LA NASCITA DEL CINEMA
L’ARCHEOLOGIA DEL CINEMA
DOSSIER
PRECINEMA a cura di Cristina Piccinini e Giuliana Valentini
“Non esiste una storia coerente e monolitica che preceda la genesi della settima arte e in essa abbia il punto di arrivo. Di fatto, quando il cinema non c’è, non c’è neppure nulla che si possa considerare il suo germe; vi sono invece molteplici ed eterogenee esperienze spettacolari, scientifiche e tecnologiche che si rifanno, in un modo o nell’altro, all’universo dell’ottica: tante storie diverse che talora si incontrano per poi procedere parallelamente, incrociarsi di nuovo o, più semplicemente, proseguire per la propria strada, disperdersi.” 1 Il fumo che si disperde in volute nell’aria, un treno che si avvicina a gran velocità, persone che corrono, passeggiano, camminano, danzano, le onde del mare che si abbattono a riva, tutto, nel mondo è in continuo movimento. E così l’Uomo, nel tentativo di rappresentare al meglio se stesso e la realtà intorno, nel corso della sua storia, ha cercato di cogliere e restituire quel movimento.
IMMAGINE 1: Un dettaglio del fregio del Partenone Ci sposteremmo un po’, nel tempo e nello spazio, e ci si parerebbe davanti la Colonna Traiana, a Roma. Osserveremmo una fascia elicoidale di bassorilievi arrampicarsi fino alla cima e noteremmo un susseguirsi di eventi ed azioni raccontate attraverso le immagini.
Il cinema, l’arte più giovane di tutte, ha, in questo senso, incarnato appieno tale desiderio umano. Pur essendo un’arte complessa, sfaccettata, definibile in relazione ad altre istanze (intrattenimento, produzione industriale, tecnologia, ricerca) conserva un tratto essenziale, da cui non può prescindere: il cinema è l’arte del movimento. Rintracciarne le origini richiederebbe un lungo viaggio a ritroso nel tempo, fino agli albori dell’umanità. Ci ritroveremmo, ad esempio, all’interno delle grotte di Altamira, ad ammirare pitture rupestri risalenti all’età paleolitica e raffiguranti grandi animali in corsa, o nell’antica Grecia, al fianco di Fidia, intento a scolpire il fregio del Partenone. Qui vedremmo uomini e cavalli rappresentati nelle varie fasi dei loro movimenti, straordinariamente simili agli esperimenti cronofotografici di Muybridge e Marey, effettuati oltre 2200 anni dopo.
D.P. Campagnoni, Quando il cinema non c’era: storie di mirabili visioni, illusioni ottiche e fotografie animate, s.l., UTET Università, 2007. 1
IMMAGINE 2: Un dettaglio della Colonna Traiana
Ancora, insieme al filosofo greco Aristotele, scopriremmo lo strano fenomeno per cui da una piccolissima fessura sarebbe possibile vedere il passaggio di un raggio di luce. Poi, con un balzo in avanti, prima nel XIII secolo e dopo nel XVI, saremmo in grado di dare un nome a tale fenomeno. Parleremmo di Camera Obscura, letteralmente una camera buia e completamente chiusa, fatta eccezione per un piccolo foro in una parete. Da quel buco vedremmo entrare un sottile fascio di luce in grado di proiettare, sul muro opposto, l’immagine di ciò che avviene all’esterno, capovolta. Uno spettacolo in diretta live.
IMMAGINE 3: La camera oscura Il nostro viaggio richiederebbe inoltre una trasferta nel lontano Oriente, in Cina, dove già nel II secolo a.C. Si può assistere a spettacoli ambulanti di ombre cinesi in cui gli attori, seminascosti dietro uno schermo, manovrano sagome simili a marionette di cui gli spettatori osservano l’ombra animarsi e compiere eroiche gesta. Sempre da Oriente, vedremmo probabilmente giungere in Europa delle scatole in grado di proiettare immagini dipinte su vetro. Ne sapremmo di più, tuttavia, una volta giunti nel 1646, grazie ad un’opera fondamentale, scritta dal gesuita Athanasius Kircher: Ars Magna Lucis et Umbrae. Certamente, non è possibile affermare che il cinema sia nato dai graffiti rupestri, o dalle ombre cinesi, si può però rintracciare un comune denominatore: il desiderio umano di rappresentare la realtà nel suo dinamismo, nella sua vitalità. È in questo senso che il XIX secolo diviene terreno fertile per una serie di riflessioni teoriche e soprattutto innovazioni tecniche senza precedenti, nell’ambito delle quali si inscrive la nascita del cinema.
DOSSIER
Agli inizi dell’Ottocento in Europa si sviluppa un profondo interesse per ciò che riguarda la percezione visiva, la scomposizione del movimento, la sua riproducibilità. Sono molti gli scienziati che si adoperano ad inventare dispositivi per riprodurre la realtà e studiarne i suoi fenomeni. Non a caso tra il 1816 e il 1826 nasce la fotografia con Joseph Nicéphore Niépce (Vista dalla finestra a Le Gras, 1926) che va via via perfezionandosi con nomi quali William Fox Talbot, Sir John Herschel, Louis Daguerre e non ultimi Auguste e Louis Lumière, inventori del cinematografo. Già nei primi anni viene teorizzato da Joseph Plateau il celebre principio della persistenza retinica, cioè del fenomeno, noto fin dall’antichità, per cui un’immagine rimane fissata sulla retina dell’occhio per qualche frazione di secondo, anche dopo la visione dell’immagine stessa. Teoria in parte smentita in seguito da Max Wertheimer nel suo Studi sperimentali sulla percezione del movimento (1912). Il periodo compreso tra 1820 e 1906 vede il febbrile moltiplicarsi di esperimenti e teorizzazioni in ambito scientifico, riguardanti soprattutto l’ottica fisiologica, sintomo della centralità riservata agli studi sul corpo umano e sulla percezione da parte della comunità scientifica. Gli esperimenti del fisiologo boemo Jan Evangelista Purkinje, così come quelli di scienziati come Roget, Faraday, Plateau (e la lista potrebbe proseguire ancora per molto) danno vita ad un pullulare di invenzioni di dispositivi che, pur essendo realizzati in un contesto scientifico come strumenti adibiti alla dimostrazione dei fenomeni riguardanti la percezione visiva, di fatto trovano una enorme diffusione al di fuori dei laboratori:
[già dai primi decenni dell’Ottocento] la scienza esce dai laboratori e invade i salotti e i bistrò. Dunque anche le immagini della scienza diventano materiali riconoscibili e riconosciuti, ergo «reali». Che si possono trattare come materiali non più solo da laboratorio, ma da atelier, destinati non più soltanto a scienziati e studenti, ma a pittori e «amatori d’arte»2
Giorgio Celli, Oltre Babele. Scienza e arte a confronto, Venezia, Marsilio, 1994 2
La spettacolarizzazione dei risultati di queste ricerche scientifiche va di pari passo con l’avvicendarsi della comparsa delle ricerche stesse, e così già nella prima metà del secolo proliferano volumetti che insegnano a servirsi dei giochi e degli apparecchi ottici a scopi scientifico – didattici ma anche spettacolari. L’Ottocento, seppur teatro del fermento scientifico di matrice positivista, conserva quindi in sé parte del gusto barocco che nei secoli precedenti aveva accompagnato la diffusione delle scatole ottiche con l’alone di meraviglia e stupore di cui esse erano circondate. Non a caso, per designare l’insieme dei dispositivi ottici che man mano vengono brevettati, viene utilizzata l’espressione “giocattoli filosofici” (nel linguaggio del XIX secolo la filosofia e la scienza si equivalgono). Nel 1832 Plateau inventa il fenachistoscopio (dal greco phenakistès “ingannatore” e skopéo “vedo”, uno strumento ottico che permette di visualizzare immagini animate, piccole azioni che si ripetono ciclicamente in loop, alla stregua delle moderne GIF animate.
IMMAGINE 4: Fenachistoscopi Cinque anni prima tre studiosi britannici John Herschel, William Henry Fitton e John Ayrton Paris studiano lo stesso fenomeno con l’ausilio di un apparecchio molto semplice, il taumatropio, a dimostrazione dell’effetto sopra descritto. La paternità del taumatropio non è però certa, alcuni sostengono che sia stato Mark Roget, fisico del Royal College of Physicians di Londra, ad inventarlo. Miglioramento del fenachistoscopio è lo zootropio (dal greco zoe, vita e tropos, girare, con il significato approssimativo di “ruota della vita”) progettato nel 1834 contemporaneamente dall’austriaco Simon von Stampfer e dall’inglese William George Horner. Si tratta di un dispositivo su cui viene montata una striscia di disegni posta all’interno di un cilindro dotato di feritoie a intervalli regolari (una per ogni immagine) atte a visionare le immagini stesse. Nel 1868 un altro dispositivo ottico che conosce grande
DOSSIER
diffusione è il Cineografo, meglio conosciuto come flip book, brevettato da John Barnes Linnett. È la prima forma di animazione a impiegare una sequenza lineare di immagini anziché circolare e introduce, nella rappresentazione del movimento, l’utilizzo di vere, seppur ridotte, sceneggiature. Si tratta infatti di brevissime storie composte da immagini raffiguranti un soggetto in posizioni leggermente diverse in sequenza, stampate su foglietti che, fatti scorrere velocemente tra le dita, danno l’impressione di vedere un soggetto animato. Il 1872 è l’anno della svolta: l’inglese Eadweard Muybridge con la tecnica della cronofotografia riesce a catturare una serie di scatti in successione per studiare il movimento degli animali e delle persone, con l’ausilio di una batteria di 24 apparecchi fotografici, dotata di un interruttore comandato da un orologio. Nel 1874 l’astronomo francese Pièrre Jules César Janssen, per immortalare il passaggio di Venere tra la Terra e il Sole, inventa il revolver fotografico. Esso produce 48 immagini in 72 secondi, su una lastra dagherrotipica circolare. Un meccanismo a orologeria consente di scattare le foto a intervalli regolari. La frequenza di scatto è ancora bassa e il numero di foto limitato, ma non siamo lontani dalla prima videocamera. Intanto, nel 1877 Emile Reynaud elabora ulteriormente lo zootropio eliminando le fessure e inserendo un prisma di specchi su cui avviene la sintesi del movimento: quella del praxinoscopio (così Reynaud definisce la sua nuova invenzione) è una rivoluzione sottile, mascherata dall’analogia tra il suo aspetto e quello dello zootropio, che comporta un sostanziale passo avanti nella qualità della percezione. Il praxinoscopio permette infatti a più persone contemporaneamente di osservare l’immagine in movimento.
IMMAGINE 5: Cronofotografia
Non solo: pochi anni dopo, nel 1888, ancora Reynaud mette a punto il teatro ottico o praxinoscopio teatro, un praxinoscopio abbinato ad una lanterna magica, grazie al quale è possibile proiettare una breve storia animata, con un inizio ed una fine. La pantomima luminosa, uno spettacolo reso possibile dall’uso della luce, non è più solo un’azione che si ripete ciclicamente senza soluzione di continuità, ma è una breve narrazione lineare, fruibile da numerosi spettatori, paganti, nello stesso momento.
Il principio della circolarità è, in qualche modo, accantonato a favore della linearità. Al tamburo,[…] Reynaud sostituisce due aspi - uno che srotola, l’altro che arrotola – che permettono di far scorrere la banda, che ormai si arrotola su se stessa, dal principio fino all’estremità.3 Usando un dispositivo simile, lo zoopraxiscopio, il fotografo Eadweard Muybridge padre della cronofotografia proietta una serie di disegni realizzati a partire dalle sue fotografie di cavalli. Il fisiologo francese Étienne Jules Marey inventa il fucile fotografico, un oggetto apparentemente uguale ad un fucile da caccia, ma caricato con una pellicola fotografica e capace di scattare 12 fotografie in un secondo. È il 1882 quando Marey cattura le sue prime immagini nel Golfo di Napoli, guadagnandosi l’appellativo di «matto» in quanto soddisfatto di aver sparato agli uccelli senza averne ucciso nemmeno uno! Nel 1892 dopo alcuni anni dalla prima sperimentazione di pantomima luminosa, il già citato Reynaud firma un contratto con il museo Grévin di Parigi che gli richiede esibizioni giornaliere e un nuovo repertorio ogni anno. Si stima che più di mezzo milione di parigini abbia assistito ai suoi spettacoli. Tuttavia, l’ormai leggendaria proiezione pubblica di vedute animate ad opera degli intraprendenti fratelli Lumière stava per aver luogo a pochi metri di distanza. A. Gaudreault, N. Dulac, Il principio e la fine… Tra fenachistoscopio e cinematografo: l’emergere di una nuova serie culturale in V. Innocenti, V. Re (a cura di), Le soglie del film, Forum, Udine, 2004 3
DOSSIER
BIBLIOGRAFIA ALOVISIO S., 2013, Il pre-cinema, in De Blasio E., Viganò D. E., (a cura di), I film studies, Roma, Carocci BRUNETTA G.P., 1997, Il viaggio dell’icononauta. Dalla camera oscura di Leonardo alla luce dei Lumière, Venezia, Marsilio CAMPAGNONI D. P., 2007, Quando il cinema non c’era: storie di mirabili visioni, illusioni ottiche e fotografie animate, Torino, UTET COSTA A., 1994, La morale del giocattolo. Saggio su Georges Méliès, Bologna, Clueb. MANNONI L., 2007, La grande arte della luce e dell’ombra. Archeologia del cinema, Torino, Lindau. GAUDREAULT A., 2004, Cinema delle origini o della “cinematografia-attrazione”, Milano, Il Castoro.
IMMAGINE 5: Zoopraxiscopio
SCHEDA DIDATTICA
PRECINEMA
a cura di Cristina Piccinini e Giuliana Valentini
COSTRUIAMO UN FENACHISTOSCOPIO
DURATA LABORATORIO 4 ore
Nel 1829 Joseph Plateau pubblicava lo studio “Dissertation sur quelques propriétés des impressions produites par la lumière sur l’organe de la vue” in cui ipotizzava che la retina dell’occhio umano avesse la capacità di trattenere l’immagine per qualche frazione di secondo anche dopo che l’immagine stessa non era più visibile. Per dimostrare ciò nel 1832 inventa il fenachistoscopio, uno strumento ottico che permette di visualizzare immagini animate. Non a caso il termine fenachistoscopio deriva dal gr. phenakistès “ingannatore” e skopéo “vedo”, uno strumento per ingannare l’occhio, dal momento che gli oggetti nei disegni sembrano muoversi. Su un disco di cartone si susseguono, intercalate da fessure, immagini leggermente diverse l’una dall’altra. Al centro del disco, sul retro, è fissato un oggetto che permette di muovere velocemente il disco posto davanti ad uno specchio. Facendo ruotare il disco e guardando le immagini riflesse sullo specchio vediamo l’animazione del disegno. Ad esempio se disegniamo una serie di immagini che ritraggono un cavallo al galoppo vedremo il cavallo galoppare. Ciò dipende dal fenomeno della persistenza delle immagini. Accade infatti che la nostra retina trattiene un’immagine per circa 1/30 di secondo; se in questa frazione di tempo le arriva una nuova immagine, questa si fonde alla precedente, e così via per le immagini successive. Da qui deriva l’impressione del movimento. Studi successivi condotti dallo psicologo e fondatore della psicologia gestaltistica, Max Wertheimer introducono il concetto di fenomeno phi ipotizzando che la fusione di immagini simili e successive non avvenga nella retina, ma a un livello superiore nel cervello.
RIVOLTO A Scuole primarie (a partire
OBIETTIVI - comprendere il fenomeno della persistenza retinica e fenomeno Phi - comprendere il funzionamento del cinematografo e la scomposizione del movimento - giocare con le immagini e gli effetti ottici - riflettere sulla differenza tra percezione del fenomeno e fenomeno stesso
METODOLOGIA Tinkering - Apprendere armeggiando, sperimentando e giocando
dalla classe seconda), secondarie di primo grado
MATERIALE NECESSARIO - cartoncino bianco / o disco in cartone bianco diametro 25 - cartoncino nero / o disco in cartone nero diametro 25 - un compasso - matite colorate, pennarelli - forbici o taglierino - colla - una puntina testa piatta - un tappo di sughero, tagliato a metà o un bastoncino 30 cm di lunghezza
LABORATORIO Il laboratorio sul precinema permette di mettere in campo diverse conoscenze, abilità e competenze coinvolgendo più discipline come: scienze, italiano e arte. A partire da una serie di informazioni iniziali sulla percezione ottica e sullo studio del movimento si possono sperimentare insieme agli studenti alcuni di questi semplici principi usando una torcia e una stanza buia. Ruotando lentamente la torcia verso una parete bianca si distingueranno e osserveranno i singoli punti luce, ma iniziando a ruotare velocemente la torcia apparirà un cerchio luminoso. A partire da questo semplice gioco si può ragionare con gli alunni sulla differenza tra la percezione di un fenomeno e il fenomeno stesso. A questo punto basta dare loro gli strumenti e lasciarli sperimentare, giocare e scoprire i principi della persistenza retinica e delle immagini in movimento. Qui di seguito si possono trovare un modello e le istruzioni per costruire il fenachistoscopio, ma prima di seguire la traccia è consigliabile lasciare che gli studenti provino da soli...
PASSO UNO Tracciare e ritagliare un cerchio di 25 cm di diametro dal cartoncino nero. Tracciare 10 o 12 segni per le fessure intorno al disco e ritagliare usando un paio di forbici o un cutter (0,8 mm di larghezza per 4 cm di altezza). La distanza tra ogni tacca dovrebbe essere la stessa. Usando lo stesso schema, ripetere l’esercizio sul cartoncino bianco. Per semplificare Nel passaggio 2, si può disegnare una linea con una matita nera che gira tutto intorno al disco.
PASSO DUE Si tratta ora di disegnare ogni fase dell’animazione immaginata (un palloncino che si gonfia, un personaggio che cammina ..) sul disco di carta bianca, tenendo conto dei marcatori delimitati nella fase 1. Infine, assemblare i dischi incollandoli l’uno sull’altro. Praticare un foro al centro del disco, nella parte bianca (quella disegnata) e far passare la puntina a testa piatta dall’altra parte dove si conficcherà nel tappo di sughero che serve per far ruotare il
SCHEDA DIDATTICA
disco con facilità. Eventualmente si può usare anche un bastoncino lungo 30 cm e largo 2. Fare attenzione a non far aderire completamente il disco al tappo di sughero in modo da non bloccare la rotazione. Infine posizionare il fenachistoscopio di fronte a uno specchio, ruotare il disco con le mani e guardare attraverso le fessure l’immagine riflessa… e il gioco è fatto! non resterà che osservare l’animazione.
SUGGERIMENTI Perché il fenachistoscopio funzioni: - ogni disegno deve cambiare a poco a poco - ogni disegno deve essere posizionato ad uguale distanza dalle asole perforate - l’ultima immagine disegnata deve seguire la prima che è stata realizzata.
SCHEDA DIDATTICA
PRECINEMA
a cura di Cristina Piccinini e Giuliana Valentini
COSTRUIAMO UN TAUMATROPIO Chi l’avrebbe mai detto che con un semplice giochetto si sarebbe potuto dimostrare uno dei più importanti fenomeni dell’ottica, l’effetto di persistenza delle immagini sulla retina? Siamo nel 1824 quando Sir Herschel, fisico e astronomo inglese, rivolgendosi ad un amico in sua presenza esclama: “Scommetti che riesco a farti vedere contemporaneamente le due facce d’una stessa moneta?” Il taumatropio consiste in un dischetto che viene fatto ruotare velocemente tramite due fili appesi all’estremità. Sulle due facce sono raffigurati disegni che si completano a vicenda, e facendo ruotare il disco velocemente, grazie alla persistenza della visione sulla retina, si ha l’impressione di guardare un’unica immagine combinata.
OBIETTIVI - comprendere il fenomeno della persistenza retinica e fenomeno Phi - comprendere il funzionamento del cinematografo e la scomposizione del movimento - giocare con le immagini e gli effetti ottici - riflettere sulla differenza tra percezione del fenomeno e fenomeno stesso
METODOLOGIA Tinkering - Apprendere armeggiando, sperimentando e giocando
DURATA LABORATORIO 2 - 3 ore
RIVOLTO A Scuole primarie (a partire dalla classe seconda) e secondarie di primo grado
MATERIALE NECESSARIO - cartoncino gr 250 - 300 - fogli di carta - un compasso, un bicchiere o una tazza - matite colorate, pennarelli - forbici - elastici o un bastoncino da spiedino
1.
2.
LABORATORIO Il laboratorio sul precinema permette di mettere in campo diverse conoscenze, abilità e competenze coinvolgendo più discipline come: scienze, italiano e arte. A partire da una serie di informazioni iniziali sulla percezione ottica e sullo studio del movimento possiamo provare a sperimentare insieme agli studenti alcuni di questi semplici principi usando una torcia e una stanza buia. Ruotando lentamente la torcia verso una parete bianca potremo distinguere e osservare i singoli punti luce ma se iniziamo a ruotare velocemente la torcia allora ci apparirà come un cerchio luminoso. Da questo semplice gioco possiamo ragionare con i bimbi sulla differenza tra la percezione di un fenomeno e il fenomeno stesso. A questo punto possiamo fare come Sir Herschel e si possono disegnare due immagini, su due facce diverse di un dischetto e, ruotandolo velocemente, avere l’impressione di un’immagine sola. A questo punto basta dare loro gli strumenti e lasciarli sperimentare, scoprire i principi della persistenza retinica e fenomeno Phi. Qui di seguito si possono trovare un modello e le istruzioni per costruire il taumatropio, ma prima di seguire la traccia è consigliabile lasciare che gli studenti provino da soli...
SUGGERIMENTI - attenzione all’asse di rotazione: se decentrato le due immagini non si sovrapporranno - disegnare l’uccellino in gabbia è un buon modo per fare un primo tentativo - attenzione: se l’asse di rotazione è orizzontale, le immagini dovranno essere una dritta e l’altra rovesciata (provare per credere)
PRIMO PROCEDIMENTO 1. Disegnare due cerchi sul cartoncino e ritagliarli. 2. In mezzo a uno dei cerchi (che sarà il fronte) disegnare un oggetto o un animale piccolo, come un uccellino.
3. Sul cerchio che sarà il retro disegnare l’altro oggetto, più grande, perché contenga l’oggetto più piccolo (ad esempio una gabbia che conterrà l’uccellino). 4. Incollare il bastoncino sul retro del primo cerchio. 5. Posare il secondo cerchio sul primo e premere per incollare bene. Lasciare asciugare una decina di minuti. 6. Adesso si può provare il traumatropio! Tenere l’altra estremità del bastoncino tra le mani e farlo ruotare velocemente.
SCHEDA DIDATTICA
3. 4. e 5. 6.
SECONDO PROCEDIMENTO 1. Ritagliare le sagome e disegnare i soggetti 2. Incollare e unire i due cartoncini 3. Una volta che sono uniti, praticare due fori ai lati, uno per lato
4. All’interno di entrambi inserire un elestico o una cordicella 5. Tirare le cordicelle, farle girare con le dita e creare l’immagine!
SCHEDA TECNICA
IL CINEMA PRIMA DEL CINEMA: UNO STUDIO SULL’OCCHIO a cura di Tecnoscienza
Il cinema nasce ufficialmente il 28 dicembre 1895 nel Grand Café di Parigi, ma è stato concepito parecchi anni prima, in laboratori scientifici, tra osservazioni accademiche e innovativi apparecchi di indagine. Una feconda linea di ricerca del 19° secolo voleva infatti comprendere i meccanismi della percezione visiva. Molto interesse era dedicato alle illusioni ottiche dovute alla luce rapida. L’occhio cadeva in errore, ad esempio, quando vedeva i raggi di una ruota di un carro in corsa, oppure quando un tizzone viene fatto vorticare in aria, creando irreali figure luminose. La scienza si era già occupata di fenomeni analoghi: nel ‘600 Isaac Newton aveva fatto ruotare dei dischi colorati a spicchi con le tonalità dell’arcobaleno, annotando che venivano percepiti bianchi alla vista, come se l’occhio avesse sommato i colori.
IMMAGINE 1: Un disco di Newton
Gli occhi, insomma, sembravano sovrapporre le immagini quando erano troppo veloci. Ciò nel 1800 era attribuito alla persistenza retinica, al fatto cioè che le immagini formatesi all’interno del globo oculare, sulla rètina, permanessero per un piccolo intervallo di tempo, di modo che quando la luce cambiava velocemente, le immagini si accavallavano, creando così un’illusione. Oggi le neuroscienze hanno dato una spiegazione più complessa del meccanismo: la luce che colpisce le cellule della rètina – dove lo stimolo può permanere qualche frammento di secondo – si trasforma in immagine solo dopo che l’impulso è arrivato in varie aree della corteccia cerebrale. Qualsiasi immagine, comprese le illusioni, sorge quindi nel cervello. A prescindere da ciò, la domanda a cui cercava di rispondere la scienza ottocentesca era: se la vista sovrappone le immagini veloci, cosa può accadere se le inviamo nell’occhio separate in brevi impulsi? Tra gli apparecchi costruiti ad hoc per rispondere, spicca il disco realizzato nel 1833 da Plateau, un fisico belga, e che verrà poi commercializzato come fenachistoscopio. Si trattava di un disco rotante (la maniera più semplice per velocizzare delle immagini), sulla cui circonferenza c’erano tanti disegni simili, inframezzati da fessure radiali.
IMMAGINE 2: Il primo disco da fenachistoscopio fatto disegnare da Plateau (1833). I tratti neri sul bordo rappresentano le fessure attraverso cui si guarda in uno specchio il danzatore in movimento.
Se il disco viene guardato mentre ruota, le illustrazioni si confondono alla vista, proprio come in un disco di Newton si confondono i colori; se le figure invece vengono separate da un brevissimo intervallo (ovvero vengono osservate attraverso le fessure rotanti, grazie ad uno specchio), il cervello riesce parzialmente a discriminarle, ma nell’integrare i dati fa sorgere un’illusione: le figure si collegano, sembrano animarsi. Il fenomeno è replicabile: quando ci vengono mostrate due o più immagini fisse con un intervallo di tempo abbastanza breve tra di loro, il cervello percepisce sempre un movimento. La scoperta dell’illusione nella prima metà del 1800 figlierà nel secolo una serie di altri apparecchi. Tutti non faranno che ripetere e migliorare il fenomeno, animando disegni sempre più complessi e addirittura fotografie scattate in sequenza ravvicinata. Ma oramai siamo fuori dai laboratori e siamo entrati dentro le sale di proiezione. Era nato il cinema.
IMMAGINE 3: Etichetta su scatola illustra come usare fenachistoscopi venduti come “dischi magici” (1833 ca)
IMMAGINE 4: Una sequenza di fotografie di pellicano volante scattata da Marey (1882 ca)
SCHEDA TECNICA
SCHEDA TECNICA
IL PRIMO PROIETTORE: UNA STORIA DI INNOVAZIONE CHIMICA E MECCANICA a cura di Tecnoscienza
Tutto iniziò nella cucina di casa Schönbein. Era il 1845 e Christian Friedrich Schönbein, professore di chimica all’Università di Basilea, nonostante gli fosse stato vietato dalla moglie di fare esperimenti in casa, stava facendo alcune prove di chimica sul tavolo in cucina con dell’acido nitrico e dell’acido solforico. All’improvviso li rovesciò e, preoccupato di nascondere il danno, asciugò il tavolo con il grembiule di cotone della moglie, prontamente messo ad asciugare vicino alla stufa. Scaldato, il grembiule prese fuoco. L’aneddoto racconta la scoperta del materiale fondamentale per le future pellicole cinematografiche, come quelle che Auguste e Louis Lumière utilizzeranno nel loro proiettore nel 1895.
IMMAGINE 1: La nitrocellulosa La scoperta di Schönbein (1799-1868) fu che la cellulosa, un composto alla base della fibra del cotone, reagendo con gli acidi formava un nuovo composto arricchito di azoto, la nitrocellulosa. Pochi anni dopo, la ricerca scientifica aggiunse canfora alla nitrocellulosa, creando così la prima plastica: la celluloide. Siamo nel 1880, nel pieno della sperimentazione sulla fotografia in cui si cercavano sempre nuove soluzioni per migliorare le pellicole, superando i problemi di maneggevolezza e cercando di accorciare i tempi di esposizione.
IMMAGINE 2: Pellicola cinematografica dei fratelli Lumière
Un giovane imprenditore di New York, George Eastman (1854-1932), capì che la celluloide poteva essere la soluzione. Trovò quindi un metodo per lavorarla in forma di pellicole sottili e flessibili (film), proprio la caratteristica che permetterà ai fratelli Lumière di fare la loro grande invenzione. Louis infatti, nel 1895, stava cercando di sviluppare un modo per proiettare, fotografie in sequenza (quelle che oggi chiameremmo fotogrammi). Riuscirà a migliorare i film statunitensi cospargendo la pellicola plastica con un’emulsione fotosensibile che aveva inventato a 17 anni, l’ètiquette bleue. In parallelo i due fratelli progettarono un apparecchio multifunzionale in cui inserire questa pellicola, una macchina capace di riprendere, stampare, sviluppare e proiettare: il cinematografo.
L’innovazione principale di questa macchina era un meccanismo che facesse scorrere la pellicola alternando momenti di luce e di buio e facendo avanzare un fotogramma alla volta. L’idea fu quella di fare due fori ai lati di ogni fotogramma della pellicola facendo in modo che un gancio mosso da un meccanismo a camma - cioè in grado di trasformare un movimento rotatorio in uno alternato facesse scorrere la pellicola nel modo desiderato. In linea con gli studi del tempo sulla percezione del movimento, si decise che il numero minimo di fotogrammi al secondo doveva essere 16, decretando in questo modo la velocità stessa con cui si sarebbe dovuta muovere la pellicola. Per la proiezione si dovette cercare una precisa fonte di luce. I Lumière decisero di utilizzare la lampada ad arco, un’invenzione di inizio ‘800 dovuta al chimico inglese Humphry Davy (1778-1829) che, migliorata negli anni, aveva prodotto una luce così intensa da permetterne l’uso anche nei primi casi di illuminazione pubblica. Mettere una delle più potenti fonti di luce dell’epoca nel proiettore fu fondamentale per aumentare la qualità visiva delle immagini e per fornire loro maggiore profondità. Oltre a rendere possibile una proiezione collettiva, l’idea stessa di cinema.
IMMAGINE 4: Lampada ad arco per proiezione cinematografica
IMMAGINE 3: Il cinematografo
VIDEO - MOVIMENTI DEL PROIETTORE LUMIÈRE SCHEDA TECNICA
Iniziativa realizzata nell’ambito del Piano Nazionale Cinema per la Scuola promosso da MIUR e MIBACT.