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Oggi il supplemento

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

MOBY DICK

Affari, politica, calcio: al centro c’è una sola famiglia

SEDICI PAGINE e di h DI ARTI c a n o cr E CULTURA

La Saga dei Moratti, capitani di Milano

di Ferdinando Adornato

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DIO SALVERÀ LA REGINA? In una settimana il Parlamento inglese ha dato due colpi formidabili alla nostra civiltà: il via libera agli embrioni-chimera e alle fecondazioni senza padre. Si apre una nuova era dell’umanità. Ma non è un passo avanti…

di Giancarlo Galli

È

Londra anno zero da pagina 12 a 15

ARRIVEDERCI A MARTEDÌ Come altri quotidiani anche liberal non esce la domenica e il lunedì. L’appuntamento con i lettori è dunque per martedì 27 maggio

SABATO 24

Berlino cresce più di Roma

I dati dell’Istat ci condannano in Europa: Italia-Germania 3-4

stata per molti versi la Saga dei Moratti, quella che Milano ha celebrato nelle ultime settimane: Letizia, il sindaco, che strappa alla turca Smirne l’Expo 2015; Massimo (il cognato) che da presidente dell’Inter porta il Club al 16° scudetto della sua storia, iniziata nel lontano 1908, da una costola del Milan FC, fondato nel 1899 e negli anni ’80 acquistato da Berlusconi. La tifoseria ambrosiana è divisa quasi a metà fra interisti e milanisti. Si definiscono cugini, sebbene la rivalità sia piuttosto forte, ma raramente cattiva. Domenica scorsa, facendo di necessità virtù, se vogliamo optando per il “male minore”, anche la maggioranza del popolo rossonero gufava affinché la Roma del petroliere Sensi non riuscisse a scavalcare in extremis i parenti. Qui, vi sono momenti in cui soffia un venticello sciovinista, da Milano überalles! Inoltre, politicamente parlando, i Moratti (a parte qualche “distinguo”familiare) sono più vicini di quanto si possa credere ai Berlusconi. Due famiglie affermatesi nel Dopoguerra, e venute praticamente dal nulla. Silvio, figlio di un impiegato di banca; Massimo & fratelli, figli di Angelo, un commerciante che nell’ultimo scorcio degli anni ’40 gettò le basi di un impero, attorno alla Saras, divenuta la principale raffineria petrolifera del Mediterraneo. Ora nelle mani di Gianmarco, sposatosi in seconde nozze (dopo la separazione validata dalla Sacra Rota con Lina Sotis, la brillante columnist del Corriere della Sera), con Letizia Brichetto Arnaboldi. La sindachessa Moratti appunto.

Costi, tempi, sicurezza: ecco come arrivarci

Tutta la verità sul nucleare

se gu e a p ag in a 23

Intervista al ministro Giorgia Meloni

«Come sconfiggere il bullismo? Dar voce alla meglio gioventù»

di Enrico Cisnetto

di Strategicus

di Nicola Procaccini

Vi ricordate Italia-Germania 4 a 3? Mitica vittoria degli azzurri di calcio, trasformatasi in slogan per sottolineare le nostre primazie sui tedeschi. Qualche anno fa, grazie a Tremonti, quel risultato si era già trasformato in un pareggio.

«Fra cinque anni inizierà la costruzione delle centrali nucleari di nuova generazione». Con queste parole il ministro Scajola ha tagliato il nastro per il “rinascimento”del nucleare.

Il viaggio di liberal alle radici della devianza giovanile non può che concludersi con Giorgia Meloni. Le parole del ministro chiudono idealmente la riflessione su questo preoccupante fenomeno.

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MAGGIO

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

96 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il caso

pagina 2 • 24 maggio 2008

Costi, tempi, sicurezza: ecco come l’Italia potrà realizzare la svolta promessa da Scajola

Tutta la verità sul nucleare di Strategicus ra cinque anni sarà messa la prima pietra per la costruzione di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione». Con queste parole il ministro delle Attività, Claudio Scajola ha tagliato il nastro per il“rinascimento” del nucleare in Italia. Ma cosa è il nucleare, qual è la situazione dell’Italia e cosa vorrebbe dire per l’Italia il ritorno all’opzione nucleare? Va subito precisato che il nucleare non è solo una fonte di produzione di energia, ma è un “sistema”. Quando si parla di nucleare bisogna pensare ad un sistema che vive nel sistema-Paese: un “sistema-nel-sistema”. Inoltre, l’incredibile aumento della domanda di energia da Paesi “energivori” (in primis Cina ed India) sta rendendo il mondo assetato di energia, originando Paesi high energy consuming, generando un cambio delle rotte di destinazione dell’energia e modificando la geografia dell’energia. Tutto il mondo industrializzato sta registrando un revival del nucleare. 220 sono oggi i progetti di nuove centrali nucleari. L’Italia rappresenta un’eccezione in negativo.

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IL REFERENDUM La “prima pietra dello scandalo” per il sistema-Italia è stata il referendum anti-nucleartista del 1987. L’Italia alla fine degli anni Sessanta era il terzo produttore al mondo di energia elettronucleare, dietro solo a Stati Uniti e Gran Bretagna. L’uscita dell’Italia dal nucleare ha prodotto per il nostro Paese e per i contribuenti una perdita drammatica stimabile in circa 120 mila miliardi di lire. A ciò si deve aggiungere l’enorme ricaduta negativa per il sistema-Italia in termini di rango e ruolo, di maggiore indipendenza energetica dall’estero, di mantenimento di capacità industriali, di rafforzamento delle “dotazioni d’ambiente”, di riduzione dei costi della bolletta elettrica, ecc. L’Italia non ha saputo capitalizzare la tecnologia nucleare a disposizione, abbandonata con una scelta poco razionale e molto emotiva. L’8 e il 9 novembre 1987, gli italiani hanno votato una moratoria sulla produzione di energia elettronucleare, ma non l’abrogazione della legge per la costruzione di nuove centrali. Nessuna legge lo impedisce, né lo può impedire. Sarebbe anti-costituzionale. L’ar-

ticolo 75, comma 2, della Costituzione Italiana vieta referendum abrogativi dei trattati internazionali. Pertanto, il Trattato Euratom, che ha lo scopo di sviluppare programmi nucleari su base industriale, ratificato dall’Italia, mantiene oggi piena validità.

I BENEFICI L’energia nucleare è una fonte altamente competitiva in termini di costi di produzione. Ciò per la lunga vita dei reattori nucleari (oggi sempre più lunga), per gli alti fattori di capacità, che per-

I PASSI DA FARE L’Italia importa, negli ultimi 10 anni, per il fabbisogno nazionale dal 14 al 16% di energia elettronucleare l’anno. Dalla Francia l’import si aggira intorno ai 3 miliardi di euro l’anno, che equivale alla costruzione di un reattore Epr da 1.600 Mw l’anno. Per ripartire con il nucleare occorre ricostruire il patrimonio di competenze industriali ancora presente in Italia e quasi dilapidato con il referendum.Tali competenze ancora esistono grazie alla presenza di Società – quali Enel, Ansaldo, Sogin, Camozzi, Enea – e del mondo accademico, che in questi anni hanno sempre salvaguardato l’opzione nucleare. L’Italia ha mantenuto ottime capacità soprattutto nella progettazione e nelle grandi componenti. Ciò grazie alla partecipazione di aziende italiane a programmi internazionali e a partnership strategiche con i principali player mondiali. Si pensi alle intese di Sogin con la russa Rosatom, con le americane Battelle e EnergySolutions o con l’inglese Ukaea; all’intesa dell’Ansaldo con l’americana Westinghouse, per la partecipazione alla costruzione di 4 Ap-1000 in Cina come subfornitore di servizi di ingegneria e di componentistica; all’acquisizione da parte di Enel del 67,05% dell’Endesa, del 12,5% del progetto Epr a Flamanville in Francia, del 100% della slovacca Slovenske Elektrarne e con la presenza in Romania in un consorzio guidato dalla società Nucrearelectica per la costruzione di due reattori a tecnologia canadese. Di contro, nel settore della componentistica l’Italia ha perso del tutto le sue competenze. Ciò è dovuto alla totale assenza di un mercato nazionale del nucleare. Ad oggi, quasi il 15% della produzione di elettricità dell’Enel è coperta dal nucleare. Ciò è lo specchio del trend in atto, che vede le principali aziende di settore differenziare in modo più equilibrato il portafoglio delle fonti. Senza nucleare non vi sarebbe alcuna possibilità di garanzia di equilibrio.

mettono di ammortizzare nel medio periodo l’elevato investimento iniziare e di utilizzare i benefici dell’effetto scala, portando evidenti vantaggi economici, e per la bassa incidenza del costo del combustibile su quello del Kw/h. A differenza di gas, petrolio e carbone, il costo principale del nucleare è la costruzione dell’impianto. Esso rientra nei costi d’investimento nazionale, generando quindi un incremento d’indipendenza del sistema-Paese. Diversamente, le altri fonti hanno un esborso rilevante per l’acquisto di combustibile, aumentando la dipendenza dall’estero e dalle instabilità geopolitiche delle aree esportatrici. La disponibilità del combustibile e la sostenibilità del suo sfruttamento rendono il nucleare una fonte sicura in termini di approvvigionamento. La diversificazione geografica dei giacimenti di uranio offre maggiori garanzie di disponibilità rispetto alle altre fonti, oltre a minori rischi connessi ad improvvise crisi geopolitiche ed economiche. Il combustibile nucleare presenta poi un volume trascurabile rispetto ai combustibili fossili. Per dare un’idea dell’energia in esso contenuta, basti pensare che 1 kg di U produce una quantità di energia paragonabile a quella di circa 22.000 kg di carbone, 15.000 kg di petrolio e 14.000 kg di Gnl.

L’INQUINAMENTO Inoltre, il nucleare è la più “verde”tra le fonti energetiche. Il nu-

Una nuova generazione di reattori È in fase di costruzione la nuova generazione di reattori nucleari, detti di “generazione III-Plus”. Gli obiettivi sono: l’aumento della economicità di un impianto; la standardizzazione a livello mondiale; una riduzione dei tempi di realizzazione; l’utilizzo di tecnologie semplici e sicure. Esistono due tipologie di reattori riconosciuti a livello mondiale: • l’Epr (European Pressurized Reactor) da 1.600 MW di potenza a tecnologia francese; • l’Ap-1000 Westinghouse a tecnologia americana. Sono in costruzione 2 Epr - uno in Finlandia, l’altro a Flamanville in Francia – e 8 Ap-1000: 4 unità in Cina e 4 contratti stipulati negli Stati Uniti. Con un’iniziativa avviata nel gennaio 2000, dieci paesi si sono uniti per formare il “Generation IV International Forum” (Gif) con l’obiettivo di sviluppare i sistemi nucleari di futura generazione per la lotta alla proliferazione nucleare. Diveranno operativi intorno al 2030-2035. Essi dovranno aumentare la difficoltà di diffusione di materiale fissile per usi non pacifici ed incrementare la protezione fisica degli impianti contro atti di terrorismo. Dovranno, inoltre, assicurare il più elevato livello di sicurezza a fronte di incidenti tecnico-operativi; la minimizzazione del volume dei rifiuti radioattivi, in particolare di quelli a più alta attività, limitandone i tempi di stoccaggio; consentire una generazione di energia sostenibile ed aumentare la capacità del combustibile esaurito; un maggiore e più efficiente sfruttamento delle risorse minerarie in materiali fissili e fertili, minimizzando gli sprechi; diminuire i costi di costruzione e di esercizio degli impianti, rispetto alle altre fonti energetiche e consentire un livello di rischio finanziario paragonabile a quelle delle altri fonti energetiche. Le tipologie di reattore scelte sono: • il reattore veloce a gas • il reattore veloce a piombo • il reattore veloce al sodio • il reattore ad acqua supercritica • il reattore ad altissima temperatura • il reattore a sali fusi


il caso

La centrale nucleare di San Ofre in California. Nella pagina a sinistra il ministro Claudio Scajola che ha annunciato l’avvio del nucleare entro il 2013. In basso: l’Ad dell’Enel, Fulvio Conti. Nella foto a destra: il commissario Ue Andris Piebalgs

cleare permette di ottenere energia in abbondanza ad un costo contenuto e a zero emissioni. Per ottenere la stessa quantità di energia elettrica, il nucleare è 8 volte più competitivo dell’eolico e del fotovoltaico. Il Protocollo di Kyoto vincola l’Italia a ridurre entro il 2012 l’emissione di CO2 del 6,5% rispetto alle emissioni del 1999. Biso-

gna essere realisti. Per ogni Kw/h di energia elettrica prodotta da nucleare, vi è un’emissione trascurabile in atmosfera da 1 a 6 grammi di carbonio. Le fonti rinnovabili potrebbero al massimo coprire il 5% del totale del consumi energetici nel 2030. È, quindi, irresponsabile illuderci che le fonti rinnovabili possano rappresentare la soluzione per la lotta al cambiamento climatico e per consentire all’Italia il rispetto dei parametri internazionali e la politica dei 3x20 dell’Unione Europea. L’Italia pagherà per il mancato rispetto dei vincoli di Kyoto una sanzione complessiva per le eccedenze di emissioni entro il 2012 di oltre 55 miliardi di euro. La sola enunciazione da parte del Governo italiano di voler costruire 6-8 Epr da 1.600 Mw ciascuno, con un costo complessivo di circa 17-23 miliardi di euro, ridurrebbe tali sanzioni, che l’Italia già sta pagando. Ciò comporterebbe un risparmio superiore ai 15 miliardi di euro, con cui finanziare la costruzione delle centrali nucleari. A tale risparmio se ne aggiungono inoltre degli altri: quello della riduzione della dipendenza dalle importazioni di energia, dello svincolo da aree instabili e dell’aumento della competitività delle industrie italiane. Per il “rinascimento”del nucleare serve un approccio politico condiviso e non ideologico. Serve inserire il nucleare in una logica di policy e non di politics. Ovvero non legata agli approcci pro o contro o a lotte di partito, ma alla pianificazione di una politica energetica razionale ed industriale. In altre parole, come utilizzare i fondi pubblici per massimizzare tutte le positività e la sostenibilità del nucleare.

QUANTE CENTRALI Occorre un investimento iniziale che possa coprire almeno il 10% del fabbisogno italiano di energia elettrica al 2020. Per far ciò, è necessario installare, secondo le ultime stime, 5.100 Mw di capacità nucleare. In una logica di economia di scala, unica in grado di ammortizzare gli enormi costi iniziali del nucleare, è pensabile porsi come obiettivo la costruzione di almeno 4-6 centrali con tecnologia Epr (potenza da 6.400 a 9.600 Mw) e 6-8 centrali con tecnologia americana Ap-1000 (potenza da 6.000 a 8.000 Mw). Tutto ciò sarà possibile, intervenendo sul sistema legislativo, rendendolo più efficace e snello. Se oggi si volesse mettere in esercizio una centrale nucleare, alla luce della normativa attuale ci vorrebbero come minimo 11 anni: 3 anni per la localizzazione del sito ove ubicare una centrale e 8 anni per la costruzione, le prove nucleari e l’apertura commerciale. Un tempo non in linea con la migliore prassi internazionale.

24 maggio 2008 • pagina 3

Investimenti per 50 miliardi di euro con il placet della Ue

Intanto si fa business con le rinnovabili di Serena Mattei

R OMA . Claudio Scajola ha finalmente Enel, E.On, Iberdrola, Rwe, Statkraft, Suez, sdoganato il nucleare in Italia. Ma a ben guardare – e prima della sua uscita – l’Europa, Belpaese compreso, le aziende energetiche e il mondo della finanza sembravano aver scelto una diversa strada per rispondere alla fiammata dei prezzi del petrolio, alle relative ripercussioni in bolletta e all’instabilità dei Paesi produttori: sposando appieno la causa ambientalista e la produzione da fonti rinnovabili. Tanto che da qui al 2015 si dovrebbero generare investimenti da 50 miliardi di euro nel Vecchio Continente, per lo più incentivato da alti aiuti comunitari (9 miliardi soltanto fino al 2013). E non è mancato chi, sapendo mettere a confronto l’impatto del nucleare e quello del solare, si è do-

GdF, Vattenfall, Verbund) ed i 6 più importanti player italiani (A2A, Acea, Edison, Erg, Iride, Sorgenia) con uno sforzo finanziario di oltre 50 miliardi di euro e un tasso di crescita pari al 285 per cento, porteranno la loro produzione da rinnovabili da 13mila megawatt nel 2007 a 50mila nel 2015. Questo è quanto emerge da uno studio di Agici Finanza di Impresa. La sola Enel, fino al 2012, impegnerà risorse pari 7,4 miliardi di euro, dei quali 6,8 miliardi destinati per lo più all’eolico, tanto da aver prenotato turbine fino a 2,5 megawatt e stretto un accordo con Sharp per i pannelli fotovoltaici. Molto attiva nell’eolico Actelios (Gruppo Falck), forte di un contratto stipulato con General Electric

I forti fondi comunitari attraggono l’interesse di aziende e della finanza. Ma c’è chi si chiede se tutte queste risorse non siano sprecate per fonti dallo scarso impatto rispetto alle possibilità garantite dal ritorno all’atomo mandato se queste risorse non fossero male utilizzate. Così il ripensamento italiano sull’atomo – che segue gli sforzi francesi sull’Epr o i dubbi dell’impresa tedesca sull’uscita dal nucleare – appare andare controcorrente sia con la politica energetica europea sia con i maxi investimenti orientati dal mondo degli affari e dal private equity verso le rinnovabili.

A far scattare questo trend la decisione, del marzo del 2007, dei 27 che concordarono di portare a livello europeo al 20 per cento i consumi da energie rinnovabili (prodotte da sole, vento o biomasse) entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. L’Italia dovrebbe toccare il 17 per cento contro l’attuale 5,2. Soltanto che «l’energia nucleare non verra considerata una fonte rinnovabile», come ha più volte chiarito il portavoce del commissario Ue Andris Piebalgs, Ferran Tarradellas. Così i maggiori gruppi elettrici, nostrani ed europei, si sono dirottati verso quello che è tutt’ora considerato un comparto remunerativo. Nel 2007, per esempio, è stato un anno boom per il fotovoltaico italiano: il settore è cresciuto del 30 per cento e ha generato un giro d’affari di 500 milioni di euro. Sul breve termine, i 14 maggiori gruppi elettrici europei (Atel, Centrica, EdF, EdP,

per la fornitura di turbine eoliche destinate all’impianto di San Sostene. Mentre i parchi di Earlsburn e Ben Aketil sono da pochi mesi entrati in esercizio commerciale. L’Italgest di Paride De Masi punta alla costruzione di un sistema che – tra eolico, fotovoltaico e agroenergie – possa generare 600megawatt tra Puglia, Spagna e Albania. Mentre fondi infrastrutturali italiani (come Clessidra) o stranieri (gli australiani di Bedcok & Brown) studiano dossier, viene da chiedersi se la via ecologica sia compatibile con il rilancio del nucleare. «Anche a regime», Giampaolo Attanasio, senior manager area energia di Kpmg advisory, «le rinnovabili non riusciranno mai coprire più del 5-7 per cento del fabbisogno. Ci vuole il nucleare: sia perché la nostra produzione è fatta di combustibili fossili – ed è e molto legata alle quotazioni del petrolio – sia per ridurre le emissioni di C02». Inoltre, aggiunge Attanasio, nelle rinnovabili «possiamo avere operatori di piccoli dimensioni coperti dal project financing, mentre soltanto lo Stato può sostenere in maniera decisiva l’investimento in una centrale nucleare». Più cauto Davide Tabarelli, presidente Nomisma Energia: «È giusto che un governo s’impegni sul nucleare, ma bisogna essere consapevoli delle grandissime difficoltà esistenti».


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Competitività. I dati Istat ci condannano in Europa: noi cresciamo solo dello 0,2 mentre Berlino dell’1,5

governo

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Italia-Germania 3-4

Le misure pensate finora dal governo non bastano di Enrico Cisnetto

i ricordate Italia-Germania 4 a 3? Mitica vittoria degli azzurri di calcio, trasformatasi in slogan per sottolineare le nostre primazie sui tedeschi. Qualche anno fa quel risultato esaltante si era già trasformato in un pareggio, per mano dell’allora ministro Tremonti che indicando i 5 milioni di disoccupati prodotti dalla radicale trasformazione dell’industria tedesca sostenne che i nostri guai non erano peggiori di quella della Germania postunificazione. Ora, invece, il risultato si è ribaltato: Italia-Germania 3 a 4, se non peggio. Si potrebbe sintetizzare così, infatti, la diversa crescita delle nostre economie. Ieri sono arrivati i dati preliminari dell’Istat, che per il Belpaese mostrano una crescita del pil poco sopra lo zero nel primo trimestre 2008 (+0,4% sul trimestre precedente, +0,2% sullo stesso dell’anno precedente), comunque oro colato se si pensa che le previsioni erano per il segno meno. Tuttavia il sospiro di sollievo dura poco se si guarda al benchmark internazionale con gli altri Paesi: nei primi tre mesi del 2008 la crescita della Gran Bretagna è stata dello 0,6%, quella di Eurolandia dello 0,7% ma soprattutto quella della Germania dell’1,5%. Un

V

dato davvero record, che mette a segno il risultato migliore degli ultimi dodici anni e che ci sottopone a un confronto davvero impietoso con quella che è tornata ad essere, a tutti gli effetti, la locomotiva d’Europa.

An che perché, nonostante molti addetti ai lavori parlino di un picco per quanto riguarda il primo trimestre tedesco (dovuto a fattori positivi tipicamente stagionali), si tratta comunque di un risultato record, che si aggiunge a un clima particolarmente favorevole rispecchiato dai dati sulla fiducia delle imprese, che a mag-

dollari e una quota dei traffici mondiali pari al 9,5%. Come si è arrivati a questa “aufschwung” tedesca? In primo luogo Berlino ha saputo sfruttare l’Est europeo come la sua“Cina”personale. Ha saputo approfittare, negli anni immediatamente successivi alla riunificazione del 1990, dei paesi ex comunisti delocalizzandovi le sue produzioni più mature e a minor tasso di know how, e comunque le imprese più piccole e quindi più fragili nel nuovo contesto della competizione globale. Non è stata, intendiamoci, una scelta indolore: se si guardano le statistiche sulla disoccupazione

La detassazione del lavoro straordinario e l’abolizione pressoché totale dell’Ici sembrano più misure placebo che non la cura di cui avremmo bisogno. Invece il Paese sarebbe ormai maturo per ben altre riforme gio è salito a 103,5 punti a maggio, dai 102,4 di aprile e a fronte di previsioni che lo volevano in calo a 101,9 punti. A ciò si aggiunge che la Germania rimane stabilmente il primo esportatore mondiale di merci: secondo i dati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), Berlino è leader mondiale degli scambi, battendo la stessa Cina, con merci esportate per 1.300 miliardi di

si nota come dal 1989 al 2005 la disoccupazione in Germania è passata dal 7,9% al 12,9%, superando i 5 milioni di disoccupati, un record negativo mai toccato dagli Anni Trenta. Nel primo trimestre 2008. Invece, il tasso di disoccupazione è ridisceso al 7,4%, tornando ai livelli migliori della Germania Ovest. Che cosa è successo nel frattempo? Che la Germania ha ri-orientato, grazie

alla leva fiscale e ad altri strumenti di politica industriale (parola che da noi è scomparsa dai vocabolari) la produzione su settori considerati vitali: la siderurgia, l’acciaio, le costruzioni meccaniche, la meccanica di precisione, l’automobile e la chimica. Il risultato, insomma, è che la Germania ha saputo cogliere la sfida della globalizzazione, a differenza dell’Italia. Agganciando la competizione internazionale, è stato possibile nel frattempo riassorbire quelle sacche di disoccupazione legate alle imprese a più bassa produttività.

Non così in Italia: negli anni in cui esplodeva la globalizzazione – sono anche gli stessi

Nella foto grande, la semifinale della Coppa del Mondo del 1970 tra Italia e Germania. In alto, Silvio Berlusconi. A sinistra, Angela Merkel. A destra, l’aula del Senato durante una seduta di bilancio

della riunificazione tedesca – nessuno (non la classe politica, ma neppure la borghesia industriale) ha avuto il coraggio di dire che il paradigma era cambiato. Non ci sono state scelte dolorose da imporre – nessuna ricetta lacrime e sangue – perché non c’è stata una diagnosi condivisa sui cambiamenti in atto. Il risultato è il declino che abbiamo di fronte: un pil che da dieci anni cresce un terzo di meno di quello di Eurolandia (mediamente tra il 1997 e il 2006 siamo cresciuti dell’1,4% all’anno, contro il 2,2%). Nel decennio, il differenziale accumulato con l’area euro nella creazione di ricchezza è stato di 8 punti, che diventano addirittura 18 rispetto agli Stati Uniti, visto che nel medesimo periodo la loro economia è cresciuta ad un ritmo del 3,2% all’anno, ben 2,3 volte superiore a quello italiano. Un trend di lungo periodo caratterizzato da poca crescita, bassa produtti-


governo

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Le procedure del bilancio vanno aggiornate per definire meglio la spesa e limitare il mercato dei partiti

La vera riforma:cambiare la Finanziaria di Gianfranco Polillo una delle più antiche e importanti leggi della Repubblica. La 468 fu varata nel 1978, tra gli ultimi atti del governo Andreotti, al termine della fase di “solidarietà nazionale”. Quel “compromesso storico” che ciclicamente ritorna nella storia della nazione. Trent’anni di vita attiva, per una normativa, sono un fatto insolito. Ancora di più se si considera ch’essa è passata indenne al susseguirsi delle diverse stagioni politiche, resistendo ai grandi cambiamenti intervenuti nel modo d’essere della politica economica e della realtà internazionale. In questi lunghi anni sono intervenute modifiche e manutenzioni, ma il suo nocciolo duro non è stato scalfito. E la legge, ancora oggi, sorregge tutte le procedure di bilancio e governa i rapporti tra governo e Parlamento nei suoi momenti più delicati: quelli relativi all’approvazione della Finanziaria.

È

Dovrebbe bastare questo per dire che, anche in questo campo, bisogna cambiare. Tanto più che in questo lungo intervallo di tempo non sono mancate le polemiche. Al contrario: si sono ripetute, puntuali, ogni qualvolta il Parlamento è stato chiamato a compiere questo rito: con proteste dell’opposizione e forzature della maggioranza per far passare le proprie proposte, per non parlare delle critiche dei supremi vertici della Repubblica, costretti ad assistere a riunioni concitate, mercanteggiamenti tra i partiti, accaparramenti di risorse pubbliche a vantaggio dei più forti. Poi, con l’anno nuovo, i propositi di riforma – sempre annunciati e mai conseguiti – venivano accantonati in attesa della prossima “sessione di bilancio” e delle relative polemiche. Forse è ora di mettere fine a questo balletto e a una procedura che ha sempre più l’aria di un sopravvissuto alle grande catastrofi naturali. Quando fu costruita, il mondo era diverso. La politica economica aveva in Keynes il suo grande riferimento teorico. Quella di bilancio non serviva soltanto a organizzare l’intervento pubblico.Voleva essere uno degli strumenti per controllare l’andamento del ciclo economico. Doveva essere vità, salari in coda a tutte le classifiche e che non reggono alla prova del potere d’acquisto. Così nel mese di marzo si è registrata la più grave crisi dei consumi dal 2005 ad oggi, con una contrazione anno su anno dell’1,7%, che colpisce particolarmente l’acquisto di beni (3,4%) e delinea un vero trend di stagnazione. Certo, di fronte a questi dati qualcuno particolar-

espansiva se la crescita rallentava. Restrittiva se l’inflazione indicava un eccessivo riscaldamento. In teoria, bastone e carota. Nella pratica, come mostra l’andamento del debito, molto permissivismo e poco rigore. Se negli anni passati esisteva almeno un fumus che ne giustificasse la filosofia, oggi questa foglia di fico è stata spazzata via dalle grandi trasformazioni dell’economia mondiale. Il deficit di bilancio non è più un valore in sé, ma qualcosa che i mercati finanziari aborrono come una pestilenza, pronti a emettere una condanna ogni qualvolta esso compare all’orizzonte. Condanna seguita da una conseguente sanzione: l’aumento dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico da rinnovare. Occorrerebbe, pertanto, trovare una strada che costringa Parlamento e governo a muoversi in una direzione opposta a quella degli anni passati. Ma rimuovere le vecchie abitudini è facile a dirsi, difficile a realizzarsi. Eppure, nonostante le resistenze, questa resta una via obbligata. Lo impone il trattato di Maastricht, che ha inte-

grato i parametri costituzionali posti a presidio della stabilità finanziaria dei Paesi membri. Lo reclamano soprattutto le decisioni della Commissione: tra tre anni – nel 2011 – scatterà il cosiddetto “close to balance”e il bilancio pubblico italiano dovrà essere a pareggio. Verrà, pertanto, meno ogni legame tra gli aspetti macro economici – il controllo del ciclo – e quelli micro: l’organizzazione interna del bilancio ai fini di un corretto utilizzo delle risorse pubbliche. Una piccola rivoluzione, che avvicinerà le pratiche contabili dello Stato a quelle di qualsiasi azienda erogatrice di servizi. La politica e l’amministrazione sono pronte ad affrontare un simile cambiamento?

Le cose da fare sono molte. La struttura contabile – ancora tutta centrata soltanto sugli aspetti autorizzatori e finanziari – è completamente inadeguata. In un’azienda, la contabilità serve per valutare il costo delle singole operazioni e correrarlo ai relativi ricavi. Dal confronto delle cifre deriverà non soltanto l’utile conseguito, ma anche il giudizio se continuare o meno lungo la strada intrapresa. Nello Stato, invece, si naviga al buio. I programmi di intervento sono il frutto di una sedimentazione storica che il tempo

Allo Stato manca una struttura contabile in grado di valutare il costo delle singole voci e collegarlo ai relativi ricavi. Come si fa in ogni azienda di servizi

mente ottimista preferisce parlare di “bassa crescita”piuttosto che di declino. E i dati con segno positivo arrivati ieri potrebbero supportare questa tesi. Ma sarebbe un grave errore. Il Paese, non mi stanco di ripeterlo, ha bisogno di scelte drastiche: rilanciare le grandi opere, come ha annunciato con piglio pragmatico il ministro Scajola; far ripartire la produt-

tività e i consumi, mettere mano una volta per tutte al sistema della contrattazione, agganciare il sistema pensionistico a quello dei nostri competitor europei. Per adesso le mosse annunciate dal nuovo governo - detassazione degli straordinari e abolizione pressoché totale dell’Ici - sembrano più misure placebo che non la cura di cui avremmo bisogno. Cura

ha reso obsoleta, di fronte alle cangianti necessità del Paese. E che nessuno è più in grado di valutare. Il costo effettivo delle relative prestazioni è del tutto sconosciuto. Sono indicati, al più, gli eventuali benefit concessi. Ma nessuno è in grado di calcolare l’onere indotto dalla struttura amministrativa di supporto alla loro realizzazione. È come se, in un’azienda, si contabilizzassero le vendite, ma non il costo delle materie prime, degli addetti alla produzione, il valore dei beni strumentali usati per ottenere i relativi volumi. Non è un caso se, ancora oggi, non si conosce l’esatto ammontare del patrimonio dello Stato e degli altri Enti pubblici. Esistono stime più o meno attendibili. Ma nessuno è in grado di fornire un censimento effettivo. Forse soltanto nei prossimi mesi, quando l’Agenzia del demanio avrà concluso una faticosissima ricerca, saremmo in grado di avere qualche informazione più precisa. Nel frattempo, tuttavia, i costi aumentano sia sotto forma di maggiori oneri di gestione sia di mancati introiti. Valga per tutti l’esempio degli immobili dati in locazione a un prezzo irrisorio che non copre nemmeno le spese di gestione. È possibile continuare lungo questa strada?

La risposta non può che essere negativa. Disboscare la spesa pubblica, significa avere un apparato conoscitivo che consenta di valutare i singoli programmi delle Amministrazioni. Calcolarne i relativi costi e l’ordine di priorità, rispetto a risorse destinate a divenire sempre più scarse. Sempre che si voglia andare avanti nel progetto di contenimento della pressione fiscale. I tentativi del passato (blocco temporaneo dei capitoli di spesa, tetto alla sua espansione, metodo Gordon Brown, e così via) si sono dimostrati fallimentari. Occorre, pertanto, cambiare pagina e avventurarsi sul terreno, ancora inesplorato, della riforma delle strutture contabili e delle procedure poste a presidio delle prerogative del Parlamento. Un cammino né breve né facile. La Francia ci sta mettendo 5 anni. Ma proprio per questo non bisogna perdere altro tempo.

che sembrerebbe essere ancora una volta rimandata, nonostante che il momento sarebbe invece maturo per ben altre riforme. Ma per arrivare a questo obiettivo servirebbe una diagnosi condivisa e un esecutivo dotato di spirito costituente. Alla base del successo del “Modell Deutschland” che ha visto e gestito la ripresa tedesca degli ultimi anni, con il raggiungimen-

to del pareggio di bilancio, c’è stata infatti la “grosse koalition” che da tre anni guida la Germania. A noi, spirito costituente e grosse koalition (per non parlare del deficit a zero) sembrano obiettivi distanti anni luce. Ci tocca accontentarci della “kleine koalition”, la piccola coalizione post-elettorale del “Veltrusconi IV”. (www.enricocisnetto.it)


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politica

Discariche scelte senza forzature per evitare un uso eccessivo dell’esercito sul fronte rifiuti

Bertolaso prova a non scavare trincee d i a r i o

d e l

g i o r n o

A Palermo i giovani ricordano Falcone Nel capoluogo siciliano c’è da ieri finalmente una piazza intitolata a Giovanni Falcone: ci sono voluti 16 anni. Nella ricorrenza della strage di Capaci, avvenuta il 23 maggio del 1992, si è svolto il consueto corteo, culminato nel concerto in piazza Notarbartolo dove Jovanotti ha suscitato un boato di approvazione con il grido “vaffanculo ai mafiosi”. Prima c’è stata la« celebrazione nell’aula bunker dell’Ucciardone, quella in cui Falcone sostenne l’accusa del maxiprocesso, a cui hanno partecipato circa 2000 studenti, 1200 dei quali arrivati a Palermo con la “nave della legalità”. Ha sfilato anche la sorella del magistrato, Maria Falcone, che si è rallegrata per aver visto «qualche finestra aperta» lungo la strada. A lei è arrivato il messaggio di Giorgio Napolitano: «La lotta alla mafia non può subire flessioni», ha ricordato il presidente della Repubblica. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano si è detto «fiero di essere un ministro della Giustizia siciliano e di portare i valori di una generazione che dice no alla mafia».

Napolitano, ok anche al decreto sicurezza Fini rassicura l’Unione europea

di Errico Novi

ROMA. A suggerirgli un tono e un passo diversi è anche l’inedita cornice. Guido Bertolaso inaugura a Napoli un avamposto di governo. Tiene la conferenza stampa di insediamento e si rende conto che un sottosegretario con sede distaccata deve darsi un contegno meno spigoloso rispetto al capo della Protezione civile. Al suo fianco Gianni De Gennaro, che dopo poche ore ottiene l’incarico di capo del Dis e lascia il commissariato all’emergenza. Bertolaso invia messaggi rassicuranti a tutti. Innanzitutto alle popolazioni già pronte a insorgere per le discariche. «Bisogna mettersi al lavoro e aprire i siti, riprendere i lavori del termovalorizzatore di Acerra, ma cercando un punto d’incontro e la collaborazione con i cittadini». Si dissolve lo spettro dell’esercito che scava trincee per difendere l’immondizia e avanza l’idea di scelte negoziate, magari con tempi d’attuazione più lunghi. Non a caso lo stesso sottosegretario con delega ai rifiuti spiega nella conferenza pomeridiana che nel decreto c’è «un rosa ampia di tutti i siti possibili, ma non è detto che tutte le discariche indicate vengano effettivamente aperte». Ci sarà il tempo di scegliere dunque, di valutare in quali contesti c’è il rischio di un conflitto troppo aspro con le popolazioni locali, a cominciare da Chiaiano, dove ieri si è verificato un altro blocco stradale.

Solo così sarà possibile evitare l’impiego dell’esercito in situazioni estreme. Solo in questo modo si potrà limitare il dissenso dei vertici delle forze armate, ben attestato dalle puntualizzazioni di Ignazio la Russa, ed evitare che lo stesso go-

verno affronti la tragedia campana a ranghi divisi. Dal ministro della Difesa arriva un messaggio chiaro: «L’ordine pubblico non compete alle Forze armate, alle quali si farà ricorso solo in modo eventuale e accessorio». Bertolaso allinea subito la posizione: «I militari non avranno regole d’ingaggio specifiche per la protezione delle discariche, l’ordine pubblico resterà di competenza esclusiva delle forze dell’ordine». Ai soldati toccherà dunque «la sorveglianza, la tutela e la protezione dei siti». Intanto il sottosegretario incassa la firma di Giorgio Napolitano al decreto che contiene tra l’altro la sua nomina, dopo che gli uffici legislativi del Quirinale

Nel decreto firmato ieri da Napolitano una rosa ampia di siti. E De Gennaro viene nominato capo dei servizi segreti avevano sollevato qualche perplessità sul doppio incarico di componente del governo e capo della Protezione civile. «È per questo che il provvedimento non è subito arrivato in Gazzetta ufficiale: ma io sono disposto a svolgere il compito sull’emergenza rifiuti anche gratis».

In completo stato di soggezione sono gli amministratori campani, più che i comitati anti discarica. Se i resistenti salernitani di Serre ottengono una mezza grazia da Bertolaso («avete già dato»), il sindaco di Napoli Iervolino lascia l’incontro mattiniero con il sottose-

gretario quasi con il sorriso sulle labbra: «Va tutto bene, ci sarà piena collaborazione». Il primo cittadino e lo stesso Bassolino (presente al vertice) sanno bene che conviene anche a loro rinunciare a ogni interferenza con il piano Berlusconi. È il prezzo della loro - almeno temporanea - incolumità politica. Nella periferia est del capoluogo, a Barra, già si minacciano invece non meglio precisate «iniziative di contrasto contro il termovalorizzatore». Si porrà come minimo il problema della bonifica, promessa da anni e in capo, questa sì, proprio a Bassolino, ancora dotato dei poteri commissariali in materia. Non tutte le incognite sono sciolte, dunque. Si materializza per esempio quella del dissenso tra i giudici: il decreto appena varato attribuisce al procuratore antimafia di Napoli Giandomenico Lepore la competenza unica sui reati connessi al ciclo dei rifiuti. Buona parte della magistratura storce il naso e teme che si crei un diritto di tipo ”regionale”.

Attenuare la tensione è una scelta strategica che ha i suoi costi. Ieri è arrivato ad Amburgo il primo treno carico di immondizia campana, la spesa complessiva per il trasporto dei rifiuti in Germania sfiora i 40 milioni di euro, più o meno il doppio di quanto ci sarebbe voluto per smaltirli in regione. Resta in piedi la possibilità di utilizzare accordi con Paesi dell’Est europeo, disposti a praticare prezzi più agevoli. In ogni caso dal Pd arriva un sostegno quasi incondizionato alle scelte del governo: «Sono le stesse che avremmo fatto noi», assicura Ermete Realacci.

Oltre al decreto sull’emergenza rifiuti in Campania, il presidente della Repubblica a emanato ieri pomeriggio anche quello che contiene le norme per la sicurezza. Sul tema, e sulle sue implicazioni con la questione degli immigrati extracomunitari, è intervenuto ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini di fronte all’Assemblea dei presidenti dei Parlamenti dei 47 Paesi del Consiglio d’Europa, a Strasburgo: «Nessuna violazione dei diritti umani, ma anzi una più efficace tutela del ”diritto alla sicurezza”», ha assicurato la terza carica dello Stato. «Nel Parlamento italiano non ci sono rischi di alcun tipo per il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, così come per il rispetto dei diritti della sicurezza e dei cittadini, ma anche dei migranti se si integrano in condizioni di legalità e di sicurezza per tutti. Le democrazie dell’Occidente», ha detto Fini.

Pirata della strada uccide coppia di fidanzati a Roma Nella notte tra giovedì e venerdì un pirata della strada ha travolto e ucciso una coppia di fidanzati che era bordo di uno scooter, a Roma in viale Regina Margherita. Le due giovani vittime sono Alessio Giuliani, 23 anni, e Flaminia Giordani, 22 anni. L’assassino è Stefano Lucidi, 33 anni, che si trovava alla guida di una Mercedes 220 di proprietà del padre: ha confessato nel pomeriggio di ieri. Era senza patente, era stato già interdetto alla guida ed aveva precedenti per lesioni. Probabile che stesse facendo una gara di velocità con altre auto di grossa cilindrata.

Veltroni in pressing sulle tv e sul fisco ma non chiude il capitolo riforme Il governo ombra all’attacco su tv e fisco, ma senza che questo pregiudichi il dialogo sulle riforme. Walter Veltroni assicura infatti che il dialogo «non è in pericolo» e che nonostante il Pd sia impegnato a fare «un’opposizione dura e netta» sull’emendamento per salvare Retequattro dal satellite «il dialogo sulle riforme non è pregiudicato». Alla riunione del governo ombra, che si e’ tenuta nella sede del Palazzo Pirelli a Milano, il leader del Pd ha incontrato anche Roberto Formigoni, mentre il ministro ombra alle Riforme ha avuto un colloquio con Umberto Bossi. Si è parlato anche di fisco, tema rispetto al quale Veltroni ha sfoggiato una parvenza di opposizione di sinistra: «Le priorità da affrontare sono salari, pensioni, stipendi e precariato: di questo non si sente ancora parlare. Va bene l’intervento sugli straordinari, va benissimo quello sull’Ici ma noi riteniamo urgentissimo affrontare il tema di coloro che la casa non possono acquistarla».


diplomazia l presidente della Repubblica islamica iraniana, Mahmoud Ahmadinejad, sarà a Roma per il vertice della Fao sull’alimentazione dal 3 al 5 giugno prossimi. Almeno così è stato annunciato. Il convegno è piuttosto importante perchè si dovrà occupare di crisi alimentare mondiale e di sfide del cambiamento climatico. Vi dovrebbero partecipare anche il presidente del Venezuela Hugo Chavez, il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier spagnolo Zapatero e molti altri capi di Stato e di governo, compresi i nostri Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi.

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Ma per Ahmadinejad l’interesse è maggiore e, ovviamente, sono già in preparazione manifestazioni di dissidenti iraniani presenti nel nostro Paese, ma anche provenienti da altri Paesi europei. Come si comporterà il governo italiano? Non è ancora noto. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, per il momento, si è limitato a dichiarare che l’Italia si propone di sostenere con convinzione le sanzioni contro l’Iran, già approvate da altri paesi occidentali, nel tentativo di convincere Teheran ad essere più trasparente su tutte le attività del programma nucleare. Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno di recente, e nuovamente, protestato per le difficoltà frapposte dal regime di Teheran agli ispettori dell’Aiea (Agenzia per l’energia atomica dell’Onu) di portare avanti le verifiche necessarie per controllare che la costruzione dei reattori nucleari abbia unicamente scopi pacifici. È noto, infatti, che il regime islamico continua a sostenere che la rete di centrali nucleari messa in cantiere in Iran si propone di produrre solo energia a fini civili, mentre Stati Uniti, Israele ed Europa sono convinte che questi colossali investimenti programmati dal regime siano finalizzati ad obiettivi militari per lo sviluppo di un arsenale atomico. Oggi conta però solo il fatto che l’agenzia delle Nazioni Unite, diretta da Mohamed El Baradei, si sia mostrata largamente insoddisfatta dell’atteggiamento delle autorità iraniane che non avrebbero consentito di sbirciare nei “libri mastri” del suo programma nucleare. Anzi, sembra che il governo di Teheran abbia respinto duramente le prove presentate dai funzionari dell’agenzia di Vienna, definendole «falsificate», mentre i rappresentanti iraniani avrebbero insistito, almeno secondo Fox News, sul fatto che «tutte le attività nucleari della Repubblica islamica – compresi i quasi

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Agli inizi di giugno per il vertice Fao mentre è ancora in atto la sua minaccia nucleare

Ahmadinejad a Roma, cosa gli dirà Frattini? di Aldo Forbice

vent’anni di lavoro clandestino scoperto appena sei anni fa (grazie alla resistenza iraniana che negli impianti nucleare

Il rapporto sottolineerà nche che, nonostante Ahmadinejad sostenga il contrario, il programma di arricchimento del-

L’agenzia delle Nazioni Unite Aiea si è mostrata insoddisfatta dell’atteggiamento delle autorità iraniane, che non avrebbero consentito di sbirciare nei “libri mastri” del programma energetico ha una fitta rete di informatori ndr) avevano intenti pacifici». Fra pochi giorni sarà reso noto un nuovo rapporto Aiea e possiamo già anticipare che confermerà l’intenzione del regime islamico di proseguire sul programma nucleare,anche con l’opzione militare: una finalità che non è stata mai abbandonata, nonostante la serie delle sanzioni decise dalle Nazioni Unite.

l’uranio non ha avuto un’espansione considerevole. Il che sembrerebbe una boccata d’ossigeno sul piano dei tempi, nel senso che il completamento del programma atomico non è vicinissimo. Altre fonti però (soprattutto americane e israeliane) sono meno ottimiste e indicano nel 2009 la data più probabile di messa a punto della prima bomba nucleare. Le stesse fonti fanno osservare che gli

iraniani avrebbero già pronti negli arsenali i missili di media e lunga gittata (3000 chilometri), già predisposti ad essere armati di ordigni atomici. Infatti, già nel dicembre 2006 l’Iran ha compiuto test di lancio dei missili balistici Shabab 2 e Shabab 3, con una gittata di 1200 miglia (capaci quindi di colpire Israele, oltre alle basi americane nel Golfo Persico). Qualche mese fa poi il ministero della Difesa iraniano ha annunciato di avere realizzato un nuovo missile, l’Ashura, capace di raggiungere obiettivi lontani oltre 1200 miglia. A che cosa servirebbero questi giocattoli se l’Iran, come affermano Ahmadinejad e tutti gli ayatollah del regime, se l’Iran non avesse intenzione di costruire bombe atomiche?

La minaccia nucleare, dunque, non è un’invenzione dei

servizi segreti israeliani, che vengono sempre chiamati in causa, ma esiste veramente. Non a caso Bush (ma ora anche Hillary Clinton e Barack Obama) ricordano, ad ogni occasione, che il presidente ha il potere, senza consultare il Congresso, di ordinare i bombardamenti dei siti nucleari iraniani. Ci auguriamo che questo non debba mai accadere. Per il momento accontentiamoci della notizia che il governo laburista australiano di Kevin Rudd ha deciso di presentare un ricorso alla Corte internazionale di giustizia contro il presidente iraniano per «istigazione al genocidio» e per avere negato la Shoah . Non è molto, lo sappiamo, ma l’Australia ha fatto quello che neppure l’Europa e gli Usa hanno saputo fare per salvaguardare i loro contratti e il loro business con Teheran.


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pensieri

Controdeduzioni al discorso della Marcegaglia dal segretario Cisl della Funzione pubblica

Sarà un banco di prova anche per voi,cara Emma di Rino Tarelli tuoni e fulmini dell’energica neo-leader di Confindustria alla sua prima uscita ufficiale hanno alzato un polverone. E in mezzo spiccano, come c’era da aspettarsi, gli strali contro i «fannulloni» del pubblico impiego: lo «scandalo nazionale» che invoca non solo proclami, come se ne spendono a migliaia in campagna elettorale e subito dopo, ma fatti, ovvero licenziamenti. Parole che cadono come manna nel clima che da qualche tempo, con recenti recrudescenze che è superfluo qui rammentare, si sta alimentando nei confronti dei lavoratori pubblici e dei sindacati che li rappresentano. E se perfino uno che nemmeno il

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peggior calunniatore potrebbe tacciare di simpatie vetero-sinistrorse, come il nuovo titolare della Funzione pubblica onorevole Brunetta, arriva a scomodare Mao Tse-Tung, significa che l’afflato anti-pubblico (e pro-privato, perché l’uno è il rovescio speculare dell’altro) ha preso nuovo vigore. Se fossimo durante la Grande guerra, diremmo che è il fuoco di artiglieria a tappeto che precede l’assalto all’arma bianca.

Rispondere con indignate difese d’ufficio non è mai stato nel nostro stile. Oltretutto, in un momento come questo, sarebbe una mossa poco saggia. Cogliamo invece anche noi l’«occasione irripetibile» che questa schiera di novatores dichiara di voler porgere al Paese, per risollevarlo da una situazione oggettivamente

problematica: ma facciamolo come si conviene al sindacato. Anche perché di fatto, a leggere con mente lucida le parole della signora Marcegaglia, sotto molti aspetti dovrebbero farci piacere, perché puntano il dito su una serie di ineludibili necessità che noi per primi abbiamo posto con urgenza all’attenzione della legislatura da poco trascorsa.

Severità contro chi non lavora, si diceva. Altrimenti, avverte Marcegaglia, «sarà l’ennesima sconfitta di tutti coloro che lavorano con serietà». È vero. È una sottrazione indebita di risorse, di efficienza, di credibilità che va a danno dell’Italia e della sua eco-

Non è facile, a queste condizioni, far marciare la macchina. Eppur si muove, se è vero come è vero che nella pubblica amministrazione italiana esistono anche punte di eccellenza, degne di stare fianco a fianco con i nostri partner europei. Eccellenze, purtroppo, a macchia di leopardo: lo dice Confindustria, e lo diciamo anche noi. Perché fino ad oggi non sono state coltivate, incentivate, valorizzate, organizzate come meritavano. Hanno potuto fiorire in primo luogo là dove c’erano dirigenze umanamente e politicamente intelligenti, aperte al dialogo costruttivo con le rappresentanze dei lavoratori, dal quale sono scaturite stagioni pro-

un anno e mezzo fa, in quel Memorandum per la modernizzazione delle P.A. che proponemmo all’esecutivo Prodi e che insieme sottoscrivemmo, ma che non ha ancora potuto dispiegare i suoi effetti nonostante i nostri ripetuti solleciti. Quel documento era, ed è tuttora senza nulla aver perso del suo potenziale, una chiave per il rilancio del sistema Italia; peccato che sia mancata – ma non al sindacato – la volontà di farla girare nella toppa.

«Questo sarà un banco di prova anche per i sindacati», ammonisce Marcegaglia a proposito degli obiettivi testè elencati. Un banco di prova, ci permettiamo

mo alle situazioni concrete: solo per fare un esempio, a quelle strutture sanitarie dove porzioni cospicue del servizio sono state appaltate a soggetti terzi, e si trovano dunque a convivere con la medesima mansione e uguali carichi di lavoro l’infermiere con rapporto di lavoro privato (premiato con lo sgravio) e il collega «pubblico» (lasciato al palo). È la spia del clima che come sindacati dei lavoratori pubblici ci troviamo ad affrontare e anche, in maniera non troppo occulta, degli interessi che lo sottendono. La conclusione che per il momento vogliamo trarre, dalla nostra prospettiva, è la seguente. Lo scenario politico che si è delinea-

RAFFAELE BONANNI

RENATO BRUNETTA

MAURIZIO SACCONI

«Bene ha fatto a ricordare l’obbligo, che è della politica come del sindacato, di «definire gli orientamenti strategici dell’azione pubblica e comporre gli interessi»

«Se perfino uno come lui, che nemmeno il peggior calunniatore potrebbe tacciare di simpatie veterosinistrorse, arriva a scomodare Mao Tse-Tung significa che l’afflato anti-pubblico ha preso nuovo vigore»

«Nonostante le puntualizzazioni del ministro del Welfare, l’esclusione degli impiegati statali dalla detassazione degli straordinari ha un sapore punitivo (che a taluni piacerà)»

nomia, di cui il «pubblico» è una gamba indispensabile al pari del «privato», altrimenti si trova a camminare zoppa in un mondo che invece sta correndo. A danno della collettività, perché se quei servizi pubblici che dovrebbero essere garanti di equità sociale, in quanto accessibili a tutti i cittadini a prescindere dal genere, dall’età, dalla classe o dal censo non funzionano, riemergono di fatto disparità indegne di una democrazia moderna. E a danno dei lavoratori pubblici medesimi, perché chi lavora – non di rado sotto organico - si ritrova sul groppone anche ciò che spetterebbe a chi invece non lo fa, con in più un’immeritata nomea di sfaticato che, da individuale come dovrebbe essere sempre la colpa, diventa marchio d’infamia di tutta una categoria.

gettuali coraggiose e condivise di cui oggi si colgono i frutti: Billia e il suo Inps sono state fra queste. E possono continuare a fiorire se anche nelle pubbliche amministrazioni si comincia sul serio a ragionare per obiettivi, progetti, investimenti e risultati, come si fa nelle aziende. Una «rivoluzione copernicana» - per mutuare ancora le parole di Marcegaglia – che deve investire l’intera catena decisionale.

Ma davvero stiamo mutuando dalla presidente di Confindustria le linee della nostra azione sindacale? No. Tutto questo, dal diritto alla formazione al secondo livello contrattuale, dai livelli di responsabilità alla valorizzazione delle professionalità con la re-internalizzazione delle attività core, lo avevamo messo nero su bianco

di chiosare, anche per la nuova classe dirigente che il Paese si è dato con le ultime elezioni. Ad essa spetta infatti «definire gli orientamenti strategici dell’azione pubblica e comporre gli interessi». Bene ha fatto recentemente Raffaele Bonanni a ricordare questo obbligo, che è della politica così come del sindacato, del mondo produttivo, e di tutte le forze attive del nostro Paese. Certo, il pasticciaccio brutto della detassazione degli straordinari non è un buon inizio. L’esclusione degli «statali», nonostante le puntualizzazioni del ministro Sacconi, ha un sapore punitivo che a taluni piacerà - magari agli stessi cui piace sentir parlare in un certo modo dei clandestini e dei rom. Ma è un po’ più difficile da argomentare se si pensa per un atti-

to dopo le consultazioni di aprile apre uno spazio di verifica, nel quale mettere le intenzioni di ciascuna parte alla prova delle decisioni concrete. Se veramente l’obiettivo è rimettere in moto la macchina produttiva Italia, e non nutrire interessi e privilegi di parte, lo si vedrà anche dal grado di franchezza, di apertura, di coraggio e rispetto reciproco con cui ci siederemo al tavolo del confronto. Che non potrà non essere imminente, visto tra l’altro che ci sono scadenze contrattuali da onorare e salari da risollevare per rilanciare i consumi. Auguri a tutti noi, signora Marcegaglia, presidente Berlusconi, onorevoli ministri. Aspettiamoci al varco, lealmente. Segretario Cisl Funzione Pubblica


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parole

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La peggio gioventù. Viaggio nelle radici del bullismo/5 Giorgia Meloni ROMA. Il viaggio di liberal alle radici della devianza giovanile non può che concludersi con Giorgia Meloni. Le parole del ministro della gioventù italiana chiudono idealmente il cerchio della riflessione su un fenomeno sociale che si è affermato prepotentemente all’attenzione del Paese. Il neo ministro si è insediato da un paio di settimane scarse, ma ha già le idee chiare sul disagio giovanile, sul bullismo, sui problemi di una generazione che sembra aver smarrito un orizzonte di riferimento, e sta studiando delle proposte che sottoporrà agli altri ministeri competenti. Ministro Meloni, la sua collega all’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha dichiarato di voler organizzare «una piccola task force per dare subito risposte non banali al problema del bullismo». E’ un buon inizio? Certamente sì, bisogna necessariamente partire dallo studio del problema per individuare le soluzioni più efficaci. Su questo il governo si muoverà collegialmente nel modo giusto. Lei è stata per diversi anni responsabile studentesco della sua organizzazione politica ed oggi ha solo 31 anni, dunque conosce bene quel mondo, gli impulsi che l’attraversano, le dinamiche che si sviluppano al suo interno. E’ davvero una generazione di bulli senza speranze? No, non lo è. Ci sono grandi potenzialità in questa generazione, ma poiché si trova costretta ad affrontare dei pericoli nuovi ed insidiosi, corre il rischio di soccombere ogni giorno un po’ di più. Si riferisce alle nuove tecnologie? O ai modelli educativi che non funzionano? Il ragionamento da fare è complesso. Gli strumenti della modernità rappresentano per i ragazzi un valore aggiunto a loro disposizione per conquistarsi un futuro dignitoso ed appagante. D’altra parte, corrono il rischio di rimanerne schiavi. Mi spiego meglio: il bullismo a scuola, nello sport o nelle caserme militari non è certo una novità di questi anni, il fatto nuovo sta nella possibilità per chiunque di imporsi all’attenzione del mondo attraverso l’uso del telefonino o di un computer. Nel momento più difficile per la crescita di un giovane, quello in cui ci si sente ignorati da tutti, genitori compresi, si tratta di qualcosa cui non è semplice resistere. Per questo assistiamo ad una recrudescenza del fenomeno. Sarebbe stato lo stesso per qualunque generazione, anche di 100 anni fa. Poi c’è il problema dei modelli educativi. Famiglia, scuola o società? Mi sembra stupido fare una classifica delle responsabilità. Anche perché il vizio di fondo rovina ogni ambito della formazione. Sa come lo definirei? Fuga dalle responsabilità. Alle giovani gene-

La sconfitta del bullismo? Dar voce alla meglio gioventù colloquio con Giorgia Meloni di Nicola Procaccini

Giorgia Meloni, 31 anni, ministro delle Politiche giovanili. Presidente dell’organizzazione giovanile di An dal 2004, vice presidente della Camera nella scorsa legislatura, è il più giovane ministro della storia della Repubblica razioni proviene da ogni parte un invito al disimpegno, nei confronti di se stessi, della famiglia e della comunità. Con i Pacs, i Dico o come vogliono chiamarli si dice loro che per fare o disfare una famiglia basta spedirsi una raccomandata. Nessun impegno di lunga durata verso coniugi o figli. Mentre con l’inno a strumenti come la RU486, la magica pillola che renderebbe l’aborto facile e immediato, si finisce per far passare

perché così si produce solo angoscia ed infelicità che cresce con l’avvicendarsi delle generazioni. Interessante, molto, persino troppo. Torniamo al punto di partenza: come si affronta concretamente l’emergenza della devianza giovanile? Attraverso un’azione che parta da un presupposto culturale alternativo a quello cui ho appena accennato, che

Capovolgere l’effetto emulazione. Dobbiamo raccontare gli esempi positivi di questa generazione, che sono tantissimi e quotidiani

l’interruzione di gravidanza come fosse un metodo anticoncezionale. Anche a scuola funziona così: si combatte il merito perché comporta fatica e selezione. Sono tutti retaggi di una cultura che, ahimè, ebbe la forza di imporsi quarant’anni fa, ed oggi ne paghiamo le conseguenze. Nel ’68 la chiamavano libertà. La vita light che sogniamo tutti – quella che confonde la libertà con il capriccio – è una chimera pericolosa. La libertà che agogniamo spasmodicamente non può essere nella fuga dalle responsabilità

giunge ad adottare misure concrete in sinergia tra scuola, famiglia e società. Abbiamo buoni esempi nel mondo di misure che stanno funzionando contro il bullismo. Negli Stati Uniti d’America, dove il problema era ben più grave che da noi, hanno adottato un modello che punta a gratificare chi si comporta bene piuttosto che a punire chi sbaglia. Premi in cambio di buoni risultati ed azioni di solidarietà. In Inghilterra, invece, hanno sperimentato con successo una tecnica che si chiama “frame and shame”. Consiste nel rendere la vita impossibile ai

bulli filmandoli di nascosto e denigrandoli in pubblico. Praticamente, hanno ribaltato contro di loro l’uso delle nuove tecnologie. Sa cosa dovremmo fare in Italia? Pronto a scrivere. Capovolgere l’effetto emulazione. Dobbiamo raccontare gli esempi positivi di questa generazione, che sono tantissimi e quotidiani. Facciamo trasmissioni televisive e servizi giornalistici dedicati alle mille storie di solidarietà fra ragazzi che si sostengono a vicenda nonostante handicap, famiglie disastrate e difficoltà di ogni genere. Parliamo dei giovani italiani che si sposano a 18 anni e gettano il cuore oltre l’ostacolo sfidando precarietà, stipendi da fame, mutui che crescono e pensioni inarrivabili. Raccontiamo chi sono quei ragazzi e quelle ragazze in divisa che operano in Libano, in Afghanistan, in Kosovo, nei posti più pericolosi del mondo e qualche volta muoiono mentre si sporgono per raccogliere un fiore dalle mani di un bambino. Mi sembra la conclusione più giusta per questa inchiesta di liberal. Le offro una conclusione migliore che non è mia, ma di Joseph Joubert: «I giovani hanno più bisogno di esempi che di critiche».


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mondo Spagna: la crisi del Partido Popular

Rischio di guerra civile, minaccia di caos, le autorità egiziane mettono spesso in evidenza il pericolo rappresentato dai Fratelli musulmani. I commentatori ricordano che la guida suprema dei fratelli, Mehdi Akef, durante la guerra del Libano aveva promesso di inviare 10mila combattenti ad Hezbollah. Nella foto una manifestazione islamista al Cairo

Rajoy alla resa dei conti tiene Gallardón ma perde Aznar di Davide Mattei

MADRID. «Se c’è qualcuno

Egitto pronto a rinnovare la legge marziale: tutte le fragilità di un regime a fine corsa

I rischi di Mubarak di Federica Zoja

IL CAIRO. Annunciata con largo anticipo dal ministero degli Affari parlamentari egiziano, mai giunta né ai comitati dei partiti politici né alle principali ong, la nuova legge per la lotta al terrorismo sembra evaporata senza lasciare tracce. Complice la grave crisi economico-sociale degli ultimi sei mesi, non si sa nulla nemmeno della bozza della legge che, come promesso un anno fa da Mubarak, avrebbe dovuto sviluppare un ampio dibattito. A questo punto il parlamento egiziano dovrà promulgare ancora una volta la legislazione d’emergenza, emanata all’indomani dell’assassinio del presidente Anwar El Sadat il 6 ottobre del 1981. Da allora, sotto l’occhio vigile di Mubarak, le leggi speciali destinate a sospendere “temporaneamente” i diritti fondamentali dei cittadini sono state rinnovate a cadenza triennale fino ai giorni nostri. È solo grazie alla legge marziale, sostengono gli esponenti della maggioranza parlamentare, che l’Egitto non ha conosciuto il terrorismo sanguinario dell’Algeria. Gli attivisti politici sono però di parere diverso. Accusano le violazioni dei diritti umani e si battono per la liberazione di migliaia di prigionieri politici detenuti nelle carceri militari. Con la legislazione d’emergenza, infatti, le autorità egiziane possono arrestare un cittadino, disporne la detenzione senza limiti di tempo e processarlo di fronte a un tribunale militare, senza l’avvocato e senza che i familiari siano a conoscenza della sua sorte. Non a caso l’Egitto è

lamentari lascino il Paese “sprovvisto” dei suoi dispositivi di sicurezza. Dei costituzionalisti ribadiscono l’esistenza di ben due leggi con cui combattere il terrorismo. A fine mese sarà possibile approvare una legge anti-terrore a colpi di maggioranza, “confusa” fra le normative per il controllo dell’inflazione e l’eco del Forum economico tenutosi a Sharm el Sheikh; o rinnovare lo stato d’emergenza per un breve periodo. Per gli oppositori interni al regime una legge anti-terrorismo ad ampio raggio, farebbe dell’Egitto uno Stato di polizia. Ecco in sintesi quanto pubblicato dal quotidiano El Masri El Youm (L’Egiziano oggi): carcere a vita per qualsiasi reato che attenti alla sicurezza dello Stato, delle istituzioni, dei singoli cittadini, compiuto sul territorio egiziano oppure all’estero, senza distinzioni fra attacchi kamikaze, crimini finanziari, reati a mezzo stampa. Fino alla pena di morte. Contro le cellule criminali pericolose, gli investigatori hanno carta bianca. Potrebbero essere costituite corti apposite. Amnesty International, chiede che il governo egiziano, nel momento in cui varerà le nuove norme an-

Tramontata l’ipotesi di una legge anti terrorismo, le autorità temono il vuoto legislativo. Crisi sociale, fondamentalismo e successione sono i temi urgenti stato dopo il 9/11, meta privilegiata dei cosiddetti voli Cia di ‘rendition, quelli cioè con sospetto terrorista a bordo, da far parlare ad ogni costo. Da un anno però le autorità egiziane potrebbero fare a meno della legislazione speciale: gli emendamenti apportati alla costituzione del 1971 permetterebbbero di trasformare la legge marziale in legge costituzionale, la numero 179. L’ultimo rinnovo delle leggi d’emergenza risale all’aprile del 2006, con durata biennale. Improbabile che il prossimo 31 maggio, alla sua scadenza, i par-

titerrorismo, autorizzi le visite di esperti Onu in tema di tortura e di contrasto al terrorismo. Con una risoluzione datata 17 gennaio, inoltre, il parlamento europeo «chiede al governo egiziano il pieno rispetto dei diritti umani» e il «rilascio di attivisti delle ong e gli oppositori politici e cessare le molestie nei confronti dei giornalisti, garantendo la libertà d’informazione». Riguardo le minoranze religiose, come i Copti, si chiede la fine di «ogni forma di tortura e la garanzia dell’indipendenza giudiziaria».

Impermeabile alle critiche, il regime deve pensare al futuro. Se si arrivasse a un improvviso vuoto di potere, non ci sarebbe nessun candidato alla presidenza in grado di raccogliere sia i consensi dell’esercito – vera eminenza grigia del potere egiziano – sia quelli del partito. Il figlio di Mubarak, Gamal, non sembra godere della stima dei vertici militari. Altri nomi: il potente numero uno dei servizi segreti, Omar Suleiman, uomo di fiducia di Mubarak e abile intermediario nella crisi Mediorientale. Amr Moussa, segretario della Lega dei paesi arabi, navigato uomo politico. Il 46 per cento della popolazione egiziana, circa 80 milioni, vive con meno di un dollaro al giorno. Gaza potrebbe di nuovo riversare flussi di abitanti affamati nel Sinai e attirare kamikaze da tutto il Medio Oriente. Infine, a una Fratellanza musulmana pacifica in tutte le sue componenti nessuno crede davvero.

che vuole presentarsi alla presidenza del Pp faccia un passo avanti, perché fin’ora sono l’unico candidato». Dopo settimane di silenzio il presidente del partito popolare Mariano Rajoy ha lanciato un aut aut ai compagni di partito: o vi fate avanti o smettete di attaccarmi, ha mandato a dire. Lo sfogo di ieri ha dato un volto ufficiale alla crisi che sta spaccando in due i popolari, divisi tra una fazione “mariana” che si avvicina ad un centro riformista ed una corrente “aznariana” di taglio più conservatore.

Le ultime due settimane sembravano aver fatto seriamente barcollare il presidente galiziano. Ad aprire i giochi è stata la presidentessa del partito nei Paesi Baschi María san Gil che ha annunciato che lascerà la presidenza perché non si riconosce più nel partito. L’hanno appoggiata subito la moglie di Aznar, Ana Pastor e la presidentessa della regione di Madrid Esperanza Aguirre, aznariana di ferro e possibile candidata alla presidenza. José María Aznar si è detto “disgustato” per quello che succede. L’altro ieri altro duro colpo d’immagine: José Antonio Ortega Lara, sequestrato da Eta per 532 giorni ha lasciato il Pp. Ora il presidente si può appoggiare al sindaco di Madrid, Alberto Ruíz Gallardón, che ha già detto sarà nel team Rajoy e che ieri sedeva al suo fianco durante l’annuncio. Fuori dalla sede del partito però, circa 300 militanti li fischiavano entrambi. La sfida è aperta e tra meno di un mese ci sarà il congresso del partito.


mondo

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La riapertura del dialogo fra Israele e Siria prova a rispondere alle pressioni Usa per la pace

L’accordo che non piace a Bush d i a r i o

di Emanuele Ottolenghi

g i o r n o

L’Onu difende il diritto a nutrirsi

annuncio quasi contemporaneo di mercoledì da parte dei governi di Damasco e Gerusalemme, del ritorno al tavolo negoziale di Siria e Israele era nell’aria. Da settimane la mediazione turca era ormai nota al mondo e, pur non essendo chiaro il livello e il progresso del dialogo, era evidente che sia Israele sia la Siria erano seriamente impegnati in un tentativo di riaprire le trattative di pace interrotte otto anni fa, a marzo del Duemila. Ma sarà veramente possibile colmare la distanza che separa i due Paesi? Ed esiste veramente un interesse comune sufficiente da garantire un esito positivo?

L’

La risposta è che l’unico elemento che al momento li accomuna è la pressione americana nei loro confronti che entrambi sperano di attenuare attraverso una trattativa bilaterale. Israele è sotto pressione da Washington a causa della lentezza nel progresso dei negoziati di pace con l’Autorità palestinese. Il presidente americano George W. Bush spera di coronare la sua presidenza con un accordo di pace israelo-palestinese e il dipartimento di Stato sta esercitando forti pressioni sul premier israeliano Ehud Olmert in questo senso. Israele non ritiene che un accordo sia possibile e la fragile maggioranza politica che regge questo governo potrebbe rapidamente svanire se i termini di accordo che gli americani auspicano fossero concessi da Olmert. Per altro, l’intrinseca debolezza e la fragilità del governo palestinese – la cui autorità non si estende oltre Ramallah – rende il tutto poco verisimile. Con il miraggio di un accordo con la Siria, Israele ora ha un ottimo strumento per ridurre la pressione americana – non ci si può aspettare da Israele di negoziare due importanti accordi allo stesso tempo e di convincere il proprio pubblico a sostenere entrambi. Tradizionalmente, la pista siriana ha sempre rallentato i negoziati coi palestinesi. Succederà anche questa volta. La Siria, d’altro canto, è sotto pressione per il suo continuo aiuto ai jihadisti che transitano dalla Siria in viaggio per l’Iraq, per il suo sostegno a Hezbollah in Libano e per il suo ruolo generalmente destabilizzante nel Paese dei Cedri. Nè è un mistero che continui a coordinarsi con Teheran nello scacchiere regionale e a proteggere i responsabili dell’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Sono tutte buone ragioni per il deterioramento delle relazioni con Washing-

d e l

L’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Louise Arbour, aprendo giovedì a Ginevra la seduta speciale del consiglio delle Nazioni Unite dedicato alla crisi dell’alimentazione, ha ricordato ai governi che tra i diritti fondamentali dell’uomo vi è anche quello di potersi nutrire. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, mette in pericolo le condizioni di vita e di diritti di milioni di persone. Se non si sarà in grado di reagire, secondo Louise Arbour, altri diritti potrebbero subire la stessa sorte: quelli alla sanità e all’istruzione in primis.

Barroso dai cattolici tedeschi

Il presidente Usa George W. Bush assieme a Ehud Olmert, premier israeliano ton – ma un accordo di pace con Israele non potrebbe essere osteggiato dagli americani che dovrebbero fare la loro parte per garantirne i buoni esiti. Per Israele e per la Siria insomma importa nell’immediato l’effetto di ridurre e tenere a bada le pressioni americane. Basti vedere la reazione di Washington all’annuncio – L’America ha chiarito di non opporsi, ma che il dialogo non deve procedere a spese del processo di pace in corso con il presidente palestinese Abbas.

Israele è incalzata da Washington per i lenti negoziati con l’autorità palestinese; la Siria è sotto pressione per l’aiuto a jihadisti ed Hezbollah Che poi la Siria e Israele riescano a superare gli ostacoli che li separano è un altro paio di maniche. Bashar el Assad ha offerto una serie di indicazioni in merito. È evidente che per la Siria il sine qua non dell’accordo è il ritorno sotto la propria sovranità di tutto il territorio acquisito da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni nel giugno 1967 – comprese quelle aree che la Siria si era illegalmente annessa nel 1949 a ovest del confine internazionale e che darebbero accesso alle sponde del Lago di Tiberiade con gli annessi diritti ripari di sfruttamento delle risorse idriche. Ma la posta in gioco per en-

trambi non si limita a un accordo territoriale che preveda, oltre al trasferimento di sovranità, delle concrete garanzie di sicurezza per gli israeliani – principalmente delle stazioni militari – e la natura della normalizzazione diplomatica. Certo, ci saranno differenze di vedute tra Siria e Israele sulla qualità dei rapporti commerciali, degli scambi culturali o delle restrizioni nel campo del turismo. Ma i nodi sono altri – anche se sicurezza, normalizzazione, acqua e confini non sono cose da poco.

Il problema principale per Israele sta nel sostegno siriano a Hezbollah in Libano, a Hamas e alla Jihad islamica a Gaza (il politburo di entrambe le organizzazioni è a Damasco), e nella relazione strategica tra Siria e Iran. Per la Siria il problema principale sta nel riaffermare la propria egemonia sul Libano e sabotare il tribunale dell’Onu sull’assassinio Hariri. Israele probabilmente non avrebbe difficoltà a riconoscere l’egemonia siriana in Libano – ma chiederebbe in cambio la fine del sostegno per Hezbollah. In quanto all’alleanza con l’Iran e il sostegno alle organizzazioni terroriste palestinesi, Assad ha detto chiaramente che non intende rinunciarvi ad alcun prezzo. Difficilmente la Siria abbandonerà i suoi principali strumenti di affermazione egemonica regionale in cambio di un lembo di terra di poca importanza strategica e i cui miti hanno alimentato efficacemente il radicalismo del regime.

A Osnabrück il congresso dei cattolici tedeschi, iniziato il 21 maggio e che si chiuderà domani, ha visto la partecipazione del presidente della commissione europea, José Manuel Barroso. Il leader dell’Unione nel suo intervento si è detto a favore di maggiori aiuti allo sviluppo. Una delle priorità dell’Ue resta la lotta alla povertà nel mondo, ha ribadito Barroso in una intervista al quotidiano Neuen Osnabrücker Zeitung. Di fronte all’acuirsi della crisi dei generi alimentari, occorre agire a livello europeo e globale. Tra i temi all’ordine del giorno del congresso vi sono il futuro dell’Europa, la politica dell’immigrazione e l’ecumenismo. A Osnabrück è atteso in ministro degli Interni tedesco, Wolfgang Schäuble. La questione dell’ecumenismo verrà invece affrontata dal vescovo evangelico del Land, Margot Käßmann.

Mosca e Pechino contro gli Usa No al progetto americano per uno scudo antimissile. il presidente cinese Hu Jintao e il presidente russo Dmitry Medvedev, che ha scelto la Cina come suo primo viaggio all’estero (esclusi i Paesi della Csi) dopo l’insediamento al Cremlino, sono d’accordo. «Le parti credono che la creazione di un sistema di difesa missilistico globale o piani per una tale cooperazione - hanno detto i due leader - non aiutino a sostenere la stabilità e l’equilibrio strategico e danneggino gli sforzi internazionali per il controllo delle armi e il processo di non proliferazione».

Gordon Brown in crisi Dopo la vittoria dei Tories nelle elezioni suppletive che hanno visto passare nelle mani del partito conservatore la circoscrizione di Crewe, fino ad oggi feudo laburista, Gordon Brown è di fronte alla più grave crisi politica del suo mandato. Nel collegio di Crewe, città industriale del nordovest dell’Inghilterra il labour ha perso per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. Il candidato tory Edward Timpson ha sconfitto l’avversaria laburista Tamsin Dunwoody con 20.359 voti contro 12.679.

Domenica Beirut avrà il presidente Dopo l’accordo raggiunto a Doha i libanesi si preparano a importanti novità politiche ed istituzionali. Il generale Michel Suleiman, attuale capo di Stato Maggiore, sarà presidente. Subito dopo inizieranno le consultazioni per la formazione di un governo di unità nazionale che dovrebbe essere guidato dal sunnita Saad Hariri, leader del partito Mustaqbal (Futuro) e figlio dell’ex premier Rafik assassinato nel 2005. Ad indicare Hariri, sarebbe stato l’ex presidente Amin Gemayel. Il sistema politico-confessionale libanese assegna la carica di primo ministro ai sunniti.

Hillary, primarie agli sgoccioli I rappresentanti dell’ex first lady Hillary Clinton e del senatore dell’Illinois Barack Obama, avrebbero avviato trattative per l’exit strategy dell’ex first lady. Hillary Clinton dovrebbe ritirarsi dalla competizione per la presidenza ma verrebe scelta da Obama come vicepresidente o leader di maggioranza del Senato.


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speciale bioetica

Creato

Torna la tentazione totalitaria dello Stato onnipotente

Dio salvi l’Inghilterra di Riccardo Paradisi ood save the Queen. Ma a Dio, o chi per lui – la natura, la tradizione, il buon senso – chi lo salva adesso in Gran Bretagna? Dopo il via libera del Parlamento inglese alla creazione di embrioni chimera, veri e proprio ibridi umano-animali, il problema si pone in modo drammatico.Almeno per quelle coscienze che si pongono ancora problemi etici, che si interrogano sui limiti della ricerca scientifica, che si preoccupano dello specifico umano. Che provano inquietudine di fronte alla pretesa umana, troppo umana, di violare il mistero della vita, programmando esistenze a tavolino. Certo, le motivazioni con cui si ammantano queste cose appaiono nobili: la libertà di ricerca scientifica, la cura delle malattie. Ma ammesso che la libertà scientifica non

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etico rispetto a quanto sta avvenendo in Gran Bretagna», ha dichiarato nei giorni scorsi Monsignor Elio Sgreccia della Pontificia accademia per la Vita, «che segnano uno dei più bassi livelli di eticità nel campo della bioetica. Si unisce attraverso la clonazione il nucleo umano che feconda un ovulo animale questa unione è un tentativo di procreazione interspecie, finora proibito in tutte le leggi sulla procreazione artificiale. L’unione uomo-animale, anche se non è sessuale, rappresenta uno degli orrori che sempre hanno destato il rifiuto della moralità». Un orrore che rischia di prendere forma proprio in quella Gran Bretagna che a buon diritto è considerata la culla del liberalismo e che oggi invece porta lo Stato a legiferare fin dentro le origini della vita.

aburisti e conservatori della Camera dei Comuni del Regno Unito hanno espresso, il 20 maggio scorso, un voto di ”coscienza” – come i loro rispettivi partiti l’hanno chiamato – approvando la ricerca scientifica sulle cellule staminali basata sulla produzione dei cosiddetti embrioni chimera, ossia formati da Dna umano inserito in ovociti animali svuotati del Dna nucleare. Insieme a quello dell’immortalità, un altro mito dell’uomo “moderno” è quello di creare l’uomo. Non siamo nel campo della psicoanalisi, dove il mito, come diceva Jung, è espressione concreta e sensibile di una struttura intemporale dell’inconscio dell’uomo e, come tale, non è da spiegare, ma da comprendere, nel suo significato simbolico, non è da interpretare, ma da ascoltare, perché in esso la psiche si racconta e si narra. Siamo nel campo della realtà. Una realtà che ci appartiene. Siamo nell’ambito di questa società occidentale che sembra vivere collettivamente un delirio. Di onnipotenza e, insieme, di denaro, di interessi economici colossali, destinati ad una ricerca vecchia, inutile e fallimentare, che viene spacciata come ricerca in grado di dare ri-

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Il Parlamento britann dà il via libera alla crea di embrioni uomo-anim

GOOD MORNING DOTTOR FRANKEN FRANKE di Ernesto Capocci debba avere limiti etici e che certe sperimentazioni abbiano una loro effettiva utilità medica (e c’è più di un dubbio a questo riguardo, persino da parte di Severino Antinori: «Le chimere non hanno mai funzionato, l’unico risultato che si ottiene con la sperimentazione britannica è quello di sollevare il biasimo etico della comunità internazionale») ciò che lascia sconcertati è l’assenza di ogni freno inibitorio di fronte appunto all’arbitrio e alla manipolazione della vita. Una prerogativa a ben vedere tipica fino ad oggi dei totalitarismi, di quei sistemi politici e culturali che nella pretesa di costruire dei paradisi in terra hanno solo prodotto dei rispettabili inferni. «Dobbiamo registrare due gravità di tipo

Non sbagliava dunque Alexis Toqueville a prefigurare l’ipotesi che proprio le società liberali, dopo una fase più o meno lunga di individualismo e relativismo, avrebbero potuto trasformarsi in qualcosa di molto diverso, se non di contrario ai principi che le ispiravano. Quello che accade in gran Bretagna è il segnale che quel tempo potrebbe essere venuto. «Nel campo della vita e della morte», ha scritto il filosofo inglese Rofer Scruton, autore di quel bellissimo libro che è il Manifesto dei conservatori (Raffaello Cortina editore) sarebbe bene che la legge non avesse nulla da dire rispetto alla tradizione e alla consuetudine». I conservatori europei di oggi hanno un’altra battaglia da combattere.

sposte a malattie come l’alzheimer, il parkinson, l’atrofia muscolare, disturbi neurodegenerativi e chi più ne ha più ne metta.

La decisione del Regno Unito – che modifica lo “Human Fertilisation and Embryology Bill”, la legge in vigore dal 1990 che regola fecondazione artificiale e trattamento degli embrioni – è stata anche strumentalmente supportata da un precedente sondaggio, diffuso dal Times, che rivelava che il 50 per cento dei cittadini britannici è favorevole a questo tipo di ricerca, ed è stata preceduta da una fase sperimentale, condotta all’Università di Newcastle e resa possibile dal via libera alla creazione di embrioni “ibridi”dato dall’Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea)

nello scorso mese di gennaio. Gli embrioni creati, però, non hanno raggiunto il sesto giorno di vita, termine necessario per consentire l’estrazione delle staminali. Un fallimento, quindi, come di

la clonazione terapeutica. In alcuni casi, sono state divulgate delle truffe, poi smascherate, come accadde alcuni anni or sono con lo scandalo dei falsi risultati pubblicati dal Dr. Hwang Woo-

Cosa saranno queste nuove entità? Una domanda cui si ha paura a rispondere fallimento si tratta per tutte le sperimentazioni condotte negli ultimi dieci anni sulla clonazione terapeutica. Quella umana non è mai riuscita: non esiste una sola cellula staminale embrionale umana da embrioni ottenuti con

Suk nella Corea del Sud. Alcuni ricercatori hanno giustificato il fallimento in relazione alla mancanza di disponibilità di un numero sufficiente di ovociti umani: è difficile convincere le donne a ”donarli” alla ricerca scientifi-


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risultati negli uomini, non sembra ragionevole attendersi grandi risultati dagli embrioni interspecie. E anche ammettendo che l’esperimento riesca, cosa saranno queste nuove entità? Le eventuali linee cellulari che poi se ne ricaverebbero difficilmente potrebbero essere utilizzate nell’uomo, poiché la presenza di materiale di origine animale potrebbe attivare virus animali endogeni, e quindi patologie incontrollabili. Dopo la scoperta rivoluzionaria di Shinya Yamanaka e delle sue cellule riprogrammate, create senza la necessità di distruggere embrioni umani - la cui importanza è stata tra l’altro riconosciuta pubblicamente da uno dei padri della clonazione, Ian Wilmut, creatore della famosa “pecora Dolly”, il quale ha dichiarato di abbandonare queste linee di ricerca, per seguire la strada molto più promettente avviata dal ricercatore giapponese – una parte rilevante del mondo scientifico internazionale non si vuole rassegnare a porre fine al capitolo clonazione.

nico azione male

La mancata rassegnazione

G ENSTEIN ca, vista la pesantezza degli interventi cui dovrebbero essere sottoposte. Da qui nasce l’idea di utilizzare ovociti animali, sostituendone il nucleo con quello ricavato da cellule umane somatiche adulte: in questo modo i quarantasei cromosomi del Dna della nuova entità sono umani, ma il patrimonio genetico nella sua interezza non lo è. Nell’ovocita, infatti, rimangono i mitocondri, corpuscoli determinanti per la vita cellulare, che hanno all’interno un proprio patrimonio genetico. Animale, in questo caso. Il Dna in questa nuova entità è quindi per il 99.9 per cento derivante dall’uomo e per lo 0.1 per cento dall’animale. Considerato lo scarso successo della tecnica nelle specie animali e la totale mancanza di

risponde all’esigenza d’inseguire il mito: poco importanza ha se quest’esigenza, questa voglia irrefrenabile di creare l’uomo, sia “consapevole” o “inconsapevole”. Ha anche la sua importanza la montagna di denaro che i ricercatori di tutto il mondo hanno avuto ed hanno a disposizione, che finora però non ha portato frutti. Dal punto di vista antropologico, si tratta anche di un segno, uno dei tanti segni di questa modernità, dell’eliminazione del limite tra quel che è umano e quel che non lo è: prima si vuole distinguere l’essere umano dalla persona; poi si afferma che l’essere umano è solo una realtà biologica; quindi si decide che di questa realtà biologica si può fare quello che si vuole, confondendola con altre specie viventi. Anche dal punto di vista sanitario, le conseguenze non sono da sottovalutare, perché l’introduzione di una possibilità di questo genere supera la barriera fra le specie. Con le nuove scoperte sulla potenzialità delle cellule staminali adulte, le ricerche sulla clonazione devono accelerare: è una corsa determinata da enormi interessi economici e finanziari in gioco che andrebbero in fumo se non ci fossero risultati. La forza del denaro, può tutto e vuole tutto. Si può anche fare a meno dell’evidenza scientifica, che, viste le nuove scoperte, dovrebbe portare, in base alla ragionevolezza, alla riconversione di ricerche finora del tutto improduttive. Che non si fermano.

Chimere, fecondazione in vitro, figli senza padri affidati a coppie lesbiche

I peggiori miti della nostra era di Assuntina Morresi a nuova legge inglese sulla fecondazione umana e l’embriologia ancora non è completamente approvata ma ha già fatto discutere molto: la possibilità di creare embrioni misti uomo/animale, innanzitutto, e poi l’accesso alle tecniche di fecondazione in vitro senza la necessità della figura paterna - e quindi anche a donne single e coppie lesbiche - e ancora la selezione di embrioni per far nascere bambini geneticamente compatibili con fratelli o sorelle malate, in modo da poter donare loro cellule e/o tessuti senza problemi di rigetto, e infine il mantenimento a 24 settimane del limite per l’aborto, anche se è noto che in quel periodo della gravidanza le possibilità di sopravvivenza del feto al di fuori dell’utero sono buone (circa il 10 per cento già a 22 settimane).

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Provvedimenti che fino a una decina di anni fa potevano sembrare più che altro presi a prestito da improbabili trame di film di fantascienza. E se la creazione di embrioni misti umani/animali è la parte della normativa che più colpisce e impressiona, l’articolo di legge che sostituisce la figura del padre con un generico “supporto parentale” è quello che probabilmente segna l’impatto a più breve termine della nuova legge. In questo modo coppie lesbiche ma anche donne single in Gran Bretagna avranno accesso ai servizi di fecondazione in vitro. In prima battuta la nuova norma inglese potrebbe sembrare un’ennesima forma di riconoscimento pubblico per le coppie omosessuali. Ma nel caso dei riconoscimenti giuridici di questo tipo non ci sono asimmetrie: i singoli individui godono tutti degli stessi diritti e delle medesime opportunità, indipendentemente, appunto, dal sesso, e non c’è differenza di trattamento neppure fra coppie omosessuali maschili e femminili. Nelle legislazioni che riconoscono i matrimoni omosessuali il padre e la madre diventano “genitore A” e “genitore B”, si cancellano entrambe le figure perché è sufficiente dire di avere due genitori. Nel caso inglese, invece, viene concretamente ed esplicitamente cancellata la parola “padre”, e insieme la sua figura. Una vera e propria rivoluzione antropologica, di cui rende conto il titolo dato dal Times il 20 maggio al pezzo che commentava l’esito del voto parlamentare: «le donne hanno conquistato il diritto ai bambini

senza i padri». Dello stesso tenore la prima pagina di Repubblica di giovedì scorso: «il movimento di liberazione della donna ha ottenuto un altro diritto: quello di poter mettere al mondo bambini senza un padre», questo l’incipit del pezzo italiano dedicato ai fatti inglesi. Per una donna quindi avere un figlio senza un padre equivarrebbe alla conquista di un diritto, un traguardo raggiunto, insomma, una specie di privilegio finalmente alla portata di tutti. In modo del tutto speculare, sta riscuotendo un certo successo il movimento dei “child-free”, cioè di coppie e singoli che rivendicano il diritto a non fare figli, e che quindi si definiscono “liberi dai figli”. Nati in Nord America, i child-free si sono diffusi velocemente in Europa. Si va verso l’affermazione di un nuovo diritto, insomma: quello al rifiuto dei legami naturali. E se non avere figli è comunque una scelta che ogni coppia o singola persona è sempre stata nelle condizioni di poter fare (a prescindere dalle pressioni sociali), quella di non avere un pa-

dre per il proprio figlio finora è stata considerata più che altro una disgrazia, anziché un obiettivo da perseguire.

Il Times riporta anche i risultati di un sondaggio recente, secondo il quale il 40 per cento della popolazione è contrario alle proposte del governo, mentre il 32 per cento sarebbe favorevole, con una differenza in base all’età: i più giovani, quelli fra i 18 e i trentaquattro anni, sono favorevoli, mentre i contrari sarebbero coloro che hanno oltre 55 anni. Numeri significativi, che differiscono da sondaggi analoghi condotti in precedenza, e che dimostrerebbero innanzitutto una non corrispondenza fra l’effettivo orientamento dei cittadini britannici e le decisioni parlamentari: tutti gli emendamenti alla legge in senso restrittivo sono stati respinti a forti maggioranze durante le votazioni alla Camera dei Comuni. Ma la gran parte dei parlamentari favorevole ai nuovi, controversi provvedimenti di legge, rappresenterebbe solo il 32 per cento della popolazione.


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speciale bioetica re mesi fa ho scritto un articolo su questo giornale a proposito delle notizie che ci arrivavano dalla Gran Bretagna e che riguardavano quello che una tecnoscienza impazzita prometteva: un mondo senza madri e padri nel senso che i figli devono avere solo “genitori” senza chiarire a quale sesso questi ultimi appartengano, bambini che nascono senza la necessità dell’uomo in quanto le cellule necessarie alla fecondazione potrebbero venire dalla stessa donna, bambini che nascono con un Dna manipolato proveniente da tre genitori (due donne e un uomo), la formazione di embrioni dotati di Dna animale e umano, embrioni clonati con le tecniche più diverse e frutto di una inarrestabile fantasia, una manipolazione selvaggia di embrioni umani, senza che ci sia alcuna prospettiva scientificamente fondata di risultati accettabili sul piano della prevenzione e della cura delle malattie degenerative…. e si potrebbe continuare…. In quella occasione parlavo di una perversa alleanza tra una pseudo scienza impazzita e una politica irresponsabile che mina alla base i concetti della sacralità della vita umana, della unicità e irripetibilità della persona, della procreazione responsabile, della coppia, della diversità dei sessi, del bene comune.

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Ebbene questa perversa alleanza è diventata una drammatica realtà, perché il parlamento britannico pochi giorni fa ha approvato una legge che prevede la completa liberalizzazione di qualsiasi tecnica di fecondazione assistita, stabilisce che donne single e coppie lesbiche potranno accedere alla inseminazione artificiale senza tenere in considerazione ”il bisogno di un padre” da parte del nascituro, consente la creazione di embrioni misti uomo-animale, per finire con la conferma che è lecito l’aborto a 24 settimane del feto (quando è noto che a 20-21 settimane di vita un feto è già in grado di sopravvivere in maniera autonoma). Uno scenario che sembra più un incubo che realtà, una prospettiva a dir poco inquietante che rischia di incidere pesantemente e negativamente sulla evoluzione del costume e della morale non solo in Europa, ma in tutti i Paesi che fanno della ricerca un must della loro economia e della loro storia.Va detto che questa legge è stata approvata tra mille polemiche bipartisan perché sia i conservatori che i laburisti si sono spaccati sul voto, ma quello che più preoccupa sono le motivazioni a favore della legge, che svelano quanto siano subdole e pericolose le giustificazioni di un provvedimento del genere, perché rischiano di diventare mentalità corrente e creare assuefazione alle “nuove frontiere della scienza”. Intanto si invocano come al solito le discriminazioni contro le minoranze lesbiche o omosessuali che siano, la chiusura mentale e il rifiuto di adeguarsi ad una scienza senza limiti e senza regole che consenta la esigibilità di questi diritti contro le discriminazioni. La rivendicazione di diritti, qualunque essi siano, in nome di un individualismo sfrenato, è nota anche a casa nostra e le persone semplici e per bene rischiano di cadere in questa “trappola” senza saper distinguere tra i diritti a misura dell’uo-

Creato L’Europa non deve seguire l’esempio della Gran Bretagna

Figli senza padri scienza senza etica

di Luisa Santolini mo (per intenderci quelli della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo approvata dall’Onu giusto 60 anni fa) e i diritti che rispondono solo a bisogni indotti o a semplici desideri. In secondo luogo si invoca la ricerca sugli embrioni per risolvere le malattie che affliggono tante persone ed è significativo che un parlamentare che si è dichiarato a favore di questa legge sia afflitto da sclerosi multipla o lo stesso premier Gordon Brown, favorevole, abbia un figlio malato di fibrosi cistica ed entrambi sperano che in poco tempo qualcuno salvi la vita loro e dei loro figli. Desiderio umano, che va capito e che suscita certamente compas-

ranno mai trapiantate negli esseri umani. Le decisione del Parlamento sugli ibridi non porterà subito a passi avanti nel campo della ricerca scientifica. Quelle cellule probabilmente non verranno mai trapiantate con successo nei pazienti malati. Qualsiasi previsione sulla loro capacità di offrire cure a malattie come il Parkinson e l’Alzheimer è alquanto remota». Allora perché questo accanimento ad approvare ricerche che non sono e non saranno terapeutiche?

Perché forzare la natura e cercare di superare le invalicabili barriere chimiche e biologiche che distinguono e separano gli esseri viventi e le diverse specie? Perché illudere le persone con il miraggio di guarigioni impossibili quando ci sono altri tipi di ricerche eticamente accettabili e molto più promettenti? Perché dietro ci sono interessi colossali e la chimera di un brevetto scientifico fa muovere quegli ingenti capitali di cui la ricerca, anche quella seria, ha un enorme bisogno. Tutto questo ci deve fare riflettere e solo una opinione pubblica preparata e cor-

Non esiste più distinzione tra diritti legittimi e semplici desideri sione, ma che a detta degli stessi scienziati inglesi non potrà essere esaudito perché questo tipo di ricerche non hanno futuro. La rubrica scientifica del Times per bocca dello scienziato Mark Henderson afferma «Le cellule degli ibridi non ver-

rettamente orientata, solo una politica non cinica e non opportunista, solo una scienza seria e responsabile potranno fermare questa deriva che molti hanno definito un pendio scivoloso dagli esiti imprevedibili. Infine perché consentire che nascano bambini senza un padre e una madre, bambini costruiti in provetta e selezionati come se fossero prodotti da una fabbrica che scarta il materiale fallato? Perché a livello mondiale, parlo del mondo occidentale, è in atto una guerra contro la famiglia che non risparmia nessuno, neanche i figli. Con la legge inglese viene sancito che la famiglia può essere qualunque cosa, anch’essa senza regole e senza limiti e che il futuro modello di società non prevede la presenza necessaria di quella prima formula di organizzazione sociale che è la famiglia. Anche questo uno scenario inquietante soprattutto alla luce della considerazione fatta da alcuni giornali inglesi, e non, che la approvazione di questa legge rappresenta un successo per il movimento di liberazione della donna. Per ora possiamo solo augurarci che l’esempio della Gran Bretagna non sia contagioso e che in altri Paesi, come il nostro, prevalgano la saggezza, la prudenza, il principio di precauzione e una etica che renda la scienza e la politica degne dell’Uomo.


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Una scena dal film Matrix, esempio di clonazione umana

Si può accettare che l’essere umano possa essere usato come mezzo da altri esseri umani?

Uomini d’allevamento di Carlo Bellieni possibile clonare Hitler? È una domanda da thriller, ma è anche un quesito di attualità, dato che il termine clonazione viene usato sempre più spesso per proporre ipotesi in cui dalla cellula di un individuo (magari defunto) si riproduce un secondo individuo. Certo: ci dicono che per ora nessuno intende procedere alla creazione di un “doppione” di un altro perso-

È

è facoltativo ma obbligatorio avere del Dna che proviene dalla madre e del Dna che proviene dal padre. Perché alcuni geni daranno effetti diversi a seconda che si trovino sul cromosoma di origine materna o di origine paterna, e questo in genetica viene chiamato imprinting. Scrive Emily Niemitz che di solito «Negli esseri umani gli embrioni con due patrimoni paterni formano tumori del

La clonazione a fini medici è una tentazione sempre più forte naggio, dando la sottile e forse ingenua rassicurazione: «tranquilli: superato un certo livello di sviluppo lo spegniamo». L’idea di “spegnere” un embrione, se dalla conoscenza scientifica ci rendiamo conto che è proprio una persona, resta inquietante. Ma in realtà questo procedimento sembra avere in sé una falla, tanto che le prospettive di produrre così una persona, magari in buona salute, sono minime. Dobbiamo sapere che per lo sviluppo di un embrione, non

trofoblasto, mentre gli embrioni che possiedono due patrimoni materni formano dei teratomi».

Perché? Perché sembra che lo stesso gene se arriva dal padre serve a far crescere l’embrione, mentre se arriva dalla madre serve a farlo nutrire, attaccare alla placenta, spiega il genetista di Cambridge Miguel Constancia. Sono entrambe operazioni indispensabili, senza le quali non si cresce né sopravvive, ma che la natura ha voluto delegare a geni che hanno

avuto una certa forma di “esperienza” in un certo ambiente (quello maschile piuttosto che quello femminile). Come pensare allora che un individuo si sviluppi senza qualcosa di essenziale per la quale servono due genitori e non uno solo? Un analogo ragionamento vale per le chimere, ovvero gli esseri che sono formati di elementi di due esseri viventi diversi: si pensa che si possa creare una chimera tra uomo e animale (per ora “solo” per far sviluppare delle cellule che poi useremo per scopi curativi). Tuttavia bisogna fare i conti con l’oste e qui l’oste si chiama epigenetica, cioè la branca della biologia che studia le interazioni tra Dna e ambiente. Siccome l’ambiente in cui si sviluppa una cellula determina il modo in cui essa esprimerà il suo Dna, molti dubbi sorgono su cosa accade alle cellule umane, che si vogliono usare per futuri avveniristici trapianti, se le facciamo sviluppare assieme a cellule non umane, in un ambiente che non è quello in cui avviene di norma lo sviluppo di un embrione - sapendo che la stessa luce è in grado di alterare lo sviluppo embrionale. Saranno rimaste con tutte le caratteristiche che a noi servivano per il trapianto? In-

somma si agita uno spauracchio (uomini con la coda o doppioni di dittatori deceduti) in modo insistente sulla stampa e nelle TV. Analizziamo però questo spauracchio. Chimere e cloni sono già tra di noi. I gemelli monocoriali (quelli che vengono per la divisione di una sola cellula iniziale) sono una forma di clonazione naturale che è presente nella nostra quotidianità. La presenza di cellule del feto nel corpo della mamma per anni dopo la nascita (tanto che possono addirittura preservarla da certe malattie) rende ogni mamma una “chimera”, e anche questo è normale vita quotidiana. Dunque si agitano questi termini, ma questi fenomeni sono pane quotidiano. Chimere e cloni artificiali verosimilmente “non funzionano”.

Difficilmente si può realizzare un essere vivente sano clonandolo in laboratorio, così come creando una chimera. Così come è impossibile creare una copia della cattiveria di Hitler o del genio di Chopin, solo facendo sviluppare un essere con il suo Dna, perché il Dna viene manipolato dalle esperienze personali e dall’ambiente. Questo, senza contare che sulla cattiveria o sul genio non influisce solo quello che

è scritto nel Dna (se così fosse saremmo tutti dei predestinati), ma le esperienze che facciamo e al fondo la nostra sacrosanta libertà. Utilizzo dell’uomo. Il vero problema dunque non è se qualcuno gioca a fare Frankenstein, ma che si possa usare l’uomo per il bene strumentale di un altro uomo. Questo è il vero dilemma: la “coltivazione” di un uomo – seppur un embrione – il prelevargli/le delle cellule che servono a qualcun altro e poi lo spegnerlo potrebbero essere usati per creare parti di ricambio di soggetti ricchi e malati. L’uomo usato come mezzo, contravvenendo a principi non solo religiosi, ma anche puramente kantiani. Viviamo con lo spauracchio di qualcosa che in natura già c’è ed è normale e buono, che desta apprensione solo se si produce artificialmente - perché vivendo al di dentro di un’opera d’arte non riusciamo a vederne tutti i meccanismi e soprattutto l’intero disegno, e dunque rischiamo di fare pasticci. Tuttavia, questo spauracchio, la cui creazione artificiale appare perlomeno improbabile, non fa vedere e riflettere oltre. Già: Frankenstein è un’utopia, l’uso dell’uomo-embrione è invece già in atto. E non so cosa sia peggio.


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economia

ui dipendenti pubblici “fannulloni” continuano a versarsi fiumi d’inchiostro. Lo scarso rendimento e l’assenteismo degli impiegati pubblici risultano ormai da molteplici stime e analisi comparate con il settore privato. Tali condotte producono un costo eccessivo e ingiustificato, meritano dunque di essere sanzionate, anche, nei casi più gravi, con il licenziamento, applicando gli strumenti già previsti dalla legge e dai contratti collettivi. L’importanza dei provvedimenti sanzionatori, ineccepibili sul piano giuridico, non deve però essere enfatizzata se non si vuol dare una risposta di sicuro effetto mediatico – ma semplicistica e incompleta – a tutte le richieste di maggiore efficienza dei servizi. Se nella pubblica amministrazione esiste un problema di bassa produttività del lavoro, ciò non è dovuto soltanto alla presenza di una categoria sociale perniciosa – i “fannulloni” per l’appunto – causa di ogni disfunzione e disservizio, senza la quale gli uffici funzionerebbero al meglio, ma a un insieme di condizioni gestionali e culturali che favoriscono condotte negligenti e lassiste.

S

Punire e licenziare i fannulloni, senza cambiare tali condizioni, significa, per certi versi, confondere le cause con gli effetti dell’inefficienza, trascurando soluzioni di riforma complessiva dell’organizzazione del lavoro e della gestione delle risorse. In altri termini, la grande attenzione sollevata su un aspetto, tutto sommato secondario del funzionamento della macchina amministrativa, rischia di nascondere ancora una volta le vere cause dell’inefficienza dei pubblici uffici, da cui la stessa presenza dei fannulloni trae origine. Uno dei problemi che incidono in misura considerevole sulla produttività è, per esempio, la mancanza di corrispondenza tra insieme delle risorse attribuite agli uffici e attività di lavoro a essi devoluta. La misurazione dei carichi di lavoro e la conseguente definizione delle dotazioni organiche di ciascuna ammini-

La scarsa produttività effetto, non causa, di una macchina ingestibile

Come nasce un fannullone di Gabriele Mastragostino strazione – dalle quali dipende la distribuzione dei dipendenti pubblici sul territorio nazionale e tra le diverse amministrazioni – si basa su esigenze politico-clientelari e non su criteri manageriali. Criteri manageriali che, evidentemente, imporrebbero una diversa politica delle assunzioni e della mobilità, fondata sulla copertura dell’effettivo fabbisogno degli uffici. In tale contesto esistono quindi alcuni ambiti, soprattutto al Nord, in cui il personale non è sufficiente per realizzare compiutamente le attività istituzionali. E molti altri, prevalentemente nel Meri-

mento retributivo. Contraria alla logica del merito, questa finisce per essere un forte disincentivo al lavoro, frustrare le aspettative di carriera e favorisce la fuga dal pubblico impiego dei soggetti più ambiziosi e preparati, con conseguente impoverimento professionale nel pubblico. I controlli sull’attività di lavoro sono spesso limitati al rispetto dell’orario di lavoro, senza possibilità di valutazione effettiva della prestazione, secondo canoni e metodi preventivamente comunicati e dedotti in contratto. Questo non permette di adottare una politica dei premi di produttività e degli

Pessima gestione delle risorse, assenza di regolamenti e controlli inesistenti: in questo clima sarebbe impossibile lavorare ovunque. E così gli scansafatiche possono approfittarne dione, nei quali è eccessivamente numeroso rispetto ai compiti da realizzare. Ed è proprio in questi contesti che si registra una bassa produttività e un forte assenteismo. Lo strumento del licenziamento, in questi casi, non sarebbe funzionale al recupero dell’efficienza perché non inciderebbe correttamente su tale squilibrio organizzativo. Sul piano della politica gestionale, inoltre, non si è ancora abbandonata, al di là delle enunciazioni di principio, la cultura dell’egualitarismo e dell’appiatti-

incentivi fondata sul merito individuale e collettivo, per cui la quota di retribuzione variabile finisce quasi sempre per essere distribuita a pioggia o secondo criteri arbitrari non conformi a un’oggettiva e misurabile verifica dei risultati ottenuti. La mancanza di un’adeguata politica gestionale, evidentemente, non può che assecondare l’improduttività dei singoli e dei gruppi. I quali, va da sé, non sono per nulla incentivati a un maggiore impegno lavorativo. Al di là degli incentivi economici, inoltre, vi è scarsa

attenzione per le altre componenti della motivazione del lavoratore (coinvolgimento nel lavoro di squadra, valorizzazione delle attitudini individuali, potenziamento delle relazioni interaziendali, etc.) che, come insegna la sociologia del lavoro, costituiscono un elemento cardine di incremento della produttività, soprattutto per il lavoro intellettuale. Affinché i dipendenti pubblici possano lavorare di più e meglio, bisogna in primo luogo cambiare l’organizzazione del lavoro, conferendo all’amministrazione la necessaria autonomia gestionale e la responsabilità per i risultati conseguiti. Soltanto così le varie leve gestionali, incluso il licenziamento dei fannulloni, saranno in grado di esplicare tutta la loro efficacia. Per garantire tale autonomia, la politica deve avere il coraggio di fare un passo indietro, limitandosi alla definizione dei piani programmatici e degli obiettivi, ma lasciando la responsabilità della gestione esclusivamente ai dirigenti.

Manca ancora una sufficiente distinzione tra potere di indirizzo politico e potere di gestione. Così la dirigenza pubblica, non sufficientemente affrancata dagli organi politici di vertice – e quindi non sufficientemente autonoma – non è in grado di realizzare una gestione manageriale degli uffici né di adottare ogni misura, anche difficile e impopolare, necessaria per migliorare la produttività e l’efficienza. Politiche chiare pluriennali, una classe dirigente nominata in base alla competenza professionale e valutata in base ai risultati conseguiti, controlli sull’attività oggettivi e imparziali, organizzazione snella fondata sul valore della produttività individuale e collettiva, minor numero di dipendenti più preparati e meglio pagati, questi, in conclusione, sono gli obiettivi da realizzare per superare l’inefficienza della pubblica amministrazione. E di tale inefficienza, va ribadito, il tanto deprecato assenteismo e lo scarso rendimento dei dipendenti sono un sintomo evidente, ma non la causa più profonda.


economia

24 maggio 2008 • pagina 17

Da un lato tranquillizza l’ala pd appoggiando la riforma, dall’altro pone ostacoli per tenersi buona la Fiom

Contratti, il doppio binario di Epifani d i a r i o

di Vincenzo Bacarani

d e l

g i o r n o

ROMA. La Cgil non si smentisce e

Ponte sullo Stretto: pronto entro il 2016

sulla riforma dei contratti fa una mezza retromarcia. E la fa non tanto sul merito – che non piace – quanto per ragion di Stato. Che la discussione su un tema tanto delicato sarebbe stata piena di ostacoli lo avevano intuito tutti, ma certamente un sindacato confederale che approva, dopo anni di discussioni e confronti, una piattaforma comune con le altre confederazioni e poi pone alcune condizioni ex post complica la vita a parti e controparti. Due le micce accese sul percorso minato della Cgil. La prima a Cervia il 15 e 16 maggio scorsi alla conferenza della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici che ha sostanzialmente preso le distanze dalla politica intrapresa dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Il quale tenta inutilmente da anni di “controllarlo”. L’altra si è accesa l’altroieri, quando nel suo discorso d’insediamento da presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha premuto sull’acceleratore per la trattativa e non ha nascosto la speranza che con Berlusconi possa cominciare una fase «irripetibile». Epifani non ha gradito e, a differenza dei suoi colleghi leader di Cisl e Uil (Raffele Bonanni e Luigi Angeletti), ha preso le doverose distanze da un entusiasmo che – ha fatto capire – è fuori luogo. Eppure nei mesi scorsi il segretario confederale Mauro Guzzonato aveva assicurato che ormai in Cgil era diffusa la convinzione che la riforma contrattuale fosse cosa fatta: due livelli di contrattazione, durata triennale sia per la parte economica sia per la parte normativa, sfoltimento del numero dei rinnovi contrattuali (oggi siamo a 400), apertura di un nuovo corso di concertazione e di confronto costruttivo con governo e Confindustria. Ma Epifani deve fare i conti con la sua organizzazione che se da una parte viene tirata per la giacca dalla sinistra radicale e dalla Fiom, dall’altra deve anche rendere conto a una componente riformista sempre più agguerrita. E che chiede quella svolta da qualche anno annunciata, ma mai attuata. Dopo il protocollo sul welfare, firmato «obtorto collo» nel luglio dell’anno scorso, ora il leader della Cgil deve fare i conti con una riforma contrattuale che ha un peso politico forse maggiore. E la via d’uscita è una: prendere tempo. Se Bonanni e Angeletti pensano di poter chiudere la partita a settembre, la Cgil va cauta e dirotta il problema su un altro fronte.Va bene il

Il governo riapre il capitolo Ponte sullo Stretto. Il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha scritto al presidente della società Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci, sollecitandolo a rimettersi al lavoro. L’ordine di inizio attività alla Impregilo, è stata la risposta di Ciucci potrebbe scattare già a gennaio 2009, con la posa della prima pietra nel 2010 e la possibilità di centrare l’obiettivo di inaugurare l’opera nel 2016. «È una data impegnativa, ma possibile». «Il passo più importante - ha chiarito il presidente della Spa - è la ridefinizione della Convenzione di concessione e la manutenzione dei contratti con il general contractor».

Fazio rinviato a giudizio L’ex Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aggiotaggio dal gup milanese, Luigi Varanelli. Il processo partirà il 23 ottobre davanti ai giudici della II Sezione penale di Milano con altri 17 imputati. Sono stati rinviati a giudizio per il tentativo di scalata alla Banca Antonveneta anche Francesco Frasca, ex responsabile della vigilanza di Bankitalia, e il senatore Luigi Grillo, appena eletto presidente della commissione Lavori pubblici. A processo, tra gli altri, l’ex amministratore delegato di Bpi, Giampiero Fiorani, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti ex Unipol.

Bilancia commerciale, deficit a 1,782 mld La bilancia commerciale con i Paesi extra Ue, ad aprile, ha segnato un deficit di 1,782 miliardi, risultato di 12,984 miliardi di esportazioni (+19,5 per cento tendenziale) e 14,766 di importazioni (+20,9 per cento tendenziale). In 4 mesi, il deficit è stato di 8,652 miliardi, con esportazioni cumulate per 49,767 miliardi e importazioni per 58,419. I dati destagionalizzati mostrano aumenti congiunturali dello 0,6 per cento per l’import e dell’1,3 per cento per l’export. È sempre più sconcertata la base della Cgil di fronte alla linea della segreteria Epifani, ormai caratterizzata da repentine retromarce secondo livello di contrattazione, ma al sindacato vanno dati più poteri, maggiore partecipazione nelle scelte aziendali. Una strategia che la da anni persegue la stessa Cisl anche se con alcuni, non pochi in verità, distinguo.

Insomma, Epifani va oltre la concertazione e cerca così da una parte di accontentare la componente

L’ultima della Cgil è aumentare i controlli del sindacato nel secondo livello. Ma la confederazione è sempre più all’angolo e lontana da Cisl e Uil riformista e dall’altra di tranquillizzare l’ala massimalista che chiede una maggiore conflittualità. Un gioco di equilibrismo che però difficilmente avrà successo. La Cgil è dunque a una svolta. Il risultato delle elezioni politiche ha contribuito a rendere problematico il posizionamento del maggior sindacato italiano. La componente di sinistra chiede un congresso

straordinario che possa in qualche modo dare il via a una sorta di “rifondazione”dell’organizzazione. Dall’altra parte c’è una forte componente (quella riformista) che chiede di uscire allo scoperto e di gestire questa difficile fase. Problemi difficili da risolvere anche perché se è vero che l’attuale segretario generale potrebbe candidarsi alle prossime elezioni per l’Europarlamento nella lista del Pd, è altrettanto vero che sarà difficile trovare un suo erede. Achille Passoni e Paolo Nerozzi (veltroniani di peso e sindacalisti di lungo corso) sono ormai in Parlamento. Una carta suggestiva, e che potrebbe essere anche vincente, è invece quella di un’erede donna: Carla Cantone, Nicoletta Rocchi e Marigia Maulucci della segreteria sono tutte e tre in pole position. Ma c’è anche Susanna Camusso, attuale segretario Cgil Lombardia che viene dal profondo Nord e che ha un passato, non dimenticato da nessuno, alla guida della Fiom durante la difficilissima crisi Fiat di inizi Anni Novanta. Sarebbe una specie di sfida alla Confindustria della Marcegaglia e anche una risposta ai voti operai catturati dalla Lega Nord.

Catricalà: separazione rete gas dentro l’Ue La separazione dell’Eni da Snam Retegas è necessaria per il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà ma nell’ambito di una politica europea integrata del gas. «l’Autorità che rappresento - ha spiegato Catricalà - non ha mai spinto con forza per la separazione della rete Snam da Eni perché abbiamo pensato che sarebbe stato più utile avere un leader di mercato forte per trattare in modo considerevole con i grandi produttori di gas. Ma quella posizione non soddisfa più l’Antitrust». Oggi è necessaria una politica integrata del gas «e se chiederemo l’unbundig - ha concluso - lo chiederemo a favore di una società europea di gestione delle reti di trasporto».

Crisi dei mercati, arrivano le proposte Ue Sono dieci le proposte della Commissione europea per rafforzare l’azione dei Comitati delle autorità di sorveglianza europea di Borse, Banche e assicurazioni/pensioni. Secondo un documento in via di consultazione in tutti i Paesi dell’Unione, i Comitati non dovranno limitarsi al semplice monitoraggio dei rischi di crisi ma «cooperare strettamente per tradurre le analisi in azione concreta sulla base di chiare metodologie di classificazione del rischio».

Generali, Agrusti: avanti con dossier Rbs Prosegue l’esame di Generali sul dossier delle attività assicurative di Royal Bank of Scotland. Lo ha assicurato il direttore generale della compagnia assicurativa, Raffaele Agrusti, ieri a Milano dove ha presentato insieme all’ad, Giovanni Perissinotto, il bilancio di sostenibilità del Leone di Trieste. «Andiamo avanti a vedere le carte», ha aggiunto il top manager a margine dei lavori.


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calcio

L’eterna sfida di due squadre che si rincorrono da anni. Stasera la Coppa Italia tra polemiche e rischio incidenti Paolo Liguori scongiura i disordini fuori l’Olimpico... e in campo il piede di Ibrahimovic

Maurizio Mannoni non teme i giallorossi ma... occhio sempre a Vucinic

«L’Inter? Qualche favore dagli arbitri lo ha ricevuto»

«Può darsi,ma la Roma ha avuto gli stessi aiuti»

colloquio con Paolo Liguori enso sia sbagliato delegittimare l’avversario. Quello che è successo nel finale di campionato va chiuso prima della partita di questa sera, anche perché rompe il presupposto di gioco e rovina lo sport». Paolo Liguori è di quelli che il calcio ce l’hanno nel sangue. Si vede e si sente da come ne parla, da come si appassiona ogni volta che si trova a discutere della“maggica”. Quanto le piace parlare di calcio? A me piace il calcio e mi piace soprattutto parlare di calcio. L’ho sempre fatto in modo libero, senza condizionamenti, e questo mi consente di prendere tutto con molta più leggerezza, sdrammatizzando anche quando è il caso. A questo proposito non trova che sarebbe necessario svelenire il clima in vista della partita di stasera? Mi trova perfettamente d’accordo. Non capisco questa brutta abitudine che c’è qui da noi di buttare fango addosso agli avversari sempre e comunque. Sono del parere che questa delegittimazione sia il vero problema del nostro calcio. Si riferisce alle dichiarazioni di De Rossi di domenica scorsa? Certo ma anche a quello che ha detto in settimana Moratti. Il presidente dell’Inter ha avuto una squadra che ha sempre guidato il campionato, non ho capito per quale motivo doveva essere così scomposto nelle 48 ore successive. Un brutto errore che da una persona così esperta non mi aspettavo. Penso che se ci limitassimo a commentare i risultati sarebbe tutto più semplice. Lei però ha sostenuto che l’Inter qualche aiuto dagli arbitri lo ha ricevuto… L’ho detto e lo confermo. Questo però non significa che l’Inter non abbia meritato lo scudetto. E’ sotto gli occhi di tutti però quello che è successo all’inizio del girone di ritorno dove certe partite, penso ad esempio a quelle contro Empoli, Torino e Parma, sono state condizionate da sviste che hanno condizionato il risultato. Dalla Roma si aspettava qualcosa di più? E perchè mai. Non ha fallito nessun appuntamento; ha fatto 82 punti in campionato, è arrivata nei quarti di Champions eliminata dalla squadra che mercoledì scorso è stata incoronata regina d’Europa, e questa sera ci giochiamo la finale di Coppa Italia. Il clima allo stadio non sarà certo dei migliori. L’osservatorio del Viminale ha espresso estrema preoccupazione in vista dell’incontro, mentre il prefetto ha confermato la propria fiducia nelle tifoserie.

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Mi piacerebbe non ci fossero allarmi di nessuna natura. Se la prima e la seconda del campionato non sono capaci di fare calcio vero con i propri tifosi, allora è un disastro per l’intero campionato. Non sono tifoserie che possono permettersi in una partita del genere, a campionato finito, di fare cose che generino allarme. Chi teme di più nell’Inter? Ibrahimovic. Abbiamo visto domenica cosa significa avere uno come lui in campo. Come tutti i campioni è in grado di risolvere la partita in qualsiasi momento. L’epilogo del campionato può aver lasciato qualche segno nei giocatori giallorossi? L’esperienza maturata dai ragazzi in questi anni è stata di aiuto così come la decisione di Spalletti di concedere due giorni di riposo alla squadra. Era importante staccare la spina prima di tornare in campo. Una curiosità: è difficile per un romanista vivere a Milano? Per un romanista con la Roma di quest’anno è abbastanza facile, perché la gioia interista è stemperata molto dalla solidarietà di juventini e milanisti che insieme fanno una grande maggioranza anche a Milano. Cosa manca per rendere ancora più competitiva la Roma? Parlerei più che altro di piccoli ritocchi. Il lavoro fatto da Spalletti in questi anni è stata la vera arma in più. Certo se poi dovesse arrivare qualche grande campione sarei contento. Qualcuno in particolare? Mi piacerebbe molto Di Natale, potrebbe essere lui il sostituto ideale di Amantino Mancini. Se poi dovesse arrivare anche il centravanti dell’Ajax Huntelaar, sarebbe il massimo. In questi giorni è ripresa la trattativa con il magnate americano Soros. Cosa si augura per la Roma? Credo che la cessione della Roma sia a buon punto, e che tutte le smentite che la società ha dato, sono in maggior parte state fatte per non destabilizzare lo spogliatoio. Guardando al futuro mi piacerebbe che la Roma fosse in grado di competere con i grandi club, e forse solo Soros può offrire questa possibilità. Cristiano Bucchi

colloquio con Maurizio Mannoni ono del parere che le trasferte andrebbero tutte vietate finché i tifosi non saranno abbastanza civili. A farsi un giro negli stadi ci si rende conto che i settori ospiti sembrano gabbie per animali». Maurizio Mannoni seguirà la finale di Coppa Italia da casa, d’altronde basta avere un po’ di conoscenza del calcio per capire che quella di stasera è una partita a rischio e quindi meglio stare lontani. Con chi vedrà la partita? Con alcuni amici interisti e con mio figlio. Una formazione vincente che abbiamo sperimentato nel corso del campionato. Com’è andata la prima settimana da campione d’Italia? Molto bene. Devo dire però che è stato un campionato troppo avvelenato e pieno di polemiche per determinare una gioia completa. Rimangono le scorie di questa annata eccessivamente dura dal punto di vista delle contestazioni. Cosa significa per un interista vivere a Roma? Fino a quest’anno non c’erano mai stati motivi di particolare contrasto. L’anno scorso vincemmo con un vantaggio di 22 punti, quindi per noi fu tutto più semplice. Quest’anno, non avendo avuto sulla Roma quel vantaggio, abbiamo assistito a un balletto di polemiche determinato da Roma e dalla comunicazione capitolina. Si riferisce alle dichiarazioni di De Rossi dopo l’ultima giornata di campionato? Stimo molto De Rossi, lo ritengo un grandissimo giocatore ma quelle parole le ho trovate eccessive. L’Inter ha meritato sul campo questo sedicesimo scudetto e se andiamo a vedere quello che è successo durante le trentotto giornate ci accorgeremo che anche la Roma ha ricevuto degli aiuti. Diciamo che il vantaggio che avevamo accumulato alla fine del girone di andata è stato determinante. Pensa che la classe arbitrale abbia lavorato bene? Dire di sì, e comunque se sommassimo gli episodi da una parte e dall’altra arriveremo a una situazione di sostanziale parità. Non mi sembra che ci sia mai stato il segno di una cosa preordinata a livello arbitrale com’è accaduto nel passato.

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Che voto darebbe all’Inter? Almeno otto. Se fossimo riusciti a raggiungere la finale di Champions sarebbe stata una stagione praticamente perfetta. Qual è la forza dell’Inter? Il gruppo. Per vincere il campionato servono 24-25 giocatori dello stesso livello. Nell’Inter può giocare chiunque ma cambia poco. Il giocatore che stima di più? Zanetti, il capitano. In questi anni ha dimostrato di essere la bandiera della squadra. L’Inter gioca bene o, come sostengono alcuni, gioca male? Il suo è un calcio concreto e fisico. Parlare di una squadra che gioca male mi sembra eccessivo. Veniamo alla finale di questa sera. Si giocherà alle 21 nonostante l’allarme diffuso dall’Osservatorio del Viminale. Teme incidenti? Avrei preferito un altro clima. Non dimentichiamo che allo stadio ci saranno oltre trentamila interisti e visto il desiderio di rivalsa che c’è da queste parti, prima e dopo la partita può succedere di tutto. Il prefetto Mosca si è detto molto tranquillo. Non può che pronunciarsi così. C’è da dire però che una cosa è controllare i tifosi dentro lo stadio, un’altra è seguirli fuori dall’impianto. Si augurava un avversario diverso? No anche perchè sia la Roma che l’Inter hanno meritato questa finale. E’ la quarta volta che accade e abbiamo sempre assistito a belle partite. Al contrario della Roma, l’Inter dovrà fare a meno di diversi titolari. Qual è l’assenza che si farà sentire di più? Sono tanti gli assenti e diversi quelli acciaccati. In compenso abbiamo un parco attaccanti ben fornito. Domenica scorsa poi abbiamo ritrovato Ibrahimovic e con lui tutto è possibile. Chi teme di più nella Roma? Stiamo parlando di una squadra importante che anche quest’anno ha fatto vedere un gran bel calcio. Sicuramente l’infortunio di Totti si è fatto sentire ma Vucinic ha dimostrato tutto il proprio valore. La partita che riguarda il vostro allenatore è ancora aperta. Pensa che Mancini alla fine resterà? Me lo auguro vivamente. Non dimentichiamo che Mancini ha già vinto tre scudetti e che è stato in grado di gestire il gruppo anche nei momenti più difficili. Non dimentichiamo che fare l’allenatore di una grande squadra in Italia non è semplice. Mi piacerebbe continuare su questa strada e progredire ancora. C.B.


musica hi l’ha detto che nel mondo del rock le uniche messe riconosciute sono quelle sataniche e che i crocifissi sono ammessi solo se capovolti? Nel suo mezzo secolo di storia quella che è considerata “la musica del diavolo” ha annoverato tra i migliori interpreti artisti che hanno inserito nelle loro canzoni riferimenti sofferti e toccanti sulla loro vita spirituale. Anche quelli catalogati alla banalissima voce dei “belli e dannati”. Prendete Nick Cave, musicista australiano nato nell’impronunciabile Warracknabeal (2625 anime raccolte a 330 chilometri da Melbourne) nel 1957, titolare di una carriera musicale quasi trentennale e contemplato come un’autorità imprescindibile dalla quasi totalità della critica. La sua carriera si sovrappone perfettamente a quella della rockstar tipica: ha esordito con un gruppo musicale (i Birthday Party) ricordato dai più per le sue performance dal vivo a base di sputi e calci (pare non troppo apprezzati neanche dai fan) per inaugurare nel 1984 una magnifica carriera solista passata attraverso la solita trafila di eroina, depressione, rinascita e maturità. Ora, a cinquant’anni suonati e con tre figli a carico, porta nelle arene il suo ultimo disco, Dig! Lazarus! Dig, basato per sua stessa ammissione su una delle sue maggiori fonti di ispirazione, il Vangelo.

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prodotto da scaffale e la cristianità viene citata e spesso strumentalizzata solo per discutere di conflitti etici e di religione. Cave ha messo da parte il conflitto e sistemato in primo piano la forza del messaggio originale, la Buona novella, fraintendendola ma lasciandola brillare di luce propria.

C

Il nuovo disco del leader dei Bad Seeds è l’ultimo capitolo di una ideale trilogia religiosa che conclude il discorso iniziato con The good son del 1990 e proseguito con No more shall we part, uscito nel 2001. Tutta la produzione di Cave è però colma di riferimenti biblici, imitazioni di preghiere e invocazioni al Padreterno che rendono la sua musica un vero viaggio verso una spiritualità certo un po’ scombinata ma del tutto sincera. Prova ne è lo stesso titolo dell’ultima fatica dell’australiano, che invita il Lazzaro resuscitato da Gesù a scavare la propria tomba. Cave immagina un uomo tutt’altro che felice di essere stato richiamato in vita, perché condannato a morire nuovamente, e reso cinico da un mistero che l’ha coinvolto

Dalle performance a base di sputi e calci agli album zeppi di riferimenti ai Vangeli

La parabola di Nick, bello e dannato stregato dalla Bibbia di Alfonso Francia senza che riuscisse a intenderne il senso e la portata. Un’interpretazione forzata dell’episodio evangelico, se vogliamo anche erronea, ma senza dubbio affascinante. Cave è stregato dai personaggi che nei Vangeli compaiono solo come comprimari, trovandosi a “subire” le situazioni nelle quali si trovano coinvolti. Così accade per The Good son, riferimento esplicito al fratello del figliol prodigo, indurito

Il nuovo disco, Dig! Lazarus! Dig!, conclude l’ideale trilogia religiosa iniziata con The good son e No more shall we part nel cuore dal comportamento apparentemente ingiusto del padre. Cave dà voce al figlio modello, che ha amministrato con cura le proprietà del padre ed è sempre rimasto al suo fianco, per poi vedere dei son-

tuosi festeggiamenti organizzati per il ritorno di quel fratello che aveva dissipato metà del patrimonio familiare. Il “figlio buono”, simbolo di quella mentalità ristretta che ha rifiutato la predicazione di Gesù, trova in Nick Cave un ascoltatore attento, che rivela quanto ancora oggi sia difficile afferrare la dimensione rivoluzionaria del messaggio cristiano. Certo non abbiamo a che fare né con un fine teologo né con un lettore consapevole, ma il suo occhio artistico offre suggerimenti e spunti interpretativi preziosi nel mentre la società tratta la spiritualità come un

Bisogna ammettere che alla radice di tanto attaccamento agli scritti sacri può anche starci il fatto che i testi biblici sono una fonte inesauribile di suggestioni e storie. Le canzoni di Cave sono intrise di personaggi e ambientazioni dotate di quell’atemporalità che rimanda alle radici del cristianesimo. Persino la mentalità dei personaggi simula quella del popolo ebreo: così l’acqua, che per noi oggi viene intesa come risorsa, e che fa paura solo quando manca, nelle sue canzoni è una minaccia, un elemento distruttivo, terrorizzante e nemico dell’uomo come lo era per gli Ebrei, popolo di terra considerato l’antitesi della coeva e marittima civiltà fenicia. Non è un caso se il popolo di Mosé attraversa il Mar Rosso a piedi ed è in grado di sopravvivere per quarant’anni nel deserto, ma quando si avventura in mare finisce subito nella pancia della balena. Questo Nick Cave lo ha letto, e se ne ha tratto insegnamenti morali quantomeno irrisolti non è in discussione la sua capacità di comunicare le suggestioni che ne ricava. A volte la presenza di Gesù è quasi strumentale: compare come un’icona incomprensibile, come un santino vagamente inquietante, altre volte come un personaggio letterario messo sullo stesso piano di fantasmi, zombie e geni della lampada. Spesso è una semplice invocazione: quasi in ogni canzone c’è un My God o un Jesus lanciati con voce ora sommessa ora disperata, mai ironica. L’ironia, grande risorsa del Cave scrittore di canzoni, poesie e romanzi, scompare improvvisamente quando volge il suo sguardo al mistero della fede, avviluppata in un intrico di riferimenti profani ma non privata della sua maestosa insondabilità. Il tour promozionale di Dig! Lazarus! Dig toccherà l’Italia per quattro date, il 28 maggio a Milano, il 30 a Sesto Fiorentino, il 31 a Perugia e il primo giugno a Roma: ci si aspetta un concerto lontano dalle asprezze degli esordi e spensieratamente rock’n’roll dal punto di vista sonoro. Per allora i riferimenti alla spiritualità saranno assorbiti dalla più prosaica celebrazione di uno spettacolo musicale: il Cave che riflette sull’Incarnazione e la redenzione dei peccati è meglio ascoltarlo su disco.


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polemiche

Stroncature. Nel centenario della nascita, il grande critico musicale inglese scrive un affondo senza riserve contro il maestro di Salisburgo

Abbasso von Karajan! di Norman Lebrecht vegliarmi la mattina con la musica di Herbert von Karajan alla radio, mi spinge a stropicciarmi gli occhi e ad accertarmi sul calendario che Mao Tse-tung non sia ancora vivo e che la grande Unione sovietica sia tramontata. Vi era un tempo, contrassegnato dalla dittatura, al quale Karajan ha fatto da colonna sonora. Era praticamente onnipresente negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, una presenza culturale dominante ed autoritaria con ammiratori nelle alte sfere. Quando morì nel luglio del 1989, mi ritrovai a partecipare al programma Today nel quale un servile e strisciante Edward Heath non la smetteva più di adularlo e tesserne le lodi. Karajan era tutto quello che un politico avrebbe desiderato essere: ultra-elegante ed onnipotente. In questi mesi il centenario della sua nascita è stato caratterizzato da una profusione di prodotti dell’industria musicale e discografica che egli aveva dapprima elevato ad alti livelli di prosperità e poi spinto quasi

S

sull’orlo della rovina. Se negli ultimi cinque anni la grande tradizione delle registrazioni di musica classica si è inaridita riducendosi ad un rivolo, ciò è l’inevitabile conseguenza “dell’abbuffata” di Karajan. Se di per sé la musica classica è largamente considerata (a torto o a ragione) elitaria, dobbiamo ringraziare Herbert von Karajan per averla mercificata, rendendola un divertimento sicuro, uno spettacolo ed una sorta di “business” corporativo nei festival dai prezzi proibitivi. Queste verità sono più che la-

zione dei suoi dischi grazie alla cui pubblicazione intascava lauti compensi sui diritti. Si è arricchito ed ha fatto arricchire i suoi orchestrali a dismisura, lasciando in eredità una fortuna di 500 milioni di dollari, messa al riparo dal fisco, e circa 900 registrazioni.

Ha manipolato l’industria discografica con la regola del divide et impera, collaborando sempre con le due principali etichette e corteggiandone al contempo una terza. Ad un certo punto ebbe praticamente in

Ha imposto il suo ego al mondo della musica classica soffocandone l’indipendenza e la creatività e danneggiandone l’immagine agli occhi delle future generazioni palissiane, eppure in alcuni ambienti della stampa vi sono ancora nostalgici che difendono la sua “grandezza”, una definizione senza senso, e persino la figura, un tempo impertinente e presuntuosa, di Simon Rattle sul podio della Berlin Philharmonik Orchestra di Karajan, si sente obbligato a dirigere concerti in tributo al vecchio tiranno nel centenario della sua nascita. Chissà, forse c’è anche speranza per un revival di Breznev. Karajan, in veste di direttore d’orchestra ed affarista, ha dominato i vertici di Berlino e Salisburgo a partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, pagando cachet da record ai suoi migliori amici ed agli artisti che ospitava ed utilizzando le prove con la sua orchestra, pagata dall’ente pubblico statale, per le sessioni di registra-

mano un terzo dei proventi della Deutsche Grammophon (DG), la maggiore casa discografica di musica classica. Quasi tutto ciò che Karajan dirigeva filava via liscio, come una sottoveste di cotone fresca di bucato e di ammorbidente. Sia che dirigesse Bach o Bruckner, Rigoletto o la Rapsodia Spagnola, la musica seguiva una linea ininterrotta di artificiale bellezza, di qualità prefabbricata, che più che essere caratterizzata dall’invenzione del compositore era contraddistinta dall’intento del direttore di confezionare un prodotto dal marchio riconoscibile. E non c’è dubbio che lo fosse. Sono entrato una volta in una libreria d’arte di Manhattan, dagli alti soffitti ed i pannelli in legno ed ho chiesto al commesso di sostituire quella musica di Tchaikovsky che si sentiva in sottofondo. «Come fa a sapere che è Karajan a dirigerla?» esclamò. «Rende un’esecuzione così evidente e ovvia», risposi. Un tributo della DG voluto dalla vedova, Eliette, rivela sia il lato peggiore che quello migliore del direttore d’orchestra. Il primo disco si apre con La pastorale di Beethoven, doppiamente pastorizzata, tanto sintetica da essere un difetto, seguita da un Debussy ed un

La Filarmonica di Berlino, che Karajan diresse dal 1954 , anno in cui subentrò a Furtwangler, fino alla fine della sua vita. Secondo Lebrecht, «Nessun musicista nella storia ha mai ricercato quel potere che Karajan raggiunse in pompa magna, un potere che si estese, per emulazione o sottomissione, a molti teatri e festival in tutto il mondo»

Ravel omogeneizzati ed un Adagietto di Mahler nel quale tutto il dolore ed il pathos sono stati anestetizzati – una sorta di parodia di Mahler. Il secondo disco contiene estratti di oratorio ed opera, alcuni di essi commoventi fino al sublime – un fulgido Erbarme mich dalla Passione secondo Matteo di Bach, un emozionante Dies Irae dalla Messa di Requiem di Verdi e brani dalla Valchiria di Wagner. Maggiore era la forza, tanto più piaceva a Karajan.

Se di genio si può parlare nel suo caso, era genio per l’organizzazione e l’opportunità. Cresciuto nella Salisburgo del primo dopo-guerra, quando una piccola città di montagna divenne la seconda città di uno

stato austriaco, alquanto ridimensionato, apprese quali fossero i pericoli dell’essere debole e senza potere. Quando Hitler prese la guida nel 1933 si iscrisse al partito nazionalsocialista: non una bensì due volte e fu ricompensato con un posto ad Aquisgrana, diventando il più giovane direttore d’orchestra del Reich. Ci volle poco perché fosse osannato dalla stampa controllata da Goebbels con la definizione di Das Wunder Karajan – il Miracolo Karajan – in contrasto con Wilhelm Furtwängler, politicamente inaffidabile. Fra le tante arti politiche nere che Karajan apprese da Goebbels, vi fu anche quella di mettere gli individui gli uni contro gli altri. Incedeva impettito, borioso e


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tronfio nelle città occupate di Parigi ed Amsterdam, essendo a tutti gli effetti il ragazzo dei manifesti nazisti. Alla fine della guerra, gli fu vietato di prendere parte a pubblici concerti in qualità di direttore d’orchestra, in attesa che si concludesse un’indagine avviata sul suo passato nazista, ma un dirigente della Emi, Walter Legge, lo portò a Londra per effettuare delle registrazioni con la neonata Philharmonia Orchestra, composta da militari britannici da poco congedati. Quella relazione, che durò un decennio, formò Karajan alla politica del contraddittorio, portandolo a prediligere i conflitti. Alla morte di Furtwängler nel 1954, gli successe nella direzione della Filarmonica di Berlino - un in-

carico che manterrà per tutta la vita – utilizzando il capitale ormai infranto del Reich quale testa di ponte per la sua espansione imperiale. Il festival organizzato nella sua città natale di Salisburgo si trasformò in un’assemblea triennale di plutocrati industriali in cravatta nera, padroni dell’universo. Nessun musicista nella storia ha mai ricercato quel potere che Karajan raggiunse in pompa magna, un potere che si estese, per emulazione o sottomissione, a molti teatri e festival in tutto il mondo. Reazionario per natura, non abbandonò mai il tradizionale repertorio classico e romantico, escludendo la musica non tonale ed ulteriori stili di esecuzione. Christoph von Dohnanyi

lo ha addirittura accusato di aver distrutto la tradizione concertistica e direttoriale tedesca imponendo all’arte, in modo così abissale, i suoi ristretti gusti. Nikolaus Harnoncourt, che suonava il violoncello nell’orchestra di Vienna diretta da Karajan, fu sbattuto fuori da Salisburgo e Berlino non appena iniziò a dirigere gruppi strumentali di quel periodo con modalità che contraddicevano l’ortodossia di Karajan.

Tutte le volte che Karajan incideva un ciclo di Beethoven – e lo fece per ben cinque volte – vi erano sempre meno occasioni di interpretazioni alternative. La sua egemonia fu autocratica, e non tollerava il fatto di essere contraddetta. Quando

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nel 1983 i Berliner Philharmoniker si rifiutarono di accettare l’ingresso di una clarinettista, sua protetta, Sabine Meyer, spostò le sue attività andando a dirigere l’orchestra rivale, la Wiener Philharmonik. Scontento della DG, stava tramando di unirsi alla Sony. Non sapeva cosa volesse dire lealtà, se non quella nei confronti di se stesso. Il suo amore per la musica si limitava soltanto al suo modo di intendere e di fare musica. Tuttavia il suo potere, a differenza di quello di Breznev, si basava su un fascino vincente, seducente ed accattivante. Molti, come Daniel Barenboim, che Karajan aveva svilito ed umiliato per anni, si sono lasciati tentare da una tardiva ouverture adulatoria. L’unica volta che chiese di vedermi, nel 1985, decisi di declinare la sua offerta di concedermi un’intervista, preferendo osservarlo a distanza, proprio come fecero la maggior parte dei musicisti. Era capace di una gentilezza e cordialità tutta privata nei confronti dei suoi musicisti, come pure di una crudeltà ingiustificata, ignorando persino un amico senza alcun motivo apparente. Il passato nazista di Karajan non è casuale o secondario, sebbene non fosse quel tipo di nazista che si macchiò della grave colpa dell’olocausto. Non vi è su di lui sospetto alcuno che possa aver commesso crimini razziali e la sua carriera grazie al Reich subì un certo declino dopo il 1942, quando sposò una ricca ereditiera nelle cui vene scorreva in parte sangue ebraico. Ciò che mutuò dai nazisti fu un insieme di valori che egli applicò ad un innocente ed inefficiente industria musicale con inesorabile e tenace crudeltà. Se una lezione Karajan apprese dai nazisti, fu la supremazia della musica tedesca e l’imperativo del dominio del mondo. Dimostrò che la musica era principalmente una questione di potere. Molti ne furono colpiti ed impressionati ed ancora lo sono. Altri, come me, hanno considerato questo suo atteggiamento contrario alla musica. Ho difficoltà ad ascoltare Karajan alla radio in modo sereno ed equanime.

La “celebrazione” del centenario della sua nascita è una sorta di tentativo dell’ultima ora da parte dell’industria musicale di spremere profitti da un leone ormai morto. Alcune

delle commemorazioni sono sostenute da sovvenzioni fornite, non alla luce del sole, dal ben organizzato e straordinariamente nutrito patrimonio di Karajan. È tuttavia più che sorprendente il fatto che la Philharmonia Orchestra, che non è mai stata tenera nei suoi confronti, abbia organizzato un concerto in sua memoria al Royal Festival Hall con la direzione di Sir Charles Mackerras. Uno degli aspetti del dibattito in corso su Karajan, sollevato da Dominic Lawson, è se «dovremmo unirci alle celebrazioni della nascita di un exnazista», di un uomo che non ha mai rinnegato la sua affiliazione politica. Lawson ha ampliato la portata della questione chiedendosi se un uomo pessimo possa fare buona arte ed in che modo ci dobbiamo relazionare con l’arte che proviene da una fonte corrotta e, per così dire, “inquinata”. Queste domande, pertinenti per quanto riguarda Wagner, sono secondarie in riferimento a Karajan, che non ha mai composto un’opera originale. Che Herbert von Karajan sia stato un uomo malvagio o un uomo buono è irrilevante. Fu un brillante organizzatore che aveva il dono di saper estrarre un suono magnifico dall’orchestra, accordandolo e mettendolo in sintonia con il suo suono personale - una capacità che sfruttò fino alle estreme conseguenze.

Ha imposto il suo ego al mondo della musica classica in modo tale da soffocare l’indipendenza e la creatività e ne ha danneggiato l’immagine agli occhi delle future generazioni. Non è l’uomo malvagio che fu che dovremmo deplorare, ma l’eredità reazionaria ed esclusivista che si sta “celebrando”. Per gli amanti della musica non c’è molto da celebrare. Una volta passato il centenario della sua nascita, tireremo giù, una volta per tutte, il sipario su una vita disdicevole che non ha apportato alcun contributo innovativo d’idee e non ha sostenuto alcun valore umano degno di questo nome. Karajan è morto. La musica sta molto meglio senza di lui. La storia delle registrazioni di musica classica di Norman Lebrecht, “Maestros, Masterpieces and Madness” (Maestri, capolavori e follia) sarà pubblicata a giugno in edizione Penguin paperback.


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Favorevoli o contrari al nucleare in Italia? SENZ’ALTRO FAVOREVOLE AL RITORNO AL NUCLEARE, DI QUESTA SCELTA SIANO PERÒ CONVINTI I CITTADINI

LE CENTRALI ORMAI SONO INEVITABILI E QUELLE DI OGGI SEMBRANO MOLTO PIÙ SICURE

Il nucleare è una questione complessa. Bisogna considerare tutti i fattori legati al costo sostenuto dai nostri cittadini per l’elettricità, per riscaldare le proprie abitazioni ecc. Il nostro Paese è costretto ad acquistare energia all’estero (anche nucleare), con gravi ripercussioni negative sulla sua intera economia. Come giustamente ha dichiarato il ministro Scajola, l’Italia ritornerà al nucleare, o meglio, parteciperà a progetti europei di energia nucleare di ultima generazione. La nostra economia continua a pagare la scelta di rinunciare all’energia nucleare, l’unica capace di consentire il rispetto degli obiettivi del Protocollo di Kyoto, e l’unica che dal mio modesto punto di vista consentirebbe di affrontare, in maniera seria, i nodi strutturali della spesa energetica, che dipende dall’aumento del costo del petrolio, dalle carenze strutturali del sistema di distribuzione nazionale e dalla mancanza di un adeguato piano energetico nazionale. Ecco perché sono pienamente favorevole al ritorno al nucleare. E’importante, però, che di questa scelta strategica, siano convinti i cittadini. Credo sia giusto fare una grande campagna di comunicazione tra i cittadini.

Io credo che la strada del nucleare sia ormai inevitabile. Quello stesso popolo che nel lontano 1987, con il referendum, fece chiudere le centrali in costruzione, ora si sta ravvedendo e comprende che il nucleare è un percorso obbligato. Nel sondaggio lanciato ieri l’altro dal Corriere della Sera, il 63,1% dei 42.224 votanti ha detto sì al nucleare. Del resto compriamo energia nucleare dalla confinante Francia per un terzo del nostro fabbisogno. Ma se per caso dovesse succedere un guasto alle Centrali francesi noi, in Italia, resteremmo forse immuni da danni? Certamente no, se è vero che abbiamo accertato di aver subito danni dal guasto verificatosi a Cernobyl nella lontana Urss nel 1986. E allora, se rischi comunque dobbiamo correre, almeno cerchiamo di non sperperare danaro. Tra l’altro le centrali - secondo gli esperti - sono sempre più sicure e quelle di cui parla Scajola sembrano essere ”arcisicure”.

Roberto Marraccini - Milano

LA DOMANDA DI DOMANI

Ha fatto bene Ronchi a volare a Madrid per riferire sul pacchetto sicurezza italiano? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

Fabio Agostini - Padova

FINALMENTE ABBIAMO L’OCCASIONE DI RENDERCI INDIPENDENTI DAGLI ALTRI PAESI Favorevole. Decisamente favorevole. Non possiamo lasciare ai nostri figli questa insopportabile situazione di dipendenza dai paesi produttori di petrolio. Ormai non si tornerà più ai livelli di 40/50 euro al barile. Semmai è probabile che - almeno nei primi prossimi anni - il costo aumenti con il prevedibile aumento dei consumi. Le centrali nucleari si sono fatte più sicure; si dice che quelle della quarta generazione, esattamente quelle di cui parla il Ministro Scajola, siano del tutto sicure. I Verdi, oltre a essere concettualmente e visceralmente contrari, vanno dicendo che ci vorranno venti anni per avere Centrali nucleari in funzione. E allora? Se mai si comincia, mai avremo una nostra indipendenza energetica e le nostre Aziende, costrette a subire costi di un terzo superiori a quelli degli altri Paesi ”nuclearizzati”, non saranno mai competitive nei mercati internazionali.

BERLUSCONI SI GUARDI DAGLI YES MAN Cosa dire di un uomo che stacca una cedola societaria da 160 milioni di euro all’anno, fa il presidente del Consiglio con una maggioranza bulgara in un Belpaese qual è l’Italia, e risolve la questione emergenza rifiuti in Campania indicando più o meno la stessa soluzione che altri prima di lui avevano individuato: cioè l’apertura delle discariche e costruzione dei termovalorizzatori? Il popolo che prima faceva le barricate e tirava le pietre oggi applaude e spera. Definirlo leader mi sembra, a questo punto, certamente riduttivo, potrebbe forse essere uno statista dei tempi moderni, ma no! Etichetta troppo banale e istituzionale per uno come lui, dentro e fuori dalle regole e dalle istituzioni. Potremmo allora dire che Berlusconi è uno e trino, imprenditore e politico con il vantaggio dei tempi moderni e la forza dei soldi che, oltre a muovere le coscienze convince e fa spesso e volentieri cambiare idea e parere anche a chi non la pensa proprio come lui. Allora forse ecco perché i più maliziosi

MEZZANOTTE DI FUOCHI A Manhattan grande festa a base di fuochi d’artificio e giochi di luce per i 125 anni dello storico ponte di Brooklyn. Vero e proprio simbolo della città, il ponte misura oltre 6.000 piedi ed è il più vecchio ponte sospeso della nazione COMPLIMENTI A LIBERAL PER GLI ARTICOLI SULL’URSS Insegno lingua russa alla Sapienza di Roma e per le mie esigenze didattiche faccio cercare ai miei studenti gli articoli che riguardano la cultura e la storia russa. Ad aprile uno dei miei studenti ha portato in aula un articolo su Pasternak apparso su liberal, un giornale confesso a me sconosciuto. Mi è piaciuto molto e da allora cerco nel vostro giornale quanto riguarda la Russia. Devo dire che chi proviene dai paesi dell’ex Urss (io sono armena) legge spesso con diffidenza quanto scrivono gli occidentali sul nostro paese. Pensiamo che loro non abbiano capito appieno cosa sia stata davvero l’Unione sovietica. Invece gli autori degli articoli

dai circoli liberal Riccardo Melis - Cagliari

dicono che Berlusconi all’inizio si è conquistato la destra italiana e ha fatto scomparire quello che rimane della sinistra. L’unica spina nel fianco sembra proprio essere quello che rimane del Centro pluralista, moderato, liberale e cristiano, tenuto a bada e ai margini anche del nuovo governo. Quel Centro da cui l’Italia deve ripartire, non per combattere o estromettere Berlusconi, ma bensì per includerlo in un ”incontro-confronto” che non lo faccia sentire troppo solo e soprattutto lo metta al riparo dal suo futuro e dai ”suddditi” di oggi, bravi, buoni e ubbidienti, che saranno certamente i suoi primi accusatori nel giorno in cui Berlusconi non sarà più il re d’Italia. Ci pensi bene presidente, adesso che la campagna elettorale è alle spalle e la fusione a freddo tra An, Forza Italia eccetera verso il partito del Popolo della libertà sembra non sopravvivere ai continui e singoli distinguo quotidiani. La vera casa comune di tutti i moderati, in riferimento al partito popolare europeo è ancora oggi scritta nell’Assemblea e nalla Carta costituente

trattano con familiarità e competenza questi argomenti. Vi ringrazio e vi auguro di proseguire su questa strada. Cordialmente, distinti saluti.

Marine Miskaryan

GLI EX DC A SCOMPARSA NEL PD Col Partito democratico il tema dei cattolici in politica trova una soluzione interessante. Ci pare che, a volte, sui temi bioetici in particolare, il loro destino sia quello di spiegarsi, dispiegarsi e ripiegarsi per poi finire impacchettati a libro da ex compagni, radicali, pensatori deboli, illuministi e relativisti, scomparendo anche alla vista. I cattolici a scomparsa. Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

anche da Lei sottoscritta l’8 novembre 2005. Faccia completare oggi da vincitore la transizione italiana in modo che possa rimanere vero federatore e generatore di continuità e non di distinguo della sua azione politica, per attrarre in futuro il consenso dell’elettorato italiano che, come Lei ben sa, prima ama e poi odia i suoi eroi. Historia magistra vitae. Vincenzo Inverso SEGRETARIO ORGANIZZATIVO CIRCOLI LIBERAL

APPUNTAMENTI ROMA - VENERDÌ 6 GIUGNO 2008 Ore 11 a Palazzo Ferrajoli (piazza Colonna) Riunione nazionale dei presidenti e dei coordinatori regionali dei Circoli liberal. ATTIVAZIONE Il coordinamento regionale della Campania ha attivato il numero verde per aderire ai circoli liberal del territorio: 800.91.05.29


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Your servant, or most faithful friend Mia cara Contessa, finalmente un libro che mi vien da voi, mi dimostra che voi vi siete ricordata di me, una volta almeno, dopo la mia partenza: e una soprascritta di vostro carattere mi assicura che il libro non è opera postuma, e che mi viene per dono, e non per testamento o per codicillo. Le molte lettere che voi mi volevate scrivere, e mi avete promesso più volte, si son ridotte a una soprascritta. Se mai aveste intenzione di cominciare adesso, cioè dopo cinque mesi, sappiate che non siete più in tempo, perch’io parto per Bologna questa settimana, o al più tardi in principio dell’altra. Perciò non vi dirò nulla del vostro libro. Né anche vi domanderò nuove di voi: perché spero che presto potrò dirvi a voce tutto quel che vorrete sapere, e domandarvi tutto quello che vorrò saper io. Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi. Your most faithful friend, or servant, or both, or what you like. Giacomo Leopardi a Teresa Carniani Malvezzi

RESTITUIRE ALLA SCUOLA UNO SCOPO CHIARO E CONCRETO Mi sia consentito fare i complimenti ai collaboratori Giancristiano Desiderio per l’articolo del 21.05.’08 dal titolo “Caro ministro, lei lo sa che la scuola è finita?” e ad Angelo Crespi per l’articolo di ieri dal titolo: ”Tre ricette per la scuola: studio, merito e libertà”. Sono anni che vado ripetendo le medesime cose, inascoltato e spesso deriso. Era dicembre 2001 quando partecipando al forum aperto dall’allora ministro Moratti scrissi: «Per evitare la deriva completa è assolutamente necessario un atto di coraggio e responsabilità politica che, sorretto da onestà intellettuale delle parti coinvolte, restituisca all’Istituzione scolastica uno scopo chiaro, unico, perseguibile, trasparente e concreto per restituire credibilità alle componenti ed innescare, così, processi educativi finalizzati non a valori ”quantitativi” ma a valori ”qualitativi”, per ridare qualità alla società stessa. E’ assolutamente necessario riattivare il motore intellettivo di tutti i nostri studenti, stimolarli allo studio perché la scuola torni a produrre cultura per una società ed uno Stato che hanno bisogno di

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

24 maggio 1884 È ”Che opera ha creato Dio!”il primo messaggio inviato utilizzando il codice Morse. Nasce il telegrafo 1918 La fanteria italiana inizia l’offensiva sul fiume Piave durante la prima guerra mondiale 1974 Muore Duke Ellington, uno dei jazzisti più famosi e amati al mondo 1976 Gran Bretagna e Francia aprono il servizio di voli transatlantici con il velivolo di linea più veloce: il Concorde 1978 Gli Usa ritirano il proprio ambasciatore da Santiago del Cile. Una pressione nei confronti di Pinochet perché faccia luce sull’assassinio dell’ex ministro di Allende, Letelier 1994 In Arabia Saudita una ressa di pellegrini nei pressi della Mecca causa oltre un migliaio di morti 1997 Mohammed Khatami viene eletto presidente dell’Iran

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

rimettere in moto tutta l’intelligenza dei propri cittadini, intelligenza che è fonte di inestimabile ed inesauribile ricchezza sia per il singolo sia per la collettività nazionale».

Elio Fragassi

QUANTO MI COSTANO GLI OSPITI DI ”ANNOZERO”? Ho seguito la puntata di Annozero e c’è stato un signore che ha spiegato dei disegni, presumo fatti da lui, alla fine della trasmissione. Santoro, il conduttore, rideva e si muoveva qua e là in modo anche goffo, Travaglio, un giornalista pagato per la sua partecipazione settimanale, rideva anche lui, Di Pietro ascoltava, rideva e ritornava guardingo, la Mussolini era seria e infastidita. In tutto questo, quanto guadagna a puntata quel signore per disegnare e commentare i suoi disegni? Trattandosi di Rai2 e di danaro che proviene anche dal mio canone, è lecito sapere quanto mi costa? Si, perché anche io ero infastidito come la Mussolini: certo, avrei potuto cambiare canale, ma perché se pagato anche da me? Distinti saluti.

L. C. Guerrieri Roseto degli Abruzzi (Te)

PUNTURE Il film di Soderbergh sul Che dura quattro ore. Una nuova Corazzata Potemkin candidato a Cannes alla Palla d’oro…

Giancristiano Desiderio

Da un sillogismo non si può cavare nulla che lo spirito non vi abbia messo in anticipo ANDRÉ GIDE

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

La saga dei Moratti… di Giancarlo Galli Poteva, nel piccolo mondo della emergente borghesia ambrosiana, Berlusconi non incrociare il Moratti a prescindere dal pallone? Allorché decide di entrare in politica, il Cavaliere ha da metter su una squadra, con un’attenzione particolare alla Rai, considerata bastione del comunismo intellettuale. E sceglie per la presidenza Letizia, motivata ma non incollata alla poltrona. Appena cade il governo, infatti, la signora rientra nel privato: assicurazioni e n. 1 di Stream del Gruppo Murdoch. Silvio, nel 2001, la richiama in servizio permanente effettivo: ministro della Pubblica Istruzione. In precedenza (va ricordato), Massimo D’Alema le aveva gettato ponti d’oro, ma rifiutò. Dichiarando in un’intervista all’Espresso: «Non sono sicura di ritrovarmi nei valori della sinistra. Nell’eguaglianza che appiattisce, nella concezione della famiglia. Soprattutto non sono d’accordo con l’idea che la persona trovi il suo completamento nella società invece che nella sua individualità». Nel 2006, tagliando corto con le gelosie intestine a Forza Italia, Berlusconi la impone, pur non essendo tesserata, capolista del centrodestra a sindaco di Milano. Sono in molti a storcere il naso: mai una donna a Palazzo Marino e per giunta dal rigore calvinista. Eppure vince. «Ha gli attributi», dicono i milanesi. Letizia Moratti, cordiale nella convivialità, ha una frase ricorrente: «un sindaco deve pensare, ed è importante, alle buche nelle strade, ma se non vola alto diventa un amministratore di condominio». Quasi un Napoleone convinto che l’intendenza seguirà! Pochi, ammettiamolo, avrebbero avuto i nervi per candidare Milano ad ospitare l’Expo. In una cena ristretta (si festeggiava a Palazzo Marino l’an-

nuale edizione del Premiolino, il più antico premio giornalistico europeo, del quale chi scrive è presidente), confidò: «sono un manager prima che un politico, e per un manager la sfida sta nel rendere probabile l’impossibile». Poco dopo lanciò il guanto. Al governo stava Romano Prodi, del quale diffidava, eppure riuscì a strappargli il sostegno-consenso. «Si comportò da gentiluomo», commentò. In realtà fu lei a propiziare la vittoria: girando il mondo come una trottola, via via mobilitando imprenditori e politici. Financo il diessino Filippo Penati, presidente della Provincia. I Moratti sono testardi con l’ambizione di“portare a termine il lavoro”. Di norma, invece, da mezzo secolo i sindaci milanesi avevano ridotto Palazzo Marino a trampolino per saltare in Roma-capitale con diritto ad una poltrona ministeriale. Letizia ne aveva la possibilità ma ha declinato l’offerta. Rendendo oltretutto un favore a Berlusconi, alle prese con le ambizioni, faticosamente rientrate, del governatore lombardo Roberto Formigoni. Resterà, decisa a restituire a Milano il perduto titolo di metropoli europea. Che riesca è un enorme punto interrogativo, di certo ha ridestato il dormiente spirito ambrosiano. Intanto, negli ambienti sportivi, si sussurra che Berlusconi, onde agevolare l’Inter dei Moratti (e di Marco Tronchetti Provera), abbia volutamente tenuto il suo Milan a freno, con una campagna acquisti di basso profilo. A lui bastando Palazzo Chigi… Vero o verosimile, la saga dei Moratti aiuta ad intercettare quel che bolle in Milano-Lombardia-Padania. Con una concentrazione di potere, affari (pensiamo al business immobiliare legato all’Expo), e carisma dei protagonisti, della quale s’era persa la memoria.

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2008_05_24  

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