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mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

GLI ALFIERI U DEL MADE IN ITALY

di Filippo Maria Battaglia

Editoria italiana e mercato estero

ri è un cantone della Svizzera centrale, incastrato tra uno dei più suggestivi laghi europei e il San Gottardo. È una terra impervia, fiera, piuttosto isolata. Ha poco più di trentamila abitanti, quasi tutti di madre lingua tedesca, e solo in piccolissima parte serbocroata. Sebbene il confine italiano disti qualche centinaio di chilometri, la presenza di oriundi del Belpaese è di fatto inesistente e confinata quasi esclusivamente al dato teorico e di studio. Eppure anche ad Altdorf, la sua capitale (circa ottomila abitanti), trovare libri italiani non è poi così difficile. I classici, certo, ma anche i contemporanei. La presenza (inattesa) dei nostri tascabili nella patria di Guglielmo Tell è uno dei segnali più curiosi di una tendenza certificata nei giorni scorsi dal rapporto annuale sullo stato dell’editoria in Italia. Statistiche e indagini di mercato confermano infatti la tendenza che i gusti del libraio del cantone svizzero non sono poi così bizzarri. Il made in Italy, almeno per ciò che riguarda le belle lettere, cresce, e persino con una certa voluttà. La conferma risiede tutto in un dato: dal 2001 a oggi, il numero di titoli ceduti dagli editori italiani all’estero è aumentato del 94%, sfiorando quasi quota tremilacinquecento. I Dal 2001 furori delle prime lame a oggi il numero della narrativa nostrana non detitoli nostrani ceduti

di a editori stranieri è aumentato del 94%, sfiorando quasi quota 3.500. Accanto a Camilleri, Saviano, Ammaniti - tra i più richiesti - anche un tris di scrittori diventati rivano però solo un inatteso punto dall’exploit alla Fiera di riferimento... del libro di Francoforte, su

cui pure le cronache dei quotidiani e settimanali ci hanno ampiamente illustrato: tra gli altri, la longevità editoriale del Montalbano di Andrea Camilleri, il successo dei libri di Roberto Saviano, l’inaspettato glamour che riscontrano oltreconfine i saggi della neonata Chiarelettere capitanata da Lorenzo Fazio.

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9 771827 881301

91031

ISSN 1827-8817

Parola chiave Estrema Europa di Gennaro Malgieri Il nuovo romanzo di Cristina Comencini di Maria Pia Ammirati

NELLE PAGINE DI POESIA

Eco, Narciso e la tragica scoperta dell’Io di Roberto Mussapi

Antonin Artaud a nervi scoperti di Pasquale Di Palmo “Julie & Julia” la cucina come riscatto di Anselma Dell’Olio

Viani, capolavori della povertà di Marco Vallora


gli alfieri del made in

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È Tabucchi il prototipo dello scrittore internazionale di Pier Mario Fasanotti ra i narratori dei nostri tempi, Antonio Tabucchi è quello «in cui meglio arrivano a coincidere intensità dei risultati e successo di pubblico, presenza culturale e leggibilità». A dirlo è uno dei maggiori critici italiani, Giulio Ferroni. A proposito del romanzo più noto di Tabucchi (e dal quale fu tratto lo splendido film con Marcello Mastroianni), ossia Sostiene Pereira, Lalla Romano si chiese : «È possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello?». Insomma, tra analisi, riflessioni e autorevolissime emozioni, pare proprio che Tabucchi sia da candidare al premio Nobel. Come del resto è già stato fatto. Ma questo alone superbo che circonda la testa del narratore pisano deriva anche da un

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segue dalla prima Il gradimento dei nostri autori nasconde in realtà una storia più lunga e molto meno circostanziata di quanto si voglia credere. Una conferma arriva, ad esempio, dal dettagliato saggio di Enrico Tiozzo, pubblicato quest’anno per i tipi dell’editore Olschki, e dedicato interamente a La letteratura italiana e il premio Nobel (355 pagine, 34, 00 euro). Si scopre così, tra l’altro, l’altissimo indice di gradimento che gli accademici di Svezia nutrivano nei confronti di Antonio Fogazzaro, tanto da preferirlo nell’assegnazione al Nobel (poi svanito per altre ragioni) rispetto a scrittori del calibro di Tolstoj e di Ibsen.

Successi persino più considerevoli, ma stavolta a oriente, ha raccolto (e pare raccogliere ancora oggi) Gianni Rodari, a quasi trent’anni dalla morte. Le avventure di Cipollino, stampato per la prima volta nel 1954 dalle edizioni di Cultura Sociale, è stato pubblicato già molti decenni fa in Russia (rectius: allora, Unione Sovietica), Cina, Lituania, Estonia, Lettonia, Giappone e Polonia, finendo col diventare un genere non solo della letteratura scritta, ma persino di quella orale, tanto da sfidare in popolarità Biancaneve. Rodari ha finora superato le duecentocinquanta traduzioni in più di quaranta lingue: risultati impensabili se si considera che in Europa i suoi titoli - Italia esclusa, ovviamente - non hanno mai valicato le centinaia di migliaia di copie. I furori della narrativa italiana non si legano però solo alla letteratura per adulti e per ragazzi e non riguardano esclusivamente i bei tempi andati.Tralasciando i casi monstre di Umberto Eco (Il nome della rosa) e Susanna Tamaro (Va dove ti porta il cuore), c’è una generazione di scrittori fortissimi, che in Italia non sono star del calibro di Saviano e di Camilleri, e che invece per centinaia di migliaia di lettori stranieri sono diventati quasi dei punti di riferimento. Primo caso, Giulio Leoni. Da noi, il ciclo di gialli storici dedicati a un Dante Alighieri versione Sherlock Holmes è pubblicato da Mondadori e ha avuto un discreto successo. All’estero, però, ne ha avuto molto di più: tradotto in 37 paesi, detective Dante si ritrova ad allietare

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato a cura di Gloria Piccioni

suo doppio, triplo, anzi multiplo passaporto. Innanzitutto ha eletto il Portogallo quale sua seconda patria (sua moglie è portoghese, tra l’altro) e di quel grande che fu Fernando Pessoa egli è stato lo scopritore, il traduttore e il divulgatore. Poi si muove tra Siena, nel cui ateneo insegna, Parigi, Lisbona e Londra. È un intellettuale europeo. E in piazze che sono un poco più grandi rispetto a quelle di Milano, Orvieto o Enna - tanto per fare esempi - impegna la sua voce per denunciare l’anomalia politica italiana, indicando il nostro come «un paese a statuto speciale» per colpa di chi oggi ci governa. Lo fa senza toni mistici, in modo volterriano, direi, senza lasciar dormire nella sua faretra le frecce contro una sinistra «non proprio così acuta in questi anni». È dunque un artista che somiglia moltissimo ai pensatori medioevali o rinascimentali che non parlavano sempre nella stessa stanzuccia. Se poi si va a vedere le sue note biografiche, si scopre che non si scalmana o si esagita per le beghe che scoppiettano, ormai in modo endemico, attorno ai premi Strega, Campiello e Viareggio. Tabucchi ha ricevuto il Prix Médicis Etranger e il Prix Européen dela Littérature in Francia, l’Aristeion in Grecia, il Nossack dell’Accademia Leibniz in Germania, l’Eropaischer Staatspreis in Austria, il Premio Hidalgo in Spagna. E in Italia? Diciamo che la sua sobrietà deriva anche dalle soddisfazioni che ha raccolto. Non insiste a voler recitare da gallo nel medesimo pollaio. È ben contento d’aver ottenuto il Premio Salento, dopo il Viareggio-Repaci, lo Scanno, il Campiello e Premio dei lettori. La sua ultima - e raffinatissima - raccolta di racconti, Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli), è balzata ai primi posti della classifica appena è planata nelle librerie. Tabucchi è tra i pochi scrittori italiani a essere immediatamente tradotto dagli editori stranieri.

la siesta in Messico come in Cina, in Norvegia, come in Turchia. Ed è pronto a sbarcare - ci informa l’informatissimo sito dello scrittore (altro elemento non trascurabile nella promozione e nella diffusione dei libri, questo) - anche in Grecia, Danimarca, Finlandia,Tailandia, Bulgaria, Croazia e Slovenia. Leoni è forse l’esempio più rappresentativo di come una certa idea di «italianità» possa diventare il simbolo di un successo, anche in narrativa. I suoi libri centrano in pieno certe peculiarità nostrane (tra gli altri, gli affaire torbidi e le ambientazioni caratterizzate del Trecento) trasformando un’icona della nostra lingua, Dante appunto, in un personaggio letterario «da origine protetta», che dunque racchiude in sé il «Dna italiano». E per quanto Leoni abbia più volte detto che «la scelta di Dante è venuta quasi automatica» in quanto «riassume in sé tutti i tratti migliori di uno straordinario investigatore: l’intelligenza acuminata, la perspicacia, la cultura, il coraggio fisico, la sicurezza in se stesso ai limiti dell’improntitudine», il successo dei suoi libri si spiega soprattutto nello strano condensato dei più esportabili caratteri italici mista a una buona dose di suspense.

Stesso spartito, sempre in casa Mondadori, si suona per Valerio Massimo Manfredi, che in Italia e all’estero ha però raggiunto quote di vendita decisamente superiori. Le vette altissime scalate dal docente universitario (si parla di sette-otto milioni di copie pubblicate in tutto il globo) sono state inaugurate dallo straordinario exploit della trilogia Alexandros pubblicata in Italia alla fine degli anni Novanta. Oltre ad avere l’attenzione di svariati marchi editoriali in tutto il mondo, Manfredi si è così procurato l’interesse, tra gli altri, di gruppi del calibro di Macmillan per il mercato anglosassone, generalmente diffidente ad aprirsi a novità straniere in questo come in altri settori. Vicende differenti con risultati comunque incoraggianti sono accadute invece alla casertana Silvana De Mari, un trascorso in chirurgia prima della virata decisa sulla narrativa. Scoperta da Salani, a inizio millennio è diventata una sorta di piccola star del fantasy. L’ultimo elfo, pubblicato cinque anni fa, è arrivato tra l’altro in Sud America,Tailandia, Lettonia

Progetto grafico di Stefano Zaccagnini Impaginazione di Mario Accongiagioco Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento)

italy

Germania, Polonia e Romania, è finito nelle mani dei ragazzi di almeno tre continenti, ha prodotto corrispondenze infinite con gruppi di lettura in tutto il mondo, oltre che una messe di premi piuttosto prestigiosi.

I casi di Margaret Mazzantini, Giorgio Faletti e Niccolò Ammaniti sono invece un po’ diversi: tradotti in decine di lingue (Non ti muovere della scrittrice nata a Dublino è arrivato nelle librerie di trentaquattro paesi!) e partiti con il pronostico favorevole degli addetti ai lavori, hanno mantenuto l’eco riscontrata in Italia, in alcuni casi persino ampliandola. È ciò che è capitato proprio ad Ammaniti: alla Buchmesse, gli editori tedeschi hanno fatto a gara per contenderselo con una lotta, condotta manco a dirlo in punta di penna, tra Fisher, che ha portato a Berlino Come Dio comanda, e Bertelsmann, che aveva già acquistato i diritti di Io non ho paura. Caso raro, Ammaniti va bene anche nella perfida Albione: a inizio di quest’anno, la scozzese Canongate ha mandato in libreria l’ultima opera dello scrittore romano, preceduta da una lusinghiera recensione dell’inserto domenicale del Guardian. Ciò che in quel caso è piaciuta - almeno stando a sentire i critici del Financial Times, altro quotidiano che si è occupato benevolmente del romanzo - è stata stavolta l’ambientazione italiana decisamente fuori dagli stereotipi del Belpaese. «Un atteso controbilanciamento ha commentato il critico Matthew Kneale - all’edulcorato ritratto del paese turistico». Aver evitato la solita pizza e gli antichi mandolini pare dunque aver conquistato gli arcigni recensori di Sua Maestà. Eppure, persino gli exploit dei nostri scrittori più apprezzati all’estero sembrano lasciare un’amara sensazione, che si riverbera su tutta la scena culturale italiana. Nonostante tutto, infatti, l’immagine, un po’ riduttiva e oleografica, del «paese del sole e del mare» applicata ai confini nostrani è piuttosto dura a morire. Evidentemente, qualche buona prova letteraria non basta a demolirla. Forse, allora, un ragionevole investimento sugli istituti di cultura all’estero farebbe molto di più delle mille task-force ideate per contrastare l’ossessione delle «campagne anti-italiane».

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ESTREMA EUROPA ono davanti all’edificio numero 13 della discesa Andriyvska, nel cuore di Kiev, quando mi chiama la curatrice di Mobydick, la cara amica Gloria Piccioni, per ricordarmi di mandare la rubrica che state leggendo. La casa che ha attirato la mia attenzione è degli inizi del Novecento. Ha una struttura vagamente liberty. Elegante e sobria allo stesso tempo, ma grande abbastanza rispetto agli standard medi del suggestivo quartiere. Dislocata su due piani, l’ingresso è costituito da una piccola rientranza sulla quale si affaccia un balcone in ferro battuto. La domanda che mi faccio è: quanti pensieri, progetti, emozioni, passioni hanno affollato le stanze di quest’abitazione così poco pretenziosa eppure affascinante all’ombra della chiesa di Sant’Andrea, dalla cupole azzurre (una rarità da queste parti), edificata tra il 1749 e il 1755 dall’ingegnere moscovita Miciurin su progetto del grande e geniale architetto italiano Rastrelli, l’ideatore di San Pietroburgo nello stesso periodo e a Kiev della residenza degli zar. Già, cosa è passato in questa casa che custodisce ora ombre care che hanno accompagnato, tra le altre, la mia formazione spirituale e letteraria nell’intensa adolescenza?Vi si è aggirata l’anima tormentata di Mikhail Bulgakov, parte della cui breve vita (1891-1940), proprio qui, sulle rive del Dnipr, dal 1906 al 1919, ha «fermentato» riversando anni dopo gli umori della disciplina maturata a Kiev nel Maestro e Margherita e nella Guardia Bianca.

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Scendendo l’Andriyvska ho l’impressione di trovarmi nel cuore dell’Europa anche se so benissimo che sono nel profondo dell’Europa estremo-orientale. Eppure quel che mi assale non sono soltanto suggestioni, ma riflessioni sulla immensa dimenticata eredità europea che soltanto ormai in luoghi lontani e riposti si rinviene come consegnataci dalla memoria storica o da libri letti tanto tempo fa, prima che l’omologazione culturale e comportamentale distruggesse giacimenti spirituali che disperiamo ormai di raccattare. Kiev è uno di questi giacimenti. E non soltanto perché la «russità» è nata qui e quasi nessuno a Ovest lo ricorda; perché tra queste pianure attraversate da grandi fiumi è fiorita la cristianizzazione di una considerevole parte di mondo estesa fino alle radici lontane dell’Europa, laddove l’Asia si tocca e un nuovo universo prende forma, agli estremi limiti della Siberia, quasi lambendo le Isole Kurili. Non sapevano Cirillo e Metodio, santi esploratori dell’anima e avanguardie dell’evangelizzazione, che in questi luoghi la memoria della loro opera sarebbe stata segnata da centinaia di chiese dalle cupole dorate, da un numero imprecisato di silenziosi monasteri nei cui cortili giungono le nenie ortodosse di salmi che arrivano a situarsi nel petto dell’ascoltatore occasionale proiettato davanti alle iconostasi e alle immagini dorate e sublimi della cristianità trionfante, della Bellezza pura come il cielo ucraino quando il vento lo sgombra dalle nuvole per specchiarsi sui campanili dei templi

Solo in luoghi lontani e nascosti ormai si rinviene l’immensa e nelle nostre latitudini sbiadita eredità europea. La capitale ucraina è uno di questi giacimenti spirituali. Qui Oriente e Occidente s’incontrano con una levità che contrasta con la nostra cupezza

A Kiev la festa è sempre con te di Gennaro Malgieri

Dopo la dominazione sovietica, la resurrezione civile non è stata vissuta come un miracolo, ma piuttosto come la naturale prosecuzione della profezia dell’apostolo Andrea che lì si fermò. Illuminando le tribù che vagavano sulle rive del Dniepr e facendo fiorire la cristianizzazione che nessun barbaro, neppure quello sovietico, ha mai pensato di abbattere fermandosi di fronte al mistero della sacralità di luoghi dove le ideologie si infrangono e le ambiziosi abiette delle volontà di potenza diventano ceneri che la fredda tramontana si porta via annegandole nelle acque del Dniepr. La chiesa Andreevskaya è forse il simbolo, seppur meno sontuoso, certamente più eloquente di questa Europa profonda che nelle nostre latitudini è sbiadita come alberi nella nebbia. Il luogo dove venne edificata non fu scelto a caso. Le cronache ortodosse raccontano che su questa collina l’apostolo Andrea pronunciò le profetiche parole: «Li vedete questi monti? Su questi monti risplenderà la Grazia di Dio. Ci sarà una città grande, e Dio ci erigerà tante chiese». La leggenda aggiunge che Andrea su quell’altura pose una croce di legno. E mille anni dopo lì venne edificata una modesta cappella di legno chiamata Andreeevskaya, custodita da un annesso modesto convento di suo-

re. Poi venne il tempo del tempio barocco che esalta la missione di Andrea messaggero di Dio nella terra allora di nessuno. E Kiev divenne il centro della spiritualità e della cultura che ancora oggi incanta il viaggiatore occidentale per quanto è ordinata, luminosa, elegante, dignitosa in ogni suo quartiere, perfino in quelli più periferici.

Lasciando l’arteria principale, la Cresciatyc, dominata da palazzi imponenti e da edifici pubblici, dopo che ci si è inerpicati lungo via Volodymyrska, si apre, sontuoso, lo spettacolo di Santa Sofia, uno dei massimi monumenti sacri del mondo: è addirittura commovente. Costruito durante il regno del principe Yaroslav il Saggio tra il 1017 e il 1037, il complesso riassume lo spirito slavo contaminato dal cristianesimo e da questi soggiogato. Resta il mistero della bellezza che dei barbari evidentemente ispirati riuscirono nel corso dei secoli, grazie a continui rifacimenti, a trasferire in

strutture di tale religiosità da avvertire una sorta di estraneazione che porta fuori dal tempo, che immiserisce pensieri e parole di fronte alla musica del silenzio, un’armonia sublime che si ascolta soltanto con il cuore. E il mormorio dei religiosi accompagna l’estasi di fronte al «Muro Indistruttibile» nel cui centro domina la Santa Madre di Dio, raffigurata in un mosaico dell’XI secolo, che protegge Kiev. Ecco, una città antica, complessa, orientale e occidentale allo stesso tempo, da oltre mille anni è sotto il manto dellaVergine. E non lo nasconde. Lo esibisce nel suo monumento più celebre. La spiritualità d’Oriente ne esce integra come le cupole mai lasciate in abbandono, neppure quando i senzadio irruppero nella capitale di una «nazione» (perché tale l’Ucraina si è sempre considerata) la cui vocazione umana era quella di sfamare il mondo circostante e riempire l’anima dell’ammirato splendore della fede. Fu per questo, forse, che un delinquente georgiano, già prete, buttata alle ortiche la tonaca, contro questa terra fertile spiritualmente e fruttuosa lanciò quella bestemmia che nessuno ricorda, che non si vuole ricordare: l’Holodomor, la carestia programmata, il progetto che affamò milioni di esseri umani molti dei quali sopravvissero grazie alla fede e a poche patate. Anche questo oggi è l’Ucraina, l’Estrema Europa dove la resurrezione civile non è stata vissuta come un miracolo, dopo la dominazione sovietica, ma piuttosto come la naturale prosecuzione della profezia di Andrea il Santo che lì si fermò illuminando le tribù che vagavano sulle rive del Dniepr. Quando m’inoltro nei sacrari di Kiev, in particolare nella Lavra di Kyevo-Pecersk, uno dei più sublimi monasteri che ho visitato alla ricerca delle mie radici e talvolta della mia anima smarrita, non posso fare a meno di pensare che tra queste colline si snoda una continua e forse impercettibile per i residenti festa spirituale, tanto l’atmosfera è densa di suggestioni che rimandano a una certa immagine dell’Europa ormai difficilmente rinvenibile altrove. Direi come Ernest Hemingway di Parigi, «la festa è sempre con te». A Kiev c’è questa levità gaia che contrasta con la cupezza di un Occidente che ha smarrito se stesso. Eppure in questo luogo colorato l’incontro tra Oriente e Occidente è quanto mai percepibile. Saranno le geometrie urbane, gli arredi di una città senza tempo, le commistioni tra antico e moderno che s’inseguono, le contaminazioni della memoria con l’effervescenza del presente, gli occhi profondi delle ragazze ucraine che affollano la Cresciatyc e il vento che scompiglia i loro capelli, ma è sorprendente come a Kiev, nell’Estrema Europa i suoni della mia Europa li avverta molto di più che nelle metropoli senz’anima dove vago disincantato cercando nell’Estremo Occidente i segni di una vitalità che ormai dispero di trovare. La musica sacra di Arvo Part talvolta mi accompagna nella ricerca. Non poteva essere altrimenti. Anche lui viene dall’Estrema Europa d’Oriente, dove lo spirito si è acceso nel dolore.


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cd

a di rock-blues, l’uomo in camicia bianca e cravatta nera intrappolato sulla copertina di questo disco. Ripenso ai Dr. Feelgood di Down By The Jetty e al James Taylor Quartet di The Money Spyder. Gente elettrica, ultraveloce di plettro, da «buona la prima». E sono inevitabili, osservando per bene la foto, paragoni cinematici con Le iene, Pulp Fiction, l’Ispettore Callaghan con tanto di Caso Scorpio. Il lettering, oltretutto, è citazionista: vedi certi 45 giri in odor di blaxploitation, o quegli ellepì che negli anni Sessanta/Settanta prendevano per il bavero quel non so che di jazz «poliziottesco». Nel caso specifico, leggendo il nome della band (Curtis Jones & the Gossip Terrorists) vengono in mente patti di sangue, regolamenti di conti, vite suburbane sul filo del rasoio. Ma più paradossali (con quel Gossip posizionato ad hoc) di un «reality show». E il titolo? The Assassination Of Alabama Whitman tira in ballo Una vita al massimo, «pulp movie» del 1993 diretto da Tony Scott e sceneggiato da Quentin Tarantino con Patricia Arquette nei panni della squillo Alabama Whitman che se la fa con un commesso di un negozio di fumetti (Clarence Worley, con la faccia di Christian Slater). E sono dolori, papponi, mafiosi, cocaina. Li potremmo definire cortometraggi in musica, questi undici pezzi/fotogrammi che frullano garage-rock e un po’ di nostalgica new wave. Curtis Jones, cantante e polistrumentista, li ha selezionati da una sessantina per togliersi lo sfizio di realizzare quell’album che non era mai riuscito a trovare in nessun negozio di dischi. Ovvio che sia uno pseudonimo, Curtis Jones (già attivo con un paio di «extended play», Wolftown del 2005 e Vade Retro Baby del 2007). E siccome non c’è verso di fargli scucire il vero no-

S

musica

Curtis Jones e la sua gang da “buona la prima” di Stefano Bianchi me, tanto vale sintonizzarsi con quello d’arte: Curtis sta per Ian Curtis, genio maledetto dei Joy Division; Jones per David Robert Jones, come risponde all’anagrafe David Bowie. Le due icone, che affiorano fra un ritornello e l’altro di questi «pettegolezzi terroristici» condivisi con Vincent Piccirillo (chitarra),

Danny Rivera (basso) e Jim Kowalski (batteria), sono le sue più grandi passioni. Come d’altronde gli anni Cinquanta/primi Sessanta e gli Ottanta, che The Assassination Of Alabama Whitman riprende in soggettiva come una cinepresa, in quanto a sonorità. Sono smaccatamente Fifties & Sixties le atmosfe-

re «vintage» di Confidential e Tropic Of Cancer, l’ubriacante surf rock di Cheap Talk e lo swing sotterraneo che anima Space Invaders, con quell’assolo vincente di organo Hammond. E sono furbescamente Eighties gli strappi chitarristici e il rock alla Smiths di Lest We Forget, per non parlare del fantasma dei Joy Division che aleggia su Kiss The Toad. Girano a meraviglia, Curtis Jones e la sua gang: soprattutto quando shakerano Ian Curtis con Elvis Presley (Youth Of Today) o quando fanno evolvere in rock & roll l’umbratile ballata di Vincent van Gogh. E quando il clima è più sulfureo e cavernoso (Before The Wave Arrives, Every Loser’s Heaven Is A Desert, The Devil), fanno filotto come i più scafati giocatori di biliardo auspicando a mo’ di escamotage un timbro vocale stile Nick Cave. Ma alla resa dei conti, si può sapere chi diavolo ha ucciso Alabama Whitman? E chi salverà la musica? O saranno proprio loro, a darle il definitivo colpo di grazia? E ancora: riuscirà il quartetto a fuggire prima che arrivi la polizia? Nell’attesa che si sbrogli la matassa, non è che per caso sono italiani, Curtis Jones & the Gossip Terrorists? Curtis Jones & the Gossip Terrorists, The Assassination Of Alabama Whitman, Discipline/Venus, 10,00 euro

in libreria

mondo

riviste

TRENT’ANNI INSIEME AI REM

EUROPE ATTO TERZO

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scito da pochi giorni Live at the Olympia, doppio cd che raccoglie le prove dublinesi per Accelerate, i Rem celebrano una carriera ormai trentennale. A Michael Stipe e soci, Milena Ferrante dedica R.E.M. (Giunti, 240 pagine, 22,00 euro), una sorta di reference book che ripercorre in otto capitoli la storia della garage band. Ricco di approfondimenti, curiosità e discografia com-

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odici nuove tracce virate sull’hard e l’heavy che a tratti non mancano di ammiccare al sinfonico e all’orchestrale. Ci sono tutti gli ingredienti che li hanno restituiti al mercato musicale nel 2004, nell’ultimo album degli Europe. La band svedese che ha trovato fama e trionfi a metà degli anni Ottanta con il tormentone The final countdown, pubblica il terzo lavoro post-reunion

«È

Milena Ferrante racconta la storia della band americana in un’opera ricca di foto e curiosità

“Last look in Eden”, altra prova convincente della band svedese dopo la reunion del 2004

Dopo l’ottimo debutto nelle classifiche inglesi, la band britannica sarà in Italia a novembre

pleta, non manca a fare bella mostra di sé un ricco repertorio di memorabilia, foto a colori e copertine. La biografia del gruppo, dagli inizi nella scena underground al successo raggiunto in quel 1991 che consegnò agli annali della musica Losing my religion, passando per la seconda metà degli anni Novanta che li trasformò in autentici campioni delle hit parade, è ripercorsa in maniera puntuale e ha il sapore di un work in progress. L’autrice dedica ampio spazio ai siti web più significativi che ruotano attorno al gruppo, e dà conto degli ultimi aggiornamenti. Una bella cavalcata lungo trent’anni coronati dal successo, mai scivolati in piaggerie da hit parade.

intitolato Last look at Eden. Mai smarrito un certo gusto apocalittico, Joey Tempest e soci danno seguito al loro progetto ripreso nel 2004 con Start from the dark e proseguito con Secret society. E anche in quest’ultima fatica, i vecchi leoni del rock europeo non mostrano segni di cedimento. Tra i brani in repertorio, che salgono a quattordici nell’edizione speciale contenente due bonus track registrate dal vivo a Parigi e in Giappone, spiccano il singolo che dà il nome all’album, ma anche Mojito girl e Run with the angels. I vichinghi colpiscono al cuore ancora una volta.

rockschock.it, in vista delle due tappe italiane che li porteranno sul palco del Piper di Roma il 12 novembre, e su quello dell’Alcatraz, a Milano, l’indomani. Dopo il debutto nelle chart inglesi, direttamente al numero uno con To Lose My Life, primo singolo estratto dall’album omonimo, gli inglesini hanno convinto tutti. Influenze newwave contaminate con elettronica anni Ottanta, e sound ricco di echi che dai Joy Division si muove sull’asse degli ultimi vent’anni senza mai rinunciare al glamour indie che ha fatto le fortune di Interpol e The Killers. Impreziosito dalle liriche decadenti di Harry McVeigh, il progetto White Lies merita attenzione.

a cura di Francesco Lo Dico

FASCINO INDIE, ECCO I WHITE LIES bastato un solo singolo, To Lose My Life, con le sue arie new wave e dark per far balzare i White Lies da perfetti sconosciuti a band di successo su radio e tv italiane, un successo pronto a essere bissato dalle atmosfere oscure del nuovo estratto Death». Band emersa con prepotenza dalla scena dell’alternative rock inglese, i White Lies vengono presentati così da


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zapping

Da Battiato (e Castaldo) A LEZIONE DI MORALITÀ di Bruno Giurato isto che moralità e immoralità sono concetti trascendentali, cioè, come direbbe Wittgenstein, hanno a che fare non con quello che si può dire, ma con quello che si può solo mostrare, a noialtri inchiodati alle parole dette rimane una sola scelta: quella prosaica e terra terra tra moralismo e immoralismo. Ora, visto che siamo anche reduci dalla visione di Cocksucker blues, film il cui titolo non traduciamo, ma che rappresenta la summa della depravazione anni Settanta marchiata Rolling Stones, tanto che fu ritirato dallo stesso gruppo, e solo ora esce in pompa magna a New York, insomma è inutile specificare, no?... siamo per l’immoralismo. Quindi siamo contro l’ultimo singolo di Franco Battiato: da queste parti i sollazzi privati dei politici non interessano. Le Ford Escort del Presidente e il viados del tramonto del Governatore non sono nemmeno fantasiosi. E più in generale pensiamo fosse di gran lunga meglio il Quasimodo che traduceva le sacre ubriacature di Alceo di quello che ha vinto il Nobel lamentandosi del piede straniero sopra il cuore. L’arte può fare poche cose, forse l’unico lusso che può prendersi è non suonare il piffero per la civilizzazione. E se Battiato alla fine si ascolta, perché resta un maestro di melodie, anche con la menata del moralmente integerrimo che bussa al portoncino di petra lavica, i cantori cartacei del moralismo non si possono leggere. Gino Castaldo scrive su Repubblica a proposito di Battiato: «Era ora che dalla nostra prestigiosa canzone d’autore arrivasse un cenno su ciò che accade nella sfera morale della vita pubblica». Ecco, Castaldo, ricordati che non è mai troppo tardi per pensare alla musica, invece che alla «sfera morale della vita pubblica». Magari per iscriversi al conservatorio. Magari nella classe di trombone.

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teatro

L’uomo che amava arredare i silenzi di Enrica Rosso ll’inizio era solo nero cupo, poi il primo giorno, il Signore separò la luce dalle tenebre: è fu l’inizio della creazione. «Dall’ombra alla luce» è il motto del teatro di Documenti, la più viva testimonianza del percorso artistico di uno dei massimi poeti del Novecento: Luciano Damiani. Impossibile distinguere la vita dalle opere del prolifico scenografo scomparso nel 2007. Come fosse un segno del destino nasce in via Sebastiano Serlio, scenografo. Unico sopravvissuto di tre fratelli, si segnala precocemente per un talento vivacissimo; solo inghippo alla sua carriera il periodo storico in cui vive: sarà infatti costretto a lasciare perdere tutto e arruolarsi - siamo negli anni segnati dal secondo conflitto mondiale. Proprio la partecipazione a questo evento lo sprona a ricercare, come in una sorta di espiazione catartica, ogni mezzo per dare un senso al suo essere uomo. Dopo la guerra, gli studi tra Bologna e Milano dove da subito si confronta con i grandi temi sociali attraverso i testi di Bertolazzi, Brecht e O’Neill. La ricerca del realismo poetico con Strehler, ma anche il confronto con il teatro epico lo portano a riflettere sulla funzione sociale del teatro, il cui palcoscenico deve essere un contenitore flessibile disponibile alle esigenze delle varie arti. La sua ricerca funzionale e artistica lo porterà a grandi intuizioni formali - le astrazioni artistiche -, la linea compositiva orizzontale che attraversa le sue prime scene è solo l’inizio del viaggio. Partendo dallo studio del

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Luciano Damiani e uno scorcio del suo “Teatro di Documenti”

teatro italiano barocco stravolge il concetto di apertura secentesca del Bibiena: ribalta il punto di vista prospettico portandolo in platea, introduce la scena ad angolo, sviluppa i tiri in sala, il palcoscenico che Leonardo aveva fatto girare si inarca e grazie al sapiente uso degli strumenti, esplode. «Non amo l’applauso alla scena che emoziona i sensi dello spettatore, le mie scene più belle sono dei silenzi». Finalmente nel 1981 a Roma, individua nell’area sottostante il Monte Testaccio il luogo giusto per ospitare il suo innovativo progetto spaziale: una serie di grotte secentesche che trasformerà nel «Teatro di Documenti», un luogo utopico in cui lo spazio del reale e quello del sogno sono in perfetto equilibrio e in grado di dialogare tra loro per ricreare l’integrità del mondo. Il giorno lavora alacremente, la notte sogna come risolvere i problemi che incontra nella realizzazione. Profondamente etico, schivo, appassionato alla sua missione a cui dedica anima e corpo, sente l’esigenza di cancellare ogni possibile confine tra arte e vita al punto di vivere in uno studio e usare il teatro come il salotto buono in cui ricevere. Ecco, questo è l’uomo, questo l’artista. Frammenti di sipari: prove per un processo è la sua autobiografia da lui stesso spettacolarizzata nel 2003. La ristampa di quest’opera ci offre l’opportunità di ripercorrerne la vita narrata in prima persona con un linguaggio di grande potenza espressiva, vivo, privo di fronzoli, in cui spicca l’urgenza della condivisione, per fare chiarezza. Un ultimo atto di estrema onestà per raccontare i fantasmi che lo distoglievano dal suo sogno, un j’accuse al contrario in cui è lo stesso autore a essere l’imputato che deve giustificare al mondo le sue scelte, la sua genialità esponendosi in un confronto diretto con le difficoltà incontrate durante il percorso in una sorta di conferenza spettacolo. Luciano Damiani, Frammenti di sipari: prove per un processo, Edizioni Libreria Croce di Fabio Croce, 95 pagine, 10,00 euro

jazz

La stella di DeJohnette brilla di più senza Keith Jarrett di Adriano Mazzoletti n una duplice veste, Jack DeJohnette (Chicago 1942), è giunto alla testa dei Ripple Effects con John Surman, Marlui Miranda, Jerome Harris e Ben Surman per un concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ma è anche giunto nei negozi italiani un cofanetto comprendente un cd e un dvd in cui è possibile ascoltare e ammirare questo grande batterista con il pianista Danilo Perez e il contrabbassista John Patitucci. L’ormai lunga e prestigiosa carriera di DeJohnette che lo ha visto nel tempo con i bluesmen del South Side di Chicago, primo fra tutti T. Bone Walker e gli esponenti della musica creativa, si è consolidata a partire dagli anni Settanta con Coltrane, Monk, Miles Davis. La sua partecipazione a uno degli album più importanti di Miles, quel Bitches Brew con Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin, coraggiosa anticipazione della

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«jazz fusion», hanno fatto di lui, con Elvin Jones e Tony Williams, il batterista più importante del periodo postbop. Quando poi nel 1986 inizia la sua collaborazione con Keith Jarrett e Gary Peacock, collaborazione nata all’interno del quartetto di Charles Lloyd, la sua notorietà si accresce in modo straordinario e diviene uno degli indiscussi maestri della batteria. La sua grande libertà ritmica, il suo modo di sintetizzare la suddivisione del tempo fanno di lui uno dei musicisti più significativi del jazz degli ultimi quarant’anni. Diciamo che avendo assistito al concerto, ascoltato il cd e visto il dvd, i diversi aspetti di Jack DeJohnette appaiono in tutta la loro complessità, anche se la sua grande personalità li rende simili, sia quando suona la melodica oppure

quando si muove o parla. Sì, anche quando parla o si muove perché, può sembrare strano, Jack produce la stessa scansione di quando suona i suoi tamburi. Il cd Music We Are propone il trio Patitucci-Perez apprezzato e conosciuto ormai da tempo. Non è certo il trio Jarrett-Peacock, ma gli undici brani inseriti in questo cd appena apparso mettono in evidenza DeJohnette che nel trio di Jarrett non può emergere in tutta la sua grandezza perché i riflettori sono tutti per il suo celebre co-leader. Il concerto organizzato dal Parco della Musica martedì scorso alla Sala Sinopoli, primo di una lunga serie di importanti appuntamenti, ha messo in evidenza un complesso con gli inglesi John e Ben Surman, celebre sassofonista il primo, tastierista e

clarinettista il secondo, l’americano Jerome Harris chitarrista e bassista e l’interessante cantante brasiliana di etnia indios, Marlui Miranda, che ha eseguito composizioni originali in cui la musica delle Americhe soprattutto caraibiche, brasiliane, latine si fondono con il blues, il jazz, ma anche il folclore asiatico ed europeo. Forse qualcuno crede di avere individuato nella musica del gruppo di DeJohnette, una nuova edizione della fusion e world. Nulla di tutto ciò. La poliritmia di derivazione jazzistica, gli unisono voce-sassofono, gli assolo di Jerome Harris che ricordiamo in anni lontani con Sonny Rollins, quelli di John Surman, ma soprattutto il lungo assolo di DeJohnette terminato con un «furioso» 4/4 sui piatti, hanno fatto di questa esibizione un vero concerto jazz. Jack DeJohnette, John Pattitucci, Danilo Perez, Music We Are, Sam Production, distribuzione Egea


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narrativa

I monologhi interiori di

Manfred & Marina di Maria Pia Ammirati i sono varie maniere di leggere il nuovo romanzo di Cristina Comencini, Quando la notte, a partire dalla complessità della scrittura che si basa su due io-narranti, due voci monologanti che sfiorano il pensiero libero e s’intrecciano tra loro in una sorta di gara linguistica. Si potrebbe, giocando sulla meta-letteratura, pensare che questa stessa scrittura sia alla base della mimesi di una grande storia d’amore che i due personaggi celano. Ecco infatti che le due voci, una maschile e una femminile, concorrono a una composizione via via sempre più complessa di sentimenti, rapporti e storie familiari, per arrivare al rapporto d’amore. I due protagonisti si incontrano, si misurano, si cercano e si conoscono parlandosi continuamente con i loro fitti pensieri. Per rendere visibili questi pensieri la Comencini utilizza una lingua forte e scabrosa, lascia liberi i suoi personaggi senza troppi vincoli, li affranca da pudori e li smaschera lentamente nello loro più profonde debolezze. È quindi a partire proprio da quest’ultimo termine che potremmo comporre una vera e propria mappa tematica di questo romanzo dove l’amore, e la storia d’amore, ha la preminenza, ma dove poi concorrono la maternità, la paura, il dolore, la perdita e infine la maturità raggiunta attraverso la presa di coscienza della mancanza. I due protagonisti, Marina e Manfred si incontrano in un momento in cui per entrambi la vita si è fatta difficile: Marina è da poco mamma e non riesce ad accettare il ruolo materno con semplicità, al punto di temere per la sua stabilità mentale e per la salute del bimbo. Manfred è stato abbandonato da poco dalla moglie che ha portato con sé i

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libri

bambini. I due sono deboli, sentono l’assedio del mondo e il giudizio degli altri, e con ossessione riflettono sulle loro mancanze. Lo scenario e lo spazio della storia non è neutrale, anzi alimenta il senso di inadeguatezza e di oscurità dei personaggi. Siamo in montagna, una montagna aspra, bellissima, estiva. La montagna accentua il senso di solitudine di Marina, sottolinea la difficile storia di Manfred. I due, che potrebbero scivolare lontani uno dall’altro per indifferenza, hanno invece qualcosa di primitivo e pulsionale che agisce per loro, e per questo è come se entrassero in una sorta di comunicazione tempestosa e sbilanciata. La storia accelera una sera quando Marina, stanca di una giornata interamente dedicata all’accudimento senza sosta del figlio piccolo, ferisce il bimbo. Manfred, che è il suo padrone di casa e abita l’appartamento vicino, si accorge che qualcosa non va ed entra in casa di Marina. Quel che vede, entrando dopo aver forzato la porta, gli permette di capire che Marina ha paura del figlio e che è una madre in bilico. Manfred salva il bambino portandolo in ospedale e in uno strano mescolamento di sentimenti ingaggia con la donna una sorta di sfida mentale: lui ha scoperto la debolezza di Marina e vorrebbe tenerla in pugno. Quello che sembrerebbe un ricatto è in realtà una pugnace trattativa amorosa che trova dall’altra parte una donna che, al di là delle sue paure, è forte e tenace. Anche Marina scoprirà il lato debole di Manfred, e cioè l’abbandono della madre durante l’infanzia, e su questo piano rilancerà la sfida. L’amore carnale e la disarticolazione della famiglia, la famiglia come principio e fine di tutto, la ricerca della felicità: su queste antinomie i personaggi si muovono, cercando affannosamente un punto d’equilibrio. Cristina Comencini, Quando la notte, Feltrinelli, 203 pagine, 16,00 euro

riletture

La storia d’Italia secondo la versione di K di Giancristiano Desiderio on c’è storia che meriti una periodica rilettura più della nostra storia. Personale e nazionale. Per quella personale ognuno pensa per sé, per quella nazionale bisogna farsi aiutare dagli storici o da chi ha qualcosa da dire che meriti di essere preso in considerazione. È il caso di Francesco Cossiga che -insieme con Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno - ha scritto e ora pubblicato con Rai-Eri e Rizzoli La versione di K: sessant’anni di controstoria. Si tratta di una vera e propria rilettura, sia perché si rilegge la storia repubblicana dell’Italia attraverso il punto di vista di uno dei suoi protagonisti, sia perché il libro (come si intuisce dal doppio editore: Rizzoli e Rai) nasce dalla sistemazione editoriale di alcuni «interventi storici» di Francesco Cossiga per la Rai. Il risultato

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è ottimo: infatti, il Cossiga da leggere non è meno brillante e stimolante del Cossiga da ascoltare. Una volta Norberto Bobbio osservò che «veri o finti, reali o inventati, i complotti che appaiono sulla nostra scena quotidiana sono comunque la rivelazione di una democrazia malsana». Cossiga nella sua «versione di K» non è di questo avviso e il suo racconto italiano inizia proprio con il sovvertire la «versione di Bobbio»: «Io non sono di questo avviso. Penso, anzi, che si potrebbe dire il contrario, perché la nostra è anche, e soprattutto, la storia di una “invincibile stabilità”. Nel senso, intendo dire, che nonostante tutto, nonostante le stragi, nonostante la mafia e nonostante il terrorismo internazionale, questo paese è sempre riuscito a evitare che la sua democrazia, per quanto “malsana”, come diceva Bobbio, si ammalasse del tutto e irreversibilmente». Chissà, forse, tra

tutti i «misteri d’Italia» questo è il più grande: come è possibile che la democrazia italiana «nonostante tutto» stia ancora in piedi? A ben vedere il senso del libro di memorie di Cossiga - da De Gasperi e Togliatti, a Moro e Berlinguer, a Craxi fino a Berlusconi - sta proprio qui: nel rinunciare alla dietrologia a tutti i costi e a quella che Popper chiamava storia cospirativa. Possibile che dietro ogni storia italiana ci debba essere un mistero? «Anche se talvolta misteri inestricabili si sono addensati in alcuni passaggi della vicenda italiana, la mia impressione è che ormai nessuno creda più alle cose semplici, alla realtà così com’è, come essa si mani-

festa». Non siamo, forse, sempre alla ricerca di un’altra verità? Dell’altra verità? Quella «vera». Quella che c’è ma non si dice, quella che non si può dire, quella che è «indicibile»? Ma da qui al salto nella «teoria della congiura» o alla «teoria del sospetto» il passo è breve. Soprattutto, quando si pensa che dietro alla verità ufficiale c’è sempre un’altra verità nascosta, si perdono di vista i fatti accaduti. Così la storia perde senso. E tutto diventa possibile. Anche l’impossibile e si passa dalla politica alla fantapolitica. Esempio. Scrive Cossiga: «A uccidere Moro sono state le Br. Punto». Ma dietro questo fatto inoppugnabile quante trame invisibili sono state costruite e inventate?


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società

Quando essere giovani è diventato uno status di Pier Mario Fasanotti essere giovani è stata sempre una condizione, ovviamente. E i quasi adulti sono stati presi in considerazione per scopi ferocemente «adulti», come per esempio la guerra e il consenso forzato. La gioventù come status - cosa che implica il riconoscimento dell’autonomia e il rispetto, indipendentemente da finalità che non siano di mera crescita - è «un’invenzione» recente. Come efficacemente riassume il titolo del saggio di cui parliamo. E non mi riferisco al Sessantotto, fucina di ribellione, di rivendicazioni, ma anche di pericolose e manovrate utopie. Il termine teenager è nato nel 1944 negli Stati Uniti. Diceva John Lennon nel ‘66: «Nell’immaginario di

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storia

tutti l’America era il grande paese della giovinezza. In America c’erano i teenagers, altrove soltanto la gente». Poco prima del ’44 i ragazzi non ancora ventenni sono scesi in piazza. Non per protestare, ma per urlare di gioia alla comparsa di Frank Sinatra. Assembramenti mai visti prima. Non è un caso che il cantante, the voice, fosse chiamato anche «Mister Swoonatra». Il termine swoon significa sdilinquimento. A sdilinquirsi erano soprattutto le ragazzine che invece dei fiori gli lanciavano reggiseni e mutandine. Sinatra aveva 29 anni ed era già padre. Tuttavia era un idolo fresco, un punto di riferimento, un Peter Pan che s’era fatto da solo. La macchina propagandistica l’aveva progettato per piacere alle ragazzine. In ogni caso, anche per questo ma non solo,

gli adolescenti erano ormai diventati figura sociale visibile. C’era il problema della delinquenza giovanile. Molti quattordicenni, secondo statistiche e studi, pur essendo la generazione più ricca della storia americana, andavano alla deriva. Sconfitta, sia pure in parte, la diffidenza americana per lo statalismo (sinonimo di socialismo o di nazismo), le istituzioni crearono luoghi di aggregazione (le canteen), che in certe città, come a Detroit lacerata da conflitti tra bianchi e neri, videro pacifiche frequentazioni «birazziali», complici uno spazio tutto per i liceali, musica e Coca Cola. Nacque poi la rivista Seventeen: un successo enorme. Da qui le iniziative industriali, di marketing e di moda, tutte dirette verso la fascia degli «apprendisti adulti». Certo, come nota

l’autore del saggio, «le mode spontanee erano le più pure manifestazioni del desiderio di novità, divertimento e auto-identificazione dei giovani americani, e andavano anche d’accordo con il conformismo da combriccola che stava sotto questi stili apparentemente anarchici e originali». Nacque l’arena adolescenziale. Per fortuna ben diversa da quella della Germania, il paese che alle soglie degli anni Quaranta aveva il più grande numero al mondo di giovani già politicamente ed esagitatamene pronti a imbracciare fucili e mitra. Quel che seguì fu il male inferto agli altri, ma anche la distruzione morale dei ragazzi tedeschi. John Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, 486 pagine, 30,00 euro

Viaggio nel decennio infuocato da Marinetti & Co. di Angelo Crespi l 1909 è un anno cruciale del nostro passato. Non fosse altro che in quella data Filippo Tommaso Marinetti dà alle stampe il Manifesto futurista permettendo di fatto all’Italia di non entrare col torcicollo nella modernità. Ma più in generale sono dieci anni, quelli - direbbe Capanna - formidabili e che Marcello Veneziani indaga nel suo ultimo libro, un lungo saggio corredato da una corposa antologia. Di fatto il decennio 1909/1919 è l’esplodere del nuovo anche in un paese come il nostro, vecchio di antichi retaggi e da poco costituitosi in nazione.Veneziani li definisce «anni incendiari» proprio perché la metafora

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narrativa/2

del fuoco ben spiega quello straordinario incendio nell’arte e nella letteratura, nel pensiero e nelle ideologie, che contraddistinse non solo in Italia questo breve periodo. Un incendio che si propagò infine in tutto il mondo. I protagonisti, i piromani, sono un gruppuscolo di giovani dalle belle speranze che sul solco di d’Annunzio - è inutile ricordare che sarà sempre il Vate quasi sessantenne in un impeto di estrema giovinezza a chiudere il decennio con la sua mitica presa di Fiume - cambiano il panorama artistico, letterario, politico. Si va dal cisposo Papini, compagno del Tormento Prezzolini, a Michelstaedter ventitreenne suicida così dirompente con la sua La persuasione e la rettori-

ca, si va da Benito Mussolini, l’unico in grado di fare una rivoluzione secondo il pensiero di Lenin, a Giovanni Gentile, si va da Soffici a Boccioni e Palazzeschi. Certo il Manifesto del Futurismo resta il perno centrale di questa «apologia esplicita dell’incendio», ma le tensioni vociane legate a Firenze, quelle della Milano città all’avanguardia, creano un clima di fiamme più esteso di quanto oggi si possa pensare. Un clima che si arroventa finché il potere autoritario del fascismo spegne ogni fervore positivo. E Veneziani se ne fa una ragione: «I sogni nell’arte provocano tesori, nella storia provocano tragedie. Soprattutto quando ti costringono a sognare i sogni altrui, diventano incubi… Quando la libertà dell’artista vuol farsi liberazione sociale sono dolori». Marcello Veneziani, Anni incendiari, Vallecchi, 210 pagine, 14,00 euro

Cuba, luogo dell’anima e dell’orrore

di Nicola Vacca uba resta per me un luogo dell’anima, un posto dove tornare per ricordare il passato e programmare il futuro, una pausa alla convulsa e frenetica vita italiana, un momento di sosta per tirare il fiato. Ho scritto molto su Cuba e ho ambientato tante mie storie tra questa gente che adesso posso dire di capire, pure se sono italiano. Non ho mai avuto nei confronti dei cubani un comportamento da burino saccente che si sente un uomo civile in mezzo ai selvaggi. E mi dispiace quando sento un cubano dire: “No somos animales. Somos cubanos!”. Non ho nessun bisogno di sentirmelo ripetere per-

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ché lo so perfettamente. Cuba è per me un tuffo nel passato, un punto e a capo, un momento di riflessione, una pausa dovuta, un mojito ghiacciato da sorseggiare con calma come faceva il vecchio Hemingway. Cuba è un panorama di palme, banani e gigantesche ceibas affacciate sul mare che si piegano sotto la forza d’un uragano tropicale. Cuba è anche i suoi problemi irrisolti che appena metto piede sull’isola diventano parte di me, non posso fare a meno di vederli». Questo è lo spirito con cui Gordiano Lupi, uno dei maggiori conoscitori italiani di Cuba, si è occupato nei suoi romanzi e nei suoi reportage della vita difficile nell’isola umiliata dalla rivoluzione castrista. Con lo stesso spirito Lupi

dà alle stampe Una terribile eredità. Alberto è un soldato cubano inviato dal regime di Castro in Angola a combattere una guerra che non sente. Il protagonista vivrà i cinque anni in Africa come un’esperienza traumatica che gli cambierà definitivamente la vita. Nella prima parte del romanzo Lupi descrive nei minimi dettagli l’orrore della guerra: un inferno nel quale ogni essere umano finisce per abbrutirsi. Un incubo che difficilmente la memoria riuscirà a cancellare. È quello che succede ad Alberto qundo viene mandato in missione nel deserto insieme ai suoi commilitoni. La missione fallisce perché vengono attaccati dai ribelli. Si salveranno in pochi. Per sopravvivere i soldati saranno costretti a man-

giare la carne dei propri compagni trucidati. Alberto torna a Cuba con il peso di questa terribile eredità che lo trasformerà in un cannibale seriale. Sullo sfondo del periodo speciale, il protagonista combatte con la furia omicida che si porta dentro. Lui sa che il cannibale che si porta dentro sarà sempre invincibile. Lupi in questo straordinario romanzo-metafora sulla condizione umana, senza concedere un attimo di tregua, incalza il lettore con una verità crudele: il terrore è sempre in mezzo a noi e si serve del male per trasformarci in pericolosi assassini. Gordiano Lupi, Una terribile eredità, Perdisa editore, 128 pagine, 12,00 euro

altre letture «Dove affonda le sue radici l’Italia di oggi? Viviamo ancora in una fase di transizione, dopo il tracollo istituzionale e politico dei primi anni Novanta o si è delineato sotto i nostri occhi un approdo non effimero della vicenda repubblicana?». Guido Crainz nel suo Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale (Donzelli, 241 pagine, 16,50 euro) cerca le risposte a questa e ad altre domande non nei vizi plurisecolari del paese ma nella storia concreta della repubblica italiana, muovendo dall’eredità del fascismo, dalla nascita della repubblica dei partiti e dagli anni della guerra fredda. L’analisi si sofferma soprattutto sulla «grande trasformazione» che ha inizio negli anni del miracolo e prosegue poi nei decenni successivi: con la sua forza dirompente, con le sue contraddizioni profonde, con le tensioni che innesca. Shakespeare è l’autore delle maggiori tragedie della letteratura. Ma è anche lo straordinario inventore di trame fantastiche. Avventure per mare e sui monti, tempeste, pirati, intrecci amorosi, l’incanto della musica. La fantasia di Shakespeare comincia a muoversi in questa direzione già nelle tragedie di Amleto e Re Lear. Poi vola negli spazi sconfinati dei drammi romanzeschi: Pericle, Racconto d’inverno, La Tempesta. In essi ritorna sempre più spesso il riferimento alle Scritture, mezzo col quale il grande drammaturgo disegna il suo personale Vangelo. Fondato sulla pazienza e il perdono, aperto all’azione di dio, alla vita alla gioia e alla resurrezione. Dall’amen di Amleto davanti alla caduta di un passero a Lear che vuol farsi spia di Dio, Piero Boitani nel suo Il Vangelo secondo Shakespeare (Il Mulino, 175 pagine, 15,00 euro) ripercorre il cammino dapprima incerto poi sempre più sicuro che conduce il grande drammaturgo inglese al suo nuovo testamento. C’è stato un libro uscito recentemente che è stato uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni. Questo libro è The secret di Ronda Byrne, un’opera che, piaccia o no, è finita nelle mani di milioni di persone influenzandone e condizionandone il pensiero in senso olistico e «acquariano». «Mentre preparavo The secret - ha scritto Ronda Byrne - ho studiato gli insegnamenti dei più grandi saggi di ogni tempo. Jack Canfield è uno di questi. La chiarezza del suo pensiero e l’abilità nel trovare sempre le parole giuste per ognuno sono confermate dalle tantissime vite che ha aiutato e influenzato nel corso di così tanti anni». L’opera a cui si riferisce la Byrne è La chiave della legge di attrazione, che oggi ripubblicano le Edizioni età dell’acquario (158 pagine, 12,50 euro). a cura di Riccardo Paradisi


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ritratti

ANTONIN ARTAUD POETA E NARRATORE, TRADUTTORE E DISEGNATORE, ATTORE (DI CINEMA E TEATRO) E DRAMMATURGO, REGISTA E COSTUMISTA… L’AUTORE MARSIGLIESE SI CIMENTÒ IN TUTTI I GENERI, SPESSO CONTAMINANDOLI. LA SUA OPERA È UN’INESAUSTA RICERCA DI ESPRESSIVITÀ CHE LO RENDE UNO DEI CAPISALDI DELLA CULTURA DEL NOVECENTO. L’ANTOLOGIA DI MAXWELL E RUGAFIORI, “AL PAESE DEI TARAHUMARA E ALTRI SCRITTI”, ORA RIPROPOSTA, OFFRE LA POSSIBILITÀ DI RILEGGERE ALCUNI SUOI CAPOLAVORI

A nervi scoperti di Pasquale Di Palmo a figura di Antonin Artaud sta acquisendo, con il passare del tempo, una rilevanza sempre maggiore, configurandosi come uno degli irrinunciabili capisaldi della cultura novecentesca. Nonostante la sua apparente marginalità rispetto alle correnti artistiche che hanno determinato gusti e tendenze delVentesimo secolo, l’opera di Artaud si configura sempre più come una delle esperienze fondamentali, non solo in ambito teatrale, ma anche attraverso una spasmodica ricerca di espressività che ingloba, al suo interno, qualsiasi tipo di disciplina. L’autore marsigliese si cimentò infatti in tutti i generi, spesso contaminandoli in una sorta di epifania che oltrepassa i generi stessi: si passa indifferentemente dalla poesia alla narrazione, dalla traduzione al disegno, dall’interpretazione di vari ruoli cinematografici alla teorizzazione di stilemi teatrali che lo porteranno a misurarsi come attore, regista, scenografo, costumista. D’altro canto l’errore più evidente commesso nei confronti della sfaccettata opera artaudiana è quello di continuare a relegarla nell’ambito circoscritto di una dimensione teatrale che, per quanto geniale, risulta essere una delle tante forme di espressione dell’autore che, con la sua teoria relativa al «teatro della crudeltà», condizionò, in maniera inequivocabile, alcune delle più importanti correnti di avanguardia del Novecento: si pensi a Peter Brook, Grotowski, Carmelo Bene, Eugenio Barba, per arrivare fino alle performances del Living Theatre.

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ra di Artaud. Come è noto il giovane autore si rivolge nel maggio 1923 a Jacques Rivière, direttore della Nouvelle Revue Française, pregandolo di accogliere nella celebre rivista fondata da Gide alcune sue poesie. Rivière resta disorientato dalla lettura di quelle liriche in cui sono presenti «goffaggini e soprattutto stranezze sconcertanti» ma rimane affascinato dalla figura del giovane poeta, con il quale inizia una relazione amichevole che sfocerà nella proposta di accogliere la loro corrispondenza nel n. 132 del 1° settembre 1924 della stessa rivista (nel 1927, due anni dopo la scomparsa dello stesso Rivière, vedrà la luce un volumetto delle Éditions de la Nouvelle Revue Française). Artaud accetta, anche se, come condizione, pretende che il suo nome non compaia nel sommario che campeggia in copertina. La lettura della corrispondenza susciterà l’incondizionato entusiasmo di Breton e dei surrealisti che accoglieranno nelle loro file quel giovane spiritato, costretto a frequenti ricoveri in case di cura per disturbi mentali e tentativi di disintossicazione dalle droghe, salvo espellerlo dal movimento nel 1926 per la sua condotta considerata non conforme rispetto alle direttive ideologiche imposte dal capostipite dei surrealisti.

In queste lettere Artaud sembra accanirsi, con disarmante lucidità, intorno alla «spaventevole malattia dello spirito» da cui è afflitto, non rinunciando alla fredda disanima concernente l’insufficienza del linguaggio, antici-

Afflitto da una “spaventevole malattia dello spirito”, passò buona parte della sua tribolata esistenza in vari manicomi. Nell’ospedale psichiatrico di Rodez, dove fu ricoverato nel 1943, fu sottoposto a cinquantuno elettroshock Un’occasione per approfondire tali tematiche ci è offerta dalla recente riproposta di Al paese dei Tarahumara e altri scritti (Adelphi, pagine X + 254, euro 12,00), a cura di H.J. Maxwell e Claudio Rugafiori (di quest’ultimo ricordiamo en passant le impeccabili curatele adelphiane delle opere di Jarry e Daumal). Nonostante l’edizione originale risalga al 1966, la scelta condotta dai due curatori non poteva essere più rappresentativa. Quantunque i riferimenti al teatro siano adombrati in passaggi particolarmente evocativi, l’antologia si sviluppa intorno a testi che, nonostante la forma frammentaria, descrivono stupendamente la parabola eccentrica che porterà l’opera di Artaud a svilupparsi nelle tre fasi rilevate da un esegeta d’eccezione come Umberto Artioli: giovanile, metafisica e materialistica. Nella prima parte figura la Corrispondenza con Jacques Rivière, dove sono già contenuti in nuce alcuni dei temi portanti dell’ope-

Una lettera inedita ad Abel Gance La seguente lettera, inedita in italiano, ad Abel Gance, presentata nella traduzione di Pasquale Di Palmo, si riferisce all’interpretazione di Artaud nel ruolo di Marat nel film Napoléon, realizzato dallo stesso regista nel 1925.

Parigi, 6 luglio 1925 Caro signore, da qualche parola scambiata con la sig.na Gugenheim e con il sig. de Bessancourt, ho creduto di capire che voi pensiate di togliermi il ruolo di Marat per assegnarmi al suo posto quello di Camille Desmoulins, ma io vedo difficoltà di ordine morale e materiale a interpretare quest’ultimo ruolo, e d’altra parte sarebbe per me così disastroso abbandonare il ruolo altrimenti caratterizzato, altrimenti peculiare, altrimenti rimarchevole insomma, di Marat, che bisogna assolutamente che abbia una conversazione con voi prima che la vostra decisione divenga definitiva. Vi prego d’altronde di scusarmi per la libertà che mi prendo, ma è una questione molto seria per me. Credetemi sempre il vostro infinitamente devoto Antonin Artaud 58, rue Labruyère


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Il pesa-nervi, presente nella prima parte dell’antologia adelphiana, venne pubblicato nel 1925 da Louis Aragon in soli 65 esemplari numerati come titolo inaugurale di una collana, Pour vos beaux yeux, che non avrà alcun seguito. La copertina venne disegnata dall’amico André Masson che realizzerà anche il frontespizio della ristampa, uscita due anni dopo nei Cahiers du Sud, accresciuta dai Frammenti di un diario d’inferno. Il pesa-nervi raccoglie brani compositi: si passa dal particolare stile aforistico accolto nel testo eponimo («Tutta la scrittura è porcheria» si legge nell’attacco di una di queste prose) alle tre lettere di Ménage, in cui viene rievocato il burrascoso legame con l’attrice di origine rumena Génica Athanasiou.

Alcune immagini di Artaud. A destra, la copertina dell’antologia ora ristampata da Adelphi, e sotto, l’artista ritratto da André Masson nel 1925 e in un suo autoritratto del 1947. In basso a sinistra, Artaud nei panni di Marat nel film “Napoléon” di Abel Gance pando tematiche che saranno affrontate successivamente da Wittgenstein.Vi è infatti una profonda cesura tra concezione originaria dell’opera e sua reale attuazione: il processo artistico implica un’alterazione del segno, una dissoluzione del linguaggio che non è in grado di sostenere «la sottilità, la fragilità dello spirito». Scrive Artaud nella lettera del 29 gennaio 1924: «Questo sparpagliamento delle mie poesie, questi vizi di forma, questo cedimento costante del mio pensiero, sono da attribuire non a una mancanza d’esercizio, di possesso dello strumento che maneggiavo, di sviluppo intellettuale, ma a uno sprofondarsi centrale dell’anima, a una specie d’erosione, essenziale e insieme fugace, del pensiero, al non possesso passeggero dei benefici materiali del mio sviluppo, alla separazione anormale degli elementi del pensiero (l’impulso a pensare, a ciascuna delle stratificazioni terminali del pensiero, passando attraverso tutti gli stati, tutte le biforcazioni del pensiero e della forma)».

Nella Corrispondenza con Jacques Rivière si manifesta quell’urgenza di dettato atta a debellare ogni finzione di tipo letterario, come dimostra l’incipit della lettera scritta il 25 maggio 1924: «Caro signore, perché mentire, perché cercare di porre sul piano letterario una cosa che è il grido stesso della vita, perché dare apparenze di finzione a ciò che è fatto della sostanza inestirpabile dell’anima, che è come il lamento della realtà?». Rivière non poteva capire quelle strofe visionarie e sbilenche, dove si parla di un «piccolo poeta» che stringe un’idea ultraterrena «al cuore capelluto», non poteva capirle in quanto quei versi possedevano un’impalcatura pericolante come i castelli filiformi disegnati da Klee, invisa alla perfezione adamantina di unValéry. Ma l’autore di Aimée recepisce, con raro acume, l’autenticità insita in quei messaggi nella bottiglia contenenti una richiesta di aiuto che diverranno una costante nell’esistenza travagliata di Artaud (si pensi alle missive spedite dai vari manicomi in cui fu rinchiuso, specialmente da quello di Rodez).

Nella seconda parte figurano due titoli campali nell’opera di Artaud, entrambi pubblicati in forma anonima: Viaggio al paese dei Tarahumara, accolto nel n. 287 del 1° agosto 1937 della N.R.F. (in volume uscirà soltanto nel 1945 per le Éditions Fontaine su sollecitazione dell’amico Henri Parisot, il destinatario delle Lettere di Rodez) e Le nuove rivelazioni dell’Essere, stampate dall’editore Denoël nello stesso 1937. Il Viaggio al paese dei Tarahumara è un resoconto dettagliato del soggiorno di Artaud nel 1936 presso la tribù messicana dei Tarahumara. Il poeta, profondamente segnato dall’insuccesso della tragedia I Cenci che avrebbe dovuto manifestare al grande pubblico le sue teorie sul «teatro della crudeltà», era partito alla volta del Messico, deciso a rigenerarsi a contatto con le vestigia della civiltà precolombiana.Si tratta di uno dei testi più enigmatici e visionari di Artaud, in cui si descrivono, in uno stato di costante esaltazione, riti e usanze dei Tarahumara, tra cui l’uso del peyotl, un cactus dagli effetti allucinogeni. Questo esotismo artaudiano sui generis incontra diverse analogie con le ricognizioni, rigorose e fantasmagoriche al tempo stesso, di Michaux: si prendano in esame, al riguardo, Ecuador e Un barbaro in Asia, rispettivamente del 1929 e del 1933.

pitoli più controversi della sua biografia,qualora si consideri che, dopo essere stato arrestato a Dublino, presumibilmente per vagabondaggio, verrà rimpatriato in camicia di forza a Le Havre e da lì trasferito nell’ospedale psichiatrico di Quatre-Mares, a Sotteville-lès-Rouen. Da questo momento inizierà la sua odissea quasi decennale nei manicomi francesi. Dopo essere stato ricoverato per un breve periodo nella clinica parigina di Sainte-Anne,Artaud dal 1939 fino a gennaio del 1943 sarà ospitato nel reparto degli agitati di Ville-Évrard, dov’è in vigore un regime particolarmente restrittivo a causa della guerra. All’inizio del 1943 la madre ottiene, attraverso l’interessamento del poeta Robert Desnos, di trasferire il figlio nell’ospedale psichiatrico di Rodez. Dopo un periodo di apparente tranquillità, Artaud sperimenterà sulla propria pelle i metodi terapeutici del primario dell’istituto, il dottor Gaston Ferdière, e sarà costretto a subire un numero impressionante di elettroshock: cinquantuno in poco meno di tre anni e mezzo di degenza. A questo lasso di tempo risalgono i brani presenti nella terza e ultima parte dell’antologia: le Lettere da Rodez, pubblicate in volume dall’editore G.L.M. nel 1946, e le Frammentazioni, capitolo inaugurale del libro postumo intitolato Succubi e supplizi, composto perlopiù durante l’ultima fase di internamento a Rodez e proposto dalla stessa Adelphi in edizione integrale nel 2004. In questi testi Artaud rinnega violentemente ogni tipo di religiosità possibile: sulla falsariga dei modelli blasfemi di Sade e Lautréamont, tali scritti sono costellati da un numero inverosimile di invettive contro Cristo e Dio, a cui sono state abolite le iniziali in maiuscolo. Persino nel periodo della sua infervorata conversione al cattolicesimo, documentata dalle lettere scritte durante il ciclo iniziale di degenza a Rodez, Artaud conserva un atteggiamento «eretico» nei confronti dei simboli e delle figure cristiane, ispirandosi a una religiosità di stampo primitivo, che va dalla dottrina di San Paolo a quella degli gnostici. In tale ambito niente e nessuno si salva dalla furia iconoclasta dello scrittore: patria, istituzioni, società, religioni. Ai burocrati della poesia, che fanno della ribellione un mero simbolo «di comodo», viene contrapposta l’esperienza dei poètes maudits che hanno

Dal “teatro della crudeltà” che ha influenzato Peter Brook, Grotowski, Carmelo Bene, fino al Living Theatre, al soggiorno in Messico, per rigenerarsi dall’insuccesso della tragedia “I Cenci”, al viaggio iniziatico in Irlanda... Le nuove rivelazioni dell’Essere è il titolo che maggiormente risente degli interessi magico-esoterici professati da Artaud verso la metà degli anni Trenta, sfociati nel misterioso viaggio in Irlanda, compiuto nel tentativo di riportare nel paese originario il presunto bastone di san Patrizio. È un testo basato su varie discipline esoteriche e cabalistiche: astrologia, numerologia, chiromanzia, lettura dei tarocchi. In quel frangente Artaud era entrato in una profonda crisi di carattere mistico-religioso,accentuata dal fatto che si era convinto che il bastone dai tredici nodi e irto di punte acuminate cui si accompagnava sempre, regalo del suo amico René Thomas, fosse quello appartenuto a san Patrizio, patrono d’Irlanda. Il santo, secondo la leggenda, avrebbe ricevuto in sogno direttamente dalle mani di Cristo questa canna piena di simboli magici. Artaud pensava quindi di avere tra le mani il cosiddetto baculus Jesu, un bastone dai poteri soprannaturali e taumaturgici che avrebbe dovuto necessariamente riportare in Irlanda al fine di poter salvare i suoi abitanti dalla catastrofe e dalla rovina. Lo scrittore non si separava mai da questo bastone che aveva fatto ferrare alla base, in maniera tale che venendo a contatto con il selciato producesse scintille perché «questo bastone porta al 9° nodo il segno magico del fulmine; e 9 è la cifra della distruzione con il fuoco». Il viaggio iniziatico di Artaud in Irlanda costituisce, forse ancor più di quello messicano, uno dei ca-

vissuto sulla propria pelle il marchio dell’infamia e della follia, come si ricava dalla Lettera a Lautréamont. Del pari contro il «reverendo» Lewis Carroll, che pur aveva ispirato alcune splendide versioni tratte dal sesto capitolo di Attraverso lo specchio, vengono polemicamente esibiti i nomi dei «paria» delle lettere:Villon, Coleridge, Poe, Nerval, Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont, Kierkegaard, Nietzsche. L’opera estrema non rappresenta che il tentativo di affidare le pulsioni del proprio essere a un mondo organico, materiale, da cui è bandita qualsiasi aspirazione al sublime. Il messaggio radicale dell’ultimo Artaud, avvalendosi dell’argot, si appropria del grido e della bestemmia, del turpiloquio più basso e avvilente, degradandosi fino a diventare suono inarticolato, inintelligibile. Il logos aspira all’afasia.

Non è un caso che il poeta faccia spesso ricorso alle glossolalie, sorta di linguaggio inventato che rinvia all’idioma onomatopeico degli alienati, peraltro arricchito da implicazioni tratte da dottrine religiose che vengono distorte nell’umoristica sequenza di morfemi derivanti dalle più svariate lingue. Abbondano le descrizioni di un «corpo senza organi» che si manifesta con le sembianze di un ectoplasma, un corpo crocifisso, scarnificato, «suicidato dalla società» con premeditazione, con efferatezza. Al poeta, presago della fine imminente, ormai diventato Artaud le Mômo, bambino indifeso e scemo del villaggio, non è rimasta che l’auscultazione patologica del proprio corpo dilaniato, come quello di Prometeo, dal becco dell’aquila.


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tv

iamo abituati, come telespettatori, ad assistere a narrazioni complete: trama con un inizio e una fine, attori, scenari. Il genere non importa. Quel che importa è che il prodotto sia confezionato, bene, male, così così. Di qui la sorpresa nel vedere Il vizio dell’amore (Fox Life). A raccontare le loro storie d’amore sono attrici brave. Qualcuno direbbe: mai gli uomini? Rispondo: a parte mirabili eccezioni, le donne sono più abili nel ricordare emozioni intense, dettagli, sensazioni sfuggenti. Curioso però che lo scrittore che sta dietro al programma, Gabriele Romagnoli, non tenga conto degli uomini sensibili, in grado di conservare nello scrigno mentale quel groviglio formidabile

Racconti S d’amore oltre la fiction

Sandra Ceccarelli è stata ospite del programma “Il vizio dell’amore” in onda su Fox Life

web

che è l’amore. Ma è una scelta. E va rispettata. L’originalità del programma è che le storie sono racconti recitati. La regia (di Mariano Cirino) è buona e ridotta all’essenziale: il volto della narrante, istantanee, scorci di paesaggi. Una didascalia volutamente spolpata. Romagnoli riporta così a galla il racconto allo stato grezzo, senza l’adattamento della fiction, che a volte - confessiamocelo -stravolge lo spunto narrativo perché scivola nel tentativo di assecondare i (presunti) gusti del pubblico. In questo programma domina la scrittura minimalista, alla Raymond Carver per intenderci. Qualche esempio. Il volto bello e non banale dell’attrice Sandra Ceccarelli rivive un incontro fatto in aereo. Con un navigatore di mare. L’aereo imbatte in un vuoto d’aria, lei stringe la mano a lui, ma le dita rimangono intrecciate anche dopo lo scampato pericolo e lo spavento. Dall’aeroporto direttamente all’albergo: amore, intimità senza ragionare sul domani. Il giorno successivo lei fotografa lui davanti alla sua barca. Si salutano. Una notte lei ha la sensazione che il suo braccio, intorpidito, sia finito nell’acqua. Si sveglia di soprassalto e ha paura. Raggiunge telefonicamente il radioamatore che «l’uomo del mare» le aveva segnalato e scopre che non ci sono più messaggi via-radio. Decide caparbiamente di assecondare l’allarme che le è scattato dentro: affitta un elicottero dopo parecchie ore scorge la barca, rove-

games

video sciata. Finalmente avvista lui e lo trae in salvo. Festa, emozioni e altra foto. Che lei, a distanza di poco tempo, guarda e nota in quel rettangolo lucido la propria assenza. Smarrimento. E un’invocazione: ora tocca a te a venirmi a salvare. Altra storia, raccontata da una ragazzina di poco più di 10-12 anni. Arrossisce quando fissa un compagno di scuola, e lui a sua volta. Insieme iniziano un gioco, ispirato da lei che colleziona foto del presidente John Kennedy. S’appartano e recitano la vita di John e Jacqueline. La ragazzina ha l’abilità teatrale di indossare capi e gioielli simili a quelli della first lady.Tra queste foto c’è ovviamente quella di Dallas, anche se non si parla dell’attentato. Loro sono in bicicletta. A un certo punto cadono. Da quel momento non giocheranno più al «signor Presidente». Terza storia. Una giovane donna sposa l’assistente universitario che le ha scritto la tesi di laurea. Abitudini diverse si evidenziano subito: lui la sera legge libri, lei guarda la tv. Quando lo raggiunge a letto, lui russa. Incomunicabilità, solitudine. Finché lei cede alle avances di un polacco chiamato a montare la cucina. Un giorno si trasferisce da lui. Quando gli dirà di essere incinta, lui impreca nella sua lingua. Non solo: la prende per mano e la riporta a casa del marito, pretendendo una grossa cifra. L’assistente universitario rifiuta. La donna afferra le sue cose e sparisce. Insomma si tratta di abbozzi, di spunti, di pennellate incomplete su una tela che ognuno di noi potrebbe completare. E qui sta il fascino del racconto: ai dettagli, o allo svolgimento della storia, ci pensiamo noi. Non è poca cosa per chi è sempre in attesa di un prodotto preconfezionato. Magari secondo canoni molto, anzi troppo, prevedibili. (p.m.f.)

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«È

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La dolorosa vicenda di Dag, migrante africano protagonista di “Come un uomo sulla terra”

sito campo di ricerca il nome dell’artista di riferimento, e in pochi secondi la sospirata cover farà bella mostra di sé nello spazio riservato all’anteprima. Per ciascuna di esse, viene fornita la fonte, il formato disponibile per il download e il titolo completo, affiancati da un’icona a forma di floppy che cliccata permette di salvare l’immagine. Progetto open source, concepito secondo la sempre più influente filosofia del web 2.0 e del sapere partecipativo, Album Art Downloader è reperibile su sourceforge.net. Anche in versione portable, per telefonini di ultima generazione dotati di buona memoria e qualità grafica.

2010 di un simulatore di gioco in 3D finalmente all’altezza. E se la touchline camera segue le azioni di gioco dando risalto alle angolazioni di ripresa più svariate, l’editor pullula di dati statistici, informazioni utili e opzioni tattiche che faranno la felicità dei Josè Mourinho in erba. Immancabili poi le sessioni di allenamento, revisionabili a piacimento e secondo le esigenze di calendario, le conferenze stampa e la gestione dei capitali sportivi, dagli sponsor ai ricavi legati alle presenze allo stadio. Oculatezza, professionalità, tempismo e un pizzico di fortuna. Nel pc, come sul rettangolo di gioco, allenare emoziona, ma logora.

migrante libico che approdò in Italia attraverso mille vicissitudini. Studente di giurisprudenza ad Addis Abeba, nel 2005 decide di partire alla volta della Penisola, ma si imbatte nei metodi violenti della polizia di Gheddafi. Tra arresti sommari e deportazioni cruente, l’uomo arriva a Roma, apprende l’italiano e si dedica alla raccolta di testimonianze di altri coetanei che hanno subito analoghe sopraffazioni. Presentato al festival di Bellaria di quest’anno, il lavoro di Segre vede la coregia di Dagmawi Yimer, altro immigrato libico in Italia. Un viaggio doloroso, ma pieno di dignità, che pone pressanti interrogativi sul rispetto dei diritti umani. In Italia, come in Africa.

a cura di Francesco Lo Dico

DALLA LIBIA CON RIGORE stato un silenzio assordante, ma oggi viene finalmente rotto. Questi respingimenti sono solo l’ultimo stadio di una seria di aberrazioni legali e umane, di una vera e propria guerra contro i migranti. La loro illegalità è stata finalmente denunciata». Andrea Segre commenta così il clima ostile sorto intorno al suo Come un uomo sulla terra, film che narra le vicende di Dag,


cinema

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La cucina come riscatto ulie & Julia, il divertente film che ha chiuso l’ultimo Festival del film di Roma, è un’anomalia tra le opere della regista Nora Ephron. In gergo cinofilo, ha un sottotesto. C’è posta per te, Insonnia d’amore, Harry ti presento Sally, i film suoi che hanno avuto più successo al botteghino, non ne hanno. Sono commedie romantiche, la specialità dell’autrice, che scrive le sceneggiature comiche con la sorella Delia. Sono figlie di Henry e Phoebe Ephron, sceneggiatori e commediografi (Follia dell’anno, Carousel), autentiche figlie d’arte dello spettacolo mainstream statunitense. Le romcom non sono note né per spessore né per messaggi subliminali, e quelle della Ephron non fanno eccezione. Quello che si vede è quello che c’è. Julia Child (Meryl Streep) è una donna realmente esistita, senza figli e disoccupata, avendo lasciato il lavoro per seguire Paul (StanleyTucci), il marito diplomatico a Parigi nel 1949. La coppia è felice, legata da molte affinità, tra cui una vita erotica attiva e l’amore per la buona tavola. A tentoni e senza certezze inizialmente, Julia scopre la gastronomia francese. Se ne impadronisce, e dopo una lunga gestazione, pubblica un libro di cucina che diventa un classico istantaneo, e diventa celebre come chef ed educatrice delle papille gustative americane, una star della tv a cinquant’anni. Il nuovo film, in realtà, parla in tralice anche di due matrimoni, quello di Julia e quello di Julie, messi alla prova da mogli consumate dalla necessità di onorare le proprie ambizioni, di esprimersi, e che esigono dai mariti l’identico sostegno paziente e duraturo che di norma va in senso unico: dalla femmina verso il marito.

J

Ephron ne ha avuti tre, di mariti. Il secondo, famoso, era Carl Bernstein, il giornalista del Washington Post, che insieme con Bob Woodward ha fatto emergere lo scandalo Watergate. La vita di Bernstein e Ephron nella capitale era mondana e glamour; erano nel giro politico-giornalistico che conta a Washington D.C. La scrittrice era incinta del secondo figlio quando il suo matrimonio è scoppiato, in seguito alla scoperta che Bernstein conduceva una torrida liaison con la moglie socialite dell’ambasciatore inglese dell’epoca. Per riprendersi dall’umiliazione che più pubblica non poteva essere, Ephron ha scritto prima un romanzo best-seller sfacciatamente autobiografico, e poi la sceneggiatura del film Heartburn - Affari di cuore (1986). Non solo la sua storia (appena camuffata) è stata diretta dall’ineguagliabile regista di risate Mike Nichols (Il laureato, Conoscenza carnale, Chi ha paura di Virginia Woolf, ma anche di film drammatici come Angels in America e Closer), ma nel ruolo della moglie tradita, in pratica sulla porta della sala parto, c’era nientemeno che Meryl Streep, e il marito fedifrago era Jack Nicholson. Mai vendetta è

di Anselma Dell’Olio

Ispirato alla figura della Child, celebre chef ed educatrice dei palati americani, “Julie & Julia” si intreccia intorno a due storie femminili separate da quarant’anni di mutamenti sociali. Una realtà che la regista Nora Ephron ha saputo ben restituire. Come in un’autobiografia... andata a segno con più clamore, prestigio, successo e (s’immagina) con più soddisfazione della parte lesa; tanto più perché ha segnato l’inizio del declino della carriera e della vita privata di Bernstein e l’ascesa di quella dell’ex-moglie, passata alla regia di hit hollywoodiani con star come Tom Hanks, Meg Ryan e Billy Crystal, e felicemente sposata da molti anni con lo scrittore e sceneggiatore Nicholas Pileggi (Goodfellas e Casino diretti da Martin Scorsese.) Per completare il preambolo biografico, e leggere meglio Julie & Julia, c’è da aggiungere che Ephron è un autore comico e generalista («Nella mia carriera di scrittrice mi sono servita di tutti i pensieri che mi sono passati per la testa»). È anche una foodie, un’appassionata cuoca e gastronoma; ha terminato il romanzo castigamariti con la sua «infallibile» ricetta per una vinaigrette perfetta. (L’abbiamo provata. Funziona.) Era dunque naturale che fosse lei a scrivere un film tratto da due autobiografie culinarie, quella di Julie Powell, che ha dato il titolo al film, e My Life in France, della Child (morta ultranovantenne nel 2004) con Alex Proudhome, pubblicato

postumo. Powell (Amy Adams) è una trentenne alla deriva, mentre le sue amiche coetanee fanno carriere fulminanti con stipendi da favola. Ha un posto senza futuro in un call center, con il compito di rispondere a domande sui risarcimenti assicurativi dopo l’attacco alle Due Torri. Aspirante scrittrice, vive con il marito (Chris Messina) a Queens, fuori Manhattan, nei poco chic outer boroughs.Ammiratrice della Child e ispirata dal suo fondamentale Mastering the Art of French Cooking, decide di cucinare tutte le 524 ricette contenute nel libro in un anno, 365 giorni, e di tenere un blog sull’avventura. Massacra il marito comprensivo e tollerante con i suoi capricci (cucina solo dopo il lavoro e nei weekend) che a un certo punto se ne va, stufo dei melodrammi quotidiani, e di sentirsi continuamente adulato come «santo», cosa che detesta perché castrante. Ma poi torna. Julia ha quarant’anni quando approda in Francia, senz’arte né parte. Ha un marito più grande, sicuro di sé, che la incoraggia quando decide di iscriversi alla scuola del Cordon Bleu, dove fatica a farsi ammettere come unica donna. In seguito incontra due parigine alle prese con un libro di cu-

cina francese destinato al pubblico americano, che non riesce a soddisfare l’editore. Per tredici lunghi anni, Julia mette tutto il suo impeto e joie de vivre nel rendere riproducibili le classiche ricette francesi con istruzioni e misurazioni che tengono conto della realtà americana, senza tradire il gusto. Knopf li pubblica in due volumi nel 1961 e nel 1970. Quasi cinquant’anni dopo, il libro è prossimo alla sessantesima edizione, e rimane un insuperato capolavoro, riferimento per cuochi dilettanti e professionali.

Il sottotesto si riferisce all’interesse nemmeno troppo recondito della Ephron, classe 1941, che ha vissuto in pieno la rinascita del femminismo degli anni Sessanta. Ha iniziato come giornalista, ma con l’occhio puntato sull’affermazione nel mondo dello spettacolo. Ha avuto due matrimoni in cui era la Moglie, con mariti scelti tradizionalmente dalla propria carriera e dalla propria libido. Con il terzo, Pileggi, ha trovato la stabilità e il sostegno (come Julie e Julia) per poter finalmente realizzare le proprie ambizioni. Letto in questa luce, il film è anche la sua storia, con i fallimenti, gli incidenti di percorso, gli interessi culinari, e due mogli senza prospettive che trovano il riscatto personale e professionale attraverso la più umile e quotidiana delle occupazioni femminili, la cucina. Attenzione: non si parla qui di «messaggi», che non dovrebbero avere spazio in un’opera d’ingegno. La regista ha affrontato la non facile costruzione di un film che intreccia due storie separate da quarant’anni di mutamenti sociali. Da allora si sono parzialmente sciolte le briglie sociali che frenavano fantasia e aspirazioni femminili, come si evince dalle differenze tra le due protagoniste. Julia trova la sua strada per puro caso: non poteva fare figli e aveva troppe energie per non fare nulla, punto. Julie, invece, è consapevole delle sue frustrazioni: vuole emergere, affermarsi, soffre il successo delle sue amiche e si sente giudicata, prima di tutto da se stessa. Ephron, sessantottina, è situata, in senso storico, tra queste due figure femminili e fa da ponte. Non è un caso che questa è la meno superficiale e meno scontata delle sue commedie. Child non è un’icona da noi, com’è ancora oggi in America, e può non essere capita dal pubblico italiano, con il suo stile antico alla Susan Boyle, con cappellini e tailleurs matronali, e l’andamento da struzzo alticcio. La voce tremolante, in costante alternanza tra acuti e bassi, il suo charme di goffa aristocratica estroversa e gaudente forse non incanteranno gli italiani, che non hanno avuto modo di conoscerla e apprezzarla nel pieno delle sue fantastiche, spiritose esibizioni ai fornelli durante The French Chef, il suo popolarissimo show televisivo. Sarebbe un peccato, poiché le due storie compongono una risposta non banale all’eterna domanda freudiana, «Che cosa vogliono le donne?».


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poesia

Narciso e la tragica scoperta dell’Io di Roberto Mussapi uno dei miti fondanti nella cultura occidentale, ma, come ogni mito, appare in altre forme ma della stessa stoffa in ogni parte del mondo. Le vicende di Ulisse, Ettore, Orfeo, Alcione, Amleto, scoperte e svelate da un poeta, giacciono nella sabbia del fondale marino, in attesa che qualcuno le ridesti. Il mito è in origine, le piramidi egizie non trovano corrispondenza nelle civiltà precolombiane a causa di migrazioni transoceaniche, ma dello stesso archetipo che in quei luoghi, e non in altri, ha preso forma. Il mito di Narciso ha una sua differente versione in ogni civiltà, e riguarda la scoperta che l’uomo compie del proprio volto e della propria natura individuale. Se altrove pare non riconducibile a quello canonico della nostra mitologia, del giovane bello e selvaggio che si specchia nella fonte, è perché a narrare quel mito è una favola differente, ma la scoperta dell’io è un evento fondamentale nella storia dell’uomo. Che in Occidente, vale a dire nel mito greco e poi latino, si manifesta subito come scoperta tragica. La scoperta dell’io coincide con il rifiuto di ascoltare e vedere l’altro: questa formulazione è appunto tragica, tipicamente occidentale e in questo senso unica. In Giappone, solo per fare un esempio, taoismo, zen e anche scintoismo conducono a un’idea mobile e metamorfica dell’io: Hokusai, il massimo pittore nipponico e uno dei maggiori di ogni tempo, cambiava nome, ritualmente, in relazione al trascorrere di numeri di anni e fasi della sua pittura, soggetti, momenti di visione. Quando il mondo occidentale rimase folgorato dal cinema di Kurosawa, lo interpretò però con canoni inadeguati: la doppia verità del fatto accaduto, anziché a una poliedrica natura del soggetto, dell’io, quale è nel film e nella poetica del regista, veniva ascritta a un lodevole apprendimento, da parte del Maestro, delle fantasticherie relativistiche pirandelliane.

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E appena rivide il petto nell’acqua tornata specchio, non resse ulteriormente, ma come le gialle cere si sciolgono a un mite calore e le brine nel mattino al primo sole, così si sciolse, disfatto dall’amore, a poco a poco divorato da un fuoco segreto. Scomparso il colore che fonde bianco e rosato, la forza e il vigore che incantano la vista, né resta il corpo che un tempo Eco aveva amato. E quando lei lo vide, anche se ancora memore e ferita, provò dolore, e ogni volta che l’infelice gridava «ahimè» lei ripeteva con ripercossa voce «ahimè», e quando si percuoteva con le sue mani le membra, lei ripeteva lo stesso cupo suono. Le ultime parole di lui che fissava la fonte furono «Ahimè, ragazzo amato inutilmente», e altrettante parole furono udite, e quando disse «addio», «addio» fece Eco. Ovidio dalle Metamorfosi (traduzione di Roberto Mussapi)

In Occidente la scoperta dell’io è meravigliosa ma anche tragica, altrove, come nell’estremo Oriente, misteriosa e naturale, destinata a continuare ciclicamente, per fasi di svelamenti ed eclissi. Nel mito greco e poi nella versione che lo trasforma in mistero insondabile, in visione poetica, cioè nelle pagine e nei versi delle Metamorfosi di Ovidio, la storia di Narciso è inscindibile da quella di Eco: colui che si scopre specchiandosi è legato al destino di colei che lo ama, senza essere guardata e ascoltata. Il giovane uomo che scopre il proprio volto si perde in quell’immagine fino al punto di non vederne un’altra, complementare: quella di una bellissima ragazza innamorata di lui, e che per lo strazio del disamore perderà voce propria divenendo pura eco, ripetizione di suoni altrui, prosciugata, disidratata nell’amore dell’altro quanto Narciso affoga, perso nell’insaziabile amore di se stesso. Le Metamorfosi, come abbiamo già sottolineato su queste pagine, soffermandoci sul mito di Alcione, sono il capolavoro poetico alle spalle di tutta la grande letteratura

d’Occidente: Dante, Shakespeare, Marlowe. Goethe. Ovidio insuffla nei miti giunti a Roma dalla Grecia una spiritualità magica, animistica, inquietante, di origine orientale, dona lucentezza a una materia mentre la rende più oscura e misteriosa. Ma passiamo alla storia di Eco e Narciso. Un oracolo aveva predetto alla madre del neonato Narciso lunga vita, a patto che non si specchiasse. A lungo parve vacua la profezia, quando, a sedici anni, nell’età in cui era già ragazzo e ancora bambino, Narciso manifestò un carattere particolare, diverso da quello di tutti i suoi coetanei. Era talmente superbo da respingere il corteggiamento di tutte le ragazze e i ragazzi che si innamoravano di lui.Viveva selvaggio, felice, nel bosco, dove, mentre inseguiva i cervi, lo vide la ninfa Eco. Era una giovane dal corpo bellissimo e dalla voce melodiosa, ma condannata dalla dea Giunone a non poter mai parlare per prima, potendo solo replicare alle sillabe altrui. Così la bellissima ninfa soltanto al termine delle parole d’altri raddoppiava i suoni, ripetendo ciò che aveva udito.

Quando vide Narciso se ne innamorò di una passione crescente e divampante, lo seguiva nella selva, sognando di accostarlo con dolci parole, ma ciò le era impedito dalla crudele punizione della dea. Straziante la scena dell’incontro, con Narciso che si trova lontano dallo stuolo di amici, chiama, sente rispondere Eco, e, preso dall’incanto della voce alterna, le grida: «Incontriamoci qui», «Ciqui», come un cinguettio la risposta di lei. Si accostano, ma il giovane superbo la respinge gridando «Meglio morto che tra le tue braccia». Lei non rispose altro che: «le tue braccia». Poi, disprezzata, fuggì nascondendosi nella selva, vagando bruciata dall’amore crescente con il dolore per il rifiuto, smunta, scarnificata, si ode dai monti solo la sua voce, le ossa, dicono, sono mutate in pietra. E Narciso, sempre in corsa, pago di se stesso, s’imbatte in una fonte limpidissima, mai lambita da animali: si china, si sdraia per riposare, poi beve, e subito è catturato dalla bellezza di un’immagine apparsa sulla superficie dell’acqua. Subito s’innamora di quella speranza senza corpo, credendo corpo l’acqua. In quel volto apparso magicamente scorge l’universo: due stelle, i suoi occhi, la bocca, i capelli, e inconsapevole desidera se stesso, desidera ed è desiderato, baciando tante volte, inutilmente, l’acqua ingannevole, immergendovi le braccia per stringere il collo che regge quel volto, ma senza mai riuscire ad afferrarsi. Non lo distolgono la fame e la stanchezza, ma steso nell’erba continua a contemplare con sguardo insaziabile l’illusoria bellezza, che ora svanisce, con il venir meno delle sue forze. Si lacera la veste, ormai prossimo alla morte emette solo disperati lamenti. Lei li ascolta, lei soffre, lei lo ama ancora, lei ripete senza tregua «Ahimè», e poi, infine, «addio». Al giovane che si era perso, come scriverà Herman Melville in Moby Dick, nella visione dell’essenza ultima della vita stessa.


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il club di calliope Ciò che rende bella la bellezza è quell’andirivieni di niente afferra sfiorando trama i corpi in un reticolo di lisci movimenti ciò che rende bella la bellezza è quell’elisione di sguardi

UN POPOLO DI POETI non il graticolare né il rifiuto ma il canto il canto s’incrocia al compiuto saggiando palpebre all’indice ablazione

ed è tutto nel credito a venire quando è già passato

Maria Grazia Galatà

Anna Buoninsegni

APOLINNAIRE TRA MITO E REALTÀ in libreria

di Giovanni Piccioni a poesia di Apollinaire si pone all’incrocio delle linee di crescita della poesia europea tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Accanto a poesie moderniste in cui il discorso tende a frantumarsi procedendo per accumuli eterocliti di materiali tratti dall’attualità più provocatoria e stilisticamente più bassa, ce ne sono altre risolte in una pura linea di canto che ripropongono cadenze e toni neoromatici. L’originalità e il vero volto della sua poesia vanno soprattutto ricercati in quel parlato continuo, in quella discorsività ininterrotta che, assecondati dal movimento di una sintassi poetica liberata unificano i diversi versanti della sua sperimentazione.

L

Il Bestiario, ora riproposto nell’edizione curata da Giovanni Raboni (Guanda, Quaderni della fenice, 85 pagine, 12,00 euro), è composto di trenta brevi poesie e testimonia piuttosto la stravaganza e la marginalità della attività poetica di Apollinaire anche se, sempre secondo Solmi, l’aggancio con il dato della realtà è sempre determinante e non ammette un’abbandono integrale agli stupori del mito, né una produzione sistematica del puro scherzo analogico verbale. In questo piccolo libro la fatuità si coniuga con la sapienzialità terrestre dei bestiari medievali. E anche la tentazione del nonsense è di continuo sospinta indietro proprio dall’aggancio con il dato reale. Ma ci sono momenti in cui si manifesta la pienez-

La mia terra è fatta di pasta bagnata assorbe il disprezzo da secche radici allenta il suo fango ad un volo di mosche deforma nel suolo anche i suoni più puri La mia terra guida le veglie notturne spodesta da sola armonie di collina ne strappa la forza dei suoi de profundis trasporta la rabbia al mezzadro sconfitto La mia terra insegue l’ estate assolata il caldo e la sete le fermano il passo voraci zanzare le pungono il corpo paludi e acquitrini le infangano il cuore La mia terra assaggia la riva che piange raccoglie le lacrime ai salici antichi asciuga gli scavi dei fossi a confine accarezza i vigneti lasciati a morire La mia terra è fatta di pasta Di pasta bagnata La mia terra Bruno Bianco

“Il Bestiario”, prima raccolta del poeta francese, riproposto nella traduzione di Raboni, piena di licenze e “tradimenti” che rendono bene il senso della versione originale Il Bestiario o Il Corteggio di Orfeo esce nel 1911: è la prima raccolta di poesie pubblicata da Apollinaire, il quale tuttavia aveva già scritto e fatto uscire in riviste e almanacchi un certo numaro di poesie destinate a figurare in Alcools, probabilmente la sua raccolta più significativa. Fra esse anche la Canzone del male amato, uno dei componimenti centrali di Alcools, apparsa nel Mercure de France del 1° maggio 1909. Si può quindi affermare che l’Apollinaire del Bestiario non è un Apollinaire esordiente, ma, secondo una definizione di Sergio Solmi, «laterale» rispetto alla sua produzione successiva. In questa prima raccolta l’ispirazione, memore del simbolismo e ricca di divagazioni di carattere culturalistico, ha già fatto i conti con la vena più autentica del poeta nel primo dei suoi grandi poemi, la Canzone del male amato, appunto.

za del sentimento, quando è intorno al nucleo portante dell’«io», del Soggetto che si organizza il verso, nello spazio aperto dell’immaginazione stilistica, cassa di risonanza della malinconia, della vitalità, del male di vivere. La poesia del Bestiario è ricchissima di senso metrico e sonoro nel gioco delle rime, degli enjambements, delle invenzioni sintattiche, fondata per lo più sul valore espressivo della parodia. Nasce così il problema della traduzione: Raboni ha preferito non attenersi a una trasposizione pura e semplice dei contenuti logici e a un rispetto passivo del significante, ma, individuata la struttura fonico-figurativa del testo francese, l’ha sostituita con un’altra struttura che ne rappresentasse l’equivalente. È questa la ragione degli evidenti «tradimenti», delle licenze, delle evasioni dalla lettera e persino delle invenzioni del traduttore.

Con il perno dentro il cuore L’armonia Si diffuse in tutto il corpo Era come se niente al mondo o nell’universo Potesse fermare quella felicità Ridondante, straripante Lui vecchio venerabile uomo Vegliardo dal trono di luce Come un gigante batté il bastone Che risuonò come un diapason Nella sua mano amorevole Via Lattea Alberto La Femina

«Un popolo di poeti», che ogni sabato esce sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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mostre

I capolavori della povertà di Lorenzo Viani di Marco Vallora resentando Lorenzo Viani a un pubblico inconsueto, nella sede del quotidiano Il Messaggero Egiziano, ad Alessandria d’Egitto, il poeta Ungaretti, ricordando quella compagine di giovanissimi anarchici e vecchi libertari «che se ne fottevano dei riti e ne ridevano a crepapelle», ricorda come quei «miseri, sorpresi e ritratti daViani sul vivo, fecero su di me e su tutti un effetto sconvolgente». Il che lo autorizza a vaticinare, nel ’69, che alla «rivelazione di un artista eccezionale d’ispirazione, d’un impeto di visione sorpreso e fissato per sempre», sarebbe seguita una «fama crescente (che) lo andò confermando in seguito di giorno in giorno». Vero, ma anche non vero, perché implausibilmente la fama di Viani non è cresciuta, nel tempo, compatibilmente con la sua grandezza, baluginante e imparagonabile ad altre mediocrità, anzi, s’è andata colpevolmente via via più oscurandosi, mimetizzandosi nei balbettamenti d’una storiografia imbecille e imbelle (quanti presunti maestri inutili, e quanti grandi dimenticati!). Se si pensa poi che Viani era letterato folgorante e narratore inusuale, c’è da chiedersene le ragioni. Soltanto perché il cosiddetto suo «espressionismo» non ha particoli adepti in Italia (si pensi anche a Gino Rossi, o, su altro versante, a Federigo Tozzi, così a lui consonante) o perché la sua inetichettabilità rende difficile la sua collocazione, a una critica miope e scolare? Chissà! Certo ogni volta che s’incontrano i fulmini sopiti della sua inincastrabile pittura si rimane come folgorati e sgomenti, di fronte a una pittura così intensa e scontenta, più che scontrosa: di sprezzatura primordiale e di sconfinata bellezza «nera» del vuoto, del nulla, della reserve. Basterebbe pensare a quel bagno di bianco sporco e di turpe bambagia, da cui sorgono le sue termali e impennacchiate signore del Nulla

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sociale, che ha il titolo di Parigine (quel «nikilismo» cui lui, lettore di Nietzsche e di Schopenhauer, alludeva consapevolmente e che gli fa dimagrire la materia ornamentale e prendere a pugni, talvolta, gli occhi bistrati della Pittura boldinesca, in una sorta di cartellonismo afasico e anoressico). Curiosamente, quando incontra un affichiste iper-elegante e snobistico come Cappiello, che dipinge «oltre la sua personalità», volge ovviamente via, schifato, gli occhi, ma non può esimersi dal notare in tralice che anche lui ha «dei bianchi elettrici, dei verdi acri» che parevan fatti «con la testa a filo dell’alito di Dio». Insom-

ma, come il suo amico-rivale Picasso, che incontrò un giorno in una galleria parigina, «col suo cappello a torero, vanerello di se stesso», e a cui tenne testa (in fondo non sono ancora nessuno, nessuno dei due, e l’altro diverrà celeberrimo, grazie a quella torbida «malattia» del cubismo, che «decomponeva un nudo con matematici squartamenti e dalle viscere uscivano numeri cabalistici», che è davvero definizione, pur irritata, azzeccata), come il suo prossimo vicino di Ruche, Picasso, anche lui guarda, preleva, ruba. Ma rimane sempre terribilmente se stesso, secondo l’insegnamento del suo maestro, Giovanni Fattori, che gli ribadiva, deluso: «ognun sia se stes-

arti

so». Nell’intelligente testo di Susanna Ragionieri, le tappe di questo vagolare vacillante, ebbro, alla deriva, ma aggrappandosi a dei vaghi barlumi di museo anticonformista, son tutte evocate: dal decisivo Constantin Mounier, populista belga al Klimt arabescato, suggerito da Parronchi, da Ensor al Doganiere Rousseau, dal macilento Puvis de Chavannes delle preghiere fluviali, al Bonnard litografico della Revue Blanche di Thadée Nathanson, marito di Misia dei Ballets Russes (si vedano le Zingare così Bakst e Benois, e magari anche uno schizzo del Roerich primordiale del Sacre du Printemps), dalla Madonna di Munch a Costetti, ai filamenti luccicanti della pittura divisionista, e noi potremmo metterci pure Schiele, per quell’incredibile paesaggio-slavina, Paesaggio di Versilia, veduta dall’alto, che non solo contrasta con i facili eroismi virilisti dell’aeropittura futurista, ma perde e svende nel vuoto del bosco nero quel gioco apparentemente infantile di case-cubetti: crudele giocattolo urbanistico, in crollo. Grande asmatico, tanto da morirne,Viani ha bisogno d’aria, intorno ai suoi macerati viandanti, accecati dalla miseria; ai suoi tumefatti volti d’Amanti, che interrogano con sgomento il vacuo sostegno della tela e non han vera pace figurativa, alle soglie dello sfregio espressionista. Quando vuole raccontare l’interna amarezza dei suoi docili Scolaretti, o la sconfinata solitudine dei suoi artisti-clochard, nel vuoto burroso di quell’alveare della miseria che fu la Ruche (ci abitavano a un tempo il Picasso dei Saltimbanchi e il Cendrars futuro-Mano Mozza, l’appena emigrato Modigliani e l’infelicissimo-felice pre-surrealista Max Jacob), la materia pare venirgli meno sotto le dita e la pasta infuriata intasargli gli occhi. E lavora, lavora, sfornando capolavori della povertà, che fanno dire al suo altro maestro, Plinio Nomellini: «Viani, raggomitolato sul panchetto, che si portava sempre a tracolla, come il ciabattino che tiri il refe impeciato, con rabbia, trinciava, sui fogli della cartella, quello che gli si parava davanti, con pertinace ostinazione». Ma a un tratto, quand’è tornato a Viareggio e sta scrivendo quelle vivide pagine di memoria intitolate a Parigi, si rende drammaticamente conto che «da ragazzo io vedevo tutte queste cose, e ora son qui a vedere quello che ho già veduto».

Lorenzo Viani. La Collezione Bargellini, Firenze, Sede della Cassa di Risparmio sino al 3 novembre; poi a Viareggio, Galleria d’Arte moderna, sino al 13 dicembre

autostorie

Auto mia auto mia, per piccina che tu sia... di Paolo Malagodi n più di un secolo, l’automobile si è affermata come il mezzo di trasporto che meglio esprime la libertà di movimento. Con una diffusione che, dalle aree economicamente più sviluppate, investe tutte le parti del globo. Dimensione universale che, salve poche eccezioni, si limita però a uno schema di servizio che rende l’auto insostituibile nei momenti del moto. Nello spostamento, cioè, di persone e relativi bagagli da origine a destinazione, salvo restare poi ferma per un tempo medio di oltre venti ore al giorno, protetta in garage o solo parcheggiata all’aperto. Un sottoutilizzo che è diventato il principale tema di studio di Alberto Galassetti, laureato in architettura, che ha rivolto agli abitacoli mobili le sue attenzioni professionali. Attraverso il pro-

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getto di esemplari basati su una normale quattroruote, ma adattati a divenire un’estensione della casa o dell’ufficio. Concetto che, applicato da decenni ai camper, produce però veicoli anch’essi monotematici, ottimi per la sosta e il pernottamento ma inadatti, per dimensioni e massa, alla mobilità quotidiana in ambiti anche urbani. Restando così inutilizzati per gran parte dell’anno, in attesa di essere rimessi in circolazione per le ferie o per qualche itinerante week end. Dilemma nel quale «l’automobile non ha che da cogliere una chance, trasformarsi in strumento che produce servizi a tempo pieno. Ma per riuscirci, oltre alle funzioni strettamente correlate al trasporto, deve rendersi totalmente autonoma dal contesto edificato. Deve, insomma, rinascere polivalente … e capanna». Come si legge nella prefazio-

ne di un libro (Auto mia, fatti capanna!, edizioni Plein Air, 212 pagine, 18,00 euro) che riordina gli argomenti sviluppati dall’autore in un arco ventennale, dalle implicazioni progettuali dei veicoli monovolume all’analisi del trasporto privato in città, con il suggerimento di un taxi collettivo che riassume i principali standard dell’auto abitabile a tutto tondo. In un interessante lavoro che affianca i testi a numerose immagini fotografiche, come a schizzi e disegni esplicativi sia di carattere storico sia derivati dalle attività professionali dell’autore. Che dapprima affronta il tema dell’ «automobile monovolume, quella per intenderci senza muso e senza coda. In pochi anni e senza colpi di scena ce la siamo trovata sotto casa e non è solo un mutamento del gusto, a parità di ingombri esterni la monovolume è una conqui-

sta di spazio». Infatti, con la perdita del muso e della coda, il vano motore è raccordato al parabrezza e il bagagliaio inglobato nell’abitacolo, «cosicché, altezza a parte una monovolume per 6 o 7 passeggeri può misurare meno di una tre volumi a 5 posti». In tale campo, una via maestra è stata segnata dall’evoluzione di furgoni da trasporto che, per confort e prestazioni stradali, ben poco hanno oggi da invidiare a blasonate berline. Fenomeno partito, in avvio degli anni Cinquanta, con il Transporter di Volkswagen studiato per il trasporto di cose o di persone.Tanto che nel 1951 «l’azienda di trasformazione Westfalia ne traeva spunto per un allestimento completo di letto, armadio, fornello e lavello. Aprendo la strada a una miriade di prodotti similari e orientando, decisamente, la ricerca automobilistica verso i veicoli polivalenti».


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architettura

Maxxi: l’audace colloquio con la città eterna di Marzia Marandola l Maxxi, Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, è l’ultima delle grandi architetture pubbliche costruite a Roma. L’audace opera, iniziata nel marzo 2003, quando fu aperto il cantiere, è stata consacrata il 2 ottobre 2009, dall’artista Tobias Rehberger, Leone d’oro alla Biennale di Venezia, che ha inaugurato il ciclo Il Maxxi vede la luce insinuando fasci di luci nei tagli architettonici delle guizzanti masse di cemento. Il Museo, che

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archeologia

sorge su un lotto di circa tre ettari tra le vie Masaccio e Guido Reni, già occupato da caserme, riavvia il futuro artistico della capitale, focalizzato sull’area del Flaminio, dove già è in funzione il Parco della Musica di Renzo Piano. Il Maxxi è il risultato di un concorso del 1998 per un Centro per le arti contemporanee, che include il museo del XXI secolo, quello dell’architettura e attrezzature per attività culturali multidisciplinari e multimediali, vinto nel febbraio 1999 da Zaha Hadid, architetto anglo-irachena di fama internazionale. Le simulazioni grafiche di Hadid presentate al concorso fissano scie luminose come luci notturne di auto in corsa, che individuano percorsi multipli e sovrapposti: solchi obliqui e gestuali, che generano l’immagine dinamica dell’edificio. Essi evocano stratificazioni magiche e remote di antiche costruzioni, rovine di luce che lasciano vedere il cielo, mentre incanalano le gallerie del tempo nuovo delle arti e del museo. Il progetto, materializzato da sequenze spaziali ininterrotte, in intimo dialogo con la città, della quale asseconda la topografia,

nega le sale neutre e candide, in cui sono esposti oggetti impassibili, tipiche della maggior parte dei musei del XX secolo. Esclusa la tradizionale suddivisione in sale espositive, gli spazi del museo dispiegano fluidamente un continuum ramificato, che in verticale si protende su tre livelli, declinando sequenze di gallerie, individuate da coppie di pareti che corrono parallele nello spazio, come ideali linee di forza. Alla quota del terreno si dispongono gli ambienti di accoglienza: il primo dei quali è la piazza tra il museo e un residuo padiglione militare, nel quale trovano posto gli uffici, la libreria e il ristorante. Schermato a nord da un filare di pioppi e verso il padiglione da tigli secolari, lo slargo è pavimentato da bande oblique di ciottoli bianchi alternate a lastre di cemento chiaro che fanno eco al contorno del costruito. Tra le opere appositamente commissionate dal Maxxi, un grande oggetto del celebre scultore angloindiano Anish Kapoor introduce alla Galleria dell’architettura, a fronte della quale si sviluppa su tre piani lo spazio serpentino delle arti del XXI secolo, che acco-

glierà le coreografie di Sasha Waltz il 14 e il 15 novembre, quando si apriranno al pubblico, per la prima volta, gli spazi vertiginosi del Maxxi. I temi e i problemi relativi alla gestione di un museo del tutto innovativo, quale è il Maxxi, saranno discussi il 9 e 10 novembre in una conferenza internazionale ideata da Margherita Guccione, direttore del museo, e coordinato da Maristella Casciato e Pippo Ciorra, all’Auditorium Parco della Musica.

Lo strano caso degli ebrei di Elefantina di Rossella Fabiani

lefantina è l’isola più grande del Nilo.Vicina alla prima cataratta, di fronte ad Assuan, deve il suo nome alle caratteristiche rocce arrotondate che, terminando nelle acque del fiume, danno l’idea di elefanti intenti a fare il bagno. Per gli antichi egizi era Yebu, «il paese degli elefanti». Sin dall’antichità fu il centro amministrativo della provincia (nomo) meridionale dal quale gli egizi controllavano la prima cataratta e la principale frontiera sulla via che portava in Egitto e in Etiopia. Era un centro strategico importante, la cui economia si basò sempre sul commercio, sull’estrazione di minerali e pietre provenienti dai ricchi giacimenti limitrofi e sulla presenza di una guarnigione fissa. Di recente, l’isola è stata oggetto di un vasto programma di scavi, i cui ritrovamenti hanno permesso di tracciare un quadro storico senza soluzione di continuità degli antichi insediamenti. Tra le altre, la scoperta più interessante è quella di reperti che attestano la presenza sull’isola di una comunità ebraica con un proprio tempio dedicato al culto di Yhw. Già dal 1903 sono stati rinvenuti sull’isola quasi sessanta papiri ancora arrotolati e sigillati, conservati in perfette condizioni grazie al clima secco, e con un certo numero di ostraka, frammenti di terracotta usati come supporti per scrivere. Sono scritti tutti in aramaico, la lingua usata in Oriente intorno al V secolo a.C. Grazie a questi, gli studiosi sono venuti a conoscenza della presenza sull’isola, in un periodo successivo alla conquista dell’Egitto da parte di Cambise nel 525 a.C., di una comunità ebraica composta da 1500 persone con relative famiglie che presidiava militarmente l’isola: una guarnigione ebraica, in aramaico haila yhudya,

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in pratica mercenari alla dipendenze dei persiani. I re- aspetterebbe dalla guida spirituale di un popolo che perti ci danno notizia anche della presenza di un tem- professa il monoteismo. Ma c’è di più. Nel tempio pio ebraico dedicato a Yhw, forse una forma arcaica ebraico dell’isola, oltre a Yhw, erano adorati altri due delloYhwh venerato nello stesso periodo a Gerusalem- dei. In una relazione del tesoriere del tempio sono anme dove era la comunità notate offerte raccolte per «guida». I documenti tuttavia Yhw, per Eshembethel e rimandono diversi usi e coAna-bethel, nota anche costumi della comunità ebraica me Anat-Yaho. di Elefantina da quelli della L’elemento bethel in questi nomi è simile al nome contemporanea comunità di divino negli ambienti araGerusalemme. In una lettera maici tra il VII e il IV sec. scritta da un sacerdote geroa.C., mentre Anat è chiarasolimitano e indirizzata al mente il nome di una divicapo della comunità ebraica nità del pantheon ugaritidi Elefantina si scopre che co. Sempre sull’isola è atquest’ultima non conosceva testato poi anche il culto due importanti feste istituite della dea Asherah come dopo l’Esodo dall’Egitto: la controparte femminile Pasqua e la Festa del Pane dello stesso Yhw. A questo Azzimo. Questo signica che punto, la sfida dei linguinon hanno partecipato all’esti, degli archeologi e degli sodo? Che non conoscono la studiosi sarà quella di deLegge di Mosè, così come è codificare la realtà di quescritta nella Torah, Il nostro sto culto «deviato», di cui Pentateuco? Oppure che ancora non ci sono suffiqueste feste ve§nnero istituicienti informazioni, non te molto più tardi, dopo la ligovernato dalle regole berazione dalla «cattività badeuteronmiche che prevebilonese»? E ancora. La lettedevano un unico tempio a ra inizia con la formula «PosGerusalemme e l’esclusivo sano gli dei...» e questa è una benedizione che non ci si Anat, una delle divinità adorate dagli ebrei di Elefantina culto di Yhwh.


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fantapolitica

candalo grande, ma rapidissimamente dimenticato, per quel poveraccio del giovane dirigente pieddino di Modena che su Facebook ha scritto la frase: «Ma santo cielo possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?». Una novità? No, semplicemente l’ultimo anello di una catena di omicidi virtuali del premier che hanno già visto la luce in opere di fantasia, o meglio di fantapolitica. La voce dal sen fuggita di tal Mezzadri Matteo di anni 23, viene dopo altre ipotesi di queste tipo, non nasce quindi dal nulla, dalla frustrazione adolescenziale di un progressista infantile. Infatti, dal 2001 in poi, cioè dalla vittoria del centrodestra nelle elezioni di quell’anno, subito delegittimata dagli sconfitti nonostante che su di essa per la sua ampiezza non si potesse contestare nulla, è apparsa tutta una serie di opere (romanzi, testi teatrali, film) che hanno avuto come punto centrale l’assassinio del nuovo presidente del Consiglio: la morte di Berlusconi come evento catartico per sciogliere tutti i complessi del centrosinistra sconfitto incapace di un’azione politica costruttiva.

S

Si va dai romanzi Chi ha ucciso Silvio Berlusconi di Giuseppe Caruso (Ponte alle Grazie, 2005) e Kill! di Roberto Vacca (Marsilio, 2005), al musical inglese Killing Berlusconi (cambiato in Everybody for Berlusconi per evitare eventuali grane) finanziato dall’Unione Europea nell’ambito dei programmi culturali durante il semestre della presidenza olandese nel 2004, a Shooting Silvio (2006), una pellicola indipendente finanziata con contributi via internet, per non parlare del Caimano di Nanni Moretti, dove alla morte si preferisce una condanna penale. Dunque, un vero «caso» questo del «silvicidio» che non ha esempi precedenti, non solo sul piano letterario o mediatico, ma anche su quello psicanalitico: neppure per Mussolini si è ve-

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ai confini della realtà

Il regicidio ai nostri giorni di Gianfranco de Turris rificata una reazione del genere, tanto che qualche psicologo sociale potrebbe impostare una interessante ricerca: come e perché il Cavaliere è diventato il simbolo di ogni nefandezza contro il quale scaricare una violenza repressa non solo psicologica (si ricorderà di quel ragazzo che venuto in vacanza a Roma a fine 2004, incontrato casualmente il presidente del Consiglio a Piazza Navona, preso da un raptus irrefrenabile gli scagliò contro il treppiede della macchina fotografica...); come e perché persone apparentemente «normali» perdono il ben dell’intelletto

morirà e non sarà stato nel frattempo clonato?». Non necessariamente una morte cruenta, ma anche nel proprio letto: scadenza Epifania 2010 e i migliori racconti saranno pubblicati in una antologia.Tra il serio e il faceto gli stravaganti titolari della Noubs cavalcano però l’onda di giocare con la vita e la morte del premier. Un onore, anche se a livello di fantapolitica, non ancora riservato ad altri (e si potrebbero facilmente immaginare le reazioni in tal caso…). Nessuno che si sia mai preoccupato di bandire un concorso per storie su «Il giorno in cui Prodi tirò

Dal 2001 in poi, si sono susseguite una serie di opere (romanzi, testi teatrali, film) che hanno come punto centrale l’assassinio del presidente del Consiglio. Ma un libro in controtendenza (“La morte non basta: obiettivo Berlusconi”) ha impiegato sette anni per essere pubblicato... nel momento in cui lo sentono nominare; come e perché i politici di professione lo hanno trasformato nel capro espiatorio di ogni cosa che va male nel nostro Paese, anche la più assurda e improbabile. Il trend, come si dice oggi, ha preso talmente piede che una intraprendente casa editrice, la Noubs, ha lanciato nella Rete un concorso letterario dall’inequivocabile titolo «La notte in cui morì Silvio Berlusconi»: «Come morirà, se

le cuoia», o «Il pomeriggio in cui Franceschini (o Bersani) andò all’altro mondo»… Troppo poco importanti per essere protagonisti di un racconto, oppure la (legittima) precauzione di non affrontare la levata di scudi della «grande stampa» italiana La Repubblica in testa? Sul Cavaliere si può scherzare anche macabramente e pesantemente e nessuno si scandalizza, ma guai a toccare i suoi avversari politici, men che meno i pieddini!

Una vera e propria sindrome, dunque, non c’è che dire. Sicché scrivere di un Berlusconi fatto fuori o comunque morto nel «Paese normale» di dalemiana memoria va benissimo, è quasi scontato, mentre immaginare il contrario diventa qualcosa di anormale e di difficilmente accettabile. Infatti, ha impiegato ben sette anni per essere pubblicato, e da un piccolo editore, La morte non basta: obiettivo Berlusconi (Edizioni Associate, 2008).

Lo ha scritto uno psichiatra romano, Giuseppe Magnarapa, già autore di racconti e romanzi di fantascienza, dell’orrore, polizieschi e fantapolitici, nonché di saggi specialistici, ad esempio sui serial killer, il quale, ma guarda un po’, sconvolge le carte in tavola, e racconta - tra fantasia e realtà, tra personaggi inventati e personaggi veri - di come «qualcuno» abbia tentato di impedire al Cavaliere di vincere le elezioni mettendo in piedi un complesso meccanismo che fa ricorso a un attentato, anzi a un doppio attentato come si scoprirà soltanto alla fine, e che si presta a far emergere poco alla volta i singoli tasselli attraverso un susseguirsi di colpi di scena, seguendo il filo conduttore di una relazione riservata scritta dal capo della Squadra Mobile romana per il ministro dell’Interno. Qui il «cattivo», il personaggio negativo, il vilain non è il Cavaliere, non è il servizio segreto deviato, non è la mafia longa manus del Potere, bensì - non ci credereste - la Sinistra parlamentare ed extraparlamentare. Più politicamente scorretto di così! Forse è per questo che il romanzo, scritto nel 2001 è uscito soltanto nel 2008… Ma ci vuole ben qualcuno che abbia il coraggio di andare controcorrente, contro i luoghi comuni, contro la vulgata aprioristicamente antibelusconiana, in un Paese in cui - si dice a ogni piè sospinto - non c’è libertà di stampa. Forse sì, ma solo per quelli che non la pensano come coloro i quali proclamano che non c’è libertà di stampa.

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Parola chiave Estrema Europa di Gennaro Malgieri Antonin Artaud a nervi scoperti di Pasquale Di Palmo Il nuovo romanzo di Cristina Comencini...

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