 12 agosto e l’8 settembre. Javier Solana, Alto rappresentante dell’Unione per la sicurezza, ha detto nel corso di una conferenza stampa che «l’indignazione non è una politica». Invece fare affari come sempre è una politica, proprio quella che desidera Solana. Forse all’Alto rappresentante non importa che la sicurezza della Georgia sia ancora a rischio, ma dovrebbe rendersi conto che anche la credibilità dell’Europa ha dei seri problemi. Quando i carri armati russi hanno distrutto la sovranità georgiana e l’amministrazione Bush ha abdicato al ruolo americano di superpotenza, la presidenza dell’Unione si è fatta carico della situazione. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha negoziato il 12 agosto un cessate-il-fuoco fra le parti e ha convocato un summit straordinario per il primo giorno di settembre. Dopo aver riconosciuto l’impossibilità di forzare la Russia con qualsivoglia tipo di sanzioni, i leader europei hanno optato per l’eccessivamente modesta, ma elegante e semplice sospensione dei colloqui per l’Accordo di partnership e cooperazione con Mosca. Sarkozy ha poi mediato un nuovo cessate-il-fuoco, e l’Unione ha deciso di inviare dal primo ottobre circa 200 osservatori sul territorio georgiano.

Scene di guerra dalla Georgia, attaccata il 7 agosto scorso dalle truppe russe. Il Cremlino considera Ossezia meridionale e Abkhazia delle sue province naturali e, pur avendo siglato diversi accordi con l’Unione europea, continua a mantenere i suoi soldati sul territorio di Tbilisi. Sotto, il Commissario per le relazioni esterne dell’Unione, Benita Ferrero-Waldner. È il capofila dei sostenitori di Mosca

L

Ora, l’Europa rischia una nuova riduzione del suo ruolo. Molti governi europei sono ansiosi di tornare ai colloqui per l’Accordo con la Russia, e Solana – insieme al Commissario per le relazioni esterne dell’Ue Benita Ferrero-Waldner – guida la marcia. Allo stesso tempo, il Cancel-

Tensioni. La credibilità dell’Ue si misura dall’incontro con Mosca, che non rispetta i patti

L’Unione “Rischiatutto” di David J. Smith

Lucas sempre sul Telegraph – si tratta di fare affari come sempre. E che cattivo affare». Il 10 novembre, i ministri degli Esteri dell’Unione si riuniranno a Bruxelles per decidere se questo verdetto è corretto o meno. Se decideranno di adornare l’incontro del 13 novembre fra l’Unione e la Russia con la decisione di riesumare l’Accordo, gli accordi per il cessate-il-fuoco, l’eredità della presidenza francese dell’Ue e la credibilità del Vecchio Continente si ritroveranno riverse e in brandelli sulla strada che porta ad Akhalgori. Molti di coloro che non abitano in Georgia non ne hanno mai sentito parlare, ma quella città è oggi la chiave della credibilità europea. Secondo gli accordi di pace, la Russia ha

Il 10 novembre si incontrano a Bruxelles i ministri degli Esteri del Vecchio continente per decidere cosa fare della cooperazione con la Russia. Che invade tranquillamente Akhalgori e Perevi liere tedesco Angela Merkel è scattata verso una chiarificazione per capire come si possano riprendere i negoziati con la Russia. Apparentemente, ha provocato una reazione presso il governo britannico di Gordon Brown. Sulla base di alcune interviste rilasciate dai diplomatici di alcuni governi dell’Europa centrale, il Daily Telegraph ha scritto il 31 ottobre che la Gran Bretagna sta per effettuare una massiccia “inversione a U” sulla questione. «E così – scrive Edward

accettato di ritirare le sue forze dalle aree georgiane adiacenti ai territori separatisi dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale e di tornare alle linee tenute prima del 7 agosto.

Inoltre, dice il documento costitutivo della Missione di controllo Ue, «l’Europa dovrebbe fornire ai civili un resoconto sulle azioni delle parti, fra cui il pieno rispetto dell’Accordo in sei punti e le successive operazioni sul territorio georgiano».

Il problema è che la Russia continua nella sua flagrante violazione degli obblighi di ritiro, e impedisce alla Missione l’accesso alle due province. Tranne Russia e Nicaragua, per il resto del mondo il territorio georgiano include Abkhazia e Ossezia. Inoltre, Mosca non sta semplicemente trascinando i piedi; sta trasformando quelle aree in avamposti militari, rubacchiando pezzetti di territorio confinante. Ritirarsi alle linee precedenti il 7 agosto significa che tutti – tranne i peacekeepers – devono abbandonare il territorio. Invece, in Abkhazia la Russia sta inviando personale per la base di sottomarini di Ochamchire e in quella aerea di Gudauta; in Ossezia sta costruendo tre nuove basi, che potranno ospitare circa 10mila militari.

Ma le dimensioni dell’arroganza russa superano le montagne e arrivano a Akhlagori, che rischia di divenire un nuovo avamposto russo. Quando gli è stato chiesto cosa stiano facendo in quella zona delle truppe russe, Anvar Azimov – rappresentante russo presso l’Osce – ha risposto: «Quello è uno dei cinque distretti che compongono l’Ossezia del Sud, noto precedentemente come Leninogorsk. Non vi sono dubbi sul fatto che questa debba essere posta sotto l’autorità osseta. E lo stesso vale per il villaggio di Perevi: secondo l’ultima divisione amministrativa dell’Unione Sovietica, questo fa parte dell’Ossezia del Sud». Non po-

trebbe esserci una dimostrazione più eloquente del modo in cui pensa la Russia. Quindi Akhalgori, Perevi? Gli europei potrebbero chiedersi perchè si sono fatti trascinare in una questione che riguarda una terra molto lontana, abitata da persone di cui non sanno nulla. Bene, Akhalgori è in un angolo d’Europa, un angolo composto da strade fangose in cui potremmo ritrovare la credibilità di una leadership eu-

ropea se l’Unione decide di riprendere i colloqui con la Russia invece di chiedere un pieno rispetto degli accordi di pace.

E questo non perché gli accordi abbiano un’importanza intrinseca, ma perché è su questi che l’Europa ha preso una posizione precisa soltanto due mesi fa. L’indignazione non è una politica, signor Solana, ma non lo è neanche l’ignominia.


mondo

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Siria. Gli arabi guardano alla Ue per il processo di pace. Nulla di fatto dalla missione di Solana

Medio Oriente: Europa cercasi disperatamente di Pierre Chiartano Inghilterra scuote la testa, Berlino alza il sopracciglio e l’Olanda guarda da un’altra parte. Sono tre paesi europei insoddisfatti dal governo di Damasco, pronti a sollevare il veto sull’adesione della Siria alla Partnership euromediterranea, rilanciato dalla nuova presidenza europea di Nicolas Sarkozy e che prevede, entro il 2010, si apra una zona di libero scambio tra le due coste del mare nostrum. La scorsa settimana du-

L’

sassinato, il 14 febbraio del 2005 - si sospetta con la complicità dei servizi di Damasco non si è ancora sciolto.

L’accordo siglato a Bruxelles nel 2003 con la Siria, dovrà essere poi ratificato dal Parlamento europeo e qui potrebbero scattare i veti che preoccupano il mondo arabo. Al Ahram (Le Piramidi) il più vecchio e blasonato quotidiano egiziano percepisce come un lontano obiettivo il coinvolgi-

favore dell’affidabilità di Assad. Chiaramente gli equilibri siriani devono tenere conto della tenuta dell’abbraccio fatale con Teheran, che l’Occidente vorrebbe allentare, per non dire dei rapporti con Hamas ed Hezbollah. Qualche segnale ambiguo c’è stato, ma è roba da retroscenisti, niente che possa entrare nei finding europei sulla Siria. «L’inflessibilità europea» è quella che irrita di più il governo di Damasco, che si è affret-

fughi siriani, contro un maggior controllo sui confini, una restrizione sui visti all’aeroporto di Damasco.

Sul Libano Washington e Damasco potrebbero lavorare insieme per la riuscita del patto del Quatar, per sostenere la coalizione del 14 marzo al governo nei confronti dell’opposizione di Hezbollah. Per il Council è questa la cartina di tornasole delle buone intenzioni siriane. Stesso discorso per i

in breve Una tregua per il Congo I leader regionali riuniti al summit d’emergenza di Nairobi hanno lanciato un appello per un “cessate il fuoco immediato” e per la creazione di corridoi umanitari nella Repubblica Democratica del Congo. Nella dichiarazione finale i leader hanno inoltre chiesto l’effettiva realizzazione degli accordi esistenti sul disarmo dei gruppi ribelli nella regione e «la creazione di un corridoio umanitario nella zona per permettere di dare una risposta alla crisi e alla tragedia umanitaria», ha dichiarato il ministro degli Esteri kenyota Moses Wetangula leggendo il testo congiunto nel corso di una conferenza stampa. Alla riunione d’emergenza, presieduta dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, parteciperanno i leader di Unione africana (Ua), Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi, Sudafrica, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo e il commissario Ue allo sviluppo, Luis Michel.

Spagna, bloccata la riesumazione di Garcia Lorca

La politica di Damasco in Libano potrebbe essere un test utile per capirne le intenzioni. Per il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, serve ancora del tempo prima di chiudere un accordo con la Siria del presidente Bashar Assad rante il meeting tra il rappresentante della politica estera dell’Unione europea, Javier Solana e il presidente Bashar Assad, si sono sprecate dichiarazioni d’intenti e buoni propositi.

L’Europa è diffidente e il mondo arabo scalpita, perchè teme che l’indolenza europea sia il preludio ad un nuovo interventismo americano, pur con i buoni auspici di quella che qualcuno chiama già “dottrina Obama”. Per Assad il ruolo del vecchio Continente «è essenziale ed importante per il processo di pace in Medio Oriente», ma sul percorso cominciato con la dichiarazione di Barcellona del 1995, c’è ancora un grosso ostacolo. Il nodo dell’affaire Hariri, il primo ministro libanese as-

mento siriano nel processo euromediterraneo. Se la Siria ha avviato una serie di riforme in campo economico a favore del libero mercato, riducendo dazi e tariffe, promuovendo gli investimenti esteri, ha fallito sul versante delle riforme politiche. Diritti umani e soprattutto la politica su Libano, Palestina e Iraq non piacciono a Occidente. La formazione di un sistema pluripartitico, una stampa libera e la liberazioni dei prigionieri politici, seguono nel cahier de doleance stilato a Bruxelles. L’azione delle forze speciali Usa che hanno attraversato, a fine ottobre, il confine iracheno con la Siria per eliminare un pericoloso membro di al Qaeda, non sembra un elemento a

tato a dichiarare come «la Ue non sia l’unica scelta a disposizione. La Siria può trovare amici altrove» sottolinea Al Ahram. In tal senso andrebbero interpretati i recenti viaggi di Bashar in India, Malesia e Corea del Nord, per non parlare delle relazioni che si stanno avviando con Cina e Venezuela. «Syrian intransigence» è invece ciò che impedisce che i comuni interessi mediorientali con Washington si trasformino in una ripresa delle relazioni diplomatiche. La pensano così al Council on foreign realtions, convinti che l’isolamento della Siria non aiuti gli interessi americani nella regione. Sull’Iraq l’equo scambio potrebbe riguardare aiuti per i campi pro-

rapporti con Israele. La visita di Sarkozy a Damasco dello scorso settembre aveva concluso tre mesi di incontri bilaterali. Il primo tangibile risultato è stato la luce verde per l’elezione del presidente libanese, che era finita in un pantano politico. A dimostrazione che quando l’Europa si muove – forse dovremo dire la Francia – qualche risultato l’ottiene. Poi l’invito per un incontro rivolto al presidente palestinese, Mahmoud Abbas. Non c’è dubbio che l’azione europea in Medio oriente goda di un privilegio potenziale, maggior sintonia culturale e una storica tradizione di rapporti, ma di un difetto sostanziale, l’inconsistenza politica. Per il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner serve ancora tempo per chiudere un accordo tra Ue e Siria. Sull’agenda di Solana non è stata ancora scritta una data.

nacional, L’Audiencia massima istanza della giustizia spagnola, ha deciso ieri di bloccare l’apertura delle fosse comuni contenti i resti delle vittime della dittatura franchista, tra cui quelli del poeta Federico Garcia Lorca, ordinata il mese scorso dal giudice Baltasar Garzon. La decisione è stata presa - con 10 voti a favore e 5 contrari - dai giudici supremi per permettere alla procura di pronunciarsi sui fondamenti giuridici dell’inchiesta di Garzon che indaga sui crimini contro l’umanita commessi durante la dittatura franchista. Il giudice Garzon si è dichiarato competente il 16 ottobre scorso ad indagare sulle migliaia di desaparecidos sotto la dittatura in virtù della non prescrittibilità dei crimini contro l’umanità, nonostante la legge di amnistia generale dei crimini del franchismo approvata nel 1977 in piena transizione tra dittatura e democrazia.


cultura

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L’intervista. Parla la candidata al Nobel per la Letteratura autrice del premiatissimo romanzo “Senza parole”

«Io, zingara cinese» Il comunismo, le epopee generazionali e l’emancipazione delle donne secondo Zhang Jie colloquio con Zhang Jie di Livia Belardelli amore più grande lascia senza parole». Così comincia il libro più importante della cultura cinese, il Daodejing, Il classico della via e della virtù. È la forza eccezionale di questo sentimento, sconfinato e travolgente, che muove i personaggi del romanzo di Zhang Jie, Senza parole, sullo sfondo della Cina del secolo scorso. Un’epopea generazionale e un testamento politico sul Comunismo cinese raccontato dall’interno, da chi l’ha vissuto e l’ha subito. Trovare le parole per raccontare questa storia, fatta di fame, umiliazione e battaglie civili, è molto difficile. Zhang Jie, candidata al Nobel per la Letteratura, con questo romanzo che è diventato il libro più premiato della Repubblica popolare cinese, si è sentita in obbligo di provarci. Perché Zhang Jie è una donna forte, amante della disciplina, dotata di un’inattaccabile coscienza sociale e di una tenacia fuori dal comune, «una zingara dal temperamento maschile» ama definirsi. Molto diversa da Wu Wei, da Ye Lianzi e le altre donne del suo romanzo, destini sballottati come sassolini dalle onde della storia cinese, vittime di passioni e amori, ma anche di rivoluzioni e campagne politiche. Animata da un forte dolore nei confronti del presente e dell’attualità, Zhang ha sentito una responsabilità nei confronti della vita, della sua Cina che fa fatica a rinascere dalle ceneri di un secolo, tra destini irrimediabilmente spezzati e voglia di ricominciare. E dal suo romanzo emergono le

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L’

urla delle persone, delle vittime di un paese in corsa verso la modernità, che ha travolto ogni cosa in un massacro di valori e sentimenti, affetti e persone, lasciando il sapore di un’arrabbiata disillusione. Come nasce il suo libro? Qual è la necessità interiore che l’ha spinta, oggi, a scriverlo? Ho scritto questo libro in età avanzata dopo aver attraversato l’esperienza storica della Cina di un intero secolo. Le esperienze che i cinesi hanno provato in questo lungo periodo si conoscono poco. Ho ricevuto un’educazione che mi ha portata a responsabilizzarmi nei confronti della società. Per la formazione che ho ricevuto mi sono sentita in dovere di annotare queste esperienze e di scriverle. Volevo esprimere al mondo le sofferenze che i cinesi hanno vissuto in questo lungo periodo. Molte

persone non sono disposte a farlo perché è un percorso molto faticoso, io stessa ci ho messo ben dodici anni. Nel suo romanzo passano tre generazioni di donne cinesi. Dalla Cina degli anni ‘20 di Mohe a quella contemporanea di Chanyue, com’è cambiata la condizione della donna? La situazione rispetto a venti anni fa è molto migliorata. La convivenza fuori dal matrimonio ormai è una pratica comune, non più malvista come in passato. Lo stesso vale per i figli illegittimi che non sono più motivo di disprezzo sociale. Il vero problema è l’atteggiamento degli uomini nei confronti delle donne e viceversa. Il problema sta nella psicologia che regola questi rapporti. Cosa c’è di problematico in questo reciproco confronto? Le donne cinesi sono ancora “senza parole”? Non si tratta di un problema superficiale ma di qualcosa di osservabile ad un livello più sottile della psicologia umana dove ancora non viene riconosciuta veramente l’uguaglianza tra uomini e donne. Molti uomini oggi hanno relazioni extraconiugali vissute come un vanto. Prima c’era maggiore controllo da parte del partito e queste situazioni erano malviste e pubblicamente avversate. Oggi invece c’è un totale rilassamento. Il fatto è che in Cina, come del resto anche in Occidente, la posizione sociale dell’uomo resta più forte rispetto a quella della donna. Solitamente gli uomini hanno più soldi e più potere e molte donne sono affascinate da questo. Così e questo è uno dei messaggi chiave del mio libro - la disuguaglianza nasce anche a causa loro, per colpa delle donne benestanti che non si impegnano nel lavoro ma si appoggiano ad un uomo diventando le prime responsabili della dipendenza femminile. Invece tra le donne del romanzo a quale è

Ho scritto questo libro dopo aver attraversato l’esperienza storica della Cina di un intero secolo.Volevo esprimere al mondo le sofferenze che i cinesi hanno vissuto in questo lungo periodo

più legata? A quale assomiglia? Non assomiglio a nessuna di loro perché ho un’anima da zingara e non riesco a trovare una mia stabilità. Mi sono sposata e ho divorziato. Non sono portata alla vita familiare perché amo il mio lavoro e non riesco ad occuparmi di ciò che serve per la vita domestica. Ho un temperamento forte, quasi maschile e gli uomini in Cina non lo sopportano. Le donne come me spaventano gli uomini. In Cina ce ne sono poche e ed essendo così rare gli uomini non sanno come gestirle. Se in Italia ce ne fossero vorrei conoscerle, in Cina sono una tale rarità. Tante donne ma anche complessi personaggi maschili. Hu Bingchen ad

esempio racconta il cammino che lo porta ad una sorta di “mimetizzazione” per uniformarsi al ruolo sociale e politico che gli viene richiesto dal partito arrivando ad una sorta di spersonalizzazione a tratti inconsapevole. Secondo me è un caso comune quello di Hu Bingchen e non riguarda solo la Cina ma nasce dalla brama di potere. Per perseguire un obiettivo politico e impadronirsi del potere gli uomini sono disposti a tutto, in primo luogo a rinunciare alla propria natura. Si può cambiare radicalmente arrivando a non riconoscersi più e a commettere atti deprecabili come fossero la norma. Il potere logora le persone, le cambia e le peggiora. L’unico antidoto è una personalità forte e irreprensibile. Sempre Hu Binchen, osservando la propria condizione e i compromessi necessari per raggiungerla, elabora una riflessione interessante: «Sarebbe stata dura per gli intellettuali, vivere da uomini». E oggi? È ancora dura essere intellettuali in Cina? Rispetto al passato la Cina è più aperta. Generalmente l’opinione pubblica occidentale ha una visione della libertà cinese superficiale e limitata. Non si tratta soltanto di libertà politica. Per me, e questo è davvero


cultura

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Dal 2004 a oggi, triplicate le quotazioni delle opere

La Cina conquista il mercato dell’arte Sopra, la scrittrice cinese Zhang Jie, candidata al Nobel per la Letteratura con il romanzo “Senza parole” (nella pagina a fianco, la copertina del libro). A sinistra, un’immagine della Muraglia cinese e, sotto, due dei famosi “guerrieri di terracotta” a grandezza naturale, ritrovati in Cina nei pressi del sepolcro di Shi Huang Di

importante, è una questione interiore e personale. Oggi si può scrivere di tutto in Cina ma molti scrittori non vogliono. Si sono venduti al commercio e non perseguono più un ideale estetico ma l’obiettivo di assecondare le case editrici che, dal canto loro, chiedono agli scrittori cosa e come scrivere. Così non si ha più la volontà e il diritto di parlare di arte ma si persegue la logica del guadagno. Ha fatto parte della delegazione cinese all’ultima Fiera di Francoforte. L’anno prossimo sarà l’anno della Cina. Qual è la situazione dell’editoria nel vostro paese? Innanzitutto c’è una disparità culturale. Persone con molta cultura o che non ne hanno per niente. E c’è un forte contrasto tra case editrici pubbliche e private. Le prime, controllate dal governo, ad esempio La Letteratura del popolo, pubblicano libri di alto livello. Il governo garantisce la qualità della letteratura, della produzione. Al contrario le private non si preoccupano della qualità promuovendo una letteratura popolare

che si sta diffondendo moltissimo. Gli scrittori, strapagati dalle case private, sfornano libri di basso livello, soprattutto quella letteratura sentimentale che va tanto di moda tra i giovani. Se devo essere sincera però quest’anno anche in Germania, dove di solito c’è una letteratura più curata, ho notato problemi simili. Un’ultima domanda allora. Chi è il suo pubblico? A chi si rivolge? In Cina e, visto che è il primo paese in cui il suo romanzo viene tradotto, in Italia. Sono sicura che il mio libro non possa piacere a tutti e che anzi sia rivolto ad un pubblico limitato. La mia scrittura si rivolge ad un pubblico ristretto, fatto di intellettuali dai trentanni in su. Forse il target che lo apprezza maggiormente è formato da quarantenni con una certa istruzione. Per l’Italia non so, non conosco il paese, ma immagino che anche qui sarà apprezzato dagli intellettuali. Staremo a vedere

di Marco Ferrari a lunga marcia dell’arte contemporanea cinese ha raggiunto la propria meta: la conquista del mercato globale. Dal 2004 ad oggi le quotazioni delle opere d’arte sono triplicate, raggiungendo cifre da capogiro. Si calcola che l’arte contemporanea rappresenti nel suo insieme circa l’8% del prodotto interno lordo del nuovo colosso mondiale. I dati diffusi da Sotheby’s di Hong Kong parlano di vendite salite da circa 3 milioni di dollari del 2004 a 25 milioni nel 2006. A marzo la famosa casa d’aste ha bandito un lotto di 292 opere con stime iniziali sino a 2 milioni e mezzo di dollari per dipinti di artisti come Zhang Xiaogang, esponente del “realismo cinico”, Wang Guangyi, che mescola immagini della rivoluzione culturali con i simboli occidentali e Yue Minjun, famoso per la serie degli Idoli.

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In Cina si è da poco conclusa la stagione delle grandi esposizioni: “ArtBeijing”nella capitale, Biennale, Fiera d’arte e Fiera d’arte contemporanea a Shanghai, Triennale di Nanchino e di Guangzhou. La vendita ha fatto segnare una tenuta, ma non un’espansione, rispetto all’anno boom 2007, causa la recessione mondiale. Lo scorso anno, infatti, sono state effettuate 4 mila vendite all’asta di artisti cinesi con una crescita di 6 miliardi e 890 milioni di yuan, la moneta cinese. La dimensione del mercato cinese ha superato per la prima volta quello della Francia, classificandosi al terzo posto dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Tra i 35 artisti contemporanei di livello mondiale venduti per oltre 1 milione di dollari ad aste internazionali, ben 15 erano cinesi. Tra i cento tops artists attualmente quotati, 36 sono nati nel paese di Mao Tse-tung. Ora si guarda con maggior attenzione al rafforzamento del mercato interno grazie all’incremento degli studi accademici, auspicato dal direttore della mostra di Pechino, Dong Mengyang. Il fenomeno è nato in maniera spropositata nel “post 1989”in stretta relazione con la crescita economica. Così come il gigante asiatico è riuscito a far convivere comunismo e capitalismo, l’arte contemporanea ha integrato fattori culturali e mercantili, puntando molto sull’esportazione, grazie all’adesione della Cina al Wto e alle recenti Olimpiadi, come testimonia-

to dalle numerose mostre tenuti negli ultimi tempi in Italia (Palazzo delle Esposizioni a Roma, Palazzo Strozzi a Firenze, Camec La Spezia, Perugia, Pistoia, Milano,Venezia). «Il movimento Nuove Tendenze 85 spiega Jiang Mei del Museo d’Arte di Shanghai - è considerato come l’illuminismo nel campo delle belle arti cinesi». Da quel rinnovamento si è giunti alla dimensione individuale degli anni Novanta e quindi alla febbre di mercato del nuovo secolo. Nel mosaico del capitalismo cinese e nelle immense aree urbane, gli artisti condensano lo spazio individuale, la consapevolezza della criticità della cultura commerciale, la satira ai modelli in voga negli anni Sessanta - dall’iconografia maoista alla catena di fast food - la dissoluta disgregazione dell’identità contadina nei nuovi ammassi di cemento e industrie. Insomma, una sorta di autoestraneamento da quello che era il principio della società cinese, l’individuo nella collettività, che trova ora riferimento nelle migliaia di gallerie collettive e private sorte in Cina. Il primo esempio di galleria d’arte contemporanea risale al 1987 quando a Pechino viene fondata la Zuiyixian, una collettiva diretta da Wang Yun, criticata in quanto espressione dell’industrializzazione della pittura ad olio cinese. Nel 1991 l’australiano Brian Wallace diede vita alla Red Gate Gallery adottando i criteri e le concezioni operative delle gallerie occidentali.

Il giro d’affari ha superato per la prima volta quello della Francia, piazzandosi al terzo posto dopo Usa e Gran Bretagna

«All’inizio - racconta Wallace - i clienti erano stranieri, ma negli ultimi anni si sono verificati significativi cambiamenti. Oggi si può dire che gli acquirenti cinesi siano più del 10%. In passato i semplici visitatori o frequentatori di gallerie private erano studenti d’arte o pittori, oggi sono giovani di famiglie benestanti che acquistano pezzi per le loro abitazioni». Lo hanno imitato molti galleristi stranieri, in particolare fiorentini, mentre la giapponese Tokyo Gallery ha messo in piedi il progetto artistico Pechino-Tokyo. Le gallerie private sono 5.000, dislocate in gran parte a Pechino e Shanghai, città a economie avanzate. Sono basi concrete di vendita e interscambio che danno vita ogni anno alla China International Gallery Exposition, allo scopo di intrattenere rapporti con le loro consorelle occidentali. Adesso la Cina è proprio vicina.


musica

pagina 20 • 8 novembre 2008

A fianco, la cantante folk Ani Difranco durante uno degli ultimi concerti. Sotto, la copertina del suo nuovo album “Red Letter Year”

suoi album riflettono il suo pensiero, le sue idee politiche, la sua evoluzione personale. E’ una navigatissima cantautrice e pluripremiata chitarrista americana, nota per la sua intensissima attività musicale. Ha scritto centinaia di canzoni, suonato in migliaia di spettacoli, realizzato jam session nei palcoscenici più famosi d’America con star della musica jazz, rap, rock, pop, folk, e orchestre di fama internazionale.

I

L’anticonformista Ani Difranco è sempre ai primi posti quando si parla di novità musicali. Diciotto anni di carriera scanditi dall’uscita di un album all’anno a partire dal 1990. E il 2008 non fa eccezione. Il suo tour iniziato negli Stati Uniti a settembre ha fatto tappa al Rolling Stone di Milano lo scorso 21 ottobre. Unica data in Italia in cui Ani ha presentato il suo nuovo disco, Red Letter Year, in uscita dal 30 settembre. Ospiti della stessa serata anche i musicisti Anais Mitchell e Hamell on Trial.Ventesimo album della cantante statunitense, è il più elegante e sofisticato della sua vastissima discografia. Prodotto dalla Righteous Babe, è stato realizzato con la partecipazione di un quartetto di fiati composto dal violinista Jenny Scheinman e la Rebirth Brass Band di New Orleans. La voce di Ani gioca un ruolo fondamentale mentre gli arrangiamenti degli archi sono a cura di Sickafosse, e la tromba che si ascolta in qualche brano è suonata da Jon Hassell. Una miscela di ingredienti che hanno reso vincente tutta la ricca produzione musicale di Ani: una voce calda, una virtuosa chitarra acustica al centro di ogni brano, testi profondi e originali, tematiche sociali e politiche che le stanno a cuore, e sperimentazione dei suoni. Un album profondamente ispirato dalla nascita della figlia Petah Lucia avuta col coproduttore Mike Napolitano. Maternità che le regala nuove emozioni e una nuova visione della vita (Present/Infant e Landing Gear). Seppure essenzialmente solare e positiva, Ani non dimentica le piaghe che affliggono la sua America. L’album passa da testi innocenti e ottimistici, veri e propri inni alla vita, a tematiche quali il razzismo, il “menefreghismo”del governo americano, la guerra, la pena di morte. In All a This Ani descrive la razza bianca come un uomo con la faccia da scimmia. Mentre in Self-Evident sono chiari i riferimenti a Bush e alla tragedia dell’11 settembre. Madre natura viene esaltata in

Successi. Il nuovo album di Ani Difranco scala le vette delle classifiche

La ragazza della via folk (che viene da Buffalo) di Valentina Gerace The Atom, che descrive il mondo come un «disegno intelligente» fatto dagli uomini, non da Dio. Senza dubbio un invito laico a responsabilizzarsi come uomini e come cittadini. Splendido il funky Emancipated Minor, che ricorda un po’ Prince, in cui basso e percussioni creano un’efficace base ritmica. Particolarmente ricercati i brani lenti e ispirati come la jaz-

ma alla Buffalo Academy for Visual and Performing Arts. A 20 anni si trasferisce a New York dove inizia la sua intensissima carriera da musicista e fonda con soli 50 dollari una propria casa discografica, la Righteous Babe Records. Le sue canzoni contengono già il marchio che le contraddistingue negli anni a seguire. Basate sulla ritmica serrata della sua chitarra, contengono te-

Una voce calda accompagnata da una virtuosa chitarra acustica, al centro di ogni brano ci sono testi profondi e originali, tematiche sociali e politiche che le stanno a cuore, e soprattutto la sperimentazione di suoni sempre nuovi zata Round a pole in cui il marito Mike si sbizzarrisce in suoni elettronici e Star matter. Sofisticate percussioni si ascoltano in Smiling Underneath. L’album si conclude con Red letter year reprise che dura ben 6 minuti e rappresenta un omaggio a New Orleans, e alla Lousiana. Brano intenso e colorato eseguito dalla Rebirth brass band a cui si sono aggiunti Richard Comeaux e C.C. Adcock. Esaltazione della terra in cui Ani ha

deciso di vivere. E in cui viene realizzata metà della produzione del disco.

Nata a Buffalo (New York) da madre americana ebrea e padre italo-americano, entrambi appassionati di musica folk, Ani comincia da giovanissima a suonare cover dei Beatles nei bar locali. A 15 anni va a vivere da sola, mantenendosi principalmente grazie alle sue performance musicali. Si diplo-

sti profondi, originali. Specchio del suo pensiero politico e sociale. Il 1990 è l’anno del suo primo album, Ani Difranco, seguito da Not so soft (1991), e Imperfectly (1992). In Like I said (1994) ripercorre il suo passato musicale e ripropone vecchie canzoni con nuovi suoni, e maggiore enfasi ed efficacia. Anche grazie alla collaborazione di ottimi musicisti come il batterista Andy Stochansky. Gli album che seguono,

Out of Range (1994), Not a pretty girl (1995), Dilate (1996) rappresentano un’incredibile serie di successi. Intanto Ani si è già guadagnata i primi posti nelle classifiche pop-rock e un notevole numero di fan. Il doppio cd Living in Clip (1997) è una raccolta dei vari concerti realizzati con il batterista Stochansky e la bassista Sara Lee. Gli album che seguono dal 1998 sono sempre meno personali, improntati maggiormente sulla protesta politica. Di notevole successo è Little Plastic Castle (1998) caratterizzata da ritmi latini e la presenza dei fiati. Seguono Up Up Up Up Up Up (1999) e il doppio cd Revelling/Reckoning (2001) che ha però minore successo. Tornano i brani energici e di protesta nel Live So Much Shouting, So Much Laughter del 2002, estremamente innovativo e di successo anche grazie ad una nuova ed elegante formazione musicale. Segue Educated Guess (2004) coprodotto con Joe Henry e realizzato con il bassista Todd Sickafoose, il batterista Jay Bellerose e il tastierista Patrick Warren. Knuckle Down del 2005 è dedicato al padre. In particolare il brano Recoil, dove l’artista parla in modo toccante dello stato di salute del genitore prima della sua morte. Nel 2006 realizza Reprieve un album composto tra New Orleans e Buffalo. Subito dopo l’uragano Kathrina Ani è costretta a evacuare e lasciare la sua casa. L’album è sicuramente una protesta politica. Esprime la frustrazione, la tristezza e il senso di perdizione di fronte alla distruzione della Crescent City.

Virtuosa e dotata chitarrista Ani Difranco oggi costituisce un punto di riferimento per molte nuove potenziali stelle nascenti nel genere cantautorale e pop folk. E’ riuscita a crearsi uno stile del tutto personale, difficilmente catalogabile in un solo genere. Una musica sofisticata, elegante e ricercata che però non perde mai l’impatto emotivo. Quasi sempre ispirata da vicende personali, come per tutti i cantautori che si rispettino, Ani ha dimostrato in questi anni di riuscire a incanalare le sue frustrazioni, la sua rabbia, le sue angosce, nella creazione di una musica innovativa, efficace, unica. Oggi è famosa sopratutto per il suo attivismo politico. Le sue canzoni sono un veicolo per denunciare il razzismo, il sessismo, l’abuso sessuale, l’omofobia, i diritti riproduttivi, la povertà e la guerra. Temi sicuramente attuali, mai come in questo momento.


spettacoli

8 novembre 2008 • pagina 21

Cinema. Presentato ieri a Roma il Torino Film Festival: 230 le pellicole in concorso, ma di quelle italiane neanche l’ombra

L’impronta minimal-snob di Moretti di Antonella Giuli

on ci sarà nessun film italiano, né in concorso fra i 15 in lista, né fra i 22 fuori gara. Parola di Nanni Moretti. Alla fine ieri si è aperta così, al cinema Nuovo Sacher di Roma, la XXVI edizione del Torino Film Festival: in sordina e, appunto, senza pellicole tricolore. «Il fatto – ha spiegato il regista e direttore artistico della rassegna cinematografica per il secondo anno consecutivo – è che di film ne abbiamo visti molti, sì. Ma non ci è sembrato di trovare quello adatto al concorso o al fuori concorso». Detta così, può sembrare la solita frase minimal-snob à la Moretti, soprattutto considerando che dopo Venezia e Roma, toccherà proprio al suo Festival di Torino (dal 21 al 29 novembre nei quattro multisala Ambrosio, Greenwich, Massimo e Nazionale) chiudere la serie delle grandi rassegne cinematografiche dell’autunno italiano. Quest’anno saranno 15 i lavori, di cui 8 opere prime, a concorrere al premio per il Miglior film, al Premio speciale della Giuria, e ai Premi per la migliore attrice e per il migliore attore. Il cinema europeo sarà presente con 7 titoli provenienti da Germania, Belgio, Slovenia (e 3 coproduzioni Francia-Germania, IrlandaGran Bretagna, Portogallo-Brasile), 3 titoli dagli Stati Uniti, uno dal Messico, una coproduzione Cile-Brasile, un titolo dal Canada, uno dall’Australia e uno dalla Cina.

N

Il film che aprirà il red carpet morettiano sarà il tanto atteso e recensito W. di Oliver Stone, praticamente la vita e le opere del presidente degli Stati Uniti George W. Bush raccolti in quel lungometraggio che sarebbe dovuto piacere a sinistra e dispiacere a destra e che invece, s’è vociferato dalle più importanti colonne dei giornali specializzati, è riuscito a non acciuffare applausi convinti né dall’una né dall’altra parte. Ad ogni modo, bongré-malgré, la pellicola incuriosice ed è griffata, dunque ben si presta a inaugurare la rassegna che ospiterà molti dei giganti del cinema: dal regista Stone, appunto, a Roman Polanski, al quale è dedicata una delle tre retrospettive

(le altre due sono sul francese Jean-Pierre Melville e sulla British Renaissance) con Emmanuelle Seigner e Sydne Rome, da Peter Del Monte a Giuseppe Bertolucci, da Marco Tullio Giordana a Paolo Virzì, all’attrice e ora anche produttrice Zeudi Araya. E poi ancora Kohei Oguri, Koji Wakamatsu, Bill Forsyth, Michael Radford, Pat o’Connor e l’attore di Monty Python Michael Palin.

Ventidue le pellicole che saranno presentate a Torino in anteprima italiana, europea o

La rassegna, (dal 21 al 29 novembre), chiude la stagione dei tanti festival cinematografici e verrà inaugurata dal film su Bush “W.” di Oliver Stone

Sopra, la locandina della ventiseiesima edizione del Torino Film Festival (dal 21 al 29 novembre 2008). Per il secondo anno consecutivo, direttore artistico sarà Nanni Moretti (a sinistra). La rassegna verrà inaugurata dalla proiezione del film di Oliver Stone “W.” (in basso, la locandina)

mondiale. Molto attese dal pubblico e dalla critica, tra i fuori concorso, i film The edge of love di John Maybury (con Keira Knightley e Sienna Miller), Filth and wisdom (il debutto dietro la macchina da presa niente meno che di Madonna), Katyn di Andrzej Wajda e Wendy and Lucy di Kelly Reichardt.

Per la sezione Lo stato delle cose, s’è deciso di occuparsi di politica. Tra gli altri, verrà proiettato un film sulla rivolta

del ’56 in Ungheria, di Gyorgy Szomjas, uno di Larry Charles, il regista di Borat, e Mai 68, la belle ouvrage di Jean-Luc e Loic Magneron, che racconta le notti del maggio del 1968. A “Italiana.doc”, la sezione che quest’anno consta delle appena 12 opere nostrane e che lo scorso funzionò come rampa di lancio per Biutiful cauntri, si affianca oggi la nuova categoria Internazionale.doc, dedicata al cinema documentario di tutto il mondo, con tredici titoli inediti in Italia. La zona, inaugurata lo scorso anno, perlustra il cinema meno convenzionale e verrà inaugurata dal lungometraggio di Tonino De Bernardi Pane/Piazza delle Camelie, in anteprima mondiale. E finisce praticamente qua la produzione tricolore messa in mostra dal regista, che in conferenza stampa ha inforcato l’analisi della crisi del cinema italiano non indicando poi una netta tendenza: «Due-tre volte l’anno c’è il tic, il vizio di interrogarsi su questo argomento. Tutti abbiamo festeggiato il grande successo di quei due film a Cannes, ma non si può generalizzare, perché quelli erano due film giunti a coronamento di un processo autoriale». “Quei due film”sono Gomorra e Il Divo di Garrone e Sorrentino, secondo Moretti «due personalità ben distinte il cui successo rappresenta quello di due cifre stilistiche particolari». Ma dal particolare non si riesce ad arrivare a un principio universale: «Difficile prevedere o comprendere perché un film piaccia più o meno di un altro» ha detto. «Io stesso ammetto di aver fatto un errore clamoroso di valutazione con Pranzo di Ferragosto del mio amico Gianni Di Gregorio. Lo conosco da trent’anni e, quando lo ha proiettato qui al Sacher prima di andare a Venezia, ho pensato che era un gran bel film ma che non avrebbe fatto un soldo, che l’avrebbero visto in trenta al massimo. E invece è il film rivelazione degli ultimi mesi e ha superato in aspettative pellicole ben più accreditate come Kung fu Panda».

Quale che sia lo stato di salute delle nostre macchine da presa, Nanni Moretti ha comunque tenuto a precisare che accanto ai nuovi registi «che vanno affermandosi», in giro per l’Italia c’è comunque «una nuova generazione di produttori e sceneggiatori che sta crescendo. Anche se non si può dire lo stesso per il pubblico».


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dal ”New York Times” del 07/11/2008

L’Osce imbarazza Tiblisi di C.J. Chivers e Ellen Barry Osce smentisce Tiblisi. Sul breve conflitto estivo, tra Georgia e Russia, ci sono delle nuove valutazioni, prese sul campo da osservatori militari indipendenti. Mettono in dubbio la reiterata versione georgiana sulla natura difensiva dell’azione contro i separatisti e l’aggressione del vicino russo. L’analisi suggerisce che l’attacco dei poco esperti georgiani alla capitale separatista Tskhinvali, il 7 di agosto, attraverso cannoneggiamenti e razzi, abbia messo seriamente a rischio la vita dei civili, dei peacekeeper russi e degli osservatori internazionali. Le valutazioni non sono comunque conclusive e neanche esaustive per sbrogliare la matassa delle delicate controversie nate dal conflitto, che ha creato tensione nei rapporti fra l’Occidente e il Cremlino. Ma solleva molti dubbi sulla qualità operativa del bombardamento - avvenuto dalle strade a nord di Gori anche con multiple rockets launcher - della capitale dell’Ossezia del sud e quindi sull’affidabilità e sulla sincerità delle tesi di Tiblisi.

L’

ne. Che è una delle principali giustificazioni dell’operazione militare. Fonti ufficiali georgiane contestano pesantemente la veridicità del rapporto, sollecitando i governi occidentali ad una smentita.

I georgiani hanno sostenuto, con svariati argomenti, che il bombardamento di Tskhinvali sarebbe stato un’azione per fermare quelli subiti dai villaggi georgiani in Ossezia, per ristabilire l’ordine nella regione ed impedire l’invasione russa. Il presidente della Georgia Mikheil Saakashvili ha definito l’attacco come prettamente difensivo. Secondo i rapporti degli osservatori, però, il 7 ed 8 agosto, l’artiglieria e i razzi georgiani sono caduti sulla centro urbano ad intervalli di 15-20 secondi e nella prima ora di martellamento, ben 48 proiettili, sono esplosi in zone non militari. Gli stessi osservatori non hanno potuto verificare neanche le notizie sugli attacchi contro le minoranze georgiane della regio-

«Non conosco la natura di queste informazioni, né se siano state confermate», ha dichiarato il viceministro degli Esteri, Giga Bokeria. «Ci sono così tante prove sui continui attacchi contro i villaggi controllati dai georgiani e altrettante sulla crescita della presenza militare russa che qualsiasi altra informazione non cambierebbe il quadro generale degli eventi». «Chi avrebbe fatto il conteggio dei colpi? – ha aggiunto il rappresentante georgiano - Sembra una cosa alquanto strana». Mosca ha dato il benvenuto al rapporto e secondo una dichiarazione di Grigory Karasin, vice ministro agli Esteri russo, riflette «il reale corso degli eventi prima dell’aggressione della Georgia». Tali considerazioni confutano le accuse di Tiblisi sui bombardamenti, che Karasin definisce «pesantissimi». Gli osservatori facevano parte di un team dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Un’istituzione multilaterale che stava monitorando la situazione dell’area dal primo cessate-il-fuoco degli anni Novanta. Saakashvili che aveva paragonato l’aggressione di Mosca a quella di Praga del 1968, soffre oggi di un calo di popolarità interna e di un certo scetticismo da parte delle cancellerie occidentali. L’operazione militare è stata un disastro per la Georgia. Gli ufficiali georgiani ritengono che i danni subiti dalla città siano da attribuire agli scontri con

le milizie separatiste e agli attacchi aerei russi. Matthew J. Bryza uno dei principali lobbysti di Saakashvili a Washington, afferma che «i georgiani avevano un’idea chiara sugli obiettivi, che erano l’ufficio del sindaco e le stazioni di polizia, utilizzati come avamposti militari».

Ryan Grist un ex capitano dell’Esercito britannico, membro del team Osce, era stato, quella notte delle operazioni, in costante contatto con entrambe le parti. «È stato da subito evidente come l’attacco fosse indiscriminato e sproporzionato, se fosse vero, a qualsiasi tipo di provocazione». Non ci sarebbero dunque prove evidenti che separatisti ossetini e russi stessero preparando un’azione militare contro la Georgia. L’Osce accusata dal governo georgiano di aver chiuso gli occhi in altre situazioni difende l’operato dei suoi uomini per tramite del suo portavoce, Martha Freeman: «siamo convinti che i rapporti dell’ Osce siano accurati, precisi e imparziali».

L’IMMAGINE

Bello, giovane e abbronzato? Berlusconi è semplicemente invidioso Nessuno ha veramente capito il sentimento che dominava Berlusconi quando ha detto quello che ha detto sul nuovo presidente americano: «Bello, giovane e abbronzato». L’invidia. Recentemente, proprio il nostro presidente del Consiglio - dobbiamo pur far nostra la giusta filosofia patriottica americana così ben incarnata da McCain - ha rivelato che ormai è a portata di scienza il traguardo dei 120 anni di vita. Il premier crede nell’eterna giovinezza e non gli va giù che ci sia al mondo un capo di Stato - e che Stato - che sia «bello, giovane e abbronzato». Il nostro presidente vede in Barack Obama ciò che lui non è e che ormai non potrà più essere. Altro che scherzo, che sfottò, che gaffe. Silvio Berlusconi vorrebbe essere «bello, giovane e abbronzato» per ricominciare tutto daccapo. Un sogno umano, umanissimo che ha voluto inconsciamente comunicare all’universomondo. Che poi sia anche una mezza gaffe e che se la poteva risparmiare, beh, ci avrà pensato dopo.

Gianluca Feola – Pistoia

ORA SI MISURERÀ LA “NOBILITATE” DEL GOVERNO

IL TRAMONTO DI UN MODELLO ECONOMICO

Non so se vi siete accorti che sta accadendo qualcosa nel Pdl: quello strano partito che c’è ma non c’è. L’alzata di ingegno di Gianfranco Fini sta a testimoniare che comincia a circolare un po’ di scontento. A qualcuno vanno le scarpe strette e si cerca di allargarle. Ma al di là delle interpretazioni, si può segnalare un dato. Anzi due: sembra riproporsi un’antica sfida, non certo foriera di buoni risultati: quella tra Fini e Tremonti. Seconda considerazione: siamo a un primo giro di boa. Il governo è ora entrato nella fase vera, è finito il rodaggio e anche la luna di miele. Adesso si vedrà la “nobilitate”dei nostri simpatici eroi.

Con l’attuale crisi finanziaria internazionale giunge al capolinea, dopo diversi decenni di imperio, il modello dell’economia di mercato, vale a dire la teorizzata capacità dei mercati di auto-regolarsi. Le misure adottate per far fronte ai crac dei colossi finanziari americani, ai crolli delle Borse mondiali e alla paralisi del credito, vanno dal varo di un gigantesco piano di nazionalizzazioni e salvataggi pubblici in America, all’immissione di una grande liquidità nel sistema creditizio in Europa. Sarebbe, però, ingiusto attribuire questo disastro alla sola amministrazione Bush o alla destra americana. Lo sconfinamento

Giuseppe Infante – Chieti

Cowgirl metropolitane Usate i mezzi pubblici! E prima o poi sul vostro vagone potrebbero salire due belle pistolere come queste. Non è uno scherzo, ai passeggeri di una metropolitana di Berlino è successo davvero. Modelle strizzate in sexy bustini neri hanno sfilato sul metrò tedesco la scorsa estate, durante la settimana della moda delle merchant bank in settori sempre più esoterici e rischiosi della finanza globale era già in atto durante l’èra Clinton. A capo dei massimi organismi di controllo furono chiamati coloro che dovevano essere controllati e vigilati. Le authority, così, sono diventate succursali subalterne delle lobby finanziarie e

non. Se George Bush ha affidato il Tesoro all’ex numero uno della Goldman Sachs, Henry Paulson, Bill Clinton lo aveva consegnato nelle mani di Robert Rubin, ex presidente della Citigroup. È in questo groviglio di conflitti d’interessi che affondano le radici antiche del disastro attuale. L’epilogo di un si-

stema senza più freni e controlli è, come sempre, la “socializzazione” delle perdite, cioè sarà ancora una volta il “contribuente-cittadino” a farne le spese. Tuttavia, questa crisi ha prodotto anche un effetto collaterale: il tramonto dell’America come modello da emulare.

Felice Vaccaro - Latina


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LETTERA DALLA STORIA

Non amerò mai se non ho amato Voi! Era tempo di frapporre tra noi due molti mesi e molti chilometri! Non già che io fossi per commettere qualche pazzia, (non ho amato pur troppo fin ora e forse non amerò più; non amerò mai se non ho amato Voi!) ma il desiderio della vostra persona cominciava ad accendermi il sangue con una crudeltà spaventosa; ora l’idea di accoppiare una voluttà acre e disperata alla bellezza spirituale di una intelligenza superiore come la vostra mi riusciva umiliante, mostruosa, intollerante… Quando l’altro giorno uscii dal vostro salotto con la prima impronta della vostra bocca sulla mia bocca mi parve d’aver profanato qualche cosa in noi, qualche cosa di ben più alto valore che quel breve spasimo dei nostri nervi giovanili, mi parve di veder disperso per un istante d’oblio un tesoro accumulato da entrambi, per tanto tempo, a fatica. Amalia, sento, vi giuro che arriveremo presto e che da noi daremo al mondo e che il mondo darà a noi ciò che ci è dovuto: e un giorno, incontrandoci saremo orgogliosi di aver sostato, in un tempo di follia lontano, l’uno sul cammino dell’altro. Da un legame come il nostro deve balzare qualche cosa di più degno che non la sentimentalità meschina dei piccoli amanti. Per questo è necessario non vederci. Non ci vedremo più per molto tempo. Perché voglio che sia così. Guido Gozzano ad Amalia Guglielminetti

ACCADDE OGGI

RIDISTRIBUIRE LE QUOTE DELLE VINCITE MILIONARIE La grossissima vincita di 100 milioni di euro, pari a 200 miliardi delle vecchie lire, merita qualche riflessione. È pacifico che l’evento ha prodotto enorme beneficio sia al fortunato giocatore, al quale auguriamo di godersi la improvvisa fortuna in serenità, che al gestore del gioco perché con il lievitare del montepremi ha visto aumentare notevolmente le giocate e quindi ha ricavato maggior profitto. In una società come la nostra, nella quale è sempre crescente il numero delle persone che vivono vicino alla soglia della povertà, i cui sintomi si notano con la diminuzione degli acquisti, si è verificato che l’alto montepremi ha accresciuto il numero dei giocatori nel tentativo di migliorare la loro esistenza. È pacifico che a giocare nelle varie lotterie non sono i ricchi, i “paperoni” del sistema i quali se giocano lo fanno in Borsa, ma sono i poveri, i quali si privano di qualcosa, per acquistare il sogno, l’illusione di una vincita della quale beneficeranno pochi su milioni di giocatori. Non mi pare sia giusto invogliare al gioco. E poiché non è possibile abolirlo occorrono dei correttivi per evitare le vincite favolose. Per far ciò una soluzione potrebbe essere quella di ridistribuire le quote non assegnate per la mancata realizzazione delle vincite di prima categoria alle categorie inferiori. Molto probabilmente diminuirebbe la corsa all’azzardo richiamata dall’ingente montepremi con beneficio di molti bilanci familiari.

Luigi Celebre – Milazzo

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

8 novembre 1519 Hernán Cortés entra a Tenochtitlán e il re Azteco Montezuma lo accoglie con grandi cerimonie, come si addice al ritorno di una divinità 1793 A Parigi, il governo rivoluzionario francese apre il Louvre al pubblico come museo 1888 Viene ritrovato il corpo dell’ultima vittima attribuita a Jack lo squartatore: Mary Jane Kelly, mutilata e uccisa orribilmente 1895 Durante alcuni esperimenti sull’elettricità Guglielmo Roentgen scopre i raggi x 1923 Putsch di Monaco: Adolf Hitler guida il partito nazista in un tentativo fallito di rovesciare il governo tedesco 1926 Fascismo: viene arrestato Antonio Gramsci, verrà rilasciato nel 1935. 1934 L’Accademia di Svezia assegna il Premio Nobel per la letteratura a Luigi Pirandello 1939 A Monaco di Baviera, Adolf Hitler sfugge di poco ad un tentativo di assassinio mentre celebra il 16° anniversario del Putsch di Monaco

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Francesco Rositano, Enrico Singer, Susanna Turco Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio,

CONSENSI MIRACOLOSI Se gli studenti sono troppi e troppo pacifici, occorre provvedere. Dapprima, mandando loro contro un manipolo di provocatori e di mazzieri. Poi, spostando le responsabilità da destra a sinistra. Infine, zittendoli con le sirene delle ambulanze e dei cellulari della polizia. Cossiga docet. Se l’informazione non mistifica la realtà, non esalta il governo ed i suoi componenti ma si limita a riferire fatti concreti, meglio adottare il modello Berlusconi. Basta etichettarla come disinformazione e propaganda della sinistra. Meglio oscurarla o censurla. Così, la quotidiana rassegna stampa del ministero dell’Istruzione è di colpo “dimagrita”: da 20-30 pagine a 10. Il sito trascura i giornali indipendenti e privilegia quelli dipendenti dalla destra o dalla famiglia. Nella rubrica delle lettere sgrana un rosario di improbabili missive di“devoti”della Gelmini o fustigatori dei professori sobillatori. Provate, infine, a navigare nei siti specializzati: compariranno i sondaggi sul gradimento della riforma Gelmini. Le opzioni? Favorevole o contrario. Ma se digitate contrario, vedrete il vostro voto sommarsi a quelli favorevoli. Se siete favorevole, invece, il problema non si pone proprio. Chissà se sono questi i rilevamenti cui fa riferimento il governo per misurare il suo “miracoloso” consenso. Il secolo breve si è chiuso ma la nostra storia sembra ripetersi. Parafrasando Woody Allen verrebbe da dire: Benito è morto, Stalin pure e neanche la democrazia si sente tanto bene…

dai circoli liberal

ALLEANZE SUBALTERNE AL PROGETTO POLITICO Questo è quanto è emerso dalla riunione nazionale dei coordinatori regionali, provinciali e comunali dei Circoli Liberal svoltasi ieri a Roma. Una risposta anche a chi continua a chiedere di scegliere tra il Pdl e il Pd. Il presidente nazionale della Fondazione Liberal unitamente al coordinatore nazionale dei Circoli hanno ribadito a più riprese la necessità di sviluppare attraverso la Costituente di Centro, oramai in procinto di partire in diverse regioni d’Italia, un nuovo modello di partecipazione democratica della vita di un partito politico e di governo per il Paese. La proposta di un rapporto diverso tra politica e cittadini in riferimento al Partito popolare europeo e ai valori cristiani attraverso la giusta interpretazione della dottrina sociale della Chiesa. Ecco perché l’obiettivo e la proposta di Liberal e dei propri Circoli, anche attraverso la Costituente di Centro, sono quelli di proporre un governo di unità nazionale. Un’esigenza quest’ultima che noi sentiamo in quanto riteniamo che il Paese attuale, al di là dello “sfogo” elettorale di pochi mesi fa, avverta oggi in modo maggioritario. Insomma, Berlusconi come Prodi se continua a non ascoltare l’esigenza di una pacificazione politica e sociale che passa nel nostro Paese attraverso la condivisione di alcune grandi riforme, in armonia e in accordo non solo con le parti sociali ma anche con i partiti di opposizione. Nelle conclusioni dei lavori dell’Assemblea nazionale dei Circoli Liberal, la spinta propulsiva è la presenza del nostro movimento diffuso in tutta Italia a sostegno e a disposizione della fase costituente dell’Unione di centro, quale valore aggiunto di un grande progetto politico nazionale che vuole insieme tutti i moderati italiani. Anche per questo chiediamo al leader dell’Unione di centro, Pier Ferdinando Casini, di continuare sulla strada intrapresa, facendo nascere dopo il gruppo parlamentare anche quello politico e militante in tutta Italia. Una sfida che merita di essere vissuta in pieno. Un’esigenza di cui il Paese e le Istituzioni hanno bisogno essenzialmente per evitare da un lato la deriva populista dell’attuale sistema politico e dall’altro per dare al nostro Paese un’alternativa credibile al “veltrusconismo”, creando di fatto non solo la scelta alternativa ma anche gli strumenti con cui attuarla. Strumenti che possono e devono essere sintetizzati all’interno della Unione di centro. Vincenzo Inverso SEGRETARIO ORGANIZZATIVO CIRCOLI LIBERAL

APPUNTAMENTI VENERDÌ 21 E SABATO 22 NOVEMBRE 2008 OTTAVA EDIZIONE COLLOQUI DI VENEZIA PALAZZO CAVALLI FRANCHETTI La nuova America. Come cambierà il mondo dopo l’era Bush. Gli amici dei Circoli Liberal sono invitati a partecipare

Elisa Di Guida

Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

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2008_11_08  

alle pagine 2, 3, 4 e 5 I dati Istat sull’innovazione QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK...

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