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0 ‘9 I N N A LI G E D TÀ LI TA N E M R LA FANZINE CON LA PEGGIO 01


SOMMARIO 04 06 08 10 12 14 16 18 22 26 02

Musica Intervista a El Raton (mc) di Emiliano Canu

Musica Intervista agli Hangover (metal/core) di Curse V.A.G.

Hanno collaborato a questo numero: Redattori: Tatiana Calia, Emiliano Canu, Rebelde Zamorano, Curse V.A.G., Mauz, Lorena Pinna, Anestetica, Gabriele Spanu, Thorex, A. Monaco, Grafico: Mauro Ghezzo Fotografi: Antonello Zappadu, Mirko De Angelis, Valeria Gentile, Antonio Polese, Alessandra Delussu

Musica Intervista a Big Island (reggae) di Rebelde Zamorano

Musica Recensioni di album prodotti in Sardegna - Reverse di Curse V.A.G., A.Monaco, Gabriele Spanu, Max Sannella

Musica Intervista a Dj Valium (dj/turntablist) di Emiliano Canu

Arti visive Teoria (aerosol writer)

Do it Yourself nella musica Autoproduzione di Lorena Pinna e Anestetica

Fotografia Intervista a Antonello Zappadu (fotografo) di Mauz

O la borsa o la vita Fotoromanzo realizzato esclusivamente per Crisi

Soggetto di Valerio Asara - Fotografia e Postproduzione: Valeria Gentile

Report fotografico Eventi dell’estate olbiese 2011

Ringraziamo per il supporto e la disponibilità: El Raton, Hangover, Big Island, Dj Valium, Teoria, Antonello Zappadu, Machete Productions, Mammalapis, Altergrafica, Argonauti, King Kietu, Gesuino e Jimi Deiana, Dr. Boost, Piermario Orecchioni, Street, Que Pasa, Crackers Lab, Libreria dell’Isola, Jamin-A Café, Art Café, Fashion Malò, Linea Casa, Fiorentino Musicstore, Los Locos Pub, John Gotti, Lithografica 2, PM - Tempio Pausania (OT), Libreria Azuni - Sassari, Stefania Ceffoni, Mario Pischedda, Marianna Corpino, Pierpaolo Luvoni, Pam Polythene, Bass Conquerors, Underground Experiment Zine.


UN SENTITO GRAZIE A:

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EL RATON (Machete Productions) www.myspace.com/manuelitoflow

Intervista: Emiliano Canu • Foto: Mirko De Angelis

Intervistiamo “EL RATON” mc appartenente alla Machete Productions, autore del singolo “Multicultural” e del mixtape “Basura Musik Vol.1”. Cosa ti ha spinto a scrivere rime e usare il rap come mezzo d’espressione? Bella raga, prima di tutto ci tengo a precisare che questa è la mia prima intervista ufficiale ed è un onore per me che esca in questa rivista, ma sopratutto che mi venga fatta da te, “Onez” uno degli appartenenti alla “vecchia” olbiese! Detto questo, ti dirò, sono sempre stato un’amante della musica in generale, il mio sogno da piccole era diventare batterista, ma in casa una batteria non ce la potevamo permettere e ho dovuto sfogare la mia creatività in un’altra maniera. Una delle tue particolarità è che fai rap in lingua spagnola, perché questa scelta, quali pensi

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siano i punti di forza e debolezza di fare il rap in spagnolo pur essendo italiano? La scelta del rappare in spagnolo è nata tutta per gioco, io a differenza di Enigma membro della Machete, agli inizi non sono stato autodidatta, nella mia “mini carriera musicale” ho avuto oltre a Salmo, persone come Bigfoot e Scascio che mi seguivano da testa a piedi. Un giorno dal nulla mi sono presentato da Bigfoot e gli ho detto che volevo rappare in spagnolo, non dimenticherò mai la gioia di Big quando gli ho fatto sentire il mio testo... e da lì Manuelito iniziò a rappare in spagnolo! Sarò sincero prima ero molto paranoico sul mio rappare in spagnolo perché è un’arma a doppio taglio sopratutto qua in Italia, ma ora che l’internet rompe ogni barriera Manuelito non si ferma fino a quando non porta la Machete in Ecuador!!!

Realtà multiculturale, come il titolo del tuo singolo “Multicultural” che sta ottenendo buoni riscontri così come il videoclip che lo accompagna... “Multicultural” è un singolo nato per far capire chi sono e come la penso, e per rispondere a domande stupide come “perché fai rap in spagnolo se sei nato in Sardegna?”. Non c’è un perché, perché Manuelito è figlio di questo mondo, è Multiculturale. Giro il mondo da solo da quando ho l’età di 7 anni, ne ho visto di tutti i colori, e ho voluto dipingere “Multicultural” con gli stessi colori, per questo la scelta di girare il video a Londra: perché non c’era cosa più Multiculturale di un rapper Italiano che rappa in Spagnolo in Inghilterra, Il tocco finale lo ha dato Mirko de Angelis Art Director della Machete, quel ragazzo è un genio e non ci ha messo nulla nel riportare le mie idee nel web.


Tutte queste persone hanno seguito e supportato questo progetto dall’inizio alla fine, per non parlare dei feat, oltre a Salmo, Enigma e Slait della Machete ci sono Scascio, Killmauri, Naxet dalla Spagna, Killaboy e il feat migliore il mio gringo Bigfoot che sta tornando nel ring a metterci K.O. tutti quanti!! Sono contento del risultato fino ad ora ottenuto, resta solo da aspettare il feedback dei fans. Inoltre ora sto già lavorando a un nuovo progetto che vedrà coinvolta tutta la Machete e posso garantirvi che è un bel progetto. “Multicultural” fa parte di un progetto più ampio? Stai preparando nuovi progetti? “Multicultural” la trovate nel mio mixtape “Basura Muzik Vol.1” come Bonus track. “Basura Musik” è il mio primo progetto da solista, ho collaborato con tantissime persone per concluderlo ed è un mixtape studiato per essere a 360 gradi, sia dal punto di vista dei testi che dal punto di vista strumentale, ho tentato di toccare più argomenti possibili nelle canzoni, e ho fatto una selezioni di basi per qualsiasi tipo di gusto musicale, dal funk beat al drum’n’bass. L’unico tallone d’Achille penso sia la freschezza, perché in “Basura Muzik Vol.1” ho racchiuso tutte le mie produzioni dal 2008 fino ad ora, sì, la maggior parte delle canzoni sono nuove, però per esempio ti puoi trovare sia una “Verdades made in Italy” che risale a metà 2008 che “Multicultural” che risale a pochi mesi fa, ho voluto fare così per far girare finalmente un cd con tutto quello che c’era del Raton. Prima chi mi seguiva si scaricava ogni tanto qualche song dal Myspace, ora invece no, è tutto dentro un cd che si trova al Downtown Skate Shop che è uno dei negozi ufficiali per quanto riguarda il merchandising Macheteprod.; la grafica è una bomba, per le 1000 copie distribuite in Italia l’ha seguita Francesco Liori un illustratore con i contro coglioni che ha seguito anche l’album di Salmo, mentre per le 1000 copie distribuite in Sud America la sta seguendo Mirko de Angelis. Il suono è stato curato da diversi chef (come direbbe Zed degli Enmicasa che insieme a Slait hanno mixato le tracce del mixtape nel suo studio) tra cui Salmo e il grande Mitia P. Nelle foto: El Raton

Quali sono le differenze più evidenti che avverti tra il vivere a Londra, dove stai per gran parte del tempo, e in Sardegna, a livello sociale, giovanile e musicale? Non si può neanche paragonare la Sardegna con Londra dal punto di vista musicale e sociale, è una città che offre molte opportunità, ma veramente tante, in soli due anni e mezzo che vivo qua mi sono visto quasi tutti i miei artisti preferiti targati USA. La Sardegna è un’isola non stupenda, FANTASTICA, però purtroppo è molto limitata in tutto, i giovani come me hanno poche opportunità. Se io sono riuscito a chiudere un mixtape e a fare un videoclip è grazie a una città come Londra che nonostante sia una tra le città più care europee, oltre che a camparti riesci a mettere qualcosa da parte per la musica; non ci sono riuscito a Firenze, penso sia ancora più difficile in Sardegna, poi ovviamente parlo sempre di persone nella mia stessa situazione. Parlaci dei tuoi gusti musicali riguardo l’hip hop, artisti che fanno rap in lingua spagnola che reputi interessanti e dei quali consiglieresti l’ascolto? Penso che poche persone in Sardegna abbiano il bagaglio culturale hip hop che ha Scascio, quando ero ragazzino mi ha nutrito di tanto buon hip hop che non saprei da chi partire, di sicuro nella lista dei mie preferiti ci sono Vinnie Paz dei Jedi Mind Tricks, Big Pun, Biggie, Big L, e B- Real. Se vi devo consigliare qualche rapper spagnolo ascoltatevi Tres Coronas e andate a

colpo sicuro: due Colombiani in N.Y.C. Cosa influenza e ispira maggiormente i tuoi testi? Sono appassionato di film, molto spesso mi capita di prendere spunti per un nuovo testo subito dopo aver visto un bel film, pensa che per immedesimarmi nella parte di serial killer in “Puta dime que me amas” (che è la versione splatter spagnola di “Yoko Ono” di Salmo) mi son visto tutta serie di Hannibal Lecter. Olbia ultimamente presenta una “vita” musicale hip hop produttiva, vorremo sapere le tue impressioni a riguardo... Sono molto contento a riguardo, a Olbia ci sono writers come Karma, Zeno e Teoria che stanno cambiando le facciate della nostra città con dell’arte devastante, per non parlare dei nostri due Dj Valium e Slait che fanno scintille sui piatti, musicalmente questo te lo può confermare qualsiasi rapper Olbiese, nonostante fossimo separati, da vari motivi, dovunque andassimo a suonare il suono di Olbia spaccava, e ora con la Machete faremo in modo che questo con cambi.


Intervista: Curse V.A.G. • Foto: Mirko De Angelis

www.myspace.com/hangoverolbia

HANGOVER

Ok ragazzi, prima intervista su Crisi fanzine... quindi: “Fatti! Non pugnette!” Facciamo parlare i diretti interessati, ovvero Lorena e Riki, i portavoce degli Hangover. L’etichetta inglese Casket/Copro Productions è partner in questo vostro primo lavoro “Is time to change”. Come siete venuti in contatto con loro e quali sono i vostri rapporti? Mah, è stato molto semplice, grazie a due brani caricati sullo space (quando ancora Myspace faceva il suo dovere) ci hanno contattato, ci è stata fatta una proposta che ci sembrava buona... ed eccoci qua! Nonostante il ritardo nell’uscita dell’EP i rapporti con loro sono buoni, hanno una vasta produzione e soprattutto dei canali di distribuzione molto ampi, ora siamo anche in contatto per il tour in Inghilterra con il loro booking, vedremo un po’ in quanto non è semplicissimo organizzare il tutto, ma non impossibile. Volete spiegarci qual’è il significato racchiuso in HANGOVER?

Ah! ah! Il nome Hangover è nato per gioco, sappiamo tutti cosa significa, nient’altro ci piaceva, ed essendo spesso in Hangover, nulla era più adatto! HANGOVER è il termine che in inglese si riferisce ai postumi di una sbronza (ndr). La struttura delle vostre canzoni sembra non mutare quasi mai. È una semplice casualità, oppure è una cosa dettata più dal genere che suonate? Certo, è così, per due motivi: uno perché ovviamente il genere ti fa rispettare dei canoni, degli stili; e due perché questo EP è un lavoro giovane, fatto dopo soli pochi mesi che suonavamo assieme, quindi diciamo che eravamo ancora poco maturi in fatto di composizioni e arrangiamenti. Ma per un primo EP siamo soddisfatti ugualmente, anche perché il nuovo

Sopra: (da sinistra a destra) Matteo Columbano (Guitar player), Lorena Pinna (Clean Vocals), Angelo Serreri (Screaming Vocals)

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album, il primo album, suonerà diverso, più maturo, più cazzuto, con alcune song che arriveranno dritte per il culo! Per poter comprendere meglio la vostra musica, volete spiegarci quali sono le vostre influenze musicali e quali temi vengono trattati nei vostri testi? Le influenze son parecchie, dai Pantera ai Metallica, a cose più morbide tipo Lacuna Coil e simili. I testi parlano di vita quotidiana, dai momenti felici a quelli più tristi, niente cose fantascientifiche, solo quello che viviamo tutti i giorni, cose belle e cose brutte. Lorena, complimenti per la tua voce, che però riesci a sfruttare meglio, a parer mio, nella versione acustica di “My best day”. Come mai secondo te?


moderno, un po’ è quello che vogliamo dimostrare anche nella musica.

Perché nei nostri brani le parti vocali sono divise tra melodia in clean e voci in growl e scream, e in alcuni pezzi trovo più complesso cantare su certi arrangiamenti, piuttosto che in una parte acustica a completa disposizione. Come procede l’attività live, la Casket cosa fa a riguardo? La nostra per fortuna bene. La Casket da poco ha aperto un’agenzia di booking e ovviamente ci ha contattato, ma come dicevo non è semplice fare tutto e soprattutto senza rimetterci dei soldi, i cachet purtroppo non sono alti, quindi devi pianificare tutto per bene. Le proposte ci sono e siamo contenti, ma nulla è fattibile cosi alla svelta. Quali sono stati fino ad ora i responsi sull’EP “Is time to change”?

Guarda, un po’ sorridiamo perché a dir la verità non ci pensiamo granché, stiamo lavorando all’album nuovo e siamo orientati su quello. In ogni caso i responsi sono stati buoni, rimane sempre un EP, non distribuito ovunque, per noi va bene così. Svelateci che significato hanno le parole inserite all’interno del booklet. Sono parole che provengono dai testi, sempre o quasi presenti, che prese singolarmente senza molti rigiri hanno un significato importante. Riki, ora i complimenti vanno a te per la bella copertina. Vuoi svelarci il nesso, se c’è, tra l’immagine di copertina e il titolo “Is time to change”? Guarda è tempo di cambiare, quindi l’immagine di copertina riassume il significato tra classico e

Progetti futuri? Ora stiamo registrando l’album nuovo che uscirà nel 2012, con un sound più cazzuto, mixato da un grosso produttore romano. A ottobre gireremo il primo videoclip per il singolo del nuovo album, e per tutto l’inverno apriremo i concerti alle nuove realtà metal, metal-core mondiali, ne approfittiamo per segnalare a ottobre un live con i Bless The FaLL, a dicembre con Here come the Kraken, a febbraio con i Caliban, e poi ancora non sappiamo, ogni giorno esce qualcosa, ringraziamo le nostre agenzie per questo! Saluti d’ordinanza. I soliti saluti, le famiglie, i nostri amici che ci seguono sempre, e la gente che dopo i concerti si fa le foto con noi o rimane a parlare interessata alla band, queste cose ti fanno andare avanti! Quindi ringraziamo tutti! E soprattutto voi per averci intervistato in una delle realtà più interessanti e in crescita della nostra zona! Grazie.

Sopra (da sinistra a destra): Ilario Mulas (Guitar player), Riccardo (Riki) Melosu (Drummer) e Lorenzo Agus (Bass player)

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BIG ISLAND Intervista: Rebelde Zamorano

King Kietu musicista tecnico del suono come King Tubby? Beh il paragone è molto azzardato. I tempi e le tecnologie sono cambiate ma grazie al padre del dub King Tubby resta sempre in me la volontà di non incatenare mai un genere musicale in regole precise. The King ha liberato la musica, tanti dubbers e produttori dal reggae alla musica elettronica hanno tratto ispirazione dal suo lavoro. King Tubby sta al dub come Bob Marley sta al reggae. Prophet! Nel cd si avverte l’esigenza di staccarsi dai soliti canoni del new roots jamaicano con approcci che vanno verso le nostre radici isolane. Sei soddisfatto del risultato raggiunto?

Più che una esigenza è stato molto naturale. Dopo l’esperienza Tostoine che mi ha permesso di girare in Sardegna, Italia e Svizzera, e dopo l’importantissima esperienza con Dan I Imperial Sound Army che mi ha dato la possibilità di girare in Europa, mi sono semplicemente accorto che mi ero completamente scordato della Gallura e del posto dove vivo. Ho iniziato una ricerca nei paesi, negli stazzi e nelle case in Gallura, trovando persone molto interessanti che sono diventate amiche e con cui è stato, ed è, un piacere collaborare. Non mi sono voluto staccare da nulla, semplicemente ho voluto, nel bene e nel male, riportare il concetto di produzione discografica nella trattoria più vicino a casa più che in un ristorante dall’altra parte del mondo. Poco tempo in un’intervista su “Rumore” ho letto di un gruppo che lamentava di non avere i soldi per inviare il cd alla rivista. Ritieni che con il collasso del settore musicale, dovuta in parte alle nuove tecnologie e in parte alla crisi economica, gli artisti possano riuscire a dedicarsi esclusivamente alla loro passione? Si che ci si può dedicare alla propria passione… la passione non muore perché hai pochi mezzi per coltivarla. Il punto è: che obiettivi hai e quanto sei disposto a sacrificare di te stesso per raggiungerli. Il successo è dato da conquiste che ti fanno stare bene dentro. Molti artisti arrivati al top sono tristi e insoddisfatti o hanno perso ogni cosa intorno, altri piccoli artisti restano tutta la vita con il rimorso perché volevano essere dei big e non ci sono riusciti, insomma dobbiamo cercare di stare bene con i mezzi che abbiamo, puntando sempre al meglio quando si può e senza farsi distrarre dalle insegne troppo luminose. A Sinistra: King Kietu e Andrea Olianas

www.youtube.com/bigIslandRecord

Nel cd si individuano alcuni brani che potrebbero essere validi per creare riddims, intendi adoperarti in questa direzione? Ti dico la verità, il concetto di riddim, non me ne voglia nessuno, mi ha un po’ stancato anche se lo reputo ancora un ottimo mezzo di promozione per i cantanti, a me personalmente ha creato un po’ di problemi e confusioni. Dal punto di vista della produzione è un meccanismo che nel tempo ha portato in Sardegna e non solo, a uno scimmiottamento delle produzioni jamaicane, senza cercare un suono più locale, e spesso ci si affida a produzioni jamaicane già esistenti di cui non si è chiesto nemmeno il permesso per l’utilizzo. Questa non è una critica, penso sia un passaggio obbligato quello del riddim, soprattutto a livello pratico e organizzativo per facilitare il lavoro delle backing band. Mi piacerebbe che i produttori reggae e dub rischiassero di più per quanto riguarda il suono... la logica è spingere in avanti più che accodarsi a quel che esiste già. Altre collaborazioni e/o progetti all’orizzonte? Sì progetti tanti, anche se personalmente sono in una fase di ridefinizione del concetto di produzione... È sicuramente meglio d’ora in poi, quando si può, prima testare dal vivo produzioni, artisti o band, e poi pubblicare solo quel che funziona in live e il resto lasciarlo perdere. Si allungheranno molto i tempi ma la radice diventerà più forte. Approfitto per ringraziare gli altri artisti coinvolti in Dream and Dread: Daniele Cabras, Gianni Mannu; Andrea Olianas e Zen I.


Sotto: Marcodread e Janette Brandanu

Marcodread Prima di tutto complimenti per la foto del cd... Ciao, e grazie per i complimenti! Come coniugate e quanto è importante l’esperienza di un selecta e di un sound in un lavoro come questo? Penso che nella produzione di un album reggae l’esperienza di un sound serva abbastanza, tutto dipende dallo stile che si vuole dare. A parte “More Love” e “It is a Problem” io vedo “Dream And Dread” più come un album da ascolto piuttosto che da sound, quindi quello che che ha influito di più sul lavoro è stata la passione e la conoscenza del Reggae. Ritieni che di questo tipo di esperienza si possa giovare anche il sound, magari promuovendo nelle serate i brani? Indubbiamente, lo dimostra il fatto che durante le dancehall estive abbiamo proposto i brani in live, ottenendo un’ottima risposta da parte della massive. Come procede l’attività del sound? Bene, è appena finita l’estate e mi sento soddisfatto per le dancehall che abbiamo organizzato a San Teodoro. Comunque stiamo già lavorando a dei progetti per la prossima stagione per poter fare e dare sempre di più. Quali sono le principali difficoltà nel lavorare dal vivo? Dopo 10 anni di attività non vedo tante difficoltà, col tempo siamo riusciti ad organizzarci abbastanza bene sia logisticamente che come impianto, sicuramente c’è sempre qualcosa da migliorare, sopratutto per quanto riguarda la serate in cui si ospitano i cantanti. La scena reggae dei sound trova buona audiance nell’isola? In alcune zone si, in altre meno. Purtroppo in Gallura finora non c’è stato tanto seguito come in altre zone della Sardegna, ma non si può paragonare Sassari o Cagliari, le due città più popolose della Sardegna e con tanti universitari, con Olbia che vedo sempre più orientata verso le discoteche e i soliti locali “fighetti”. Comunque in

generale vedo un grande interesse verso i sound sopratutto dai più giovani, e loro sono il futuro. Janette È la tua prima esperienza con i suoni in levare? No, ho cantato come corista con i Reggaefistols, anche se ovviamente non è la stessa cosa che cantare come solista. Come ti sei trovata nell’interpretare questi brani? Beh, le difficoltà ci sono dappertutto, ma fondamentalmente mi sono trovata bene, perché alla fine i testi trattano di pensieri, sogni, speranze e ideali che bene o male ci accomunano un po’ tutti. Pensi che l’attività live attraverso l’impegno al seguito dei sound system possa giovare alla tua carriera musicale? Sicuramente con i sound system ti fai le ossa perché il più delle volte ci sono problemi con gli impianti... quindi a volte ti senti tanto, altre niente, ci sono e non ci sono gli effetti... Beh, non è per niente facile, di sicuro è una buona e forte scuola. Quali sono i brani in cui ti sei sentita più a tuo agio? Credo “Trust me” e “Why Not”, ma alla fine posso dire: tutti!

Sotto: Daniele Cabras e Gianni Mannu

Pensi di proseguire nella ricerca musicale in ambito reggae? Quest’esperienza mi ha divertito, insegnato e fatto crescere tanto. È una musica che mi affascina tantissimo, forse la particolarità del cantare in levare, ma anche i suoni e gli strumenti come il basso che in questo genere è tanto presente, motore del tutto insieme alla batteria, ma anche il miscelarsi di fiati, tastiere... Sì comunque se si dovesse presentare un’altra occasione, la coglierei al volo! Progetti a breve? Qualcuno... forse...!!! A destra: Zen I

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RECENSIONI MUSICA A cura di: Curse V.A.G. • A.Monaco • Gabriele Spanu • Max Sannella

Hangover “Is Time To Change”

Casket/Copro Productions (Metal/Core) www.myspace.com/hangoverolbia 2010, anno importante per gli Hangover. La band olbiese, licenzia il suo primo lavoro con l’aiuto dell’inglese Casket/Copro Productions. Tramite Riki (batteria), la band si occupa in toto della registrazione e del mixaggio di questo lavoro. Il risultato è buono, anche se non patinato come richiederebbe un prodotto metal/core, ma non ci interessa, perché la botta arriva ugualmente! Ilario e Matteo spiccano per i loro riff di chiara matrice thrash, la sezione ritmica composta da Riki alla batteria e Lorenzo al basso, sostiene egregiamente il tutto. Così come Angelo crea squarci agonizzanti con i suoi growl! Anche se la punta di diamante, a parer mio, rimane Lorena che conquista in maniera esponenziale nella versione acustica di “My Best Day”. Grande prestazione degli Hangover. Un buon primo lavoro. (Curse V.A.G.)

El Raton “Basura Muzik Vol.1”

Autoproduzione (Hip Hop) www.myspace.com/manuelitoflow Un pugno di beats già editi, a parte le bonus tracks “Multicultural”, della quale avrete già visto il video su Youtube, e “Verdades Made in Italy” (prodotta da Salmo, che partecipa anche in “Machete Flow”). Idioma spagnolo e stile italiano, voce pulita, cambi di flow a rotazione, metafore dirette e d’impatto, ma non aspettatevi i classici pezzi “usa e getta” da mixtape, preparatevi piuttosto ad un assalto frontale alle contraddizioni e al marcio che c’è nella nostra penisola. Anche se non siete poliglotti, al primo ascolto El Raton vi avrà fatto capire tutto ciò che è in grado di fare, nero su bianco. (Gabriele Spanu)

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Anestetica “Apnea”

Autoproduzione (Rock) www.myspace.com/anestetica Questo primo album degli Anestetica conferma nella scena musicale olbiese la volontà di ottenere delle produzioni sempre più professionali. Apnea è un album dal suono caldo, molto curato negli arrangiamenti, dove nulla sembra lasciato al caso. Il mood generale basa le sue fondamenta decisamente nella tradizione Blues, aprendosi al rock italiano d’autore di non scontata costruzione armonica. La voce si innesta potente con testi esistenzialisti e di lotta sociale. L’album Apnea risulta essere per gli Anestetica un ottimo biglietto da visita per le loro performance dal vivo che peccando ancora di cura scenografica, odorano sempre di sudore sincero. Consiglio agli organizzatori di garantire più visibilità e professionalità a questa band. (A.Monaco)

Infa “Psychodeath EP”

Autoproduzione (Hip Hop) www.youtube.com/frenkz13cdd Il singolare approccio alla musica di Infa, mc di Monserrato che molti ricorderanno come componente de La Kasbah, è paragonabile a quei patchwork composti da tanti minuscoli ritratti, un mosaico di situazioni, immagini e citazioni senza soluzione di continuità, al limite del parossismo, fatte combaciare fra loro per costruire i significati delle canzoni. Qui possiamo assistere ad una riscrittura di quello che, volgarmente o banalmente, chiamiamo rap hardcore o underground. Qui, il messaggio si unisce ai segnali inviati nello spazio dal radiotelescopio di Arecibo, l’immaginario fantascientifico si proietta nelle galassie, in fondo, “perché inseguire il sole quando puoi avere Antares?” (Gabriele Spanu)


Rupez “Lov.ep” Autoproduzione (Hip Hop) rupesco@hotmail.it E poi, quando il grosso del rap italiano sembra avvolto da una patina di superbia e di cafonaggine, arriva uno degli mc’s più capaci quanto sottovalutati dell’isola (Nuoro, marca Blaqaut) e col suo stile unico ci consegna questo concept, un concept d’amore, di amore universale nel suo senso cosmico, di amore che non ha bisogno di facili ritornelli e di miele neomelodico. Perché quest’amore è cerebrale ed emozionale, intimo e universale, ma soprattutto “soul”, rinchiuso in frasi da riempirci un’intera schiena tatuata. Il miracolo è lì, ad aspettare il giorno in cui saremo in grado di riconoscerlo. (Gabriele Spanu) Gabriele Deriu “Gabriele Deriu Ep” Autoproduzione (Cantautorato) www.myspace.com/gabrielederiu (…) Deriu rilascia la sua musica come particelle da assaggiare con parsimonia, una musica reattiva e affilata d’intelligenza a dimostrazione che il cantautorato serio e pensante non è merce da scaffalizzare in sequenza, è un ripostiglio intimo e personale dove andare ad attingere cose e situazioni in momenti d’emergenza di spirito o di cuore, una via estemporanea per riprendersi il proprio swing animale che nasce con noi; dicevamo quattro takes che sdoganano l’animo dal tenerle dentro, gli sguardi e i deliri fuori dell’oblò che ci protegge dal mondo “L’autobus”, la solitudine urlata di voce e piano tra una lei ed una luna “Anche se”, il dinoccolamento swing “Paese chiamato città” e al capolinea il pathos dello storyteller amaro e che brucia in gola, che fa male, un rapporto a metà, insoluto, medicato nel finale da un assolo d’elettrica che vomita la sua sconfitta. L’Ep è una sostanza che gira molto bene sul lettore stereo, da un piccolo contatto emozionale che si scompone o ricompone secondo come lo si aggancia, di sicuro un’infinitesimale ventata di gusto. Raccomandato e certificato. (Max Sannella)

REVERSE A cura di: Curse V.A.G.

Emergency Lock Down “Midnight Trayn”

Questa piccola rubrica vuole semplicemente far si che le vecchie band underground e i loro lavori, venuti alla luce prima della nascita di “Crisi”, possano avere lo spazio che meritano. Andiamo quindi indietro nel tempo con...

Autoproduzione (Hard Rock) Hard rock, hard rock, hard rock! Ecco di cosa è pregno questo primo e disgraziatamente unico lavoro, rilasciato nell’ormai lontano 1999 dagli Emergency Lock Down. Un trio genuino e capace di pestare duro. Antonello Musso (basso e voce), Riccardo Nieddu (chitarra e cori) e Francesco Astara (batteria e percussioni), creano ottimi riff con una sezione ritmica martellante ma dinamica e la “melodia” che fa da padrona dalla prima all’ultima canzone! Se siete appassionati del genere (ma non solo), vi consiglio vivamente di cercare di procurarvi “Midnight Train”. Io vi ho avvisato! (Curse V.A.G.)

Everlasting Pain “Electra’s Immortality Wish”

Autoproduzione (Dark) http://www.megaupload.com/?d=EJOAOQSK E buio fu! Nell’anno 2000, invece della fine del mondo, venne alla luce un oscuro ma ottimo lavoro di musica Dark, molto personale. Gli Everlasting Pain con “Electra’s Immortality Wish” fanno calare la notte su un’Olbia ignara e spensierata. Le strazianti melodie vocali, di Chiara e Silvana, si sposano magistralmente con le strutture malsane e ben architettate, composte da Maurizio (Tastiere, Piano, Effetti e Batteria elettronica) e Marzio (Basso). Le canzoni riescono a creare come un unico viaggio, riuscendo ad intersecarsi l’un l’altra, a mò di concept! Segnalo dal cuore, l’omonima, Everlasting Pain. Ottimi! (Curse V.A.G.) 11


DJ VALIUM Intervista: Emiliano Canu • Foto: Antonio Polese - Alessandra De Lussu

Quando ti sei avvicinato al djing? Quali eventi e tappe hanno segnato e influito sulla tua formazione? La mia passione per il giradischi è alquanto remota, lontana. Risale al 1997 quando acquistai da un compagno di classe dei vecchi giradischi Gemini a cinghia che per quello che volevo fare principalmente, scratchare, erano alquanto inadeguati. Dovetti aspettare un anno buono per poter mettere le mani sul giradischi più importante di sempre: il Technics 1200. Dopo quell’acquisto impazzii letteralmente, anche perché essendo più solido mi permise un notevole miglioramento tecnico e questo non fece altro che accrescere la mia passione. Dio benedica il 1200! Non smisi praticamente di scratchare fino al 2001, anno in cui mio malgrado dovetti abbandonare i giradischi a causa dell’inizio dell’università a Roma. Ho parecchi rimpianti per quello stop ma negli ultimi due anni mi sono ributtato a capofitto per poter recuperare il tempo (e le tecniche) perduti e sebbene sia alla costante ricerca dei giusti miglioramenti, alcuni importanti risultati sono comunque arrivati in breve tempo. Un evento che mi segnò profondamente fu il concerto dei Public Enemy nel 1999, proprio qui ad Olbia. Per tutto il live non tolsi un attimo gli occhi di dosso dal dj che in quel tour li accompagnava. Fu una folgorazione sentire certe tecniche e vedere i primi cutting dal vivo in un contesto in cui al dj veniva riconosciuta da parte degli mc totale libertà. Altro importante evento che mi ha segnato fu vedere Tony Touch al Reggae Pub a Canniggione. Un’ospite eccezionale che la compianta dj Chicca e l’mc Scascio ebbero il coraggio di portare nonostante fosse un personaggio dell’underground, conosciuto principalmente dai soli “addetti ai lavori”. Ancora non smetto di ringraziarli. Fu una serata bellissima e vederlo ai piatti costituì

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sicuramente uno spunto importantissimo per la mia formazione a venire. Nel 2006, per citarne un altro, mi impressionò l’esibizione dei Bungalow Zen (Tayone, Skizo e Bruno Briscik) al campionato ITF a Roma . Ero preso davvero bene al sentire due scratcher potenti più un violoncellista che esprimevano una chimica musicale davvero innovativa. Cose rappresenta per te il djing e la figura del Dj? Il djing per me è una vera filosofia di vita. Questo è dovuto ad una visione “elitaria” riguardo il giradischi che vedo come un vero e proprio strumento musicale, o meglio: lo strumento che li racchiude tutti. Alla fine penso che sia nato come un elettrodomestico come tanti ma poi per forza di cose s’è evoluto in tal senso. Se pensiamo alla funzione del forno immediatamente pensiamo ad una pizza o un pollo cucinato; se pensiamo alla lavatrice pensiamo subito ai panni lavati. E così via con la lavastoviglie e tutti gli altri. Fanno quello e basta. Il giradischi da semplice riproduttore di musica è invece diventato un vero e proprio strumento di manipolazione del suono che ti permette di suonare praticamente tutto! È una cosa quasi contro-natura! Per questo fino ad alcuni anni fa ho sempre trascurato le tecniche di mixaggio classiche tanto care ai dj tradizionali per concentrarmi sulle tecniche di scratch applicate ai più disparati campioni musicali: i crab, i flares, i transformer, i chirp mi hanno sempre divertito e soddisfatto di più. Quasi come una droga. In verità negli ultimi due anni ho dovuto aggiustare il tiro e da puro scratcher come mi definivo ho inaugurato un approccio al giradischi che fosse il più completo possibile riprendendo soprattutto le tecniche di mixaggio e di accostamento dei dischi che suono, così come il beat-juggling. Questo è divenuto basilare dal

momento in cui ho iniziato ad esibirmi anche come selecter di musica in vari locali di Olbia e della Sardegna. E devo dire che è parecchio interessante anche questo nuovo approccio. Ultimamente fai il selecter e accompagni gli Mc nei live, oltre ad aver partecipato a giugno al DMC. Qual’è la situazione che preferisci? Sì la selezione musicale mi sta piacendo parecchio. Sto ascoltando e acquistando molta musica che cerco anche di razionalizzare al meglio per poter esprimere un mio sound, coerente, che mi contraddistingua. Da un punto di vista prettamente musicale il mio background è l’hip hop e la scratch-music americana e francese anche se sono comunque influenzato da altri generi musicali come una certa elettronica “british” e americana, il reggaeton, il trip-hop, i filoni più “duri” dell’house. Il mio orecchio però non si preclude nulla: impazzisco anche per Rino Gaetano tanto per dire… Per quanto riguarda i live l’ultimo risale al 27 luglio dove ho suonato a Catania con Salmo ed Enigma ad un festival di elettronica molto conosciuto. Ho suonato poi spesso con Scascio, El Raton, Rock Birken e dj Slait. Di questo sono molto orgoglioso e devo molto a chi mi ha dato l’opportunità di esprimermi con artisti di un certo calibro come quelli citati. Nei live quando il tempo lo permette cerco comunque di fare di tutto: cutting per i freestyler, selezione pre e post live e intermezzi di scratch. Infine ho partecipato alla categoria Scratch del Dmc che è lo storico campionato che si tiene in ogni nazione e che vede 8 dj da tutta Italia darsi battaglia uno contro uno in consolle. Era la mia prima competizione degna di tale nome e complice l’emozione e un po’ d’inesperienza non è andata come speravo ma sono pronto per ripresentarmi l’anno prossimo ancora più


agguerrito e motivato. In ogni caso è stato bello passare del tempo assieme a dei mostri dello scratch come T-robb, Creeterio, Mandraiq, Facser, Kame, lo storico dj Skizo e tutti gli altri potentissimi dj italiani. Cosa pensi della situazione e del panorama del djing in Sardegna? Credo che in Sardegna i nostri dj non abbiano niente da invidiare a nessuno. Sono in contatto con i principali dj della scena sarda i quali oltre che essere colleghi sono anche miei grandi amici. In particolare citerei Gabriele Ganga, Simo G. che alle competizioni nazionali si è sempre distinto come un ottimo scratcher arrivando anche secondo al Dmc stesso, poi Rash dotato di grande esperienza e ottima tecnica, dj Sputo altro osso duro di Cagliari, e dj Seb storico dj dei Menhir con cui iniziai a scratchare nel lontano 2000. Ad Olbia abbiamo il buon vecchio Dj Slait e nel resto dell’isola non sono in pochi ad avere dimestichezza con lo scratch e con il giradischi in generale. Insomma c’è davvero un bel movimento e questo fa sempre piacere.

degli ultimi pezzi di Scascio “Stanne fuori”. Un pezzo davvero bello e purtroppo “veritiero”. Mentre nel disco di Salmo, ormai una pietra miliare, vi è una scratch song intitolata “Dj Valium” creata su una produzione di Salmo stesso. In più sempre con Salmo su Youtube si può sentire “Narcoleptic Verses”, una traccia a mio avviso davvero potente! Obiettivi e progetti artistici per il futuro? L’obiettivo principale è suonare a più non posso e far star bene chi mi ascolta. È per me una missione e sto studiando a fondo per poter raggiungere questo obiettivo. Parlando di cose più concrete farò uscire uno scratch EP in free download entro giugno del 2012, così come

una serie di mixtape “a tema” che cavalcheranno i vari filoni del rap attuale e non. In cantiere ci sono alcune collaborazioni riguardo le quali però è prematuro parlare. Mentre su altre c’è il top secret. Per il resto l’attività live è intensissima e questo grazie anche al periodo d’oro che l’hip hop sta vivendo a livello cittadino! Ringrazi e saluti qualcuno in particolare? Ringrazio e saluto il mio fratellone Scascio, il BigFoot, la KF, Lebon e tutta la Machete, Dj Slait, Diego e lo staff del Downtown Skate Shop, Emiliano, il John Gotty, Mauro e la redazione di Crisi, tutti i miei amici mc, writers, dj’s, skaters, clubbers, studenti e la mia famiglia!

Attualmente la scena hip hop olbiese è molto florida, tu, da protagonista, come la stai vivendo? La scena olbiese hip-hop credo che sia molto attiva oramai da diversi anni, grazie anzitutto ai Lirikris che con Scascio e Bigfoot hanno imperversato in tutta la Sardegna fino a un paio di anni fa. Purtroppo per cause di forza maggiore la loro ascesa ha subito un brusco e ingiusto stop. Ora invece Salmo sta facendo parlare parecchio di sé, in Sardegna e nel resto della penisola, unitamente a tutto lo squadrone Machete. Vivo con grande curiosità e coinvolgimento la situazione attuale anche perché nel mio piccolo ho il piacere di collaborare con tutti i nomi più importanti della scena cittadina. Mi son piaciuti molto i lavori di Enigma e Rock Birken con i relativi video dei singoli più potenti, così come “Multicultural” del Raton il cui video è stato girato, in trasferta a Londra, da un talento olbiese della regia che è Mirko de Angelis. Ho anche curato gli scratch di uno Sopra: Dj Valium all’Olbia Summer Fest 2011

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Teoria (Kris Factory Crew)

I pezzi presenti nelle 2 pagine sono tutti realizzati da Teoria

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Do it yourself nella musica Testo: Lorena Pinna e Anestetica

MUSICA, dal greco musa o fonte di ispirazione. Per millenni ha influenzato e stimolato le menti di intere popolazioni nei suoi svariati generi, ormai in continua mutazione, e ha spinto sempre più persone a creare musica come fosse un opera d’arte, ma allo stesso tempo non per tutti. Infatti, pur avendo il dono della creatività, molti non avevano i mezzi per poter concretizzare la loro ispirazione. Privati quindi, per motivi principalmente economici, della possibilità di studiare la musica o di disporre di uno strumento musicale, solo pochi eletti, o geni autodidatti che con pochi mezzi cercavano di creare musica, riuscivano a realizzare il loro sogno. I secoli sono passati ed il mondo continua a girare intorno al denaro, ma per noi fortunati dell’era tecnologica, l’avvento del computer ha cambiato radicalmente il modo di concepire e creare la musica e ha reso possibile l’autoproduzione a costi relativamente bassi. Chi ha il dono di riuscire a vedere e sentire la musica dentro di se, pur non avendo alcuna nozione teorica, attraverso dei semplici software oggi può creare e produrre la propria musica. Esistono addirittura programmi in grado di captare il suono della voce, ed in seguito trasformarlo in uno strumento musicale. Sintetizzatori, campionatori e computer hanno dato così la possibilità, in tutto il mondo, ad artisti con pochi mezzi, di autoprodursi, unendo così arte e scienza in un connubio che andrà a formare gli artisti di domani. Spesso gli artisti che decidono di autoprodursi fanno parte della scena musicale underground,

per la quale le Major discografiche non nutrono grande interesse, fino a quando le masse non manifestano un importante attenzione verso di loro. Ora infatti, grazie alle nuove tecnologie, ogni suono può essere manipolato e reinventato, ed ogni artista può produrre e distribuire autonomamente la propria musica tramite la rete telematica, saltando case discografiche e produttori. Naturalmente avere il talento di creare e distribuire musica non coincide necessariamente con il raggiungimento del successo, che invece riguarda altri fattori di gusto personale e mercato di distribuzione. Imparare ad usare questi surrogati degli strumenti musicali, è la chiave per potersi autoprodurre. Alcuni di questi software facilmente reperibili come Magix Music Maker e The Palette Melody Composing Tool, permettono di creare musica a prezzi contenuti; mentre se si suona uno strumento musicale o si vuole semplicemente registrare a livelli un po’ più professionali, ci sono in commercio programmi come Cubase o Pro Tools, un po’ più dispendiosi ma di qualità superiore, dei quali è possibile scaricare delle versioni di prova gratuite, che però renderanno presto necessario l’acquisto di “plug in” più completi, in grado di ampliare le funzioni del programma stesso. Per la realizzazione di un cd si dovranno eseguire poi altri due importantissimi processi, quali il mixaggio per la manipolazione dei suoni ed il mastering per l’amplificazione e omologazione del suono rispetto ai vari dispositivi per l’ascolto (impianti domestici, car hi-fi, radio, ecc.) per i quali la traccia musicale dovrà essere livellata. Sopra: Lorena Pinna

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Tralasciando questi aspetti prettamente tecnici, se si ha un gruppo musicale e ci si vuole autoprodurre ed incidere un disco, come si possono reperire i fondi per questo progetto? In seguito alla mia esperienza conseguita con il gruppo, esistono alcuni modi per reperire fondi per auto prodursi, soprattutto in assenza di uno “zio Paperone” ricco che finanzi i nostri sogni. Innanzitutto, partecipare a dei concorsi con premi in denaro, dei quali però è bene informarsi in anticipo sulla serietà degli organizzatori in modo da non spendere soldi inutilmente per il viaggio e poi ritrovarsi con un pugno di mosche; importante è sapere chi sarà a giudicarvi, perché se sono gli stessi organizzatori potreste rischiare di essere giudicati da persone non esperte del settore e quindi perdere tempo e denaro inutilmente. Un altro modo è quello di suonare a pagamento, anche in posti non consoni al vostro genere o alle vostre aspirazioni, ma che sicuramente contribuiranno, con tanti sacrifici, alla realizzazione dei vostri progetti. Si possono poi contattare degli sponsor da pubblicizzare all’interno del cd, e non trascurabili sono anche i fondi che provengono dal lavoro personale di ogni componente del gruppo che si deve impegnare al massimo per raggiungere lo scopo comune. Si potrebbe anche optare per un prestito, da ripagare poi con i ricavi della successiva vendita del cd, che dovrà avere un costo adeguato in modo da ripagarvi delle spese sostenute, o in previsione di un progetto successivo. Ci sono poi alcune case discografiche che provvedono, naturalmente dietro pagamento, alla stampa e distribuzione del cd su tutti i canali, altrimenti, l’alternativa è mettere in rete il proprio lavoro con la speranza che una Major lo ascolti e voglia produrvi, o che semplicemente venga ascoltato da più persone possibile che possano pubblicizzarvi. Qualunque sia la vostra scelta sappiate che ci sono cinque parole chiave per la buona riuscita del vostro progetto qualunque esso sia, e sono: IMPEGNO, SACRIFICIO, DEDIZIONE, STUDIO E COSTANZA. E naturalmente DO IT YOURSELF! (Lorena Pinna)

Realizzare un cd con le proprie canzoni è certamente un’esperienza interessante ed appagante. L’autoproduzione è, quasi sempre, d’obbligo per una band agli esordi. Fermare in un supporto il “momento” che si sta vivendo attraverso la propria progettualità è sicuramente il modo più giusto per poter spiegare meglio i propri intenti. Nel caso di “Apnea” si è scelto di completare la fase dell’arrangiamento in sala prove, per poter avere le idee più chiare possibili nel momento in cui sarebbero cominciate le registrazioni. La scelta è stata quella di lavorare con Andrea Pica (chitarra dei Dealma), a casa di quest’ultimo con la strumentazione da lui messa a disposizione. Nessuna sala ad “ore” quindi e di conseguenza la tranquillità necessaria per poter lavorare serenamente. In questa maniera si è potuto ridurre i costi senza intaccare (credo!) la qualità del risultato. Cominciate nel dicembre 2010, le registrazioni si sono concluse nel marzo 2011. In aprile la fase del mixaggio, con un ottimo

lavoro di Andrea e l’invio delle 10 tracce al Newmastering Studio di Milano, per la realizzazione del mastering. Il lavoro completo di stampa (la grafica è stata curata da Daniele Cabras, Pasquale Vazzano ed Alessandro Mesina) delle prime 500 copie è arrivato a casa del sottoscritto il giorno 21 Maggio. Un paio d’ore prima che la band partisse per Bologna in occasione del Brinc@ Festival. La gestione dei costi di realizzazione è stata piuttosto facile. La cover band Acoustic Juice, ossia l’altra faccia della medaglia degli Anestetica (diversa band, stessi componenti), ha finanziato il tutto con i risparmi degli ultimi periodi. Il consiglio che mi sento di dare a chi ha in mente un’autoproduzione è quello d’individuare la miglior soluzione in termini di tempo a disposizione, in maniera tale da poter lavorare senza fretta e con la giusta attenzione. (m.c.c. Anestetica)

Sopra: Anestetica in concerto

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Antonello Zappadu Intervista: Mauz • Foto: Antonello Zappadu

Hai fatto tanti reportage in giro per il mondo, in Sud America, in Asia, qual è quello che ti ha colpito di più a livello umano? Nasco, giornalisticamente parlando, in Sardegna in un periodo in cui con mio padre seguivo il banditismo sardo, certamente i ricordi di quel periodo sono parti importanti della mia vita, sono ricordi abbastanza violenti, in alcuni casi si parla di omicidi, sequestri di persona, per chi è del mestiere: “cronaca nera”. Ho affrontato l’Indocina, le Americhe, la Russia di Leonid Brezhnev e nel 2008 un grosso problema di sospetto spionaggio in Azerbaijan nei miei confronti. Ero preparato a questi eventi, la Sardegna mi ha maturato moltissimo: è stata una scuola di vita e di foto-giornalismo. Sicuramente quello che più mi ha impressionato e colpito è stata una notizia di nera: l’uccisione di due giovani italiani che erano scomparsi mentre “esploravano” riti sciamani nell’Amazzonia Ecuadoriana. Io ero già stato in quei posti vent’anni prima e conoscevo gli indios Shuar, sapevo che uomini erano e sospettavo che fine avessero fatto quei ragazzi. Sono andato di proposito, per scoprire cosa gli fosse successo, erano sei mesi che non si sapeva più nulla di loro. Ho portato alla luce che erano morti durante un rito sciamano. Il fatto è che dietro a tutta questa storia è venuto alla luce anche un traffico di teste umane mummificate e miniaturizzate, un traffico di organi. Gli Shuar sono tagliatori di teste e le commercializzano in un mercato nero di collezionisti. Ho scoperto questo ingranaggio che è stato poi pubblicato da La Repubblica che gli ha dedicato ampio spazio. È stato quello il reportage che mi ha colpito di più, più di tutti quelli che avevo realizzato. Una cosa che ho notato nei tuoi reportage è

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che non vai a fotografare soltanto una zona geografica, ma una cultura, le persone. Può essere che sia un retaggio degli inizi lavorativi? No, è una mia costante, quella di raccontare le genti. È sicuramente una caratteristica di noi isolani. Il banditismo sardo mi ha insegnato che se una notizia non deve essere pubblicata, allora non si può pubblicare, cascasse il mondo. Anche se la notizia potrebbe darti grandi soddisfazioni professionali. Una sorta di simbiosi mutualistica - quella di “prendere” le sembianze di dove si vive. E questo mi ha accreditato e mi accredita in certi ambienti. Infatti quello che hai imparato a fare tu è creare il legame che va oltre la professione... Ma dev’essere così. Ho conosciuto giornalisti che hanno tradito la fiducia, allora sei morto, giornalisticamente parlano, a quel punto hai perso ogni credibilità. È come se dimenticassero dell’etica professionale… Su questo non sono d’accordo con te. Il problema non è quello, in effetti in alcuni casi la notizia che hai, anche se ricevuta in confidenza, si può divulgare se dietro vi è un reato. Ti faccio un esempio: diversi anni fa ho ricevuto una confidenza su un fatto che sarebbe avvenuto di lì a pochi giorni, l’impressione era che il “confidente” avesse interesse che la notizia uscisse. Sapendo che una mia collega aveva il telefono intercettato, l’ho chiamata al cellulare raccontandogli che la notte di capodanno sarebbe successo un fatto delittuoso in un certo paese della Barbagia. Stavo passando indirettamente alle forze dell’ordine la notizia, questo avrebbe permesso, sicuramente, di salvare delle vite umane. Ci sono molti modi per tradire la fiducia di una A Destra: Olbia Nella pagina accanto: Praga

persona, ma in quel caso non era così, non c’è confidenza che tenga, anzi per me è un dovere cristiano e civico. Il legame che si crea oltre il lavoro è fondamentale quando vai a fare un certo tipo di professione, che non è solo fare click con la macchina fotografica. Quello che ho imparato da mio padre è capire quando c’è la notizia. A volte mi convinco di esser un passo avanti rispetto ai miei colleghi, perché mi accorgo che la notizia c’è, e mi “incazzo” quando loro non avvertono la stessa sensazione.


Sembra che stia peccando di presunzione, poi certo sbaglio anch’io, però il più delle volte ho avuto buon fiuto, questo me lo riconosco. Come sei diventato fotografo? Com’è iniziato tutto? Seguendo mio padre, giornalista della Rai. Inizialmente per passione, poi siccome questa passione costava, mio padre mi ha proposto: “Perché non vieni con me? Mentre io lavoro per la radio, tu fai le foto.” all’istante mi sono innamorato di questo mestiere. Mi sono diplomato come geometra ad Olbia, ma non ho mai esercitato. L’unico che mi chiamava geometra era mio padre, lo scriveva anche sulla carta intestata, ci teneva. Dovendo farti un autoritratto, come ti fotograferesti?

Io sono negato per gli autoritratti, evito di farmi fotografare, non mi piace, ho tre fotografie che girano per il mondo, quando mi intervistano uso soltanto queste tre. Soltanto in sud-America mi sono fatto fotografare da un giovane free-lance. Sapendo, per esperienza, che se non mi fotografava non portava a casa la pagnotta, mi sono rivisto allo specchio. Del rapporto tra te e il Premier cosa mi dici? Immancabilmente tutti, in tutto il mondo, mi chiedono se ho paura di B. “Perché dovrei aver paura?” rispondo. Nel mondo si pensa che B. sia “affiliato alla mafia”, perché si è parlato tanto di mafia, di processi per mafia, per cui si pensa che la metà degli italiani siano mafiosi e che in Italia si governi con la mafia. Io non credo in questo e spero che non sia così.

Però questa paura della gente mi ha portato ad essere prudente, allora adotto delle regole: non mi faccio fotografare, quando viaggio le date rimangono “top secret”, do indicazioni sbagliate a persone che non conosco, non carico bagaglio in stiva nei voli nazionali ed internazionali, vado con bagaglio leggero e rigorosamente a mano, in strada controllo che nessuno mi segua. Sono prudente ma non paranoico. Le fotografie che avevi fatto a Villa Certosa erano per puro gossip? No, io non faccio gossip. Nel 2007 ero all’estero che seguivo, appunto, la storia dei ragazzi italiani scomparsi e leggo, su un quotidiano di Quito, la lettera di Veronica Lario nella quale parla di: “rispetto per lei e per i figli”. Rientrato in Italia, a Pasqua sono senza la mia fami-

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glia, malinconico e annoiato, e mi son detto, facciamoci quel sentiero della collina sopra il parco, magari incontro B. con la moglie mano nella mano. Non trovo Veronica Lario, ma trovo cinque ragazze che “giocano” con il Presidente. Quelle foto hanno fatto veramente il giro del mondo, sono le prime e l’inizio di un racconto di un B. inedito e del suo stile di vita. In seguito ho cominciato a documentare le salite, le discese, gli arrivi, le partenze di Apicella, della “signora” bulgara, delle rumene, delle italiane, delle russe, delle marocchine, delle ucraine, delle inglesine, delle colombiane. Tutte all’aeroporto di Olbia-Costa Smeralda, un lavoro immenso. E mentre fotografavo nascosto tra il mirto e i lentischi, pensavo: tutti soldi degli italiani. È mancato da parte di Berlusconi il rispetto per il popolo italiano. La risposta della magistratura di Tempio è stata quella di dire che: “la privacy del Premier deve essere rispettata a ogni costo”. Non ho detto io “un Premier non ha privacy neanche quando dorme”, l’ha detto Barbara Berlusconi. Quando ricopri una carica istituzionale di quel livello è impensabile che tu possa fare quel che ti pare. Il Presidente degli Stati Uniti, ogni anno fa una conferenza stampa per mostrare le cartelle cliniche, risonanze magnetiche ed elettrocardiogramma compreso. Io vorrei vedere la cartella clinica di Silvio Berlusconi, non per mia curiosità, è un mio diritto da italiano. Soprattutto capire lo stato mentale di questo signore. Se un giornalista non racconta queste cose, cosa deve raccontare? La Colombia, il paese del narcotraffico, della guerriglia, delle corruzioni, ha un rapporto con la privacy totalmente diverso da noi, per questo motivo mezzo parlamento è in galera, grazie alle intercettazioni, grazie alla non privacy, un paese a diecimila chilometri dall’Italia combatte le “mafie” con metodi forse discutibili ma certamente indispensabili. Per carità io non voglio paragonare l’Italia alla

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Colombia, ma quando racconto di queste cose ai colleghi colombiani della Reuters, France Press, Associated Press, rimangono allibiti. Siamo un po’ narcotizzati? Io difendo sempre l’Italia, amo l’Italia, però in questo momento è indifendibile, non ci si riesce. Devo ricordare che quest’Italia non ha niente a che vedere con l’Italia di Michelangelo, Leonardo o di Galilei, che Berlusconi è solo una parentesi, per brutta che sia, ma solo una parentesi. Mi sembra che l’unica forma di protesta che riusciamo a fare sia cliccare su un “Mi piace” di Facebook o qualche post di protesta. Sicuramente internet è la più grande rivoluzione al mondo dopo il fuoco e la ruota. Io fino a poco tempo fa, prima di conoscere internet, avevo stilato una classifica con le tre più importanti scoperte dell’uomo: il fuoco, la ruota e la birra. Ho dovuto, mio malgrado, sostituito la birra con internet. Un esempio? Berlusconi non ha capito niente di internet. L’uomo della comunicazione non ha capito un cazzo di internet. Nel 2009, con il solo aiuto di mio fratello Tore, abbiamo fatto un culo a tana di grillo a lui e a Ghedini, grazie ad internet. Cercavano le fotografie per sequestrarle, cercavano di sequestrarle in Spagna o in Cecoslovacchia, e le fotografie partivano dalla Colombia senza problemi. Fino a che non si sono arresi. Il blocco delle fotografie del 2009 era per tutta l’Europa, ma Madrid le ha pubblicate senza alcun problema, grazie ad internet. Nella Repubblica Ceca, che è la patria di Topolanek, ho allestito una mostra nelle sale gotiche del municipio di Praga, a duecento metri dall’abitazione di Topolanek. La mostra fotografica, oltre alle foto di villa Certosa, raccontava i banditi in Sardegna e le genti di Colombia, tutto grazie ad internet. Ha avuto un successo spaventoso, tant’è vero che il sindaco ha voluto il mio libro con la dedica e quella mostra non è stata intaccata minimamente dalla censura italiana, l’ex premier

Ceco non ha chiesto il blocco delle immagini nel rispetto del “diritto di cronaca”. Per due fotografie Topolanek non fa più politica, Berlusconi con 7.000 che gliene ho “tirato” continua nella sua sistematica distruzione dell’Italia. La differenza qual’è? La differenza è che una “ministra” nella presidenza Bush, accusata di tenere a suo servizio personale clandestino, si è dovuta dimettere. Pensare che Bossi abbia maggiordomi senegalesi clandestini e che decida di dimettersi è fantapolitica. L’etica è completamente diversa? Assolutamente si. Siamo noi che non capiamo l’America? O è l’America a non capire noi? Giapponesi, francesi, inglesi, tedeschi, ma anche americani, svizzeri e politici di sperduti paesi nel mondo. Il livello di “decenza”, il senso di “responsabilità” e la velocità con cui gli stranieri rassegnano le dimissioni quando accusati di comportamenti non consoni alla loro funzione è quasi impressionante, inconcepibile, dovremo prendere esempio da costoro. Non ho più nessuna intenzione di fotografare il Premier, perché non ha più senso. Anche le ultime foto non ero propenso a pubblicarle, pensavo alla noiosità di quest’uomo, ma avevano un senso giornalistico, un “discorso” politico. [Le foto sono state pubblicate dall’Espresso in Italia, le hanno pubblicate in Inghilterra e in Francia, e ad ottobre verranno esposte nello Münchner Stadtmuseum in Germania.] Tu puoi raccontare tutto di quest’uomo. L’Italia è ormai assuefatta. È il sistema Italia che disprezzo nella totalità e che va assolutamente cambiato. In questo momento sento l’esigenza di dedicarmi ad altro, lontano da questo signore. Tra i personaggi che hai fotografato c’è anche Graziano Mesina. Nel momento in cui lo hai fotografato, pensi


di avergli rubato l’anima? No, assolutamente! Io non credo a queste idiozie. L’ho fotografato in situazioni professionali ma più in quelle private, senza mai “rubargli” niente. Ci sono state delle occasioni in cui non sei riuscito a scattare una foto? Si, succede in particolare con i bambini vittime di violenze. Difronte a un infanticidio, davanti ad una bara, non si può fotografare il dolore. Alla fine anche noi abbiamo un’anima. Una collega una volta mi disse: “Incredibile! Anche Zappadu ha un cuore”. Si! Ho un cuore, una sensibilità umana. Ho fotografato uomini letteralmente spezzati a metà, senza testa, con le peggiori ferite. Alla fine ci si abitua, le prime volte magari ti impressioni, poi piano piano cominci a farci il callo. Ma quando ci sono dei bambini non c’è fotografia che tenga. Forse perché anche io ho dei bambini e quindi situazioni del genere mi sconvolgono. Qual’è il tuo rapporto fotografico con la Sardegna? Io sono italiano e amo l’Italia, ma adoro la mia Sardegna. Sinceramente, penso che tornerò in Sardegna, nonostante dica a tutti che rimarrò in Sud-America. Non posso stare lontano dalla Sardegna. Eviterei, magari, questo caldo troppo umido! Amo Pattada, il paese in cui sono nato e che sto riscoprendo in quest’ultimo periodo. Dove ho trovato l’affetto e la simpatia della gente. Una cosa invece rimprovero ad Olbia: in occasione della pubblicazione del mio libro, non mi è piaciuto il comportamento di alcuni, come il sindaco Giovannelli. Avendo vissuto ad Olbia, l’avrai vista cambiare molto negli anni… Si! Ha avuto un’esplosione spaventosa, credo che sia una delle città che ha avuto una crescita maggiore a livello nazionale. Come vedi Olbia rispetto a com’era prima?

Mia moglie dice che è la città più noiosa al mondo. Ma proviene da Cali, la patria della Salsa, una delle città più vive che io conosca; basti pensare che le persone che si recano in discoteca, iniziano a ballare da momento che salgono sulla “chiva”, il bus navetta. A me, sinceramente, questo tipo di città - Olbia - non dispiace. L’unica promessa che è riuscita a strapparmi mia moglie, è che se eventualmente ci sarà un ritorno in Sardegna, avverrà a Cagliari e non a Olbia. Olbia proprio non le piace... Hai mai fatto delle foto in giro per Olbia o per Pattada, per puro spirito? Si, proprio adesso sto presentando a Mosca una mostra fotografica sulla Sardegna. Si tratta di 35 immagini della Sardegna. Uno degli scatti riguarda proprio Olbia. Altri riguardano Pattada. Un amico, Salvatore Giagu, coltellinaio di fama internazionale, mi ha portato a visitare Monte Lerno e in quell’occasione ho fatto delle fotografie bellissime, se non ci siete stati andate a visitarlo è bellissimo. Sembra di stare in un altro mondo, forse perché la Sardegna è un altro pianeta in un’altra galassia. Questa mostra verrà presentata prima a Mosca e a Londra, poi penserò personalmente a farla girare per Bogotà, Quito e Lima. Sarà l’occasione per raccontare la Sardegna nel modo in cui voglio raccontarla io.

È comodissima, ormai la tecnologia è fondamentale, specialmente per chi fa questo lavoro; permette di ridurre notevolmente i tempi. D’alto canto, mi piacerebbe ritornare alla fotografia analogica, sentire, nuovamente, gli odori dei “chimici”, l’oscurità e la luce rossa, le bacinelle e l’ingranditore. Purtroppo, per essere competitivo in questo lavoro, non posso pensare in analogico perseguendo il mio pensiero “fotografico”. Io ho imparato a “sviluppare” grazie ad un amico, Marino Achenza, che mi diede in “comodato” il suo ingranditore per mancanza di spazio. In Colombia sto acquistando un locale dove potermi dedicare alle vecchie tecniche di fotografia, fomentato anche dal fatto che a Bogotà c’è un “barrio” quasi interamente dedicato alla fotografia tradizionale, dov’è possibile acquistare tutto il materiale necessario per lo sviluppo, e quindi incontrare appassionati. Da una parte possiedo una stampante digitale di ultima generazione, dall’altra sento anche la necessità di possedere un ingranditore. Non mi posso privare di queste cose. Mi ricordo quando da bambino accompagnavo mio padre ad acquistare i rulli fotografici nel negozio di Nello di Salvo, che per me era il Tempio della fotografia… Il caro Nello, il Reporter, con la erre maiuscola, un grande del foto-giornalismo.

Hai progetti in corso d’opera? Si, ma per scaramanzia preferisco non parlarne... Ormai tutti hanno una fotocamera nel cellulare, cosa per me molto comoda, tu la usi? Sopra: Pattada

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O LA BORSA O LA VITA Soggetto e sceneggiatura: Valerio Asara • Fotografia e postproduzione: Valeria Gentile Con: Valerio Asara e Melissa Bellincontro

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SKATEPARK OLBIA Sopra: alcuni scatti fatti durante l’inaugurazione dello skatepark di Olbia. Esibizione live di: Salmo, Rock Birken, El Raton, Scascio, Dj Slait e Dj Valium.

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OLBIA RO

Sopra: alcuni scatti realizzati durante la manifestazione Olbia Rock 2011


OLBIA SUMMER FEST

OCK 2011

Sopra: L’esibizione della Machete Production all’Olbia Summer Fest

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“L’unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non hai ancora trovato ciò che fa per te, continua a cercare, non fermarti, come capita per le faccende di cuore, saprai di averlo trovato non appena ce l’avrai davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continua a cercare finché non lo troverai. Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle.”

Steve Jobs (tratto dal discorso all’Università di Stanford nel 2005)

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Crisi fanzine numero 2  

Crisi è una fanzine indipendente che si occupa di musica, arti visive, autoproduzione, fotografia e altro nel Nord Sardegna…

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