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Le conseguenze dell’11 settembre: il saggio del grande politologo Usa

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80912

ISSN 1827-8817

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Tutta la verità sulla guerra (giusta) per liberare l’Iraq

di Ferdinando Adornato

BENEDETTO XVI NELLA PATRIA DELL’ILLUMINISMO

di Robert Kagan

È forse il viaggio più importante del Papa-filosofo. Da oggi per tre giorni in Francia incontrerà Sarkozy e seicento intellettuali. Parlerà loro di ragione e di fede, di laicità e di relativismo, i temi più controversi nell’Europa di oggi. Ecco cosa dirà il Pontefice alla terra dei Lumi

olti hanno valutato negativamente la decisione americana di attaccare l’Iraq nel 2003. E questa è un’altra ironia della sorte. Il rovesciamento del regime di Saddam Hussein è stata una delle azioni meno egoiste degli Stati Uniti dopo l’11 settembre e più in linea con l’immagine di leader mondiale attivo e responsabile che gli Stati Uniti avevano di se stessi prima di quel terribile evento rispetto alla più ristretta politica estera di Bush, attenta esclusivamente agli interessi americani. L’invasione fu parzialmente correlata alla guerra al terrorismo. Anche l’amministrazione Clinton si era preoccupata dei legami che Saddam aveva con il terrorismo ed aveva utilizzato questi presunti legami per giustificare la sua azione militare nei confronti dell’Iraq nel 1998. Clinton stesso aveva messo in guardia in merito al fatto che se gli Stati uniti non avessero intrapreso azioni contro Saddam, il mondo sarebbe stato «maggiormente esposto a quel tipo di minaccia che l’Iraq pone oggi, quella di uno stato canaglia con armi di distruzione di massa, pronto ad utilizzarle o a fornirle a terroristi, trafficanti di droga o membri della criminalità organizzata che vanno in giro nei nostri paesi, passando inosservati».

M

Dio a Parigi alle pagine 2 e 3

se gu e a p ag in a 1 2

La città rischia la decadenza

Girandola di dichiarazioni

Milano si divide fra Tremonti e Letizia Moratti

L’Ossezia del Sud diventa russa. Anzi no, quasi

di Giancarlo Galli

di Francesco Cannatà

di Errico Novi

di Riccardo Paradisi

Per Milano arriva la decadenza. Il governo assedia Mediobanca mentre il ministro Tremonti sfida il sindaco sia nella gestione dell’Expo sia nella corsa alla futura leadership del Pdl.

Richiamarsi troppo alla storia può essere pericoloso. Soprattutto quando si parla del Caucaso, che come diceva Bismarck dei Balcani - produce più storia di quanto ne possa digerire.

A Chianciano, dove il primo dibattito è intitolato al federalismo fiscale, nasce un’inattesa polemica tra Giancarlo Galan, e l’unico rappresentante dell’esecutivo presente in sala, Adolfo Urso.

La scienza del Cern e l’origine dell’uomo. Per il filosofo Adriano Pessina, intervistato da liberal, l’esperimento di Ginevra «non contesta la creazione. Il buco nero è nella nostra solitudine».

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VENERDÌ 12

SETTEMBRE

2008 • EURO 1,00 (10,00

Colloquio con Adriano Pessina

Alla Festa dell’Udc, Pdl spaccato sulla riforma

«Vi spiego il big bang di Dio»

Il federalismo per ora è solo confusione

CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

174 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 12 settembre 2008

Parla il cardinal Poupard che accompagna Benedetto XVI nel suo viaggio in Francia: oggi l’incontro con Sarkozy

«Ecco cosa dirà il Papa alla terra dei Lumi» Vera laicità non vuol dire espellere la religione dallo Stato colloquio con il cardinale Paul Poupard di Francesco Rositano rancia, figlia primogenita della Chiesa, cosa hai fatto delle promesse del tuo battesimo?» Queste parole, pronunciate da Giovanni Paolo II il 1 giugno del 1980 a Parigi durante il primo dei suoi sette viaggi ”nella terra dei Lumi”, fecero scalpore. E rimbalzarono per tutta Europa. Capiterà la stessa cosa in questi giorni durante il viaggio di Benedetto XVI? Non ha dubbi il cardinal Paul Poupard, francese, 78 anni, presidente emerito del dicastero vaticano della cultura e del dialogo interreligioso. «Le sue parole - afferma il porporato cresciuto in uno dei tanti villaggi rurali del Paese oggi al minimo storico di fedeli - faranno riflettere anche oltre la Francia. E sicuramente porranno l’accento su un concetto tanto attuale: la laicità. Il Papa avrà modo di affrontarlo e di ribadire che essa non coincide affatto con un’espulsione di Dio dalla vita pubblica». Un rischio che in Francia c’è da anni. Basta ricordarsi che uno dei più grandi timori di Karol Wojtyla era la scomparsa della fede in un paese di martiri, missionari e santi. Un timore forse condiviso anche da Joseph Ratzinger che però affronta la questione con un approccio di tipo diverso, di tipo più intellettuale. E non è un caso quindi che parlerà al mondo della cultura».Cercando di sintetizzare le sfide che attendono Benedetto XVI, il cardinal Poupard elenca: la crescita della comunità musulmana, l’avanzata della secolarizzazione, il calo dei fedeli, la diminuzione delle vocazioni al sacerdozio. Insomma i problemi ci sono. «Come diceva Gesù - continua il cardinale - non è certo nascondendo la malattia che si guarisce la persona». Ma il Papa cercherà di affrontarli. Uno per uno. Partendo dal rischio che lo spaventa di più: la scomparsa di Dio dalla società. Eminenza, qual è la ”sfida”di questo decimo viaggio papale? Questo viaggio è prima di tutto un pellegrinaggio: il Papa va a Lourdes come pellegrino per il 150° anniversario delle apparizioni della Madonna a Bernadette e farà come ogni pellegrino il cammino del Giubileo. Be-

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nedetto XVI quindi non fa una visita a Parigi ma solo una tappa per rispondere a un invito congiunto della Conferenza episcopale francese e del presidente Nicolas Sarkozy: ecco perché la permanenza nella capitale sarà solo di un giorno. A suo avviso come verrà accolto dal popolo francese questo viaggio? Sono appena tornato dalla Francia e posso dire che c’è

grande attesa per l’arrivo del Papa: tanto entusiasmo, tanti volontari si preparano per l’accoglienza e per la tappa parigina. C’è poi grande trepidazione per l’incontro con il mondo della cultura: appuntamento naturale. È un mondo che il Papa conosce benissimo. Benedetto XVI è un intellettuale di ampio respiro. Ha voluto imparare il francese per leggere Paul Claudel in lingua originale. È un co-

noscitore di Maritain, Guitton, Daniélou, Mauriac, Bernanos, Péguy. Ed è membro associato dell’Accademia delle scienze morali e politiche. Elementi che fanno capire come il suo viaggio non potrà non affrontare il tema della ragione e della cultura. E soprattutto interrogare questa terra sulla crisi della fede nella cultura secolarizzata. Come verrà accolto, secondo lei, il tanto atteso discorso al mondo della cultura? Sono convinto che il Papa sarà chiaro e in questo obiettivo sarà sicuramente aiutato dal fatto che parlerà in francese. Uno dei grandi pregi di questa lingua, infatti, è proprio la chiarezza. D’altra parte in Francia sanno bene che il Papa è abituato a dibattere con i cattedratici. E che più volte ha affrontato il delicato rapporto tra fede, società e cultura. Senza nascondere la sua più grande preoccupazione: che Dio scompaia dalla vita pubblica. E soprattutto che si confonda la laicità con il laicismo. Oppure, fatto ancor più grave, che in nome della laicità si espella Dio dalla vita dello Stato. D’altra parte la presenza crescente del mondo

Il rapporto tra fede e cultura, tema centrale dell’intervento odierno di Papa Benedetto XVI, nasconde una domanda molto più profonda, e in un certo senso sostanziale: qual’è la vera identità del continente europeo?

musulmano obbliga ad avere una maggiore coscienza del fatto religioso. Ecco perché anch’io ho grandi attese dal discorso del Papa, sperando che esso dia un contributo significativo al dibattito che si è aperto nel quadro nuovo della secolarizzazione. Insomma sarebbe un crimine espellere Dio dalla vita pubblica? Dico sempre che un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. Pensiamo a ciò che volevano realizzare i marxisti, i leninisti o gli atei: cancellare la cultura cattolica dai propri paesi. Perché? È semplice: sapevano che se loro non facevano questo non potevano dominare il popolo. Ora assistiamo a una nuova emergenza. E non è più rappresentata dal marxismo-leninismo che voleva cancellare la religione dalla società in nome di una convinzione filosofica: «Dio è l’oppio dei popoli». Ora si sostiene un’altra tesi: la cristianofobia, come la si chiama, è autorizzata da ragioni di tipo culturale. Come se il cattolicesimo fosse una minaccia per la cultura e l’identità di un Paese. In questo contesto, il discorso del Papa sul rapporto tra fede e cultura sarà dunque fondamentale? Certamente: questo è un punto

Il Pontefice non ha comunque intenzione di sacrificare alla politica la sua devozione mariana. La vera meta è Lourdes

Cambia il cerimoniale: il presidente all’aeroporto Il viaggio del Papa in Francia dal 12 al 15 settembre nasce dalla volontà del Pontefice di partecipare al 150° anniversario delle apparizioni della Vergine a Lourdes. Ma, grazie all’invito del presidente francese Nicolas Sarkozy, si è esteso anche a Parigi. Quello di Benedetto XVI è il decimo viaggio apostolico e il primo in quella che un tempo era la “figlia prediletta” della Chiesa. Sarà proprio Sarkò (accompagnato dalla moglie Carla Bruni) ad infrangere il protocollo e accogliere il Papa all’aeroporto di Orly. Dopo un visita all’Eliseo e un discorso di benvenuto, Benedetto XVI si recherà presso il prestigioso College des Bernardins, dove parlerà davanti a 600 intellettuali del rapporto tra fede e cultura. Prima di questo è previsto l’incontro con la comunità ebraica presso

la Nunziatura. Subito dopo, vi sarà il faccia a faccia con i musulmani. In serata, nella cattedrale di Notre-Dame, il Papa presiederà la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i diaconi. La mattina del 3 settembre, compirà una breve visita all’Institut de France di Parigi: da quando era cardinale, il Papa è membro della Accademia di scienze morali e politiche dell’Istitut, dove ha preso il posto di Sakarov. Alle 10 celebrerà la messa all’Esplanade des Invalides.

Alle 16.30, Benedetto XVI ripartirà in aereo per Tarbes-Lourdes, dove compirà un pellegrinaggio nei luoghi di Bernardette: il fonte battesimale, la poverissima casa della veggente e la grotta delle appa-

rizioni. In serata concluderà la processione mariana fatta con le torce che illuminano la notte. Domenica 14 celebrerà la messa nella Prairie di Lourdes per il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine Bernadette e reciterà l’Angelus. Nel pomeriggio, un incontro con i vescovi francesi presso l’Hemicycle Sainte-Bernadette di Lourdes, e un’ora più tardi, Benedetto XVI un discorso a conclusione della processione eucaristica. La mattina dell’ultimo giorno, visita all’Oratorie de l’hopital di Lourdes e messa con i malati nella Basilica Notre-Dame du Rosaire. Il ritorno in Italia è previsto per le 15 di lunedì, all’aeroporto di Ciampino. (v.f.p.)


prima pagina Il presidente francese incontra il Papa nel corso della visita del 20 dicembre 2007, quando Sarkozy è giunto a Roma per accettare il titolo di canonico onorario del Laterano. Secondo l’inquilino dell’Eliseo, il colloquio con il Papa è stato molto importante. «La questione spirituale del senso della vita mi interessa molto», ha commentato Sarkozy parlando ai giornalisti

nevralgico, decisivo. Anche perché cela una domanda ancora più importante: qual è l’identità dell’Europa. E questa è la problematica più importante, più calda, più attuale che c’è. E sono convinto che darà motivi di riflessione per tutti: credenti e non credenti. Sicuramente il Papa parlando ai vescovi affronterà un altro tema, quello del futuro della Chiesa cattolica in Francia. Che ne pensa? Sicuramente assistiamo a una forte diminuzione della pratica religiosa nei centri rurali. Io so-

no cresciuto in un villaggio angiolo. Mio padre era un produttore di vino. Allora la pratica religiosa era del 95%, oggi è del 15%. Il crollo, quindi, è eviden-

Lo stesso villaggio in cui ai miei tempi tutti andavano a messa oggi è un deserto. C’è stato un mutamento sociale profondo. Dobbiamo capirlo

Ma oltre al calo di fedeli si è assistito a un mutamento del ruolo del sacerdote... Certo. Nel mio villaggio prima c’era addirittura un vice-parroco. Ora non c’è nemmeno il parroco. Ma il problema è un altro: il parroco, senza saperlo, era il ministro della cultura. Non c’era concorrenza, non esisteva ad esempio la televisione: alla domenica andavamo non solo alla messa ma anche ai vespri. D’inverno il parroco con i ragazzi faceva teatro e a sua insaputa insegnava ai ragazzi quali sono le virtù cristiane. La tenuta di mio papà era la più grande del villaggio: dieci ettari e almeno 100 famiglie che facevano il vino. Ora ci sono solo due famiglie. Questo per dire che c’è un mondo che è sparito. Prima era nel passaggio dalla campagna in città che si rischiava di perdere la fede. Oggi è il contrario? Proprio così. Recentemente, tornando nel mio villaggio ho assistito a uno stupore generalizzato degli abitanti di questo centro rurale alla vista di giovani parigini che arrivando lì per le vacanze partecipavano alla messa della domenica, oppure prestavano il servizio come chierichetti. In questo contesto come spiega la grande flotta di pellegrini che va a Lourdes? Questo è senz’altro un fenomeno positivo che mostra anche un’altra cosa: non è per nulla vero che il fatto religioso è scomparso dalla vita pubblica.

te. D’altra parte, diceva lo stesso Gesù che se si vuol sanare il malato egli va riconosciuto come tale.

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Parla lo storico «eretico» Max Gallo

Ma noi,laici, lo ascolteremo M

ax Gallo ha fatto professione di laicità. E da laico e acuto osservatore commenta il primo viaggio di Benedetto XVI in Francia. «Avrà un grande rilievo culturale. Poi prosegue: «Il mondo intellettuale - afferma il giornalista e politico socialista che, nel 2007, a sorpresa è passato con i gollisti di Sarkozy - presterà grande attenzione alle parole del Papa. Ma questo viaggio inciderà pochissimo dal punto di vista pubblico. Le ragioni sono scritte nella storia della Francia: da noi la separazione tra Chiesa e Stato è avvenuta nel 1905 con tanto di legge. Inoltre già prima di questa ufficializzazione c’era una certa indipendenza tra Stato e Chiesa. Un’indipendenza che, in fasi ben precise della nostra storia è diventata ostilità. Ora, però, il contesto è cambiato: la religione in Francia ha un peso crescente e pertanto ha un suo peso pubblico. E ci sono le condizioni affinché il discorso di un esponente religioso vengano recepite e accolte». Insomma, la domanda sorge naturale: come la prenderanno, gli intellettuali francesi, le parole del Papa? Max Gallo, intellettuale francese molto «eretico», non ha dubbi: «Sarà accolto bene, nonostante in Francia ci sia una parte dell’opinione pubblica che si definisce laica e considera Benedetto XVI un papa conservatore. Nel partito socialista, ad esempio, hanno criticato la scelta del presidente Nicolas Sarkozy di accogliere il Pontefice personalmente in aereoporto. Non è giusto, sostengono, perché la Francia è una Repubblica laica». Eppure resta il fatto che 600 intellettuali che andranno ad ascoltarlo: «Questa è una precisa manifestazione nei confronti del Papa», dice Gallo.

«Da noi la separazione tra fede e politica è sancita dalla legge. Ma le religioni hanno diritto di cittadinanza»

Benedetto XVI in questo viaggio toccherà sicuramente il rapporto tra fede, cultura e società. Un laico non considera questa un’ingerenza? Niente paura, dice Gallo, perché «in Francia esiste una reale separazione tra la Chiesa, la cultura e la società. Questa distinzione non la si può ignorare. Anche perché essa, in qualche modo esisteva nel paese pure quando alla testa della Francia esisteva un re cristiano. Una separazione, sancita anche legalmente con la la legge del 1905. E comunque, dal punto di vista sociale, tutte le religioni si sono ritagliate un loro peso specifico in Francia: pensiamo a quella musulmana che da noi è una delle più grandi d’Europa». Ma la storia ha radici antiche: già Giovanni Paolo II, 28 anni fa, aveva espressso preoccupazione per le sorti del cattolicesimo in Francia. E adesso, come vanno le cose? Gallo è preoccupato: «È un vero problema. C’è un calo di vocazioni, poi la società francese è una società laica, che non si interessa affatto della religione. Allo stesso tempo, però, c’è un nucleo nuovo di giovani che segue l’insegnamento della Chiesa. Poi c’è anche tanta parte del clero che ha una presenza più dinamica. Insomma: oggi il nostro paese è diventato a tutti gli effetti una terra di missione». Viene da pensare alle reazioni che ci saranno, a proposito del discorso di Benedetto XVI e del rischio che entri «troppo» nella vita pubblica francese. Ma Gallo minimizza, poiché, dice, «in Francia l’intervento del Papa non avrà mai un peso forte dal punto di vista politico perché c’è questa tradizione di indipendenza tra Chiesa cattolica francese e Stato. La Chiesa sa che la laicità è una realtà storica in Francia. Detto questo, si è però creato un clima culturale meno aggressivo nei confronti del Papa e ben disposto ad ascoltarne l’insegnamento e a raccoglierne gli spunti di riflessione. (f. r.)


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festa Udc

Al meeting di Chianciano Galan e Formigoni litigano. Mentre la Lega canta vittoria

Confusione federale La maggioranza è divisa e non si sa cosa sia e quanto costi la riforma di Errico Novi

CHIANCIANO TERME (SIENA). Nel programma non era prevista, ma ieri la maggioranza ha introdotto una nuova riforma: il diritto della Lega a festeggiare. A Venezia, alle celebrazioni per il dio Po, Umberto Bossi potrà esibire come se fosse lo scalpo del nemico il disegno di legge sul federalismo fiscale. Ieri il Consiglio dei ministri ha dato il via libera, ma senza aggiungere nulla rispetto a quanto fatto circolare nei giorni scorsi e anzi con una sottrazione dell’ultimo minuto: non ci sarà alcuna nuova tassa sugli immobili a disposizione dei Comuni. Il Carroccio doveva pur cedere qualcosa in cambio della brusca accelerazione. E alla cancellazione della “service tax”inventata da Roberto Calderoli si aggiunge infatti un sostanzioso allungamento dei tempi: l’attuazione della riforma non avverrà più entro i sei mesi previsti inizialmente ma nell’arco di due anni tondi. Così viene tranquillizzata un po’persino An, che teme il debordare leghista. Non a caso il primo commento di Silvio Berlusconi non riguarda tanto i contenuti della proposta ma la «blindatura» che la decisione di ieri assicura alla maggioranza. «Abbiamo stoppato il tentativo del Pd che voleva intromettersi tra noi e il Carroccio», ha detto il premier ai suoi

dopo la riunione a Palazzo Chigi, «e a questo punto non c’è bisogno di allargare il Pdl ad altri».

Tutto bene? Fino a un certo punto. Si capisce dall’aria che tira sul palco della Festa dell’Udc a Chianciano, dove il primo dibattito è intitolato appunto al federalismo fiscale: «Una vera risposta?», chiedono gli organizzatori ai convenuti. E subito nasce un’inattesa polemica tra un presidente di Regione pur sempre in quota Pdl, il veneto Giancarlo Galan, e l’unico rappresentante dell’esecutivo presente in sala, il sottosegretario allo Svi-

mune alle Comunità montane all’Unione europea? E come è possibile che anche stavolta si prevedono più finanziamenti a Roma capitale? E ancora: mi sarei aspettato una parola, nel testo quadro appena varato, sulle Regioni a statuto speciale, che sono una vera ingiustizia». Non è finita qui: «Va bene il principio della responsabilità, ma bisogna applicarlo sempre, anche al Comune di Napoli se non attua la raccolta differenziata: perché mai dovremmo pagare noi per i ritardi degli altri?». L’affollatissima platea si stropiccia gli occhi quando co-

Ecco l’inghippo: la fretta di sventolare una bozza al popolo leghista ha un suo prezzo. Si aprono crepe nel centrodestra o se ne chiudono altre con toppe messe alla meglio, come la proroga dei 24 mesi luppo economico Adolfo Urso. «Ma le Province non dovevano essere abolite?» è l’impertinente quesito del governatore. Urso si guadagna i complimenti dell’imprevisto avversario: «E’ materia costituzionale, questo è un ddl ordinario, ci penseremo a tempo debito». Ma poi Galan deborda: «Come è possibile avere tanti organismi uno sull’altro, dal Co-

glie nell’affondo del presidente veneto un assist a Pier Ferdinando Casini, che balza sul palco del dibattito e sorride impietoso: «Prendi tanti applausi dalla nostra gente, ma ti ricordo che quando noi abbiamo proposto un emendamento per commissariare chi non fa la raccolta, il Pdl ce l’ha bocciata». Troppa grazia.

Ecco l’inghippo: tanta fretta di sventolare una bozza che fosse una all’impaziente popolo leghista, ha un suo prezzo: si aprono crepe nella maggioranza, o se ne chiudono altre con toppe messe alla meglio, come la succitata proroga dei ventiquattro mesi. Sdrammatizza Roberto Formigoni, tra i partecipanti al dibattito di Chianciano insieme con i moderatori Savino Pezzotta e Francesco D’Onofrio, con Francesco Rutelli, Galan, Urso e l’applauditissimo Clemente Mastella: «E’ un buon inizio, adesso si apre lo spazio per un confronto ampio», dice il governatore della Lombardia a liberal, prima di prendere la parola. A quando i criteri di perequazione? «In questa prima fase era giusto affermare i principi, e le Regioni, innanzitutto la mia, devono essere orgogliose di aver indicato per prime il percorso. Successivamente verranno i numeri, cominceremo con la conferenza Stato-Regioni del 18 settembre». In sala Formigoni enuncia le virtù del testo appena varato: «Finalmente viene cancellato il principio della spesa storica, cioè dei finanziamenti commisurati ai costi che l’ente ha sostenuto l’anno prima, e si passa al crite-

rio della spesa standard, calcolata in base ai bisogni effettivi della popolazione».

Una tessera importante in un puzzle ancora piuttosto incompleto. Per non dire peggio, come d’altronde fa senza imbarazzi il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: «Diciamolo: è un

«Gli italiani vogliono sapere se la proposta di Calderoli è la bandiera del Carroccio, oppure una modifica equilibrata»

Rutelli: «Non firmiamo progetti in bianco» di Susanna Turco

CHIANCIANO TERME (SIENA). «Il ministro Calderoli parla di una riforma responsabile e solidale? Bene. Siccome non è nostro Signore e non moltiplica pani e pesci, e dato che dicono che le tasse non crescono, i servizi restano gli stessi e la spesa non aumenta, aspettiamo di vedere come fanno questo miracolo». E’ quasi sprezzante l’atteggiamento con il quale Francesco Rutelli, appena sbarcato alla festa Udc di Chianciano, approccia la notizia che il Consiglio dei ministri ha dato il primo via libera alla

bozza del ministro alla Semplificazione. Appena un tono sotto le parole scelte dal capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, che da Roma parla dell’«ennesimo bluff» di un «Calderoli-Godot», dal quale «da oltre un mese abbiamo l’annuncio che il testo del governo è pronto, ma nessuno l’ha ancora visto». «Da parte nostra non c’è nessun atteggiamento pregiudizialmente negativo», precisa l’ex vicepremier: «Siamo disponibili a una riforma coerente con quelle fatte negli anni passati, ma non firmeremo nulla in bianco». E in-

fatti, sull’atteggiamento che dovrà tenere in Parlamento il Pd, Rutelli fa prevalere la prudenza: «Dobbiamo leggere il testo, vedremo». Pur giudicando “lunare” un dibattito che si svolge su un testo che ancora, di fatto, «nessuno conosce», Rutelli non ha dubbi nello spiegare quali siano le condizioni per aprire un dialogo con il governo: «Siamo per un confronto a viso aperto, ma questo è possibile dopo che Calderoli ci avrà detto quanto costa questa riforma, chi la paga, chi ci guadagna e chi ci rimette, e dopo che avrà scoperto

un po’ di altarini che già si cominciano a intravvedere». Perché, aggiunge, da un lato «non è un caso se il dibattito in questi giorni si sia concentrato sulla reintroduzione dell’Ici: ho capito che questo governo, quando vuole mettere una nuova tassa si butta sull’inglese. E’ una cosa che piace a Tremonti. Ma, facendo la traduzione, tax vuol dire tassa, service vuol dire servizio: bisogna dirlo apertamente, se questa riforma costerà, senza nascondersi dietro l’inglese». Quanto agli altarini, precisa Rutelli, «gli italiani vogliono sapere


festa Udc

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Buttiglione apre una Festa con molti giovani

«L’unità dei cattolici non è più un’eresia» di Franco Insardà CHIANCIANO TERME (SIENA). Le note del Silenzio taglione Nembo tradiva il giuramento di fedeltà dopo quelle dell’Inno di Mameli e un mazzo di fio- alla nazione, ammutinandosi e assassinando il ri fasciato nella bandiera americana: così il presi- proprio capo di Stato maggiore». E l’idea di naziodente dell’Udc, Rocco Buttiglione, ha aperto la Fe- ne per l’Udc è fondamentale e quindi l’attenzione sta di Chianciano. E il popolo democristiano ha ri- sul federalismo è massima. «Siamo un partito nasposto commosso con un lungo applauso:«oggi zionale, per noi il Mezzogiorno è parte essenziale esprimiamo la nostra solidarietà alle vittime ame- del Paese, non esiste una questione meridionale, ricane di quell’attentato - ha detto Bottiglione - che separata da quella nazionale. Per questo guardiaapparve a tutti come un’offesa all’intero mondo mo con un certo sospetto a questo federalismo occidentale». Ma a distanza di sette anni, ha ag- proposto dal governo, perché non vanno abbangiunto: «quel mondo è più pericoloso se l’Europa donate le esigenze del Sud d’Italia». Il tema dei vae gli Stati Uniti marciano divisi e noi qui riaffer- lori in politica sta molto a cuore al popolo Udc e miamo la nostra profonda amicizia con il popolo Buttiglione ci ritorna riscuotendo l’applauso conamericano». In platea tutti i dirigenti del partito vi- vinto di tutta la platea: «La democrazia cristiana è cini al leader Pier Ferdinando Casini e al segreta- alle spalle, ma pensare oggi all’unità dei cattolici rio Lorenzo Cesa, tanti militanti e simpatizzanti di non può essere più un tabù o un’eresia. Ci sono tantissimi cattolici impeogni età e decine di giovani gnati nella società - ha detvolontari. Vecchi democristiato Buttiglione - e sono nelni e giovani dell’Udc che strinl’associazionismo, ma hangono la mano a Casini, vogliono paura della politica, no fare una foto ricordo con pensano che sia sporca e Ciriaco De Mita.Vengono dalnon si avvicinano. Noi dobla Sicilia, dalla Puglia, dalla biamo lavorare per convinCampania, ma anche dal Vecerli». E a questo proposito neto dalla Lombardia. Uno l’Udc organizzerà a fine dei più entusiasti è un gruppo novembre un incontro a di Lecce vicino ai quali si sieLoreto con 1000 esponenti de Pier Ferdinando Casini. del mondo cattolico per un Buttiglione sottolinea come confronto sull’invito fatto da sia necessario «rispondere IL PROGRAMMA DI OGGI Benedetto XVI a far nascere sia alla minaccia dell’inteuna nuova generazione di gralismo islamico, sia all’in••• Intenso, già dal mattino il programma di laici cattolici impegnati in sorgere del nuovo imperialioggi della Festa dell’Udc. Alle 9.30 in area smo russo al quale l’Europa politica. Perché all’Udc ha Bruco, si dibatterà sulla situazione difficile non ha saputo dare risposte detto Buttiglione non intein cui versano i sindaci italiani schiacciati tra dure. Il progetto dell’Udc è ressa: «La politica semifascil’incudine di offrire più servizi ai cittadini e il stato chiaro in campagna sta di oggi: sembra che si dimartello di avere sempre meno risorse a dielettorale. L’Italia deve uscica non mi interessa chi sei, sposizione. Alle 10 in Area Bianca avrà re dalla sudditanza energeticosa vuoi, cosa ami, mi inteluogo il dibattito sull’amministrazione delle ca, non sono le vacanze in ressa se sei per Berlusconi o Regioni. Tra gli ospiti diversi governatori: Sardegna, né la benevolenza perVeltroni. Noi vogliamo inquello siciliano Raffaele Lombardo, quello di qualche capo di Stato a ricontrare i valori e il cuore del del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo, il presolvere i nostri problemi». popolo italiano. Noi - ha spiesidente del Trentino Alto Adige Lorenzo DelIl presidente dell’Udc ha pogato - andremo diritti al cenlai e quello della Sardegna Renato Soru. lemizzato con il governo Alle 11, in Area Bruco, si affronterà il capitro sul sentiero dei nostri vaBerlusconi e puntualizzato tolo «liberalizzazioni». Intervengono il minilori. Quindi a chi mi chiede la posizione del suo partito stro ombra del Pd, Enrico Letta, Giorgio Nacon chi ci alleeremo io risugli argomenti che in quetalino Guerrini, presidente di Confartigianaspondo: chi ci incontra sul sti giorni interessano il dito, Maurizio Beretta, direttore generale di nostro sentiero?». battito politico: federalismo, Confindustria, Bruno Tabacci deputato E sulle preferenze Buttiglio8 settembre, famiglia, ruolo Udc. Centrali, poi, gli incontri del pomerigne tra gli applausi ha ribadidei cattolici, preferenze e alto la volontà di portare avangio: da quello sul problema della sicurezza leanze per le amministratiti la“battaglia”sulle preferen(ore 15.30 in Area Bruco) a quelli su penve. A proposito del discorso sioni salari e tutela del mondo del lavoro ze: «non è un problema di del ministro della Difesa, (ore 16 Area Verde) fino al dibattito sull’ortecnica elettorale, ma è un Ignazio La Russa, in occadinamento più efficace da dare a Roma Caproblema di democrazia. Si sione dell’8 settembre ha pitale. Un incontro al quale, nel novero descontrano due visioni: una detto: «Abbiamo sentito pagli importanti ospiti, parteciperanno il sindemocrazia plebiscitaria, in role improvvide dal ministro daco Gianni Alemanno e Piero Marrazzo, il cui l’importante è consacrache ha ricordato, con i cadugovernatore del Lazio. Da non perdere, infire il capo, e una in cui c’è la ti a difesa di Roma, il battane, il dibattito sulla riforma della legge eletrappresentanza. L’Italia non glione Nembo. Per me è statorale. Ore 18 in Area Bruco. Introduce Caè un’azienda è una nazione». ta un’offesa personale perlogero Mannino, deputato Udc e modera E l’immagine della Festa di ché, mentre mio zio il tenenMichele Vietti vicepresidente del partito. InChianciano riassume tutto tervengono Ciriaco De Mita, Massimo D’Ate colonnello Giovanni Butquesto: una famiglia felice e lema, Fabrizio Cicchitto, Giuseppe Fioroni e tiglione moriva per la liberaunita con lo slogan “Noi + Ferdinando Adornato ••• zione della Sardegna, il batvoi. Energia inesauribile.

Il mondo è più pericoloso se l’Europa e gli Stati Uniti marciano divisi e noi qui riaffermiamo la nostra profonda amicizia con il popolo americano

federalismo virtuale. Non si può dire nulla finché non ci saranno i decreti attuativi (previsti dopo l’approvazione della legge delega collegata alla Finanziaria). E comunque la decisione di allungare i tempi fino a due anni testimonia quanto sia complicato attuare un federalismo veramente solidale». L’Udc

vigilerà, assicura D’Onofrio: «Saremo una garanzia di equilibrio, e insisteremo col porre domande scomode». Per esempio: «Come si pagherà il debito pubblico?». Rocco Buttiglione se ne riserva un’altra, quella fatale: «Chi ci assicura che la riforma non schiavizzerà il Sud?». Nessuno, per ora.

se la riforma proposta da Calderoli è la bandiera della Lega, oppure è una modifica modernizzatrice ed equilibrata. Vogliamo capire se sia o meno il Carroccio che pone il suo sigillo, come pare aver fatto capire negli ultimi giorni». Del resto - spiega l’ex ministro della Cultura prendendola alla larga - «in assoluto siamo tutti convinti che nel Dna della nostra Nazione ci sia la ricchezza delle autonomie. Ci sono punti sui quali siamo d’accordo, che erano contenuti anche nella riforma proposta dal governo Prodi, come per esempio l’interruzione della serie storica e l’introduzione di tariffe standard, basate cioè sui servizi offerti e non sui trasferimenti dell’anno precedente». Ma «in tutto questo dibattito non è neanche stata

sfiorata l’esigenza di fare un tagliando sulla funzionalità del nostro sistema, quindici anni dopo l’avvio delle riforme costituzionali». Bisogna poi, spiega Rutelli, «fare il punto su come sono ripartiti i poteri. Vogliamo continuare a tagliare le risorse ai comuni mentre aumentiamo loro le competenze, o ci decidiamo a rafforzarli davvero? Noi qui pensiamo di poter competere nel mondo mantenendo la strategia nazionale in capo a ventuno regioni autonome, ognuna delle quali si fa la sua pubblicità. All’aeroporto di Abu Dhabi c’è un cartellone che dice ”Visitate la Basilicata”. Ma quanti, tra i passeggeri che passano per gli Emirati Arabi, sanno che cosa sia la Basilicata?».


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economia

Dopo i rilievi della Corte dei conti, gli aeroporti e i consumatori sono pronti a ricorrere alla giustizia

La nuova Alitalia già a rischio tribunale di Alessandro D’Amato

d i a r i o ROMA. A prescindere da come finirà la questione in-

È muro contro muro tra il Cocer dei carabinieri e il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta (nella foto). L’organismo di rappresentanza dell’Arma, attraverso una nota, fa sapere che in riferimento al decreto Brunetta, «il Cocer ha deciso di non partecipare ad alcuna concertazione in assenza della revisione dello stesso», evidenziando che «Il dl 2 giugno 2008, numero 112, sta producendo danni irreversibili all’intera istituzione». «Il sopraccitato provvedimento di legge - continua il comunicato - rimarca un assoluto disinteresse verso le problematiche del comparto e ne chiede pertanto la revisione». Per tali motivi il Cocer «non ritiene che sussistano le condizioni per continuare qualsiasi tipo di trattativa e di confronto con il governo fino a quando il decreeto non sarà modificato nel senso richiesto».

Luce e gas, in autunno arriva la stangata

L’articolo 3, infatti, introduce una sorta di amni-

Adr e Sea sono stati chiari: o il saldo di tutti i loro crediti o un accordo in extremis per altri voli oppure si va in causa

Si va ad oltranza con i sindacati

Notti di trattative ROMA. È stato il giorno più lungo, e alla fine ha rischiato di non bastare nemmeno. A meno di improbabili colpi di scena, per la conclusione della trattativa di Alitalia con le sigle sindacali bisognerà aspettare l’alba. Ma vediamo come è andata la giornata di ieri. In mattinata la trattativa si è svolta nella sede del ministero del Welfare: un incontro teso a causa delle manifestazioni di piloti e assistenti di volo, che hanno fischiato pesantemente i sindacalisti e in particolare Raffaele Bonanni. Nel pomeriggio, il ministro Sacconi ha concluso il giro di consultazioni, lasciando spazio ai tavoli tecnici sui contratti per le tre categorie e sugli ammortizzatori sociali in un’altra sede del ministero del Lavoro, in via Fornovo. Il tutto ha alimentato le tensioni tra forze dell’ordine e lavoratori che poi si sono spostati in via Fornovo, dove è arrivato anche l’ad di Cai Rocco Sabelli. «Vergogna, ladri, buffoni», hanno gridato. «Il rischio che la situazione precipiti è alto» ha dichiarato il vicepresidente dell’associazione dei piloti Anpac, Stefano De Carlo, «potremmo fare la fine di Spinetta», mentre per Andrea Cavola del Sdl potrebbe volerci ancora del tempo per chiudere. Anche Guglielmo Epifani ha auspicato che si tratti fino al compromesso. Ha sparso invece ottimismo il ministro Maurizio Sacconi: «Il risultato è a portata di mano a condizione che tutti gli attori coinvolti si muovano con responsabilità e onestà intellettuale». Mentre Augusto Fantozzi, che l’altroieri aveva rilasciato l’ennesimo ultimatum, ha detto che «l’accordo serve entro oggi». (a.d’a.)

g i o r n o

Ai carabinieri non piace il dl Brunetta

dustriale, con l’accordo o meno tra governo, Cai e sindacati, la partita di Alitalia rischia di finire ai tempi supplementari in un’aula di tribunale. Almeno questa sembra essere l’intenzione di alcune associazioni dei consumatori. Mentre il decreto di modifica della legge Marzano deve confrontarsi con le perplessità della Corte dei conti: il procuratore generale Furio Pasqualucci si è detto preoccupato a causa della norma, art. 3, che esonera da qualunque responsabilità amministrativa e contabile, dirigenti, sindaci del collegio sindacale e chiunque abbia avuto incarichi pubblici nell’ultimo anno. Una norma che serve ad evitare responsabilità penali a chi ha avuto le responsabilità dell’azienda, che suona come una sanatoria di fatto ex lege. «La norma deroga a principi universali di buona e corretta amministrazione e al di là di considerazioni tecniche di coerenza costituzionale non può che non destare viva preoccupazione», ha detto Pasqualucci.

stia per tutti i fatti, leciti ed illeciti, che siano stati posti in essere dal 18 luglio 2007 al 28 agosto 2008, «in considerazione del preminente interesse pubblico e alla necessità di assicurare il servizio di trasporto aereo». Per Pasqualucci, potrebbe restare «negativamente influenzato» il senso dello sforzo collettivo in corso e «orientato alla sistemazione dei conti pubblici, al rientro dell’ingente debito nazionale, alla salvaguardia e al rispetto delle regole di sana amministrazione». Ma mentre il ddl andrà in discussione a breve – e si annun-

d e l

cia forte l’opposizione di Pd e Udc: già ieri Anna Finocchiaro e Luigi Zanda hanno fatto sentire le loro perplessità – sul decreto non sembrano esserci margini di trattativa tra maggioranza e opposizione. E il Pdl sembra molto compatto, per ora, in attesa del giudizio delle commissioni competenti.

Più complessa la questione delle associazioni dei consumatori. L’Aduc ha preso posizione proprio ieri, definendo quello di Alitalia «un salvataggio inutile che comporterà costi per i consumatori e benefici privati non sempre leciti», e ricordando il precedente di Volare Web, ceduta proprio ad Alitalia per evitarne il fallimento con procedure ed operazioni giudicate non regolari dal Consiglio di Stato. Ma c’è di più: l’apertura del fascicolo alla Procura di Roma dopo la dichiarazione di insolvenza dell’Alitalia decisa dal Tribunale civile è dovuta anche all’«atto di insinuazione al passivo» presentato dal Codacons. Ma Carlo Rienzi, il presidente, non si fermerà qui: «Stiamo per presentare altri due ricorsi. Al Tribunale chiederemo l’annullamento della delibera del Cda che ha chiesto l’ammissione alla legge Marzano, e la convocazione dell’assemblea degli azionisti. Nel ricorso al Tar invece si chiederà l’annullamento della nomina del Commissario Fantozzi, poiché solo gli azionisti (ossia la parte maggiormente danneggiata) possono decidere circa lo smembramento dell’azienda». In più ci sono le compagnie aeroportuali. Aeroporti di Roma e la Sea, potrebbero passare alle vie legali se Alitalia non restituirà fino all’ultimo centesimo quello che deve ad Adr. E infatti Fabrizio Palenzona, presidente degli Aeroporti, ha dichiarato proprio ieri: «Se la compagnia di bandiera sceglierà Fiumicino, saremo contenti perché avremo più traffico e sviluppo, se non dovesse essere così non faremo polemiche, ma terremo conto di queste scelte», aggiungendo poi che «è stato comunque un errore che le società di gestione non siano state coinvolte nelle scelte dell’hub», e chiarendo che «il debito di Alitalia nei confronti di Adr è di qualche decina di milione di euro». Il segnale è limpido: o le compagnie riceveranno tutto il dovuto, o si trova un accordo in extremis con una contropartita (altri voli). Oppure si va in causa.

Autunno caldo, soprattutto per le tariffe. I prezzi della luce e del gas nel prossimo trimestre ottobre-dicembre sono attese a nuovi aumenti. Le bollette del metano starebbero per mettere a segno un aumento del 6 per cento mentre per l’elettricità il rincaro dovrebbe attestarsi al 3,7 per cento. Se la stima messa a punto da Nomisma energia trovasse conferma dall’Autorità per l’energia, per le famiglie sarebbe in arrivo un nuovo aggravio da oltre 81 euro su base annua: le bollette della luce salirebbero infatti di oltre 18 euro l’anno mentre quelle del gas subirebbero un aumento superiore ai 63 euro. L’ultima parola sull’andamento delle bollette elettriche per l’ultimo trimestre dell’anno spetta comunque all’Authority che, entro fine mese, dovrà rendere noto l’aggiornamento.

Prostituzione, passa il ddl Carfagna Vita dura per le lucciole ed i loro clienti. Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge relativo alle «misure contro la prostituzione» messo a punto dal ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, insieme ai colleghi Angelino Alfano e Roberto Maroni. Il ddl introduce il reato di «prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico». Sarà dunque vietato prostituirsi nei parchi, nelle strade, nelle campagna e in ogni altro luogo pubblico. Le sanzioni previste sono l’arresto da cinque a quindici giorni e un’ammenda da 200 a 3 mila euro. La medesima sanzione si applicherà sia a chi si prostituisce sia a chi si avvale del sesso a pagamento.

Forse è Denise la bimba trovata a Kos Una bimba di 8 anni che parla perfettamente italiano in compagnia di una donna che non conosce una parola della nostra lingua. La scoperta è stata fatta nell’isola greca di Kos. Qualche elemento potrebbe accostare la bimba a Denise Pipitone, la piccola (che oggi avrebbe, appunto, otto anni), scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo mentre giocava davanti casa. A portare gli agenti dalla bambina una turista italiana che era stata avvicinata da due ragazzini che volevano venderle un braccialetto fluorescente. A colpire la turista era stato il perfetto italiano della piccola. La polizia di Atene ha confermato che alla bambina è stato prelevato un campione di Dna, trasmesso poi all’Interpol.

Matarrese propone le celle negli stadi In Italia non occorre «imitare il cosiddetto modello inglese perché noi siamo italiani», ma se ciò si rendesse necessario «si possono predisporre celle negli stadi per mettere subito al sicuro chi delinque». La proposta è del presidente della Lega calcio Antonio Matarrese che non ha esitato a parlarne ieri di fronte al ministro dell’Interno, Roberto Maroni e al Capo della Polizia, Antonio Manganelli nel corso della presentazione, al Viminale, delle iniziative di comunicazione contro la violenza nel calcio.


politica

12 settembre 2008 • pagina 7

Il premier alla festa di Ag, ma i ragazzi di destra sono preoccupati di perdere la loro identità

I giovani di An? tutti berluscones

ROMA Silvio Berlusconi è ormai alle porte della festa di Azione giovani che si tiene da anni sulla collina del Celio, sopra il Colosseo e la via Sacra. Dentro, dove il Cavaliere è attesissimo, il dibattito sulle politiche giovanili con i sindaci Flavio Tosi di Verona, Sergio Cofferati di Bologna e Gianni Alemanno di Roma è alle battute conclusive. Il ragazzo che lo modera chiede al sindaco di Roma – che negli anni Ottanta fu a capo dell’organizzazione giovanile – un film e un libro da consigliare ai ragazzi. Alemanno risponde senza esitazioni nè timori di apparire banale: Il Signore degli anelli di Tolkien per il libro e Excalibur di John Borman per il film: l’epica fantasy e il ciclo del Graal. Applausi. «Difficile trovare la sintesi con i ragazzi di Forza Italia e il mondo berlusconiano», commentano due ragazzi di Azione giovani che aspettano l’arrivo del presidente del Consiglio. Ma non è un osservazione polemica, è una perplessità legittima. L’altra, che ricorre tra stand dedicati al rock identitario e all’editoria alternativa è: «Che fine farà Azione Giovani?» Che faranno, cosa diventeranno i giovani di An quando l’organizzazione confluirà dentro il Pdl? Fabrizio Tatarella, dirigente nazionale di Ag e nipote di Pinuccio Tatarella, l’inventore di Alleanza nazionale, lo diceva da un paio d’anni che l’organizzazione giovanile era destinata a sciogliersi,a confluire in qualcosa di più vasto. Non erano state osservazioni particolarmente gradite. Ad Atreju di quest’anno Tatarella s’è anche presentato con un libro da lui scritto sulla storia della giovane destra con prefazione del politologo Alessandro Campi: La fiaccola tricolore s’intitola e racconta la giovane destra dal dopoguerra ad oggi. Un omaggio e un epicedio, oltre che un pregevole documento. Intanto Silvio Berlusconi è arrivato alla festa: avanza tra due ali di folla, sale sul palco preceduto dal ministro delle Politiche giovanili Giorgia Meloni la presidente di Ag. «Noi presidente – dice la Meloni facendo

di Riccardo Paradisi

con lei ”Il cavaliere che fece l’impresa” ispirandoci al titolo di un film di Pupi Avati». Ancora cavalieri, imprese, epiche medievali: «Noi vogliamo lasciare a chi viene dopo di noi una terra migliore di quella che abbiamo ereditato dai nostri padri» insiste la Meloni.Toni aulici. Berlusconi sorride a trentadue denti, divertito. Forse non capisce le allusioni epiche. Ma si adegua alla platea giovanile: «Sono un ragazzo come voi» dice togliendosi la giacca e esibendo una camicia blu scura fuori dai pantaloni.

«Difficile trovare la sintesi con i ragazzi di Forza Italia e il mondo berlusconiano», dicono i ragazzi di destra che aspettano l’arrivo del presidente del Consiglio tra gli stand di Atreju gli onori di casa – festeggiamo oggi il decennale di Atreju. Quest’anno hanno contributo a costruire questo evento anche i giovani di Forza Italia. Abbiamo intitolato questo incontro

Poi, fotografatissimo da cellulari che si sollevano continuamente dalla platea, comincia a raccontare barzellette. Una su un carabiniere che spara a un comunista imbarazza anche

Ignazio La Russa, in platea, a cui il Cavaliere attribuisce la paternità della storiella. La Russa nega: Berlusconi ammette che il comunista lo ha aggiunto lui.Tra i giovani di An Berlusconi crede vada sempre forte l’anticomunismo e insiste. Legge anche un suo discorso contro il comunismo di quindici anni fa, fa battute a mitraglia contro la nuova sinistra che invece è sempre vecchia. Poi tira fuori l’opuscolo che «presenteremo, dice, alla convention di Gubbio: è la lista dei successi che abbiamo conseguito nei primi cento giorni di governo. Abbiamo fatto sparire l’immondizia da Napoli dilaga il premier - abbiamo cancellato per sempre l’imposta sulla casa, abbiamo detassato gli straordinari, abbiamo reso le città più sicure, abbiamo fatto grandi cose anche in politica estera». Berlusconi spiega: si riferisce alla mediazione in favore dell’amico Putin: «Abbiamo evitato agli amici russi le sanzioni che alcuni

volevano infliggere loro. Perchè hanno risposto, magari con troppa energia, a un’invasione» Applausi, molti dalla platea. Ma non è consenso alla politica estera del Cavaliere:

nistro del Tesoro, si direbbe che l’ideologia liberale non abiterebbe troppo nemmeno da queste parti. Fare la sintesi appunto è difficile e la domanda su cosa diventerà la giovane de-

Loro gli parlano di Medioevo, di imprese e terra dei Padri. Il Cavaliere racconta barzellette e spinge sul repertorio anticomunista e poi dice: «La sinistra non ha la nostra ideologia liberale» piuttosto riflessi antiamericani che tra i giovani di destra sono vivi e a richiesta qualche volta anche argomentati.

«Tutto questo abbiamo fatto e gli italiani lo sanno. Tanto – continua Berlusconi – che il governo ha un gradimento del 62 per cento. Il partito democratico invece scende al 32 per cento. La gente sa chi sono: loro non hanno la nostra ideologia liberale». E però a sentire gli applausi a pioggia fatti ieri a Tremonti dai giovani di destra ad ogni cenno no-global del mi-

stra italiana è sempre più sensata. C’è chi dice che i giovani di Ag non accetteranno le quote per le cariche direttive e le percentuali congressuali stabilite per la fusione An-Forza Italia nel Pdl. Chideranno di invertirle in nome di una maggior forza: il 70 per cento ad Ag il 30 ai giovani di Forza Italia. E a fusione compiuta si dice manterranno accesa la fiaccola, magari con una componente giovanile dei giovani di destra. «In nome di che però?» si domandavano quei due ragazzi tra gli stand di Atreju».


pagina 8 • 12 settembre 2008

polemiche

Metropoli stanche. Mentre il sindaco alza la voce per gestire in prima persona l’affare del 2015, il governo cinge d’assedio il Comune e Piazzatta Cuccia

Con Giulio o con Letizia? La città si divide tra Tremonti e Moratti senza accorgersi di rischiare la decadenza di Giancarlo Galli re grandi confronti-scontri hanno in queste settimane per epicentro Milano, spaziando dall’Economia & Finanza (il futuro di Mediobanca), all’assetto del territorio (il destino degli aeroporti di Linate e Malpensa), al braccio di ferro fra la sindachessa Letizia Moratti e il superministro Giulio Tremonti sulla gestione dell’Expo 2015. Dietro ciascuno di questi conflitti, ci sono ambizioni smisurate e personalismi. Col risultato di una metropoli e di una regione in stallo.

T

Proviamo a ricapitolare. Mediobanca, nata nel 1946 da una costola della Banca Commerciale del mitico Raffaele Mattioli, con Enrico Cuccia è stata per mezzo secolo la“torre di controllo”dell’economia nazionale, mutuando immagine dal finanziere

Profumo, amministratore delegato di Unicredit dal quale tutto lo divide, a cominciare dal ruolo della Banca. Profumo la vorrebbe assolutamente indipendente, Geronzi una sorta di cinghia di trasmissione del sistema governativo. Qualcosa di non dissimile dall’Iri degli anni Trenta-Settanta. Col clima che regna, con lo statalismo strisciante che dilaga ovunque (Usa inclusi) è facile sintetizzare l’essenza del contrasto: liberismo contro centralismo politicamente eterodiretto. Il risultato, in attesa delle prossime mosse, dell’assemblea del 28 ottobre, è che Mediobanca soffre sia in Borsa che nell’operatività. Il gioiello è divenuto opaco! Per Milano, un jolly che rischia il declassamento nella briscola del potere, delle influenze. Con gli imprenditori che non sanno a quale santo votarsi tanto da

Ormai tutti i gioielli milanesi stanno diventando opachi. Persino Linate, dopo Malpensa, rischia il declassamento. Se non l’abbandono, in vista della nuova Alta velocità ferroviaria francese Vincent Bolloré, fra i più autorevoli azionisti dell’Istituto. Scomparso nel 2000 il leggendario Cuccia, ebbe inizio la guerra di successione. Dopo la sconfitta del delfino Vincenzo Maranghi, un turbolento intermezzo sino all’arrivo al vertice del romano Cesare Geronzi che, nel tentativo di accreditarsi in un ambiente fra l’ostile ed il perplesso, s’inventava una dirigenza bicipite, ripartendo il potere fra consiglio d’amministrazione e manager. Breve parentesi. Berlusconiano di antica data, scopertosi in sintonia con Giulio Tremonti, Geronzi ha presto gettato alle ortiche guanti gialli e fair play, sfoderando unghie e grinta. Pretendendo di essere il solo a comandare. Senonchè quella che doveva essere una passeggiata s’è trasformata in una corsa ad ostacoli, in aperto conflitto col socio di maggioranza relativa Alessandro

apertamente privilegiare i rapporti con l’abile Corrado Passera di Intesa-SanPaolo, specie da quando questi s’è sottratto alla tutela del padre nobile Giovanni Bazoli che, uscito di scena Romano Prodi, appare in ombra.

Da una Milano “orbata” del sole di Mediobanca a una metropoli del Nord col fiato sospeso per i suoi aeroporti. Linate, sei chilometri in linea d’aria da Piazza Duomo, per il quale s’era annunciata la costruzione della Linea 4 del metrò, rischia di venire cancellato, lasciandogli solo le navette su Roma. Sino a quando i treni veloci di Montezemolo & Co. non gli lasceranno che i jet privati. Quanto a Malpensa, niente più hub, parificandola a Fiumicino (passi!), Palermo,Torino, Napoli e Venezia. La Lega prende cappello, i suoi uomini flirtano con Lufthansa. Interrogativo: che fa il ministro Tremon-

ti considerato da lustri l’anello di congiunzione tra Bossi e Berlusconi? Mentre il già potentissimo Governatore lombardo Roberto Formigoni attraversa un periodo delicato (aspirava al ministero degli Esteri, e il Cavaliere lo ha lasciato al Pirellone…), e l’ex comunista Alessandro Penati, presidente della Provincia, cerca di ricavarsi uno spazio anche in vista delle elezioni della prossima primavera, monta in cattedra Donna Letizia. Autentica pulzella della Gran Borghesia ambrosiana, da quando ha ottenuto l’Expo 2015 oltre ad alzare la voce, morde.

Chiede, pretende che il Governo mantenga gli impegni per i finanziamenti; insiste nell’avere potere assoluto nella regia dell’evento. «È mio e me lo gestisco io!», sostiene quasi resuscitando un vecchio slogan femminista. S’oppone al declassamento di


polemiche

12 settembre 2008 • pagina 9

Risponde l’economista Carlo Secchi, ex rettore della Bocconi

«Macché, resta il cuore dell’Italia» colloquio con Carlo Secchi di Francesco Capozza

Qui sotto, Giulio Tremonti e Letizia Moratti: fra i due si sarebbe aperta una sfida sotterranea per la successione di Silvio Berlusconi. A destra, l’economista Carlo Secchi

Linate, punta i piedi su Malpensa-hub. Non esitando a polemizzare in consiglio comunale con quegli esponenti di Forza Italia ed An che l’invitano all’ammorbidimento e ricorda di essere stata eletta sì in una coalizione di centrodestra, ma con una lista tutta sua “indipendente”. Che ha in testa Donna Letizia? Sicuramente il nodo del rapporto conflittuale con Giulio Tremonti. D’antica data, ma soprattutto di futura data… Berlusconi un anno o l’altro lascerà Palazzo Chigi, Quirinale o meno, e dovrà designare il successore. Tre al momento gli aspiranti: Gianfranco Fini, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, in particolare gli ultimi due. Altissima la posta in gioco, ancora più alta la competitività. Purtroppo senza mettere in conto la disponibilità di milanesi e lombardi a tollerare i troppi giochi, sulle spalle di una metropoli vieppiù stanca.

«Milano metropoli in ombra? Mi sembra una diagnosi un po’ ingenerosa». Così Carlo Secchi, professore ordinario di Politica economica all’università Bocconi di Milano ed ex rettore (dal 2000 al 2004) della stessa, risponde alla provocazione lanciata da liberal nell’editoriale di Giancarlo Galli. Professor Secchi, la diversità di vedute tra Alessandro Profumo e Cesare Geronzi non rischia di ridurre il prestigio di Mediobanca e di affondarla in Borsa? Guardi, francamente non vedo una prospettiva così apocalittica nelle sorti di Mediobanca. È pur vero che i due protagonisti di cui lei mi parla hanno visioni differenti e che negli ultimi tempi c’è stato, effettivamente, un confronto serrato su diverse posizioni.Tuttavia, credo che nella riunione della governance di Mediobanca che si terrà nei prossimi giorni e poi nell’assemblea di fine ottobre, si formalizzerà quell’accordo che già da tempo è nell’aria. E questo è senz’altro un fatto positivo. Quindi, se capisco bene, lei difende il ruolo di Milano come cuore economico del Paese? Non è una visione personale, ma oggettiva delle cose. La Milano degli affari è tutt’ora la capitale economica e finanziaria del Paese. E credo che conserverà questo ruolo per molto tempo. Sul fronte trasporti però, sta perdendo il primato conquistato negli ultimi anni. Se si sta riferendo alla ribalta che il “nodo Malpensa” ha riottenuto in questi giorni, da quando cioè il nuovo piano Alitalia ha subissato le prime pagine dei giornali, è doveroso fare delle precisazioni. A mio avviso, la decisione di spostare la base operativa della compagnia di bandiera a Roma non è stata molto accorta. Non si può negare che il mercato di maggiore utenza aeronautica sia al Nord, e quello d’affari concentrato su Milano. Se il problema è la lontananza con il centro città, si potrebbe e si dovrebbe certamente ovviare rendendo i collegamenti con l’aerostazione più funzionali e più veloci. D’altronde tutte le grandi metropoli sono servite da aeroporti per lo più fuori città. Penso a Tokyo, la cui aerostazione è a circa 70 km, a Charles De Gaulle, anch’esso lontano da Parigi e anche a Fiumicino, sicuramente non comodo per i viaggiatori. C’è anche Linate, che rischia di diventare collegamento solo con Roma, almeno fino a quando l’Alta velocità non prenderà il sopravvento. Sì, è vero. Quando il collegamento Milano-Roma sarà servito dall’Alta velocità, si presenterà un’ottima alternativa per i viaggiatori d’affari. Tuttavia i tempi per questo sono lunghi, oltre ad esserci in gioco anche delle altre compagnie, non italiane, che hanno tutto l’interesse a far rimanere in vita lo scalo di Linate. Basti pensare all’interessante piano di Lufthansa che sarà operativo da gennaio 2009. Spostiamoci sul fronte politico all’ombra della Madonnina. Il sindaco Letizia Moratti sta attraversando un periodo di grande lustro personale, è lei il futuro della Lombardia? Non c’è dubbio che l’aver ottenuto l’Expo 2015 per Milano è stato un grande successo personale dell’attuale inquilina di Palazzo Marino.Tuttavia, la stessa Moratti, fin dal primo momento, ha attribuito questo successo ad un buon lavoro di

squadra fatto in sinergia con l’allora governo, con la Regione, con la Provincia e con la realtà economica e civile locale. Ma il sindaco si è ritagliata un posto in prima linea nella corsa alla successione di Berlusconi. Calma, andiamoci piano. Non mi sembra che il presidente del Consiglio Berlusconi abbia tutta questa voglia di lasciare il passo. Inoltre stiamo parlando di eventi, in primo luogo l’Expo, che si verificheranno ben al di là del prevedibile. Allora, tranne riconferme, non ci saranno più né questo governo né queste amministrazioni locali.

Non vedo una prospettiva così apocalittica nelle sorti di Mediobanca. E poi, il sindaco ha governato benissimo, ma da qui a indicarla alla successione di Berlusconi, ce ne corre…

I dissapori con Giulio Tremonti, che tra l’altro è un po’ un garante per la Lega affinché il Nord sia politicamente bilanciato, potrebbero sbarrare la strada dell’attuale sindaco di Milano? È vero che Giulio Tremonti ha quel ruolo di“garanzia”all’interno della coalizione che lei stesso ha citato, ma credo che i suoi impegni e il grande onere che comporta l’onore di essere il ministro dell’Economia facciano sì che egli non sia tra coloro che sgomitano per essere leader in Lombardia.


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mondo

Dichiarazioni contraddittorie da Mosca, Suchumi e Tskhinvali sul destino delle due repubbliche separatiste

L’Ossezia è russa. Anzi no, quasi di Francesco Cannatà

d i a r i o ichiamarsi troppo alla storia può essere pericoloso. Soprattutto quando si parla del Caucaso, zona del mondo per la quale si potrebbe parafrasare quanto Bismarck aveva detto dei Balcani: «Producono più storia di quanto ne possono digerire». Così il Cancelliere del secondo Reich tedesco giustificava la sua ritrosia di rischiare la vita dei granatieri della Pomerania per quella regione esplosiva. Come comprendere se non con la paura del ritorno delle complicazioni della storia, il clamoroso dietro-front fatto dal presidente dell’autoproclamata repubblica dell’Ossezia del sud, Eduard Kokojty, e la giravolta delle dichiarazioni russo-ossetine-abkhaze di ieri? Giovedì mattina, riprendendo quanto battuto poche ore prima da Interfax, tutti i maggiori media del pianeta riportavano le dichiarazioni di Kokojty all’agenzia di stampa russa.

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Per il leader del movimento separatista ossetino il futuro sembrava chiaro come il sole. A Soci in un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino, Kokojty aveva detto di «non avere in mente la nascita di nessuna repubblica indipendente. La questione è già stata risolta dalla storia. Non c’è nessun dubbio che entreremo a far parte della federazione russa. Non siamo noi a fare questa scelta. Stiamo solo seguendo il percorso indicato dai nostri antenati». Tutto chiaro dunque. Il primo passo sarebbe stato l’ingresso nella cornice giuridica federale. Il secondo, l’unificazione con i fratelli del Nord, avrebbe dato vita ad una sola repubblica di Ossezia. L’unico fattore che Kokojty non sembrava tenere in conto è che in questa operazione il risultato finale sarebbe stato diverso dalla somma dei singoli addendi. Un’Ossezia unita e più forte avrebbe destabilizzato tutta la regione caucasica. Altro che modifica arbitraria delle frontiere di Stati sovrani, come aveva tuonato il Cremlino nel caso del Kosovo. Il vaso di Pandora di localismi ed etnicismi caucasici sarebbe stato scoperchiato in maniera forse irrimediabile. Un po’ troppo anche per la solidarietà del “fratello maggiore” russo. Infatti qualche ora dopo arrivava la smentita “presidenziale”. Kokojty non era stato capito. In realtà quando parlava di entrare a far parte della federazione russa, lui intendeva la comunità degli Stati mondiali con cui l’Ossezia del sud, nuovo soggetto a tutti gli effetti delle relazioni internazionali, stabilirà

d e l

g i o r n o

Russia: Kiev ci è ostile Il Cremlino ha definito «ostile» la politica perseguita dalle autorità ucraine nei confronti di Mosca. «Da parte ucraina non si sono sentite parole di pietà o compassione per la morte dei civili a Tskhinvali o dei nostri soldati in missione di pace. Al contrario il presidente ucraino ha cercato di incolpare la Russia della carneficina». Il Cremlino inoltre accusa Kiev di aver fornito armi alla Georgia. Lo scorso 27 agosto il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, e Olli Rehn, commissario per l’Allargamento dell’Ue, aveva affermto che dopo Sud Ossezia e Abkhazia, Mosca potrebbe avere «altri obiettivi» come «Crimea, Ucraina e Moldavia».

Francia: traffico bloccato sotto la Manica Il blocco si è reso necessario a causa di un incendio divampato verso le 15. Lo riferisce la compagnia Eurotunnel. Secondo i soccorritori, giunti sul posto per domare le fiamme, non ci sarebbero vittime. «Abbiamo evacuato nel tunnel di emergenza tutte le persone che erano su una navetta merci - ha spiegato un membro della centrale di sicurezza di Eurotunnel, la società che gestisce il tunnel sotto la Manica - soprattutto camionisti. In tutto sono una trentina». Secondo i pompieri di Calais, l’incendio sarebbe divampato su un camion che si è ribaltato su uno dei vagoni del treno merci. «In seguito all’incidente, tutto il traffico è stato bloccato».

Gran Bretagna: Greenpeace assolta

Se Nord e Sud dovessero unificarsi, il precario equilibrio del Caucaso russo potrebbe esplodere civili relazioni intergovernative rispettando – ovviamente – le cornici legali previste dagli ordinamenti internazionali. Come si capisce la logica delle due dichiarazioni non fa una piega. In realtà il rebus si risolve prestando attenzione a quanto nel frattempo arrivava da Mosca. Alla Duma era il deputato del partito Russia giusta, Anatolij Aksakov, a mettere tutti i puntini sulle i. Naturalmente la popolazione dell’Ossezia del sud è libera di fare tutte le dichiarazioni che ritiene necessarie, ha dichiarato Aksakov, per il quale «occorre però tenere conto della Costituzione federale». Ora, secondo la legge fondamentale di Mosca, non esistono le condizioni giuridiche per accogliere l’Ossezia del sud nel seno della grande madre. Il legislatore russo metteva la parola fine alle aspirazioni di grandeur di Kokojty portando ad esempio l’Abkhazia. In effetti l’altra istituzione che ha fatto secessione da Tblisi, sembra voler battere percorsi diversi. Frontiere comuni con la Russia e libertà

per i cittadini di Suchumi e Mosca di spostarsi senza bisogno di visto. Niente di più.

In realtà quanto a dichiarazioni anodine, il leader abkhazo non era stato meno del suo collega ossetino. Per Serghei Bagapsh il Paese entrerà a far parte della futura Unione Russia-Bielorussia mantenendo però l’indipendenza. Dalle diversità di vedute dei due presidenti si capisce quanto potrebbe essere diverso il destino delle due repubbliche. L’Ossezia del sud, senza risorse ed economicamente nulla dopo quindici anni di guerra e quasi altrettanti di pulizie etniche, fatte e subite insieme ai georgiani, se non entra a breve nella federazione russa smetterà di esistere. Per l’Abkhazia il problema è opposto. La sua posizione strategica sul Mar Nero e le sue eccellenti risorse turistiche, la rendono un obiettivo indispensabile dei piani di rinascita russa. La giostra delle dichiarazioni è stata temporaneamente fermata dalle parole del segretario di stato russo per l’unione tra Russia e Bielorussia. Pavel Borodin ritiene che Ossezia del Sud e Abkhazia, entreranno a far parte del nuovo Stato federale bicefalo quando questo vedrà la luce. Nel frattempo si attende il pensiero di Lukashenko. Sempre che qualcuno voglia prendere in considerazione le sue opinioni.

Sei attivisti di Greenpeace sono stati assolti dall’accusa di danneggiamento di una centrale a carbone dal tribunale di Maidstone, perchè «la difesa del clima non è reato» e può essere invocata come «scusa legittima». La sentenza, destinata probabilmente a far storia nella giurisprudenza del Regno Unito, complica i progetti energetici del governo Brown, deciso a varare una nuova generazione di centrali a carbone e nucleari. I sei militanti erano accusati di aver causato danni per circa quarantamila euro quando, un anno fa, hanno tentato di bloccare la centrale di Kingsnorth nel Kent. Gli avvocati di Greenpeace hanno chiesto e ottenuto un verdetto di «non colpevolezza» insistendo sul fatto che il comportamento degli imputati era giustificato.

Bolivia: scontri nel nord del Paese Violenti scontri tra simpatizzanti del presidente boliviano Evo Morales e militanti dell’opposizione hanno causato ieri almeno due morti e decine di feriti nel dipartimento di Pardo nel nord dello Stato andino. Nel frattempo di Stati Uniti hanno comunicato che La Paz ha commesso un grave errore espellendo l’ambasciatore americano dal Paese. Morales deve confrontarsi anche con le regioni più ricche della Bolivia che tentano di prendere le distanze dallo Stato centrale perchè lo ritengono troppo esoso dal punto di vista fiscale.

Nigeria: lottare contro il «petrolio del sangue» La Nigeria a dichiarato di voler combattere la proliferazione del «petrolio di sangue», il greggio rubato nelle zone in preda a conflitti armati all’interno del Paese. «Il governo nigeriano s’interessa in modo particolare all’applicazione del processo di Kimberley alle industrie estrattive diverse da quelle del diamante» ha dichiarato il capo dello Stato nigeriano, Umaru Yar’Adua, in un discorso sulla trasparenza delle transazioni petrolifere. Il presidente con «petrolio di sangue» ha utilizzato il neologismo creato per il fenomeno dei «diamanti di sangue». Il contrabbando delle pietre preziose ha alimentato guerre civili in Liberia e Sierra Leone.


mondo

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Il presidente francese Nicolas Sarkozy ed il suo omologo brasiliano, Luis Ignacio Lula, si incontreranno per discutere della fornitura di elicotteri e sottomarini. Il patto rientra nel Piano strategico nazionale di Difesa che il governo di Brasilia ha appena adottato per modernizzare le Forze armate, rendere più dinamica l’industria degli armamenti nazionale e rinforzare la vigilanza alle frontiere. Elaborato dal ministero della Difesa, il Piano prevede di far crescere il bilancio militare dall’1,5% del Pil attuale fino al 2,5% entro il 2010 asce l’asse strategico tra il Brasile di Lula e la Francia di Sarkozy sugli armamenti. Amichevole con Chávez e con lui collegato in progetti come il Banco del Sur o il grande oleodotto (ma senza in realtà troppo entusiasmo) e sempre pronto anche a rivolgerli dure critiche implicite, ad esempio sulla capacità dei grandi presidenti di sapersi ritirare dopo aver fatto un paio di mandati. Alleato di George W. Bush sull’Asse dell’Etanolo, ma nel contempo sospettoso verso il ripristino della Quarta Flotta Usa nei Caraibi. Creatore col suo Partito (quando stava all’opposizione) di quel Forum di San Paolo della sinistra radicale latino-americana in cui stanno tuttora anche le Farc, e fornitore al presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez di quegli aerei da attacco al suolo Súper Tucán che hanno messo le stesse Farc con le spalle al muro. Fautore del Mercosur ma anche dell’asse Ibsa con India e Sudafrica; capofila dei Paesi del Terzo Mondo nelle trattative sul Wto, che rifiuta però l’invito di entrare nell’Opec. Nessun leader mondiale riesce come Lula a essere così spudoratamente eclettico senza passare per cinico voltagabbana, ma anzi facendosi la reputazione di abile pragmatico. Adesso, nel panorama delle sue alleanze a 360 gradi si infila anche Sarkò. Oggetto, il Piano Strategico Nazionale di Difesa che il governo di Brasilia ha appena adottato per modernizzare le Forze Armate, rendere più dinamica l’industria de-

N

A dicembre si firma l’accordo sulla fornitura di sottomarini

L’asse Lula-Sarkò in nome delle armi di Maurizio Stefanini gli armamenti nazionale e rinforzare la vigilanza alle frontiere. Elaborato assieme dai ministeri della Difesa e degli Affari Strategici, il Piano prevede di far crescere il bilancio militare dall’1,5% del Pil attuale fino al 2,5% entro il 2010. Tre gli obiettivi principali.

Primo: riorganizzare i 300mila effettivi delle Forze Armate, in modo da ridislocarli dalla costa verso l’Amazzonia e l’Atlantico del Sud. La prima, zona dalle frontiere porose dove si infiltrano narcos e guerriglieri, e verso

appena scoperte immense riserve di greggio stimate tra i 30 e i 100 milioni di barili. Il secondo obiettivo è la riforma dell’iondustria nazionale di Difesa, che comunque è già da tempo un settore di punta dell’economia nazionale, specie nel campo dell’aeronautica. Il terzo obiettivo è la modifica del servizio Militare Obbligatorio, che oggi viene scansato sistematicamente dai rampolli del ceto medio-alto con la scusa dei rinvii per motivi di studio, e finisce per essere fatto quasi solo dai poveracci. Ma sullo sfondo c’è la ricerca di

Il Brasile, dice il ministro della Difesa Jobim, ha bisogno di uno scudo non solo contro le aggressioni ma anche contro le intimidazioni. Per fornirlo, Sarkozy andrà a Brasilia la quale c’è in Brasile un atavico sospetto, a proposito delle proposte di internazionalizzazione più o meno velata che riemergono periodicamente a proposito di problemi come la deforestazione o gli indios; il secondo, area marittima dove sono state

nuove partnership strategiche per acquistare e produrre sistemi d’arma. E qui nell’Amministrazione Lula c’è un minimo di dialettica. Roberto Mangabeira Unger, il ministro degli Affari Strategici, è un politologo formatosi ad Harvard ed esponen-

te del Partito Repubblicano Brasiliano: nuova denominazione di quel Partito Liberale cui appartiene anche il vicepresidente Jose Alençr, noto industriale tessile.

Malgrado questa connotazione di centro-destra ha però voluto la battaglia per far fare a tutti il servizio militare: “in un Paese tanto diseguale come il nostro è la leva il grande livellatore repubblicano in cui trovare la nazione al di sopra delle classi”. E malgrado la formazione negli Usa è anche colui che vorrebbe una partnership strategica soprattutto con la Russia, in particolare per provare a sviluppare assieme un nuovo caccia. E in ciò si allinea al nuovo asse pro-Mosca che si sta costruendo in America Latina tra il Venezuela di Chávez, con le sue prossime manovre navali congiunte con i russi e i suoi massicci acquisti di armi da Putin; la Cuba di Raúl Castro, con le sue voci di ritorno degli aerei russi; il Nicaragua di Daniel Ortega, con il riconoscimento dato a Ossezia del

Sud e Abkhazia. Il ministro della Difesa Nelson Jobim, che è del centrista Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb), preferirebbe invece la Francia. Ma Marco Aurélio García, consigliere agli affari internazionali di Lula che appartiene allo stesso Partito dei Lavoratori (Pt) del Presidente, spiega che le due opzioni non sono affatto incompatibili: “possiamo avere accordi strategici con più di un Paese”. Che è appunto, come già ricordato, quello che Lula sta facendo da quando si è insediato.

Con Parigi, però, le cose sono già abbastanza avanzate. Già due mesi fa è stato infatti firmato un memorandum per la fabbricazione in Brasile degli elicotteri francesi Super Coguar. Sarà su quella basa che a dicembre Sarkozy verrà a firmare un accordo strategico di larga portata relativo soprattutto a quei sottomarini Scopéne, da cui Brasilia spera di poter sviluppare quel sottomarino nucleare che è nei sogni dei militari carioca almeno dal 1979. “L’accordo implica non solo intercambi e lavori nell’area della difesa, ma anche fondamentalmente la possibilità di ampliare la nostra base industriale di difesa in alleanza con i francesi”, ha anticipato Jobim. “Questo piano sarà attaccato come spreco di soldi e inizio di una corsa agli armamenti”, ha a sua volta previsto Mangabeira.“Ma il Brasile ha bisogno di uno scudo non solo contro le aggressioni, ma anche contro le intimidazioni”.


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11 settembre Le conseguenze planetarie dell’attacco alle due Torri: la seconda parte del saggio del grande politologo Usa

TUTTA LA VERITÀ SULLA (GIUSTA) GUERRA IN IRAQ di Robert Kagan segue dalla prima

DOPO L’11 SETTEMBRE, un livello notevolmente minore di tolleranza nei confronti delle minacce terroristiche ci aiuta a spiegare il perché realisti quali Cheney, che in passato avevano ritenuto che Saddam potesse essere arginato e tenuto a bada senza correre rischi, cambiarono improvvisamente idea. La stessa logica spinse la Senatrice democratica dello Stato di New York, Hillary Clinton, e molti altri Democratici e Repubblicani del Congresso ad autorizzare l’uso della forza nell’ottobre del 2002, provocando lo sbilanciato voto al Senato di 77 a 23. Fu questo il motivo per il quale una chiara e manifesta opposizione alla guerra fu così rara. L’editorialista del Time, Joe Klein, rispecchiò quel sentimento prevalente in un intervista alla vigilia della guerra: «Prima o poi, questo tipo dovrà essere scovato... Bisogna lanciare ora questo messaggio perché in caso contrario... si rafforzerebbe qualsiasi potenziale Saddam e qualsiasi potenziale terrorista». Tuttavia, i principali presupposti alla base della decisione d’invadere l’Iraq risalgono a ben prima della guer-

ra al terrorismo ed anche del realismo di Bush. Erano coerenti con una visione più ampia degli interessi americani che erano prevalsi negli anni dell’amministrazione Clinton e durante la Guerra Fredda.

Negli anni Novanta del secolo scorso l’Iraq era considerato non una minaccia diretta per gli Stati Uniti, bensì un problema di ordine mondiale nei confronti del quale gli Stati Uniti avevano una speciale responsabilità. Come affermò l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Sandy Berger, nel 1998, «il futuro dell’Iraq influenzerà il modo in cui il Medio Oriente, ed il mondo arabo in particolare, evolveranno nel prossimo decennio e ben oltre». Ecco perché nel 1998 personalità quali Richard Armitage, Francis Fukuyama e Robert Zoellick poterono firmare una lettera che richiedeva la rimozione forzata di Saddam. Ecco perché, come Bill Keller del New York Times scrisse all’epoca, i liberal in quello che egli definì ”The I-Can’t-Believe-I’m-a-Hawk Club” (quelli del non-posso credere-di-far-parte-delclub-dei-falchi) sostennero la guerra, ivi compresi «quelli del New York Times e del Washington Post, i direttori e gli editori del New Yorker, di New Republic e di Slate, gli editorialisti di Time e Newsweek»,

L’ECCEZIONALISMO AMERICANO I presupposti alla base della decisione d’invadere l’Iraq risalgono a prima di Bush. Ed erano coerenti con la visione degli interessi americani prevalsa durante la Guerra Fredda

Sia in Afghanistan che in Iraq fu schierato un numero troppo ridotto di truppe per poter ottenere il comando effettivo di quei Paesi e porre fine alle inevitabili lotte di potere conseguenti alla caduta delle dittature


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Nel 2003, pochi paesi erano animati dalla consapevolezza dell’urgenza di una guerra al terrorismo, dagli interessi umanitari in Iraq o dal desiderio di vedere gli Stati Uniti alla guida di una crociata internazionale per ripristinare l’ordine con la forza, come era accaduto con la Guerra del Golfo nel 1991 nonché molti ex-funzionari dell’amministrazione Clinton. Quei liberal e progressisti favorevoli alla guerra contro l’Iraq lo erano principalmente per gli stessi motivi per i quali erano stati favorevoli alla guerra nei Balcani: la ritenevano necessaria a preservare l’ordine internazionale liberale. Preferivano che gli Stati Uniti ottenessero il sostegno delle Nazioni Unite alla guerra, ma sapevano anche che ciò si era rivelato impossibile nel caso del Kosovo.

La loro principale preoccupazione era che l’amministrazione Bush, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, non adottasse un approccio strettamente realista nell’affrontarne le conseguenze. Come ebbe a dire il Senatore democratico dello Stato del Delaware, Joe Biden, «alcuni non sono qui per creare, ricostruire e consolidare una nazione». Un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton, Ronald Asmus, si chiedeva: «è una questione di potere americano o è una questione di democrazia?». Riteneva che se fosse stata una questione di democrazia gli Stati Uniti avrebbero «avuto un sostegno più vasto a livello nazionale e più amici ed alleati a livello internazionale». Tuttavia, questo stesso vasto consenso di conservatori, liberal, progressisti e neo-conservatori americani, non si registrò nel resto del mondo. Per gli europei vi era una grande differenza fra il Kosovo e l’Iraq. Non era un problema di legalità o di imprimatur da parte delle Nazioni Unite. Il problema era la collocazione geografica. Gli europei erano pronti ad entrare in guerra senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite su una questione che li riguardava tutti, vale a dire la loro sicurezza, la loro storia e la loro morale. L’Iraq era tutta un’altra storia. Per i liberal americani quali l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, «il cinismo e l’insicurezza dell’Europa, spacciati per superiorità morale», erano «intollerabili».

ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA Chi può dire che cosa sarebbe successo se gli Usa avessero scoperto quelle armi e quei materiali che tutti, compresi i detrattori della guerra, ritenevano che fossero in Iraq?

Per lungo tempo, l’Iraq era stata una questione controversa, causa di divisioni. Negli anni Novanta del secolo scorso, si era aperto un ampio divario fra il Regno Unito e gli Stati Uniti da un lato, che favorivano la politica di contenimento dell’Iraq tramite sanzioni e pressioni militari e la Cina, la Francia, la Russia e la maggior parte degli altri paesi dall’altro, che erano favorevoli a porre fine alla politica di contenimento. Nel 2000, l’amministrazione Clinton temeva che la politica di contenimento stesse diventando insostenibile, ma aveva già perso la battaglia volta a convincere gli altri che così fosse. La situazione non era di molto cambiata nel 2003. Il livello di tolleranza dimostrata dal resto del mondo nei confronti dell’Iraq di Saddam non si era ridotto a seguito degli attacchi dell’11 settembre, a differenza di quello degli Stati Uniti. Al contrario, era il livello di tolleranza del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti che era diminuito.

Nel 2003, pochi paesi erano animati dalla consapevolezza dell’urgenza di una guerra al terrorismo, dagli interessi umanitari in Iraq o dal desiderio di vedere gli Stati Uniti alla guida di una crociata internazionale per ripristinare l’ordine con la forza, come era accaduto con la Guerra del Golfo nel 1991. Erano in pochi a credere che gli Stati Uniti, specialmente nell’era di Bush, stessero improvvisamente agendo avendo a cuore l’ordine mondiale. Pertanto molti potevano soltanto spiegare le ragioni di quella guerra come una guerra per il petrolio, per Israele, per l’imperialismo americano o per tutto fuorché ciò che i suoi sostenitori, in tutto l’arco politico statunitense, ritenevano che fosse: una guerra sia nell’interesse degli Stati Uniti che nell’interesse nella parte migliore dell’umanità. Chi può dire che cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti avessero scoperto quelle armi, quei materiali e quei programmi che tutti, ivi compresi gli europei ed i detrattori di quella guerra, ritenevano che fossero in Iraq? Anche nel caso in cui non fossero state scoperte armi, come avrebbe reagito il mondo se gli Stati Uniti avessero rapidamente riportato un certo ordine ed una certa stabilità in Iraq? L’allora Segretario di Stato, Colin Powell, riteneva all’epoca che «una volta vinta la

EFFETTO KOSOVO I liberal e i progressisti favorevoli alla guerra contro Saddam lo erano principalmente per gli stessi motivi per i quali erano stati favorevoli alla guerra nei Balcani

guerra rovesciando il regime di Saddam e una volta che la gente si fosse resa conto del fatto che era intenzione degli Stati Uniti garantire una vita migliore al popolo iracheno», sarebbe stato possibile modificare «piuttosto rapidamente» l’opinione mondiale. Ovviamente ciò non è accaduto. Gli Stati Uniti, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, hanno immediatamente iniziato a brancolare nel buio, annaspando nel tentativo di riportare ordine e stabilità nell’Iraq del dopo Saddam. Sono molte le ragioni alla base di questo insuccesso, ivi compreso l’effetto combinato di errori di valutazioni e di sfortuna che si possono verificare in ogni guerra, nonché le difficoltà insite nella società irachena così divisa. Ma una parte del problema stava nell’idea che molti alti funzionari dell’amministrazione Bush ancora mantenevano come retaggio degli anni novanta del secolo scorso e della prima fase dell’amministrazione Bush stessa. Gli alti funzionari del Pentagono erano ancora ancorati al concetto della “pausa strategica”ed ostili nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla forze di terra. Inoltre, come aveva temuto il Senatore Biden, persisteva l’allergia dei realisti Repubblicani nei confronti della ricostruzione del paese.

Le conseguenze sia in Afghanistan che in Iraq furono lo spiegamento di un numero troppo ridotto di truppe per poter ottenere il commando effettivo di quei Paesi e porre fine alle inevitabili lotte di potere conseguenti alla caduta delle precedenti dittature ed alla troppa scarsa capacità dei civili di intraprendere quella massiccia rigenerazione sociale ed economica necessaria per adempiere al compito ineludibile della ricostruzione nazionale successiva alla guerra. In Iraq questi errori divennero evidenti pochi mesi dopo l’invasione. Ci sono voluti altri quattro anni all’amministrazione Bush per adeguarsi ed aggiustare il tiro.

Gli alti funzionari del Pentagono erano ancora ancorati al concetto della “pausa strategica” e ostili nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalle forze di terra. Inoltre, come aveva temuto il Senatore Biden, persisteva l’allergia dei realisti Repubblicani nei confronti della ricostruzione del paese


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La prossima amministrazione ha la possibilità di apprendere dagli errori dell’amministrazione Bush, nonché di fare tesoro dei progressi che l’amministrazione Bush ha fatto nel correggerli. Oggi la posizione degli Stati Uniti nel mondo non è poi così negativa come qualcuno sostiene L’amministrazione Bush ha infine adeguato la sua strategia e pertanto le prospettive di successo in questo Paese sono di gran lunga migliori oggi rispetto a quanto apparisse possibile un paio di anni fa. Ma gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo altissimo per il fatto di avere esitato e sbagliato per anni. Indipendentemente dal danno che l’invasione stessa possa aver arrecato all’immagine degli Stati Uniti, il danno inferto da quattro anni d’insuccessi - ivi comprese le manifestazioni più sensazionalistiche di questo fallimento, quali lo scandalo della prigione di Abu Ghraib - è ben maggiore. In un mondo che si divide sempre più, l’unica cosa peggiore di una potenza egemonica ripiegata e concentrata solo su se stessa è una potenza egemonica incompetente, ripiegata e concentrata solo su se stessa.

La prossima amministrazione ha la possibilità di apprendere dagli errori dell’amministrazione Bush, nonché di fare tesoro dei progressi che l’amministrazione Bush ha fatto nel correggerli. Oggi la posizione degli Stati Uniti nel mondo non è poi così negativa come qualcuno sostiene. Le previsioni in base alle quali altre potenze si sarebbe unite in uno sforzo volto a controbi-

Alcuni anni fa, la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder avevano accarezzato l’idea di rivolgersi alla Russia per controbilanciare il potere americano. Ma oggi Francia, Germania e resto d’Europa tendono verso un’altra direzione. Ciò non è dovuto ad un rinnovato affetto nei confronti degli Stati Uniti.

La politica estera maggiormente filo-americana del Presidente francese Nicolas Sarkozy e del Cancelliere tedesco Angela Merkel riflettono la loro convinzione che relazioni più strette con gli Stati Uniti, anche se non esenti da critiche, rafforzino il potere e l’influenza europea. Al contempo, i paesi est-europei sono preoccupati dal risorgere della Russia. Gli stati dell’Asia e del Pacifico si sono sempre più avvicinati agli Stati Uniti, per lo più in quanto preoccupati del crescente potere della Cina. Alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, l’alleanza fra Stati Uniti e Giappone era a rischio di erosione. Ma a partire dal 1997, la relazione strategica fra i due paesi si è rafforzata sempre più. Alcuni dei paesi del Sud-est asiatico hanno anche iniziato a proteggersi dall’ascesa della Cina. (L’Australia può rappresentare l’unica eccezione a questa tendenza prevalente, in quanto il suo nuovo governo si sta spostando verso la Cina ed allontanando dagli Stati Uniti e dalle altre potenze democratiche della regione). Lo spostamento più evidente si è verificato in India, ex-alleato di Mosca, che oggi intrattiene buone relazioni con gli Stati Uniti quale fattore importante per il conseguimento dei suoi più vasti obiettivi strategici ed economici. Persino in Medio Oriente, dove l’anti-americanismo divampa ai massimi livelli e dove le immagini dell’occupazione americana ed il ricordo di Abu Ghraib continuano a bruciare nell’immaginario popolare, l’equilibrio strategico non si è modificato a svantaggio degli Stati Uniti. Egitto, Giordania, Marocco ed Arabia Saudita continuano ad operare a stretto contatto con gli Stati Uniti e lo stesso dicasi per i paesi del Golfo Persico preoccupati dall’Iran. L’Iraq è passato dall’implacabile anti-americanismo dei tempi di Saddam alla dipendenza dagli Stati Uniti e, negli anni a venire, un Iraq stabile sposterebbe decisamente l’equilibrio strategico in direzione filoamericana in quanto l’Iraq ha vaste risorse petrolifere e potrebbe diventare un’ importante potenza in seno alla regione.

LA NUOVA STRATEGIA FUNZIONA L’amministrazione Bush ha adeguato la sua strategia e dunque le prospettive di successo in Iraq sono di gran lunga migliori oggi rispetto a quanto apparisse possibile un paio di anni fa

lanciare l’influenza della superpotenza canaglia si sono rivelate inesatte. Altre potenze stanno emergendo, ma non si stanno affatto unendo in funzione anti-americana. La Cina e la Russia hanno tutto l’interesse e la voglia di ridurre il predominio americano e ricercano più potere relativo per se stesse, ma restano altrettanto diffidenti e sospettose l’una nei confronti dell’altra di quanto lo siano nei confronti di Washington. Altre potenze in ascesa, quali il Brasile e l’India, non stanno cercando di controbilanciare l’influenza degli Stati Uniti. In realtà, nonostante i sondaggi negativi, geopoliticamente la maggior parte delle grandi potenze a livello mondiale si sta sempre più avvicinando agli Stati Uniti.

Persino in Medio Oriente l’equilibrio strategico non si è modificato a svantaggio degli Stati Uniti. Egitto, Giordania, Marocco ed Arabia Saudita continuano ad operare a stretto contatto con gli Usa

Commemorazioni a New York e Washington per l’11 settembre

Un giorno di tregua per McCain e Obama Bush al Pentagono n giorno di tregua, nella campagna elettorale, per commemorare il settimo anniversario degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. John McCain e Barack Obama si sono stretti la mano ieri sera, al World Trade Center di NewYork, nell’intervallo tra due interviste ai candidati per la Casa Bianca co-moderate da Richard Stengel, caporedattore della rivista Time, e Judy Woodruff, corrispondente del programma televisivo “The News Hour”, trasmesso sull’emittente pubblica Pbs. Insieme ai due candidati per la corsa alla Casa Bianca, sono intervenuti a questo evento - denominato “Nation of Service Forum”- anche altri esponenti politici e personalità di spicco, sia del campo repubblicano che di quello democratico. Tra gli altri: la first lady Laura Bush, la senatrice Hillary Clinton, il sindaco di New York Michael Bloomberg, il governatore della California Arnold Schwarzenegger e il governatore della Florida Charlie Crist. A Washington, invece, il presidente George W. Bush e l’ex segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, hanno ricordato l’anniversario dell’11 settembre al Pentagono, altro obiettivo dell’offensiva terroristica. «Oggi - ha detto Rumsfeld rinnoviamo il nostro impegno a non dimenticare quello che questi attacchi mortali hanno significato per la nostra nazione. Non dimenticheremo mai il modo in cui questo gigantesco edificio è stato colpito. Non dimenticheremo mai i nostri colleghi e i nostri amici che sono stati strappati a noi e alle loro famiglie». Il discorso del presidente Bush è stato commosso e commovente: «Nel giorno in cui caddero i palazzi, sono nati degli eroi. Uno dei peggiori giorni nella nostra ha visto alcuni dei comportamenti più coraggiosi della nostra storia». Dopo il discorso di Bush, una cornamusa ha suonato “Amazing Grace”. Un minuto di silenzio è stato osservato alla Casa Bianca, proprio alle 8.46 del mattino, quando sette anni prima il volo 11 dell’America Airlines si infrangeva contro la torre nord del World Trade Center. Alla stessa ora (e poi alle 9.03, orario in cui il volo 175 della United Airlines finiva contro la torre sud), un minuto di silenzio è stato fatto osservare anche dal sindaco di New York a Ground Zero e a Wall Street. Nel pomeriggio, invece, John McCain ha tenuto un breve discorso a Shanksville, in Pennsylvania, vicino al luogo del ritrovamento dei resti del volo 93 della United Airlines, l’aereo che avrebbe dovuto schiantarsi sulla Casa Bianca e i cui passeggeri riuscirono a “contro-dirottare” a costo della vita.

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L’Iraq è passato dall’ implacabile anti-americanismo dei tempi di Saddam alla dipendenza dagli Stati Uniti e, negli anni a venire, un Paese stabile sposterebbe decisamente l’equilibrio strategico in direzione filoamericana in quanto l’Iraq ha vaste risorse petrolifere e potrebbe diventare un’importante potenza regionale

Questa situazione contrasta fortemente con le principali battute d’arresto subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente negli anni della Guerra Fredda. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, un movimento nazionalista pan-arabo si diffuse nella regione e spianò la strada ad un coinvolgimento sovietico senza precedenti, ivi compresa una quasi alleanza fra l’Unione Sovietica e l’Egitto di Gamal Abdel Nasser, nonché un’alleanza sovietica con la Siria. Nel 1979, venne meno uno dei pilastri fondamentali della posizione strategica americana nella regione quando il regime iraniano filoamericano dello scià fu rovesciato dalla virulenta rivoluzione anti-americana dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Ciò portò ad un fondamentale spostamento

si si è chiaramente rivelato sfuggire al controllo e persino alla capacità di gestione degli Stati Uniti. Nessun singolo avvenimento dello scorso decennio può essere minimamente paragonato alla portata di uno qualsiasi di questi eventi che hanno segnato una battuta d’arresto per la posizione americana nel mondo.

dell’equilibrio strategico nella regione del quale gli Stati Uniti stanno ancora soffrendo. Niente di simile si è ancora verificato a seguito della guerra in Iraq. Coloro che oggi proclamano che gli Stati Uniti siano in una fase di declino spesso immaginano un passato nel quale il mondo danzava al ritmo di una solenne e maestosa musica americana. Questa è un’illusione. Cresce la nostalgia per la meravigliosa era dominata dagli Stati Uniti a seguito della Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, anche se gli Stati Uniti hanno avuto successo in Europa, hanno subito disastrose battute d’arresto altrove. Ciascuno di questi avvenimenti - la “perdita” della Cina a seguito dell’instaurarsi del comunismo, l’invasione nord-coreana della Corea del Sud, la sperimentazione sovietica della bomba a idrogeno, le agitazioni del nazionalismo postcoloniale in Indocina - è stato una calamità strategica di immensa portata ed è stata compreso all’epoca come tale. Ciascuno di essi ha notevolmente determinato il resto del XX secolo e non di certo per il meglio. E ciascuno di es-

Gli strateghi cinesi ritengono probabile che l’attuale configurazione internazionale duri ancora per qualche tempo e probabilmente hanno ragione. Finché gli Stati Uniti resteranno al centro dell’economia internazionale e continueranno ad essere la potenza militare dominante ed il principale apostolo della filosofia politica più popolare nel mondo, finché l’opinione pubblica americana continuerà a sostenere il predominio americano, come ha fatto coerentemente per sessant’anni, e finché i potenziali concorrenti ispireranno più timori che comprensione fra i paesi vicini, la struttura del sistema internazionale dovrebbe restare immutata, con una superpotenza e molte grandi potenze.Tuttavia, sarebbe altresì illusorio immaginare che si possa facilmente ritornare a quella leadership americana ed a quella cooperazione fra gli alleati degli Stati Uniti che avevano caratterizzato l’epoca della Guerra Fredda. Non vi è più un’unica minaccia simile a quella costituita in passato dall’Unione sovietica, che possa fungere da collante nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi e li porti ad unirsi in un’alleanza quasi permanente. Oggi il mondo sembra più simile a quello del XIX secolo che non a quello dell’ultima parte del XX secolo. Coloro che ritengono che questo sia positivo dovrebbero ricordare che l’ordine del XIX secolo non finì bene come quello della Guerra Fredda. Per evitare un tale destino, gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici dovranno avere una visione più generosa ed illuminata dei loro interessi rispetto a quella che avevano anche ai tempi della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, quale paese con la più forte democrazia, non dovrebbero opporsi, ma piuttosto accogliere con favore, un mondo più coeso caratterizzato

CINA E RUSSIA: INSIEME CONTRO GLI USA? La Cina e la Russia hanno tutto l’interesse e la voglia di ridurre il predominio americano e ricercano più potere per se stesse, ma restano diffidenti l‘una nei confronti dell’altra

IL FUTURO DELL’ORDINE INTERNAZIONALE L’ordine internazionale liberale subisce la pressione delle autocrazie che accrescono la loro influenza e dell’attecchimento anti-democratico del terrorismo islamico

da una riduzione della sovranità nazionale. Hanno ben poco da temere e molto da guadagnare in un mondo che aumenti leggi e norme basate sugli ideali liberali e volte a salvaguardarli. Al contempo, le democrazie asiatiche ed europee devono riscoprire che il progresso verso questo più perfetto ordine liberale dipende non soltanto dal diritto e dalla volontà popolare, ma anche da nazioni potenti che possano sostenerlo e tutelarlo. In un mondo egoista, questo tipo di saggezza illuminata può andare ben al di là delle capacità di tutti gli stati. Ma se esiste davvero una speranza, essa risiede in una rinnovata comprensione dell’importanza dei valori. Gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici condividono un’aspirazione comune nei confronti di un ordine liberale internazionale, costruito su principi democratici e tenuto ben saldo - seppure in modo imperfetto - da leggi ed accordi fra paesi. Questo ordine sta progressivamente subendo pressioni man mano che le autocrazie delle grandi potenze crescono in forza ed in influenza e man mano che attecchisce la lotta anti-democratica del terrorismo islamico radicale. Se la necessità per le democrazie di sostenersi reciprocamente appare meno ovvia che in passato, si rivela ben maggiore la necessità per queste nazioni, ivi compresi gli Stati Uniti, di «guardare oltre, verso il futuro».


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il caso

La scienza del Cern e l’origine dell’uomo. Per il filosofo Adriano Pessina: «L’esperimento non contesta la creazione. Il buco nero è nella nostra solitudine»

Il big bang di Dio colloquio con Adriano Pessina di Riccardo Paradisi arlare della ricerca di Dio mi sembra improprio: Dio non lo si trova per esperimento». Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, non sembra entusiasta di tutto questo nominare il nome di Dio a proposito dell’esperimento partito al Cern di Ginevra mercoledì mattina alle 9,30 quando in un tunnel di accelerazione di 27 kilometri sono stati sparati dei protoni per capire come funziona l’energia. Con la speranza magari di catturare l’ormai noto bosone di Higgs, la particella di Dio che spiegherebbe il peso della materia. Adriano Pessina ordinario di filosofia morale alla Cattolica di Milano, la pensa come Monsignor Sgreccia: se Dio corre nei tunnel certo non è quello il luogo dove lo troveremo. Anche se… Anche se professore lei ha definito molto interessante l’esperimento del Cern di Ginevra. Interessantissimo. Come è molto interessante capire come riprodurre l’origine della vita organica con la genetica però è importante, pur accettando la suggestione di un esperimento volto a cercare le origini della materia, non confondere troppo i piani. Credo infatti che lo slogan “la particella di dio”, come la paura della deflagrazione mondiale che l’esperimento del Cern potrebbe produrre, sia stato il modo con cui un esperimento sofisticatissimo è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Un battage che ha finito col coinvolgere miliardi di persone in tutto il pianeta, e di cui la stragrande maggioranza, tra cui il sottoscritto, capisce poco le precise implicazioni scientifiche di questo esperimento, come del funzionamento di questo acceleratore dentro cui si dovrebbe riprodurre una situazione analoga a quella che si ipotizza possa essere stata l’origine dell’universo.. E questa è una domanda che ha anche forti implicazioni religiose. O no? Non necessariamente. La domanda veramente religiosa che l’uomo si pone infatti non ri-

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guarda l’origine dell’universo piuttosto se l’esistenza abbia un significato ultimo o sia invece attribuibile al caso. Non credo però che i fisici vogliano fare un esperimento di metafisica in quel tunnel ginevrino. Ecco si dovrebbe stare attenti a non confondere i piani. Suor Katarina Pajchel, fisico dell’università di Oslo che partecipa all’esperimento di Ginevra e al settimanale cattolico statunitense National Catholic Reporter ha detto che anche i religiosi devono riporre molta speranza nell’esperimento. Che potrebbe rispondere a diverse domande: esistono più di tre dimensioni nello spazio? Esiste un’asimmetria tra materia e antimateria?

C’è chi ha detto che se nel tunnel di Ginevra si riuscisse a creare il big bang originario allora si dimostrerebbe che è il caos non Dio il signore dell’essere. Il caso diventa una causa però. Un’altra causa che non avrebbe spiegazione. Il caso è la parola con cui noi indichiamo la nostra ignoranza: la realtà è che noi non sappiamo perché il mondo esiste. Eppure, in via logica, il big bang non escluderebbe l’idea di Dio. No assolutamente. Potrebbe benissimo rientrare nelle rationes seminales di Sant’Agostino. La tesi dell’origine e quella dell’evoluzione non sono tra loro in un rapporto di necessaria contraddizione ma nessuna di queste due ipotesi mi dice se questo universo, frutto del caso

Una ragazzina in India si è suicidata per la paura che l’esperimento causasse la fine del mondo. Il rischio era stato paventato dai media riprendendo l’allarme di due scienziati americani Beh anche le suore possono fare confusione di piani. È una battuta ovviamente anche se io credo che la domanda su Dio, lo ripeto perché ritengo sia un concetto centrale, non è la domanda dell’origine dell’universo. Altrimenti si dovrebbe teorizzare che Dio e l’universo sono la stessa cosa. Un’ipotesi teorizzata dalle filosofie immanentiste ma che non seda l’inquietudine che sta dietro la ricerca di Dio e che si può riassumere brutalmente in una domanda: c’è un’interlocutore alla mia intelligenza? E questa è non è una domanda sull’origine del mondo o della materia, ma sul destino dell’uomo, sul destino del suo essere. Sono destinato a essere cibo per i vermi o avere interlocuzione con qualcosa, con qualcuno che mi trascende pur comprendendomi? Per questo far derivare dalla teologia una fisica e dalla fisica una teologia non è solo un pessimo servizio alla fisica e alla teologia, è anche inutile al fine di dare una risposta all’interrogativo ultimo di ogni uomo.

o di una ragione coerente, si spiega da solo oppure esiste un dio, presente in questo universo ma non concluso in esso, capace di avere una relazione col mio Io individuale. Quando Gagarin andò sulla luna disse non ho trovato Dio. Che frase banale. E comunque se anche avesse detto di averlo trovato quello non sarebbe stato sicuramente Dio. Questa idea che l’esperimento del Cern possa o no dimostrare qualcosa che attiene al piano metafisico in modo oggettivo non contraddice il principio di Heisemberg per cui la percezione di chi sperimenta in dimensioni di altissima rarefazione fi-

sica condiziona il risultato dell’esperimento? Credo che questa avvertenza sia molto ben presente a chi fa ricerca. Come ho detto le aspettative irrazionali, quasi messianiche, che si sono addensate intorno all’esperimento hanno creato degli equivoci. Del resto se gli scienziati ci avessero fornito dati rigorosi su quello che sta accadendo nel tunnel di Ginevra non avremmo potuto parlarne. D’altra parte oggi la scienza è un impresa pubblica

Per saperne di più. Il libro consigliato da Pessina

La filosofia del riccio Eleganza del riccio di Muriel Barbery (Feltrinelli): è questo il libro che se proprio costretto (non ama dare consigli) Adriano Pessina consiglierebbe a chi non è proprio indifferente alle questioni affrontate nella sua chiacchierata con liberal. Un libro, quello dell’autrice francese, che apparentemente non c’entra niente con l’esperimento del Cern e l’esistenza di Dio, ma fino a un certo punto. L’eleganza del riccio è un libro che come si dice spariglia le convinzioni d’uso: in sintesi è l’intersezione tra tre storie: quello di una portinaia che nell’opinione comune deve per convenzione essere rozza e ignorante (e invece ha una strumentazione intellettuale prodigiosa), da una donna coltissima che legge libri di filosofia e ascolta musica classica e una bambina di intelligenza precoce talmente nauseata dal suo ambiente che ha progettato di togliersi la vita e far saltare l’intero palazzo. Queste storie si intrecciano e danno vita a una girandola di situazioni e colpi di scena a ripetizione ma il libro è attraversato dalla riflessione sulla capacità di trovare un senso alle cose al di là delle apparenze. I misteri della vita possono infatti essere indagati da una bambina impertinente e da una portinaia capace di riflessioni acutissime. Un libro che ha riscosso uno straordinario successo senza iniziali battage di mercato: in Francia ha venduto più di 600mila copie occupando la prima posizione in classifica per molte settimane di fila, spodestata solo da Amélie Nothomb. A dimostrazione, se ve ne fosse ancora bisogno, di avere una forza propria.

L’


il caso

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sembra questo il dato interessante più che la cancellazione di credenze religiose o la loro conferma che l’esperimento dovrebbe produrre Il fatto che una macchina scientifica sia diventata in pochi giorni una macchina mitologica sembra dare ragione alla previsione di Spengler – l’autore del

ce di amare in questo modo. Dio è il solo possibile fondamento e custode di una libertà che non ha limiti. Anche se il limite è ciò di cui si fa quotidianamente esperienza. Però la capacità di trascendenza umana è straordinaria. Pensi al caso di un astrofisica come Hawkins: il suo corpo è una prigione che gli impedisce ogni movimento eppure il suo pensiero spazia su orizzonti infiniti, indaga galassie e stelle. La questione da Platone in poi è sempre la stessa: c’è qualcosa che trascende la materia? Il materialismo dice di no: che non c’è nulla che vada oltre ciò che si pesa e si misura. E spiega con la materia quello spirito con cui indaga sulla stessa materia. Un paradosso, un corto circuito. Come può una cosa materiale trascendere infatti se stessa? È la grande questione della neuorscienza: come si dimostra la coscienza di se stessi? Non si dimostra punto. Insomma il punto di partenza per una riflessione sulle questioni fondanti è sempre l’io non una macchina di accelerazione. Non investiamo i fisici di compiti ingrati Eppure la pubblicistica di divulgazione scientifica che tenta di conciliare credenze religiose con le teorie della fisica ha da almeno trent’anni un successo straordinario. Penso al Tao della fisica di Fritjof Capra

La tesi dell’origine e quella dell’evoluzione non sono tra loro in un rapporto di contraddizione ma nessuna di queste ipotesi risponde alla domanda sull’angoscia esistenziale dell’uomo

che ha bisogno di consenso, ha necessità di consumare la notizia. Perciò si comunica in modo esagerato, finendo col promettere aspettative esagerate anche in termini di ansia a sfondo religioso. È una questione molto delicata, anche perchè non è vero che tutti abbiamo competenze su tutto. Lo sa che una ragazzina in India si è suicidata per la paura che l’esperimento

causasse la fine del mondo come è stato scritto riprendendo l’allarme di due scienziati americani? Non lo sapevo: è terribile. E la dice lunga sulla responsabilità di chi fa informazione e produce divulgazione di massa. La criticità sull’informazione è la cosa su cui maggiormente dobbiamo vigilare. Tanto più che una dimensione messianica esiste da sempre negli uo-

mini. «Dobbiamo stupirci – diceva Bergson – che l’uomo sia stato definito animale razionale. L’uomo è soprattutto un animale superstizioso». L’esperimento del Cern è un paradigma perfetto di questo paradosso bergsoniano: un alone di irrazionalità saturo di speranze messianiche e terrori apocalittici circonda un esperimento intonato alla più fredda logica scientifica. Mi

Tramonto dell’Occidente – sul tempo che sarebbe venuto della seconda religiosità: una fame religiosa a cui corrisponderò l’offerta di spiritualismi irrazionali. Oggi la nostra epoca conosce solo la scienza: ma il limite della scienza è sempre quello di essere definibile e circoscrivibile. Ma l’uomo occidentale ha aperto una domanda sul significato della propria esistenza. Sapere che Dio esiste è diverso che il rivolgersi a Dio. Questo è un punto molto decisivo. E che pone urgenze drammatiche cui si può tentare di rispondere con le scorciatoie che Spengler aveva visto profilarsi. Sartre, dopo aver notato che la vita rischia di essere senza senso, dice che c’è solo una cosa che ci salva dalla disperazione: il sentirsi amati incondizionatamente da qualcuno, malgrado tutto. Ma solo Dio, aggiungeva Sartre che a Dio non credeva, è capa-

In questo genere di studi si estendono però delle analogie e delle somiglianze a teorie scientifiche. Ma è più un modo di fare letteratura, anche dignitosa, che scienza. Anche se sono scienziati. Raramente lo scienziato si limita ad essere tale. Lo scienziato è un uomo: non ritiene mai di limitare la cognizione di sé alla propria disciplina. Come uomo anche lo scienziato sente urgenze e problemi umani e così cerca risposte altrove. Ci sono anche teologi che cercano nella scienza conferme alle proprie idee teologiche. La verità è che dio è davvero indicibile. Ma sarebbe bello se fosse vero quello che diceva Kirkegaard: «Dio mi fa essere qui ed ora totalmente libero e indipendente da lui anche se questo si basa sul suo atto creativo». Il cristiano non ha paura di nessun esperimento scientifico. A guardar bene il più grande empirista è lui. Perché cerca di sperimentare dio nella storia.


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difficile dire qualcosa di sensato su un programma come L’Isola dei famosi in procinto di andare in onda lunedì prossimo. Il programma ha svettato sulle cime del trash in modo così convinto e autorevole che qualsiasi aggiunta appare una trita ripetizione. Onde per cui desta poco stupore sapere che un manipolo di vip, quasi vip, ex vip assoldati a suon di euro partirà giovedì per l’Honduras e quasi nulla importa che siano nella fattispecie Antonio Cabrini, Giucas Casella, Massimo Ciavarro, l’ex tronista Giuseppe Lago, Leonardo Tumiotto (nuotatore e imprenditore), Michi Gioia (imprenditrice, scrittrice giornalista), Veridiana Mallmann (modella ed ex velina), Belen Rodriguez (showgirl), Flavia Vento (attrice). I motivi, oltre il denaro, che spingono tali personaggi a tali competizioni sono tanto vari e tanto ameni che non vale la pena soffermarsi.

trash

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interessante sarebbe

analizzare il caso Simona Ventura, il cui coraggio e indefesso sprezzo del ridicolo a questo punto andrebbe omaggiato, perché come molti scrittori di aforismi hanno chiosato ad un certo livello anche il ridicolo sfiora il sublime. L’unica novità, come già tutti sanno, è però la partecipazione di Vladimiro Guadagno, in arte Vladimir Luxuria, transgender ed ex membro apprezzato del Parlamento. La Ventura, tanto per non smentirsi, al fine di non dar adito a inutili chiacchiere sul perché sia stata scelta Vladimir, in conferenza stampa ha dichiarato: «Ho voluto Luxuria perché è un politico e perché quest’anno vorrei che si parlasse anche di tanti problemi sociali». Testuale. E nessun giornalista in conferenza stampa ha avuto di che obiettare. Ora però bisogna analizzare la questione fondamentale appresa durante la presentazione: il pareo. Luxuria, che è certo il transgender più famoso d’Italia, indosserà un pareo. La decisione non è stata imposta, bensì presa dall’oin norevole piena autonomia per non stupire il pubblico under 14. Orbene se ne deducono alcune conside-

Lunedì torna «L’isola dei famosi», dove il ridicolo sfiora il sublime

Lo strano caso del pareo di Luxuria di Angelo Crespi razioni: se Luxuria fosse un uomo e basta, il pareo sarebbe superfluo. La rotondità penica esibita non fa nessun effetto ormai da tempo né suscita scalpore. Non ci riferiamo al batuffolo del ballerino Bolle, quanto a quell’Adriano Pappalardo, già superstar di un’Isola dei famosi trascorsa, i cui attributi durante una doccia con schiuma fecero capolino dal

Parietti, passando per numerose altre starlette che qui non vale la pena enumerare. Dunque se Luxuria, come abbiamo detto, fosse già donna il pareo sarebbe inutile. Dobbiamo quindi desumere che sia il mix seno-pene a suscitare scandalo nei giovani e nella stessa Luxuria che sentendosi più

L’attrazione maggiore di quest’anno sarà la celebre ex-deputato. Tra curiosità e prevedibili colpi di scena, tutto ruoterà intorno a un mistero... costume per la gioia e l’orrore di milioni di telespettatori.

Simona Ventura, conduttrice dell’«Isola dei famosi». Sopra, la nuova concorrente: Vladimr Luxuria

Ovviamente, vale il ragionamento inverso: se Luxuria avesse portato a termine la sua trasformazione da crisalide in farfalla, il pareo sarebbe altrettanto inutile. Scosciate inattese, up-skirt involontari riempiono il teleschermo da anni. Su youtube i più feticisti raccolgono i frammenti di questi scollamenti televisivi, confezionando in rete un campionario scelto che va dalla mitica Adriana Volpe all’altrettanto stramitica Alba

donna che uomo non ama esibire l’attributo, nonostante in precedenti, illuminanti dichiarazioni ci sembra di ricordare avesse spiegato di non aver intenzione di privarsene, per comprensibili motivi di piacere. Luxuria però non trova disdicevole esibire il procace seno costruito. Se però ragionassimo al contrario, la differenziazione di status tra seno e pene apparirebbe paradossale: immaginiamo che Luxuria fosse stato una

donna in procinto di passare a uomo, a quel punto il nascondimento del seno naturale e l’esibizione del pene artificiale avrebbe fatto ridere.

Riassumendo: o il pareo è frutto della resipiscente pudicizia di Luxuria, oppure di una posteriore lucidità della produzione che non se l’è sentita di esibire fino in fondo il “mostro”, inteso senza volontà di ledere la dignità dell’onorevole nel senso etimologico di “cosa fuori dal comune da mostrare”. Per motivi che non comprendiamo ci troveremo dunque Luxuria impareata. A meno che non sia il solito trucchetto degli autori per farci stare incollati al video in attesa che un refolo di aliseo sollevi il lembo, mostrandoci la delizia della nuova futura specie angelica: di quelli che, ritrovando la perfetta unità della sfera primordiale, uomo e donna insieme, domineranno il mondo a venire.


cinema

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Ritratto di Will Smith, il nuovo «Re Mida del cinema» americano. Stasera nelle sale italiane nei panni di ”Hancock”

Quel piccolo principe venuto da Bel Air di Francesco Ruggeri iccola confessione: eravamo convinti che i supereroi (al cinema) non avessero più segreti. Sbagliato. La verità è che ci sono supereroi e supereroi. Quelli targati politically correct (leggi: Spiderman, Superman, I fantastici quattro) e quelli decisamente sui generis (Batman). Poi c’è Hancock, un caso a parte. Passa gran parte delle giornate stravaccato su una panchina come un barbone, beve come una spugna (solo whisky però..) e di tanto in tanto si ricorda di salvare il malcapitato di turno dalle grinfie dei malviventi, distruggendo tutto quello che ha intorno e non badando ai danni che procura. Grandi poteri, grandi responsabilità? Magari in un altro film. Hancock, da perfetto super-cafone, se ne frega altamente di tutto. In cambio ha quello che si merita: gli abitanti di Los Angeles non fanno altro che apostrofarlo come «sfigato», i ragazzini lo prendono amabilmente in giro e la polizia gli dà la caccia. Non c’è niente da fare, ha decisamente bisogno di un esperto di relazioni sociali che lo rimetta sulla giusta carreggiata… Questo, in due parole, il film Hancock (di cui si rimanda a una più approfondita recensione sul supplemento di arti e cultura di liberal, MobyDick, in edicola domani, sabato 13 settembre, ndr). Che non è soltanto uno dei maggiori incassi americani dell’estate, ma l’ennesima dimostrazione che in quel di Hollywood gira un nuovo re Mida.

P

Nei mitici Ottanta (e parte dei Novanta) rispondeva al nome di Tom Cruise, ora ha assunto le fattezze dell’ex principe di Bel Air, al secolo Will Smith. Il più amato dagli americani? Secondo un sondaggio di un paio di mesi fa è lui. E gli incassi lo stanno a testimoniare con cifre spaventose. Hancock non ha ancora terminato la sua travolgente avventura in sala ed è già attestato sui 227 milioni di dollari, Io sono leggenda ha letteralmente fatto il botto in tutto il mondo (Italia compresa), incassandone quasi 600 milioni. Per non parlare di quei successi assolutamente inaspettati, come La ricerca della felicità, il film diretto da un italiano (Gabriele Muccino)

che ha segnato il più alto incasso in terre d’oltreoceano (ben 163 milioni di dollari).

Il segreto del successo di Will? Non c’è dubbio, l’intuito. Mentre gli Studios si arrovellano fra statistiche, grafici e dettagliatissime ricerche di marketing alla ricerca della ricetta giusta, Will non ha mai abbandonato veramente la strada. Conosce la gente, sa annusare l’aria che gira meglio di molti altri e ha una capacità organizzativa da far invidia a A fianco, un giovanissimo Will Smith ai tempi della fortunata serie televisiva ”Il principe di Bel Air”. Sotto, un’immagine dell’attore nel film ”Io sono la leggenda”. In basso a destra, un fotogramma di un’altra pellicola campione d’incassi: ”La ricerca della felicità”

chiunque. Senza contare un potere contrattuale che i suoi colleghi si sognano. Prendiamo Hancock. Il regista (Peter Berg) ci ha convinto di più altre volte (un esempio: l’intenso The Kingdom), la storia è raccontata bene, ma senza picchi di sorta. Però c’è Will. Il che vale a dire un concentrato letale di carisma, stoffa e magnetismo. Tre ottime ragioni per precipitarsi al cinema. Quanto durerà il suo strapotere? A lungo, molto a lungo, c’è da starne certi. E non c’è un giorno in cui Variety o qual-

che altro quotato magazine con la spina attaccata alla Mecca del cinema non ci informi di qualche suo nuovo progetto. Fra indiscrezioni, voci, notizie ufficiose e conferme ufficiali c’è da impazzire. Partiamo dunque dalle certezze. Dopo aver metabolizzato per bene il boom del suo (super) eroe per caso, Smith ha già fatto sapere che si prenderà una bella pausa di almeno cinque mesi. Quel che serve per rimettersi al lavoro col piede giusto e presenziare all’uscita del suo prossimo film, targato un po’ anche Italia. Si tratta di Seven Pounds, diretto dal nostro Gabriele Muccino e interpretato fra gli altri da Rosario Dawson e Woody Harrelson. Negli Stati Uniti uscirà poco prima delle feste natalizie (si parla del 19 dicembre) e già se ne fa un gran parlare.Will vestirà i panni di un disperato che, in procinto di togliersi la vita, viene salvato da una donna di passaggio che lo spinge a rimettersi in sesto. Due parole sul suo ormai famoso feeling con Muccino: i due sono diventati pressoché inseparabili. E pare che dopo questo secondo film, la loro partnership sia destinata ad arricchirsi di una ‘terza’ volta. Staremo a vedere, sul progetto non si sa ancora nulla.

Arriviamo così al secondo futuro appuntamento da non perdere con Will. E’ da ormai quasi un anno che si fa un gran parlare di un importante progetto spielberghiano. Non si tratta del rimandatissimo Abramo Lincoln, ma di The Trial of the Chicago 7 (ispirato a una storia vera). Sempre in ambito storico si resta, ma in un periodo molto più vicino al nostro. A dominare la scena sarà il bollente ’68 americano e in particolare l’irruzione di alcuni militanti in una sala dove si tiene una convention democratica. Motivo della protesta? Manifestare il proprio dissenso nei confronti della guerra in Vietnam. Will darà vita all’appassionato Bobby Seale, fondatore del gruppo delle Pantere Nere, nonché teorico della rivolta armata degli afroamericani. Le notizie dell’ultima ora sono chiare: pare che Spielberg voglia continuare a seguire il progetto, ma solo in fase produttiva. A questo punto dunque il timone della regia passerebbe a Paul Greengrass (The Bourne Ultimatum, United 93), il che ci fa comunque ben sperare sul buon esito del film. Infine, le ultimissime. In un’intervista di qualche giorno fa, Will ha dichiarato che nel suo futuro ci sarà l’Egitto. Non si tratta di una vacanza. Ma di The Last Pharaoh, in cui darà vita all’ultimo faraone egiziano. E chi meglio di lui?

Il segreto del suo successo? L’intuito. Conosce la gente, sa annusare l’aria che gira meglio di molti altri e ha una capacità organizzativa da far invidia a chiunque


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cultura

Dal 19 giugno, 35mila visitatori hanno affollato il Palazzo delle Esposizioni per ammirare le opere della XV Quadriennale di Roma. Che oggi consegna i premi finali

Fermo immagine sull’arte di Massimo Tosti

stato un successo, e questo è fuori discussione. Dal giorno dell’inaugurazione – il 19 giugno – ad oggi quasi trentacinquemila visitatori hanno affollato le sale del Palazzo delle Esposizioni per ammirare le opere della XV Quadriennale di Roma. Questa mattina ci sarà la consegna dei premi finali: 20mila euro per il premio Quadriennale, 10mila per un giovane artista sotto i 35 anni, e una medaglia d’oro alla carriera.

È

La novità di questa edizione è che i riconoscimenti vengono assegnati da una giuria internazionale composta da tre esperti di fama indiscussa: Gerald Matt, direttore della Kunsthalle di Vienna; Suzanne Pagé, direttore della Fondation Louis Vuitton pour la Création di Parigi; Vicente Todoli, direttore della Tate Modern Gallery di Londra. I tre nomi garantiscono autorevolezza assoluta, ma anche un totale riserbo: nessuna indiscrezione è trapelata sui nomi dei premiati. Domenica la rassegna chiude ufficialmente i battenti. Il termine “rassegna” non è scelto a caso. È stato questo lo spirito della manifestazione, voluto dal presidente Gino Agnese. Che, oltre alla giuria internazionale, ha sperimentato altre due novità: una commissione di cinque “addetti ai lavori” di diversa estrazione (Chiara Bertola, Lorenzo Canova, Bruno Corà, Daniela Lancioni, Claudio Spadoni) per garantire che la scelta degli artisti da invitare fosse “plurale”; l’assenza di un titolo per la Quadriennale, per non dettare binari espressivi. Qualcuno ha storto il naso,

parlando di una manifestazione «priva di una bussola», o titolando (come ha fatto un quotidiano) «Troppe opere e nessun senso». La verità è che la mancanza di vincoli ha offerto ai visitatori un quadro d’insieme delle tendenze espressive (e delle tecniche) dell’arte italiana contemporanea. I 99 artisti invitati – accomunati dall’appartenenza alla mid career (nessun esordiente, tutti già conosciuti dai critici, ma ancora scarsamente noti al grande pubblico) – consentono di capire, anche a chi è digiuno in materia, che cosa bolle nel pentolone delle arti visive in un momento caratterizzato in tutto il mondo dall’assenza di scuole consolidate.

La logica della Quadriennale è stata quella di offrire «un fermo immagine» (l’espressione reca il conio di Agnese, che ha offerto all’esposizione la

unico (e chi s’azzarderebbe a sostenere che questo sia un male?), anche perché si sono moltiplicati gli strumenti di espressione e di comunicazione. «La rete», osserva Agnese, «è una rivoluzione paragonabile a quella provocata da Gutenberg con l’invenzione della stampa. La gente non se ne è ancora resa conto: accadde lo stesso nel XV secolo. Ma la rivoluzione fa già sentire i propri effetti. I guru della critica militante – che fino a pochi anni fa dettavano la loro legge, imponendo le gerarchie, testimoniate poi dalle quotazioni di mercato – contano molto meno. La rete privilegia una valutazione ‘orizzontale’: ogni navigante si forma le proprie scale di valori, e le proprie preferenze». Verrebbe da dire che anche l’arte si sta democratizzando. I demiurghi passano di moda, internet è una vetrina straordinaria per i nuovi talenti e per i passanti. Un riscontro indicativo e interessante, in questo senso, è dato dalla massiccia presenza dei giovani e dei giovanissimi fra gli spettatori della Quadriennale. I giovani hanno oggi una

La novità di quest’anno è che i riconoscimenti vengono assegnati da una giuria internazionale composta da tre esperti di fama indiscussa: Gerald Matt, Suzanne Pagé, Vicente Todoli

sua esperienza di comunicatore) sullo stato dell’arte. Il Novecento ha offerto scuole importanti: il cubismo, il futurismo, la pop art (tanto per limitarsi a tre esempi molto significativi). Il nuovo millennio non ha ancora scelto un indirizzo preciso e questo è un elemento di ricchezza, non di povertà. Non c’è più il pensiero

maggiore indipendenza di giudizio: seguono le proprie emozioni, più delle sinossi esplicative dei curatori delle mostre. E chi segue le emozioni, ha trovato certamente in questa rassegna qualcosa che corrispondesse ai suoi gusti. Perché nella Quadriennale c’è di tutto: la pittura (nei suoi più diversi generi: dal figurativo, all’iperrealismo, all’informale), la scultura, i video, le fotografie (più o me-

no contaminate), le installazioni multimediali con il virtuale e il digitale. C’è persino un cubo nero dal quale fuoriesce un riso sarcastico: l’opera è firmata da Lara Favaretto con una didascalia che precisa il titolo «E una risata vi seppellirà» e spiega che i supporti sono una scatola in resina, un amplificatore, e uno speaker. C’è un altro artista, Andrea Aquilanti, che si esprime in “fori.avi”, una “ videoproiezione e disegno a matita su parete e su legno”che su

uno sfondo (molto suggestivo) di un panorama romano, fa volare degli uccelli.

E c’è anche l’arte povera di Simona Frillici «Il letto» che offre un grande materasso (coperto da un lenzuolo) a terra e due brande poggiate a una parete. Viene in mente – come è naturale che sia – la scena delle Vacanze intelligenti di Alberto Sordi in cui Anna Longhi stravaccata su una sedia alla Biennale di Venezia viene scambiata per un’o-


cultura

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Nella pagina a fianco: il presidente della Quadriennale di Roma Gino Agnese; un’immagine del Palazzo delle Esposizioni che ospita la XV edizione della rassegna; l’artista Fulvio Di Piazza e la sua opera in mostra. Sopra: la creazione presentata dall’artista Andrea Aquilanti (foto rossa in alto). Sotto: l’opera di Federico Lombardo (foto verde) e quella di Luca Pancrazzi (foto celeste)

pera d’arte. Memorabile.

Agnese è un intellettuale di destra, ma non ha paura di avventurarsi in scelte che possono turbare i parrucconi: «C’è una destra conservatrice», spiega pacatamente, «e una movimentista, che guarda al futuro. Io appartengo alla seconda. Amo le nuove tecnologie, le ritengo un dono di Dio». È un uomo che guarda al futuro, ed è uno dei più solidi e accreditati studiosi del futurismo. Che fu, e rimane, un movimento rivoluzionario di destra. Come ha dimostrato di recente (e nessuno se

la prenda per lo scantonamento, al quale Sgarbi concesse la propria autorevole benedizione) Graziano Cecchini, l’uomo che un anno fa colorò di rosso la Fontana di Trevi, con raccapriccio dei benpensanti e folle sollazzo dei movimentisti. Agnese è affezionato anche a un altro termine: serendipity, un vocabolo anglosassone che descrive lo stato d’animo di chi è colpito dal valore di un’esperienza imprevista, che non corrisponde alle attese originarie. «La Quadriennale non è un progetto

compiuto, non ha recinti né cartelli stradali da rispettare: è un percorso da compiere a proprio piacimento, con la gioia di stupirsi». Che non è poco. Anzi: dovrebbe essere una delle caratteristiche fondamentali dell’arte. Di ogni genere di arte. Rimanere a bocca aperta: capitò sicuramente ai cardinali che accompagnarono il papa Giulio II al vernissage per il completamento della volta della Cappella Sistina da parte di Michelangelo; capita ancora oggi a chi si trova per la prima volta di fronte alle piramidi di Giza; capitò ai fiorentini quando fu collocato nella Loggia dei Lanzi il Perseo di Benvenuto Cellini; ma capitò anche (tanto per accomunare i

generi più diversi) a milioni di italiani quando sentirono Modugno cantare Volare a Sanremo.

La Quadriennale di stupori ne provoca parecchi e si propone come un laboratorio per le meraviglie future. Proprio perché vi regna il caos (come ha sottolineato, in senso dispregiativo, qualche critico supponente), e soltanto il caos è in grado di produrre novità esaltanti. Agnese non nasconde la propria soddisfazione per il cammino percorso in questi anni come presidente della Quadriennale. È riuscito a collabo-

rare con le amministrazioni comunali di centrosinistra, guadagnandosi la stima degli avversari (se ha un senso proporre schieramenti e steccati quando ci si occupa di arte), al punto da ottenere una nuova sede per la Quadriennale che si è trasferita da un subaffitto nel Palazzo delle Esposizioni (che ha però riconquistato per questa edizione) alle due magnifiche palazzine a Villa Carpegna, dove si respira la stessa serendipity evocata per i visitatori della rassegna, e dove c’è ora «il più bel gioiello di Bibliotecaarchivio d’arte contemporanea italiana»

Nel sito internet della fondazione sono piovuti intanto, a centinaia, i titoli per la XV Quadriennale che i visitatori sono stati invitati a proporre. Oggi – durante la cerimonia di premiazione – verranno proiettati su uno schermo: uno per ogni giorno di durata della rassegna. Ce ne sono di suggestivi e di divertenti: aiutano a capire lo spirito con il quale il pubblico ha calcato i tremila metri quadri dell’esposizione, e potrebbero aiutare persino gli artisti (e le commissioni) delle prossime edizioni per inventare nuovi percorsi. Si spazia da quelli didascalici (Mediarte: arte tra tradsizione e nuove tecnologie; Esperimenti d’arte per il XXI secolo; Le linee del contemporaneo; Gli artisti sono tanti, come le loro idee; La materia e il tempo) a quelli immaginifici (Emblematico sintomatico artaxismundi; La voluttà dell’ossimoro; Present perfect; Da che arte stai? / DISTRazioni) a quelli popfuturisti (Generazione meravigliata, rumorosa, impressionata; Il percorso di Sofonisba; Il presente è nel passato, il futuro è già trascorso). Probabilmente – ma è un giudizio strettamente personale – quest’ultimo è il titolo più appropriato. E coincide con il chiodo fisso che ha per Internet Gino Agnese: un gentiluomo napoletano, pacato e signorilmente pigro, che smanetta con il mouse saltando da un link all’altro nel web, un immenso e affascinante luna park. Come la Quadriennale. Come l’arte prossima ventura, che forse è già passata: accadde così anche ai manoscritti del Cinquecento, destinati a soccombere all’arte sopraffina di Aldo Manuzio e al ciclone della Riforma.


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Pillola del giorno dopo, favorevoli o contrari? APPOGGIO PIENAMENTE QUEI MEDICI CHE, PER TUTELARE LA VITA, NEGANO LA PRESCRIZIONE

UNA SCELTA BIGOTTA E ASSAI PERICOLOSA, LA RICETTA SERVIREBBE A EVITARE GLI ABORTI

Il fatto che in diversi ospedali di Roma vietino la prescrizione medica della pillola del giorno dopo, rappresenta secondo me un atto di amore e civiltà nel rispetto della sacralità della vita e dei valori che dovrebbero essere il faro della vita di tutti. Di più, credo che tutti gli ospedali di Roma e d’Italia dovrebbero rispondere a questo particolarissimo ed essenziale concetto che è alla base di ogni sana comunità umana. La vita non va bloccata in nessuna delle forme che hanno preso piede nella modernità, sia l’aborto o la stessa pillola del giorno dopo. E’ vero che di fatto aborto non è. Ma siccome evita l’impianto dell’ovulo qualora fosse capitato il cosiddetto «rapporto a rischio gravidanza», è un po’come se fosse un aborto vero e proprio. Ammiro profondamente tutti quei medici che, richiamandosi alla famisissima obiezione di coscienza, non solo si rifiutano di praticare aborti, ma anche di effettuare la ricetta medica per la pillola del giorno dopo. La speranza è che prima o poi si possa diffondere questa sensibilità anche nei medici più «progressisti». Grazie per l’attenzione, buon lavoro.

Trovo francamente ingiusto rifiutarsi di prescrivere la ricetta medica della pillola del giorno dopo a chi la richieda. I signori medici bacchettoni e bigotti, che fanno appello in pompa magna alla cosiddetta obiezione di coscienza, dovrebbero iniziare a capire che ci sono casi in cui invece, proprio per tutelare il paziente, occorre prescriverla. Non dimentichiamoci ad esempio che spesso, chi stupra non si preoccupa minimamente delle possibili conseguenze fisiche del rapporto sessuale (oltre naturalmente alle conseguenze psicologiche della vittima, ma questa è un’altra storia). Insomma, perché mai una ragazza vittima di stupro non può cercare di evitare una gravidanza senza dubbio non voluta? Non credo a tutti quei medici che blaterano che la pillola del giorno dopo fa molto male al fisico. Certo, non fa benissimo. Ma posso dire con assoluta certezza che non provoca danni inimmaginabili e che al contrario può servire a evitare qualche aborto in più. Perché nessuno interviene su questo tema? Perché, come sempre, ogni volta un argomento delicato ma fondamentale che intreccia etica e medicina non viene affrontato come dovrebbe, ma anzi viene usato e strumentalizzato da questa o quella parte politica?

Carlo Fantini - Milano

Susy Ragno - Napoli

LA DOMANDA DI DOMANI

Tatuaggi vietati ai calciatori del Real Madrid. Cosa ne pensate? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

BISOGNEREBBE VALUTARE CASO PER CASO, SENZA AFFIDARSI IN TOTO AL MERO MORALISMO Non è facile prendere una posizione netta e convincente su un tema così spinoso e delicato allo stesso tempo come la pillola del giorno dopo. Capisco da una parte quei dottori che, dovendo fare i conti con la propria etica e con la propria coscienza, si rifiutano di prescriverla. Dall’altra capisco anche le proteste di chi comunque vede in quella medicina, in quel particolare momento, la soluzione a un «problema» da risolvere. Forse, il medico di volta in volta dovrebbe valutare caso per caso, senza lasciarsi prendere da posizioni troppo radicali, che rischierebbero di sfociare in mero moralismo. Cordialità.

RICERCA: UNA SFIDA PER IL FUTURO Educazione, università, ricerca. Una sfida per il futuro. Il nostro Paese investe sui propri giovani, e quindi sul proprio futuro, molto meno di quanto facciano i nostri partners europei. Questo fa si che a tutti i livelli la classe dirigente italiana sia più vecchia della media europea. Urgono serie riforme nella scuola, nell’università, nel campo della ricerca, tali da mettere le giovani generazioni in condizione di dare un effettivo contributo alla crescita del nostro Paese. Tutti dovrebbero essere messi in condizione di accedere al livello di istruzione più alto, con il massimo di libertà di scelta tra le varie offerte formative pubbliche e private. Compito dello Stato è quello di garantire la qualità della formazione e di indicare dei percorsi di crescita basati sul merito. Una soluzione, in questa direzione, potrebbe essere rappresentata dall’ampliamento dell’offerta formativa favorendo la possibilità di scelta per le famiglie tra l’offerta formativa pubblica e quella privata delle paritarie, magari andando a ripensare su

SORRISO DI CLOROFILLA Spesso le immagini al microscopio ci riservano delle strane e curiose sorprese. Un esempio? Questo particolarissimo “sorriso”, in realtà rappresenta la sezione del picciolo di una comune pianta di lampone (Rubus idaeus)

FAMIGLIA, FORMAZIONE, FEDE Benedetto XVI ha chiesto una nuova generazione di uomini politici cattolici competenti e moralmente rigorosi, innanzitutto con se stessi. Non soltanto uomini con alle spalle una buona famiglia, ben formati intellettualmente e com una fede vissuta come orizzonte etico-culturale. Un’altra parte del Popolo di Dio che, a partire da una fede che ne alimenta le personali esistenze, viva ”la più alta forma di carità” (così definì la politica Paolo VI) come umile servizio al bene comune. Persone dalla retta coscienza che per i popoli famiglia, formazione e fede precedono benessere materiale e sicurezza, essendone indispensabili premesse. Consapevoli che fame, guerra e terrorismo sguazzano nelle crepe e negli

dai circoli liberal Gaia Miani - Roma

scala nazionale l’esperienza del buono scuola sperimentata con successo in Lombardia, Piemonte e Veneto. Un altro intervento indispensabile va finalizzato a riqualificare la professionalità degli insegnanti, avviando dei percorsi professionali basati sul merito. In questo senso sembra interessante la proposta di istituzione di un albo dei docenti, che si occupi della abilitazione, della formazione e dell’aggiornamento continuo dei docenti. Si potrebbe inoltre prevedere l’assunzione dei docenti non per concorso ma da liberi professionisti, favorendo la mobilità tra istituti. In questo modo gli istituti per incrementare la qualità della propria offerta formativa, e quindi il numero dei propri iscritti, sarebbero incentivati a ricercare la collaborazione dei docenti migliori. Altrettanto importante è lo sviluppo delle università, prevedendo, ad esempio, un sistema di incentivi per quegli atenei capaci di attestarsi su elevati standard di eccellenza. Un cenno particolare merita la ricerca, che rappresenta la vera prospettiva di sviluppo per un Paese. Finora in

storici crolli di quei tre pilastri di umanità.

Matteo Martinoli - Milano

I POLITICI E LE SOTTRAZIONI Il pensiero che, dal 1996 ad oggi, le tasse locali siano più che raddoppiate, e quelle centrali cresciute del 16%, ci lascia nell’ebbrezza dell’estasi. La felicità ci resuscita. Ci sentiamo portati in alto da un’ondata di speranza. Non è vero che i nostri politici non sappiano e non facciano niente. Il lavoro dei nostri politici sembra procedere, con straordinaria unità d’intenti, forse più per somme che per sottrazioni. Ma è già qualcosa. Speriamo che le sottrazioni gliele insegni, al più presto, il ministro per la Semplificazione, quell’adorabile leghista che risponde al nome di Roberto Calderoli.

Pierpaolo Vezzani

Italia si è fatto molto poco. Si tratta di creare le condizioni affinché un numero sempre maggiore di risorse, pubbliche e private, siano indirizzate al finanziamento della ricerca, riqualificando lo status del ricercatore, oggi considerato come poco più che un precario, e favorendo allo stesso tempo una maggiore integrazione tra aziende ed atenei. Mario Angiolillo LIBERAL GIOVANI

APPUNTAMENTI SANTA MARIA DI LEUCA - DOMENICA 14 SETTEMBRE Tavola Rotonda ”Quale agenda politica per il Paese?” - Hotel Terminal dalle ore 18.30 alle ore 21 Introducono i lavori Mario de Donatis, presidente Identità e dialogo, e Ignazio Lagrottta, coordinatore Circoli liberal Puglia. Intervengono: Paola Binetti, Michele Emiliano, Marco Follini, Francesco Rutelli, Angelo Sanza, Bruno Tabacci


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Diverrò la tua vittima e maledirò i miei giorni Nel mio misero stato io non ho altro conforto che la tua vista; e quest’unico conforto m’è ancora rapito. Che inferno stasera! Io mi sono prefisso di non turbare né i tuoi riguardi domestici, né la tua pace; e sfuggo di vederti quando Cecco è con te… e quando mai non è con te? Ma tu mi piangeresti se potessi immaginare quanto è doloroso per me questo sacrificio. Oh! sento che l’amarti mi costa pur de’ tormenti: ma non importa: una tua sola occhiata mi compensa di tutto. E come eri tu bella questa sera! La tua fisionomia era così spassionata, i tuoi occhi sì vivaci, e le tue labbra… quante volte ho ritirato i miei occhi da te pieno di spavento! Sì la mia fantasia e il mio cuore cominciano a crearsi di te una divinità… e… soffri ch’io te lo ripeta… io temo che quanto tu ti vedrai onnipotente con me io diverrò la tua vittima, e maledirò i miei giorni. Intanto io devo amarti, sì e amarti, per quanto starà in me, sino all’ultimo sospiro. Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

COMPLIMENTI A LIBERAL PER AVER ROTTO IL SILENZIO Le violenze anticristiane nella regione dell’Orissa rendono ancora più attuali le riflessioni di Amartya Sen sulla necessità di valorizzare la tradizione razionale, tollerante e ”laica”che fa parte del patrimonio culturale indiano - dall’imperatore Moghul Ashoka al Mahatma Gandhi - e si riflette nella Costituzione di quel Paese. Anche l’India deve difendere la laicità della sua Costituzione e combattere ogni forma di fondamentalismo, fanatismo e intolleranza. Come insegna la straordinaria testimonianza di Gandhi uno spirito religioso accoglie la dimensione della libertà della coscienza e della laicità. Dall’amore ricevuto da Dio non può che generare sincero altruismo, rispetto e desiderio di bene per l’altro, compassione; per i cristiani carità (la carità di Madre Teresa). Mi auguro che l’India, grande paese di spiritualità, di saggezza, di cultura e anche di sviluppo democratico e socioeconomico, con importanti relazioni con l’Italia (come confermano gli accordi bilaterali sottoscritti nel corso dell’ultima visita in India dell’allora presidente del Consiglio Romano

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

12 settembre 490 Gli Ateniesi sconfiggono i Persiani nella Battaglia di Maratona 1919 Impresa di Fiume: Gabriele d’Annunzio a capo di 2500 legionari al motto di ”O Fiume o morte”libera la città di Fiume 1938 Adolf Hitler richiede l’autonomia per i tedeschi dei Sudeti, una regione della Cecoslovacchia 1943 Benito Mussolini, viene liberato dal luogo dove si trovava agli arresti da commando tedeschi guidati da Otto Skorzeny 1974 L’Imperatore Etiope Haile Selassie viene deposto 1990 Le due Germanie e le Quattro Potenze alleate firmano a Mosca il trattato che apre la strada alla riunificazione tedesca 2001 In risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre contro gli Usa, la Nato invoca, per la prima volta nella sua storia, l’articolo V del suo statuto che stabilisce che ogni attacco a uno stato membro è da considerarsi un attacco all’intera alleanza

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

Prodi), possa dare un grande contributo per la convivenza tra uomini e religioni e per la costruzione di un ordine internazionale che garantisca e promuova i diritti umani universali. Saluti carissimi e complimenti per l’iniziativa.

il meglio di

Matteo Prandi

LA LEGGE BRUNETTA-ROTONDI NON MINA I VALORI CRISTIANI Sono tendenzialmente ostile sia alle deviazioni giusnaturalistiche alla Zapatero che alla volgare e gratuita fisicità esibita ai Gay Pride. Ciò non toglie che, da buon cattolico credente e praticante, sul piano temporale non possa che essere ispirato da un criterio di discernimento tipico del cristiano. Criterio che, se da un lato ti invita a non confondere l’errante con l’errore, dall’altro ti costringe a coniugare sempre l’etica delle convinzioni con quella delle responsabilità. Su questa base penso che qualsiasi politico cattolico, sul tipo di quelli invocati recentemente da Papa Benedetto in Sardegna, non dovrebbe avere difficoltà ad esprimere parere favorevole sulle idee espresse a margine della proposta di legge Brunetta-Rotondi sulle unioni civili.

Giuseppe Valli - Roma

PUNTURE E’ uscito il libro “L’era post-americana”: l’America va verso il declino. Anche Obama.

Giancristiano Desiderio

Il dubbio, che da una parte è la tortura dell’intelletto, dall’altra è il padre della scienza e del diritto CARLO BINI

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

L’EDUCAZIONE FISCALE DI BARACK OBAMA Ironie del Wall Street Journal sull’ennesimo fine-tuning di politica fiscale di Barack Obama. Che durante le primarie aveva ipotizzato di eliminare immediatamente i tagli d’imposta di Bush, alzare la soglia di reddito sulla quale vengono applicati i contributi sociali, aumentare l’aliquota marginale dell’imposta sui redditi al 39,8 per cento e la cedolare secca sui dividendi dal 15 al 25 per cento. La linea ufficiale della campagna di Obama era quella, molto bill-clintoniana, che sostiene che le tasse non incidono realmente sul livello di attività economica. Archiviata la pratica Hillary, Obama ha ammorbidito la propria posizione, ritoccando la cedolare secca sui dividendi dal 25 al 20 per cento, affermando che sarebbe comunque stata “inferiore di un terzo a quella fissata dal presidente Reagan nel 1986.” Oggi, con una economia in crescente affanno e di fatto entrata in recessione, Obama dismette la teoria del fisco come variabile indipendente dalla (e della) crescita e dichiara che, da presidente, potrebbe differire i previsti aumenti d’imposta se l’economia si trovasse ancora in condizioni di debolezza a inizio 2009, pur confermando i tagli d’imposta a favore delle classi medie. Questa posizione indebolisce la credibilità di Obama, che rischia di essere visto come il gabelliere dottrinario di fronte ad un competitor che porta avanti un “coerente” discorso di detassazione, anche se col più che concreto rischio di provocare nuove voragini nel bilancio federale. Di fatto, l’evoluzione della fiscal policy obamiana appare quindi sempre meno democratica mainstream, e spesso più vicina alla tradizionale agenda fiscale repubblicana, come osservato anche da personaggi al di sopra di ogni sospetto di simpatie obamiane. Che ciò sia frutto di

una evoluzione “centrista” o di una resa alla recessione, lo giudicherà l’elettorato tra qualche settimana. Ma il reality check col quale i due candidati e le loro promesse dovranno misurarsi è dato dalla condizione sempre peggiore dei conti pubblici. Mentre a Washington e dintorni si discute di un secondo pacchetto di stimolo fiscale, il Congressional Budget Office prevede un deficit di bilancio di 407 miliardi di dollari al termine del corrente anno fiscale, il 30 settembre, oltre il doppio di quello del 2007. Deficit che è atteso restare intorno a 400 miliardi di dollari nel 2009 e 2010. In percentuale del pil si tratta ancora di un livello “Maastricht-compatibile”, ma rappresenta una stima parziale ed ottimistica, ove si consideri che il dato è riferito allo Unified Budget Deficit, mentre il General Fund Deficit (che è responsabilità del presidente) toccherà quest’anno i 600 miliardi di dollari. Su queste proiezioni pesa tuttavia la mancata inclusione dei costi del salvataggio di Freddie Mac e Fannie Mae, ad oggi non quantificabile, e di quelli necessari a neutralizzare, ogni anno, la Alternative Minimum Tax, destinata altrimenti a colpire decine di milioni di contribuenti della middle class. In un paese come gli Stati Uniti, dove il deficit federale è visto come l’opera del demonio per uccidere la libertà, è ben più che un campanello d’allarme. Soprattutto considerando che stime attendibili prevedono che le misure di politica economica di Obama aggiungeranno in dieci anni 3500 miliardi di dollari allo stock di debito federale, e quelle di McCain addirittura altri 5000 miliardi. Anche per queste considerazioni a gennaio 2009 il presidente degli Stati Uniti, di chiunque si tratti, rischia con alta probabilità un rude awakening.

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PAGINAVENTIQUATTRO Secessionismi. Si chiama ”Maldiventre”, è un’isola che si vuole staccare dall’Italia

Viaggio nella nuova repubblica autonoma di

SARDEGNA nche noi avremo le nostre Maldive, pardon la nostra Maldiventre. Salvatore Meloni, 65 anni, autotrasportatore di Terralba, indipendentista sardo, ha scritto al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e al presidente del Consiglio Berlusconi annunciando, sulla base del principi di autodeterminazione dei popoli sancito della Carta di San Francisco, l’autoproclamata Repubblica di Malu Entu e chiedendone il riconoscimento internazionale. Ha dettato la lettera ai suoi cinque compagni d’occupazione dal palazzo presidenziale, una tenda campeggio di colore blu piantata da alcuni giorni sulla spiaggia di Cala Nuraghe, nella piccola isola di 81 ettari, nel comune di Cabras, nell’oristanese.

A

di Marco Ferrari zia che sorvolano il suo perimetro isolano. L’amore e la passione per l’indipendentismo sardo ha già causato parecchi guai a Meloni con un centinaio di capi d’imputazione alla spalle e una condanna negli anni Ottanta, in base al Codice Rocco, a nove anni di prigione

me l’irlandese Bobby Sander, il carcere più duro, otto mesi di isolamento, case circondariali di Pisa, Oristano, Nuoro, Cagliari. Ha accettato di rispondere ad una delegazione parlamentare e di parlare in italiano invece che in sardo chiedendo in cambio gli arresti domiciliari. Solo un Pm su nove ha consentito che si esprimesse nella parlata dei suoi antenati. Ora ha fondato una cooperativa ”Patria Sarda”, salumi, dolci e liquori e un partito, il Par.i.s., pieno i puntini per non confonderlo con la metropoli colonialista francese, che va ad aggiungersi ad altri quattro gruppi sardisti.

Il presidente autoproclamato ha già chiesto il riconoscimento ufficiale al governo e all’Onu in nome del principio di autodeterminazione dei popoli. Sembra una burla, ma in tempi di secessioni...

Baffi risorgimentali, occhi chiari, un dente dorato, il corpulento presidente - un metro e novanta per cento chili, - noto a tutti col nomignolo di ”Doddore”, è subito passato alla carta bollata ed ha incaricato l’avvocatessa Maria Vitalia Anedda di Quartu Sant’Elena di avviare la causa civile per l’usucapione dell’isola di Mal di Ventre, su cui gli indipendentisti di sono installati nel 1974 curandone la pulizia e la salvaguardia dell’area marina protetta. Quel fazzoletto di terra appartiene alla società ”Turistica Cabras” con sede a Napoli e fa capo all’ingegnere minerario inglese Rex Miller, valore stimato dalla Regione Sardegna, che intende acquisirla, di circa 300 mila euro. Pare che già 350 persone abbiano richiesto al neo presidente la residenza nella Repubblica di Malu Entu. Lui le riceve tutte nella cosiddetta sala delle udienze, un paio di panchine installate sotto una secolare tamerice su cui campeggia la bandiera dello Stato, rosso e blu in bande orizzontali con al centro sei figure e la scritta Repubblica Malu Entu. Il capo di Stato, nuova star dei blob, promette casette di legno e energia eolica, nessuna tassa e un referendum per l’indipendenza. Accetta foto dai turisti e dai diportisti, non quelle della Digos. Ha già scritto al ministero degli Interni lamentandosi della violazione delle regole di volo da parte degli elicotteri della poli-

per cospirazione contro lo Stato, reato non contestato neppure a esponenti delle Brigate Rosse, Nar e Rosa dei Venti. Ha conosciuto, co-

In tempi di indipendenza per Montenegro e Kossovo e dopo lo scoppio dei casi di Ossezia del Sud e Abkhasia, non poteva mancare un’italica nostrana risposta per un territorio come il nostro ricco di variazioni storico-geografiche. La neonata autoproclamata Repubblica di Malu Entu va ad aggiungersi al Regno di Tavolara, anche se annacquato da una base Nato, e al Principato di Seborga, in provincia di Imperia, 362 abitanti e quattro chilometri quadrati retti di Giorgio I, al secolo Giorgio Carbone, che batte moneta, ha un’orchestra di stato, targhe automobilistiche proprie, persino accrediti di stampa estera (quella italiana, ovviamente) ed una squadra di calcio iscritta al campionato moldavo, fiaccato dalla perdita delle compagini filo russe dalla Transnitria, che spera di entrare nella Champions. Per non parlare poi degli storici movimenti sud tirolesi, dei corsi, dei veneti e dei liguri che ritengono nulla l’annessione di Genova al Regno del Piemonte e dunque all’Italia. Una cosa è certa: se Meloni otterrà l’indipendenza, Malu Entu non diventerà lo Stato più piccolo al mondo. Il record rimane di Seeland, la piattaforma al largo delle coste britanniche dell’Essex, 550 metri quadrati con tanto di bandiera e passaporto e diversi tentativi di invasione respinti dal sovrano ottantacinquenne Paddy Roy Bates, un po’ stanco di combattere contro conquistatori e burocrati al punto di mettere in vendita il proprio territorio, trono incluso.

2008_09_12  

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MA...

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