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Oggi il supplemento

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

MOBY DICK SEDICI PAGINE DI ARTI E CULTURA

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dollaro in crisi di Ferdinando Adornato

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Costo della vita: mai così alto da 140 anni Gianfranco Polillo Giancarlo Galli

pagine 2 - 3

francia LO STRANO CASO DEL SIGNOR SARKOZY

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

KILL PILL

pagina 4

Gennaro Malgieri

programma pdl

Sette missioni, nessun miracolo Bruno Tabacci Errico Novi

pagina 7

russia IN ATTESA DEL VOTO, LENIN SFRATTATO DALLA PIAZZA ROSSA pagina 10

Fernando Orlandi

Ora i francesi, che la producono, vogliono venderla anche in Italia. E le nostre autorità farmacologiche ne discutono in questi giorni. Ma in un clima di pericolosa disinformazione e di bugie. Vi raccontiamo quali.

ARRIVEDERCI A MARTEDÌ Come altri quotidiani anche liberal non esce la domenica e il lunedì. L’appuntamento con i lettori è dunque per martedì 4 80301

un un inserto inserto speciale speciale alle alle pagine pagine 12, 12, 13, 13, 14, 14, 15 15 ee 16 16 9 771827 881301

SABATO 1

MARZO

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

37 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 1 marzo 2008

dollaro

in crisi

Le conseguenze in Europa del ristagno americano

Il costo della vita alle stelle Mai così in alto da 140 anni di Gianfranco Polillo etrolio alle stelle e dollaro nelle stalle: sta in questa forbice una delle caratteristiche della nuova crisi internazionale. Nella metà degli anni ’70 ed all’inizio degli ’80 era andata diversamente. Gli shock petroliferi di allora avevano penalizzato soprattutto Europa e Giappone, contribuendo a spostare il pendolo a favore dei cugini d’oltre Atlantico. Più forti, sebbene debilitati dalla lunga stagflation, più dotati in termini di risorse energetiche, il caro petrolio aveva, in qualche modo, aumentato il vantaggio competitivo americano. E l’economia, dopo una brusca caduta, era ripartita una volta riassorbiti gli eccessi della politica dell’Opec: il cartello che raggruppa i paesi produttori di petrolio. Oggi non è più così. La crisi colpisce tutti, generando nuovi timori.

P

Quelli americani sono connessi soprattutto con la paura di non crescere abbastanza. Hanno un ruolo internazionale da svolgere. Una costosa politica estera da perseguire. Ed un fronte interno da mantenere unito. Se viene meno il collante del benessere collettivo la spinta all’isolazionismo, sempre latente nella mente e nel cuore dell’americano medio, rischia di riemergere. Quindi occorre forzare il sentiero dello sviluppo, anche a costo di rispolverare vecchie ricette keynesiane che sembravano morte e sepolte. Ma non è facile. Per spingere gli investimenti, la Fed è costretta a ridurre i tassi di interesse, anche a costo di risvegliare la bestia dell’inflazione. Comprimendo, tuttavia, il rendimento finanziario, scoraggia gli investitori esteri. Dovrebbe offrire loro, come contropartita, la vendita dei beni di famiglia: aziende produttive, banche, rami di impresa e non solo titoli di Stato e buoni del Tesoro. Richiesta difficile da immaginare:

comporterebbe la perdita di controllo dei settori più strategici. Di fronte a questo dilemma non risolto, gli investitori esteri hanno tirato i remi in barca ed il dollaro è crollato. Ma se l’America piange, l’Europa non ride. La sua dipendenza energetica la stringe in una morsa. Crescono i costi che riducono i consumi. I salari non possono aumentare, se non a seguito di una crescita della produttività. Salvo rimettere in modo quel processo che, nel corso degli anni ’70 portò a quell’inflazione che è ancora un incubo nel ricordo collettivo. Allora ci salvammo perché la crescita dei prezzi del petrolio fu principalmente il frutto di una botta di testa. Negli anni successivi, la crisi scatenata da quel processo fece crollare la domanda di energia, riconducendo a più miti consigli i paesi produttori. Ed il prezzo del barile, così com’era aumentato, iniziò una lunga discesa, durata fino allo scorso anno.

diale mostrerà questa forte asimmetria. Con un’ulteriore aggravante. Questa volta il contagio si è esteso alla produzione di prodotti alimentari. La vera novità di questo terzo millennio. Non era mai accaduto prima. Lo testimonia l’indice dell’Economist. Costruito nel 1875, da allora aveva avuto un andamento piatto. In termini nominali i prezzi erano rimasti costanti. In termini reali avevano perso i tre quarti del loro valore. L’Europa aveva reagito con una politica agricola – la Pac – di sussidi e provvidenze a protezione dei propri contadini. Con la Francia a farla da padrona, nella ripartizione delle risorse. Che ancora oggi rappresentano gran parte del bilancio comunitario. Politica che, oggi, appare ancor più inutile e dannosa, visto gli aumenti di prezzo intervenuti. Quasi il doppio dallo scorso anno. Un salasso per le tasche dei consumatori. Specie di coloro a più basso

La risposta alla crisi dei consumi non può essere l’austerity: dalla morsa si può uscire solo scommettendo sullo sviluppo, sull’innovazione tecnologica e sulla centralità del mercato

sviluppo. Incapaci di nutrirsi e di aspirare a condizioni di vita degne di essere vissute. Il più delle volte incapsulati in regimi totalitari che non solo soffocavano i più elementari diritti di libertà, ma non riuscivano a perseguire il benché minimo progetto di sviluppo collettivo. La globalizzazione non ha, forse, diffuso la democrazia. Ha però travolto quei vincoli secolari che ne frenavano l’emancipazione economica. E con la maggior crescita – tipico il caso cinese – è aumentata la domanda di beni. Ieri bastava un pugno di riso. Oggi servono proteine e carboidrati, che l’offerta mondiale non riesce, almeno nel breve periodo, a soddisfare.

Siamo pertanto di fronte a processi irreversibili? Alla fine degli anni ’70 fu questa la teoria, avanzata da Enrico Berlinguer e condivisa da Ugo La Malfa, che portò alla nascita del «compromesso storico». Doveva avere come contropartita una politica di austerity: la parola d’ordine lanciata in un famoso convegno all’Eliseo. Minori consumi per favorire una politica di investimento e riforme sociali nel segno di un più accentuato dirigismo. La

Che cos’è cambiato da allora? Il fatto che l’economia mondiale non marcia più con le sole gambe dei paesi del G7. Il suo tasso di crescita resta elevato (4 per cento in termini reali) soprattutto grazie alla spinta proveniente dalla Cina, l’India e gli altri paesi asiatici. Il contro shock degli anni ’80, che fu conseguenza della crisi dell’Occidente, appare, pertanto, più incerto ed improbabile. Dovremmo quindi abituarci al caro petrolio, almeno fin quando lo sviluppo dell’economia mon-

Alla crisi degli Anni ’70, Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa dettero la risposta sbagliata dell’austerità. Sopra La Malfa (a destra) con Giovanni Malagodi, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni e Ferruccio Parri. Accanto: Berlinguer con Bettino Craxi reddito, che sono costretti a destinarne la parte maggiore per la soddisfazione dei bisogni primari. In entrambi i casi – petrolio e prodotti alimentari – la speculazione interna ed internazionale ci ha messo del suo. Come vi hanno contribuito le grandi turbolenze geo–politiche – i venti di guerra ed i conflitti effettivi – ma non è questa l’origine più profonda del fenomeno. Alla base di tutto è il risveglio di popoli fino a ieri condannati all’inedia ed al sotto-

storia successiva dimostrò che quell’ipotesi, dal vago sapore oscurantista, era sbagliata. Bisognava, invece, puntare sulla crescita economica, sull’innovazione tecnologica – assurda fu la decisione di ritardare l’ingresso della tv a colori – sulla centralità del mercato, contro i mille condizionamenti di un più forte statalismo. Oggi ci troviamo forse di fronte ad un analogo tornante. Speriamo di non ripetere lo stesso errore.


dollaro

in crisi

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Sta finendo il “ciclo liberale”: la crisi finanziaria ripropone il primato dello Stato

Attenti, qua torna in voga Keynes di Giancarlo Galli itorna il Grande Vecchio, John M. Keynes, Colui che negli Anni Trenta del secolo passato si fece crociato di una «Terza Via» fra liberismo e socialismo? La Storia coi suoi corsi e ricorsi (i «cicli»), non va interpretata meccanicisticamente. Però… Il principe degli economisti del Novecento, teneva cattedra all’Università di Cambridge in pieno boom intuendo la Depressione in arrivo, causata dagli sbandamenti speculativi del sistema bancario-finanziario. Ed ebbe ragioni da vendere (guadagnando una fortuna facendosi paladino delle socialdemocrazie europee, oltre a speculare in proprio in Borsa, al ribasso!), con il crack di Wall Street dell’ottobre 1929.

R

Sui limiti del keynesismo, in Italia interpretato dal corporativismo e attraverso l’Iri con la nazionalizzazione delle principali banche a rischio di fallimento, il dibattito è tuttora aperto. I giudizi controversi. Ha fatto tuttavia notevole impressione quel che si è verificato in Gran Bretagna, col salvataggio in extremis del Northern Rock, quarto istituto del Paese, in affanno per i mutui. Ancora una volta marchiando la differenza fra gli Usa e il Vecchio Continente. In America infatti (proprio come s’era mosso Roosevelt, mettendo alla porta Keynes), si è rifiutato ogni inter-

nel capitale. Un po’ come in Svizzera dove per tappare i buchi di bilancio, Ubs e Credit Suisse stanno aprendo porte e finestre ai Fondi di Singapore, degli Emirati Arabi, gonfi di petrodollari. Senonché a differenza degli gnomi ginevrini e zurighesi, che al colore ed all’odore del denaro non hanno mai storto il naso, i francesi, da sempre sciovinisti, sono gelosissimi dei loro gioielli, anche se meno luccicanti. Col sostegno del presidente Sarkozy, il premier François Fillon dichiara categorico: «Société Générale è una grande banca francese e

privati, ma approfittando di uno scandalo (il presidente di Postbank Klaus Zumwinkel coinvolto in una vicenda di evasione fiscale ed esportazione clandestina di valuta), scatta la retromarcia. L’istituto resterà

Il ciclo del «tutto mercato – tutto privato – tutto globale», se non concluso, registra ormai una battuta d’arresto. Con una conseguenza: il riemergere delle posizioni nazionalistiche

Con le sue teorie progressiste ma non marxiste, Keynes sosteneva la necessità di un intervento regolatore dello Stato non assumendo la proprietà dei mezzi di produzione, bensì agendo sul credito, cioè le banche. Fonte, a suo giudizio, di ogni distorsione strutturale; i cui costi sarebbero stati pagati dell’economia reale, penalizzando consumi ed occupazione. (Come accadde allora e come potrebbe forse ripetersi ottant’anni dopo, qualora persistesse il clima recessivo).

vento statale. In Europa invece Bank of England ha agito in maniera scoperta. Dapprima un’iniezione di 25 miliardi di sterline (38 miliardi di euro) alla Northern Rock; quindi la nazionalizzazione annunciata dal Cancelliere dello scacchiere Alistair Darling, con la vaga promessa della riprivatizzazione, «appena verrà trovato un acquirente credibile». Caso isolato, mosca bianca? Assolutamente no. In Francia a trovarsi in difficoltà sempre per eccessi speculativi la Société Générale. E sopra Parigi prendono a volare finanziarie predatrici, pronte ad entrare

deve restare una grande banca francese». Quindi l’avvio di riservatissime trattative per un matrimonio «d’interesse nazionale» con la Banque Postale. Naturalmente tutta statale e che facendosi beffa della Commissione europea per la concorrenza, detiene il monopolio dei libretti di risparmio.

Ulteriore episodio. In Germania il governo Merkel aveva progettato la privatizzazione di Postbank. Quattordici milioni di clienti e gestione di tre quarti del credito del consumo tedesco. Spuntano i corteggiatori

Lord Keynes e il presidente Roosevelt che lo licenziò pubblico e rigorosamente tedesco almeno fino al 2010. Azzardato trarre conclusioni da questa pur significativa serie di episodi. Tuttavia alcune consi-

derazioni vanno fatte. Primo. Il ciclo del «tutto mercato – tutto privato – tutto globale», se non concluso, registra una battuta d’arresto. Secondo. La frenata, probabile avvisaglia di un’inversione di tendenza, è da imputarsi in via primaria alla assenza di controlli rigorosi sugli operatori finanziari. Riprova, la modesta capacità di incidere sul rispetto delle regole di organismi quali la Federal Reserve o la Banca centrale europea. Mentre i tanto decantati analisti, le società di valutazione, si sono rivelati troppo spesso dei ciarlatani stipendiati dai committenti. Terzo. Il ritorno alla logica del «salvatore di ultima istanza», ovvero lo Stato. Ma questo, oltre a registrare la sconfitta del mercato ha quale conseguenza il ritorno a posizioni nazionalistiche.

Neokeynesismo o meno, è comunque indubitabile la «svolta» che si delinea sullo scacchiere bancario e finanziario. Demitizzando il kolossal (incontrollabile) e rivalutando i legami col territorio, la trasparenza. Nel nostro specifico la rivalutazione della «italianità» come (perché non ricordarlo?) andava auspicando l’ex governatore Antonio Fazio. Un uomo che, a prescindere da altre valutazioni, venne frettolosamente bollato di «provincialismo», mentre ora ci si accorge che non pochi dei suoi timori erano fondati.


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politica Un presidente «rivoluzionario» che la Francia non riesce a capire

Lo strano caso del signor Sarkozy di Gennaro Malgieri

PARIGI. Una curiosa inquietudine percorre la politica francese. Potremmo chiamarla «lo strano caso del signor Sarkozy». Coinvolge un po’ tutti, estimatori ed avversari del presidente. E non c’entra niente Carla Bruni. Almeno fino ad un certo punto. La prima dama di Francia non è amata. E non si capisce perché. Ognuno prova a dare una spiegazione, ma nessuna risulta convincente. Comunque, a nove mesi dalla sua trionfale elezione, Sarkozy è diventato quasi un enigma per i suoi compatrioti. Enigma che si materializza nei negozi e per le strade, nei ristoranti e davanti ai chioschi dei giornali, nei salotti e nelle quattro chiacchiere annoiate aspettando il metrò. Uno strano caso davvero, tanto che a Parigi, e verosimilmente nella provincia francese, nient’altro eccita e seduce, ammalia e stor-

disce come parlare di Sarkozy. E già, non c’è conversazione nella quale non entri: l’amore, il pettegolezzo, la moda, i viaggi, il lusso e, naturalmente, la politica.

Se ne parla ovunque, ma nessuno sa dare una risposta convincente alla domanda come mai l’uomo mandato dalla Provvidenza all’Eliseo sia crollato così in basso nei sondaggi Soprattutto ci si chiede: come mai dopo un lasso di tempo tanto breve, l’uomo mandato secondo qualcuno direttamen-

te dalla Provvidenza all’ Eliseo per svecchiare i costumi dei Palazzi del potere, per rinnovare il patto tra governo e cittadini, per salvare la Francia dalla decadenza sia crollato verticalmente nei sondaggi di opinione? Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica sta sotto di diciannove punti rispetto al suo primo ministro François Fillon: 57% contro 38%. I numeri non lasciano spazio ad interpretazioni. L’inquilino di Matignon è molto più popolare di quello dell’Eliseo, luogo un po’ tetro secondo l’interessato, tanto che lo lascia spesso e volentieri. Non è impossibile, infatti, incontrarlo in uno dei tanti ristoranti di Place des Vosges dove ama cenare con i suoi amici e con l’immancabile consorte. Quando sta per arrivare, mi dicono alcuni ristoratori, è come se si annunciasse un tornado. Gli uomini dei servizi segreti mettono ne-


politica cessariamente il naso ovunque; il personale vive ore d’angoscia; vanno in sofferenza anche i cuochi ed i camerieri presidenziali che si sentono trascurati o, quantomeno, poco apprezzati. La «rupture» si consuma anche in cucina ed in sala da pranzo.

I rilevamenti demoscopici, comunque, non li fanno soltanto a Place des Vosges, nel cuore del Marais. Su tutto il territorio nazionale Sarkozy sconta un crollo nelle simpatie dei suoi stessi elettori senza precedenti. Al punto che l’Ump, i cui rappresentanti all’Assemblea nazionale, dicono di sentirsi trascurati dal presidente, teme una battuta d’arresto significativa alle elezioni municipali del 9 e 16 marzo. Insomma, che cosa è successo? Se lo chiedi all’antiquario ti risponde che i francesi si attendono maggiore contegno da chi li rappresenta. Insomma, meglio gli amori clandestini dei tempi di Pompidou, di Mitterrand, di Chirac che le passioni vissute alla luce del sole di Sarkozy. Se lo chiedi allo scrittore o al giornalista ti dice che il presidente è troppo diverso dai suoi connazionali che non amano decisionismo e sbornia vitale, come se l’uno e l’altra dovessero per forza essere in contraddizione. Se lo chiedi al musicista ti risponderà che Carla Bruni non sa cantare e a nulla vale obiettare che non è peggiore tante altre cantanti che circolano a Parigi e vendono perfino più dischi di lei. La gente, insomma, si attendeva altro, ma non sa dire bene che cosa da quell’ungaro-francese caduto tante volte e sempre rialzatosi. Andrà a finire così anche questa volta? Le scommesse sono aperte. E a crederci è proprio lui, Sarkozy, il cui strano caso non sembra impensierirlo. Forse si sta rendendo conto che la Francia è molto meno «rivoluzionaria» di quanto si è portati ad immaginare. Chiede fermezza, ma quando l’ottiene si ribella; se dalle periferie si scatenano rivolte e qualcuno (Sarkozy, per esempio) le doma, non è grata al domatore, salvo poi la-

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mentarsi che si fa poco per garantire la sicurezza; e se si vede scavalcata dalla Germania e, poniamo il caso, chi la rappresenta cerca la rivincita c’è sempre qualche opinionista disposto a correre il rischio di farsi una fama da bastian contrario giustificando le pretese di Angela Merkel alle quali il suo «amico» Sarkozy si è opposto nelle ultime settimane. Insomma, che cosa vuole questa Francia ancora vecchia che guarda all’Eliseo come ad un museo della politica e non al motore dell’innovazione? Il presidente francese sì è messo contro Un ristorante sotto i portici di Place des Vosges. L’abitudine del presidente di frequentarli il Consiglio di Stato ha provocato una piccola crisi con lo staff delle cucine dell’Eliseo. per via della legge Nella pagina a fianco una manifestazione contro la riforma dell’educazione sulla «ritenzione di sicurezza». Lui dice che chi sconta la pena e torna sure del genere Sarkozy racco- ritarismo con i collaboratori. portici di Place des Vosges. libero, ma continua ad essere glie un vastissimo consenso e Sarà anche vero. Ma se il tutto Mentre le agenzie di stampa, lo un pericolo sociale, deve avere poi nei generici sondaggi d’opi- viene «strillato», come la sua scorso fine settimana, diffondeun particolare trattamento, di nione va sotto di brutto? vita privata, da chi gli è aperta- vano i sondaggi che lo davano «vigilato speciale», appunto; i Il progetto di Sarkozy di creare mente ostile, l’effetto non può in calo, Sarkozy pronunciava consiglieri di Stato gli replica- un’Unione mediterranea al fine che essere quello di Fillon che uno dei discorsi più forti della no che va bene in via di princi- di costruire rapporti più stretta lo batte sonoramente nei son- sua carriera politica inaugupio, ma soltanto a partire da con l’altra sponda è molto sen- daggi d’opinione. rando l’Istituto Charles de una certa data; lui non accetta tita e condivisa, ma trova l’opGaulle a Les Invalides. «Per 28 il differimento dell’applicazio- posizione della Merkel la quale Se poi si scomoda, come han- milioni di francesi nati dopo il ne perché troppo importante ritiene che il tutto debba essere no fatto Le Monde e Le Journal 1970 – ha detto – il gollismo apper battere la delinquenza: in inserito nell’ambito del proces- du Dimanche, il vecchio primo partiene alla storia. Ma esso questo modo, dice, si vanifica- so di Barcellona, lanciato nel ministro Edouard Balladur che non è una lezione della storia no le misure di sicurezza che i 1995, e deve veder coinvolti tut- consiglia Sarkozy di rallentare come tante altre perché ci apcittadini reclamano a gran vo- ti i membri dell’Unione euro- il suo ritmo («Non è indispen- partiene ancora, perché essa ha ce. Polemiche sui giornali sul pea. Come se i Paesi del nord sabile creare tutti i giorni un un significato profondo, anche principio di retroattività. Un di- Europa avessero le stesse pro- avvenimento», ha detto), per morale, perché non ci parla solbattito non sempre di alto livel- blematiche di Francia, Italia, far capire al presidente che il tanto del passato ma anche dello. Che dimostra, tra l’altro, co- Grecia, Spagna, eccetera. Il suo attivismo può danneggiar- l’avvenire». De Gaulle, ha conme un certo garantismo mal si realismo di Sarkozy cozza con- lo, allora siamo al paradosso di cluso Sarkozy, «incarna qualconiuga con le esigenze di aspi- tro gli interessi rappresentati una Repubblica che pretende cosa che la Francia aveva perrare ad una vita relativamente dalla Germania cui fanno rife- di primeggiare in Europa e nel duto». Egli quel «qualcosa» non vuole che vada smarrito. E allora al diavolo i sondaggi.

Ma una spiegazione c’è: il presidente è un decisionista del XXI secolo. I suoi compatrioti, come del resto gli italiani, sono forse un po’ tardi a comprendere cosa questo significa. Ma ciò non lo farà arretrare di un passo tranquilla in un Paese percorso da tensioni di ogni genere. In molti si schierano sostanzialmente dalla parte dei «criminali pericolosi», ma sono i cosiddetti «padroni del pensiero», gli orientatori dell’opinione pubblica di fronte alla quale, tuttavia, risultano perdenti. Infatti, Le Figaro martedì scorso ha titolato: «L’ottanta per cento dei francesi approva Nicolas Sarkozy». E ha scritto che il sessantaquattro per cento degli intervistati chiede l’applicazione immediata della legge, l’ottantuno per cento la ritiene idonea a diminuire il tasso di recidiva, per il cinquantasei per cento ha un carattere dissuasivo. Come si spiega che su mi-

rimento i Paesi non mediterranei. Da qui la rottura. Enfatizzata, naturalmente, dai giornali che non amano il presidente e ripropongono in questi giorni le foto edificanti di Mitterrand e Kohl, di Chirac e Schroeder mano nella mano o sorridenti e soddisfatti di essere i padroni dell’Europa. Ma i francesi, ancora una volta, anche per gli storici interessi che li legano al mondo arabo-africano, sono dalla parte di Sarkozy. E allora: perché impopolare? Lo strano caso del signor Sarkozy non finisce qui. Gli si rimprovera, mi dice un amico giornalista, l’eccessiva confidenza, l’abitudine a dare pacche sulle spalle, un certo auto-

mondo e poi si vuole da chi la rappresenta che incarni il vecchio stile dei compassati presidenti. Sarkozy ha soltanto cinquantadue anni. È stato sindaco fin da ragazzo, si può dire. Ha ricoperto le più alte cariche ministeriali. Contro ogni pronostico, in tre anni ha disfatto qualche partito, ne ha fondato un altro, ha vinto le elezioni ed è rimasto fedele allo spirito originario della sua politica interventista, ma non avventata. È un decisionista del XXI secolo. I francesi, come gli italiani del resto, sono forse un po’ tardi a comprendere che cosa significhi, ma ciò non farà arretrare di un passo l’inquilino dell’Eliseo che ama passeggiare sotto i

L’ombra del Generale s’allunga sul destino dei francesi. Per loro fortuna. E forse lo strano caso del signor Sarkozy si spiega proprio in questo modo: un presidente che incarna il gollismo più d’ogni altro, ma a differenza dei suoi predecessori non ne ha fatto una religione, lo ha laicizzato. Qualcuno lo considera un tradimento. Tra le mura tristi dell’Eliseo s’annida la certezza di averlo restituito alla Francia e ai francesi. Con una politica all’altezza delle ambizioni di un grande Paese dove la rivoluzione non più di moda, ma più modestamente la «rottura» opera. Chissà se al signor Sarkozy verrà data l’opportunità di verificarlo. Magari, a dispetto di quanto si dice, avendo ancora alla fine del mandato Carla Bruni al proprio fianco.


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politica d i a r i o

d e l

g i o r n o

Casini sfida Veltrusconi in Tv Il leader dell’Udc ha dichiarato ieri: «Veltroni e Berlusconi presentano il loro libro dei sogni, e lo fanno sfuggendo al confronto con gli altri candidati. Io sfido Veltrusconi in un dibattito televisivo di fronte agli italiani

Sinistra arcobaleno: quattro simboli La Sinistra arcobaleno ha presentato il suo simbolo in tutte le circoscrizioni italiane ed estere per Camera e Senato. Candidato premier è Fausto Bertinotti con un programma di 31 pagine. Prc, Pdci, Verdi e Sd hanno però contemporaneamente depositato al Viminale i loro rispettivi simboli con 4 diversi candidati premier: Giordano, Diliberto, Pecoraro e Mussi.

Rifondazione candida Rita Borsellino Nella lista di candidature alle politiche proposte dalla segreteria nazionale del Prc c’è anche Rita Borsellino. Le candidature dovranno essere ora votate dal comitato politico del partito. La Borsellino era attualmente la capolista della Sinistra Arcobaleno alle elezioni siciliane.

Il titolare dello scudocrociato col Pdl, ma il leader Dca prende tempo

Pizza al taglio di Rotondi elezioni conferma la tendenza di una politica che si è disarticolata in vari poli, come se la legge elettorale attribuisse il premio di maggioranza alle liste singole e non alle coalizioni, e che contemporaneamente tende a un sistema proporzionale puro. Salvo ulteriori sorprese, sono infatti dieci i candidati premier delle prossime politiche. Un numero mai visto: Silvio Berlusconi (Pdl-LegaMpa), Walter Veltroni (Pd-Idv), Fausto Bertinotti (Sinistra Arcobaleno), Enrico Boselli (Socialisti), Pier Ferdinando Casini (UdcRosa Bianca), Daniela Santanchè’ (La Destra-Fiamma Tricolore), Marco Ferrando (Partito comunista dei lavoratori), Flavia D’Angeli (Sinistra critica) e Roberto Fiore (Forza Nuova) e, ultimo arrivato, Bruno De Vita, candidato premier dell’Unione democratica per i consumatori, il movimento che fa capo a Willer Bordon e Roberto Manzione. E, se Clemente Mastella non dovesse accordarsi con Berlusconi, si rischierebbe di salire persino a undici.

Gli ultimi tasselli da mettere a posto, in ogni caso, riguardano ancora l’area centrista. Udc e Rosa bianca hanno raggiunto l’intesa anche nei dettagli e oggi Casini ufficializzerà la sua candidatura: ultimo nodo da definire, quello del simbolo, che alla fine dovrebbe esser costituito dallo scudocrociato, con in cima il nome di Casini e in basso il motto sturziano ”li-

beri e forti”. È invece tra i post-democristiani che gravitano nell’area berlusconiana che si registrano grossi nervosismi, nati soprattutto da ciò che si dice o che semplicemente filtra da palazzo Grazioli. Già dalla mattina, infatti, si è sparsa la notizia - poi confermata dal deposito al Viminale di simboli e apparentamenti - che la Dc di Giuseppe Pizza, titolare della versione ”originale” dello scudocrociato, correrà alleato con il Popolo delle libertà al Senato, ma soltanto in alcune regioni, prevedibilmente quelle ritenute in bilico nei sondaggi di Berlusconi. Quan-

Almeno dieci i candidati premier alle prossime elezioni politiche. E se Mastella non trovasse l’accordo con Berlusconi… to al destino di Clemente Mastella, ritornando a Palazzo Grazioli dopo aver presentato il programma della Pdl il Cavaliere ha spiegato: «Ho visto che va con la Dc di Pizza, hanno deciso di fare questa alleanza in alcune regioni e solo al Senato».

L’alleanza con Pizza e la frase sul destino di Mastella hanno provocato irritazioni sia nella Dca di Gianfranco Rotondi, sia nello

Il presidente della Giunta regionale della Campania Antonio Bassolino e altri 27 imputati sono stati rinviati a giudizio dal gup Marcello Piscopo nel procedimento per le presunte irregolarità nella gestione del ciclo dei rifiuti. Il processo inizierà il 14 maggio davanti alla quinta sezione del Tribunale di Napoli.

Rifiuti/2: una donna si da fuoco

di Susanna Turco

ROMA. La veloce marcia verso le

Rifiuti/1: Bassolino a giudizio

stesso Pizza, per non parlare del leader dell’Udeur. Così, da una parte la fronda anti-Cavaliere della Democrazia cristiana per le autonomie si pronunciava per bocca di Ermanno Cossiga definendo «sconcertante» l’atteggiamento di Berlusconi e aggiungendo che sarà per lui «un problema spiegare agli italiani che gli alleati fedeli si buttano a mare quando non servono più e si imbarcano i primi Dc che capitano, purché siano pronti cambiare bandiere» (in serata, tuttavia, Rotondi ha precisato che «il programma del Pdl va bene, restano solo da definire le candidature»). E dall’altra estremità del centro berlusconiano, Pino Pizza giurava con tono stentoreo: «Allo stato attuale, alle 17 e 55 di oggi, Clemente Mastella non è nelle mie liste né è prevista una alleanza con lui». Con Mastella medesimo a fare da controcanto: «In merito ad una mia eventuale candidatura alle prossime politiche, se ci sarà, con chi sarà, o se non ci sarà, questo dipenderà soltanto da me», dice prima in una nota. Per poi, poche ore dopo, annunciare la presentazione del simbolo del partitoi: «Saremo presenti con il Campanile in tutta Italia: i voti possono arrivare o non arrivare ma la dignità non è in vendita». Intanto, sullo Spazio azzurro del sito internet di Forza Italia impazzano le critiche del popolo azzurro. Il commento più frequente? «Se Mastella entra nel Pdl non vado a votare».

Si è cosparsa di benzina e si è data fuoco davanti al cancello posteriore della discarica di Taverna Del Re a Giugliano, in provincia di Napoli. Protagonista del gesto disperato compiuto questo pomeriggio è una donna che è stata prontamente soccorsa dai poliziotti e trasportata presso l’ospedale La Schiana di Pozzuoli.

Comitato bioetica: «Rianimare prematuri» Il Comitato nazionale di bioetica raccomanda «l’obbligo etico e giuridico di adottare nei confronti dei neonati estremamente prematuri gli stessi criteri previsti per la rianimazione di un bambino uscito dalla fase prenatale» e giudica «inaccettabile, oltre che scientificamente opinabile, la pretesa di individuare una soglia temporale ( 22-23 settimane) a partire dalla quale si rifiuti a priori qualsiasi tentativo di rianimazione». È l’elemento chiave di un documento approvato oggi, a larga maggioranza, dall’organismo consultivo della Presidenza del consiglio in materia di bioetica. Lo rende noto un comunicato. Il Comitato si è riunito oggi in assemblea plenaria, presieduto dal vicepresidente Lorenzo D’Avack.

Cassiera molestata. È sciopero Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato per domani lo sciopero nei supermercati Esselunga di Milano. Il presidio sarà dalle 10 alle 13 davanti alla filiale di via Papiniano, dove ieri è stata aggredita una commessa che la scorsa settimana aveva denunciato di aver subito del mobbing. Una manifestazione per denunciare «un fatto gravissimo e inaccettabile, una violenza avvenuta all’interno del supermercato, che chiama direttamente in causa la dirigenza Esselunga».

Gabriele Sandri: fu omicidio volontario Chiuse le indagini preliminari per l’omicidio di Gabriele Sandri, tifoso laziale ucciso l’11 novembre scorso nell’area di servizio Badia al Pino Est, in provincia di Arezzo, sull’A1. L’avviso è stato firmato dal procuratore capo di Arezzo Ennio di Cicco e dal suo sostituto Giuseppe Ledda. Per l’agente di polizia Luigi Spaccarotella rimane confermata l’accusa di omicidio volontario

Gravina: forse si trattò d’incidente Francesco e Salvatore Pappalardi, i due fratellini di Gravina in Puglia, rinvenuti ormai morti a 20 mesi dalla loro scomparsa, sarebbero caduti nella cisterna l’uno dopo l’altro, forse accidentalmente. Sarebbe questa la ricostruzione del fatto emersa dai primi elementi in possesso dei medici legali.


politica

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Un Berlusconi ombroso presenta il programma del Popolo della libertà

Sette missioni, nessun miracolo di Errico Novi

ROMA. Lo ripete alla fine della lunga conferenza stampa, «non faremo miracoli». E su questa frase indugia per darle peso, come se volesse farne la vera chiave del programma. Silvio Berlusconi presenta le «Sette missioni per il futuro del Paese» della sua corsa a premier all’auditorium della Conciliazione, a pochi metri da San Pietro. Si sofferma a lungo su tutti i punti chiave, dalla pressione fiscale che «scenderà gradualmente sotto il 40 per cento» al ponte sullo Stretto di Messina. Ma in un’ora di discorso non ricorre mai all’enfasi ottimistica delle quattro precedenti campagne elettorali. Sorride poco, adotta per lo più il tono sobrio se non grave, e spiega molte più cose di quante siano scritte nelle 12 pagine del documento in quel passaggio sui «vincoli esterni» a cui è sottoposta l’Italia: «Teniamo conto della crisi dell’economia, dei parametri Ue, e della realtà dei conti che andiamo a ricevere». Certo, il leader del Pdl si sofferma sull’impegno di sempre, «non metteremo le mani nelle tasche dei cittadini», ma si sforza con tutte le armi retoriche che possiede di non trasmettere illusioni. Non che manchino le previsioni ambiziose, nel programma presentato ieri alla stampa. Basta sommare le tante ipotesi di detassazione, da quelle per le imprese costituite da giovani all’abolizione delle imposte su successioni e donazioni «reintrodotte dal governo Prodi». È previsto il bonus bebè e l’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Con un pizzico di orgoglio in più Berlusconi annuncia che «in caso di vittoria, nel primo Consiglio dei ministri approveremo la defiscalizzazione degli straordinari e di tutti gli incentivi legati alla produttività». Non ci sono accenni al costo complessivo degli interventi ma nemmeno ci si lancia in particolari velleità sui tempi d’attuazione. D’altronde l’ex presidente del Consiglio ribadisce di affidarsi anche all’opinione degli elettori, per fissare le priorità: «Il programma potrà essere integrato a seconda di quello che ci dirà la gente». Si riferisce ai questionari che saranno distribuiti oggi e domani da gazebo allestiti in tutta Italia. Tre paginette in cui si chiede quali sono le iniziative più urgenti in tre campi: sicu-

L’addio ufficiale al liberalismo di Bruno Tabacci eggendo il programma della PDL si vede la mano di Tremonti. Emerge un rigurgito di colbertismo. Più Stato per difenderci dalla globalizzazione. Si offre protezione. È il pensiero debole del leghismo (più quote e dazi per difendere le nostre produzioni dalla concorrenza asiatica) che si salda con lo stile monopolista di Berlusconi. Ma l’Italia ha bisogno di uno Stato più forte per battere le corporazioni e le rendite diffuse, creando più concorrenza. Non si tratta certo di sostituirsi al mercato, ma di esaltare la sua funzione di misuratore di efficienza per creare risorse da destinare ai più deboli. E anche si ripropone nel programma della PDL uno scetticismo pericoloso nei confronti dell’Europa. Se non fossimo stati stimolati dall’Europa, saremmo ancora più fanalino di coda. E quel poco di concorrenza che c’è in Europa la si deve alle iniziative di Bruxelles e alla positiva esperienza del commissario Monti sul versante dell’apertura dei mercati. Berlusconi non perde né il pelo né il vizio. È rimasto quello del ’94. Un finto liberalizzatore, un monopolista deciso a difendere lo spazio dei suoi interessi con le unghie e con i denti. E contagia su questa strada anche Veltroni. Vorrebbe che il duopolio dell’informazione televisiva, diventasse il

L

rezza, famiglia e sviluppo. In qualche modo ricompare il Berlusconi di piazza San Babila, quello che aveva deciso di organizzare il nuovo partito dal basso, attraverso i Circoli e i banchetti nelle piazze. Un modo per condividere la responsabilità, anzi il «coraggio di raccogliere l’eredità di questo governo».

Ma le parole rivelatrici non sono quelle pronunciate all’auditorium. Nel primo pomeriggio di ieri, ai cronisti che lo hanno atteso all’ingresso di Palazzo Grazioli, Berlusconi dice quello che pensa davvero: «Il programma che abbiamo presentato oggi è stato depositato perché la legge lo richiede, e indica la nostra volontà: ma alla fine della campagna penso di fare ancora il contratto con gli italiani, con le cose principali». Come se a quell’elenco comunque lungo di impegni ci credesse sì, ma fino a un certo punto. Come se venisse prima di tutto quel ristretto condensato di slogan, di parole d’ordine che fa parte del codice segreto comprensibile solo al leader e agli elettori. Nonostante ieri in sala

conferenze ci fossero ad ascoltarlo in prima fila gli altri big della mini coalizione, Gianfranco Fini, Giulio Tremonti, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Raffaele Lombardo e il nuovo acquisto Pino Pizza, depositario del simbolo originale della Dc che sarà apparentato con il Pdl al Senato. Tutti lo hanno ascoltato in disciplinato silenzio, e sono apparsi un po’ perplessi per l’introduzione felpata e prudente della campa-

canovaccio del bipartitismo all’italiana. E non è un caso se sull’altro fronte il programma di Veltroni per molti aspetti appare analogo. O “copiato”, come dice il Cavaliere. Ecco perché c’è bisogno di un centro riformatore che spieghi agli italiani che senza riforme strutturali non si va da nessuna parte. Berlusconi cerca di rassicurare il suo blocco sociale con la protezione. Così invece di prospettare al paese una fase coraggiosa, ne prospetta una difensiva. Quando l’Italia ha adottato quelle politiche, si è ritirato dalla sfida mondiale. L’esempio della Fiat è emblematico. Ora per fortuna, c’è un tessuto solido di imprese che ha scelto di rischiare nella competizione mondiale. E’ questa la grande speranza. Il diritto di crescere economicamente e socialmente è unitamente connesso al dovere di rischiare e di mettere in discussione le nostre presunte certezze. Su questi messaggi, Berlusconi appare sempre più il vecchio e il programma della PDL ne sancisce la cifra culturale e poltica. Più che dell’usato sicuro, della furbizia, abbiamo bisogno del nuovo costruito sul sacrificio della sfida, dell’innovazione, della responsabilità personale.

2001-2006. Oltre al ponte sullo Stretto c’è naturalmente la Tav e la previsione sui posti di lavoro creati dalla riapertura dei cantieri, «almeno 350mila». Dal programma presentato alle Politiche di due anni fa viene in parte ripreso il ”Piano casa”, integrato con interventi nelle aree urbane svantaggiate, progressiva tassazione separata dei redditi da locazione e riduzione dei mutui. Ma ci sono anche novità che definiscono per

gione alle aspettative dei cattolici.Tra le intenzioni manifestate in materia di giustizia non manca un riferimento alla «riforma della responsabilità civile, penale e disciplinare dei magistrati». Tradotto, potrebbe voler dire una modifica della composizione del Csm. Sul reperimento delle risorse ci si sofferma negli ultimi paragrafi delle «sette missioni», un po’ più lunghi degli altri, in cui ci si richiama al federalismo fi-

Nelle dodici pagine c’è l’eco delle precedenti campagne, dalla riduzione della pressione fiscale sotto il 40 per cento all’abolizione dell’Ici. Non mancano novità da partito “legge e ordine”, come le pene più aspre per le violenze su donne e minori gna elettorale ma anche consapevoli che la situazione è quella descritta dal candidato premier, e che dunque è difficile imporre uno stile diverso.

Ci sono molte cose che riecheggiano dalle precedenti campagne, seppur presentate con il tono grave e non più immaginifico. A cominciare dalla ricordata abolizione dell’Ici sulla prima casa e dalle grandi opere avviate nel quinquennio

il Pdl un profilo da partito legge e ordine: l’inasprimento delle pene per chi fa violenza su donne e minori, per esempio. O la difesa «dagli attacchi alla legalità dei vari disobbedienti» e l’aumento delle pene per le violenze commesse contro le forze dell’ordine. Qui sembra vedersi il peso e l’influenza di An, così come quel passaggio in cui si pronuncia un inequivocabile no all’eutanasia «e simili» dà ra-

scale ipotizzato dall’avanguardia formigoniana e a un «piano straordinario di finanza pubblica», che consisterà nell’immissione sul mercato «di una quota di patrimonio pubblico» corrispondente alla prevista riduzione del debito per un punto di Pil. Ci penseranno, dice Berlusconi, dodici ministri più tre senza portafoglio. E anche di questa novità Silvio parla con tono sobrio e assai diverso dal passato.


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L’ITALIA AL VOTO

La comunicazione politica sotto esame

lessico e nuvole

Il bisteccone al sangue di Tonino

Quelle frasi che passeranno alla Storia di Giancristiano Desiderio

di Arcangelo Pezza E’ difficile essere severi con Antonio Di Pietro. Nei due anni di governo non solo si è proposto come uomo del “sì”, in antitesi al partito dei “no”capitanato da Pecoraro Scanio, ma è diventato pure un valente comunicatore televisivo, conteso dai talk per la capacità di innalzare lo share. Sarà che da uno come lui («scarpe grandi cervello fino», si diceva un tempo per elogiare la furbizia contadinesca alla Bertoldo), lo spettatore si aspetta di tutto, perfino qualche brandello di verità nel flusso ambiguo della comunicazione politica. Con lo stesso spirito, si possono valutare i primi passi della campagna elettorale dell’Italia dei Valori. Sui cartelloni, come su un banco di macelleria, giace in bella vista una costata. Intorno piccole frecce conducono ai risultati ottenuti da Di Pietro durante la precedente legislatura (-40% costi comunità montane, -60% circoscrizioni comunali…). In alto lo slogan: «Abbiamo tagliato il grasso alla politica». In basso la prosecuzione del claim: «Ora togliamo il marcio.Via i condannati dal Parlamento”. Che in sé è certo metafora perfetta per veicolare il “DiPietroPensiero” (si veda su clandestinoweb.com lo scambio di pareri tra lo spin-doctor Luigi Crespi e l’agenzia di comunicazione che ha pensato la campagna dell’Idv).

Eppure qualcosa non torna. La bistecca sembra il perfezionamento della proverbiale fetta di salame che l’elettore incazzato allegava alla scheda elettorale dispregiando la “casta” (avete mangiato tutto, adesso mangiatevi pure questa). E questo ci sta. La protervia di ergersi a censore, levando il marcio è invece respingente: sa di turlurù. E se Di Pietro non vuol finir Cacasenno dovrebbe compulsare di più il grande La Rochefoucauld che era dei moralisti l’ironico fustigatore. D’altronde ricordava «se non avessimo difetti, non proveremmo tanto piacere a notare quelli degli altri».

Il Walter ama Perugia. Il capoluogo dell’Umbria gli ispira frasi storiche. Ieri era particolarmente predisposto per passare alla Storia. Ha detto: «Noi crediamo in una società mobile, una società in cui si deve sperare che il domani sarà meglio dell’oggi». Grande. Perché, come è noto, solitamente gli esseri umani sperano il contrario: sperano che il domani sia sempre peggiore. E siccome una ciliegina tira l’altra, il Walter ha aggiunto un’altra frase il cui senso resta un po’ misterioso ma che, siamo sicuri, apparirà più chiaro agli storici quando la potranno leggere a cose fatte e più chiare: «Si sente un’aria del tutto nuova. C’è qualcosa che i sondaggi non misurano, una voglia di nuovo che noi intercettiamo». Storica anche la frase della giornalista Paola Ferrari nel motivare la decisione di candidarsi con Daniela Santanché: «Ho esitato, ma solo per i miei due padroni, il centro della mia vita: i miei figli, Alessandro e Virginia. Hanno nove anni e mezzo e otto anni e mezzo, sono troppo piccoli perché possa parlare con loro di politica. Ma sono, e si sentono, profondamente italiani. Un giorno capiranno perché la mamma ha fatto questa scelta». Ma a quel punto sarà troppo tardi per intervenire.

Non vi fidate dei sondaggisti? Fate bene. Meglio fare la “media”, per sbarazzarsi di errori e propaganda

Il sondaggio dei sondaggi Pdl+Lega

la media di oggi Swg Demop. Demosk. Crespi Eurom. Digis Eurisko 27 febbraio

27 febbraio

26 febbraio

25 febbraio

23 febbraio

20 febbraio

20 febbraio

44,4

Udc+Rb

Pd+Idv

Sin-Arc

Destra

Socialisti

6,9

37,2

6,9

1,8

1,0 0,6 0,5 1,8 0,8 1,3 0,7

(-0,3)

(-0,1)

(+0,5)

(-0,2)

(-0,2)

42,7 45,0 44,0 44,3 46,4 43,4 45,4

7,4 6,0 7,0 7,5 5,7 7,7 7,5

37,2 37,0 36,5 35,5 36,4 38,3 39,0

7,2 8,0 8,5 7,0 7,9 6,6 5,8

1,7 2,0 2,0 3,6 1,2 1,5 1,0

(=)

La “media di oggi”è calcolata sugli ultimi sette sondaggi di istituti diversi. Queste le coalizioni presunte: PdL con Lega e Mpa, Pd con Idv e Radicali, Udc con Rosa bianca, Destra e Socialisti da soli. La data è relativa all’ultimo giorno in cui è stato effettuato il sondaggio.

di Andrea Mancia Aggiungiamo alla nostra tabella i dati del nuovo sondaggio Swg commissionato dalla trasmissione televisiva AnnoZero, relativo alle intenzioni di voto del 26-27 febbraio. Visto che Swg non fornisce percentuali precise, ma “forchette di oscillazione”, i nostri numeri sono le medie aritmetiche (approssimate per difetto) tra i due estremi di queste “forchette”. Come sempre, i sondaggi Swg sono molto positivi per il Pd e molto avari con il PdL. In questo caso, però, rispetto al vecchio sondaggio Swg (18 febbraio), la coalizione guidata da Berlusconi rimane stabile al 42,7%, mentre quella guidata da Veltroni guadagna lo 0,5% e arriva al 37,7%. Lieve calo (inferiore al punto percentuale), per Sinistra Arco-

baleno (7,2%) e Udc+Rb (7,4%), mentre Destra (1.7%) e Socialisti (0,6%) restano stabili, anche se con prestazioni non esaltanti. Con l’inserimento del sondaggio Swg (e la scomparsa del sondaggio Ipr del 19 febbraio), la media del distacco tra PdL e Pd si riduce al 7,2% (-0,8%), ma si conferma la sensazione il distacco tra le due coalizioni maggiori, anche se calcolato in ampiezze diverse dai vari istituti di ricerca, sembra ormai piuttosto stabile. Un’ultima annotazione tecnica: da oggi, nella tabella, sotto al calcolo della media di ogni singola coalizione verrà anche specificata la differenza percentuale con la media del giorno precedente. Arrivederci alla prossima settimana.


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L’ITALIA AL VOTO

Torino, piazza San Carlo: il comizio di Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, il primo maggio 1953, alla vigilia delle elezioni politiche del 7 giugno

La novità del Centro. Le previsioni dei politologi/5 Paolo Pombeni

«Torna l’era dell’equilibrio e del realismo» colloquio con Paolo Pombeni di Riccardo Paradisi

ROMA. Professore ordinario di Storia dei sistemi politici all’Università di Bologna, editorialista del Messaggero, Paolo Pombeni è uno studioso dei sistemi politici nella storia contemporanea. Con lui si conclude il viaggio nel centro che liberal ha percorso in questi giorni ascoltando Stefano Folli, Giacomo Vaciago, Gianfranco Pasquino e Piero Ignazi. Che succede professor Pombeni alla politica italiana? Per la prima volta il quadro sembra mutare radicalmente la sua forma. Io ho l’impressione che stiamo tornando a uno schema che era in voga nell’800, si chiamava la teoria razionale dei partiti politici. Secondo questa teoria in natura esistono 4 partiti: il partito radicale, il partito liberale, quello reazionario e quello liberalconservatore: lo spettro che va dalla sinistra alla destra. Il sistema, spiegava la teoria, può essere in equilibrio quando i liberali e i liberalconservatori tengono sotto la loro egemonia le estreme. La congiunzione dei centri, veniva chiamata, un alleanza tra i moderati. E lei vede questo schema applicabile al terreno politico italiano? La realtà è sempre più complicata degli schemi che vorrebbero ingabbiarla, quella italiana poi... I partiti che dovrebbero rappresentare quelli medi della teoria razionale di cui dicevo presentano un grado di differenziazione interna molto alta e anche spinte verso le estreme. Si tratta di vedere se all’interno di queste coalizioni la parte più centrista riuscirà a mettere la museruola ai più radicali di destra o di sinistra. Ci riuscirà? In un sistema maturo si, questi partiti ci riuscirebbero, in un sistema acerbo, co-

me il nostro, in fieri, potrebbero avere bisogno di un condizionamento esterno. La Dc era il condizionamento che obbligava le estreme a moderarsi, a convergere, a non prescindere da quel baricentro. Ma la Dc aveva dalla sua la paura che percorreva tutta la prima Repubblica: quella di cadere sotto una rivoluzione totalitaria di destra o di sinistra. Beh la paura oggi in Italia è una delle poche cose che non mancano. E la paura è un fattore politico fondamentale. È verissimo. Siamo in un’altra stagione attraversata dalla paura. Una paura diversa da quella della guerra fredda. A spaventare oggi, a produrre angoscia su vasta scala è la grande trasformazione delle nostre vite indotta dalla globaliz-

Lei che ne pensa? Questo centrodestra è sicuramente sbilanciato a destra, ha sposato una politica fortemente populista. Il messaggio che Berlusconi continua a inviare è dopotutto tranquillizzante: sul fisco, sui temi dell’ambiente, che non vengono presi in considerazione. E poi la presenza della Lega non è innoqua. Il partito di Bossi è portatore di una vena populista molto forte che poggia sull’idea che esistono due Italie. Un’idea che fa molta presa, perchè i problemi che agita la Lega sono assolutamente reali. Perciò il Centro sarà di nuovo necessario? Credo di si, che per il Centro c’è una funzione da svolgere: gestire questa transizione, testimoniare i valori del

«Non si governano le grandi trasformazioni in corso indotte dalla globalizzazione spingendole agli estremi, senza cioè una buona dose di moderazione e la capacità di rassicurare» zazione e la coscienza che l’era della grande abbondanza è finita. E questo che cosa determina politicamente? Che lo spazio politico che si apre nell’immediato futuro appartiene a quei partiti che tendono al centro, non si governano le grandi trasformazioni in corso spingendole agli estremi, senza cioè una grande capacità di equilibrio e di moderazione. Si governa sempre stando al centro, la domanda da farsi è: sarà di nuovo necessaria una forza esplicitamente di centro per farlo?

realismo politico Il centro ha il compito di dire: troviamo una via media, rinunciamo tutti a qualcosa. Non deve parlare il linguaggio dei due grandi partiti pigliatutto A chi si riferisce quando parla di partiti pigliatutto è chiaro ma che cosa intende con questa formula? Il partito pigliatutto ha come stile comunicativo quello di far credere che siamo ancora nella fase della grande affluenza, che nella redistribuzione c’è ancora da prendere. Anche i grandi partiti della Prima

repubblica, Dc e Pci, ognuno a modo suo, però avevano questo stile. Non sono d’accordo. Se si pensa alla politica della ricostruzione si inventarono slogan come ”lavoratori del braccio e della mente”, o ”tutti proletari tutti proprietari”, il fine di uno come De Gasperi era quello di unificare il Paese intorno a una forma di solidarietà complessiva che sarebbe costata sforzo e sacrifici. È diverso dall’idea ce n’è per tutti. Il compito del centro è proprio questo: la ricostruzione di quello spirito. Ma mi rendo conto che non è semplicisssimo. Si tratterebbe di dire agli italiani che la festa è finita, di convincerli che è giusto riconvertire uno stile di vita che ormai ha determinato una mutazione antropologica rispetto a gli anni ’50 e ’60. Non solo non è semplice è quasi impossibile. Ma lei vede alternative? E poi io credo che la gente si ponga il problema che stiamo affrontando. Si rende conto che stiamo continuando a ballare sul Titanic e chiede di sapere dove sono le scialuppe di salvataggio, quale è il progetto per uscire dall’incaglio. Esiste un elettorato riflessivo che la formula del voto utile non riesce a convincere? Credo di si.Vede l’aspetto lideristico dei partiti più grandi, le semplificazioni grossolane che continuano a usare nel dibattito infastidiscono quello che lei chiama l’elettorato riflessivo. D’altra parte non esistono voti inutili, sono utili tutti i voti che vanno a partiti che fanno politica responsabile. Il voto al Pli o al Pri mica era un voto buttato via ed erano partiti attestati sul 2-4 per cento. Il centro oggi raccoglie circa il 7 per cento dei consensi.


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mondo

Un decreto di Putin avalla la rimozione di Lenin e la costruzione di un cimitero memoriale alle porte di Mosca

Via il mausoleo dalla Piazza Rossa di Fernando Orlandi el 1998 Boris Nemtsov, all’epoca uno dei più stretti associati di Boris Eltsin, raccontò in una intervista che il presidente russo, prima di ritirarsi a vita privata, era determinato a realizzare alcune cose, e fra queste la rimozione del corpo imbalsamato di Lenin dal mausoleo sulla Piazza Rossa. È rimasto uno degli obiettivi irrealizzati di Eltsin, che aveva tentato fin dalla fine dell’Urss, su suggerimento di Anatolii Sobchak, il leader del movimento democratico di San Pietroburgo, di dargli sepoltura nel cimitero di Volkovskoe, accanto alla madre, Mariya Ulyanova. Da Lenin a Stalin, da Ho Chi Minh a Mao Zedong, ogni capo comunista ha goduto del culto macabro del suo corpo e ha avuto il proprio mausoleo. Culto politico e quindi sottoposto agli andamenti della politica. Così il 31 ottobre 1961, alla seconda ondata di destalinizzazione di Nikita Khrushchev, il corpo di Stalin venne rimosso dal mausoleo, dove giaceva dal 1953 accanto a Lenin, e sepolto nelle mura del Cremlino. Alla nuova tomba si recò prontamente a rendere onore una delegazione cinese guidata da Zhou Enlai, in un evidente gesto di polemica politica di Pechino. Il mausoleo di Mosca è in qualche modo il modello di tutti gli altri, modello seguito meticolosamente anche nel rito della visita, con l’attesa, la coda e il divieto di sostare davanti alla salma. Il mausoleo incarna l’immortalità rivoluzionaria e preserva «la struttura biologica di un monumento storico», come amava direYurii Denisov, direttore del Laboratorio delle strutture biologiche di Mosca, l’organizzazione incaricata di preservare il corpo di Lenin e dell’imbalsamazione dei dirigenti comunisti. Alla morte di Lenin, il 21 gennaio 1924, iniziò il culto della sua persona, in una miscela di rituali politici e religiosi. Il Politbyuro decise, contro la volontà del defunto e della moglie, di farlo imbalsamare ed esporre al publico. Aleksei Abrikosov si trovò ad organizzare in pochi giorni un’imbalsamazione provvisoria, e la salma venne esposta in un mausoleo altrettanto provvisorio di legno, realizzato in tre giorni dall’architetto Aleksei Shchusev. Terminate le cerimonie funebri prese il via una serrata discussione: imbalsamarlo o ibernarlo? In Germania si acquistò l’at-

N

Da Lenin a Stalin, da Ho Chi Minh a Mao Zedong, ogni capo comunista ha goduto del culto macabro e tutto politico del proprio corpo. Per tramandare ai posteri la minaccia dell’immortalità rivoluzionaria trezzatura per l’ibernazione, ma chi doveva utilizzarla temeva di commettere errori. La spuntò Boris Zbarskii, vicedirettore del’Istituto di chimica, affidandosi alla tradizione, all’antica arte egiziana dell’imbalsamazione. Nel frattempo il cadavere stava degenerando e il 26 marzo 1924 il mausoleo venne chiuso. Si rinnovò l’edificio, sempre una struttura lignea, e nell’agosto successivo, in una nuova cripta fu esposto nuovamente il corpo. In quei mesi Vorobev e Zbarskii

avevano compiuto un mezzo miracolo, rinnovato regolarmente: ogni anno, anno e mezzo il corpo di Lenin sarà sottoposto a una manutenzione, con l’immersione in una soluzione di varie sostanze chimiche a base di paraffina. Nel 1929 all’architetto Shchusev e alcuni altri collaboratori fu affidato l’incarico di realizzare una nuova struttura, destinata a restare nel tempo. Dal luglio 1929 all’ottobre 1930 fu progettato e rea-

Da stasera Russia al voto: partito il count down per l’elezione (scontata) di Medvedev I PRIMI SEGGI, nelle regioni più orientali, apriranno stasera, quando in Italia scoccheranno le 21, gli ultimi verranno chiusi alle 19 italiane di domenica. Con i suoi 11 fusi orari e 109 milioni di aventi diritto, la Federazione russa si appresta a eleggere il nuovo presidente. Si vota dalle 8 del mattino alle 20 della sera. Se il nome del prossimo capo di Stato è noto da tempo, per conoscere la portata della sua vittoria Dmitri Medvedev dovrà attendere domenica (ore 21 di Mosca), quando saranno diffusi i primi exit poll. In un Paese dove è stata cancellata la soglia minima di affluenza richiesta, la partecipazione al voto rimane comunque l’unica incognita di queste presidenziali ad esito scontato.

lizzato quel parallelepipedo che tutti conosciamo: marmo, porfido e granito rosso. Sul rostro del mausoleo si schierava tutta la dirigenza del Pcus in occasione delle grandi parate che celebravano le ricorrenze dell’epoca sovietica. Quando il 22 giugno 1941 la Germania nazista ruppe il patto Molotov-Ribbentrop e attaccò l’Unione Sovietica, al Cremlino decisero di trasferire la salma a Tyumen, oltre duemila chilometri a oriente di Mosca, dove rimase fino al marzo 1944. Ma a Tyumen un maldestro inserviente pulì la salma con acqua calda, scatenando una reazione chimica che la ricoprì di bolle e dette vita a un severo attacco di muffe. Il danno fu assai grave e alcuni sostengono che del corpo originale oramai sia rimasto molto poco o sia stato sostituito con una statua di cera. Dal 1991 ad oggi più volte si è posta la questione della salma di Lenin e del mausoleo. Dopo i tentativi di Eltsin, il suo successore si mostrò di altro avviso.

Nel 2001 Vladimir Putin affermò: «Molte persone in Russia associano la loro vita col nome di Lenin… rimuovere la salma sarebbe come dire loro che hanno rispettato falsi valori, che le loro vite sono state vissute invano». Ma lo scorso ottobre l’ufficiale quotidiano governativo Rossiiskaya gazeta, ha fatto sapere che al Cremlino si stava pensando a un referendum sul destino del mausoleo e della salma. Vladimir Kozhin, il potente capo del dipartimento che amministra i beni della presidenza, aggiungeva sardonico: «Non ha senso avere questa necrocopoli nel cuore della Russia». Qualche anno fa Putin ha firmato il decreto con il quale si stabilisce la costruzione di un cimitero memoriale, sulla falsariga di quello statunitense di Arlington. Intervistato qualche giorno fa da Zhizn, il progettista Sergei Goriaev ha fatto sapere che si pensa al trasferimento di Lenin al cimitero memoriale, che dovrebbe essere inaugurato nel 2010. Insomma, via dalla Piazza Rossa ma con un posto nel prossimo memoriale della Russia. Il Laboratorio delle strutture biologiche ha cambiato nome, ma continua le sue attività, sempre protetto da un velo di segretezza. Gli è ancora affidato il corpo di Lenin, ma adesso si occupa soprattutto dei nuovi ricchi.


mondo

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d i a r i o

d e l

g i o r n o

Iraq, rapito il vescovo di Mosul ll vescovo caldeo di Mosul, monsignor Faraj Raho, è stato rapito. Le tre persone che erano con lui sono state uccise. Lo riferisce ad AsiaNews Rabban al Qas, vescovo di Arbil, che ha ricevuto la notizia direttamente da Mosul. I rapitori avrebbero già stabilito un contatto e avanzato delle richieste. Il sequestro - riporta il canale Ishtar Tv - è avvenuto intorno alle 17.30; Raho era appena uscito dalla Chiesa del Santo Spirito. «Il vescovo è in mano ai terroristi dice Rabban al Qas - ma non sappiamo in che condizioni di salute sia ora. I tre uomini che erano con lui in macchina, tra cui il suo autista, sono state uccisi È un momento terribile per la nostra Chiesa, pregate per noi». Secondo l’agenzia di stampa Reuters, che cita fonti della polizia locale, i sequestratori lo avrebbero caricato su un veicolo facendo perdere le proprie tracce.

L’Oic riconosce l’indipendenza

Il Kosovo aprirà all’Islam radicale?

La determinazione di Israele Israele non allenta la morsa sulla Striscia di Gaza, colpita con tre nuovi raid aerei, e minaccia un’offensiva terrestre su vasta scala se non si fermeranno gli attacchi di Hamas contro la regione del Negev. Il premier israeliano, Ehud Olmert, affronterà nel fine settimana la situazione con i ministri del suo governo e gli alti comandi di sicurezza. Il governo ha oggi attivato un sistema di allerta con sirene, ma intanto pensa alla controffensiva. «Faremo di tutto» per costringere Hamas a interrompere la pioggia di razzi sul territorio israeliano, ha detto il vice-ministro della Difesa, Matan Vilnai, alla radio dell’esercito, arrivando a a usare il termine “shoah” per indicare le perdite a cui andranno incontro i palestinesi se Hamas non fermerà gli attacchi. Fedeli musulmani in preghiera davanti alla moschea di Pristina

di Rossella Fabiani l Kosovo diventerà la nuova porta dell’Islam radicale in Europa. A Belgrado ne sono certi. Ma quella delle autorità serbe non è soltanto inevitabile propaganda contro la neonata Repubblica kosovara. Qualcosa, in realtà, si sta già muovendo a Pristina e fuori. Lo dimostra anche la dichiarazione arrivata il giorno dopo la proclamazione dell’indipendenza dal Seniors Official Meeting dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oic) che si è riunito a Dakar in preparazione del summit che si terrà il 13 e il 14 marzo nella capitale del Senegal. Il segretario generale dell’Oic, Ekmeleddin Ihsanoglu, ha assicurato il «sostegno incondizionato al popolo kosovaro» a nome del più influente organismo islamico mondiale. Questo significa che tutte le nazioni musulmane appoggeranno il Kosovo come Stato indipendente. Ma è anche la sanzione di un’opera cominciata già da tempo: gli organismi di aiuti umanitari, provenienti dall’Arabia Saudita, dall’Iran e dai Paesi del Golfo, si sono moltiplicati in Kosovo negli ultimi anni. Milioni di dollari sono arrivati attraverso fondazioni islamiche come la Islamic Relief Agency, il Qatar Charitable Committee la Red Crescent Iran e il Kuwaiti Joint Relief Committee. Ma la fondazione che ha più influenzato la causa islamica è il Saudi Joint Relief Committee che ha fornito non solo aiuti umanitari ma ha realizzato nuove scuole coraniche per la formazione degli imam, nuove mo-

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schee, traduzioni del Corano e letteratura islamica. Da quando è cominciato lo smembramento della Yugoslavia, seguito dalle cruente guerre civili fino all’indipendenza del Kosovo, i Balcani hanno conosciuto un risveglio islamico generalizzato. La presenza delle maggiori organizzazioni islamiche e, sopratutto, i finanziamenti massicci del mondo islamico hanno dato una forte spinta alla jihad nei Balcani, particolarmente in Bosnia-Herzegovina, in Albania e in Kosovo. Ed è questa una delle

Hashim Thaci getta acqua sul fuoco e assicura che non intende creare uno Stato islamico ma una nazione dove i diritti delle minoranze saranno rispettati ragioni di preoccupazione della Serbia, ma anche di altri Paesi, di fronte alla prospettiva di una nuova islamizzazione dei Balcani. La regione è ormai considerata da molti anni il trampolino per un nuovo rilancio dell’Islam in Europa. Ma l’ex leader dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Kla) e oggi primo ministro, Hashim Thaci, getta acqua sul fuoco. Ha assicurato che non intende creare uno Stato islamico, ma una nazione dove i diritti delle minoranze saranno rispettati. Le polemiche religiose, i

lunghi anni di presenza ottomana e le guerre più recenti, tuttavia, hanno riacceso i problemi di identità religiosa e culturale. Si sa, da una parte e dall’altra, che la convivenza fra cristiani e musulmani è stata in molti periodi della storia dei Balcani, fino ai tempi moderni, un mito piuttosto che una realtà storica. Anche il terrorismo islamico e la stessa al Qaeda si sono dati appuntamento nei Balcani già negli anni ’90. Molti dei mujahedin islamici, di diverse nazionalità, sono rimasti nel territorio dopo la fine delle tante guerre, hanno messo su famiglia e adesso vivono stabilmente nella regione. E, secondo molti osservatori, rappresentano adesso una specie di serbatoio per i movimenti musulmani che spingono sul fuoco della jihad globale. Tutto questo rappresenta una complicazione nella partita del riconoscimento internazionale del Kosovo indipendente che si sta giocando all’Onu. A livello del mondo musulmano, invece, i riconoscimenti si moltiplicano. Il presidente della più grande organizzazione musulmana dell’Indonesia, la Nahdatul Ulama, Hasyim Muzadi, ha invitato gli intellettuali musulmani del Kosovo al Forum internazionale degli “Esperti musulmani” che si terrà a Giacarta nel luglio prossimo. Nel frattempo, continuano le riunioni preparatorie per il summit dell’Oic a Dakar dove, senza dubbio, il Kosovo riceverà ufficilmente l’investitura di membro a parte piena dell’Organizzazione della Conferenza Islamica.

A morte Alì il chimico La presidenza irachena ha approvato l’esecuzione per impiccagione di Hassan al-Majid, il cugino di Saddam Hussein meglio noto come “Ali il Chimico”, condannato a morte per il suo ruolo nella campagna di sterminio contro i curdi ad Anfal nel 1988. Non è al momento chiaro quando avverrà l’esecuzione, decisa nel giugno dello scorso anno al termine di un processo che vide la condanna per genocidio anche di Rashid al Tikriti, ex alto ufficiale, e di Sultan Hashem, ex ministro della Difesa. Nella cosiddetta “campagna di Anfal” rimasero uccisi 180mila curdi, sterminati dai gas lanciati sui loro villaggi.

Stop ad operazione contro milizie Pkk Le forze armate turche hanno completato la loro missione nel Kurdistan iracheno contro le milizie curde del Pkk e sono rientrate oltre il confine: lo hanno annunciato le autorità militari di Ankara.

L’Europa resti compatta La Slovenia, che ricopre la presidenza di turno dell’Unione Europea, chiede ai partner Ue di formare un fronte unito rispetto alle esigenze imposte dagli Stati Uniti, che firmano accordi bilaterali à la carte per garantire la sicurezza dei voli transatlantici secondo i loro criteri. Il caso della Repubblica Ceca - che ha concesso la presenza di poliziotti armati sugli aerei da e per gli Usa, in cambio dell’esenzione dal visto per i propri cittadini che si rechino oltreoceano - destabilizza la compattezza della politica comunitaria europea.

La Danimarca punta sulla Ue Nel 1993 la Danimarca aveva preteso, per accettare il trattato di Maastricht, quattro deroghe che la tenessero fuori dalla cooperazione nei campi della politica monetaria, della difesa, della giustizia e della cittadinanza. Queste concessioni erano state necessarie per far rivotare i danesi sul trattato che avevano respinto una prima volta nel 1992. Otto anni dopo, il Paese ha confermato il suo euroscetticismo votando “no”, in un nuovo referendum, all’adozione dell’euro. Il premier Anders Fogh Rasmussen, che punta alla presidenza dell’Ue, oggi vuole mettere fine all’eccezione danese.

Karzai non controlla l’Afghanistan Dopo sei anni di missione militare e miliardi di dollari spesi in aiuti internazionali, la situazione di sicurezza in Afghanistan ”si sta deteriorando” e il governo del presidente Hamid Karzai controlla meno del terzo del Paese. Lo ha rivelato ieri Mike McConnell, il direttore dei servizi segreti Usa, in un rapporto presentato al Senato statunitense.


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Creato

L’aborto in pillole: bugie, complicità e silenzi sulla Ru486 In America è stato il New York Times a rivelare i numerosi decessi

KILL PILL di Assuntina Morresi iente di automatico per la commercializzazione della Ru486 in Italia: l’Aifa, l’ente di farmacovigilanza italiano, sta esaminando la documentazione fornita dalla Francia, il paese che ha chiesto di commercializzare la pillola abortiva in Italia mediante la procedura di mutuo riconoscimento. A pronunciarsi sull’autorizzazione per la diffusione della pillola abortiva nel nostro paese deve essere il Consiglio di Amministrazione dell’Aifa, che non ha ancora preso in esame la faccenda. Le notizie riguardanti l’annunciato via libera per una prossima diffusione della Ru486 altro non erano che una “soffiata” sui lavori in corso all’interno dell’Aifa, condotti dalla Commissione tecnico scientifica interna all’ente, il cui presunto parere favorevole “non comporta automaticamente la disponibilità del farmaco sul mercato”: così si è espresso in un comunicato Romano Colozzi, componente del CdA dell’Aifa, dopo che su tutti i media era rimbalzata la notizia dell’ingresso della Ru486 in Italia.

N

Una precisazione imbarazzata ma dovuta, da parte dell’Aifa, che dimostra ancora una volta quanto poco la faccenda della pillola abortiva abbia a che fare con pratiche sanitarie e di salute delle donne, e quanto invece sia una questione squisitamente ed esclusivamente politica. È bene spiegare ancora una volta che in Italia non esiste

alcun divieto all’aborto farmacologico: nel nostro paese non si utilizza la Ru486 per abortire per il semplice motivo che fino allo scorso novembre la Exelgyn, la ditta che produce la Ru486, non ne ha mai richiesto la commercializzazione in Italia. E non certo per timore di boicottaggi da parte degli antiabortisti, come invece viene spesso suggerito dagli ambienti radicali: la Exelgyn produce solamente la Ru486, e quindi non chiedendone la commercializzazione si boicotta da sola. Non solo: nessuna richiesta in tal senso è stata fatta neppure quando era ministro della Salute Umberto Veronesi, da sempre convinto sostenitore della pillola abortiva, e sicuramente poco incline a subire eventuali “ricatti vaticani”. Il fatto è che la Ru486 non viene introdotta nei paesi con un’opinione pubblica critica e vigile – come potrebbe essere quella italiana, da sempre sensibile a tematiche come l’aborto: la ditta che la produce teme contenziosi legali, e preferisce rivolgersi a mercati sicuri. Basti pensare a com’è andata negli Stati Uniti: Bill Clinton, appena eletto Presidente, aveva iniziato una pressione fortissima presso la ditta farmaceutica francese per poter mettere la Ru486 a disposizione delle donne americane, ma inutilmente. I francesi chiedevano all’amministrazione americana di essere coperti in caso di problemi legali, una richiesta che ovviamente non poteva

essere esaudita. Dopo incredibili insistenze da parte dell’amministrazione Clinton – verificabili in un carteggio reso pubblico recentemente da una organizzazione non governativa americana – i francesi decisero di regalare il brevetto della Ru486 a una ong americana, il Population Council, in modo da non avere alcuna responsabilità rispetto al mercato statunitense. Ed avevano visto giusto: le notizie delle donne morte a seguito di aborto chimico sono venute a galla proprio in America, un paese in cui un quotidiano liberal e notoriamente pro-choice come il New York Times non ha esitato a condurre la battaglia contro la “kill pill”, la Ru486, di fronte alle morti per aborto. La pillola abortiva è

I tre momenti della procedura Primo giorno: si assume il mifepristone, il principio attivo della pillola Ru486, un antiprogestinico che uccide l’embrione in pancia. Terzo giorno: si assume la seconda pillola, solitamente il misoprostol, una prostaglandina che induce le contrazioni e permette l’espulsione dell’embrione. Quindicesimo-ventesimo giorno: visita medica per controllare che l’aborto sia avvenuto completamente. Il 3-5% delle donne abortisce fra la prima e la seconda pillola. L’80% abortisce entro ventiquattro ore dalla seconda pillola. Il 12-15% abortisce nelle due settimane successive. Per il restante 5-8% sarà necessario comunque un intervento chirurgico, perché l’aborto era incompleto oppure perché la gravidanza è continuata. Quindi dal momento in cui la donna assume la prima pillola non sa quando, dove, come e soprattutto se abortirà; sa solo che nel “migliore” dei casi impiegherà tre giorni. Soprattutto dopo la seconda pillola si registrano effetti collaterali come vomito, nausea, diarrea,

crampi, perdite di sangue abbondanti e prolungate. Quantità e durata dei sintomi sono ovviamente variabili individualmente. Gli antidolorifici sono di routine, solitamente oppiacei. La complicazione più pericolosa e ricorrente è l’emorragia: nei protocolli si legge che se si riempiono di sangue più di quattro assorbenti in due ore, è necessario rivolgersi subito a un ospedale attrezzato per le trasfusioni, che a volte diventano necessarie. Per questo motivo soprattutto le donne che scelgono l’aborto a domicilio devono abitare a non più di un’ora di macchina da un ospedale attrezzato per le trasfusioni, e devono potervi essere accompagnate. Secondo uno studio dedicato all’impatto psicologico di questa procedura, il 56% delle donne che abortiscono farmacologicamente riconosce l’embrione abortito, con le conseguenze che si possono immaginare. Questo metodo funziona nel 92-95% dei casi se lo si applica entro le prime sette settimane di gravidanza, dopo di che i fallimenti aumentano fino a circa il 20% dei casi, rendendo la procedura impraticabile.


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diffusa solamente in quei paesi in cui la classe medica e quella politica l’hanno fortemente sponsorizzata, e cioè la Francia – dove è stata inventata e dove il governo possedeva un terzo della ditta che la produceva – la Gran Bretagna e la Svezia. Negli altri paesi in cui pure è stata registrata l’uso è ridottissimo – ad esempio in Spagna viene scelta da meno del 5% delle donne, in Olanda e in Germania è praticamente inutilizzata.

Il metodo è infatti lungo, incerto, doloroso e pericoloso, ed avendo un elevato tasso di fallimenti, include anche il rischio che le gravidanze che continuano si concludano con la nascita di bambini malformati. D’altra parte tanta cautela da parte della ditta produttrice deve pur avere qualche buon motivo. L’ entusiasmo questo per

gravidanza: nei paesi in cui il metodo è utilizzato, infatti, la Ru486 è sinonimo di aborto a domicilio. Le donne assumono la prima delle due pillole davanti al medico, e poi se ne tornano a casa, dove, dopo due giorni, prendono la seconda pillola, gli antidolorifici, e aspettano di espellere l’embrione. Con la Ru486 è la donna a dover gestire l’intera procedura abortiva, scaricandone dalle spalle dei medici tutto il peso; in Italia, ma non solo, sono sempre più diffusi segnali di insofferenza da parte della classe medica nei confronti delle pratiche abortive. L’elevata percentuale di obiettori di coscienza italiani, per esempio, non corrisponde certamente al numero di medici credenti fedeli a Santa Romana Chiesa: fare aborti, oggettivamente, non è un intervento medico come un altro, e difficilmente ci si abitua.

Con la Ru486 l’aborto se ne ritorna fra quattro mura, diventa un fatto privato, che riguarda solo chi lo fa, un aborto-fai-te in cui lo spazio per incontrare le donne e sostenerle in una maternità difficile non c’è più. In Francia, una volta diffuso il metodo, è stata cambiata la definizione di aborto: non più l’espulsione dell’embrione o del feto, ma l’assunzione del farmaco abortivo. Poi è stata cambiata la legge, che era molto simile a quella italiana, ed è stato introdotto l’aborto a domicilio, cioè la possibilità di abortire a casa. La 194, la legge italiana che regola l’aborto, non permette l’aborto al di fuori delle strutture ospedaliere pubbliche: introdurre la Ru486 in Italia significa quindi mettere le condizioni per cambiare la legge, quella stessa legge che tutti a parole dicono di non voler toccare. Un obiettivo politico, quindi: solo così si spiega lo strano interesse di consigli regionali e addirittura comunali nei confronti di un metodo abortivo, un argomento che dovrebbe riguardare solamente medici e scienziati.

L’introduzione in Italia non venne richiesta nemmeno dal ministro Umberto Veronesi metodo, quindi, non ha niente a che fare con motivazioni di tipo scientificosanitario, ma piuttosto con la gestione delle interruzioni di

Ma da sola non basta Anche se per la Ru486 scattasse l’autorizzazione alla diffusione nel nostro paese, non sarebbero certo finiti i problemi per l’aborto chimico. La Ru486, presa da sola, non è sufficiente ad abortire. È necessario assumere anche un secondo farmaco, una prostaglandina che permette l’espulsione. La più utilizzata in tutto il mondo, e l’unica approvata nei protocolli ufficiali, è il misoprostol – nome commerciale Cytotec – che però è registrato come antiulcera. Il suo utilizzo come abortivo è quindi “off-label”, in altre parole non consentito. Non solo: la ditta che lo produce, la Searle, non lo ha mai sperimentato in qualità di

abortivo, non ha nessuna intenzione di farlo, e ne ha diffidato ufficialmente dall’uso in questo senso. L’Aifa quindi non potrà approvare un protocollo di aborto farmacologico con questo farmaco. Le alternative sono sostanzialmente due: il primo è un gel vaginale, il gemeprost, molto costoso e instabile a temperatura ambiente, e quindi delicato da conservare, che però negli Usa non è approvato per questo uso perché ha provocato problemi cardiaci. Il secondo è il sulprostone, considerato responsabile della prima morta a seguito di aborto chimico. Sarà interessante vedere come tutto andrà a finire.

Le donne morte In totale i decessi conosciuti fin ad oggi a seguito di aborto medico sono sedici, di cui nove per sepsi, e sette per cause differenti. Le morti per sepsi da Clostridium sono tuttora inspiegate. L’ipotesi formulata finora è quella secondo la quale il mifepristone, principio attivo della Ru486, potrebbe interferire con il sistema immunitario della donna, favorendo l’infezione. Una delle più importanti riviste scientifiche internazionali nell’ambito medico, il New England Journal of Medicine, nel dicembre 2005 rende noto che la mortalità per aborto chimico è dieci volte maggiore di quella per aborto chirurgico. Morti avvenute per sepsi Canada - agosto 2001, somministrazione non nota, morte da Clostridium Sordellii Usa, California, 17.9.2003, Holly Patterson, 200 mg Ru486 + 800 mcg misoprostol vaginale, morte da Clostridium Sordellii Usa, California, 29.12.2003, Hoa Thuy Tran, 200 mg Ru486 + 800 mcg misoprostol vaginale, morte da Clostridium Sordellii Usa, California, 14.1.2004, Chanelle Bryant, , 200 mg Ru486 + 800 mcg misoprostol vaginale, morte da Clostridium Sordellii Usa, California, 14.6.2005, Oriane Shevin, , 200 mg Ru486 + 800 mcg misoprostol vaginale, morte da Clostridium Sordellii Cuba, non c’è nome né data, assunzione del solo misoprostol, morte da Clostridium non meglio specificato Usa, non c’è nome né data, 200 mg Ru486 orale, + 800 mcg misoprostol vaginale, morte da Clostridium Perfringes Usa, non c’è nome né data, misoprostol vaginale + laminaria, morte da Clostridium Perfringes Usa, non c’è nome né data, 200 mg Ru486 orale + 800 mcg misoprostol orale, morte da Clostridium Sordellii Morti avvenute per altre cause Francia, 8.4.1991, Nadine Walkowiak, morte da shock cardiovascolare Usa,12.9.2001, Brenda Vise, morte dovuta a gravidanza ectopica Svezia, 3.6.2003, Rebecca Tell Berg, morte da emorragia massiva Gran Bretagna, due donne, senza nome e data, non si conosce la somministrazione, comunicazione avvenuta durante un’ indagine parlamentare inglese Gran Bretagna, gennaio 2006, una donna, senza nome, non si conosce la somministrazione, comunicazione avvenuta durante un’indagine parlamentare australiana Taiwan, dicembre 2006, una donna, senza nome, solo mifepristone, morte dovuta a porpora trombotica Bisogna poi tenere conto della segnalazione della morte di una cittadina britannica, per eziologia sconosciuta, che non sappiamo se già compresa nel computo delle tre morti inglesi emerse durante le due interrogazioni parlamentari, o se non considerata. La reticenza delle autorità sanitarie della Gran Bretagna, e persino della stampa inglese, su questi casi è inspiegabile. Ricordiamo che su almeno due ulteriori decessi negli Usa ancora non si è fatta luce.


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Creato E la rete racconta pericoli e drammi

speciale bioetica

possibile visionare direttamente in rete tutte le denunce spontanee delle donne presentate fra settembre 2000 e settembre 2004, nel sito delle Concerned Women of America che le ha ottenute dalla Fda grazie alla Freedom of Information Act , una legge sulla trasparenza dell’informazione. Alcune di queste denunce consistono in poche righe scarne, altre invece raccontano più in dettaglio storie drammatiche: è la voce delle donne che escono dal silenzio, che si rifiutano di subire procedure mediche devastanti con “pazienza”e “tolleranza al dolore”, come richiedono i protocolli francesi. Non è facile leggere con serenità queste testimonianze, a volte davvero agghiaccianti, e non è stato facile decidere se inserirle in questo libro o no. Non volevamo essere proprio noi a censurare l’esperienza raccontata in prima persona da donne che hanno fatto tanta fatica a trovare un minimo di ascolto, sia presso l’organizzazione sanitaria che presso la stampa. Ma non volevamo nemmeno trasformare questo libro, già così denso di fatti gravi e pesanti, in una storia di orrori. Abbiamo scelto di riportare solo il primo racconto, specificando, per chi legge, che si tratta di un’esperienza di media gravità rispetto ad altre elencate. I fatti riportati sono accaduti nel gennaio 2000, prima dell’approvazione del mifepristone da parte della Fda (quindi presumibilmente durante una sperimentazione) e denunciati il 27 settembre dello stesso anno.

È

«Mi è stata data la Ru486 per abortire. Ho eseguito esattamente le istruzioni, e dopo aver preso la pillola ho sentito un dolore fisico atroce, per almeno 12 ore ininterrottamente, e ho perso sangue in modo veramente eccessivo. Il sangue attraversava i pantaloni ma sentivo troppo dolore per potermi pulire. È stato il peggior dolore fisico mai avuto in vita mia. Questo dolore estremo è stato costante per 12 ore intere, non è diminuito per tutto il tempo. Vomitavo continuamente ma non potevo tenere alzata la testa. Avevo incredibili dolori addominali, non posso dirlo a parole. Non potevo parlare, mangiare, bere, sedermi, avevo difficoltà a respirare. L’unica cosa che potevo fare era stendermi per terra e tirarmi i capelli per distribuire il dolore. Non potevo pulirmi né andare in bagno, pensavo di stare per morire. Dopo circa 7 ore di questo stato, volevo realmente morire perché non riuscivo più a sopportare il dolore. Volevo chia-

mare l’ospedale ma ero a ore da qualsiasi ospedale perché ero andata in una casetta lontana da tutto per avere un po’ di privacy durante questo periodo. La clinica che mi aveva somministrato il farmaco era chiusa perché eravamo nel weekend. Mi è stato detto che avrei sofferto di instabilità emotiva per alcune settimane a causa dello sbilanciamento chimico ormonale causato dal farmaco. Da allora ho avuto esperienza di continui cambiamenti emotivi, e ancora ne ho. Questa reazione non è un risultato delle comuni difficoltà emotive associate con l’aborto – io sono prochoice e sentivo che dovevo prendere la mia decisione. Invece, questa reazione emotiva sembra molto più come uno squilibrio ormonale – un giorno sono molto contenta e un secondo più tardi mi sento feri-

ta, e poi non reagisco correttamente alle cose, adesso – mi trovo eccessivamente emotiva sulle piccole cose e non sono mai stata così in tutta la mia vita e ho notato questa profonda differenza da quando ho preso la Ru486. Questa reazione chimica mi ha cambiato. Non ero stata informata della portata di questi effetti collaterali, mi era stato detto che sarebbe stato come una mestruazione. Non l’avrei mai presa se fossi stata informata correttamente, anche solo della possibilità di questi effetti. […]

Non mi è stato detto che questo farmaco era sperimentale e non approvato dalla FdA. Non mi hanno avvertito di tutti gli effetti collaterali e hanno minimizzato gli unici di cui mi hanno parlato. Credo che mi abbiano mentito completamente . Per esempio gli studi dispo-

nibili a quel tempo mostravano che il Tylenol rendeva peggiore il dolore dell’aborto da Ru486 e che l’Advil aiutava. Mi hanno nascosto questa importante informazione anche se io ho parlato specificatamente di questo argomento. Quando sono tornata alla clinica dopo aver completato l’aborto, non erano attenti o interessati a me, ho spiegato loro i miei dolori anche se non mi hanno rivolto nessuna domanda. Avevo riempito un questionario che mi avevano dato prima che prendessi il farmaco e mi avevano detto che avrei dovuto compilarlo ogni due ore durante l’aborto, ma quando gliel’ho restituito, non lo hanno voluto, non lo hanno preso. Sono una donna di 25 anni senza allergie né menomazioni o problemi fisici. Sono stata un’atleta per gran parte della mia vita, mi esercito regolar-

mente e mi nutro in modo sano. All’epoca del mio aborto con la Ru486, ero incinta di circa sei settimane. Non bevo alcool e fumo sigarette occasionalmente”. Dalla scheda sanitaria risulta che alla donna, americana, è stato somministrato il tylenol/codeine, cioè paracetamolo con codeina, due analgesici di routine per chi abortisce con la Ru486. Sicuramente questo aborto sarà stato classificato come “successfull”, perché non c’è stato bisogno di alcun intervento chirurgico. Poiché il personale della clinica non ha ritirato il questionario compilato, nella migliore delle ipotesi ha ha segnalato le perdite di sangue, il vomito, e la presenza di dolore. Nel normale resoconto di una sperimentazione, risulterebbe un aborto riuscito in piena regola, con qualche prevedibile effetto collaterale».


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Il “farmaco incubo” per le donne indiane n India su 600.000 aborti ufficialmente denunciati, se ne stimano circa sei milioni effettivamente eseguiti, spesso in condizioni di totale insicurezza. Un quinto di tutti gli aborti “unsafe” del mondo avviene qui, dove pure l’interruzione di gravidanza è legale da moltissimi anni. L’aborto medico con mifepristone è stato autorizzato nel 2002. Fin dall’inizio ci sono state proteste da parte dei medici, che ritenevano le procedure della pillola abortiva incompatibili con la legge indiana che regola l’aborto. Il 28 settembre 2002 il dottor S.G. Kabra denuncia ad ExpressIndia che anche se le donne firmano il modulo del consenso con cui si impegnano a prendere la pillola presso una clinica, come prescrive la legge, di fatto poi abortiscono a casa. «La possibilità di un fallimento e di perdite di sangue abbondanti espone la paziente a gravi rischi specie negli ambienti rurali. Questo rischio è ancora più alto per le ragazze non sposate che possono abortire e avere un’emorragia a casa.” La denuncia del dottor Kabra è molto dura ed esplicita: “E’ virtualmente marketing del delitto per meschini guadagni di denaro».

I

D u e a n n i d o p o , il 22 marzo 2004, le previsioni di Kabra purtroppo sembrano essersi avverate: il giornale “The Hindu” riferisce che la Commissione diritti umani dello Stato di Rajasthan ha chiesto al governo il blocco della vendita di mifepristone nelle farmacie, accogliendo la petizione del dr. S.G. Kabra, in cui si chiedeva che l’aborto medico si potesse effettuare solamente all’interno di strutture sanitarie riconosciute e adeguatamente attrezzate, visto il numero di donne morte soprattutto nelle aree rurali. Il Rajasthan conta una popolazione di circa 56.000.000 abitanti, grosso modo come l’Italia. Il 15 maggio la notizia viene ripresa dall’“Express Health Management”: «Il dr. S.G. Kabra in una petizione alla Commissione dei diritti

anche affermato che questo farmaco può essere venduto solamente su prescrizione di un ginecologo per l’uso in ospedale o in centri riconosciuti, dove sono disponibili le attrezzature necessarie per eseguire l’interruzione di gravidanza, incluse quelle per le trasfusioni di sangue. Ha sostenuto che per via della vendita libera del farmaco nel paese, chiunque se lo può procurare e darlo alle donne in gravidanza, specie nelle zone rurali, dove molte donne sono state trovate morte per emorragie o altre complicazioni». La commissione, dopo aver osservato che l’azienda che distribuisce il misoprostol mette in guardia da un suo uso per scopi abortivi, chiede alle compagnie farmaceutiche che distribuiscono il mifepristone/misoprostol di attenersi alle disposizioni che regolamentano l’aborto in India, pena il ricorso al codice penale.

I l p r o n u n c i a m e n t o della Commissione dei diritti umani porta la data del 20.3.2004. Tre anni prima sulla rivista medica “Lancet” veniva pubblicato uno studio sull’aborto chimico in India riguardante 900 donne, in cui si affermava che i tassi di successo erano simili a quelli delle regioni europee, con le donne delle aree rurali che registravano un numero di effetti collaterali minori rispetto a quelle delle aree urbane e che “significative perdite di sangue, un effetto collaterale che desta particolare preoccupazione nell’India rurale dove l’anemia è comune, sono state trascurabili”. Ma, come spiegato prima, le condizioni ottimali in cui si svolgono le sperimentazioni spesso non corrispondono a quelle effettivamente esistenti nella realtà di tutti i giorni, specie per le donne di paesi in via di sviluppo. Solo lo scorso 10 dicembre, su “Tribune India”, la Ru486 viene messa sotto accusa e definita “farmaco incubo”, perché «in India la Ru486 è molto usata ed è facilmente disponibile fuori scaffale. Le donne non consultano neppure i medici. Semplicemente prendono la pillola senza guida medica e molte la pagano cara. Non abortiscono completamente, il che porta a infinite complicazioni mediche. Molte muoiono. Altre prendono la pillola nonostante abbiano superato il limite richiesto delle sette settimane. Ma a quel punto la pillola non

Qui la Ru486 viene acquistata in farmacia e l’aborto fatto in casa. Con altissimi rischi umani dello Stato del Rajasthan ha obiettato che il mifepristone, conosciuto anche come Ru486, usato per ottenere un’interruzione medica di gravidanza, viene venduto liberamente nella regione, perciò, essendo male usato e abusato, porta talvolta alla morte di donne incinta a causa dell’eccessiva perdita di sangue. Ha

causa l’aborto. Nasce un bambino malformato». Su tutto questo non ci sono dati ufficiali, nomi, casi circostanziati, e dobbiamo accontentarci di sapere che “molte muoiono”. Se la Commissione diritti umani del Rajasthan ha accolto la denuncia del dottor Kabra, evidentemente la documentazione presentata era convincente, però nulla esce sulla stampa occidentale, e le denunce rimangono confinate in un ambito ristretto e locale. Chi sono queste donne trovate dissanguate nelle loro case, nei villaggi rurali? Quante sono? Che responsabilità hanno, nei confronti delle donne indiane, coloro che parlano di “aborto facile” e propagandano l’illusione di un metodo domiciliare, autogestito, una semplice pillola senza controindicazioni?

Testi tratti dal libro La favola dell’aborto facile di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella Franco Angeli Editore


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Creato

La commovente lettera dei genitori di una 17 enne deceduta per l’aborto chimico

«Vi raccontiamo come è morta nostra figlia Holly» signori e entili signore, il rapporto del coroner della contea di Alameda ha ratificato la verità che già sapevamo. Holly è morta a causa di un aborto chimico provocato dalla Ru486. Non esistono rimedi veloci o pillole magiche per interrompere una gravidanza. La nostra famiglia, gli amici, la nostra comunità è profondamente addolorata, e per sempre segnata dalla morte, tragica ed evitabile, di Holly. Holly, secondo la legge, ha vissuto da adulta solo per 19 giorni, ed è rimasta incinta quando aveva solo 17 anni. Ora sappiamo che ha capito di aspettare un bambino nella seconda settimana di agosto, e che era così turbata dalla sua gravidanza non voluta da chiedere aiuto al medico di famiglia perché soffriva di depressione; questo il 10 settembre 2003, il giorno stesso in cui ha assunto la pillola con cui ha iniziato il processo abortivo.

G

Holly era una ragazza piena di progetti, intelligente, in buona salute, che è rimasta vittima di un processo che l’ha perduta, a cominciare dall’uo-

strata dalla Planned Parenthood, e all’efficienza del Pronto soccorso del Valley Care Medical Center, dove le hanno dato antidolorifici per i terribili dolori da contrazioni uterine, rimandandola a casa. Sabato e Domenica Holly si è lamentata di dolori gravi e di crampi, permettendoci di confortarla ma senza spiegarci cosa realmente fosse accaduto. Il 17 settembre 2003 alle 17 ha ceduto allo shock settico ed è morta, mentre la sua famiglia aspettava nel reparto di terapia intensiva con grande ansia, ma ancora sperando che lei recuperasse, finché siamo stati costretti a rimanere dietro la tenda che la isolava, mentre ormai era chiaro che stava morendo. Holly non era una ragazza sola, disamata, senza protezione o appoggio; aveva una grande famiglia disposta ad aiutarla, nella sua breve vita e nella sua tragica morte. Adesso possiamo ricordarla e dividere la memoria dei suoi scintillanti occhi azzurri, del suo sorriso coinvolgente, della sua ferma determinazione e della sua grazia gentile, che sollecitava il nostro naturale istinto di proteggerla e amarla, ma

Invece di curarla l’hanno imbottita di antidolorifici e l’hanno rispedita a casa

mo di 24 anni che ha avuto con lei rapporti non protetti, l’ha messa incinta, e ha collaborato a mantenere segreti la sua gravidanza e il suo aborto. In questa cospirazione del silenzio, la sicurezza di Holly è stata affidata alla pillola approvata dalla Fod and Drug Administration e sommini-

non riusciremo più a dimenticare i suoi ultimi momenti, quando era troppo debole per parlare e poteva appena stringerci la mano, in risposta ai nostri incoraggiamenti: “Ti vogliamo bene, Holly”, “Resisti, il resto della tua famiglia sta arrivando” “Devi lottare, Holly, puoi farcela”. Il modo in

cui Holly è morta ci ha aperto gli occhi sui gravi rischi di questo farmaco, ci ha reso consapevoli della carenza delle leggi californiane sull’informazione e il consenso dei genitori riguardo all’aborto, e ci ha costretti a riconoscere l’estremo bisogno di informazione imparziali e accurate, e di fonti per i genitori, gli adolescenti e le giovani donne che vogliano conoscere i reali pericoli di un aborto, e la assoluta necessità di un movimento che incoraggi la prevenzione e apra il dialogo

Holly Patterson con il suo ragazzo testimonianze personali sull’esperienza con la Ru486 e i suoi effetti avversi. La Fda ha fallito nella sua missione di assicurare che la RU 486 sia un farmaco abortivo sicuro. Il compito della Fda è di “proteggere la salute pubblica controllando la sicurezza, l’efficacia, e fornendo garanzie sui farmaci per uso umano o veterinario, i prodotti biologici, i dispositivi medici, i cosmetici, il cibo, i prodotti che emettono radiazioni”. Ma Holly ha già pagato il prezzo più alto.

Vittima di una congiura del silenzio e di un pronto soccorso incompetente

nelle famiglie sulle gravidanze indesiderate e gli aborti. Come genitori, non possiamo permettere che la morte orribile della nostra bellissima Holly avvenga invano.

La Ru486 ha provocato danni gravi, ed è implicata nella morte di altre giovani donne. Adesso ha ucciso nostra figlia. Abbiamo scoperto che le sperimentazioni iniziali sono arrivate a conclusioni troppo frettolose, e che il farmaco è stato valutato e approvato come salvavita, insieme alle sostanze che curano malattie che comportano il rischio di morte, come l’Aids e il cancro. Ma la gravidanza è un processo naturale che il corpo di una donna è preparato ad affrontare, e non è mai stata classificata come una malattia mortale.Vogliamo aprire un sito web e uno spazio in cui le donne e le adolescenti possano raccontare le loro storie e riportare

La Ru 486 non dovrebbe nemmeno costituire un’occasione di divisione tra pro-choice e pro-life, tra chi è per la vita e chi è per la scelta: il primo problema dovrebbe essere la salute e il benessere dei nostri figli e di tutte le giovani donne. Noi speriamo che ogni genitore possa imparare dalla tremenda morte di Holly e dalla nostra perdita. Secondo i Laboratori Danco, che distribuiscono la pillola abortiva, la Ru486 fallisce nel 7/8 per cento dei casi. Più di un anno fa la Fda ha ricevuto 400 rapporti su reazioni negative al farmaco, inclusi numerosi decessi. Holly dunque �� stata soltanto un’altra vittima, sottoposta ad un inaccettabile rischio, a causa di un farmaco che ha significativi tassi di fallimento. Chiediamo che il Commissario della Fda Mark Mc Clellan e il Segretario della Health and Human Services, Tommy

Thompson, tolgano immediatamente la Ru486 dal mercato, e che si svolga negli Usa un’inchiesta esauriente, prima che altri genitori soffrano e altre donne muoiano. Chiediamo un’inchiesta da parte della Fda e del Dipartimento per la Salute della California sui motivi per cui le cliniche della Planned Parenthood (affiliato americano della Ippf, ndr) non seguano le regole approvate dalla Fda per la somministrazione della Ru486. Inoltre nutriamo dubbi sulla purezza dei farmaci che somministrano, soprattutto quando provengono da nazioni straniere prive di controlli, come la Cina.

Oltre ai pericoli connessi al farmaco, crediamo che le strutture sanitarie non siano pienamente preparate a valutare e trattare i pazienti in situazioni di emergenza dovute a complicanze da pillola abortiva. Holly è stata due volte in ospedale ed è morta 20 minuti prima dell’appuntamento con i medici previsto dalla Planned Parenthood. Abbiamo perso nostra figlia, Holly, ma crediamo di poter ancora fare qualcosa per evitare che terribili tragedie come la nostra colpiscano altre famiglie. La determinazione e l’energia di Holly nel raggiungere le proprie mete ci dà la forza di perseguire questi obiettivi fondamentali in suo nome. La memoria e lo splendore di Holly vive nei nostri cuori, tra i familiari e gli amici, e nel nostro impegno. Sinceramente. Monty e Helen Patterson

Tratto dal libro La favola dell’aborto facile di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella Franco Angeli Editore


local

1 marzo 2008 • pagina 17

Bergamo liberal sposa il progetto politico dei Circoli

«Serve un’alternativa moderata» colloquio con Gianantonio Arnoldi di Nicola Procaccini

ROMA. Con Gianantonio Arnoldi, ex parlamentare di Forza Italia, da alcuni anni distante dal partito di Silvio Berlusconi, abbiamo parlato di Bergamo liberal, associazione cattolica e liberale particolarmente radicata nel territorio bergamasco che ha da poco aderito al movimento nazionale dei Circoli liberal. Innanzitutto, abbiamo chiesto a Gianantonio Arnoldi di raccontarci che cosa è Bergamo liberal. E’ un movimento civico trasversale alla società bergamasca dentro cui si muovono professionisti, commercianti, artigiani, impiegati, studenti e lavoratori di ogni tipo. Si tratta di una grande rete di associazioni composte da uomini e donne che non vogliono restare con le mani in mano, che vogliono spendersi per il proprio territorio, per la propria gente. Diverse centinaia sono le persone che ne fanno parte, ma, in realtà, attraverso il nostro sito internet siamo in contatto con migliaia di nostri concittadini. Discutiamo insieme, elaboriamo proposte, cerchiamo di calare le nostre idee nella realtà comunale e provinciale, senza di-

La nostra associazione è lo strumento politico dei cattolici e dei liberali che desiderano impegnarsi per il proprio territorio menticarci che Bergace di garantire l’armomo è parte importante nia sociale e lo svilupdel Nord, ma anche po della comunità nadell’Italia. Non riteniazionale. La centralità mo degno un impegno dell’uomo ed un’etica politico che si esaurinaturale che non vensce nelle beghe locali, ga sopraffatta dal poche non guarda al Paesitivismo della sciense e all’Europa, che za. La tutela della dinon ha un respiro ammensione spirituale pio e verticale. per degli uomini e delle questo abbiamo scelto donne di questo Paese. di aderire ai Circoli LiLa libertà, come primo beral. diritto da cui promana Gianantonio Arnoldi, 49 anni, il sistema dei diritti in Quali sono le presidente di Bergamo liberal grado di garantire idee ed i valori degna un’esistenza che hanno diritto per l’individuo. Una concezione liberale cittadinanza nel vostro movimendell’economia e dell’organizzazione to politico? Ne dico alcuni, nell’ordine spontaneo statale, agli antipodi di quella visione che si affaccia nella mia mente. La dife- socialista, ancora ben presente nella posa della famiglia, cellula preziosa capa- litica italiana, che concepisce lo Stato

come una colossale macchina teatrale che deve tenere tutti i fili del destino dei cittadini. Insomma, Bergamo liberal è lo strumento dei cattolici e dei liberali che desiderano impegnarsi in politica. Finora vi siete tenuti distanti dai partiti, ma incombe la campagna elettorale, a quale partito vi sentite politicamente vicini? Sicuramente all’Udc, per questo lo abbiamo scelto come partito di riferimento. Crediamo che il sistema di valori appena descritto possa essere garantito solo dal partito di Pierferdinando Casini. Un partito fatto di idee e non di sondaggi, un progetto politico autentico e non una semplice opinione. Mi piace l’approccio con cui si dice alla gente: “Non vi facciamo promesse che non possiamo mantenere”. Molto meglio dirgli: “State svegli, non lasciatevi ingannare da Berlusconi e Veltroni”. Sono convinto che si tratti delle due facce della stessa medaglia. Serve un’alternativa moderata che cresca nel Paese ed imponga il suo stile, i suoi contenuti. Questa alternativa è certamente l’Udc.

Con le idee donna Prassede si regola come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata Alessandro Manzoni

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LA FORZA

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DELLE IDEE


pagina 18 • 1 marzo 2008

economia

A Brescia l’era del tondino è lontana e il matrimonio Asm-Aem mostra che è difficile trovare un’identità

La Leonessa nel guado tra industria, finanza e mercato di Carlo Lottieri

he succede a Brescia? Grigia e squadrata come le pietre di piazza della Vittoria, negli ultimi tempi la città pare alla ricerca di un nuovo modo d’essere, svelandosi quasi insofferente verso le sue più radicate abitudini. E i suoi equilibri economici, come dimostrano i difficili matrimoni dei campioni municipali, Asm e Banca Lombarda, con Aem Milano e Bpu, o i cocci delle nozze mancate tra la Hopa di Gnutti e la bazoliana Mittel.

C

Al centro di una provincia industriale che supera il milione di abitanti, fino a pochi anni fa la città si prestava a letture abbastanza semplici. Portata a coniugare impresa e solidarismo, parrocchia e sindacato, Brescia è stata a lungo caratterizzata da un inconfondibile mix di rigore morale e grigiore intellettuale, del tutto trasversale rispetto alle sue conventicole culturali e alle contrapposizioni di interessi. Per anni la classe dirigente ha visto convivere un universo clericale (maggioritario, gravitante su Banca San Paolo) e uno laico (che aveva il proprio riferimento principale nel Credito agrario bresciano). Poi c’era, ma a una certa distanza, quel “nuovo”in cerca di un posto al sole che trovava espressione nella Bipop, legata in primo luogo agli gnomi di Lumezzane. Nella politica come negli affari, però, a contare davvero era soprattutto il cattolicesimo progressista, a casa propria su entrambe le sponde del Tevere. Vivendo a Brescia, si poteva avere la sensazione

che l’Italia di papa Paolo VI e Benigno Zaccagnini fosse destinata a sopravvivere a tutto e a tutti. Non deve quindi sorprendere se quello strano “mastelliano” del Nord che è Gianni Prandini sia stato lasciato libero di intrecciare le proprie trame in provincia, ma si sia sempre sentito straniero in città: dove ha a lungo ha brillato la stella di Mino Martinazzoli e ancora oggi pesa un esponente di primo piano della finanza bianca come Giovanni Bazoli. Quando è giunta Tangentopoli, Brescia è stata la prima città in cui la Lega ha ottenuto la maggioranza relativa. Ma nel momento in cui tutto pareva mutare, in realtà nulla è cambiato. Martinazzoli

D’altra parte, gli ultimi trent’anni anche a Brescia hanno stravolto ogni cosa. Da industriale che era, la città si è fatto centro di servizi e ha finito per mostrare fragilità prima nascoste dietro all’andirivieni dei container. L’università è recente e non sempre bene inserita nella città, la vita intellettuale è asfittica, la stessa rete delle associazioni di volontariato (pur estesa) non è consapevole delle sfide del nostro tempo, che vede la crisi del vecchio welfare e ha bisogno di individuare alternative. Per avvicinare le difficoltà di Brescia basta osservare l’Azienda servizi municipalizzati (Asm), per anni la gallina dalle uova d’oro del bilancio comunale e

È finita l’epoca del solidarismo di matrice cristiana misto a un’imprenditorialità aggressiva: i servizi stanno rimpiazzando la produzione pesante e tutto (compreso Bazoli) è in discussione non sarà il principe di Solina, ma ha compreso immediatamente che la fragilità del bossismo era tale che avrebbe saputo gestire l’eclissi della Dc, preservando per sé una centralità assoluta. E non gli è stato difficile cooptare post-comunisti bisognosi di ridefinirsi e legati al cattolicesimo di sinistra. Dopo Martinazzoli, gli anni di Paolo Corsini – diessino in grande sintonia con ambienti della Curia – sono stati all’insegna della continuità. Ma la sensazione che niente si sarebbe mai modificato, era più ingannevole che reale.

ora lanciata in una sgangheratissima fusione con l’Aem milanese: un’operazione che cancella quello che a lungo è stato il simbolo più riconosciuto del potere locale. Mutatis mutandis, è un po’ come se a Siena il Monte dei Paschi fosse inglobato da Unicredit. L’unificazione di Asm e Aem (illuse di dar vita alla multiutility del Nord sul modello della tedesca Rwe), così come la fusione bancaria che ha cancellato la Banca San Paolo e il Cab, attesta però come il “piccolo mondo”di un tempo sia stato investito da dinamiche destinate a

mutarlo in profondità. In altri termini la globalizzazione morde anche qui e questo può produrre effetti positivi. Non deve quindi sorprendere se, avvicinandosi le elezioni cittadine, molti siano pronti a scommettere che Adriano Paroli (ciellino, di Forza Italia) potrebbe avere la meglio su Emilio Del Bono, già espressione della sinistra Dc. Si vedrà. Certo è vero che Brescia non è più il monolite di un tempo e la stessa associazione degli industriali bresciani appare tutt’altro che allineata con le posizioni di Montezemolo.

Che qualcosa debba cambiare, è fuori discussione. Troppo a lungo imprigionata entro logiche stataliste, la città oggi sconta un grave deficit di creatività, con un’economia appesantita, una rete stradale del circondario del tutto inadeguata e una metropolitana in costruzione tanto inutile quanto costosa: il tutto mentre l’aeroporto di Montichiari non decolla. Struttura potenzialmente formidabile (le dimensioni della pista lo candidano a essere base di collegamenti intercontinentali, con America e Sudest asiatico), il D’Annunzio appare annichilito dall’attuale gestione veronese, che consegna Brescia a un provincialismo marginalizzante. Per affrontare le sfide del futuro, la città deve puntare su imprenditori innovatori e spiriti creativi in ogni ambito. Qualcuno dovrà dare le ali per lasciarsi alle spalle la Brescia tutta fabbrica, parrocchia e sindacato di un tempo.


economia

1 marzo 2008 • pagina 19

Il finanziere francopolacco, Romain Zaleski. Molto vicino a Giovanni Bazoli, detiene partecipazioni per un valore di circa 9 miliardi di euro, a fronte di un debito pari a 8. Tra queste sia il 2,512 per cento di A2A sia il 10 di Edison. L’ultima crisi borsista gli avrebbe fatto perdere oltre un miliardo di euro

L’uscita del finanziere da A2A potrebbe incrinare i rapporti tra italiani e francesi

Edison, incognita Zaleski di Giuseppe Failla

MILANO. I delicati equilibri fra soci italiani e francesi di Edison rischiano di essere messi a dura prova dalla prevedibile uscita di Romain Zaleski dal capitale di A2A. Nella società nata dalla fusione delle ex municipalizzate di Milano e Brescia il finanziere franco polacco detiene il 2,512 per cento. Partecipazione che, stando alle indiscrezioni, potrebbe essere venduta a breve per dare respiro alla situazione finanziaria della Carlo Tassara, messa sotto pressione dall’instabilità borsistica. L’uscita di Zaleski metterebbe in crisi la strategia di Renzo Capra, ex numero uno di Asm, che da un lato deve bilanciare i rapporti interni ad A2A con la controparte milanese, dall’altro di evitare che gli equilibri di Edison riflettano soltanto gli interessi di Foro Bonaparte. Zaleski infatti detiene anche il 10 per cento di Edison. E per ottenere la sua mediazione gli era stata proposta presidenza del consiglio di A2A. Offerta subito bloccata da

Il raider garantisce i progetti di Capra e di Edf. Il suo addio renderebbe più difficile la definizione dei nuovi patti parasociali ambienti milanesi. Le ipotesi di uscita del finanziere, tra l’altro, vanno a incidere su una situazione già di per sé complessa. Il ritardo nel perfezionamento degli accordi relativi ad A2A, con lo scontro in assemblea voluto e attuato dal sindaco di Brescia, Paolo Corsini, porteranno ai tempi supplementari le trattative fra A2A e Edf per la rinegoziazione del patto parasociale di Edison. Alla luce del mutato atteggiamento del Giuliano Zuccoli, passato dalla provocazione all’appeasement, vi sono due ordini di motivi. Il primo strategico: per rinegoziare gli equilibri con Edf serve una garanzia politica forte che

non dava il morente governo Prodi e che non dà tantomeno l’attuale situazione di campagna elettorale. Inoltre Zuccoli sa che senza Edf Edison non sarà mai un player europeo. Da questa considerazione in particolare nasce un progetto che molti portano nel cuore, ma che nessuno ha mai fatto uscire finora dal novero delle ipotesi possibili: la fusione fra Edison e A2A. L’operazione creerebbe il secondo operatore nazionale, diluirebbe la quota dei francesi e annullerebbe i contrasti fra bresciani e milanesi in seno ad A2A. I problemi nascono, oltre che dalla necessità dei due Comuni di non perdere il controllo delle rispettive società, dalle perplessità dei francesi. Edf teme che la fusione verrebbe stoppata dal governo italiano, intimorito dall’eventualità di far cadere anche A2A sotto il controllo dei transalpini, benchè diluiti dalla fusione. Ma al progetto, secondo alcuni, starebbe lavorando anche il numero uno di Edison, Umberto Quadrino.

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Pressione fiscale sale al 43,3 per cento Un 2007 tutto lacrime e sangue per i contribuenti italiani: lo scorso anno la pressione fiscale è stata del 43,3 per cento del prodotto lordo. Dato non lontano dal record registrato nel 1997, quando l’eurotassa portò la fiscalità al 43,7 per cento. Lo scorso anno, alla crescita delle tasse, hanno contribuito non solo gli incrementi delle imposte dirette (+ 9,5 per cento) e indirette (+2,6), ma anche i contributi sociali (+8), dovuti agli oneri per il Tfr che le imprese sopra i 50 dipendenti hanno dovuto versare.

Nel 2007 il Pil non va oltre l’1,5 per cento La crescita italiana nel 2007 è stata soltanto di un +1,5 per cento contro le stime del governo – anche se di alcuni mesi fa – che parlavano di un +2,4. Il saldo primario (indebitamento netto al netto della spesa per interessi) è risultato positivo e pari al 3,1 per cento del Pil. Questi i dati annunciati ieri dall’Istat, di fronte ai quali ha gioito il ministro dell’Economia, Tommaso PadoaSchioppa: «Sono numeri particolarmente soddisfacenti». Il responsabile di via XX settembre però è pessimista sul futuro: «Il quadro dell’economia mondiale va peggiorando».

Borse, in Europa perdite per 102 miliardi Un’altra seduta nera per le borse europee, che ieri hanno bruciato oggi 102 miliardi di euro di capitalizzazione. Il calcolo è basato sull’andamento dell’indice Dj Stoxx 600, che raccoglie i titoli più capitalizzati e che ha lasciato sul terreno l’1,36 per cento. A pesare soprattutto le pessime previsioni sul mondo del credito (si valutano perdite per 600 milioni di euro), la crescita del prezzo del petrolio e la debolezza del dollaro. In scia Piazza Affari, dove il Mibtel ha perso l’1,34 per cento. Tra le blue chip penalizzata soprattutto Autogrill (-4,9 per cento). Telecom cede l’1,37 per cento.

Enel, Conti: «Estraneo alle accuse» A 24 ore dall’avviso di garanzia per la cessione di Wind, amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, ha scritto un messaggio a tutti i suoi dipendenti: «Voglio assicurare a tutti voi, cari colleghi, che sono estraneo alle accuse e che l’operazione Wind è avvenuta nella piena trasparenza e regolarità. Sono a disposizione della magistratura per tutti i chiarimenti che vorrà avere». Intanto si vocifera di altri manager dell’ex monopolista indagati dalla Procura di Roma. L’inchiesta ha avuto ripercussioni anche in Borsa dove il titolo ha perso l’1,65 per cento.

Svolta per il rigassificatore di Livorno Accelerazione per l’impianto di rigassificazione al largo di Livorno. La società di progetto, Olt Offshore Lng Toscana (nella quale sono presenti Iride e Endesa) ha siglato con Saipem l’intesa per il completamento dei lavori di realizzazione dell’impianto e ha firmato l’accordo con Snam Rg per la realizzazione del gasdotto di collegamento alla rete nazionale. Il contratto con Saipem ha un valore di 390 milioni di euro. Nei mesi scorsi le associazioni degli ambientalisti si erano scagliate contro l’opera in più occasioni.

Corrado Calabrò impone alle compagnie di restituire ai clienti il traffico non utilizzato, ma il Tar blocca la delibera dell’Agcom

Le compagnie non cedono sul credito residuo. Affare da mezzo miliardo di Giuseppe Latour

ROMA. Pier Luigi Bersani e Corrado Calabrò le avevano messe all’angolo. Ma ci ha pensato il Tar del Lazio a correre in soccorso delle compagnie telefoniche. Dopo quella sui costi di ricarica è in corso un’altra battaglia tra governo e player sul fronte delle liberalizzazioni: quella del credito residuo, che vale non meno di mezzo miliardo di euro all’anno. Il confronto, in piedi da anni, sembrava aver preso una piega precisa con le linee guida di applicazione della legge Bersani disegnate dall’Agcom: il credito residuo (la somma che rimane sulla propria sim al cambio di operatore) va «trasferito fra gli operatori in caso di portabilità del numero». Tradotto: cambio di numero, passaggio dei soldi. E ad agosto l’Agcom aveva intimato a Telecom,Vodafone, Wind e agli operatori di restituire il «credito residuo in caso di reces-

so» e di garantire la portabilità «dello stesso credito» in caso di cambio di operatore entro 45 giorni. La decisione del Tar del Lazio sul ricorso delle compagnie è arrivata in questi giorni. Ed è riuscita, con ammirabile equilibrismo, a non tutelare in modo efficace i consumatori, pur riconoscendone i diritti. Si sostiene che va tutelato il diritto del cliente ad avere i suoi soldi, ma il termine di 45 giorni non è valido perché «l’Autorità non poteva, senza incorrere nel rischio di palese contraddizione, imporre un termine». Questo perché è necessaria «una regolamentazione concordata tra gli operatori quale presupposto per eventuali successivi interventi sanzionatori da parte sua e per evitare possibili contenziosi». «Una sentenza davvero incredibile. E pensare che quando Bersani tagliò i costi di ricarica con un de-

creto, si gridò allo scandalo», nota Marco Pierani di Altroconsumo. «Le compagnie registrano un nuovo aiuto dopo il rinnovo automatico delle concessioni, quando persero i costi di ricarica, evitandosi una gara», aggiunge Stefano Quintarelli, esperto di telecomunicazioni e tra i fondatori di I.net. Senza una regolamentazione accettata da tutti non si può dunque procedere a tutelare i diritti dei consumatori.Viene dunque ancora una volta confermata la scarsa efficacia sanzionatoria dell’azione dell’Agcom, che avrebbe bisogno di maggiori poteri per far rispettare le sue decisioni. Gli utenti, quindi, dovranno aspettare un altro intervento di legge prima di poter mettere le mani sui propri soldi. Di certo non prima dell’arrivo di un nuovo ministro allo Sviluppo economico al posto di Pier Luigi Bersani.


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cultura

La pubblicazione degli atti del processo svela i motivi dell’assassinio del fondatore del Ducato di Piacenza e Parma: era troppo riformatore

Perché fu ucciso Pier Luigi Farnese di Aldo G. Ricci uando un leader politico pone mano alla creazione di un nuovo ordine, di uno Stato nuovo, raramente questo avviene senza contrasti laceranti, e spesso cruenti, con i rappresentanti del vecchio ordine. In forme diverse questa regola vale oggi come ieri, e Machiavelli aveva già previsto tutto o quasi nel suo Principe. La recente pubblicazione da parte della Banca di Piacenza degli Atti del processo - avviato a Roma da Paolo III per la congiura che, il 10 settembre del 1547, aveva portato all’assassinio del figlio, Pier Luigi Farnese, fondatore del ducato di Piacenza e Parma - richiama l’attenzione su un passaggio essenziale per la creazione di uno Stato moderno nell’Italia cinquecentesca, diventata ormai terra di conquista e di scontro tra le maggiori potenze europee del tempo.

Q

A sinistra papa Paolo III, in basso un dipinto di Tiziano raffigurante suo figlio Pier Luigi Farnese, assassinato in una congiura il 10 settembre del 1547

Pier Luigi era un grande condottiero militare e un uomo che amava il potere. La sua vita è una lotta continua per ottenere dal padre l’investitura, nel 1545, del nuovo ducato, entrando in rotta di collisione con l’imperatore Carlo V, attento custode degli equilibri italiani, e nient’affatto contento di veder sorgere, con la protezione della Francia, un nuovo Stato al confine del Ducato di Milano, da lui affidato a un nemico giurato dei Farnese, Ferrante Gonzaga. Ma Pier Luigi non bramava al potere per il potere, a guidare uno Stato qualsiasi. Era anche portatore di un progetto di modernità, di uno Stato nuovo. A questo appuntamento si era preparato con studi umanistici di buon livello e aveva assimilato la lezione sia dei classici che dei contemporanei. Si potrebbero facilmente ritrovare in molte delle scelte da lui compiute nei due anni di governo le istruzioni di Machiavelli al Principe o le massime del Guicciardini, in particolare quella per cui le imprese debbono essere perseguite fino al loro compimento. La stessa scelta dei collaboratori, tra i quali spiccano uomini come Annibal Caro, Apollonio Filareto e Anton Francesco Rainerio confermano questa impostazione. Pier Luigi punta quindi a

Aveva riorganizzato la giustizia e il sistema fiscale, avviato grandi opere e aperto ai nuovi strati sociali: tutte novità che gli sopravvissero per duecento anni mettere in piedi una struttura amministrativa moderna, con leggi nuove e più eque, in particolare verso i nuovi strati sociali emergenti e per questo entra in rotta di collisione con il patriziato locale, formato da feudatari semindipendenti, abituato al blando governo della Chiesa e nient’affatto propenso a perdere i propri privilegi.

Il primo segnale delle intenzioni del nuovo duca è il bando con cui ordina ai feudatari di risiedere in città, allo scopo di tenere sotto controllo la nobiltà riottosa. Segue una nuova organizzazione della giustizia, con un consiglio di sette giureconsulti in ogni città, con competenza anche nei confronti del patriziato. Vengono avviati imponenti lavori pubblici, aboliti i dazi interni e soppresse molte servitù consuetudinarie nei confronti dei feudatari. Un altro settore strategico è quello delle tasse, che fino a quel momento versava nel caos, con il maggior carico sui piccoli e medi produttori e l’esenzione dei feudatari. Per rimettere ordine viene avviato un censimento generale e un rifacimento del catasto, e viene affidata a una commissione con esponenti delle diverse classi la verifica dei dati. Per difendere lo Stato dai molti nemi-

ci si istituisce una milizia stabile, su base volontaria, dalla quale sono esclusi i nobili. Il governo è affidato a una Segreteria di Stato, o Cancelleria, nella quale sono riuniti i più stretti collaboratori del nuovo duca.

Lo Stato nuovo di Pier Luigi ha poco tempo per operare, e questo spiega anche la concitazione con cui si procede sulla strada delle riforme. La congiura prende forma sotto la guida di Ferrante Gonzaga e con la benedizione dell’imperatore. Il 10 settembre il duca viene pugnalato dal conte Giovanni Anguissola, con l’aiuto di un gruppo di nobili e dei loro scherani. Piacenza è perduta e ci vorranno due anni perché il figlio Ottavio possa riprenderla. Ma il ducato e le sue riforme sopravvivranno duecento anni, a conferma che Pier Luigi aveva imboccato la strada giusta. Colpi-

sce in questa vicenda i punti di contatto tra la fine del duca e quella di un altro innovatore della Giulio politica: Cesare. Entrambi i protagonisti sono grandi condottieri militari ed entrambi puntavano alla creazione di una nuova forma di Stato, il principato nel caso di Cesare, un moderno ducato nel caso di Pier Luigi. Sia l’uno che l’altro avevano ricevuto ampi segni premonitori di quanto si stava tramando alle loro spalle. Plutarco e Shakespeare ci hanno narrato le profezie rivolte a Cesare, le cronache del tempo lo hanno fatto per il Farnese.

In entrambi i casi i congiurati sono esponenti del vecchio mondo che non vuole lasciare il passo al nuovo.Tutti e due i leader cadono sotto i colpi di un pugnale e la mano che lo impugna è quella di un ex nemico che pensano di aver riconquistato e tengono al loro fianco: Bruto per Cesare, Anguissola per il duca. Eguale è lo stupore che provano trovandoseli davanti pronti a uccidere. «Anche tu Bruto», esclama Cesare. «Ah conte, conte», grida Pier Luigi. Nelle sue riforme aveva tenuto conto di tutti i consigli impartiti da Machiavelli al principe e li aveva anche messi in pratica. Con una sola eccezione. Machiavelli aveva scritto esplicitamente che le congiure possono essere attuate solo da persone a diretto contatto del principe. È questo l’errore fatale. Sia Pier Luigi che Cesare non si proteggono da quanti li circondano quotidianamente e cadono sotto i colpi di chi considerano quasi un secondo figlio. Ma lo Stato nuovo che avevano iniziato a creare, il principato e il ducato, sopravvivono alla morte dei loro artefici, a conferma che le riforme intraprese erano in sintonia con i tempi della Storia e che i veri riformatori sono i rivoluzionari più conseguenti, sempre esposti però ai contraccolpi degli interessi costituiti.


Giancarlo Giannini è la novità della miniserie in due puntate ”Il maresciallo Rocca e l’amico d’Infanzia” con Gigi Proietti assoluto protagonista da dodici anni

fiction

1 marzo 2008 • pagina 21

Dopo Sanremo lunedì e martedì Raiuno punta di nuovo su Proietti-Rocca affiancato da Giannini

Il maresciallo,per dimenticare Baudo di Priscilla Del Ninno distanza di dodici anni dalla prima comparsa in tv. Dopo cinque serie e ventotto episodi di straordinario successo. Con una media di ascolti a edizione che non è mai scesa sotto i dieci milioni di telespettatori. Forte di un formato che adotta per la prima volta quello della miniserie in due puntate, di un impianto cinematografico e di ricercata spettacolarità, girato in pellicola 35 mm (e non più 16 come per le serie precedenti): questi i numeri con cui il Maresciallo Rocca si presenta al nuovo appuntamento con il pubblico, previsto per lunedì 3 e martedì 4 marzo su Rai Uno.

capitolo della saga ad affiancare Gigi Proietti è chiamato Giancarlo Giannini, l’amico di vecchia data del titolo -; passando per l’ormai familiare ambientazione viterbese, epicentro delle vicende delittuose ma anche sfondo bucolico delle vicissitudini intimistiche; per concludere con la riuscita sinergia in sceneggiatura tra realtà cronachistica e finzione scenica, un collaudato dialogo mediatico che, dagli esordi a oggi, percorre con successo il doppio binario narrativo che interseca, di puntata in puntata, cammino privato e percorso delle inchieste.

La storia, che nel palinsesto raccoglierà il testimone dalla lunga maratona sanremese, per la prima volta si basa su un precedente letterario, Il Maresciallo Rocca e l’amico d’infanzia, titolo della fiction in due puntate ma anche del bestseller firmato da Laura Toscano, ideatrice e autrice storica, in coppia con Franco Marotta, di tutte le vicende sentimental-investigative del carabiniere più amato d’Italia, cui il camaleontico Gigi Proietti presta inimitabile simpatia mimica e vis interpretativa. La mano che firma il racconto tv dunque è sempre la stessa, così come gli stessi sono gli ingredienti che da anni condiscono con successo una delle ricette più amate e richieste del piccolo schermo. A partire dalla equilibrata miscela di attori di fama e di giovani talenti - in questo nuovo

Del resto, nel corso degli anni e delle diverse serie, in quel microcosmo fatto di lotta al crimine e di schermaglie d’amore, si sono avvicendati personaggi femminili (da Stefania Sandrelli a Veronica Pivetti); sono stati confermati i ruoli dei fedeli collaboratori (da Sergio Fiorentini a Mattia Sbragia); si sono affiancati episodi delittuosi e felici evoluzioni familiari, punti che hanno scadenzato una scaletta degli eventi che, di edizione in edizione, hanno progressivamente fatto maturare i personaggi e articolare gli intrecci gialli, rendendo sempre più salda l’impalcatura narrativa e sempre più stretto quell’implicito patto di fedeltà

A

tra autori, protagonisti e pubblico. Un accordo virtuale siglato fino a ieri sotto la direzione magistralmente artigianale del regista Giorgio Capitani, e che oggi si rinnova nella doppia messa in onda della prossima settimana, firmata dalla regia di Fabio Jephcott.

Non è un caso allora se, da quel lontano gennaio del ’96 fino a oggi, dai casi di usura allo sfruttamento della prostituzione, dai sequestri di persona al traffico di droga internazionale, dall’immigrazione clandestina fino al reato perpetrato tra le mura domestiche, il plot del Maresciallo Rocca ha seguito le tappe del cammino criminale, evidenziando e registrando nella cornice della fiction trasformazioni sociali e degenerazioni di malavita e microcriminalità. Così come, nel mosaico della ricostruzione tv, hanno sempre trovato ampio spazio i tasselli familiari che, tra matrimoni e lutti, nascite e adozioni, abbandoni e nuovi amori, hanno caratterizzato il realismo delle vicende e delle ambientazioni, confermando la credibilità dei protagonisti, e costituendo le coordinate di riferimento di questo lungo viaggio tv che sta per presentare la sua nuova tappa. Un viaggio seriale che da

Le avventure del carabiniere più famoso d’Italia seguono l’evoluzione della società: tra vicende familiari e delitti

sempre rifugge dagli eclatanti stereotipi d’importazione e che, di contro, nel rifiutarsi di cedere alla facile tentazione del richiamo violento, ha saputo contrapporre alle tinte forti della crudezza della cronaca i toni più sfumati e più intelligentemente edulcorati della fiction, e agli elementi tipici del telefilm poliziesco straniero, i clichè tipici delle nostre produzioni.

Il filo conduttore di questo ritratto di provincia in un delitto, che correla cambiamenti e punti di riferimento fisso? Ma ovviamente l’identificazione tra Proietti e Rocca, un’identificazione totale che annulla persino la distinzione tra maresciallo in divisa e maresciallo in pantofole, dove i nodi dell’inchiesta da sciogliere si alternano alle incombenze familiari da risolvere. Realtà sociali e domestiche che riguardano lo spettatore da vicino: tripla immedesimazione, quindi, e successo esponenziale garantito. Un successo che, ci si augura, non sia come annunciato dagli autori, arrivato all’epilogo. Del resto è stato lo stesso Proietti recentemente a dichiarare : «Il maresciallo Rocca? È un personaggio che con grande piacere incontro ogni tanto come fosse un vecchio cliente. E se mi proponessero di farne un’altra miniserie, dopo questa che potrebbe essere l’ultima, accetterei volentieri. L’importante è che ci sia uno spunto originale e, soprattutto, che il Maresciallo Rocca mi voglia ancora»…


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog LA DOMANDA DEL GIORNO

Pedofilia, la castrazione chimica è un rimedio? Sì, e in certi casi dovrebbe essere obbligatoria Sì. In certi casi si la castrazione chimica dovrebbe essere obbligatoria. Ci si può riferire a quell’uomo che uscito dal carcere, dove era stato rinchiuso per abusi su minori, ha violentato una bambina di quattro anni. La legge vieta di intervenire d’ufficio. Allora: o si cambia la legge o si pone come alternativa il carcere a vita. Io penso che per alcuni sia una vera malattia e come tale l’unica terapia è proprio la castrazione.

avere - prevalentemente - valore rieducativo. Ma diciamolo francamente, si è mai visto un pedofilo ravveduto? Finora abbiamo assistito soltanto a pedofili che hanno reiterato il loro delitto. Inoltre va considerato che il pedofilo molto spesso uccide le proprie vittime, non si accontenta dello stupro. E sono altresì convinto che se si procedesse ad un sondaggio specifico, la stragrande maggioranza degli Italiani sarebbe a favore della castrazione chimica. I restanti, per i pedofili, richiederebbero la pena di morte.

Basterebbe rieducare i colpevoli, altrimenti meglio pene ancora più drastiche No, contrario e penso che coloro che invece si dichiarano favorevoli alla castrazione chimica non si rendono conto che così andremmo a reintrodurre le pene corporali. Insomma è possibile che nel terzo millennio dobbiamo ancora ricorrere alle pene corporali per colpire chi delinque? A quando la lapidazione per gli adulteri? E se anziché educare pensiamo di ricorrere a mezzi che impediscano di delinquere in via definitiva, perché non reintroduciamo nel nostro ordinamento giudiziario la pena di morte? Sarebbe sicuramente il mezzo più definitivo. Cordialità.

Maggioranza e opposizione inizino a coinvolgersi in problemi veri come la pedofilia Considero veramente positivo che sia Fini che Veltroni abbiano preso in considerazione la possibilità di ricorrere alla castrazione chimica contro i pedofili. Senza dilungarmi in inutili argomentazioni pro o contro, mi pare giusto che maggioranza e opposizione comincino a coinvolgersi in problemi veri,quelli che i cittadini vivono tutti i giorni, prima ancora che sui grandi temi esistenziali.

Anna Mauri - Padova

Egidio Rame - Roma

Sarebbe l’ideale, anche perché finora abbiamo assistito solo alla reiterazione dei reati Sì, a mali estremi, estremi rimedi.Tra l’altro a me sembra che sia l’unico rimedio a disposizione della società per far fronte al più odioso dei reati.Reato che non credo possa essere combattuto con la pena detentiva. E’ vero la pena non deve consistere unicamente nella restrizione della libertà, ma deve

Paolo Crispi - Bari

Troviamo un rimedio alla secolarizzazione Penso che questo sia un momento davvero difficile per la cultura del nostro Paese, dell’Europa e del mondo tutto. Noto con profondo rammarico che stiamo sempre più andando verso una parabola discendente dei valori, dell’etica, della morale. Oggi, si arriva perfino a mettere in discussione il Vaticano. Come se il Pontefice non avesse neanche più il diritto a dire la sua, all’Università come altrove. Veramente quello che ci dobbiamo aspettare è un mondo in cui ognuno non deve più seguire una coscienza, ma solo e soltanto un arbitrio ben lungi da quello che da sempre ci è stato insegnato e tramandato? Possibile che a oggi ci sia solo una voce in Italia, quella centrista, che si ispiri nonostante tutto e tutti ai valori cristiani? Voterò Pier Ferdinando Casini, ma mi piacerebbe che ci fosse maggiore coesione tra tutte le anime moderate, centriste e liberali italiane, capaci solo così di fronteggiare una secolarizzazione massacrante.

Sara Martinelli - Pisa

Carlo Di Pierro - Como

Qualunque cosa pur di debellare il reato peggiore che ci possa essere al mondo La pedofilia è senza dubbio il reato forse peggiore che ci possa essere. Perché più di un omicidio, è la violazione dell’innocenza di bambini indifesi cui per sempre rimarrà un trauma enorme (quando non vengono uccisi). Qualunque rimedio possibile dovrebbe dunque essere adottato, quindi dico: perché non proprio la castrazione chimica? Se effettivamente può evitare quanto meno la reiterazione di reato, ben venga. Grazie.

Chiara Lari - Foggia

LA DOMANDA DI DOMANI

C’è una canzone di Sanremo che salvereste?

Il Comune di Roma ha fallito su tutto I romani attendono da decenni nuove linee metropolitane. Se dopo quindici anni di governo comunale di sinistra il risultato di Rutelli e Veltroni è quello annunciato da Italia

dai circoli liberal

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

AL VIA LA COSTITUENTE DI CENTRO Al di là del fatto che comincia ad essere chiaro ed evidente che in Italia, oltre agli schieramenti Pd-Pdl, esiste ormai un polo di Centro. Non solo il nuovo soggetto politico nasce dalla condivisione dei valori comuni, laici, cristiani e liberali, ma è anche un contenitore ricco di contenuti etici e morali. Non a caso esso si pone nell’immediato di promuovere la Costituente di Centro. Insomma, si rafforza l’attuale posizione dell’Udc per formare un partito moderato e di Centro più largamente rappresentativo e che corrisponda a quelle esigenze di raccordo e di sintesi alle quali Ferdinando Adornato, i Circoli e la Fondazione Liberal avevano già da tempo indicato, partendo da Todi per finire alla Carta Costituente, sottoscritta all’epoca dai leader dell’ex Casa delle Libertà. Un nuovo percorso dunque, che oggi incassa il commento positivo del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, e che convince l’onorevole Ciriaco De Mita a correre non solo per ritornare in Parlamento, ma anche per dare

forza ad un progetto che oltre al nuovo cerca anche di essere serio e di mettere insieme l’esperienza e l’entusiasmo delle varie generazioni a confronto. Merito a Casini quindi, ad Adornato, a Pezzotta e a quanti in queste ore stanno avendo il coraggio non solo di esprimersi ma anche di schierarsi al fianco di quella che è la vera novità della politica italiana e di questa imminente tornata elettorale. E’ di ieri ancora la lettera aperta di Arnaldo Forlani ”ripartiamo dal Centro”, pubblicata sul nostro quotidiano, nella condivisione comune che il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, abbia in questa fase storica della politica italiana le maggiori responsabilità, per non aver saputo consolidare un accordo che già c’era almeno sugli aspetti più importanti e che Liberal aveva saputo magistralmente riassumere nella Assemblea Costituente. La funzione della nuova forza politica in campo non è dunque più la rappresentanza del ”voto inutile”, così come frettolosamente Fini e Berlusconi l’avevano licenziata nei giorni scorsi, ma diventa oggi il volano su cui costruire e rappresentare politicamente la nuova cultura modera-

Nostra, con il blocco dei lavori e la soppressione delle stazioni in centro, siamo di fronte a un clamoroso fallimento. Roma ha bisogno di cambiare passo, e la candidatura a sindaco di Alemanno è l’unica reale garanzia di cambiamento.

Antonella Ciammarichetti Roma

Non ci sono elezioni senza inganni ed emozioni le elezioni sono un appuntamento importante. Per rimettere a punto la voglia, i modi e gli stili di governare. Per ricominciare. Lo hanno fatto anche i comunisti rinunciando alla falce e martello. Ma non ai loro veri desideri, alle loro scelte e alle loro storie. Perché la regola numero uno è sempre la stessa: non ci sono elezioni senza emozioni, contraddizioni, inganni e falsificazioni.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

Sosteniamo le sette missioni di Berlusconi Sette missioni per rilanciare l’Italia. All’Auditorium della Conciliazione di Roma, Silvio Berlusconi ha presentato il programma del Popolo della libertà, condensato in dodici pagine. Altro che le 280 presentate e mai realizzate dal governo Prodi. Il Cavaliere ha rivendicato i meriti del suo precedente governo e annunciato le nuove proposte per il Paese. Sette missioni, dunque: la prima è rilanciare lo sviluppo; la seconda è sostenere la famiglia, la terza punta a maggiore sicurezza e giustizia, la quarta è relativa ai servizi ai cittadini, la quinta è dedicata al Sud, la sesta al federalismo e la settima a un piano straordinario di finanza pubblica. Che dire. Speriamo vinca.

Sabino Maioli - Lecco

ta e di Centro, riformista di ispirazione cristiana. Ora ai moderati e ai democratici e centristi di tutto il Paese la responsabilità e il coraggio di aggiungersi a questa opportunità concreta che gli elettori certamente sapranno premiare con il proprio consenso il 13 e il 14 di aprile. Vincenzo Inverso

SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

APPUNTAMENTI ROMA - MARTEDÌ 8 MARZO 2008 Ore 11, presso il Teatro Valle, in via del Teatro Valle 21 (piazza Navona) Assemblea nazionale dei Club Liberal. Interverranno Pier Ferdinando Casini, Ferdinando Adornato, Angelo Sanza.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog turno a discapito dei senza casa, ghettizzati, e dei contribuenti. I centinaia di milioni di euro, erogati negli anni dal Campidoglio, per assistere provvisoriamente gli sfrattati potevano essere utilizzati per realizzare seri e concreti programmi di edilizia popolare risolvendo definitivamente anche la questione delle centinaia di migliaia di cittadini in lista d’attesa da decenni nelle graduatorie comunali. Infinite grazie per l’attenzione. Saluto cordialmente.

In te ho la misura per tutte le donne Le mie lettere ti avranno detto quanto io mi senta solo. Non mangio a corte, vedo poca gente, me ne vado a passeggiare solo e in ogni bel punto desidero di essere con te. Non posso fare a meno di amarti, anche più di quello che dovrei, e tanto più felice sarò quando ti rivedrò. Ti sento sempre più vicina a me, la tua presenza non mi lascia mai. In te ho trovato la misura per tutte le donne, anzi per tutti gli esseri umani: attraverso il tuo amore, la misura per la sorte di ognuno. Non è che esso mi offuschi il resto del mondo, anzi direi piuttosto che me lo schiarisce tutto quanto, e mi rende possibile di vedere nettamente come sono gli uomini, cosa pensano, cosa desiderano, cosa fanno e godono: a ognuno concedo il suo, e dentro di me mi rallegro del fatto di possedere, io, un tesoro cosi indistruttibile. Addio mille volte amata. Johann Wolfgang Goethe a Charlotte von Stein

Il Campidoglio non sperperi i nostri soldi La spesa sostenuta dall’amministrazione comunale di Roma per sole 46 famiglie assistite presso il residence di vicolo Casal Lumbroso 75 presuppone un’assistenza di lusso pari a 135 euro a notte, con uno sperpero di denaro pubblico che poteva essere impiegato per l’acquisto di nuovi appartamenti da adibire all’emergenza abitativa che colpisce da decenni la città. Me lo ha segnalato un mio amico, che è all’interno di Alleanza nazionale, denunciando che l’amministrazione capitolina avrebbe firmato un contratto milionario con la proprietà del Residence con una spesa complessiva annua di 2 milioni 208 mila euro a fondo perduto. E’ scandaloso che la giunta Veltroni possa aver stipulato un contratto di locazione del fabbricato in questione per una somma esorbitante, senza predisporre una regolare gara d’appalto, ma accettando una semplice offerta effettuata dalla società immobiliare. Alcuni documenti dimostrerebbero come continui la disastrosa politica dei residence da parte del Comune di Roma che

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

Alessandro Marinetti Roma

abbandona in strutture ghetto e a costi esorbitanti i cittadini romani in attesa di un alloggio popolare. I 46 nuclei familiari di Casal Lumbroso, numerosi disabili, tra cui molti in carrozzella, erano stati trasferiti all’inizio di marzo con la promessa di un’assegnazione di un alloggio popolare che stenta ad arrivare. Nel frattempo la loro vita va avanti in camere di 25 metri quadrati, in un luogo isolato dalla comune vita cittadina e senza nessun segnale dalle Istituzioni. E’ evidente che la politica dei residence sottrae fondi alla reale soluzione dell’emergenza abitativa a Roma e risulta solo un mezzo per arricchire, con i fondi pubblici, gli speculatori di

Finalmente un giornale moderato e davvero liberale Voglio soltanto fare i miei migliori auguri a Liberal. Ho saputo solo pochi giorni fa della nascita del quotidiano e del recente passaggio (molto saggio a mio avviso) di Ferdinando Adornato all’Udc di Casini. Finalmente arriva in Italia una voce moderata, liberale, ispirata ai veri valori e soprattutto equilibrata rispetto alle altre realtà editoriali italiane. Grazie dell’ospitalità. Saluti.

Marianna Lorenzetti Bologna

PUNTURE Dice Berlusconi: “Voglio ben chiaro il concetto che non promettiamo e non facciamo miracoli”. Miracolo.

Giancristiano Desiderio

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze? DUMAS PADRE

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di L’ABORTO E’ CONTRO LO SVILUPPO SOCIALE (…) Perché portare un tema come questo: “smettiamola di uccidere i bambini prima che nascano”, in una campagna elettorale dove si parla di far tornare i conti nelle tasche dei cittadini e dello Stato, di tutela dei diritti, e di sviluppo? Perché non considerarlo appunto un “problema di coscienza”, che ognuno si sistema come crede? La risposta è semplice: perché in uno Stato maturo (non “emergente”, ma emerso da molto tempo), tutti i problemi politici dipendono dalla vitalità del paese. E la vitalità di un paese dove uccidere i bambini concepiti è considerato un problema di coscienza individuale, che non riguarda tutta la società, la sua capacità e desiderio di svilupparsi, è molto bassa. Come mai? Perché il bambino è la nuova vita, la storia che continua, il mondo di domani. Impedirgli di venire al mondo significa rifiutare lo sviluppo, il domani. La battaglia contro l’aborto ha due facce. La prima, la più evidente, quella fondamentale, è quella di ogni tema “eticamente sensibile”: l’aborto è un male, e la sua pratica imbarbarisce la società, ed i suoi componenti. La cosa, però, non finisce qui. Ogni tema “eticamente sensibile” ha un suo particolare modo di diffondere la malattia morale, nella società, indebolendola e degradandola. Nel caso dell’aborto, proprio l’evidente orrore dell’azione che viene compiuta rischia di sentimentalizzare il dibattito, consentendo a qualcuno di diversa origine e orientamento, come è accaduto, di chiedere il “silenzio”, sulla que-

stione, per rispetto per chi, quasi sempre soffrendo, la compie. Ma il rispetto, e l’affetto, per la donna che decide di abortire non deve far scomparire, il rispetto, e l’affetto per il bambino che già vive, ma non potrà nascere, e quello per la comunità cui apparteniamo, gli altri, la cui vita e le cui prospettive saranno profondamente toccate da quell’azione. La storia, e l’antropologia sanno bene che l’atteggiamento verso il bambino è uno dei grandi indicatori del grado di vecchiaia, o di vitalità, di una civiltà. Quando la civiltà azteca cominciò a moltiplicare i sacrifici rituali dei bambini al Sole, cadde in una decadenza irreversibile. Lo studio della psiche umana conferma questo fatto. Una personalità vitale è devota al nuovo, ama i bambini, non distingue neppure tra lo sviluppo della propria esistenza e quello della loro: sente istintivamente che i due fenomeni vanno a comporre il fenomeno complessivo della crescita e dello sviluppo della vita. Si tratta di ciò che don Giussani chiamava un’esperienza elementare, che abbiamo già nel nostro cuore, e che ci indica la strada della realizzazione della nostra vita, e del nostro destino. La vita nascente è la rappresentazione simbolica (e quindi molto reale, non intellettuale), di un mondo che continua, si sviluppa, e cresce. Ucciderla vuol dire ferire a morte lo sviluppo vitale di una società. La battaglia contro l’aborto è una battaglia “buona”. E dal punto di vista politico è una battaglia per lo sviluppo.

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Con il crimonologo Francesco Bruno alla ricerca di un filo tra i casi di Gravina, Cogne, Erba, Garlasco

Il virus horror che contagia colloquio con Francesco Bruno di Cristiano Bucchi

ROMA. Un buco nero. Così si presenta sempre più spesso la provincia italiana. Cogne, Novi Ligure, Erba, Garlasco, Gravina in Puglia sono solo i più noti tra i piccoli centri della Penisola diventati teatro di orrori. Si tratta di luoghi schiacciati tra la campagna e le grandi città, di cui subiscono il fascino, e di cui cercano di riprodurre i miti finendo per assumerne solo le patologie. Francesco Bruno, psichiatra e criminologo, si è occupato in questi anni di alcune delle vicende più drammatiche che hanno sconcertato l’opinione pubblica. Come nasce la professione di criminologo? In Italia si è affermata solo di recente. Fino a qualche anno fa si diventava criminologi studiando in scuole di specializzazione post lauream, in seguito chiuse perchè non conformi alla normativa della Ue. Adesso si sono trasformate in corsi di perfezionamento universitari o master, pubblici e privati. È un iper-specializzazione che segue una precedente. Che cosa succede nella nostra provincia? L’Italia ha subito un grande processo di inurbamento, molte città negli anni sono diventate delle megalopoli. Contemporaneamente in provincia si è persa l’identità, le cittadine si sono dilatate nel territorio con un modello che anche al Sud riflette ormai quello del Veneto: case e strade sparse, senza luoghi di aggregazione. Sono scomparse le piazze, i ragazzi si danno appuntamento nei piazzali dei megastore. Ciò che ormai prevale è il non luogo. E che problemi ne derivano? La provincia ha preso i caratteri più orripilanti della città e ha smarrito il carattere principale, che era quello del controllo sociale. Nei vecchi

gio, vengono presto emarginati. Nei piccoli centri, in provincia hanno una parvenza di vita normale, dalla città vengono espulsi. Secondo lo psichiatra Massimo Fagioli solo ”la follia mostruosa della normalità razionale”è in grado di spiegare alcune tragedie come quelle di Erba e Novi Ligure. È d’accordo? L’omicidio non è normalità umana ma malattia mentale, ossia anaffettività, freddezza, lucidità e non solo disordine del comportamento. Di conseguenza possono esserci persone che dietro un’apparente normalità covano deliri e quindi possono compiere atti mostruosi come nel caso dei coniugi Romano.

LA PROVINCIA Che ruolo giocano i media? I media oggi non sono solo una struttura di informazione ma stanno diventando i costruttori della nuova realtà. Vale a dire che la realtà presentata dai media è quella buona, mentre quella che viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle rischia di non essere più autentica. C’è chi sostiene che il caso Gravina, come accadde per Cogne, sia stato amplificato da troppe trasmissioni televisive. Non credo. Gli italiani hanno scelto la vicenda come schermo su cui proiettare i loro peggiori incubi. Per buttarli fuori da sé e dalle loro case. Per tenerli lontani. Credo sia giusto che i media facciano il loro dovere, correttamente. Lei prima ha parlato del vuoto delle province. Come lo si supera? Servirebbe prima di tutto un cambiamento culturale. La famiglia era sempre stata il valore di riferimento, oggi è in crisi assoluta. Credo sia necessario evolvere verso una nuova strutturazione sociale. Cosa l’ha colpita di più della vicenda di Gravina? Ci sono diversi elementi poco chiari. Non è possibile che nessuno sia andato a frugare in quel pozzo per tutto questo tempo. Certamente qualcosa non ha funzionato nelle indagini. Le ricerche o si fanno o non si fanno, e se si fanno non si possono condurre a campione. C’è chi ipotizza che possa essersi trattato di un tragico incidente, che Francesco e Salvatore possano essere entrati in quel pozzo per gioco. Credo che a questo punto sia necessaria una rivisitazione degli atti, incluse le intercettazioni. Quello che oggi sappiamo è che i bambini era-

«Di sicuro nella tragedia di Francesco e Salvatore», dice lo psichiatra, «molte cose non hanno funzionato, dalle ricerche all’arresto del padre, che non è giustificato da nulla» paesi fino a qualche tempo fa ognuno sapeva cosa faceva il vicino. Questa degenerazione ha portato a una amplificazione dei fatti e quindi a un aumento della violenza. Perché è più difficile che episodi come quello di Garlasco o di Gravina avvengano nelle grandi città? Paradossalmente in città pur non essendoci un controllo sociale, nel senso che io non so cosa succede sul mio pianerottolo, è diventato talmente difficile vivere che quelli che non ce la fanno, e che spesso sono in condizioni di disa-

no a pochi passi dal municipio e che quando sono finiti là sotto erano ancora vivi. Si tratta di capire se ci sono finiti per una bravata o perchè qualcuno voleva sbarazzarsi di loro. Filippo Pappalardi, padre di Francesco e Salvatore, continua a proclamarsi innocente e chiede di essere rimesso in libertà. Non ho ancora capito perchè se la sono presa con lui. Ho letto con attenzione le carte e le posso dire con certezza che su Pappalardi c’erano solamente piccoli elementi che non giustificavano assolutamente l’arresto. Il dato vero è che qui ci troviamo di fronte a famiglie con problemi spaventosi e che danno adito a numerosi sospetti. Credo sia necessario rileggere completamente gli atti alla luce di quello che è successo nelle ultime ore. Lei si è occupato fra gli altri anche del delitto di Cogne. Come si arriva a quel balletto di perizie che stravolge continuamente le sentenze nei diversi gradi di giudizio? Questo accade perché di solito in primo grado l’opinione pubblica vuole la vendetta e perciò scatta la condanna. Normalmente i fatti delittuosi durante il primo processo sono troppo recenti. Vuol dire che esistono delitti perfetti i cui colpevoli riescono a celarsi dietro innocenti? Un delitto è perfetto se il suo autore non viene scoperto, ma questo accade spesso per casualità o per errori degli investigatori. Alcuni delitti sono certamente più difficili da scoprire, fra tutti l’omicidio di una prostituta. Per la quantità di contatti a rischio, il luogo e il momento della giornata in cui la situazione di rischio si verifica. Direi che il delitto perfetto non esiste. Ma purtroppo il criminale impunito sì.


2008_03_01