
HOSTERIA LA TOGATA
SANT'ANGELO IN COLLE
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HOSTERIA LA TOGATA
SANT'ANGELO IN COLLE

Nato dalla terra. Pensato per il tempo.

LINEA ORIGINI. DOVE NASCE L’ANIMA DEL VINO.

Finalmente si è tornati ad ammirare la mistica bellezza dei paesaggi innevati. In questa foto si possono vedere quelli vitati delle colline chiantigiane, che così ci riporta agli inverni di diversi anni fa. I rumori si attutiscono e la delicatezza dei focchi di neve morbidamente poggiati su ogni cosa, creano un paesaggio fabesco. Ma la neve non è solo bella da vedere. Dopo la maturazione autunnale dei frutti, la vite ha raggiunto il suo massimo sforzo: lascia cadere tutte le foglie ed entra in una sorta di “letargo”, concentrando tutte le forze vitali nel tronco e nelle radici. Dopo la caduta delle foglie in autunno, si svuota di acqua, zuccheri, proteine e in generale di tutti i liquidi. Tutto quello che ha prodotto durante l’anno va nel suo “magazzino” permanente, tronco e radici, mentre le gemme si sono già programmate e attivate nell’estate passata e portano già scritto in sé quello che accadrà al risveglio primaverile. In questo periodo le piante si trovano in uno stato dormiente, così la neve caduta aiuterà le colture come viti, olivi, cereali e alberi da frutto ad affrontare meglio i mesi futuri, consentendo una miglior germinazione in primavera e aumentando così le possibilità di buoni raccolti. La neve rappresenta infatti un toccasana perché funge da cappotto termico per le colture, uccide batteri, insetti e funghi dannosi, idrata i terreni e ricarica le falde in vista dell’estate, facendo percolare in modo lento e costante l’acqua nei suoli, rendendoli più morbidi ed elastici. Un sospiro di sollievo per agricoltori e viticoltori, che negli ultimi anni hanno dovuto subire un anormale clima mite già dal mese di gennaio. Lo dice anche il proverbio contadino: «Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame».
Bruno Bruchi


Stava nel cratere l’ambrosia già ben mescolata.
Hermes prese la giara e versò: gli dei con un unico gesto levarono le coppe, libarono, augurando ogni bene allo sposo.
Saffo, frammento 141
Di questi tempi il vino nuovo è già scomparso dalle enoteche e dagli scaffali commerciali, in attesa delle annate migliori in un tempo sospeso, che aspira alla Primavera, al rinnovo della vita, che la celebrazione della morte del Carnevale auspica e accompagna
In un paesino laziale si compie il rito quaresimale, il giorno dopo martedì grasso, del “pranzo del Purgatorio”, a base di pesce di lago, abbondantemente annaffato di vino della locale cantina sociale e di bottiglie che arrivano da cantine scavate nel tufo, vini antichi, che dormono nelle cavità e attendono frizzanti il loro momento. Oltre mille persone insieme, in un capannone parlante, in cui risuona un’intera comunità ospitale.
Si dà l’addio al Carnevale, momento in cui è concesso uscire dagli schemi e tutto è il contrario di tutto. Lecito mascherarsi, trasgredire, invertire equilibri sociali, in un delirio multiforme molto presente in tutta Italia. E come nelle celebrazioni liturgiche, il flo conduttore, liberatorio e sciamanico, sta nel fusso interminabile di vino che attraversa celebrazioni e convivialità e scioglie le relazioni, avvicinando i singoli.
Intorpidito, il palato di un vecchio non trae più piacere da vino e cibo; e l’amore è un ricordo d’altri tempi: faccido il suo piccolo membro dorme, prova pure a palparlo, e non cesserà di dormire
Anche se lo palpi tutta la notte.
Decimo Giulio Giovenale
Lascia pure all’erede ogni riposto avere, ma il vino della cantina, tu te lo devi bere. Cinque bicchieri si bevono per Livia, otto per Giustina quattro per Lina, e quattro anche per Lide e per Ida tre. Tanti bicchieri siano per ciascuna quante sono le lettere del nome, e poiché nessuna d’essa viene, o sonno vieni almeno tu da me.
Marco Valerio Marziale, da Epigrammi
Si muove da Seneca, dalle prime scritture moderne, fno alle Dionisiache greche e ai Saturnali romani, in cui si eclissavano gli obblighi sociali per lasciare la scena a scherzi e dissolutezze in una festa di-vino e divina. La realtà sottosopra, specchio di un mondo attuale, che fa inesorabilmente riferimento al ribaltamento carnascialesco, oggi realtà quotidiana e spaesante, aggrediti come siamo da travestimenti inattesi, in contraddizione tra loro.
Ma quel ribaltamento che oggi si è quasi sostituito alla realtà, attingeva
alle botti e a una fantasia liberatoria che, in fondo, aiutava a vivere, come in una commedia dell’arte condivisa, dove ognuno recitava la propria parte, e il vino, medium di trasferimento da un mondo all’altro, nella sua forma di veicolo e vettore.
Il sito Vinrà! ci propone una curiosa genealogia d’affnità tra vini e maschere, consolidate nella tradizione moderna del Carnevale. Colombina, astuta e seducente, e il Prosecco rosè di Val d’Oca; Gianduja, galantemente elegante, e il Picotener di Serafno; Pulcinella, pigrone negligente, opportunista e gran mangiatore, e la Falanghina del Sannio di Mastroberardino.
Con questo, la fantasia può esprimersi nel gioco degli accostamenti, che non ha regole specifche, ma si aggrappa a un istinto alimentato dalla varietà gustativa del mondo. Nel vino, infatti, ci sono tutti gli aromi delle terre, che meglio sanno dire i francesi, da tempo immemorabile.
Febbraio è un periodo di suo instabile nella morfologia cangiante e bisestile, è ancora inverno nelle aree interne, ma sul fnire si fa già aria nuova vicino al mare, qui salgono i profumi delle essenze.
È un lasso appoggiato a una luce inquieta, d’ombre e socialità forte, ma smarrita, in cui il vino si dà corpo e carattere nella penombra, prima di uscire alla luce equinoziale.

A marzo il Natale di Roma, che spezza ancora l’asse del calendario, come in un Carnevale reiterato, che si poggia sulla trasgressione degli equilibri, sulla ripetizione di modalità festive, che rompono la monotonia del tempo e, come il vino, lasciano spazio a fantasie sconosciute, che
si proiettano inevitabilmente nel mondo dell’eros e dei sensi. Tassi alcolici, costi impossibili… ma il mondo del vino e del buon vivere saprà difendersi dal nostro contraddittorio e carnascialesco comportamento autolesivo. E, in questo, ancora la Francia, ci fornisce lezioni di vita…






RISTORANTI
“Luna Rossa” in Viale Italia 36 a Pistoia
Restaurante “EMi” a Madrid. Una Stella Michelin in soli 4 mesi
Palazzo Acampora ad Agerola, porta della Costiera Amalfitana
fine dining “La Corte degli Dei”
L’aretino Patrizio Bertelli e il ristorante Buca di San Francesco 108
Castello di Albola, nella grande bellezza dell’Alto Chianti Classico 110
La solare ladychef Silvana Franci lascia il ristorante Dal Falco
Montepulciano si racconta a tavola. Ristorante L’Altro Cantuccio

ALBERGHI
Metropole di Venezia, l’hotel d’autore di Gloria Beggiato 130
Hotel La Perla, da settant’anni a Corvara in Alta Badia 138
Argentario Golf & Wellness Resort 148
The Hospitality Experience presenta il il grande charme del Londra Palace Venezia, simbolo dell’ospitalità italiana 156
TERME
Con De Montel-Terme Milano elegante complesso benessere
DEGUSTAZIONI
Verticale in rosa del Barone Pizzini a Firenze nel Salotto Portinari
Les Enfants du Champagne all’Enoteca Pinchiorri di Firenze Champagne 2008. Orizzontale dei Les Enfants du Champagne
Due rive, un’anima. Terlano & Andrian a Palazzo Capponi a Firenze
I rosè di Mattia Vezzola. A Firenze da Vito Mollica
Pranzo al ristorante “La capanna del gallo” dallo chef Fabio Coccia Whisky, grazie!
OLIO
L’Olio DOP del Chianti Classico si rinnova a 50 anni dalla fondazione del suo Consorzio



Donatella Cinelli Colombini e la figlia Violante Gardini presentano la nuova orciaia della Fattoria del Colle in quel di Trequanda 202
AZIENDE
Tessa. Un nuovo ecosistema digitale nella certificazione della filiera vitivinicola per Valoritalia 206
Cuzziol Grandi Vini, player nazionale della distribuzione vinicola
Acquedotto del Fiora. Custodire il tesoro acqua nella terra del vino
PR Comunicare il vino. Riccardo Gabriele festeggia i primi vent’anni della sua agenzia
La Upgreene di Fabio Bottari porta alle aziende la misura della sostenibilità
RUBRICHE
In America e Asia Orientale i geni delle resistenze, in Europa quelli della qualità 224

Il marketing del vino 226
San Martino. Un giorno di speranza 228
Il “filo rosso” fra USA e Toscana 230
Il futuro della tracciabilità è già iniziato 232
La Storia si ripete sempre 234
La cambiale agraria tra storia e opportunità 236
Recensioni. Effigi editore 238



per il conte
Francesco Marone Cinzano
andrea cappelli
Il conte Francesco Marone Cinzano, alla guida della storica
azienda Col d’Orcia nella denominazione Brunello di Montalcino, ha ricevuto il premio
“Environmental
“Insieme a mio figlio Santiago, desidero ringraziare Wine Enthusiast per aver scelto Col d’Orcia per la prima edizione del premio Environmental Advocate of the Year. Siamo profondamente onorati di ricevere questo riconoscimento. Questo premio appartiene davvero a tutto il team di Col d’Orcia. Ogni giorno lavorano con cura, passione e rispetto per la terra. Grazie al loro impegno, la nostra attenzione di lunga data alla tutela del territorio è diventata una realtà. Per noi, prenderci cura dell’ambiente non è una
Advocate of the Year” (difensore ambientale dell’anno), la prima edizione del riconoscimento istituito dalla rivista americana Wine
Enthusiast – una dei magazine più influenti
tendenza. È una responsabilità. Richiede tempo, pazienza e una visione di lungo periodo. Crediamo che lavorare in armonia con la natura renda i nostri vini più espressivi e la nostra terra più sana. Ci auguriamo che questo premio incoraggi altri operatori del settore a continuare ad adottare pratiche sostenibili e a lavorare insieme per le generazioni future”. Nel motivare la scelta, la italian wine editor di Wine Enthusiast Danielle Callegari ha ricondotto le origini della visione ambientale di Col d’Orcia al percorso per-

nel mondo del vino – nel corso della 26ª edizione dei Wine
Enthusiast’s Annual Wine Star Awards, di scena lo scorso 26 gennaio presso
The Glasshouse di New York.
sonale del conte Francesco Marone Cinzano, e al suo rapporto in continua evoluzione con la terra di Montalcino. “Sebbene provenga da generazioni di produttori profondamente radicati in una delle regioni vitivinicole più rinomate d’Italia, è stato solo dopo aver lasciato Montalcino e aver trascorso diversi anni in Cile che Francesco Marone Cinzano ha pienamente riconosciuto il valore del proprio territorio d’origine. Lì, osservando i viticoltori locali e le pratiche biologiche e biodinamiche emergenti, ha maturato una



prospettiva più ampia sulla sostenibilità e sul concetto di luogo. Al suo ritorno a Col d’Orcia, ha tradotto questa consapevolezza in azioni concrete, guidando l’azienda verso la certificazione biologica, il riconoscimento di Cantina Sostenibile Equalitas e l’assegnazione della Chiocciola di Slow Wine, il tutto restando fedele all’espressione classica del Brunello di Montalcino secondo la tradizione toscana. Oggi Col d’Orcia si presenta come una cantina proiettata verso il futuro, il
cui impegno per la biodiversità e per un intervento minimo dimostra come la responsabilità ambientale possa valorizzare non solo il territorio, ma anche la profondità espressiva e il valore culturale dei suoi vini”. Francesco, oltre a essere certificati biologici, a Col d’Orcia da anni siete anche vicini ai concetti della biodinamica… “Il nostro approccio olistico alla gestione della campagna è sicuramente molto in linea con tutti quelli che sono i principi della Biodinamica, così, nell’ottica
dell’economia circolare, utilizziamo di tutti i sottoprodotti dell’attività agricola, come il compost ormai già da ormai 15 anni, facciamo i sovesci e dal 2018 abbiamo anche implementato l’uso dei preparati biodinamici”. Francesco, Tu conduci da sempre Col d’Orcia, nel concetto della “fattoria romana”… “Certamente la produzione enoica è il nostro core businnes , conducendo il parco vigneti biologico certificato più grande della toscana, ma il vino non è una monocultura, infatti ma

portiamo avanti produciamo un eccellente olio EVO (extravergine d’oliva) dai profumi e sapori molto intensi, i cereali, tra cui l’orzo per la nostra birra, il farro monococco, nell’ambito di un contratto di filiera per fornire una grande distribuzione italiana, e un’antica varietà di grano”. E sempre nel segno della sempre maggior valorizzazione dell’ambiente naturale di Col d’Orcia, il conte Francesco Marone Cinzano ha commissionato al dottore forestale Luca Mamprin una perizia or-
nitologica e chirotterologica, che è stata redatta nell’ambito delle attività di monitoraggio della fauna vertebrata. L’indagine, eseguita durante la stagione riproduttiva 2025, ha avuto come obiettivo principale la valutazione della composizione specifica, dell’abbondanza relativa e della qualità ecologica delle comunità di uccelli nidificanti e di chirotteri presenti nel territorio aziendale, con particolare riferimento agli ambienti agricoli, seminaturali e forestali che lo caratterizzano. Tali ri -
lievi hanno avuto lo scopo di identificare le specie presenti, caratterizzare l’attività di volo e di foraggiamento e valutare l’importanza degli habitat aziendali per la conservazione delle popolazioni di chirotteri. “L’azienda agricola Col d’Orcia, che insiste nella media Val d’Orcia, si estende su un territorio collinare, compreso tra 220 e 420 metri s.l.m, tipico dell’area di Montalcino – racconta il dottor Mamprin – all’interno di un contesto agricolo e naturale d‘elevato pregio paesaggistico, caratterizzato da un mosaico ambientale eterogeneo. Dal punto di vista ecologico, l’azienda comprende superfici a bosco di macchia e foresta mediterranea con prevalenza di specie arboree e arbustive autoctone, e colture specializzate come la vite, ma anche ampie aree a seminativo e prati arborati rappresentati dagli oliveti, che contribuiscono a incrementare la connettività ecologica e la disponibilità di microhabitat. Sono inoltre presenti alberi isolati e superfici a riposo vegetativo soggette alla colonizzazione spontanea di specie erbacee. Va rilevato che l’interfilare delle vigne è mantenuto inerbito e che gli sfalci meccanici tengono conto, per quanto possibile, dei periodi sensibili alla nidificazione. Sono inoltre presenti aree a prato, fabbricati rurali in uso e non in uso, nonché ruderi che offrono potenziali siti di rifugio e nidificazione per diverse specie di vertebrati. L’azienda, che rappresenta uno dei principali poli vitivinicoli dell’area e mantiene superfici a seminativo e bosco, è condotta con metodo di agricoltura biologica dal 2010, perciò da ben 16 anni: una condizione che contribuisce positivamente alla conservazione della biodiversità e alla qualità ecologica complessiva del paesaggio agrario. L’estensione aziendale molto ampia di circa 380 ettari interamente a

In senso orario: airone guardabuoi; strillozzo; airone cinerino. Credits: Valerio Chechi
corpo unico, di cui 150 a vigneti, 90 occupati da bosco, 18 da oliveti e oltre 9,5 da parco, oltre al 30% della superficie aziendale risulta destinata ad ambienti naturali o seminaturali soggetti a evoluzione spontanea della vegetazione, costituisce un elemento di elevata rilevanza ecologico-territoriale. La gestione secondo metodo biologico, applicata in maniera continuativa su tutta la superficie produttiva, determina un mosaico colturale e naturalistico particolarmente favorevole alla biodiversità. Così la presenza concomitante di vigneti, oliveti, seminativi, superfici boscate e porzioni di parco storico crea un sistema integrato di habitat che offre risorse trofiche, rifugi e corridoi ecologici per numerose specie animali. Inoltre, dal punto di vista geografico, la prossimità dell’azienda all’asta flu -
viale dell’Orcia favorisce gli spostamenti e la permanenza di molte specie faunistiche, che possono utilizzare il corso d’acqua come direttrice ecologica. Nel corso delle attività di campo sono stati direttamente osservati o indirettamente rilevati (tramite tracce) diversi mammiferi d’interesse ecologico, quali volpe, cinghiale, istrice, tasso e capriolo; a breve distanza risultano inoltre documentate presenze di lupo e cervo. La proprietà può pertanto essere considerata un’area funzionale sia come zona di foraggiamento che come sito di rifugio. Grazie alla continuità ambientale e alla presenza diffusa di elementi naturali e semi-naturali, l’azienda svolge di fatto il ruolo di ‘oasi ecologica’ all’interno di un territorio agricolo collinare, favorendo la diffusione della fauna ornitica e chirotterologica verso l’area circostante. Durante le 6 sessioni di monitoraggio, tenutesi nei mesi di marzo, aprile, maggio, giugno e agosto 2025, sono stati annotati vocalizzazioni, avvistamenti diretti, comportamenti ter-

• oinos


ritoriali, contatti riproduttivi e direzione degli spostamenti. Nel complesso della campagna di monitoraggio sono state rilevate 70 specie di uccelli, di cui 67 considerate nidificanti all’interno dei 10 punti interni all’azienda. Tra tutte le specie osservate, 9 risultano di particolare interesse conservazionistico: l’allodola, la averla capirossa, il falco di palude, la passera d’Italia, la tortora selvatica, la tottavilla, il verdone, il nibbio realee l’occhione. Tutto ciò indica una comunità ornitica ricca e ben strutturata e con alti livelli di diversità, così la presenza di più specie tutelate e di attenzione suggerisce che l’azienda rivesta già oggi un ruolo importante come area rifugio per l’avifauna in un contesto agricolo collinare. Senza scordare che la gestione attuale dei seminativi permette la nidificazione di specie che sono altrimenti in difficoltà a livello nazionale ed europeo”. E ora Francesco, Ti appresti alla seconda fase del progetto, cioè l’ulteriore miglioramento dell’habitat per la vita di queste specie… “Infatti andre -
mo a realizzare siepi per la nidificazione e nidi artificiali da posizionare sugli alberi, oltre a concentrarci sulla catena alimentare dei piccoli rapaci, che sono molto scarsi e delle specie notturne, fino a tutta una serie di operazioni per rinforzare la presenza di insettivori, che aiutano a tenere tutto l’ambiente pulito e libero dalle invasioni dei diversi insetti. Inoltre vorremmo sviluppare un’attività di bird watching , cioè l’osservazione dell’avifauna, che in Italia non è molto popolare, al contrario di altri Paesi europei. Si tratta di un’altra tipologia di turismo di nicchia, che vorremmo incentivare, coadiuvati magari dalla Lipu, la Lega Italiana Protezione Uccelli”. Santiago, quest’anno Conti Marone Cinzano presenta la seconda annata del Brunello di Montalcino Lot.1 2020… “Esatto, siamo alla seconda

In senso orario: averla capirossa; storno; fagiano maschio. Credits: Valerio Chechi
vendemmia del progetto della tenuta che ripensa il concetto di ‘cru’ attraverso la lente di ogni singola annata. Così lo scorso 2 febbraio sono state rilasciate sui mercati le 6.644 bottiglie di Lot.1 2020, prodotto dalle uve della parcella ‘Fontillatro Vecchio’, all’interno dei 108 ettari di proprietà della famiglia”. Santiago, ogni anno viene selezionata una sola parcella, il vigneto che meglio esprime l’annata... “Nel corso della stagione, le parcelle vengono monitorate attentamente per maturazione, maturità fenolica e qualità dei tannini, elementi che guidano la decisione su quale vigneto darà vita al Lot.1 di quell’anno. I vigneti sono certificati biologici e coltivati secondo pratiche biodinamiche. Se la prima uscita, Lot.1 2019, è stata prodotta dal vigneto ‘Canneto’ della tenuta, dove argilla,
limo e sabbia hanno contribuito a un Brunello di struttura ed eleganza, con Lot.1 2020 i riflettori si spostano su Fontillatro Vecchio, una parcella che si estende su un terrazzo naturalmente ben ventilato, dove un accurato lavoro sulla chioma ha garantito protezione durante il caldo estivo. Impiantato nel 1985, Fontillatro Vecchio poggia su suoli profondi, stratificati, franco-sabbiosi, che hanno aiutato le viti a gestire le abbondanti piogge primaverili, offrendo una nuova espressione del ricco terroir aziendale”. Ci racconti la campagna agronomica 2020? “Dopo un inizio d’anno freddo, la primavera è rimasta temperata, registrando 180/200 mm di pioggia, ed è stata seguita da un’estate contraddistinta da escursioni termiche equilibrate con un andamento leggermente più caldo e precipitazioni regolari”. Che percorso ha fatto il Lot.1 2020 in cantina? “È stato modellato per preservare freschezza e definizione: una macerazione leggermente più breve del consueto, abbinata a rimontaggi delicati,

• oinos


ha dato vita a un Brunello caratterizzato da un frutto rosso brillante e nitido e da una struttura armoniosa”. Santiago, come descrivi Lot.1 2020? “Ribadendo la filosofia del progetto, qualla di produrre un Brunello del più alto livello, qualunque cosa riservi la stagione, direi che siamo davanti a un’annata di maturità, che coniuga struttura ed eleganza. Con le massime estive che ormai raggiungono i 36° come nuova normalità, il Sangiovese a Montalcino vediamo che ha tutte le potenzialità per adattarsi e Lot.1 2020 lo dimostra chiaramente”. Come sta andando questo tuo nuovo progetto a livello di mercati e critica? “Siamo davvero molto soddisfatti perché, dopo l’uscita dello scorso gennaio, Lot.1 2019 ha rapidamente trovato un pubblico internazionale ed è oggi distribuito già in 12 mercati. Ha inoltre attirato l’immediata attenzione della stampa specializzata internazionale con Monica Larner (Robert Parker) che ha sottolineato ‘ciò che mi attrae di più è la qualità e la freschezza del frut -
to’. Sono felice di aver potuto immettere sui mercati un Brunello di Montalcino, figlio di una denominazione storica, ma con un approccio che va diretto verso il futuro, non solo come risposta al cambiamento climatico, ma nell’ottica del legame sempre più stretto che dovrà avere col territorio, concetto che diverrà nel tempo sempre più centrale”. Ma a Col d’Orcia sta prendendo forma anche il progetto “Birra Driade”, che diverrà il primo birrificio artigianale di Montalcino, la cui anima è Alberto Marone Cinzano, classe 1991, nato in una storica famiglia di imprenditori del settore delle bevande d’alta qualità da oltre 5 secoli. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico a Siena, Alberto vola in Inghilterra, dove studia fisica, ma l’amore, ormai esploso, per la birra, lo riporta in Italia, a Pollenzo, dove

In senso orario: gheppio; cardellino; zigolo nero. Credits: Valerio Chechi
si laurea in Scienze Gastronomiche, con una tesi ispirata a una birra prodotta con materie prime sostenibili. È in questi anni che nasce e cresce la passione per le birre artigianali, soprattutto le luppolate e le belghe, e si fa largo l’idea di produrre le proprie birre con materie prime del territorio e nel pieno rispetto della sostenibilità e delle economie locali. Dalla teoria alla pratica, il passo è breve: nel 2023 le ricette provate tante volte in casa vengono affinate dall’incontro con i più esperti birrai della Val d’Orcia, dando vita alle prime 4 birre “Driade” sul mercato. “Il birrificio è nato da un’idea e da una filosofia produttiva ben precisa: birre agricole artigianali d’alta qualità da materie prime locali, nel pieno rispetto del territorio e della natura che ci ospita. Crediamo nella filiera corta co -
me strumento per garantire la sostenibilità in tutte le sue dimensioni: ambientale, sociale ed economica. Buona parte dell’energia utilizzata dal nostro birrificio è green , prodotta dai pannelli fotovoltaici che coprono la struttura, riducendo le emissioni di CO 2 Ma, oltre a valorizzare le eccellenze locali, Birra Driade si propone anche come punto di riferimento per gli amanti della birra artigianale in Toscana. Il nostro birrificio di Montalcino, che sorgerà sul crinale della collina di Sant’Angelo in Colle, a Podere Fontillatro, un casolare in disuso portato a nuova vita, e dovrebbe entrare in produzione entro l’anno, punta a creare un’esperienza unica, dove la passione per la birra incontra la cultura enogastronomica del territorio. Così, con uno stile che unisce tradizione e sperimentazione, ogni birra nasce con l’intento di esprimere al meglio le caratteristiche delle materie prime che andremo a utilizzare che saranno in prevalenza autoprodotte in regime biologico all’interno della nostra fattoria, nel rispetto



della biodiversità e delle tradizioni agricole del territorio”. Cosa significa il nome Birra Driade? “Il nostro birrificio artigianale è immerso nella macchia mediterranea e circondato da migliaia di alberi, compreso il leccio, l’albero che dà il nome a Montalcino: ‘Mons Ilicinus’, monte dei lecci. L’albero, così, assume una centralità e un ruolo fondamentale. Nella sua dimensione simbolica rappresenta l’energia vitale, il tramite tra cielo e terra, tra coscienza e incoscienza, ma anche la rinascita. Nella mitologia Greca e Romana, le Driadi erano le ninfe dei boschi e degli alberi. Spesso rappresentate insieme alla ninfe delle valli e dei monti: le Oreadi e le Napee. Erano giovani, belle, allegre e rappresentavano l’immagine più dolce, serena e gentile della Natura. E anche oggi le Driadi sono dappertutto, ovunque ci sia un albero c’è una Driade e noi, come loro, siamo parte della natura, ospiti in questa Terra che abbiamo il dovere, quantomeno, di salvaguardare. E dalle Driadi, prendiamo anche la
forza e la bellezza, un’energia dirompente, che ispira il nostro lavoro quotidiano”. Qual è il tuo obiettivo? “Attraverso l’uso di malto, miele, frutta e spezie locali, le nostre birre vogliono raggiungere una nuova dimensione qualitativa, ispirandosi agli stili internazionali e dimostrando che le produzioni sostenibili possono competere con i grandi nomi del settore. Così vogliamo promuovere le eccellenze del territorio e rafforzare il legame tra birra, agricoltura e cultura locale”. Francesco, siete da molti anni attivi anche nell’enoturismo, attività che si sta rivelando sempre più importante per i bilanci delle aziende vitivinicole… “In un’epoca segnata dalla volatilità, l’enoturismo offre ai produttori un flusso di reddito secondario vitale. Ma è un turismo che deve avere un senso: l’ospite vuol eventi • oinos
sapere come il suo soggiorno contribuisca positivamente alla territorio. Così l’enoturismo non sarà più solo degustazioni, ma un’esperienza slow , immersiva, etica, profondamente legata al desiderio di rallentare e vivere i ritmi della vigna, trasformando il concetto di terroir in qualcosa di tangibile attraverso il cibo e la narrazione. La nuova frontiera nel settore del turismo vitivinicolo sarà nella cura del territorio e del paesaggio, nella gestione del tempo e nella capacità di raccontare una storia autentica con la sostenibilità che passa dall’essere una semplice nota a piè di pagina o un termine di marketing a diventare il vero indicatore di qualità. Il viaggiatore contemporaneo cerca un legame profondo con la terra e la consapevolezza che il suo passaggio lasci un’impronta leggera, oltre a un buon vino che rispetti il tempo e la terra. Noi a Col d’Orcia per esempio abbiamo l’allevamento degli animali, capre e pecore, che sono a servizio della cucina dell’agriturismo, nell’ottica di una filiera a chilometro zero. Ma coltiviamo anche un orto, così spesso ci sediamo a tavola con gli ospiti e posso dire che questo cavolfiore, questo finocchio o queste zucchine non hanno mai
visto il frigorifero, ma vengono direttamente dal campo alla tavola. Ma offriamo un’esperienza che non è solo enogastronomica, quando gli ospiti scendono dall’automobile nel parcheggio, già cominciano a sentire i rumori della campagna, a partire dal canto degli uccelli”. Francesco, tu che provieni da una delle famiglia più storiche del mondo del vino italiano e hai decenni di esperienza personale alle spalle, come commenti questo particolare momento che stiamo vivendo? “Il settore del vino è quello più polverizzato fra tutte le categorie merceologiche, così l’appassionato, davanti a una scelta così vasta di prodotti, è sempre più alla ricerca di rassicurazione. E in questa ricerca di rassicurazione, la scelta ricade sui marchi storici, come il nostro, che hanno sempre mantenuto un rapporto qualità/prezzo interessante, un’immagine all’interno della comunità in cui operano, una credibilità produttiva decennale e i principi di serietà legati a una conduzione familiare. E infine sono convinto che si debba far spazio ai giovani, alle nuove generazioni, che devono mettere in pratica le loro idee nuove per il futuro, togliendo un po’ di polvere al mondo del vino”.



“Se a San Vincenzo è freddo e chiaro, travasi nella botte un vino raro”. Con questo proverbio, come consuetudine da decenni, Maria Elisabetta Fagiuoli ha invitato lo scorso sabato 10 gennaio il mondo del vino a festeggiare il santo patrono dei vignaioli con una santa messa nella suggestiva chiesa templare di San Jacopo del XII secolo a San Gimignano e a seguire un gran pranzo per ben cento commensali.
Il culto di San Vincenzo di Saragozza nasce in Francia, dove si tramanda la leggenda che l’umile diacono, incari-

cato di trovare il vino per la Santa Messa, aveva chiesto aiuto agli Angeli del Paradiso, che del cielo, attirati dal profumo che usciva dalle fnestre aperte, lo avrebbero potuto guidare verso le cantine che conservavano del buon vino per santifcare degnamente il Signore. La leggenda di Borgogna racconta come Vincenzo, stanco di tanto peregrinare, si era rifugiato in una casa di campagna, mentre il suo asinello, molto affamato, divorava tutti i rami delle viti con gran protesta dei contadini. Ma, arrivata la buona stagione, ecco il miracolo della severa potatura! Ecco i grappoli eccezionali! Ecco il gran vino di Borgogna! San Vincenzo, diacono e martire a Saragozza nel 304 d.C. Sotto Diocleziano, che viene spesso raffgurato con un grappolo d’uva in mano e la palma del martirio, è ancor oggi molto noto in Francia come protettore dei vignaioli e dei loro prodotti, ma anche in Italia, in tempi remoti, i contadini si rivolgevano a San Vincenzo quando erano fagellati da calamità naturali, come siccità, piogge torrenziali, malattie alle colture, alle
andrea cappelli foto bruno bruchi
quali non si sapeva porre rimedio. Così anche quest’anno la signora di Montenidoli, il “monte dei piccoli nidi”, anima e motore di questo luogo di straordinaria suggestione, nonché azienda di riferimento in quel di San Gimignano, ha voluto festeggiare il vino nuovo che è arrivato e comincia la sua storia con una lunga tavolata di tanti ospiti, arrivati anche dalla Francia, per un pranzo di ringraziamento dal sapore antico in onore di San Vincenzo, che ha anche un po’ il sapore di un gemellaggio fra vignaioli di tutto il mondo. Il menu, d’amorevole fattura casalinga e scandito da molte portate, ha la funzione d’accompagnare ogni vino raccontato da ciascun produttore in un percorso permeato da passione vera e da una rara atmosfera di complicità che si instaura fra i presenti, con sullo sfondo il comun denominatore della sensibilità ambientale. “Non ho riferimenti di culto italiano per San Vincenzo di Saragozza, che per me resta squisitamente francese – racconta Maria Elisabetta Fagiuoli –infatti credo di esser stata la prima a introdurre questa santa ricorrenza nel nostro Paese. Tutto è cominciato negli anni Settanta del secolo scorso, quando mio padre Vincenzo cercava di dissuadermi dalla mia perigliosa avventura di coltivatrice della terra. M’incitava a tornare ai miei studi di lettere e arte, per la mia carriera universitaria. La terra era servita per risanare i miei e altri bambini bisognosi d’aiuto: compito ri-

solto e chiuso il problema! Ho risposto onorando San Vincenzo, patrono dei vignaioli, come sapevo da mio zio, un gran signore di Francia. Mi aveva guidato l’oro delle Madonne Senesi per scegliere questa terra sulla collina di San Gimignano – commenta la Signora di Montenidoli – la raffnata bellezza di queste Madonne col Bambino, ricoperte di gemme e velluti, ma circondate dall’oro dell’eternità. Erano per me il vero mistero della vita: la bellezza del creato, immerso nel mistero che lo circonda. Sono rimasta a Montenidoli a lavorare i campi e liberare le viti e gli olivi dai rovi che li ricoprivano. La festa dei vignaioli arriva quando ormai i mosti, diventati vino, col freddo di gennaio, possono esser travasati. La festa di San Vincenzo a Montenidoli, lunga di molti anni ormai, era cominciata con un gruppo di vignaioli toscani, di americani, di francesi dalla Borgogna e dal bordolese, di svizzeri dal Canton Ticino, di tedeschi da varie parti, austriaci. Ci sono stati vignaioli dall’Olanda e dall’Inghilterra… Giulio Gambelli per molti anni è stato il Grande Maestro al centro della tavola. Tanti anni, uno dietro l’altro, a Montenidoli. Per me è importante che questa tradizione possa servire alla nostra Fondazione “Sergio Il Patricarca”, onlus, in memoria di Sergio Muratori, partigiano, intellettuale, poeta e maestro per tante generazioni di bambini. Senza mai voler apparire, è stato il capostipite che ha dato nuova vita a Montenidoli, terra già coltivata dagli Etruschi, dai Romani e dai Cavalieri Templari. Ma lo spirito della Fondazione è nato nel 1965, quando questa


terra benedetta accoglieva bambini diversi, bisognosi di trovare la propria strada: così oggi la Fondazione vuole riunire ‘la grande famiglia del piccolo pianeta’ e ha bisogno di attenzione e supporto. Vogliamo accogliere gratuitamente anziani bisognosi di riposo e affetto perché trovino benessere nei campi e nei boschi. Invitare giovani in cerca della propria identità per ricono-
scersi e crescere attraverso il messaggio della Natura. Questa è una terra nel cuore del Mediterraneo che unisce le persone, i credi, le razze. L’intento è di avvicinare culture e dogmatismi diversi perché siano superati in una visione più libera e serena di fratellanza. Il vino è un grande ambasciatore, che non ha bisogno di traduttori e può legare il mondo”.

L’azienda nasce nel 1999 all’interno della storica Tenuta di Donoratico appartenuta alla potente famiglia Serristori di Firenze, che l’aveva acquisita nel 1512. Il nome Argentiera porta impresso un signifcato evocativo: in epoca etrusca l’area era un sito con miniere per l’estrazione dell’argento, da cui il nome, già esistente nei mappali del catasto granducale. Il progetto enologico prende forma grazie all’operato di Federico Zileri Dal Verme, fgura agronomica di rilevante autorevolezza nel bolgherese. Alla prima fase di fondazione ed evoluzione,
andrea cappelli
Argentiera si trova allo zenit meridionale della denominazione Bolgheri – terroir divenuto nel tempo tra i più autorevoli per la produzione di grandi vini, tra cui i celebri
SuperTuscan – sulle alture di Donoratico, i cui splendidi vigneti si affacciano sull’arcipelago toscano.
marcata dalle intuizioni e dalle doti di un team di uomini capaci e riconosciuti nell’area, ne è succeduta una seconda, col passaggio nel 2016 alla nuova proprietà del brillante imprenditore austriaco Stanislaus Turnauer, che ha realizzato il sogno di produrre vino. Acquisire Argentiera è stata, per Turnauer, profondo conoscitore di vini, una scelta di vita, guidata da una passione autentica per la Toscana, divenuta propria terra d’elezione. La nuova proprietà traduce in vino uno sguardo internazionale sul territorio con un approccio
innovativo e rispettoso del patrimonio storico e naturalistico, fnalizzato a plasmare un progetto prestigioso. Così è nata quella che per molti, inclusa la critica enologica internazionale, è una delle aziende al vertice della denominazione Bolgheri. E Argentiera continua a investire in uomini e donne con bagagli formativi e professionali eterogenei, ma accomunati dall’amore per il luogo: così l’expertise di Federico Zileri Dal Verme, attuale CEO di Argentiera, è stata affancata da altre importanti fgure, come quella dell’enologo Nicolò Carrara, da
oltre 10 anni alla guida della cantina, in continuità con l’impronta stilistica di Stephane Derenoncourt, considerato l’interprete dello stile bordolese che a Bolgheri ha trovato il suo habitat più pregiato. Accanto a loro, nel 2019, Leonardo Raspini ha fatto il suo ingresso nel ruolo di direttore generale: agronomo, profondo conoscitore del territorio e a questo legato da esperienze importanti, che si traducono in un apporto professionale strategico per
Il direttore generale Leonardo Raspini


il percorso evolutivo di Argentiera. Il progetto di Argentiera, fn dalle origini, mira a integrarsi armonicamente col paesaggio, coi suoi vigneti ricavati da antichi pascoli, dove l’opera dell’uomo valorizza e non prevarica la natura e la sua bellezza. La tenuta è la più prossima al litorale tirrenico e, contemporaneamente, è quella che raggiunge una delle massime altitudini di tutto il bolgherese, arrivando a 200 metri sopra il livello del mare: soprattutto oggi una peculiarità distintiva e determinante. La distribuzione dei suoli all’interno della proprietà segue la linea delle ere geologiche prima e delle azioni geopedologiche poi, secondo un percorso che dall’Aurelia, antica strada di costa, porta al Monte Gabbro, il colle più alto, che, con la sua massa calcarea, domina la cantina e i vigneti limitrof. Il suolo si stratifca prima in sabbie eoliche e poi in sabbie più antiche con limi e argille nella parte mediana. Per trarre il massimo
vantaggio da ciascun appezzamento è stato fatto uno studio di caratterizzazione geopedologica fnalizzato a una nuova vendemmia parcellare per una sempre maggior attenzione al rapporto tra qualità dei suoli e le varietà più adatte alla coltivazione. La tenuta si estende per 175 ettari e contiene una biodiversità unica, componente primigenia essenziale che consente alle vigne di prosperare al meglio, protette dagli insetti, dalla fauna selvatica e sollevate da stress climatici. L’alternarsi delle zone di macchia mediterranea favorisce la formazione di vasti corridoi per le brezze marine, che soffano tutto l’anno e garantiscono un clima mite e asciutto, nonché la sanità delle viti. Il vento, insieme alle importanti escursioni termiche nel periodo di maturazione delle uve, è infatti una gran ricchezza del terroir di Argentiera. La disposizione dei vigneti ad anfteatro, pensata per accogliere la luce rifessa dal mare,


contribuisce a benefciare al meglio di questo microclima ottimale, unico per l’area di Bolgheri. Gli 85 ettari di vigneti – presto arriveranno intorno ai 90 – insistono nel territorio di Castagneto Carducci, culla della denominazione Bolgheri e le principali varietà allevate sono Cabernet sauvignon, Cabernet franc, Merlot, Syrah, Petit verdot e Vermentino. Argentiera occupa una posizione incantevole, con declivi che salgono fno a 200 metri di altezza, affacciati sul mar Tirreno e l’arcipelago toscano. La fortunata esposizione tra sud e sud-ovest dell’anfteatro di vigne favorisce un microclima ottimale, unico per l’area di Bolgheri, mitigato dalla costante ventilazione e caratterizzato da un’importante escursione termica tra notte e dì. I raggi del sole pomeridiani si specchiano sulla superfcie del mare generando un fenomeno di rifessione che dona alle piante un’ulteriore, speciale, esposizione alla luce solare. Ad Argentiera si perseguono i valori dell’innovazione nel nome del legame più autentico con la terra. Le operazioni sul verde e la vendemmia sono esclusivamente manuali, i trattamenti vengono ridotti al minimo indispensabile e tutte le pratiche agricole
sono orientate alla piena sostenibilità ambientale e al mantenimento della vitalità dei suoli. In ordine alla cantina, il progetto dell’architetto Bernardo Tori si è ispirato alle antiche fortezze strategiche, poste a guardia del territorio, della Toscana Granducale dei Prèsidi. L’edifcio della cantina svetta imponente sul crinale della collina, affacciato sul golfo che da Castiglioncello va a Baratti, spaziando dalle isole dell’Arcipelago (Elba, Capraia, Gorgona) alle montagne della Corsica nelle giornate più limpide. L’estetica è in armonia col paesaggio e la sua storia, plasmata con materiali di recupero, murature a vista in cotto e in pietra, elementi in travertino, intonaci pigmentati con terre, disegnando forme e strutture senza tempo. Se la cantina di vinifcazione, grande 850 metri quadrati, è interrata e ospita tini per una capacità totale di 8.500 ettolitri, la barricaia, mantenuta a temperatura costante e umidità sopra il 75% per tutto l’arco dell’affnamento, ospita circa 500 barriques da 225 litri, 220 tonneaux da 500 litri e, di recente introduzione, 10 botti da 30 hl. L’obiettivo è di creare vini che siano fatti principalmente in vigneto, mentre in cantina si cerca semplicemente
di mantenere l’espressione del terroir, al fne di creare un blend perfetto. Grazie alle caratteristiche uniche del terroir di Argentiera, i vini si distinguono per una forte personalità e identità, esprimendo grande eleganza, freschezza e fnezza. I notevoli sentori di mineralità e sapidità sono in armonia con i morbidi tannini e gli intensi aromi con un fnale decisamente vellutato. Oggi le 500mila bottiglie prodotte sono distribuite in ben oltre 50 Paesi del mondo. E quest’anno la tenuta festeggia i primi vent’anni dall’uscita, con la vendemmia 2003, della prima etichetta dell’Argentiera Bolgheri doc Superiore – blend di Merlot (48%), Cabernet sauvignon (42%), Cabernet franc (10%) – vino icona, che trae la sua forza e singolarità dal genius loci della magnifca terra che lo genera. “E fortunatamente per questo un anniversario importante usciamo con la vendemmia 2023 – commenta il direttore generale Leonardo Raspini – del nostro vino ambasciatore, un’annata molto bella con poche precipitazioni, non caldissima e con una maturità delle uve che si è evoluta molto lentamente, che ci dà
Il proprietario Stanislaus Turnauer
molta fducia per il futuro di quest’azienda che ha ormai raggiunto la piena maturità. Come maturi sono i vigneti che lo generano, che vogliamo comunque mantenere produttivi almeno 40/50 anni, coltivati su una base geologica molto importante, quella del fysch calcareo marnoso, che si è alzata dal Tirreno nel Cretaceo, quindi parliamo tra i 20 e i 50 milioni di anni fa. Anche il gruppo di lavoro è molto consolidato, sotto la guida del nostro patron Stanislaus Turnauer, che ovviamente è sempre in

prima linea a spronarci nel fare le cose al meglio, infatti, anno per anno, ci diamo degli obiettivi un pochino più alti”. Quello di Argentiera è un meraviglioso vigneto che raggiunge quota 205 metri s.l.m, planando dalla vetta della zona collinare verso il litorale. È la sottozona più estesa con circa 40 ettari vitati, qui insistono i primi vigneti che hanno visto la luce nel 2000 su suoli calcareoargillosi e ricchi del tipico scheletro sassoso della zona, d’origine alluvionale, peculiari per la massima espressività qualitativa, allevati prevalentemente a cordone speronato con implementazione del guyot. Il bosco a est protegge i flari, disposti ad anfteatro, che si affacciano sul mare, disposizione pensata per benefciare al meglio dell’effetto specchio dell’acqua. E la costante brezza marina che si genera rinfresca le calde
giornate del periodo di maturazione, consentendo una temperatura media di 2°C inferiore rispetto alle zone ad altitudini meno elevate. Siamo al vertice della bellezza e della vocazione viticola della tenuta. Il sole non ha ostacoli e irraggia il vigneto per l’intera durata del giorno, portando a perfetta maturazione le uve, secondo microclimi distinti in base all’esposizione: fresche e scalpitanti le “uve del mattino”, esposte a nord-est; zuccherine ed esuberanti le “uve di mezzogiorno”, esposte a sud; fni e profumate quelle “della sera”, con esposizione ovest. Provenendo le sue uve dai vigneti più vocati del terroir unico di Argentiera, porta il sentore di tutte le stagioni dell’anno, dal caldo estivo al primo assaggio, fno alla freschezza invernale di una nota balsamica e aromatica che si nasconde tra i tannini. Un equilibrio che si
trova nella vibrazione costante di un vino che rappresenta il prodotto fnale di un percorso nato e chiuso in natura e che porta con sé l’energia primigenia della vita. Dalgusto ricco e setoso, questo vino possiede tutti gli elementi di ricchezza, personalità, potenza tannica e freschezza, combinati a eleganza e a una straordinaria complessità. Caratterizzato da una grande attitudine all’invecchiamento, rappresenta ormai l’eccellenza bolgherese nel mondo. Fa parte del patrimonio culturale in cui opera Argentiera la volontà di consolidare la vocazione naturale di un territorio a una crescita generatrice di sviluppo, tutela ed equità, coniugando il progresso con la difesa dell’ambiente, il recupero dei valori storici con un’offerta turistica di qualità, la professionalità con la semplicità, la tipicità con la com-
petitività internazionale. Così, su prenotazione, sono possibili visite all’interno della cantina accompagnati da un responsabile di tenuta per scoprire il fascino, l’eleganza del luogo e la maestosità delle viste che si possono godere dall’altana, che domina il verde dei vigneti sottostanti, il blu del mar Tirreno e in lontananza la grande bellezza dell’arcipelago toscano. “Per realizzare un grande vino, l’obiettivo primario è quello di esaltare, integrandole e racchiudendole in una bottiglia, tutte le straordinarie caratteristiche della zona: dalla diversità dei terreni al microclima, dalla forza vibrante della macchia mediterranea al soffare fresco e gentile del mare”, parola di Stanislaus Turnauer, patron di Argentiera, che rappresenta la moderna sintesi della visione enologica di una delle più vocate aree vinicole d’Europa.


paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
Alla fine di settembre c’è stato un evento importante, celebrato dalla famiglia toscana Contini Bonacossi, i festeggiamenti dei 100 anni del vino “Villa di Capezzana”.
La prima annata prodotta è stata la 1925. Io, in passato, ho degustato la 1930, 1931 e 1934, ma mai avevo avuto l’onore e il piacere di bere la 1925. Ovviamente in questi 100 anni l’azienda ha stappato più volte le bottiglie del 1925, le ha controllate e ricolmate. Mi chiedo quante aziende vinicole in Italia possano vantarsi di avere proprie bottiglie di vino così vecchie. La famiglia Contini Bonacossi ha invitato, presso la sua Tenuta di Capezzana, una ventina di giornalisti, tramite la società PR Comunicare il vino
di Riccardo Gabriele, a una verticale di Villa di Capezzana, partendo dall’ultima annata uscita, la 2021, poi con le seguenti annate, 2015, 2005, 1995, 1983, 1979 per poi arrivare, dulcis in fundo, alla 1925. Presenti all’evento erano tutti i familiari che

si occupano dell’azienda e il nuovo enologo Emiliano Falsini, che ha preso il posto del bravo e famoso enologo Franco Bernabei. I giovani Contini Bonacossi hanno voluto rivoluzionare un po’ l’organizzazione aziendale, lasciando spazio a consulenti e collaboratori più giovani. Confesso che ero molto curioso di degustare l’annata 1925. Quando l’ho degustata ho constatato che il vino non è ancora arrivato alla fne della sua vita. La degustazione è stata tenuta dai fgli del conte Ugo Contini Bonacossi, Beatrice, Filippo e Benedetta, insieme ai nipoti Ettore, Gaddo e Serena. Come sempre le degustazioni tenute da quest’azienda sono d’estre-
mo interesse e piacere. La verticale (cioè più annate dello stesso vino) precedente è stata quella del Vin Santo, famoso in tutto il mondo per la sua eccelsa qualità. La storia di questa famiglia è d’estremo interesse e vi consiglio di andarla a leggere sul loro sito (www.capezzana.it). Potrete legge in appresso le mie note di degustazione dei vini della verticale e le mie osservazioni su ciascun vino. Dopo questa interessantissima degustazione è seguito un pranzo nel piazzale antistante la cantina, cucinato dallo chef Francesco Corona, che dirige la cucina del ristorante dell’azienda Capezzana “La Vinsantaia”. Durante il piacevole pranzo toscano
abbiamo bevuto diversi vini dell’azienda, tra i quali lo Chardonnay 2024, ancora esuberante al gusto e il Trebbiano 2024 (91/100), che ho trovato migliore del precedente 2023. Piacevole è stato il Trefano riserva Carmignano 2021 con al naso e al gusto anche un’intensa violetta (94/100); Anche il Ghiaie della Furba 2021 aveva al naso una splendida e intensa violetta, vino ancora giovane, al momento un po’ infuenzato dalla presenza del legno. Per terminare abbiamo bevuto il Vin Santo 2017, che, nell’arco di qualche mese, è migliorato, infatti l’ho sentito più complesso. Come sempre la Tenuta Capezzana organizza eventi d’assolu-
to interesse e piacere. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affnché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.


CAPEZZANA CONTE
CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA
D.O.C.G. annata 2021
(Uvaggio: 80% Sangiovese e 20% Cabernet sauvignon)
Elevazione 70% per 12 mesi in tonneaux (350 e 500 litri) e 30% per 16 mesi in botte grande (23 ettolitri). Bottiglie prodotte 30.000
La vendemmia 2021 deriva da un’annata atipica e complessa, caratterizzata da una qualità eccellente delle uve, ma con rendimenti inferiori alla media. Veste rosso porpora.
Dal calice s’innalzano profumi di ciliegia marasca nera, menta, eucalipto, stoppa intrisa di vino, rosmarino, salvia, alloro, cloroflla della gomma da masticare, chicchi di liquirizia, prugna fresca, arancia sanguinella, pepe nero, noce moscata, sapone di Marsiglia per terminare con carezze di violetta. Bocca felice e suadente con sapore di prugna, ciliegia e mirtillo, tutte spremute.
Il corpo è medio e l’asse alcolfreschezza in perfetto equilibrio. I tannini sono dolci, larghi (6/6- -), rotondi, inizialmente setosi per poi nel finale far asciugare, lievemente, la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale fruttato già sentito sin dall’inizio. (96/100)
CAPEZZANA CONTE CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA
D.O.C.G. annata 2015 (Uvaggio: 80% Sangiovese e 20% Cabernet sauvignon)
Elevazione 70% per 12 mesi in tonneaux (350 e 500 litri) e 30% per 16 mesi in botte grande (23 ettolitri)
La 2015 si ricorda come un’annata eccezionale con una perfetta maturazione delle uve.
Veste rosso rubino con trame granato intenso. Mix olfattivo di profumi di menta, eucalipto, ciliegia, prugna, grafte, erbe medicinali, lievi di chinotto, rosmarino, salvia, chicchi di liquirizia, dolce dell’esterno del confetto, sapone di Marsiglia per terminare con ricordi di confettura di mora. Al palato è succoso (frutta spremuta), ha corpo medio e un buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--) e setosi. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa con fnale di lieve chinotto. (94/100)
CAPEZZANA CONTE CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA
D.O.C.G. annata 2005
(Uvaggio: 80% Sangiovese e 20% Cabernet Sauvignon)
Elevazione per 12 mesi in tonneaux
Primavera fredda con ritardo della foritura di 2 settimane, ma l’estate ha compensato questo breve ritardo.
Traspare dal calice rosso rubino e granato intenso. Caleidoscopio olfattivo con profumi di menta, eucalipto, bacca di ginepro, rosmarino, alloro, salvia, prugna, mirtillo, cassis, ciliegia, caffè freddo, arancia sanguinella, pepe nero e noce moscata. All’approccio gustativo emerge un corpo medio plus e un’acidità spiccata. Vino ben equilibrato con massa alcolica impercettibile grazie all’acidità e alla freschezza. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6++) e vellutati. Lunga è la sua persistenza gustativa. Nei miei commenti ho scritto: “Bel vino!” (96/100)
CAPEZZANA CONTE
CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA
D.O.C.G. annata 1995 (Uvaggio: 80% Sangiovese, 15% Cabernet sauvignon e 5% Canaiolo)
Elevazione per 30 mesi in botte grande.
Piogge ben distribuite fno a giugno, seguite da un luglio secco e leggere piogge in agosto. Cromia rosso granato. Bagaglio
Da sinistra Ettore, Benedetta e Filippo Contini Bonacossi
olfattivo composto da profumi di tabacco biondo della Virginia, ciliegia, prugna, menta, eucalipto, intensi di mora, lievi di alcol denaturato, lievi di fico nero secco, rosmarino, salvia, prugna secca, arancia sanguinella per terminare con soffi di confettura di mora. All’approccio gustativo sfoggia un corpo medio, è sapido e ha sapore di prugna secca. La gioiosa freschezza mette completamente a tacere la massa alcolica. I tannini sono dolci, spessi, larghi (6/6--), inizialmente setosi per poi asciugare, lievemente, la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. Questo 1995 ha un pochino meno struttura del 2005. (95/100)
CAPEZZANA CONTE
CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA
D.O.C.G. annata 1983 (Uvaggio: 70% Sangiovese, 10% Cabernet sauvignon, 10% Canaiolo e 10% Colorino)
Elevazione per 24 mesi in botte grande.
In primavera sia il germogliamento che la foritura hanno avuto un andamento regolare. Vendemmia sana, ma un po’ anticipata. Tono rosso granato con fne bordo aranciato. Preludio olfattivo di pelle in fne lavorazione di

conceria, amido del riso bollito, anice stellato, menta, eucalipto, castagna bollita con fnocchio selvatico secco, lievi d’acqua di mare (è uguale al profumo della parte bianca interna della buccia di cocomero), prugna secca, lievi di bacca di ginepro e dattero secco. All’assaggio rivela un corpo medio e buon equilibrio gustativo con la freschezza che avvolge la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di dattero secco. (94/100)
CAPEZZANA CONTE CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA
D.O.C.G. annata 1979
(Uvaggio: 70% Sangiovese, 10% Cabernet sauvignon, 10 % Canaiolo e 10% Colorino e Mammolo)
Elevazione per 24 mesi in botte grande.
Primavera fresca seguita da un’estate calda con precipitazioni uniformi e piacevoli. Effcacia espressiva con color rosso granato con bordo aranciato. Si susseguono profumi di terra bagnata, prugna secca, dattero
secco, menta, eucalipto per terminare con soff intensi di caffè freddo. All’esame gustativo rivela un corpo medio e buon equilibrio gustativo, grazie alla generosa e piacevole freschezza, che avvolge completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente setosi per poi nel fnale asciugare, lievemente, la gengiva superiore. (93/100)
CAPEZZANA CONTE
CONTINI BONACOSSI
VILLA DI CAPEZZANA, annata 1925
Veste rosso mattone chiaro. L’olfatto pavoneggia profumi d’oliva verde in salamoia, tubetto del colore a olio per la pittura, lievi di smalto di vernice, lievi di paprica per terminare con soffi di terra umida. Bocca felice, seducente, piacevole, vino con corpo medio e dotato di ottimo equilibrio con la freschezza che sottomette, senza titubanze, la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente setosi per poi nel finale asciugare e far bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale d’inchiostro di china. Vino emozionante, senz’ombra di dubbio, anche per la sua longevità. (95/100)

Alla Stazione Leopolda di Firenze il Chianti
Classico non mette semplicemente in fila nuove annate: mette in scena se stesso. La 33ª Chianti Classico Collection, il 16 e 17 febbraio 2026, ha riunito 223 aziende – nuovo record di presenze – per un totale di 680 etichette in degustazione, tra cui 190 Riserva e 185 Gran Selezione.
Numeri importanti, certo, ma ciò che emerge con maggior nitidezza è la compattezza di una denominazione che, negli ultimi dieci anni, ha lavorato su identità, gerarchia qualitativa e posizionamento internazionale.
Il tema scelto per questa edizione, “Wine is Culture”, non suona come uno slogan costruito a tavolino. Nel caso del Chianti Classico è una dichiarazione che affonda le radici nella storia: già nel 1716 il bando di Cosimo III de’ Medici delimitava con precisione l’area di produzione, sancendo un legame giuridico tra vino e territorio che oggi appare sorprendentemente moderno. È un dato che pesa ancora, soprattutto in un’epoca in cui la tracciabilità e la coerenza territoriale sono diventate elementi decisivi per il consumatore evoluto. I numeri strutturali confer-
piera genta


mano la dimensione del sistema. Il territorio del Chianti Classico si estende su circa 70.000 ettari tra le province di Firenze e Siena, con 10.000 ettari vitati e 6.800 iscritti all’albo della denominazione. La produzione media annua degli ultimi 10 anni si colloca tra 35 e 38 milioni di bottiglie, pari a circa 270.000 ettolitri. I soci del Consorzio sono 499, di cui 320 imbottigliatori: una rappresentatività quasi totale della filiera, che permette una gestione coesa delle strategie di tutela e valorizzazione. Il 2025 ha confermato la solidità economica della denominazione. In un contesto internazionale instabile, le vendite sono cresciute di oltre un punto percentuale in volume rispetto all’anno precedente, proseguendo una tendenza positiva ormai triennale. Ancor più significativo è il dato sul valore: Riserva e Gran Selezione rappresentano il
43% dei volumi, ma il 55,2% del fatturato complessivo. È la dimostrazione che il percorso di premiumizzazione, avviato con decisione nel 2014, sta producendo effetti concreti. Il Nord America si conferma locomotiva: gli Stati Uniti passano al 37% dei volumi e il Canada sale al 12% con crescite marcate proprio sulle tipologie di vertice. Ma segnali interessanti arrivano anche dall’Europa del Nord e dalla Francia, dove la Gran Selezione guadagna terreno sia in prezzo medio che in percezione qualitativa. Il mercato italiano, pari al 19% delle vendite, mostra una crescente propensione verso le versioni più strutturate, sintetizzata efficacemente nello slogan “bere meno, bere meglio”. La piramide qualitativa è ormai ben definita. Annata, Riserva e Gran Selezione rappresentano 3 livelli distinti per tempi d’affinamento e requisiti

produttivi. La Gran Selezione, introdotta nel 2014 e oggi pari a circa il 6% della produzione totale, costituisce il vertice della denominazione: minimo 90% Sangiovese, uve esclusivamente aziendali, almeno 30 mesi d’invecchiamento, di cui 3 in bottiglia. È su questa tipologia che si innestano le 11 Unità Geografiche Aggiuntive, operative dal 2023, che permettono di indicare in etichetta aree come Radda, Gaiole, Castellina o Panzano, rafforzando la leggibilità territoriale. Sul piano tecnico, le annate presentate in anteprima delineano uno scenario interessante. La vendemmia 2024, con una produzione di 305.000 ettolitri, è stata caratterizzata da un inverno regolare, una primavera piovosa, ma gestita con attenzione e un’estate calda, senza eccessi. Le escursioni termiche di fine agosto e settembre hanno favorito una
maturazione fenolica completa con vini di buona acidità e gradazioni contenute. Nei calici si percepisce eleganza, tensione acida e una trama tannica fine, in uno stile che richiama le annate classiche del passato. Il 2023, più complesso sul piano fitosanitario, a causa delle piogge primaverili, ha comunque prodotto vini equilibrati e di buona struttura, mentre la 2025 – 265.000 ettolitri – si sta delineando come un’annata di grande equilibrio climatico con profili aromatici nitidi e freschezza evidente già nei vini in affinamento. Accanto al vino, la Leopolda ha dato spazio anche all’Olio DOP Chianti Classico, presenza non accessoria, ma parte integrante dell’identità territoriale. Nel 2025 ricorrono i 50 anni del Consorzio Olio e i 25 anni della DOP. Sono 181 i soci iscritti e 2.756 gli ettari olivati. L’annata olearia si presenta

qualitativamente eccellente e in linea con le medie produttive. Gli oli d’inizio raccolta mostrano intensi sentori erbacei e una marcata componente amaro-piccante, quelli di fine ottobre risultano più complessi ed equilibrati; le produzioni di novembre esprimono note balsamiche e richiami a mandorla e pinolo. Cresce l’interesse verso le monocultivar, che affiancano i blend tradizionali, ampliando la gamma sensoriale. Un altro momento significativo della Collection è stata la nomina di Tomasz Prange-Barczyński come ambasciatore ad honorem per la Polonia. Critico enologico di lunga esperienza e figura autorevole nel panorama mediatico polacco, rappresenta un tassello ulteriore della strategia di diplomazia culturale del Consorzio. Il progetto “Chianti Classico Ambassador”, avviato nel 2017, punta a creare una rete inter-
nazionale di professionisti qualificati. La scelta della Polonia indica l’attenzione verso mercati emergenti in termini di valore e conoscenza. Il Chianti Classico, che esce dalla Leopolda 2026, è un sistema maturo. Ha una piramide qualitativa chiara, una crescente segmentazione territoriale, un comparto olivicolo strutturato e una rete internazionale di ambasciatori e operatori formati. In un mercato globale che richiede coerenza prima ancora che volumi, il Gallo Nero sembra aver scelto con decisione la strada del valore, della riconoscibilità e della cultura come elemento distintivo. Non una celebrazione autoreferenziale, ma la consapevolezza di esser diventato, nel tempo, qualcosa di più di una denominazione: un modello agricolo e identitario che continua a evolversi, senza perdere il proprio baricentro.
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com

È sempre un gran piacere andare a Merano in generale e al Merano WineFestival in particolare. Come sempre, alloggio a Tirano all’Hotel Patrizia, hotel familiare, dove le persone sono sempre cordiali e sorridenti.
Quest’anno sono andato in compagnia di mia moglie Sara, che ha fatto la turista, mentre io ero impegnato negli assaggi dei vini. Ho riscontrato una notevole partecipazione di aziende e pubblico. Durante la manifestazione ho incontrato vari produttori di vino sia italiani che stranieri e ho fatto molti assaggi, riscontrando il miglioramento di diversi vini assaggiati nei tempi precedenti. Quando vado a Merano però sono anche interessato a fare le
master class. L’amico Riccardo Gabriele, giornalista e titolare di un’agenzia PR, mi ha invitato ad andare alla masterclass della cantina Bozen, da lui seguita. Mi ha interessato anche iscrivermi alla masterclass della cantina Kurtatsch per una verticale di Merlot e a quella dell’azienda Kettmeir, essendo curioso d’approfondire le mie conoscenze sulle bollicine prodotte da quest’azienda di Caldaro in Alto Adige, che esiste dal 1919. Nel 1964 l’azienda
incomincia a produrre i vini spumante. Sono 60 i viticoltori che conferiscono le uve coltivate in 55 ettari di vigneti. Solo nel 1992 la cantina è passata al metodo classico e quindi alla fermentazione in bottiglia. I vitigni prodotti

sono tra gli altri Pinot nero, Pino bianco, Chardonnay, Sauvignon, Moscato rosa e Muller turgau. Il profumo, in genere, che ho sentito durante la degustazione è la pera coscia. Riguardo alla masterclass della cantina Bozen, che si trova a Bolzano, è consistita in una duplice verticale, la prima di Chardonney e la seconda di Lagrein. Sono 224 famiglie che, come socie, conferiscono le loro uve per la produzione di questi vini. Sono 15 le varietà d’uve che vengono coltivate su differenti terreni. Profumo ricorrente nella verticale di Chardonnay è stato l’ananas. Riguardo alla verticale di Legrein mi ha colpito l’annata 2020 coi suoi gradevoli profumi di ciliegia marasca nera e oliva nera. Venendo poi alla masterclass dei vini della cantina Kurtatsch, che si trova a Cortaccia in Alto Adige, ha avuto a oggetto una verticale di Merlot e devo dire di aver avuto un’ ottima impressione in ordine qualità del vino. L’azienda è stata fondata nel 1900, le uve sono coltivate da 190 famiglie su un’estensione di 190 ettari. I vitigni si estendono da un’altitudine base di 220 metri s.l.m per arrivare a 900 metri. I vini di punta della cantina recano il nome Frienfeld e vengono prodotti solo nelle annate migliori e riguardano gli uvaggi Cabernet sauvignon e lo Chardonnay. I 2 vini sono prodotti dalle viti migliori e più vecchie, prendendo il nome
dal luogo di fondazione della cantina, nel centro del paese. I vini della masterclass mi sono piaciuti anche per l’equilibrio gustativo. Mi ha colpito, nell’annata 2022 del Lagrein, il profumo e il sapore di tartufo nero. La maggior curiosità mi è venuta quando ho letto di una masterclass della cantina Antonio Ferrari di Solaria jonica annata 1959. Mi ha incuriosito la storia di questo vino e di Antonio Ferrari, produttore e commerciante di vino, classe 1913 di Galliate (Novara). Questi acquistava vini e uve e s’innamorò del vitigno Primitivo, coltivato in una vigna affacciata sullo ionico nella proprietà del barone Bardoscia. Il signor Ferrari voleva dimostrare che il Primitivo era un vitigno longevo, acquistava le uve e/o vini e li portava nella sua cantina. Dopo quarant’anni d’allevamento di questo nel 1959 lo mise in commercio e addirittura questo vino venne acquistato e messo in carta da Alain Ducasse a Montecarlo nel suo ristorante “Le Louis XV”. I primi anni 2000 Antonio scompare e la sua cantina rimane inoperativa, casualmente il terzo fglio (80enne) scopre un’ultima vasca di Solaria sulla quale c’era un cartello che la indicava come vuota. Nell’aprile 2025 vengono imbottigliate 953 bottiglie da mezzo litro di Solaria 1959. Come potevo non andare a questa degustazione? È stato un gran divertimento per me scoprire i profumi

che si innalzavano dal calice. Le mie note di degustazione parlano da sole. Come tutti gli anni il Merano WineFestival per me rappresenta una meta da non perdere e, andando via, penso subito all’anno successivo. Prima di passare alle note di degustazione, deve premettere quanto segue. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affnché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino
sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.

AZIENDA KETTMEIR
AZIENDA KETTMEIR Brut “Athsis” annata 2022 Metodo Classico Alto Adige D.O.C.
(Uvaggio: 47% Pinot bianco, 47% Chardonnay e 6% Pinot nero)
Color giallo paglierino con rifessi grigi. Le bollicine sono abbastanza fni e numerose. Al naso rivela profumi di lievito di birra, cuoio biondo, castagne bollite con fnocchio selvatico secco e pera coscia. Al gusto ha bollicine fni ed è sapido. Il corpo è medio. Vino con ricca freschezza, ma, nonostante ciò, c’è un lieve effetto altalenante con la massa alcolica. Buona dolcezza e lunga persistenza gustativa con fnale agrumato di limone. (89/100)
AZIENDA KETTMEIR Brut Rosè “Athsis”, annata 2022 Metodo Classico Alto Adige D.O.C.
(Uvaggio: Pinot nero e Chardonnay)
Traspare dal calice rosa antico chiaro. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Ricchezza olfattiva scandita da profumi di pera coscia, dolci della parte esterna del confetto, vaniglia, lievito di birra, lievi di lampone per terminare con ricordi di pasta marzapane. Al palato le bollicine sono abbastanza fni. Il corpo è
medio e il vino ha sapore di pera coscia ed è sapido. La freschezza avvolge la massa alcolica, rendendo il vino ben equilibrato. Lunga è la persistenza gustativa con fnale di lampone. (87/100)
AZIENDA KETTMEIR Pas
Dosè annata 2020 Metodo
Classico Alto Adige D.O.C.
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Tono giallo paglierino chiaro con rifessi grigi e verdi. Le bollicine sono abbastanza fni e numerose. Bouquet con profumo intenso di vaniglia, seguito da lieve gas gpl, fori bianchi di biancospino e guscio di mandorla. All’incontro gustativo le bollicine sono fni e carezzevoli. Vino sapido con sapore di frutta lievemente acerba (pera). Il corpo è medio ed il vino è equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. Lunga la sua persistenza con fnale di limone. (89/100)
AZIENDA KETTMEIR Brut
annata 2018 Metodo Classico Alto Adige D.O.C.
(Uvaggio: Pinot bianco, Chardonnay e Pinot nero)
Veste giallo paglierino e oro con rifessi verdi. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Preludio olfattivo di burro di nocciolina, pera coscia, lievi di zabaione, gas gpl per terminare con carez-
ze di lamponi. All’assaggio rivela un corpo medio e le bollicine sono fni. Vino sapido, dotato di una bella freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. Sulla gengiva superiore si sentono dei tannini un po’ asciugati e ho pensato che potessero essere i tannini dei raspi. Lunga è la sua persistenza gustativa. (90/100)
AZIENDA KETTMEIR Extra Brut “1919” Riserva annata 2018 Metodo Classico Alto Adige D.O.C.
(Uvaggio: 50% Chardonnay, 40% Pinot nero e 10% Pinot bianco)
Rimane 6 anni sui lieviti. Abito giallo oro con rifessi verdi e grigi. Le bollicine sono fni e numerose. Bicchiere estroverso con profumi di vaniglia, lampone, lievi di zabaione e di gas gpl per terminare con sussurri di paglia. Bocca caratterizzata da un corpo medio suffciente plus e bollicine fni. Vino ben equilibrato grazie alla freschezza e all’acidità che sovrastano la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con intenso fnale di limone. (90/100)
AZIENDA KETTMEIR Pas Dosè annata 2018 Metodo Classico Alto Adige D.O.C.formato magnum (Uvaggio: 100% Chardonnay)
Carattere cromatico giallo paglierino con rifessi oro. Le bollicine sono fni e numerose. Al naso ricorda profumi di pepe bianco, lieve gas gpl, fori bianchi, pera coscia e cuoio biondo. La bocca è accarezzata da bollicine fni e sapore di limone. Il corpo è medio, la freschezza e la massa alcolica sono in perfetta armonia tra loro. Si sentono sulla gengiva superiore i tannini, probabilmente dei raspi. Lunga la sua persistenza gustativa con fnale di limone. (90/100)
KELLEREI BOZEN
KELLEREI BOZEN Riserva Stegher annata 2022 (Uvaggio: 100% Chardonnay)
Color giallo paglierino. Mix olfattivo di profumi boisè ed episperma (il dolce della pelle e della castagna bollita), bastoncino di zucchero impregnato di menta, ananas, uva un po’ matura, con fnale, a bicchiere vuoto, d’affumicatura. Al palato ha corpo medio e l’equilibrio tra alcol e freschezza è un po’ altalenante. Sapore di uva un po’ matura. Si sente un po’ il tannino del legno sulla gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. (88/100)
KELLEREI BOZEN Riserva Stegher annata 2019 (Uvaggio: 100% Chardonnay)

Appare giallo paglierino con riflessi verdi. Diffonde dal bicchiere profumo intenso di vaniglia, seguito da note d’ananas, episperma (il dolce della pellolina della castagna bollita), pepe bianco, gas gpl per terminare con soffi di bacca di ginepro. All’approccio gustativo emerge un sapore d’ananas maturo, limone e un po’ di boisè. Il corpo è medio, mentre, al momento, l’equilibrio è un po’ altalenante tra alcol e freschezza. Vino sapido con lievi sensazioni asciugati sulla gengiva superiore per i tannini del legno. Lunga è la sua persistenza gustativa. (90--/100)
KELLEREI BOZEN
Riserva Stegher annata 2016 (Uvaggio: 100% Chardonnay)
Efficacia espressiva con color giallo paglierino. Il debutto olfattivo rivela un profumo intenso d’ambra, seguito da note d’ananas maturo, menta, lieviti pepe bianco e pera coscia. La scia olfattiva termina col rosmarino e la salvia. All’incontro gustativo sfoggia una nota dolcina che fa pensare a un’uva più matura. Il corpo è medio e il vino e sapido. L’equilibrio tra alcol e freschezza è lievemente altalenante. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (89/100)
KELLEREI BOZEN
Riserva Stegher annata 2013 (Uvaggio: 100% Chardonnay)
Espressione cromatica di giallo paglierino con rifessi oro. L’olfatto pavoneggia profumi intensi d’ambra e fori bianchi, che ricordano il biancospino, seguiti da ananas ed episperma (nota boisé dolce che ricorda la pelle della castagna bollita). Bocca felice, suadente e riccamente sapida. Il corpo è medio plus e l’equilibrio tra alcol e freschezza è lievemente altalenante. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (90/100)
KELLEREI BOZEN
Riserva Taber annata 2022 (Uvaggio: 100% Lagrein)
Manto rosso porpora intenso. Palcoscenico olfattivo con profumi di ciliegia marasca nera, menta, lievi di liquirizia e tartufo nero per terminare con sussurri di cioccolata. Al palato ha corpo medio suffciente e sapore di ciliegia. Vino ben equilibrato tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, inizialmente vellutati per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (91/100)
KELLEREI BOZEN
Riserva Taber annata 2020 (Uvaggio: 100% Lagrein)
Cromia rosso rubino e porpora intensi. Si susseguono profumi d’oliva nera, ciliegia marasca nera, cioccolata, menta, lievi di pepe nero e chiodi di garofano. Chiude l’esame olfattivo con carezze di pomodori pelati. All’assaggio rivela un corpo medio e sapore di ciliegia marasca nera e cioccolata. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, setosi e larghi (6/6--). Lunga è la sua persistenza gustativa. (93/100)
KELLEREI BOZEN
Riserva Taber annata 2017 (Uvaggio: 100% Lagrein)
Robe rosso rubino intenso-nero. Ventaglio di sensazioni olfattive composto da pelle di conceria, ciliegia marasca nera, amido del riso bollito, lievi di menta per terminare con piacevoli sussurri d’oliva nera. Sorso con sapore di polvere di cacao. Il corpo è medio, un po’ sfuggente, mentre il vino è equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente vellutati per poi asciugare e far bruciare lievemente la gengiva superiore. Lunga la sua persistenza gustativa. (90/100)
KELLEREI BOZEN
Riserva Taber annata 2014 (Uvaggio: 100% Lagrein)
All’esame visivo presenta color rosso rubino e porpora intensi. Il naso evoca profumi di foglia di pesco, foglia di ruta, foglia di fico, menta, eucalipto, ciliegia marasca nera, polvere di cacao per terminare con soffi di pomodori pelati. All’incontro gustativo rivela un corpo medio, che tende un po’ ad assottigliarsi. Alcol e freschezza sono in equilibrio tra loro, mentre i tannini sono dolci, abbastanza larghi, inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. (90/100)
CANTINA KURTATSCH
CANTINA KURTATSCH
BRENNTAL MERLOT
RISERVA annata 2022 Traspare dal calice rosso rubino con trame porpora. Al naso rivela un profumo intenso minerale di grafite, seguito da lievi di tartufo nero, ciliegia e cioccolata per terminare con sussurri balsamici di menta. La bocca è estasiata dai sapori di tartufo nero e cioccolata. Il corpo è medio e il vino è ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. I tannini sono dolci larghi (6/6-), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga la sua persistenza gustativa con finale di tartufo nero e cioccolata. (93/100)
CANTINA KURTATSCH
BRENNTAL MERLOT
RISERVA annata 2018 Veste rosso rubino intenso. Al naso c’è un’esplosione di tartufo nero, seguita da profumi di terra umida, ciliegia rossa ed erbe medicinali, che ricordano anche il chinotto. Sapore di ciliegia e polvere di cacao. Il corpo è medio e il vino ha un buon equilibrio gustativo con la freschezza che neutralizza completamente la mossa alcolica. I tannini sono dolci, larghi (6/6-- ), inizialmente vellutati per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza con finale di ciliegia. (93/100)
CANTINA KURTATSCH
BRENNTAL MERLOT
RISERVA annata 2015

Tono rosso rubino con fine bordo cipolla rosa. All’olfatto il profumo di tartufo nero sovrasta ogni sentore, ma gradatamente e timidamente fanno capolino note di menta, eucalipto, ciliegia, rosmarino, salvia e terra umida. All’incontro gustativo emerge un corpo medio e sapore di tartufo nero e cioccolata. Vino ben equilibrato tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6+), inizialmente vellutati per poi far asciugare e bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di cioccolata amara. (91/100)
CANTINA KURTATSCH
BRENNTAL MERLOT RISERVA annata 2011
Veste rosso granato con fine bordo rosa. Lo scrigno olfattivo all’aprirsi rivela un profumo intenso di tartufo nero, seguito da menta, eucalipto, ciliegia, cioccolata, rosmarino e salvia. Al gusto ha corpo medio e sapore di ciliegia sotto spirito e polvere di cacao. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica, neutralizzandola. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente
vellutati per poi asciugare e far bruciare lievemente la gengiva superiore. Lunga la sua persistenza gustativa con finale di polvere di cacao. (91/100)
CANTINA KURTATSCH
BRENNTAL MERLOT
RISERVA annata 2007
Traspare dal calice rosso granato. Bagaglio olfattivo composto da un profumo intenso di tartufo nero, seguito da ciliegia, menta, eucalipto, rosmarino, salvia, alloro, terra umida, cioccolata, erbe medicinali per terminare con sussurri di lemongrassa. Morso di tartufo nero, cioccolata e ciliegia. Il corpo è medio e il vino è ben equilibrato tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--) e vellutati. Lunga e la sua persistenza gustativa con finale di ciliegia sotto spirito. (92/100)
CANTINA KURTATSCH
BRENNTAL MERLOT
RISERVA annata 1997
Color rosso granato trasparente con fine bordo aranciato. Ventaglio olfattivo di profumi di

menta, eucalipto, ciliegia candita, lieve di pepe nero, noce moscata, lievi di humus, canfora per terminare con ricordi di tabacco biondo della Virginia. Al palato ha corpo medio fine e il vino è ben equilibrato, grazie alla freschezza che domina la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--) e vellutati. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di ciliegia. (92/100)
CANTINE ANTONIO FERRARI
CANTINE ANTONIO
FERRARI SOLARIA JONICA annata 1959 (Uvaggio: 100% Primitivo)
All’esame visivo si presenta con color scuro mattone, ambrato intenso. Dallo scrigno olfattivo emergono profumi intensi di carruba, seguiti da ruggine, menta, eucalipto, liquirizia, fondo di caffè, china (mi ricorda il liquore Ferro China Bisleri), amaretto di Saronno, dattero secco, lievi speziati di pepe nero e noce moscata. Il percorso olfattivo è lungo, ricco e piacevolmente vario e prosegue con note intense di zabaione, dado da brodo vegetale, grafi -
te, cioccolata amara per terminare con soffi di canfora. Bocca felice e suadente con sapore di prugna secca, dattero secco e fico nero secco. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge completamente la massa alcolica, rendendolo ben equilibrato. Il corpo è medio e la persistenza aromatica intensa con finale di liquirizia e finalissimo di zabaione con un piacevole colpo di coda di caramella mou al latte, che rimane per lunghissimo tempo. Si sente nel finale sulla gengiva superiore un po’ la secchezza del tannino (penso che le uve siano state vinificate col raspo). Vino che non morirà mai. (95/100)
CANTINE ANTONIO
FERRARI SOLARIA JONICA annata 1949 (Uvaggio: 100% Primitivo)
La prima bottiglia aperta aveva evidenti problemi di tappo. La seconda bottiglia aperta manifestava un color rosso granato ben diverso da quello del 1959. I profumi non sono puliti e si sente una nota intensa di stalla, seguita da un’intensa ruggine. Al palato è un vino poco equilibrato e non ha nulla a che vedere col mitico 1959.









DI SANT’ANGELO

La storia della cantina “La Togata”, marchio storico del Brunello, inizia addirittura alla fne anni Ottanta del Novecento, protagonista un giovane avvocato romano di successo e da qui si capisce anche l’etimologia del logo aziendale.

L’avventura nel mondo del vino toscano inizia per Danilo Tonon con l’acquisto nel 1989 di un casale con annessa una piccola, antica vigna nei pressi delle vecchie mura medievali del centro storico di Montalcino, dove furono vinificate le prime bottiglie della fantastica vendemmia 1990, quando le aziende produttrici erano ancora poche e il Brunello cominciava a esser scoperto dal mondo. Ma la scelta di Danilo di farsi vignaiolo affonda nelle radici fami -
liari, infatti il legame con la terra, l’agricoltura e la vitivinicoltura della nobil famiglia Tonon è molto più antico... “Quella da cui discendo è una vecchissima schiatta, originaria di Montereale Valcellina in Friuli Venezia Giulia – ci racconta il fondatore Danilo Tonon – e sono l’ultimo conte di Montereale in vita, discendente da un antico casato che, come vassallo, difese nel corso dei secoli i confini ovest della Repubblica di Venezia, ricevendo dal Doge, per me -


riti di guerra, in compenso della propria fedeltà alla Serenissima, la contea di Montereale e fece parte del Consiglio Nobile di Murano e Marostica. Il nostro stemma raffigura una scala sormontata da un elmo e scaturisce dal fatto che, a metà del Seicento, un gentiluomo della famiglia Tonon sposò una gentildonna della nobil famiglia degli Scaligeri di Milano. La famiglia Tonon, come iscritta al Libro d’Oro, ebbe nel 1690 il privilegio di poter battere ‘O Sette’ ossia monete d’oro, un tempo simbolico dono dei muranesi alla Serenissima, su cui erano dipinti degli uccellini (osei) dai piedi rossi. In epoca moderna la famiglia dall’arte della guerra passò all’arte dell’agricoltura, possedendo 120 ettari di terreni, di cui molti coltivati a vigneto sia a bacca rossa, ma soprattutto uve bianche autoctone friulane. La cura dei vigneti e la già scientifica produzione di vini d’alto livello è collegata anche a una delle più antiche lauree italiane connesse all’Agricoltura che fu conferita dalla prestigiosa Università di Padova nel 1860, un anno prima dell’Unità d’Italia, al mio tris nonno Giovanni Tonon, che ho riscoperto nelle vecchie carte di famiglia. La grande cantina, dove venivano custoditi i nostri preziosi vini, era situata proprio sotto la storica villa palladiana a San Leonardo di Pordenone, nei pressi di Montereale Valcellina. Verso la metà del Novecento, complici le vicende belliche, il centro degli interessi della famiglia si sposta su Roma e la bellissima villa palladiana viene purtroppo venduta, così non ci appartiene più, se non nel cuore come un grande ricordo…”. Ma, come in tutte le vicende della vita, anche in quella montalcinese l’appetito vien mangiando… “La particolare natura del territorio di Montalcino, coi suoi ritmi, le sue configurazioni geologiche, le sue variazioni climatiche, anno dopo anno ci regalava – e ci continua a regalare – emozioni sempre nuove, grandi vini sempre diversi, ma tutti nel segno dell’eleganza. Così, vivendo a pieno il terroir natu -
rale da dove nasce questo vino, la passione crebbe e pure molto, tanto che pochi anni dopo mi spostai, acquistando vicino al borgo di Tavernelle, nella parte del ‘continente Montalcino’ che guarda verso l’Alta Maremma, a poco più di trenta chilometri in linea d’aria dal mar Tirreno, la palazzina di caccia della suggestiva Villa di Argiano dei conti Gaetani Lovatelli d’Aragona, antica famiglia nobiliare romana: ristrutturammo l’elegante casale e passammo prima a otto, poi dodici e infine quindici ettari di vigneto”. Ad accompagnare Danilo nel mondo del vino dal Duemila, magico anno del Millennio, è la moglie Jeanneth Angel, la cui famiglia in Colombia era dedica all’agricoltura, essendo proprietaria di un’immensa fazenda nella regione della Boyacá, assieme a un’importante partecipazione a una miniera di smeraldi: bella, poliglotta – parla correttamente l’italiano, l’inglese, lo spagnolo e con una
naturale propensione ai rapporti interpersonali. “Oggi l’azienda, nella sua sede di Sant’Angelo in Colle, di proprietà di mia moglie Jeanneth Angel e delle nostre tre figlie Stephania, Vanessa e Azzurra, è cresciuta ulteriormente e gli ettari del parco vigneti sono divenuti circa venti, divisi tra la zone di Sant’Angelo in Colle, Pietrafocaia, Montosoli e Torrenieri. La capiente cantina, di oltre duemila metri quadrati, dal design particolarmente moderno, ma edificata su principi ecologici e naturali – nella bottaia sottoterra si crea spontaneamente l’umidità necessaria senza ausilio di mezzi artificiali, ma tramite l’acqua piovana che penetra attraverso la roccia viva – si situa proprio ai piedi dell’antico borgo medievale di Sant’Angelo in Colle. La produzione attualmente si aggira intorno alle 130mila bottiglie, una piccola realtà che fa dell’artigianalità il proprio blasone, con la mission di valorizzare il suo grande ter-
roir , internazionalmente riconosciuto tra i più vocati per il Sangiovese grosso, che è stato e sempre sarà l’anima viva di Montalcino”. Quali sono i mercati in cui si beve il vostro Brunello? “Il mercato estero vale per il 95%, equamente distribuito fra gli Stati Uniti, l’Asia, soprattutto Cina, Laos e Corea e l’Europa, maggiormente Germania, Belgio, Austria e addirittura la difficilissima Francia. Il 5% che va sul mercato nazionale, che stiamo comunque cercando d’ampliare, si divide soprattutto fra le grandi città, tra cui Roma, poi Milano e Firenze. Senza scordarci della Città del Vaticano, dove anche qui dal 2006 viene servito ai pranzi di Stato ed è presente nelle due esclusive boutiques all’intero delle mura leonine, accanto ai migliori prodotti internazionali, tra cui preziosi sigari cubani, nonché gioielli, abiti e orologi di grandi griffes parigine. Ma i nostri vini sono stati molto apprezzati da personalità come

George Bush, Bill Clinton, Tony Blair e Bill Gates!”. Accanto al Brunello di stile tradizionale de ‘La Togata’, ormai marchio storico ilcinese, avete creato un altro brand, che sviluppa un Brunello più contemporaneo, pronto e fruttato… “È nato ‘Vini italiani da Sogno’ con i brand Carillon, Jacopvs, Notte di Note, Seconda Stella a Destra, che ha costruito la propria nuova meraviglioso cantina nel suggestivo borgo medievale di Sant’Angelo in Colle, che ora riunisce tutti i marchi. Dagli scavi archeologici effettuati nei dintorni, è scaturito che queste campagne sono state coltivate da tempi immemorabili e che il ritrovamento di alcuni Kántharos – tipico bicchiere da vino etrusco con due manici a lunghe e alte anse, protagonista di mitici convivi – testimonia che la zona era già riconosciuta come particolarmente vocata alla vitivinicoltura fin
dall’antichità”. E le nuove generazioni si stanno facendo strada... “Alcuni anni fa ho dovuto riprendere a curare personalmente la parte professionale, dedicandomi in toto all’avvocatura, ma ho avuto la gioia che mia moglie Jeanneth Angel e le mie figlie Stephania, Vanessa e Azzurra, giovani ma intraprendenti, hanno deciso tutte insieme di proseguire la nostra storia familiare nel mondo del Brunello”. Così oggi all’interno della cantina è stato costruito un suggestivo caveau , che protegge tutte le preziose riserve di famiglia, protetto da una porta super blindata costruita appositamente dalla famiglia Sella, dove vi sono tutte le ben 35 annate di Brunello prodotte da “La Togata”, anche in grandi formati. E grazie alla giovane conduzione femminile dell’azienda, il Brunello di Montalcino La Togata ha conquistato i vertici di tutte le
classifiche delle principali guide e riviste di tutto il mondo. Nel 2020 questa cantina declinata al femminile intraprende una nuova avventura, parallela alla family winery , nel mondo dell’ospitalità di lusso con la ‘La Togata Hotellerie de Charme’, oramai uno dei punti di riferimento del settore turistico-ricettivo per il territorio di Montalcino”. Dove? Nel centro storico di Sant’Angelo in Colle, alle cui spalle si erge il Monte Amiata, montagna sacra, olimpo del popolo etrusco. Il borgo medievale sorge in posizione dominante sulla sommità di una collina e dalla suggestiva terrazza, che si apre tuttora sulle mura duecentesche, nei giorni tersi si può vedere il mar Tirreno con le isole dell’arcipelago toscano. Già gli antichi romani gradirono soggiornare in queste contrade, come dimostra l’esistenza in zona, soprattutto nei pressi del fiume Orcia, di


diverse ville termali di campagna, oasi di riposo per i legionari di ritorno dalle guerre, che ritempravano il corpo con le calde acque che fuoriuscivano dalle terre ai piedi del Monte Amiata, antico vulcano. Sullo scorcio del Duecento, il feudo di Sant’Angelo in Colle divenne possesso dell’antichissima famiglia dei Tolomei che, con una precisa strategia d’acquisti fondiari, divennero proprietari di case, torri e castelli nella città di Siena e nel contado.
Divenuti “Signori di Sant’Angelo in Colle”, nel corso del Trecento fecero edificare all’interno della cinta muraria un grande castellare, detto “palatium Talomei”, su cui resiste ancora, murato sul portale d’ingresso, uno dei più antichi stemmi in pietra serena della famiglia con tre mezzelune montanti, due in capo e una in punta, a testimoniare la partecipazione della famiglia alle prime tre crociate in Terra Santa. Proprio sulla via del centro storico detta “Costa del Castellare”, all’interno della cerchia muraria di quello che fu il nobil palazzo dei Tolomei, sorge il Relais Il Terrazzo, una delle due
strutture ricettive – l’altra è il Relais Il Pozzo nella vicina Via del Paradiso – unite sotto il marchio Hotellerie de Charme La Togata, nel segno di un turismo d’alto livello. “Abbiamo cercato di creare con amore ambienti speciali e romantici, che possano dare una sinergia spirituale e fisica ai nostri ospiti, coppie o gruppi di amici, facendo volare la fantasia in un mare di sensazioni piacevoli. Un indimenticabile stacco dalla vita di tutti i giorni, dove la tipica ospitalità toscana con tutti i suoi colori, sapori e profumi, diviene emozione di relax e appagamento, enfatizzando al massimo tutte le sfaccettature dei piaceri della vita, il famoso lifestyle italiano. Un modo di ricevere diverso dal solito, nel segno di una grande eleganza, dove vivere in suites quasi magiche...”. Al 2021 data poi la realizzazione di un intrigante centro benessere all’interno del suggestivi ambienti della cantina, dotato al primo piano di una piscina emozionale con giochi di luci e una romantica doccia idromassaggio, mentre al secondo piano offre una sauna finlandese in legno con alcu -
ne chaise longue per il relax. Un piccolo, ma funzionale e completo, angolo benessere. Da qualche anno la cantina ha deciso di onorare le radici di famiglia con un vino proveniente dalle antiche terre degli avi, i Colli Orientali del Friuli: “La nostra passione per lo spumante si è tradotta in un Prosecco Millesimato Nature, la cui prima annata è stato il 2021, di cui sono state prodotte circa cinquemila bottiglie. Vinificato tramite il metodo Martinotti lungo, detto anche Charmat, da uve Glera 100% –vitigno che risale alle prime coltivazioni della vite effettuate dagli antichi romani – si presenta in una particolare ed elegante bottiglia, che ne favorisce una positiva evoluzione nel tempo, mentre l’etichetta ricorda il blu della storica etichetta del Brunello”. ‘La Togata Flute Millésimé’ è una bollicina simpatica e di qualità, creata in joint venture con la famiglia Pittaro – le cui prime tracce del legame tra il vino, la vite e le terre delle Grave del Friuli risalgono al 1644, oggi produttrice di eccezionali vini e spumanti. Quest’unione tra Toscana e Friuli permette una
condivisione dei rigidi criteri qualitativi necessari per eccellenti vigneti e una fantastica fermentazione. Questo Prosecco doc Brut Nature Millesimato è così prodotto – con la supervisione di Jeanneth Angel – nella tenuta della famiglia Pittaro, uno dei più ricchi terroir di biodiversità d’Italia: vero esempio di comportamento rispettoso dell’ambiente e di agricoltura sostenibile di qualità, questa microzona persegue la protezione delle riserve della biosfera del patrimonio mondiale. Infatti, proprio dai vigneti incontaminati lungo il fiume più selvaggio d’Europa, il Tagliamento, nella vocata regione del Friuli Venezia Giulia, nasce questo unico Prosecco Brut Nature Millesi -
mato, dalle note floreali di gelsomino e camomilla. Fragrante e vibrante, il sorso è minerale e ricco, perfetto per aperitivi e antipasti. Una vinificazione attenta porta a uno spumante fresco e intrigante, dove un palato secco e un bouquet elegante dominano in un’esperienza piacevole unica. Ma dal 2024 La Togata si è lanciata anche nel mondo dei bianchi, gestendo la famiglia anche dei vigneti in Friuli Venezia Giulia, allevati a guyot, che insistono su terreni sassosi, tipici del Grave del Friuli. La produzione comprende un Sauvignon, una Ribolla Gialla, vitigno autoctono friulano e uno Chardonnay, che vengono raccolti intorno alla metà di settembre e vinificati
mediante separazione del mosto dalle bucce con spremitura soffice per una fermentazione a temperatura controllata a 18°, volta a favorire lo sviluppo e la conservazione dei profumi originari. Il Sauvignon si presenta di color giallo paglierino con i profumi tipici variatali del vitigno, cioè foglia di pomodoro, melone, salvia e frutta esotica, al palato è vibrante, freschissimo e minerale: vino da aperitivo e antipasti, è ottimo con piatti di pesce nobile (aragosta, schie, scampi e salmone) e pesci salsati, creme e minestre delicate. La Ribolla Gialla alla visiva è gialla paglierino cristallino con fragranti profumi floreali e fruttati, che richiamano la susina e la pesca, al


gusto presenta un caratteristico sapore fresco e asciutto, persistente sulle note agrumate e dal finale lievemente aromatico: ottimo da aperitivo, con ostriche e tartufi di mare, ma anche per antipasti di pesce delicati. Lo Chardonnay alla visiva è giallo paglierino con freschi profumi di mela golden, ananas e mandorla bianca con vibranti accenti d’agrume. In bocca è fine, elegante, morbido e cremoso, piacevolmente bilanciato da freschezza e sapidità per un corpo nobile e snello: vino da aperitivo e adatto per tutti gli antipasti, minestre asciutte, brodi, piatti a base di pesce e uova. Ma dall’esuberante e dinamico team al femminile de La Togata non potevamo non aspettarci una grande novità anche per il 2025, infatti in autunno è stata inaugurata l’Hosteria La Togata in Via del Sole 6 a Sant’Angelo in Colle: “È la chiusura del cerchio delle attività enogastronomiche dell’azienda agricola. Qui vogliamo fare un’ospitalità incentrata su cordialità e simpatia, un punto d’ap -
poggio semplice e autentico in una location che è una linea di congiunzione fra la Val d’Orcia, l’Amiata e il grossetano per tutti gli amici stranieri, italiani, toscani, montalcinesi, condito da un tocco d’eleganza. La
nostra idea di cucina si incentra sulle materie prime del territorio e sulla stagionalità. Naturalmente non possono mancare i piatti toscani della tradizione, come un grande antipasto al tagliere con i formaggi pecorini con miele di Montalcino, i crostini misti di pomodoro e basilico, cipolle e fegatini, oltre ai salumi artigianali tipici del Monte Amiata del caro amico Augusto Cerboni di Castel del Piano o un piatto di Prosciutto di San Daniele che viene tagliato a coltello da un carrello, direttamente in sala davanti all’amico cliente e dello spessore desiderato o una bella e profumata caprese. In ordine ai primi – dice Jeanneth – abbiamo i pici al ragù bianco o i ravioli ricotta e spinaci o al classico ragù di Cinta Senese, un maiale autoctono risalente al Medioevo, gli gnocchi al gorgonzola, i tagliolini ai funghi, le tagliatelle al cinghiale. Per i secondi proponiamo la bistecca alla fiorentina alla griglia, il filetto alla griglia o al cognac, la grigliata mista con costoleccio e salcicce, la costata di manzo, il cinghiale in umido con le olive nere, la tagliata con rucola, pachino e scaglie di Parmigiano, la trippa, il tomino alla piastra con le verdure. Per i contorni abbiamo i fagioli all’uccelletto con olio extraver-



gine d’oliva, l’insalata mista, la patata arrosto al rosmarino, le verdure grigliate, gli spinaci ripassate al burro e peperoncino. Ma, essendo a soli 30 chilometri in linea d’aria dal mare, ogni giovedì e venerdì offriamo anche un menù di pesce fresco con antipasti misti, spaghetti alle vongole, orata o spigola arrosto, spiedino di gamberi, linguina all’astice su prenotazione. E per non
farci mancare nulla, proponiamo anche degli sfiziosi aperitivi con taglieri accompagnati da spritz, vini, birra, drinks e cocktail”. Ci descrivi il locale? “Abbiamo comprato – dice Jeanneth – questa vecchia casa alcuni anni fa e l’abbiamo completamente ristrutturata, facendo un investimento molto importante. L’Hosteria è su due piani, entrando abbiamo una bella cucina a vista con
un bancone di marmo rosso, dove si può sedere sugli sgabelloni alti non solo per prendere un aperitivo, ma anche per fare un lunch o un dinner . Una scala porta al piano superiore, dove si apre la sala da principale con una quindicina di tavoli con poltroncine imbottite di color blu davvero molto confortevoli, che richiamano il colore dell’etichetta del Brunello La Togata, con aria condizionata, fredda d’estate e calda d’inverno e tutte le finestre dotate di zanzariere. Da qui si accede poi al giardino, che si trova proprio sotto le mura medievali del borgo, su due livelli che nella bellissima stagione e non solo permette di mangiare vedendo il tramonto sotto ombrelloni molto grandi, che di giorno evitano il sole diretto. Ma c’è pure la possibilità di mangiare sotto l’antica porta medievale storica d’accesso al paese, dove i tavoli con gli ombrelloni sono illuminati in giallo la sera. In totale abbiamo all’interno una cinquantina di posti e all’esterno altrettanti, ma il nostro obiettivo è cucinare sempre per massimo 50 posti, la capienza di 50 + 50 è veramente teorica. Vi sono tre bellissimi bagni decorati con marmo giallo, compreso naturalmente uno molto grande per gli amici disabili e un ampio parcheggio gratuito a circa 20 metri di distanza. Il nostro riservato personale di sala parla le lingue, accogliendo tutti gli ospiti con una flute di nostre bollicine, un amouse bouche di benvenuto dalla cucina e una bella musica di sottofondo. E, viste anche le nuove norme legate alla circolazione, abbiamo a quattro passi le nostre camere nel borgo, così potete godervi la serata, dormire in tranquillità e ripartire senza stress la mattina successiva, dopo uno splendido caffè”. Come avete impostato la carta dei vini? “Offriamo tutti i vini da La Togata, anche verticali di vecchie annate e grandi formati, ma a breve pure i vini di tutte le aziende che insistono nella collina di Sant’Angelo, che comprende sia Sant’Angelo in Colle sia Sant’Ange -
lo al Scalo, perciò Poggione, Talenti, Bucci, Banfi, Col d’Orcia e Ricci. E abbiamo anche un dispenser con l’azoto, quindi si può prendere anche solo un calice di vino”. L’Hosteria La Togata, che propone un menù a prezzi davvero onesti, è chiusa il lunedì e aperta da martedì e domenica dalle ore 12,30 alle ore 14,30 e dalle ore 19,30 alle ore 22,30.
Per prenotazioni telefoniche 05771381492 o per mail info@hosterialatogata.com. Andate a scoprire il piccolo mondo antico de La Togata a Sant’Angelo in Colle, probabilmente uno dei borghi toscani con i tramonti più belli del mondo, che permette di godere appieno della grande sensualità del paesaggio.



Il nome Sankt Pauls è sinonimo di un luogo speciale in Alto Adige, dove la passione per la viticoltura anima le persone che si prendono cura delle proprie viti. Dalle loro uve nascono i vini della Cantina Sankt Pauls, fondata nel 1907 nell’omonimo paese nel comune di Appiano.
Le cooperative vinicole hanno radici profonde in questa terra poiché, per via della ripartizione del patrimonio familiare, le superfci coltivate dalle singole famiglie sono molto piccole e spesso coprono meno di un ettaro. Per questo motivo, più di 115 anni fa, hanno scelto di unirsi per condividere il lavoro. Questi viticoltori conoscono ogni flare come il palmo della loro mano e le loro uve danno vita ai vini di Sankt Pauls, noto anche come il paese del “duomo di campagna“: la maestosa chiesa parrocchiale, col suo campanile dalla caratteristica cupola a cipolla, tipicamente barocca, alto ben 86 metri, è un punto di riferimento da vicino e da lontano. Il borgo vinicolo, uno dei centri storici dell’Oltradige, è ricco di case dalle facciate antiche e suggestivi vicoli medievali. Ma Sankt Pauls non si distingue solo per il suo patrimonio architettonico, bensì anche per il paesaggio che lo circonda. Qui, ai piedi dell‘imponente parete rocciosa del monte Macaion, la viticoltura vanta una tradizione antichissima. Da questa terra nascono vini che sono espressione del loro luogo d’origine, di terroir o sense of place. Concetti complessi, che racchiudono l’essenza di un legame profondo tra le persone, la terra e la sua unicità.

Sankt Pauls si trova a un‘altitudine di quasi 400 metri sul livello del mare, con alcuni vigneti situati a quote ben più elevate. La viticoltura qui è modellata dalla varietà dei suoli e dall’incontro tra il clima alpino e quello mediterraneo. Le correnti fredde che scendono dalla Costiera della Mendola si alternano all’Ora, il vento caldo proveniente dal Lago di Garda. Le escursioni termiche tra giorno e notte favoriscono la maturazione fenolica dell’uva e ne preservano la preziosa acidità. È così che i nostri vini si distinguono per la loro precisione, eleganza e freschezza. Custodire l’essenza di questa terra e trasmetterla nei nostri vini è la loro più grande missione. I vigneti di Sankt Pauls si sviluppano su tre livelli. Le quote più basse si trovano a partire da 290 metri sopra il livello del mare, si tratta di appezzamenti caratterizzati da terreni alluvionali ricchi di scheletro con una componente di limo. I vigneti attorno al paese si trovano a un’altitudine compresa tra 350 e 450 metri e presentano terreni profondi e d’origine vulcanica, come porfdo, gneiss e basalto. I flari situati nelle zone più elevate arrivano fno a 650 metri d’altitudine e le loro viti affondano le radici in terreni calcareo-arenacei. La Cantina Sankt Pauls riunisce 190 viticoltori, che, con passione e dedizione, custodiscono 185 ettari di vigneto. Una piccola comunità, coesa e legata profondamente al proprio borgo. Il nome Sankt Pauls rappresenta sia la forza della comunità che l’individualità di ciascun membro, che, col suo impegno e le sue qualità distintive, ne arricchisce il valore. I viticoltori trascorrono molte ore nei propri vigneti, curando le
viti in maniera meticolosa e adottando pratiche agronomiche sostenibili. La vendemmia manuale e la rigorosa selezione dei grappoli sono il preludio a una vinifcazione rispettosa della materia prima. La storia di questa terra e le storie delle famiglie che fanno parte di questa comunità, alcune sin dal 1907, costituiscono l’anima di Sankt Pauls. Il vino prodotto qui non sarebbe nulla senza il suo luogo e le sue persone. Oggi sono soprattutto le varietà a bacca bianca a caratterizzare il panorama vinicolo dell’Alto Adige e Sankt Pauls non fa eccezione. Tra queste, il Pinot bianco rappresenta il fore all’occhiello. È presente in tutte le linee di vino e comprende anche un‘interpretazione molto speciale, le cui uve provengono da quello che probabilmente è il vigneto con le viti di Pinot Bianco più antiche dell‘Alto Adige. Tra gli altri vitigni, spiccano anche il Sauvignon blanc, il Pinot grigio e il Gewürztraminer. Le varietà autoctone Vernatsch e Lagrein, insieme al Pinot nero, rappresentano l’eredità della tradizione locale a bacca rossa. Anch‘essi occupano un posto di rilievo nella nostra produzione e sono defniti da rigorosi limiti di resa. L’edifcio della cantina, costruito nel 1908 e situato nel centro del paese, è dotato di tecnologie all’avanguardia ed è certifcato per la sostenibilità, proprio come i vigneti. Qui si adottano protocolli di vinifcazione mirati e rispettosi del carattere di ogni vitigno e di ogni parcella. L’affnamento avviene in tini di acciaio inox a temperatura controllata o in botti di legno di diverse dimensioni.
Tobias Leimgruber e Philipp Zublasing

alessandro ercolani
Il Castello di Cigognola, incastonato tra le colline dell’Oltrepò Pavese, rappresenta un crocevia di storia, cultura e produzione enologica d’eccellenza. Le origini della tenuta risalgono al 1212, quando il castello fu costruito come presidio militare sulla valle dello Scuropasso.

Nei secoli successivi divenne elegante residenza neogotica grazie a don Carlo Arnaboldi-Gazzaniga e, in tempi più recenti,
punto d’incontro di intellettuali come Benedetto Croce, Eugenio Montale, Guido Piovene e Luigi Einaudi, ospitati dalla fami -
glia Ajroldi di Robbiate, antenati di Letizia Moratti. È un tesoro di memoria secolare tramandato per generazioni, storicamente

della famiglia Bricchetto Arnaboldi, viene acquistato negli anni ’80 da Gian Marco Moratti, che lo ha poi affidato al figlio Gabriele. Dopo un incendio negli anni Ottanta del Novecento, gli interni del castello furono restaurati dall’architetto Renzo Mongiardino, che vi lasciò il segno con un progetto capace di coniugare citazioni storiche, invenzioni scenografiche e maestria artigianale, realizzato anche grazie alla collaborazione con i laboratori della Comunità di San Patrignano. Oggi il Castello di Cigognola è anche il cuore di un progetto vitivinicolo d’avanguardia, guidato da Gabriele Moratti. La tenuta si estende

su 36 ettari, di cui 28 vitati, posizionati tra i 300 e i 350 metri d’altitudine, che circondano il castello come una corona naturale. I vigneti si sviluppano su esposizioni diversificate e un terreno variegato: alla base si trovano le marne di sant’agata fossili, sopra uno strato gessososolfifero e, in sommità, arenarie e conglomerati. Questa complessità geologica, unita alle pendenze marcate delle colline, genera microambienti climatici che conferiscono alle uve caratteristiche irripetibili. Il Pinot nero, grazie all’eccellente maturazione fenolica e acidità che raggiunge in Oltrepò Pavese, rappresenta il fulcro del progetto di Ca -
stello di Cigognola, volto a esprimere con autenticità e qualità l’identità del territorio e a conquistare un ruolo nell’ élite dei vini d’alta gamma. Gli ettari dedicati a questo vitigno si dispongono su colline serrate, che chiudono vallate strette e canalizzano le correnti, creando condizioni climatiche uniche. A completare questo quadro interviene la favorevole latitudine – il famoso 45° parallelo, che permette al Pinot nero dell’Oltrepò Pavese di sviluppare un frutto più maturo ed elegante, come dimostra il profilo distintivo dei Pas Dosé Blanc de Noirs, che lo fa distinguere da qualsiasi altra interpretazione nel mondo. Il Pinot nero del Castello di Cigognola diventa così oggetto di una costante indagine sulle sue molteplici possibilità espressive: dalla spumantizzazione metodo classico fino alla vinificazione in rosso e in bianco, ogni declinazione è pensata per raccontare con trasparenza e profondità il carattere del territorio e la sua identità. Il progetto Metodo Classico firmato Moratti si avvale della consulenza fondamentale di Nicolas Secondé, figlio d’arte e Chef de Cave ad Ambonnay, capitale del Pinot Nero in Champagne. Grazie alla sua esperienza e alla profonda conoscenza dell’uva, le pressature sono realizzate con tempi lunghi

e continui, preservando l’integrità del mosto fiore, o “coeur”, che viene frazionato in diverse parti per coglierne le caratteristiche più nobili. Questa separazione consente la massima variabilità ed espressività nella successiva fase d’assemblaggio delle cuvée , assicurando che ogni etichetta di Blanc de Noirs Moratti esalti lo stile aziendale, che è basato sull’eleganza come filo conduttore comune a tutta la produzione di Castello di Cigognola. Il progetto del Castello di Cigognola è anche incentrato su etica e sostenibilità: tutela dell’ambiente e rispetto delle persone sono valori fondamentali. I vigneti sono gestiti combinando
viticoltura di precisione e regime biologico, intervenendo il minimo possibile e solo dove necessario, specialmente per quanto riguarda i trattamenti delle ampelopatie, prediligendo soluzioni naturali. Di ciascuna parcella si controlla la biodiversità del suolo, lo sviluppo fenologico, la sanità, la maturità delle uve e l’equilibrio con il terreno e, in caso di necessità, si interviene tempestivamente con le misure di minor impatto e aggressività. Pur mantenendo la sua identità di residenza privata, il Castello apre le sue porte in occasione delle Giornate FAI (Fondo Ambiente Italiano) e per iniziative artistiche e filosofiche di rilievo.

Anno dopo anno il Sassicaia si conferma non solo uno dei migliori vini italiani, ma del mondo. Il 2023 è un assemblaggio di 87% Cabernet sauvignon e 13% Cabernet franc.
Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi anni, a una produzione di Sassicaia d’altissima qualità, anche nelle annate meno fortunate sotto un proflo climatico. Il Sassicaia è uscito sempre in forma splendida. A incominciare dall’annata 2011, alla quale io ho riconosciuto 95/100, alla 2013: 99/100; alla 2015: 100/100; alla 2016: 100/100 e lode; alla 2017: 97/100; alla 2018: 98/100; alla 2019: 100/100; alla 2020: 98/100; alla 2021: 100/100; alla 2022: 98/100 e infne alla 2023: 100/100. Ma parliamo adesso dell’andamento climatico dell’annata 2023. In autunno ci sono state piogge di breve intensità e temperature mediamente sopra la media stagionale. Il freddo intenso è comparso alla fne di dicembre e si è protratto fno a metà febbraio. L’inverno in generale è stato mite e con scarse piogge. Il germogliamento delle viti è iniziato a fne marzo e il clima è stato tale da non danneggiare le gemme. Sia durante la primavera che all’inizio dell’estate ci sono state piogge frequenti, ma di modesta
intensità. Grazie all’intenso lavoro in vigna, le viti non hanno avuto alcun attacco fungino. C’è stata una perdita di produzione a causa del persistere delle piogge che hanno determinato una minor densità di acini nei grappoli. Durante la prima parte dell’estate le temperature non sono state elevate e le piogge hanno mantenuto il sottosuolo fresco e dotato sotto il proflo idrico. Luglio è stato caldo, ma le vigne sono state tenute sotto controllo termico. Durante la seconda settimana d’agosto c’è stata una perturbazione d’origine atlantica che ha portato pioggia e abbassamento delle temperature. Dal 15 agosto le temperature sono risalite, ma le nuove piogge le hanno riabbassate. La vendemmia è iniziata il 4 settembre per terminare il 5 ottobre. La resa per ettaro è stata di 30/35 quintali per i vigneti più vecchi e di 60/70 quintali per i vigneti più recenti. Le fermentazioni si sono svolte in acciaio, mentre l’affnamento in barriques è stato di 24 mesi, di cui 40% legni nuovi, 40% di primo pas-
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
saggio e 20% di secondo passaggio. Veniamo ora a descrivere questo 2023, facendo una premessa sui tannini. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affnché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere il vino degustato.



TENUTA SAN GUIDO SASSICAIA
annata 2023
Bolgheri Sassicaia D.O.C. (Uvaggio: 87% Cabernet sauvignon e 13% Cabernet franc)
Traspare dal calice rosso rubino intenso. Caleidoscopio olfattivo ricco e vario con profumi di prugna, mora, mirtilli, cassis, intensi di bergamotto, menta, eucalipto, pepe nero, noce moscata, incenso, lievi di noce di cocco, acqua di mare (è uguale al profumo della parte bianca interna della buccia di cocomero), tè verde, intensi di grafte, ambra, liquirizia, violetta appassita, lievi di pelle in fne lavorazione di conceria, lievi di pongo per terminare con lievissimi soff di saponetta
alla lavanda. All’incontro gustativo emerge un corpo medio lievemente plus e sapore intenso di prugna e mirtillo freschi, direi spremuti. Ricca è la freschezza, che avvolge completamente la massa alcolica, rendendo il vino perfettamente equilibrato. I tannini sono dolci, completamente larghi (6/6), setosi e spessi. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di prugna e mirtillo. (100/100)
È un vino, già da adesso, piacevole a bersi.

12 - 15 aprile 2026 | Pad. Piemonte
andrea cappelli
“GagiaBlu nasce nella mente mia e della mia famiglia nel 2008
-
racconta Laura Mauriello, titolare dell’azienda maremmana
- quando abbiamo deciso di trovare un
luogo
dove esprimere la nostra comune passione per la
terra.

Dopo oltre 10 anni e dopo aver costruito un vigneto, che rispondesse esattamente alla nostra flosofa produttiva e aver studiato con cura il terroir, oggi la cantina è una realtà”. Nel nome dell’azienda è racchiuso il senso e la motivazione che hanno mosso l’imprenditrice a creare questo progetto: “GagiaBlu racchiude le caratteristiche della Maremma, la nostra storia e la nostra visione, è infatti uno dei tanti nomi che viene dato alla ghiandaia, uno degli uccelli più presenti nel territorio. Ed è proprio la gagia blu a frequentare per lunghi periodi dell’anno la grande quercia al centro del nostro vigneto, simbolo della nostra azienda. Ma, nonostante sia un uccello migratore, può decidere di rimanere per sempre in un luogo con la sua compagna nel caso in cui lo ritenga un habitat ideale - spiega Laura Mauriello - ed è quello che mi è successo: ho voluto far diventare questo bellissimo angolo della Maremma la nostra casa, la terra d’elezione dove produrre i nostri vini”. Il centro aziendale e il parco vigneti si estendono sulle colline nei pressi Roselle, famosa città etrusca, su terreni d’arenaria ferrosa, rossi e argillosi, capaci di donare frutti sani e profumati, che semplicemente vengono trasformati in vino, proprio come già facevano duemila anni i progenitori etruschi. Successivamente la bonifca
dell’Ottocento ha determinato uno straordinario arricchimento dei suoli della Maremma, oggi caratterizzati da una gran diversificazione dei terreni, che ritroviamo nella tipica mineralità dei vini di quest’incredibile terra. Identità e autenticità sono i pilastri dela flosofa enoica di GagiaBlu per vini che devono necessariamente rispecchiare il terroir che li esprime, nel segno della sostenibilità ambientale. Fin dall’inizio a GagiaBlu c’è stata infatti la volontà di creare vini che potessero essere un’autentica e riconoscibile espressione dello straordinario territorio della Maremma, uno dei terroir enoici più selvaggi e naturali del nostro Paese, che gode di condizioni pedoclimatiche uniche, grazie alla vicinanza al mare (a soli 9 km), ma anche all’infuenza di numerose alture, a partire dal noto Monte Amiata, vulcano spento e montagna sacra del popolo etrusco, che la protegge. I 20 ettari della tenuta sono oggi caratterizzati da 4 vitigni che esprimono il carattere di questo lembo di Maremma: Sangiovese, Merlot, Ciliegiolo e Vermentino. L’ultima etichetta nata è una sfda moderna, legata alla tradizione: XVIII – DICIOTTESIMO, un Sangiovese 100% vinifcato con metodo classico, dosage zero, 36 mesi sui lieviti, blanc de noir. La sfda è lavorare un vitigno tosto come il Sangiovese, che nasce su terreni di medio impasto, ben drenanti, rendendolo piacevole e preservandone l’acidità e il gusto. L’epoca di vendemmia viene stabilita sulla base

delle analisi effettuate sulle uve, in modo che si raccolga prima della completa maturazione, così da preservare l’acidità naturale, ma di solito è a metà agosto. L’uva viene raccolta a mano in cassette al mattino presto e viene poi raffreddata in cella frigo per una notte. In seguito viene caricata a grappolo intero in pressa e sottoposta a spremitura rapida e soffce. Il mosto ottenuto viene subito raffreddato e sottoposto a decantazione statica a 3°, quindi fermentato in acciaio inox a temperatura controllata di 15°. Successivamente il vino viene conservato per 6 mesi sulle fecce fni a 10°, evitando la fermentazione malolattica e fornendo minimi apporti d’anidride solforosa. Segue il tiraggio per la presa di spuma in bottiglia. Esso permane poi 36 mesi sui lieviti in bottiglia a 13/15°, prima della sboccatura e del successivo riposo in bottiglia per almeno 4 mesi. Color giallo dorato con rifessi ramati, molto vivace e brillante. Perlage molto fne, spuma bianchissima che si sviluppa nel bicchiere in modo graduale ed elegante. Al naso si evidenziano aromi di crosta di pane e mandorle con frutta bianca fresca, molto intensi e invitanti. Al palato dona grande freschezza, croccantezza e cremosità con un fnale lungo, sapido, asciutto, elegante e piacevolmente armonioso. Vino di bella bevibilità e matrice gastronomica, servito intorno ai 5° è ideale come aperitivo e sorprendente come vino a tutto pasto.
Col di Lamo è oggi un’azienda agricola di 80 ettari che declinano nelle dolci colline montalcinesi tra la Valdorcia e Siena, di cui 12 a parco vigneti – 6 a Brunello, 2,6 a Rosso di Montalcino e il resto a igt Toscana con Sangiovese e altri vitigni autoctoni –, il resto a seminativi.
“In regime biologico certifcato, le vigne, dove si concentra la maggior parte del nostro lavoro, vengono coltivate con metodi naturali ispirati alla tradizione: utilizziamo concimazioni organiche, pratichiamo i sovesci come facevano i nostri avi, andiamo di zappa due volte l’anno e i trattamenti si limitano all’uso di zolfo e rame. Il parco vigneti, a un’altitudine che varia tra i 250 e i 300 metri slm, si colloca su un anfteatro spesso spazzato dai venti, così da mantenere la sanità delle uve, con esposizione a est, permettendo un’escursione termica importante, perfetto come microclima nelle annate calde, che si stanno

susseguendo spesso negli ultimi anni. I suoli sono di medio impasto con presenza di argille calcaree e una bella dotazione di scheletro sabbioso e percentuali variabili d’argilla”. Cinque sono le parcelle, seppur abbastanza accorpate, la “vigna Diletta” che prende il nome dalla fglia e s’estende per 2 ettari vitati a Brunello, la “vigna del Lamo” che s’estende per un ettaro dove viene prodotto Brunello, la “vigna Podere”, 3 ettari a Sangiovese Grosso destinati a Brunello, la “vigna Colombaio”, che s’estende per 1,5 ettari dove viene prodotto il Rosso di Montalcino, oltre a 2 ettari a igt. Col di Lamo è una creatura fortemente voluta da Giovanna che, pur con una laurea in Giurisprudenza da 110 in tasca, ha sentito forte il richiamo della passione per la produzione dei grandi vini di Montalcino, trasmessale dal padre Giovanni che nel 1971 acquistò qui una vasta proprietà. Così questa donna forte, tenace, intelligente e sempre positiva inizia nel 1997 l’avventura di Col di Lamo, nome del più antico podere che si trova all’interno della tenuta: d’origine alto medievale, già proprietà dell’ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, fu probabilmente un ricovero per i pellegrini lungo la via Francigena e luogo di posta per il cambio dei cavalli. Nel 2003 Giovanna etichetta la sua
prima produzione artigianale di Brunello: si rimane colpiti sicuramente dai colori dell’accattivante etichetta, che richiamano il sole e la terra con l’arancio delle albe e dei tramonti e il verde delle viti, uniti a un leggero e delicato proflo di donna, creativamente studiata con lo scopo di far riconoscere il tocco femminile di questi vini. Dopo una scelta manuale davvero mirata delle uve in vigna, per il Brunello la vinifcazione avviene con metodi tradizionali, una tecnologia semplice e senza forzature, cioè fermentazioni lieviti autoctoni selvaggi, nessun controllo delle temperature, grandi estrazioni, lunghe macerazioni sulle vinacce e frequenti rimontaggi scalari, al termine della malolattica passa poi in grandi botti di rovere di Slavonia e tonneaux per più di 2 anni e affna altri 6 mesi in vetro: color rubino con rifessi purpurei, al naso emana profumi intensi di frutta rossa, dalla prugna alla mora, viola e macchia mediterranea, timo, ginepro, lentisco, al palato è sapido, fne e succoso, mostrando una intrigante acidità con tannini levigati. Con la vendemmia 2016 Giovanna Neri, elegante e ricercata produttrice montalcinese, ha voluto dedicare una suggestiva selezione di Brunello di Montalcino, che vede la luce esclusivamente nelle migliori annate, alla fglia Diletta e a tutte le
andrea cappelli
giovani donne cosmopolite e intraprendenti: “E a loro dico: credete in voi stesse e nelle vostre capacità –esclama Gianna – siete il futuro!”. Della gamma fa parte anche l’austero Brunello Riserva, che esce solo nella grandi vendemmie, il Rosso di Montalcino, che affna in botti grandi, presentandosi alla visiva di un rubino intenso con all’olfatto note di frutta fresca, in bocca presenta una buona struttura e un’equilibrata tannicità, infne il “Lamo” igt, blend di Sangiovese e Cabernet sauvignon affnato in barriques di secondo passaggio per un anno, è di un color rosso rubino profondo con sfumature violacee, il bouquet olfattivo è complesso, austero e avvolgente col legno ben amalgamato al frutto, in bocca è possente nel corpo e importante nella struttura, ma morbido e suadente. Andate a trovare Giovanna, vi farà assaggiare ben volentieri i suoi vini di terroir, Brunello classici dall’elegante austerità che si mescola a una certa delicatezza, trasmettendo uno stile particolare. “Fai della tua vita un sogno, e di un sogno una realtà”: la citazione da Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, che campeggia sulla targa all’ingresso della cantina, è l’esatta trasposizione della realtà di Gianna e del suo Brunello Col di Lamo, che vuol essere un inno alla gioia di vivere.






La “Corte dei Venti” è un’azienda da sempre legata alla forte personalità delle fgure femminili, a partire da Duilia Cerretani, classe 1923, per passare alla fglia Silvana, alla nipote Clara fno alla bis-nipote Elena, ben 4 generazioni di donne che tuttora sono l’anima delle attività agricole e vitivinicole.
Nata dalla passione e dal profondo legame con la terra e il vino, che da sempre legano la famiglia al territorio montalcinese, quella La Corte dei Venti è una storia antica: il borgo, di chiare origini medievali, è stato sicuramente ricostruito nel 1870, come attesta la scritta su un mattone sopra la porta d’ingresso, ristruttura-
to poi nel 1938 e infne acquistato da donna Duilia nel 1943. Così Clara conserva intatti ricordi, immagini e valori veri, come s’addice alla vera gente di campagna: “Il podere negli anni Quaranta contava circa 100 ettari. Tutto è rimasto così fno al 1975 circa, realizzò gli impianti per le vigne nei primi anni Ottanta, con le uve che venivano vendute alle grandi aziende ”. Il primo Brunello de La Corte dei Venti è della vendemmia 2007 e ha raggiunto presto lo status d’eccellenza, grazie all’entusiasmo davvero contagioso di Clara, che ha visto crescere la sua creatura anno dopo anno, ottenendo premi e riconoscimenti. Situata nella soleggiata parte sud-est del “Continente Montalcino”, sulle prime propaggini del vulcano spento del Monte Amiata, montagna sacra del popolo etrusco, tra i 200 e i 400 metri s.l.m., la “Corte dei Venti” – 15 ettari
complessivi di terreni, di cui 7,50 a vigneto – si trova al centro di uno spicchio di terroir, tra i borghi medievali di Sant’Angelo in Colle e Castelnuovo dell’Abate, che si caratterizza per terreni collinari rossi, ricchi d’argilla calcarea ferrosa, freschi e ben dotati di sostanze minerali. Il nome deriva dalla particolare confuenza dei venti, che costantemente soffano su questa collina, donando un microclima tipicamente mediterraneo, privo di nebbie e umidità con piogge primaverili. È in questo terroir che il Sangiovese, allevato a cordone speronato, trova una delle sue massime espressioni. Coi suoi Brunello classici, sinceri ed espressivi, indissolubilmente legati al terroir, che ne sanno esprimere la potenza e la generosità e nel tempo stesso l’eleganza e la sobrietà, oggi Corte dei Venti è riconosciuto nel panorama di Montalcino, e non solo. Su prenotazione Corte dei Venti offre ospitalità, attraverso le proposte di degustazioni che comprendono la visita in cantina, in vigna per una durata com-
andrea cappelli
plessiva di circa 2 ore, dalle ore 11 alle ore 16 con degustazione dell’olio e del vino che verranno accompagnate da bruschette, taglieri di salumi, di formaggi, cantucci e caffè. Inoltre, proponiamo anche un pacchetto per la degustazione pic-nic in vigna per la quale viene preparato un paniere che contiene 4 vini BIO (Rosato di Sangiovese 2024, Le Terre Rosse IGT 2024, Rosso di Montalcino DOC 2024 e Brunello di Montalcino 2021 DOCG), una bottiglia da degustazione di olio EVO 2025 BIO, accompagnati da pane, salumi e formaggio. Il paniere, i calici e la tovaglia andranno restituiti alla fne del pic-nic in sala degustazione, dove i graditi ospiti saranno omaggiati con del caffè... E se volete andare ad assaggiare i vini di Clara Monaci de La Corte dei Venti al Vinitaly, la posizione del suo stand è Hall 9, il padiglione della Toscana, D 16. Per chi non potesse accedere a Vinitaly, Clara avrà piacere di salutare tutti, dopo la conclusione della giornata di fera, con un brindisi martedì 14 presso il ristorante Le Arche in località San massimo a Verona.


paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
I
hanno creato a Bolgheri l’azienda Fratini che produce 3 vini: Clinio Harte e Hortense, tutti normalmente con uvaggio dominante di Cabernet franc. I fratelli Fratini non hanno badato a spese nel fare ricerche sui terreni da vitare e sulle consulenze tecniche per cercare di produrre vini d’alto livello. Nella tenuta arte e vino s’intrecciano amorevolmente tra loro. La sala degustazioni dell’azienda è stupenda, si affaccia su un vigneto e su opere d’arte che ti riempiono gli occhi. Il direttore d’or-
chestra nelle degustazioni è Davide D’Alterio, giovane sommelier che ha lavorato per diversi anni presso l’Enoteca Pinchiorri di Firenze, acquisendo esperienza su tutti i migliori vini del mondo. Davide svolge anche il ruolo di direttore generale. Prima di passare alle mie note di degustazione, devo fare una breve precisazione sui tannini: per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affnché possa esser compresa. Io sento il tanni -

no del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.


TENUTA FRATINI
CLINIO annata 2023
Rosso IGT Toscana
(Uvaggio: 52% Cabernet franc, 45% Merlot e 3% Cabernet sauvignon)
Veste rosso rubino e porpora. Dal bicchiere s’innalzano profumi di prugna, cassis, ciliegia, menta, eucalipto, lievi di pepe nero, intensi di rucola, lievi di liquirizia per terminare con echi di grafite. Al palato ha corpo medio e sapore di prugna. La freschezza avvolge completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente setosi per poi asciugare lievemente la gengiva superiore e restringersi nella larghezza. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa con finale di rucola. (92/100)
TENUTA FRATINI
HARTE BOLGHERI SUPERIORE
annata 2022
(Uvaggio: 40% Cabernet franc, 40% Merlot e 20% Cabernet sauvignon)
Colorazione rosso rubino e porpora. All’olfatto diffonde profumi di prugna, cioccolatino “After Eight” (cioccolata e menta intensa), ambra, ciliegia, intensi di prugna, eucalipto, tostatura del legno, cipria, guscio di mandorla, smalto di vernice, pasta di mandorle, cassis, episperma (è il dolce delle pelle del marrone bollito), mirtillo, caramella Morositas, pepe nero, noce moscata, saponetta alla lavanda, gambo di ciclamino spezzato per terminare con soff d’anice stellato. Bocca caratterizzata da corpo medio e sapore boisè. La freschezza avvolge completamente la massa alcolica, mentre i tannini sono dolci, larghi (6/6--), inizialmente setosi per poi asciugare un pochino la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. Naso ricchissimo, vino giovane che dovrà perdere un po’ il legno, sia al naso che al gusto. (94/100)

TENUTA FRATINI
HORTENS BOLGHERI SUPERIORE annata 2022 (Uvaggio: 54% Cabernet franc, 42% Cabernet sauvignon e 4% Merlot)
Traspare dal bicchiere rosso rubino porpora. Il debutto olfattivo rivela profumi di prugna, cioccolato, “After Eight” (cioccolato e menta intensa), foglia di fico, mora, amido del tessuto cotone, menta, eucalipto, pepe nero, noce moscata, alloro, episperma (dolce della pelle del marrone bollito), liquirizia, borotalco, boisè, fragola, naftalina, lievi di latte bollito, guscio di mandorla per terminare con sussurri di gas gpl. All’assaggio rivela un corpo medio, dosato (un pochino meno strutturato di Harte) e sapore di prugna e mirtillo. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, larghi (6/6) e setosi. Vino con piacevole beva. (96/100)
andrea cappelli foto bruno bruchi
Tenute del Cerro, società agricola del Gruppo assicurativo Unipol, fondata nel 1978 e dal 2016 guidata dall’Amministratore Delegato Antonio Donato, è composta da 5 realtà produttive, delle quali 4 vitivinicole – e una olivicola, la Tenuta di Montecorona –di cui 3 in Toscana e 2 in Umbria, entrambe territori importanti per il mondo del vino, ricchi di storia ed ecosistemi di gran valore naturalistico.
L’estensione complessiva aziendale è di circa 4.500 ettari di terreni, di cui 350 vitati e la produzione annuale si attesta, nel suo complesso, su circa 1,5 milioni di bottiglie con le denomina-
zioni Vino Nobile di Montepulciano e Chianti Colli Senesi di Fattoria del Cerro, Sagrantino di Montefalco di Còlpetrone e Brunello di Montalcino de La Poderina. Oggi il tema della sostenibili-
tà è fondamentale, ma questo alto concetto rischia di diventare una semplice etichetta vuota, così Tenute del Cerro ha operato un’intensa rifessione e scelto un’altra via: concreta, misurabile,
tracciabile. E se nel mondo del vino ci sono tantissime certifcazioni tra cui scegliere, Equalitas è l’unica che si adatta perfettamente perché nasce proprio per il comparto vino ed è in grado



di analizzare la sostenibilità nelle sue 3 dimensioni fondamentali: ambientale, economica e sociale. “Infatti non guarda solo all’aspetto produttivo o agricolo, ma prende in esame l’intera fliera in
L’amministratore delegato
Antonio Donato
modo molto dettagliato –commenta l’Amministratore
Delegato Antonio Donato –questo signifca che vengono valutati non solo i processi interni, ma anche tutto ciò che ruota attorno all’attività vitivinicola: dalla provenienza dei materiali al trasporto, dal packaging alla distribu-
zione. In circa 9 anni, da quando sono all’interno del gruppo, ho implementato una dedizione a 360 gradi su cosa signifchi preservare o cercare di comprimere gli sprechi. Viene analizzato davvero tutto, dal fornitore che ti porta la barbatella fno al cliente che riceve il vino. Anche aspetti apparentemente marginali, come il tragitto casa-lavoro dei dipendenti o i chilometri percorsi dai corrieri per le consegne, rientrano nella valutazione. Un percorso costruito giorno dopo giorno, che coinvolge ogni fase della fliera produttiva – dal vigneto alla bottiglia, dalla logistica alla consegna, fno al packaging – che oggi si traduce in nuove certifcazioni ambientali e sociali, strumenti indispensabili per dar forma visibile al nostro profondo impegno”.
E nel percorso verso la certifcazione Equalitas, Tenute del Cerro ha deciso di fare un ulteriore passo avanti, integrando 2 indicatori fondamentali per misurare l’impatto ambientale dell’azienda, il calcolo dell’impronta carbonica (carbon footprint) e quello dell’impronta idrica (water footprint): “Abbiamo scelto di approfondire ancor più il nostro percorso, aggiungendo 2 strumenti che ci permettono di avere una fotografa reale e precisa delle nostre emissioni e dei nostri consumi. Da una parte, la CO2 e i gas serra generati dalle attività aziendali, dell’altra il nostro impatto sul sistema idrico. In quest’ambito il tema di sviluppo per Tenute del Cerro è stato quello dei bacini idrici, realizzando a Montepulciano 2 invasi, uno della capacità di



95.000 e l’altro di 50.000 metri cubi, che hanno permesso all’azienda di supportare la produzione vitivinicola in annate e in stagioni
estive complesse, com’è stata anche l’ultima. Così questi indicatori permettono all’azienda non solo di misurare quanto incide sulle ri-
sorse naturali, ma anche di defnire obiettivi climatici annuali, in linea con le direttive dell’Agenda 2030, che toccano ogni area operativa. Infatti ogni anno fssiamo dei traguardi: a esempio, ridurre i consumi d’acqua nei lavaggi in cantina, installare nuovi impianti fotovoltaici in una delle nostre tenute, diminuire il consumo elettrico, così da abbattere le emissioni”. Per Tenute del Cerro, la sostenibilità è quindi un progetto ampio e articolato che si rifette in ogni scelta, dell’infrastruttura alle operazioni quotidiane con investimenti non banali che richiedono risorse importanti… “Due esempi concreti di questo impegno sono l’impianto di depurazione, appena entrato in funzione, un’infrastruttura unica nel suo genere, almeno nel territorio toscano, che tratta l’acqua refua delle lavorazioni di cantina e della tenuta: attraverso un processo biologico, rigenera e rende sostanzialmente riutilizzabili fno a 50 metri cubi d’acqua al giorno. L’altro è il nuovo hub logistico della cantina Le Cerraie, costruito per il miglioramento e l’ampliamento della capacità produttiva e di stoccaggio completamente automatizzato di Fattoria del Cerro, seguendo rigorosi criteri ambientali in ordine allo spreco di energia e acqua: la struttura, di ben 4.000 metri quadrati, è stata realizzata con tecniche di costruzione attente alla sostenibilità ambientale, è dotata di pannelli fotovoltaici per una produzione di energia pari a 100 KW e ha una copertura in pannelli di pasta di legno, che, oltre a valorizzarne l’aspetto estetico,
ha la funzione d’isolamento termico e conseguente risparmio energetico”. Attualmente, la certifcazione Equalitas riguarda le tenute di Fattoria del Cerro e La Poderina, ma è già previsto un percorso di estensione anche a Còlpetrone e alla Tenuta di Monterufoli, a dimostrazione di una visione condivisa e progressiva… “Lavoriamo in contesti ambientali e paesaggistici straordinari e sarebbe un vero peccato rovinarli. Per questo il nostro obiettivo è proteggerli, facendolo seriamente e con responsabilità. Così è fondamentale avere un ente terzo che certifchi il nostro percorso. La trasparenza verso l’esterno è parte integrante di questo approccio, così il marchio Equalitas sarà inserito in retroetichetta, permettendo al consumatore di riconoscere facilmente il vino certifcato. Attraverso un QR code, chi acquista una nostra bottiglia potrà accedere a tutte le informazioni relative alla certifcazione. Un modo diretto e concreto per condividere il nostro impegno”. Un’altra tematica altrettanto importante è quella legata alla tipologia e allo sviluppo delle produzioni, infatti Tenute del Cerro ha intrapreso un percorso chiaro e sfdante, vale a dire andare oltre il protocollo del biologico standard, formula ormai considerata migliorabile… “Il problema del biologico tradizionale è che analizza solo la produzione, tralasciando gli aspetti ambientali, sociali e della salvaguardia del territorio come, ad esempio, le risorse idriche e il mantenimento degli aspetti microbiologici del suolo ‘sfruttato’. Quali

sono i concetti principali che Tenute del Cerro vuol seguire per un nuovo modo di concepire la sostenibilità?
“Vi sono diversi tipi di sostenibilità a partire da quella ambientale, attraverso la diversifcazione della produzione colturale, valorizzando tutto ciò che circonda il singolo vigneto ed evitando le grandi estensioni, schermando il vigneto con essenze di tipo spontaneo, quali siepi o colture millifere, come il biancospino o il rovere che richiamano gli insetti impollinatori, salvaguardando l’orografa del terreno e le curvature di livello stesse.
Altro aspetto è la sostenibilità sociale, cioè in ordine al benessere dei lavoratori, infatti l’attenzione è anche rivolta verso i nostri lavoratori, così Tenute del Cerro ha già la certifcazione SA8000, a cui si aggiungerà quella Equalitas. Altro tipo di sostenibilità è quella territoriale, infatti non vengono utilizzati diserbanti (glifosate), prediligendo sostanze organiche d’origine vegetale o animale, distribuite attraverso mappature di vigoria del vigneto

con mezzi agricoli a rateo variabile; il terreno viene coperto naturalmente con erbe spontanee per evitare il dilavamento causato dalle “bombe” d’acqua originate dai cambiamenti climatici; vengono utilizzati nuovi portainnesti resistenti agli stress idrici, in tal senso Tenute del Cerro sta rinnovando i vigneti con una frequenza annua: solo i vigneti storici vengono mantenuti per il loro valore genetico e qualitativo, effettuando solamente la so-
stituzione di piante soppresse o da mezzi meccanici o da ftopatie. Noi oggi, attraverso anche tutta una serie di sensoristiche, riusciamo a gestire al meglio, senza tra l’altro spreco di energie lavorative e personali, anche i mezzi agricoli che lavorano. Viene registrato l’intervento sulla singola piantina, abbiamo dei rilevatori di stress implementati sulla vigna che ci danno tutta una serie di informazioni che ci consentono veramente un intervento
miratissimo nel tipo di lavorazioni. Perché banalmente anche passare una volta in meno in mezzo al campo signifca non inquinare con un trattore. Un altro tipo importante di sostenibilità è quella economica che, noblesse oblige, se ne parla poco, ma se non c’è sostenibilità di bilancio probabilmente tutti gli altri tipi di sostenibilità, che stanno a valle, cioè sostenibilità sociale, territoriale, ambientale, probabilmente se ne vanno a ramengo”.
Torrevento nasce in Puglia in un antico monastero benedettino del Seicento in pietra, scavato direttamente nella roccia, sito in contrada “Torre del Vento”, nel cuore del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, il cui nome deriva da murex, che signifca “pietra aguzza”, la più grande area naturale dell’Europa occidentale, nonché il primo parco rurale d’Italia, vero patrimonio di biodiversità con presenza di rare specie animali, come il falco grillaio e vegetali, come l’orchidea.


Torrevento insiste nella Murgia nord barese ai piedi del monumento che dà origine alle doc e docg del territorio, il famoso Castel del Monte, costruito dall’imperatore Federico II di Svevia nel XII secolo, unico al mondo per la sua misteriosa forma ottagonale, Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 1996. Un territorio in cui il rapporto tra tradizione, attività dell’uomo e natura è inscindibile. E Torrevento è l’esempio perfetto di questa fusione. Tutto ha origine nel 1913, da una lontana ed emozionante storia d’emigrazione in America, quando il sedicenne Francesco – nonno dell’omonimo Francesco, oggi presidente di Torrevento – si imbarca sulla nave “Hamburg” verso New York, in cerca di fortuna. E Francesco Liantonio fà fortuna davvero, grazie a una fabbrica del ghiaccio e riesce, dieci anni dopo, nel 1923, a tornare nella sua amata Puglia dove, con i proventi del duro lavoro in America, intraprende a Palo del Colle l’attività di produzione e commercializzazione d’olio extravergine d’oliva e vino. Così Francesco nel 1948 riesce ad acquistare la tenuta con l’antico monastero e 57 ettari di vigneto circostante. L’azienda viene ereditata dal fglio Gaetano Liantonio, padre dell’attuale presidente, che la ristruttura e continua l’attività produttiva: nasce così la cantina a carattere rurale Vinicola Torrevento. Nel 1989 con Francesco Liantonio, attuale presidente e amministratore delegato, nasce Torrevento S.r.l. che, dopo quasi ottant’anni di vita, oggi controlla una superfcie vitata di ben 630 ettari di vigneti, di cui 300 di proprietà aziendale e 330 in conduzione, ed esporta 80% della produzione in 34 Paesi nel mondo, mentre il 20% va nel mercato nazionale. La mission di Torrevento è di essere “Ambasciatore dei vini di Puglia nel mondo”, producendo vini pregiati in un perfetto connubio tra innovazione e tradizione, con un piano di sviluppo da sempre fondato sulla ricerca e qualità, per un’ampia gamma pienamente rappresentativa delle aree più autentiche della Puglia. Ma Torrevento è anche una delle prime 9 aziende italiane ad
aver ricevuto la certifcazione Equalitas, la prima riconosciuta a livello mondiale, attestante la sostenibilità aziendale e di prodotto. Lo Standard Equalitas prevede infatti requisiti verifcabili su tutte le dimensioni della sostenibilità ambientale, etico-sociale, economica e indicatori misurabili (carbon footprint, water footprint e biodiversità): “La sostenibilità è un nostro saldo punto di riferimento – commenta il presidente Francesco Liantonio –così per noi è importantissima la certifcazione Equalitas, che dimostra buoni indicatori ambientali, ma anche sociali, infatti la matrice etica è sempre più importante per orientare le scelte future di chi produce vino e fa impresa”. Così nel terroir dell’Alta Puglia, grazie alle perfette condizioni pedoclimatiche, caratterizzate da un microclima con estati calde e inverni freddi, Torrevento coltiva i migliori vitigni autoctoni pugliesi con una flosofa produttiva fondata su sostenibilità, ricerca e qualità. Tra questi il Nero di Troia: Torrevento, fn dagli inizi degli anni Novanta, è stata la prima azienda a credere nelle potenzialità di questo storico vitigno, oggi considerato il terzo grande vitigno a bacca nera della Puglia. Come molti degli autoctoni, gode di una storia fatta di leggenda: mitologia narra che Diomede, al termine della guerra di Troia, sbarcò nella Daunia, risalì il fume Ofanto, si fermò in una zona che venne chiamata Campi Diomedei e qui piantò dei tralci di vite che aveva portato con sé; altri studiosi fanno derivare l’origine del vitigno dalla cittadina di Troia, alle pendici del subappennino dauno, a ovest di Foggia, fondata dai coloni greci intorno al 700 a.C.; altri ancora dalla città albanese di Kruja e infne dalla regione galizio-catalana della Rioja e portato nella giurisdizione di Troia intorno al 1745 dal governatore Alfonso d’Avalos, che, notata l’assoluta qualità e attitudine dei terreni pugliesi, incrementò notevolmente le coltivazioni di quest’uva. Nonostante che di un vitigno simile all’uva di Troia ne parli addirittura Omero nel libro XVIII dell’Iliade, la prima documentazione storica riporta un “corposo vino di Troia”

bevuto alla corte dell’imperatore Federico II di Svevia, essendo questo vitigno molto coltivato nell’area dell’alto barese già intorno all’anno Mille. Una serie di carestie e una notevole richiesta d’olio spinsero successivamente i contadini a ridurre drasticamente le coltivazioni di quest’uva, già di per sé poco produttiva, sostituendole soprattutto con uliveti. Nella seconda metà dell’Ottocento il Nero di Troia ha vissuto un periodo di buona espansione, grazie al lavoro di latifondisti locali come i conti Pavoncelli, che ne piantarono ben 60 ettari, di cui 30 vennero dati a mezzadria, poi le superfci coltivate raggiunsero addirittura i 13mila ettari, ma nell’ultimo trentennio sono andate diminuendo fno a 1.429 ettari nel 2010 e oggi sono in lenta ripresa. Molti i sinonimi, da quelli dialettali come Uva di Canosa, di Barletta, della Marina per la facilità d’adattamento sulle coste, a quelli riconosciuti uffcialmente, Sumarello o Sommarrello e Nero di Troia. Il territorio d’elezione risiede nella provincia di
Il presidente Francesco Liantonio

Foggia e nel nord di quella di Bari e, proprio grazie alla natura del terreno, che va dal calcareo della zona di Castel del Monte all’argilloso vicino al mare, diverse sono le sue possibilità espressive. Dossi e avvallamenti d’origine carsica s’alternano a tratti pianeggianti costituiti da superfci spianate, in cui la terra pietrosa, resa coltivabile dall’ingegno dell’uomo, è diventata presupposto di tipicità e gusto: un territorio selvaggio, dal clima tipicamente mediterraneo, dove estati calde e aride s’alternano a inverni
lunghi e freddi, spesso accompagnati nella parte più a nord da precipitazioni nevose. Il grappolo, abbastanza grande e tozzo, presenta una buccia spessa con polpa carnosa e dolce e la maturazione è tardiva, tra la metà e la fne d’ottobre. Il Nero di Troia prende il nome dalla sua alta carica polifenolica, che gli conferisce un color rubino intenso e profondo, quasi impenetrabile, che, a volte, può sembrare “nero” e vira al granato con l’invecchiamento, a cui si presta molto bene. Ricco di antociani, è caratterizza-
to da una spiccata tannicità che, se ben gestita con l’affnamento e un adeguato riposo in bottiglia, diventa setosa, accompagnata da una buona acidità. Dona vini rossi eleganti, caldi, avvolgenti e longevi con al naso note di frutti rossi, mora, amarena, prugna e note foreali di violetta, che con l’invecchiamento evolvono in spezie, pepe nero e liquirizia. Il Nero di Troia, data la sua robustezza, è ideale con piatti strutturati: ragù di carne pugliese, arrosti, carni alla brace, agnello al forno, selvaggina, formaggi stagionati
e legumi speziati. Torrevento declina il Nero di Troia in varie versioni ed è stata la prima azienda vitivinicola pugliese a presentarlo in purezza col Vigna Pedale Castel del Monte 1993, divenuto emblema di questo importante vitigno autoctono. Arricchito col passaggio in legno n grandi botti di rovere a partire dal millesimo 2001, che non va assolutamente a coprire i sentori originari, ma conferisce eleganza ed equilibrio, è divenuto docg con l’annata 2012. Vino simbolo di Torrevento, è il risultato di una selezione massale e di un reimpianto delle migliori viti di uve di Troia operato circa quarant’anni fa in contrada Pedale, un appezzamento di 50 ettari, a forma appunto di pedale, su suoli calcareo argillosi di medio impasto a circa 400 metri d’altezza slm. Per il Vigna Pedale le uve vengono raccolte fra fne ottobre e inizio novembre, in cantina vengono sottoposte a una

lunga macerazione e poi a un affnamento di 8 mesi in acciaio e 18 in botte grande. Per 10 anni consecutivi premiato con i “Tre Bicchieri” Gambero Rosso, il Vigna Pedale è oggi un vino iconico del “Vigneto Puglia”, riconosciuto in tutto il mondo tra le espressioni più rappresentative del territorio. Il colore è rosso rubino intenso con rifessi violacei brillanti. Il bouquet è intenso, pieno e fragrante, con sentori di piccoli frutti rossi e neri, arricchito da un aroma leggero ed elegante di legno e tabacco. Al palato, si percepisce un leggero sapore di marmellata di frutta rossa, con tannini morbidi, spezie tostate e un bellissimo fnale equilibrato. Il gusto è armonico, di corpo e complesso. Vigna Pedale, considerato uno dei migliori rossi del sud Italia, si dimostra anche un rosso estremamente longevo, tanto che le prime vendemmie a tutt’oggi evidenziano, persino nel colore, vini

ancora vitali con lunghezza aromatica e ricchezza strutturale, omaggio alla tipicità. Ulteriore riconoscimento e “coronamento” per questo autoctono è stata l’attribuzione della docg anche al Nero di Troia Castel del Monte Riserva, rappresentato per Torrevento da “Ottagono”, dal vigneto di Piana di San Giuseppe, un omaggio, nel suo nome, alla misteriosa forma strutturale della svettante fortezza federiciana che, col suo perfetto disegno geometrico, ricorda un intricato labirinto, luogo simbolo della Puglia. Un vino che unisce grazia, rigore e potenza. Proveniente da vigneti ad alta densità, viene affnato per 8 mesi in cemento, resta poi 18 mesi in botte grande di rovere. Il colore è rosso rubino intenso e impenetrabile con rifessi violacei. Al naso il bouquet è pieno e persistente e caratterizzato da sentori di mirtillo, ciliegia e amarena con sentori speziati con lievi sentori speziati. In bocca è

corposo, dalla ftta tessitura e termina in un sorso pieno, deciso, in cui dominano i frutti rossi maturi. è un rosso importante d’imponente struttura e dai tannini levigati, che accompagna egregiamente l’agnello, ma è perfetto anche per la meditazione. Altra etichetta di puro Nero di Troia è il Torre del Falco Puglia igt, affnato per 10 mesi in acciaio, che libera more mature, prugna succosa e spezie calde. Strutturato e vellutato, colma il palato con armonia intensa e persistenza avvolgente. Alla visiva è di un intrigante rosso rubino intenso con netti rifessi violacei. L’aroma è ricco e equilibrato, con note di frutti rossi e neri maturi, accompagnate da un leggero sentore di tabacco. Al palato, il gusto è armonico e di corpo, con sentori speziati e frutta nera matura. I tannini sono morbidi, l’astringenza è piacevole e leggera, mentre il gusto rimane pieno ed equilibrato, con visibili archetti del vi-

no che ne testimoniano l’ampia struttura. Classico rosso ideale per accompagnare arrosti di carni rosse è ottimo con formaggi a pasta dura e salumi. Ecco poi, dalla linea Infnitum, che costituisce la gamma dei vini “quotidiani”, un Puglia Igt Nero di Troia, fresco, semplice, pulito, autentico e giovane, dal proflo morbido e fruttato e dall’eccezionale rapporto qualità prezzo, in un packaging elegante e moderno. Il colore è rosso violaceo intenso e limpido. Il bouquet è intenso e fresco di piccoli frutti rossi con tipiche note di viola. Al palato è succoso e pieno. Altra referenza che punta sulla tipicità del varietale è il Puglia igt rosso Fili d’Erba Nero di Troia, per il quale una macerazione di 9-10 giorni in vasche d’acciaio con attenti rimontaggi a temperatura controllata, macro-ossigenazione e delestage assicurano l’estrazione delle componenti aromatiche nobili e di un color rosso

porpora luminoso. È un vino che esprime in modo contemporaneo il territorio pugliese. È morbido e ben equilibrato, i tannini sono presenti, senza asperità e accompagnano una buona freschezza, che lo rende scorrevole. Al naso ricco bouquet di frutti di bosco a bacca rossa con note di viola e un fnale leggermente speziato tipico del Nero di Troia. Compagno ideale per cene con carni alla brace, piatti strutturati e preparazioni della cucina mediterranea. Ma Torrevento presenta anche il rosé “Primaronda”, Castel del Monte doc rosato da Nero di Troia in purezza, che regala al naso delicati sentori di piccoli frutti rossi tipici del vitigno e al palato grande freschezza con equilibrata acidità nel gusto. Il colore è rosa tenue brillante e luminoso. Il bouquet è fresco e fruttato con sentori di fragoline selvatiche, ciliegia acerba e accenni esotici, a seguire note di frutta fresca come pesca

produttori • oinos

e albicocca. Al palato, il gusto è rotondo ed equilibrato con una freschezza e un’acidità piacevole, che ne esaltano il proflo fruttato. Passiamo ora a 2 blend, il Bolonero Castel del Monte Rosso doc, uvaggio di Nero di Troia e Aglianico affnato in cemento e acciaio, che racconta pietra, vento e tramonti rubino sulla Murgia. Il colore e rosso rubino con lievi rifessi violacei. Il bouquet è pieno e fragrante con delicate note speziate e sentori di frutta rossa, arricchiti da leggeri aromi terrosi. Al palato si percepisce il frutto con tannini morbidi che contribuiscono a un fnale piacevole ed armonico. Il secondo blend, il Kebir Puglia igt Rosso, è un assemblaggio di Nero di Troia, Cabernet sauvignon e Aglianico, che avvolge i sensi con confettura di more, ribes e spezie calde. Pieno,
armonioso, evoca la Puglia eterna in ogni sorso persistente. Il colore è rosso rubino intenso, arricchito da rifessi granati. Al naso è ricco, equilibrato e vellutato con note di vaniglia, frutti neri maturi, un lieve accenno di legno e spezie. Al palato il gusto è ampio, armonico e austero, con un corpo importante. Le note di vaniglia e frutta matura si fondono con tannini vellutati, culminando in un fnale elegante e ricco di sapore. Vini d’autore dal carattere territoriale e dotati di straordinaria complessità e piacevolezza, che riposano negli antichi sotterranei del monastero a ben 8 metri di profondità, locali ideali per la conservazione dei vini: “Sono fgli di una flosofa aziendale che ricerca una viticultura per molti aspetti innovativa, sostenibile e sperimentale, condotta con quan-
to di meno invasivo la tecnologia offre per coltivare l’uva e trasformarla il più possibile secondo natura – commenta Alessandra Tedone, responsabile marketing ed export manager – cercando di prevenire le malattie della vite con sistemi naturali, a salvaguardia del meraviglioso territorio della Puglia, che abbiamo la fortuna di abitare e nel contempo il compito di valorizzare e tutelare”. In questi vini Francesco Liantonio ha inteso rappresentare la coesione fra tre fondamentali variabili – territorio, uomo, prodotto – che, messe in sinergia nel modo giusto, col fondamentale supporto dell’enologo dottor Leonardo Palumbo, laureato presso l’università di Bordeaux e profondo conoscitore delle tendenze relative al mondo del vino, riescono a dar vita a eccellenze riconosciute.
NELLE CAMPAGNE DELLA NOTO BAROCCA
giovanna focardi nicita
Antonio Moretti con i fgli Alberto e Amedeo
Family and Friends 2025, un bianco da uve Grillo, gran vitigno autoctono siciliano, allevate ad alberello, per celebrare famiglia e amicizia.

L’esperienza della viticoltura in Sicilia per la famiglia Moretti Cuseri ha inizio negli anni Novanta del Novecento, quando l’imprenditore Antonio Moretti Cuseri, già fondatore della Tenuta Sette Ponti sulle colline di Arezzo, durante un viaggio sulla costa orientale della Sicilia, resta affascinato dalla grande bellezza del territorio della Val di Noto, tra Marzamemi e Siracusa, e dalle sue vigne coltivate ad alberello, una delle più antiche e naturali forme di coltivazione. Così Antonio Moretti Cuseri avvia una vera e propria sperimentazione sulla terra calcarea della costa sud orientale
della più grande isola del mar Mediterraneo, il mare nostrum di latina memoria. È da qui che sviluppa l’azienda Feudo Maccari, nell’entroterra della nota cittadina barocca di Noto, che oggi conta su oltre 200 ettari complessivi, coltivati in biologico a oliveto e frutteto, 60 dei quali dedicati alla viticoltura, da cui si ricavano complessivamente circa 300mila bottiglie. Il parco vigneti, che vanta ormai quasi trent’anni d’età, si affacciano direttamente sull’oasi naturale di Vendicari con esposizione Nord-Sud a un’altitudine di 80 metri s.m.l. L’intuizione di Antonio Moretti Cuseri è stata quella di coltivare,


tra i primi, nella parte opposta dell’isola, uno dei vitigni tipici del trapanese, cioè della costa occidentale della Sicilia, come il Grillo. Così i sistemi d’alta enologia e cultura toscana vengono portati in Sicilia, dove si incontrano con la conoscenza e l’esperienza locale sulla coltivazione ad alberello ad alta densità., che caratterizza le vigne delle zona tra Noto e Pachino. Il Grillo è una varietà che, grazie alle sue caratteristiche, ha un buon potenziale d’invecchiamento e si presta a diverse tecniche di fermentazione, anche quelle più particolari: “Per questo motivo abbiamo provato ad affnarlo in legno e a berlo in bottiglie magnum solo con la famiglia e gli amici, che lo hanno apprezzato molto –racconta Antonio Moretti Cuseri – così, visto il grande successo, abbiamo deciso poi di lanciarlo sul mercato, come Family and Friends, nel 2014. Il nome è stato deliberatamente

scelto perché il vino è artigianale, elegante, preciso e allo stesso tempo, senza compromessi, siciliano. Le uve, raccolte a mano, provengono da appezzamenti dove il terreno ricco di calcare e la vicinanza al mare conferiscono al Grillo struttura e tensione salina. Come prova di rispetto per il Grillo in purezza, abbiamo avuto l’ispirazione di fare un vino varietale morbido, dalla consistenza cremosa, rotondo, equilibrato e strutturato, che, dopo una pressatura soffce, fermenta lentamente per circa 20 giorni sia in fusti di rovere che in vasche di cemento a forma ovoidale. Questi vasi vinari, grazie alla loro particolare forma, permettono una microcircolazione delle fecce fni, dando al vino un naturale movimento circolare e favoriscono l’estrazione di profumi e sostanze che danno complessità. Il vino matura poi parte in ovetti di cemento da 17 ettolitri, parte in piccole botti da 330lt per cir-



ca 10 mesi”. E l’approccio biologico non è solo un’etichetta, ma si rifette nella chiarezza e nella vitalità del vino. Una combinazione che, insieme all’affnamento in bottiglia per almeno 6 mesi, dona al Family and Friends un color giallo cristallino con rifessi dorati. Al naso sentori di frutta a bacca bianca matura, pesca, susina, poi si fanno strada note d’agrumi, su cui prevale il pompelmo rosa, mandorle e fori bianchi, seguite da delicati aromi d’erbe aromatiche, speziati di cannella, zenzero, pietra focaia, glicine, menta e vaniglia. In bocca il sorso è pieno e succoso, dallo sviluppo continuo e tendenzialmente fragrante e dal fnale lungo e persistente, con dolci note di acacia e mela. Un vino bianco elegante, fresco ma profondo, foreale, seducente, succoso, corposo e dotato di una piacevole componente minerale, che presenta un bel potenziale d’invecchiamento. Perfetto
per suggellare la gioia dello stare assieme. L’I.G.P. Terre Siciliane bianco Family & Friends, dalle migliori uve di Grillo siciliano, è un bianco da abbinare a piatti strutturati, come risotto agli asparagi, zuppe di pesce e legumi, crostacei grigliati, fritture di pesce, carni bianche, funghi e formaggi di media stagionatura. Un Grillo monovitigno perfetto per esser servito freddo, ma a una temperatura più alta rispetto ai classici bianchi, che grida estate sin dal primo calice! Dalle migliori uve di Grillo siciliano, il Family & Friends, ormai iconica etichetta per Feudo Maccari, di cui uscirà l’annata 2025 in occasione del prossimo Vinitaly, rende tangibile la combinazione di origine, pazienza e profondità. Un bianco gastronomico da consumare, così come suggerito dal nome, preferibilmente celebrando il tempo trascorso in compagnia degli affetti familiari e delle amicizie sincere. produttori
andrea cappelli
La Cantina Santadi, che insiste nella regione sarda del Sulcis, è una realtà cooperativa con 200 soci che coltivano un parco vigneti di ben 550 ettari circa e commercializzano circa due milioni di bottiglie l’anno.
“vini archeologici” e realtà virtuale e aumentata

Il sodalizio è oggi guidato dal presidente Elvio Curreli, che da luglio 2024 guida questa storica realtà vitivinicola sulcitana, raccogliendo il testimone dal presidente emerito Antonello Pilloni, che è stato al timone di questo importante sodalizio enoico per 48 anni. I vignaioli di oggi sono gli eredi di quel gruppo di 27 viticoltori eroici del Sulcis, guidati dal patriarca Peppino Sais, che decise nel 1960 di costituire la Cantina Sociale di Santadi, al fne di continuare le tradizioni dell’antica viticoltura del Sulcis, nel secondo Dopoguerra, momento molto problematico per il mondo del vino. Ma oggi, oltre a una produzione vitivinicola d’eccellenza, che vede le uve raccolte a mano, cosa non semplice su estensioni così grandi, Cantina Santadi è impegnata anche in un importante progetto in ordine all’enoturismo e all’accoglienza, attività che possono aiutare l’enopolio a farsi conoscere sempre di più e a contribuire al consolidamento del fatturato, di cui ci parla il direttore Massimo Podda: “Vogliamo promuovere un nuovo modello d’ospitalità turistica integrata, che combina l’esperienza enogastronomica con la visita e la degusta-
zione in cantina, arricchendola con la possibilità di visitare i vigneti e soggiornare nella nuova struttura agrituristica, immersa tra flari di vite e olivi secolari, che diverranno un grande giardino, in una collina da dove, in lontananza, si vede anche il mare. La nuova struttura d’accoglienza agrituristica nascerà infatti in mezzo a una delle vigne di proprietà della cantina, coltivata prevalentemente a Cannonau, ponendoci l’obiettivo di diventare uno dei punti di riferimento per chi desidera soggiornare in tranquillità e relax nel territorio del Sulcis. Cantina Santadi, attraverso la realizzazione dell’agriturismo, proporrà al visitatore la possibilità di fare una nuova esperienza, composta da visita in vigna, visita in cantina, degustazione dei vini e pernottamento in vigna con la possibilità di godere di una prima colazione fatta interamente di prodotti locali: il pane fresco cotto nel forno a legna, i formaggi caprini e pecorini, la ricotta, i salumi, le marmellate, i mieli e i dolci della tradizione sulcitana. L’agriturismo, dove gli ospiti potran-
Il presidente Elvio Curreli
no soggiornare, sarà composto da 6 ‘pinnette’, i tradizionali antichi ricoveri dei pastori e dei vignaioli, costruite in stile neo-tradizionale con materiali ecologici locali, nel pieno rispetto dell’architettura tipica e dotate di tutti i comfort necessari per accoglierli durante le varie stagioni dell’anno. Il cantiere è in piena attività, così le unità abitative, oltre allo spazio comune a disposizione degli ospiti, cioè una sala di socializzazione, lettura e ristoro, anch’essa realizzata con materiali green, saranno pronte per la stagione turistica 2027, compresi i lavori infrastrutturali, cioè il grande prato verde tutt’intorno, nonché i passaggi tra le pinnette e l’area comune. Gli arredi, tutti in legno, secondo la tradi-
zione locale, saranno realizzati artigianalmente in stile minimale e garantiranno comodità agli ospiti, mantenendo l’eleganza della struttura. E nel periodo vendemmiale (agostoottobre) gli ospiti potranno anche assistere e partecipare alla vendemmia. Senza scordare che da questa collina si gode una bellissima vista che guarda in lontananza verso le suggestive località marittime di Sant’Antioco e Carloforte. Il nostro principale obiettivo è che il visitatore rientri a casa propria col bellissimo ricordo di un’esperienza straordinaria nel mondo del vino e il desiderio di ritornare presto nel Sulcis”. Le pinnette saranno realizzate in un’area semplice da raggiungere e poco lontana dalla
Cantina, si tratta di poco meno di un chilometro in linea d’aria, ma di grande importanza storico-culturale, infatti nelle immediate vicinanze si trova l’importantissimo sito archeologico di Pani Loriga, sulla cui collina insiste il nuraghe Diana, posizionato nel punto più alto del rilievo (183 metri sul livello del mare), da dov’è possibile avere un controllo territoriale amplissimo: a ovest, in direzione del Rio Palmas, sino a raggiungere le isole di Sant’Antioco e San Pietro, a est/nord-est in direzione dei passi di Pantaleo e Campanasissa. Ma cantina Santadi sarà protagonista a Vinitaly con varie iniziative, a partire da un incontro, che si terrà martedì 14 aprile nello spazio istituzionale della


Regione Sardegna nel padiglione 8, che avrà come oggetto vitigni e archeologia, grazie alla Camera di Commercio Cagliari-Oristano e Iter Vitis, entità di livello europeo che raggruppa le cantine che detengono i propri vigneti all’interno o adiacenti ad aree archeologiche. Iter Vitis è un itinerario culturale del Consiglio d’Europa, un progetto creato oltre quarant’anni fa e che ora comprende circa 50 itinerari, ognuno dei quali sviluppa una tematica di quelle che
sono state alla base della creazione dell’evoluzione dell’identità europea. Iter Vitis porta così avanti la tematica del viaggio della vite e dell’evoluzione della viticoltura, appunto, come un pilastro dell’identità europea. E l’archeologia naturalmente ne è parte integrante, infatti è nei siti archeologici e nei musei archeologici che inizia la prima parte del viaggio del turista del vino e del wine lover, perché è lì che si spiega quanto, già secoli fa, la vite e il vino avessero un ruolo sociale fondamentale. L’enoturismo è un concetto che va oltre il semplice consumo di un bicchiere di vino, è un’u-
nione di sensazioni ed esperienze che l’ospite vive in tutto ciò che implica questo mondo. Con questo approccio, il viaggiatore può informarsi sulle tecniche di coltivazione, sulla vinifcazione e sugli altri processi di questo mondo affascinante, acquisendo così familiarità con i miti e i simboli legati a questa ricca cultura. Così diviene fondamentale passeggiare in un vigneto e osservare come la natura, unita al lavoro dell›uomo, crei paesaggi spettacolari, approfondire l›universo del vino parlando con un piccolo produttore, visitare una biblioteca con testi dedicati esclusivamente al vino e alla vite, ammirare un sito archeologico dove il vino veniva prodotto migliaia di anni fa, scoprire antiche varietà di vite. Il paesaggio rurale europeo è un patrimonio importante, con un alto valore aggiunto. Le aziende vinicole, le persone e le tecnologie a esse collegate sono componenti importanti della nostra cultura, tramandata anche sotto forma di tradizione orale. Così la qualità della vita nelle aree rurali può anche essere considerata un modello per il futuro e un patrimonio da tutelare. Il vino infatti è un messaggio territoriale che viaggia e fa viaggiare. La vinifcazione e, in particolare, il lavoro nei campi sono un incentivo alla migrazione e alla mobilità. Nella prospettiva di Iter Vitis, l’enoturismo si propone come un’attività culturale, al pari di visitare musei, castelli, cattedrali. Un viaggiatore che attraversasse l’Europa da est a ovest potrebbe seguire un itinerario lungo un “sentiero del bello e del buono”, che lo porterebbe dalla Georgia all’isola di Pico, nelle Azzorre. I “sentieri della vite” è il flo conduttore che unisce questi luoghi, la rappresentazione della vite e della sua storia millenaria, che attraversa ogni confne geografco, la strada che conduce alla scoperta di luoghi suggestivi, mutevoli a ogni stagione, fatti di un patrimonio materiale e immateriale di

straordinario fascino. “Attraverso la Camera di Commercio di CagliariOristano abbiamo avuto la possibilità di far visitare a Iter Vitis la nostra realtà – ci spiega il direttore di Cantina Santadi, Massimo Podda – che vede in più situazioni vigneti che si trovano adiacenti a zone d’interesse archeologico, per far valutare se possano esserci i presupposti affnché anche Cantina Santadi possa far parte di questa importante piattaforma euro-
pea. A partire dalla collina di Pani Loriga, che dista poco meno di mille metri da Cantina Santadi e ai cui piedi si estende un vigneto di Cannonau, da cui origina il vino Pani Loriga, un Cannonau in purezza appunto, in omaggio a questo importantissimo sito archeologico, che fa parte delle nostra linea Origini. Grazie alle recenti indagini è stato possibile stabilire che il punto più alto della collina di Pani Loriga, la cosiddetta Acropoli, venne frequentata dai Fenici per fni culturali già nell’avanzato VIII secolo a.C. Dalla fne del VII secolo a.C. si hanno indizi di una comunità stabile,
come testimoniato dai più antichi corredi della necropoli a incinerazione, le cui tombe furono scavate nel banco di riolite che insiste sul versante occidentale dell’altura. Circa un secolo dopo, l’abitato fenicio venne inglobato nella sfera di infuenza cartaginese. Nel corso del V secolo a.C. e della prima metà del IV secolo a.C., l’insediamento raggiunse la sua massima estensione, a seguito di una pianifcazione urbanistica che prevedeva non solo l’occupazione intensiva del pianoro sommitale, ma anche delle pendici orientali dell’altura, come è stato possibile stabilire dalle in-

dagini che il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) conduce in modo continuativo sul sito a partire dall’anno 2005. E ancor oggi il sito archeologico è oggetto di campagne di scavo annuali. Gli scavi hanno evidenziato una fase di frequentazione che si sviluppa fra la fne del VI/inizi V secolo a.C. e la prima metà del IV secolo a.C. Successivamente l’abitato fu abbandonato e la collina venne frequentata solo per attività produttive e a scopo rituale. Questa situazione si è dimostrata ottimale per il recupero dei materiali pertinenti alle fasi di vita più recenti delle strutture indagate, perfettamente sigillate dai crolli delle coperture e dei muri. Ciò ha permesso di effettuare analisi biochimiche su
un’ampia selezione di vasi che, integrate con le indagini archeozoologiche e archeobotaniche, hanno permesso di stabilire la dieta alimentare degli abitanti di Pani Loriga. Oltre al consumo intensivo di cereali e legumi, sotto forma di pappe, erano preparati piatti particolarmente saporiti con carni di maiale e ovicaprini, ma anche di cervo, sottoposte a cotture prolungate, grazie all’aggiunta di olio vegetale e vino. A tal proposito suggestiva risulta l’ipotesi secondo la quale una delle pietanze tipiche della cucina sarda, sa petza imbinada, cioè la carne macerata e cotta nel vino, sia proprio retaggio di una tradizione iniziata nel periodo nuragico e continuata in quello fenicio e punico.
Le indagini condotte fn qui hanno dimostrato come il consumo di vino occupasse un ruolo molto importante sia nel rituale funerario sia nelle cerimonie pubbliche che regolavano la vita della comunità di Pani Loriga. Si tratta di dati sorprendenti, che evidenziano come la cultura della vite, così come il consumo e la commercializzazione di vino nel territorio, abbiano una lunga e straordinaria storia, che Cantina Santadi ha saputo valorizzare e portare all’attenzione del mondo dell’enologia in Italia e
Un momento della visita enoturistica in barriccaia, foto tratta dalle pagine 572/573 del libro Terroir Sulcis, edito da Cantina Santadi nel 2024




Sopra: ricostruzione grafca ipotetica dell’abitato di Pani Loriga in epoca punica, opera di Gabriele Pettinau; sotto: veduta aerea dello scavo di un settore dell’abitato punico di Pani Loriga, ubicato sul versante nord orientale della collina (fne VI secolo a.C. / metà IV secolo a.C.), foto tratta dalle pagine 320/321 del libro Terroir Sulcis, edito da Cantina Santadi nel 2024
all’estero. In svariati siti del territorio che si sviluppa intorno a Cantina Santadi, si coltiva con passione e dedizione il ‘mitico’ Carignano del Sulcis, ma questa cooperativa sociale vanta anche altri vini che rendono omaggio all’archeologia del territorio, come il Case delle Fate, un bianco luminoso, elegante e mediterraneo, ottenuto da uve Nasco, vitigno autoctono sardo, coltivato nelle Valli di Porto Pino, dedicato al sito archeologico di Montessu, che nel luglio 2025 è stato inserito nel Patrimonio immateriale dell’Unesco, che è collocato a circa 2 km a nord-ovest dal paese di Villaperuccio, sulle pendici meridionali del rilievo di Sa Pranedda, a 261 metri s.l.m. La necropoli si estende per circa 700 metri su un tavolato riolitico, a coronamento di un ampio anfteatro naturale di straordinaria bellezza. Ma l’area archeologica è di notevole interesse anche sotto l’aspetto naturalistico, dal momento che sono presenti tantissime specie vegetali: fra gli alberi si segnalano l’olivastro e il ginepro, mentre fra gli arbusti il cisto, il corbezzolo, il mirto, dalle cui bacche si ottiene un liquore molto apprezzato e il lentischio, dai cui frutti in passato si ricavava un olio utilizzato principalmente per l’illuminazione, ma anche per uso alimentare, come succedaneo dell’olio d’oliva. Direttore Podda, andiamo a scoprire cosa sono queste “case delle fate”… Il nome italianizzato proviene dal sardo ‘Domus de Janas’, che la tradizione popolare ha battezzato



come case delle antiche fate appunto, creature magiche e misteriose che popolavano i boschi: immaginate delle piccole dimore abitate da creature leggendarie di minuscola statura, che, instancabili, tessevano splendide stoffe con le loro mani delicate sui loro preziosi telai d’oro alla luce della luna, mentre intonavano dolci melodie, vegliando sul sonno dei bambini. È questa la fantasia che vi accompagnerà alla scoperta delle suggestive Domus de Janas, denominazione attribuita dalla leggenda popolare alle sepolture arcaiche scavate nella roccia, tipiche della Sardegna. Le Domus de Janas costituiscono uno degli aspetti più tipici delle genti sarde prima dell’Età Nuragica, risalgono addirittura a ben 5.000 anni fa e sono tombe che ci restituiscono oggi preziose testimonianze del Neolitico. L’isola ne custodisce migliaia, un universo sotterraneo, mimetizzato nel paesaggio delle campagne., sca-

vate in massi isolati o raggruppate su costoni rocciosi. Un’altra versione delle janas è quella di piccole fate per lo più malefche, chiamate anche ‘sas bìrghines’, così la famosa scrit-

Realtà virtuale: visori tramite i quali si potrà fare un percorso visivo che racconta nella sua totalità Cantina Santadi

trice sarda Grazia Deledda (1871/1936), premio Nobel per la Letteratura nel 1926, descrive queste piccole creature”. Sempre a Vinitaly, Cantina Santadi sarà protagonista di un altro incontro, che si terrà sempre martedì 14 aprile nello spazio istituzionale della Regione Sardegna nel padiglione 8, che avrà come oggetto la presentazione uffciale di un progetto legato all’implementazione tecnologica della realtà virtuale. “Abbiamo partecipato a un bando di Regione Sardegna – spiega il direttore Podda – che metteva a disposizione delle risorse per investimenti in realtà virtuale e realtà aumentata. In ordine alla realtà virtuale, in sintesi si tratta di visori, tramite i quali si potrà fare un percorso visivo che racconta nella sua totalità Cantina Santadi, dalla vigna, all’enopolio con gli uffci, le aree tecniche, la cantina di vinifcazione e quella di invecchiamento e, naturalmente, saranno molto utili quando andremo nei vari Paesi in cui sono distribuiti i nostri vini per far vivere questa esperienza anche lontano dalla Sardegna, auspicando di far innamorare le persone della realtà vitivinicola del Sulcis. In un secondo produttori • oinos
La barriccaia, foto tratta dalle pagine 555/557 del libro Terroir Sulcis, edito da Cantina Santadi nel 2024


momento andremo poi a sviluppare la parte relativa alla realtà aumentata, grazie a cui l’ospite, mentre è in visita presso la cantina, con il proprio smartphone, potrà accedere a degli hotspot che arricchiranno la visita stessa, offrendo maggiori informazioni e approfondimenti durante tutta la visita esperienziale. Parlando invece di prodotti, presenteremo la nuova veste del Pedraia, che si affanca a Villa Solais e Pani Loriga, nella Linea Origini. Il Pedraia (Nuragus di Cagliari DOC in purezza), sarà presentato con una bottiglia borgognotta e tap-
La necropoli di Montessu, veduta aerea del parco archeologico, foto tratta da pagina 306 del libro Terroir Sulcis, edito da Cantina Santadi nel 2024
po vite. Si tratta di una cultivar indigena a bacca bianca, coltivata in vigneti impiantati sulle colline del basso Sulcis su terreni a medio impasto a carattere sabbioso e argilloso. Di un bel color giallo paglierino con rifessi verdolini, regala al naso profumi eleganti di frutta a pasta gialla, come il melone bianco e la nespola, fori come la ginestra ed erbette aromatiche. Avvolge il palato grazie alla sua morbidezza e struttura, ravvivata da una decisa freschezza e sapidità. Un bianco che darà delle belle soddisfazioni se abbinato a primi piatti di mare, ad esempio con spaghetti con la bottarga o linguine con pesce spada, pistacchio e scorza di limone. Cantina Santadi da oltre 65 anni è impegnata a valorizzare l’essenza conta-
dina tradotta in vini identitari, che viaggiano per il mondo recando con sé l’anima più autentica della Sardegna. Quella del Sulcis – alla latitudine di 38° nord, una delle regioni viticole più meridionali in Europa – è l’area geologica più antica dell’isola, dove, come in un anfteatro protetto da suggestive montagne, il mutevole paesaggio digrada da morbide colline fno a trasformarsi in un territorio marino ricco di spiagge bianche. Silenziosamente, in un mondo vitivinicolo mutevole e rumoroso, al sicuro nel sud-ovest di un’isola che sembra sempre più al di fuori delle regole temporali del mondo, i vitigni autoctoni sardi ci regalano vini di grande emozione. E ogni vino di Cantina Santadi è stato concepito da un’at-

tenta rilettura del “Terroir Sulcis” nel passato e nel presente, proiettandolo verso il futuro. Così ancor oggi l’impegno assiduo e costante dei soci conferitori di Cantina Santadi, insieme allo spirito innovativo, mirano a onorare e salvaguardare un prezioso patrimonio di storia, cultura, stile e gusto, che è l’essenza della realtà contadina sarda. Nel Sulcis le donne e gli uomini si prendono cura costantemente delle viti e la salvaguardia della sostenibilità, ormai obiettivo diffuso nelle più svariate zone vinicole del mondo, non lo è in questo luogo: qui è, in realtà, il punto di partenza. I
terreni sabbiosi, poveri e drenati inducono un vigore limitato alle piante e l’elevata insolazione favorisce l’accumulo di zuccheri e composti secondari, stimolando fenomeni di polimerizzazione dei tannini, che permettono di ottenere acini dagli aromi unici con polpe e vinaccioli dalle sorprendenti maturazioni fenoliche. Ma Cantina Santadi è stata sempre anche un’impresa coesiva, capace di generare positive ricadute di carattere sociale, ambientale, economico e politico, divenendo un riferimento importante che ha permesso di sperimentare nuove forme d’alleanza tra impresa e
territorio e di realizzare un concreto miglioramento del benessere collettivo. Credo perciò doveroso riconoscere all’enopolio il suo contributo determinante per l’intero comparto della vitivinicoltura sarda. La Cantina di Santadi, piccolo centro agropastorale, i cui vini oggi si trovano nelle carte dei migliori ristoranti di tutto il mondo, è erede di duemila anni di storia vitivinicola sulcitana. Lo spettacolo del sole, che cala sul mare dopo aver portato a maturazione le prestigiose uve di



questo luogo inconfondibile, ci regala tramonti indimenticabili, ripetendosi magicamente da secoli. Un disegno dove pare ci sia traccia di quella facoltà primitiva che il maestro Tachis, principe degli enologi e intimo amico del presidente onorario Antonello Pilloni, che tanto fece per Cantina Santadi, amò dei sardi, ovvero “unire la realtà alla leggenda e al sogno”.
Il presidente emerito Antonello Pilloni con una bottiglia del Terre Brune 1984, prima annata prodotta, foto tratta da pagina 667 del libro Terroir Sulcis , edito da Cantina Santadi nel 2024
Giovanni Busi, nel luglio 2025, è stato confermato per un nuovo mandato triennale quale presidente del Consorzio Chianti, storico territorio di produzione vitivinicola tra i più importanti della Toscana, carica che ricopra ininterrottamente dal 2010.
andrea cappelli
Busi, classe 1960, dopo gli studi presso l’Università di Agraria di Firenze, nel 1981 inizia a lavorare nell’azienda di famiglia Travignoli a Pelago nel Chianti Rufina, di cui assume la conduzione dal 1989. Così il Consiglio di Amministrazione del Consorzio Chianti, composto da 29 membri più 7 della giunta, con voto unanime, ha operato una scelta di continuità e stabilità, che rappresenta il riconoscimento del buon lavoro svolto da Busi in questi 15 anni. In un momento cruciale
e complesso per l’intero comparto vitivinicolo, caratterizzato da sfide legate alla sostenibilità ambientale, ai cambiamenti climatici, al delicato equilibrio tra produzione, mercati e sostenibilità economica, il Consorzio Chianti, uno dei pilastri dell’economia e dell’identità toscana, lancia un segnale chiaro di visione condivisa: è fondamentale lavorare insieme per costruire approcci che guardino al medio e al lungo termine perché oggi il vino oggi non è solo produzione, ma anche strate -

gia e capacità di stare sul mercato. Il Consorzio Vino Chianti ha una storia ormai più che centenaria, ce ne parla? “Il Consorzio Vino Chianti nasce nel 1927, in un momento storico in cui i produttori sentirono l’urgenza di fare squadra per difendere e valorizzare un vino che, già allora, rappresentava un simbolo dell’enologia italiana. Così, da quasi cento anni, il Consorzio accompagna l’evoluzione del vino Chianti, attraversando cambiamenti economici, sociali e produttivi, mantenendo però sempre saldo il legame con il territorio e con una viticoltura profondamente identitaria. È una storia fatta di tutela, di regole condivise e di una progressiva apertura ai mercati internazionali”. Ci parla della storia del vino Chianti? “Il Chianti è
uno dei vini italiani più riconoscibili al mondo, non solo per il nome, ma per il valore culturale che porta con sé. Le sue origini affondano nel Medioevo, ma è tra Ottocento e Novecento che il Chianti assume una fisionomia più definita, sia dal punto di vista produttivo che normativo. Ma nel tempo ha saputo sempre rinnovarsi, superando modelli rigidi e stereotipi, per arrivare a una visione moderna della denominazione, capace di coniugare tradizione, qualità diffusa e contemporaneità del gusto”. Quali sono oggi i compiti del Consorzio e come si concretizzano? “Il Consorzio svolge un ruolo centrale su più fronti. Da un lato c’è la tutela della denominazione, che significa controllo, vigilanza e difesa del nome Chianti in Italia e all’este -

ro. Dall’altro lato c’è la promozione, che si traduce in attività sui mercati, partecipazione a fiere internazionali, progetti di comunicazione e formazione. A questo si aggiunge il dialogo costante con le istituzioni e il supporto ai produttori, affinché il ‘sistema Chianti’ cresca in modo equilibrato e sostenibile”. Il Chianti si identifica quasi con l’intera Toscana, come nasce questo legame così forte? “Il Chianti è un vino profondamente toscano perché nasce da un territorio ampio e diversificato, che attraversa gran parte della regione. Questa estensione non è un limite, ma una ricchezza: il Chianti riesce infatti a raccontare tante sfumature della Toscana, dalle colline più interne alle zone più vicine al mare, mantenendo però una riconoscibilità comune. È proprio questa capacità di essere plurale e al tempo stesso coerente che ha reso il Chianti un ambasciatore naturale della Toscana nel mondo”. Il Sangiovese resta l’anima del Chianti, che ruolo ha oggi questo vitigno? “Il Sangiovese è il cuore pulsante del Chianti, un vitigno autoctono che esprime come pochi altri il rapporto tra suolo, clima e lavoro dell’uomo. È un’uva esigente, che non concede scorciatoie, ma proprio per questo capace di regalare vini autentici, eleganti e longevi. Oggi il Sangiovese è al centro di un lavoro continuo di valorizzazione, che punta a esaltarne la freschezza, la bevibilità e la capacità di interpretare i diversi territori della denominazione”. Ci parla del disciplinare del Chianti? “È il risultato di un equilibrio tra rispetto della tradizione e apertura all’evoluzione. Definisce regole chiare sulla composizione ampelografica, sulle rese, sui tempi di affinamento, ma lascia anche spazio alla personalità dei produttori. Negli anni è stato aggiornato proprio per rispondere alle nuove esigenze del mercato e dei consumatori, senza mai snaturare l’identità del vino Chianti DOCG”. Quali sono le diverse tipologie di Chianti? “La denominazione Chian -

ti si articola in 7 diverse sottozone, che mettono in luce il legame con specifiche aree di produzione e in
più menzioni, che rispondono a stili e occasioni di consumo differenti. Dal Chianti Annata, immediato e
versatile, alle menzioni Superiore e Riserva. Così questa varietà consente al Chianti di parlare a pub -

consorzi • oinos

blici diversi, mantenendo sempre un ottimo rapporto tra qualità e accessibilità”. Quanti soci riunisce oggi il Consorzio? “Il Consorzio Vino Chianti rappresenta una realtà ampia e articolata, con circa 2.500 attori della filiera, tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori per una superficie rivendicata di circa 14.000 ettari e una produzione media di circa 80 milioni di bottiglie. È una base produttiva molto diversificata, che comprende aziende di dimensioni differenti, unite però da un obiettivo comune: difendere e valorizzare il nome Chianti nel mondo”. Il tema del falso Chianti è ancora attuale? “Purtroppo sì. Il fenomeno dell’ italian sounding e delle imitazioni continua a rappresentare una minaccia concreta, soprattutto sui mercati esteri. Il falso Chianti non danneggia solo i produttori, ma crea confusione nei consumatori. Per questo la vigilanza resta una nostra priorità assoluta, attraverso azioni legali, controlli e collaborazioni con le autorità competenti nei diversi Paesi”. Quali azioni di tutela e promozione avete in programma per il 2026? “Il
2026 sarà un anno di forte impegno sui mercati strategici con un’attenzione particolare al rafforzamento del brand Chianti. Continueremo a investire in fiere internazionali, incoming di operatori e giornalisti, attività digitali e progetti mirati sui mercati emergenti. Parallelamente proseguiranno le azioni di tutela del nome e del marchio perché promozione e difesa devono andare di pari passo”. Siete appena rientrati da una missione in Nigeria, che impressione vi ha fatto questo mercato di frontiera? “La Nigeria rappresenta una sfida interessante e, per certi versi, sorprendente. È un mercato giovane e dinamico con una classe media in crescita e una forte curiosità verso i prodotti di qualità. Non si tratta di risultati immediati, ma di un investimento sul futuro: essere presenti oggi significa costruire relazioni, formare operatori e diffondere la cultura del vino italiano, e del Chianti in particolare, in un’area che mostra segnali concreti di interesse e sviluppo. Questa esperienza si inserisce in una strategia più ampia di apertura e consolidamento
sui mercati internazionali. L’Asia resta una priorità per il Consorzio, alla luce delle importanti possibilità di crescita che continua a offrire, così come il Sud America, un’area in cui stiamo riscontrando una crescente attenzione verso vini identitari e di qualità, come appunto il Chianti. Allo stesso tempo, restano centrali i mercati storici per il Chianti, come Stati Uniti, Canada ed Europa, che continuano a rappresentare i pilastri fondamentali per la denominazione e sui quali intendiamo rafforzare ulteriormente la nostra presenza”. Il Chianti è oggi uno dei grandi marchi del made in Italy ... “Sicuramente il Chianti oggi è una denominazione consapevole della propria forza, ma anche delle responsabilità che comporta essere uno dei vini italiani più conosciuti al mondo. Il nostro lavoro guarda al futuro, puntando su qualità, sostenibilità e autenticità, senza dimenticare le radici. E Vinitaly resta un momento fondamentale per raccontare tutto questo, confrontarsi con il mercato e ribadire il ruolo centrale del Chianti nel panorama vitivinicolo del Belpaese”.
andrea cappelli
Quando si parla di vino, si pensa naturalmente alla terra, alla vigna e al paesaggio agricolo. Ma la storia millenaria del vino racconta anche un’altra verità: il vino è una civiltà di mare. Infatti, per oltre tremila anni, il Mediterraneo ha rappresentato la principale infrastruttura commerciale della cultura del vino.
Attraverso le sue rotte navigavano non solo merci, ma vitigni, tecniche di vinifcazione, modelli culturali e sistemi economici. Le ricerche archeologiche e archeobotaniche mostrano che la diffusione del vino si colloca già nel Neolitico, subito dopo la nascita dell’agricoltura
e l’inizio dello sfruttamento della Vitis silvestris, la forma ancestrale della Vitis vinifera, diffusa in molte aree del Mediterraneo. Già nel mondo miceneo la presenza del vino è attestata da contenitori ceramici e da numerosi riferimenti nelle fonti letterarie, come nell’Odissea di

Omero. Il dominio marittimo delle civiltà mediterranee era strettamente legato alla produzione agricola e al commercio del vino. È accertato che il dominio talassocratico era condizionato da un
buon commercio e dalla costante produzione di vino. In questo contesto i Fenici si intestarono una talassocrazia potente anche per le indubbie capacità nella cantieristica navale, nella navigazione e nel commercio del vino. E svolsero un ruolo decisivo come grandi navi-


gatori e mercanti, infatti riuscirono a costruire una rete commerciale marittima che contribuì alla diffusione della viticoltura e della cultura del vino lungo tutto il Mediterraneo. Ma è soprattutto a partire dall’età romana che le cognizioni sul vino e sul suo trasporto diventano corpose, precise e suscettibili di fornire elementi esaustivi per delinearne con esattezza caratteristiche e dinamiche, grazie alle fonti letterarie e archeologiche. È importante ricordare, a tal proposito, che i vini italiani divennero rinomati a partire dal II secolo a.C. (Plinio, N.H., XIV, 87). Plinio il Vecchio (N.H. XIV, 87 e segg.) ci dice che in tutto il mondo erano 80 le qualità famose di vino, due terzi delle quali prodotte in Italia. In quel priodo i vini erano addizionati, per questioni di gusto, subito dopo la prima
fermentazione, con resina o pece tritata e fltrata, che si depositava sul fondo. E anche l’interno delle anfore vinarie romane era spalmato sempre con pece, al fne di fornire un’adeguata protezione al vino contro la porosità delle pareti. Tra i vini ita-
lici degni di menzione erano il Pucino (località d’incerta individuazione, forse con Duino nel golfo di Trieste) e il Preteziano, da Praetetia, città del territorio piceno abitato dai Pretuzii, vicino ad Adria. Apprezzato era il vino di Sezze, peraltro pre-

ferito da Augusto. Grande fama aveva il vino del Cecubo, proveniente dal golfo di Amincle. Molto rinomato era il vino di Falerno, tra cui soprattutto il Faustiano e il Caucino. Il territorio del Falerno, compreso tra il Lazio e il fume Volturno, fu una delle aree più vocate per la produzione vinicola in epoca romana. Altrettanto rinomati erano i vini dei colli Albani, molto dolci e raramente forti, come pure quelli leggeri e delicati di Sorrento. In Sicilia si ricordavano i vini Mamertini, prodotti nel territorio di Messina. Molto apprezzati erano anche i vini greci, come quello di Maronea in Tracia e il Pralino, prodotto nell’area di Smirne, entrambe citati da Omero, nonché i vini delle isole di Chio, Lesbo, Rodi, Clazomene e Taso. Questi vini viaggiavano per mare in anfore vinarie, il primo grande sistema di containerizzazione della storia e il sistema del com-

mercio del vino non doveva essere di molto diverso da quello delle altre merci. Grazie alla sua posizione geografca al centro del Mediterraneo, la Sicilia fu uno dei principali crocevia delle rotte commerciali antiche. Tanto che nel commercio romano di vino, una delle prime fgure di commercianti fu Lucius Aemilius, che utilizzava anfore siciliane prodotte a Terrasini. Uno dei luoghi simbolo di questa storia è Mozia, la colonia fenicia situata nello Stagnone di Marsala. Fondata tra l’VIII e il VII secolo a.C., Mozia rappresentava un nodo strategico per i traffci commerciali tra il Levante, il Nord Africa e l’Occidente mediterraneo. Ma anche la Sicilia orientale ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura del vino. La fondazione di Naxos nel 734 a.C., prima colonia greca in Sicilia, segnò l’inizio di una forte presenza ellenica lungo la costa ionica. Città come Naxos, Katane (Ca-
tania), Siracusa e Leontinoi divennero centri agricoli e commerciali collegati alle rotte mediterranee. In queste aree si sviluppò una tradizione vitivinicola che continua ancor oggi sulle pendici dell’Etna, dove il suolo vulcanico e il clima mediterraneo producono vini tra i più apprezzati del panorama enologico contemporaneo. Senza scordare che negli ultimi decenni la ricerca archeologica subacquea ha restituito nuove informazioni sulla diffusione del vino nel Mediterraneo.
Il lavoro dell’archeologo Sebastiano Tusa, fondatore della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, ha portato alla scoperta di numerosi relitti e reperti che testimoniano il commercio antico. Figlio dell’archeologo Vincenzo Tusa e di Aldina Cutroni, docente universitaria di Numismatica antica, Sebastiano Tusa si laureò in Lettere all’Università La Sapienza di Roma, dove si specializzò quindi in Archeo-
logia orientale con una tesi in paletnologia. Ancora ventenne, organizzò missioni archeologiche in Pakistan, Iran e Iraq. Dirigente della Regione Siciliana, negli anni Novanta fu direttore del Gruppo Indagine Archeologica Sommersa della Sicilia, da lui creato all’interno del CRPR e che avrebbe antici-
pato la creazione della Soprintendenza del mare. Dal 2001 fu docente di Archeologia Marittima nel corso di laurea triennale in Archeologia Navale, con sede a Trapani, dell’Università di Bologna. Nel 2003, durante scavi da lui diretti a Pantelleria, vennero trovati 3 ritratti imperiali romani. Nominato

La professoressa
Sovrintendente di Trapani, portò avanti numerosi progetti europei come la rete delle grotte preistoriche e molti altri fnalizzati alla conoscenza e valorizzazione del patrimonio della Sicilia occidentale. Nominato professore ordinario di Preistoria e Paletnologia presso l’Universita di Palermo, rinuncia alla docenza nel 2004 per istituire e coordinare la Sovrintendenza del Mare, di cui viene nominato primo sovrintendente da parte dell’assessorato dei Beni culturali della Regione Siciliana, promuovendo scavi subacquei in Libia, Tunisia e Giappone. Nel 2005 guidò gli scavi a Mozia, riportando alla luce, sulla strada sommersa che conduce all’isola, alcune strutture identifcabili come banchine. Nel 2008 realizzò con Folco Quilici il documentario “Un’Isola nel tempo”, una passeggiata alla scoperta dell’archeologia a Pantelleria, a partire dalla preistoria. Gli scavi da lui

promossi portarono a Pantelleria numerose Università, l’Alma Mater di Bologna, l’Università di Tubingen, l’Università di Matera, l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, confermando il ruolo di Pantelleria come «crocevia per i mercanti» in epoca antichissima. Dal 2018 fno alla morte, avvenuta a 66 anni nel 2019 per
un tragico incidente aereo in Etiopia, ricoprì la carica di assessore ai Beni Culturali per la Regione Siciliana, nominato dal presidente Nello Musumeci. Dopo la sua scomparsa, è stata istituita la Fondazione Sebastiano Tusa, attualmente presieduta dalla moglie Valeria Patrizia Li Vigni Tusa, fgura centrale nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale siciliano, che porta avanti il suo lavoro nella valorizzazione del patrimonio sommerso e culturale, La Fondazione Sebastiano Tusa, che nasce per tutelare, promuovere e diffondere l’opera e l’eredità culturale di Sebastiano Tusa, proseguendone la missione di valorizzare il patrimonio della Sicilia e portarlo al centro del dialogo culturale internazionale, è molto impegnata nella promozione di ricerche, studi e attività culturali legate all’archeologia, in particolare quella subacquea, curando numerose pubblicazioni, tra le più importanti ricordiamo Sicilia Archeologica. Antropologa e dirigente museale


italiana, Valeria Patrizia Li Vigni Tusa è nata a Palermo, dove si è laureata nel 1978 in Filosofa presso la Facoltà di Lettere e Filosofa. Dopo gli studi, vince il concorso all’Assessorato Beni Culturali e viene assunta come dirigente tecnico antropologo presso la Soprintendenza di Palermo. Dal 1997 è incaricata di gestire la sezione Etno-Antropologica della Soprintendenza di Trapani, dove ha diretto il restauro dei gruppi statuari dei “Misteri” di Erice e di Trapani, documentando le risposte sociali ai cambiamenti delle feste tradizionali, le processioni e le attività preparatorie. Ha progettato il restauro e la musealizzazione degli aspetti antropologici della tonnara “Florio di Favignana” realizzando, con le imbarcazioni storiche in essa conservate, una tradizionale “mattanza”. Si è occupata della trasmissione della manutenzione ordinaria delle barche della tonnara con i
maestri d’ascia marini per la formazione dei giovani, in collaborazione con i cantieri navali di Trapani. Ha realizzato il documentario “L’Ultima tonnara”, testimone della storia di questo luogo di lavoro. Tali attività sono state riprese da Rai Tre/Linea Verde. Per trasmettere la memoria di questa “Cattedrale del lavoro” ha realizzato il volume “Il lavoro del mare” sullo stabilimento Florio a Favignana. Dal 2001 al 2010 ha diretto il Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Palazzo d’Aumale, di Terrasini, primo centro di interpretazione del territorio a carattere interdisciplinare, realizzato attraverso un percorso geopaleontologico, archeologico, storico e antropologico che descrive il territorio di riferimento. Nel 2010 è nominata direttore del Parco Archeologico Industriale e museo della zolfara di Lercara Friddi. Dal 2010 al 2013 dirige il Museo
Interdisciplinare Regionale Agostino Pepoli di Trapani, dove ha curato la mostra “I grandi capolavori del corallo” in rete con la Fondazione Puglisi Cosentino a Catania e valorizzato la sezione dei coralli del Museo Pepoli. Ha creato laboratori permanenti al museo con gli ultimi artigiani del corallo. Dal 2013 ad al 2019 ha diretto il Polo Regionale d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Riso di Palermo, dove ha progettato e prodotto numerosi eventi culturali e scientifci a livello nazionale e internazionale, elevando il museo ai target europei. Ha realizzato mostre, laboratori, giornate di studio, incontri scientifci, seminari, convegni e conferenze che coinvolgono esperti nel campo dell’archeologia, del patrimonio etno-antropologico e bellezze naturali e dell’arte contemporanea mantenendo sempre un approccio interdisciplinare. Da settembre 2019 è stata nominata
Soprintendente del Mare della Regione siciliana – ente dedicato alla protezione del patrimonio sommerso - dove ha operato per la defnizione e presentazione del progetto del Centro d’eccellenza al Rooselvet e ha avviato una valorizzazione degli itinerari subacquei della Soprintendenza del Mare. Durante i due anni che ha operato come Soprintendenza del Mare Valeria Patrizia Li Vigni Tusa sono stati scoperti il relitto profondo di Ustica a circa 80 metri di profondità e il relitto profondo di Isola delle Femmine: entrambi presentavano un carico completo di anfore e due anfore prelevate hanno confermato che le navi trasportavano anfore vinarie. Ha curato numerosi libri e cataloghi articoli pubblicati in riviste specializzate, periodici e video-documentari. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Letterario per il suo libro “Il Sapere del Mare - Atlante

della Cantieristica siciliana”. La sua carriera è fortemente legata alla tutela, alla ricerca e alla divulgazione del patrimonio culturale, con un focus specifco sulla valorizzazione delle scoperte subacquee nel Mediterraneo. Così un frammento di storia “vinaria” è emerso dal mare delle Egadi, dove la ricerca archeologica subacquea –ancora operava il G.I.A.S.S. ed è stato portata avanti da Sebastiano Tusa nel 2000 –ha identifcato un relitto naufragato presso l’approdo di Cala Minnola di Levanzo col suo carico di anfore vinarie partito dalla fattoria dei Papia, sita nei pressi di Fondi, tra il Lazio e la Campania, il primo relitto visitabile a distanza grazie a un sistema di telecamere. Così capiamo
che il commercio del vino non era soltanto un fenomeno culturale, ma anche un sistema economico complesso. Nel mondo antico il vino veniva trasportato attraverso una rete di mercati chiamati Emporia, che praticavano un vero e proprio commercio marittimo ambulante, per mezzo di una navigazione di cabotaggio da un porto all’altro, lungo le coste mediterranee. Tuttavia la navigazione commerciale si andò col tempo sistematizzando in sistemi più complessi con l’emergere di alcuni grandi e medi armatori e commercianti. E in seguito poté crescere e perpetuarsi anche grazie alla pratica dell’interessante strumento fnanziario del fenus nauticum, un prestito marittimo
che fnanziava le spedizioni commerciali e veniva rimborsato solo se il viaggio si concludeva con successo, in pratica un prestito sulle merci da rimborsare in caso di sinistro. E il legame tra territorio, mare e vino continua anche nella viticoltura contemporanea, così oggi la Sicilia si afferma nel mondo con denominazioni prestigiose come Etna DOC, Sicilia DOC, Marsala e Pantelleria. In un contesto globale sempre più complesso, l’agroalimentare assume anche un ruolo geopolitico, infatti il cibo è oggi uno degli strumenti principali di cooperazione e sviluppo tra Europa, Mediterraneo e Africa. Così il vino, simbolo della cultura mediterranea, può diventare uno dei protagoni-
sti di questo dialogo tra territori e mercati. Ma il vino siciliano non è soltanto un prodotto agricolo, ma il risultato di tremila anni di navigazione, commercio e scambi tra civiltà. Le rotte del Mediterraneo hanno costruito la cultura del vino e la Sicilia, al centro del Mediterraneo, il mare nostrum di latina memoria, continua ancor oggi a raccontarne la storia. Sulla base di quanto desunto da questa equilibrata dialettica tra archeologia e fonti testuali, è certo che il vino diviene, sin dal II millennio a.C., uno degli elementi basilari dei sistemi mercantili mediterranei, non perdendo mai questa sua strategica importanza. In quest’ottica il commercio del vino ha contribuito non poco alla genesi di quel formidabile “accatastamento” culturale che, parafrasando Braudel, fece del Mediterraneo non un mare ma tanti mari, non una storia, ma tante storie. Così il Consorzio Pro.vi.di. Sicilia, che riunisce numerose cantine dell’isola, presieduto dall’avvocato Leonardo Agueci e diretto dal dottor Antonino Li Volsi, in collaborazione con la presidente della Fondazione Sebastiano Tusa, la professoressa Valeria Patrizia Li Vigni Tusa, per far assaggiare i vini delle vie del mare della più grande isola del Mediterraneo durante il Vinitaly, sarà presente con alcuni eventi a “Vinitaly and The City”, il fuori salone dedicato agli enoappassionati di tutta Italia, che ogni anno accompagna Vinitaly per 3 giorni con iniziative e appuntamenti nel cuore di Verona dedicati alla promozione di prodotti, territori e soprattutto la cultura del vino.




Nella magnifica Regione Toscana, nella pianura che si estende tra Firenze e la catena montuosa del Montalbano, in direzione del Passo di Serravalle, sorge l’antica, bellissima e monumentale città di Pistoia col suo fascinoso centro storico.
Una delle strade più importanti per uscire da Pistoia in direzione dell’Appennino Tosco-Romagnolo, quel tratto dell’Appennino Settentrionale che forma il confne montano naturale tra la Regione Toscana e quella dell’Emilia-Romagna, è Viale Italia. Proprio in Viale Italia, al civico 36, si trova un locale che offre una deliziosa esperienza culinaria, grazie alle sue ricette iconiche napoletane, realizzate con un mix di tradizione e innovazione, il ristorante pizzeria “Luna Rossa”, che nasce nel mese di maggio 2024 grazie a un progetto della famiglia Simeoli, già attiva da tempo a Pistoia con altre due realtà molto frequentate e caratterizzate da un taglio quotidiano e più informale: “Luna Rossa - Vera Pizza Napoletana” e “Luna RossaPizza e Hamburger”. Con l’apertura del ristorante “Luna Rossa”, i Simeoli hanno voluto compiere un salto qualitativo, orientandosi verso un format centrato su un servizio più attento e più curato verso la clientela, oltre alla già praticata estrema selezione dei prodotti utilizzati. Il locale, di proprietà della famiglia, è stato trasformato in un ambiente molto accogliente, che valorizza un’offerta gastronomica autenticamente napoletana, in cui non può certo mancare la pizza gourmet contemporanea. Lo spazio interno può accogliere una sessantina di coperti, a cui si aggiungono quelli del dehors, circa 30 posti. Al centro di
giorgio dracopulos
tutto questo lavoro c’è il bravissimo chef pizzaiolo Rosario Simeoli (classe 1977), anima del progetto “Luna Rossa”. Le preparazioni di Rosario, sia in pizzeria sia in cucina, sono contemporanee, golose e sofsticate, ispirandosi alla tradizione napoletana, ma vivendola nel presente. Accanto al grande Rosario Simeoli, lavora una squadra esperta e molto ben organizzata: in cucina il bravo
chef Marco Punzo, in sala l’esperto Mario Amore (napoletano, classe 1988, cresciuto in Toscana), che coordina l’accoglienza e la gestione della cantina, supportato dal giovane e bravo Francesco Simeoli. Da “Luna Rossa” in Viale Italia 36 a Pistoia potete trovare, oltre a una piacevole accoglienza, pizze e preparazioni di cucina dall’inconfondibile sapore della gustosa tradizione partenopea.

È possibile prendere “ UNA STELLA ” dalla mitica
in solo 4 mesi?...
giorgio dracopulos
Nella “Guía Michelin España 2026” (Guida Michelin Spagna 2026), presentata la sera di martedì 25 Novembre 2025 con un bellissimo gran gala svoltosi nell’accogliente e ampio auditorium dello Spazio Sohrlin Andalucía nella bella città di Málaga, tra i 25 nuovi ristoranti premiati con “Una Stella” c’è il restaurante “EMi” dello chef Rubén Hernández Mosquero. Tale premiazione è stata una sorpresa, “un vero fulmine a ciel sereno”, in quanto il restaurante “EMi” di Madrid aveva alle spalle solo 4 mesi di vita, essendo stato inaugurato martedì 29 luglio 2025. Lo chef Rubén Hernández Mosquero è nato in un piccolo comune che si chiama Llerena nella Provincia di Badajoz, rientrante nella Comunità Autonoma dell’Estremadura. Dopo le scuole dell’obbligo e le superiori Rubén, nella magnifca e antichissima città di Siviglia in Andalusia nel 2010 ha ottenuto la laurea universitaria al Magisterio Educación Física e nel 2012 si è diplomato “tecnico della ristorazione” presso la Escuela Superior de Hostelería. Sia le prime esperienze lavorative che quelle degli anni successivi sono state molto importanti e Internazionali, così, grazie alla sua bravura, Rubén ha scalato rapidamente i principali ruoli di cucina. Rubén ha fatto incredibili percorsi in ristoranti “super stellati” dai nomi mitici come El Bulli Catering, Terrazza del Casino, Bulgari, Geranium, Azurmendi, Noma, Minibar by José Andrés e Atomix. Un percorso lastricato di successi per Rubén Hernández Mosquero, come nel suo ultimo
La capitale della Spagna è la magnifca città di Madrid e, tra le tante sue bellezze naturali, architettoniche, storiche e gastronomiche, ha un altro aspetto estremamente invidiabile, quello che si può defnire “un estilo de vida” (uno stile di vita) frutto del positivo modo di vivere dei suoi abitanti.

in Calle de Gaztambide, al civico 64, il restaurante “EMi”. Calle de Gaztambide attraversa sia il quartiere omonimo, quello di Vallehermoso ed è una strada alberata a senso unico, lunga poco più di un chilometro, che parte da Paseo de San Francisco de Sales e arriva in Calle de Alberto Aguilera con un percorso quasi a ipotenusa. Entrando in Calle de Gaztambide da Paseo de San Francisco de Sales e percorsi circa 150 metri, si attraversa l’incrocio con Calle de Cea Bermúdez e, dopo meno di 30 metri, a sinistra, si trova il Civico 64 e il restaurante “EMi”, dislocato oinos • ristoranti
lavoro al ristorante Atomix (2 Stelle Michelin) di New York negli Stati Uniti, dove ha assunto la sfda di dirigere l’area sviluppo, facendo risalire il locale dalla posizione 118 nel mondo alla sesta, conquistando anche per due volte la posizione di “Migliore Ristorante del Nord America”. Nel 2025 Rubén Hernández Mosquero ha deciso di tornare in Spagna, a Madrid, per aprire il suo primo ristorante, la sua casa. Ecco che Rubén Hernández Mosquero ha inaugurato, dopo importanti lavori di restauro, martedì 29 luglio 2025, nel distretto madrileno di Chamberí,
su 2 piani per circa 450 metri quadrati complessivi, ma il piano superiore non è aperto al pubblico. Al piano terra (220 metri quadrati) si trova il banco dell’accoglienza, un’area relax con un bancone bar e alcuni tavolini bassi con intorno delle comode poltroncine, la sala principale, senza tavoli, col grande e spazioso bancone, ubicato di fronte all’ampia cucina a vista, esclusivamente per soli 12 commensali che si siedono su alti e comodi sgabelli imbottiti. Sulla parete in fondo alla sala principale, si trova la bella e coreografca cantina climatizzata a vista, chiusa da un grande portale ad arco di legno e vetro. A sinistra della cantina si apre un passaggio che porta a una saletta privata per gruppi da 4 a 8 persone, un ambiente assolutamente tranquillo ed esclusivo, sempre con vista sulla cucina. Da “EMi” il menù è unico, utilizza principalmente prodotti stagionali spagnoli di grande qualità: circa 14 portate, che cambiano spesso e che includono 3 snack, una sequenza di piatti freddi e caldi, un pre-dessert, un dessert e infne la piccola pasticceria. La carta dei vini è imponente e super
selezionata con cura e ambizione, grazie a uno straordinario sommelier e maître, come Miguel Ángel Millán. Una carta in continua evoluzione, che offre oltre mille referenze e circa tremila bottiglie. Il madrileno Miguel Ángel Millán ha iniziato la sua carriera nel mondo del lavoro come artigiano orafo, ma la vita e la passione l’ha successivamente indirizzato, in modo autodidatta, nel mondo della gastronomia e dell’ospitalità. Miguel Ángel ha studiato e si è diplomato in istituzioni prestigiose, come la Camera di Commercio di Madrid, il Wine & Spirit Education Trust (WSET) e la Court of Master Sommeliers nel Regno Unito, oltre a lavorare fanco a fanco con fgure chiave del mondo del vino. Fin dall’apertura il restaurante “EMi” ha da subito avuto un bel successo di critica e di pubblico, consolidandosi come una delle grandi rivelazioni gastronomiche del 2025, ottenendo premi come “Miglior Nuova Apertura Internazionale” da parte della guida più selettiva al mondo per gourmet, la francese La Liste edizione 2026, la T d’Oro di Tapas Magazin e Chef e Ristorante Rivelazione 2025


dalla rivista Metrópoli (El Mundo). Come già accennato, la Guía Michelin España 2026 ha premiato il restaurante “EMi” con una stella, un altro prestigio riconoscimento arrivato solo 4 mesi dopo l’apertura, un record: “EMi” è diventato il ristorante che ha ottenuto più rapidamente questo premio in Spagna. Il bravissimo Chef Rubén Hernández Mosquero ha sottolineato che tutti i successi sono frutto della forza collettiva che sostiene il progetto di “EMi”, una forza che nasce dall’entusiasmo, dalla passione e dall’energia di tutto il qualifcatissimo team, a partire da Miguel Ángel Millán, una forza che rende ogni servizio assolutamente speciale. Il restaurante di alta gastronomia “EMi”, in Calle de Gaztambide 64 a Madrid in Spagna, dello chef Rubén Hernández Mosquero, è assolutamente da provare.
Miguel Ángel Millán e Rubén Hernández Mosquero. Foto EMi
andrea cappelli
In cima al Sentiero degli Dei, ad Agerola, piccolo capitale dei Monti Lattari, si trova Palazzo Acampora, raro esempio di dimora e architettura patrizia dell’alta costiera amalfitana, risalente alla seconda metà del Settecento, residenza dela nobil famiglia degli Acampora di Corfù.


Il casato degli Acampora, come testimonia il predicato di Corfù, affonda le sue origini nelle nobil famiglie che, durante la dominazione veneziana dell’isola greca, protrattasi sino a oltre la metà del Settecento, dominarono sull’isola stessa. Il palazzo è stato teatro di un’affascinante saga familiare poiché le vicende di casa Acampora hanno signifcativamente infuenzato la storia dell’alta Costiera per tutto l’Ottocento sino al primo trentennio del Novecento. Un attento e appassionato restauro conservativo, iniziato nel 2008, di una delle più antiche e affascinanti residenze storiche della Co-
stiera Amalftana, a opera di Giovanni Paone, ultimo discendente dell’antica famiglia, insieme alla moglie Lizzy, ha restituito all’antico splendore l’appartamento storico, unitamente agli arredi originari, agli affreschi, ai fnti marmi policromi e alle tele del Pallegiani, le cantine, la corte, la bella scalinata napoletana. Nel 2024 l’appartamento al piano nobile è stato reso accessibile al pubblico da parte del dottor Giovanni Paone, imprenditore nonché custode appassionato di quest’incantevole realtà, consentendone l’ingresso nell’Associazione Dimore Storiche Italiane. Oggi le stanze dai sofftti affrescati, nelle quali si conservano arredi originari, quadri della Scuola di Posillipo, porcellane di Sèvres, ritratti degli antenati e foto di famiglia, raccontano la storia di una dimora di rappresentanza e delle sue prestigiose frequentazioni. Adiacente alle sale di rappresentanza, si apre un altro piccolo gioiello, la sala da pranzo, con la tavola sempre imbandita, secondo il protocollo borbonico, con la posateria in stile vittoriano e un servizio di piatti della Compagnie delle Indie. Sostanzialmente inalterata, funzionale e funzionante, è l’ampia cucina, nella quale, su richiesta, si svolgono cooking class e master class. Mentre nella suggestiva corte esterna, incorniciata da pietra viva e rivestita da rigogliosa edera dai colori cangianti, si apre una piccola cappella, dov’è possibile celebrare matrimoni, in una dimensione di estrema intimità. Così

oggi Palazzo Acampora, per il quale il patron Giovanni Paone parla, a buon ragione, di “lusso della semplicità”, è fruibile anche per servizi e riprese fotografche di prestigio, per ospitare eventi culturali e istituzionali, nonché di promozione del territorio, feste private e banchetti d’elite. E Palazzo Acampora, dove sono previste nel prossimo futuro anche 5 suite di charme, rappresenta il capofla di un percorso d’ospitalità iniziato dal gruppo imprenditoriale capitanato da Giovanni Paone, che guarda anche a orizzonti napoletani. In questo momento infatti è in corso la ristrutturazione di uno storico hotel situato sul Lungomare Caracciolo, il Miraramare, che diventerà un Boutique Hotel, la cui apertura è prevista nei primi mesi del 2027: sarà un 5 Stelle con circa 20 suite e 2 ristoranti, che saranno coordinati e gestiti da chef Vincenzo Guarino.
Il patron Giovanni Paone

Il locale gourmet si sviluppa infatti interamente al piano terra: la sala interna, in cui si respira la magica atmosfera del passato, conta 26 posti, affancata da una moderna cucina a vista, all’esterno troviamo 40 sedute, distribuite in un’intrigante corte, impreziosita da una rigogliosa vite americana che si abbarbica in alto sulle facciate del palazzo. In cucina c’è uno chef che ha scritto la storia di tanti ristoranti saliti poi all’onore della cronaca gastronomica: Vincenzo Guarino, più volte premiato con la prestigiosa “stella Michelin”. La cucina è interamente improntata alle eccellenze del territorio, secondo il principio del chilometro zero e del-

Ma Palazzo Acampora è, oltre a un luogo di cultura dell’ospitalità, anche un progetto enogastronomico, infatti dal 2016 offre, nella suggestiva location della corte interna, il ristorante fne dining “La Corte degli Dei”.
la stagionalità, nel segno di vecchie ricette e antichi sapori, sapientemente reinterpretati in piatti all’insegna dell’alta gastronomia, capaci di fondere tradizione e innovazione in una combine unica. Così a La Corte degli Dei, chef Guarino ha differenziato le proposte: a pranzo offre piatti della tradizione campana in una reinterpretazione leggera, pensati anche per chi poi affronta quel magico itinerario immerso nella natura che è il Sentiero degli Dei, a poche centinaia di metri dal ristorante. A cena stupisce e impressiona gli ospiti con le sue ricette, frutto di una ricchissima formazione, di collaudate esperienze, di contaminazioni con altre regioni e di scambi culturali con chef stranieri. Nella sua carriera, chef Guarino ha conquistando ben 4 stelle Michelin in giro per l’Italia, riconoscimenti che testimoniano la preparazione, il talento, il continuo

rinnovarsi, in un’instancabile ricerca verso l’eccellenza. Ora, tornato nella sua Campania, ha rivolto l’attenzione ai prodotti autoctoni e, in particolare, a frutti più iconici di Agerola: ai latticini, dal provolone del Monaco alla mozzarella fordilatte, alla pera pennata, varietà che cresce esclusivamente a queste latitudini, ma anche prodotti di norcineria – salami, pancette, salciccia e lardo aromatizzato –, la saporita pasta di Gragnano e i prodotti ittici della Costiera Amalftana. Avendo poi la fortuna di usufruire dell’orto di casa Acampora, che si sviluppa difronte al Palazzo, chef Guarino prepara le sue ricette avvalendosi della gran varietà d’ortaggi freschi. Ben rodata e affatata la brigata di cucina coi sous chef Antonio Della Monica e Giuseppe Romano, mentre il reparto lievitati e pasticceria è affdato ad Angelo Guarino, ventitreenne fglio d’arte,


che può vantare già una ricca esperienza. La sala è guidata da due sommelier di gran spessore: Luigi Capriglione, maître e Antonio Iovine, sommelier diplomato AIS. E per la stagione 2026, Guarino conferma un focus particolare sui piatti che raccontano la Campania, arricchiti da elementi d’innovazione e contaminazione, introdotti a seguito dei suoi viaggi nelle cucine del mondo.
Il ristorante Buca di San Francesco è un punto di riferimento per la ristorazione nella città toscana di Arezzo.

Fondato nel 1929 da Giuseppe Porcellotti, soprannominato “Beppino della Buca”, in un fondo che fino ad allora era adibito a cantina, il locale ha acquisito grande notorietà nel tempo, grazie alla sua lunga e prestigiosa storia. Il nome fa ben capire come si tratti di un ambiente situato sotto il livello della strada nonché adiacente a piazza San Francesco, dove si trova l’omonima basilica che custodisce gli affre -
schi di Piero della Francesca. In prossimità del luogo, nel medioevo, la zona era invece utilizzata come spazio per orti o pertinenze agricole dei frati Francescani. Alla fine degli anni Trenta le mura del ristorante vengono affrescate – in cambio di pasti – da Ovidio Gragnoli seguendo uno stile neo-medievale, che era tornato in auge con la rievocazione storica della Giostra del Saracino, per aggiungere fascino e
andrea cappelli



suggestione a un luogo di ritrovo popolare. La Buca di San Francesco divenne rapidamente un punto di riferimento per la città di Arezzo, attirando personalità illustri della politica e dello spettacolo. Per cucina e atmosfera, diviene uno dei luoghi più caratteristici in città, al punto da interessare celebrità di portata mondiale: Charlie Chaplin, Sting, Laura Pausini, Roberto Benigni, Salvador Dalì, il re di Svezia Gustavo VI, Carolina di Monaco, John Houston, Jeanne Moreau, Margherita Hack, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, il presidente americano Truman. A fine pasto, come usanza, agli ospiti d’onore veniva consegnato il “piatto del buon ricordo”, una ceramica decorata, regalata in memoria della visita. Ultimamente il locale è stato rilevato da Patrizio Bertelli, marito di Miuccia Prada, che lo ha sottoposto a un restauro conservativo del -
le pareti affrescate, della boiserie, dei pavimenti e degli elementi che hanno contribuito a preservare e valorizzare la storicità del luogo. L’aretino Bertelli, che del locale conserva nostalgici ricordi di gioventù, si sente in dovere di intervenire e realizzare un nuovo corso, estremamente rispettoso del suo illustre passato, restituendo la sua antica anima al ristorante di culto della città. Il ristorante propone piatti aretini con un menù declinato in base alla stagionalità e costruito su base settimanale, arricchendosi quotidianamente di piatti del giorno tipici della tradizione toscana. Qui si mangia circondati dalle mura con raffigurati santi e cavalieri, mentre la tavola ha una mise en place che è un piacere per gli occhi, fatta di porcellane e posate in argento. E d’estate nel giardino interno vengono serviti aperitivi accompagnati da pane fritto e prosciutto.
CASTELLO DI ALBOLA, NELLA GRANDE BELLEZZA DELL’ALTO CHIANTI CLASSICO, PRESENTA IL PROGETTO

daniela fabietti
Il borgo medievale di Castello di Albola nel comune di Radda in Chianti, immerso nel silenzio di campagne incantate, sorge nell’Alto Chianti storico, dove da secoli la vite prospera immersa in un contesto agropaesaggistico di grande bellezza, tra vigneti che s’inerpicano sui fanchi delle colline, oliveti argentei e suggestivi borghi medievali intatti.
L’origine, lì dove la Pesa ha le sue sorgenti, sfuma nel mito della civiltà protovillanoviana ed è certo che il toponimo abbia origine etrusca. Di Albola, castello di confne fra la Repubblica di Siena e la Signoria di Firenze, si parla a proposito dei possedimenti di Carlo IV e la prima traccia certa si ha da un documento notarile dell’anno 1010 d.C. che regola i rap-

porti tra alcuni fttavoli albolesi e Arnolfo II arcivescovo di Milano, infatti la diocesi meneghina tenne infatti in possesso queste terre per circa tre secoli. Successivamente se ne conosce la dipendenza dalla Badia di Coltibuono, seppur quando Radda diviene capitale della Lega del Chianti, sotto il dominio forentino il Castello è già ben munito e popolato,
tenuto in signoria dai nobili di Monterinaldi. Ma la vera espansione si ha con l’arrivo di uno dei rami della potentissima famiglia forentina degli Acciaiuoli: alla fne del Quattrocento Lodovico Acciaiuoli, che aspirava a espandere i possedimenti chiantigiani essendo un “insigne dottore cittadino e avvocato forentino”, fonda di fatto il possedimento di Pian d’Albola come lo conosciamo oggi. E nel 1515 fnalmente l’Acciaiuoli riesce a comprare, oltre alla terra, anche la “Casa Vecchia” dai signori di Monterinaldi. Dal Cinquecento Albola abdica alla propria funzione militare per abbracciare una vocazione agricola, divenendo uno dei latifondi più ambiti dalle nobili casate di Toscana, lo testimonia l’interesse dei Samminiati che, agli inizi del Seicento, estintasi la discendenza maschile degli Acciaiuoli, entrano in possesso di Pian d’Albola per via delle nozze tra Ascanio Samminiati e Caterina Acciaiuoli. Saranno loro, inglobando due massicce torri medievali, a costruire la villa con quello stile rinascimentale che segna tutta la nobile architettura chiantigiana. Sempre per via di matrimonio, la proprietà passò ai Pazzi, una delle più nobili e antiche famiglie forentine che la tennero fno a metà dell’Ottocento. Per il secolo successivo Pian d’Albola, che nel censimento generale del Chianti del 1832 era dichiarato come uno dei pochissimi fondi autosuffcienti di tutta la zona, conobbe diversi proprietari, fnché nel 1940 fu acquistata dal principe Giovanni Ginori Conti, ma il suo splendore si eclissò dapprima con le due
guerre mondiali e poi con la fne della mezzadria, quando l’antico sistema di conduzione agricola andò defnitivamente in crisi. Finalmente nel 1979 divenne proprietà della famiglia Zonin per iniziare il suo secondo Rinascimento. Per quanto riguarda la produzione vitivinicola, se già in un documento si parla dell’acquisto da parte di Niccolò Acciaioli nel 1480 di una “terra vignata”, fu Ascanio Samminati, a metà Settecento, a portare impulso alla viticoltura, dando per la prima volta un progetto compiuto alla tenuta anche con notevoli opere di regimentazione idrogelogica. Le prime tracce della moderna storia enoica di Albola si trovano nella cronaca del “Dizionario fsico geografco del Granducato di Toscana” di Emanuele Repetti che nel 1841 scrive “chiamasi propriamente Albola una piaggia accreditata per i suoi vigneti, dai quali si ottengono forse i migliori vini del Chianti”. Alcune delle prime bottiglie a marchio proprio risalgono agli anni Cinquanta del Novecento e alcuni esemplari riposano ancora nella cantinetta storica vicino alla suggestiva barricaia in pietra. Oggi la tenuta si estende per circa 900 ettari: 110 sono coltivati a vigneto, di cui ben 100 dedicati al Sangiovese e quindi al Chianti Classico DOCG, su 12 ettari si trovano dimora anche circa quattromila antiche piante d’olivo col classico blend di cultivar toscane – Frantoio, Leccino e Moraiolo – che donano il grande extravergine IGP tipico di queste terre, un oro verde che, a memoria d’uomo, fa parte integrante delle tradizionali produzioni della fatto-
ria toscana, il resto – quasi il 90% della superfcie totale –sono ftti boschi di macchia mediterranea. Agli inizi degli anni Ottanta si data il primo impegno a portare a un livello produttivo d’alta qualità le vigne per poi procedere alla sistemazione dei suggestivi casolari e della bellissima villa padronale. Dopo aver individuato la posizione ideale al fne di conciliare le esigenze di produzione col rispetto del contesto ambientale, è stata costruita negli anni Novanta una nuova cantina su un poggio panoramico a poca distanza dal borgo, perfettamente armonizzata nel paesaggio circostante. Il parco vigneti, ritenuto il vigneto archetipico del Chianti Classico, circondato da selve di roverelle, punteggiato da altissimi cipressi e contornato da oliveti argentei, è il più suggestivo anfteatro di vigne di tutto il Chianti Classico. Le piante sono allevate sia a cordone speronato che a guyot – forma che sta prendendo sempre più piede perché permette alla pianta di crescere più equilibrata e libera. I vigneti storici di Selvole, Capaccia, Madonnino, Ellere, Marangole, Mondeggi, Poggio alle Fate, Sant’Ilario e Acciaiolo sono disposti a un’altitudine tra i 400 metri e i 680 metri slm e prendono luce, come si dice in Chianti, “da sole a sole”. Ma il vigneto simbolo di Castello di Albola è sicuramente “Il Solatìo” che si inerpica su di una pendenza mozzafato su un terreno di sasso tra i 550 e i 580 metri slm. I suoli di Albola si caratterizzano per forme geologiche ricche in scheletro, tipicamente il galestro e l’alberese. Ciò, oltre ad assicurare un ottimo drenaggio dei ter-


reni, conferisce particolare mineralità e sapidità ai vini. Il vitigno principe è naturalmente il Sangiovese, simbo-
lo del Chianti Classico, la cui vendemmia si svolge tra la seconda quindicina di settembre e la prima quindicina
di ottobre. Oltre al Sangiovese, esteso sul 90% della superfcie vitata e destinato ai Chianti Classico in purezza,
si coltiva anche un’altra grande uva a bacca rossa, il Cabernet Sauvignon, nella vigna più vecchia della fattoria di ben quarant’anni, utilizzato per produrre il SuperTuscan Acciaiolo. Nelle vigne più fresche sono coltivate anche uve bianche Chardonnay, precisamente nella vigna più alta della tenuta, tre ettari a quasi 700 metri slm, da cui deriva il fresco e minerale “Poggio alle Fate” e poi Trebbiano e Malvasia per produrre il raro Vin Santo del Chianti Classico, ulteriore frma di toscanità. La cantina è distribuita su due livelli: uno esterno, destinato alla vinifcazione delle uve e alle aree tecniche e uno sotterraneo destinato per due terzi a preservare i vini in tini d’acciaio termo-controllati da un sistema computerizzato e per un terzo all’affnamento dei vini rossi in legni di rovere. Ma anche le storiche cantine sotterranee dell’antico borgo medioevale, con le tradizionali volte in pietra, sono tornate a vivere per affnare questi grandi rossi chiantigiani in grandi botti di rovere di Slavonia – che rappresentano oggi il 70% dei legni – e preziosi tonneaux di rovere francese. La produzione complessiva si avvale solo d’uve di proprietà biologiche e per il 90% si dedica alla produzione delle varie declinazioni di Chianti Classico: annata, Riserva – una selezione di otto vigneti – e due Gran Selezioni, “Il Solatio” e “Santa Caterina”, ognuna delle quali prende il nome del vigneto da sono raccolte le uve per valorizzare le caratteristiche di ogni singolo terroir. Castello di Albola è sicuramente l’incarnazione dello spirito delle colline più alte del Chianti

Classico, terroir che marca molto forte, donando vini verticali e delicati, dal gusto raffnato e ricercato, nonché dalla gran longevità. “Custode” appassionato della Tenuta è dal 2004 il piemontese Alessandro Gallo, classe 1971, alle spalle studi alla Scuola Enologica Umberto I di Alba e una laurea in Chimica all’Università di Torino: “Dal punto di vista vitivinicolo, l’areale di Radda in Chianti rappresenta uno dei più vocati di tutto il Chianti Classico storico, vantando peculiarità come il sasso, la collina aspra e l’altitudine dei vigneti che determinano quella dolcezza di tannini, quella struttura organoletti-
ca, quei profumi particolari che rendono eleganti i nostri vini. Infatti, da Pian d’Albola, una costellazione di cru si estende tra antichi poderi e boschi di querce per salire sino alle cime più elevate dei Monti del Chianti a disegnare un paesaggio di straordinaria bellezza. Così dai nostri vigneti, ognuno diverso per composizione del suolo, altitudine ed esposizione alla luce del sole, nascono vini stilisticamente unici, d’ineguagliabile fnezza, dalle sfumature sottili e sofsticate. Ma credo fortemente che essere oggi winemaker non signifchi solo stare in cantina, ma consista anche nel seguire con estrema cura tutti gli aspetti della fliera produttiva, dalla gestione delle vigne alla ricerca, dalla
sostenibilità ambientale –ogni anno dal 2018 viene redatto e pubblicato il Bilancio di Sostenibilità in conformità con lo Standard Equalitas – alla vendita, dalla promozione all’ospitalità”. In questo contesto unico di grande bellezza, è nato nel 2023 il progetto “Dialoghi Paralleli”, un’iniziativa culturale annuale che unisce il mondo del vino all’arte contemporanea. L’iniziativa nasce dal desiderio del direttore Alessandro Gallo di portare il binomio Arte&Cultura all’interno del Castello, creando un connubio unico tra enogastronomia e creatività artistica. L’obiettivo è valorizzare il patrimonio identitario del Castello attraverso un dialogo tra linguaggi espressivi differenti, in cui l’espe-
rienza del vino si arricchisce di contenuti artistici, visivi e narrativi. Tutto prende vita dall’amicizia tra Alessandro Gallo e i due artisti Fabio Calvetti e Armand Xhomo. L’incontro con i due artisti avviene quasi per caso: durante una conversazione con Armand Xhomo davanti a un calice di vino, Alessandro scopre che l’artista è legato da una profonda amicizia con Fabio Calvetti, di cui lui stesso possiede un’opera. Da quella chiacchierata nasce l’idea di intrecciare due linguaggi paralleli: quello del vino e quello dell’arte, capaci insieme di donare nuovo valore al territorio e alle sue tradizioni. Così da questo legame prende forma l’idea di accogliere le loro opere nelle cantine storiche


della tenuta, luogo intriso di tradizione, cultura e memoria. Nelle sale medievali del borgo prende vita la prima esposizione artistica della tenuta: un progetto che intreccia arte e territorio in un dialogo autentico e profondo. Il confronto tra Calvetti e
Xhomo si fonda su una comune fedeltà alla fgurazione, ma si esprime attraverso linguaggi distinti e complementari. Calvetti esplora la dimensione interiore con toni intimi e meditativi, affdandosi a una tavolozza che alterna cromie scure e terra-
chetta diventa una superfcie d’autore, veicolo di signifcato, identità e valore aggiunto. Così questa iniziativa segna l’inizio di un percorso strategico di posizionamento culturale del brand Castello di Albola, che intende costruire una narrazione coerente e distintiva, capace di parlare a pubblici diversifcati: dal consumatore sensibile all’arte, al collezionista, al professionista del vino in cerca di progetti unici e ad alto contenuto simbolico.
gne a bianchi lattiginosi e rossi intensi, Xhomo, al contrario, si distingue per un’energia vitale e gestuale. Fin dalla sua prima edizione nel 2023, “Dialoghi Paralleli” si è confgurato come una piattaforma di contaminazione culturale, capace di coinvolgere appassionati da tutta Italia. E da allora, ogni anno, le sale storiche del Castello e i suoi spazi all’aperto ospitano mostre che dialogano con l’ambiente, offrendo ai visitatori un’esperienza immersiva tra arte, vino e storia. E per unire ancor di più direttamente l’arte di far vino all’arte contemporanea, nasce su questa scia la prima collezione di “Etichette d’Autore” frmate proprio dai primi due artisti che hanno creduto nel progetto di Dialoghi Paralleli: Armand Xhomo e Fabio Calvetti. L’obiettivo è rafforzare il legame tra vino e arte attraverso un nuovo canale espressivo, dove l’eti-
Il direttore Alessandro Gallo
Fabio Calvetti, nato a Certaldo nel 1956, è tra gli artisti italiani più riconosciuti a livello internazionale. Le sue opere, sospese tra fgurazione e introspezione, raccontano la dimensione interiore dell’attesa, del silenzio e del tempo. Il suo linguaggio visivo unisce elementi fgurativi e simbolici con fgure spesso femminili immerse in ambienti rarefatti, urbani o metafsici. La donna, ricorrente nei suoi lavori, diventa emblema di introspezione, attesa e risonanza emotiva. Così per Dialoghi Paralleli, Calvetti ha creato un’etichetta in cui il volto di una donna emerge da un’esplosione di colore, all’interno di un’anfora che spicca tra i vigneti del Chianti. Un omaggio a Marangole Toscana IGT 2020, dove il simbolo della terracotta diventa ponte tra arte e vino, tradizione e contemporaneità. La scelta di Calvetti è legata alla sua capacità di fondere narrazione visiva e sensibilità poetica, in perfetta armonia col mondo del vino, visto come esperienza estetica e culturale:
“La bellezza può essere una cosa semplice e in Toscana lo sappiamo bene. Alcuni luoghi, come il Castello di Albola, ne sono la testimo-
ristoranti • oinos
nianza più evidente e non si tratta ‘solo’ di genius loci, ma di una flosofa e un lavoro portati avanti a partire dalla civiltà etrusca per arrivare al Rinascimento e alla volontà odierna di conservarne equilibrio e misura. Oltre a rappresentare un patrimonio storico e culturale unico nel suo genere, Castello di Albola guarda all’arte come espressione della propria identità. Poter essere, qui, nei suoi prestigiosi spazi, rappresenta per la mia arte un’esperienza unica”. Armand Xhomo, artista d’origine albanese, si forma all’Accademia di Belle Arti di Tirana, avviando un percorso che spazia dal teatro alla grafca pubblicitaria. Il suo linguaggio visivo, fortemente dinamico e simbolico, unisce segno e colore in una tensione continua tra fgurazione e astrazione. Le sue opere sono attraversate da colori intensi, viscerali, quasi mentali, che sembrano emergere da una sorgente interiore più che da una realtà visiva. Sotto la superfcie vibrante, si percepisce il disegno che defnisce il limite tra il bianco e il nero, tra presenza e assenza, tra corpo e spazio. Per il progetto Etichette d’Autore – Dialoghi Paralleli, Xhomo ha creato un’etichetta di straordinaria forza visiva e simbolica: due tori di colori differenti, potenti e complementari, si affrontano e si intrecciano su uno sfondo celeste-blu. Il movimento dei corpi si trasforma in un dialogo di energie, una danza di opposti che rappresenta il dualismo vitale del vino stesso: forza e armonia, istinto e controllo, tradizione e innovazione: “Il vino ha accompagnato l’arte e gli artisti dalla notte dei
tempi. Troviamo dipinti nei quali si assapora il vino o si lavorano i vigneti dai tempi dei Romani e dei Greci, ma anche nel tardo Rinascimento col capolavoro ‘Bacco’ di Caravaggio, nell’impressionismo delle opere di Cézanne così come nelle rifessioni di Salvador Dali. Dalle poesie di Umar Khayyām, ai pensieri di Leopardi senza dimenticare i te-
sti biblici, dove il vino simboleggia l’allegria come elemento fondamentale della vita. Ora, qui, come cornice c’è un borgo medievale, i cui poderi e flari affondano la tradizione nella cultura degli Etruschi, dei Romani, ma anche nelle storie delle famiglie dell’Alto Medioevo come gli Acciaioli, i Pazzi e i Ginori, che giungono fno alla famiglia Zonin. Ecco: tra-
dizioni, sentimenti, il lavoro e l’arte hanno trovato nel Castello Di Albola la loro casa”. Due visioni opposte e speculari danno forma a un equilibrio armonico tra rifessione e impulso, quiete e movimento. Questo Dialogo Parallelo, nato nelle cantine storiche di Castello di Albola, rivive oggi in questo elegante cofanetto dai toni scuri e il prezioso logo dorato,


che custodisce le opere dei due rinomati artisti che hanno esposto alla prima edizione della mostra, due etichette d’autore autentiche, frmate rispettivamente da Fabio Calvetti e Armand Xhomo, che vuol essere anche un modo concreto di dare continuità al progetto. Entrambe le etichette vestono quest’anno in maniera insolita e intrigante il Marangole Toscana IGT Biologico 2020, un Sangiovese in purezza affnato in anfora di terracotta, il cui nome è lo stesso del vigneto da cui vengono raccolte le uve con un’accurata selezione in vigna e in cantina, uno dei cru più prestigiosi di Castello di Albola. Si tratta di soli 550 cofanetti da due bottiglie –nella retro etichetta è presente la numerazione progressiva da 1 a 550 – che non potranno essere vendute singolarmente proprio per non perdere il concetto di Dialoghi Paralleli e saranno acquistabili solo se si è membri del Wine Club Castello di Albola. In questo caso il nome del vigneto è mutuato dal toponimo dell’omonima villa che insiste ai piedi di Castello di Albola e che molti considerano la casa più bella del Chianti. Stiamo parlando della settecentesca imponente ed elegante Villa ‘Le Marangole’, inserita in un contesto d’assoluto fascino e spiccata eleganza rurale, parte di un ecosistema paesaggistico unico al mondo, il Chianti Classico, dove il lavoro dell’uomo si intreccia da secoli con la natura, dando vita a un equilibrio perfetto tra cultura e ambiente. Si tratta di una classica ‘leopoldina’, termine col quale si intende una tipologia di casa
colonica nata come abitazione dei contadini mezzadri con precise caratteristiche architettoniche tradizionali, costruita nel corso del processo di bonifca agricola delle campagne avvenuta quando appunto regnava in Toscana il granduca Pietro Leopoldo I di d’Asburgo Lorena: in posizione dominante e ben esposta al sole, a blocco isolato, tetto a padiglione, portico, loggia e co-
residenza: è un luogo dell’anima, un punto d’incontro tra natura, arte e cultura del vino. Secondo il percorso di valorizzazione territoriale avviato da Castello di Albola, la villa rappresenta oggi un tassello fondamentale nel progetto di apertura e dialogo col pubblico. E il suo nome, che dà origine anche all’etichetta del vino Marangole Toscana IGT, diventa un simbolo del legame pro-

lombaia con stalle al piano terreno a abitazione al primo. La villa, recentemente restaurata, si affaccia su un mosaico di vigneti e boschi che disegnano il proflo autentico del Chianti Classico. Con le sue linee armoniose, i colori caldi della pietra e la sua posizione panoramica, Villa Marangole è più di una
fondo tra architettura, paesaggio e identità produttiva. Oggi Villa Marangole è anche un luogo d’accoglienza e ispirazione: un rifugio per chi desidera vivere l’esperienza del Chianti Classico in tutta la sua autenticità, circondato da bellezza, silenzio e armonia. “Se il vino resta il caposaldo della fattoria, ne-
gli ultimi anni il settore ospitalità sta crescendo molto –commenta Alessandro Gallo – strutturandosi con personale qualifcato e professionale, in grado di trasmettere la familiarità toscana in tutta la sua autentica semplicità. Così, per la felicità degli enoturisti e dei wine lovers, l’offerta gastronomica di Castello di Albola da quest’anno si amplia con l’apertura di un vero e proprio ristorante ‘Albola Osteria’, che ha aperto le sue porte lo scorso 5 marzo, un locale dalle radici toscane e anima contemporanea per un’esperienza autentica del gusto, dove la tradizione toscana incontra l’eleganza dei grandi vini d’altitudine. E la grande novità è che presentiamo un menù alla carta, col quale vogliamo creare un legame autentico col territorio attraverso materie prime selezionate con cura, passione e stagionalità. Questo nuovo progetto di cucina è nelle sapienti mani del nostro chef Alessandro Chiesa, dalle quali nascono alcuni piatti della tipica cucina toscana, naturalmente rivisitata e alleggerita, il tutto nel segno delle genuine materie prime d’eccellenza del territorio chiantigiano, scelte in un concetto di fliera corta, possibilmente a chilometro zero. Classe 1972, chef di scuola milanese, Alessandro Chiesa ha portato a Castello di Albola un know how importante, alzando il livello della ristorazione, potendo vantare un lungo trascorso allo storico ristorante Savini di Milano, nonché plurime puntate nel mondo dell’hotellerie di lusso. Trasferitosi in Toscana nel 2016, è un gran professionista che interpreta i sapori in un gusto mediter-
raneo contemporaneo, la cui frma si legge nelle intriganti riduzioni, salse vegetali, creme di legumi ed emulsioni con cui ama corredare le ricette e curare l’inpiattamento. La sua cucina, che potremmo defnire attenta ed elegante, è molto concentrata sulla stagionalità, la freschezza delle materie prime e si incentra sull’alta qualità e cottura perfetta di succulente specialità gastronomiche toscane. Sono privilegiati i prodotti dell’orto di casa, senza scordare la pasta fatta a mano e soprattutto i risotti, di cui è senza dubbio un maestro! Altra particolarità del nostro chef è la grande attenzione al corretto abbinamento cibo/ vino, nella convinzione che il valore della cucina debba andare di pari passo con quello della nostra proposta enoica”. Albola Osteria, che può ospitare all’intero fno a 50 persone e sulla veranda esterna fno a 30 persone, è aperto tutti i giorni a pranzo dalle ore 12 alle ore 14:15 e per cena solo il venerdì e il sabato dalle ore 19 alle 21. La brigata in cucina è composta dall’executive chef Alessandro Chiesa, ad Albola da ormai 5 stagioni, un sous chef e due aiuti, quindi quattro professionisti in totale, mentre la brigata di sala, capitanata da Mario Patanè, è composta da altri 4 professionisti. L’offerta del menù alla carta è di 4 scelte per tipologia di piatti, perciò 4 antipasti, 4 primi, 4 secondi, 4 dolci, che comprendono anche una versione vegetariana e qualche piatto della costiera toscana. Naturalmente c’è la proposta d’abbinamento al bicchiere e nel menù, che cambia stagionalmente almeno 3/4 volte
nell’arco dell’anno, in base anche alle materie prime del territorio toscano, viene indicato il vino consigliato per ciascun piatto con la possibilità di scegliere anche qualche vecchia annata. È stata comunque mantenuta la possibilità di avere un menù degustazione con 3 o 4 portate fsse scelte dalla cucina, con 3/4 vini in abbinamento. Albola Osteria è disponibile anche per l’orga-
cura nella lavorazione e nella presentazione del piatto. Professionalità, attenzione al dettaglio e calore dell’accoglienza rendono oggi ogni visita ad Albola Osteria un viaggio autentico nel cuore del Chianti Classico. Ma ci sono molte novità anche sul fronte delle esperienze di Castello di Albola… “Infatti il nostro racconto si è arricchito di nuove esperienze pensate per chi desidera vivere

nizzazione di cene per eventi privati con menu dedicati, collaborazioni con chef e ristoranti o esperienze personalizzate. Ogni piatto è frutto di ricerca e rispetto per le eccellenze toscane, interpretate dallo chef con sensibilità contemporanea e profonda conoscenza della tradizione, senza scordare la
la magia del Chianti Classico DOCG in modo ancor più profondo e personale. Tre le proposte, il pic nic per chi vuole godersi l’aria aperta al giardino di Castello di Albola e la ‘degustazione itinerante’, pensata per far vivere un’esperienza immersiva attraverso una degustazione di 4 vini all’interno delle di-
verse location del borgo medievale. Si inizia dall’enoteca col primo vino, il Chianti Classico annata e una spiegazione della nostra flosofa aziendale. Ci spostiamo poi nel giardino, dove viene spiegata la storia di Castello di Albola, dopodiché ci spostiamo in bottaia, dove si assaggia il Chianti Classico Riserva, spiegando il metodo d’affnamento. Continuando, andiamo nella cantinetta storica, dove collezioniamo tutte le annate storiche e lì apriamo una vecchia vendemmia, in questo momento il Chianti Classico 2011, un’annata molto vecchia che ha tenuto benissimo il tempo. Il tour fnisce in vinsantaia, dove si assaggia appunto il Vinsanto proprio ne luogo dove viene affnato il vinsanto. Il pacchetto di experience si articola poi con il ‘blind tasting’, comprensivo di un tour guidato, volto a scoprire la storia e la flosofa di Castello di Albola. L’esperienza si conclude poi con una degustazione alla cieca: un gioco dove il senso dell’olfatto e del gusto sono i protagonisti principali, cercando di cogliere tutte le caratteristiche dei vini proposti. Infne, abbiamo l’esperienza ‘old vintages’ pensata per valorizzare la complessità e l’eleganza dei nostri vini attraverso il tour e la degustazione di vecchie annate. Lo scopo è sottolineare la capacità evolutiva dei nostri Wines of Altitude dopo anni di affnamento in bottiglia. Ormai da tempo ogni anno stocchiamo circa mille bottiglie per ogni etichetta, che riposano nelle nostre antiche cantine senza subire, al riparo dalla luce, dal calore e da spostamenti dannosi. Un plusvalo-

re che oggi Albola si può permettere, a servizio di un cliente attento che voglia godere di un’annata matura al punto giusto. E dopo ogni Wine Experience è possibile fermarsi per pranzo ad Albola Osteria o nel nostro suggestivo Wine Bar immerso nella quiete del corte del borgo medievale, che può ospitare all’interno fno a 20 persone e all’esterno fno a 30 persone, per assaporare sfziosi taglieri toscani con prodotti tipici del territorio, cioè salumi, formaggi e crostini. Inoltre, abbiamo anche una stazione di ricarica per le auto elettriche, un piccolo passo per essere sempre più sostenibili. A Castello di Albola, quindi, accogliamo i visitatori durante tutto l’anno per far scoprire un affascinante angolo del Chianti Classico, territorio pieno di storia e tradizione che vogliamo valorizzare con un’offerta di
Lo chef Alessandro Chiesa


esperienze enogastronomiche pensate per lasciare un ricordo indelebile nelle memorie di chi lo visita. Qui, a Castello di Albola, raccontiamo la nostra storia, fatta di vigneti decennali, mura secolari del borgo medievale, amore per il Sangiovese, la passione per il vino e il rispetto delle persone che con dedizione curano questo luogo”. Castello di Albola, simbolo dei ‘wines of altitude’ chiantigiani è da sempre un luogo dove il tempo, la tradizione e la passione per il vino si intrecciano in un racconto autentico. La tenuta, rappresenta infatti oggi un modello di eccellenza enologica, in equilibrio tra tradizione, innovazione e sostenibilità. E i suoi intriganti rossi sono proprio l’incarnazione dello spirito delle colline più alte del Chianti Classico, terroir che marca molto forte, donando vini verticali e delicati, dal gusto raffnato e ricercato, nonché dalla gran longevità.
andrea cappelli foto bruno bruchi
Nonna Annunziata con la piccola Silvana e la cugina Maddalena di Siena nell’aia; Babbo Primo, il fratello Silvano detto “cingolo”, Silvana, il fratello maggiore Enzo e la mamma, detta “Ginetta” Gina con il cane Laica

Silvana, dopo ben tre decenni ai fornelli Dal Falco, hai deciso di passare la mano, ma l’amore per la cucina, che ha animato tutta la tua vita, è una tradizione che proviene dalla sua famiglia? “Certo, noi veniamo dalla campagna, dal podere Lucignanello, il casolare più bello e importante di Pienza in un meraviglioso angolo della Val d’Orcia, dove sono nata nel 1959 e cresciuta accanto a mia nonna Annunziata per-

ché mia mamma Gina doveva lavorare nei campi: gran cuoca e conoscitrice dell’orto, da nonna ho imparato a selezionare le migliori materie prime e ho ereditato la passione per le pentole. Anche perché Annunziata doveva sfamare una vecchia famiglia di stile mezzadrile patriarcale, composta in un certo momento addirittura da ben 22 persone! Dal 1959 al 1965 abbiamo abitato in questa famiglia allargata tutti insieme, poi mio padre, essendo poi negli anni rimasti in pochi a dover gestire un casolare così grande come Lucignanello, decise che la sua famiglia sarebbe dovuta andare ad abitare in un podere solo nostro, un piccolo casolare chiamato Il Rigo. Ho iniziato a lavorare al ristorante Dal Falco, che fu aperto nel 1969 dal cuoco Aldo Casellani, detto appunto ‘Il Falco’, quando avevo 12 anni e mezzo nel 1972 – allora era un bar con una piccola sala ristorante – e vi sono rimasta fno ai 14 anni, poi ho fatto altre esperienze e infne sono

tornata di nuovo qui nel 1997. Allora si faceva una cucina tradizionalissima e di solito, quando si andava al ristorante, si usava mangiare un grande antipasto con salumi, formaggi e crostini, un bel piatto di pasta fatto in casa col ragù e poi un abbondante arrosto morto misto con le costine di maiale, le salsicce, l’agnello, il piccione, il pollo, il coniglio. I nostri clienti erano gli operai, le maestranze dei flm che giravano a Pienza, le persone che venivano a passare le acque alle Terme di Chianciano e i primi turisti che si affacciavano a visitare la Val d’Orcia, tanto che Aldo negli ultimi anni
aveva inserito anche dei piatti di pesce. Il turismo vero a proprio a Pienza però è scoppiato negli anni Novanta, dopo l’uscita del flm Il Paziente Inglese, quando arrivavano tantissime persone per vedere i luoghi dove era stato girato questo cult movie e da allora abbiamo cominciato a vedere anche il pubblico estero, soprattutto la clientela americana. Nel 2003 Casellani ha poi deciso di ritirarsi e affdare a me la gestione del locale, che ho rilevato, continuando la storia da loro iniziata. In questi trent’anni ho cercato di mantenere la tradizione della cucina toscana, immettendo
un po’ di modernità, curando di più la cantina, la presentazione dei piatti e prestando molta attenzione al servizio e alla cura del singolo cliente. Quello che mi ha sempre animata è la passione e l’amore per Pienza e la fedeltà alle ricette d’una volta”. Il ristorante “Dal Falco”, il più antico della cittadina di Pienza, la città di papa Pio II, al secolo il senese Enea Silvio Piccolomini, dell’antica consorteria di banchieri senesi che volle fare del borgo natio la “città ideale” dell’urbanistica rinascimentale, è stato infatti sempre fortemente legato alle tipicità del territorio.

Quell’idea di perfezione ricercata dal Pontefce è stata poi difesa nei secoli dagli abitanti, che oggi, orgogliosi del proprio passato, accolgono il visitatore nel piccolo borgo perfettamente conservato. E questa vocazione della ricerca dell’eccellenza la si ritrova anche a tavola con le proposte dell’enogastronomia locale. Situato all’interno di un
caratteristico cortile, che vagheggia gli scorci verdeggianti dei giardini pubblici, a ridosso della trecentesca Porta al Prato, il ristorante “Dal Falco” aveva nell’ambiente rustico e caratteristico la cornice ideale per gustare i piatti tipici della cucina senese, che è un inno ai sapori tradizionali, dove qualità e gusto si armonizzano in un sublime accordo,
sempre fedele ai principi e ai metodi che hanno fatto della Toscana la patria del buon mangiare. Il locale poteva contare su 80 posti all’interno, divisi in 2 sale, e 40 all’esterno, oltre a 6 confortevoli camere per gli ospiti al piano superiore per la sosta del viandante, che Silvana continuerà a gestire. La cordiale simpatia del personale ha sempre rappresentato lo sfondo ideale per gustarsi, con un sorriso, i piatti proposti: non si può non cominciare dai famosi crostini toscani, antipasto classico, insieme ai salumi locali, magari di Cinta Senese, senza scordare una primizia del posto, come il rinomato Pecorino di Pienza con le sue salse aromatiche o il miele. Fra i primi c’era l’imbarazzo della scelta perché la pasta era tutta fatta in casa a mano tutti i giorni dalla simpatica signora Lidia, che iniziava sempre alle 8 del mattino, della quale, scherzosamente, la proprietaria Silvana amava dire che era stata “rilevata insieme al ristorante”: di lei si diceva che era il pezzo più prezioso, una vita spesa a impastare pici – i famosi grossi spaghetti caserecci conditi con ragù o con la tradizionale briciolata, ossia mollica di pane fritta in olio, conosciuti in tutto il mondo – ravioli, gnocchi, tagliatelle, magari insaporiti con un ragù di lepre. In stagione si potevano trovare i profumati tartuf delle Crete Senesi, in estate i gustosi fori di zucca, in autunno i funghi porcini del Monte Amiata appena raccolti e in inverno una calda ribollita con le verdure dell’orto o una bella bistecca alla forentina, cotta alla perfezione. Fra i secondi inoltre trionfava la selvaggina e non mancavano mai l’agnello alla brace, i fritti, specie il pollo, gli ottimi arrosti e le grigliate. L’ambiente caloroso e accogliente del ristorante Dal Falco era la cornice ideale per l’allegra patron Silvana Franci, titolare del locale, ladychef e sommelier AIS, una persona di-
La signora Lidia in cucina mentre fa i pici a mano

namica, curiosa di gusti e sapori, che si dedica da sempre molto alla ricerca di “cose buone”, portando avanti l’attività con gran professionalità. Con semplicità, Silvana ha proposto per ben 6 lustri una genuina e saporita cucina locale, vera espressione del territorio, basata su un’accurata scelta delle materie prime della campagna circostante, ma attenta a mantenere un buon rapporto qualità/prezzo.
Silvana, hai dei piatti del cuore? “A parte i pici, che sono la nostra tradizione più longeva, e la carne alla brace, uno dei nostri piatti più signifcativi era senza dubbio il fletto di manzo di razza chianina col cappello di porcino sopra, per non parlare del pecorino alla brace e della ‘scaloppa del curato’, un piatto piccante a base di verdure di stagione, ma la cui ricetta è assolutamente segreta. Oltre a questo, era mio diletto personale ideare sempre nuovi, leggeri e profumati sughi con verdure fresche”. E per allietare il simposio, Silvana pre-



sentava una carta di vini che lentamente si era davvero ampliata con una selezione di addirittura più di 400 etichette, che spaziava nell’intera regione Toscana, allargandosi a tutto il Belpaese, permettendosi un tocco di Francia, con Bordeaux e Borgogna, senza dimenticare la Champagne, ma un occhio di riguardo sicuramente per la Doc Orcia, fore all’occhiello della zona, con ricerca della qualità, ma anche della semplicità per un facile approccio alla degustazione. “L’amore per il vino mi viene da mio padre Primo, lo seguivo continuamente nella vigna e in cantina, lui era molto orgoglioso del suo vino, più tardi poi questa passione mi ha portato a specializzarmi, l’augurio è che un buon bicchiere di vino possa donarvi la gioia di vivere!”. Silvana infatti aiutava con entusiasmo i suoi ospiti nella scelta del vino, facendo non una semplice vendita della bottiglia, ma il racconto appsassionato del nettare di Bacco E in base all’occasione bisognava trovare il vino giusto, che potesse regalare emozioni irripetibili, sia vini immediati, da bere subito, che vini già invecchiati, nel momento ideale da
stappare, in cui esprimono il massimo delle sensazioni organolettiche. “Il vino fortunatamente è l’espressione di una serie infnita di fattori, nonché frutto di un’annata che non è mai uguale, la Natura è stupenda proprio perché è bizzarra e imprevedibile. Così mi sono sempre proposta di ricercare vini veri, interessanti, intriganti e rappresentativi del nostro e di altri terroir, sempre nel segno della qualità, ma che possano essere ora semplici e beverini, dal facile approccio alla degustazione, ora che mostrino una complessa espressività, un vino eccelso per una serata da ricordare, per una grande o piccola, ma signifcativa occasione”. E nella carta dei vini di Silvana ogni tanto appariva un cuore: “Sono appunto i miei vini del cuore, che cerco di promuovere e che rappresentano sempre un’alta espressione dei territori dove nascono”. Oltre a essere un’esperta sommelier, Silvana è anche un’appassionata di olio EVO (extravergine d’oliva) e pretendeva la qualità sia sul tavolo del commensale che nella preparazione dei piatti: “Per questo l’olio extravergine d’oliva era
tutto della zona e i maggiori interpreti dell’oro verde per me sono il Frantoio Franci di Montenero d’Orcia e il Frantoio Fregoli di Pienza”. Ma Silvana è stata da sempre anche una convinta partecipante col suo locale all’esperienza di ”Girogustando”, format di incontri tra cuochi d’Italia, ideato da Confesercenti Siena nel 2002 con la volontà di stimolare l’incrocio di culture e competenze, come modello per l’ulteriore crescita di un settore che è strategico per l’identità territoriale. Girogustando ha offerto un’occasione di confronto anche per chef di Francia, Malta, Ungheria, Germania, Polonia, Svizzera e Giappone, proponendo contaminazioni internazionali nell’intento di fondere usanze gastronomiche, anche molto lontane tra loro, regalando al pubblico un insolito viaggio fatto di sapori. Girogustando è collaborazione, passione e amore per la cucina, elementi che accomunano la passione dei cuochi partecipanti: tra loro stelle michelin, big gourmand, giovani e meno giovani cultori della cucina professionale. E negli anni le serate, che hanno visto protagonisti
cuochi con percorsi professionali differenti, impegnati a mettere in dialogo la loro creatività, sono state arricchite con un coinvolgimento del pubblico, che ha spaziato dagli approfondimenti sulle pietanze, gli ingredienti e i territori di provenienza, a intrattenimenti musicali, teatrali o ludici, creando un vero e proprio spettacolo di condivisione “L’idea di questo connubio – commenta Silvana Franci – nasceva dalla voglia di confrontare cucine e territori differenti col preciso intento di gratifcare i palati dei nostri ospiti, proponendo ciascuno le proprie specialità”. Ma Silvana Franci fa parte da anni anche dell’Associazione Maîtres Italiani Ristoranti e Alberghi (a.m.i.r.a.), che nasce nel lontano 1955 presso il famosissimo ristorante Savini di Milano, ubicato in Galleria, su idea del commendator Guido Ferniani, che ne era direttore di sala, al fne di sostenere la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità, vere risorse turistiche. Oggi Amira, associazione nazionale di categoria a carattere esclusivamente professionale, riunisce i maîtres italiani e d’origine italiana o di nazione membra dell’U.I.M.H (Union des Métiers et des Industries de l’Hôtellerie) e conta su un’organizzazione di 50 sezioni su scala nazionale, a seconda dell’importanza turistica della zona, oltre a diverse rappresentanze estere (Shanghai, Ungheria e Canada), che raggruppano circa cinquemila soci, cifra non elevatissima, data la severità dei requisiti richiesti ai nuovi associati, che offrono garanzia di seria preparazione professionale e morale. L’associazione nazionale di categoria con le sue varie attività si prefgge di raggiungere l’obiettivo della valorizzazione professionale del maître, sempre più inserita nel contesto della ricezione turistica, alberghiera e della ristorazione, stimolandone l’interesse e promuovendone l’immagine. Il suo unico fne è la salvaguardia della professionalità e il motto dell’associazione è: “La cortesia non costa niente e rende
molto!”. Distintivo dell’a.m.i.r.a. è il “farfallino d’oro”, unico emblema che distingue un maitre professionista. Mentre una speciale selezione di ristoranti, che seguono un protocollo distinguendosi per classe e serietà professionale con severi requisiti quali la presenza di un maitre in sala, la ricezione, il servizio, il menù, la carta dei vini, è riunita nella catena dei locali del “Cravattino d’Oro”, che raggruppa aziende piccole, medie e grandi, ma tutte dirette da un socio a.m.i.r.a., di cui faceva parte anche il ristorante Dal Falco: “È stato un vero onore ricevere questa distinzione, che rappresenta per la nostra attività il riconoscimento e un ulteriore stimolo per tutti gli sforzi che stiamo portando avanti cercando di proporre ai nostri clienti un prodotto composto da materie prime a chilometro zero, prettamente locali”. Tra le sue varie attività culturali, a.m.i.r.a. si prefgge di raggiungere anche l’obiettivo di valorizzare l’alto livello di professionalità che le maître donna hanno raggiunto in un contesto che si è aperto al mondo femminile da relativamente pochi anni, ma che oggi è sempre più inserita nel contesto della ricezione turistica, alberghiera e della ristorazione, stimolandone l’interesse e promuovendone l’immagine. Tutto questo per donare al comparto turistico-alberghiero “nuove e fresche” professionalità culturalmente idonee, al passo coi tempi e rafforzare sempre più l’immagine della donna maître quale professionista preparata, sinonimo di signorilità, che, nel corso degli anni e in particolare negli esercizi di gran tradizione alberghiera, ha scandito i tempi dell’eleganza”. Hai partecipato anche al format di a.mi.ra. “Le Donne dellArte del Flambè... “Esatto, ho gareggiato come ‘Maitre dell’Anno’ in una competizione professionale con l’esecuzione di un piatto alla lampada, utilizzando la tecnica del fambé, espressione di tecnica, eleganza e leadership”.



Silvana, come sei divenuta un maître professionista? “Non esiste e non potrà mai esistere una scuola perché il titolo di maitre, parola che vuol dire maestro, ciascuno se lo procura con tanti anni d’esperienza sul campo. Il maitre deve essere maestro di bon ton, di gastronomia, di enologia, cose che si imparano con tanti anni di carriera, non può esserci uno che ti dice si fa così”. Oggi è importante la fgura del maitre per la ristorazione? “Assolutamente, i primi 30 secondi quando il cliente entra sono del maitre che ti accoglie. A chiunque di noi, quando varca la soglia di un locale, fa piacere sentirsi dire buongiorno, buonasera e poi essere accudito a dovere”. Com’è cambiato negli anni il mestiere di maitre? “Le profonde trasformazioni che hanno caratterizzato la società hanno determinato cambiamenti nei gusti, nelle propensioni all’acquisto e nella mentalità delle persone, ciò comporta anche l’esigenza d’aggiornare le pratiche e le fgure professionali, dotandole di nuovi saperi, maggiori competenze e consapevolezze, così vecchie defnizioni e antichi concetti risultano superati nei fatti, non più corrispondenti alla realtà della vita quotidiana. Un
esempio è proprio fornito dal ruolo del maître, personaggio dotato di forte carisma e ideale trait d’union tra cliente, struttura ospitante e territorio. Figura professionale che, grazie all’elevato livello tecnico-specialistico, trova la sua meritata collocazione in esercizi d’elevato standard qualitativo in cui siano garantiti raffnatezza e perfetto servizio d’accoglienza”. Ma la tradizione di famiglia nell’accoglienza continua con l’enoteca Piano B di Omar, fglio di Silvana, che ha aperto da qualche anno un locale nel corso di Pienza, mentre Silvana sarà intenta a fare la nonna anche dei nipotini di sua fglia Januscia, che abita al Nord Italia, ma non chiude del tutto la porta al mondo della ristorazione... “Ora voglio prendermi un momento di relax sia fsico che mentale, dopo 18 ore di lavoro giornaliero portato avanti per anni, ma ho qualche idea, magari un locale più piccolo e meno impegnativo, sempre in zona Pienza, forse il mio non è proprio un addio... Ma intanto voglio ringraziare di cuore tutti i miei clienti, che mi hanno dato tanto in termini di soddisfazioni in questi lunghi trent’anni di carriera, permettendomi di esprimere al meglio la mia creatività”.


Se la flosofa culinaria del ristorante si basa sull’utilizzo di ingredienti di altissima qualità provenienti da produttori locali e stagionali, la conduzione dello chef Mattia Putzulu garantisce un’esperienza culinaria unica, in cui i piatti della tradizione toscana sono reinventati in chiave moderna, mantenendo l’essenza dei sapori locali. Appassionato da sempre di buona cucina, chef Putzulu ha trovato
nella moglie Monica una complice perfetta per realizzare il suo sogno: dedicarsi anima e corpo alla cucina. Una delle grandi passioni di Monica Ceregatti, maître sommelier, nonché comproprietaria del ristorante, sono i vini e gli spiriti. Creare una narrazione liquida del territorio attraverso le sue cantine più prestigiose era il sogno di Monica, che col tempo è riuscita a raccogliere chicche da ogni parte d’I-
andrea cappelli foto bruno bruchi
Il ristorante “L’Altro Cantuccio”, nel cuore di Montepulciano, incarna l’eleganza intramontabile e la tradizione enogastronomica della Toscana, presentando una fusione magistrale tra autenticità e creatività.
talia, dando uno sguardo anche verso il territorio francese. Attualmente la cantina de L’altro Cantuccio conta un totale di addirittura ben 180 etichette! Gli interni del ristorante, ricchi di storia e atmosfera, offrono un ambiente accogliente e raffnato, le cui grandi fnestre si aprono sullo sfondo delle bellissime colline che circondano Montepulciano. Ma oggi presenta “L’Altro Cantuccio”una novità assoluta nella propria proposta gastronomica. Il paese, gioiello rinascimentale in provincia di Siena, si trova nel cuore della Val d’Orcia, territorio riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO dal 2004, ed è celebre per il suo paesaggio armonioso, il Vino Nobile e i suoi palazzi, il tutto situato in un contesto di eccezionale valore paesaggistico e storico. In particolare il ristorante “L’Altro Cantuccio” è situato in Via delle Cantine 1, che anticamente era un’affollata strada
Lo chef Mattia Putzulu
commerciale, tra i cui vari esercizi era importante il confezionamento e la vendita del pane. Forte di questi elementi, lo chef Mattia Putzulu, che in questo paese è nato e di cui è ancora profondamente innamorato, ha voluto rendere omaggio alla millenaria storia della propria terra, raccontandone le tappe storiche in gusto, avvalendosi della preziosa collaborazione dell’architetto e storico Riccardo Pizzinelli. Insieme hanno ripercorso gli usi e i costumi a tavola di una volta, riportando alla luce gli ingredienti che costituivano l’alimentazione locale, principalmente basata su cereali e pesci di lago, di cui la Valdichiana era ricca. È così che nasce un nuovo percorso gastronomico dedicato a Montepulciano, “Montepulciano negli anni”, costruito come una narrazione storica, dove ogni piatto diventa il frammento di un’epoca, di una strada, di una cucina realmente esistita nella città.
A completare la ricerca flologico gastronomica non poteva mancare il contributo enoico, con la celebrazione del Vino Nobile di Montepulciano, già celebrato da Francesco Redi, di cui ricorrono i 400 anni dalla nascita proprio quest’anno, che ha ricevuto la prima DOCG in Italia nel 1980. Ogni piatto viene così abbinato ai vini di aziende locali di caratura storica e che oggi guardano al futuro grazie alla nuova generazione dei “Giovani Nobili”, desiderosi di farsi ponte tra la tradizione e i nuovi orizzonti dell’enologia contemporanea, enfatizzandone i valori ricevuti in eredità. Non è una rilettura nostalgica della tradizione. È un’indagine sul modo in cui il gusto di un territorio si è formato nel tempo. Il progetto non nasce soltanto come esperienza culinaria, ma come strumento di valorizzazione culturale e territoriale. Attraverso la ricerca storica e l’interpretazione contemporanea, il menu propone una lettura del paesaggio poliziano che unisce cucina, vino e memoria collettiva, che riunisca e attragga anche la cittadinanza di Montepulciano, invitandola a risco-



Collezioni in dialogo, antico e contemporaneo si intrecciano
Questa intrigante storia ha origine dalla collezione d’arte privata della famiglia veneziana Beggiato, oltre duemila pezzi preziosi, raccolti con cura da Pierluigi ed Elisabeth, che caratterizza profondamente il décor del loro hotel, l’affascinante Metropole di Riva degli Schiavoni.


La collezione prende vita negli anni Settanta del Novecento, quando Pierluigi Beggiato si aggiudica all’asta di Sotheby’s alcune bottiglie di vino raro insieme a una piccola selezione di cavatappi: da quella scintilla è nata una passione di famiglia che, nel tempo, si è trasformata in un patrimonio artistico da condividere con gli ospiti. Una raccolta di antichità che negli anni trasforma l’hotel in una wunderkammer, dove ogni oggetto evoca una storia antica o un aneddoto contemporaneo. Si tratta di borsette da sera della Belle Epoque, schiaccianoci, porta biglietti da visita, cavatappi dalle forme insolite, una delle più ampie collezioni italiane di crocifssi domestici, piccoli strumenti d’ingegno e di conversazione. Tutti questi
pezzi sono esposti lungo i corridoi, nelle sale, tra arazzi e tessuti, in teche preziose, nelle camere, nelle suites, elementi compongono una mostra diffusa, sempre accessibile, in cui ospitalità e arte si intrecciano, generando nuove associazioni di senso. Senza scordare l’etage dei ventagli, un intero piano dedicato a questi delicati e rari oggetti, che ospita oltre duecento esemplari provenienti da epoche e Paesi diversi, che hanno attraversato eleganti salotti ottocenteschi. Così la fglia Gloria Beggiato cresce in un ambiente pervaso di arte e cultura, atmosfere che la contagiano, tanto che prosegue con determinazione la forte passione dei genitori in ordine alle collezioni e alle collaborazioni artistiche, che vedranno prota-
gonista l’hotel Metropole. Infatti al Metropole il concetto di collezione non è astratto, ma è materia visibile, stratifcata nel tempo, tramite oggetti insoliti, che portano con sé memorie intime e storie silenziose... Di gran caratura anche le collaborazioni artistiche dell’hotel, che scaturiscono dalla creatività di Gloria, a partire dall’importante mostra ospitata nel 2017, in concomitanza con la 57ª Biennale di Venezia, dal titolo “Collection”, che ha visto la partecipazione di artisti di rilievo internazionale. Il progetto “Collection”, curato da James Putnam in collaborazione con
Pierluigi Beggiato e alcune immagini della collezione privata di famiglia
la Gervasuti Foundation, ha trasformato questa identità in dichiarazione esplicita. Tre artisti contemporanei –Nancy Fouts, Joseph Kosuth e Gavin Turk – sono stati invitati a intervenire, presentando le loro opere, nel contesto della storia stratifcata dell’hotel, creando un dialogo con l’esposizione di oggetti d’antiquariato dell’hotel, simile a quella di un museo. In questi giorni “Guests”, curata da James Putnam, porta una serie di opere di Christopher Bucklow all’Hotel Metropole (dal 26 marzo al 22 novembre 2026). Si tratta di una serie di fotografe uniche, realizzate con una tecnica specia-

novera tra i suoi ospiti illustri intellettuali dal calibro di Thomas Mann, Sigmund Freud e Marcel Proust, oltre a ospitare l’oratorio di Antonio Vivaldi, creando un’atmosfera unica capace di ispirare gli artisti. Così le opere del progetto “Collection” non “occupavano” lo spazio: lo interrogavano. E l’opera sitespecifc di Joseph Kosuth, un neon in dialogo con la memoria di Freud, che soggiornò al Metropole negli anni Novanta dell’Ottocento, è rimasta all’Orientalbar come segno permanente di quel dialogo, biglietto da visita di quest’ambiente bohémien, ritrovo di artisti e musicisti. Una presenza che ancora oggi attraversa lo spazio e lo interpreta. Fin dagli anni Ottanta, Kosuth fa riferimento a Freud approprian-
le basata sul principio della camera oscura. Il processo di realizzazione di un’opera inizia tracciando la silhouette di una fgura su uno stencil di foglio di alluminio, che viene poi perforato con migliaia di piccoli fori. Quando viene esposto alla luce solare, ciascun foro agisce come una lente che proietta migliaia di soli, i quali insieme formano una fgura umana radiante. Li chiama Guests (“Ospiti”) perché la loro apparizione nella fotografa appare transitoria e fugace, proprio come la luce naturale, che è in costante mutamento e non si manifesta mai due volte nello stesso modo. Un hotel, il Metropole, che an-


Elisabeth Beggiato
dosi, decontestualizzando e rielaborando diversi testi freudiani nelle sue installazioni. «C.S. #41 Freud Series», neon bianco barrato, che corre lungo tutto il perimetro dell’area bar, sovrastando l’atmosfera soffusa col suo messaggio enigmatico, è una citazione selezionata dagli scritti dello stesso Freud, in particolare in relazione alla psicoanalisi, all’arte, alla flosofa e alla religione. Le fgure di Fouts destabilizzavano la lettura iconografca tradizionale: “Peacock in War Bonnet” cattura il momento fugace e destabilizzante
Un’opera della mostra “Guests” Joseph Kosuth e Gloria Beggiato


d’incertezza visiva e concettuale, una fusione tra razionale e irrazionale. Le sue versioni personalizzate di “Adam and Adam” e “Eve and Eve” rappresentano una rilettura ironica del celebre doppio dipinto del 1528 di Lucas Cranach, trasformando questo soggetto biblico in un mito moderno sulla nascita del genere. La scultura meccanica di Gavin Turk, raffgurante una zingara chiromante, Rosy Lee, appartiene alla sua serie di automi mistici, che presentano tutti un’inquietante somiglianza con l’artista stesso. La veggente mec-
canica di Turk evocava identità e maschera, in una città, Venezia, che vive al massimo di stratifcazioni e illusioni. Espressione in cockney rhyming slang per “a cup of tea”, Rosy Lee è anche un riferimento all’interesse di Turk per il tè e per il suo legame col commercio culturale, l’identità britannica della classe operaia e la tradizione della lettura delle foglie di tè. Il titolo richiama inoltre, sempre in rima, Rrose Sélavy, il nome femminile adottato da Marcel Duchamp come alter ego, un’allusione alla capacità dell’arte di alterare la per-
cezione e al suo parallelismo con i poteri misteriosi della chiromante. Azionata a moneta, Rosy Lee guarda nella sfera di cristallo, i suoi occhi si illuminano di rosso e consegna al visitatore una carta della fortuna. Dal progetto Collection in poi, molti altri episodi legati al mondo dell’arte hanno preso forma tra le mura del Metropole, in vesti sempre nuove. Perché qui l’arte non viene semplicemente esposta: viene vissuta, respirata, attraversata da artisti, curatori, collezionisti e pensatori che abitano gli spazi e li trasformano. È


nel dialogo, nella presenza, nella relazione che l’opera resta viva. Da tutto ciò scaturisce il “manifesto” del Metropole, che possiamo considerare, a ragione, un vero e proprio hotel d’autore. E l’autorialità di Gloria Beggiato si esplica sia nell’ospitalità che nell’indirizzo culturale della struttura, sempre più forte e radicata nel tempo e nello spazio dell’hotel. Così, tra i rifessi ingannevoli degli specchi del salone, si apre il sipario: al sollevarsi di un drappo in velluto rosso fuoco, Venezia entra in scena! L’Hotel Metropole – dimora storica fn dal Cinquecento, già raffgurato nella «Veduta di Venezia» di Jacopo de’ Barbari – è il regno artistico di Gloria, discendente di una nota famiglia di albergatori veneziani: “In realtà l’albergo
di famiglia dove sono cresciuta è l’Hotel Concordia, che si trova in Piazza San Marco. Mi ricordo mia nonna che cuciva, che lavorava nel guardaroba, nelle cucine: le famiglie di albergatori vivono tantissimo dietro le quinte dell’hotel. Poi sessanta anni fa è subentrato il Metropole, il nostro gioiello: qui abbiamo investito tutta la nostra passione. Sono stata tra i primi a portare a Venezia l’infuenza orientale all’interno di un hotel, la stessa che si riscontra nelle architetture dei palazzi, negli archi gotici, nelle stoffe, nei tappeti, nei tessuti bizantini, memori della grande fortuna commerciale della Repubblica Veneziana. Ho ricreato queste atmosfere con gli oggetti antichi, il profumo delle spezie, i velluti e le can-
dele, rendendo il Metropole un luogo unico rispetto alle grandi catene, nate puntando tutto sul contemporaneo”. Così il Metropope è diventato, sotto la direzione eclettica di Gloria Beggiato, un rifugio d’elezione per artisti, musicisti e spiriti inquieti... Se già in questo edifcio da sempre antichi artisti vi hanno dimorato, come Antonio Vivaldi, che vi compose ‘Le quattro stagioni’, ai nostri giorni Lou Reed vi ha lasciato le sue ombre, Patti Smith le sue visioni e Grace Jones la sua furia elegante. “Nick Rhodes dei Duran Duran adora questo luogo, i suoi dettagli teatrali, le vanitas – commenta Gloria Beggiato –Lenny Kravitz è stato ospite in una nostra bellissima suite con altana e vista straordinaria su San Giorgio. Molto drammatica e teatrale la suite ‘La Chiave’, dove Vinicio Capossela è di casa e ha scritto un intero capitolo di un suo lavoro, non per caso, ma per affnità. Degli Young British Artist hanno soggiornato qui anche Tracey Emin e Gavin Turk. Al Metropole organizziamo tantissimi eventi e cocktail party, col bar che è un luogo di ritrovo aperto fno a tardi, dove sono gravitati tutti i nomi più importanti dell’arte contemporanea internazionale”. Tra velluti profondi, candele accese, armature orientali, si respira un’atmosfera teatrale, misteriosa, sospesa. Infatti il Metropole è un salotto per spiriti liberi, un crocevia di mondi, fra Oriente e Occidente, affacciato sulla laguna e adiacente alla Biennale, dove l’arte vive e la musica non conosce silenzio. Ogni stanza ha un’eco. Ogni parete custodisce una storia. Ogni angolo è una soglia da attraversare. È una Venezia parallela, la sua rappresentazione scenica, ma anche più vera. Creativa, libera, appassionata: Gloria Beggiato è l’anima visionaria e irriverente del Metropole di Venezia. Collezionista di abiti vintage e dell’interior design, da sempre ha immaginato l’hotel non solo come luogo d’ospitalità, ma come un vero spazio
d’incontro, scambio e gran bellezza condivisa. Così, nel corso degli anni, Gloria ha trasformato il Metropole in un universo unico, dove arte, cultura e alta artigianalità dialogano con l’atmosfera intima e raffnata dell’hotel. Mostre, eventi, collaborazioni con artisti e designer: ogni iniziativa porta avanti una visione fatta d’eccellenza, talento, memoria e radici veneziane. Ma il Metropole è anche un luogo che racconta storie. Quelle degli oggetti antichi e orientali raccolti nei viaggi dalla famiglia Beggiato, dei profumi di spezie che avvolgono gli ambienti, delle amicizie nate tra gli ospiti: cantanti, artisti, viaggiatori curiosi, che hanno lasciato un’impronta, una canzone, un passo di danza. Il tempo trascorso e l’energia creativa, rendono questo luogo irripetibile. Da eventi come “Fashion Design Made in Venice” a iniziative benefche per la ricerca sulla fbrosi cistica, ogni progetto frmato da Gloria è un ponte tra eleganza, impegno e passione. E soggiornare al Metropole non signifca semplicemente vivere Venezia. Signifca entrare a far parte di una storia, di un mondo, di una visione. Quella di Gloria: “Non si tratta semplicemente di un hotel unico e di grande atmosfera. Né delle camere diverse tra loro, arredate con pezzi unici o della vista mozzafato sulla laguna. Non si tratta solo dell’attento servizio che diamo agli ospiti con particolare cura ai dettagli. L’essenza vera e unica del Metropole è che tutto questo noi lo facciamo da molto tempo: questo mestiere lo amiamo e lo portiamo avanti con grande orgoglio e determinazione. Questo è garanzia d’affdabilità e integrità. Perché possiate vivere a Venezia un’esperienza vera e irripetibile in un hotel che solo noi siamo riusciti a creare nel lungo tempo trascorso e che non troverete mai in nessun altro luogo. Noi, la nostra storia, la nostra anima e Venezia”. Sospese tra lusso d’Oriente e storie di laguna, le 59 camere e 7 suites

del Metropole, unico cinque stelle indipendente tra gli alberghi di lusso in laguna, portano il segno della storia del palazzo, delle storie dei suoi ospiti e della creatività di Gloria Beggiato. Vi si respirano suggestioni orientali, echi Déco e l’intimità discreta di una casa veneziana amata e custodita. Dimore uniche, introvabili altrove. Piccole capsule del tempo, passato e prossimo, che si abitano come mondi a sé, fra viste panoramiche sull’isola di San Giorgio, altane esclusive, mobili orientali e art déco, tessuti Bevilacqua e lampadari Fortuny, salotti con vasche
da bagno in mosaico d’oro, hammam privati. Ma andiamo a scoprire ora l’intrigante offerta enogastronomica del Metropole... Dopo gli anni stellati Michelin, che ne hanno segnato per oltre un decennio la cucina, oggi l’Orientalbar & Bistrot propone un’esperienza centrata su ingredienti d’altissima qualità e un servizio attento, nello spirito del bistrot contemporaneo. Il menù, sempre stagionale, nasce da una ricerca meticolosa di prodotti locali eccellenti, valorizzati da tecniche, spezie e suggestioni orientali. Il risultato è una cucina, fra ospitalità orientale e sapore
veneziano, che esalta il pesce della laguna e le grandi verdure del territorio, creando fusioni di sapori sorprendenti e armoniose. Tra i piatti simbolo, le capesante – le coquille Saint-Jacques –rappresentano un must del menù, reinterpretate in chiave originale e stagionale dallo chef Alfonso Cicerale. Altrettanto distintive sono le degustazioni di piccoli assaggi “Oriental” e “Veneziani”, pensate per trasformare un aperitivo informale in un’esperienza culinaria raffnata. La fragranza che avvolge ogni ambiente è nata dalla collaborazione tra il Maestro Profumiere Lorenzo Dante Ferro e Gloria Beggiato, che dura da oltre venticinque anni. Metropole Black Pepper, la nuova creazione bespoke, esalta i preziosi e fragranti grani di pepe, ingredienti che hanno solcato mari e attraversato secoli, diventando il tocco discreto ma indimenticabile che caratterizza l’atmosfera unica dell’hotel. Il tutto in un luogo sospeso tra antico e contemporaneo, fra luci soffuse, mobili coloniali, velluti rosso profondo e l’aroma speziato del pepe nero di una Venezia crocevia di scambi commerciali con l’Oriente. Grazie alla sua vicinanza con la Biennale e alla sua atmosfera intima, il bar – dove un tempo, quando il palazzo era un ricovero per fanciulle abbandonate, nell’epoca di Vivaldi, sorgeva una piccola cappella – accoglie spesso per lunghi aperitivi o tarde conversazioni serali artisti contemporanei come Ai Wei Wei, Michelangelo Pistoletto, Nancy Fouts, Gavin Turk, Paul Benney, Urs Fisher, Franz West, Christopher Bucklow, Koen Vanmechelen, Susan Kleinberg, Jaume Plensa, Alighiero Boetti, Erwin Wurm. La passione di Gloria Beggiato per l’arte ha anche aperto le vetrine del bar e le sale dell’hotel alle opere di maestri affermati come Lino Tagliapietra o artisti contemporanei, rendendolo un vero e proprio salone d’arte contemporanea. Così non possono mancare i grandi classici del bartending, prepara-


ti a regola d’arte dall’head barman Andrea Brunello, come Negroni e Americano, che utilizzano gin e ingredienti locali. Tra gli iconic cocktails del Metropole spiccano il “Metropoire”, un’esperienza sensoriale preparata con Champagne, liquore alle pere Williams e Frangelico servito in una suggestiva coppa e l’“Oriental Spritz”, sofsticata interpretazione dell’aperitivo veneziano, arricchito da un tocco orientale grazie all’uso di karkadè, zenzero, spezie ed erbe aromatiche. Ma, da ottobre a marzo, l’Orientalbar & Bistrot offre anche il rito del tè, un’esperienza unica
a Venezia. Miscele rare, selezionate dalla carta dei tè, curata da una tea sommelier, rendono preziosi i pomeriggi invernali. Pregiati tè in foglia, accompagnati da pasticceria fatta in casa e da un servizio attento, ritemprano corpo e spirito, in un’atmosfera arricchita da raffnati dettagli orientali. Il Metropole Oriental Blend è una miscela creata appositamente per l’hotel, da degustare al bistrot o da acquistare: tè nero cinese, mela, cannella, semi di coriandolo, cardamomo, fette d’arancia, pepe rosa, chiodi di garofano e aromi naturali si sposano nella tazza, conse-

gnando al palato l’essenza del Metropole. Ma non è fnita qui, perché alcuni anni fa l’estrosa Gloria ha incontrato nel suo percorso di vita Silvia Bisconti, direttrice creativa dell’atelier di moda sartoriale Raptus&Rose, un brand e una flosofa autentici per abiti unici cuciti a mano e realizzati con passione e poesia assoluta. Da quest’incontro, che potremmo defnire di “due anime per un luogo straordinario”, sono nati la Rose Room, un intreccio tra sartoria visionaria, atmosfera, alta cucina e ottimi cocktail pregiati con allestimenti scenografci che portano la frma della stilista e il progetto Raptus & Rose, con i quali il Metropole ha superato il concetto d’ospitalità, dando vita a un luogo di esperienze ed eventi d’eccezione. E per chi vuol vivere all’aperto, il Metropole custodisce anche un giardino segreto... E’ l’antico Giardino degli Agrumi, un’oasi di gelsomini, palme e agrumi profumati, dove un’elegante orangerie in stile liberty promette quiete e bellezza. Nella bella stagione, quest’angolo verde diventa il luogo ideale per iniziare la giornata con una colazione sotto il gazebo, avvolti dai colori e dai profumi degli aranci in fore o per gustare all’aperto cocktail raffna-
ti e i piatti dell’Orientalbar & Bistrot. Ultima chicca del Metropole la Spa & Wellness, un ambiente che riporta alle atmosfere avvolgenti degli antichi Hammam, fra mosaici rifulgenti e decori in foglia d’oro, luci soffuse, marmi e imponenti colonne. L’ispirazione di creare una SPA al Metropole viene a Gloria Beggiato quando, contemplando due antiche colonne di legno nel giardino, ha la visione di un antico hammam orientale. Le colonne in le-
gno e la scenografca piscina con idromassaggio e getti d’acqua calda a 37 gradi in inverno e fresca a 28 gradi in estate, circondata da decori in foglia d’oro e luci soffuse, dominano ora l’ambiente della SPA, dove tra la doccia con cromoterapia, la cascata di ghiaccio e i vapori profumati si vive un’esperienza autentica di Hammam. Imperdibile il “Royal Ritual”, tra candele, luci soffuse e fragranze esotiche, vi aspetta un percorso di savonage con


sapone nero all’eucalipto e frizioni con panni caldi, seguito da un delicato gommage per il corpo. L’esperienza culmina con un rilassante massaggio di coppia agli oli aromatici, operato da una Spa Therapist, fondendo tecniche orientali e occidentali e un momento di puro lusso nella vasca con una fute di Champagne per brindare nell’alcova dorata. Senza scordare l’ultimo riconoscimento, arrivato per il Metropole sullo scorcio dello scorso anno, l’assegna-
zione della Chiave Michelin! La Guida Michelin lo scorso 8 ottobre 2025 ha premiato, durante una cerimonia esclusiva al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, la sua prima selezione mondiale delle Chiavi Michelin, un nuovo riconoscimento che celebra l’eccellenza dell’ospitalità nel mondo. In questa prima edizione, ben 2.457 hotel in tutto il mondo hanno ricevuto Una, Due o Tre Chiavi, mentre 4 premi speciali sono stati assegnati a strutture che si so-

no distinte per la loro eccellenza e unicità in specifci ambiti. Dopo un’accurata selezione condotta tra oltre 7.000 hotel presenti nella Guida Michelin, gli ispettori hanno individuato le strutture che offrono esperienze d’ospitalità eccezionali. Tra queste, l’Hotel Metropole di Venezia si distingue, aggiudicandosi Una Chiave Michelin 2025, insieme ad altri 3 alberghi italiani. Come ha spiegato Gwendal Poullennec, direttore internazionale della Guida Michelin: “Proprio come le Stelle Michelin celebrano i migliori ristoranti del mondo, le Chiavi Michelin rivelano gli hotel che offrono i soggiorni più straordinari, dove design, servizio e location si fondono per creare momenti indimenticabili. Con l’introduzione delle Chiavi Michelin, la Guida stabilisce un nuovo punto di riferimento globale e indipendente per esperienze alberghiere eccezionali”. Ma ecco il commento della Patronne Gloria Beggiato, che ha personalmente ritirato il premio a Parigi: “Con grande gioia e profondo onore, accogliamo questo riconoscimento, che premia non solo l’eccellenza dell’ospitalità, ma anche l’anima di un luogo unico fatto di atmosfere, visione e delle persone che ogni giorno lo rendono vivo!”.
oinos • alberghi
andrea cappelli
Corvara è uno scrigno nelle Dolomiti, che rifulge di fronte al monte Sassongher. Qui si respira intatto il connubio fra materia e spiritualità.
Le rocce, i prati, i pendii montuosi, i dolci declivi si amalgamano con l’animo concreto della gente ladina, popolo autoctono di queste valli. Il frutto è un concetto di montagna inteso come sistema culturale e sociale in grado di sviluppare uno stile di vita che si sintetizza in un’unica parola: ospitalità. Le montagne infondono da secoli un senso di equilibrio, che i ladini trasmettono con sempre rinnovata spontaneità. Da questi presupposti, che sanno d’aria rarefatta, raggi del sole che fltrano tra gli alberi, abbondanti e burrascose nevicate, azzurri notti stellate, nasce l’Hotel La Perla. Una storia lunga, che prende vita quando Ernesto Costa chiede la licenza in comune per affttare 6 stanze della sua casa, come semplice pensione. Siamo nel 1956. E, seppur tutto da allora è cambiato, nuove generazioni sono cresciute, nuovi spazi si sono stratifcati uno sull’altro in una geologia del comfort e dei piaceri sempre in divenire, in realtà nulla è cambiato. L’atmosfera e l’accoglienza sono un modello di vita che si perpetua quotidianamente. Cordialità e allegria qui regnano sovrane perché sono qualità innate nella famiglia Costa e si tramandano di generazione in generazione, coinvolgendo in modo totale i fgli di Anni ed Ernesto – Michil, Mathias e Maximilian – e tutti i collaboratori che qui vivono e lavorano. Così l’Hotel La Per-

la è oggi tra le case più pregiate dell’hotellerie alpina e primo Leading Hotel of the World dell’Alto Adige, la più grande organizzazione di hotel di
lusso presente in oltre 80 Paesi del mondo, che basa i suoi criteri esclusivamente su unicità, straordinarietà ed eccellenza delle strutture. Ma il
gruppo “Casa Costa 1956” vanta ben 4 case: l’Hotel La Perla, il Berghotel Ladinia sempre a Corvara, storica locanda, l’Hotel La Posta a Bagno Vignoni in Toscana con le sue vasche di acqua termale e il Bio Alpine Hotel Gran Fodà a San Vigilio di Marebbe. A fare da fl-rouge è un’ospitalità dimensionata e a misura di persona e ambiente, tanto rara quanto preziosa, portata avanti con maestria e spirito pionieristico dalla famiglia Costa. La Perla, aperto da inizio giugno a fne settembre e da dicembre a fne marzo, è una grande casa di montagna tipicamente altoatesina, che esprime lo spirito ladino in stile tirolese. Intimità e calore si rispecchiano nei dettagli che contraddistinguono le 48 camere, ognuna delle quali arredata con cura. Mobili della tradizione locale, pezzi di antiquariato, collezioni di cappelli, bastoni da passeggio, chiavistelli, serrature, teiere, taglieri, coperchi, sottovesti antiche: la mano, il tocco, il gusto e la sapienza di Anni Costa pervade ogni ambiente condiviso, ogni camera dell’hotel. Sia che abbiano la vista sulle Dolomiti, sia che risplendano di luce accogliente, le camere sono in perfetto equilibrio fra quiete e serenità. Il legno, gli arredi, i morbidi cuscini, i tessuti, le luci, l’attenzione al particolare reca a ogni spazio un’atmosfera che si traduce in uno stile inconfondibile, riconoscibile appena si varca la soglia della casa: nulla è lasciato al caso. Ogni ambiente ha un’alchimia precisa, frutto di un amore costante per i fori, i frutti, la luce, gli oggetti semplici e preziosi. Al primo piano c’è una terrazza panoramica che, nei giorni assolati, permette agli ospiti di immergersi nella tranquillità più assoluta. La Spa, Salus per aquam, è un inno alla natura, un piccolo spazio rigenerativo in cui saune, bagno turco, kneipp, idro-

massaggi, piscina sono a disposizione degli ospiti. Erbe, piante, ori e frutti combinati in base alla loro identità energetica danno luogo a emozionanti rituali di bellezza e benessere. La natura con la sua energia, i suoi principi attivi, i suoi aromi la si respira nel caldo delle saune e della bio sauna, nei vapori del bagno turco e ci regala anche le acque in cui rigenerarsi dopo una sciata, una camminata, una passeggiata, permettendo a coloro che lo desiderano di entrare in uno spazio, una dimensione, in cui mente cuore e corpo possano trovare il giusto equilibrio e scoprire il magico suono del silenzio. All’esterno si può godere di uno spazio verde e alberato, una casa sull’albero e un solarium nel prato accanto all’orto. Davanti alla casa c’è una terrazza con tavoli per pranzare, gustare un aperitivo o semplicemente rilassarsi. D’inverno si scia sulla neve battuta, si cammina, si scivola, ci si emoziona, mentre d’estate si arrampica, si vola, si cavalca e scavalca, si corre, si cammina, si osserva e soprattutto si va in bicicletta, sui passi e le strade che hanno reso mitico il ciclismo. E per chi volesse fare un viaggio nel tempo può raggiungere la casa vecchia, abitazione natale di Ernesto Costa, che risale addirittura al Quat-
trocento. Qui si respira autenticità dal primo passo che bisogna fare per entrare in questo mondo a parte. Sono solo 80 i metri che separano il contemporaneo dall’antico. In questa vecchia casa il remoto si fa reale attraverso le vecchie Stuben intatte, gli arnesi dei lavori manuali, gli accessori di uso comune dell’epoca, vecchi abiti, giochi fatti a mano dai ladini della Val Gardena, stoviglie, libri, sci, scarponi, telai, catini, tutti rigorosamente originali. Nella Ciasa Vedla si organizzano degustazioni, cene contadine, aperitivi, ma il maso è anche un’ottima location per servizi fotografci dal sapore autentico di montagna. Michil Costa ci racconta la flosofa d’ospitalità della sua famigli: “Non scegliamo vini californiani. Non offriamo frutti di bosco in inverno e arance in estate. Cerchiamo il bio, non per seguire una moda, ma per assecondare uno stile di vita che deve farsi sempre più sostenibile e consapevole. Seguiamo una piramide ben precisa: in cima alle nostre scelte ci sono i prodotti bio della Val Badia, a seguire i prodotti bio della regione. Se il bio non è reperibile, scegliamo sempre prodotti della regione. Infne i prodotti bio italiani ed europei. Evitiamo prodotti provenienti da oltreoceano, a meno che non

derivino dal commercio equo e solidale, come il caffè, la cioccolata, le banane. Le mele bio cinesi le lasciamo là. Lo strudel di mele non lo serviamo d’estate, perché lo stoccaggio delle mele nelle celle frigorifere costa tantissima energia. Da noi il venerdì non si propone carne. Il consumo eccessivo di carne nuoce a noi, nuoce agli animali, nuoce alla terra; la
nostra madre terra. Vorremmo meno inquinamento e più rispetto per la natura. Perché, in caso lo stessimo dimenticando, noi siamo natura“. La Perla attraversa secoli interi di pura tradizione, storia, cultura locale, infatti 6 sono le stuben del Settecento, tipiche tirolesi, adattate da Ernesto e sistemate nelle sale da pranzo dell’hotel. Una volta varcata la soglia, la sensazione che prevale è lo stupore. Il gusto della rappresentazione in queste stües, il ristorante della mez-
za pensione, non si ferma al solo effetto cartolina o alla descrizione del costume e della vita quotidiana in puro stile ladino. Qui si respira autenticità fn dal primo passo, che bisogna fare per entrare in questo mondo a parte. Cenare in queste stanze dalle pareti in legno, contrassegnate da diversi colori, che battezzano la sequenza delle stube, dai decori che disegnano l’atmosfera a colpi di pennellate leggiadre, è puro piacere. Tra ori, cristalli, tessuti, tovaglie, fnestre incorniciate nel legno, sembra di essere in un museo d’arte abitabile in cui l’unica cosa da fare è lasciarsi andare. Arriva il cibo, ecco le bevande, giunge il piacere. S’insinua prima negli occhi, poi nel palato. E alla fne è festa. Nelle stües si servono semplicità e tradizione tirolese, piatti di gusto intenso, ma che catturano il palato senza troppe diffcoltà. E diffcilmente si dimenticano. A sovrintendere alle cucine è Simone Cantafo, che vanta anche il ruolo di executive chef de La Stüa de Michil – Simone Cantafo. Simone è nato in provincia di Milano, ma le origini calabresi sono fondamentali per gli sviluppi della sua cucina. Le donne di casa, prime fra tutte la madre, la nonna e le zie gli hanno dato l’impronta maggiore. In Calabria è cresciuto in campagna e ancora oggi, lì, ha la stessa possibilità di trovare e lavorare la materia prima, come fa in Alto-Adige. Prima di approdare sulle Dolomiti, la sua carriera è stata segnata dalle ricerche gastronomiche di 3 Paesi: Italia, Francia e Giappone. È stato uno degli ultimi allievi del maestro Gualtiero Marchesi e ha lavorato a fanco di Carlo Cracco, dai quali ha appreso il valore e il rispetto per la materia. L’esperienza in Francia presso Georges Blanc gli ha trasmesso l’importanza del lavoro di gruppo, della gerarchia e di intendere il ristorante come real-
tà imprenditoriale. In Giappone, dove Simone ha guidato il ristorante 2 stelle Michelin Toya della famiglia Bras, sull’isola di Hokkaido, ha assimilato l’ambizione della perfezione e quanto sia importante il processo che, dal reperimento degli ingredienti, culmina nella loro lavorazione. E dopo 11 anni trascorsi alle dipendenze di Michel e Sébastien Bras, creatori di una maison che ha fatto storia nel mondo della gastronomia internazionale, il giovane chef decide che è giunto il momento di fare da solo, scegliendo una nuova strada che lo porta dalle montagne dell’isola giapponese alle pendici delle guglie dolomitiche.
Nell’ottobre 2021 prende così le redini della cucina della Stüa de Michil dell’hotel La Perla, dov’è executive chef e, l’anno successivo, grazie al suo lavoro e a quello del team, viene recuperata la stella Michelin. La scorsa primavera il ristorante, animato da tradizione ladina e raffnata ricerca gastronomica, ha ottenuto il riconoscimento da “Le Soste”. Dall’aprile 2025 chef Cantafo è direttore del ristorante gourmet la Stüa de MichilSimone Cantafo, che può accogliere un totale di circa 30 ospiti e dove il suo impegno va verso la valorizzazione della cucina vegetale. Così oggi ci sono molti ingredienti che rendono il percorso di Simone Cantafo alquanto gustoso, si tratta di elementi semplici, che hanno a che fare con termini quali natura, stagioni, mondo vegetale, rispetto umano, sensibilità, armonia. Componenti alquanto zen e non potrebbe essere altrimenti dopo la sua lunga parentesi giapponese. Ma Chef Cantafo trae grande ispirazione anche dalle storiche ricette casalinghe, che riscopre in un continuo dialogo con i propri fornitori. La Stüa de Michil – Simone Cantafo è una piccola wunderkammer in legno, in cui gli oggetti si fssa -

no come d’incanto in 2 stuben del Seicento, fedelmente e sapientemente reinstallate. Gli ambienti sono ricchi di elementi d’arredo che provengono da un maso del Seicento di San Martino in Badia. Boiserie, porte e travi donano alle stuben un fascino antico, un’atmosfera familiare d’altri tempi. Non mancano, poi, gli effetti speciali… Come nell’Anna stube, dove una fnestra sulla parete, se aperta, permette di vedere la cucina e i suoi attori. Ogni giorno, sia d’e-
state che d’inverno, i tavoli sono impreziositi da bouquet di fori freschi, preparati dalle sapienti mani di Stefan, style manager di casa. E durante la bella stagione vengono raccolti anche dall’orto, lo stesso da cui provengono molte delle materie prime lavorate in cucina. La cucina di chef Cantafo si basa sulla creazione di piatti che sono una sorpresa conti-
La cantina Mahatma Wine

nua, frutto di una voglia insaziabile di curiosità, che lascia aperte le variabili dell’imprevedibilità. Nella Stüa de Michil, un fore, un ortaggio di stagione, materie del territorio selezionate, prodotti che provengono dal commercio equo e solidale, ingredienti biologici si amalgamano allo stato d’animo, all’ispirazione, ai sentimenti di chi in cucina lavora con passione tutti i giorni. Nei piatti di Simone Cantafo l’ingrediente principale, derivato dalla sua Calabria, è il rispetto per la natura e per la sua ciclicità. Caldo-
freddo, acido-grasso, morbido-croccante restituiscono al palato sapori equilibrati ed armoniosi. La cucina di Simone è sì tecnica, ma parla al cuore, sa di famiglia e, al tempo stesso, sa farti viaggiare fno in Giappone. “Per me è essenziale avere originalità e racconto, dare un senso a ogni elemento del percorso e valorizzare il territorio e la natura attraverso i massimi ambasciatori della terra, ossia gli artigiani e le artigiane che la amano e la rispettano” racconta Simone Cantafo. Ma lo chef è anche autore del libro INCÖ, la Terra è viva, edito da Artioli Editore nel 2025. Un’opera intensa e personale, che racconta la

sua idea di cucina, il legame profondo con la natura, con le stagioni e con le persone che ogni giorno lavorano la terra. Nel volume Simone Cantafo intreccia storie, immagini e incontri per raccontare una cucina che nasce dalla terra e dalle mani di chi la lavora. Un omaggio alla genuinità dei prodotti stagionali e al rispetto per i ritmi della natura, per la fatica e la sapienza che rendono possibile ogni ingrediente. “Incö”, che in ladino signifca oggi, è un invito a vivere il presente e a cucinare con ciò che la natura offre, senza forzature: “È inutile chiedere il burro di malga d’inverno: non c’è. Così come non ci sono i


fagiolini fuori stagione perché il contadino che me li fornisce evita la produzione in serra. La cucina di Incö funziona al contrario: prima di tutto mi chiedo cosa avrò oggi per cucinare” spiega Cantafo. Il libro racconta anche una rete di relazioni costruita nel tempo tra territori diversi, dalle montagne della Calabria a quelle dell’Alta Badia: agricoltori, allevatori, produttori locali che condividono con lo chef una visione comune. Una comunità che nutre e ispira ogni piatto servito a La Stüa de Michil, oggi diventato un laboratorio vivente d’alta cucina radicata, rispettosa, viva. Ma Incö non è solo un libro: è anche
un’esperienza concreta che prende forma ogni sera, in un tavolo pop-up dedicato del ristorante, dove lo chef propone i migliori prodotti arrivati in giornata dai suoi fornitori di fducia. Dedicato alla genuinità dei prodotti di giornata, l’esperienza Incö a La Stüa de Michil offre un menù diverso ogni giorno, in base agli ingredienti che la terra dona. Il pieno rispetto per la stagionalità della materia prima, si traduce in relazione profonda tra cucina e territorio. I fornitori e amici sono i protagonisti di questo scambio profcuo ed è grazie ai loro prodotti che, dall’anno scorso, ha preso forma nella Weinstube de La Stüa de
Michil, il tavolo Incö. In questa cornice creativa e dinamica, rimane saldo il luogo: una piccola stube appartata. E da questa stagione la stube Incö ha un tavolo nuovo realizzato su misura in legno di noce dagli artigiani locali. Il noce, legno solido, dalle venature ben defnite ed eleganti, un tavolo resistente e allo stesso tempo dalle linee minimaliste, un palcoscenico per la materia prima, la vera protagonista di Incö. È un tavolo pensato per il tipico “pranzo della domenica” passato in famiglia o con gli amici, dove ogni portata ha il sapore della condivisione e dello star bene insieme. Storie e ricordi si intrecciano a cominciare con quelli di Simone che, insieme ai suoi collaboratori, presenta la cena suddivisa in 3 atti: antipasto all’italiana, la piece da condividere e i dessert. Ma un’altra storia di gastronomia la racconta il Bistrot La Perla, dove si può gustare dal panino col salume di Norcia allo spaghetto classico italiano, alla cotoletta forentina dell’amico toscano. Perché proteggere il patrimonio italiano è un dovere. Intorno al bancone di legno piazzato nell’ampia sala sostenuta da lastre irregolari di gres, circondata da legni e fnestre, illuminata da lampadari danzanti, ci sono 13 tavoli pronti a ospitare chiunque abbia voglia di uno spuntino, un pranzo veloce, un aperitivo, un tè profumato,un dolce o la piccola paalberghi


sticceria. E alla sera il bistrot si accende di musica ed è perfetto per gustare cocktail, shooters, cocktails, drinks e analcolici a base di frutta e verdura accompagnati da piccoli benvenuti preparati dallo chef Cantafo. Una vasta selezione di rum pregiati, cognacs, whiskies e vodke, birre naturali anche non fltrate e analcoliche rendono le serate piacevoli e stimolanti. E tutti i locali dell’Hotel La Perla possono attingere dalla Mahatma Wine, la cantina di casa. Il nome deriva da un uomo che, con la nonviolenza, ha reso libero il suo Paese: Mahatma Gandhi, “Grande Anima”. Con circa 30mila etichette e 27mila bottiglie, in un arcipelago di oltre 3.000 cantine selezionate con cura certosina, provenienti da Italia, Austria, Germania, svizzera, Francia e Spagna, anche Mahatma Wine possiede un grande e importante spirito. L’Alto-Adige rappresenta un polo centrale – la percentuale dei vini sudtirolesi arriva al 50% – per le strette collaborazioni con i produttori. Importante è stata l’amicizia di Michil Costa con Giorgio Grai, i cui vini Mahatma Wine ne possiede in gran numero. Il ‘tempio’ dedicato al Sassicaia occupa un posto d’onore con oltre 2.700 bottiglie, tra le quali spicca il Sassicaia 1985, annata tra le più
celebri a livello mondiale. Dal Piemonte provengono Gaja, di cui sono disponibili i formati magnum e 3 litri, Roagna e Conterno, particolarmente apprezzati dagli ospiti di casa. In una società che oggi si decompone e ricompone in modo incerto e vacillan-
te, fuido e volatile, c’è un’emozione liquida che mantiene intatte le proprie peculiarità. A sprigionarla è la voce del vino, una meraviglia per chi la sa ascoltare. Nella cantina Mahatma Wine è possibile apprezzarla in tutta la sua bellezza. È una voce che


trascina con sé tante memorie del passato, ma anche tante speranze nel futuro. È una voce a volte scura e profonda, a volte luminosa ed effervescente che s’insinua all’interno di un labirinto ricco di sorprese in cui vino, musica, emozioni convivono in modo stupefacente. Scendere nelle cantine della Mahatma Wine è un’esperienza per certi aspetti unica. In questi ambienti si respira passione, cultura, vocazione che è parte integrante di tutta la famiglia Costa. Senza scordare che all’Hotel La Perla è possibile vivere la montagna in modo completo, e contemplarla nella sua vera essenza. Il paesaggio dolomitico è una grande offerta. D’inverno e d’estate. Con la neve e il sole. Piste da sci e sentieri infniti. Escursioni con le ciaspole e immersioni nella natura. Pattinaggio su ghiaccio e pedalate sulle strade del mito. Colori, sapori, bellezza e incanto si rincorrono fra i tanti paesi e località ladine disseminate lungo i pendii, dando ancora senso a una parola di cui
stiamo perdendo il signifcato: natura. Il Dolomiti Superski racchiude ben 1.200 chilometri di piste e 450 impianti, in particolare in Alta Badia ci sono 132 chilometri di piste per lo sci alpino e lo snowboard e 36 chilometri per lo sci nordico, un campo da golf a 1.700 metri di altitudine con 9 buche, club house, putting green, campo pratica con l’assistenza di professionisti, centinaia di sentieri per tutti i livelli di escursionismo, scuole d’arrampicata, scalate e vie ferrate, sentieri a tema e itinerari storici. Qui passano 2 alte vie delle Dolomiti e qui gli amanti della bicicletta possono trovare pane per i loro muscoli. Non c’è solo il Sella Ronda, ma tantissime possibilità di pedalare itinerari indimenticabili. Così di fronte a La Perla, L’Murin narra la leggenda che questa casa tutta in legno fosse anticamente un mulino, però qui nessuno ha mai visto pale girare, nemmeno sacchi di farina sparsi nei dintorni. Da parecchi anni ormai L’Murin è un’autentica istituzione non solo a Corvara, ma in tutta la Val Badia e d’inverno si trasforma in un après ski molto frequentato con tan-
to di musica a tutto volume e sciatori d’ogni età che se la spassano alla grande. D’estate L’Murin è stato per anni un’osteria che sfornava mitiche costicine di maiale e una zuppa e fagioli. Da questa stagione diventa una birreria, un luogo d’incontro fatto di musica, luci soffuse, veranda e sedute nel giardino che circonda la casa. Il nome è Biraria L’Murin, rigorosamente in ladino. Si può consumare l’aperitivo, cenare, ovviamente non mancano le costine di maiale con tanto di patata al cartoccio, ma la parte del leone la fanno le birre, artigianali e d’ottima qualità, provenienti da mezza Europa, servite in bottiglia e alla spina. E sempre nel cuore del vecchio paese di Corvara in Badia sorge un’altra struttura del gruppo “Casa Costa 1956”, il Berghotel Ladinia, una delle più antiche case del paese. Un pezzo di storia che ancora vive, con tanto di vista sul Sassongher. È il 1930 quando Cesco Kostner decide di trasformarla in una piccola pensione: la licenza numero uno, l’inizio di una storia che ancor oggi continua a vivere nei legni che scricchiolano, negli oggetti carichi di
memoria e nell’intimità che si respira in ogni ambiente con la luce che fltra con delicatezza dalle fnestre incorniciate, creando un’intimità contagiosa. Le stanze sono poche, ma accoglienti. I bagni sono piccoli, ma dai rubinetti scorre l’acqua pura delle Dolomiti, buonissima da bere. È una casa dove semplicità e calore regnano sovrani, invitando l’ospite a vivere la montagna in modo autentico, lontano dal superfuo. A rendere questo posto ancor più speciale è la sua posizione privilegiata, proprio sopra l’impianto del Col Alto: un punto di
partenza ideale per chi ama sciare. D’estate, invece, diventa una base perfetta per gli amanti della montagna, grazie all’accesso diretto a sentieri, trekking e percorsi in bici adatti a ogni livello di diffcoltà. Le 13 camere del Berghotel Ladinia, tutte in legno, rappresentano l’anima autentica dell’ospitalità ladina, coniugando intimità domestica e tradizione locale. Ogni camera è pensata come un rifugio privato, dove il comfort contemporaneo dialoga con la storia del territorio, offrendo a ciascun ospite un’esperienza di soggiorno genuina,
discreta e profondamente legata alla montagna. In questa casa c’è tutto quello che occorre per immergersi in una dimensione priva di eccessi e ricca d’emozioni. La prima colazione sa di casa, l’aperitivo tirolese è accompagnato da uno speck che profuma di campi. Per preservare il silenzio e la tranquillità, vengono accolti solo ospiti dai 10 anni in su e chi viaggia con bambini di qualsiasi età può invece scegliere Ciasa Teresa, un appartamento familiare a soli 5 minuti dal centro di Corvara: indipendente, caldo e comodo, a pochi pas-

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si dal Berghotel Ladinia. Di 60 metri quadrati, l’appartamento Ciasa Teresa offre tutti i comfort di una casa contemporanea pensata per godere la montagna, sia d’estate che d’inverno, in maniera ancor più intima ed esclusiva. L’appartamento si compone di una zona giorno con angolo cottura, 2 camere separate, una matrimoniale e una con 2 letti singoli, entrambe con bagno en suite. Nello stuben del Berghotel Ladinia è possibile assaporare tutto il gusto del territorio. Da quella verde e da quella blu, ogni pasto è accompagnato dal-

la suggestiva vista sul Sassongher e sul Sass Ciampac. La stube rossa, invece, custodisce un’antica stufa tirolese e una piccola raccolta di fotografe d’epoca e libri dedicati alla storia locale: un ambiente intimo, ideale per prendersi del tempo per sé, immergendosi in tutto il calore dell’accoglienza ladina ritagliata su misura. La cucina è un’espressione coerente del territorio ladino, letta attraverso la sensibilità contemporanea dello chef Antonio Spadano. Il menù è strettamente legato alle Alpi, i prodotti provengono da una fliera corta che pri-
vilegia lo sviluppo locale. Le materie prime locali, selezionate con attenzione e rispetto per la stagionalità, diventano il punto di partenza di una proposta gastronomica che valorizza i sapori autentici. I piatti raccontano la montagna con misura e profondità, intrecciando memoria e visione personale, in un dialogo costante tra tradizione e interpretazione, pensato per offrire un’esperienza culinaria sincera e riconoscibile. La carta dei vini è all’insegna del piccolo è bello: piccole cantine, prevalentemente altoatesine, che producono vini di

qualità nel rispetto del territorio e con un occhio di riguardo al biodinamico. Legato all’attenzione per il cibo locale e sostenibile, il foraging è una pratica che si basa sulla ricerca e sulla raccolta di piante, erbe e frutti direttamente dall’ambiente naturale. Per millenni, quando l’uomo viveva come cacciatore-raccoglitore, il foraging è stato parte integrante della vita umana. In Alto-Adige il foraging è una pratica tradizionale e il territorio offre diverse specie di piante che si utilizzano sia in cucina che per scopi medicinali. Alcune di queste sono il buon Enrico – noto anche come spi-
nacio selvatico, contribuì, secondo la leggenda, al sostentamento degli abitanti durante la Grande Guerra, grazie al suo elevato apporto di ferro e vitamine – il tarassaco, l’ortica, l’achillea, l’aglio orsino e il sambuco. Al Berghotel Ladinia il team di cucina mette in campo le proprie conoscenze per far vivere, a chi lo desidera, quest’esperienza tanto antica quanto a km zero, accompagnando gli ospiti, da giugno a settembre, alla raccolta delle erbe e delle piante che crescono intorno alla casa e, una volta in cucina, i fortunati hanno l’occasione di imparare a prepararle.

Argentario Golf & Wellness Resort è entrato a far parte di Autograph Collection Hotels, parte del portfolio di 30 marchi straordinari di Marriott Bonvoy®. Autograph Collection è una collezione distintiva di hotel selezionati con cura, ognuno con prospettive uniche su design, artigianato e ospitalità. Così ogni hotel è un prodotto di passione, ispirato da una chiara visione, da un’anima e una storia che lo rendono unico e speciale.
Argentario Golf & Wellness Resort, uno dei brand più esclusivi dell’hotellerie in Italia, si trova al centro di una verdeggiante vallata in un incredibile paesaggio, considerato tra i più scenografci d’Europa, un’area naturale protetta di 77 ettari a due passi dalla riserva naturale Duna Feniglia e dal mare dell’arcipelago toscano.
La genesi del progetto si deve a un sogno maturato nella mente di Giuseppe Orsini, costruttore romano ormai naturalizzato a Monte Argentario e grandissimo amante di golf, già negli anni Ottanta del Novecento: la realizzazione di questa suggestiva struttura ricettiva sarebbe stato il coronamento della sua grande carriera, purtroppo lo ha potuto vedere solo sulla carta. Ma a prendere in mano le redini del progetto per portarlo a termine, operando una riqualifcazione ambientale importantissima di una zona che prima era abbandonata all’incuria, sarà il fglio Augusto Orsini, che nel 2001 inizia l’acquisizione dei terreni nella vallata, al 2003 datano i primi lavori per il campo da golf, di cui vedranno la luce le prime 9 buche nel 2005 e fnalmente nel febbraio 2008 vi sarà l’inaugurazione del Resort.
L’idea d’accoglienza era offrire una fuga dal mondo in una valle magica e incantata, facendo dimenticare agli ospiti la realtà con l’obiettivo dell’esclusività, dando priorità assoluta al completo relax: i clienti possono lasciare la macchina nel parcheggio all’arrivo e godersi la te-
nuta, volendo senza doverla riprendere fno alla partenza, usando per i loro spostamenti solo il kart e la bicicletta. Questo hotel 5 stelle a Porto Ercole, scelto anche come eccezionale location per flm famosi come “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, vincitore del premio Oscar, la cui flosofa origina dalla ricerca
del benessere nel rispetto dell’ambiente, include 73 camere con un’incredibile vista sulla laguna di Orbetello, sui boschi di sughere e sugli ulivi centenari della Maremma toscana, dimora di nutrie, lepri, daini, volpi, istrici, scoiattoli, cinghiali e una gran varietà di specie d’uccelli. La struttura è costruita all’interno della collina per il minor impatto paesaggistico possibile con una bellissima pianta a farfalla, dotata di un corpo centrale dal quale si dipanano a destra e sinistra le
ali, con i terrazzi e il giardino da dove l’occhio si perde fno al blu del mare. Tutte le camere si affacciano a ovest, il lato ovviamente più luminoso con le 7 suites che si trovano al piano più alto e godono della visuale migliore poi vi sono 46 junior suite e 20 superior al piano terra, nate con l’idea d’assecondare le necessità delle famiglie di golfsti. Ogni sistemazione di design è dotata di una terrazza e delle ultime tecnologie, frutto di una meticolosa ricerca di materiali e arredi. Per chi ama lo sport all’aperto, il resort offre 2 campi da tennis e 2 campi da padel, un campo da calcetto e percorsi di jogging La location panoramica e l’eleganza della struttura di lusso creano un luogo ideale non solo per un matrimonio da favola, ma anche per condurre business meeting e conferenze in un ambiente rilassante.
Argentario Golf & Wellness Resort ospita uno dei più suggestivi campi di Toscana, che insiste su ben 40 ettari, con la laguna di Orbetello e il promontorio di Monte Argentario che non solo offrono un panorama di straordinaria bellezza, ma creano anche un microclima che consente di praticare sport in qualsiasi periodo dell’anno. Con 18

buche, alcune delle quali hanno una vista così strepitosa da esser state premiate come migliori buche panoramiche d’Europa, per un totale di 6.218 metri e par 71, a marzo 2019 “The PGA” (Professional Golfers Association) ha scelto il campo dell’Argentario Golf & Wellness Resort come sede nazionale per l’Italia, rendendolo l’unico percorso in Italia ad avere la licenza di PGA National Italy. E tutto il verde del Resort è certifcato “Agri Cert” bio
eco-compatibile, così tutti i prodotti usati per la sua manutenzione sono infatti totalmente naturali. Infne, forte del suo brand , con le prime Argentario Golf Villas, residenze extra lusso con tutti i servizi di un resort, Argentario Golf & Wellness Resort si apre a una nuova prospettiva abitativa: residenze private inserite in un comprensorio di grandissimo prestigio con lotti meravigliosi dislocati su tutta la collina affacciata sulla Laguna di Orbetello e sul Resort, ricco d’esperienze da vivere e con servizi che si ispirano ai trend del mercato americano per offrire ai clienti italiani e internazionali un wellbeing retreat esclusivo nel rispetto della natura, con la possibilità per alcune dell’acquisto e per altre dell’afftto.
Le Argentario Golf Villas, con una esposizione alla luce meravigliosa, sono il frutto di un ambizioso progetto architettonico e residenziale, sulla scia del trend che arriva dalla Florida e dal Colorado, di dimore di pregio gestite come luxury hotel, attorno ai quali si sviluppano, condividendone i servizi esclusivi. Queste ville, gioielli architettonici all’insegna della domotica, dell’internet of things e dell’ecosostenibilità, sono un nuovo modello abitativo, nonché una forma d’investimento
alternativo di real estate che rivoluziona allo stesso tempo il turismo d’alta gamma. Lo stile architettonico e dell’arredo scelto è quello del luxury minimalistic con materiali naturali, a cominciare dal legno e dalla pietra, e pezzi unici custom-made in linea con le tradizioni artigianali e del design internazionale. L’offerta di ristorazione prevede 2 locali, il gourmet “Dama Dama”, che propone la cucina moderna e creativa, fatta di sapori e colori, dello chef Emiliano Lombardelli, dove il passato incontra il futuro, l’originalità incontra l’innovazione e la qualità incontra la raffnatezza, nonché la sfziosa e appetitosa “Club House Restaurant” con piatti salutari, semplici ma ricchi e fantasiosi, legati eccellenze del territorio. Ma il fne dining Dama Dama Restaurant dal 2025 si presenta con una nuova veste che integra il design contemporaneo e una proposta gastronomica legata sempre più intimamente al territorio. Il progetto, che valorizza identità, sostenibilità e stagionalità, rientra così in un più ampio percorso di valorizzazione dell’identità dell’intera struttura.
La frma dell’intervento è dell’interior designer Andrea Fogli e la flosofa progettuale rifette una visione dove estetica e gastronomia sono veri e propri strumenti di racconto del territorio. Il nuovo design del ristorante si allontana dalle atmosfere rustiche precedenti, facendo largo a pareti e pavimenti in grigio antracite, un camino centrale e sculture materiche che




defniscono un ambiente più essenziale e raccolto. L’elemento naturale rimane centrale, ma viene reinterpretato in chiave sofsticata. Uno degli elementi decorativi più rappresentativi è la scultura in bronzo di un cervo, riferimento diretto al nome del ristorante: Dama Dama è infatti il nome scientifco del daino, specie presente nei boschi dell’Argentario.
Il concept del nuovo layout si articola attorno a 3 temi chiave: materico, fuoco e miele. Il primo è tradotto in vasi in ceramica, pannelli lignei, tavoli in legno grezzo e stool in legno pietrificato. Il fuoco è richiamato dal camino centrale, mentre il miele si riflette nei dettagli in ottone presenti anche nelle altre aree del resort . L’obiettivo dichiarato del progetto è creare una connessione visiva e sensoriale tra design e cucina, in modo da offrire un’esperienza coerente in ogni fase del percorso gastronomico. Il restyling ha portato anche a una riduzione dei coperti, con l’obiettivo di rendere il servizio più personalizzato. La sala d’ingresso è stata riconfigurata in una lounge con divani, poltrone basse e sedute in pelle invecchiata, utilizzabile anche per cocktail o cene informali. All’ingresso è stato collocato un tavolo in legno grigio decorato con fiori freschi, libri e oggetti naturali. L’elemento funge da punto d’accoglienza per gli ospiti prima di essere accompagnati al tavolo. «Ogni elemento decorativo è pensato per dialogare con la proposta
gastronomica», spiega Andrea Fogli. L’illuminazione a soffitto prevede lampadari scenografici color oro e nero, in grado di definire le diverse zone funzionali del ristorante. Le opere d’arte astratte, le sculture metalliche e i pannelli materici contribuiscono a rendere l’ambiente coerente con una proposta culinaria che privilegia la stagionalità e la territorialità. Il progetto di rinnovamento del Dama Dama Restaurant prevede anche l’apertura di una Winery Room: uno spazio riservato per degustazioni private e cene intime. L’ambiente sarà accessibile anche dal bar e ospiterà un tavolo da 8 posti, pensato per occasioni conviviali in un contesto raccolto. In parallelo alla Winery Room, è prevista la realizzazione di una vetrina shop proprio all’ingresso del ristorante. Lo spazio sarà dedicato alla vendita di miele prodotto localmente e di altri prodotti a marchio Argentario, con l’intento d’ampliare l’esperienza sensoriale offerta agli ospiti. Con questo restyling , il Dama Dama Restaurant si conferma come parte integrante dell’offerta esperienziale dell’Argentario Golf & Wellness Resort, che punta su identità, autenticità e qualità. L’approccio adottato è
quello di una narrazione coerente tra ambiente, cucina e territorio, in grado d’intercettare un pubblico attento alla sostenibilità e al comfort . Lo chef Emiliano Lombardelli propone una cucina che rilegge la tradizione toscana con attenzione alla sostenibilità. La stagionalità è al centro della proposta, con un menu che varia frequentemente e valorizza i sapori autentici della Maremma. «La nostra è una cucina di territorio, ma non priva di ricerca», spiega Lombardelli. Per entrambi i ristoranti si segue la flosofa green del resort che privilegia prodotti bio, freschi e a chilometro zero: “Come il nostro olio extravergine d’oliva biologico – racconta Nicola Alocci, F&B manager e sommelier di grande esperienza – che proviene dagli oliveti coltivati proprio nella valle dove insiste il resort, uno spicchio di Argentario dove impera l’essenza della macchia mediterranea, protetto dal settecentesco Convento della Presentazione al Tempio, casa madre della Congregazione dei Frati Passionisti, luogo di fede, culto, meditazione e vita eremitica sul Monte Telegrafo. Le nostre piante di olivo sono al centro di questo territorio dal grande genius loci Il blend di questo olio di confne fra Toscana e Lazio è composto da 3 cultivar toscane – 35% Moraiolo, 35% Leccino, 20% Frantoio – e una laziale col 10% caninese: color giallo topazio con bagliori verdi, ben consistente, al naso emergono nette fra-
granze di carciofo e cardo, all’assaggio è vivace con delicate sensazioni di amaro-piccante in perfetto bilanciamento. Di buona struttura, chiude con piacevoli toni di salicornia e mimosa. Si fa apprezzare al meglio su portate della cucina mediterranea. Per quanto riguarda la cantina, cerchiamo di valorizzare i vini nel territorio, ma comunque con un importante excursus in Italia, per esempio sui grandi vini piemontesi e qualche referenza estera, come lo Champagne”. Chef Lombardelli ha frequentato l’Istituto Alberghiero all’Isola d’Elba per iniziare la professione a fne anni Ottanta a Punta Ala poi successivamente spostandosi a Roma e Ortisei con qualche puntata anche all’estero. All’Argentario Golf & Wellness Resort è ai fuochi dall’inaugurazione della struttura nel 2008 e vi è rimasto fno al 2013 poi ha aperto un altro brand all’Argentario, sempre comunque rimanendo consulente della struttura e infne è tornato in pianta stabile nel 2019: “Dopo tanti decenni fra i fornelli, il mio approdo è una cucina territoriale e autoctona, molto argentarina, imperniata sulla rivisitazione di ricette tradizionali, secondo la mia personale creatività. In ordine ai fornitori, sono per la maggior parte maremmani, massimo toscani e il pesce arriva direttamente dall’asta di Porto Santo Stefano, dove ancora c’è una fotta peschereccia tra le più grandi in Italia, che si tiene tutte le sere e di cui è principe il delicato gambero



rosa dell’Argentario, senza scordare i golosi scampi e, quando raramente si trova, l’intrigante tonno. Stiamo dando sempre più importanza alla parte vegetale del piatto poiché i nostri suoli, essendo molto sapidi, danno alle verdure un bel tocco di sapore in più, così per presentarle anche in maniera un po’ insolita ai nostri ospiti facciamo gazpacho, centrifughe, estratti”.

Ma andiamo ora a scoprire la flosofa che animerà la cucina in questo 2026: “Fin dall’inizio tutta la proprietà è certifcata eco-bio sostenibile al 100%, perciò anche la nostra frutta dai 100 alberi che abbiamo piantato,
le verdure del nostro orto biologico, che sono a servizio dei ristoranti, mentre nei campi abbiamo piantato 3 varietà di grani antichi coi quali andremo a fare la farina per i nostri panifcati e la nostra pasticceria –
racconta lo chef Emiliano Lombardelli – ma stiamo andando oltre il chilometro zero, ormai defnirei la nostra una ‘cucina di fattoria’ perché una buona parte dei prodotti che lavoriamo vengono direttamente da colti-


vazioni all’interno della proprietà. Sia la frutta dai 100 alberi che abbiamo piantato – pesche, albicocche, pere coscia, susine – da cui ricaviamo anche marmellate, che le verdure e le erbe aromatiche mediterranee (prezzemolo, salvia, timo, maggiorana) del nostro orto, oltre alle 3 varietà di grani antichi, coi quali facciamo la farina per i nostri panifcati compresa la pasta fatta rigorosamente in casa, sono a servizio dei ristoranti. Ma anch’io sono di fliera corta – continua chef Lombardelli – essen-

do originario di Porto Santo Stefano. Mia mamma Mina dice che la passione per la cucina e il buon cibo l’ho
Cappelletti con pasta al morellino, all’interno colombaccio alla cacciatora, saltati a burro e salvia
sempre avuta fn da piccolo, come una dote innata“. Completano l’offerta dei servizi alcuni negozi che danno la possibilità, volendo, di non uscire proprio dal resort, nonché l’Espace Wellness Center che si svi-
luppa su ben 3.000 metri quadrati e include una SPA dotata di operatrici sempre presenti, una bellissima palestra dotata di attrezzature Technogym d’ultima generazione, biosauna con cromoterapia, bagni turchi, percorso Kneipp, una piscina interna riscaldata con vista panoramica e una d’acqua salina e 6 cabine massaggio. La scelta dei massaggi e dei trattamenti è ampia, da quelli rilassanti con l’olio extravergine d’oliva degli uliveti circostanti e con la lavanda dei campi di Maremma, ai trattamenti

d’urto ed energizzanti per gli sportivi.
Per chi ama il ftness, vi è la possibilità di sedute singole di personal trainer. Ma all’interno del resort vi è anche una parrucchiera sempre disponibile, cosa assolutamente non scontata e sicuramente un grande valore aggiunto per le signore. Senza dimenticare le 2 piscine esterne, una per gli adulti e una per i bambini con possibilità d’effettuare lezioni di nuoto coi bagnini, nonché la grande piscina interna con un’area per gli adulti e una per i bambini,
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che comprende anche l’idromassaggio.
La proposta di attività comprende pure 2 percorsi jogging che attraversano la tenuta, passando dalle nuove attrezzature ftness esterne e i più temerari possono anche attraversare il bosco per raggiungere sulla collina il mistico convento dei frati passionisti, da sempre luogo sacro di pellegrinaggio. E per chi volesse fare una rilassante giornata di mare vi è un servizio navetta che parte ogni ora dal Resort e in un quarto d’ora arriva sulle
bellissime spiagge di sabbia della Giannella all’intrigante ‘Tramonto Beach Club’, dotato anche di un buonissimo ristorante, dove ad aspettarvi ci 20 ombrelloni e gazebi dedicati con anche la fornitura di asciugamani da parte di Argentario Golf & Wellness Resort.
Una natura rigogliosa e protetta – la sostenibilità riguarda anche la parte faunistica, avendo creato una serie di percorsi per permettere alle specie autoctone della zona di raggiungere l’acqua della laguna
e tornare tranquillamente – un sole avvolgente, i panorami mozzafato sono gli ingredienti perfetti per una vacanza dedicata ai ritmi lenti, al relax, a te stesso presso l’Argentario Golf & Wellness Resort.
Sogliola al burro nocciola, mazzancolla, fagiolini, patata viola e basilico
Germano leggermente affumicato cotto rosa con variazioni di cavoli del nostro orto e un gel di provola affumicata e salsa di liquirizia
andrea cappelli
Se la storia della famiglia Babini nel settore dell’ospitalità d’alto proflo è iniziata nel 1938, anno d’acquisto dell’Hotel d’Angleterre et Beau Rivage a Venezia, oggi conosciuto come Londra Palace Venezia, nel marzo 2023 ha lanciato un nuovo brand dell’ospitalità, The Hospitality Experience, che, al momento, raccoglie i 3 alberghi di proprietà, indirizzi iconici già punto di riferimento internazionale dell’hôtellerie, rifettendo la cultura e il carattere di destinazioni esclusive:
il Relais & Châteaux Londra Palace di Venezia, il The Place a Firenze e il Relais & Châteaux Borgo dei Conti Resort a Montepetriolo in Umbria. Così inizia una nuova era con la creazione di un modello d’ospitalità in grado d’esprimere personalità ed esperien-

ze molto diverse, ciascuna legata allo stile e alla tradizione locale. Una collezione che garantisce valori condivisi e una forte visione comune: “I nostri oltre 80 anni d’esperienza nel settore, oggi danno vita a una nuova collezione di hotel e resort di fascino e personalità, perfettamente integrati sul territorio – spiega il ceo e owner Carlo Babini, che prosegue l’eredità culturale e la visione imprenditoriale della famiglia – la collezione di charme The Hospitality Experience, nata dal desiderio di valorizzare le unicità
delle nostre strutture sotto il segno di valori condivisi che guidano il nostro staff e management, in totale ben 150 dipendenti. Un soggiorno in un hotel o resort della collezione è un’esperienza indimenticabile per il cliente, che la vive grazie alla propensione per la conservazione di beni storici. Tutto ciò al fne di permettere all’ospite di vivere un’esperienza creata
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dal capitale umano come parte imprescindibile della flosofa dell’ospitalità, dalla cura del personale, alla loro formazione e attitudine, alla conservazione dell’heritage culturale e architettonico dei luoghi in cui si trovano le strutture ricettive. La nostra flosofa è infatti improntata al desiderio di creare una collezione di alberghi diversi tra loro, capaci di mantenere la loro unicità e valorizzare il territorio. The Hospitality Experience ha come fl rouge un’ospitalità fatta di legami e passioni che lasciano il segno. La bellezza d’immergersi nel contesto e costruire relazioni: vicini alle persone, lontani dai luoghi comuni. Il viaggio come desiderio di sintonizzarsi con lo spirito del luogo. Un nuovo modello di relazione tra l’ospite e il contesto, che favorisce la conoscenza della vita locale e permette di respirare atmosfere autentiche”. I tempi cambiano, il mondo evolve, nuovi contesti richiedono nuove risposte. La lunga esperienza della famiglia Babini nella gestione di
hotel di lusso diventa così con The Hospitality Experience un nuovo modello d’ospitalità esperienziale, che rifette la cultura e il carattere di tre destinazioni esclusive. Il marchio The Hospitality Experience include infatti tre strutture per tre mondi diversi: a Venezia un hotel storico con una vocazione per l’arte e la bellezza, simbolo iconico di una città dove tradizioni locali e spirito cosmopolita convivono da secoli; a Firenze, The Place, nel portafoglio della famiglia Babini dal 2003, è un’elegante dimora toscana di gran fascino, la miglior introduzione all’anima rinascimentale di una città contemporanea. Un Leading Hotels of the World, affacciato nella suggestiva piazza Santa Maria Novella, da 20 camere e suites, di cui una parte recentemente rinnovate, così come gli spazi comuni e l’ampio dehors con una visione internazionale che mira a celebrare una delle città simbolo della cultura italiana. Ogni dettaglio dell’hotel emana carattere e rifette l’armonia e la bellezza senza
tempo di Firenze, con tutta l’energia pulsante del capoluogo toscano; antica tenuta aristocratica dell’Ottocento che si estende per oltre 16 ettari a soli 20 chilometri da Perugia, il Relais & Châteaux Borgo dei Conti Resort, antico castello della nobil famiglia Rossi Scotti a Montepetriolo in Umbria, è un incantevole resort immerso nella verde campagna umbra, dove le giornate scorrono lente e il contatto con la natura ispira il massimo relax: un invito a immergersi nella natura, nella dolcezza, nei sapori e nelle tradizioni artigianali di una terra lontana dal fusso turistico di massa. Oggi andiamo ad approfondire la realtà del Londra Palace Venezia, iconica dimora veneziana “dalle cento fnestre” in Riva degli Schiavoni, a pochi passi da Piazza San Marco, dal Ponte dei Sospiri e da tutti gli altri luoghi simbolo della Serenissima, ma anche dai suoi angoli più segreti... Dispone di 52 camere e suites, diverse l’una dall’altra per arredi, tappezzerie, tutte dotate di bagni spaziosi e
luminosi, comodi armadi, rispettose dell’eleganza e dell’inconfondibile stile veneziano. La vista è sempre incantevole: la scelta è fra il Bacino di San Marco, le acque calme della Laguna, l’isola di San Giorgio Maggiore, la Giudecca e il Lido da una parte o i tetti, i campanili e i caratteristici comignoli veneziani dall’altra. Il nucleo originario del Londra Palace Venezia risale al 1853, quando si chiamava Hotel d’Angleterre et Pension, in risposta alla crescente esigenza d’accogliere ospiti dopo l’arrivo della ferrovia e poi diventato Londres. Nel 1865 venne costruito il Beau Rivage in stile neolombardesco, unito all’Hotel d’Angleterre et Pension da un corpo di collegamento. La sopraelevazione dell’edifcio più antico negli anni Cinquanta del secolo scorso e le più recenti ristrutturazioni della facciata e degli spazi comuni interni hanno dato all’albergo il suo attuale aspetto con la denominazione “Londra Palace Venezia”, che è arrivata negli anni Settanta del Novecento. L’albergo è da sempre ritrovo d’elezione di artisti, uomini di cultura, viaggiatori e turisti che amano i luoghi autentici, non uniformati allo spirito del tempo. Oggi, dopo oltre 170 anni di vita, il Londra Palace Venezia si presenta con una nuova veste e un naming rinnovato, che sottolinea con maggior forza la magnifcenza della sua localizzazione. Sempre in perfetto equilibrio tra passato e futuro, nel segno della contemporaneità e della luce per un inedito contemporaneo look & feel, che, se da un lato coinvolge tutti gli asset dell’hotel, dall’altro ne lascia inalterata l’anima unica e magica, come quella di Venezia. Il DNA inconfondibile di questa iconica dimora è stato riletto e rinnovato in una chiave interpretativa autentica e attuale, sempre rispettosa degli standard dell’alta ospitalità che la città vuole offrire. Il nuovo interior design è frutto di una minuziosa ricerca storica, di ispirazione Art Déco, con le forme geometriche presenti sulla facciata dell’hotel riproposte all’interno, diventando espressione e protagoni-


sta della Venezia contemporanea, che porta a nuova vita il proprio stile: le sete, i velluti e i broccati utilizzati all’interno dell’hotel infatti sono chiaramente individuabili, come gli elementi tradizionali locali, quelli nati ispirandosi dallo studio dei dettagli ritrovati in aristocratiche ville venete. Questi tessuti, tuttavia, sono stati ridisegnati aggiungendo alle linee storiche stilizzazioni geometriche e fgure astratte: l’essenza dell’antico è ancora presente, ma in una forma più leggera e dinamica, che oggi incontra il genius loci della città. In questa cornice si trovano oggi nuovi complementi d’arredo, sodalizio tra storia e futuro – dai lampadari di For-
tuny ai vetri di Murano – realizzati da maestri artigiani locali con nuove forme e colori. E fn dall’arrivo la lounge (il Salotto Zecchin) si presenta come un nuovo-antico salotto veneziano in cui si stagliano le inserzioni di design dei lampadari di Murano, capaci di catturare la potentissima luce naturale della laguna, riproiettandola in tutti gli ambienti interni della dimora, un vero e proprio luogo di ritrovo, aperto agli ospiti dell’hotel e a nuove contaminazioni da parte della città. Il legame profondo con la storia della Serenissima e l’accoglienza impeccabile hanno determinato l’appartenenza del Londra Palace Venezia dal 2012 alla Relais & Châteaux, associazione

fondata nel 1954, che oggi conta oltre 580 hotel e ristoranti di charme unici in tutto il mondo, che appartengono e sono gestiti da imprenditori indipendenti – nella maggior parte dei casi famiglie, come quella dei Babini – uniti dalla passione genuina per il proprio mestiere, cioè l’ospitalità d’alto livello e dal desiderio d’instaurare con gli ospiti un legame autentico, coniugando il fascino di un albergo storico col comfort e i servizi più avanzati. Presente in tutti e 5 i continenti, dai vigneti della Napa Valley alla Provenza e fno alle spiagge dell’Oceano Indiano, Relais & Châteaux invita i viaggiatori da ogni angolo del mondo a vivere dei “delicious journeys”, assaporare l’inimitabile art de vivre radicata in ogni cultura locale e condividere esperienze uniche e indimenticabili. Gli associati Relais & Châteaux sono animati dal desiderio di salvaguardare e promuovere la ricchezza e la varietà delle cucine e del-
le tradizioni dell’ospitalità in tutto il mondo, affnché possano continuare a esser tramandate e a prosperare. E
nel novembre del 2014 Relais & Châteaux ha presentato all’Unesco un “manifesto” che sancisce la volontà e l’impegno a tutelare, da parte di tutti gli hotel associati, l’ambiente e il patrimonio culturale di ciascun territorio, ognuno con le proprie diversità gastronomiche. Infatti, in linea con questi principi, il settore ristorazione del Londra Palace Venezia propone una cucina autentica che, lasciandosi ispirare dalle primizie del giorno del mercato, rivisita i sapori della laguna con creatività. Il team del Londra Palace Venezia lavora ogni giorno per offrire agli ospiti “una casa lontano da casa” dove scoprire la storia, i sapori e l’art de vivre veneziani. Ma ogni spazio del Londra Palace Venezia è concepito per regalare un’esperienza emozionale, come la spaziosa veranda sulla Riva degli Schiavoni, che accoglie gli ospiti dalla prima colazione fno a tarda serata: un intrigante dehors che diventa intermezzo per una piacevole pausa, un lunch raffnato o una cena romantica, sottolineata dalla melodia lagunare, dove fermarsi a gustare le specialità gastronomiche e sorseggiare un cocktail creativo, seduti comodamente davanti alla laguna, da spetta-


tori del via vai di gente da tutto il mondo e di tutte le culture, pur in un luogo intimo. Uno dei luoghi più invidiati del Londra Palace Venezia è la sua altana, terrazza tipica veneziana costruita sopra il tetto, la più alta della città, che soddisfa il desiderio di grande bellezza d’ogni ospite, offrendo uno skyline inedito sulla storicità dell’antica repubblica marinara che consente d’ammirare una visuale unica, a perdita d’occhio, spaziando dalle isole lagunari fno alle Dolomiti innevate. Questo prezioso angolo di paradiso permette una vista a 360° sulla Serenissima e viene spesso richiesta, in modo esclusivo, per occasioni speciali. Il Londra Palace Venezia rientra pure nella guida “Locali Storici d’Italia” e annovera tra i suoi principali ospiti più illustri: il compositore russo Petr Il’Ic Tchaikovsky, che nel dicembre 1877 compose nella
stanza 106 i primi 3 movimenti della Sinfonia n°4, originariamente intitolata “Do Leoni”, come riporta la targa collocata sulla facciata dell’albergo dal Comune di Venezia nel 1982; il vate Gabriele D’annunzio, che soggiornò qui nell’autunno del 1887, sbarcando dal “Lady Clara” e intervenendo all’inaugurazione del monumento eretto a Vittorio Emanuele II, che tutt’oggi si trova di fronte all’hotel; lo scrittore francese Jules Verne: una recente e felice scoperta, rivelata da Nicolás Moragues, professore di Storia presso l’Università delle Isole Baleari e co-fondatore della Jules Verne Hispanic Society, certifca che lo scrittore ha qui alloggiato tra l’11 e il 13 luglio del 1884 incontrando l’arciduca Louis Salvator d’Austria. La Gazzetta di Venezia del 12 luglio 1884 scrive: “Il celebre romanziere francese sig. Giulio Verne è arrivato
colla famiglia, ed alloggia all’Hotel d’Angleterre. Egli prepara un nuovo romanzo scientifco, che ha per teatro il Mediterraneo. Perciò fa una lunga peregrinazione nel suo yacht a piccolo cabotaggio sulle coste della Sicilia e dell’Italia meridionale”. Già famosissimo in tutta Europa, per conservare l’anonimato si registra col nome di Prudent Allotte, il nonno, ma i veneziani, illuminati bizantini, scoprono l’arcano e, come riporta la “Gazzetta di Venezia” del 12 luglio 1884 ”Onori e ricevimenti non gli furono risparmiati… Venezia lo salutò con striscioni con la scritta ‘Evviva Giulio Verne!’, fuochi d’artifcio, illuminò la facciata del suo hotel e dipinse il suo nome sopra la terrazza con lanterne. L’intera città era letteralmente ai suoi piedi”. Lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges, per il quale possiamo raccontare un

aneddoto curioso: negli ultimi anni della sua vita, già affetto da cecità, era a Venezia d’inverno, in occasione di una conferenza nell’Isola di San Giorgio (di fronte al Londra Palace Venezia) assieme alla sua segretaria, Marìa Kodama, divenuta, a poche settimane dalla morte, la sua seconda moglie. La signora Kodama aveva scelto casualmente il Londra Palace Veneiza per l’alloggio. Tornando a casa, Borges aveva un sacchetto della biancheria col nome dell’hotel e la sorella ha riconosciuto il nome di dove erano andati in vacanza da giovani coi genitori; il poeta e saggista russo Iosif Brodskij, Premio Nobel per la letteratura: come tutti sanno, Brodskij era di casa a Venezia, a cui ha dedicato il libro “Fondamenta degli incurabili”, pubblicato nel 1989, e passava di albergo in albergo. Famosa è la sua frase «Avrò sbagliato a non nascere qui». A Tchaikovsky, Borges, D’Annunzio e recentemente a Verne sono dedicate splendide suite affacciate sulla laguna: quella del compositore russo riporta appese alle pareti, rivestite di tessuti preziosi, le testimonianze del suo passaggio a Venezia e al Londra Palace Venezia;
alberghi • oinos
mentre la Jules Verne richiama come atmosfera e dettagli i viaggi straordinari dei racconti dello scrittore francese. Alla guida della dimora e di tutto il team di professionisti che si dedicano con passione e dedizione all’ospitalità, il distinto, elegante e discreto Maître de Maison Alain Bullo, che, incredibile destino della vita, conosce questa dimora da quand’era bambino: suo padre, veneziano, concierge al Londra Palace Venezia per oltre cinquant’anni e sua madre, parigina, si sono conosciuti proprio in questa icona d’ospitalità. Testimone e voce narrante – da più di vent’anni, di cui gli ultimi 15 come Maître de Maison – della costante evoluzione di Venezia e del corale senso d’ospitalità del Londra Palace Venezia, Alain Bullo trasmette la vera passione, i saldi valori e il senso dell’ospitalità che da sempre contraddistinguono lo spirito di ogni Relais & Châteaux: «La nostra dimora, per scelta e DNA, è da sempre aperta alle contaminazioni di Venezia, nell’ottica di uno scambio mutevole: per rendere omaggio a chi ancora ci vive, ma anche per chi arriva da lontano. Siamo profondamente legati


alla nostra città, ma consapevoli dei cambiamenti in atto, facendoci promotori, anche culturali, della Venezia del presente e del futuro. Mettiamo la nostra passione, sensibilità ed esperienza a servizio dell’ospite, accogliendolo non solo come viaggiatore
della nostra dimora, ma con la volontà di renderlo parte attiva di questa magnifca e multiforme città. Il Londra Palace Venezia, dove senso estetico e comfort vanno di pari passo, è un posto speciale con un’allure tradizionale, di conseguenza abbiamo una forte empatia con l’ospite. Tutto ruota intorno all’esperienza, perché l’albergo fa parte del viaggio ed è la scenografa dei ricordi, per questo a tutti cerchiamo di regalare la bellezza che più sentono vicina alla propria anima”. Gli ultimi anni sono stati forieri di grandi novità... “Infatti abbiamo recentemente presentato un nuovo look & feel, partendo dal logo fno a una palette colori molto ricercata e di carattere, quindi anche con un nuovo naming, Londra Palace Venezia, sempre con l’obiettivo di un solido e altissimo livello di standard d’ospitalità, sussurrato e non gridato. Tutto è stato pensato nel segno di uno stile veneziano ancor più elegante e contemporaneo ma classico, nel senso che tutti gli interventi fatti sono nell’ottica di enfatizzare l’anima del Londra Palace Venezia e la sua storia, apportando novità senza snaturare i valori e il legame importantissimo che l’hotel ha con la destinazione. La nostra fortuna è che lo stesso team di architetti ci segue da molti anni e conoscono la struttura nel dettaglio, così da dare una coerente continuità agli interventi in un mix equilibrato di tessuti, texture, colori e forme”. La ristorazione com’è organizzata? “Dalle 12.30 alle 17.00 abbiamo a disposizione l’LPV Bistrot, una formula veloce, sfziosa e leggera con un servizio smart, aperto anche agli ospiti esterni. Introdurremo una proposta sfziosa, “Spritz & Pizza” nel momento dell’aperitivo con tranci di pizza e spritz dalle 16.00 alle 18.00. Sarà comunque sempre più

veneziano, incentrandosi sull’arte di coniugare concretezza, genuinità e innovazione: una proposta semplice e completa basata ancor più sulla ricerca delle materie prime stagionali e fresche. L’idea è regalare i sapori della laguna rivisitati con creatività, ma
senza farne sfuggire il gusto autentico. Così abbiamo deciso di concentrarci sullo studio della storia e della cultura tipica veneziana, d’interpretare in modo contemporaneo piatti che abbiano un’attenzione particolare alla tradizione. Da tempo siamo orien-
tati al chilometro zero, il biologico e la pesca sostenibile, proponendo anche alcuni pesci cosiddetti poveri, ma che di povero non hanno nulla, anzi il pesce azzurro è gustosissimo e particolarmente indicato per una sana alimentazione. L’idea è nata

dalla frequente richiesta di pasti generalmente di una sola portata, ma completi e accattivanti. Così abbiamo creato fresche proposte, anche vegetariane, che celebrano sicuramente gli ingredienti anche legati al territorio e certifcati. Poi ancora dell’ottimo crudo di pesce, il migliore reperibile al mercato, pescato in maniera sostenibile di notte dal nostro fornitore di fducia perché tutti i nostri prodotti ittici non provengono da importazione o allevamento. Per la cena, dalle ore 19.00 alle 22.00, proponiamo il nostro ristorante gourmet LPV, votato a esaltare l’arte culinaria, concentrandosi sulla magia e l’unicità della sera veneziana per palati cosmopoliti. Un percorso di fne dining per chi vuole esplorare i gusti della tradizione veneta, forte sia dell’elegante sala, un ambiente carico d’atmosfera, che del fascino della terrazza esterna con veranda affacciata sulla Riva degli Schiavoni. Il timone della doppia proposta gastronomica è da 4 anni nelle solide mani dell’executive chef Daniele Galliazzo, classe 1984, che già da 7 anni rivestiva da noi il ruolo di sous chef. La sua flosofa di cucina è solo apparentemente semplice, estremamente legata al territorio e alle materie prime, molto rispettosa delle tradizioni regionali e volta a enfatizzare gli ingredienti in consistenza e sapori con un tocco vivace. Chef Galliazzo interpreta la cucina veneziana con uno sguardo essenziale ma tecnico: nessuna ostentazione, ma solo equilibrio e rispetto per il prodotto per piatti nitidi, centrati sulla stagionalità, tra pesce di mercato, selvaggina e proposte vegetali che rifettono un’identità matura e consapevole. Attualmente chef Galliazzo porta in carta nuove creazioni gastronomiche chiare e autentiche, declinate in 3 diversi menu che raccontano il territorio: “Pescaria”, in onore alla storica zona del mercato di Rialto, dedicata alla vendita del pescato locale; “Beccaria”, in veneziano beccher è il macellaio, per le carni della tradizione regionale, a omaggio del Vicolo dei Macellai e alla

loro flosofa senza scarti; “Erbaria”, che interpreta le ricche tradizioni orticole e di foraging di Venezia e delle isole-giardino della laguna, un trionfo di verdure e frutta, perfetto per i vegetariani e i vegani. Tra i piatti signature “Spaghetti Vitello e Tartufo” –pasta fatta in casa traflata al bronzo, ragù di spalla di vitello, tartufo nero a julienne e salsa allo zafferano; entrano in carta anche nuove proposte come gli “Scampi in saor” – scampi fritti in tempura di riso, accompagnati da cipolla stufata, crumble di pinoli e uvetta e salsa agrodolce. A completare la proposta infne la sezione golosa della scaleteria – “el scaleter” in veneziano è il pasticciere – cioè la carta dei dessert a cura della nuova pastry chef Sara Gambino, che propone sapori delicati e freschi, con un twist di ricercatezza estetica come la “Pinsa veneta”, dolce tradizionale veneto a base di pane, mele, uvetta e fnocchietto, servito con gelato alla
Il Maître de Maison Alain Bullo
vaniglia e spuma allo zabaione. E ogni sera lo chef andrà anche a proporre dei fuori menù, dei piatti a sorpresa, secondo l’offerta di materie prime del mercato giornaliero. Offriamo anche una bella selezione di vini ben articolata e ricca di etichette non scontate, curata dal primo Maître d’Hotel Sante Malizia, che coordina anche la grande regia del servizio di sala”. Come funziona il servizio colazione? “Ormai abbiamo eliminato il buffet, che purtroppo causava molto spreco di cibo, che eticamente davvero non ci possiamo più permettere. Abbiamo un servizio solo alla carta, servendo una colazione continentale tutta espressa, che naturalmente può esser servita anche privatamente in camera”. Ma sosta imperdibile per gli appassionati di mixology a Venezia è il vostro LPV Bar... “Qui, dalle 10.30 alle 24.00, ci si può far tranquillamente coccolare dagli aperitivi preparati dal creativo head bartender Marino Lucchetti, storica fgura della mixology internazionale, da vent’anni in hotel: famoso per l’eleganza e lo


stile con cui presenta reinterpretazioni classiche e contemporanee di cocktail tradizionali in chiave personale, nonché per alcune ricette segrete originali di sua creazione”. Di proprietà e gestione diretta italiana, The Hospitality Experience è anche creatrice della Fondazione The Place of Wonders, avente il fne di conservare l’heritage e le arti dei territori in
cui accoglie i suoi ospiti. Fortemente voluta dalla famiglia stessa, che coltiva da sempre una forte connessione col territorio in cui opera e guidata dal presidente Michela Canzi Blanc, la fondazione, iniziativa di corporate social responsibility, è dedicata a difendere, valorizzare, proteggere, salvaguardare, supportare e promuovere la tradizione secolare dell’artigianato italiano, un sapere tramandato da generazioni, creando opportunità concrete per le nuove generazioni at-
traverso borse di studio e percorsi formativi. Infatti The Place of Wonders nasce nel 2022 proprio per dare una risposta alla crisi dell’artigianato italiano perché, senza un intervento immediato e concreto, un’intera comunità di artisti e un mondo di creazioni artigianali handmade rischia di perdersi nell’oblio. Convinta che l’artigianato rappresenti un elemento essenziale dell’identità e della memoria collettiva, la Fondazione opera per garantire la continuità di tradizio-

ni uniche al mondo, contrastando il rischio di dispersione dovuto alla globalizzazione e alla produzione industriale di massa. Così, di fronte alle diffcoltà dell’artigianato tradizionale, il progetto The Place of Wonders risponde con un grande investimento in formazione, fnanziando borse di studio dedicate a giovani studenti e aspiranti artigiani impegnati a completare il piano di studi per entrare nel mondo del lavoro. La Fondazione si distingue per la sua capacità di combinare supporto fnanziario e promozione culturale, contribuendo signifcativamente al futuro delle arti antiche e creando nuove opportunità per le giovani generazioni. Inoltre, grazie a questa visione, la Fondazione si pone come ambizioso progetto quello di dare ai propri ospiti la possibilità di accedere alle meraviglie del territorio, esplorare la storia della città e diventare sempre di più viaggiatori consapevoli e ambasciatori del “saper fare” italiano. Un progetto che sa immaginare anche una nuova modalità di relazione tra l’hotel e il suo contesto, una nuova forma di “guest experience”, che mette in contatto gli ospiti della struttura col territorio, coinvolgendoli nella vita sociale, culturale e artistica del luogo. Grazie a The Place of Wonders gli ospiti hanno così la possibilità di entrare nel
vivo della realtà locale, contribuendo alla missione della fondazione: sostenere la formazione di una nuova generazione di makers, salvaguardando la magia dell’artigianato italiano. The Place of Wonders opera infatti con la fnalità di creare un valore aggiunto, enfatizzando e avvicinando gli ospiti degli hotel alla scoperta delle meraviglie artistiche e artigiane dei luoghi in cui si trovano gli hotel della collezione stessa. Infatti la Fondazione, istituita col precipuo obiettivo di valorizzare il patrimonio artigianale italiano, si dedica alla tutela e alla promozione dei mestieri d’arte con particolare riferimento ai territori di Firenze, Venezia e la più vasta Umbria, contribuendo al loro sviluppo. Lo scopo è mostrare agli ospiti le botteghe e i laboratori storici che mantengono viva la tradizione artigianale locale, mettendo in luce le abilità, il duro lavoro e l’incredibile fascino di questi laboratori come custodi dell’inestimabile valore dei saperi e delle abilità di chi rappresenta il territorio e lo rende unico al mondo. È la nuova frontiera del turismo responsabile. “L’artigianato artistico non è un lusso del passato, ma il pilastro vivo della nostra identità: preservare le tecniche tradizionali, sostenere i giovani talenti e dialogare con le comunità signifca difendere la nostra unicità di
fronte all’omologazione globale. Con ogni borsa di studio, ogni manufatto mostrato, ogni artigiano valorizzato, costruiamo non solo memoria, ma futuro” afferma Michela Canzi Blanc. La Fondazione agisce concretamente con un impegno di lungo periodo che guarda al futuro, allo scopo di formare una nuova generazione di talenti. Tanti giovani che vogliono imparare le abilità e i segreti di uno dei mestieri più belli del mondo: l’artigiano. Certo la Fondazione The Place of Wonders non potrà, da sola, risolvere la crisi che sta colpendo il numero sempre più esiguo di artigiani che l’Italia ha, ma le borse di studio fnanziate hanno un impatto positivo, reale e immediato. Il benefcio della formazione di una nuova generazione di artigiani si farà sentire a lungo nel futuro, quando questi neo-artigiani intraprenderanno la loro carriera. “The Place of Wonders è una storia di passione, bellezza e grande responsabilità che sentiamo profondamente – commenta la direttrice della fondazione The Place of Wonders, Michela Canzi Blanc – promuovere, educare, trasmettere sono i pilastri della Fondazione: con i nostri progetti fattivi e tangibili ambiamo a essere un catalizzatore per progetti virtuosi, collaborando con istituzioni e altre fondazioni per investire attivamente nella
conservazione dell’artigianato. Insieme, uniti per difendere l’artigianato italiano, un patrimonio artistico, sociale e culturale di altissimo livello siamo davvero molto entusiasti di contribuire alla salvaguardia e alla conservazione di quest’antica pratica e alla trasmissione delle conoscenze alle nuove generazioni. L’eredità di quest’arte meravigliosa, sostenuta da una lunga tradizione di mecenatismo in Italia, continua a vivere ancora oggi in tante botteghe, nelle accademie e nelle scuole di alto artigianato. Un patrimonio di conoscenza che va coltivato ogni giorno, per garantirgli un futuro di prosperità. Sostenere la Fondazione signifca permettere a un patrimonio di emozioni di vivere e prosperare. E sapere che stiamo facendo la nostra parte per salvaguardare il futuro dell’artigianato italiano è estremamente gratifcante”. Questo il commento del general manager Alain Bullo, che ricoprire l’importante ruolo di ambasciatore dell’heritage territoriale, in veste di anello di congiunzione tra i
viaggiatori internazionali che risiedono in hotel – i conscious travellers – e il tessuto sociale e culturale della città: “Il Londra Palace Venezia sostiene da sempre l’artigianato locale. Piccoli o grandi oggetti, ma non solo, che si trovano nelle camere, negli spazi comuni, che sia il portachiavi, un lampadario oppure un libro –commenta Alain Bullo, Maître de Maison del Londra Palace Venezia –la Fondazione The Place of Wonders porta a un livello ancora più alto quello che facciamo da sempre. Sostenere e formare nuovi artigiani è una scommessa che dobbiamo alla città di Venezia. D’altro canto, anche noi siamo degli artigiani dell’ospitalità”. Alain, negli scorsi anni l’albergo è stato protagonista di grandi lavori, che hanno dato una luminosità particolare agli ambienti comuni... “Esatto, è stato caratterizzato dall’impegnativo lavoro di ristrutturazione di tutto il piano terra, perciò il ricevimento, dove gli ospiti vengono accolti dai nostri concierges d’altri tempi, i salotti, il bar e il ristorante, se-
condo un design di ispirazione Art Déco. Il pavimento è in ‘terrazzo’, tipico dell’area veneziana dal Settecento, tradizionalmente costituito da piccole parti di marmo legate con calce. Alle pareti abbiamo messo dappertutto la boiserie e lo abbiamo potuto fare solo grazie al Mose, prima sarebbe stata un’operazione impensabile. L’idea stilistica – progettuale, sviluppata dallo Studio veneziano di architettura Ruberti & Cutillo, che ci seguono ormai da oltre 10 anni, rende omaggio al periodo in cui il Londra Palace Venezia raggiunse l’attuale volumetria e importanza, grazie all’unione dei due edifci, l’Hotel d’Angleterre e l’Hotel Beau Rivage, nei primi decenni del Novecento. La flosofa a cui ci siamo ispirati è stata una rivisitazione in mood veneziano e contemporaneo dell’art decò. Partendo dallo studio della storica facciata in pietra d’Istria biancache dal 1853 si staglia su Riva degli Schiavoni – due sono gli elementi distintivi, il fl rouge del nuovo lifestyle dell’hotel: la luminosità e la geome-


tria – rombi e cerchi – riportati negli ambienti interni grazie alle decorazioni delle pareti – boiserie, tessuti e mosaici – che ridefniscono l’intero piano terra della dimora, creando continuità tra gli ambienti outdoor & indoor. Il color rosa tenue, che impera un po’ dappertutto nei nostri nuovi interni, è derivato dal rifacimento della facciata esterna, che ha portato alla luce quello che sembrava un marmo rosa, ma in realtà era dipinto e anche alcuni disegni della facciata si ritrovano nella boiserie. La nuova Lounge, caratterizzata da boiserie, lesene, cornici a parete e a sofftto, pannelli in legno intagliati, grandi
specchi, accoglie nuovi spazi con un affaccio privilegiato su Riva degli Schiavoni e sul Bacino di San Marco. Il nuovo Salotto Zecchin, la lounge, diventa il luogo perfetto per chi vuole immergersi nel patrimonio storico artistico veneziano di inizio secolo; è qui che si trova la selezione d’arte e di libri storici della collezione privata della Famiglia Babini. Infatti, quella che chiamavamo la saletta del tè, adesso è diventata un elegantissimo salotto, alle cui pareti sono raccolti i quadri più importanti dell’Hotel, dedicato all’artista e designer veneziano Vittorio Zecchin (Murano, 1878/1947): fglio di un tecnico ve-
traio muranese, Luigi, formatosi nelle vetrerie della sua isola, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Insofferente verso la cultura verista tardo-ottocentesca, che qui incontra, si sente piuttosto attratto dagli stimoli offerti dalle Biennali veneziane, che frequenta assiduamente, così respira le opere che gli artisti europei d’inizio Novecento portano ogni 2 anni a Venezia e le fa sue, entrando in contatto con le ricerche simboliste. Intraprende così una signifcativa ricerca sulle potenzialità espressive del vetro mosaico e i suoi lavori si distinguono per estrema novità e raffnatezza. Interessato anche alle arti applicate, Zecchin organizza a Murano un laboratorio di arazzi e ricami, eseguiti perlopiù con un punto di sua invenzione (punto mio), che imita la pennellata. Parallelamente all’instancabile attività di designer di vetri, dagli anni Venti si dedica anche, seppur episodicamente, all’arte del mosaico

e alla progettazione di mobili. Uomo dall’aspetto imponente, ma dal temperamento timido e schivo, Vittorio Zecchin, detto ‘il Gustav Klimt italiano’, uno dei più originali interpreti italiani del liberty, era dotato d’una sensibilità rara e versatile, che gli consentì d’aprire gli occhi e il cuore al mondo, ma senza mai lasciare Venezia. All’LPV Bar il nuovo carattere è glamour e scintillante, abbiamo spostato il pianoforte, per cui d’inverno potremo ascoltare musica dal vivo, creando una bella atmosfera, mentre d’estate il pianista si sposta fuori in terrazza; il nuovo bancone satinato accoglie gli ospiti nelle alte sedute, diventando il palcoscenico perfetto per le creazioni dell’head bartender Marino Lucchetti, nel nuovo stile dettato dall’interior design caratterizzato da superfci laccate come seta, vetri antichi e ottoni naturali, oltre che da lampadari di Murano e dai cuscini ‘Salomè’. Infne parliamo di LPV Restaurant, una coccola che adesso fnalmente ha una sua zona soft completamente chiusa. Tessuti e mosaici sono protagonisti: il prezioso tessuto Salomè, disegnato da Ruberti & Cutillo e realizzato in esclusiva per l’hotel dalla Tessitura Rubelli (una delle più importanti realtà dell’artigianato veneziano dall’Ottocento) tra ispirazione dall’iconico Vaso Salomè di Vittorio Zecchin del 1921, celebre manufatto di Art Déco veneziana ispirato a dei mosaici che si trovano nella chiesa di San Donato a Murano, enfatizzando il simbolo del Pavone e delle sue suggestive piume, che si ritrova anche nelle decorazioni presenti nella Basilica di San Marco. I mosaici, realizzati da SICIS e posati dalle abili maestranze artigiane locali, richiamando invece gli stilemi geometrici della facciata dell’hotel. Tessuti e mosaici rifrangono l’inconfondibile luce di Venezia, grazie all’elegante palette declinata nelle sfumature dell’oro, rosa, bronzo e del rame. Tra gli arredi diventano protagonisti il grande tavolo nero ‘Boboli’ di Cassina e le sedute di Gallotti e Radice”. Che lavori hanno interessato il

Londra nei primi mesi del 2026? “Ha visto ben 3 mesi di chiusura dell’hotel – dal 7 gennaio al 31 marzo – per importanti lavori, tra cui il completamento del nuovo impianto d’aria condizionata e riscaldamento del primo e secondo piano, la facciata del lato interno, che guarda il centro storico di Venezia, precisamente verso Campo San Zaccaria e tutta la cucina, compresa la pasticceria, dove passeremo ai fuochi a induzione per esser sempre più performanti, infatti vogliamo lavorare molto sul fne dining. Stiamo ristrutturando anche la nostra altana, che sarà ancor più utilizzata per aperitivi, pic-nic, pranzi, cene, cocktail, feste, comunque piccoli eventi per un massimo di 8 persone, sempre riservata esclusivamente per gli ospiti dell’hotel. Con quest’anno andiamo così a concludere tre anni di grossi lavori, che praticamente hanno rimesso a nuovo l’hotel. Tutto questo anche con l’intento poi, dal 2027, di tenere sempre aperto l’hotel anche in inverno, certo continueremo tutti gli anni ad innovare alcune camere, ma questo non comporterà più il dover chiudere la struttura”. Alain, che sensazioni hai per l’anno 2026? “La gente ha fnalmente tantissima voglia di muoversi,
viaggiare, divertirsi e uscire, stare all’aperto, passare del tempo in compagnia, infatti la terrazza al piano terra ha un gran successo sia di clientela esterna che di ospiti dell’albergo fno anche a qualche veneziano. Sono sicuro che tantissimi abbiano già le valigie pronte col forte desiderio di fare esperienze uniche in location belle e suggestive... E poi a Venezia è anche l’anno dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale d’Arte numero 61, che si svolgerà da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre, presentando, come di consueto, le Partecipazioni Nazionali con proprie mostre nei Padiglioni ai Giardini e all’Arsenale, oltre che nel centro storico!”. Entrare negli ambienti dal grande charme del Londra Palace Venezia, dove l’antico risplende di memoria e guardare oltre le fnestre, regala l’impressione di lasciarsi il presente alle spalle, una lieve sospensione del tempo che, languida, inebria la vista e bagna le palpebre: si spazia dalla maestosa Isola di San Giorgio alla vicina Chiesa di San Zaccaria, dalla congerie di tetti in tegole fno a Piazza San Marco, centro della storia e della cultura della città, nonché testimone di amori in gondola.
ELEGANTE COMPLESSO BENESSERE
SVILUPPATO CON L’HERITAGE DI TERME
DI SATURNIA, LA CITTÀ DELLA MADONNINA
È ANCHE CAPITALE DEL WELLNESS

Con i suoi 16.000 metri quadrati di parco termale, di cui più di 6.000 metri quadrati al coperto e 10.000 metri quadrati all’aperto tra corte e aree verdi, oltre a 15 sale trattamenti, tutti interamente dedicati al benessere, alla sostenibilità e alla rigenerazione urbana, De Montel – Terme Milano, in via Achille 6, è l’unico complesso con queste caratteristiche in tutta l’area milanese e il più grande parco termale urbano naturale d’Europa, sviluppato col supporto di Terme di Saturnia.
Così, dalla tradizione alla modernità, il metodo e l’heritage di Terme di Saturnia si espandono dalla campagna toscana fno a De Montel – Terme Milano, che rappresenta l’evoluzione del termalismo urbano. Una realizzazione ambiziosa e polifunzionale, che unisce storia, architettura, sostenibilità, tecnologia d’avanguardia e benessere, ridefnendo il concetto di lifestyle urbano. Così, dall’aprile 2025, Milano ha riscoperto la sua vocazione termale, restituendo alla collettività uno dei luoghi simbolo della propria storia, le ex Scude-
rie De Montel, splendido esempio di architettura liberty nel cuore di una zona simbolo della trasformazione urbana come il quartiere di San Siro. Tutto nasce nel 1915, quando Giuseppe De Montel, nobile banchiere con la passione per l’ippica, decise di far realizzare un ritrovo per l’elite cittadina appassionata di cavalli. Nacquero così le scuderie, tra le più rinomate d’Italia, ospitando purosangue di fama internazionale e reggimenti della Regia Cavalleria, che in poco tempo si attestarono come un luogo simbolo della città. E già ne
1920 divennero ben presto un luogo di culto collettivo per i nobili milanesi. Progettate dal celebre architetto Paolo Vietti Violi e costruite in soli tre anni, erano uno dei gioielli di San Siro quando era dominato dal grande ippodromo, prima ancora che lì arrivasse lo stadio. Il complesso ha vissuto un lento declino dal Dopoguerra fno al 2007, quando nasce l’idea di riconvertire l’area, in concomitanza col ripristino della storica sorgente di acqua termale. L’intervento architettonico rappresenta uno dei più importanti progetti di riqualif-
cazione della città col restauro flologico meticoloso degli edifci, eseguito sotto lo stretto controllo della Soprintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio, che gli ha restituito la splendida immagine integrale. Tutti i materiali storici, in ogni parte dell’edifcio sono gli stessi della costruzione originaria. Una struttura in acciaio autoportante è stata realizzata per permettere il riposizionamento dei carichi, preservando intatta la storica facciata. Oggi questa struttura è divenuta un luogo magico, un’oasi di relax nel cuore di


Milano, dove tra le tante e differenti piscine d’acqua, da cui sgorga acqua termale, le saune dalle caratteristiche uniche per experience e dimensioni, i rituali, le cabine dedicate ai trattamenti personalizzati che combinano tradizione, esperienza e innovazione frmati Terme di Saturnia Method, gli ambienti caldi e confortevoli e i servizi offerti, la natura incontra il benessere in un angolo di paradiso. Il parco è l’unico centro termale del capoluogo lombardo e utilizza acqua termale naturale ricca di solfati, bicarbonati e minerali, proveniente da una falda profonda ben 396 metri, dalle comprovate proprietà benefche, riconosciuta dal Ministero della Salute per le sue proprietà dermatologiche e rigenerative. La scoperta di queste acque, tra le più profonde mai captate in città, collega Milano alla sua antica tradizione termale e alla sua importanza anche come luogo di socialità, risalente addirittura al II secolo d.C., quando i Romani apprez-

zavano le loro proprietà terapeutiche, mentre nel Medioevo venivano lodate per la loro purezza e abbondanza. I milanesi, già negli anni Trenta del Novecento, conoscevano le proprietà benefche della propria “acqua marcia”, al caratteristico odore sulfureo, estratta da un pozzo artesiano, una sorgente che, nonostante il suo caratteristico aroma sulfureo, era considerata un elisir di benessere. Ora come allora, le Terme di Milano rinnovano il legame con la tradizione, offrendo spazi versatili e un’atmosfera senza tempo da vivere appieno, usufruendo del ventaglio d’opportunità che fanno parte della programmazione quotidiana. Il benessere e la cura di sé diventano così occasione di incontrarsi, celebrare e condivide in un contesto ideale per accogliere eventi, in perfetto equilibrio tra benessere, eleganza e personalizzazione. Il recupero e la riconversione delle ex Scuderie De Montel sono stati avviati grazie al bando internazionale Reinventing
Cities, promosso dal Comune di Milano e dalla rete internazionale C40, che ha permesso di trasformare l’edifcio storico ormai abbandonato in un moderno polo termale. L’intervento è stato realizzato grazie al Fondo Infrastrutture per la Crescita – ESG (Fondo IPC), gestito da Azimut Libera Impresa SGR del Gruppo Azimut, con un investimento di 57 milioni di euro per l’acquisto e la riqualifcazione della struttura, in sinergia col Gruppo Terme & SPA Italia e ha richiesto oltre 3 anni di lavori, che hanno consentito di trasformare un’area dimenticata in un modello di benessere contemporaneo. E nell’ambito della convenzione collegata al bando tra il Comune di Milano e De Montel-Terme Milano, una particolare attenzione è stata riservata al tema della sostenibilità sociale e ambientale. “Con De MontelTerme Milano, che rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra pubblico e privato per la rigenerazione urbana e la valorizza-
zione del patrimonio storico, restituiamo alla città un luogo straordinario, in cui salute, benessere e architettura si incontrano” dichiara Massimo Caputi, Presidente di Terme & SPA Italia. Il complesso è organizzato su più livelli e ospita 10 piscine termali per un totale di 800 metri cubi d’acqua, oltre ad ampie aree dedicate al wellness e al relax, al ristoro e ai trattamenti. Nel parco termale si trovano 4 saune, un bagno di vapore, un tepidarium e una banja russa, unica per dimensioni in Italia. Così le saune e le zone umide propongono una serie di attività che portano a un’intensa purifcazione e rilassamento per ritrovare il benessere di corpo e mente, a partire da “I Rituali” (temperatura 80-90°|umidità 10 -20%), una sauna d’accoglienza per defnizione, luogo di grande atmosfera: ampia e panoramica, ha una vetrata sulla corte interna, sedute comode e profonde, luci e musica, una grande stufa e, adiacenti, le docce di reazione: perfetta per i rituali di

Aufguss, le cerimonie di benessere con getti di vapore, questa sauna è ideale per migliorare la respirazione e
stimolare il sistema immunitario. “I Cristalli” (temperatura 60-90° (regolabile) | umidità 10 -30%) è una
sauna salina all’interno di un cubo di vetro col pavimento riscaldato, dov’è possibile sedersi o sdraiarsi nel sale: la combinazione del calore e del sale agisce sulle tossine e favorisce la purifcazione dell’organismo, mentre le particelle di sale inalate riducono le infammazioni delle vie respiratorie, restituendo un sensibile benessere psico-fsico. “La Banja Russa” (temperatura 80-90° umidità 10-20%) è una sauna a 90°, nonché una delle esperienze più intense: nata in climi gelidi e tempi antichi e amata da chi privile-
gia le sfde, combina calore, vapore e massaggi con i tradizionali venik, rametti di betulla o quercia, dimostrandosi energizzante, stimolante, detossinante e di gran benefcio complessivo per corpo e spirito. “L’Hammam” (temperatura 40-45° | umidità 98%) è un’experience sia intima che socializzante e prevede 2 docce – in ingresso e in uscita – e 3 stanze del vapore: una nella quale acclimatarsi, una dal vapore più intenso, una terza con vasche di selftreatment con l’intero percorso va poi ripetuto in senso inverso per un effetto


purifcante, detossinante, stimolante, ossigenante, fuidifcante, calmante, così l’Hammam connette le persone. “Il Vapore” (temperatura 40-45° | umidità 98%) è un bagno turco, il cui vapore termale avvolge il corpo e la mente, libera il respiro e purifca la pelle, stimola inoltre la sudorazione, aiutando l’organismo a eliminare tossine e impurità, migliora la circolazione sanguigna, idrata il corpo, rilassa, migliora la mobilità e ha il pregio di conciliare il sonno: già da antica tradizione, è anche un momento di socialità. “Il Respiro” (temperatura 40-45° | umidità 1040%) è una sauna inondata dalla luce naturale e pervasa dal profumo di legno alpino, è un luogo di comfort, calma e benessere: il cirmolo o pino cembro che la riveste è il suo segreto, grazie all’azione dei suoi oli essenziali contribuisce infatti a migliorare il riposo e la circolazione, purifcare la pelle, stimolare il sistema immunitario e liberare le vie
respiratorie. “Il Sale” (temperatura 45° – umidità relativa dell’ambiente 0%) è un tepidarium, un ambiente singolare, riscaldato e col pavimento ricoperto di sale, su cui potersi stendere prima d’entrare nella vasca ipersalina, così da preparare il corpo a un relax profondo; questa experience di haloterapia combina effetti purifcanti, esfolianti, idratanti, antibatterici e antinfammatori, decongestionanti, antistress, drenanti e riequilibranti. E ogni giorno De Montel – Terme Milano offre agli ospiti un calendario ricco di proposte, tra le quali le cerimonie sensoriali con i rituali eseguiti dai maestri di cerimonia. Le experiences, le piscine e le vasche offrono così un percorso di relax e rigenerazione a 360°, di cui il punto di partenza è “La Sorgente “(temperatura 34°), una piscina all’aperto abbracciata dall’edifcio delle Terme, formata da 2 vasche simmetriche in cui si trovano delle comode chaise lon-
gue: ideale per rilassare i muscoli, stimolare la circolazione, alleviare le tensioni e migliorare l’umore, stimolando la produzione d’endorfne. Segue “La Pioggia” (temperatura 34°), che accoglie gli ospiti con una pioggia benefca che scende leggera dal sofftto, generando una sensazione di pace profonda: una tenda d’acqua per tutta la lunghezza della piscina crea la sensazione d’esser vicino a una cascata e il suono rilassante della pioggia conduce in un’atmosfera unica, che invita al relax, al respiro ampio e calmo e alla pace interiore. Successivamente “Il Velo d’Acqua” (temperatura 34°), una vasca interna che offre un massaggio naturale intenso e localizzato, da vivere da soli o in compagnia: l’acqua si trasforma in una lama sottile che scivola sul viso e sul dorso, sciogliendo le tensioni accumulate, stimolando la circolazione, agevolando il rilassamento. Si prosegue con “La Leggerezza” (tem-
peratura 34°), un percorso completo tra diversi idromassaggi studiati per stimolare il sistema linfatico e circolatorio, ideali per il rilassamento degli arti: l’idromassaggio dal basso offre un massaggio drenante agli arti inferiori, attivando il sistema circolatorio e linfatico e per potenziare il benefcio è consigliabile alternarlo con l’immersione in acqua fredda. Ma ecco “Il Freddo” (temperatura 22°), piccole vasche di reazione poste vicino alle saune e studiate per riequilibrare la temperatura del corpo e tonifcarlo, dopo l’esperienza in un’area calda: una breve immersione nell’acqua fredda, dalla quale uscire rapidamente, riattiva il corpo con una sferzata d’energia tonifcante, detossinante e ossigenante. Ancora “La Sospensione” (temperatura 38°), che offre l’effetto zero-gravity, che quasi dissolve la percezione del corpo: futtuare nella vasca ipersalina è una delle experience più memorabili, infat-


ti il galleggiamento nell’acqua ad alta densità salina aiuta a rilassare la muscolatura, riequilibrando corpo e mente, depurando la pelle e favorendo una calma benefca. È il momento de “L’Eclisse” (temperatura
34°), una piscina con una vista suggestiva e un percorso completo d’idromassaggi, che vanno dalla pianta dei piedi all’intera colonna vertebrale, sdraiati su una chaise longue, immersi in un salottino o se-
duti sui gradini. A chiudere “Il Refrigerio” (temperatura 22°), la piscina perfetta per nuotare liberamente, per rinfrescarsi e defaticare: il movimento in acqua, è cosa nota, mette in moto tutti i muscoli e riduce il carico

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osteo-articolare, favorendo il recupero motorio, migliorando la circolazione sanguigna, il metabolismo e l’umore. Nelle 15 sale dedicate ai trattamenti in cabina, che godono tutte della luce naturale, è possibile effettuare massaggi e trattamenti viso e corpo con programmi classici ed esperienze signature. Ma altro elemento caratterizzante sono le cerimonie sensoriali, che hanno l’obiettivo di trasformare il tempo in momenti di puro relax, con rituali quotidiani eseguiti dai maestri di cerimonia. Questo ampio menù di trattamenti rigeneranti è ispirato al celebre Terme di Saturnia Method. Così i protocolli SPA, espressione dell’expertise della pluripremiata SPA di Saturnia, garantiscono un’esperienza di benessere completa e personalizzata. I prodotti che vengono impiegati per i trattamenti sono ricchi di Saturnia Bioplancton e acqua termale lioflizzata. Pur operando in contesti diversi, urbano per De MontelTerme Milano ed extra urbano per Terme di Saturnia, entrambe le strutture, facenti parte del Gruppo Terme & SPA Italia, condividono la missione di offrire esperienze di benessere di altissimo livello. Il gruppo Terme&SPA Italia, fondato a Roma nel 2021, di cui fanno parte Terme di Saturnia, De Montel – Terme Milano, Terme di Chianciano e Monticello SPA, riunisce alcuni dei più importanti siti termali e spa d’eccellenza nel mondo del benessere,
all’interno del territorio nazionale. Con un modello che fonde tradizione, innovazione e accessibilità, il gruppo si pone l’obiettivo di rendere l’esperienza termale un vero e proprio percorso di salute e longevità, adattandola alle esigenze della società contemporanea. Dalla storicità e purezza delle Terme di Saturnia, icona nel mondo dell’ospitalità e del benessere immersa nel cuore della Toscana, dove l’acqua termale scorre da oltre 3.000 anni, fno all’innovativo concetto urbano di De Montel – Terme Milano, Terme&SPA Italia rappresenta il ponte tra passato e futuro del termalismo. Il gruppo Terme & Spa Italia vuole soddisfare la crescente domanda di salute e benessere del territorio nazionale, grazie allo sviluppo di servizi, protocolli ed esperienze di benessere innovativi che completano le attività tradizionali del settore. Infatti il gruppo è impegnato in una costante ricerca per valorizzare le proprietà benefche delle acque termali, sviluppando nuovi format di benessere, dalle cure tradizionali a soluzioni avanzate, come il Terme di Saturnia Method e la nuova linea cosmetica termale Active Beauty. Infatti il modello di Terme&SPA Italia si fonda sulla ricerca e sull’innovazione, portando il Terme di Saturnia Method oltre i confni toscani attraverso protocolli di benessere personalizzati, i trattamenti prêt-à-porter, di Take Mi Home, la nuova linea co-

smetica e gli integratori, il gruppo diffonde il concetto di benessere termale anche fuori dalle strutture tradizionali, abbracciando una visione contemporanea del wellness. Ed è proprio nello sviluppo di questo ecosistema che i protocolli più innovativi del Saturnia Method diventano il cuore pulsante dei trattamenti di De Montel – Terme Milano. E ci teniamo a ricordare che l’acqua termale di Saturnia, riconosciuta per le sue straordinarie proprietà terapeutiche, sgorga alla temperatura costante di 37,5° dopo un viaggio sotterraneo di ben 40 anni, arricchendosi di minerali preziosi come idrogeno solforato, calcio, magnesio e bicarbonati. Così le sue proprietà antinfammatorie, detossinanti e antiossidanti la rendono un vero elisir di benessere ricercato in tutto il mondo con effetti benefci su pelle, articolazioni, sistema respiratorio e metabolismo. Così
Terme di Saturnia rappresenta un vero e proprio tempio della longevità, offrendo benessere in modo completamente sostenibile: senza necessità di interventi umani, senza sprechi e senza bisogno di trattamenti artifciali, la sua acqua è una risorsa rinnovabile, che si autoalimenta in un ciclo naturale perfetto e allevia le fatiche e i dolori del corpo e dello spirito umano, rappresentando una delle forme più autentiche e pure di wellness. Con un fatturato di 26 milioni di euro nel 2024 e un investimento di 18 milioni nel restyling tra il 2020 e il 2025, Terme di Saturnia continua sempre a innovarsi, mantenendo intatta la sua anima millenaria e offrendo un’esperienza di benessere senza tempo, riconosciuta e apprezzata a livello internazionale. Tornando a De Montel – Terme Milano, all’interno del parco termale sono presenti anche un ri-
storante bistrot, una caffetteria, un bar lounge e un summer bar. Grazie ad ascensori interni e lift per l’accesso alle vasche termali, la struttura è godibile anche ai diversamente abili e sono previste forme d’agevolazione all’ingresso destinate a fasce deboli (anziani e disabili) e forme di collaborazione con associazioni e scuole del territorio. La struttura può ospitare fno a ben 700 persone contemporaneamente. L’intero complesso, progettato per essere green, è dotato infatti di pannelli solari installati sui tetti, di 3 vasche di raccolta per il recupero dell’acqua piovana, che viene utilizzata per l’irrigazione e la manutenzione interna e di un sistema avanzato di coperture per le vasche, che consente una gestione effciente della temperatura, riducendo al minimo la dispersione termica. Oltre 3.000 nuove piante hanno creato un
parco in quella che era una ex zona brulla e più di 350 piante verranno messe a dimora per i prossimi 10 anni nell’hinterland milanese, in aree assegnate dal Comune. Ma De Montel –Terme Milano è anche il luogo ideale per ospitare eventi privati e corporate, in un perfetto equilibrio tra benessere, eleganza e personalizzazione. Grazie ai suoi spazi versatili e all’atmosfera senza tempo, ogni progetto si trasforma in un’esperienza su misura. Che si tratti di un momento intimo o un evento allargato, gli ambienti modulari sono pronti a diventare scenario di’esperienze originali, esclusive, memorabili. Ogni proposta può essere progettata su misura, integrando ospitalità, relax e gusto con un linguaggio nuovo e coinvolgente e in un contesto unico nella città di Milano. A partire dalla “Vip Lounge – Terrazza dell’Artiere” al primo piano, un ambiente intimo e raffnato con affaccio sulla corte interna e accesso diretto all’Hammam. Quest’area esclusiva rappresenta la soluzione ideale per ospitare eventi aziendali e team building, incontri istituzionali e networking, feste ed esperienze wellness personalizzate, unendo l’atmosfera rilassata dell’ambiente termale a una proposta gastronomica curata e fessibile. E ogni evento può essere arricchito con cerimonie wellness dedicate, trasformando l’esperienza anche in un momento di benessere condiviso. Con
l’ingresso indipendente in via Fetonte, questo spazio è accessibile infatti anche in abiti normali. L’Hammam, sempre al primo piano, è uno spazio avvolgente e suggestivo, pensato per accogliere eventi in un’atmosfera calda, silenziosa e profondamente sensoriale. È la location ideale per chi desidera organizzare un’esperienza in accappatoio, intima e fuori dall’ordinario, che unisce benessere profondo, estetica raffnata e privacy assoluta. In occasione di eventi privati o aziendali, l’Hammam può essere riservato in esclusiva e abbinato a trattamenti personalizzati, scrub di gruppo con operatori dedicati, degustazioni post-rituale in abbinamento con infusi e proposte gastronomiche leggere. La Vip Lounge – Terrazza dell’Artiere e la zona dell’Hammam insieme possono ospitare eventi che coinvolgono fno a 100 persone, anche in formula seduta (cena placée). La Sauna ospita invece “I Rituali”, infatti qui si svolgono le cerimonie di Aufguss con aufgussmaister che fanno vivere agli ospiti esperienze immersive fatte di movimento armonico dell’aria calda con musica, luci e oli essenziali, che aiutano a ritrovare il ritmo giusto e la concentrazione. Ha una capienza massima di 70 persone e le cerimonie possono essere riservate in esclusiva e adattate al tipo d’evento o obiettivo del cliente. Fra i rituali personalizzabili si può scegliere fra
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Silent Yoga outdoor, Cerimonia del Respiro, Meditation & Sound Bath. Un momento perfetto da integrare in attività di team building, eventi privati, aziendali o percorsi esperienziali. Un rituale che unisce, coinvolge e rigenera corpo e mente. Al piano terra, nel cuore del centro termale, si trova la vecchia stalla, un angolo di storia con la sua porta lignea originale; luogo di memoria liberty, è perfetto per ospitare pop-up store, showroom, mostre d’arte o creare un contesto esperienziale. Un luogo versatile, dove i brand possono esprimere la propria creatività e creare connessioni in un’atmosfera raffnata e accogliente. Può essere allestita in base alla brand identity e personalizzata. Ma de Montel – Terme Milano, con una capienza di circa 400 persone, può anche ospitare eventi in esclusiva in modalità buy-out, riservando l’intera struttura per
un’esperienza completamente personalizzata, in un contesto unico nel suo genere. La versatilità è totale, dalla scelta degli ambienti, ai percorsi wellness dedicati, fno al catering e al dress code, tutto è modulabile, secondo le esigenze del cliente. In questa modalità si può scegliere se usufruire della struttura in abiti normali o in accappatoio. La struttura garantisce la massima fessibilità organizzativa per eventi aziendali e presentazioni istituzionali, celebrazioni private, anniversari e feste su invito, incentive e attività wellness personalizzate, shooting fotografci, produzioni video e lanci di prodotto. Così l’esperienza di De Montel non si limita all’accesso alle sue acque preziose, ma introduce un nuovo modo di vivere il benessere in città. Un progetto che unisce tradizione, innovazione e inclusività, garantendo una pausa rigenerante ai turisti
desiderosi di scoprire il volto wellness di Milano. Questa preziosa acqua, che vanta una composizione oligominerale ideale per la rigenerazione della pelle e il riequilibrio del corpo, ora accessibile nel cuore di Milano, segna così un nuovo capitolo nella storia della città, che diventa uffcialmente anche destinazione termale. Senza scordare che sono previste forme d’agevolazione all’ingresso destinate a fasce deboli (anziani e disabili) e forme di collaborazione con associazioni e scuole del territorio. Grazie ad ascensori interni e lift per l’accesso alle vasche termali, la struttura è godibile anche ai diversamente abili. De Montel Terme-Milano è aperto da lunedì a giovedì dalle 8:30 alle 23:00, venerdì e sabato dalle 8:30 alle 24:00, domenica dalle 8:00 alle 23:00 e nei ponti festivi dalle 8:00 alle 24:00. www.demontel.it
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paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
A settembre passato si è tenuta a Firenze un’interessante verticale dello spumante rosé dell’azienda Barone Pizzini che, a mio avviso, è sicuramente tra le prime 5 migliori aziende che producono bollicine italiane.
L’evento è stato organizzato da Multimedia al salotto Portinari di Vito Mollica. Stefano Donarini, titolare di Multimedia P.R., quando organizza un evento lo fa in modo perfetto. All’evento, ovviamente, c’era anche il Dottor Silvano Brescianini, socio dell’azienda e alcuni giornalisti del settore. Vito Mollica per l’occasione ha ideato un menù da abbinare agli spumanti della degustazione. I vini in degustazione partivano dalla 2021 per arrivare alla 2011. Con le “capesante scottate al burro con ciambotta di verdura e salsa allo zafferano” è stato servito il Franciacorta rosé edizione 2021. A seguire il “risotto agli agrumi e gamberi rossi”, accompagnati alle edizioni 2019 e 2018, abbinamento perfetto. La bocca dei commensali ha continuato a gioire assaporando la “suprema di faraona con funghi porcini” abbinata all’edizione 2017. Col “budino cheesecake con sorbetto al mango” abbiamo bagnato la bocca con la piacevolissima edizione 2016, ma il culmine del piacere sia olfattivo che gustativo è arrivato quando ci è stato servito il Franciacorta Bagnadore Rosé 2011. La 2011 nella Franciacorta è stata un’annata ec -

cezionale e questo Bagnadore ne è la dimostrazione. Devo dire che, da quando ho conosciuto gli spumanti dell’azienda Barone Pizzini, me ne sono innamorato, anche se all’inizio le bollicine erano un po’ aggressive e l’acidità un po’ sbilanciata. Col passare del tempo i vini sono nettamente migliorati e hanno bollicine fini e carezzevoli al gusto con acidità mitigata, presente ma non aggressiva. Si è trattato di un incontro molto piacevole, nonché dell’opportunità di fare una carrellata delle annate prodotte. Sostengo da sempre che fare una verticale (cioè più annate) di uno stesso vino ti fa capire l’azienda e il terroir. Passiamo adesso a descrivere i vini della verticale.

BARONE PIZZINI FRANCIACORTA
ROSÉ EDIZIONE annata 2021 EXTRA
BRUT D.O.C.G.
(Uvaggio: 80% Pinot nero e 20% Chardonnay)
Bottiglie prodotte n. 30.000
Color rosa del rosolio. Le bollicine sono fnissime e abbastanza presenti. Palcoscenico olfattivo con profumo intenso di lampone, seguito da ciliegia rossa, nocciolina e sedano fresco, pera coscia, lievi d’episperma (è il dolce della pelle del marrone bollito), iodio per terminare con sussurri di resina di pino. Bocca accarezzata da bollicine fni, sapidità e sapore di limone, lampone e tè verde. Il corpo è medio e il vino è perfettamente equilibrato, grazie anche a una generosa acidità. Lunga è la sua persistenza con un fnale entusiasmante di pompelmo rosa e melograno. (94/100)
BARONE PIZZINI FRANCIACORTA
ROSÉ EDIZIONE annata 2019 EXTRA
BRUT D.O.C.G.
(Uvaggio: 70% Pinot nero e 30% Chardonnay) Bottiglie prodotte n. 39.996
Manto rosa antico (rosolio), brillante. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Bouquet con profumi lievemente boisé, tè verde, lievi d’episperma (è il dolce della pelle della castagna bollita), salmastro, lampone, pera coscia per terminare con soff di pompelmo rosa. Bocca caratterizzata da corpo medio e bollicine fni. Sapore intenso di bitter, pompelmo rosa e tè verde. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina, senza tentennamenti, la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di melograno e pompelmo rosa (quest’ultimo è meno intenso rispetto alla 2021). (93/100)
BARONE PIZZINI FRANCIACORTA
ROSÉ EDIZIONE, annata 2018 EXTRA
BRUT D.O.C.G.
(Uvaggio: 100% Pinot nero)
Bottiglie prodotte n. 39.972
Robe rosa antico (rosolio). Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. All’esame ol-
fattivo fa da primo attore il profumo di lampone, seguito dall’amido di cotone, lieve tè verde, pera coscia, ciliegia rossa e bianca con lievi soff balsamici. Al palato ha corpo medio, è sapido e le bollicine sono abbastanza fni. Sapore importante di bitter e tè verde. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale intenso di pompelmo rosa e melograno. (93/100)
BARONE PIZZINI FRANCIACORTA
ROSÉ EDIZIONE annata 2017 EXTRA BRUT D.O.C.G.
(Uvaggio: 80% Pinot nero e 20% Chardonnay) Bottiglie prodotte n. 39.996
Effcacia cromatica con color rosa antico. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Ventaglio di sensazioni olfattive con in rilievo la pietra focaia seguita da profumi di lampone, pera coscia, lievi di nocciolina, salmastro, resina di pino per terminare con sussurri di cuoio biondo. Bocca accarezzata da bollicine fni. Il corpo è medio suffciente. Per la generosa freschezza mi ricorda un po’ la 2021. Vino ben equilibrato con la massa alcolica impercettibile. Si sente lievemente il tannino del legno sulla gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di pompelmo rosa, melograno e tè verde. (92/100)
BARONE PIZZINI FRANCIACORTA
ROSÉ EDIZIONE, annata 2016 EXTRA
BRUT D.O.C.G.
(Uvaggio: 70% Pinot nero e 30% Chardonnay) Bottiglie prodotte n. 43.200
Nuance rosa antico un pò evoluto con tonalità arancio. Le bollicine sono fnissime e abbastanza numerose. Lo scrigno olfattivo s’apre a profumi di tè verde, lievi boisé, lampone, ciliegia, ribes e pera coscia. Bocca appagata da un corpo medio, sapidità e da sapori d’intenso pompelmo rosa (anche della parte bianca interna della buccia) e caramella dura al lampone. Vino ben equilibrato con la freschezza che neutralizza
Il dottor. Silvano Brescianini
completamente la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di melograno e pompelmo rosa. (93/100)
BARONE PIZZINI FRANCIACORTA BAGNADORA RISERVA ROSÉ annata
2011 EXTRA BRUT D.O.C.G.
(Uvaggio: 100% Pinot nero – non dosato) Bottiglie prodotte n. 6.612
Per la prima volta in Italia, un Franciacorta, viene concessa la riserva vendemmiale: una stagione quantitativamente e qualitativamente eccellente ha consentito d’accantonare il vino di riserva. Dal bicchiere traspare un rosa con lievi trame rosso chiaro. Le bollicine sono fnissime, intense e abbastanza numerose. Il palcoscenico olfattivo mette in mostra un profumo intenso di lampone, seguito dal dolce della pare esterna del confetto, ambra, salmastro e resina di pino. La bocca è estasiata da bollicine fni e dal sapore intenso di pompelmo rosa, accompagnato da sapidità e sapore del lampone. La ricca freschezza avvolge e mette completamente a tacere la massa alcolica. Il corpo è medio, fne ed elegante. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di melograno e pompelmo rosa. (96/100)

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paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
A fne 2025 Les Enfants du Champagne si sono ritrovati presso il loro ristorante prediletto, cioè l’enoteca Pinchiorri di Firenze.
Alessandro Tomberli, general manager dell’enoteca, di concerto con gli chef Riccardo Monco ed Alessandro della Tommasina ci hanno preparato un ricco menù per le 13 bottiglie di Champagne che sarebbero state degustate in modo bendato. All’enoteca Pinchiorri tutto è sempre perfetto, ambiente, apparecchiatura, servizio e cibo. L’aperitivo è stato consumato in cantina, accompagnato allo Champagne Perrier Jouet Belle Epoque Edition 120 ans Sérigraphiée Mischer Traxler. A me questo Champagne è piaciuto moltissimo. Tutti gli Champagnes sono stati serviti in modo bendato. Il momento dell’aperitivo ci è servito per scaldare i motori e riprendere un po’ di confidenza tra di noi, dopo qualche mese che non ci vedevamo. A tavola ogni pietanza è stata accompagnata a 2 Champagnes, sempre serviti in pieno anonimato. Col “cavolfiore in carpione, pasta di capperi salati, mostarda di clementine e spuma calda di rafano” abbiamo baciato la cavità orale con Alfred Gratien Cuvée Paradis e Piper – Heidsieck Cuvée Rare. Piatto successivo è stato la “scaloppina di tonno rosso, bruschetta di mazzancolle e ricci di mare, salsa spumosa di pollo arrosto e pepe selvatico” abbinato magnificamente agli Cham -
pagnes Deutz Amour de Deutz e Fleury cuvée Robert Fleury. La terza portata è stata “gnocchetti di patate ripieni di pesto di dragoncello, capesante all’olio di ginepro, crema di limone salato e ristretto di cacciucco” coniugato con Henriot Cuvèe Hemera e Louis Roederer Cuvèe Cristal. Il piatto successivo è stato “trancio di rombo cotto in bianco, budino tiepido di bietole, emulsione di razza e composta di scalogno di carpione” associato a Encry blanc de blanc Vue Blanche Estelle e Ruinart Dom Ruinart. Questo splendido tour enogastronomico è continuato col “petto d’anatra arrostito, la sua coscia in terrina tiepida parfait di fegatini al Marsala e indivia al frutto della passione” con bocca bagnata da Paul Roger Sir Winston Churchill e Perrier Jouet Belle Epoque. L’ultimo piatto è stato “raviolo di mais arrostito e farcito di stracotto di ossobuco con succo di cime di rapa, crema inglese salata di Gran Mugello Ubaldino e croccante di semi di zucca” baciato dagli Champagnes Jacquesson Ay Vauzelle Terme e Dom Perignon vintage. Che cena memorabile! Tutti siamo rimasti appagati da questo ricco e piacevole menù che si è coniugato perfettamente con tutti gli Champagnes. Leo Damiani abituato, anche per lavoro, a frequentare,
da tanti anni, i migliori ristoranti italiani e francesi, ha detto: “Cena memorabile, non ho ricordanza di avere mangiato mai così bene”. Alla cena erano presenti Leo Damiani, Marco Maffei, Valerio Mearini, Orazio Vagnozzi, Stafano Azzolari, Roberto Schneuwly, mentre Maurizio Tarquini non è potuto venire a causa di un impegno istituzionale. Prima di passare alle note di degustazione degli Champagnes degustati voglio ricordare che la 2013 nella Champagne è stata un’annata impegnativa, ma di qualità. È stata definita un’annata tardiva e selettiva. Gli Champagnes in generale sono caratterizzati da un bell’equilibrio fra acidità e maturità col risultato d’essere vini eleganti e freschi. In qualcuno ho riscontrato una maggior potenza rispetto alla 2012. Passiamo adesso a descrivere gli Champagnes di questa splendida serata.


MAISON PERRIER JOUET BELLE
EPOQUE SPECIAL EDITION annata
2013 Edition 120 ans Sèrigraphiée
Mischer’ Traxler
(Uvaggio: 50% Chardonnay, 45% Pinot noir e 5% Pinot meunier)
Colorazione giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Dal calice s’innalzano profumi di pietra focaia, mandorla tostata salata, biancospino, anemone, colla Coccoina (latte di cocco e mandorla), resina di pino. A bicchiere vuoto si sente il profumo della bacca di ginepro. Bocca accarezzata da bollicine fni, sapidità, mineralità e corpo medio. La ricca freschezza avvolge completamente la massa alcolica. Si sente un pochino nel fnale, sulla gengiva, il tannino del legno. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale agrumato di limone.
Mia valutazione 98/100
Valutazione LEDC 95,14/100
MAISON ALFRED GRATIEN CUVEÈ
PARADIS annata 2013 (Uvaggio: 65% Chardonnay e 35% Pinot noir)
Cromia giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Palcoscenico olfattivo con profumi di vaniglia, intensi di lampone, pan brioche, wafer del cono leggero, biancospino, intensi di vernice per legno, menta, cetriolo, buccia di banana matura, guscio di mandorla per terminare con soff di caucciù. Al palato le bollicine sono fni e il corpo medio suffciente. Sapore riccamente agrumato. La freschezza avvolge completamente la
alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di limone abbastanza marcato.
Mia valutazione 93/100
Valutazione LEDC 93,43/100
MAISON PIPER HEIDSIECK RARE annata 2013
(Uvaggio: 70% Chardonnay e 30% Pinot noir)
Veste giallo paglierino con rifessi dorati. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Il debutto olfattivo rivela profumi di nocciolina, pietra focaia intensa, popcorn, limone, intensi di castagna secca, noce moscata per terminare con accenni di caucciù. All’assaggio rileva bollicine fni, corpo medio e piacevole mineralità. Alcol e freschezza sono in perfetto equilibrio tra loro. Lunga la sua persistenza gustativa con fnale d’intenso sapore di limone.
Mia valutazione 93/100
Valutazione LEDC 94,29/100
MAISON DEUTZ AMOUR DE DEUTZ annata 2013 (Uvaggio: 100% Chardonnay)
Color giallo oro lucente con rifessi verdi. Le bollicine sono fni d abbastanza numerose. Palcoscenico olfattivo con profumi dolci della parte esterna del confetto, menta, buccia di limone, pietra focaia, nocciolina tostata, sapone di Marsiglia, fori bianchi per terminare con soff di pera Williams. All’esame gustativo le bollicine sono fni e accarezzano la cavità orale. Il corpo è medio suffciente e il vino, grazie alla freschezza, è ben
equilibrato. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa.
Mia valutazione 95/100
Valutazione LEDC 96/100
MAISON FLEURY CUVÈE ROBERT FLEURY annata 2013 (Uvaggio: 49% Pinot noir, 22% Chardonnay, 20% Pinot gris e 9% Pinot blanc)
Manto giallo oro intenso, maturo e lucente. Le bollicine sono fini e numerose, formando una fune che si muove verso l’alto. Ventaglio di sensazioni olfattive composto da buccia di banana matura, marron glacè, pepe bianco, giuggiola matura, per terminare con ricordi di guscio della mandorla. Al palato rivela un corpo medio, bollicine fini, è sapido e ha sapore di banana. L’acidità è molto spiccata e copre la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa.
Mia valutazione 90/100
Valutazione LEDC 90,86/100
MAISON HENRIOT CUVÈE HEMERA annata 2013 (Uvaggio: 50% Chardonnay e 50% Pinot noir)
Riluce giallo paglierino con rifessi oro. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Naso carismatico composto da profumi di burro di noccioline, pietra focaia, pan brioche, bacca di ginepro, guscio di mandorla, pepe bianco e pane caldo un po’ abbrustolito. Al gusto rivela un corpo medio e una buona sapidità, mentre le bollicine sono fni. Grande equilibrio grazie all’acidità e alla
freschezza, che dominano, senza ripensamenti, la massa alcolica. Il corpo è medio suffciente, supportato dall’acidità. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa con importante fnale di limone.
Mia valutazione 94/100
Valutazione LEDC 94,86/100
MAISON LOUIS ROEDERER
CRISTAL annata 2013
(Uvaggio: 60% Pinot noir e 40% Chardonnay)
Tono giallo oro con rifessi ambra. Le bollicine sono fni e numerose. Bouquet composto da profumi dolci dell’esterno del confetto, pietra focaia, lievi di zabaione, limone e buccia di limone. Bocca accarezzata da bollicine fni. Il corpo è medio e il vino ha un buon equilibrio, grazie alla freschezza e all’acidità, che dominano la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di limone.
Mia valutazione 93/100
Valutazione LEDC 94,71/100
MAISON BLANCH DE ESTELLE ENCRY GRAND CUVÉE BLANC DE BLANCS annata 2013
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Traspare dal bicchiere giallo oro con rifessi arancio, lucente. Le bollicine sono fni e numerose. Lo scrigno olfattivo s’apre a profumi di nocciolina, lievi di zabaione, resina di pino, pietra focaia e mallo di noce. All’approccio gustativo le bollicine sono fni, il corpo è medio e il vino sapido. Alcol e freschezza sono in perfetto equilibrio tra loro. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di limone.
Mia valutazione 94/100
Valutazione LEDC 93,57/100
MAISON RUINART DOM RUINART annata 2013
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Manto giallo oro con rifessi grigi. Al naso colpisce l’immediata e generosa nota di pietra focai, seguita da lieve kerosene, bacca di ginepro e fori bianchi. Bocca caratterizzata da corpo medio e bollicine fni. Vino sapido, minerale e ben equilibrato, grazie alla freschezza che domina la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di tè al limone.
Mia valutazione 95/100
Valutazione LEDC 95,14/100
MAISON POL ROGER SIR WINSTON
CHURCHILL annata 2013
(Uvaggio: 75% Pinot noir e 25% Chardonnay)
Robe giallo oro lucente. Bollicine fni e abbastanza numerose, che formano una cordicella. Ricchezza olfattiva scandita da profumi di vaniglia, gesso, lievi di lupino, fori, pietra focaia, agrumi, cassetta di medicine per terminare con sussurri di zabaione. Le bollicine sono fni e accarezzano la bocca. Il corpo è medio e il vino ben equlibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza con fnale di pietra focaia.
Mia valutazione 93/100
Valutazione LEDC 95,14/100
MAISON PERRIRE JOUET BELLE
EPOQUE annata 2013
(Uvaggio: 50% Chardonnay, 45% Pinot noir e 5% Pinot meunier)
Veste giallo oro lucente. Le bollicine sono inizialmente abbastanza fni per poi diventare fni e numerose. Profumo balsamico e mentolato di nocciolina tostata, mandorla tostata salata, anemoni per terminare con una lieve sensazione d’episperma (dolce della pellolina della castagna bollita). All’assaggio ha bollicine fni e corpo medio. Il vino tra alcol e freschezza è equilibrato. Molto lunga è la sua persistenza gustativa. Nel fnale sento un pochino la presenza del tannino sulla gengiva superiore.
Mia valutazione 94/100
Valutazione LEDC 95,57/100
MAISON JACQUESSON AY VAUZElLE TERME annata 2013 (Uvaggio: 100% Pinot noir)
Abito giallo oro intenso con riflessi ambrati. Bollicine fini e numerose, a forma di corda. Caleidoscopio olfattivo con profumi di castagna bollita, finocchio selvatico secco, bas Armagnac, boisé, balsamici, intensi di mela cotogna cotta e paglia. Bocca caratterizzata da corpo medio e bollicine fini. Vino equilibrato tra alcol e freschezza. Sapore di bas Armagnac e boisé. Lunga è la sua persistenza con sapore che mi ricorda il Calvados.
Mia valutazione 91/100
Valutazione LEDC 92,86/100
MAISON DOM PERIGNON DOM PERIGNON BRUT annata 2013 (Uvaggio: 51% Chardonnay e 49% Pinot noir)
Color giallo oro. Bollicine fini e numerose. Il naso evoca profumi d’intensa pietra focaia, cuoio biondo, fiori bianchi, lievi d’espisperma (è il dolce della pelle della castagna bollita). All’assaggio il corpo è medio e le bollicine fini. Vino sapido, minerale e ben equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. Vino fine ed elegante con lunga persistenza aromatica intesa, con finale di pietra focaia.
Mia valutazione 95/100
Valutazione LEDC 95,86/100


PROSPETTO RIEPILOGATIVO
CHAMPAGNE
1 2013 in cantina a sorpresa by Gran Maestro - Belle Epoque Special Edition
2 Alfred Gratien - Cuvèe Paradis (65%CH35%PN)
3 Rare (70% CH - 30%PN)
4 Deutz - Amour de Deutz (100%CH)
5 Fleury - Cuvèe Robert Fleury (49%PN-22%CH20%PG-9%PB)
6 Henriot - Cuvèe Hemera (50%CH - 50%PN)
7 Louis Roederer - Cristal (60%PN - 40%CH)
8 Encry Millèsime (100%CH)
9 Ruinart - Dom Ruinart (100%CH)
10 Pol Roger - Sir Wiston Churchill (PN75%CH25% stimato)
11 Perrier Jouet - Belle Epoque (50%CH45%PN - 5%PM)
12 Jacquesson - AY Vauzelle Terme (100% PN)
13 Dom Perignon(51%CH49% PN)
Da sinistra Orazio Vagnozzi, Roberto Schneuwly, Marco Maffei, Stefano Azzolari, Valerio Mearini, Paolo Baracchino e Leo Damiani


Per la prima volta Les Enfants du Champagne si sono ritrovati in un’abitazione privata, quella dell’amico Marco Maffei a Roma, per fare una degustazione di Champagnes. Abbiamo aderito tutti volentieri al suo gentile invito. Purtroppo, all’ultimo momento Roberto Schneuwly, ci ha comunicato la sua impossibilità a partecipare ed è stato l’unico LEDC assente alla serata. Marco Maffei si è organizzato molto bene perché ha reclutato 2 chef molto capaci, quali Alessandro Pillot, allievo di Gaetano Trovato del ristorante Arnolfo di Colle Val d’Elsa e Bartolomeo Tito, che ha lavorato in ristoranti stellati della Campania. Il problema della serata poteva essere quello di reperire tutti i necessari bicchieri per i 13 Champagnes della serata. Molto spesso capita che il bicchiere non propriamente idoneo non ti faccia vedere bene le bollicine che sono nel calice. Questo non è stato il nostro caso perché i bicchieri ti facevano vedere bene la grandezza delle bollicine e la loro entità. La degustazione è stata
bendata, le bottiglie erano abbondantemente fasciate dalla pellicola di alluminio, che non faceva vedere neppure la forma delle bottiglie. Altro problema poteva essere la temperatura di servizio degli Champagnes, ma in realtà Marco si era fornito di molto ghiaccio. Tutto è stato perfetto. Avevamo un sommelier per il servizio dei vini e un cameriere, che, insieme ai 2 chef, ci servivano le portate. Con le amuse bouche - tartare di chianina, alloro e patate; crocchetta di bollito, gambero rosa, fefr e menta, seppia col suo ragout nero; cracker, broccolo romanesco e pomodorino conft, ali di rombo in tempura e lenticchie di Castelluccio - ci è stato servita un’edizione limitata di Perrier Jouet Belle Epoque 2013, unica eccezione della nostra degustazione orizzontale dell’annata 2008. Per antipasto è stato lo “scampo, lattuga, passion fruit” e la “ricciola, carciof e agrumi”. Per i primi sono stati serviti “tagliolini, ricciola, pil pil e aglio nero” e “plin, guancia, tapinambur e cicoria”. In ordine ai secondi “rombo, olive e scarola napoletana” e “cinta senese, carota e vin santo”. Per fnire e dessert “sfoglia croccante, pere ricotta di pecora” e “chiac-
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com

chiere”! Per ultimo, a sorpresa, è seguita la pasta cacio, burro e pepe. Gli Champagnes si sono susseguiti nei 12 calici che avevamo davanti. Tutto è stato perfetto e i 2 chef sono stati bravissimi, ammaliando e beatifcan-
do i nostri palati. Prima di descrivere gli Champagnes degustati è doveroso premettere che una bottiglia è diversa dall’altra e uno stesso Champagne degustato in momenti diversi può portare a valutazioni diverse.


MAISON PERRIER
JOUET BELLE EPOQUE
SPECIAL EDITION annata
2013 Edition 120 ans Sèrigraphièe Mischer Traxler
(Uvaggio: 50% Chardonnay, 45% Pinot noir e 5% Pinot meunier)
Traspare dal calice giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e numerose. Dallo scrigno olfattivo emergono profumi di caucciù, pan brioche, tè al limone, resina di pino, pompelmo giallo, pepe bianco, mallo di noce e nocciola piemontese. All’approccio gustativo svela bollicine fni. Il corpo è medio plus. Ricca sapidità e mineralità. Sapore inoltre di mela verde, tè al limone, pompelmo giallo e piccoli tocchi boisé. Ricca freschezza e acidità, che coprono completamente la massa alcolica, rendendo il vino ben equilibrato. Lunga è la sua persistenza gustativa. Si sentono un pochino i tannini del legno sulla gengiva superiore. Bello Champagne, lievemente diverso dallo stesso Champagne da me degustato alcuni mesi prima. Ogni bottiglia ha la sua vita e la sua storia.
Mio punteggio 96/100
Punteggio LEDC 94,17/100
MAISON PERRIER JOUET
BELLE EPOQUE annata 2008
(Uvaggio: 50% Chardonnay, 45% Pinot noir e 5% Pinot meunier)
Riluce giallo oro. Le bollicine sono fni e numerose. Mix olfattivo con profumi boisé, buccia di banana, foreali, grappa, acino schiacciato e uva passa. Il palato gioisce della presenza di bollicine fni. Il corpo è medio e il vino è ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di limone e boisé. Si sente asciugare un pochino la gengiva superiore per i tannini del legno. Anche in questo caso rimarco che ogni bottiglia ha la sua storia perché le altre volte che ho degustato il 2008 ho sentito espressioni olfattive e gustative migliori. Il 25/06/2019 gli avevo riconosciuto 95/100.
Mio punteggio 91/100
Punteggio LEDC 92,86/100
MAISON DOM PERIGNON, annata 2008
(Uvaggio: 50% Chardonnay e 50% Pinot noir)
Color giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Naso composto da profumi di pera coscia, pietra focaia, pop corn, lievi di gas gpl e fori. All’assaggio ha bollicine fni, corpo medio ed è sapido e minerale (pietra focaia). La sua generosa freschezza avvolge completamente la
massa alcolica, rendendo il vino equilibrato. Lunghissima è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di minerale e gesso. Champagne inconfondibile per la sua mineralità.
Mio punteggio 97/100
Punteggio LEDC 95,43/100
MAISON TAITTINGER COMTES DE CHAMPAGNE annata 2008
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Al naso diffonde profumi di pietra focaia, di pop corn (per me è il minerale intenso) ambra, lievito di birra e bacca di ginepro. All’assaggio le bollicine sono fni e piacevoli. Il corpo è medio e la bella e piacevole freschezza rende inoffensiva la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale minerale.
Mio punteggio 95/100
Punteggio LEDC 94,86/100
MAISON DOM PERIGNON P2 annata 2008
(Uvaggio: 50% Pinot noir e 50% Chardonnay)
Robe giallo oro con rifessi grigi e verdi. Le bollicine sono fni e numerose. Ricchezza olfattiva scandita da profumi di pietra focaia, agrumati di buccia di mandarino, lievi di gas gpl per fnire con soff di guscio di mandorla. Il corpo è medio e le bollicine fni. Vino sapido con
sapore d’agrumi. La freschezza avvolge completamente la massa alcolica, rendendo il vino ben equilibrato. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di mandarino, pompelmo giallo e pietra focaia.
Mio punteggio 94/100
Punteggio LEDC 94,43/100
MAISON LOUIS ROEDERER
Cristal annata 2008 (Uvaggio: 60% Pinot noir e 40% Chardonnay)
Cromia giallo oro lucente. Le bollicine lentamente diventano fini e abbastanza numerose. Ventaglio di sensazioni olfattive d’intensa pera coscia e grappa, seguite da note di pepe nero e paglia. Al palato il corpo è medio e le bollicine sono fini. Vino sapido con sapore di pera coscia. La freschezza domina completamente la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa intensa. Si sentono, lievemente, sulla gengiva superiore, i tannini del legno.
Mio punteggio 92/100
Punteggio LEDC 93/100
MAISON KRUG annata 2008 (Uvaggio: 53% Pinot noir, 25% Pinot meunier e 22% Chardonnay)
All’esame visivo presenta color giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e numerose. Ricchezza olfattiva scandita da profumi di grafte, burro di nocciolina,

bacca di ginepro e lieve boisè. Bella bocca fne ed elegante. Il corpo è medio e le bollicine fni. Asse alcol-freschezza in perfetto equilibrio tra loro. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con intenso fnale di limone e pompelmo giallo.
Mio punteggio 95/100
Punteggio LEDC 94,43/100
MAISON VEUVE CLICQUOT LA GRANDE DAME annata 2008
(Uvaggio: 92% Pinot noir e 8% Chardonnay)
Traspare dal bicchiere color giallo oro con riflessi grigi. Le bollicine sono fini e numerose. Il naso evoca profumi di buccia di banana vedere, noce di cocco, dolci dell’esterno del confetto, pepe bianco, lampone, pietra focaia, tè al linone per terminare con soffi che ricordano il guscio di mandorla. Gusto con bollicine fini, mentre il corpo è medio e ha sapore agrumato d’intenso limone. In bocca è largo, ma anche verticale. La freschezza domina, senza esitazioni, la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa.
Mio punteggio 97/100 Punteggio LEDC 94,86/100
MAISON BOLLINGER RD
annata 2008
(Uvaggio: 72% Pinot noir e 29% Chardonnay)
Cromia giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e numerose. Naso composto da profumi intensi di pepe bianco e ambra, seguiti da pera coscia, guscio di mandorla, paglia per terminare con ricordi di bas Armagnac. Bocca felice e suadente con bollicine fni, sapidità, mineralità e sapore di pesca coscia, limone e intensi di paglia. Il corpo è medio e il vino, grazie alla freschezza, è ben equilibrato. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa.
Mio punteggio 95/100
Punteggio LEDC 93,71/100
MAISON J. de TELMONT
Blanc de Blancs, annata 2008
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Veste giallo oro. Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Olfatto caratterizzato da profumi di buccia verde di banana, paglia, grappa, episperma (è la note dolce del legno che ricorda la pelle del marrone bollito) per terminare con profumi d’elicriso (pianta che odora di liquirizia, menta e camomilla).
Da sinistra Stefano Azzolari, Orazio Vagnozzi, Valerio Mearini, Paolo Baracchino, Leo Damiani, Maurizio Tarquini e Marco Maffei
All’esame gustativo le bollicine sono fni e il vino ha corpo medio. La generosa freschezza mette a tacere la massa alcolica. Lunga è la persistenza aromatica intensa con fnale di zabaione ed elicriso.
Mio punteggio 93/100
Punteggio LEDC 93,43/100
MAISON DOM PERIGNON LEGACY EDITION annata
2008
(Uvaggio: 50% Chardonnay e 50% Pinot noir)
Robe giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e numerose. Al naso si percepiscono profumi d’idrolitina (la polvere che rende gassata l’acqua naturale), dolci dell’esterno del confetto, pietra focaia, lampone, lievi di smalto per le unghie per terminare con soff di grappa. Al palato ha bollicine fni, corpo medio ed è molto sapido. La sua esuberante e piacevole freschezza copre completamente, grazie anche alla sua mineralità, la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa con fnale di pietra focaia e gesso.
Mio punteggio 94/100
Punteggio LEDC 93,71/100
MAISON BILLECART
SALMON CUVÈE NICOLAS
FRANCOIS annata 2008
(Uvaggio: 60% Pinot noir e 40% Chardonnay)
Manto giallo oro lucente. Le bollicine sono fni e numerose.
Al naso non è particolarmente ricco, si percepiscono profumi di buccia di banana verde, lievi d’oliva verde, citronella, prugna, brioche e nocciola piemontese tostata. Bocca ammaliata da bollicine fni, sapidità e mineralità. Il corpo è medio e il vino, grazie alla copiosa freschezza, è perfettamente equilibrato. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa con fnale minerale. Piacevole beva.
Mio punteggio 95/100
Punteggio LEDC 93,86/100
MAISON DEUTZ AMOUR DE DEUTZ annata 2008 Blanc de Blancs (Uvaggio: 100% Chardonnay) Color giallo oro lucente. Bollicine fni e numerose. Al naso ha risalto da subito una travolgente mineralità di pietra focaia e popcorn (quando c’è molto minerale, ci sento il pop corn), agrumi, lime e pera coscia. Le bollicine sono fni, inizialmente un po’ presenti per poi assottigliarsi. Vino con generosa freschezza e mineralità, che vanno a sovrastare e rendere impercettibile la massa alcolica. Il corpo è medio e lunga è la sua persistenza aromatica intesa. Champagne molto piacevole. Il 25.06.2019 avevo degustato questo 2008 e gli avevo riconosciuto ben 99/100 e qui abbiamo l’ulteriore conferma che ogni bottiglia fa storia a sé.
Mio punteggio 96/100
Punteggio LEDC 94,57/100
1 Perrier Jouet Belle Epoque 2013 Limited Edition120th (50%CH45%Pn - 5%pm)
2 Perrier Jouet Belle Epoque (50%CH45%Pn - 5%pm)
3 Dom Perignon (50%CH50%PN)
4 Taittinger - Comtes de Champagne (100% CH)
5
6
7 Krug (53% PN - 25%PM - 22%CH)
8 Veuve Cliquot - La Grande Dame (92%PN8%CH)
9
12 Billecart SalmonCuvèe Nicolas Francois (60%PN - 40%CH))
13 Deutz - Amoru de Deutz (100%CH)

paolo baracchino
fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com

Conosco e apprezzo i vini di Terlano, che è una cooperativa di circa 100 produttori da più di trent’anni. Questi vini mi sono sempre piaciuti per la loro sapidità e mineralità. Ricordo che circa 25 anni fa Klaus Gasser, direttore dell’azienda e Sauro Rafanelli agente di commercio di questi vini per Firenze, Pistoia e Prato, organizzarono un pranzo dove con uno stesso piatto venivano
Ho ricevuto un invito, tramite la P.R. Ursula Thurner, a partecipare a una masterclass dei vini di Terlano e a una degustazione al banco dei vini di Terlano-Andrian e degli Champagnes della Maison Legras & Haas, importati e distribuiti in Italia dall’azienda Terlano.
serviti vini rossi vecchi e vini bianchi vecchi delle stesse annate delle aziende Selvapiana di Rufna e Terlano. Fu un evento memorabile. Sui piatti serviti si godevano pienamente entrambi i vini delle due aziende. Ho avuto la fortuna di degustare e bere di entrambe le aziende vini delle annate degli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta. L’azienda Andrian è stata accorpata a quella di Terlano pochi anni fa, mantenendo la sua identità. L’azienda Andrian è situata accanto a quella di Terlano (due rive e un’anima), la conduzione vinicola è affdata all’azienda Terlano. Sicuramente, per me, i vini dell’azienda di Terlano sono di miglior qualità anche perché la loro mineralità è unica. Terlano produce, tra gli altri, un vino che si chiama Rarity (100% Pinot bianco), che viene prodotto nelle annate migliori, bottiglie prodotte circa 3.300 per anno. Questo è un vino d’immenso piacere, da pasto ma, secondo me, anche da meditazione. Un sorso tira l’altro. Non a caso Terlano è considerata la miglior produttrice, del mondo, di Pinot bianco. Ricordo quando fu presentato a Merano il vino Vorberg 2009 (100% Pinot bianco), durante il Wine festival in una masterclass , esultai nel degustarlo per la sua immensa piacevolezza e immediatezza. I vi-
ni di Terlano ti rimangono nel cuore! Non tutte le annate sono perfette, ricordo la 2002 in cui certi vini non erano completamente equilibrati al gusto, ma in linea di massima, a mio avviso, questi vini rappresentano una gloria dell’Italia nel mondo. Veniamo adesso alla masterclass alla quale ho partecipato. L’annata più vecchia è stata la 1991 e la più giovane la 2023. Sono stati degustati vini con uvaggio Sauvignon blanc (Quarz), quelli con Pinot bianco in prevalenza, Chardonay e Sauvignon blanc (Nova Domus e Terlano I Grande Cuveè). In riferimento a Terlaner I, preciso che la prima annata prodotta è stata la 2011 e che le prime annate prodotte avevano il legno troppo marcato, cosa che non ho rilevato nelle annate ultime. Sono orgoglioso che quest’azienda sia italiana. Veniamo adesso a descrivere i vini della masterclass


CANTINA TERLANO QUARZ
SAUVIGNON BLANC annata 2023
(Uvaggio: 100% Sauvignon blanc)
Cromia giallo paglierino con rifessi grigi. Dallo scrigno olfattivo emergono profumi di menta, lievi di gelsomino, foglia di pomodoro, fnocchio e sedano freschi, sale, limone, lievi di pepe bianco per terminare con sussurri di peperone verde. Bocca felice, suadente ricca di sapidità, mineralità e freschezza. Il corpo è medio e il vino è ben equilibrato, grazie alla freschezza che avvolge completamente la massa alcolica, rendendola completamente inoffensiva. Lunga è la sua persistenza gustativa. Vino morbido, piacevole fne ed elegante. In questo momento il naso è un po’ timido, ma nell’invecchiare si aprirà maggiormente. (95/100)
CANTINA TERLANO QUARZ
SAUVIGNON BLANC annata 2010 (Uvaggio: 100% Sauvignon blanc)
Traspare dal calice giallo paglierino con rifessi grigi. Bagaglio olfattivo composto da profumi di gelsomino, foglia di ruta, foglia di pomodoro, foglia di pesca, zucchero flato, menta, sedano fresco, pietra focaia, lievi di pepe bianco, duro di menta (è il bastoncino di zucchero intriso di menta) per terminare con pizzicotti di peperone verde. Bocca suadente con sapori di minerale e pompelmo rosa. Il corpo è medio e l’equilibrio è lievemente altalenante (per questo mi ricorda il Vorberg 2010). Lunga è la sua persistenza con fnale di pompelmo rosa. (92/100)
CANTINA TERLANO TERLANER
SAUVIGNON BLANC, annata 1991 (Uvaggio: 100% Sauvignon Blanc)
Tinta giallo paglierino con rifessi oro. All’esame olfattivo scandiscono in sequenza profumi di menta, albicocca parzialmente secca, fnocchio e sedano freschi, lieve foreale, pietra focaia, dolce dell’esterno del confetto, pesca gialla matura, amido di cotone per terminare con soff di peperone verde. All’incontro gustativo è sapido e minerale, ha
una bella freschezza e acidità, che domina la massa alcolica. Il corpo è medio suffciente. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (95/100)
CANTINA TERLANO TERLANER NOVA DOMUS CUVÉE Riserva annata 1998
(Uvaggio: Pinot bianco in prevalenza, Chardonnay e Sauvignon blanc)
Effcacia espressiva con color giallo oro e rifessi ambrati. Palcoscenico olfattivo con profumo intenso di buccia di banana matura, seguito da bacca di ginepro, lievi di pietra focaia per terminare con ricordi di banana secca. Al palato ha corpo medio, è sapido, minerale e ha il dolcino che ricorda la parte esterna del confetto. Alcol e freschezza sono in equilibrio tra loro, si sente però un pò di bruciore della gengiva superiore (tannini del legno?). Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale lievemente boisé. (92/100)
CANTINA TERLANO TERLANER NOVA
DOMUS CUVÉE Riserva annata 2009 (Uvaggio: 60% Pinot bianco, 30% Chardonnay e 10% Sauvignon blanc) Veste giallo oro. Bagaglio olfattivo composto da profumi di menta, amido del tessuto cotone, pietra focaia, pompelmo maturo, lievi di tè verde per terminare con soff di pera coscia. All’incontro gustativo svela ricca sapidità e mineralità. Il corpo è medio e la generosa freschezza sottomette completamente la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa. (95/100)
CANTINA TERLANO TERLANER NOVA DOMUS CUVÉE Riserva annata 2019 (Uvaggio: 60% Pinot bianco, 30% Chardonnay e 10% Sauvignon blanc) Espressione cromatica giallo paglierino con rifessi grigi. All’inizio dell’esame olfattivo l’espressione è un po’ timida, ma pian piano emergono profumi di menta, sale, pietra focaia, amido del tessuto cotone per terminare con sentori di buccia di mandarino. La bocca è estasiata da sapori salini e minera-
li. Il corpo è medio e il vino è perfettamente equilibrato, grazie alla generosa freschezza che domina, senza ripensamenti, la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di sale e limone. (96/100)
CANTINA TERLANO TERLANER I (primo) GRANDE CUVÉE annata 2019 (uvaggio: 70% Pinot bianco, 28% Chardonnay e 2% Sauvignon blanc)
Veste giallo paglierino con rifessi grigi. Il debutto olfattivo rivela profumi del biscotto wafer, pepe bianco, lievi di vernice del legno, vaniglia, foreali di fori bianchi, pera coscia, menta, boisè, lievi di peperone verde per terminare con note dolci che ricordano la parte esterna del confetto. Bocca caratterizzata da corpo medio. Vino sapido e minerale con buon equilibrio gustativo tra alcol e freschezza. Brucia un pochino la gengiva superiore e ciò mi fa pensare che siano i tannini del legno. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (95/100)
CANTINA TERLANO TERLANER I
(primo) GRANDE CUVÉE, annata 2021 (Uvaggio: 65% Pinot bianco, 33% Chardonnay e 2% Sauvignon blanc)
Giallo paglierino con lievi rifessi oro. Palcoscenico olfattivo con profumi di legno, pera coscia, sale, lievi di pietra focaia, dolci dell’esterno del confetto per terminare con pizzicotti di burro fuso. Bella bocca, ricca di sapidità e mineralità con accenni boisé. Il corpo è medio plus. Freschezza ricca e avvolgente, che neutralizza la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa con fnale intenso di limone e pepe bianco. Brucia lievemente la gengiva superiore, penso che ciò sia dovuto ai tannini del legno. Bel vino, giovane, di lungo futuro. (98/100)
CANTINA TERLANO TERLANER I (primo) GRANDE CUVÉE, annata 2022 (uvaggio: 62% Pinot bianco, 35% Chardonnay e 3% Sauvignon blanc)
Robe giallo paglierino con rifessi grigi. Bouquet composto da profumi di pera coscia, vaniglia, menta, sapone di Marsiglia, episperma (il dolce della pelle della castagna bollita) per terminare con soff di pietra focaia. Al palato è riccamente sapido e minerale con lieve sapore di caffè freddo (legno). Il corpo è medio, ma un po’ meno presente rispetto a quello del 2021. La massa alcolica è impercettibile, grazie alla generosa freschezza e alla mineralità. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa. (96/100)
Alla fne della masterclass c’è stato un light lunch servito dalla squadra Ferragamo del ristorante Borgo San Jacopo di Firenze. Io ho bevuto più volte lo Champagne Legras e Haas nelle sue varie versioni e il Rarity 2012 (98/100), che amo immensamente. È stata una bella giornata, durante la quale ho conversato, piacevolmente, con persone del mondo del vino che conoscevo.
L’azienda familiare di Mattia Vezzola si chiama Costaripa ed è situata nel cuore della Valtenesi a Moniga del Garda. La Valtenesi si estende da nord a sud tra i comuni di Desenzano e Salò nel cuore dell’anfteatro morenico sulla sponda bresciana del Garda.

Tutta l’area è infuenzata dal Garda, il più grande lago italiano. Si tratta di 20 chilometri di coste esposte al sorgere del sole e bagnate da 370 km2 d’acqua con temperatura minima in inverno di 7° con un ricambio di acque in 28 anni. Questa terra gode di ben 3.000 ore di sole l’anno, rinfrescata da brezze mattutine e serali facendo si che il suo clima sia chiamato “sud mediterraneo”. I terreni sono d’origine glaciale e hanno circa 67 tipologie di suoli, che caratterizzano i vini per la loro sapidità, armonia e complessità aromatica. Moniga inizia col 1896 a esser identifcata come il punto d’inizio della vinifcazione dei vini in rosè. In pochi anni nacquero ben 12 cantine perché fu chiaro a
molti che quel territorio era magico e che era il luogo giusto, per terreni e clima, per la nascita di vini rosati. Sin dal 1896 viene coltivata una uva rossa, raffnata e fragile come quella del Groppello gentile. Quest’uva rarissima, dall’acino blu, ha un grappolo che appartiene ai vitigni serrati e conici. L’uva matura oltre la metà di settembre. L’età media dei vigneti dell’azienda Costaripa è di oltre 35 anni e vige il principio della selezione massale, con assoluto divieto d’irrigazione. Quest’azienda ha una gestione viticola completamente manuale, che comprende una visione biodinamica dei suoli con potature tradizionali. Per il metodo classico i mosti fermentano in piccole botti di rovere bianco e remuage totalmente a mano. Ogni cuvèe è frutto dell’unione di almeno 40 diversi vini, al fne di mantenere ogni anno lo stesso proflo sensoriale. Mattia Vezzola è una persona pacata, molto competente e modesta, lo conosco da quando era enologo nell’azienda Bellavista in Franciacorta, dove ha lavorato per circa quarant’anni, lasciandola nel 2021 per dedicarsi completamente all’azienda familiare Costaripa. Ma veniamo al pranzo del Dott. Mattia Vezzola, presso il ristorante Palazzo Portinari di Firenze dello chef Vito Mollica. La degustazione dei vini è stata effettuata per una decina di giornalisti presso il bar del ristorante e successivamente siamo andati nel salone per consumare un pranzo ideato e creato da Vito per poter apprez-
paolo baracchino
fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
zare al meglio vini delicati ed eleganti, come quelli proposti da Costaripa. È stata la prima volta che ho fatto una vasta degustazione di vini rosé. Con l’antipasto “ricciola e tonno marinati agli agrumi” abbiamo apprezzato il giovane Costaripa Rosamara Valtènesi rosè 2024. Come primo ci è stato servito “trofe ai frutti di mare e crema al prezzemolo” abbinato al Costaripa Mattia Vezzola Crèmant metodo classico. Col duplice secondo ci è stato servito il Costaripa Mattia Vezzola grande annata rosè metodo classico. I piatti erano sia di pesce che di carne, “rombo scottato con cuscino rosa e crema di peperone crusco” e “cosciotto di agnello arrostito alle erbe e olive taggiasche”. Abbinamenti perfetti! Col dolce “carpaccio di ananas arrostito con lamponi e sorbetto al cacao” è stato servito il vino dolce Costaripa PalmaArgentina 2024. Un vino della degustazione che mi ha colpito è stato il Molmenti rosè 2011 perché non pensavo che un vino rosé potesse avere tutta questa piacevole longevità. Veniamo adesso a descrivere i vini degustati.


COSTARIPA MATTIA VEZZOLA
ROSAMARA VALTÈNESI ROSÉ
annata 2024
(Uvaggio: 50% Groppello gentile, 30% Marzemino, 10% Barbera e 10% Sangiovese)
Robe rosa. Espressione olfattiva con profumi intensi di pera coscia, pepe e pietra focaia, seguono note di gelato alla vaniglia, fordilatte, pepe bianco, dolci dell’esterno del confetto, smalto per le unghie, stoppa intrisa di vino, lievi d’idrolitina (la polvere che rende l’acqua naturale in grassata) per terminare con soff di sapone di Marsiglia. Al palato ha corpo medio suffciente, è sapido e ha sapore di limone. L’equilibrio tra alcol e freschezza e un po’ allenante, nonostante abbia anche una discreta acidità. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di ricordi di melograno. (89/100)
COSTARIPA MATTIA VEZZOLA ROSA
MARA VALTÈNESI ROSÉ
annata 2020
(Uvaggio: 50% Groppello gentile, 30% Marzemino, 10% Barbera e 10% Sangiovese)
Traspare dal bicchiere rosa aranciato (albicocca). Mix olfattivo composto da profumi di burro di nocciolina, menta, pietra focaia, rosa bianca, rosa rossa, lievi di biancospino per terminare con sussurri di fragolina di bosco. Bocca felice, suadente con sapori di miele e albicocca. Il corpo è medio, vino sapido con l’equilibrio tra alcol e freschezza che è lievemente altalenante. Lunga e la sua persistenza gustativa. (89++/100)
COSTARIPA MATTIA VEZZOLA
MOLMENTI VALTÈNESI ROSÉ D.O.C
annata 2019
(Uvaggio: 60% Groppello gentile, 20% Marzemino, 10% Sangiovese e 10% Barbera)
Cromia rosa antico chiaro. All’esame olfattivo si scandiscono in sequenza profu-

mi di boisè, vaniglia, lievi di gasolio, pietra focaia, wafer del cono gelato leggero, erbe medicinali, dolci dell’esterno del confetto, menta per terminare con carezze di burro di nocciolina. All’approccio gustativo emerge un corpo medio plus e il vino è sapido e minerale. L’equilibrio tra alcol e freschezza non è perfetto, nonostante il vino abbia un’interessante salivazione. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. Nel fnale si sente bruciare un pochino la gengiva superiore. Naso interessante e molto minerale, dovuto principalmente al fatto che il terreno ha molta argilla. (90--/100)
COSTARIPA MATTIA VEZZOLA
MOLMENTI VALTÈNESI ROSÉ D.O.C annata 2011
(Uvaggio: 60% Groppello gentile, 20% Marzemino, 10% Sangiovese e 10% Barbera)
Carattere cromatico caratterizzato dal color rosa ambrato intenso. Diffonde dal bicchiere profumi di Marsala, lievi di trielina, pietra focaia, erbe medicinali, lievi di chinotto, terra bagnata, nespola, vernice per legno mogano, giuggiola matura, lievi di prugna secca per terminare con pizzicotti d’elicriso (liquirizia, camomilla e menta). Il corpo è medio plus e il vino è sapido ed ha sapore d’erbe medicinali e intensa ciliegia sotto spirito. L’equilibrio è lievissimamente altalenante tra alcol e freschezza. Molto lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale di Marsala secco e ciliegia sotto spirito e fnalissimo di zabaione. Vino particolare, molto ricco al naso, seppur non è completamente equilibrato al gusto. È un vino particolare. (92/100)
COSTARIPA MATTIA VEZZOLA
CRÈANT BRUT Metodo classico S.A.
(Saten)
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Veste giallo paglierino e ha bollicine abbastanza fni e numerose. Preludio olfattivo di
gas gpl, burro di nocciolina, sedano e fnocchio freschi per terminare con ricordi di pietra focaia. Le bollicine sono abbastanza fni e il vino è sapido. Il corpo è medio e il vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con fnale lievemente amarino, che mi ricorda in parte le erbe medicinali. (91/100)
COSTARIPA MATTIA VEZZOLA
Metodo Classico Grande annata
Rosé 2019
(Uvaggio: 80% Chardonnay e 20% Pinot nero)
Manto rosa antico e paglierino. Le bollicine sono abbastanza fni e numerose. Palcoscenico olfattivo con profumi di noce di cocco, acqua di mare (è uguale alla parte bianca interna della buccia di cocomero), buccia verde della banana, erbe medicinali, chinotto e lampone. All’assaggio rivela un corpo medio, è fne e delicato e ha sapore d’erbe medicinali e chinotto. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. Lunga la sua persistenza gustativa con fnale d’erbe medicinali e chinotto. Bel vino, interessante e piacevole. (94/100)
COSTARIPA
annata 2024 (Uvaggio: 50% Groppello e 50% Marzemino)
La prima annata prodotta è stata la 2010. E un vino dolce con soli 10° alcolici. All’esame visivo si presenta rosa chiaro. L’olfatto pavoneggia profumi di prugna fresca, smalto per le unghie, acqua di rose bianche (mi ricorda quella dell’azienda Roberts), zucchero flato, olive verdi per terminare con spunti d’origano. Morso dolce con intenso sapore di mela cotta. Il corpo è medio e il vino, grazie alla freschezza, è ben equilibrato. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. Vino particolarmente interessante. (92/100)
oinos • degustazioni
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
Il ristorante “La Capanna del Gallo” si trova a San Casciano Val di Pesa, località Sant’Andrea ed è situato all’interno di un borgo in cui, nel secolo XI, sorgeva il Castello di Fabbrica, successivamente smantellato dai Ghibellini negli anni dopo la battaglia di Montaperti.
Lo stile del locale è country e contemporaneo. Lo chef è Fabio Coccia, il sous chef è Daniele Tirinnanzi e il sommelier Matteo Portas. Al pranzo c’erano Simone Fracassi, Stefano Azzolari, Gianni Mercatali, Paolo Baracchino, Elisa Pinta Kauce, Fabiola Baldanza e Piero Benvenuti, che ci ha ospitati. Il pranzo è stato ricco di portate, alle quali sono stati abbinati i vini da me descritti. Tutti i piatti sono stati molto gustosi e piacevoli. L’entrèe: “maritozzo farcito con colombaccio, sedano rapa e olio alle erbe di campo”. Gli antipasti: “anatra, cachi, castagna e alloro”; “animella brulè alla brace, caprino, susine grigliate e olio al fnocchietto”, “battuta di fletto di manzo (pezzata boema) con pera, vaniglia e caviale di aringa”. I primi: “cappelletti ripieni di verdura alla griglia, beurre blanc e fondo di verdure caramellato”, “ reginette di grano duro con ragù di faraona al coltello, polvere di pomodoro e crumble di olive”. Il secondo: “cervo alla griglia con purè al cipresso, lamponi e fondo bruno alla nocciola”. Per ter-

minare questo lauto e piacevole pasto ci sono stati serviti: “toma affnata in feno e birra di Beppino Ocelli; “danesi all’arancia candita”, “gelato al rosmarino, crumble d’olive e arance caramellate”. Non conoscevo questo ristorante e me ne dolgo, ma per fortuna non è mai troppo tardi. Ho riscontrato grande professionalità e qualità dei cibi. I pranzi organizzati da Piero Benvenuti sono sempre d’alto livello qualitativo e di gran piacevolezza. Prima di descrivere i vini, è opportuno la seguente premessa. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante
che faccia le precisazioni che seguono, affnché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
Da sinistra Simone Fracassi, Stefano Amerighi, Gianni Mercatali, Paolo Baracchino, Elisa Pinta Kauce, Piero Benvenuti, Fabiola Baldanza
MAISON J. DE TELMONT
Blanc de Blancs annata 2008
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Dal calice traspare giallo oro lucente.
Le bollicine sono fni e abbastanza numerose. Ventaglio di sensazioni olfattive di panettone, pan brioche, intensi di elicriso (liquirizia), lievi di banana matura e banana verde per terminare con soff di giuggiola matura. All’approccio gustativo le bollicine sono fni. Sapori di miele, castagna bollita e limone. Il corpo è medio e tende ad assottigliarsi, ma è supportato da una generosa freschezza. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. Lunga è
alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di mandarino. (96/100)
DOMAINE FRANCOIS RAVENEAU
FORET CHABLIS PREMIER CRU annata 2001
(Uvaggio: 100% Chardonnay)
Manto giallo oro intenso. All’esame olfattivo diffonde profumi di zafferano, dolci dell’esterno del confetto, burro fuso, miele, susina gialla matura, lievi di ruggine, riso al burro e zafferano per terminare con soff di buccia d’arancia. All’esame olfattivo rivela un corpo medio che si assottiglia. Vino sapido con sapore di zafferano. Alcol e freschezza sono

la sua persistenza gustativa con fnale di giuggiola matura e fnalissimo di mandorla. (94/100)
MAISON POL ROGER SIR WISTON
CHURCHILL annata 2008
(Uvaggio: 75% Pinot noir, 25% Chardonnay)
Si tinge giallo oro intenso, lucente. Le bollicine sono fni e numerose. Palcoscenico olfattivo con profumi di pan brioche, resina di pino, intensi di mela renetta matura, miele mille fori, torsolo di mela, vaniglia, guscio di mandorla, noce moscata, giuggiola matura per terminare con soff di fungo porcino secco. All’assaggio ha corpo medio e le bollicine sono fni e delicate. Sapore di vaniglia, miele, lieve boisé, limone e panettone con canditi. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge la massa
abbastanza in equilibrio tra loro, anche se l’alcol, nonostante la generosa freschezza, cerca di fare capolino. Lunga è la sua persistenza gustativa con fnale di scorza d’arancia candita. (92/100)
CHATEAU GRAND PUY LACOSTE
PAUILLAC, annata 2006 (Uvaggio: 72% Cabernet sauvignon, 23% Merlot e 5% Cabernet franc)
Tono rosso rubino intenso con lievi trame granato. Lo scrigno olfattivo rilascia profumi di pelle di conceria in fne lavorazione, menta, eucalipto, amido di riso bollito, mora, cassis, rosmarino, salvia, pepe nero, lievi di noce moscata, prugna, tartufo nero per terminare con ricordi di canfora. All’esame gustativo si sente la pelle di conceria in fne lavorazione, già sentita all’olfatto. Il corpo è medio suffciente, ma tende
un po’ a svuotarsi. Alcol e freschezza sono in equilibrio tra loro. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--), inizialmente setosi per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Abbastanza lunga è la sua persistenza gustativa. Migliore al naso rispetto al gusto. (90/100)
DOMAINE BERNARD FAURIE
HERMITAGE annata 2013
Uvaggio: 100% Syrah)
Veste rosso granato intenso. Debutto olfattivo composto da profumi d’oliva nera, pelle lavorata, pepe nero, canfora, menta, eucalipto, alloro per terminare con un sentore intenso di prugna secca. All’ingresso in bocca si presenta con un corpo medio. Il vino è equilibrato grazie alla freschezza che avvolge la massa alcolica. I tannini sono dolci, larghi (6/6--), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di prugna secca. (95/100)
CHATEAU PALMER MARGAUX annata 1986
(Uvaggio: 48% Cabernet sauvignon, 41% Merlot, 7% Petit verdot e 4% Cabernet franc)
Color rosso granato. Caleidoscopio olfattivo composto da profumi intensi di caucciù, canfora e malto di birra, seguiti da menta e violetta. Il palato è ammaliato da sapori di prugna, cassis, mirtillo e lievi di caucciù. Il corpo è medio e il vino è ben equilibrato tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente setosi per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (94/100)
CHATEAU D’YQUEM SAUTERNES 1er Cru Superieur annata 1990 (Uvaggio: 80% Sèmillon e 20 % Sauvignon)
Veste giallo ambra chiaro. All’olfatto diffonde profumi di caramella trasparente d’orzo, caramella di rabarbaro, caramello bruciato, zafferano, miele d’acacia, camomilla, smalto di vernice per terminare con carezze di zabaione. Morso piacevole con sapore di miele. Il corpo è medio. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di nocciolina tostata, caramella d’orzo e caramella di rabarbaro, che vanno a smorzare la sua dolcezza. Grande vino con una bella dolcezza assolutamente non stucchevole. (100/100)
Il whisky ha vissuto un momento di gloria a cavallo degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. È stato in quel periodo che gli italiani si sono avvicinati in maniera massiva a uno dei più nobili dei distillati.
Sono state importate etichette disparate e disperate. Il problema grosso è che la maggior parte delle bottiglie
vasione massiva di blended whisky, spesso più simili a benzina che a una piacevole bevanda. E questo ha por-

che sono fnite nelle nostre case e nei nostri bar era di una qualità decisamente bassa: quelle che normalmente vengono chiamate bottiglie da scaffale. Abbiamo assistito a un’in-
tato la percezione del whisky come un qualcosa che debba avere un costo basso e possa competere con le grappe più dozzinali. La qualità? Una sconosciuta. Penetrare una nazione
come l’Italia, dove i “digestivi” che si spartiscono il mercato sono grappe e amari, spesso lasciati al tavolo in bottiglioni offerti dal ristoratore, ha abbassato in maniera drammatica la percezione di livello da parte del consumatore. Possiamo dirlo chiaramente, solo negli ultimi anni abbiamo assistito a una ricerca e una consapevolezza in ordine ai superalcolici che possa avvicinarsi alla cultura vinicola. Ma siamo ancora ben lontani. Basterebbe entrare in un qualsiasi bar per rendersi conto che la situazione del whisky in Italia è pressoché drammatica. Le bottiglie che sono presenti nel 90% dei bar sono sempre le stesse: Glen Grant 5 anni (quello di Michele, per intendersi), Ballantines etichetta bianca, Johnnie Walker etichetta rossa e, quando va bene, un Chivas Regal 12 anni. Motivo: costano poco, ma tanto lo bevono in pochi. Ma forse il problema è proprio questo: lo bevono in pochi perché, costando poco, è cattivo. L’Italia è in fondo (o quasi) al consumo di whisky in tutta Europa: le nazioni con le vendite maggiori sono Francia e Germania. Infatti, quando ho voglia di trovare online una bottiglia particolare, spesso la trovo in vendita in queste 2 nazioni. Fortunatamente questa tendenza sta cominciando a cambiare, ma la strada è ancora lunga. Però voglio invitarvi a fare un piccolo ragionamento economico: una bottiglia è da 0,70 litri, da cui derivano indicativamente 14 bicchieri (voglio considerare la misura standard da sci perché sono un generoso). Nella fascia di prezzo tra i 50 e i 100 euro si trovano un numero spropositato di bottiglie di buono se non ottimo livello. Prendiamo la media di 75€. Abbiamo un’incidenza a bicchiere di poco più di 5€. Se poi, contrariamente a una bottiglia di vino, che spesso fnisce nell’arco di una o due cene, considerate quanto vi dura quella di whisky.

oinos • olio
andrea cappelli
Il Consorzio Olio DOP Chianti
Classico annuncia la nascita di “Novo” l’evento tutto dedicato all’Olio DOP
Chianti Classico, un appuntamento annuale per la presentazione della nuova campagna olearia, che a dicembre scorso si è tenuto a Firenze, presso il Teatro Niccolini.
L’edizione 2025 ha rivestito un signifcato speciale: il Consorzio ha festeggiato infatti il 50° anniversario dalla sua fondazione, per la quale fondamentale fu il ruolo nel 1975 dal cav. Lapo Mazzei, e il 25° anniversario dal riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta (DOP), due traguardi che testimoniano la storia, l’impegno e la costante crescita qualitativa di questo straordinario prodotto del territorio chiantigiano. L’evento ha offerto al pubblico e agli operatori del settore l’occasione di scoprire e degustare in anteprima gli oli DOP Chianti Classico, frutto della campagna olearia 2025: oli che si distinguono per freschezza, intensità aromatica e autenticità, espressione di un paesaggio unico e una tradizione secolare. Per questa prima edizione è stata scelta la sede del Teatro Niccolini di Firenze, teatro storico della città, da qualche anno riaperto al pubblico dopo vent’anni di chiusura. Qui il


giovane, ma già affermato “chef dell’Olio” Andrea Perini del ristorante “Al 588” di Bagno a Ripoli ha proposto un menù che ha visto nell’utilizzo della DOP del Gallo Nero un ingrediente fondamentale per arricchire una proposta 100% gluten-free d’assoluta eccellenza. All’evento ha partecipato Gionni Pruneti, presidente del Consorzio Olio DOP Chianti Classico, insieme a rappresentanti del mondo agricolo, istituzionale e ai produttori dell’olio del Gallo Nero. “Novo – sottolinea Pruneti – è un momento di orgoglio e condivisione. L’olio DOP Chianti Classico rappresenta infatti un prodotto d’eccellenza, simbolo di un paesaggio e un sapere che uniscono qualità, identità e sostenibilità.” E dall’edizione 2026 l’evento si arricchirà anche di momenti formativi e di confronto con i produttori dedicati a operatori, stampa e pubblico fnale, che saranno organizzati nel pomeriggio prima della cena. Oggi la denominazione DOP Chianti Classico conta oltre 200 produttori per una
produzione media di 1.500 quintali all’anno e si estende su più di 3.800 ettari di oliveti nel cuore della Toscana, tra le province di Firenze e Siena, dove la cultura dell’olio è da sempre parte integrante della vita rurale. Su queste colline ripide e boscose, l’oliveta rappresenta meno del 15% della superfcie totale del territorio della denominazione (70.000 ettari) e ospita 22 frantoi. Il Consorzio Olio DOP Chianti Classico
assiste i produttori nel loro costante sforzo rivolto alla creazione di un prodotto che mantenga sempre alti livelli in quelle componenti che partecipano attivamente alla salvaguardia della nostra salute e regalano al prodotto profumi e sapori “unici e identitari”. Caratterizzato prevalentemente da profumi avvolgenti d’oliva verde, sentori di carciofo crudo, erba fresca, mandorla amara e gradevolmente
piccante al palato, l’olio DOP Chianti Classico è frutto ed espressione del territorio in cui viene prodotto dai soci del Consorzio. L’attività del Consorzio Olio DOP Chianti Classico non si esaurisce però tra gli olivi e nei frantoi, ma allarga il suo raggio d’azione in altri ambiti, promuovendo l’extravergine del Gallo Nero attraverso eventi in tutto il mondo. La produzione di olio Chianti Classico 2025 si conferma eccellente dal punto di vista qualitativo e la quantità risulta essere in linea con la media storica di produzione della DOP del Gallo Nero. Per quel che riguarda le caratteristiche organolettiche, gli oli prodotti ad inizio ottobre privilegiano sentori riconducibili a sensazioni vegetali erbacee con amaro e piccante intenso al palato, gli oli di metà e fne ottobre si mostrano più complessi e variegati all’olfatto ed equilibrati nel gusto, mentre gli oli prodotti a novembre regalano piacevole balsamicità olfattiva e sapori nei quali prevalgono i gusti di mandorla e pinolo.

andrea
cappelli
La zona di Trequanda, dove insiste la storica
Fattoria del Colle, proprietà di famiglia di Donatella
Cinelli Colombini, che la gestisce fn dal 1998, oggi affancata dalla dinamica fglia Violante Gardini, è tra le più note e apprezzate per la produzione di olio EVO (extravergine d’oliva).
Immersa in 336 ettari di quelle che nell’Alto Medioevo erano le terre della consorteria feudale dei conti Cacciaconti della Scialenga, d’origine salica, originariamente il sito ospitava probabilmente un eremitaggio. La tenuta ha origini cinquecentesche e fu costruita nel 1592 da Claudio Socini, membro di un’importante famiglia senese di giuristi e eretici, antenati paterni di Donatella, come simbolo di recupero rurale dopo la caduta della Repubblica di Siena e l’invasione forentina. Lelio (15251562) e Fausto (1539-1604) Socini furono fra i maggiori esponenti della Riforma protestante, per questo la Chiesa cattolica li scomunicò e questo causò la confsca di tutti i beni della famiglia, compresa la Fattoria del Colle. Nel corso dei secoli la villa del Colle fu ampliata e arricchita per adattarla al soggiorno di nobili cac-
ciatori e per accogliere il granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo (1747-1792), che usava questo luogo per incontrare segretamente la contessina Isabella, dai lunghi capelli neri e grandi occhi romantici. La Fattoria del Colle fu riacquistata poi da Livio Socini nel 1919, che la riportò in famiglia dopo trecento anni. Conserva oggi un piccolo borgo toscano sapientemente restaurato in ottica conservativa, divenuto un agriturismo d’eccellenza (106 posti letto in appartamenti, camere e ville: la camera del granduca, col sofftto dipinto, è usata per la luna di miele delle coppie che qui celebrano il matrimonio ), un ristorante (l’Osteria di Donatella), una cappella consacrata dedicata a papa Clemente VIII, un’elegante villa padronale seicentesca, una suggestiva vinsantaia e una cantina di prestigio a servizio dei 17

ettari di vigneto per la produzione di Chianti, Orcia e igt Toscana. È un piccolo territorio della provincia senese con molti terreni calcarei, la sua altitudine è di oltre 400 metri slm, ha un clima ventilato ed è lontano dal mare, quindi la mosca oleica non lo raggiunge mai, perciò presenta condizioni ideali per gli olivi, che hanno reso celebre l’olio extravergine di questo terroir da tempo immemorabile. Considerata una delle campagne più belle del mondo, è particolarmente adatta alla coltivazione dell’olivo e l’olio che qui si produce è di altissima qualità. La Fattoria del Colle, dove la coltivazione degli olivi esiste da secoli, ha 6 ettari di parco oliveti con circa 1.600 piante coltivate a vaso e la produzione è interamente biologica. Quella dell’olivo

è infatti una pianta molto longeva, in alcuni casi può diventare addirittura millenaria e se, com’è successo in Italia nel 1956 e nel 1985, il gelo lo brucia, l’olivo ha la capacità di germogliare di nuovo dalle radici. Le olive, che vengono raccolte a mano nei
mesi di ottobre e novembre, quando sono ancora verdi per preservarne freschezza e integrità aromatica, vengono subito molite in 3 diversi frantoi della zona, così da valorizzare al massimo le caratteristiche di ogni varietà. Donatella, ci parli del

vostro nuovo progetto dell’orciaia?
“Dal 2025, alla tradizionale produzione d’olio, si è aggiunto il progetto della nuova bellissima orciaia, che è stata ricavata all’interno di 2 grandi tini di cemento da vino dell’inizio del Novecento. Qui sono stati posizionati gli orci di terracotta, prodotti a Petroio, piccola frazione del comune di Trequanda a pochi chilometri dalla Fattoria, qualche secolo fa. Ma è dal Rinascimento che a Petroio vengono prodotti orci di terracotta per la conservazione dell’olio, tradizione che fortunatamente si mantenuta fno ad oggi. È stato un lavoro durato 3 anni per restaurare i tini di cemento e soprattutto per sabbiare, rivestire di nuovo e soprattutto chiudere gli
orci di terracotta in modo ermetico. Infatti alcuni di essi sono già stati restaurati con un’operazione attentissima, così siamo riusciti a rimettere l’olio EVO negli antichi orci, come storicamente si faceva nelle nostre campagne. Il lavoro è stato lungo e complicato perché ha riguardato sia la rivetrifcazione interna che il collegamento all’impianto di distribuzione dell’azoto per preservarne la qualità. Se anticamente gli orci erano chiusi da coperchi di legno, ma questo non preservava i profumi e le virtù salutari dell’olio extravergine, in effetti l’unica vera differenza col passato è la saturazione di azoto degli orci per preservare l’olio dall’ossidazione. Scelte che custodiscono il passato
e aggiungono il meglio del presente, unendo tradizione e tecnologie moderne”. Violante, un’altra novità è il cofanetto da degustazione, creato dal pittore Alessandro Grazi, che racchiude 3 mini lattine con 3 tipologie d’olio EVO 2025 della Fattoria del Colle… “Vuol essere un gioco fra austera eleganza toscana e turismo internazionale nel segno del rispetto per i prodotti più antichi e preziosi della terra, insieme alla sofsticata ricerca d’eccellenze gastronomiche. L’intervento di un pittore senese del calibro di Alessandro Grazi, che poggia il suo messaggio artistico su valori profondi, come quelli che ci guidano nella difesa degli antichi oliveti, ha giocato nel packaging sul contra-


sto fra la raffnatezza delle linee e il cartone, che richiama i più comuni imballaggi. Anche la scelta dei colori è volutamente austera e con un chiaro richiamo alla terra: verde e bianco. Nei disegni ci sono la colomba, simbolo della nostra azienda e i rametti d’olivo, che mandano messaggi di pace ma anche di naturalezza. Tutto questo diventa un cofanetto con dentro 3 lattine da 100 grammi ciascuna di EVO di cultivar diverse: Correggiolo (frantoio), Moraiolo e Tradizionale misto, che possono essere acquistate anche singolarmente per usarle come minidono e persino come bomboniera per le nozze. Il Correggiolo è un’antica e pregiata varietà molto diffuso in Toscana, i cui frutti hanno forma ovoidale leggermente
asimmetrica, l’olio che se ne ottiene è caratterizzato da un fruttato intenso con note d’erba fresca o carciofo, ha un gusto deciso, strutturato e pieno con note d’amaro e tipico retrogusto piccante. Per la sua intensità richiede sapori altrettanto decisi, come zuppe di legumi, carni rosse alla griglia o in umido, selvaggina e funghi. Il Moraiolo è una varietà d’olivo tipico dell’Italia Centrale, in particolare Toscana e Umbria, la sua maturazione è più precoce del Correggiolo, per questo spesso alla raccolta l’oliva è invaiata e l’olio è noto per il suo sapore elegante, fruttato e delicato con note di carciofo e mandorla. Si abbina perfettamente a verdure sia crude sia cotte, al pesce e ai formaggi freschi a pasta flata, come la mozzarella. Il
Tradizionale misto di varietà Correggiolo, Moraiolo, Leccino, Pendolino e qualche olivastra, al naso è fruttato, armonico ed equilibrato con profumo d’erba fresca. Il gusto, anch’esso fruttato, è accompagnato frequentemente da un’aroma piccante abbastanza deciso e lievi note d’amaro; è il più armonico con un buon equilibrio tra fruttato, amaro e piccante. Ideale con zuppe di verdure, bruschette, crostini e carni rosse. Il cofanetto è pensato anche per diventare un regalo che i turisti possono trasportare in aereo anche nel bagaglio a mano. Un pezzetto autentico di Toscana, che permette di scoprire le differenze fra le varie cultivar degli olivi e il modo migliore per valorizzare ognuno di essi”.
Tessa è la piattaforma digitale, sviluppata da Valoritalia in collaborazione con Microsoft, progettata per supportare la certificazione delle produzioni vitivinicole di qualità.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE AL SERVIZIO
DELLA BUSINESS INTELLIGENCE PER UNA
REPORTISTICA EVOLUTA


Basata sulle tecnologie più avanzate oggi disponibili e predisposta per integrare soluzioni di intelligenza artifciale, Tessa offre prestazioni superiori rispetto a ogni altra soluzione presente sul mercato. Grazie alla sua architettura evoluta: garantisce la completa tracciabilità di ogni fase del processo produttivo; consente la gestione dettagliata di ogni movimento, fno al singolo dato; assicura massima protezione informatica da potenziali minacce esterne; integra i più moderni modelli di business intelligence e analisi dei dati. Ma Tessa è molto più di una piattaforma, è un ecosistema digitale pensato per trasformare i dati in conoscenza e la conoscenza in valore. Valoritalia, che vede come presidente France-
sco Liantonio e come direttore generale Giuseppe Liberatore, da sempre al servizio della fliera vitivinicola, gestisce ogni anno oltre un milione di movimenti di prodotto, generati da più di 90mila aziende attive e appartenenti alle 219 Denominazioni di Origine Certifcate. E così, attraverso Tessa, ogni movimento viene digitalizzato con un livello di dettaglio e sicurezza senza precedenti. L’integrazione con gli strumenti Microsoft di business intelligence consente di elaborare analisi statistiche complete per ogni fase del processo, dalla produzione all’imbottigliamento, fno alla commercializzazione. La granularità dei dati raccolti permette di osservare l’evoluzione temporale di ogni parametro della certifcazione
a diversi livelli di aggregazione: dalla singola Denominazione di Origine fno a gruppi di denominazioni, dai Consorzi di Tutela fno alle macroaree territoriali o regionali. Tessa è una piattaforma aperta e condivisa: imprese, consorzi e istituzioni possono consultare e utilizzare un ampio insieme di dati per migliorare la gestione aziendale e la programmazione strategica delle Denominazioni di Origine. Inoltre gli strumenti di business intelligence integrati in Tessa permettono una reportistica evoluta, cioè permettono di creare report dinamici che illustrano, con grafci e indicatori statistici, tutte le variabili signifcative del processo di certifcazione. I report sono costruiti secondo un modello standard e presenta-

no, attraverso tabelle, diagrammi e strumenti grafci, l’evoluzione temporale delle principali fasi del processo di certifcazione. Così per ogni Denominazione di Origine, il modello standard di report comprende l’analisi dei seguenti ambiti: valori ed esiti dei campionamenti; imbottigliamenti e relative distribuzioni tra soci e non soci dei Consorzi di Tutela; formati e volumi degli imbottigliamenti; indici di concentrazione; vendite e trasferimenti di vino sfuso; declassamen-
ti e riclassifcazioni; fussi di prodotto tra diverse denominazioni; parametri chimico-analitici dei campioni certifcati; giacenze e volumi di produzione. Particolare attenzione è riservata anche alla distribuzione degli imbottigliamenti tra soci e non soci del Consorzio e ai livelli di concentrazione della produzione, elementi che consentono di ottenere indicazioni utili sull’assetto produttivo e imprenditoriale della denominazione. Questi strumenti rappresentano
un supporto essenziale per consorzi e istituzioni, che possono così monitorare costantemente le dinamiche di produzione, certifcazione e mercato, adottando le strategie più effcaci per il governo della fliera vitivinicola. Ogni variabile è presentata nella sua evoluzione temporale con un uso accurato di rappresentazioni grafche che rendono i dati immediati, leggibili e comparabili. Inoltre tutte le informazioni possono essere disaggregate per tipologia, consentendo analisi puntuali su ciascuna componente di una Denominazione. La business intelligence di Tessa è progettata per adattarsi alle esigenze degli utenti, offrendo report personalizzati e aggiornabili in tempo reale. Ma Valoritalia ha implementato anche un nuovo servizio di reportistica dedicato ai Consorzi di Tutela, progettato per offrire una lettura chiara e strutturata dell’andamento dei principali indicatori quantitativi delle denominazioni rappresentate. Il servizio prevede l’invio, con cadenza mensile, di un report dettagliato per ciascuna denominazione gestita dal Consorzio. Nel caso in cui le denominazioni siano più di una, sarà inoltre fornito un report aggregato, utile a restituire una visione d’insieme del comparto, cioè delle denominazioni tutelate. Su richiesta, i report possono essere estratti in qualsiasi momento con dati aggiornati al giorno precedente. Conoscere i dati e interpretarli correttamente è il primo passo verso decisioni consapevoli e di successo. La struttura modulare di Tessa consente di creare report e indicatori su misura, in base alle specifche richieste di Istituzioni, Consorzi o imprese. Le analisi possono includere: confronti tra territori o tipologie di prodotto, indicatori statistici per-
sonalizzati, analisi temporali di trend produttivi, qualitativi o commerciali. Grazie alla potenza della business intelligence integrata, Tessa può elaborare centinaia di migliaia di analisi chimiche, offrendo un’immagine dettagliata delle caratteristiche pedoclimatiche dei territori vitivinicoli italiani. Il nuovo servizio di reportistica si fonda su un’infrastruttura tecnologica altamente evoluta, in grado di elaborare in tempo reale decine di milioni di dati e di restituire analisi statistiche e quantitative di elevato dettaglio. Inoltre, ogni report può essere personalizzato in base alle specifche esigenze del singolo Consorzio, mettendo in evidenza o approfon-
dendo gli aspetti ritenuti più funzionali alle proprie strategie e politiche di settore. Il progetto si inserisce in un percorso più ampio volto alla valorizzazione del patrimonio informativo generato dal processo di certifcazione. Nei prossimi mesi, Valoritalia arricchirà progressivamente i report con nuove elaborazioni e renderà disponibili sul proprio portale ulteriori sezioni dei database, consentendo ai Consorzi un accesso sempre più diretto ai dati. Valoritalia ribadisce così il proprio ruolo di supporto all’attività dei Consorzi di Tutela, restituendo – nel pieno rispetto della normativa vigente – le informazioni prodotte dalle aziende nel processo di certif-
cazione. Una scelta che si fonda sulla convinzione che una conoscenza puntuale e strutturata dei processi rappresenti la base di ogni gestione moderna ed effcace, soprattutto in un contesto in cui i Consorzi sono chiamati a svolgere funzioni di programmazione sempre più complesse e strategiche. Questo immenso patrimonio di dati, messo a disposizione della comunità scientifca, rappresenta un contributo concreto di Valoritalia alle politiche di sostenibilità e contrasto ai cambiamenti climatici. Con Tessa, la tracciabilità entra in una nuova era, quella della gestione intelligente dei dati, motore di uno sviluppo consapevole e sostenbile.

andrea cappelli
Cuzziol GrandiVini è oggi un’azienda italiana leader nella selezione e distribuzione di vini fni e prodotti gastronomici d’alta qualità, italiani e internazionali. L’azienda si è evoluta per tappe progressive, trasformandosi da realtà locale a player nazionale tra i più riconosciuti nel proprio settore.
Le radici affondano in una lunga tradizione imprenditoriale iniziata negli anni Cinquanta, che vede protagonista Renzo Cuzziol, fondatore dell’omonima azienda dedicata alla distribuzione di bevande e petroli. Se il comparto dedicato ai vini fni, gestito dal fglio Luca Cuzziol, nasce nel 1992, alla fne degli anni Novanta data la cessione del ramo petroli e la conseguente nascita di Cuzziol SpA con una progressiva specializzazione nel mondo del vino di qualità. Nel 2015, come naturale evoluzione del comparto selezione vini, nasce la Cuzziol GrandiVini attraverso l’ingresso di nuovi soci strategici, consolidando il posizionamento nel segmento premium della distribuzione vinicola a livello nazionale con l’obiettivo di creare connessioni tra i luoghi del vino e chi ogni giorno lo sceglie, lo serve e lo racconta. Da dicembre 2024, Cuzziol GrandiVini

opera con una compagine societaria solida composta da Luca Cuzziol Srl (75%), Luciano Benetton (12,5%) e Bruno Paillard Sas (12,5%). Dal 2025 un consiglio d’amministrazione di 5 persone, presieduto da Luca Cuzziol, guida l’azienda. Il team di 32 persone è strutturato e altamente specializzato con 5 area manager che coordinano 163 agenti, 3 brand manager per area geografca e tipologia, un team di 2 persone dedicato alla gestione e relazioni coi produttori italiani ed esteri, oltre a uffci vendite, marketing, acquisti, logistica e amministrazione dedicati. Nel 2025 Cuzziol GrandiVini ha registrato un fatturato di oltre 25 milioni euro, servendo 7.270 clienti con 142 aziende vinicole in distribuzione per oltre 2 milioni di bottiglie spedite, confermando come pianifcazione, metodo e lavoro programmatico rappresentino elementi chiave per affrontare anche le fasi più sfdanti del mercato. In uno scenario di mercato che nel 2025 ha richiesto capacità di lettura, disciplina e visione, Cuzziol GrandiVini conferma la solidità del proprio modello di sviluppo, consapevole delle sfde del mercato e capace d’affrontarle con visione strategica, a testimonianza della capacità organizzativa d’operare con continuità anche in contesti complessi. “Il 2025 è stato un anno che ha richiesto attenzione e capacità d’adattamento. Abbiamo scelto di concentrarci sull’effcienza della struttura, sul rafforzamento della rete vendita e sulla qualità delle relazioni
con produttori e clienti con l’obiettivo di costruire valore nel tempo” commenta Luca Cuzziol. Dopo il rebranding presentato nel 2025, espressione di un percorso d’evoluzione e di una visione contemporanea del proprio ruolo nel mercato, il 2026 segna per l’azienda veneta una fase di piena maturità. Identità, posizionamento e proposta commerciale si consolidano, rafforzando il proflo di Cuzziol GrandiVini come partner di riferimento per il canale HO.RE.CA., servendo ristoranti, hotel, enoteche, tavole d’autore in tutta Italia e per i produttori. Ma il sistema Cuzziol GrandiVini non si limita alla distribuzione, ma va verso una partnership trasversale con produttori e clienti, sviluppando proprio un sistema integrato che unisce selezione, consulenza, marketing, comunicazione, formazione e promozione. “La nostra azienda, nel post-Covid, in mezzo a una situazione molto complicata, ha cercato di rinnovarsi e riorganizzarsi, avvalendosi anche del fatto che l’età media dei nostri collaboratori è di 34 anni, abbastanza bassa per l’Italia. La prima cosa nel 2021 è stata investire, in controtendenza, in un uffcio marketing, che a oggi è strutturato con 3 fgure, cosa non comune per un distributore. Avevamo capito che spesso il nostro fornitore, di solito un produttore medio-piccolo, era abbandonato a sé stesso o seguiva logiche

legate alla grande distribuzione, non avendo la capacità e la visione di leggere il mercato interno italiano nel suo complesso, cioè dalle Alpi alla Sicilia. Abbiamo così iniziato a proporre ad alcuni nostri partner dei restyling, attraverso uno studio approfondito della singola realtà aziendale. La cosa ha funzionato, tanto che alcune aziende ci hanno successivamente chiesto se ci potevamo anche occupare della loro comunicazione, così è arrivata la parte dei social media marketing con un rilancio dei canali social. Infne abbiamo inserito nell’organico dell’uffcio marketing anche un grafco, iniziando a lavorare sui contenuti e questo devo dire che ha portato a dei risultati tangibili. Parallelamente, un paio di anni fa, dopo esserci focalizzati sui produttori, abbiamo spostato l’operazione anche verso i nostri clienti, quindi è nato un format, ‘Dialoghi di Vino’, in cui proponiamo dei contenuti enoici a livello macro per poi magari approfondire sui territori e su vitigni, al fne di generare cultura, valore e consapevolezza direttamente nei luoghi dove il vino viene vissuto e raccontato ogni giorno: enoteche, wine bar, ristoranti, bistrot. Si tratta di serate tematiche curate nei contenuti, nella narrazione e nella comunicazione, pensate per coinvolgere
un pubblico curioso e appassionato, attraverso degustazioni guidate da relatori competenti e coinvolgenti. Noi, come Cuzziol GrandiVini, supportiamo l’organizzazione dell’evento con la messa a disposizione di un relatore specializzato, materiali grafci e contenuti editoriali di qualità, comunicazione social pre e post evento. Questo è un progetto che rafforza la partnership con i clienti, valorizza i produttori e accompagna il consumatore, attraverso un’operazione didattica, verso una scelta più consapevole, trasformando l’esperienza in relazione duratura. Certo, durante le serate vengono utilizzati i nostri vini, ma non facciamo la presentazione classica e standard, magari di una grande azienda con una orizzontale o una verticale. E non vogliamo assolutamente essere autoreferenziali, infatti non si parla di Cuzziol, noi siamo degli intermediari, il successo sul mercato dei nostri prodotti lo deciderà poi il cliente fnale. Il limite che ha un distributore di vino è che tende a spersonalizzare il rapporto tra chi fa il vino e chi lo compra. Mentre questo concetto, al momento abbastanza nuovo, di ‘partner in wine’, fa sì che noi intermediari continuiamo ad esserlo, ma con attenzione, cercando di ottenere un maggior

contatto tra il produttore e il cliente e poi verso il cliente fnale. E operando per una fdelizzazione verso il produttore in un mercato come quello del vino che sta divenendo sempre più volatile, devo dire che questo nostro lavoro effettivamente sta pagando, infatti tutta questa serie di iniziative sta avvicinando molto il nostro cliente alla Cuzziol GrandiVini, cosa che darà buoni frutti anche nel prossimo futuro”. In un mercato sempre più competitivo, per distinguersi non basta infatti solo produrre bene, ma anche comunicare in modo chiaro e coerente chi si è e cosa si rappresenta. Per questo l’azienda mette a disposizione dei produttori il know-how del proprio uffcio marketing e comunicazione, come strumento condiviso di crescita. L’obiettivo è creare una sinergia reale, non solo commerciale, un confronto continuo su strategie, immagine e linguaggio per affrontare insieme le sfde del mercato. La mission è costruire un ponte tra chi il vino lo produce e chi lo ama, offrendo un catalogo curato, dinamico e qualitativamente elevato, che comprende vini d’alta gamma, italiani e internazionali, Champagne di prestigio e prodotti gastronomici selezionati. Il catalogo è un viaggio attraverso terroir e visioni, costruito con passione e rigore, attraverso un lavoro quotidiano di selezione, consulenza e narrazione. Un approccio che consente di garantire un’offerta distintiva e di valore in un mercato in continua evoluzione.


Custodire il tesoro acqua nella terra del vino, cioè il cuore della Toscana, nel segno di un’armonia antica tra opera della natura e opera dell’uomo, che qui ha trovato una sinergia virtuosa come in pochi altri luoghi del mondo.
È l’opera meticolosa e costante di Acquedotto del Fiora, l’azienda che gestisce il servizio idrico integrato in tutti e 28 i comuni della provincia di Grosseto e in 27 della provincia di Siena, inclusa la città del Palio. Siamo nella Toscana meridionale, tra paesaggi meravigliosi e borghi incantati, adornati dai cipressi e dalle vigne che salgono e scendono su e giù dalle colline del Chianti, della Val d’Orcia e della Maremma, con al centro il Monte Amiata, che un tempo fu vulcano e ora custodisce e offre in dono la risorsa più preziosa per la vita: l’acqua dalle sorgenti della montagna del “Santo” David Lazza-
retti. È da queste sorgenti, incastonate tra boschi secolari di faggi e castagni, che giunge l’acqua a valle, sia verso nord, fno a piazza del Campo e oltre, sia verso sud, in Maremma, con la città di Grosseto e la splendida costa tirrenica. Un territorio da secoli culla dell’arte vitivinicola e terra sincera, nel quale affondano le radici alcune tra le eccellenze enologiche più apprezzate al mondo, dove acqua e vino trovano fnalmente un’inedita intesa, dando vita, con i rispettivi colori, a un quadro di grande valore ambientale e culturale. Ma andiamo a conoscere più da vicino Acquedotto del Fiora, cosa


sta dietro un gesto semplice come aprire il rubinetto, troppo spesso dato per scontato e scoprire il lavoro che ogni giorno porta avanti l’azienda, anche alla luce dei cambiamenti climatici e degli obiettivi di sostenibilità ambientale al centro della strategia industriale. Ne parliamo con Roberto Renai, presidente di Acquedotto del Fiora. Buongiorno presidente, ci può intanto fornire qualche numero per inquadrare l’azienda e il rapporto con il territorio da voi servito?
“Certamente, il rapporto col territorio è per noi imprescindibile e fondamentale, sia per la natura stessa della risorsa idrica e della sua gestione, che per il legame stretto con i nostri 55 Comuni soci, sia perché al centro delle nostre azioni c’è il servizio offerto ai cittadini. Non a caso la nostra mission aziendale è: “Lavoriamo per il benessere
della comunità e del territorio”. Ma veniamo ai numeri. Acquedotto del Fiora gestisce oltre 8mila chilometri di rete idrica (acquedotto) e circa 2mila di rete fognaria per un totale di oltre 10mila chilometri di reti: per rendere l’idea è circa la stessa distanza che separa la Toscana da Pechino. Oltre alle reti, contiamo 312 tra impianti di depurazione e fosse Imhoff, 362 sollevamenti fognari, 300 sorgenti, 43 potabilizzatori, 236 pozzi, 350 sollevamenti idrici e 871 accumuli (serbatoi-disconnettori), per un totale di oltre 2.474 infrastrutture. Come gestore, il Fiora si occupa dell’insieme dei servizi di captazione, trattamento e distribuzione di acqua potabile, nonché del collettamento e della depurazione delle acque refue per i circa 400mila abitanti residenti, a cui si aggiungono le presenze turistiche, per una media di 38,12 metri di rete pro-capite”.
Numeri importanti… “Sì, restituiscono la complessità della ‘macchina’
di cui si occupa la nostra azienda, in un territorio di oltre 7.500 chilometri quadrati, pari a un terzo della Toscana e grande quasi quanto la regione Umbria. Siamo tra gli ambiti più estesi a livello nazionale, a fronte di una bassa densità di popolazione e di una forte stagionalità turistica, in particolare sulla costa. Possiamo dire che, nel panorama italiano del servizio idrico integrato, siamo in qualche modo una realtà ‘fuori scala’ per dimensioni e caratteristiche del territorio servito, anche orografche. Garantiamo il servizio in tutti i centri abitati, anche nei borghi più piccoli e distanti, e gestiamo anche 3 dissalatori, rispettivamente all’Isola del Giglio, all’isola di Giannutri e a Punta Ala”. Si può dire che avete la fortuna di operare in un territorio bellissimo e ricco d’eccellenze, e non solo per il vino… “Certamente, un territorio di elevato pregio ambientale, storico e turistico, sarò
di parte ma è tra i luoghi più belli al mondo. Dal Chianti alla Maremma, dalla Val d’Orcia all’Isola del Giglio, dalle colline metallifere alle città del tufo, passando per Siena e Grosseto, con al centro le splendide vette dell’Amiata, dove peraltro sono nato e cresciuto. Custodire e gestire la risorsa idrica in un contesto così pregiato e delicato è un grande onore e una grande responsabilità, da cui deriva un’attenzione costante alla tutela dell’ambiente e alla sostenibilità. Tra le due province di Siena e Grosseto si contano 4 siti Unesco più il Parco Nazionale delle Colline Metallifere, inserito nella rete mondiale dei Geoparchi Unesco, mentre per quanto riguarda il mondo del vino, che poi signifca natura, cultura e lavoro, se non sbaglio si annoverano ben 7 DOCG e oltre 35 DOC”.
Gestire l’acqua richiede molti investimenti, a maggior ragione in un territorio come il vostro…

“Senza dubbio, con particolare e costante attenzione alla sostenibilità e all’innovazione. Dall’inizio della concessione sono stati realizzati 756 milioni di euro di investimenti per
il miglioramento delle infrastrutture, di cui oltre 60 nell’ultimo anno, con una media di 160 euro di investimento per abitante servito, che si attesta come una delle più alte in Italia e in linea con i Paesi del nord Europa. Inoltre, nell’ambito del PNRR, con riferimento alla Missione 2 (M2) ‘Rivo-
luzione verde e transizione ecologica’, il Fiora ha ottenuto dall’Unione Europea 37,5 milioni di fnanziamenti, dei quali 20 milioni per la linea M2C4 – 4.2 ‘Riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione dell’acqua, compresa la digitalizzazione e il monitoraggio delle reti’. Con questo fnanzia-
mento, grazie al Next Generation EU, AdF ha dato vita a un ‘Masterplan per lo sviluppo del territorio’. Oltre 2mila chilometri di rete distrettualizzata, più di 500 sensori di pressioni e decine di noise logger (orecchi tecnologici) installati, oltre 40 chilometri di condotte sostituite, insieme a impor-

tanti interventi di gestione della pressione che ne consentono la stabilizzazione e riducono il rischio di problematiche sulla rete ed eventuali conseguenti disservizi, incrementando la vita utile delle tubazioni. Grazie alla distrettualizzazione si individuano in anticipo le perdite e, nel caso
di temporanea sospensione del fusso idrico per lavori, è possibile limitare la chiusura dell’acqua solo alle specifche zone interessate, riducendo il numero di cittadini coinvolti”.
L’acqua è tra le risorse naturali che più risentono dei cambiamenti climatici, cosa ne pensa?
“Su questo si sono espresse di recente le Nazioni Unite, proprio nel gennaio di quest’anno, quando hanno introdotto il concetto di ‘bancarotta idrica’, un’espressione forte, che però lancia un alert globale cruciale. L’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite ha infatti diffuso il rapporto ‘Global Water Bankruptcy’, nel quale si certifca uffcialmente che il mondo è entrato nell’era della bancarotta idrica: l’uso dell’acqua ha superato la capacità di rinnovamento e molti danni al capitale naturale idrico sono irreversibili. Una crisi strutturale in cui il consumo e il degrado delle risorse idriche (falde, fumi, ghiacciai) superano la capacità naturale di rigenerazione, una cosa diversa dalla siccità poiché implica un esaurimento persistente del ‘capitale naturale’ idrico. Un dato che non può lasciare indifferenti e che chiama ognuno di noi alla responsabilità nella gestione e nell’uso della risorsa. Il settore idrico in cui opera Acquedotto del Fiora è fortemente infuenzato dai cambiamenti climatici, rendendo il ruolo di gestore del servizio idrico integrato ancor più cruciale per il futuro. Anche per questo, come azienda, siamo molto impegnati nei progetti educativi e nella collaborazione con le scuole per promuovere una cultura dell’acqua e della sostenibilità”.
Molto interessante, ci può dire qualcosa di più su questi progetti con le scuole?
“Ne abbiamo appena presentato uno nuovo, in collaborazione con Legambiente, che si chiama ‘Uniti per l’acqua’ e prevede un contest creativo per le scuole primarie e secondarie di primo grado proprio sui temi della tutela della risorsa idrica e dell’ambiente. L’obiettivo non è solo quello di far conoscere come è organizzato il servizio idrico integrato, ma anche, e soprattutto, di rendere i giovani consapevoli dei problemi derivanti dai cambiamenti climatici e dell’importanza di un corretto uso dell’acqua. Accompagnati da Fiora, la nostra mascotte, un’allegra e istruita gocciolina d’acqua, le nuove generazioni approfondiscono l’importanza fondamentale dell’acqua per la vita sul pianeta. Completano il progetto didattico le visite guidate alle sorgenti e agli impianti gestiti da Acquedotto del Fiora, un’esperienza unica nella quale gli allievi e le allieve potranno toccare con mano ciò che studiano in aula e capire come l’acqua dalla natura arrivi buona nelle case di ciascun cittadino, come venga restituita all’ambiente pulita e il suo valore essenziale per gli ecosistemi naturali”.
Quindi le sorgenti si possono visitare?
“Certamente, abbiamo scelto di aprire a tutti le por-


te di sorgenti, impianti, sedi e laboratori, abbiamo inaugurato il Museo dell’Acqua a Vivo d’Orcia, un punto di riferimento culturale e tecnologico dedicato alla risorsa idrica come valore primario per la comunità, e dato vita a nuove progettualità puntando sulla promozione del territorio e su progetti formativi con le scuole. Ogni anno circa 4mila persone scoprono il fascino delle sorgenti amiatine, potendo ammirare le due principali fonti d’approvvigiona-
mento idrico del territorio da noi servito: la sorgente dell’Ermicciolo a Vivo d’Orcia (Comune di Castiglione d’Orcia, provincia di Siena), e la sorgente di Santa Fiora, nell’omonimo comune in provincia di Grosseto. Oltre il 30% dei visitatori è rappresentato dagli alunni delle scuole. Numeri che testimoniano il crescente interesse per l’acqua e per la nostra montagna che la offre in dono, confermando l’impegno che abbiamo portato avanti in questi anni, insieme ai Comuni soci, per valorizzare e far conoscere questi luoghi unici. Le sorgenti sono scrigni che custodiscono un tesoro: consiglio a tut-
ti di andare a vedere dove nasce la nostra acqua, sarà un’esperienza unica”. Oltre alla sostenibilità, prima ha parlato anche di innovazione: quanto è importante in un settore come il vostro?
“Fondamentale, gestire il servizio idrico al giorno d’oggi richiede una visione industriale che metta al centro il servizio alla comunità e per fare ciò è necessario guardare al futuro mettendo l’innovazione al servizio delle persone e dell’ambiente. Facciamo un esempio concreto. Il cuore del sistema è la sala operativa con il “cervellone” del telecontrollo, che, attraverso personale
specializzato e tecnologie avanzate, sorveglia senza sosta, sette giorni su sette h24, 10mila chilometri di rete, 1.630 sinottici (impianti/ nodi) e 30.290 allarmi potenziali. Controlla serbatoi e consumi della rete idrica dei centri abitati, monitora e regola da remoto le pressioni in rete, controlla la qualità dell’acqua erogata e di quella depurata, vigila per prevenire e garantire interventi rapidi e mirati fnalizzati alla limitazione dei disservizi. Inoltre, viene posta particolare attenzione alla digitalizzazione, anche con lo sviluppo di
oinos • aziende
reti smart intelligenti e sistemi IOT, come industria 4.0 e all’attivazione e disattivazio-
ne da remoto degli impianti, un aspetto fondamentale questo, in quanto permette
di ridurre i tempi d’intervento, i relativi costi e rischi, e consente di evitare gli accessi a



manufatti in zone impervie e isolate, confermando l’attenzione dell’azienda sul tema della sicurezza. Mi fa piacere sottolineare che proprio per la qualità tecnica, il Fiora ha recentemente ricevuto un premio nazionale conferito dall’Autorità Regolatoria (ARERA) ai gestori che si sono distinti per le migliori performance nell’erogazione del servizio idrico integrato”. E sul versante della ricerca perdite?
“Negli ultimi 6 anni abbiamo risparmiato 45 milioni di metri cubi d’acqua, con una riduzione delle perdite di rete di oltre 11 punti percentuali in 6 anni. Nel 2019 le perdite idriche percentuali erano al 46% e abbiamo chiuso il 2025 al 34,9%, a fronte di una media italiana di oltre il 40% e del centro Italia di circa il 45%. Anche qui riveste un ruolo importante la sala operativa, costantemente
impegnata ad ampliare il parco misure in tale ambito per renderla sempre più effciente ed effcace. Tra le attività portate avanti c’è anche lo sviluppo di un algoritmo di analisi dati per individuare siti potenzialmente interessati da rotture”.
Siete anche stati nominati
“Leader della sostenibilità”, non è così?
“Esatto, la lista delle aziende ‘ Leader della sostenibilità’ è pubblicata da Il Sole 24 Ore e anche nel 2025 abbiamo ottenuto, per il terzo anno conse-
cutivo, questo importante risultato”.
Grazie presidente Renai per questa appassionante chiacchierata… “Grazie a voi, è sempre un piacere raccontare il nostro impegno verso questo meraviglioso territorio”.

Tutto nasce da Geniale Gabriele, che non è solo il babbo di Riccardo, ma, già negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, un private collector ante litteram di vini.
Riccardo, nato a Livorno il 29 agosto 1975, naturalmente fn da piccolo accompagnava il babbo non solo ad acquistare grandi vini, ma anche a comprare quella che allora era considerata “la guida”, cioè “Il Catalogo dei Vini d’Italia” del maestro Luigi Veronelli, che rimaneva poi per ore a sfogliare, mirando e rimirando le etichette proposte dal mitico Gino. Passano gli anni, Riccardo si laurea in Filosofa e sviluppa una grande passione per la comunicazione, così diventa giornalista professionista, iniziando la sua carriera nel 1996 al quotidiano “Mattina”, inserto di cronaca de “L’Unità”. Nel dicembre 1997 entra nella redazione del mensile “30 giorni”. Dopo esperienze in radio e stage in televisioni locali, dal marzo 1999, svolge, a “30 giorni” la funzione di caporedattore. Dal febbraio 2000, fno al 2002, collabora col quotidiano “La Nazione”. Altre collaborazioni in testate specialistiche e nelle PR, precedono l’apertura, nel dicembre 2002, all’interno del mensile “30 giorni”, di una rubrica dedicata al vino. Collabora, saltuariamente, con le riviste specializzate Euposia, L’assaggiatore e VQ. All’inizio del 2005 fonda l’agenzia RG Communication, che si occupa di comunicazione in generale e nel maggio
andrea cappelli

dello stesso anno la testata online Corriere del vino. Nel 2006 collabora con la Guida I vini buoni d’Italia per la Toscana. Essendo scoppiata di nuovo in Riccardo la forte passione enoica, tramessagli in giovane età dal padre e avendo iniziato a frequentare il mondo del vino ormai da un quinquennio, a
giugno 2006 deposita, con un contestatario, il famoso enogastronomo Paolo Valdastri, personaggio davvero importante nella storia del vino italiano, già fondatore del Movimento del Turismo del Vino e direttore del Consorzio della doc Bolgheri, un nuovo marchio per una società di comuni-
cazione nel mondo del vino: PR Comunicare il vino, dove PR sta sia per public relations, che acronimo dei nomi di nascita, Paolo e Riccardo. “Da allora è partito il nostro lavoro, che si basa su due concetti basilari, il vino in rapporto con territorio e il profondo rapporto umano con i nostri clienti, perché per comunicare al meglio, devi proprio credere in chi e in quello che comunichi. Nel corso degli anni poi il mio amico Paolo Valdastri ha preso altre strade professionali e sono divenuto socio unico della PR Comunicare il vino, un’agenzia che parla soprattutto ai giornalisti specializzati nel settore enoico. Nel corso di questi vent’anni si sono succedute tante aziende nel nostro portfolio, alcune diventate anche molto famose e altre ormai storiche perché addirittura con noi quasi dall’inizio dell’attività. Ma anche noi nel corso del tempo siamo cresciuti, se i primi 5 anni il focus era la stampa italiana, successivamente abbiamo cominciato a muoverci anche all’estero, organizzando incontri tra le nostre aziende e giornalisti stranieri in Giappone, Cina, India, Londra, Amsterdam, Parigi, New York, Chicago, San Francisco, così il nostro dialogo con il mondo del vino si è aperto a livello internazionale. E, seppur la nostra mission, non è quella di vendere, parliamo anche con tutti gli operatori di tutta la fliera commerciale, cioè importatori, distributori, agenti perché sono questi soggetti che poi vanno a interloquire col consumatore
fnale, perciò anche loro sono operatori della comunicazione. Negli ultimi anni ovviamente, complici una serie di trasformazioni, abbiamo avuto anche un impulso fortemente digitale e devo dire che su questo il covid ci ha imposto, ma anche permesso di sfruttare nuove forme di comunicazione, così abbiamo incentivato forme di dialogo tramite video call sia con i nostri clienti, ma anche come momenti di incontro con la stampa, cosa che continuiamo a fare soprattutto per quanto riguarda il settore estera. Devo però dirti che post covid abbiamo capito che il rapporto umano è fondamentale, quindi siamo tornati anche a lavorare in persona, infatti ci adoperiamo anche per essere molto presenti fsicamente. Inoltre abbiamo anche deciso di avere il nostro storage, dove conserviamo i vini dei nostri clienti, pensando noi direttamente all’invio delle varie campionature ai giornalisti sia in Italia che all’estero”. Come si muove strategicamente la PR comunicare il vino? ”Si occupa di comunicazione del vino per aziende e consorzi in tutta Italia, cerca di promuovere il marchio attraverso la storia delle persone, raccontandolo a coloro che poi vanno a parlare al consumatore fnale e aprono le bottiglie. A partire dal 2025 abbiamo anche incentivato alcune nuove idee, innanzitutto ritagliandoci un’agenzia col ruolo di boutique agency, che lavora principalmente con aziende d’alta qualità umana prima di tutto e poi anche con una certa idea produttiva. E lo faremo
incentivando i nostri social interni –abbiamo un nuovo sito web e abbiamo introdotto il nostro canale podcast su Spotify, quindi sono ascoltabili sia i nostri comunicati che le nostre opinioni sulla comunicazione - ma anche dedicandoci allo studio delle nuove forme di comunicazione applicate all’intelligenza artifciale”. Ma in realtà, per chiudere il cerchio, vi state pure avvicinando al mondo dei consumatori fnali… “Vogliamo instaurare un rapporto più diretto proprio con chi il vino lo consuma in prima persona, cioè gli appassionati, così, su spinta della mia collaboratrice Alice Romiti, è nato il progetto Wine Tasting PR. Si tratta un ciclo di cene conviviali, di taglio emotivo e non tecnico, all’interno delle quali si parla di vino, si raccontano le storia dei produttori e infne vengono proposti, in abbinamenti con i cibi, 4/5 vini di aziende diverse, in location intriganti a Milano, Roma, Firenze, ma anche in Versilia. E devo dire che anche le nostre master class rivolte alla stampa, vanno sempre più verso l’emozionalità, spigando soprattutto cosa e chi c’è dietro a quel vino”. Ultina novità, la nascita del vostro piccolo centro studi… “È curato da un semiologo, il professor Elvio Ancona, che si occupa principalmente dello studio semiotico-linguistico della comunicazione commerciale e culturale del vino in Italia e in Giappone e ha pure scritto alcuni libri sulla semiotica del vino, che ci aiuta a capire come il mondo del vino si sta evolvendo”.

• aziende
C’è stato un tempo in cui per fare un gran vino bastavano una buona terra, il sole giusto e la sapienza della tradizione, ma oggi si gioca su un campo immensamente più vasto: quello della sostenibilità ambientale.
Se alziamo lo sguardo oltre la singola fliera, ci accorgiamo che il mondo dell’impresa sta vivendo una trasformazione silenziosa, ma inarrestabile. La sostenibilità ha smesso da tempo di essere un argomento di cui discutere o un semplice bollino da apporre su una brochure patinata per compiacere qualche consumatore più attento. Oggi è diventata un parametro strutturale, una lente attraverso cui il mercato, la fnanza e le istituzioni giudicano la solidità di un’azienda. In un’economia sempre più interconnessa, produrre valore non signifca più soltanto generare proftto, ma garantire che quel proftto non stia erodendo le risorse del domani. È una visione che richiede nuova impresa, fatta non più di slogan, ma di dati certi e trasparenza. È esattamente qui che si posiziona l’attività di Upgreene. Mentre molte realtà navigano a vista nel mare delle normative ambientali e delle defnizioni vaghe di “green”, Upgreene ha scelto la strada della concretezza. Sotto la guida del CEO Fabio Bottari, l’azienda si è afferma-
ta come partner strategico per tutte quelle realtà produttive che hanno capito una verità nota agli ingegneri: non si può gestire ciò che non si misura. L’approccio promosso da Fabio Bottari e dal suo team parte da un presupposto analitico e quantitativo. Per anni, infatti, si è parlato d’impatto ambientale in termini solamente qualitativi, lasciando spazio a interpretazioni soggettive e, talvolta, al fenomeno del greenwashing. Upgreene, invece, porta alle aziende la misura della sostenibilità. Con un portfolio servizi, multidimensionale e multisettoriale, Upgreene misura la sostenibilità a più livelli, offrendo il servizio più idoneo per l’attività e il settore economico in cui il nostro cliente opera. Il primo livello di questo percorso è il calcolo della Carbon Footprint (l’impronta di carbonio), di organizzazione e prodotto. Si tratta di una diagnosi profonda, un’analisi tecnica che segue standard internazionali rigorosi (come le norme ISO 14064-1 e 14067) per quantifcare esattamente quanta CO2 viene emessa per

mandare avanti un’organizzazione o realizzare un prodotto. Il secondo livello è la compliance al regolamento (UE) 2024/1781 sull’Ecodesign, fondamentale per i nostri clienti che esportano in Europa. Il regolamento ecodesign integra sostenibilità e commercio, misurando le caratteristiche di prodotto e processo, così gli operatori economici ottengono la marchiatura CE del loro prodotto e la libera circolazione del bene in tutti i mercati europei, senza rischi di blocco in dogana con ritiro del bene dal mercato o sanzioni pecuniarie. Inoltre Upgreene è tra i primi a occuparsi

della nuova politica europea “Carbon border Adjustment Mechanism” (CBAM), obbligatoria per importatori europei e produttori extraeuropei che operano nel settore siderurgico e del cemento. Il portfolio multilivello di Upgreene si conclude con servizi specifcatamente dedicati ai produttori di vino o silvicoltori. Il terzo livello infatti prevede la compliance al nuovo regolamento (UE) 2023/1115 in merito al degrado forestale e compliance di tutti i prodotti agro-alimentari alle norme EN/ISO per specifco prodotto, garantendo un export sicuro ai nostri clienti. Upgreene ritiene che una «fotografa integrata del business», commerciale e climatica, è il vero punto di partenza per qualsiasi
strategia industriale moderna. Ma c’è di più: in un mercato globale, presentarsi con un dato certifcato sulla sostenibilità ambientale, è diventato un passaporto indispensabile per accedere alle fliere internazionali, dialogare col sistema bancario e conquistare la fducia di stakeholder esigenti. Upgreene sa anche che la riduzione dell’impatto ambientale di un’attività economica ha un limite fsiologico. Per quanto un’azienda possa esser virtuosa, esisterà sempre un quantitativo d’emissione rilasciato nell’ambiente circostante in funzione dell’attività produttiva. Ed è per questo che noi offriamo anche una strategia di compensazione della CO2. Attraverso l’utilizzo dei Carbon Credits (cre-
diti di carbonio), riconosciuti dall’Unione Europea (regolamento UE 2024/3012), i nostri clienti potranno compensare le emissioni residue, fnanziando progetti certifcati di protezione e ripristino della biodiversità e carbon farming realizzati dall’azienda in tutta Italia. Affdarsi a Upgreene signifca scegliere di non subire la transizione ecologica, ma di applicarla con gli strumenti della scienza. Signifca trasformare un obbligo in un vantaggio competitivo tangibile. Perché in un futuro che è già presente, le aziende leader non saranno solo quelle col prodotto migliore, ma quelle che sapranno dimostrare, numeri alla mano, di esser dalla parte della soluzione e non del problema.
DOVE VA LA VITICOLTURA di mario fregoni
Presidente onorario OIV
Le ultime annate sono state caratterizzate da estati torride, siccitose, tropicali, che si possono ripetere a causa dei cambiamenti climatici, di complessa origine e di scala mondiale.
Grandi masse d’aria calda si muovono dall’equatore e dai tropici, mescolandosi con quelle di aria fredda provenienti dai poli nord e sud, generando fenomeni meteorologici nefasti per l’uomo e l’ambiente, mai verifcatisi alla nostre latitudini, dove vivono le viti coltivate e selvatiche, ossia da 30 a 50 gradi di latitudine nord (con punte a 58 gradi LN) e da 30 a 40 gradi di latitudine sud (con punte a 41,5 gradi di LS). Se dovessimo stendere un piano genetico avente l’obiettivo della resistenza agli stress termici e idrici, su quali specie native e coltivate potremmo contare? In totale le specie selvatiche del mondo sono circa 75, diffuse nel Nord e Centro America e in Asia. L’Europa, che è il continente più viticolo, ha ricevuto dal Caucaso (Asia) l’unica specie col-
tivata, la Vitis vinifera, rappresentata dal 99% delle varietà, mentre il restante 1% è costituito da ibridi interspecifci e specie selvatiche. Gli altri continenti non hanno specie selvatiche, a causa degli effetti della separazione dei continenti.
Le specie americane Fra le 35 specie conosciute del Nord e Centro America, abbiamo scelto quelle resistenti alla siccità e alle alte temperature. Appartengono al genere Vitis (2n = 38 cromosomi) e al genere Muscadinia (2n= 40 cromosomi), fra loro non fertili, ma con le tecniche genetiche moderne (a esempio il genoma editing e altre) possono essere potenziali fonti genetiche, dalle quali trasferire i geni della resistenza agli stress termici e idrici
da una specie a un’altra. Le specie americane più resistenti ai climi caldo aridi sono le seguenti: Vitis rupestris, V. Berlandieri, V. Monticola, V. californica, V. arizonica, V. coriacea, Muscadinia Munsoniana, Muscadinia rotundifolia. Muscadinia perché le bacche hanno aroma di moscato. Le stesse specie sono resistenti anche ai parassiti più comuni. Queste

specie americane non sono coltivate per il frutto, ma alcune sono state fra loro ibridate per ottenere portainnesti resistenti alla siccità e al calcare, quali gli ibridi Vitis rupestris x Vitis Berlandieri e più esattamente il 140 Ru (Ruggeri), il 1103 P (Paulsen), Il 779 P, il 775 P, il 1447 P e il 110 R (Richter), di cui i primi 5, prestigiosi, ottenuti in Sicilia, dal Vivaio Governativo di Viti Americane, istituito per combattere la fllossera, mentre il 110 R è stato selezionato in Francia. Purtroppo negli attuali impianti prevalgono i portainnesti SO4 e Kober 5BB, ottenuti in Germania con l’ibridazione Vitis riparia x Vitis Berlandieri, di cui la prima scarsamente resistente alla siccità: riparia signifca che vive sulla riva dei fumi dell’America settentrionale.
Le specie asiatiche
Fra le 40 specie dell’oriente asiatico (Cina in particolare) abbiamo scelte le seguenti, sempre per il loro carattere di resistenza alla siccità e alle temperature elevate: Vitis Davidii, Vitis armata, Vitis romanetii. Queste 3 specie sono chiamate “viti spinose”, perché hanno le foglie trasformate in spine e quindi non traspirano acqua per poter vivere nelle zone desertiche. Hanno grappoli e acini piccolissimi, non eduli. Simili morfologicamente alle viti spinose e resistenti alla siccità estrema, con fusti tipo cactus spinescenti, ma lontani geneticamente dai generi Vitis e Muscadinia, per la complessità del loro genoma, sono le specie di vitacee dei generi Cissus, Parthenocissus, Ampelocissus, Ciphostemma delle zone desertiche asiatiche. Fra le specie d’origine asiatica abbiamo lasciato per ultima la regina delle specie, la Vitis vinifera, inarrivabile per la qualità delle sue bacche e la fnezza dei suoi vini. Può vivere anche nei deserti e nelle zone senza pioggia (a esempio l’isola di Lanzarote). È altresì resistente al calcare, alla salsedine e al pH fortemente alcalino. L’inizio della sua domesticazione, selezione e coltivazione, risale al neolitico, quando l’uomo da nomade divenne agricoltore. Dapprima fu propagata
per seme e poi per talea e per 8.000 anni è stata coltivata franca di piede, sino all’arrivo in Europa della fllossera, afde americano che ha un ciclo fogliare e uno radicale distruttivo per l’apparato radicale. I professori Planchon e Viala, francesi, dopo 2 missioni in America, proposero (contro il parere di molti) l’innesto delle varietà di Vitis vinifera sulle specie americane, tuttora in uso. Ma l’esperienza era suffciente? Già si usava con successo la lotta mediante iniezioni al terreno di solfuro di carbonio e altri composti. La ricerca si arrestò. Incominciarono i problemi di disaffni-
Non dimentichiamo che la Vitis vinifera franca di piede è stata coltivata per millenni in colline e montagne senza irrigazione, mentre i portainnesti americani hanno richiesto l’intervento irriguo. Nel mondo esistono ancora un paio di milioni di ettari di vecchie viti franche di piede. Ergo, non è escluso che si possa tornare al franco di piede, sia pure in terreni antifllosserici o con nuove molecole correttive o antiparassitarie biologicamente compatibili con l’ambiente. Come nuovo esperimento si cita l’innesto intermedio di un portainnesto fotosintetizzante, inserito nel fusto di

tà (a esempio con la V. Berlandieri, che venne abbandonata). L’appigliamento all’innesto fra i 2 tessuti cambiali dipende dalla presenza o assenza di certi geni nei 2 bionti, nonché dalla fotosintesi di alcune molecole tossiche per le cellule del cambio che devono dividersi per saldarsi nel punto d’innesto. Di fatto i vigneti oggi durano 12-25 anni, mentre, quando erano franchi di piede, divenivano anche pluricentenari. Insomma dopo 150 anni di innesto euro-americano si rende necessaria una più rigorosa ricerca scientifca, anche per stabilire le potenzialità di trasferimento genico dalle specie più resistenti a quelle meno resistenti alla siccità e al caldo.
una varietà di Vitis vinifera. In 200 anni di ibridazioni fra la Vitis vinifera e le specie americane e talune asiatiche si sono ottenuti ibridi dalle resistenze e dalle qualità discutibili. Fra gli obiettivi di un piano di ricerca va posto anche l’esame delle possibilità d’incrocio con le numerose Vitis silvestris sparse in molti boschi, senza mai essere innestate o trattate, con acini ricchi di antociani resveratrolo, ad azione antiossidante, nonché di molecole di RNA protettore delle valvole cardiache. In ogni progetto di miglioramento genetico il problema più importante che va introdotto è il controllo, almeno decennale, della qualità del vino.
di gaddo della gherardesca
Il vino ci riserva sempre molte particolarità. Se analizziamo, per esempio, le denominazioni, scopriamo come, almeno nel “vecchio continente”, molte delle più importanti inizino con la lettera b, come Barbaresco, Barolo, Bolgheri, Bordeaux, Borgogna, Brunello.
È proprio singolare. Così com’è singolare che alcuni diano, in ordine al vino, delle indicazioni negative per la salute. Mi ricordo che, quando ero ragazzo, il consumo pro capite in Italia – giovani, adulti, anziani, vecchi, tutti compresi – era di 172 litri pro capite, addirittura tre volte l’attuale! Se il vino facesse male, mi volete spiegare come ha fatto la popolazione italiana a diventare la seconda più longeva al mondo? Quindi non fdiamoci degli imbonitori da strapazzo, che sono poi quelli che tollerano ogni tipo di schifezze, a cominciare dalle bevande piene di zuccheri per fnire ai vitelli agli anabolizzanti o ai polli alla diossina e beviamoci del buon vino, alla faccia di chi ci prende in giro. E facciamolo anche per tutelare il paesaggio, perché, laddove siano state impiantate delle vigne, ben diffcilmente scatte-
rà la speculazione edilizia e, così facendo, manteniamo il legame delle persone con i loro luoghi d’origine, impedendo quello che è il dramma maggiore della società attuale, cioè la perdita di identità e di radicamento al territorio, che sono poi gli elementi che hanno preserva to le comunità più longeve. Pensa te alla causa del tracollo dell’impero romano, dovuto essenzialmente al la perdita dell’identità del popolo e al mischiarsi di culture diverse. Fin quando le persone rimarranno sulla terra e i redditi da vino possono dare loro opportunità, non ci sarà lo spo polamento, che invece può esserci facilmente nel caso delle industrie, che debbono magari abbandonare le zone interne per essere compe titive a livello di costi. Quindi bere il vino ha anche un’importante funzio ne sociale, oltre che culturale, dato
che col vino vengono anche le cantine, realizzate spesso da importanti architetti, viene il design di bottiglie, marchi, etichette, utili a contenere, ma anche a identifcare il prodotto, viene insomma tutto un flone di pensiero che oggi si chiama marke -


SPAZIO LIBERO di pasquale di lena
L’11 di settembre di ogni anno ricorre il giorno di San Martino, il cavaliere che si è spogliato del suo mantello per riparare dal freddo i poveri, ma che non viene ricordato per questa sua generosità e capacità di spogliarsi delle ricchezze, come San Francesco d’Assisi, in un momento in cui questi esempi, se ripresi da chi oggi è ricco o straricco, farebbero tirare un sospiro di sollievo a un Paese in crisi e alla povera gente di questo Paese, che è sempre più povero e più confuso.
C’è da dire che nei primi giorni di questo 2026 è stata pubblicata una lettera aperta “Time to Win” (È tempo di vincere), sottoscritta da ben 400 milionari e miliardari di 24 Paesi, dove si legge che la concentrazione della ricchezza crea forti disuguaglianze ed esse rappresentano una vera e propria minaccia per la stabilità economica e le democrazie. Ed ecco che fanno appello per una maggior tassazione, in modo da contrastare il grosso divario in atto tra la ricchezza privata e quella pubblica. Mancano le frme di Trump, di Musk e dei rimanenti 1% di ricchi e straricchi, che posseggono la ricchezza del 99% dell’umanità e condizionano, oggi più che mai, col sistema nelle mani del dio denaro, le scelte politiche dei governi, a partire dalle dichiarazioni e coinvolgimenti nelle guerre dichiarate o annunciate. Tornando all’accoppiata 11/11, il giorno di San Martino, è quello in cui ogni mosto diventa vino, cioè ha completato la sua fermentazione,
appagando i fermenti affamati degli zuccheri dell’uva pigiata. È il giorno della speranza perché è il giorno che sta a signifcare la fne di un processo essenziale per avere il vino e, con esso, la bontà. La bevanda che più ci appartiene perché è cultura, paesaggio, tradizione e memoria e anche senso vero di sobrietà, visto che l’eccesso ubriaca e, se questo si ripete, diventa abitudine, droga, che, a volte, può portare perfno alla follia. L’11/11, un’accoppiata magica, a signifcare davvero un giorno speciale, sperando che lo sia per tutti quelli che hanno oggi bisogno di solidarietà perché vittime di guerre che negano la vita e distruggono vasti territori; anziani che vivono, disperati, il senso della solitudine; malati senza la possibilità di un’assistenza dovuta; operai senza lavoro o in cassa integrazione; precari; giovani che pensano di andar altrove a trovare il proprio futuro; coltivatori e pastori, che rischiano di essere cacciati dalla propria proprietà per dar
spazio a nuovo cemento e asfalto e, ultimamente, a fonti d’energia pulita, furto di cibo; i rimanenti abitanti di piccoli paesi in via d’abbandono e altri, come gli uomini di cultura e teatro, i ricercatori. Solidarietà di cui ha forte bisogno, soprattutto in questo momento, non solo la nostra Italia, ma il globo intero, che vive, da tempo, piegandosi sul proprio asse per i troppi pensieri e le stupide violenze dell’uomo. Non è il giorno della fne, ma, a mio parere, dell’inizio della ripresa, di un nuovo percorso, anche se ci sarà, per un po’ di tempo, tanta, tanta confusio-

ne. La rimozione di un ostacolo non basta, c’è bisogno di toglierne più di uno. Se si pensa allo stato di crisi che vive la nostra agricoltura e, con essa, i mille territori che la esprimono con le eccellenze Dop e Igp, Doc e Docg, c’è da dire che il suo abbandono è diventato un ostacolo, e non da poco, alla fama dell’agroalimentare italiano, a partire dal vino, che, da tempo, è sotto processo. Una crisi strutturale, quella dell’agricoltura, già dal 2004 settore non più primario, che ha affermato il neoliberismo e anticipato di 3 anni la crisi generale del 2007/2008. Un fatto che deve pur signifcare qualcosa per chi vuol governare e non
ripetere l’errore di una dimenticanza grave, che ha bloccato il futuro e portato il Paese a vivere una crisi crescente dalla quale è possibile uscire solo prendendo una nuova strada, quella della sobrietà, alternativa allo spreco e al consumismo. Un’alternativa possibile, se la politica e chi vuol governare prende in seria considerazione l’agricoltura e la riporta a quel ruolo di centralità che le spetta, anche per contrastare lo strapotere della fnanza. È urgente chiudere un periodo, sempre più buio, della storia recente di questo nostro Paese e, non solo, ma del mondo, che riguarda l’intera umanità, per rilanciare la speranza di dia-
logo, calma, rispetto, ma che non sia bonaccia. A partire – ripeto – dal fondamentale ruolo dell’agricoltura quale fonte di cibo, di ambiente mentenuto (le tante alluvioni sono anche il segno dell’abbandono dei territori), di paesaggio rispettato, cioè di cura del territorio e delle risorse vere che abbiamo e dobbiamo solo promuovere e valorizzare. Una speranza che ci è data proprio dalla felice combinazione 11/11, il giorno di San Martino. Il numero magico astrologicamente perché è il segno della fermentazione e trasformazione, della forza, della volontà, dell’ostinazione, della possibilità di farcela, in pratica della vita.

DE GUSTIBUS DISPUTANDO di zeffiro ciuffoletti
Un “filo rosso”, come un bicchiere di vino, unisce fin dalla nascita gli Stati Uniti alla Toscana. Questo “filo rosso” è rappresentato dalla vitivinicoltura che il toscano Filippo Mazzei cercò di impiantare fin dal 1774 in Virginia.
Nel 2004 l’Associazione “Toscana – USA” pubblicò un volume dal titolo Toscana – Stati Uniti d’America. Uno speciale rapporto culturale e sociale (Firenze, Edifr, 2004), dentro il quale, insieme con Paolo Nanni, pubblicammo un articolo intitolato Un “flo rosso” come un bicchiere di vino, seguito da un contributo di Lapo Mazzei intitolato La Toscana vinicola e gli Stati Uniti d’America , dove riprendeva l’immagine del flo che lega la Toscana “alla giovane nazione americana” sin dalla sua nascita nel 1776. Un “flo rosso” ben rappresentato proprio dalla storia del “Chianti classico”. Alla vigilia delle celebrazioni del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 2026), vale la pena ricordare come e perché si
può parlare di questo straordinario “flo rosso” che lega la Toscana agli Stati Uniti. La fgura chiave è quella di Filippo Mazzei, un giovane colto e intraprendente che era nato a Poggio a Caiano nel 1730. Aveva studiato medicina a Firenze. Dopo varie avventure che lo portarono a Smirne, poi a Londra, arrivò, infne, nel 1772 in Virginia, dove Thomas Jefferson, suo grande estimatore, gli donò qualche migliaio di acri di terra nella contea di Albemarle. Una tenuta che il toscano chiamò semplicemente “Colle”. Fin dalla permanenza di Mazzei a Londra nel 1771, anche grazie all’amicizia col mercante virginiano Thomas Adams, si cominciò a pensare di introdurre in Virginia, la più grande delle colonie inglesi in America, la coltivazione della seta,
l’olivicoltura e, appunto, la viticoltura. Nel 1774 Mazzei promosse la costituzione di una compagnia agricola con lo scopo di introdurre ciò che in America non c’era e cioè vino, olio, agrumi e seta. Tra i soci fondatori fguravano lo stesso Jefferson, il grande Washington, Adams, Madison, Monroe. Personaggi destinati a grandi carriere po-


litiche. Alla fne del 1774 arrivarono in Virginia le barbatelle “di vigna toscana”. Purtroppo nel lungo viaggio alcune barbatelle si seccarono, ma 15 ceppi furono piantati e più della metà attecchirono. Tuttavia l’impresa trovò non poche diffcoltà per decollare. Delle 2000 “viti nostrali” piantate nel 1776, solo 87 erano ancora vive, ma appena due avevano fruttifcato. Ci volevano pazienza ed esperienza per mandare avanti

un’impresa che richiedeva anche la presenza di lavoratori in grado di conoscere la diffcile arte del viticoltore. Fatto sta che la compagnia fu sciolta e fu un danno perché alcune “colonie” si specializzarono in colture come il cotone, ad esempio, che richiedevano la presenza di manodopera schiavistica. E sappiamo quali costi sociali essa comportò
Ritratti di Thomas Jefferson e Filippo Mazzei. Sotto, uno scorcio dello stato della Virginia
nella storia americana. Tanto che lo stesso Mazzei, che era contrario alla manodopera schiavistica, propose di assegnare le terre ai “neri” prima di liberarli. Da quel momento in poi Mazzei, come i suoi amici, furono impegnati in un’impresa ancor più diffcile: la lotta per l’indipendenza delle 13 colonie dall’Inghilterra. Una lunga guerra che terminò con la pace di Parigi nel 1783. Poi, proprio gli Stati Uniti, anche grazie all’immigrazione dall’area mediterranea, divennero grandi importatori di vino francese e naturalmente italiano. Purtroppo dall’America arrivò l’ oidium e poi la fllossera, due malattie che fecero grandi danni nella viticoltura francese e italiana. Però, com’è noto, proprio dall’America arrivò anche la soluzione e cioè l’impianto di viti americane immuni dalla flossera.

VINO LEX
di danilo tonon, andrea kordi, beatrice bosch


Infatti l’espansione del falso “made in Italy”, che tocca cifre sempre più astronomiche, impone un ripensamento sulle strategie di tutela, che devono trasferirsi nel cuore tecnologico della bottiglia e nella struttura stessa della catena, trasformando la tracciabilità in un potente strumento di prova. Finora la tracciabilità alimentare, pilastro del Regolamento della Corte Europea n.178 del 2002, nella prassi, si è retta su registri e database centralizzati. Tuttavia la letteratura (Malisic et al., 2023) scientifca ha dimostrato che questi sistemi sono però frammentati e poco interoperabili. Le frodi contemporanee (dalla rietichettatura alla sostituzione del contenuto della bottiglia, fno fenomeno dell’“Italian Sounding”
Nell’attuale contesto dei mercati globalizzati, la reputazione del vino italiano, quale espressione di un ecosistema di valori, tradizioni e diritti di proprietà intellettuale, è in costante pericolo.
nei mercati esteri) sfruttano proprio queste zone d’ombra documentali. È proprio in questo contesto che la blockchain assume rilevanza, non solo come innovazione, ma come strumento di rafforzamento probatorio. L’articolo 8- ter del Decretolegge n.135 del 2018, convertito in legge nel 2019, ha fatto sì che i dati registrati attraverso questi sistemi subissero gli effetti della validazione temporale elettronica, rendendo l’Italia uno dei primi Paesi europei a riconoscerne la rilevanza giuridica. Dal punto di vista tecnico, la blockchain è un registro distribuito su una rete di nodi informatici, organizzato in blocchi concatenati attraverso funzioni crittografche, in cui ogni blocco, una volta che viene validato, secondo un protocollo di consenso, non può esser modifcato senza che ciò alteri la catena. La sua decentralizzazione, immutabilità, sicurezza e trasparenza lo rendono particolarmente idoneo a gestire dati sensibili di fliera. Applicata al settore vitivinicolo, questa tecnologica consente di registrare cronologicamente e in maniera inalterabile una pluralità di

informazioni, come la varietà delle uve, le coordinate GPS del vigneto, le pratiche agronomiche, nonché le date di vendemmia, le tipologie di lieviti, le certifcazioni biologiche e le condizioni di trasporto e conservazione. Attraverso un QR Code o tag NFC apposti sulla bottiglia, il consumatore può accedere alla storia digitale del prodotto! Il valore, quindi, non è solo comunicativo, ma anche giuridico; la tracciabilità diventa una prova di autenticità, utilizzabile in caso di contestazioni. La blockchain , inoltre, può abilitare nuovi modelli, come marketplace tracciati o sistemi di collezionismo digitale basati su token non fungibili (NFTs), migliorando la posizione competitiva delle cantine italiane nei segmenti premium . Occorre, tuttavia, fare una precisazione: è vero che la blockchain garantisce che un dato non venga modifcato dopo l’inserimento, ma ciò non certifca di per sé la veridicità originaria dell’informazione, restan-
do centrali, quindi, i controlli degli organi di certifcazione, gli audit di fliera e la corretta imputazione delle responsabilità contrattuali. La sfda, quindi, è sia giuridica che strategica. Se correttamente integrata nel quadro normativo vigente, infatti, la blockchain può trasformare la tracciabilità da obbligo amministrativo a vera e propria risorsa. In defnitiva, in un’epoca in cui il valore di un brand si misura sulla fducia dei consumatori, trasformare ogni singola bottiglia in un testimone attendibile della propria storia non è più solo una scelta di marketing , ma un atto di resistenza identitaria. Rendere ogni bottiglia un archivio digitale signifca proteggere non solo un prodotto, ma anche una storia, e poiché oggi il valore non risiede solamene nell’origine dichiarata, ma nell’origine dimostrata, la domanda da porsi, allora, è semplice: può la trasparenza diventare il nuovo standard della qualità? Noi speriamo ovviamente di sì!

Sto girando vigne splendide in collina con personaggi viticoli virtuosi che si impegnano a produrre magnifica uva per grandi vini e penso con perplessità alla violenta proposta di spiantare le viti per diminuire la produzione in eccesso.
Il mercato ha una sola stupida regola, che comanda sempre: se la domanda cresce il prezzo aumenta, se la domanda diminuisce il prezzo crolla e con esso la produzione. Allora arrivano gli pseudo economisti condizionati dai politici, vil razza dannata, che spingono per tagli lineari e tutti ad abbassare la testa, in molti casi offrendo il collo per il taglio alla Maria Antonietta. Mi sono chiesto il perché di quest’azione politica e la risposta è stata che i tagli lineari, ovvero una percentuale uguale per tutti, sono facili e scontentano, ma senza creare rivolta. È importante comprendere che quindi non vi è proporzionalità intorno al pregio e questo diventa ridicolo. Nelle vigne in cui si crea qualità si producono mediamente 60 quintali d’uva a ettaro e una diminuzione ipotizzata del 20% vuol dire perdere qualsiasi margine di guadagno e sopravvivenza. Nei vigneti che producono da 250 fno a 400 quintali per ettaro questa diminuzione viene agevolmente assorbita, come oscil-
lazione di mercato. Se analizziamo il problema un po’ più a fondo si può capire che i vigneti con queste produzioni esagerate devono essere in pianura irrigua, ovvero in zone di basso livello qualitativo. Non dovevano essere piantate e una parte effettivamente dovrebbe essere spiantata; non sono certamente quelle che producono qualità elevata in collina. I disciplinari delle DOC e DOCG diffcilmente superano i 100 quintali per ettaro di produzione e questo è garanzia di qualità. Allora perché le produzioni esagerate? Nel mercato europeo esiste la GDO, ovvero Grande Distribuzione Organizzata, rappresentata dai supermercati, compresi gli hard discount, che basa la propria politica commerciale sulla vendita a basso prezzo. Questo spinge gli agricoltori che vogliono vendere tramite quest’organizzazione a limitare i costi, spalmandoli su grandi quantità di produzione per poter accedere alla bassa offerta economica. Non ho nulla contro la GDO, che non costrin-
ge certamente nessuno a vendergli i prodotti e neppure verso i produttori pletorici, che devono far sopravvivere le loro aziende, esprimo solamente il parere che non si debbano superare certi limiti quantitativi e che questo potrebbe essere un potente mezzo per riequilibrare il mercato. La vite è una pianta lianosa, per cui si può aumentare a dismisura la sua produzione allungandola fortemente, come la si può ridurre diminuendo i getti uviferi, senza danno per essa. Poi ognuno dovrebbe fare la propria parte per remunerare i produttori col loro pesantissimo


carico di spese, senza sacrifcarli con offerte assurde, quando poi ricaricare senza limiti il prodotto acquistato per il solo fatto di trasportarlo e porlo su uno scaffale. Col riconoscimento di tutte le spese in capo a questi soggetti terziari, ma anche dei loro notevoli proftti. Se la Comunità Europea comprendesse questo concetto, invece di occuparsi di questioni irrilevanti, probabilmente si troverebbe una soluzione, che non deve essere temporanea, ma defnitiva. Il consumatore contemporaneo non beve vino per stordirsi con l’alcool, per questo ci sono altre sostanze ben più pericolose, cerca emozioni che nascono da impegno, fatica e dedizione, in una parola da vini veri e sinceri. Nel mio libro “Si fa presto a dire Sangiovese” ho ipotizzato questo cambio d’atteggiamento sui consumi in più passaggi, di cui uno signifcativo nel quale analizzo il fatto che la cultura contadina sta evolvendo e il vino non è più un alimento corroborante utile a dare energia a chi ne consumava in gran quantità nei campi e nei vigneti, per i quali il fasco rimaneva un compagno fdato della fatica giornaliera. Naturalmente aggiungo fortunatamente, perché le macchine hanno in gran parte alleviato la spossatezza di un lavoro fsicamente impegnativo: la terra è bassa e dura. Il vino deve essere ambasciatore delle terre in cui nasce e in questo la vite è un interprete incredibile, il Sangiovese in particolar modo. Fatemi aggiungere una rifessione relativa a un altro provvedimento ipotizzato per contenere la crisi attuale, il ricorso alla distillazione dei vini. Disposizione altamente meritoria, che riesce a togliere dal mercato quei terribili vini brettati, acetosi, marcurellosi, dato che l’alcool prodotto deve essere avviato come antidetonante nei carburanti al posto del piom-
bo tetraetile, altamente tossico. Mera intenzione in questi liquidi combustibili d’elevatissimo utilizzo, che spesso costano più del vino e non hanno nessuna intenzione a sopportare anche un minimo aumento dei costi. Nei primi anni Ottanta ci fu una grave crisi dei consumi di vino e le autorità trovarono la soluzione della distillazione obbligatoria, per cui tutti i vini IGT e tavola dovevano obbligatoriamente distillati per il 20%. Vedete come la storia si ripete? Anche se dagli errori di quella dovremmo trarre insegnamento… L’errore fu di fare un provvedimento a taglio lineare, che piace tanto ai politici, ma poi crea solamente danni. Nella scala economica del vino ci sono vari livelli: vino da tavola, IGT, DOC, DOCG, riserve e, al disopra di tutti, ancora le IGT d’elevatissimo valore sia economico che qualitativo, che tutti conosciamo. I produttori di questo rilevate segmento di vini si ribellarono al pensiero di distillare tale nettare e venne trovato l’accordo della distillazione “per conto”: pago un produttore di vini di basso livello che distilla per conto della mia azienda. Nel frattempo, con la legge 408 del 28 luglio 1984 veniva detassato il metanolo, un alcool altamente tossico, chiamato spirito di legno, per metterlo a disposizione dell’industria, il cui prezzo crollò da 5.000 lire a 500 lire. Vorrei ricordare che, quando parliamo di gradazione alcoolica, intendiamo i litri di alcool per 100 litri di vino e, dato che il contributo statale era di 2.400 lire a grado anidro, ovvero litro di alcool, se un produttore avesse introdotto 2 litri di metanolo nel vino avrebbe aumentato il contributo di 4.800 lire con un guadagno immediato di 3.800 lire al litro. Cosa che alcuni soggetti fecero. Allora questi personaggi erano delinquenti? Non dal punto di vista sanitario, poiché il meta-
nolo non è un azeotropo di distillazione dell’etanolo, l’alcool del vino, volatilizza nell’aria sparendo durante la distillazione e nella massa di milioni d’ettolitri di alcool anidro di una distilleria, questa perdita rientra nelle tolleranze. Ma l’ingordigia umana non ha limiti e un commerciante di vini, assaggiando una massa da distillazione, commenta “Ma è un buon prodotto, perché distillarlo?” quindi lo immette sul mercato tal quale, ignaro che avrebbe causato cecità e morti nei consumatori. Come tutte le guerre, la crisi del metanolo ha fatto le sue vittime, ma, fortunatamente, sono state onorate da una consapevolezza molto maggiore degli operatori del settore, anche se ancora ne sentiamo il peso e il dispiacere. Vorrei esprimere alcune considerazioni su quanto abbiamo descritto. Non vorrei che i coltivatori venissero trattati come fa l’Agenzia delle Entrate con i contribuenti: inquisiti, puniti, depauperati per il solo motivo di aver cercato di portare avanti progetti per una produzione che è a vantaggio di tutta la comunità. I viticultori sono persone serie, pronte a sacrifcarsi, integre, perciò devono essere sostenute e non penalizzate, come chiunque lavori con responsabilità. Per questo, quando parlo di espianti delle vigne, penso a misure per mantenere la redditività, quando scrivo della distillazione, non ne parlo come una norma punitiva, ma come una forma di riequilibrio in cui l’alcool prodotto trova il giusto e legale ricollocamento in quella politica verde della Comunità Europea, che ha affossato decine di miliardi in progetti impossibili e inutili, negando progettualità serie come questa. Il mercato mondiale ci lancia segnali inequivocabili e noi dobbiamo esser pronti a recepirli. Ma dobbiamo farlo proteggendo le categorie più in diffcoltà.
CREDITO AGRARIO di maurizio sonno
maurizio.sonno@studiosoluzionimaremma.it
La mia storia con il credito agrario inizia nel 1987, quando, da agronomo fresco di studi, mi venne proposto di costituire il primo Ufficio Agricoltura all’interno di una piccola realtà locale, la Cassa Rurale e Artigiana di Saturnia.
All’epoca, l’idea di creare un uffcio specializzato in una banca così piccola era quasi visionaria: il settore era dominio dei grandi gruppi, come il Monte dei Paschi o il Banco di Napoli, le vere scuole degli istituti abilitati ai crediti speciali. Ricordo ancora l’ingresso in fliale, dove la fgura di un agronomo non era affatto scontata, in un mondo dominato da ragionieri e contabili; sembrava quasi di essere nel posto sbagliato. Come primo incarico fui affancato a un collega che si occupava delle cambiali agrarie. Saturnia, a quei tempi, era un paese di agricoltori e allevatori e in banca si gestiva circa 600 cambiali agrarie a scadenza annuale: una montagna di lavoro che affrontavamo con le macchine da scrivere, riuscendo a rinnovare, a forza di battere sui tasti, circa 8 pratiche al giorno. Lo strumento della cambiale agraria fu istituito dalla Legge 1760 del 1928, la prima norma che cercò di disciplinare organi-
camente il credito al settore, distinguendo tra operazioni di esercizio e di miglioramento. La vera innovazione risiedeva nel “privilegio convenzionale”: in un’epoca in cui molti agricoltori non erano proprietari delle terre e non avevano garanzie reali, la legge permetteva alla banca di fnanziarli, garantendosi sui frutti pendenti e sulle derrate in magazzino. Era il cuore del credito di scopo: un prestito erogato prima della semina e restituito al raccolto. Questo equilibrio storico rischiò però di spezzarsi nel 1993 con l’arrivo del Testo Unico Bancario (Legge 385), che puntava alla “banca universale”, abolendo gli istituti speciali. La cambiale agraria restò in vigore, ma spogliata del suo storico privilegio, diventando di fatto un guscio vuoto e privo di quella forza che l’aveva resa lo scudo dei piccoli agricoltori. È qui che si consumò un episodio tanto singolare, quanto affascinante per la rapidità d’esecuzione:
un vero “colpo di mano” legislativo a favore delle campagne. Il Testo Unico entrò in vigore il 31 dicembre 1993 e, incredibilmente, solo 4 giorni dopo, l’allora Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, il senatore Alfredo Diana, intervenne con un decreto d’urgenza. Fu una mossa audace e fulminea: il Ministro, consapevole del rischio di paralisi per migliaia di aziende, stravolse l’articolo 44 appena nato e reintrodusse il privilegio legale a garanzia della cambiale agraria. Che bellezza vedere una tale prontezza

Nel 2016 il ministro Alfredo Diana riceve dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il Collare per il ruolo di Decano dell’Ordine al Merito del Lavoro

politica, dettata non da tecnicismi burocratici, ma dall’urgenza reale di venire incontro ai bisogni dei piccoli agricoltori. Grazie a quell’intervento, ancora oggi le operazioni ai sensi dell’art. 43 TUB godono di tutele uniche, date dal privilegio legale e, in presenza di calamità naturali, possono essere prorogate fno a 24 mesi tramite il “Fondo di Solidarietà Nazionale”. Poter bloccare un pagamento per 2 anni, nel caso in cui l’azienda sia colpita da una calamità naturale, senza subire segnalazioni negative
nelle centrali rischi, è un vantaggio vitale che nessun normale fdo in conto corrente può offrire. Oggi, tuttavia, l’utilizzo della cambiale agraria tende a ridursi, soffocato da procedure bancarie sempre più rigide. I complessi passaggi tecnici di rinnovo rischiano di generare brevi sconfnamenti, che, con le attuali normative di vigilanza, portano a classifcazioni “forborne”, compromettendo paradossalmente il merito creditizio dell’azienda. In conclusione, se i legislatori del passato avevano compreso l’importanza di
uno strumento assistito da una garanzia specifca per agevolare il credito, in particolare in favore dei giovani o di chi non ha garanzie reali da offrire, risulta evidente che oggi una rifessione sul credito agrario è più che mai urgente. Riscoprire e modernizzare la cambiale agraria non signifca guardare al passato, ma fornire ai giovani e ai neo-insediati una chiave d’accesso al credito semplifcata nello spirito dell’affermazione oggi molto usata “Favorire l’accesso al credito”…
le recensioni di giada sanchini
a cura di Laure Lévêque, Valérie Michel-Fauré, Véronique Fumaroli, Cécile Bastidon-Gilles
Nel volume Les routes du vin d’hier à aujourd’hui, Laure Lévêque, Valérie Michel-Fauré, Véronique Fumaroli e Cécile Bastidon-Gilles propongono un’affascinante esplorazione delle vie del vino attraverso i secoli, restituendo al lettore una geografa dinamica fatta di scambi, culture e trasformazioni. L’opera si distingue per l’ampiezza dello sguardo, che abbraccia un arco temporale plurimillenario, dalle infrastrutture vitivinicole del mondo romano fno alle sfde contemporanee legate all’enoturismo e alla sostenibilità.
Attraverso contributi interdisciplinari, il libro ricostruisce non solo le rotte commerciali, ma anche le reti simboliche e sociali che il vino ha contribuito a creare. Le sezioni dedicate all’antichità mettono in luce il ruolo strategi-
co delle vie terrestri e fuviali nella diffusione dei prodotti vitivinicoli, mentre i saggi sulle dimensioni normative e religiose evidenziano come il vino sia stato, al contempo, materia sacra e oggetto di regolamentazione.
Particolarmente stimolante è la parte fnale, che affronta le rotte del vino come itinerari culturali contemporanei, tra valorizzazione del patrimonio e strategie di marketing territoriale. Qui emerge con forza il tema della memoria vitivinicola come risorsa identitaria, oggi reinterpretata alla luce delle nuove esigenze ambientali e dei mutamenti climatici.
Una lettura imprescindibile per comprendere come il vino, oltre a essere prodotto, sia soprattutto racconto, paesaggio e cultura in movimento.

di Carolina Megale

Con La passione degli Etruschi per il vino, Carolina Megale offre un contributo solido e affascinante alla comprensione delle radici più profonde della cultura vitivinicola mediterranea, intrecciando archeologia, storia e scienze applicate in una narrazione rigorosa ma accessibile. Il volume nasce dall’esperienza della mostra Nel segno di Fufuns e ne conserva la vocazione divulgativa, arricchita però da un impianto scientifco di grande spessore.
Al centro dell’indagine vi è il ruolo del vino nella civiltà etrusca, colto nella sua dimensione sociale, simbolica ed economica. Non semplice bevanda, ma vero e proprio marcatore identitario: elemento di prestigio nelle élite, componente rituale nelle pratiche funerarie e fulcro del convivio. Attraverso reperti archeologici, oggetti d’uso quotidiano e testimonianze materiali provenienti dall’Etruria marittima settentrionale,
l’autrice restituisce un mondo in cui il vino permea ogni aspetto della vita. Particolarmente interessante è l’approccio interdisciplinare, che integra archeobotanica, archeometria e biologia molecolare per ricostruire l’evoluzione della vite e dei vitigni. Le ricerche sui paesaggi antichi e i progetti VINUM e ArcheoVino aprono prospettive nuove, mostrando come tracce viventi del passato possano ancora sopravvivere nei territori contemporanei.
Il volume si distingue anche per la capacità di collegare passato e presente, invitando il lettore a proseguire l’esperienza nei musei e nei luoghi della memoria. Ne emerge un libro colto e coinvolgente, capace di parlare tanto agli studiosi quanto agli appassionati, ricordando come il vino sia, da sempre, una chiave privilegiata per leggere la storia dell’uomo.




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di Antonio Matani
L’autore evidenzia con rapidi passaggi su come deve essere correttamente trattata l’uva per produrre vino di qualità che non sia nocivo alla salute. Una nuova agricoltura va di pari passo con una nuova medicina, nella direzione di prevenzione anziché di cura. Prezzo al pubblico: € 10

anno XV, n. 43 gennaio-giugno 2026
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