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V I V E R E D I V I N O
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FINALMENTE SALE
il valore aggiunto
dell’olio EVO
Negli ultimi anni il prezzo dell’olio extravergine di oliva ha registrato un aumento senza precedenti. La principale causa è la produzione limitata, che accomuna un po’ tutto il Mediterraneo. Negli ultimi anni, raccolti scarsi, siccità e difficoltà climatiche hanno colpito i principali paesi produttori – Spagna, principale produttore mondiale, Italia, Grecia e Tunisia – continuando a incidere sui costi e mettendo a dura prova gli oliveti di tutta Europa, maggior produttore mondiale di olio EVO con circa il 65% della produzione globale. In particolare l’Italia produce addirittura meno olio di quanto consuma e deve quindi ricorrere alle importazioni. Nella grande distribuzione un prodotto che nel 2021 costava 4 euro al litro oggi supera facilmente i 9 euro e negli ultimi anni i volumi di vendita stanno sempre superando le aspettative. È quindi molto improbabile, in un mercato così dinamico, che i prezzi dell’olio EVO tornino ai livelli di qualche anno fa, anche perché praticamente non vi sono più giacenze di magazzino. In questo contesto i commercianti potrebbero essere tentati di offrire opzioni a basso costo, aumentando la propensione di attori senza scrupoli nel massimizzare i profitti a spese dei consumatori e della qualità del prodotto, facendo così salire il rischio di frodi, che nel settore sono una minaccia antica. In tutto il mondo sta salendo la consapevolezza che l’olio EVO è uno dei pilastri della Dieta Mediterranea, considerata un modello alimentare completo ed equilibrato con comprovati benefici per la salute, nonché Patrimonio Immateriale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO, così sarà sempre più importante dare priorità alla protezione dell’olio EVO. È divenuto imperativo agire rapidamente per preservare l’integrità e la qualità di questo prodotto iconico, garantendone il futuro in un mercato globale sempre più competitivo. Bruno Bruchi
oinos • editoriale
In Oriente Vieni o Idolo, e porta, per nostro / cuore (Sciogli con la bellezza tua il nostro / difficil problema) Porta un’anfora di vino, che ne / brindiamo insieme Prima ch’anfore facciano della / nostra argilla nera. Omar Khayyam, Quartine, versione di Alessandro Bausani, Einaudi, 1956.
Nell’opera tutta del leggendario poeta persiano, abbondano citazioni che riguardano il vino. Nella quartina riportata, la metafora dell’Idolo aleggia nella musicalità evocata dalle sincretiche parole. Sta come (hot), in ultimo, immagine del femminino amato, se non efebico. Qui, invece, coppiere accompagnatore. Maestro spirituale che apporta il vino della conoscenza intuitiva delle realtà divine, invitando alla meditazione. Omar visse egregiamente nel secolo V dell’Egira, il nostro XI secolo e partecipò al progetto visionario del sovrano selciuchida Malikshâd in ordine alla riforma del calendario. Fu uno dei grandi saggi che si aggiravano in quelle meravigliose culture descritte ne Il Milione, di altissime ziqqurat policrome, dalle quali si celebravano divinità golose. Nella sua vita il vino sgorga di continuo, accanto alla poesia ragionevole, intrisa di religione e quotidiano, la violenza appare raramente e non contempla le visioni contemporanee di Gaza, di vite umane senza nessun valore, invece contempla il riverbero delle grandi civiltà generate tra il Tigri e l’Eufrate, millenni indietro.
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Se il vino in Occidente stenta nelle contaminazioni del declino della classicità, in Oriente dispone di una rara posizione di privilegio e consumo diffuso, anche in celebrazioni sacrali, come nel matrimonio di Ishtar, l’accadica dea dell’amore e il re sumero divinizzato Dumuzi. E infatti attraverso l’archeologia molecolare si conferma la presenza di vinaccioli e altri reperti riconducibili al consumo di vino. Non sappiamo molto delle coltivazioni, ma conosciamo l’uso nell’alimentazione e nelle tradizioni, il ruolo sociale nelle prime città del mondo (Patrick E. McGovern, L’archeologo e l’uva, Carocci 2004). E se in Toscana forse i Rinaldoniani stavano muovendo i primi passi verso organizzazioni progredite, in medio Oriente (3.500 a.C.) sorgevano città come Ur, Uruk, Lagash, Susa… Dove spopolavano vini provenienti dai monti Zagros o dal Caucaso, birra d’orzo o vino di datteri, bevande fermentate, tra i beni più raffinati e diffusi. Documenti archeologici attestano l’esistenza di coltivazioni domestiche eurasiatiche, di un indotto di produzioni artigianali, di vasi, orci, contenitori per il trasporto e soprattutto di una rete commerciale gestita da re e nobili mesopotamici. Una storia che si ripete: la civiltà più evoluta influenza le altre accanto e smentisce il mito di Dioniso, che si dilegua dalla terra dei Sumeri solo per l’assenza di vino. Ma l’iconografia e la decifrazione dei segni sulle mitiche tavolette di argilla, sulle decorazioni dei sigilli, nel codice di Hammurrabi, ci raccontano altre versioni, pittogrammi che alludono al vino e al vigneto (tin e geśtin), all’orcio (dug), provenienti dalle alture a est. Storie minimali di montagne cariche di viti addossate a templi, birra per il dio Ningirsu e capienti calici di vino per il più importante Bel-Mardukq, dio messianico babilonese dell’agricoltura, della creazione e dell’ordine. Offerte liquide e
dolci al divino inaccessibile, se non attraverso l’ebbrezza. Non possiamo dire come fosse la coltivazione della vite, ma alcuni indizi bisognosi di conferme ne attestano l’importanza. Viti montane, successivamente addomesticate e poi piantate più in basso, specialmente vicino a centri di culto, vino rosso e bianco… Questo forse più ambito… E pur con inevitabili dubbi: la figura della donna ostessa, Siduri e Ku-Baus, s’innesta con determinante importanza, lasciando immaginare una complessità di relazioni e ruoli. Ku-Baus divenne regina e fondò la terza dinastia di Kish intorno al 2400 a.C. Nasce in questo tempo l’idea di banchetto, di libagione sacrale e veggente, dove scorrono bevande alcoliche capaci di sfiorare il divino, anche in atmosfere orgiastiche, poi symposion, poi convivio… Come spesso accade, la leggenda viene in soccorso e nell’epica Gilgamesh offre a Enkidu sette coppe… Di vino? Se vino non bevi, gli ebbri non / rimproverare E non cominciare a intrecciare / astuzie ed inganni. Non esser sí fiero di non bere il / Vino, ché certo Cento bocconi tu ingoi, cui il vino / è l’umile servo. Qui il poeta allude all’ipocrisia dei dottori della legge, che compiono azioni ben peggiori che bere vino smodatamente. Come s’intende, le cose spesso prendono forme simili a distanza di millenni. Una coppa di vino oggi, come quattromila anni fa.
L’editore
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EVENTI La Vernaccia di San Gimignano Chianti Classico Fest, musica, arte, teatro, vino Chianti Classico e Institut de Tourisme et d’Hôtellerie du Québec Incontro con Azienda Arillo Terrabianca Montepulciano celebra i 400 anni di Francesco Redi I 40 anni di vita dell’Azienda “Dei” di Montepulciano Tenuta San Guido riapre al pubblico il Rifugio Faunistico Padule di Bolgheri Appuntamento Soave
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COPERTINA La nuova cantina di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli ad Agerola
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PRODUTTORI Gli intriganti vini dell’antica famiglia Alois 44 La famiglia Pagano 56 Cantina Santadi, da 65 anni nel mondo del vino sardo 64 Quarant’anni di Grattamacco 76 Il Padiglione Sapaio, un dialogo tra vino, architettura e paesaggio 84 Integrazione generazionale a Camigliano 90 Aminta e Famiglia Cecchi 96 Col Brunello di Montalcino La Togata si va al massimo... 104 Il Brunello SassodiSole di Roberto Terzuoli 110 L’ospitalità di Castello di Albola 120 Marco Bacci firma il suo vino più intimo, il rosso toscano “di Marco” 128 Thomas Duclos arricchisce il team enologico di San Felice 136 Orcia DOC, il vino più bello del mondo 144 Azienda agricola Capitoni 145 Azienda agricola Bagnaia 145 Cantina Campotondo 146 Poggio Grande, una storia di radici e visione 147 Le tre declinazioni della Vernaccia di San Gimignano secondo Cesani 148 Montechiaro, epicentro di gusto arte cultura 152 Il Supertuscan Crognolo, primo vino della Tenuta Sette Ponti 156 GagiaBlu, il sogno maremmano di Laura Mauriello 160 Il brindisi di Natale con gli eleganti vini di Francesco Dusian 161 Gabe Tenute & Selezioni 162 Prunotto, oltre un secolo nelle Langhe 164 Il Botolo, dai cru alla comunità 166 CONSORZI Il Consorzio Prosecco DOC e Milano Cortina 2026 Gerardo Biondi nuovo presidente Consorzio Chianti Rufina Consorzio Pro.Vi.Di. Sicilia e la nuova Sicilia del vino
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RISTORANTI Hostaria di Bacco a Furore Lo storico Palazzo Acampora di Agerola Il ristorante stellato Ada Gourmet di Perugia
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L’Officina di Perugia, il ristorante gourmet più popolare d’Italia ‘O Munaciello Barbacoa a Milano Ristorante Forme a Brescia Casa degli Spiriti
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ALBERGHI L’Hotel Margherita e il ristorante gourmet “M’ama!” Hotel Metropole, la casa veneziana degli artisti Nuova veste per il Relais & Châteaux Londra Palace Venezia Gran Fodà, un rifugio di montagna entra nella collezione Casa Costa Dal 1908 all’Hotel Posta Zirm l’ospitalità in stile ladino
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TERME Ermitage Medical Hotel Il gruppo “Terme&SPA Italia” presenta De Montel-Terme Milano
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AGRITURISMI Il tempo lento alla Residenza agrituristica San Filadelfo
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DEGUSTAZIONI Le anteprime della Tenuta Il Greppo Biondi Santi A “Casa Guidi” verticale di Chateau Lascombes Champagne “Boulard Bauquaire”, il dosaggio nello champagne Pranzo tra amici presso il “Salotto Portinari” di Firenze Pranzo al Ristorante “Il Merlo” a Lido di Camaiore A pranzo a Montevertine
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OLIO Il Frantoio Franci fra innovazione e tradizione
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ASSOCIAZIONI Associazione Nazionale Città dell’olio. “Dall’Italia a Hiroshima” L’Associazione Viticoltori di Gaiole
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AZIENDE PR Comunicare il vino Valoritalia presenta l’Annual Report del vino in Italia Da Agerola Buonocore System
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RUBRICHE Il vino negli ospedali La storia del vino nella Tenuta Gherardesca Difendere il nostro cibo quotidiano per riprendere a sognare il domani Dante, Leonardo e Galileo. Arte, filosofia e vino Made in Italy sotto pressione Per il Sangiovese la vendemmia 2025 è una grande annata Che senso ha un pronto soccorso senza medici? I trend della comunicazione dell’estate 2025
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La Vernaccia di
San Gimignano
UNICA REGINA BIANCA IN UNA TERRA DI RE ROSSI, MA RIBELLE!
alessia bruchi
Il legame unico che c’è tra San Gimignano e la sua Vernaccia affonda le radici nei secoli passati: le prime testimonianze documentali della presenza della vite presso la “corte de Gemignano” risalgono al 1032, mentre quelle archeologiche la fanno risalire al tempo degli Etruschi. Le citazioni della Vernaccia risalgono invece al Duecento. Da quel momento la storia del comune e del suo vino sono rimaste legate sia nei momenti di successo, come il Medioevo o il Rinascimento, che di declino, dal Settecento fino alla metà del Novecento. La rinascita della Vernaccia inizia negli anni Trenta del Novecento, quando il dottor Carlo Fregola, reggente della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Colle di Val d’Elsa, si convince del potenziale enologico della varietà, ormai quasi scomparsa, ed esorta i viticoltori a reimpiantarla. E in una regione, la Toscana, dove la tradizione è quella dei vini rossi, la Vernaccia di San Gimignano è stata, ironia della sorte, la prima Doc d’Italia a essere istitu-
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ita, nel 1966, così l’anno prossimo si celebreranno i sessant’anni della Denominazione. Se la Vernaccia di San Gimignano è uno dei vini bianchi più antichi d’Italia, citata persino da Dante e decantata nei secoli da papi, poeti e re, dopo un periodo di relativa marginalità, questa “Regina Bianca” oggi ha deciso di rialzare la testa. E lo fa con uno spirito nuovo, anzi, ribelle. Un’identità riscoperta, rinnovata e rilanciata grazie a un ambizioso progetto di rebranding portato avanti dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano. Il punto di svolta è stata la scelta di un nome potente, evocativo, identitario: Regina Ribelle. Un nome che unisce passato e presente, in un moto di rinascita che affonda le radici nella tradizione, ma guarda al futuro col coraggio del cambiamento. Una Regina che si ribella a sé stessa e deci-
de di riprendersi il proprio posto, con fierezza e determinazione, nella narrazione dei grandi vini della regione. Un nome da solo però non basta. I consumatori oggi cercano autenticità, verità nel bicchiere e coerenza nel racconto. Il successo di “Regina Ribelle” risiede infatti nella sua credibilità: dietro al nuovo nome c’è un progetto concreto, fatto di scelte coraggiose e strategiche. A partire dal restyling dell’immagine coordinata, con un logo che raffigura il profilo stilizzato di una donna — la Regina appunto — con le iconiche torri di San Gimignano che le fanno da corona. Un’immagine moderna, elegante, femminile ma potente. La ribellione però non si ferma al marketing. C’è stata anche una ridefinizione profonda della filosofia produttiva, focalizzata sulla qualità e sull’unicità del vitigno. È in questo contesto che 3 anni fa è maturata una scelta coraggiosa ma decisiva: posticipare l’anteprima delle nuove annate da febbraio a maggio, facendo coincidere la presentazione alla stampa di settore col “Regina Ribelle Wine Fest”, evento aperto al pubblico, brillantemente collaudato e nel 2025 alla sua terza riuscitissima edizione. Una differenza di pochi mesi che però permette
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al vino di sviluppare appieno le proprie caratteristiche, offrendo al pubblico un assaggio più maturo, complesso e sincero. Impeccabile l’organizzazione dei 2 giorni di anteprima riservati alla stampa di settore con degustazioni e masterclass, culminati in una cena di gala sotto le stelle nella suggestiva cornice di Piazza del Duomo – sotto le torri più alte della città – firmata dallo chef stellato Gaetano Trovato del ristorante Arnolfo, 2 stelle Michelin a Colle di Val d’Elsa. Ma la manifestazione è un appuntamento molto atteso anche da wine lovers, appassionati e operatori di settore perché rappresenta un’occasione unica per assaggiare e approfondire questa Denominazione, facendolo proprio nei luoghi storici che l’hanno vista nascere ed evolvere. E anche quest’anno non è
mancato l’omaggio al dialogo tra vino e arte, un connubio che il Consorzio sostiene con convinzione, in una città che accoglie Galleria Continua, una delle più importanti realtà di valorizzazione di arte contemporanea a livello mondiale. Così questo festival, nello splendido e unico scenario di San Gimignano con le sue torri e le sue piazze medievali, rappresenta non solo un momento di gran festa e un inno alla bellezza della Vernaccia di San Gimignano, ma anche un’occasione per ribadire e rafforzare il legame della Vernaccia tra la tradizione e il futuro, celebrando la sua identità e il suo ruolo centrale nel panorama enologico toscano e nazionale. La Vernaccia di San Gimignano non è un vitigno aromatico nel senso classico del termine, ma possiede comunque un
intrigante profilo olfattivo ricco, stratificato e riconoscibile, che non ha bisogno di un saldo da altre varietà. È nei dettagli della sua essenza più vera che rivela la sua nobiltà: profumi floreali fini, note di macchia mediterranea, agrumi, sentori balsamici dolci e brezza marina. La Vernaccia è quindi capace di coniugare bevibilità e longevità, immediatezza e complessità. E oggi, grazie al lavoro di squadra del Consorzio e dei suoi vignaioli, sta tornando a essere una voce autorevole e distinta nel coro dei grandi vini italiani. Il “Regina Ribelle Wine Fest”, simbolo di rinascita, consapevolezza e visione, sono due magiche giornate nel contesto di una cittadina dal passato glorioso.
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Chianti Classico
Fest alessandro ercolani
MUSICA, ARTE, TEATRO, VINO E UN PALCOSCENICO UNICO AL MONDO: IL TERRITORIO DEL GALLO NERO
Da luglio a settembre, un ricco carnet di appuntamenti su quattro filoni principali – arte, musica, teatro e vino – ha animato l’estate 2025 del Gallo Nero. Il programma di eventi ha visto la sua realizzazione grazie a Chianti Classico FEST, un progetto per la promozione delle DOP vino e olio Chianti Classico finanziato dall’Unione Europea e alla preziosa collaborazione dei Comuni del territorio, organizzatori di vari appuntamenti culturali e artistici.
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eventi • oinos
L’arte. La creazione di un grande vino è come un’opera d’arte, sintesi virtuosa tra natura e umano ingegno. Da questa premessa è nato il progetto A(rt) Message in a (Chianti Classico) Bottle, la mostra collettiva organizzata dal Consorzio Vino Chianti Classico, diffusa tra le vigne del Gallo Nero, nel cui ambito grandi bottiglie di vino vengono rese uniche dall’intervento dei vari artisti che si sono avvicendati nel corso degli anni.
Per la quinta edizione della mostra, il Consorzio ha avuto l’onore di poter sviluppare il progetto in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2025 sono stati infatti i giovani artisti studenti dell’Accademia a firmare le 7 opere diffuse nel territorio. Gli artisti – Aurora Beltramini, Marcela Castaneda Florian, Alice Fantoni, Marta Lazzaroni, Francesca Morabito, Giada Muzzi e Andrea Pagliuca – sono stati selezionati
da una commissione congiunta tra Consorzio, Accademia e il curatore del progetto Francesco Bruni. Ognuno di loro è partito da una forma monolitica di una bottiglia bordolese alta 3 metri per poi renderla unica con la propria arte. Gli artisti e le artiste hanno colto appieno lo spirito del progetto e, tramite la pittura, la scultura, le arti grafiche e l’artigianalità hanno realizzato 7 opere dal forte impatto visivo con rimandi poetici al territorio e
chiari messaggi che invitano alla riflessione, al ruolo delle persone nei cambiamenti in atto, trasformando l’oggetto “bottiglia” in messaggero di significati nuovi di grande rilievo e dirompenza. Le opere, diffuse nel corso della stagione fra le colline e le vigne del Gallo Nero, sono state poi adottate in autunno da aziende socie del Consorzio, andando così Alice Fantoni – Divino a Radda in Chianti
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Aurora Beltramini – La Festa di Bacco a Montefioralle, Greve in Chianti
Giada Muzzi – Finestra a Castelnuovo Berardenga
ad alimentare l’esposizione open air permanente. Ogni opera è stata infine dotata di un qrcode che invita il pubblico a scoprire le altre collezioni di arte, già presenti nelle aziende del Chianti Classico. Ma in questa estate 2025 anche la musica è stata protagonista con la 10ª edizione di Chigiana International Festival & Summer Academy: la Chigiana Chianti Classico Experience, ciclo di 5 appuntamenti tra musica e vino, in collaborazione con l’Accademia
Musicale Chigiana, nel cui ambito i giovani musicisti dell’Accademia si sono esibiti in selezionate cantine del Gallo Nero. Un itinerario musicale che ha unito il repertorio cameristico classico alla tradizione enogastronomica toscana e che ha visto protagonisti – con orario d’inizio all’ora del tramonto – i giovani talenti allievi dei corsi di alto perfezionamento musicale dell’Accademia Chigiana: 10 luglio 2025 “Chigiana Chianti Classico Experience a Vallepic-
Andrea Pagliuca – Cuore di Vino a Castellina in Chianti
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Marcela Castaneda – Remember We Are – a Gaiole in Chianti
Marta Lazzaroni – Coppi di Vino a San Casciano in Val di Pesa
ciola – Quartetto d’archi”; 14 luglio 2025 “Chigiana Chianti Classico Experience a Casale dello Sparviero – Quartetto d’archi”; 21 luglio 2025 “Chigiana Chianti Classico Experience a Badia a Coltibuono – Concerto di Violoncello”; 5 agosto 2025 “Chigiana Chianti Classico Experience a Fèlsina – Concerto di Flauto, Oboe e Piano”; 22 agosto 2025 “Chigiana Chianti Classico Experience a Fattoria di Vignamaggio – Concerto di Chitarra”. E non poteva certo
mancare il teatro, così per quest’ultima espressione artistica, un format inedito è dedicato agli oltre 300 anni del Chianti Classico con un titolo che immediatamente ci riporta al marchio del Gallo Nero: Dal millesettecentosedici. Realizzato dal Consorzio in collaborazione con Arca Azzurra, il format ha proposto al pubblico un’ora tra teatro, musica, vino e abbinamenti gastronomici, condotta dal giornalista enogastronomo Leonardo Romanelli e da Dimitri Fro-
Francesca Morabito – Wine as a symphony – a San Donato in Poggio
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sali, attore fiorentino, che ha interpretato famosi testi letterali dal Settecento a oggi, abbinati a musiche dal vivo dello stesso periodo. Un racconto emozionante e coinvolgente con assaggi di vino e di olio DOP Chianti Classico. Al fine di rendere il format fruibile anche per il nutrito target straniero presente nel territorio del Gallo Nero nel periodo estivo, attraverso qrcode è stato possibile accedere alla traduzione vocale in inglese del testo messo in scena: 26
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giugno 2025 “Degustazione spettacolo: dal Millesettecentosedici” a Casa Chianti Classico, Radda in Chianti; 25 agosto 2025 “Degustazione spettacolo: dal Millesettecentosedici” presso Palazzo Malaspina, Radda in Chianti; 5 settembre 2025 “Degustazione spettacolo: dal Millesettecentosedici” in Via San Francesco, Greve in Chianti; 12 settembre 2025 “Degustazione spettacolo: dal Millesettecentosedici” nel centro storico di San Gusmè (Castelnuovo Berardenga). Se le bottiglie di Gallo Nero han-
no accompagnato tutti gli eventi sopra elencati, con specifici momenti di degustazione, non sono mancati in questo calendario i principali eventi del territorio, appuntamenti con i vini e i viticoltori del Chianti Classico, ormai tradizionali e noti al pubblico degli appassionati e degli enoturisti: Radda nel Bicchiere (Radda in Chianti, 24-25 maggio); Profumi di Lamole (Lamole, 1-2 giugno); Castelnuovino (Castelnuovo Berardenga, 2 giugno); Bevo Castellina (Castellina in Chianti, 7-8 giugno); Terre di Gaiole (Gaiole, 21 giugno); EX-
PO Chianti Classico (Greve in Chianti, 11-15 settembre); Vino al Vino (Panzano, 19-21 settembre); Montefioralle Divino (Montefioralle, 26-28 settembre); Sorsi di Vagliagli (Vagliagli, 20 settembre). Agli eventi direttamente prodotti dal Consorzio si sono aggiunte le iniziative culturali organizzate dai Comuni e dalle associazioni del territorio, che sono andate ad alimentare un cartellone estivo di oltre 150 iniziative tra arte, musica, teatro e vino nel territorio del Gallo Nero.
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Agli inizi di ottobre è stata siglata una nuova intesa di partenariato tra il Consorzio Vino Chianti Classico e l’Institut de Tourisme et d’Hôtellerie du Québec (ITHQ), istituzione canadese di riferimento per la formazione nei settori dell’ospitalità, della ristorazione e del turismo.
no, gruppi di 12-17 studenti saranno accolti nel Chianti Classico per un soggiorno di 3 giorni, con visite a produttori, degustazioni, attività culturali e gastronomiche. L’ITHQ, da parte sua, si impegna a valorizzare i vini del Chianti Classico a Montréal, integrandoli nei programmi didattici e garantendo visibilità al Consorzio attraverso i propri canali istituzionali. Il Consorzio ospiterà presentazioni, incontri e degustazioni presso la propria sede e le aziende associate, offrendo agli studenti un’esperienza formativa completa che unisce la tecnica alla scoperta del territorio. “Per il Chianti Classico il Canada è un mercato strategi-
nali, contribuendo a formare una nuova generazione di ambasciatori del Gallo Nero nel mondo” ha
dente del Consorzio Vino Chianti Classico e Carlotta Gori, direttore del Consorzio Vino Chianti Classi-
Chianti Classico e Institut deTourisme et d’Hôtellerie du Québec giada sanchini L’accordo, della durata di 3 anni, prevede l’organizzazione di programmi formativi in Toscana per gli studenti del corso internazionale in servizio e sommellerie di ristorazione dell’ITHQ. Due volte l’an-
UNA NUOVA PARTNERSHIP INTERNAZIONALE PER FORMARE I SOMMELIER DI DOMANI co, dove viene consumato il 10% della produzione del Gallo Nero, grazie a un rapporto profondo costruito sul mercato. Questa collaborazione rappresenta un’opportunità straordinaria per far conoscere la storia e la qualità del Chianti Classico a giovani professionisti internazio-
dichiarato Giovanni Manetti, Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico. Alla cerimonia di sottoscrizione erano presenti l’onorevole Liza Frulla, membro del Consiglio e direttore generale ITHQ, Paul Caccia, direttore della comunicazione ITHQ, Giovanni Manetti, presi-
co. Questo progetto rafforza così il legame tra il Chianti Classico e il Canada con l’obiettivo condiviso di sostenere la formazione di alto livello e la promozione internazionale del vino e della cultura.
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oinos • eventi
azienda Arillo TERRABIANCA
INCONTRO CON
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
AL RISTORANTE STELLATO “BORGO SAN JACOPO” DI FIRENZE
“Arillo in Terrabianca” si estende in tre importanti territori toscani, il Chianti Classico, la Maremma e la Val d’Orcia, per un totale di circa 60 ettari vitati. Questa realtà è di proprietà di Urs e Adriana Burkard. Queste tre tenute si trovano una a Radda in Chianti, il Tesoro ai piedi di Massa Marittima e Colle Bellezza a nordest di Pienza. Queste tre tenute rappresentano i vertici di un simbolico triangolo toscano d’eccellenze. La produzione di vino che deve essere, come lo è, d’alta qualità è affiancata agli ideali ispiratori dell’arte, dell’architettura e dell’ospitalità. La famiglia Burkard crede fermamente nel rispetto della terra e nella celebrazione della sua generosità. Questo importante progetto è iniziato nel 2019 ed è improntato sul rispetto del territorio, attraverso la viticoltura biologica e minimalista. L’enologo delle tre aziende è il bravo Vieri Vannoni, mentre l’agronomo è Ruggiero Mazzilli. L’azienda del Chianti Classico produce: Vigna Terrabianca Chianti Classico Gran Selezione, uvaggio ovviamente 100% Sangiovese, da vigna di un ettaro di 40 anni d’età allevata a cordone sperona-
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to su un terreno di medio impasto con elevata presenza di scheletro; Poggio Croce Chianti Classico riserva, 100% Sangiovese da una vigna di 20 anni d’età, di 2,16 ettari allevata a guyot su un terreno di medio impasto con elevata presenza di scheletro; Sacello Chianti Classico 100% Sangiovese, da una vigna di un anno d’età, allevata a guyot su un terreno medio impasto con elevata presenza di scheletro. La tenuta “Il Tesoro” si trova in Maremma a Massa Marittima, esposta alle brezze marine. Qui si produce: Bevobianco D.O.C. Maremma, 80% Chardonnay e 20% Viogner da una vigna di 3,6 ettari di 13 anni d’età su un terreno argilloso ricco di minerali, quali ferro e magnesio; Bevorosso D.O.C. Maremma 100% Merlot da una vigna di tre ettari di 20 anni allevata a cordone speronato su un terreno argilloso ricco di minerali, quali ferro e magnesio; Bevorosa D.O.C.
Maremma Sangiovese rosato 100% Sangiovese da una vigna di 3,6 ettari di 20 anni d’età allevata a guyot su un terreno argilloso ricco di minerali, quali ferro e magnesio; Campaccio, I.G.T. Toscana, 70% Sangiovese, 20% Cabernet sauvignon e 10% Merlot da una vigna di 20 ettari di 20 anni d’età allevata a guyot su un terreno argilloso ricco di minerali, quali ferro e magnesio; Campaccio Collezione I.G.T Toscana, 40% Sangiovese, 30% Cabernet sauvignon e 30% Merlot da una vigna
di tre ettari di 20 anni d’età, allevata a guyot e cordone speronato su un terreno argilloso ricco di minerali, quali ferro e magnesio. Nella tenuta Colle Brezza in Val d’Orcia le vigne sono suddivise in quattro zone, in una
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c’è solo la coltivazione del Sangiovese, da una vigna di 1,5 ettari di 20 anni d’età, allevata a guyot su un terreno è di medio impasto con elevata presenza di scheletro; la seconda zona produce Sangiovese, Malvasia, Colorino, Canaiolo e Ciliegiolo da una vigna di 1,8 ettari di 8 anni d’età, allevata a guyot, su un terreno di medio impasto con elevata presenza di scheletro; la terza zona produce Pugnitello, Foglia tonda e Mammolo da una vigna di 0,4 ettari di quattro anni d’età su un terreno di medio impasto con elevata presenza di scheletro: Nella quarta vi è solo la coltivazione di Sangiovese da una vigna di 1,3 ettari di quattro anni d’età, allevata a guyot, su un terreno di medio impasto con elevata presenza di scheletro. La tenuta produce anche olio extravergine
d’oliva e una grappa riserva chiamata “La Bomba” da vinacce di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot. Veniamo al giorno dell’invito per un pranzo-degustazione vini da parte di Ursula Thurner, titolare della omonima agenzia PR attraverso la sua validissima collaboratrice Paola Repetto. Il pranzo si è tenuto presso il ristorante “Borgo San Jacopo” di Firenze con vista su Ponte Vecchio. Lo chef è il bravo Claudio Mengoni, che vanta esperienze con Andrea Bertoni, Gaetano Trovato e Riccardo Monco. La sua cucina è creativa, elegante e ricca di materie prime locali. Avevamo una tavola imperiale con circa 15 persone, tutti giornalisti, a eccezione di Ursula Thurner, Paola Repetto, Adriana Burkard e Vieri Vannoni. Il servizio del pranzo è stato diretto dal
bravo Salvatore Biscotti, direttore di sala. All’inizio con la mise en bouche ci sono stati serviti due vini della Maremma, il Bevobianco 2023 e il Bevorosa 2024. A tavola, con la “fassona”, battuta di manzo, peperoni e salsa verde, ci è stato versato il Chianti Classico Sacello 2022. A seguire i “ravioli del Plin, ripieni di patate del Mugello, ragù d’anatra e fonduta di pecorino di Pienza”, bagnato dal Chianti Classico Poggio Croce 2021 e dal Chianti Classico Gran selezione Terrabianca 2020. Col piatto di “quaglia, asparagi, cipollotti, tartufo nero e salsa al fois gras” e con una selezione di formaggi italiani sono stati serviti IGT Toscana Campaccio 2021 e l’IGT Toscana Collezione di Campaccio 2020. Tutto ottimo, come sempre, come pure il servizio, che è sta-
to, come sempre, perfetto. Prima di passare alle mie note di degustazione dei vini desidero, per i vini rossi, fare delle precisazioni sui tannini. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà essere per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
Adriana Burkard
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Vinificazione in serbatoi d’acciaio inox a temperatura controllata. Macerazione post fermentativa sulle bucce per 10/15 giorni. Affinamento in acciaio e poi per 12 mesi in botte grande di rovere europeo. Bel rosso rubino. Naso scandito da profumi di ciliegia, menta, eucalipto, lievi di nocciolina, intensi di noce moscata per terminare con soffi d’acqua di mare (è uguale alla parte bianca interna della buccia di cocomero). Palato appagato da un corpo medio e un buon equilibrio con la piacevole freschezza che avvolge la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6) e vellutati. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 92/100
ARILLO IN TERRA BIANCA TENUTA IL TESORO BEVOBIANCO, annata 2023 D.O.C. MAREMMA CHARDONNAY E VIOGNER (uvaggio: 80% Chardonnay, 20% Viogner) Color giallo paglierino. Approccio olfattivo piacevole con profumi d’ananas, floreali, minerali e di buccia di banana verde. Al palato ha corpo medio e non è perfettamente equilibrato, infatti l’alcol sovrasta un po’ la freschezza, che si sente sui bordi laterali della lingua. Lunga e la sua persistenza aromatica intensa. Forse migliorerà con la sosta del vino in bottiglia. 88/100 ARILLO IN TERRA BIANCA TENUTA IL TESORO BEVOROSA, annata 2024 D.O.C. MAREMMA SANGIOVESE ROSATO (uvaggio: 100% Sangiovese) Color rosa tenue. All’esame olfattivo dona profumi di buccia verde di banana, floreali, minerali e di iodio. Al gusto ha corpo medio sufficiente, è sapido e minerale. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza gustativa. 89/100
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ARILLO IN TERRA BIANCA TENUTA TERRABIANCA SACELLO, annata 2022 CHIANTI CLASSICO D.O.C.G. (uvaggio: 100% Sangiovese) Vinificazione in serbatoi d’acciaio inox a temperatura controllata. Macerazione post-fermentativa sulle bucce per 7/10 giorni. Affinamento in acciaio e poi 6/8 mesi in vasche di cemento non vetrificato. Traspare dal calice rosso rubino con bordo granato. Registro olfattivo con profumi di ciliegia, menta, eucalipto, amido del tessuto cotone, lievi di nocciolina, pepe nero, noce moscata per terminare con ricordi di stoppa intrisa di vino. Al palato si evidenzia un corpo medio delicato. Nonostante che il vino sia dotato di una buona freschezza, si sente un po’ di pungenza d’alcol sia nella gola che sulla gengiva superiore. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--), inizialmente setosi per poi far bruciare lievemente la gengiva superiore. Lunga, ma non lunghissima e la sua persistenza gustativa. 89/100 ARILLO IN TERRA BIANCA TENUTA TERRABIANCA POGGIO CROCE, annata 2021 CHIANTI CLASSICO RISERVA D.O.C.G. (uvaggio: 100% Sangiovese)
ARILLO TERRA BIANCA TENUTA TERRABIANCA, annata 2020 CHIANTI CLASSICO GRAN SELEZIONE D.O.C.G. (uvaggio: 100% Sangiovese) Vinificazione in serbatoi d’acciaio inox a temperatura controllata sulle bucce per 15/20 giorni. Affinamento in acciaio e poi per 20 mesi in tonneaux da 5 ettolitri di rovere francese in parte nuovi e in parte usati, seguito da 12 mesi d’affinamento in bottiglia. Veste rosso rubino. All’incontro olfattivo emergono profumi di ciliegia menta, eucalipto, lievi di saponetta alla violetta, acqua di mare, lampone, peonia, episperma (è la pelle dolce della castagna bollita) per terminare con sussurri d’anice stellato. Al palato è piacevole e sfoggia un corpo medio delicato, ma deciso. Vino ben equilibrato con la freschezza che non fa sentire, neppure minimamente, la massa alcolica! I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6++) e vellutati. Lunga e la sua persistenza gustativa. 94--/100 ARILLO IN TERRA BIANCA TENUTA IL TESORO CAMPACCIO annata 2021 I.G.T. TOSCANA ROSSO (uvaggio: 40% Sangiovese, 30% Cabernet sauvignon e 30% Merlot) Vinificazione in acciaio a temperatura controllata. Macerazione controllata, post-fermentazione sulle bucce per circa 7/10 giorni. Affinamento in vasche d’acciaio su fecce fini poi in barriques di rovere francese di primo e secondo passaggio per 12 mesi, seguito da 12 mesi in bottiglia. Ventaglio olfattivo con profumo intenso di ruggine, seguito da
note di rosa rossa, fungo porcino secco, lievi di duro di menta (è il bastoncino di zucchero e menta delle feste di paese), ciliegia, eucalipto, stringa di liquirizia, pomodori pelati per terminare con pizzicotti di prugna fresca. All’assaggio ha corpo medio e sapore di prugna e mirtillo. Asse alcol-freschezza in perfetto equilibrio. I tannini sono dolci, larghi (6/6--), inizialmente setosi per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga e la sua persistenza gustativa. 92/100 ARILLO IN TERRA BIANCA TENUTA IL TESORO CAMPACCIO COLLEZIONE, annata 2020 I.G.T. TOSCANA ROSSO (uvaggio: 40% Sangiovese, 30% Cabernet sauvignon e 30% Merlot) Vinificazione in acciaio a temperatura controllata, postfermentazione sulle bucce per circa 7/10 giorni. Affinamento in vasche d’acciaio su fecce fini poi in barriques di rovere francese di primo e secondo passaggio per 20 mesi seguito da 12 mesi in bottiglia. Produzione di circa 5.000 bottiglie all’anno. Abito rosso rubino intenso con bordo granato. Dallo scrigno olfattivo s’innalzano profumi di amido spray per stirare, fragola, menta, eucalipto, vaniglia, violetta per terminare con piacevoli ricordi di pomodori pelati. Al sorso rivela un piacevole corpo medio e un ottimo equilibrio fra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, spessi, larghi (6/6--), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga e la sua persistenza aromatica intensa. 94/100
Confesso che non conoscevo questa bella realtà vinicola e neppure l’enologo Vieri Vannoni, che ho apprezzato molto sentendolo parlare e più che altro sentendo i vini che produce. Ringrazio Ursula e Paola per avermi fatto conoscere questa bella realtà.
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Montepulciano
celebra i 400 anni di Francesco Redi TRA SCIENZA, POESIA E ATTACCAMENTO AL VINO NOBILE Montepulciano si prepara a vivere un anno straordinario nel 2026: ricorre il quarto centenario dalla nascita di Francesco Redi, figura poliedrica e protagonista assoluto della scienza e della cultura dell’età moderna, nonché appassionato cultore e cantore del Vino Nobile di Montepulciano. michele dreassi
Francesco Redi, nato ad Arezzo nel 1626, fu scienziato, medico, letterato e raffinato sperimentatore. La sua eredità è legata a rivoluzionarie scoperte nell’ambito della biologia, ma anche a una profonda passione per il vino, al quale dedicò celebri versi nel ditirambo Bacco in Toscana (1685). In quest’opera, Redi esalta i vini della sua terra, culminando in un tributo ineguagliabile alla “manna di Montepulciano”, definendolo, senza mezzi termini, “il re di tutti i vini”. Per celebrare questo legame indissolubile, la città di Montepulciano – col sostegno del Consorzio del Vino Nobile, la Società Storica Poliziana, il Cantiere Internazionale d’Arte, la Biblioteca Piero Calamandrei e altre istituzioni – ha programmato per il 2026 un ricco calendario di manifestazioni. Il clou dei festeggiamenti sarà rappresentato da una grande mostra e da un convegno internazionale di studi dedicati alla figura e all’opera di Redi. Non mancheranno percorsi tematici tra le cantine storiche, degustazioni guidate, eventi culturali e itinerari, che uniranno scienza, arte e tradizione vinicola. Questi festeggiamenti rappresentano non solo un omaggio a
uno dei più grandi geni del Seicento, ma anche un’occasione unica per rilanciare il ruolo di Montepulciano come città ambasciatrice del vino e della cultura toscana nel mondo. Come scrisse lo stesso Redi, “Montepulciano d’ogni vino è il re”: oggi, a 4 secoli dalla sua nascita, la città si prepara a celebrare il suo cantore più illustre e il nettare che lo ispirò, in un connubio di storia, poesia e sapori che promette d’incantare visitatori e appassionati. Un evento importante, che sottolinea la messa nel mercato, a partire dal 2025, della prima annata del Vino Nobile di Montepulciano Pieve, il risultato del progetto portato avanti dal 2020 dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e che ha messo insieme in un nuovo disciplinare di produzione storia, qualità, tradizione. Un vino che ha come caratteristiche il territorio – appunto con le 12 sottozone identificate in altrettante Pievi – e l’uvaggio, che è legato al Sangiovese e ai soli vitigni autoctoni complementari ammessi dal disciplinare con uve esclusivamente prodotte dall’azienda imbottigliatrice e provenienti da vigneti di non meno di 15 anni di età. La scelta di utilizzare
i toponimi territoriali riferibili a quelli delle antiche Pievi in cui era suddiviso il territorio già dall’epoca tardo romana e longobarda, nasce da un approfondimento di tipo storico, paesaggistico e produttivo vitivinicolo. In particolare, la volontà del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano è quella di ribadire e codificare una realtà fisica con antica radice storica, che ha caratterizzato il territorio poliziano fino all’epoca moderna.
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I 40 ANNI DI VITA dell’AZIENDA “DEI” paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
di Montepulciano
A settembre passato ho avuto il piacere di essere stato invitato da Maria Caterina Dei, con mia moglie Sara, presso l’azienda Dei a Montepulciano. La famiglia Dei da 3 generazioni è strettamente legata al territorio di Montepulciano e alle sue risorse. La proprietà dell’azienda si estende su 120 ettari, di cui 60 vitati. Ci sono 5 vigneti unici per le caratteristiche: “Bossona”, ubicato a 400 metri slm, dove viene prodotto lo storico cru aziendale; il terreno è composto da uno strato superficiale di sabbia e tufo e un sottosuolo di scheletro e fossili. “La Piaggia” è un vigneto dove viene prodotto il secondo cru aziendale, Madonna della Querce, qui la vigna è situata a 370 metri slm e il terreno è d’origine pliocenica con abbondanza di sabbia e argilla. La “Ciarliana” è la vigna a 300 metri slm e ha terreni argillosi e calcarei. “Cervognano”, con vigne a 250 metri slm, ha un terreno prevalentemente tufaceo con presenza d’argilla. “Martiena” ha vigne a 250 metri slm ed il terreno è composto prevalentemente da sabbia arenaria di fresco e medio impasto. La bellissima cantina è moderna, tutta in
Maria Caterina Dei
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travertino ed è immersa nei vigneti. I vini prodotti dell’azienda sono i seguenti: Rosso di Montepulciano, Nobile di Montepulciano, Nobile di Montepulciano riserva Bossona, Sancta Catharina IGT Toscana, Nobile di Montepulciano Madonna della Querce, Rosa, rosato di Toscana, bianco di Toscana Martiena e il Vin Santo di Montepulciano. Vengono inoltre prodotti la grappa e l’olio extravergine d’oliva. Il giorno dell’invito ad accoglierci c’era Caterina Dei, come sempre sorridente e gioviale. Prima della cena era prevista una verticale del Nobile di Montepulciano, degustazione diretta da Daniele Cernilli, a seguire un concerto di pianoforte tenuto, in cantina, dal bravissimo Danilo Rea, pianista di Mina per tantissimi anni, che non ha avuto bisogno di leggere spartiti musicali. A seguire è stata servita la cena nel giardino po-
sto di fronte alle vetrate della cantina. La degustazione è stata molto interessante. Il vino che mi ha colpito di più è stato il Nobile di Montepulciano Madonna della Querce annata 2018. A seguire siamo andati in cantina e, seduti, ci siamo goduti il concerto del maestro Danilo Rea, amico di Massimiliano Pani, figlio di Mina, che era presente. Subito dopo l’aperitivo, a base di Champagne Gaston Chiquet, è stata servita una squisita cena. Cate-
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rina Dei, per chi non lo sapesse, è una bravissima cantante e, durante la cena, ci ha regalato piacevoli brani suonati dalla sua band. È stata una bellissima festa, non è mancato niente, ho ancora davanti a me tutto quello che di piacevole c’è stato. Prima di procedere con le mie note di degustazione
è importante che faccia, in relazione ai tannini, le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser, per
esempio, 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO Riserva D.O.C.G. annata 1986 (uvaggio: 100% Sangiovese)
zialmente vellutati per poi far bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con, nel finale, sensazioni di pepe nero sulla lingua. 88/100
Il corpo è medio e i tannini sono dolci, vellutati e poco larghi (4/6). Lunga è la sua persistenza gustativa. 89/100
All’esame visivo mostra un color mattone con bordo aranciato. Dal calice s’innalzano profumi di menta, abbastanza intensa, eucalipto, iuta, pepe nero, noce moscata, prugna secca, cioccolatino “After Eight” (menta intensa e cioccolata amara), olio di paraffina, lievi di buccia di piselli, goudron, lievi d’amido di riso per terminare con ricordi di confettura di more. Al palato ha un’acidità spiccata, corpo medio sufficiente plus, sapore di ciliegia sotto spirito ed è sapido. Asse alcol-freschezza in equilibrio tra loro. I tannini sono dolci, poco larghi (4/6), ini-
TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO Riserva D.O.C.G. annata 1994 (uvaggio: 100% Sangiovese) Color rosso mattone. Mix olfattivo con profumi lievi di ruggine, menta, eucalipto, buccia di piselli, lievi di prugna secca, peperone verde per terminare con sensazioni di mora matura e confettura di mora. Bocca fruttata, più del 1986. Vino sapido e ben equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. Sapore di peperone verde.
TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA, annata 1999 Riserva D.O.C.G (uvaggio: 100% Sangiovese) Veste rosso granato. Dallo scrigno olfattivo emergono profumi di pietra focaia, ciliegia, lievi di pelle di conceria in fine lavorazione, amido del riso bollito e pomodori pelati. Al palato ha corpo medio, sapore di ciliegia ed è ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6--) e vellutati. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di ciliegia. 91/100
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TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G. annata 2004 (uvaggio: 100% Sangiovese) Manto rosso granato intenso. Caleidoscopio olfattivo di profumi di smalto di vernice, lievi di legno nuovo, stoppa intrisa di vino, ciliegia rossa matura, menta, eucalipto per terminare con ricordi del cioccolatino “After Eight” (menta intensa e cioccolata amara). Il corpo è medio e il vino ha un buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6--), inizialmente vellutati per poi far bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con una sensazione di pepe nero sulla gengiva superiore. 91/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G annata 2006 (uvaggio: 100% Sangiovese) Robe rosso granato intenso. Olfatto caratterizzato da profumi di ciliegia rossa,
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menta, eucalipto, intensi di pepe nero e noce moscata per terminare con ricordi di prugna secca. All’approccio gustativo ha risalto un corpo medio e il vino ha un ottimo equilibrio tra alcol e freschezza, mentre i tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6++), spessi e vellutati. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di pepe nero. 93/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G annata 2010 (uvaggio: 100% Sangiovese) Traspare dal calice rosso granato. Naso composto da profumi di ciliegia rossa, nocciolina, mandorla (cantuccini di Prato), menta, eucalipto e una continua presenza, anche se lieve, d’alcol. All’approccio gustativo è sapido e ha sapore di ciliegia sotto spirito, mentre il corpo è medio. L’equilibrio tra alcol e freschezza è un po’ altalenante, mentre i tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--), inizialmente vellutati per poi asciugare e far bruciare un po’ la gengiva superiore. 89/100
TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G annata 2013 (uvaggio: 100% Sangiovese) Cromia rosso granato. Dall’esame gustativo emergono profumi di gesso, prugna, ciliegia, menta, eucalipto, lievi di fragola, pepe nero, noce moscata, buccia di piselli e di stoppa intrisa di vino. Bocca caratterizzata da un corpo medio. La freschezza avvolge la massa alcolica, rendendo il vino ben equilibrato. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6+), inizialmente vellutati per poi far bruciare e asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. 93/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G annata 2016 (uvaggio: 100% Sangiovese) Cromia rosso granato. Il debutto olfattivo rivela profumi di ciliegia, prugna, menta, eucalipto, lievi di vernice a olio, guscio di
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mandorla, mandorla, lievi di pepe nero e noce moscata. All’assaggio rivela un corpo medio plus ed è succoso di frutta, in particolare di ciliegia e prugna fresca. Asse alcol/freschezza in perfetto equilibrio. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6--), inizialmente vellutati per poi asciugare e far bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 93/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G annata 2019 (uvaggio: 100% Sangiovese) Color rosso rubino con venatura granato. Diffonde dal bicchiere profumi di ciliegia, menta, eucalipto, lievi di burro fuso, prugna, buccia di piselli per terminare con sussurri di fragolina di bosco. All’assaggio rivela un corpo medio e sapore di pepe nero, prugna e ciliegia. È un vino sapido con la freschezza che domina la massa alcolica. I tannini sono dolci spessi, abbastanza larghi (5/6--), inizialmente vellutati per poi far bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 92/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO BOSSONA Riserva D.O.C.G annata 2018 (uvaggio: 100% Sangiovese) Efficacia espressiva con color rosso rubino intenso. Ventaglio di sensazioni olfattive con profumi intensi di prugna, seguiti da note affumicate, pomodori pelati e origano. Bella bocca con ricca acidità e corpo medio. Nonostante la ricca acidità, l’equilibrio gustativo tra alcol e freschezza è un po’ altalenante. I tannini sono dolci, poco larghi (4/6), inizialmente e vellutati per poi far bruciare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. (89/100)
TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO MADONNA DELLA QUERCE D.O.C.G annata 2015 (uvaggio: 100% Sangiovese) Colorazione rosso granato con finissimo bordo aranciato. Ricchezza olfattiva scandita da profumi di gesso, pepe nero, noce moscata, ciliegia, lievissima prugna secca, buccia di piselli per terminare con ricordi di pelle di conceria in fine lavorazione e amido di riso bollito. La bocca è estasiata dai sapori di prugna e ciliegia matura e succosa. Il corpo è medio e il vino è sapido. Freschezza ricca e avvolgente, che neutralizza la massa alcolica. I tannini sono dolci, larghi (6/6--), fini, inizialmente setosi ed eleganti per poi asciugare e far bruciare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. 94/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO CRU MADONNA DELLA QUERCE D.O.C.G annata 2018 (uvaggio: 100% Sangiovese) Traspare dal bicchiere rosso rubino. La proposta s’ispira a profumi d’intensa nocciolina, seguiti da menta, eucalipto, ciliegia marasca nera con giusta maturazione, inchiostro, per terminare con sensazioni d’affumicatura. Al palato è un bel vino, piacevole con corpo medio plus e perfetto equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, larghi (6/6--) e setosi. Lunga è la sua persistenza gustativa. Vino che si beve e ribeve con gran piacere. 96/100 TENUTA DEI SANCTA CATHARINA annata 2018 Toscana IGT rosso (uvaggio: Sangiovese, Cabernet sauvignon, Merlot e Petit verdot)
fattivo con profumi d’intensa ciliegia marasca nera matura, accompagnati a note di nocciolina, menta ed eucalipto. Il corpo è medio e l’alcol e la freschezza sono in perfetto equilibrio tra loro. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6+) inizialmente setosi per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 91/100 TENUTA DEI SANCTA CATHARINA annata 1995 Toscana IGT rosso (uvaggio: Sangiovese, Cabernet sauvignon, Merlot e Petit verdot) Tinta rosso granato. Ventaglio di sensazioni olfattive di prugna, oliva nera, pane caldo, lievi di cassis e cioccolatino “After Eight” (cioccolata amara e menta intensa). All’assaggio rivela sapori di mora, ciliegia marasca nera e ha un corpo medio plus. La freschezza domina la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6--) e vellutati. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa. 91/100 TENUTA DEI NOBILE DI MONTEPULCIANO D.O.C.G. annata 2021 (uvaggio: 70% Sangiovese e altri vitigni complementari a bacca rossa) Veste rosso rubino. All’incontro olfattivo s’identificano profumi di prugna, pesca rossa, menta, eucalipto, pomodori pelati e ciliegia. All’esame gustativo esprime un corpo medio sufficiente plus e una piacevole sapidità. L’asse alcol-freschezza è in assoluta sintonia ed equilibrio. I tannini sono dolci, poco larghi (4/6+), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di prugna. 90/100
Efficacia espressiva con color rosso rubino intenso-nero. Palcoscenico ol-
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oinos • eventi
Tenuta San Guido
RIAPRE AL PUBBLICO
il Rifugio Faunistico Padule di Bolgheri andrea cappelli
Nella natura bella, selvaggia e incontaminata, racchiusa tra il mare e le colline dell’Alta Maremma, accanto ai vigneti del bolgherese, tra i più pregiati al mondo, ci sono 80 ettari di palude stagionale d’acqua dolce, alimentata esclusivamente dalle piogge autunnali e invernali, e oltre 440 ettari tra boschi planiziali, praterie umide, pinete, dune, aree coltivate e pascoli naturali, dove hanno trovato casa più di 250 specie di uccelli, tra cui la spatola, l’airone rosso, la moretta tabaccata, il tarabuso e il falco di palude, ma anche la testuggine palustre europea, la testuggine di Hermann, il tritone crestato, la martora, l’istrice e il lupo.
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alle origini della CONSERVAZIONE AMBIENTALE È il Rifugio Faunistico Padule di Bolgheri, parte integrante della storica Tenuta San Guido, nata nel 1921 e
“culla” del Sassicaia, icona del vino mondiale, al quale il territorio deve l’inizio della sua fama, e che, dopo anni
di attività di monitoraggio scientifico e conservazione ambientale, riapre al pubblico in tutta la sua bellezza
eventi • oinos
con un programma di esperienze guidate focalizzate sull’osservazione diretta, l’importanza della biodiversità e la conservazione degli ecosistemi. Ma anche per raccontare com’è stato proprio l’humus di quest’oasi speciale a gettare le basi per la nascita del Wwf Italia. Merito di Mario Incisa della Rocchetta, il “padre” del Sassicaia, che, qualche anno prima del suo debutto
sul mercato (1968), quando il vino prodotto dal Marchese era destinato al consumo familiare e bevuto solo nella Tenuta, nel 1959 decise di destinare parte della sua proprietà a un’area protetta, il primo rifugio faunistico privato d’Italia. L’iniziativa fu successivamente formalizzata dal Wwf Italia, di cui lo stesso Mario Incisa fu tra i fondatori e di cui divenne Presidente Onorario: “In
principio fu Bolgheri, poi venne il Wwf Italia”, ebbe modo di dire, poi, il co-fondatore Fulco Pratesi. Per Mario Incisa della Rocchetta, infatti, com’è noto, in principio il vino era una semplice passione e, oltre a quella per la natura e la biodiversità, il suo grande interesse erano i cavalli: ben prima della nascita del Wwf e dell’invenzione del Sassicaia, col grande enologo
Giacomo Tachis, con la moglie, la contessa Clarice della Gherardesca, si erano associati nel 1932 con Federico Tesio, uno dei più importanti allevatori di purosangue italiani e internazionali, che correvano sotto i colori della razza DormelloOlgiata, ancor oggi allevata a Tenuta San Guido. Tesio morì nel 1954 e non vide mai quello che molti considerano il cavallo più impor-
tante del ventesimo secolo: Ribot, vero “atleta” italiano del secolo, secondo un celebre sondaggio de “La Gazzetta dello Sport”, avendo vinto, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, ben 16 gare consecutive, affermandosi come icona italiana del galoppo nel
mondo. Poi, con in testa Bordeaux e il sogno di creare anche un “vino di razza”, i suoi esperimenti sui vitigni francesi a Bolgheri, incredibilmente somigliante alle Graves, convinsero Mario Incisa a piantare Cabernet per fare un vino bordolese in Maremma: qualcosa che
nessuno aveva mai pensato prima e che, perfezionamento dopo perfezionamento, oggi si chiama Sassicaia. Il Rifugio, ancor oggi tra i simboli del Wwf, si trova all’interno dei 2.500 ettari della Tenuta San Guido, sviluppandosi lungo la costa tra Donoratico e Cecina, e
confina verso l’interno col famoso Viale dei Cipressi, che “alti e schietti van da San Guido in duplice filar”, come recitano i versi del grande poeta Giosuè Carducci, premio Nobel per la letteratura nel 1906, nella poesia “Davanti San Guido”, che furono piantati
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oinos • eventi
nell’Ottocento dal conte Guido Alberto della Gherardesca, che scelse i cipressi perché sì belli, ma soprattutto pratici, visto che i bufali si mangiavano tutte le altre piante e che oggi raffigurano simbolicamente Bolgheri e uno dei territori del vino più prestigiosi al mondo. Il Rifugio comprende ambienti diversi. Iniziando dal mare troviamo un litorale sabbioso, quindi un cordone di dune ricoperto da macchia mediterranea e da pineta; l’area retrodunale è ricca di stagni con vegetazione palustre e ampie fasce di foresta igrofila (frassini e olmi).
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Seguono campi coltivati con siepi e macchioni d’altro fusto e terreni collinari punteggiati da leccete. La varietà degli ambienti è notevole e sono abitati da una tale ricchezza di specie animali da rendere l’osservazione emozionante in ogni stagione. Numerose le specie avicole che popolano il Rifugio, tra questi germani e storni – gli “stormi di uccelli neri/com’esuli pensieri” del Carducci –, aironi e garzette, anatre selvatiche e la Cicogna bianca, tornata in Maremma dopo circa 200 anni di assenza. E ancora, conigli selvatici, caprioli e
cinghiali, che sfrecciano nelle radure. A partire dal 2016 si è anche deciso di destinare alcune aree interne al rifugio faunistico a semina di colture apistiche e seminare graminacee per favorire il pascolo delle oche svernanti. “Il Rifugio rappresenta la radice più profonda del legame tra Tenuta San Guido e la natura che la circonda” racconta Priscilla Incisa della Rocchetta, figlia di Nicolò e responsabile delle relazioni esterne dell’azienda. Nicolò Incisa della Rocchetta – tra i “padri nobili” di Bolgheri e artefice del successo di Sassicaia – insieme
alla figlia e alla loro famiglia, è custode di un territorio a cui si devono alcuni dei più grandi vini italiani. “Il rifugio nasce dallo stesso principio che guida il nostro lavoro in vigna: osservazione, rispetto ed equilibrio” aggiunge Priscilla. La biodiversità è la base viva dell’identità del nostro territorio e della sua capacità di rigenerarsi”. La complessità degli habitat – riconosciuti dalla direttiva europea Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione (Zsc) e Zona di Protezione Speciale (Zps) e dalla Convenzione di Ramsar, dal 19 dicembre 1977, come
Zona Umida di Importanza Internazionale con lo scopo di porre un freno alla distruzione degli habitat naturali e, in particolare, quelli popolate da uccelli migratori – rende il Padule un’area di straordinaria biodiversità e un vero laboratorio di coesistenza tra agricoltura e ambiente, dove l’uomo è parte di un ecosistema in equilibrio. Le pratiche agricole adottate nella Tenuta – dalla coltivazione di graminacee e piante mellifere al mantenimento delle siepi e dei prati umidi – favoriscono la biodiversità e sostengono il ciclo vitale di molte specie. In collaborazione col Centro Ornitologico Toscano (Cot) e la supervisione di esperti naturalisti, la Tenuta coadiuva e svolge attività di ricerca e monitoraggio: censimenti annuali dell’avifauna, studi su anfibi, rettili, coleotteri e lepidotteri, analisi della qualità dell’acqua e del suolo, e osservazioni sulla resilienza degli habitat. La gestione quotidiana della Riserva include anche azioni concrete di tutela, come il ripristino delle aree allagate, la costruzione di piccoli ponti sui canali, la predisposizione di nidi per ghiandaie marine e altri uccelli e la raccolta di materiali plastici e rifiuti sull’arenile, dove vengono lasciati legname e posidonia per favorire la funzione anti erosiva. “Più un’area è ricca di specie, habitat, relazioni e interazioni, più questa sarà resiliente – spiega Matteo Tamburini, responsabile del piano di gestione degli ecosistemi e coordinatore delle attività educative di Tenuta San Guido – con le nuove iniziative vogliamo offrire alle persone, e in particolare ai più giovani, la possibilità di
osservare e comprendere da vicino la biodiversità, perché la responsabilità verso il territorio diventi parte della nostra cultura quotidiana”. Le visite guidate del Rifugio, dedicate all’educazione ambientale, alla sostenibilità e alla tutela della biodiversità, sono possibili da novembre ad aprile, nel periodo in cui le zone umide raggiungono la loro massima vitalità e ospitano numerose specie svernanti. Così l’iniziativa offre ai visitatori l’occasione di osservare da vicino gli ecosistemi naturali, favorendo una maggior consapevolezza e senso di responsabilità verso l’ambiente. L’accesso è riserva-
to a piccoli gruppi di massimo 15 persone, sempre accompagnati da guide ambientali qualificate, per garantire un’esperienza rispettosa, non impattante e in piena armonia con la natura. Le visite sono aperte a privati e famiglie una domenica al mese, a birdwatcher e fotografi naturalisti due venerdì al mese, a tour operator e gruppi organizzati in base alla disponibilità. Un’attenzione particolare è rivolta alle scuole primarie del territorio (classi quarte e quinte), coinvolte in un programma educativo innovativo, che alterna attività in aula e laboratori all’aperto, in cui il gioco diventa strumen-
to di conoscenza e contatto con la natura. Tutte le esperienze sono su prenotazione, senza numero minimo di partecipanti e concepite per offrire un’esperienza autentica e coerente con la filosofia di Tenuta San Guido: conoscere per custodire. E raccontare una storia, come quella che si tramanda di generazione in generazione alla Tenuta San Guido, di amore per la natura e per un territorio, quello di Bolgheri, che, nell’ultimo secolo, ha dato vita a uno dei cavalli più forti di tutti i tempi, a una delle più importanti e longeve associazioni ambientaliste al mondo e a uno dei più grandi vini di sempre.
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APPUNTAMENTO
Soave daniela fabietti
Appuntamento Soave, tenutosi lunedì 8 settembre al Circolo Ufficiali di Verona, è l’evento organizzato dal Consorzio di Tutela del Soave, dedicato alle migliori interpretazioni dell’iconico bianco italiano. L’evento, alla sua seconda edizione, vuole essere insieme l’occasione per fare il punto sulla denominazione e sulla versatilità del vino Soave e nello stesso tempo porsi come momento di riflessione e analisi su temi che, partendo dal vino, hanno immediati collegamenti con l’attualità, il costume, la società. Oltre quaranta le aziende associate al Consorzio che hanno preso parte alla giornata e hanno messo in degustazione le loro differenti interpretazioni di Soave, sia fresco che più evoluto, sulla terrazza più bella di Verona, a testimonianza di come l’eleganza, elemento distintivo per eccellenza nel vino Soave, sia riscontrabile sia nei vini d’annata che nelle referenze con
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qualche anno d’affinamento in bottiglia. Soddisfazione da parte delle aziende per il numeroso pubblico, attento e qualificato, che ha preso parte all’evento. L’ampia presenza di ristoratori, operatori di settore, stampa specializzata e appassionati ha testimoniato la bontà del format di una sola giornata, con attività suddivise per target, così da assicurare ai partecipanti la possibilità di lavorare e approfondire la conoscenza del Soave e della sua zona di produzione. Contemporaneo, autoctono, elegante sono stati gli aggettivi che spesso sono tornati nel corso della giornata, a partire dai quali hanno preso il via masterclass e seminari, con ampio spazio anche per l’analisi del po-
STARE “IN ASCOLTO” PER ESSER PRONTI AI CAMBIAMENTI tenziale evolutivo che caratterizza il Soave. Eleganza che nel Soave si riscontra sia quando si è di fronte a un calice d’annata, più fresco e fruttato, sia quando si è di fronte a un calice più evoluto, con rimandi alla mineralità e ai sentori terziari. Successo per il seminario formativo della mattina, “Il Soave, dalla freschezza alla longevità” curato da AIS, con una approfondita lezione sul Soave, tenuta da Alberto Toffanello, miglior sommelier del Veneto 2025, fortemente voluto dal Consorzio del Soave, nella convinzione che aggiornamento e formazione siano essenziali per essere dei buoni ambasciatori del vino Soave, in grado così di divulgare il patrimonio che sta
dietro ogni singolo calice. Sold out per la successiva masterclass “Soave Seven, dalla freschezza alla longevità”, guidata da Jeff Porter, firma di Wine Enthusisat, e rivolta a ristoratori, operatori e stampa specializzata con l’obiettivo di raccontare le differenti anime del Soave in una sorta di viaggio trasversale prima da ovest, suolo calcareo, a est, suolo vulcanico e poi dalle annate più fresche, vibranti da godere subito, fino a quelle più evolute, lontane anche più di 10 anni dalla vendemmia, a dimostrazione di come il Soave sia un vino dotato di una forte capacità d’evoluzione nel tempo: «Il Soave è in un momento ideale per imporsi come grande bianco internazionale – a detto Jeff Por-
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ter – grazie alla sua qualità e capacità di emozionare. I consumatori globali chiedono freschezza, autenticità e cultura dietro il vino. Negli USA la sfida è il posizionamento, poiché i vini italiani costano spesso troppo rispetto ad alternative locali o di altri paesi. La chiave sarà unire qualità, narrazione culturale e politica di prezzo sostenibile». Quello che è emerso con forza dai calici è che il Soave, il vino della denominazione bianchista più grande del Veneto, è buono subito e buono dopo un affinamento di diversi anni. Notevoli gli spunti emersi durante la tavola rotonda “Soave: autentico, autoctono, contemporaneo”, moderata da Luciano Ferraro, vicedirettore del Corriere della Sera, dove, partendo dal vino, si sono affronti argomenti di stretta attualità, dalla situazione economica e politica internazionale alla rivoluzione nel modo d’approcciarsi al cibo e alle bevande tra i consumatori più giovani, risultato di contaminazioni culturali a livello globale. «Siamo molto contenti per l’esito di Appuntamento Soave – ha commentato Cristian Ridolfi, presidente del Consorzio del Soave – che riporta il nostro vino nel centro storico di Verona e
Cristian Ridolfi, presidente Consorzio Soave
che ha visto una partecipazione ampia e trasversale, dai ristoratori ai sommelier fino al pubblico di appassionati. Accanto a questo risultato, rileviamo un numero crescente di aziende che, con la loro partecipazione, credono nella bontà di questo format e rinnovano la loro fiducia al Consorzio e al
ropa in generale. In questa fase che potremmo definire di ‘temporaneo smarrimento’ è saggio rimanere “centrati”, in ascolto della propria identità e del proprio valore, per capire. Chi fa vino è, per definizione, radicato alla terra e questo viene certamente in aiuto. Non si tratta di restare fermi, quanto
suo operato, promuovendo le politiche di gestione della denominazione realizzate negli ultimi tre anni, alla luce degli attuali trend di mercato. È un momento molto particolare quello che sta vivendo il vino italiano, e l’Eu-
semmai ‘in ascolto’ dei venti di cambiamento, cercando di capirli e gestirli, senza il rischio di subirne le conseguenze in maniera pesante. Fino a qualche anno fa produrre vino era un “atto agricolo”. Oggi produrre vi-
no, ma in generale fare agricoltura o impresa, è un “atto politico” perché quando si fa vino non si può più prescindere da considerazioni di politica internazionale. Il calo dei consumi, le barriere doganali, i conflitti, sono tutti elementi che certamente non aiutano il naturale e sano fluire dei mercati. Ma ricordiamoci una cosa fondamentale: tutto si basa sulla legge della domanda e dell’offerta e da lì non si può prescindere. È una legge aurea. Possono entrare in gioco ideologie, estremismi, protezionismo o barriere doganali. Certo, nel momento contingente creeranno danni a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri, ma poi, nel medio-lungo periodo, il flusso dei comportamenti umani tornerà a fluire in maniera spontanea e armonica proprio perché “è naturale” che sia così. Ed è qui che gli imprenditori si giocano una grande partita. L’imprenditore è colui che, per definizione, sa trovare un vantaggio, una propria ragione di esistere e di operare, anche nei momenti più complessi e sfidanti. Anzi, talvolta è proprio in quelle occasioni che arriva per alcuni il colpo d’ala. Guardiamo al presente dunque: si consuma meno vino, si cercano vini a bassa gradazione, si riduce il potere di acquisto delle persone, a causa dell’inflazione? Bene: andiamo a proporre a questo mercato un vino che sia a gradazione alcolica più contenuta, che si sposi con piatti leggeri e che sappia fondere in sé identità, qualità e valore».
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La nuova cantina di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli ad Agerola
TERRAZZA SULLA COSTIERA AMALFITANA 25 anni di Fiorduva, vino estremo, figlio prediletto di questa agricoltura eroica andrea cappelli foto bruno bruchi Lo scorso agosto i terrazzamenti agricoli di limoneti, vigneti e uliveti della Costiera Amalfitana, arroccati su ripide terrazze, dove le secolari comunità agricole hanno modellato un suggestivo paesaggio di limoneti, ulivi e vigneti affacciati sul mare, frutto di una ‘agricoltura ‘eroica’, sono iscritti ufficialmente nel prestigioso “Patrimonio Agricolo Mondiale”, entrando nel novero delle eccellenze mondiali riconosciute dal programma internazionale GIAHS (GIAHS – Globally Important Agricultural Heritage Systems) della FAO, istituito nel 2022 per identificare e salvaguardare quei siti agricoli che sono unici nel mondo per la loro sostenibilità e biodiversità, ma anche per le loro pratiche tradizionali e distintive di una certa località. La Costiera Amalfitana non è infatti solo una meta turistica, ma il risultato di un’opera collettiva secolare in cui la comunità ha trasformato pendii scoscesi e terre difficili da coltivare in giardini sospesi sul mare, resi possibili da migliaia di muretti a secco e da un sistema di terrazzamenti che ancor oggi garantisce produzioni agricole di altissima qualità. Questi terrazzamenti, una verde cascata, frutto del rapporto
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tra uomo e natura, che si tuffa nel blu cobalto del mare, raccontano la storia di una resilienza agricola: generazioni di contadini hanno adattato il paesaggio, creando una sintesi armoniosa tra ambiente e coltivazioni. Dai limoni di Amalfi, celebri in tutto il mondo e materia prima per il tradizionale limoncello, ai vitigni autoctoni che danno vita a vini
bianchi e rossi di pregio, fino agli uliveti che forniscono un olio apprezzato a livello internazionale. Ogni pietra, ogni filare e ogni pianta testimoniano il legame indissolubile tra uomo e natura. Se nel mondo i siti riconosciuti sono 102 in 29 paesi, per l’Italia, la Costiera Amalfitana è il terzo riconosciuto, dopo le Colline Vitate del Soave in Veneto e la
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Fascia Olivata di Spoleto e Assisi in Umbria. Un segnale che conferma il ruolo centrale del nostro Paese nella valorizzazione della biodiversità agricola e delle tradizioni colturali radicate nei territori. Il direttore generale della FAO, che, in questo 2025 celebra gli 80 anni, Qu Dongyu, ha ribadito come questi riconoscimenti non siano solo simbolici, ma rappresentano un impegno a sostenere le comunità agricole nel mondo, affinché il patrimonio culturale e agricolo sia protetto e reso motore di uno sviluppo sostenibile: “Questi sistemi dinamici e resilienti incarnano una ricca agrobiodiversità, conoscenze tradizionali, culture e paesaggi inestimabili, gestiti in modo sostenibile da agricoltori, pastori, pescatori e comunità forestali in modo da sostenere i mezzi di sussistenza locali e la sicurezza alimentare. Ma la Costiera amalfitana è anche ricca di biodiversità, con oltre 970 specie vegetali, tra cui la rara flora mediterranea. E le donne svolgono un ruolo chiave, contribuendo al lavoro agricolo e alle tradizioni di questo sistema. Il si-
Marisa e Andrea
stema a terrazze è anche un sito riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità e funge da potente esempio di agricoltura mediterranea di montagna sostenibile”. Secondo Qu, tali sistemi offrono soluzioni concrete per garantire a tutti “un futuro alimentare migliore”. “La Fao è onorata di dare il benvenuto a questi nuovi eccezionali siti nella famiglia dei Sistemi del Patrimonio Agricolo di Importanza Globale. Ogni sito è una testimonianza dell’ingegnosità e della resilienza delle comunità rurali e agricole, mostrando pratiche agricole sostenibili che sono state attentamente mantenute e adattate nel corso delle generazioni”, ha dichiarato Kaveh Zahedi, direttore dell’Ufficio per il Cambiamento Climatico, la Biodiversità e l’Ambiente della Fao. Ma, oltre al valore culturale, questo riconoscimento ha un peso concreto sul piano economico e sociale perché innanzitutto rafforza il brand made in Italy, poiché prodotti come i limoni Costa d’Amalfi IGP, i vini e l’olio extravergine locale possono beneficiare di maggiore visibilità internazionale. In secondo luogo, rappresenta un incentivo al turismo rurale ed enogastro-
nomico, che oggi attira già migliaia di visitatori, interessati non solo alle spiagge e ai borghi, ma anche alle esperienze legate alla cucina tradizionale e alla coltivazione della terra. Inoltre, il riconoscimento della FAO contribuisce anche rafforzare la consapevolezza sull’importanza della manutenzione del paesaggio e delle tradizioni tipiche. Le terrazze costruite con muretti a secco, a esempio, non hanno solo un valore estetico, ma sono infrastrutture vitali che prevengono il dissesto idrogeologico, prevengono l’erosione, stabilizzano e trattengono il terreno a regolare l’acqua piovana e la temperatura permettendo di coltivare in condizioni difficili. Così preservarli significa proteggere non solo l’agricoltura, ma anche la sicurezza dei territori e delle comunità. La tutela del patrimonio agricolo non è solo un atto di memoria, ma un investimento strategico per il futuro. In un’epoca di cambiamento climatico, recuperare e valorizzare le pratiche tradizionali – adattate e innovate grazie alle nuove tecnologie – rappresenta una via concreta per garantire la sostenibilità del settore. Il caso della Costiera Amalfitana diventa così un modello, un luo-
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go dove l’agricoltura non è in opposizione al turismo, ma ne diventa parte integrante, arricchendo l’offerta e sostenendo l’economia locale. L’agricoltura eroica di queste terre, fatta di scale ripide, di raccolti manuali e di fatica quotidiana, è oggi riconosciuta come un patrimonio universale, che merita di essere trasmesso alle generazioni future. E se c’è qualcuno che è simbolo concreto dell’applicazione pratica di questi concetti, alle radici della civiltà agricola della Costiera Amalfitana, sono proprio Marisa Cuomo, titolare dell’omonima cantina di Furore, insieme al marito Andrea Ferraioli che da decenni curano vigneti eroici che si arrampicano su terrazzamenti strappati con fatica e sudore alle scogliere che si tuffano nel Mediterraneo della Costiera Amalfitana, abbracciata dai Monti Lattari da un lato, e dal mare dell’altro. “È il suggello all’impegno che i contadini della Costiera Amalfitana mettono da secoli su questo territorio disgraziato e
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bellissimo – commenta Andrea Ferraioli della cantina Marisa Cuomo – grazie alla limonicoltura, che va avanti, ma anche alla viticoltura, che nel Comune di Furore in particolare abbiamo salvato, non solo per le varietà autoctone, ma anche per i metodi di coltivazione che ci vedono infilare le vigne nelle strutture dei muretti a secco, sostenuti da pali di castagno, che rischiavano di andare perdute. Il lavoro dell’uomo, intrecciato con la natura, qui ha generato paesaggi di straordinaria bellezza e valore universale. I limoni, gli uliveti, i vitigni, i muretti a secco e il paesaggio sono stati scolpiti dalla fatica e dalla sapienza contadina e raccontano la storia di una comunità che, da secoli, trasforma il sacrificio in armonia, la terra in cultura, l’agricoltura in patrimonio condiviso. Ma non guardiamo soltanto al passato, dobbiamo costruire un futuro in cui i giovani della Costiera Amalfitana siano protagonisti e scelgano di investire il proprio talento nella terra dei padri e dei
nonni, perché essa è vita, identità, lavoro e grande bellezza”. Ma un’altra grande novità riguarda la famosa cantina Marisa Cuomo in questo scorcio di 2025, infatti è pronta la nuova, imponente e moderna cantina in quel di Agerola, soprannominata “la porta della Costiera Amalfitana” perché da questo paese sui Monti Lattari, posizionato in una conca a 600 metri sul livello del mare, partono sentieri panoramici, il più famoso dei quali è il Sentiero degli Dei, offrendo viste spettacolari sul mare e sui borghi sottostanti. “Gli anni passano, l’azienda cresce e gli spazi tendono sempre a diminuire, così nel 2010 ebbi l’opportunità di acquistare un lotto di terreno nel Comune di Agerola, confinante con quello a Furore, che si trova in un promontorio affacciato sul mare, un altopiano che, con un salto verticale, scende direttamente al famoso Fiordo di Furore. I lavori per la nostra nuova base logistico operativa sono iniziati nel 2019 e abbiamo impiegato ben quasi 7
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anni per concluderli, ma finalmente avremo a disposizione superfici consone a recepire la quantità d’uva che potenzialmente potremmo avere la possibilità di lavorare. Si trova proprio boschi di castagno ceduo di Agerola, soprannominata la ‘piccola Svizzera napoletana’ per l’architettura del territorio, un luogo dove, fino a cinque anni fa, vi erano nevicate consistenti, essendo circondato dai Monti Lattari, che arrivano a 1.440 metri sul livello del mare. All’interno del progetto ho anche riservato un’area di 3.400 metri quadrati a giardino pubblico attrezzato,un piccolo parco con una fontana e un anfiteatro per spettacoli ed eventi. Il lotto dove invece abbiamo costruito la cantina è di 3.000 metri quadrati per una struttura di 5.400 metri cubo con un’altezza alla gronda di 9 metri. L’edifico è ad alta sostenibilità ambientale, infatti il legno delle pareti e delle porte è di recupero e, anche dal punto di vista degli scambi termici, ha una delle massime classificazioni. L’opificio è su 3 piani e, come metri quadrati interni, il piano interrato, dove sono posizionati i serbatoi inox per la vinificazione, l’imbottigliamento e lo stoccaggio delle bottiglie confezionate, sono 2.600; il piano terra, di 650 metri quadrati, con capriate in legno e vetrate serigrafate ispirate alla cultura vitivinicola di Furore, sarà dedicato nella zona centrale alla degustazione dei nostri vini, accompagnata dai prodotti tipici del territorio e poi avremo un salone di 280 metri quadrati dedicato agli eventi selezionati con poltroncine per 70 persone; infine abbiamo il piano superiore ammezzato di 150 metri quadrati, dove è situato l’ufficio direzionale e amministrativo e un appartamento, che utilizzeremo come foresteria, avendo amici e clienti da tutto il mondo che vengono a trovarci. In questo piano abbiamo creato anche 2 terrazzini, uno lato sud-ovest per l’estate e uno lato nord, per la lettura e per fumare un buon sigaro, perciò coperto ma ventilato, utilizzabile anche nelle giornate di temporale. Il progetto complessivo, tra la zona a verde pubblico e la nostra cantina privata, sfiora una spesa di ben 10 milioni di euro, un cifra davvero importante alla quale siamo riusciti a far
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fronte grazie alla banche, che ci hanno consesso fiducia, vista la nostra sempre corretta gestione amministrativa e un rating bancario invidiabile”. Questa nuova cantina la consideri la tua terza e ultima ludica follia imprenditoriale della tua vita... “Nella vita ci deve essere un po’ di pazzia e io ho iniziato a esser considerato matto in paese per la prima volta quando, in occasione del matrimonio, decisi di donare l’azienda a mia moglie Marisa, una cosa che nella Campania di quarant’anni fa non era proprio concepibile, perché nella cultura popolare allora le donne erano legate esclusivamente ai servizi domestici, invece fu un’idea visionaria e vincente, sono stato un antesignano della parità di genere. La seconda fu lo scavo a mano nella roccia per la cantina di Furore, che durò 4 anni, dal 2001 al 2004: avevamo anche allora esigenze di crescita in ordine agli spazi e, essendo lo spazio da sempre un’utopia in Costiera, decisi di rubarlo alla montagna per
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ottenere anche le migliori condizioni per custodire delle barriques. Anche se non vi erano allora i presupposti di solidità economica dell’azienda, decisi di osare e fu l’incipit dello sviluppo dell’immagine e della comunicazione dell’azienda. E l’invecchiamento in legno, insieme al turismo enogastronomico, di cui siamo una destinazione riconosciuta dagli anni Ottanta a livello internazionale, rimarranno nell’opificio storico di Furore”. Ci parli dei numeri attuali della Cantina... “Lavoriamo le uve di ben 43,5 ettari di vigneti con un’età media delle viti di oltre settant’anni, dislocati in 10 dei 13 comuni della doc Costa d’Amalfi, disseminate a macchia di leopardo su tutto l’ecosistema amalfitano con un’eccezionale esposizione al sole e all’azione iodica del mare: circa 22 ettari afferiscono a 86 conferitori, proprietari d’appezzamenti multi parcellezzati, molti dei quali pensionati coi quali negli anni si è instaurato un rapporto sinergico, circa 18 ettari, derivanti da
30 contratti d’affitto, vengono gestiti direttamente da una nostra squadra e circa 3,5 ettari sono di nostra proprietà. La produzione si attesta sulle 200mila bottiglie, per il 70% vini bianchi e per il 30% vini rossi, un numero assolutamente contingentato, viste le vigne spericolate dovute a un forte svantaggio dell’orografia territoriale, da cui provengono le uve con richieste di vini di un tale volume, nonostante l’attuale situazione dei mercati, che non riusciamo mai a esaudire. Una delle mie soddisfazioni personali è che il numero di conferitori cresce, seppur di poco, tutti gli anni, poiché siamo riusciti, con linearità di oltre quarant’anni di lavoro nel mondo del vino, a sconfiggere il muro della diffidenza. Siamo un’azienda che sostiene in tutto e per tutto i contadini, infatti, pagando correttamente le uve, stiamo combattendo l’abbandono dei vigneti nel segno del rispetto del territorio, stiamo ricostruendo le macere, cioè i muretti a secco e di conseguenza
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i paesaggi, anche dal punto di vista della stabilità geomorfologica: mi considero un portatore di valori sani, del rispetto, della famiglia, della serietà e il riconoscimento più importante arriva da tutti gli estimati e gli amici. Infine mi onoro di far parte di una cabina di regia vitivinicola, da me voluta nel 2004, presso la Regione Campania, unica Regione italiana ad avvalersi di tale strumento di concertazione e devo ringraziare davvero le istituzioni regionali, con le quali c’è un dialogo continuo in ordine alle necessità dell’intero comprensorio, per la grande attenzione che riservano al nostro gruppo di produttori, che camminiamo all’unisono e collaboriamo anche per quanto riguarda i mercati”. Ma la tradizione enoica della tua famiglia vanta origini lontanissime nel tempo... “Presso l’attuale agriturismo Sant’Alfonso, che era la casa di famiglia dotata di cappella privata, resiste ancora un enorme torchio vinario risalente al Settecento, costruito col legno di albero di sorbo risalente addirittura al Duecento, che veniva usato per torchiare le uve non solo nostre, ma di tutto il paese. Mi ricordo ancora di nonno materno, Aniello Merolla, un latifondista e produttore di vino, che lavorava a questo torchio”. Ma non ci scordiamo che la vite ha radici antichissime in Costa d’Amalfi, forse riconducibili alla Roma imperiale o a epoca addirittura più remota e anche nel Medioevo la viticultura costituì una fonte di ricchezza, tanto che gli invasori longobardi, per avere la meglio sulle popolazioni locali, non esitarono a distruggere i vigneti, esempio che venne ripreso anche da Carlo d’Angiò, che bruciò le campagne per indurre gli amalfitani a imbarcarsi sulle sue navi. Nell’antichità sempre la mancanza di terreni disponibili suggerì l’impianto su sostegni vivi (di solito mandorli, noci o nespoli), ai quali legare lunghe pertiche, cosicché l’uva crescesse e maturasse insieme ad altri frutti in una sorta di vigneto-frutteto. Successivamente ancora la natura rocciosa del territorio, geograficamente impervio ed estenso per lo più in altezza, portò a preferire la coltivazione su pergolato, una sorta di griglia costituita da un incrocio di pali intorno ai quali, a
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2 metri dal suolo, trovano spazio i germogli. Divisi per spessore e altezza, privati della corteccia, allineati su più file come soldati in parata, i pali di castagno sono il primo avamposto di quella geometria d’ingegnosi pergolati che dall’alto di Agerola degradano verso Furore in una specie d’architettura aerea, abbracciata dal blu del mare e del cielo. Un sistema dagli incerti confini tra il vigneto e l’orto che offriva 2 vantaggi: sfruttare il terreno sottostante la vigna per altre coltivazioni e mantenerlo fresco durante i periodi di gran calura, evitando così il rischio di stress idrico per la vite. Ma il problema di sempre è stato quello di reperire la terra in un territorio che, dall’alto dei Monti Lattari, precipita letteralmente a mare con pareti rocciose massicce e compatte, chiuse in anfratti e forre di gran suggestione, ma decisamente impraticabili. Come disse qualcuno “l’abitante della costiera Amalfitana è un contadino e un pescatore per riuscire a sopravvivere”. Qui la millenaria tenacia ha aggredito la roccia dolomitica fino a dentellarla in una serie di stretti terrazzamenti retti da muretti a secco, le cosiddette “macere”, costruite pietra su pietra senza malta: un magistero di civiltà contadina che trova riscontro solo in 2 altre realtà italiane, la Valtellina e le Cinque Terre. Le prime notizie sulle macere si hanno a partire dal 600 d.C. e alcuni di quei primitivi muri non sono ancora crollati e non vi cresce l’erba, al contrario di quelli moderni, infatti ancor oggi la tecnica costruttiva rimane sconosciuta. Costruiti i terrazzamenti, c’è stato da portare lassù la terra a spalla, una fatica immane che ha mobilitato nel tempo l’intera comunità. Larghi in media non più di 5 metri, i terrazzamenti presentano un profilo irregolare imposto dall’anarchia della roccia, ospitando in media 4 filari. Minuscoli fazzoletti di terra dove da tempi immemori si pratica un’agricoltura eroica, figlia della laboriosità dell’uomo che, di generazione in generazione, da sempre si passa il testimone di una salda filosofia di gestione integrata del territorio. Terre emerse dal mare nell’era Mesozoica dopo lo scontro delle faglie tettoniche africana ed europea, infatti qui il Mediterraneo ha gli abissi più
profondi, che si trovano fra la Costiera Amalfitana e Capri, arrivando a ben 3.400 metri di profondità. E va aggiunto che la natura vulcanica del terreno – le eruzioni del Vesuvio hanno diffuso a lungo raggio una spessa coltre di microrganismi – ha impedito l’attacco della fillossera e quindi permesso la conservazione delle viti su piede franco, senza alcun tipo d’innesto. Di qui la sopravvivenza di piante anche ultracentenarie di vitigni autoctoni strettamente connessi non solo al terroir, ma
alle tradizioni e oggi considerati fra i più preziosi per l’enologia campana. La Costa d’Amalfi, da Vietri a Positano, con la sua particolare configurazione, gode di una straordinaria scenografia e felici condizioni microclimatiche: lambisce il mare con un’andatura da merletto antico e svetta verso il cielo con le cime dei monti, dove la strada s’avvita in una serie di tornanti scavati nei fianchi della montagna. Far vino qui ha sempre significato raggiungere un sapiente dosaggio fra le uve allevate con una composizione che non aveva regole fisse, affidata alla sapienza del vignaiolo e alla sua antica confidenza nel
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gestire il processo di vinificazione, tutto nel segno dell’empiria, regolato solo dalle notti di luna e dalla fiducia nel proprio istinto. La millenaria continuità di queste viti fino ai giorni nostri ha avuto finalmente la propria consacrazione conquistando la doc nel 1995, sotto la denominazione “Costa d’Amalfi” con le 3 sottozone di Furore, Ravello e Tramonti, le aree più tradizionalmente vocate. Ma Furore disorienta, chi arriva per la prima volta chiede sempre “Il paese dov’è?”: è sparso, come un pugno di coriandoli, lungo pergolati e limoneti che scendono fino al fiordo, baia romantica dove fu girato il film “Amore” di Roberto Rossellini. Il territorio comunale è costituito da strette valli che scendono verticali, potrebbe sembrare un’infinita scalinata che parte dal mare
fino a raggiungere la sommità del borgo a 650 metri s.l.m.. Anche le viti qui hanno imparato che tutto il suolo della Costiera bisogna conquistarlo palmo a
Il vecchio torchio di famiglia del Settecento
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palmo con pazienza e tenacia, così, nate nella roccia, crescono a parete per sdraiarsi poi sulla terra. Proprio a Furore, dove “lo spazio è spesso pura utopia”, si trovano le cantine Marisa Cuomo con una suggestiva storia alle spalle: è il 1980 quando Andrea Ferraioli, poco più che ventenne, discendente di un’antica famiglia di vinificatori locali, cresciuto tra il profumo del mosto e coltivando il sogno di custodire le viti striscianti sui dirupi a picco sul mare, decide di rilevare la “Vini Gran Furor Divina Costiera”, marchio risalente addirittura al 1942, e nel 1982 ne fa il proprio regalo di nozze a Marisa, bellezza italo-bosniaca con alle spalle una storia familiare degna d’un romanzo – 7 sorelle (lei è la quinta) e 6 fratelli – oggi volto e anima della cantina. Quell’anno per Andrea e Marisa segnò l’inizio di un’avventura complicata ma affascinante: produrre vini in luoghi d’incomparabili bellezze naturali, ma estremi sotto il profilo vitivinicolo. Per circa quarant’anni, dal 1942 al 1980, il Gran Furor Divina Costiera era stato vinificato alla buona con un’etichetta dove campeggiava un bel grappolo dorato e la denominazione a caratteri vagamente Liberty, prodotto sicuramente genuino ma destinato a cercare il suo mercato altrove perché a Furore non c’era famiglia che non facesse vino. Marisa, donna di polso e gran lavoratrice, col fondamentale supporto del dinamico e vulcanico Andrea, si tuffa nell’impresa, dando vita a una cantina d’avanzata tecnologia per vinificare al meglio, diventando in tempi brevissimi una delle più conosciute produttrici del centrosud. La prima etichetta è del 1983, inizi difficili, ma carattere e determinazione non mancavano, comunque era tempo di metter da parte empirismi e dilettantismi, puntando alla qualità senza indugi per affermarsi e competere sul mercato. La partenza fu affidata alla riqualificazione del vigneto prima e della cantina poi: un’opera paziente, quasi fideistica, condotta con gran oculatezza e consapevolezza di dover coniugare le esigenze di salvaguardia del prezioso patrimonio ereditato ai bisogni d’ammodernamento imposti dalle continue evoluzioni della tecnica vitienolo-
gica. A far crescere conoscenza e organizzazione interviene dal 1995, perciò da ben vent’anni, la fondamentale consulenza ed esperienza del professor Luigi Moio, ordinario di Enologia presso l’Università Federico II di Napoli, detto in Campania “lo poeta enologo”,
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considerato uno dei grandi maestri dell’enologia italiana. Così il prestigio dell’azienda cresce negli anni, scandito però sempre dal quotidiano lavoro in
La famiglia Ferraioli nella nuova cantina
vigna, portato avanti con la consapevolezza contadina che solo “chi lavora, aspetta premio”. Si forma un terzetto imbattibile, perfettamente integrato e capace di dare anno dopo anno un forte scossone alle classifiche dei vini più premiati, vale a dire 2 vignaioli con l’or-
goglio di far vini che abbiano una sicura identità e siano espressione del territorio e il guru dell’enologia meridionale, che, dall’alto della sua scienza e di una capacità creativa che ha pochi riscontri, ha firmato il successo dei migliori vitigni autoctoni del Sud. Il sogno di cu-
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Processione ad Atrani
stodire le viti nella roccia – i bianchi Coda di volpe, Biancazita, Biancatenera, Ripoli, Fenile, Ginestra, San Nicola, Pepella e i rossi Per’e palummo, Piedirosso, Aglianico, Serpentario e Tintore – approfondirne la conoscenza e ottenerne vini dalla sempre più elevata qualità, diventa realtà. Al fascino del territorio va aggiunta la misteriosa cantina, scavata insinuandosi nella nuda roccia madre della montagna per avere perennemente e naturalmente la freschezza e il grado d’umidità ideale per l’affinamento dei vini, che qui in Costiera hanno una complessità immensa. La gamma è divisa in 9 etichette cariche di storia e suggestioni, dai classici Furore Bianco (55mila bottiglie da Falanghina e Biancolella) e Furore Rosso (20mila bottiglie di un blend paritetico di Per ‘e Palummo e Aglianico), di cui viene fatta anche la versione Riserva in settemila pezzi che passa 12 mesi in barriques nuove di rovere francese, alle 10mila bottiglie di Ravello Bianco e alle 6.000 di Ravello Rosso Riserva (Piedirosso 70% e Aglianico 30%) d’indiscussa personalità. Inoltre vengono commercializzate sotto la doc Costa d’Amalfi 21mila bottiglie di rosso, 25mila di rosato e 38mila di bianco, vini dai profumi freschi, morbidi e ben equili-
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brati. Vino icona dell’azienda il complesso, fine, elegante, solare e pluripremiato “Fiorduva”, di cui la prima etichetta risale al 1998 e venne rilasciata sui mercati nel 2000, mitico anno del Millennio, originale espressione del terroir, oggi prodotto in 21mila bottiglie, bianco simbolo della vitivinicoltura di montagna. Le uve surmature da sole viti prefillossera a piede franco – le più giovani hanno almeno 50 anni, le più vecchie superano i 130 anni d’età – di Fenile 30%, Ginestra 30%, Ripoli 40% vengono raccolte manualmente e giungono in cantina integre. Dopo una pressatura soffice il mosto fiore, previo illimpidimento statico a freddo, fermenta alla temperatura di 12°C per circa 3 mesi in barriques di rovere, dove sosta poi per altri 6 mesi per concludere l’affinamento per quasi un anno in bottiglia. Raro impasto di sfumature cromatiche che vanno dal giallo dorato carico con riflessi oro al verdolino, al naso la menta e il miele si sposano con la buccia d’arancia in un susseguirsi di fiori di ginestra e sussurri di frutta esotica su uno sfondo aromatico di macchia mediterraneo con erbe aromatiche in bell’evidenza. Al palato è denso e caratterizzato da un’importante persistenza d’albicocca secca, uva passa e canditi, mentre il lungo finale è pervaso da salinità marina e minerale roccioso. Intrigante anche l’etichetta, anch’essa
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legata alla storia e alla cultura del territorio, rifacendosi al vedutismo napoletano, diretto discendente della famosa Scuola di Posillipo, che diede vita a una vasta schiera di disegnatori e “pittori di strada”. Costoro, utilizzando semplici fogli di carta e stemperando i colori con la chiara d’uovo, realizzavano le “gouaches” con le vedute di Napoli e dintorni. Il vino a Furore ha tradizioni antiche, ma che si sarebbero certamente perdute se la caparbia volontà di Marisa e Andrea non le avesse recuperate: si trattava anche di passare da un prodotto per uso domestico e per una ristretta circolazione nell’ambito della Costiera a un vino capace d’imporsi a livello nazionale e oltre. Marisa, col riserbo schivo che la distingue, omette di raccontare la fatica e il sacrificio profusi per raggiungere una qualità in grado d’affermarsi e competere sul mercato internazionale, ma c’è Andrea, dalla loquacità tipicamente partenopea, a parlare dell’enorme impegno che ancor oggi affrontano: “L’idea d’intraprendere questo percorso nacque proprio nelle notti subito dopo il matrimonio, quando capii che mia moglie era una donna forte e dolce allo stesso tempo, con la quale potevo costruire un importante e sinergico rapporto lavorativo – racconta Ferraioli – comunque fare agricoltura in questa terra è stato molto difficile, per una donna poi
I pomodorini del piennolo
lo è stato ancor di più, coi preconcetti che quarant’anni fa ancora aleggiavano del nostro Sud. Altro elemento che comprometteva il lancio di un’azienda agricola era il sistema economico incentrato più sul turismo che sull’agricoltura, infatti il mercato del vino era ancora molto involuto. Fin da quando ero piccolino sono abituato ad alzarmi da letto, affacciarmi alla finestra e guardare in profondità dove cielo e mare si confondono e solo il profondo sentimento verso la terra natia mi ha permesso di trovare sempre le forze per andare avanti. Quello che abbiamo fatto era sicuramente più facile e agevole farlo altrove, ma farlo qui ci ha dato una soddisfazione impagabile”. Infatti ora bisogna parlare del problema vero di queste zone ovvero la difficoltà di trovare vigneti o spazi vitabili. Qui infatti molti sono gelosi della propria terra, magari abbandonata ma ereditata nel tempo dalla famiglia e di conseguenza difficile da veder passare nelle mani di qualcun altro. A questo problema Andrea Ferraioli è riuscito a trovare una corretta soluzione, riuscendo a collaborare cogli agricoltori del luogo che da soli non riuscirebbero a gestire le proprie vigne e di cui la Cantina Marisa Cuomo si prende cura in ogni passo
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della filiera. Un ruolo non semplice, ma fortemente voluto proprio per mantenere viva la tradizione vinicola locale e non perderne l’alto valore storico. Credo che gran parte del merito derivi dalla capacità di Andrea di non arrendersi mai: coinvolgere i vignaioli della zona è uno dei più grandi risultati che in questo luogo si possano raggiungere. Così, attraverso il recupero dei vigneti e la manutenzione dei terreni, non si arriva solo a produrre vino, ma si rispetta il valore culturale del terroir, considerando che la vite negli ultimi decenni rischiava di scomparire, proprio a causa della difficile situazione. “Il segreto del nostro successo sono state alcune azioni incoscienti dal punto di vista imprenditoriale, in primis l’aver adottato
un arredo paesaggistico, le nostre pergole, tutte lavorate solo con la zappa, hanno una funzione estetica di valorizzazione del territorio anche in termini turistici. Seppur bisogna dire che il dilagare del turismo in Costiera ha creato problemi all’agricoltura drenando manodopera e causando l’abbandono della terra. Noi abbiamo creato le condizioni per un’inversione di tendenza, infatti c’è un forte ritorno all’agricoltura e per questo siamo stati decantati come costruttori di paesaggi, ma l’abbandono è dietro l’angolo, noi cerchiamo d’andare oltre ogni limite perché non prenda il sopravvento. Il vigneto medio è di circa 2.500 metri quadrati, dal punto di vista gestionale è molto dispersivo, e il vantaggio che diamo ai
un sistema agricolo incentrato sul contadino artigiano che si stava esaurendo. Un’economica a filiera corta, basata sull’etica della dedizione al lavoro e una filosofia di gestione integrata che ha permesso un recupero paesaggistico, restaurando antichi ceppi che hanno resistito tantissimi anni alla siccità e al degrado. “Sono un tipo molto aperto al sociale e negli anni ho investito molto sul territorio sostenendo chiunque avesse un pezzetto di terreno, anche improduttivo, magari regalando pali di castagno affinché il paesaggio fosse conservato. I vigneti – conclude Andrea – devono esser visti anche come
contadini, oltre a pagare maggiormente l’uva rispetto alle media di mercato, è quello di ridurre a zero la burocrazia, pensiamo noi a tutto per loro conto. Certo ho dovuto smantellare diffidenze e gelosie ataviche tipiche della gente del Sud, ma da qualche anno finalmente non trovo più difficoltà ad avere vigne in affitto. Siamo al presidio della filiera vitivinicola ormai da tanti anni e solo sostenendo i tanti produttori di questo territorio svantaggiato, con rese bassissime e meccanizzazione zero, si creano le condizioni per un’economia reale e si può pensare al futuro. Abbiamo dato l’opportunità di ritornare a coltivare a tanti proprietari dell’entroterra, così il nostro operato ha condizionato in maniera positiva il territorio, spingen-
Furore
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dolo verso la qualità e l’identità”. Perché ti definisci l’Ulisse dei tempi moderni? “Odisseo arrivò nell’isola delle Sirene, che nella leggenda era davanti alle nostre coste e, per non cedere alle loro lusinghe, si fece legare all’albero maestro della nave e face tappare le orecchie a chi remava, così anch’io non mi sono fatto mai ammaliare dalle sirene, che sono le mode facili dei vitigni internazionali e del miglior vino a tutti i costi. La qualità è sempre soggettiva e frutto di un’interpretazione sensoriale, il miglior vino non esiste, mentre è importante trovare nel bicchiere le espressioni del territorio, così da non poterlo confondere con altri vini nazionali o internazionali. Sul tema avuto sempre le idee chiare, sono un conservatore per eccellenza perché questi sono i dettami dei miei nonni. Ci sono tantissimi grandi vini e un vino diventa grande per la sua unicità e noi abbiamo unicità sia a livello geomorfologico che di sistemi d’allevamento”. In questa bella storia di vino possiamo proprio dire che galeotto fu l’amore fra Andrea, che ha quasi una febbre di vita, e quella gran donna di Marisa, cementato poi dai figli Dorotea e Raffaele – per i genitori “il raccolto più bello di oltre 40 anni di vita e di vino” – che portano entrambi il nome dei nonni e, ormai grandi, sono anch’essi già attivi in cantina e coinvolti nella valorizzazione del territorio, oltre ad aver entrambe già assicurato alle cantine Marisa Cuomo la continuità della terza generazione coi 5 nipoti Alice, Lavinia, Pierluigi (figli di Dora), Andrea e Marisa (figli di Raffaele). Una bella famiglia di convinti vignaioli che con un’opera paziente mantengono saldo il ruolo fondamentale di “custodi” del paesaggio, portando solo a termine il lavoro della natura. Come disse Luigi Veronelli alla fine degli anni Novanta: “Marisa ed Andrea producono un vino appassionato, che sa di roccia e di mare, ne ho camminate le vigne e ne ho assaggiato ancora, un capolavoro di magici equilibri”. Per chi ama la Costiera – lingua di roccia calcarea protesa sul mar Tirreno, sfondo di una delle più belle scenografie naturali al mondo, questi vini sono pure emozioni!
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DALLA CORTE DEI RE BORBONE AL PROGETTO DELL’ALTA CAMPANIA
Gli intriganti vini dell’antica Ben documentate sono le storiche radici della millenaria famiglia degli Alois, che discende dal longobardo Aldelgisio, uomo insigne e sagace, che visse nella seconda metà del secolo IX d.C.. D’origine francese, la famiglia si divide nel tempo in 2 rami e 2 direzioni: Spagna e Caserta, dove giunge nella prima metà del Quattrocento, vivendo poi “more nobilium” e godendo del titolo comitale in Capua, Caserta e Napoli. Numerosi documenti attestano questa discendenza e mostrano come gli Àdelgisii, mutando e rimutando la forma del loro cognome, si siano chiamati nel tempo de Aloisio o de Loysio e in ultimo de Aloys o Alois. Stanziatasi nella Caserta medievale nella prima metà del Quattrocento,
svolsero la propria attività tra Napoli e Caserta. Nella parte alta del borgo di Piedimonte di Casolla è sito l’avito palazzo di famiglia, la cui struttura a corte rurale riprende a pieno gli stilemi delle corti palatine diffusesi nel Quattrocento e al cui interno è ancora visibile un affresco raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Sebastiano e Rocco. Ma maggiormente gli Alois dimoravano nel loro palazzo di città a Napoli, nel quartiere San Lorenzo, nell’attuale vico San Nicola dei Caserta, presso la chiesa di San Nicola a don Pietro, su un arco detto Supportico dei Caserta. La famiglia Alois era così in vista in Campania, che intrattene rapporti con le più importanti famiglie nobiliari napoletane e instaurò legami matrimoniali con le più potenti casate del regno borbonico, come quella dei Caracciolo: Loysius Alois, che elevò, nel 1508, la tomba nella Cattedrale di Caserta vecchia a suo fratello
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famiglia Alois
Marco Antonio, attualmente visitabile nella suddetta Cattedrale, sposò infatti la nobildonna Ippolita Caracciolo, evento immortalato in una lapide presente nella chiesa di Donnaregina di Napoli. E suo figlio Giovan Francesco, nato nel 1510, sposò la nobildonna Isabella Caracciolo, da cui ebbe ben 5 figli: Ippolita, Beatrice, Luigi, Orazio e Giovan Battista. Giovan Francesco fu un noto letterato napoletano ed ebbe maestri molto in vista, legandosi in amicizia a numerosi umanisti del tempo. E proprio all’interno degli ambienti umanistici napoletani, Giovan Francesco Alois assunse l’appellativo di “Il Caserta”, dalla provincia nella quale la famiglia, ricca e nobile, possedeva grandi estensioni di terre. Morì il 4 marzo 1564, condannato a morte dalla Santa Inquisizione per le sue idee riformate, ma gli fu concesso il privilegio, da tutti invocato, ma raramente concesso, e solo perché era di rango nobile, di esser decapitato e poi bruciato per evitare le pene del rogo,
al quale venivano condannati i comuni eretici. Alla sua esecuzione seguì un periodo, per quanto breve, di meditazione e organizzazione di una sommossa rivolta contro il commissario dell’Inquisizione e i suoi aiutanti a Napoli. L’episodio è citato anche da Benedetto Croce nel libro “Vite di Avventure, di Fede e di Passione”, che omaggiò Giovan Francesco Alois per aver avuto il coraggio d’immolarsi per una giusta causa di fede. Altri ancora saranno gli Alois ricordati negli annali della storia nel corso del Cinquecento, come Giambattista, caduto combattendo contro gli spagnoli, che volevano introdurre in Napoli l’inquisizione di Spagna. Ma quest’antichissima famiglia, nel dispiegarsi dei lustri, è sempre riuscita a produrre uomini che ne hanno reso illustre il nome nei pubblici impieghi, nell’abito ecclesiastico, nel servizio militare e nelle professioni liberali. Senza scordare che gli Alois sono anche una gran dinastia imprenditoriale, che ha visto come
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capostipite dell’arte familiare di produrre stoffe al telaio l’avo Francesco. Fu nel periodo borbonico che gli Alois cominciarono a cimentarsi con la produzione di stoffe, secondo la tecnica Jacquard voluta da Ferdinando IV, continuando la tradizione serica con Francesco, primo esponente a possedere un’attività di proprietà nel 1863, dedicandosi, inoltre, alla coltivazione della terra, prendendo poi in fitto nel periodo fascista la vecchia tenuta dei Borbone
sul Monte Briano, in cui insistevano 2 vigne: la Vigna di San Silvestro e la Vigna del Ventaglio. Dal censimento effettuato nel 1863 dalla Casa Reale piemontese con lo scopo d’effettuare una ricognizione sull’industria del Regno, si evince infatti che già all’epoca l’azienda degli Alois aveva 5 telai e 5 dipendenti. Molto probabilmente Francesco Alois si era messo in scia alle linee imprenditoriali dettate dalla precedente dinastia regnante in Napoli, che alle
porte di Caserta aveva creato un “Real Sito, una Colonia d’Artisti stabilita nel 1789 dall’augusto Ferdinando IV per promuovere fra noi la manifattura della seta, emulando in così nobile impegno il famoso Ferdinando I d’Aragona, il quale molto si adoperò ad introdurre nel regno di Napoli questa sorta di lavoro”, scriveva Ferdinando Patturelli nel 1826. Ne nacque quello che ancor oggi è lo splendido complesso monumentale del Belvedere di San Leucio, a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta, il parco magnifico a modello di Versailles, figlio del sogno utopico di re Ferdinando di dar vita a una città ideale, una comunità autonoma (chiamata appunto Ferdinandopoli), popolata da giovani del luogo mandati in Francia ad apprendere l’arte della tessitura per poi lavorare negli stabilimenti reali, così da eguagliare e superare la
bellezza dei tessuti di seta prodotti a Lione: lampassi, taffetà, damaschi, liseré divennero poco a poco la nuova pietra di paragone della tessitura serica europea. Fu poi Raffaele, primogenito di Francesco, a fondare una vera e propria azienda commerciale, che Giovanni e Antonio a loro volta ricevettero in eredità e ampliarono progressivamente. Con questa tradizione nelle vene, Michele Alois, penultimo dei 6 figli di Giovanni, piccolissimo, veniva accudito dalle lavoranti – nel palazzo costruito dal nonno abitava con la famiglia al secondo piano e al terzo c’erano i laboratori dell’ordito – che lo appoggiavano in piedi al centro di un macchinario a pedali, molto simile a una giostra e, quando infine era stanco di zampettare al ritmo dei telai «che suonavano come un’orchestra», lo adagiavano sulle matasse di seta. A 13 anni Michele s’iscrive a ragioneria perché il padre intende introdurlo presto nell’amministrazione dell’azienda, dove era entrato già prima di ottenere il diploma. L’azienda, che nel 1961 aveva tappezzato Palazzo Reale a Torino, riproducendo nei minimi particolari i disegni ottocenteschi che fasciano le pareti – «E ho ancora negli occhi la stanza di Carlo Alberto, un fondo nero con ramages rosso e verde, un tessuto meraviglioso» ricorda Michele – era così conosciuta da esser frequentata dalla nobiltà londinese, come dalle ambasciate mediorientali, avendo clienti come Paola di Liegi, che venne apposta dal Belgio per scegliere uno chantung di 200 metri per arredare la sua ca-
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sa. E gli splendidi tessuti di San Leucio di casa Alois oggi arredano alcune tra le più famose residenze storiche e di prestigio del mondo, dal Palazzo del Quirinale al Cremlino, dalla Casa Bianca al Vaticano, da Montecitorio al Louvre. Poi, assecondando un’antica passione sopita, che col tempo s’era fatta imperiosa, i cui prodromi risalgono al Dopoguerra, negli anni Novanta arriva per Michele Alois il momento di passare il testimone della seteria ai figli e dedicare il tempo all’amore per la campagna, tracciando nuovi orizzonti imprenditoriali nel mondo del vino, sempre ponendo come fil rouge della sua vita imprenditoriale alti standard qualitativi. Una stimolante sfida in un settore per lui assolutamente nuovo, ma in forte espansione, quello enologico, che oltretutto in quegli anni, alle Pendici dei Monti
Il fondatore Michele Alois
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Trebulani, uno dei 7 Antiappennini campani, a nord di Caserta, iniziava a riscattare dall’oblio antichi vitigni autoctoni tipici del casertano, che si stavano perdendo nel tempo e con essi il terroir viticolturale. Così Michele nel 1992, fattivamente coadiuvato dal dinamico figlio Massimo, sdoppia la bisecolare attività della dinastia: «invecchiavo, ho pensato a qualcosa da fare quando sarei andato in ‘pensione’. Ho smesso d’occuparmi della seta perché 45 anni d’attività tessile, stando seduto dietro alla scrivania, è un po’ dura. Insieme alla passione per la caccia, avevo questo piacere della natura – l’ho preso da mio padre Giovanni che, ogni giorno mandato da Dio, divideva la giornata lavorativa tra la mattina in ufficio al setificio e il pomeriggio nei campi e nella vigna – e da setaiolo mi son fatto vignaiolo. Ma tutto ha avuto inizio dal vitigno Casavecchia, un’antica uva dell’Alto Caserta-
no”. E qui serve una digressione storica. Fino a qualche anno fa, scrutando i terreni attorno al piccolo comune di Pontelatone, neanche 2.000 abitanti nell’entroterra campano, si sarebbero viste solo piante di mele, ciliegie e tabacco, vigneti zero o quasi. Eppure già Plinio Il Vecchio citava queste come terre vocate alla vitivinicoltura, specie per il succitato vitigno Casavecchia, gloria locale a lungo dimenticata dopo esser stata decimata dalla fillossera. E sull’antico vitigno Casavecchia regna un intrigante alone di mistero, fatta eccezione per la leggenda tramandata dai contadini, che fanno risalire la riscoperta, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso, in un vecchio rudere romano “a casa vecchia”, nel Comune di Pontelatone, di un ceppo di circa 1 metro di diametro, probabilmente sopravvissuto alle tremende epidemie ottocentesche d’oidio e fillossera. Da que-
sta leggenda trae origine il nome Casavecchia perché chi, all’epoca, voleva bere quel vino, lo indicava come il “vino di quella casa vecchia”. Sono state avanzate alcune ipotesi secondo le quali deriverebbe dal vino Trebulanum, decantato appunto da Plinio nell’opera Naturalis Historia, prodotto da vitigni ubicati sulle colline che circondavano l’antica città sannitica di Trebula Balliensis, territorio attualmente comprendente Pontelatone, Castel di Sasso, Liberi e Formicola. Nello scoprirsi vitivinicoltrice, questa famiglia d’antiche tradizioni si è giustamente collegata ancora una volta alla storia, nel solco della riscoperta culturale dei vitigni autoctoni del territorio: i Borbone ebbero un’autentica passione per il vino, tanto che Carlo di Borbone realizzò, a metà Settecento, la sperimentale “Vigna del Ventaglio”, la cui produzione nei primi decenni dell’Ottocento s’aggirava intorno agli 80 barili di vino, posta a sud est dell’attuale Monte San Leucio, tra il Belvedere e San Silvestro, ancor oggi parzialmente visibile, in cui i vari vitigni erano disposti in modo da trovare le migliori soluzioni di produzione e resa vinicola. Così la descrive il cavalier Sancio nel 1826: “La natura, l’indole e la posizione declive del terreno rendevano questo sito opportunissimo per una vigna. Fu essa stabilita presso a 50 anni indietro sulle diverse proprietà che s’acquistarono dalla famiglia Panaro. La disposizione di questa vigna è singolare, come scorgesi dalla tavola messa nel volume delle piante. Forma essa un semicerchio, diviso
in 10 raggi, ed è tanto somigliante a un ventaglio, che ne ha preso e ritenuto il nome. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti d’uve di diversa specie, contrassegnate con lapidi di travertino. Le viti sono basse all’uso italiano e il loro numero giunge a diecimila. Non v’è in questa vigna alcun albero, né vi si esercita altro genere di coltivazione, che quello indicato per le vigne, cioè 3 zappature, ingrasso di favucce e altro. Nella sommità di questa vigna, a pochi passi fuori il recinto della medesima, nel sito il più alto, vedesi un vasto pagliaio con de’ sedili contornato da piante, costruito nell’anno 1828 per luogo di fermata delle Reali Persone”. La riscossa di questi territori campani, nel segno della loro grande storia enoica – la produzione vinicola è un’antichissima tradizione risalente addirittura alla prima colonizzazione greca (VIII secolo a.C.), è così targata Alois. «Negli anni Novanta mio padre Michele – spiega Massimo -
Vigneto Audelino
con estrema lungimiranza decide di partecipare al programma di ricerca degli antichi ceppi pre-fillossera coltivati dai Romani e poi dai Borbone nella ‘Reale Vigna del Ventaglio’, che furono poi messi a dimora in un piccolo fazzoletto di terra di mezz’ettaro, dove impiantammo un primo vigneto sperimentale con solo 9 filari con 9 vitigni autoctoni, da cui tutto è cominciato. Era una sorta di recupero filologico, dove operavamo mi-
cro vinificazioni, all’inizio pensato solo per il consumo familiare. In seguito, visti gli ottimi risultati, piantammo i primi 9 ettari di vigne, così si realizzò il sogno di mio padre, che da allora vive giorno per giorno la sua vigna: realizzare un vigneto con le varietà care ai Borbone a ridosso di un antico casale, alle pendici dei Monti Trebulani, che era inserito tra le 40 mete di caccia privilegiate dalla corte dei Borboni per battute alla
lepre e al cinghiale. La bottaia storica del casale è risalente all’inizio dell’Ottocento e nella cantina sottostante venivano stivati i vini e gli insaccati, mentre nel piano strada venivano conservati i grani da spargere sui terreni per attirare i cinghiali e le lepri e assicurare la preda per il giorno di caccia. E qui costruimmo subito anche la cantina, in un paesaggio incontaminato nello splendido altopiano del Casavecchia – un’area sulle cui colli-
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ne si è svolta, tra il 212 e il 202 a.C., la Seconda Guerra Punica – circondato da un anfiteatro naturale di colline, non lontano dal vulcano spento di Roccamonfina e dal Massiccio del Matese, che risente delle positive ricadute climatiche in particolare per l’elevata escursione termica e la buona ventilazione, elementi ottimali nel periodo della matu-
Vigneto Cesone
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razione delle uve”. Così il primo Alois a riportare in auge i vecchi vitigni dei Borbone sarà Michele, che nel 1992 impianterà una vigna sperimentale composta da 9 vitigni autoctoni, tra cui il Pallagrello Bianco, il Pallagrello Nero e il Casavecchia. Michele sarà così il protagonista, insieme ad altri validi viticoltori, del “Rinascimento” vitivinicolo dell’Alta Campania. Nel 2002 le varietà autoctone, fino a quel momento vinificate sotto al-
tro nome, saranno iscritte nell’albo dei vitigni raccomandati e autorizzati, in seguito a un lungo percorso di sperimentazione ampelografica condotta dalla Università di Firenze e Napoli. Nel 2012 il Casavecchia otterrà infine il riconoscimento d’origine. Oggi i complessivi 20 ettari di vigne, curate con passione e ingegno, sono posizionati nella vallata del Casavecchia, che si colloca tra i monti Tifatini e i monti Trebulani, 2 dei 7 An-
tiappennini campani, capaci di creare un anfiteatro naturale composto da terreni prevalentemente vulcanici a 200 metri slm e calcarei in collina, risentendo fortemente della movimentazione tellurica risalente a 39mila anni fa. L’ambiente è caratterizzato da un’elevata escursione termica e una buona ventilazione proveniente dal monte Maggiore (1.030 metri slm), posto a nord. Negli anni si passa così a una produzione vera e propria, sempre rispettosa delle singole caratteristiche dei vitigni, dando origine a un’azienda che oggi produce 120mila bottiglie, esportate per il 70% in Usa, Germania, Regno Unito e Giappone, oltre a servire il mercato canadese, cinese, olandese, danese, polacco, senza dimenticare i buoni risultati ottenuti nella distribuzione del prodotto nella Costiera Amalfitana e Sorrentina e al centro di Napoli nelle carte dei vini dei migliori ristoranti campani. La fattoria, immersa tra il verde dei lussureggianti vigneti e un boschetto di macchia mediterranea, ha come cuore un’antica casa rurale borbonica dei primi dell’Ot-
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tocento, prima cadente e poi ristrutturata con cura nel 2004, trasformata in elegante relais, ma che funge anche da sala eventi. Il parco vigneti è composto di 3 diversi appezzamenti, che si trovano in località Audelino, a Morrone della Monica e nelle terre del Cesone a Pontelatone. La parcella in località Audelino, ubicata sull’altopiano del Casavecchia, è composta prevalentemente da cenere vulcanica da flusso, denominata ignimbrite campana, e si situa a 140 metri circa slm, qui i vini presentano abitualmente una complessità aromatica ricca e avvolgente al palato, dai frutti intensi, ma dai tannini delicati. La vigna Morrone della Monica è ubicata a est nel comprensorio del Monte Friento (770 metri slm), una delle montagne più alte della catena dei monti Trebulani e gode della miglior esposizione al sole, grazie alla privilegiata esposizione est-ovest e all’inclinazione del suolo superiore al 30%. Qui i terreni di medio impasto sono prevalentemente di tipo argillosocalcareo, contribuendo in modo decisivo alla crescita di uve dal corpo intenso e tannini vigorosi. La vigna del Cesone è situata nella zona occidentale dell’altopiano del Casavecchia, la particella conta meno di un ettaro ed è formata quasi esclusivamente da terreno argilloso, abbastanza fertile, ricoperto da un leggero manto erboso. Le uve beneficiano di forti escursioni termiche e ricevono il sole ai primi raggi mattutini. Le uve prodotte danno vita al vino Trifolium
Michele Alois
che, per le descritte caratteristiche, può esser definito un single vineyard. Seguendo un’impostazione classica, quelle prodotte da Michele Alois sono tutte etichette che nascono in omaggio alle proprie terre: “In ogni cosa ci vuole passione. A 60 e più anni mi son rimesso in gioco: per fare un buon vino ci vuole uva buona e per fare un’uva buona non bisogna perderla d’occhio: così io ogni giorno non manco mai dalla vigna. E, se pure ho eccellenti collaboratori, sono presente ovunque. Mi piace la vite quando germoglia, e germoglio pure io con queste creature. Mi piace l’aratura e la vendemmia, mentre il diradamento equivale a un pugno sul cuore perché devo togliere i grappoli di troppo e lasciarli marcire, un’ operazione dolorosa, ma solo così l’uva rimasta prende il massimo dalla terra. Feci il primo raccolto nel 1996, volevo produrre un vino di famiglia da distribuire tra parenti e dipendenti, riprendendo l’abitudine che mio padre aveva introdotto durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1999 imbottigliai i primi 200 ‘pezzi’ e oggi mi ritrovo un’azienda ben avviata, una cantina all’avanguardia e una foresteria per la degustazione” commenta Michele, alto, di corporatura asciutta, la faccia come plasmata nella terra, grande amante dell’aria pura e dei profumi della campagna, dove spesso si ferma a meditare. Tutto viene studiato nei minimi particolari: l’allevamento delle viti è tradizionale, ma a supporto c’è anche la tecnologia che, grazie all’impiego di centraline e stazioni meteorologi-
che, consente di conoscere il momento migliore per intervenire nei vigneti. Le piante sono allevate con estrema dedizione a spalliera bassa con potatura a Guyot e una densità di 5.200 piante per ettaro e massimo è il rispetto per ambiente, natura ed ecosistema. Così, seguendo norme agronomiche rigorose, si arrivano a vendemmiare uve schiette, pregiate e ricche in ogni loro componente organolettica. Grappoli
che in cantina sono vinificati rispettando ogni minima sfumatura naturale, esaltando tutto ciò che la stagione e il territorio sono stati in grado d’esprimere. Il salto di qualità per gli Alois è arrivato all’inizio degli anni Duemila e oggi le loro bottiglie conquistano onori su onori. Ultimamente l’azienda ha concluso una delicata fase di razionalizzazione e messa a punto delle vigne d’altura, concentrandosi principalmente sul consolida-
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mento qualitativo della gamma di vini prodotti, nell’assoluto rispetto delle varietà autoctone dell’Alta Campania. L’azienda attualmente si avvale di 2 giovani enologi casertani, Alessandro Fiorillo e Giovanni Piccirillo, formatisi presso la Facoltà di Enologia di Avellino e specializzatosi, quest’ultimo, presso “l’Institut des Sciences de la Vigne e du
Vigneto Morrone
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Vin de Bordeaux” con esperienze lavorative in Francia e Canada, che proietteranno i vini Alois verso nuovi e più ambiziosi traguardi. Così ogni calice riesce a raccontare la storia di profondi e inscindibili legami territoriali, che si esprimono attraverso la coltivazione di 5 vitigni tradizionali, i 3 rossi Casavecchia, Aglianico, Pallagrello Nero e i 2 bianchi Falanghina e Pallagrello Bianco. Il Casavecchia è un’antica varietà risalente molto
probabilmente al periodo romano. L’Aglianico ha molto probabilmente origini in Europa orientale, col nome di Hellenicus, trasformato in Allianicus e, quindi, in Aglianico. La Falanghina è decisamente il vitigno più conosciuto in Campania e con la maggior diffusione in termini di superfice vitata. Il Pallagrello Bianco, invece, assume la sua importanza storica in virtù dell’ormai certa presenza in 2 vigne dei Borbone, realizzate l’una ai pie-
di del monte Briano, denominata Vigna del Ventaglio, e l’altra nei pressi della Vaccheria, denominata Lepreria. Dai 5 rossi – Casavecchia Riserva “Trebulanum”, Pallagrello nero “Murella”, Aglianico “Campole”, Palagrello nero “Cunto”, “Settimo” blend d’uve Casavecchia e Palagrello nero, “Trifolium” da uve Casavecchia in purezza – che s’impongono per vigore e gran struttura, ai 2 bianchi tesi e vibranti – Palagrello bianco “Caiatì” e Falanghina “Caulino” – le etichette di Michele Alois rispondono con una gamma completa alle esigenze dei mercati. Di questi, 3 sono i cru aziendali, che si collocano nella fascia alta del mercato: provenienti da vigne selezionate, sono stati oggetto di un progetto di sperimentazione e messi in bottiglia per la prima volta nelle versioni Trebulanum doc Riserva 2017 (Casavecchia), Murella 2018 (Pallagrello nero) e Morrone 2018 (Pallagrello bianco). Infatti, dopo 10 anni di sperimentazioni sulle uve provenienti dai siti più vocati, l’azienda ha deciso di creare 3 “vini cru” dalle vigne poste in altura, a 350 metri, ai
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piedi del Monte Friento e dai vigneti della località Audelino, impiantati alla fine degli anni Novanta sui migliori portinnesti. Tutti i vigneti si trovano ai piedi di uno dei 7 Anti Appennini Campani (che ricomprendono, tra l’altro, il Vesuvio e la costiera Amalfitana), riconosciuto già al tempo dei romani col nome di catena dei Monti Trebulani. Tre cru aziendali che sono il risultato di uno studio delle vigne tra i 300 e i 400 metri d’altitudine, che negli anni sono riusciti a dar vita a uve con PH al di sotto di 3,20. Il cru Trebulanum di Pontelatone riserva dop è un 100% uve Casavecchia di Pontelatone, dalla terra dove si coltiva, visto che già Plinio decantava la zona trebula, provenienti dalla particella “D” della vigna selezionata di Audelino, che insiste su terreno vulcanico a 148 metri slm sull’altopiano vulcanico di Pontelatone, che ha creato le precondizioni per un’ideale maturazione delle uve Casavecchia, grazie all’utilizzo di idonei portinnesti, indispensabili per la messa a punto di una più equilibrata vigoria della pianta, conferendo alle uve una struttura tannica setosa e integrata col frutto. Grazie al progresso della mappatura genetica dei vitigni, si è stabilito che il Casavecchia non è il clone di nessun altro vitigno. Considerata la coincidenza della sua area di produzione con l’antica località di Trebula baliniensis, il Casavecchia odierno potrebbe essere il discendente del vino bevuto dai soldati romani. Di quest’idea è anche la famiglia Alois, che ha
Massimo Alois
dato al suo vino lo stesso nome del nettare romano, dandogli un senso evocativo ancestrale e bucolico. Il caparbio vitigno Casavecchia, che prospera nella terra vulcanica così tipica di tante parti della Campania, è molto vigoroso, cioè lignifica con grossa esuberanza, pur producendo poco a causa di un aborto floreale ancora oggetto di studio da parte di diverse facoltà di viticoltura italiane, si parla di meno di 40 quintali per ettaro contro i 50/70 d’altri vitigni, ma dona caratteristiche uniche in termini colore, antociani, aromaticità, maturità fenolica, tannini e acidità, confermando la memoria degli anziani viticoltori che racconta d’eccellenti peculiarità adatte alla produzione di vini eleganti e longevi. L’uva Casavecchia viene vendemmiata all’inizio d’ottobre e, dopo la pigiatura, lasciata fermentare e macerare sulle bucce per 10 giorni con numerosi rimontaggi in botti di legno italiano da 80 ettolitri, mentre la fermentazione malolattica è svolta totalmente in tini di legno italiano da 25 ettolitri, dove poi invecchia per 24 mesi e infine altri 24 mesi in bottiglia per l’affinamento. Vino di carattere e molto affascinante, si presenta rosso scuro impenetrabile con una marcata unghia violacea; al naso esprime un bouquet di gran ricchezza olfattiva con note prima floreali e poi fruttate rosse e nere di sottobosco, prugna e amarena matura si uniscono in armonia alle parti speziate come il pepe nero con nuances di liquirizia, goudron, fumè e sentori balsamici per finire con humus, incenso, foglie sec-
che, carrube, funghi essiccati, bacche di ginepro, chiodi di garofano, maggiorana. Al palato è caldo, esuberante, strutturato, opulento, corposo, ricco in estratto con un tannino molto equilibrato, ma intenso. Va sicuramente abbinato a selvaggina in arrosto, carni rosse alla brace e formaggi stagionati. La denominazione Pallagrello deriva dal dialettale ‘u pallarell, ovvero piccola palla, riferito all’acino minuto e rotondo.
Originario delle colline caiatine, se ne hanno numerose risultanze storiche, riconducibili secondo alcuni addirittura alla Pilleolata romana. Famosissimo sino a tutto l’Ottocento, se ne traeva uno dei vini favoriti dai Borbone, che gli riservarono un posto nella Vigna del Ventaglio. Era così tenuto in conto dalla famiglia reale che veniva offerto come regalo di pregio ai propri ospiti e lo includevano, col nome di “Piedimonte rosso”, tra i vini
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presenti nei menu e nelle carte dei vini per le grandi occasioni, accanto ai più titolati vini francesi. È un vitigno vigoroso con una resa per ettaro di circa 70/80 quintali, il cui grappolo si contraddistingue soprattutto per la forma più corta con acini piccoli d’elevato livello zuccherino e un’acidità totale contenuta. Il cru “Murella” Terre del Volturno igt è un Palagrello nero in purezza che proviene dalle vigne selezionate a Morrone della Monica – Casalicchio a 350 metri slm su colline calcaree ai piedi del Monte Friento, che fa parte dei Monti Trebulani. Le uve di Pallagrello Nero trovano in questo sito il loro habitat naturale per il raggiungimento di un equilibrio polifenolico ideale, in grado di conferire alle uve maggior forza e vigore in termini d’acidità totale. Vendemmiato nella prima decade d’ottobre, la fermentazione alcolica avviene in
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botti di legno italiano da 80 ettolitri con macerazione sulle bucce per 10 giorni, mentre la malolattica si svolge in botti di legno italiano da 25 ettolitri, dove poi permane per 24 mesi per finire con un affinamento in vetro di 12 mesi. Un rosso dal color rubino brillante, al naso nuances di ciliegia e mora su un sottofondo di piacevole terrosità per un sorso minerale con un finale lungo e deciso. Il “Morrone” Terre del Volturno igt è un Palagrello Bianco in purezza da un vigneto di circa 2 ettari con viti di 15 anni d’età che insiste su suoli di natura calcarea a Morrone della Monica – Casalicchio in Pontelatone a 350 metri slm con esposizione nord ovest sulle colline ai piedi del monte Friento. Il terreno, argilloso-calcareo, conferisce maggior freschezza alle uve, raggiungendo sorprendentemente un PH al di sotto di 3,2. La vendemmia
avviene a inizio settembre e la fermentazione alcolica per 2/3 in acciaio inox alla temperature di 13/14° per 1 mese e 1/3 sulle fecce fini in legno piccolo per 9 mesi, per concludere viene affinato in bottiglia per 12 mesi. Giallo paglia luminoso, l’olfatto è ricco e nitido di ginestra, albicocca, cedro, mela cotogna, salvia e menta, il sorso è fresco, molto ampio e articolato tra toni tostati e speziati su un fondo agrumato con la componente acida in evidenza che lo rende ben bilanciato, dinamico e lungo. Della gamma dei rossi fa parte anche il “Campole”, Aglianico in purezza da una vigna di 4 ettari ad Audelino: vitigno di buona vigoria e produttività, è originario della Magna Grecia e deve il suo nome alla volgarizzazione del termine greco “Ellenikon” in Hellenico, Hellanico sino ad arrivare ad Aglianico. Il grappolo, di media gran-
dezza e abbastanza compatto, presenta acini con buccia molto resistente dal color blu intenso e ricca di pruina. Vendemmiato nella prima decade d’ottobre, la fermentazione alcolica avviene in acciaio con macerazione sulle bucce per 16 giorni con numerosi rimontaggi, mentre la fermentazione malolattica si svolge totalmente in botti di legno italiano da 80 ettolitri per finire con un affinamento in vetro di 8 mesi. All’analisi visiva si presenta di un luminoso color rosso rubino più o meno intenso o granato vivace. Al naso emergono prima note eteree poi marcati sentori di frutta nera, ribes, confettura di prugna e liquirizia e poi sentori profondamente speziati, infine cenere, in bocca è succulento, sapido ed equilibrato con un buon livello d’acidità totale. Il millesimo 2004 del Campole è stato servito dal presidente della Repubblica
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Italiana Giorgio Napolitano in versione magnum durante alcuni banchetti al Quirinale. Sempre tra i vini provenienti da uve a bacca nera, è Il “Cunto” Terre del Volturno igt, omaggio al “Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, raccolta di novelle napoletane che ha formato la tradizione narrativa locale: è una versione monovitigno di Palagrello nero, le cui uve provengono da un vigneto di 1,5 ettari a Casalicchio che insiste su suoli di natura calcarea, vendemmiato nella prima decade d’ottobre. La fermentazione alcolica avviene in botti di legno italiano da 80 ettolitri con macerazione sulle bucce per 10 giorni con numerosi rimontaggi, mentre la malolattica si svolge totalmente in botti di legno italiano da 25 ettolitri, dove permane per 12 mesi per finire con un affinamento in vetro di 12 mesi. Un rosso dalla luminosità scintillante, che vanta un corredo olfattivo che aleggia dal vitigno al territorio con sentori di ciliegia, mora, amarena poi viola, geranio e ginepro che sfociano nel terroso, lasciando spazio a una beva rotonda, succosa, interessante e mai scontata
con sapori minerali sul finale lungo e costante. Questo vino è perfetto per accompagnare risotti di terra, in particolare ai funghi, carni rosse arrosto e carni bianche salsate. La carrellata dei rossi continua col “Settimo”, Terre del Volturno igt, blend d’uve Casavecchia e Palagrello nero, da un vigneto di 4 ettari ad Audelino, che vengono vendemmiate nella prima decade d’ottobre. La fermentazione alcolica avviene in acciaio con macerazione sulle bucce per 14 giorni e anche la malolattica si svolge in acciaio per finire con un affinamento in vetro di 6 mesi. Dal color rosso rubino chiaro, al naso è molto pulito con una bella ciliegia fresca che si sposa a sensazioni speziate con tannini di buona e fresca intensità sul lungo finale di una beva stimolante. A chiudere la gamma dei rossi il Trifolium – Casavecchia di Pontelatone doc, da une Casavecchia in purezza da un vigneto di 3 ettari sui Monti Trebulani in Alta Campania messo a dimora a un’altitudine di 150 metri slm con esposizione nord su terreni di natura vulcanica con matrice a ignimbrite campana e allevato a
guyot. Le uve vengono vendemmiate nella prima decade d’ottobre, segue la fermentazione alcolica con macerazione di 10 giorni in botti da 80 ettolitri di legno italiano, poi un invecchiamento in tini di legno italiano da 25 ettolitri per 12 mesi, infine un affinamento in bottiglia per altri 12 mesi. Rosso profondo con riflessi granato, questo vino affascina al naso con un bouquet ampio e raffinato: fiori secchi, frutta rossa matura, pepe nero e sfumature minerali che anticipano la sua complessità. Al palato esprime pienezza e struttura, grazie a un affinamento di 12 mesi in botti di rovere italiano, che regala eleganza e profondità. I tannini sono vivaci ma ben integrati, sostenuti da una sapidità che dona slancio al finale. Si accompagna perfettamente a carni arrosto, stufati o formaggi stagionati, ma è perfetto anche per la meditazione. Per quanto riguarda i vitigni bianchi abbiamo la Falanghina, il cui nome ha origine dal latino ‘phalange’, cioè legata al palo, le cui tracce per la prima volta furono individuate circa 2 secoli fa, nel 1825, è un vitigno che appartiene con as-
soluta esclusività alla Campania. Il “Caulino” Campania igp, Falanghina 100%, proviene da un vigneto di 4 ettari nella zona di Audelino che vengono vendemmiate a fine settembre. La fermentazione alcolica avviene sulle fecce fini a 14° per 30 giorni e la malolattica in acciaio a una temperatura di 14/15° per poi esser rilasciato sui mercati dopo 3 mesi di bottiglia: color giallo paglierino più o meno intenso e carico con riflessi verdognoli, all’olfatto è delicato e piacevole con note floreali di fiori bianchi e poi fruttate di mela verde appena tagliata, pera, susina, pesca gialla e agrumi maturi, come cedro e limone. Al palato è di una freschezza minerale coinvolgente, morbido, minerale e persistente con una vivace acidità. Vino dal carattere semplice ma vivace, è molto versatile in cucina, infatti s’accompagna egregiamente a piatti vegetariani, zuppe coi funghi, carni bianche, formaggi a pasta morbida come la mozzarella di bufala e piatti tipici della cucina di mare: dal crudo dei frutti di mare, ai molluschi e crostacei, pasta o riso con sugo di pesce, calamari in umido, pesce alla griglia o fritto. Per chiudere coni bianchi, ecco il “Caiatì” Terre del Volturno igp, Pallagrello Bianco in purezza – il grappolo è facilmente riconoscibile per la forma minuta e compatta con l’acino sferico e dal caratteristico puntino nero sottostante – da uve di una vigna di 2 ettari in zona Audelino a 138 metri slm, che vengono vendemmiate a inizio settembre. La fermentazione alcolica avviene in acciaio inox alla temperatu-
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ra di 13/14° per 30 giorni, mentre l’affinamento avviene per il 50% in vasca d’acciaio inox e 50% in legno fino al mese di giugno per poi esser rilasciato sui mercati dopo 3 mesi di bottiglia: color giallo paglierino brillante impreziosito da un riflesso dorato, al naso propone profumi di fiori gialli e zagara poi frutta fresca con una dominanza di note di mela smith, pera abate, ananas e melone, mandorla bianca, cera d’api, finocchietto selvatico, zenzero candito, nespola e nocciola tostata su sfondo vegetale; al gusto è sapido, equilibrato, di buona persistenza aromatica con lungo finale di pompelmo e albicocca secca. Il Caiatì è stato servito da Sua Maestà il re Juan Carlos presso la residenza estiva a Palma de Maiorca e al Palazzo della Zarzuela a Madrid, residenza privata del re di Spagna a Madrid. L’avventura nel mondo del vino di Michele Alois, 89 anni splendidamente portati, che dagli avi spagnoli ha preso i
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gesti magniloquenti e l’aspetto dell’hidalgo gentile, dall’innesto delle prime preziose marze trent’anni fa, è stata una scommessa vinta e coincide con l’orgoglio della propria terra. Ma la gran passione del patriarca Michele per il mondo del vino ha contagiato anche il nipote, che, da tradizione familiare, porta il suo stesso nome... “Infatti anch’io mi chiamo Michele Alois, ho 29 anni, sono figlio di Gianfranco, fratello di Massimo – mio padre è anche lui in forza all’azienda e si occupa della parte degli eventi – e rappresento la terza generazione delle Cantine Alois, in qualità di direttore commerciale”. Qual’è stato il tuo percorso di studio? “A 18 anni ho lasciato la mia città natale, Caserta, per trasferirmi a Milano, dove mi sono laureato in Economia nel 2020 presso l’Università Bocconi. Dopodiché sono stato a lavorare per 5 anni in Luxottica a Milano in ambito commerciale”. Ma poi hai sentito il richiamo alla terra
dei padri e dei nonni... “L’idea di impegnarmi nell’azienda di famiglia in realtà è stata sempre nel mio retropensiero perché l’ho vissuta fin da bambino. Avendo avviato mio nonno l’attività alla fine degli anni Novanta ed essendo io nato nel 96, si può dire, praticamente, che io sia un po’ cresciuto con l’azienda. E, mentre ero a Milano, mi rendevo conto che l’avventura di mio nonno, che era partita da un impulso di fortissima passione enoica, pian piano, com’era naturale che fosse, stava diventando un vero e proprio businnes. Così, contemporaneamente alla mia vita milanese, ho iniziato ad approfondire il mondo del vino, diventando sommelier e andando in giro a supportare mio zio Massimo in tutti gli eventi di natura commerciali. Quindi, per 5 anni, ho portato avanti e coltivato da una parte quella che avevo capito essere una passione che avrei poi possibilmente trasformato nel mio lavoro e dall’altra
continuavo la mia vita lavorativa in Luxottica, fin quasi a un annetto fa, cioè a inizio 2025, quando ho deciso di tornare a casa ed entrare in pianta stabile presso l’azienda di famiglia, occupandomi di vendite”. Cosa Ti ha portato a questa scelta? “Il progetto di zonazione iniziato durante il Covid è stata la scintilla. Infatti, dalla nostra idea dei cru è nato un progetto di zonazione viticola, in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Agraria – Sezione di Scienze della Vigna e del Vino, comprendente aspetti storici, geologici, agricoli ed enologici, che mi ha dato la possibilità di camminare le vigne di questo territorio, che chiaramente conoscevo, ma non così bene. Attualmente in Alta Campania operano una ventina di produttori che vinificano prodotti d’alta qualità, i cui vigneti insistono nell’area nord dei Monti Trebulani, dei quali il Monte Maggiore arriva a un’altezza di 1.070
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metri slm fino a sud est sulle colline Caiatine che guardano il Taburno. Se l’igt Terre del Volturno ingloba 80 comuni, che vanno dall’Agro Aversano e Piedimonte Matese, borghi situati in un territorio prevalentemente montuoso e collinare, segnati naturalmente dalla presenza del fiume Volturno, che contribuisce a rendere il paesaggio dinamico e variegato, la zonazione si è concentrata su 8 comuni, che rappresentano il centro di produzione della doc Casavecchia di Pontelatone: Caiazzo, Ruviano, Castel Campagnano, Piana di Monte Verna, Liberi, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola”. Com’è stata potata avanti la zonazione e che risultati ha portato? “In circa 20 aziende vitivinicole, che sono la quasi totalità di quelle operanti in zona, con camion ed escavatore sono state fatti carotaggi in profondità di circa 170 centimetri per uno studio visivo del profilo dei terreni e il prelievo di 66 campioni di profili di suolo, per passare poi alle analisi di laboratorio. Così abbiamo iniziato a conoscere la nostra terra, la composizione dei nostri suoli, la gran biodiversità della nostra viticoltura e sono state individuate 3 macro aree con diversi tipi di suoli – deposito vulcanico, fondovalle del Volturno, collina marnoso arenacea – facendoci capire perché in quello specifico territorio il vino esce in un certo modo piuttosto che in un altro. Da questo progetto di consapevolezza a 360 gradi è poi scaturito un interscambio tra produttori, ricercatori e tecnici per valorizzare il territorio e le sue produzioni attraverso scelte agro-
nomiche mirate alla sostenibilità, alla tutela del terroir e all’adattamento ai cambiamenti climatici. E sono state studiate anche le differenze tra i diversi vini e i loro precursori aromatici vegetali, floreali e fruttati, soprattutto in ordine a Casavecchia e Pallagrello, in correlazione al tipo di suolo che troviamo all’interno dei vigneti, questo per dare una linea guida ai produttori di questa realtà. Ma questo approfondimento della correlazione tra il suolo e il vino aiuta anche a dar più consapevolezza al consumatore finale, riconoscersi in un luogo e quindi rafforzarne la fiducia”. Altro concetto che mi sta a cuore è la longevità... “Degustandolo oggi il nostro Morrone, un Palagrello Bianco d’altura, la cui prima etichetta è del 2018, a distanza di 7 anni dalla vendemmia sta dando grandi soddisfazioni alla sfida del tempo: mantiene una bella spalla acida, un’intrigante freschezza, mentre sta sviluppando una complessità aromatica terziaria sempre maggiore. Vedremo fin quando potrà spingersi il suo invecchiamento, ma crediamo che questo vitigno possa regalare un altro dei grandi vini bianchi longevi d’Italia”. Che impronta hai dato all’impostazione commerciale della Cantina Alois? “Dapprima ho affiancato mio zio Massimo, cercando di capire tutte le logiche, le tecniche e le visioni commerciali da lui impostate in ben 25 anni di lavoro, dall’altro ho percepito la gran potenzialità, ancora inespressa, delle dinamiche commerciali di questo territorio, che considero un terreno fertile di lavoro La cosa che considero prioritaria è la presenza
fisica sui mercati sia nazionali che internazionali, che è un grande sforzo sia dal punto di vista fisico che finanziario, ma certamente un ragazzo come me, che ha tutta la voglia di viaggiare in giro per il mondo, può affrontare al meglio con energie fresche: se vai di persona a vendere il vino e ci metti la faccia, ti meriti uno spazio. Un secondo cardine su cui sto lavorando è la pianificazione poiché, avendo lavorato in una grande corporate, ogni mattina era una questione di pianificazione, in Luxottica infatti ci prendevamo sempre 10 minuti per capire cosa fare nella giornata, nella settimana, nei prossimi tre mesi, nel prossimo anno. Quest’approccio sto cercando d’applicarlo anche alla nostra piccolamedia azienda, poiché soprattutto nel mondo del vino, che è lento in tutti i suoi processi, lo ritengo fondamentale per proiettarsi nel futuro in maniera più consapevole”. Come vedi in questo momento la situazione dei mercati? “Il mondo del vino sta cambiando, i consumi si stanno riequilibrando e il mercato è diventato affollato. Se tutti questi trend
passeranno o si stabilizzeranno non ne sono sicuro, certamente si berrà di meno, però chi deciderà di bere – e soprattutto chi oggi si sta approcciando al vino – lo farà in maniera più consapevole e curiosa, con un approccio più esperienziale: i giovani vogliono sapere, conoscere e provare a capire il mondo del vino, e noi produttori dobbiamo saper veicolare e valorizzare questa curiosità”. Anche voi state puntando sul discorso dell’enoturismo? “Cerchiamo sempre di far venire le persone a conoscere il territorio, la considero una cosa fondamentale e ci stiamo strutturando sempre meglio proprio in questo senso, perché ancora l’Alta Campania è un territorio tutto da scoprire!”. Quella dalla famiglia Alois è una viticoltura antica, dimenticata, recuperata, premiata: una bella storia di made in Italy! Passione, amore e soprattutto tradizione sono la forza trainante di quest’azienda nel mondo, i cui vini, nati dalla pazienza di chi sa aspettare affinché il tempo dia ragione alla tenacia e alla veracità, sono fonte di profondo orgoglio.
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La famiglia Pagano
IMPRENDITORI FRA OSPITALITÀ D’ALTO LIVELLO, ENOGRASTRONOMIA DI QUALITÀ E GRANDI VINI
andrea cappelli
simbolo della memoria agricola collettiva del Cilento
Ci sono luoghi identitari nei quali il tempo rallenta e la vita ha un sapore diverso, in cui ogni limite diventa orizzonte, il passato futuro e la tradizione modernità, come il Parco Nazionale del Cilento, dove i profumi del mirto, del finocchietto e dell’origano regnano sovrani. Luoghi predisposti a esser coltivati, un Mezzogiorno poco conosciuto, ma che possiede grandi risorse, dove la terra viene considerata lo spazio nel quale la comunità ha costruito nel tempo un antico sapere collettivo fondato su un delicato sistema d’interazione tra persone e ambiente. Una terra ricca di storie e tradizioni, mai toccata dall’agricoltura intensiva. Proprio nel cuore di questo Parco nasce, all’ombra dei templi di Paestum, che sono lì a tenderti la mano per accompagnarti alle origini della civiltà, dalla mente arguta e dal cuore sincero di Giuseppe Pagano, un gruppo imprenditoriale che spazia da un’ospi-
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talità d’alto livello, all’enograstronomia di qualità a grandi vini. “Nel 1980 acquisisco il Boutique Hotel Esplanade, creato per accogliere grandi eventi – matrimoni in particolare – in un contesto di rara eleganza e nel 2001 inauguro una struttura di lusso, il Savoy Hotel & SPA” ci racconta il fondatore Giuseppe Pagano, per tutti Peppino, originario di Boscoreale, paesino vicino a Pompei, sulle pendici del Vesuvio, antica terra dei Romani. Così, tra il mare di sabbia fine e le colline che diradano guardando verso Capri, insistono gli alberghi e i ristoranti della famiglia Pagano, che da oltre trent’anni si dedica all’ospitalità di ec-
cellenza. Alle sale affacciate sul parco giardino mediterraneo, all’Esplanade. Oggi gestito dalla moglie Giusy si uniscono 22 belle camere pensate per offrire comfort e ricercatezza, in uno scenario di grande glamour, a ridosso della pineta che lambisce la spiaggia. Il Boutique Hotel Esplanade Paestum è un microcosmo di bellezza, incastonato tra la pineta tipica del Cilento e il parco mediterraneo. Qui lo stile parla un linguaggio capace d’intrecciare atmosfera, allure ed emozione. Il mood è quello di una residenza privata mediterranea che apre le porte a pochi, selezionati amici di famiglia. Così la hall ha il calore di un salotto glamour e chic, arricchito da opere di artisti di fama internazionali o talenti scovati tra la costiera amalfitana e cilentana. I morbidi divani in pelle o in velluto invitano al relax e sembrano dire “accomodati, qui il tempo si ferma perché tu possa rilassarti”. Dopo il successo di questo albergo, la famiglia Pagano
crea anche il “Savoy Hotel & SPA”, nato come il tempio dell’ospitalità a due passi dai templi di Paestum, location ideale per i matrimoni più ricercati, quelli alla ricerca di una proposta food senza eguali e al tempo stesso di un contesto dalla bellezza senza tempo. Il Savoy Hotel & SPA, creato seguendo i più alti standard qualitativi internazionali per offrire vacanze in relax e per adattarsi a qualsiasi richiesta legata agli eventi, è infatti un romantico rifugio dal fascino senza tempo. Un luogo dove perdersi per ritrovarsi, tra rimandi classici, forme sinuose e tutto il calore del Cilento. La struttura è posizionata a ridosso della pineta che lambisce la spiaggia ed è avvolta da un grande parco che sprigiona le note floreali più piacevoli. Il Savoy Hotel & SPA incarna così l’eccellenza dell’ospitalità italiana, offrendo una gamma esclusiva di servizi wellness, ristoranti ed esperienze nel suggestivo panorama del Cilento. La struttura uni-
sce camere ampie ed eleganti, spazi per eventi, ristorazione d’eccellenza e un centro benessere senza eguali. All’interno del Savoy Hotel & SPA ad accogliere gli ospiti gourmet è il fine dining Tre Olivi “È un’idea, prima che un ristorante. Questo locale vuol essere un omaggio alla Dieta Mediterranea – di cui l’olivo ne è il principe – che proprio in queste terre è stata per la primissima volta codificata. Nasce così come tributo al Cilento, un luogo unico per i
cultori dell’eccellenza culinaria. In questo lembo di terra, patria di Parmenide e Zenone, la dieta, il mangiar bene, è da sempre una filosofia. Qui, dove è nato il pensiero filosofico occidentale, da sempre si ragiona sull’importanza del mangiar bene per stare bene mentalmente e fisicamente. Così non è un caso che il cardiologo di fama mondiale Ancel Keys decise di stabilirsi proprio in questa terra per studiare le abitudini alimentari dei suoi abitanti e capire i segreti del-
la loro longevità. I risultati di questi studi hanno generato una rivoluzione globale, portando lo scienziato a coniare l’espressione Dieta Mediterranea. Qui, nel cuore del Cilento, è ancora la natura a dettare i ritmi della vita e il paesaggio è intriso di storia e tradizioni centenarie. Per chi, come noi, opera in questo contesto, ogni scelta deve essere consapevole e profondamente rispettosa dell’ambiente” commenta il patron Giuseppe Pagano. Ma nel tempo l’offerta del
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Savoy si è arricchita di un beach club sulla spiaggia sabbiosa di Paestum, il Beach Club 93, piccolo resort aperto da maggio a settembre, un’oasi di relax e glamour affacciato sul Golfo di Salerno con piscina salata e idromassaggio. Il BC93 offre lettoni in legno con ombrellone e un ristorante di fresca cucina mediterranea che può contare su materie prime biologiche e di filiera corta dal territorio e la possibilità di pranzare direttamente pied dans l’eau, oltre alla spa Cabanas per rigenerare corpo e mente attraverso massaggi e trattamenti vista mare accarezzati dalla brezza del mare del Cilento. Ma la Cabanas SPA è l’estensione estiva di Holos, la SPA del Savoy Hotel & SPA, nata attingendo alle conoscenze millenarie legate al benessere, che in questo angolo di Campania si tramandano da
sempre. La esperte terapiste massaggiatrici coccolano i clienti con trattamenti che attingono al meglio delle conoscenze internazionali in ambito wellness. Le strutture, oggi gestite dal figlio Salvatore Pagano, aderiscono alla rete “Preferred Hotels & Resorts”, che promuove un’ospitalità attenta alla sostenibilità, e al progetto “Rete del Gusto della Dieta Mediterranea”, ideato dal Parco Nazionale del Cilento, che rafforza il legame con la filiera corta e la cultura alimentare del territorio. Infatti ogni realtà del Gruppo Pagano di integra in modo armonico col territorio cilentano che la ospita, seguendo una filosofia condivisa, che mette al centro la sostenibilità come stile di vita, il legame con la terra come valore identitario, e l’armonia tra ambiente, architettura e sapori come fondamento di ogni espe-
Boutique Hotel Esplanade
Beach Club 93
rienza. È questa filosofia a determinare ogni scelta, a partire dallo sfruttamento delle risorse, così, grazie a pannelli solari e un impianto green d’ultima generazione, le strutture producono ogni mese 113 MWh d’energia verde, coprendo circa l’80%
del fabbisogno energetico: un passo concreto verso un futuro più responsabile. Mentre la maggior parte della frutta e verdura servita nei ristoranti proviene da un orto biologico curato con metodi sostenibili: irrigazione a goccia controllata, concimazio-
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ne con stallatico, pacciamatura con paglia naturale e difesa biologica mediante coccinelle. Le api producono miele per il fabbisogno interno, mentre le galline razzolano libere, alimentandosi con mais bio e scarti di cucina. Le coltivazioni seguono metodi biologici con attenzione al benessere animale e alla qualità delle materie prime. Ogni elemento – dall’orto alle api, dalle galline al caseificio – racconta una scelta di rispetto e armonia con l’ambiente. Lo chef Oliver Glowig e la sua brigata seguono infatti i principi dell’economia circolare con l’intera filosofia gastro-
Savoy Hotel & SPA
nomica che ruota attorno alla valorizzazione della materia prima, alla pianificazione attenta e all’uso degli esuberi per lo staff meal. Una cucina che rispetta, reinventa e riduce ogni spreco. Passando dal settore ospitalità alberghiera con relativa ristorazione, al settore enogastronomico, ecco la Dispensa di San Salvatore, nata nel 2016 e gestita dalla figlia Andrea Pagano col marito Antonello Ricco, una pausa ricca di cose buone, ambasciatrice della Dieta Mediterranea. Quest’oasi di bellezza a due passi dall’area archeologica di Paestum, dal blu mare Tirreno e dalle pendici dei monti Alburni è il luogo dove vivere l’esperienza più autentica
del Cilento e della sua secolare tradizione culinaria. Nella cucina del ristorante, autentiche massaie del territorio, custodi del sapere antico delle ricette familiari autentiche, esprimono gli insegnamenti familiari che i loro avi hanno trasferito di madre in figlio e di padre in figlia, fino ai giorni nostri. È qui che i prodotti territoriali a chilometro zero trovano la loro miglior espressione nella cucina di chi cucina come farebbe ogni domenica per la propria famiglia. Così i piatti tipici, tradizionali e saporiti di quest’area impiegano le materie prime prodotte dall’Azienda Agricola San Salvatore: la farina per la pasta fresca, le uova del pollaio, il pluripremiato l’olio ex-
travergine d’oliva e persino le erbe aromatiche provengono dal giardino degli odori. Perché era così che, un tempo, si cucinava: impiegando solo ciò che la terra era in grado di offrire. Ma anche la pasticceria della cucina San Salvatore ricalca la tradizione di un territorio, ricco d’influssi provenienti da ogni cultura mediterranea: “Qui la nostra ricotta di bufala incontra la pasta frolla per dare vita a dolci golosi e autentici, la sfoglia croccante dei cannoli cilentani si fonde nella cremosità della crema pasticcera preparata solo con le uova di nostra produzione – racconta Andrea Pagano – e poi, a ogni ricorrenza, la rievocazioni di tradizioni familiari di questa
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terra: la pastiera di grano, che diffonde i suoi profumi a ogni Pasqua, il panettone farcito, che delizia i palati a Natale, e molto altro ancora”. Senza scordare un altro prodotto principe del Cilento, la mozzarella di bufala, uno dei simboli più autentici della Campania, che viene celebrato nella “Latteria San
Salvatore”. Un prodotto antico, come testimonia il suo nome, che è sinonimo di un’antica ritualità: quello di mozzare a mano la pasta filante per formare la mozzarella. Le più antiche testimonianze di questo prodotto, infatti, risalgono addirittura al XII secolo d.C., quando i monaci del Monastero di
San Lorenzo a Capua offrivano la “mozza” ai pellegrini. Una tradizione portata avanti in questa terra, dove gli stessi Borboni si impegnarono particolarmente per curare gli allevamenti bufalini. A partire dal Seicento furono costruite le prime bufalare con la loro caratteristica forma a semicerchio. Ancor oggi, in questo territorio, l’eccellenza della mozzarella di bufala è portata avanti da famiglie di casari, che ogni mattina lavorano il latte fresco delle bufala. Non a caso, circa il 75% delle bufale italiane sono allevate in Campania, che producono circa l’85% del latte di bufala italiano. Così la mozzarella della Latteria San Salvatore, highlight gastronomica dell’area di Paestum, è un’e-
Giusy e Peppino Pagano con i figli Andrea e Salvatore
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sclusiva, preparata solamente col latte degli allevamenti bufalini dell’Azienda Agricola San Salvatore. Un processo che prevede l’acidificazione naturale del latte: secondo la tecnica del sieroinnesto, si aggiunge al latte il 2,5% di cizza, ossia il siero acidificato del giorno precedente e il caglio di vitello che provoca la coagulazione del latte. È grazie a questo, e ai circa 4,2 litri di latte necessari per produrre un solo chilogrammo di prodotto, che la mozzarella della Latteria San Salvatore presenta caratteristiche uniche nel suo genere: priva di qualsiasi conservante o colorante, la mozzarella si presenta di color bianco porcellanato e con una superficie liscia; la crosta esterna è sottile, mentre la pasta è leggermente elastica, almeno per le prime 8-10 ore dalla produzione; il suo sapore è dol-
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ce e delicato. “Quella dell’albergatore è un’attività che mi ha dato molte gratificazioni ed ero a pieno impegnato nella gestione di questo business quando, agli inizi degli anni Duemila, ho voluto riabbracciare un amore ancestrale, quello per la terra e la vitivinicoltura, fondando l’azienda San Salvatore 19.88, che insiste negli stessi luoghi dove i Greci tremila anni fa cominciarono la colonizzazione della Magna Grecia e portarono i vitigni Aglianico, Fiano e Greco”: dalle parole di Peppino Pagano si capisce subito
che nelle sue vene scorre davvero una passione autentica, che fa da volano a una capacità imprenditoriale fuori dal comune. Quella di Peppino era una scommessa che anche nel Meridione d’Italia si potesse realizzare un’azienda agricola a conduzione biologica, che producesse vini di elevata qualità. La “San Salvatore 19.88”, posta in luoghi di suggestiva bellezza, oggi conta su 165 ettari dislocati nel Parco Nazionale del Cilento con 42 ettari a vigneto tutti in produzione. La prima acquisizione del 2004 è a Stio, paese con
meno di mille residenti a quasi 700 metri d’altezza, in una situazione estrema nell’incontaminato entroterra, una sorta di paradiso con vallate verdi e una luce incredibile, pochissime costruzioni e boschi a perdita d’occhio. 75 ettari complessivi, di cui 15 di vigneto – piantati nel 2007 a un’altitudine che rappresenta una sfida, ma che dona uve pregiate e aromatiche con esposizione sud-sud ovest su suoli calcareo argillosi pieni di scheletro –, 7 d’oliveto con 350 piante antiche almeno 200 anni, 35 di seminativi-ortivi,
20 di bosco ceduo, 3 di frutteto con 950 alberi di frutta antica, in modo da mantenere l’equilibrio naturale del terroir. Sfida nella sfida, qui Peppino ha impiantato 1,5 ettari a Pinot Nero, uva molto delicata ma che ha bisogno d’esser coltivata piuttosto in alto e di inverni freddi. La seconda acquisizione del 2007 a Capaccio in località Cannito, a un’altitudine di 180 metri s.l.m., 25 ettari, di cui 14 di vigneto in un unico appezzamento, la vigna più grande di tutto il Cilento, con un’esposizione ideale a sudsud ovest in direzione del
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mare, distante solo 7/8 chilometri in linea d’aria. Qui gli impianti si trovano in posizione da “manuale della grande vigna” con una vista mozzafiato – alle spalle il Monte Calpazio che protegge dalle intemperie, di fronte il mare con l’isola di Capri sullo sfondo – alimentandosi da un terreno argilloso e calcareo ricco di minerali, un misto di roccia e scheletro marino che d’inverno riesce ad accumulare tutta l’acqua possibile, rilasciando poi la giusta l’umidità d’estate, mitigando la calura e il conseguente stress idrico delle viti: vigne pedemontane con un’importante presenza di macchia mediterranea, immerse in un microclima unico, giusto sotto la montagna, alta 750 metri a strapiombo, ergo l’escursione termica giorno-notte è costante, garanzia di grandi profumi ed estrema fre-
La dispensa di San Salvatore
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schezza, insolita per i vini del sud Italia, ma non meno importante è l’influenza del mare, capace con le sue brezze di donare un’intrigante sapidità. Non solo, nelle terre del vulcanico Peppino pascolano anche 750 bufale e, come omaggio a queste terre, di cui sono uno dei simboli, è stato scelto proprio il bufalo come
logo. “Ho visto un bufalo tra le vigne ed ho bevuto vino, ho visto un bufalo tra le vigne e lui ha visto me” è la frase che campeggia su tutte le etichette, un progetto grafico di rottura curato da Mario Cavallaro: “L’idea originale del nostro marchio parte da un bufalo stilizzato, attingendo idee dai millenari vasi rinvenuti, come se l’a-
vessero disegnato gli antichi Greci, riuscitissimo gioco d’assonanze e rimandi”. Pur essendo un’azienda giovane – la prima vendemmia è del 2009 – la filosofia produttiva della San Salvatore, per scelta etica e storicamente coerente, è molto legata alla tradizione contadina cilentana, rispettandone i tempi, le tradizioni, le abitudini, le ritualità e i metodi, infatti tutte le colture vengono condotte come una volta. I vini sono da sempre curati da un professionista di grandissima esperienza come Riccardo Cotarella, ormai molto preso dalla Campania, dove lavora da più trent’anni con risultati straordinari, dedicandosi alla ricerca sui vitigni locali autoctoni. La San Salvatore dal 2010 si è dotata di una moderna cantina, dotata di tutte le ultime tecnologie e del tratto contemporaneo dell’architetto Sabrina Masala: 1.600 metri quadrati in pianta e 300 di soppalco, dove si trovano gli uffici e un punto ristoro con una suggestiva vista della cantina dall’alto per far vivere ai visitatori
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un’esperienza totalizzante, allietata dai manicaretti delle donne cilentane. La San Salvatore, in scia al profondo rispetto che Peppino Pagano nutre per l’ambiente, ha ottenuto da alcuni anni la certificazione biologica e nelle proprie coltivazioni adotta esclusivamente processi organici che si rifanno
anche ad alcuni principi della biodinamica, mentre l’impatto ambientale è ridotto al minimo, infatti sul tetto della cantina sono installati pannelli fotovoltaici che la rendono pressoché autonoma a livello energetico. Tra bianchi, rossi, rosati e bollicine attualmente sono circa 450mila le bottiglie prodotte
e molte delle 20 referenze portano il nome di paesi della zona, omaggio al territorio, dove le rose, belle e profumate, fioriscono due volte l’anno, come ci ricordano Virgilio, Ovidio e Properzio. Giuseppe Pagano, oltre che agricoltore convinto, è anche amante della qualità della vita… “Nel mio sangue scorre forte la volontà di fare una viticoltura ecocompatibile completamente green, da cui scaturiscano prodotti etici e con grande attenzione alla salute del consumatore. Noi cilentani siamo molto fieri sia dell’ambiente naturale, che conserviamo gelosamente considerandolo un gran valore aggiunto, sia dei prodotti agroalimentari, grandi ambasciatori della nostra terra che possono aiutarci a innescare un importante flusso di turismo enogastronomico. Sono un
Fine dining Tre Olivi
amante del bello e del buono, due concetti reciproci e inscindibili che hanno un forte legame già nella Grecia classica, che trova la sua espressione suprema nell’ideale della kalokagathía, la condizione propria di ciò che sa di potersi dimostrare, nello stesso tempo, bello e buono. Concetto che i nostri antichi progenitori greci hanno dimostrato per esempio coi templi di Paestum, sicuramente fra i più belli del mondo, ma anche buoni, nel senso che sono ancora in piedi dopo ben 2.500 anni, mentre l’insediamento è stimato avere un’età di ben tremila anni!”. Quello che ammiriamo da sempre in te è un mix esplosivo d’energia, curiosità e chiarezza d’idee… “Il ruolo dell’imprenditore è sempre determinante per il Paese e il proprio territorio, pensa che quando mi sono buttato nel mondo del vino avevo già cinquant’anni, tante iniziative da curare e avrei potuto anche scegliere di comprarmi una bella barca… Invece ho preferito investire nell’agroalimentare di qualità perché penso che sia il futuro del made in Italy, avendo un sempre maggior appeal nei mercati internazionali e anche per dimostrare ai giovani che qualcosa si può fare, che devono credere nella propria terra, di cui i nostri prodotti d’eccellenza sono ambasciatori nel mondo intero”. San Salvatore non è solo un’azienda seria e organizzata, ma anche un laboratorio a cielo aperto, un progetto di sviluppo agricolo rigorosamente biologico in cui si dà valore a una produzione consapevole e alla memoria agricola collettiva.
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Cantina Santadi Il presidente di Cantina Santadi Elvio Curreli è stato eletto da un anno alla guida della storica realtà vitivinicola sulcitana, raccogliendo il testimone dal presidente emerito Antonello Pilloni, che è stato al timone di questo importante sodalizio enoico sardo per 48 anni, oggi una realtà cooperativa con 200 soci che coltivano un parco vigneti di ben 550 ettari circa e commercializzano circa due milioni di bottiglie l’anno. I vignaioli di oggi sono gli eredi di quel gruppo di 27 viticoltori eroici del
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Sulcis, guidati dal patriarca Peppino Sais, che decise nel 1960 di costituire la Cantina Sociale di Santadi, al fine di continuare le tradizioni dell’antica viticoltura del Sulcis, nel secondo Dopoguerra, momento molto problematico per il mondo del vino. Ma oggi, oltre a una produzione vitivinicola d’eccellenza, che vede tutte le uve ancora rigorosamente raccolte a mano – possiamo parlare quasi di un miracolo in questi ultimi anni! - Cantina Santadi è impegnata anche in un importante pro-
andrea cappelli foto bruno bruchi
da 65 anni nel mondo del vino sardo, offre 5 tradizionali “pinnette” - antichi ricoveri dei pastori e dei vignaioli fra le proprie vigne di cannonau nel segno di un enoturismo autentico nel cuore del Sulcis
getto in ordine all’enoturismo e all’accoglienza, che, vista la complessa situazione sui mercati, è un’altra risorsa che può aiutare il fatturato e di cui ci parla il
direttore Massimo Podda: “Vogliamo promuovere un nuovo modello d’ospitalità turistica integrata, che combina l’esperienza enogastronomica con la visita
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e la degustazione in cantina, arricchendola con la possibilità di visitare i vigneti e addirittura soggiornare nella nuova struttura agrituristica, immersa tra filari di vite e olivi antichi, addirittura alcuni centenari, che diverranno un grande giardino, in una collina da dove, in lontananza, si vede anche il mare. La nuova struttura d’accoglienza agrituristica nascerà infatti in mezzo a una delle vigne di proprietà della cantina, coltivata a Cannonau, ponendoci l’obiettivo di diventare uno dei punti di riferimento per chi desidera soggiornare in tranquillità e relax nel territorio del Sulcis. Cantina Santadi, attraverso la realizzazione
dell’agriturismo, proporrà al visitatore la possibilità di fare una nuova esperienza, composta da visita in vigna, visita in cantina, degustazione dei vini e pernottamento in vigna con la possibilità di godere di una prima colazione fatta interamente di prodotti locali: il pane fresco cotto nel forno a legna, i formaggi caprini e pecorini, la ricotta, i salumi, la marmellata, il miele e i dolci della tradizione sulcitana. L’agriturismo, dove gli ospiti potranno soggiornare, sarà composto da 5 ‘pinnette’, i tradizionali antichi ricoveri dei pastori e dei vignaioli, costruite in stile neo-tradizionale interamente con materiali ecologici locali, nel pieno ri-
Il presidente Elvio Curreli
Il direttore Massimo Podda
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spetto dell’architettura tipica e dotate di tutti i comfort necessari per accoglierli durante le varie stagioni dell’anno. Il cantiere è in piena attività, così le unità abitative, oltre allo spazio comune a disposizione de-
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gli ospiti, cioè una sala di socializzazione, lettura e ristoro, anch’essa realizzata con materiali green, saranno pronte per luglio 2026, compresi i lavori infrastrutturali, cioè il grande prato verde tutt’intorno, i
passaggi tra le pinnette e l’area comune, che sono previsti in selciato. Gli arredi, tutti in legno, secondo la tradizione locale, saranno realizzati artigianalmente in stile minimale e garantiranno comodità agli ospi-
ti, mantenendo l’eleganza della struttura. E nel periodo vendemmiale (agostoottobre) gli ospiti potranno anche assistere e partecipare alla raccolta manuale delle uve, nonché al trasporto in cantina per la successiva fase di trasformazione. Senza scordare che da questa collina si gode una bellissima vista che guarda in lontananza verso le suggestive località di Sant’Antioco e Carloforte. Il nostro principale obiettivo è che il visitatore rientri a casa propria col bellissimo ricordo di un’esperienza straordinaria nel mondo del vino e il desiderio di ritornare presto nel Sulcis”. Le pinnette saranno realizzate in un’area semplice da raggiungere e poco lontana dalla Cantina, si tratta di alcune centinaia di metri in linea d’aria, ma di grande importanza storico-culturale, infatti nelle immediate vicinanze si trova l’importantissimo sito archeologico di Pani Loriga, sulla cui collina insiste il nuraghe Diana, posizionato nel punto più alto del rilievo (183 metri sul livello del mare), da dov’è possibile avere un controllo territoriale amplissimo: a ovest, in direzione del Rio Palmas, sino a raggiungere le isole di Sant’Antioco e San Pietro, a est/nord-est in direzione dei passi di Pantaleo e Campanasissa. L’altura venne frequentata dalle comunità locali sin dal IV millennio a.C., come accadde per il villaggio di S’Arriorgiu e la necropoli di Montessu. Le indagini ar-
cheologiche hanno consentito di individuare 8 domus de janas. Il primo impianto per le tombe ipogee è attribuibile alla cultura di Ozieri, tuttavia i reperti rinvenuti indicano un impiego della necropoli per tutto il periodo prenuragico, sino al Bronzo Antico (culture di Abealzu-Filigosa, Monte Claro, Campaniforme e Bonannaro). Il riutilizzo di alcune tombe avvenne inoltre anche da parte delle comunità attive sulla collina in epoca fenicia e punica. Due sono le domus (tomba 1 e 2), che sono state oggetto di una completa indagine archeologica. Entrambi gli ipogei presentano il medesimo schema costruttivo: una cella funeraria di forma sub-ellittica – con 2 nicchie scavate nella parete di fondo e un singolo accesso frontale – e un’anticella, ovvero
l’ambiente che introduceva alla cella funeraria, ormai a cielo aperto a causa dei crolli succedutisi nel tempo. Numerosi frammenti ceramici e alcuni rifacimenti strutturali, tra cui la ristrutturazione dell’ingresso della tomba 1 con la posa di 3 grandi ortostati, testimoniano la lunga frequentazione di questi ipogei e l’inizio del loro collasso già in epoca antica. Tracce di pittura parietale di color rosso e bruno sono conservate solo in una tomba, localizzata lungo il versante orientale, il cui ingresso era posto, al contrario degli altri ipogei, sulla volta della cella. Ma andiamo a scoprire cosa sono queste “case delle fate”… Il nome italianizzato proviene dal sardo ‘Domus de Janas’, che la tradizione popolare ha battezzato come case delle antiche fate
appunto, creature magiche e misteriose che popolavano i boschi: immaginate delle piccole dimore abitate da creature leggendarie di minuscola statura, che, instancabili, tessevano splendide stoffe con le loro mani delicate sui loro preziosi telai d’oro alla luce della luna, mentre intonavano dolci melodie, vegliando sul sonno dei bambini. È questa la fantasia che vi accompagnerà alla scoperta delle suggestive Domus de Janas, denominazione attribuita dalla leggenda popolare alle sepolture arcaiche scavate nella roccia, tipiche della Sardegna interna. Le Domus de Janas, che costituiscono infatti uno degli aspetti più tipici delle genti sarde prima dell’Età Nuragica, risalgono a ben 5.000 anni fa e sono tombe che ci restituiscono oggi preziose testi-
monianze del Neolitico. L’isola ne custodisce migliaia, un universo sotterraneo, mimetizzato nel paesaggio della campagne, scavate in massi isolati o raggruppate su costoni rocciosi. Sacralità e ritualità spinsero gli uomini prenuragici a scavare la roccia e decorare le ‘stanze’ che accoglievano i loro cari, che ‘dormivano’ nel ventre della Madre Terra, divinità testimoniata dal rinvenimento di centinaia di statuette votive stilizzate, in attesa del viaggio rigeneratore nell’aldilà. Sono strutture sepolcrali a camera, costituite da vani, talvolta comunicanti, a volte in superficie e a volte sotto terra, dotate addirittura di un sistema di canalizzazioni per proteggere i sepolcri da infiltrazioni d’acqua, sia isolate che in grandi concentrazioni costituite an-
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che da più di 40 tombe, a formare delle vere e proprie necropoli. E ve ne sono di tanti tipi: a pozzetto, a forno, a camera con in comune un corridoio d’accesso, detto dromos, a forma di capanna rotonda col tetto a forma di cono, ma anche con spazi rettangolari e a tetto spiovente, provviste di porte e finestre. L’uso di scavare tombe nelle roccia testimonia l’abilità degli artigiani che erano in grado con pochi e rozzi strumenti, spesso solo picconi in pietra, d’intervenire sulla roccia trachitica o arenaria preferibilmente nelle falde delle colline o in pianori leggermente sopraelevati. Si tratta quindi di ambienti complessi, che probabilmente riflettevano la struttura del-
le abitazioni preistoriche, com’è evidente dalla suddivisione interna degli stessi. Il tipo di sepoltura rivela infatti l’intenzione degli esecutori di riprodurre le abitazioni dei vivi (ma su scala ridotta, si pensa, più o meno alla metà), riproponendo nelle pareti in pietra, con la tecnica del rilievo, le zoccolature, i pilastri, le colonne, i bacili, i focolari, i travi lignei dei tetti a doppio spiovente, dando una precisa idea di come in realtà fossero costruite le case in legno dei paleosardi 5.000 anni fa. Spesso poi le pareti conservano motivi decorativi scolpiti, incisi e dipinti, in gran parte simbolici, aventi valore apotropaico e di rinascita, come le false porte, che segnavano il passaggio al
L’agrotecnico Gianni Poeta
Un grappolo di Cannonau
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mondo ultraterreno, le corna e le protomi taurine, rappresentazione schematica che testimonia il culto di una divinità principio di rigenerazione per i defunti, in quanto simbolo della vita e della potenza fecondatrice, le spirali, le teste di bovino o motivi geometrici. Evidentemente vi erano particolari concezioni religiose e cultuali che consigliavano nell’architettura funeraria la riproposizione dell’architettura domestica, secondo un filo ideale che doveva unire l’abitazione e il luogo custode delle spoglie mortali. Le Domus de Janas rappresentano l’importanza attribuita al culto dei morti dai primi abitanti dell’isola, quando i defunti venivano restituiti alla terra, adagiati in queste ‘casette’ di pietra, centro dei rituali in onore degli antenati. Se-
guendo particolari riti, il defunto veniva trasferito da quella che durante la sua vita fu la sua casa abituale, in un’altra casa, secondo un antico principio ideale proprio di queste genti che presupponeva la continuità eterna dell’essere umano. Infatti accanto alle spoglie venivano deposti oggetti d’uso comune facenti parte del corredo terreno del defunto e si pensa anche che venisse lasciato del cibo per il viaggio ultraterreno. “Le janas erano certe piccole fate, per lo più malefiche, chiamate anche sas bìrghines”, così la famosa scrittrice Grazia Deledda (1871/1936), premio Nobel per la Letteratura nel 1926, descrive queste piccole creature. Secondo Dolores Turchi e Claudia Zedda, invece, le janas sono tendenzialmente buone, ma possono di-
ventare vendicative con coloro i quali non mostrano rispetto del loro potere. Ma non sono fate, e neppure streghe, sono creature divine depositarie di antichi saperi. Si dice siano state le prime abitanti della Sardegna e che proprio loro abbiano insegnato alle donne gli antichi mestieri: la filatura, la medicina naturale, la lavorazione del pane, l’arte e la profezia. E ancor oggi tutte le Domus de Janas, simboli delle figure mitologiche tipiche del folclore sardo, emanano un incanto fatato… Tanto che nel 2025 sono state addirittura inserite dall’Unesco nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. Tornando al sito archeologico di Pani Loriga, grazie alle recenti indagini della Soprintendenza Archeologica di Cagliari, è stato possibile stabilire che il
punto più alto della collina, la cosiddetta Acropoli, venne frequentata dai Fenici per fini cultuali già nell’avanzato VIII secolo a.C. Solo con la fine del VII secolo a.C. si hanno però indizi di una comunità stabile, come testimoniato dai più antichi corredi della necropoli a incinerazione, le cui tombe furono scavate nel banco di riolite che insiste sul versante occidentale dell’altura. Circa un secolo dopo, l’abitato fenicio venne inglobato nella sfera di influenza cartaginese. Nel corso del V e della prima metà del IV secolo a.C., l’insediamento raggiunse la sua massima estensione, a seguito di una pianificazione urbanistica che prevedeva non solo l’occupazione intensiva del pianoro sommitale, ma anche delle pendici orientali dell’altura, com’è
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Sito archeologico di Pani Loriga
stato possibile stabilire dalle indagini che il CNR conduce in modo continuativo sul sito, a partire dal 2005. Gli scavi hanno evidenziato una fase di frequentazione che si sviluppa fra la fine del VI/inizi V e la prima metà del IV secolo a.C. Successivamente l’abitato fu abbandonato e la collina venne frequentata solo per attività produttive e a sco-
Rendering delle pinnette in costruzione
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po rituale. Questa situazione si è dimostrata ottimale per il recupero dei materiali pertinenti alle fasi di vita più recenti delle strutture indagate, perfettamente sigillate dai crolli delle coperture e dei muri. Ciò ha permesso d’effettuare analisi biochimiche su un’ampia selezione di vasi, che, integrate con le indagini archeozoologiche e archeobotaniche, hanno permesso di stabilire la dieta alimentare degli abitanti di Pani Loriga. Oltre al consumo inten-
sivo di cereali e legumi sotto forma di pappe, erano preparati piatti particolarmente saporiti con carni di maiale e ovicaprini, ma anche di cervo, sottoposte a cotture prolungate, grazie all’aggiunta di olio vegetale e vino. A tal proposito, suggestiva risulta l’ipotesi secondo la quale una delle pietanze tipiche della cucina sarda, sa petza imbinada, cioè la carne macerata e cotta nel vino, sia retaggio di una tradizione iniziata nel periodo nuragico e continuata in quello fenicio e punico. Le indagini condotte dal CNR hanno dimostrato anche come il consumo di vino occupasse un ruolo molto importante sia nel rituale funerario sia nelle cerimonie pubbliche che regolavano la vita della comunità di Pani Loriga. E per mezzo delle analisi biochimiche si è potuto stabilire che il vino era consumato in purezza, oppure miscelato con vari ingredienti al fine di ottenerne una bevanda energizzante. Si tratta di dati sorprendenti, che evidenziano come la cultura della vite, così come il consumo e la commercializzazione di vino nel territorio, abbiano una lunga e straordinaria storia, che Cantina Santadi ha saputo valorizzare e portare all’attenzione del mondo dell’enologica sia in Italia che all’estero. Senza scordare che ancor oggi il sito archeologico è oggetto di campagne di scavo annuali in corso in 3 siti, condotte dal professor Massimo Botto del CNR di
Genova per quanto riguarda l’area fenicio punica, che stanno riportando alla luce tutta la situazione perimetrale di quell’area dove diverse civiltà, dalla prenuragica alla nuragica, abitavano e commerciavano. Ma dalle bellissime vigne collinari che circondano le pinnette è scaturita anche una novità enologica di Cantina Santadi, che fa parte di una nuova linea di vini, cioè un intrigante rosso dal vitigno autoctono Cannonau. L’agrotecnico Gianni Poeta ci illustra cosa vuol dire vitigno autoctono: “Intanto partiamo col chiarire che il termine autoctono, riservato a un’uva, significa che quel vitigno è nato e si è sviluppato in un preciso luogo geografico, adattandosi al territorio che lo ha ospitato fin quasi a fondersi con esso. Si tratta quindi di una varietà non trapiantata da altre aree, ma originaria della stessa zona storica d’origine in cui viene coltivata. Ogni vitigno autoctono ha determinate caratteristiche distintive quanto a forma e dimensione delle foglie, dell’acino e del grappolo, ma anche riguardo alle peculiarità che conferisce al vino. In ordine alla Sardegna, la sua conformazione geografica e le sue antichissime tradizioni hanno preservato una straordinaria biodiversità ambientale anche per quanto riguarda le varietà di vitis vinifera. Qui, dove il vigneto è parte integrante del paesaggio, i vitigni autoctoni sono circa 140 e 21 quelli iscritti nel
Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Se già durante gli anni Settanta del Novecento i primi pionieri hanno iniziato a studiare l’enorme quantità di vitigni autoctoni isolani, è negli ultimi 2 decenni che c’è stata una giusta riscoperta e una virtuosa valorizzazione di queste varietà. Puntare sui vitigni autoctoni, che rappresentano il patrimonio genetico enologico unico della Sardegna, vuol dire anche riscoprire l’antichissima storia vitivinicola della seconda più grande isola del Mediterraneo. In Sardegna sta iniziando da qualche anno a tirare un nuovo vento, nel segno dell’innovazione e del territorio, 2 principi cardine che, applicati alla ricerca concentrata sui vitigni autoctoni dell’isola, iniziano a trasformarsi in una bella tensione qualitativa. E mentre l’interesse attorno a queste uve della memoria sta crescendo vertigi-
Ricostruzione dell’antica città punico-fenicia di Pani Loriga, di Gabriele Pettinau
nosamente, negli ultimi anni stiamo assistendo anche all’aumento delle superfici vitate degli autoctoni”. Ma ora entra in gioco il pensiero dello storico consulente di Cantina Santadi, il maestro Giacomo Tachis, che per oltre trent’anni si è occupato della produzione della cantina, come ricorda il presidente emerito Antonello Pilloni: “Questo vero e proprio genio del mondo del vino aveva capito che, dopo l’era della grande industrializzazione che aveva vissuto l’isola – ‘il dottore’ chiamava la Sardegna ‘l’Isola della Natura’, avendo sempre avuto una grande attrazione per la cultura del Mediterraneo, per le isole e il mare – un modello di sviluppo dominato dalle miniere, andato poi in crisi, il riscatto dell’orgoglio sardo poteva e doveva passare anche dal creare grandi vini da vitigni autoctoni, che potessero competere a livello italiano e internazionale, una cosa a cui noi tenevamo e a cui ambivamo molto. Con lui ci fu chiaro che il futuro della
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Sardegna stava nei prodotti della terra ancestrale dei padri e dei nonni, a noi stava il compito di riuscire a esprimere il ‘genius loci’ dell’isola. Senza scordare che Tachis, affezionatosi subito al popolo sardo e alla sua cucina tipica, rima-
Il winemaker Giorgio Marone
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se affascinato dalla situazione ambientale poiché Cantina Santadi sorgeva nel Sulcis, una delle zone più suggestive della Sardegna, che vanta un patrimonio millenario particolarmente florido per la coltivazione della vite, in linea d’aria a pochi chilometri dalle meravigliose spiagge e dune bianche di Porto Pi-
no, dove le viti sono piantate direttamente su sabbie ferrose e letteralmente spruzzate dall’acqua del mare, tanto sono vicine alla costa. Accarezzati dalla brezza marina, i vigneti, coltivati su terreni granitici e calcarei, ricchi di sedimenti, godono di un microclima mediterraneo ideale, caldo-arido in estate e
temperato d’inverno, mitigato dalla presenza d’imponenti alberi d’ulivo secolari che fanno da contorno a un paesaggio idilliaco. Il panorama che si apre alla vista non può che lasciare a bocca aperta con l’area costiera a tratti impervia con scogliere a picco sul mare, a tratti dolce con splendide spiagge circondate da pini naturali e ginepri secolari, all’interno vasti tratti pianeggianti, rilievi collinari e montagne che conservano un gran patrimonio di biodiversità. Tachis, che predicava sempre che l’enologia dovrebbe fondarsi, come diceva ‘sull’interpretazione umana dell’uva’ guardava i nostri vigneti con grande amore, dicendo ‘questi sono proprio dei giardini’”. L’enologo consulente Giorgio Marone, allievo di Giacomo Tachis, ci parla ora dell’origine del vitigno autoctono Cannonau: “Recenti studi ne hanno dimostrato l’endemicità, infatti resti di vinaccioli risalenti a 3.200 anni fa sono stati ritrovati in diverse zone dell’isola e tale fatto fa ritenere il Cannonau come il vino più antico del bacino mediterraneo. La prima volta che il nome Cannonau fece la sua comparsa su un documento ufficiale, con riferimento a un vitigno, fu in un atto del 21 ottobre 1549 del notaio Bernardino Coni con sede a Cagliari. Nel 1612 un visitatore del re Martin Carrillo e nel 1667 il francescano Giorgio Aleo citano i vini “Cañonates”, che allora erano prodotti in
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tutta l’isola. Nel Settecento Manca dell’Arca parla del Cannonau e nell’Ottocento Moris classifica il vitigno come “Vitis prestans”. Dal punto di vista ampelografico, presenta foglia media, orbicolare, pentalobata, a volte trilobata con margine e dentellatura regolare, completamente glabra, di color verde lucente. Il grappolo è medio, cilindroconico, a volte serrato e alato. L’acino è medio-piccolo, sferoidale con buccia nero-violacea, consistente e molto pruinosa. La maturazione è medio-tardiva. Dal punto di vista agronomico, il Cannonau ha buona vigoria, produzione non molto elevata e buona capacità d’adattamento, infatti è resistente alla siccità, quindi prospera in condizioni calde e secche, il che spiega la sua diffusione in aree molto diverse sia dal punto di vista climatico che pedologico. Il Cannonau è il vitigno a bacca nera più diffuso in Sardegna, che dona un vino dai profumi ampi di frutta matura, ma anche note d’erbe aromatiche, toni speziati e macchia mediterranea. Al palato il Cannonau si distingue per la sua intensità, è caldo e profondo”. L’enologo residente Riccardo Curreli ci parla di come nasce questo nuovo Cannonau: “Insieme ad altre figure professionali della cantina, faccio diverse campionature per stabilire la data di inizio vendemmia, che avviene quando raggiunge la giusta maturazione fenolica e aromati-
ca per poi esser sottoposto al processo di vinificazione in cantina. Il giorno della raccolta viene effettuata un’ulteriore analisi visiva dell’uva, ma in cantina è presente anche una stazione multiparametrica che, grazie al campione di mosto prelevato, consente di determinare alcuni parametri essenziali per le fasi successive (vedi misurazione di zuccheri, acidità, ph, polifenoli). Dalla somma delle considerazioni agronomiche fatte in campo e delle analisi al conferimento, scaturiscono le decisioni sulla lavorazione delle uve. Così le stesse vengono diraspate, pigiate e trasferite in serbatoi d’acciaio inox, dove inizieranno a fermentare; durante la fermentazione alcolica è importantissimo degustare giornalmente i mosti affinché si possa scegliere gli interventi più adatti con tempistiche e modalità che varieranno per condizioni e
L’enologo residente Riccardo Curreli
destinazione (vino). Durante la fermentazione, per estrarre le componenti polifenoliche, vengono eseguiti rimontaggi e delestages. Una volta terminato il periodo di fermentazione, si procede alla svinatura, dove si estrae il mosto fiore e si pressano le vinacce sgrondate. Il vino ottenuto verrà travasato nelle vasche di cemento, dove avrà luogo la fermentazione malolattica. A questo punto il Cannonau segue il suo percorso d’affinamento nelle vasche di cemento per alcuni mesi per completare il suo percorso con l’imbottigliamento, altra fase delicatissima, nella quale si deve preservare tutto il lavoro svolto in vigna e in cantina sino a quel momento, per questo ci si avvale di tecnologie all’avanguardia. Per garantire che le vinificazioni e gli affinamenti si svolgano nel migliore dei modi possibili, è necessario seguire tutte le fasi, dalla fermentazione all’affinamento in bottiglia con analisi sensoriali e analitiche, grazie alle mo-
derne tecnologie presenti nel laboratorio interno”. Direttore Podda, vi state accingendo ad allargare questa nuova gamma di vini che affianca quella dei classici… “Tutto ciò per cercare di andare sempre nella direzione anche delle nuove tendenze di mercato e richieste che provengono dal consumatore. Così i nostri sforzi nel futuro si concentreranno nell’innalzare sempre più l’asticella qualitativa della gamma prodotti, che sta assistendo anche a delle new entry, come appunto il Cannonau ‘Pani Loriga’, che fa parte di questa nuova linea, per i quali abbiamo previsto una rivisitazione completa del ‘vestito’, rispetto appunto alla linea dei classici, che, in ordine al Cannonau, vedeva l’etichetta Noras, nata nel 2008, un rosso che nel suo percorso, prima di andare in bottiglia, fa anche un affinamento in barriques. Il Cannonau ‘Pani Loriga’ matura in acciaio, lasciando al vino i caratteri più naturali del vitigno autoctono
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simbolo della Sardegna, la prima annata è stata la 2022 e ora è in commercio la 2023, cioè viene rilasciato sui mercati a distanza di 2 anni dalla vendemmia, per una produzione annua di circa 20mila bottiglie, che provengono da una vigna di circa 12 ettari con piante di circa 13 anni d’età, gestita direttamente da Cantina Santadi. Si tratta di un Cannonau meno strutturato, più scorrevole, bevibile e leggiadro, che va ad arricchire, in ottica contemporanea, l’offerta del portfolio di Cantina Santadi, e siamo molto felici perché sta andando molto bene sui mercati. Il nome proviene dal fatto che la collina dove viene coltivata questa vigna di Cannonau, che dista solo 2 chilometri dal centro abitato di Santadi, è in località Pani Loriga, di fronte alla collina che ospita l’importante sito archeologico e l’etichetta, dai colori molto vivaci, prende ispirazione da questo luogo con tanta storia alla spalle: al centro, sia in alto che in basso, sono raffigurate delle pinnette – guarda caso proprio come quelle che sono attualmente in costruzione – e un uomo che veste un abito tradizionale sardo da lavoro e imbraccia un bastone, ‘su cannonau’, una grossa canna che, nei tempi antichi, si usava per i rimontaggi nel tino, da qui
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pare provenga il nome dell’uva. Ai lati, sia a sinistra che a destra, sono anche raffigurati degli edifici, che restituiscono una rappresentazione della città che insisteva nella collina di Pani Loriga in epoca fenicio-punica”. Certamente la situazione commerciale sui mercati è complessa, come sta reagendo Cantina Santadi? “Stanti le criticità che tutti conosciamo, è fondamentale essere più presenti fisicamente sui territori con continuità. Guarda caso il settore commerciale, da febbraio di quest’anno vede in azienda anche una nuova risorsa, che proviene da precedenti esperienze nel settore vino come buyer, che si sta già occupando a pieno titolo di Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna. Per lo stesso motivo, anche nell’area asiatica, altro importante mercato per Cantina Santadi, ci avvaliamo di un ‘agenzia commerciale basata a Shanghai”. Quanto vale il mercato domestico e quello estero per Cantina Santadi? “Circa il 45% del giro d’affari è domestico e vede naturalmente la Sardegna come regione molto importante perché è evidente che se vuoi andare oltre i confini regionali e addirittura oltre i confini nazionali, non si può non essere ben presenti nella regione d’appartenenza”. Cantina Santadi da 65 anni valorizza al meglio l’essenza contadina dentro vini raffinati, che
viaggiano per il mondo recando con sé l’anima più autentica della Sardegna. Quella del Sulcis – alla latitudine di 38° nord, una delle regioni viticole più meridionali in Europa - l’area geologica più antica dell’isola, dove, come in un anfiteatro protetto da suggestive montagne, il mutevole paesaggio digrada da morbide colline fino a trasformarsi in un territorio marino ricco di spiagge bianche. Silenziosamente, in un mondo vitivinicolo mutevole e rumoroso, al sicuro nel sud-ovest di un’isola che sembra sempre più al di fuori delle regole temporali del mondo, i vitigni autoctoni sardi ci regalano un’incredibile concatenazione di fattori, in grado di donarci vini di grande emozione. Ogni suo vino è stato concepito da un’attenta rilettura del territorio nel passato e nel presente, proiettandolo verso il futuro. Così ancor oggi l’impegno assiduo e costante dei conferitori di Cantina Santadi, insieme allo spirito innovativo e al rispetto della tradizione territoriale, mirano a onorare e salvaguardare un prezioso patrimonio di storia, cultura, stile e gusto, che è l’essenza della realtà contadina sarda. Nel Sulcis le donne e gli uomini si prendono cura costantemente delle viti e la salvaguardia della sostenibilità, ormai obiettivo diffuso nelle più svariate zone vinicole del mondo, non lo è in questo luogo: qui è, in realtà, il punto di partenza. I ter-
reni sabbiosi, poveri e drenati inducono un vigore limitato alle piante e l’elevata insolazione favorisce l’accumulo di zuccheri e composti secondari, stimolando fenomeni di polimerizzazione dei tannini, che permettono di ottenere acini dagli aromi unici con polpe e vinaccioli dalle sorprendenti maturazioni fenoliche. Ma Cantina Santadi è stata sempre anche un’impresa coesiva, capace di generare positive ricadute di carattere sociale, ambientale e politico, divenendo un riferimento importante che ha permesso di sperimentare nuove forme d’alleanza tra impresa e territorio e realizzare un concreto miglioramento del benessere collettivo. Credo perciò doveroso riconoscere all’enopolio il contributo determinante per l’intero comparto della vitivinicoltura sarda. La Cantina di Santadi, piccolo centro agropastorale, i cui vini oggi si trovano nelle carte dei migliori ristoranti di tutto il mondo, è erede di duemila anni di storia vitivinicola sulcitana. Lo spettacolo del sole, che cala sul mare dopo aver portato a maturazione le prestigiose uve di questo luogo inconfondibile, ci regala tramonti indimenticabili, ripetendosi magicamente da secoli. Un disegno dove pare ci sia traccia di quella facoltà primitiva che Tachis amò dei sardi ovvero ‘unire la realtà alla leggenda e al sogno’”.
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Siti d’interesse SITO ARCHEOLOGICO DI MONTESSU, VILLAPERUCCIO Consorzio Sistema Culturale Sardegna +39 327 6303593 info@consorziosistemaculturalesardegna.it www.consorziosistemaculturalesardegna.it FONDAZIONE CAMMINO MINERARIO DI SANTA BARBARA CMSB, IGLESIAS +39078124132 segreteria@camminominerariodisantabarbara.org www.camminominerariodisantabarbara.org
AREA ARCHEOLOGICA DI PANI LORIGA, SANTADI MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO, SANTADI MUSEO ETNOGRAFICO SA DOMU ANTIGA, SANTADI Cooperativa Sociale Sémata +390781954203 +393488866797 coopsemata@gmail.com sistemamusealesantadi@gmail.com Facebook @sistemamusealesantadi Instagram @sistemamusealedisantadi www.coopsemata.it GROTTE IS ZUDDAS, SANTADI Monte Meana Soc. Coop. +3907811888010 iszuddas@tiscali.it www.grotteiszuddas.com
Grotte Is Zuddas
Domus de Janas a Montessu
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QUARANT’ANNI DI
Grattamacco
andrea cappelli
NELLA GRANDE BELLEZZA DELLA CAMPAGNA GIARDINO DI BOLGHERI
Col lancio del Bolgheri Superiore doc 2022, Grattamacco celebra quattro decadi dell’etichetta simbolo della tenuta, risultato di uno stile rimasto fedele a sé stesso, fondato su agricoltura biologica, vinificazione essenziale e Sangiovese nel blend, una direzione fuori dal comune e identitaria all’interno della denominazione Bolgheri, oggi considerato uno dei più prestigiosi territori del vino a livello mondiale.
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Ma per quasi tutto il Novecento, l’area del bolgherese, situata tra le colline che segnano il limite della piana costiera e circondata da boschi impenetrabili, non aveva certo l’aspetto di una terra promessa… E ancora negli anni Settanta Bolgheri era un far west agricolo, che aveva bisogno di trovare il suo eldorado e persone capaci di vedere oltre la durezza del luogo con le sue terre bianche, impervie e poco fertili. Piermario Meletti Cavallari fu il primo a intuire il potenziale enoico di quest’aspra terra, dove rilevò il podere Grattamacco nel 1977. Lo stesso nome, macco, indicava le dure pietre d’arenaria e calcare che venivano scartate durante la fusione del ferro, già conosciute dagli Etruschi e dai Romani e utilizzate a basamento delle strade. Una terra dove “grattare pietre e fatica”, ubicata sulle colline al confine della pianura costiera, circondata da impenetrabili boschi. Cultore del vino e amico intimo del leggendario sommelier e grande scrittore Gino Veronelli, Meletti Cavallari rivoluzionò la tenuta. I frutteti vennero estirpati in favore dei filari, scegliendo le varietà d’uva più adatte alle argille bianche che affioravano in superficie. Vennero piantati il Vermentino, allora inusuale in questa zona, il Sangiovese e le varietà bordolesi, il cui adattamento a Grattamacco ebbe del prodigioso.
Fu il secondo imprenditore a credere nelle potenzialità di Bolgheri, dopo il marchese Incisa della Rocchetta della Tenuta San Guido e prima ancora dell’istituzione della denominazione d’origine controllata. La prima annata imbottigliata, la vendemmia 1982, fu classificata come Vino da Tavola, un rosso che debuttò quando la geografia enologica del territorio era ancora tutta da scrivere. Seguendo lo spirito pionieristico di Grattamacco, da sempre strettamente legato alla spinta verso l’innovazione e la ricerca, seppur nel rispetto del territorio, Meletti Cavallari nel 1986 pianta la prima vigna di Vermentino a Bolgheri, una selezione massale di vecchi filari indigeni, le più vecchie di Bolgheri, qualcuna con oltre 40 anni d’età, situate a 100 metri slm su una terrazza naturale affacciata verso il mare, che avrebbero portato pochi anni più tardi alla nascita del Grattamacco Bianco, Vermentino in purezza. La vinificazione si svolge per un terzo in barriques e per la parte restante in vasche d’acciaio. L’affinamento dura 6 mesi con frequenti bâtonnages delle fecce nobili. Così, dall’unione perfetta tra un’uva nativa delle coste mediterranee, il “mare nostrum” tanto caro ai nostri progenitori romani e le argille bianche saline della tenuta, nasce un bianco di spiccata mineralità con sentori di spezie dolci, note
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agrumate e floreali di ginestra, il cui vivido carattere vibra con forza e potenziale d’invecchiamento. Nel Grattamacco Bianco la matrice sapida e il carattere mediterraneo sono elementi indissolubili della sua spiccata vitalità, sostenendolo nella beva e nel tempo. Nel 1994, sotto il leccio secolare della casa colonica di Grattamacco, Piermario Meletti Cavallari, Michele Satta, Piero e Lodovico Antinori, e Nicolò Incisa della Rocchetta, sono rappresentati da una foto storica, che incornicia i protagonisti dell’inizio della storia di Bolgheri e dell’origine della sua denominazione. Così, con l’introduzione della denominazione d’origine controllata nel 1994, l’iconico rosso Grattamacco trovò la sua naturale collocazione nel Bolgheri Superiore, sen-
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za mai rinunciare a quello stile particolare che rende immediatamente riconoscibili i vini di Grattamacco. E con la vendemmia 1994, Grattamacco, subito dopo la nascita del disciplinare, fu la prima cantina a imbottigliare un Bolgheri Rosso, diventando così alfiere della doc nel mondo. Un’etichetta schietta e diretta che nasce per promuovere il nome della denominazione, cercando di racchiudere le tipiche espressioni di un vino quotidiano della zona d’origine. Il blend consta di tutti i vitigni presenti: Merlot, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Petit verdot e il marchio di fabbrica Sangiovese. Essi provengono da una selezione delle vigne più giovani e da un primo passaggio di raccolta delle vigne più vecchie. La fermen-
tazione si svolge in tini d’acciaio, dove parte del vino resta in affinamento, mentre un’altra porzione prosegue per 8 mesi in barriques. Ne consegue un vino d’agile beva, dal sapore distinto e marcato carattere, in cui l’espressione mediterranea bolgherese è sostenuta dalla freschezza tipica delle colline di Grattamacco. Il parco vigneti, tra i più longevi della zona, è coltivato ufficialmente, dopo i 3 anni obbligatori di conversione, in regime biologico certificato dal 1997 – il clima mediterraneo, temperato da frequenti brezze marine, facilita molto la coltivazione organica in vigna, pratica congeniale per preservare il carattere autentico del terroir della collina di Grattamacco, riflettendo in pieno il rispetto per l’integrità naturale di
questo eccezionale territorio. Nel 2002 Meletti Cavallari passa il testimone dell’azienda a Claudio Tipa, imprenditore, sportivo e mecenate, che ne prese le redini, portandone avanti l’imprinting pionieristico. Venne così potenziata la produzione dei rossi, rispettando la vocazione di Grattamacco al Sangiovese. Da una delle intuizioni di Tipa, nel 2004 si individuò il sito dove piantare Cabernet sauvignon e Cabernet franc ad alberello: era la prima volta che sul territorio compariva questa forma d’allevamento, ma non sarò l’ultima. I risultati infatti sono stati così incoraggianti, che oggi il disciplinare ne permette l’impiego. Da quest’esperienza di viti-
Il patron Claudio Tipa
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coltura arcaica nacque così il vino L’Alberello, dedicato appunto alla prima vigna coltivata ad alberello a Bolgheri, con un sesto d’impianto detto a “settonce”, per una piantagione equidistante, che permette a ogni singola vite di ricevere il medesimo irraggiamento solare e un’eguale porzione di suolo. L’idea dell’alberello nasce come risposta a situazioni climatiche d’estremo caldo e siccità, essendo questa forma d’allevamento più resiliente a tali condizioni. La particolare distribuzione delle viti permette di vendemmiare le uve di Cabernet sauvignon e Cabernet franc contemporaneamente, formando un vero e proprio uvaggio. La fermenta-
Il direttore tecnico Luca Marrone
zione insieme dei 2 vitigni regala particolari note balsamiche e speziate, che acquistano poi profondità e ampiezza con l’affinamento in barriques per un massimo di 18 mesi. Altra intuizione del visionario vignaiolo Claudio Tipa fu quella d‘estendere il parco vigneti di Grattamacco verso le alture bolgheresi, identificando il potenziale dei terreni che insistono sulle colline più alte della zona. Acquisì così dei vigneti e terreni in zona Casavecchia, località a nord di Castagneto Carducci, vera e propria oasi celata alla vista dalla vegetazione, ristabilendo i primi vigneti risalenti al 1998 e piantandone di nuovi. Qui le vigne crescono su una parcella in cima alla collina, circondate da boschi, con lo scopo d’espandere la ricchezza di nuances espressive della denominazione. Godendo di un clima più fresco rispetto alla costa, questi vigneti rappresentano la risposta naturale al cambiamento climatico, essendo protetti dal forte calore, grazie alla cintura verde di macchia mediterranea che li circonda e alle brezze marine, che soffiano costantemente a quest’altitudine. Con una combinazione perfetta d’argille bianche e arenaria ricca di quarzo, questo luogo elevato favorisce la crescita d’uve che uniscono freschezza ed equilibrio, potenza ed espressività, evitando eccessi di gradazione
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alcolica che le estati sempre più calde stanno forzando nei vini della zona costiera. Così varietà internazionali, tra cui Cabernet sauvignon, Merlot, Cabernet franc e Petit verdot, prosperano a Casavecchia. Ma la varietà che è forse più esaltata su questa parcella di collina è proprio il toscano Sangiovese, che qui trova quella nota di freschezza e acidità che è parte integrante del suo carattere. Tipa portò così a termine, negli anni, il rinascimento vitivinicolo bolgherese, iniziato da Meletti Cavallari, inserendo Grattamacco fra le Tenute del Gruppo ColleMassari e contribuendo in modo determinante all’internazionalizzazione delle etichette qui prodotte. La tenuta copre oggi un’area, circondata da boschi che si estendono per oltre
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1.600 ettari tutto intorno, di 80 ettari, di cui 34 vitati e altri 5 d’uliveti per una produzione di circa 200mila bottiglie all’anno che vengono esportate in oltre 56 Paesi del mondo, tra i quali i mercati principali sono Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Austria e Svizzera. Adagiata sulla cima di una collina boscosa tra Castagneto Carducci e Bolgheri, Grattamacco gode di un invidiabile affaccio sulla costa toscana, nel tratto detto Costa degli Etruschi, ispirazione di poeti e pittori, in particolare i Macchiaioli, gruppo di artisti attivi principalmente in Toscana nella seconda metà dell’Ottocento, che propose un’arte completamente nuova, di rottura nei confronti della pittura storica e accademica, tenendosi anche in rap-
porto con i fermenti ideologici del Risorgimento nazionale. Grattamacco è una delle aziende vitivinicole più elevate del territorio con vigneti che superano i 200 metri d’altitudine e una particolare posizione del poggio su cui insistono, circondati dai colli che si elevano a formare la propaggine settentrionale della verde cresta boscosa delle Colline Metallifere, spalliera protettiva che crea un microclima mediterraneo unico. Questa è terra di mare e luce, protetta alle spalle dalle digradanti colline dell’entroterra, una specie d’anfiteatro naturale che favorisce la rifrazione luminosa e permette il ricircolo delle brezze, mantenendo una gradevole freschezza. Così, se la zona costiera è pianeggiante e afosa, in quella interna,
mantenuta fresca dall’altitudine e dalla vicinanza delle foreste, l’umidità rimane bassa, mentre una vasta escursione termica aiuta le uve in una maturazione lenta, graduale e armonica, esprimendone il massimo potenziale aromatico, in particolare per le varietà a bacca rossa. Anche i terreni, su suoli ancestrali d’origine marina, sono stratificati e complessi. Mentre le aree adiacenti al mare sono sostanzialmente franco-sabbiose, le colline si fanno più povere e bianche: argille bianche e Flysch calcareimarnosi nei vigneti a 100 metri d’altezza della parte medio-occidentale, banchi calcareo-marnosi misti a a arenarie quarzose nei vigneti a 200 metri d’altitudine, franco-limoso e sabbie rosse nel vigneto denominato
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Alberello. Infatti Grattamacco insiste su uno dei più importanti depositi di flysch affioranti, una marna d’argilla e calcare d’origine tettonica e argille sodiche del bolgherese, dove, quando emerge l’argilla bianca, affiora fino alla superficie, creando appunto uno strato bianco visibile a occhio nudo. Questo deposito è il risultato dell’evaporazione di un ancestrale lago salato, formatosi quando l’oceano iniziò a ritirarsi, più di 5 milioni di anni fa. La scomparsa delle acque salmastre ha favorito la formazione di un substrato d’argille ricche di sodio, a cui si unisce il disfacimento del flysch: un mix geologico potente, in concentrazioni tali da incidersi in profondità nel corpo dei vini, lasciando un segno identitario indelebile e unico, che si
traduce in ricchezza enologica ed elegante vibrazione minerale. Così ai bianchi dona una sapidità cristallina, una freschezza e una longevità tipica dei vini da vigneti affacciati sul mare, ai rossi conferisce eleganza, finezza e raffinatezza, incoraggiando un equilibrio perfetto tra morbidezza e dolcezza tannica. In cantina la filosofia è minimalista, limitando l’intervento dell’uomo per aumentare la riconoscibilità del terroir. Un approccio essenziale, che riduce le lavorazioni al minor intervento possibile per mettersi al servizio dell’espressività autentica dei vini e del carattere senza eguali del bolgherese. Così l’anima di Grattamacco risiede in una vinificazione essenziale, in cui la perfezione del frutto è accompagnata nella sua naturale trasfor-
mazione in vino. Dopo un’attenta selezione durante la vendemmia, le uve vengono lasciate fermentare spontaneamente in tini tronco-conici di rovere aperti. Niente temperature controllate, ma una presenza costante in cantina a eseguire follature manuali e seguire la macerazione, che è lenta e delicata. Il vino matura poi in botti piccole di rovere, a cui segue l’assemblaggio e un lungo periodo di riposo in bottiglia. Le lavorazioni in cantina sono tutte manuali, col minor intervento possibile. Un rispetto per l’eccezionale natura del terroir si esprime in vinificazioni “nude”, che lasciano al frutto lo spazio di svelare tutta la potenza di un’identità distintiva, che non ha eguali sul territorio di Bolgheri. A Grattamacco si lavora sui dettagli, sulle reali necessità del vino, alla ricerca di uno stile “puro e incontaminato”, capace di restituire il legame autentico tra vino e terroir. “Vinifichiamo a mano, tinello dopo tinello – commenta l’enologo Luca Marrone – è un lavoro duro, ma ci consente di percepire le evoluzioni del vino. Lavoriamo per
preservare l’autenticità del vigneto, che a Grattamacco definisce in modo univoco l’identità dei vini”. E quest’anno, con l’uscita del Grattamacco 2022, per celebrarne le quaranta vendemmie, la tenuta ha realizzato un docufilm diretto da Giuseppe Tufarulo, autore di produzioni per Sky Arte e Prime Video e regista del cortometraggio Baradar, selezionato in numerosi festival internazionali e candidato ai David di Donatello 2020. Prodotto da TapelessFilm e scritto da Gabriele Scotti, il film ripercorre la storia della tenuta e del territorio attraverso una narrazione corale, affidata alle voci che ne hanno segnato l’impronta pionieristica e l’evoluzione: Piermario Meletti Cavallari, Claudio Tipa, Luca Marrone, col contributo di Attilio Scienza e Maurizio Castelli. A questo si affianca una serie limitata di 4 illustrazioni originali di Tug Rice, artista newyorkese che ha interpretato col suo iconico tratto narrativo ed elegante l’identità visiva della tenuta e della sua storia. L’andamento climatico della campagna agronomica
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2022 è stato tra i più complessi e imprevedibili degli ultimi anni. Fino a metà maggio le temperature si sono mantenute basse con uno sviluppo vegetativo graduale. A partire dalla seconda metà del mese, però, si sono registrati picchi di calore, accompagnati da venti umidi, che hanno accelerato la crescita vegetativa e capovolto il lento ritmo primaverile. Le piogge arrivate tra metà agosto e la prima decade di settembre si sono rivelate decisive, scongiurando il blocco della maturazione e riportato equilibrio nei grappoli. La vendemmia, iniziata in leggero anticipo il 25 agosto, si è protratta fino al 24 settembre, con un ritmo veloce nella fase iniziale e più lento nella seconda parte, poco prima delle piogge più intense. Ancora una volta, in un’annata di forti sfide a livello climatico e ambientale, l’impegno profuso con dedizione da tutta la squadra di Grattamacco ha raggiunto un risultato sorprendente: un equilibrio raro tra struttura e freschezza, nonché una predisposizione alla vitalità, che è tratto significativo del suo stile. Il Grattamacco Bolgheri Superiore 2022, da vigne poste tra i 100 e i 200 metri sul livello del mare, è ottenuto da Cabernet sauvignon, Merlot e Sangiovese, blend non convenzionale per la denominazione, esempio di come l’archetipo delle uve toscane, il Sangiovese, pos-
sa convivere in perfetta armonia con i vitigni internazionali, così al palato risulta di particolare e fresca verticalità, trasmettendo forte energia gustativa. La viticoltura, fondata su metodi e principi totalmente rispettosi per l’ambiente, permette uno spontaneo equilibrio produttivo con basse rese per ettaro. Le uve sono raccolte a mano e attentamente selezionate da vigneti con un’età media di 25 anni, tra i più vecchi della denominazione. La vinificazione si svolge in piccoli tinelli di rovere aperti, con gentili follature manuali e un lento rilascio dei soli tannini nobili. L’affinamento del vino prosegue per almeno 18 mesi in barriques di rovere francese, seguito da un lungo affinamento in bottiglia. Il terroir salino e l’approccio artigianale in cantina sono elementi fondanti del carattere distintivo del Grattamacco, maggiormente esaltato dalla presenza del Sangiovese nel blend, nel rispetto della tradizione toscana. Il risultato è un rosso dalla trama tannica finissima, arricchito da un complesso corredo aromatico mediterraneo e una vibrante struttura, fortemente legati alla sua origine. Oggi la tenuta Grattamacco è parte del Gruppo ColleMassari Wine Estates, di proprietà della famiglia Tipa-Bertarelli, che tanto ha fatto per la vitivinicoltura toscana negli ultimi trent’anni.
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Il Padiglione UN DIALOGO TRA VINO, ARCHITETTURA E PAESAGGIO
Tra i vigneti di Bibbona e le curve della costa livornese sta prendendo forma il nuovo Padiglione Sapaio, firmato dallo studio Alvisi Kirimoto per Podere Sapaio. Non una cantina tradizionale, ma un’architettura sospesa tra terra e cielo, pensata per raccontare il vino nel suo rapporto
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più autentico con la natura. Fondato nel 1999 da Massimo Piccin, Podere Sapaio ha costruito la propria identità sulla ricerca e
Sapaio chiara zoppas
sull’ascolto del territorio. Il Padiglione rappresenta un passo ulteriore in questo percorso: un luogo che accoglie la produzione e la degustazione come momenti rituali, in costante relazione con il paesaggio. Ogni elemento naturale – luce, ombra, terra, vento – diventa parte viva del progetto, che non si impone come og-
getto isolato, ma si apre a un dialogo continuo con l’ambiente circostante. L’architettura si sviluppa su due livelli. Quello superiore è dedicato all’accoglienza e alla degustazione: uno spazio luminoso, scandito da pieni e vuoti che inquadrano le vigne e il mare, invitando a contemplare l’orizzonte. Qui la terrazza sospesa tra i
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Massimo Piccin
filari rafforza la vocazione del Padiglione a essere
luogo di incontro e riflessione. Al livello inferiore,
invece, la natura si fa ombra e profondità: la tinaia
e la barricaia si integrano nel terreno, sfruttando le proprietà termiche della terra per garantire condizioni ottimali di vinificazione e affinamento. Concepito come segno nuovo nel paesaggio, il Padiglione porta con sé la memoria di una ferita, quella degli scavi iniziali. Ma nella visione di Piccin e degli architetti Alvisi e Kirimoto,
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questo gesto si trasforma presto in ricerca di riconciliazione, di re-inclusione. Un’architettura che, pur affermandosi come presenza contemporanea, non smette di ascoltare: il ritmo del vino, le voci della campagna, il respiro del paesaggio. Come racconta Massimo Piccin: «La produzione di Sapaio ha il sigillo di quell’artigianalità che si rivela nella sua prossimità con l’arte. Ho sempre vissuto la mia attività di viticoltore, e più in generale di agricoltore, come un costante dialogo con il paesaggio e con gli esseri circostanti, organici e inorganici. Le pratiche agricole sono necessariamente un esercizio di selezione e dunque di dominio: privilegiano alcuni organismi a discapito di altri. L’architettura che ho voluto, funzionale alle pratiche agricole anche nella loro valenza rituale, si impone
certamente come segno nuovo nel paesaggio; ai primi scavi l’ho percepita quasi come una ferita. Ma, a immaginarla finita, così come l’hanno pensata Massimo Alvisi e Junko Kirimoto, un padiglione, ecco che si apre subito (e si apre fisicamente) a un dialogo con lo spazio circostante, alla ricerca della riconciliazione e della reinclusione con ciò che la sua presenza, più o meno consapevolmente, ha potuto e potrà violare.» Con i suoi oltre 1.000 metri quadrati, il Padiglione Sapaio non è pensato come un’opera da visitare, ma come un organismo vivo, permeabile e attraversabile. Un luogo dove produzione, arte e architettura si intrecciano, restituendo la complessità e la bellezza di un territorio che da sempre trova nel vino una delle sue espressioni più profonde.
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Dedicato al fondatore Gioberto Zannoni
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società agricola La Fortuna
Località La Fortuna n°83 53024 Montalcino (SI) telefono 0577/848308 mail: info@tenutalafortuna.it www.tenutalafortuna.it
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INTEGRAZIONE GENERAZIONALE
a Camigliano
andrea cappelli
i nipoti Lorenzo e Tommaso affiancano il nonno Gualtiero
Volti nuovi tra i colli del Brunello. Si affacciano a Camigliano, storica azienda di Montalcino, le nuove leve, i nipoti Lorenzo e Tommaso, che, affiancando il nonno Gualtiero, con alle spalle decine di vendemmie, cominciano a maturare esperienze e a portare il loro contributo all’azienda di famiglia. Entrambe hanno frequentato il liceo scientifico Vittorio Veneto a Milano e poi la facoltà di Enologia Lorenzo e la facoltà di Ingegneria Tommaso, questo il loro impor-
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tante biglietto da visita. “Ed ora si passa alla pratica, assolutamente il gradino più importante in un settore che richiede competenza e decisioni talora determinanti –
commenta Gualtiero Ghezzi, spiegando il suo viatico per i nuovi volti di famiglia – del resto l’agricoltura va vissuta in prima linea e solo passione e scelte giuste porteranno soddisfazioni e risultati. E allora bisogna trovare le motivazioni per apprezzare quanto sia gratificante vivere e lavorare in un ambiente per certi versi unico, dove la grande bellezza della campagna compensa la mancanza di qualche servizio. Perché un’azienda come Camigliano richiede ca-
pacità e dedizione al lavoro e, come tutti i settori agricoli, una presenza sul campo continua. Allora incoraggiamo questi ragazzi e facciamogli capire il bello di abitare in un’area incontaminata, a contatto con la natura e tra paesaggi incantati. A loro affido il compito di portare avanti il sogno di Camigliano”. Perciò una grande novità per Camigliano, dopo quella altrettanto importante del 2024, quando fu annunciata la collaborazione con uno dei più importanti e pluripremiati enologi al mondo, il winemaker Carlo Ferrini, già consulente di griffes prestigiose in tutta Italia: “Questa partnership rappresenta per noi un passo importante nel continuo impegno a migliorare la qualità dei nostri vini e ottenere ancor maggiori successi nel mercato vinicolo, sempre mantenendo l’attenzione al nostro territorio e alle sue peculiarità – spiega Gualtiero Ghezzi – siamo certi che, insieme a Carlo Ferrini, tra i più noti enologi d’Italia, che si aggiunge, come consulente, al nostro storico enologo residente Sergio Cantini, potremo raggiungere risultati straordinari e soddisfare le esigenze dei nostri clienti più esigenti. Il miglioramento della qualità del vino è sempre stato un nostro
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obiettivo, che è sempre andato di pari passo dell’attenzione verso la natura, è infatti così che si spiega la nostra convinta scelta verso l’agricoltura biologica e la costruzione della nuova cantina interrata e invisibile al fine di salvaguardare il territorio dal punto di vista paesaggistico. Senza scordare che stiamo continuando a fare investimenti sia su macchinari agricoli che di cantina e soprattutto nei vigneti. All’interno di questo importante processo migliorativo abbiamo pensato di aggiungere la collaborazione con l’enologo di lunga esperienza Carlo Ferrini, al quale diamo con immenso piacere e vero onore il benvenuto nel nostro team. Siamo sicuri che con questa importante collaborazione si aprirà un nuovo grande capitolo per Camigliano, nel segno di vini capaci di esprimere al meglio l’unicità del nostro terroir”. Ma andiamo
ora a scoprire la lunga storia che unisce Camigliano alla famiglia Ghezzi. Tra i tanti milanesi che nei decenni successivi avrebbero acquistato proprietà in terra montalcinese, Walter Ghezzi, imprenditore nel ramo dell’edilizia, fu il primo, nel lontano 1957, a comprare parte del borgo di Camigliano, arroccato attorno alla villa principale, costruita su edifici risalenti al XII secolo e la tenuta di Camigliano, allora circa 900 ettari di terreni poi ampliati fino a mille, sui quali si portava avanti ogni tipo di coltura a mezzadria. “Mio padre Walter – racconta il figlio Gualtiero – era un edile, ma aveva molta passione per il lavoro della terra e negli anni del Dopoguerra aveva da parte alcuni risparmi che volle destinare proprio al settore agricolo. Dopo mille ricerche, arrivò a Camigliano in una giornata di sole, dopo giorni di pioggia intensa. A mia madre
Lorenzo Laviano con il nonno Gualtiero Ghezzi
Tommaso Laviano
Elena piacque molto il paesino e, complice il bel tempo di quei giorni, lì si fermarono. Si innamorarono del piccolo borgo circondato dalle antiche mura medievali, dove la vista spaziava dalle pendici boscose del vulcano spento del Monte Amiata, montagna sacra e olimpo del popolo etrusco, alle selvagge piane dell’Alta Maremma, a poche decine di chilometri in linea d’aria dal mar Tirreno. Per arrivarvi si percorreva la strada che da Montalcino porta a Sant’Angelo in Colle e, svoltando lungo la maremmana, ci si inoltrava in quella che sarebbe poi divenuta una delle grandi ‘vie del Brunello’ che, con affacci panoramici, attraversa una delle zone vitate più spettacolari, tra migliaia di filari che si perdono a vista d’occhio, alcuni ancora piantati come s’usava nei decenni scorsi
con viti rade e rigogliose, altri di nuovissimo impianto. Pochi chilometri dopo, quando la via giunge al suo termine naturale, un lungo viale di cipressi accompagnava i miei genitori nel piccolo mondo antico e autosufficiente di Camigliano coi suoi allevamenti di bestiame (maiali, mucche, tacchini), le officine, la falegnameria, ove la fattoria era ancora divisa in poderi e si lavorava con gli animali. Mio padre comprò dalla Fondi Rustici, un gruppo romano che aveva molte proprietà in Toscana, con l’intenzione di trasformare ii contadini da mezzadri in salariati proprio perché il sistema mezzadrile non offriva la possibilità di operare interventi migliorativi nelle aree colturali e nei mezzi di produzione. Figurarsi che, al momento del suo arrivo, in azienda c’era un solo trattore!”. Camigliano si trova nel-
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la zona sud del “continente Montalcino” a un’altitudine di circa 300 metri s.l.m., dove insistono sia terreni sabbiosi che argillosi, ma anche suoli di medio impasto. La prima etichetta di Brunello Camigliano porta la data della lontana vendemmia 1965, addirittura un anno prima dell’ottenimento della denominazione d’origine controllata (doc) e 2 anni prima della costituzione del Consorzio di tutela nel 1967. Walter Ghezzi scompare nel 1984 e da allora il figlio, ingegner Gualtiero e la compianta moglie Laura, scomparsa lo scorso anno, facendo la spola fra Milano, dove la famiglia aveva attività alberghiere e la Toscana, prendono in mano le redini di Camigliano, cedendo la parte dei terreni meno vocati, procedendo a importanti lavori di ristrutturazione edilizia dei fabbricati e razionalizzando la produzione, concentrandola sul settore vitivinicolo: “Mio padre Walter – racconta Gualtiero, milanese doc nato a due passi dal Duomo di Milano – è sempre stato un personaggio che amava aggiustare le cose rotte e questo borgo diroccato, sperduto e dismesso fu l’ultima delle sue imprese. Senza scordare che un tempo il viaggio da Milano era una vera odissea, solo per raggiungere Camigliano da Montalcino ci volevano ben 40 minuti di auto con addirittura un guado da attraversare. Da bambino giocavo a pallone per strada, ma oggi Milano è un’altra cosa, è frenetica, caotica e, quando vi capito, non vedo l’ora di tornare in campagna, nel piccolo borgo dove, dopo lo spopolamento delle campagne nel
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periodo del boom economico, purtroppo vivono solo una ventina di anime, preziose risorse umane da preservare. Mio padre conduceva l’azienda attraverso i suoi fattori e venendo qua molto spesso, ma non ha mai lasciato Milano come invece abbiamo fatto noi, che a un certo punto della nostra vita abbiamo deciso di lasciare il caos della grande città, preferendo il silenzio e la tranquillità della campagna toscana. Penso che ormai la grande città non dia una qualità di vita migliore, ma solo una grande quantità di servizi, tant’è che il fine settimana tutti se ne allontanano. Purtroppo Milano non è più quella che era ai primi del Novecento, un polo attrattivo, bello e soprattutto molto vivibile”. Infatti, dopo che le figlie furono cresciute, Laura cominciò a collaborare a tempo pieno nell’azienda agricola Camigliano nel 2001, trasferendovisi ad abitare stabilmente. La gran passione di Gualtiero e Laura per la Toscana li portò anche a occuparsi in prima persona del territorio circostante con un progetto volto al recupero architettonico di Camigliano, uno dei più caratteristici e storici borghi di Montalcino, antichissimo villaggio risalente al tempo degli Etruschi che, dalle aree costiere della Maremma, risalivano il corso del fiume Ombrone. Il cammello, da cui proviene il nome e simbolo di Camigliano, ritrovato in un sigillo del Duecento, si ipotizza sia legato all’antico collegio sacerdotale dei Camilli, istituito addirittura da Romolo. I Camilli erano giovani in età pre-puberale, talvolta figli dei sacerdoti stes-
si, che assistevano il sacerdote durante i riti e i sacrifici religiosi della Roma arcaica. Se fino III secolo a.C. dovevano essere di stirpe nobile e comunque erano sempre scelti ragazzi di gran bellezza, anche successivamente dovevano essere liberi di nascita e coi genitori viventi (pueri patrimi et matrimi). Nelle fonti iconografiche, il camillo, in latino camillus, è spesso rappresentato con una tunica corta e in una mano l’incenso o la patera, nell’altra una piccola brocca, elementi caratterizzanti il rito sacrificale. Figura che si tramanda fino al messale romano, il “Camillus” è l’assistente alla celebrazione eucaristica, detto anche chierichetto. Organizzata in corporazione professionale ereditaria sotto Diocleziano, è possibile che un gruppo legato a quest’antico sacro collegio sacerdotale da Roma, Caput Mundi, si sia spostato in Toscana e che, nei tempi, siano stati tramandati stemma e toponimo. Il borgo ebbe una certa importanza in epoca alto medievale come avamposto di frontiera della città di Montalcino, di cui ha condiviso la lotta nella difesa della libertà repubblicana alla metà del Cinquecento. Persa la sua funzione militare, Camigliano si trasforma in una tipica azienda agricola, da sempre vocata alla coltivazione della vite, dell’ulivo e del grano. Così nel 2013, dedicando energie ed entusiasmo, Laura e Gualtiero furono protagonista nel ridar vita alla piazza San Biagio di Camigliano, che fu rimessa a nuovo e completamente trasformata rispetto alla precedente realizzazione degli anni Settanta del Novecen-
to, quando l’originario sterrato, dove un tempo i contadini venivano a rifornirsi d’acqua e “parcheggiavano” i buoi, legandoli agli anelli di ferro, che ancor oggi adornano le case, venne ricoperto con una modesta pavimentazione in bitume. I lavori portarono la piazza ad
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assumere una forma a conchiglia con nervature a raggiera in travertino per conferire uniformità architettonica all’ambiente e una luminosità particolare, dovuta alla pavimentazione chiara, che regala una luce calda e intrigante a tutta l’area e alle abitazioni che la circonda-
no, riuscendo a restituire alla piazzetta un’allure medievale in linea con la sua fisionomia originale. Ma i lavori di miglioramento non finirono qui, infatti nell’accordo siglato con l’amministrazione comunale, oltre alla possibilità per l’azienda agricola Camigliano di realizzare la
nuova cantina, completamente interrata e senza impatto ambientale, fu previsto e realizzato l’abbattimento completo di due piani del vecchio manufatto degli anni Settanta del Novecento che aveva un brutto impatto ambientale, per “riscoprire” il paesaggio dal-
la terrazza panoramica, privata ma aperta al pubblico, potendo divenire luogo di manifestazioni, feste, degustazioni e quant’altro potrà portare vita a Camigliano. La nuova cantina all’avanguardia è stata progettata e costruita nel più rigoroso rispetto dell’ambiente, razio-
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nalizzando al massimo lo spazio disponibile, divisi fra la zona vinificazione con circa 5.000 ettolitri di tini di acciaio a temperatura controllata e rimontaggio automatico, al piano sottostante 3.000 ettolitri di legno, cioè lo spazio per l’affinamento in botti grandi e una linea d’imbottigliamento tra le più moderne. Copre globalmente 5.000 metri quadrati, la facciata è parte in pietra e per il resto coperta di terra e erba, una collina verde d’essenze della macchia mediterranea, quindi quasi invisibile, costituendo naturalmente una buona barriera di coibenza termica. “Abbiamo solo demolito, il poco che abbiamo costruito l’abbiamo fatto completamente nascosto sottoterra per avere un impatto ambientale minimo – commenta Gualtiero – creando pure
Il winemaker Carlo Ferrini
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una palificazione che ha messo in sicurezza il paese sul lato sud, quello purtroppo più soggetto a frane”. Altro progetto fu il recupero delle antiche e ‘miracolose’ fonti a pochi passi dal paese, che nacquero quando San Filippo Benizzi passò da Camigliano e, assetato, fece scaturire l’acqua come d’incanto, così ancor oggi con una bella passeggiata tra uliveti e vigneti sia gli abitanti che i turisti possono vedere dove un tempo si abbeverano gli animali e le massaie lavavano i panni, ritrovando anche un contatto vero con la natura. Ma importante è anche il progetto di ristrutturazione di vecchi poderi e case in paese per accogliere visitatori e turisti del vino, che sta restituendo nuova linfa socioculturale alla piccola comunità. Il progetto complessivo implementato dai Ghezzi a Camigliano è un esempio di come si possa avere rispet-
to per il territorio, in armonia con l’ambiente abitativo delle persone residenti, al contrario di ciò che vediamo nelle grandi periferie urbane: “Ci sentiamo grati verso questi luoghi che ci hanno accolto, una gratitudine che negli anni ci ha spinto a cercare in qualche modo di sdebitarci, noi abbiamo cercato di farlo il modo costruttivo, progettando il recupero strutturale e architettonico della stessa Camigliano, un tentativo di ridar vita a un luogo suggestivo per offrire un nostro concreto contributo verso un territorio che ci ha dato molto anche in termini di qualità di vita, facendoci riassaporare la bellezza di giorni vissuti secondo ritmi naturali”. Tra le altre cose Gualtiero e Laura si impegnarono in prima persona anche per diminuire l’impatto ambientale dell’azienda, trasformando Camigliano nel 2017, dopo tre lunghi anni di conversione,
in cantina biologica e rispettando sempre al massimo il personale, oltre al territorio. Laura e Gualtiero erano fermamente convinti che il biologico non fosse una moda, ma un metodo di coltivazione attento all’ambiente e soprattutto alle persone che lavorano in campo. Per Camigliano non è stato uno sforzo enorme lasciare l’agricoltura d’impronta convenzionale, anche per la posizione geografica, il terroir e le favorevoli condizioni microclimatiche della zona, certo bisogna essere molto più precisi e tempestivi nelle lavorazioni con maggior attenzione alla pianta, che deve esser lasciata più aperta per evitare le malattie e poter recepire al meglio i prodotti da contatto bio e non sistemici. Viene fatto l’inerbimento su quasi tutti i vigneti sia come nutrimento
L’enologo Sergio Cantini
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da utilizzare poi come sovescio per apportare azoto che per frenare il dilavamento del terreno proprio per trattenere la terra soprattutto sui suoli sabbiosi in pendenza, cosa che ha portato a notevoli cambiamenti a livello vegetale, infatti le piante di vite sono indubbiamente più sane e resistenti. Le vinificazioni sono in parte naturali e in parte con lieviti selezionati. Tutto questo fa sì che a Camigliano è tornato in voga il vecchio stile del Brunello, si usano solo botti grandi, che sono molto più neutre sul vino, coadiuvandone l’affinamento molto più lentamente, perciò il legno è meno impattante, puntando all’eleganza e all’equilibrio. Laura e Gualtiero si impegnarono anche nell’implementazione dell’agricoltura di precisione… “Tutta l’attenzione è alla cu-
ra dei vigneti – spiega Gualtiero – che vengono seguiti scrupolosamente attraverso continue analisi dei suoli e gestione delle potature, sia a secco che a verde, per ottenere in epoca di raccolto quella selezione dei grappoli, in base all’esposizione e alla natura dei terreni, che ci permettono una vendemmia ottimale. Scrupolosità nella lavorazione e tecnologia ci aiutano nella fase della vinificazione, così fin dalla ricezione delle uve abbiamo implementato l’uso di un tavolo di cernita e di un nuovo macchinario che stacca i chicchi e permette di portarli interi all’interno del serbatoio, dove vanno per caduta. Sono innumerevoli i vantaggi perché l’integrità della buccia conserva l’integrità degli aromi ed evita fermentazioni secondarie”.
L’azienda agricola Camigliano, nel cuore del Parco Naturale, Artistico e Culturale della Val d’Orcia, dal 2004 “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” tutelato dall’Unesco, è oggi una delle realtà storiche più importanti della vitivinicoltura montalcinese. La tenuta consta attualmente di circa 530 ettari, di cui 220 di bosco, 180 di seminativi, 24 d’oliveti e 92 di parco vigneti – 75 di Sangiovese (di cui 50 a Brunello e 15 a Rosso di Montalcino), 13 fra Cabernet e Merlot, uno di Petit verdot, uno di Shiraz e 2 di Vermentino – collocandosi tra le realtà vinicole più estese dell’area di Montalcino. La produzione è ogni anno di circa 350mila bottiglie, di cui 200mila di Brunello annata, 4.000 di Brunello Riserva “Gualto”, dal diminutivo di Gualtiero, prodotto
solo nelle annate eccezionali, 4.000 di Brunello selezione “Paesaggio Inatteso”, 60mila di Rosso di Montalcino, 10mila di igt Poderuccio, blend di Cabernet e Merlot, seimila di Vermentino “Gamal”, tremila di rosato, oltre al Borogne igt, al Bianco delle Crete e al Chianti Colli Senesi, una gamma di vini qualitativamente notevoli, esportata in più di 30 Paesi nel mondo. Ma Camigliano è una grande fattoria dove non si produce solo vino, infatti non dobbiamo dimenticare l’importante patrimonio olivicolo che consta di ben 5.000 piante, di cui una buona parte centenarie, con le quali si produce un ottimo olio extravergine d’oliva dop biologico Terre di Siena, ottenuto da varietà Leccino, Frantoio, Moraiolo e Correggiolo.
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Aminta , tenuta nel cuore di Montalcino, Famiglia Cecchi
completa la mappa nei grandi terroirs toscani
andrea cappelli Valorizzare il Sangiovese nei suoi territori d’elezione, compiendo un passo verso Montalcino con una scelta ponderata, definita con rispetto e consapevolezza, radicata nei valori familiari e orientata al profondo rispetto territoriale: Famiglia Cecchi, storica realtà del vino italiano, fondata nel 1893 in Toscana e oggi guidata da Andrea Cecchi, quarta generazione di questa famiglia di vignaioli con oltre 130 anni di storia alle spalle, ha accompagnato il percorso del vino italiano, mantenendo sempre un’impostazione familiare, nonché puntando su qualità, sostenibilità e rispetto delle peculiarità locali. Recentemente Famiglia Cecchi ha annunciato ufficialmente l’ingresso della montalcinese tenuta Aminta nel suo “universo enologico”, scelta dettata dal medesimo profondo amore
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e dalla stessa radicata expertise sul Sangiovese che fu all’origine dell’acquisizione di Villa Cerna in Chianti Classico, a Castellina in Chianti, dove la famiglia risiede dagli anni Sessanta del Novecento. Con uno spirito pionieristico, a partire dagli anni Novanta, Famiglia Cecchi ha proseguito poi nel proprio percorso investendo in Maremma, con Val delle Rose, sulla costa toscana. Negli anni 2000 è stata poi la volta di Tenuta Alzatura in Umbria, piccola gemma nel territorio di Montefalco, unica realtà di Famiglia Cecchi al di fuori dalla Toscana. Credendo sempre profondamente nel territorio di origine del Chianti Classico, nel 2014 è stata acquistata Villa Rosa, una tenuta ad altissima vocazione per la produzione di vini espressione della più autentica e fine eleganza del Sangiovese in Chianti Classico. Andrea, in realtà voi non siete proprio nuovi di Montalcino... “Infatti siamo sempre
stati negociant in terra ilcinese, tanché mio padre Luigi iniziò nel lontano 1978 a commercializzare i vini di Montalcino, addirittura etichette di aziende che poi sono state riconosciute tra le più importanti della denominazione, riuscendo negli anni a mantenere alta la loro bandiera in Italia e nel mondo. Anch’io ho continuato l’esperienza di mio padre nella distribuzione di vini di Montalcino con etichetta del produttore, l’ultima esperienza è stata quella con Castiglione del Bosco di Massimo Ferragamo. Purtroppo nel 2017 Massimo mi comunicò che avrebbe dovuto interrompere la distribuzione, avendo messo in vendita l’azienda e in quel momento maturai l’idea di produrre direttamente con una piccola azienda il nostro Brunello di Montalcino”. Acquistata nel 2018 in una delle aree più vocate, a Castelnuovo dell’Abate, una sottozona di gran prestigio, col podere, i vigneti e la cantina che si trovano infatti a circa 1 km a nord della millenaria abbazia romanica di Sant’Antimo, Aminta è localizzata sulla provinciale che da Montalcino porta al villaggio di Castelnuovo dell’Abate in terroir unico, presentandosi come la più recente espressione della profonda convinzione e dedizione della famiglia Cecchi sul potenziale, la longevità e l’incredibile eleganza del Sangiovese, vitigno che Famigia Cecchi lavora con impegno ormai da più di un secolo. Qui, dove il clima, il suolo e la
Andrea Cecchi
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storia si fondono, i vigneti di Aminta prosperano sotto l’ombra imponente del Monte Amiata, che regala una vista straordinaria e un senso d’appartenenza profondo a questa terra. “È una proprietà che mi ha affascinato da subito soprattutto per i terreni, che sono presenti nei 3 corpi di vigna, che sono distanti tra loro e anche questo aiuta, certamente non per le operazioni di logistica agricola, ma per ottenere un vino molto più articolato. E, secondo i nostri standard, ci siamo subito resi conto che c’erano da fare interventi sia nei vigneti che in cantina per raggiungere una standard produttivo un po’ più elevato. In ordine ai vigneti, abbiamo fatto tutte le recinzioni perché in alcuni appezzamenti erano praticamente gli animali, soprattutto nelle annate più siccitose, che facevano la
vendemmia, poi abbiamo reimpianto le fallanze e operato lavorazioni più puntuali. In ordine alla cantina abbiamo fatto un progetto di ristrutturazione, così abbiamo risolto delle carenze in tinaia, dove sono stati cambiati tutti i legni perché il Brunello ha un disciplinare che prevede un lungo invecchiamento, che è parte integrante del processo produttiva poi abbiamo sistemato l’impianto di condizionamento del freddo per un puntuale controllo delle temperature di fermentazione, infine abbiamo acquistato delle vasche in cemento per far sì che il Brunello nel suo percorso possa anche rilassarsi, tutte cose che oramai sappiamo fare la differenza”. Ci parli del team responsabile di Aminta? “La tenuta, sotto un profilo enologico, viene gestita dagli enologi Alessandra Tassi e Andrea
Fioriello con la consulenza dell’amico Carlo Ferrini, grande esperto di Sangiovese, che conosco dal 1978 e lavora con noi ormai da vent’anni per le nostre tenute in Chianti Classico. E non nascondo la soddisfazione che anche mia figlia Giulia, quinta generazione dei Cecchi, si è molto appassionata al mondo del vino e in particolare della tenuta di Montalcino, di cui si è innamorata dal progetto fin dall’inizio: viene spesso ad Aminta con me, dove ama studiare i vari appezzamenti, degustare i vini e capirne le differenze, spero che in futuro sia proprio lei che la possa gestire al meglio”. Così, dopo anni di lavoro silenzioso e meticoloso in vigna e in cantina, Aminta è pronta a farsi conoscere con le prime etichette nel segno dell’identità, dell’espressività e della tipicità del territo-
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rio. Il Rosso di Montalcino 2023, affinato in vasche di cemento per circa 9 mesi, proviene da una campagna agronomica che ha fatto registrare nella prima parte della stagione una piovosità che si è contraddistinta per le frequenti precipitazioni nei mesi di aprile e maggio. L’estate è stata tendenzialmente calda e asciutta, ma ha giovato ovviamente delle riserve idriche del sottosuolo, garantite dalle piogge dei mesi precedenti. Queste condizioni climatiche hanno favorito un germogliamento regolare, un accrescimento dei germogli rapido e fiori-
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tura e conseguente allegagione generalmente in linea con le precedenti stagioni. Nella fase di maturazione le ottime escursioni termiche tra il giorno e la notte hanno favorito il corretto sviluppo delle uve. La vendemmia è stata contraddistinta da uve sane e fragranti. Il Brunello 2020, affinato per 2 anni in legno di rovere e per 2 anni in bottiglia, proviene da una campagna agronomica che è stata caratterizzata da una scarsa piovosità nei mesi invernali. La primavera si è presentata mite con sporadiche precipitazioni e queste condizioni climatiche hanno per-
messo un regolare germogliamento intorno alla fine di marzo. I mesi successivi, fino alla fine di luglio, sono stati tendenzialmente soleggiati con eventi piovosi sporadici che hanno garantito il mantenimento di una buona riserva idrica nel suolo. L’uva alla raccolta presentava un ottimo equilibrio tra acidità e zuccheri e un gran potenziale aromatico proprio grazie all’elevata escursione termica tra il giorno e la notte nelle ultime settimane di maturazione. “La vendemmia 2021 è stata un’annata più generosa e ovviamente anche la struttura di cantina ci ha consentito di poter produrre un numero maggiore di bottiglie di Brunello, un po’ meno di 6.000 bottiglie – spiega Andrea Cecchi – e, pur nella diversità delle vendemmie, le caratteristiche costanti dei nostri vini ilcinesi sono l’estrema pulizia, un bell’equilibrio, un color rubino brillante, la concentrazione sulla sensazione di frutto maturo, ma verticale, dove la ciliegia viene fuori in maniera evidente. Rossi di un’importante complessità olfattiva e organolettica, che prediligono l’esaltazione della materia prima con una importante freschezza e bevibilità”. Con Aminta avete completato un percorso che da sempre vi lega al Sangiovese, vitigno che consideriate centrale nella nostra identità produttiva... “Entrare a Montalcino è stato il risultato di una scelta attenta, maturata nel tempo, che ci ha portati a investire in un territorio di straordinaria complessità e prestigio. Aminta nasce da questa visione: valorizzare i grandi terroir toscani con vini profondamente legati all’origine, essenziali nello stile e pensati per durare nel tempo” spiega Andrea Cecchi, presidente e ceo Famiglia Cecchi. La tenuta Aminta si estende nell’area sud-orientale del distretto del Brunello di Montalcino per 6 ettari vigneti on una densità d’impianto di 4.500 piante all’ettaro e una resa di 70 quintali di uva all’ettaro. Il parco vigneti si articola in 3 corpi distinti: “Pian Bossolino”, nella zona della storica Fattoria dei Barbi, le cui vigne hanno un’età di circa 15
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anni e sono allevate a Guyot, è diviso, per via della strada vicinale che le attraversa, in 2 particelle con esposizione sud, “Pian Bossolino alto”, di circa 1.3 ettari, a una quota compresa tra i 415 e i 408 metri s.l.m. e “Pian Bossolino basso”, di circa 1.9 ettari, a una quota compresa tra 408 e 395 metri s.l.m. “La parte alta ha roccia affiorante e molta sostanza organica – racconta Andrea Cecchi – sono terreni scuri, di medio impasto, abbastanza scistosi, in questa parcella stiamo lavorando per identificare le varie aree da dove si può ottenere il massimo della qualità, per questo andremo a eseguire alcuni reimpianti al fine di migliorare la parte germoplasmatica del panorama viticolo di queste piante”. “Cantina”, 2 corpi di vigna adiacenti appunto al fabbricato che ospita la cantina, della superficie totale di 1 ettaro di circa 15 anni d’età allevati a guyot con esposizione sud-est a una quota tra i 388 metri s.l.m nella parte alta del vigneto sopra la cantina, ai 360 metri s.l.m. nella parte più bassa. “I vigneti di questa parcella durante il periodo estivo – continua Andrea – riescono a vegetare molto bene, mantenendo una loro splendida forma vegeto-produttiva. I vini che esprimono sono di gran forza, molto colorati e potenti”. “Caselle”, 2 corpi di vigneto distinti per complessivi 1,3 ettari, il primo si trova a circa 500 metri a sud-est di Castelnuovo dell’Abate, a una quota tra 305 e 335 metri s.l.m. con esposizione sud, a circa 50 metri a ovest, ma a una quota inferiore 280-270 metri s.l.m. ed esposizione ovest, abbiamo il secondo vigneto, attualmente espiantato e in preparazione per un nuovo impianto. “Questa parcella si trova sulla strada che porta al Castello di Velona, proprio in vista del fiume Orcia – commenta Cecchi – un’areale molto caldo, anche se ventilato dalle brezze che risalgono dal fiume sottostante e fortunatamente protetta da un po’ di bosco attorno. È un terreno di colore molto chiaro con scisti calcarei che producono vini estremamente sottili, ele-
ganti e molto longevi. È un suolo che ha bisogno di un po’ di sostanza organica, così cercheremo di lavorare al meglio per mantenere una buona risorsa idrica, affinché durante l’estate le viti possano continuare a vegetare senza stress. Qui abbiamo già operato l’impianto di mezz’ettaro di vigneto e andremo avanti negli anni di mezz’ettaro in mezz’ettaro”. Ma per conoscere in modo estremamente approfondito la struttura geologica dei vigneti e osservare le performance viticolo-enologiche delle
diverse aree, Famiglia Cecchi ha iniziato una zonazione dei propri suoli e vigneti montalcinesi, un percorso di analisi con la consulenza di Simone Priori, pedologo e professore all’Università degli Studi della Tuscia nel Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali, con l’obiettivo di vinificare le parcelle dei vigneti a seconda delle sue indicazioni, che vanno nella direzione di individuare le aree omogenee all’interno dei vigneti: “Iniziamo con inquadrare geologicamente l’area dell’Abbazia di Sant’Antimo fi-
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no a circa 2 km più a nord, lungo la strada che porta a Montalcino, dov’è presente un’area piuttosto pianeggiante, caratterizzata da depositi lacustri-palustri che si sono depositati durante il Quaternario, cioè poche centinaia di migliaia d’anni fa. Osservando più in dettaglio la carta geologica regionale si può osservare che i suoli dei vigneti di Pian Bossolino, che insistono su terreni pietrosi (3035% di scheletro), a tessitura franco argillosa e ben drenati, sono caratterizzati da 2 formazioni geologiche: la formazione di Sillano a ovest e la formazione della Pietraforte a est. La formazione di Sillano è formata da strati alternati e piuttosto eterogenei di argilliti scistose (chiamate anche “Galestro”), calcari grigio-bruni a grana fine (calcilutiti) e marne (composizione mista di argilla e calcare). La formazione della Pietraforte è invece caratterizzata da rocce derivanti da sabbie e limi (arenarie e silti-
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ti), cementate da carbonato di calcio e stratificate in banchi spessi anche alcuni metri. Certe volte la Pietraforte è caratterizzata da granulometria più grossolana (sabbia grossa), che forma un tipo di roccia chiamata rudite. Anche il vigneto attorno alla cantina, che insiste su terreni piuttosto scheletrici (20% di scheletro) con ampia presenza di sassi e tessitura variabile, da franca a leggermente argillosa, con buon drenaggio, mostra la stessa geologia, caratterizzata dalla compresenza di Pietraforte e formazione di Sillano. La carta regionale riporta anche la presenza delle Calcareniti di Dudda, che bordano il limite occidentale dell’azienda e occupano soprattutto l’area boscata. Quest’ultima, essendo una formazione con grossi banchi calcarei intercalati da piccoli strati d’argillite, permette uno scarso sviluppo dei suoli e in questo caso è infatti occupata da bosco. Nell’area del vigneto
Caselle, che insiste su un terreno calcareo a tessitura franca e ben drenato con una forte presenza di scisti galestrosi, troviamo sempre la formazione di Sillano nel vigneto attualmente in fase di reimpianto, mentre il vigneto più in alto è contraddistinto da depositi di sabbie e arenarie lacustri del periodo Messiniano (5-6 milioni di anni fa). In realtà, durante il rilevamento effettuato, si è potuto osservare una gran quantità di frammenti di Pietraforte e calcare, probabilmente derivanti dallo smantellamento delle formazioni circostanti o da precedenti attività di scasso e livellamenti. Questa forte presenza di frammenti rocciosi è presente soprattutto nella parte alta e intermedia del versante, più soggetto a erosione. Dall’osservazione del profilo, è stato possibile apprezzare che è presente questa mescolanza di substrati geologici, ma la presenza delle sabbie e arenarie del
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Messiniano, non presenti negli altri vigneti, qui è sicuramente preponderante”. Il parco vigneti gode di condizioni pedoclimatiche particolarmente favorevoli grazie all’altitudine, all’esposizione e alla protezione naturale offerta del Monte Amiata, già montagna sacra e olimpo del popolo etrusco, che contribuiscono a generare vini di gran precisione e carattere. “Essendo, come produttori, nuovi della zona di Montalcino, vogliamo capire approfonditamente il perché della gran qualità che nasce da questi suoli, così da per poter fare le giuste scelte nella ristrutturazione viticola, scegliendo portainnesti adeguati. È un progetto di alto profilo che, pian piano, negli anni, vorremmo applicare a tutto il parco vigneti, dove stiamo implementando una viticoltura di precisione, così in cantina vengono portate le uve con raccolte differenziate, consentendoci poi di fare gli assemblaggi al meglio. Io sono sempre stato uno spet-
L’abbazia di Sant’Antimo
tatore della zona di Montalcino e ho notato che c’è stata un’evoluzione, anche in tempi brevi, dal 2010 a oggi sono cambiate molto le tendenze produttive, passando da vini abbastanza intensi come aspetto d’intensità colorante, a vini molto più scarichi. I nostri Brunello sono abbastanza moderni, ma con un forte rispetto della tradizione e del territorio, così nel Rosso di Montalcino, espressione di un Sangiovese giovane, mi piace sentire una bella marasca e nel Brunello, un Sangiovese invecchiato, una maggior complessità e persistenza. I progetti nel mondo del vino sono sempre dinamici, ma credo che oggi ci sia bisogno di un momento di riflessione e approfondimento da un punto di vista produttivo e distributivo. Aminta deve lavorare per la conoscenza del territorio e per una valorizzazione distributiva”. Il progetto prende il nome di Aminta in omaggio a una doppia radice, nell’intento di unire profondamente la famiglia al territorio. La prima è personale: Anita Sardelli, madre di Andrea Cecchi, figura cen-
trale e carismatica, fonte d’ispirazione per tutta la famiglia per la sua visione, i suoi insegnamenti il suo approccio alla vita e all’impresa. Una figura forte e determinata, capace di trasmettere, con gran semplicità, i valori familiari e aziendali alle figure intorno a sé, a iniziare dal forte senso di famiglia e appartenenza nelle generazioni a venire. Appassionata del mondo vitivinicolo, è stata di incredibile supporto nell’evoluzione a “vigneron” attuato da Famiglia Cecchi, a partire dagli anni Sessanta e ancor oggi in atto. Mancata nel 2017, l’acquisizione nel 2018 dell’azienda a Montalcino fu sentita in Famiglia Cecchi come una dedica simbolica a questa straordinaria madre, nonna, imprenditrice. E grazie al suo spiccato senso artistico, ha fornito gli elementi creativi e cromatici che hanno ispirato le etichette di tenuta Aminta. Così le etichette delle 2 referenze sono ispirate proprio ai disegni originali di Anita, che nella sua vita ha coltivato anche una dimensione artistica, ma anche ai 3 distinti vigneti della tenuta. Lo studio delle eti-
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chette ha infatti preso vita ispirandosi proprio ai disegni di Anita Sardelli del 1948, di cui la famiglia custodisce una bella raccolta. Molti gli studi e i bozzetti, tra cui alcuni ispirati al mondo teatrale, particolarmente belli e colorati. Il desiderio era di tracciare con quei colori l’identità di tenuta con i suoi terreni, la precisa complessità, segnata da linee preziose, la firma di Anita Sardelli a conferire personalità: questi gli elementi hanno dato forma all’etichetta del Brunello di Montalcino, mentre per il Rosso di Montalcino è una declinazione monocromatica e vitale, di nuovo ispirata agli studi sul colore di Anita. “Famiglia Cecchi ha visto negli anni dei personaggi di gran levatura e gran dedizione al lavoro – commenta Andrea – ma la persona che più spicca nelle ultime generazioni ho ritenuto fosse proprio mia mamma Anita, che aveva fatto la Scuola d’Arte a Siena, ma poi fu costretta a interromperla perché mio nonno mancò presto: una grandissima donna, infatti era Lei che portava i pantaloni in famiglia e mi ha trasmesso davvero tanti insegnamenti di vita. Così, in omaggio a mia mamma, che amava molto dipingere, abbiamo voluto riportare in etichetta i nostri 3 corpi di vigna, ma in una visione molto artistica”. La seconda radice è territoriale: Amiata è il nome del maestoso monte che domina il paesaggio di tenuta, confine naturale a sud est del territorio di Montalcino ed elemento a forte impatto sul clima e sulla qualità e varietà dei suoli, donando escursioni termiche ideali e preservando l’equilibrio vegetativo dei vigneti. Le origini geologiche identificano il Monte Amiata come un antico vulcano estinto, formatosi circa 600mila anni fa, che gioca un ruolo importante nella produzione di vino a Montalcino, in quanto agisce come una barriera naturale, proteggendo le vigne dai venti freddi e dalle correnti atmosferiche, contribuendo a creare un microclima più caldo e stabile, ideale per la viticoltura. Ma la presenza del
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Monte Amiata aiuta anche a mantenere temperature medie più elevate rispetto ad altre zone con le notti fresche, dovute all’altitudine, che favoriscono una lenta maturazione delle uve. La vicinanza al monte e la sua vegetazione contribuiscono a un livello d’umidità ottimale, importante per la salute delle viti. I terreni nella zona di Montalcino, influenzati dalla presenza del Monte Amiata, presentano una varietà di suoli, tra cui argille e sabbie, che forniscono un buon drenaggio e nutrienti. Durante il Medioevo, il Monte Amiata divenne un importante centro di produzione agricola e pastorale. I monasteri benedettini e cistercensi fondarono abbazie, contribuendo allo sviluppo economico e culturale della regione. L’abbazia di Sant’Antimo, localizzata nella zona limitrofa alla Aminta, fu fondata dai benedettini e divenne un importante centro di spiritualità e cultura. E questi luoghi di culto contribuivano anche allo sviluppo agricolo, introducendo nuove tecniche e coltivazioni. Senza dimenticare la grande storia di Montalcino, che affonda le sue radici in un passato molto lontano, custodendo tracce di insediamenti etruschi, che già allora avevano fondato una “civitella” fortificata. Dal Medioevo in poi Montalcino diviene centro importantissimo, combatte guerre e assedi, contesa per secoli tra le potenze di Firenze e Siena. Su imitazione di Siena, nel Duecento fu divisa in terzieri, poi diventati quartieri, ciascuno con un proprio stemma, uno scudo a goccia (o a mandorla) ispirato a quello della città di Montalcino. Scudi che ancor oggi ornano le strade della città con piccole segnalazioni del quartiere d’appartenenza. Quella stessa goccia, simbolo di forza ma anche di grazia, dà la forma al logo di Aminta, dove i riferimenti a questo luminoso e fiorente territorio e alle sue radici sono rappresentanti dal cielo, dal fiore, dalle antiche mura. Aminta rappresenta così per Famiglia Cecchi la continuità di una tradizione produttiva attenta alla valorizzazione
del Sangiovese, ma anche la capacità di rinnovarsi e adattarsi alle sfide della contemporaneità, senza rinunciare alla coerenza stilistica. Avete qualche progetto in ordine all’enoturismo? “La struttura e la location ce lo consentono, così vorremmo fare un’accoglienza country chic di alto livello, cje preveda visite e degustazioni. Siamo già dotati di qualche camera, che attualmente usiamo come foresteria interna e ci sarebbe la possibilità anche di fare cucina. Senza scordare che tanti anni fa vicino alla cantina è stato fatto un pozzo molto profondo, di circa 80/90 metri, dov’è stata trovata una fonte d’acqua termale, che esce a una temperatura di 38°, come spesso succede nei terroir attorno alla cintura dell’antico vulcano del Monte Amiata, da dove viene pompata in una piccola piscina naturale di pietre al confine col bosco”. Così Aminta non è solo l’ultima acquisizione della famiglia, ma anche un punto di sintesi di un’identità aziendale che evolve senza tradire le proprie radici, continuando a investire con un’impronta da “vigneron” attraverso un focus costante su qualità, sostenibilità e innovazione. La presenza a Montalcino di Famiglia Cecchi, azienda di riferimento nel panorama vitivinicolo nazionale, essendo stata tra le prime firme italiane a strutturare la distribuzione dei propri prodotti sia in Italia che all’estero, conferma il desiderio d’interpretare i grandi terroir del vino italiano con una voce coerente, consapevole e appassionata. “La mia professione nel mondo del vino è iniziata 38 anni fa – conclude Andrea Cecchi – e da subito mi sono chiesto quale fosse il mio ruolo in questa famiglia, in quest’impresa, perché ogni generazione penso debba lasciare un segno. Così il mio pallino è stato sempre quello di acquistare terreni buoni, come appunto quelli molto vocati di Aminta e fare vini che andassero verso la raffinatezza e l’eleganza, pur mantenendo nel bicchiere il timbro dell’alternanza stagionale di ogni vendemmia”.
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Note di degustazione di paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante, quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
AMINTA – FAMIGLIA CECCHI Rosso di Montalcino D.O.C. annata 2023 – bottiglie prodotte n°3.177, oltre a n°45 magnum
AMINTA – FAMIGLIA CECCHI Rosso di Montalcino D.O.C. annata 2024 – bottiglie prodotte n°6.546, oltre a n°50 magnum
All’esame visivo si presenta rosso rubino con trame porpora. Dal calice si innalzano profumi di menta, ciliegia marasca nera, prugna, buccia di piselli, intensi di eucalipto, rosmarino, salvia, alloro, castagna bollita con finocchio selvatico secco per terminare con sussurri di pelle lavorata. Al palato ha corpo medio ed è sapido. L’equilibrio tra alcol e freschezza è lievemente altalenante, mentre i tannini sono dolci, larghi (6/6-) e setosi. Si sente bruciare lievemente la lingua. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 90--/100
Cromia rosso rubino con trame porpora. Il debutto olfattivo rivela profumi lievi di pelle di conceria in fine lavorazione, ciliegia marasca nera, lievi d’idrolitina (è la polvere che trasforma l’acqua naturale in gassata), lievi di violetta, pepe nero e noce moscata. L’esame olfattivo termina con accenni di pelle lavorata e note intense di conserva di pomodoro. All’approccio gustativo emerge un corpo medio e un perfetto equilibrio tra alcol e freschezza, con quest’ultima che avvolge completamente il primo, neutralizzandolo completamente. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente setosi per poi diventare vellutati. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa. 90/100 AMINTA – FAMIGLIA CECCHI Brunello di Montalcino D.O.C.G. annata 2020 – bottiglie prodotte n°3.120, oltre a n°250 magnum e n°50 doppie magnum Tinta rosso granato. L’olfatto pavoneggia profumi di nocciolina, menta, eucalipto, pepe nero, noce moscata, ciliegia
marasca nera, intensi di tè verde, buccia di piselli, lievi di vernice coppale, arancia sanguinella, prugna, conserva di pomodoro per terminare con soffi di castagne bollite con finocchio selvatico secco. All’assaggio rivela un corpo medio ed è saporito. Vino ben equilibrato tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6-), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. 91/100 AMINTA – FAMIGLIA CECCHI Brunello di Montalcino D.O.C.G. annata 2021 – bottiglie prodotte n°5.966, oltre a n°250 magnum e n°50 doppie magnum Manto rosso granato. Panorama olfattivo composto da profumi di ciliegia marasca nera, menta, eucalipto, lemongrassa, dolci dell’esterno del confetto, fondo di caffè per terminare con carezze di castagne bollite con finocchio selvatico secco. Bocca caratterizzata da corpo medio e un buon equilibrio gustativo tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, spessi (più della 2020), abbastanza larghi (5/6) e vellutati. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 93/100
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Col Brunello di Montalcino , che compie i suoi primi 35 anni, si va al massimo...
La Togata
FRA MADE IN ITALY E UN’ELEGANTE HOSTERIA NEL BORGO MEDIEVALE DI SANT’ANGELO IN COLLE andrea cappelli foto bruno bruchi
La storia della cantina “La Togata”, marchio storico del Brunello, inizia addirittura alla fine anni Ottanta del Novecento, protagonista un giovane avvocato romano di successo e da qui si capisce anche l’etimologia del logo aziendale. L’avventura nel mondo del vino toscano inizia per Danilo Tonon con l’acquisto nel 1989 di un casale con annessa una piccola, antica
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vigna nei pressi delle vecchie mura medievali del centro storico di Montalcino, dove furono vinificate le prime bottiglie della fanta-
stica vendemmia 1990, quando le aziende produttrici erano ancora poche e il Brunello cominciava a esser scoperto dal mondo. Ma la scelta di Danilo di farsi vignaiolo affonda nelle radici familiari, infatti il legame con la terra, l’agricoltura e la vitivinicoltura della nobil famiglia Tonon è molto più antico... “La cura dei vigneti e la già scientifica produzione di vini d’alto livello è collegata
anche a una delle più antiche lauree italiane connesse all’Agricoltura che fu conferita dalla prestigiosa Università di Padova nel 1860, un anno prima dell’Unità d’Italia, al mio trisnonno Giovanni Tonon, che ho riscoperto nelle vecchie carte di famiglia. La particolare natura del territorio di Montalcino, coi suoi ritmi, le sue configurazioni geologiche, le sue variazioni climatiche,
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anno dopo anno ci regalava – e ci continua a regalare – emozioni sempre nuove, grandi vini sempre diversi, ma tutti nel segno dell’eleganza”. Ad accompagnare Danilo nel mondo del vino dal 2000, magico anno del Millennio, è la moglie Jeanneth Angel, la cui famiglia in Colombia era dedica all’agricoltura, essendo proprietaria di un’immensa fazenda nella regione della Boyacá, assieme a un’importante partecipazione a una miniera di smeraldi: bella, poliglotta – parla correttamente l’italiano, l’inglese, lo spagnolo e con una naturale propensione ai rapporti interpersonali. “Oggi l’azienda, nella sua sede di Sant’Angelo in Colle, di proprietà di mia moglie Jeanneth Angel e delle nostre tre figlie Stephania, Vanessa e Azzurra, è cresciuta ulteriormente e gli ettari del parco vigneti sono divenuti circa venti, divisi tra la zone di Sant’Angelo in Colle, Pietrafocaia, Montosoli e Torrenieri. La capiente cantina, di oltre 2.000 metri quadrati, dal design particolarmente moderno, ma edificata su principi ecologici e naturali – nella bottaia sottoterra si crea spontaneamente l’umidità necessaria senza ausilio di mezzi artificiali, ma tramite l’acqua piovana che penetra attraverso la roccia viva – si situa proprio ai piedi dell’antico borgo medievale di Sant’Angelo in Colle. La produzione attualmente si aggira intorno alle 130mila bottiglie, una piccola realtà che fa dell’artigianalità il proprio blasone, con la mission di valorizzare il suo grande terroir, internazionalmente riconosciuto tra i più vocati per il Sangiovese
grosso, che è stato e sempre sarà l’anima viva di Montalcino”. Quali sono i mercati in cui si beve il vostro Brunello? “Il mercato estero vale per il 95%, equamente distribuito fra gli Stati Uniti, l’Asia, soprattutto Cina, Laos e Corea e l’Europa, maggiormente Germania, Belgio, Austria e addirittura la difficilissima Francia. Il 5% che va sul mercato nazionale, che stiamo comunque cercando d’ampliare, si divide soprattutto fra le grandi città, tra cui Roma, Milano e Firenze. Senza scordarci della Città del Vaticano. Ma i nostri vini sono stati molto apprezzati da personalità come George Bush, Bill Clinton, Tony Blair e Bill Gates!”. Ma accanto al Brunello di stile tradizionale de ‘La Togata’, ormai marchio storico ilcinese, avete creato un altro brand, che sviluppa un Brunello più contemporaneo, pronto e fruttato… “È nato ‘Vini italiani da Sogno’ con i brand Carillon, Jacopvs, Notte di Note, Seconda Stella a Destra, che ha costruito la propria nuova meraviglioso cantina nel suggestivo borgo medievale di Sant’Angelo in Colle, che ora riunisce entrambe i marchi. “Alcuni anni fa ho dovuto riprendere a curare personalmente la parte professionale, dedicandomi in toto all’avvocatura, ma ho avuto la gioia che mia moglie Jeanneth Angel e le mie figlie Stephania, Vanessa e Azzurra, giovani ma intraprendenti, hanno deciso tutte insieme di proseguire la nostra storia familiare nel mondo del Brunello”. Così oggi all’interno della cantina è stato costruito un suggestivo caveau, che protegge
tutte le preziose riserve di famiglia, protetto da una porta super blindata costruita appositamente dalla famiglia Sella, dove vi sono tutte le ben 35 annate di Brunello prodotte da “La Togata”, anche in grandi formati. E grazie alla giovane conduzione femminile dell’azienda, il Brunello di Montalcino La Togata ha conquistato i vertici di tutte le classifiche delle principali guide e riviste di tutto il mondo. Nel 2020 questa
cantina declinata al femminile intraprende una nuova avventura, parallela alla family winery, nel mondo dell’ospitalità di lusso con la ‘La Togata Hotellerie de Charme’, oramai uno dei punti di riferimento del settore turistico-ricettivo per il territorio di Montalcino”. Dove? Nel centro storico di Sant’Angelo in Colle. Proprio sulla via del centro storico detta “Costa del Castellare”, all’interno della cerchia muraria di quello
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che fu il nobil palazzo dei Tolomei, sorge il Relais Il Terrazzo, una delle due strutture ricettive – l’altra è il Relais Il Pozzo nella vicina Via del Paradiso – unite sotto il marchio Hotellerie de Charme La Togata, nel segno di un turismo d’alto livello. “Abbiamo cercato di creare con amore ambienti speciali e romantici, che possano dare una sinergia spirituale e fisica ai nostri ospiti, coppie o gruppi di amici, facendo volare la fantasia in un mare di sensazioni piacevoli. Un indimenticabile stacco dalla vita di tutti i giorni, dove la tipica ospitalità toscana con tutti i suoi colori, sapori e profumi, diviene emozione di relax e appagamento, enfatizzando al massimo tutte le sfaccettature dei piaceri della vita, il famoso lifestyle italiano. Un modo di ricevere diverso dal solito, nel segno di una grande eleganza, dove vivere in suites quasi magiche...”. Al 2021 data poi la realizzazione di un intrigante centro benessere all’interno del suggestivi ambienti della cantina, dotato al primo piano di una piscina emozionale con giochi di luci e una romantica doccia idromassaggio per coppie, mentre al secondo piano offre una sauna finlandese in legno con alcune chaise longue per il relax. Ma la da qualche anno la cantina ha deciso di onorare la radici di famiglia con un vino proveniente dalle antiche terre degli avi, i Colli Orientali del Friuli: “La nostra passione per lo spumante si è tradotta in un Prosecco Millesimato Nature, la cui prima annata è La chef Veronica in compagnia di Stephania Angel
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stato il 2021, di cui sono state prodotte circa cinquemila bottiglie. Vinificato tramite il metodo Martinotti lungo, detto anche Charmat, da uve Glera 100% – vitigno che risale alle prime coltivazioni della vite effettuate dagli antichi romani – si presenta in una particolare ed elegante bottiglia, che ne favorisce una positiva evoluzione nel tempo, mentre l’etichetta ricorda il blu della storica etichetta del Brunello”. ‘La Togata Flute Millésimé’ è una bollicina simpatica e di qualità, creata in joint venture con la famiglia Pittaro – le cui prime tracce del legame tra il vino, la vite e le terre delle Grave del Friuli risalgono al 1644, oggi produttrice di eccezionali vini e spumanti. Quest’unione tra Toscana e Friuli permette una condivisione dei rigidi criteri qualitativi necessari per eccellenti vigneti e una fantastica fermentazione. Questo Prosecco doc Brut Nature Millesimato è così prodotto nella tenuta della famiglia Pittaro, uno dei più ricchi terroir di biodiversità d’Italia: vero esempio di comportamento rispettoso dell’ambiente e di agricoltura sostenibile di qualità, questa microzona persegue la protezione delle riserve della biosfera del patrimonio mondiale. Infatti, proprio dai vigneti incontaminati lungo il fiume più selvaggio d’Europa, il Tagliamento, nella vocata regione del Friuli Venezia Giulia, nasce questo unico Prosecco Brut Nature Millesimato, dalle note floreali di gelsomino e camomilla. Fragrante e vibrante, il sorso è minerale e ricco, perfetto per aperitivi e antipasti. Una vinificazione at-
tenta porta a uno spumante fresco e intrigante, dove un palato secco e un bouquet elegante dominano in un’esperienza piacevole unica”. Ma dal 2024 La Togata si è lanciata anche nel mondo dei bianchi, gestendo la famiglia anche dei vigneti in Friuli Venezia Giulia, allevati a guyot, che insistono su terreni sassosi, tipici del Grave del Friuli. La produzione comprende un Sauvignon, una Ribolla Gialla, vitigno autoctono friulano e uno Chardonnay, che vengono raccolti intorno alla metà di settembre e vinificati mediante separazione del mosto dalle bucce con spremitura soffice per una fermentazione a temperatura controllata a 18°, volta a favorire lo sviluppo e la conservazione dei profumi originari. Il Sauvignon si presenta di color giallo paglierino con i profumi tipici variatali del vitigno, cioè foglia di pomodoro, melone, salvia e frutta esotica, al palato è vibrante, freschissimo e minerale: vino da aperitivo e antipasti, è ottimo con piatti di pesce nobile (aragosta, stie, scampi e salmone) e pesci salsati, creme e minestre delicate. La Ribolla Gialla alla visiva è gialla paglierino cristallino con fragranti profumi floreali e fruttati, che richiamano la susina e la pesca, al gusto presenta un caratteristico sapore fresco e asciutto, persistente sulle note agrumate e dal finale lievemente aromatico: ottimo da aperitivo, con ostriche e tartufi di mare, ma anche per antipasti di pesce delicati. Lo Chardonnay alla visiva è giallo paglierino con freschi profumi di mela golden, ananas e mandorla bianca con vi-
branti accenti d’agrume. In bocca è fine, elegante, morbido e cremoso, piacevolmente bilanciato da freschezza e sapidità per un corpo nobile e snello: vino da aperitivo e adatto per tutti gli antipasti, minestre asciutte, brodi, piatti a base di pesce e uova. Ma dall’esuberante e dinamico team al femminile de La Togata non potevamo non aspettarci una grande novità anche per il 2025, infatti in autunno è stata inaugurata l’Hosteria La Togata in Via del Sole 6 a Sant’Angelo in
Colle: “È la chiusura del cerchio delle attività enogastronomiche dell’azienda agricola. Qui vogliamo fare un’ospitalità incentrata su cordialità e simpatia, un punto d’appoggio semplice e autentico in una location che è una linea di congiunzione fra la Val d’Orcia, l’Amiata e il grossetano per tutti gli amici stranieri, italiani, toscani, montalcinesi, condito da un tocco d’eleganza. La nostra idea di cucina si incentra sulle materie prime del territorio e sulla stagionalità. Naturalmente
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non possono mancare i piatti toscani della tradizione, come un grande antipasto al tagliere con i formaggi pecorini con miele di Montalcino, i crostini misti di pomodoro e basilico, cipolle e fagatini, oltre ai salumi artigianali tipici del Monte Amiata del mio caro amico Augusto Cerboni di Casteldelpiano o un piatto di prosciutto San Daniele che viene tagliato a coltello da un carrello, direttamente in sala davanti all’amico cliente e dello spessore desiderato o una bella e profumata caprese. In ordine ai primi, abbiamo i pici al ragù bianco o i ravioli ricotta e spinaci o al classico ragù di Cinta Senese, un maiale autoctono risalente al Medioevo, gli gnocchi al gorgonzola, i tagliolini ai funghi, le tagliatelle al cinghiale. Per i secondi proponiamo la bistecca alla fiorentina alla griglia, il filetto alla griglia o al cognac, la grigliata mista con costoleccio e salcicce, la costata
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di manzo, il cinghiale in umido con le olive nere, la tagliata con rucola, pachino e scaglie di Parmigiano, la trippa, il tomino alla piastra con le verdure. Per i contorni abbiamo i fagioli all’uccelletto con olio extravergine d’oliva, l’insalata mista, la patata arrosto al rosmarino, le verdure grigliate, gli spinaci ripassate al burro e peperoncino. Ma, essendo a soli 30 chilometri in linea d’aria dal mare, ogni giovedì e venerdì offriamo anche un menù di pesce fresco con antipasti misti, spaghetti alle vongole, orata o spigala arrosto, spiedino di gamberi, linguina all’astice su prenotazione. E per non farci mancare nulla, proponiamo anche degli sfiziosi aperitivi con taglieri accompagnati da spritz, vini, birra, drinks e cocktail. Il motore dell’Hosteria è la simpaticissima e bravissima chef Veronica, una donna del territorio con una cultura tradizionale che deriva dalla sua
nonna e dalla sua mamma, che gli hanno insegnato come i sughi debbano stare a lungo sui fornelli per tirar fuori tutti i profumi e i sapori della Toscana. E poi Veronica è una vera fuoriclasse per i dolci, come il tiramisù, la zuppa inglese, le crostate di frutta e crema, la mousse al cioccolato e i cantucci toscani, magari con un bicchierino di Vinsanto...”. Ci descrivi il locale? “Abbiamo comprato questa vecchia casa alcuni anni fa e l’abbiamo davvero completamente ristrutturata, un investimento molto importante. L’Hosteria La Togata è su due piani, entrando abbiamo una bella cucina a vista con un bancone di marmo rosso, dove si può sedere sugli sgabelloni alti non solo per prendere un aperitivo, ma anche per fare un lunch o un dinner, dialogando con la chef che, stando dall’altra parte del vetro, cucina direttamente il tuo piatto espresso: è una questione d’im-
magine, ma anche di gran rispetto e trasparenza per il nostro ospite. Una scala porta al piano superiore, dove si apre la sala da principale con una quindicina di tavoli con poltroncine imbottite di color blu davvero molto confortevoli, che richiamano il colore dell’etichetta del Brunello La Togata, con aria condizionata, fredda d’estate e calda d’inverno e tutte le finestre dotate di zanzariere. Da qui si accede poi al giardino, che si trova proprio sotto le mura medievali del borgo, su due livelli che nella bellissima stagione e non solo permette di mangiare vedendo il tramonto sotto ombrelloni molto grandi, che di giorno evitano il sole diretto. Ma c’è pure la possibilità di mangiare sotto l’antica porta medievale storica d’accesso al paese, dove i tavoli con gli ombrelloni sono illuminati in giallo la sera. In totale abbiamo all’interno una cinquantina di posti e all’esterno altrettanti, ma il nostro obiettivo è cucinare sempre per massi-
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mo 50 posti. Vi sono tre bellissimi bagni decorati con marmo giallo, compreso naturalmente uno molto grande per gli amici disabili e un ampio parcheggio gratuito a circa 20 metri di distanza. Il nostro riservato personale di sala parla le lingue, accogliendo tutti gli ospiti con una flute di nostre bollicine, un amouse bouche di benvenuto dalla cucina e una bella musica di sottofondo. E, viste anche le nuove norme legate alla circolazione, abbiamo a quattro passi le nostre camere nel borgo, così potete godervi la serata, dormire in tranquillità e ripartire senza stress la mattina successiva, dopo uno splendido caffè”. Come avete impostato la carta dei vini? “Offriamo tutti i vini da La Togata, anche verticali di vecchie annate e grandi formati, ma, a breve, pure i vini di tutte le aziende che insistono nella collina di Sant’Angelo, che comprende sia Sant’Angelo in Colle sia Sant’Angelo al Scalo. E abbiamo anche un dispenser con l’azoto, quindi si può prendere anche solo un calice di vino”. L’Hosteria La Togata, che propone un menù a prezzi davvero onesti, è chiusa il lunedì e aperta da martedì e domenica dalle ore 12,30 alle ore 14,30 e dalle ore 19,30 alle ore 22,30. Per prenotazioni telefoniche 05771381492 o per mail info@hosterialatogata.com. Andate a scoprire il piccolo mondo antico de La Togata a Sant’Angelo in Colle, probabilmente uno dei borghi toscani coi tramonti più belli del mondo, che permette di godere appieno della grande sensualità del paesaggio.
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Nel cuore della Val d’Orcia, la campagna più bella del mondo,
Brunello di Roberto SassodiSole Terzuoli il
FESTEGGIA I SUOI PRIMI VENT’ANNI
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andrea cappelli foto bruno bruchi
Siamo nel cuore della campagna più bella del mondo, a certificarlo, in maniera indiscussa, è l’Unesco, che nel 2004 inserisce tra i luoghi “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” la Val d’Orcia, primo territorio rurale del pianeta a esser premiato con questo massimo riconoscimento. Proprio qui ha la fortuna di trovarsi l’azienda agricola SassodiSole, immersa tra i suoi vigneti che disegnano eleganti geometrie, incorniciata da uliveti dal manto argenteo, da lunghe file di romantici cipressi, da antiche pievi e suggestive abbazie, da austeri castelli e intatti borghi medievali, il classico paesaggio toscano da cartolina. La zona fa parte anche del Parco Naturale Artistico e Culturale della Val d’Orcia. “Il nome SassodiSole deriva da un grande sasso, oggi ubicato all’ingresso dell’azienda – racconta il dinamico e intraprendente proprietario Roberto Terzuoli – che i miei nonni con gli altri contadini usavano per “metter all’ombra” le bottiglie d’acqua e vino, visto che qui non c’era neanche un albero. Quando andavano a bere e lo toccavano, quasi si scottavano perché era stato baciato dal sole tutto il giorno e dicevano ‘questo sasso è fatto di sole’, visto il calore che emanava: da queste storie è nato il nome della località e successivamente dell’azienda”. Siamo nella parte nordest della denominazione Brunello di Montalcino, precisamente nelle terre che insistono intorno al borgo medievale di Torrenieri, il cui castello vanta una lunga storia. Il borgo ebbe vita fra il IX e il X secolo lungo l’antica Via Francigena sulla sponda destra del fiume Asso, in posizione strategica come sbocco e crocevia verso la Val d’Arbia, la Val d’Orcia, la Val di Chiana e la zona amiatina. Sembra che il nome, dal latino “Turris Neri”, sia dovuto a un gravissimo incendio che investì la torre del-
la fortificazione, da allora segnata per sempre dal colore scuro della pietra. Viene citato anche da Sigerico, Arcivescovo di Canterbury, quando, nell’anno di Nostro Signore 990, succedendo nella sede londinese a Edelgardo e recandosi a Roma dal Papa per prendere il pallio, durante il viaggio di ritorno vi effettua la XIII sosta e chiama nel suo diario il luogo “Turreiner”, stazione di posta dove conveniva fermarsi per approvvigionamenti. Nel 1350 fu ricordato anche dal Boccaccio nella novella IV della IX giornata del Decamerone: “Deh, fallo, se ti cal di me! Perché hai tu questa fretta? Noi giugnerem bene ancora stasera a buonora a Torrenieri... senza più rispondergli, voltata la testa del pallafreno prese il camin verso
Roberto in cantina da piccolo
Roberto con i nonni Gino Terzuoli e Giuseppina Zamperini
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Torrenieri”. Le campagne circostanti il borgo sono anche ricordate nelle memorie di una visita fatta dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo II d’AsburgoLorena nel 1777 come piene di ulivi e intensamente vitate, prova d’antica vocazione. Le stesse terre dove da secoli opera la famiglia Terzuoli, che proviene da un’antica tradizione agricola, tanto che notizie certe la fanno risalire addirittura agli inizi Seicento. Ma veniamo alla storia recente, quando Gino, classe 1916, figlio di Giuseppe Terzuoli, originario di Castiglione d’Orcia, dove la sua famiglia aveva già fatto esperienze di vinificazione, all’età di poco più di vent’anni parte per la Seconda Guerra Mondiale; al ritorno trova il sistema mezzadrile, che aveva
Roberto Terzuoli
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governato la vita di campagna fin dal Medioevo, in grande crisi. Nonostante tutto, forte dell’attaccamento viscerale alla terra, non si fa ammaliare dalle sirene delle fabbriche locali - poi abbiamo visto che fine hanno fatto negli anni Novanta… - e alla fine degli anni 40 decide di fare il gran passo: già mezzadro del conte de’ Vecchi, acquisterà il podere “Santa Giulia” che faceva parte della grande tenuta di Castel Verdelli con l’imponente castello in mattoni risalente al Trecento e fiancheggiato da bellissimi cipressi secolari. Gli inizi non sono facili, negli anni Cinquanta le campagne di Torrenieri si spopolano molto, ma Gino si dedica con determinazione al bosco per fare la legna per l’inverno, alla coltivazione di foraggere e cereali, nonché all’allevamento di bovini di razza chianina e impianta negli anni Settanta la sua prima vigna specializzata di circa un ettaro. Gino e la moglie Giu-
seppina Zamperini, anche lei originaria di Castiglione d’Orcia, ebbero ben 4 figli maschi. La famiglia crebbe fino a divenire di ben 18 persone; i 2 figli più grandi con le loro nuclei familiari rimasero a lavorare in campagna a fianco del padre mentre i 2 più piccoli decisero di dedicarsi ad altre attività. Agli inizi degli anni Settanta il figlio di Gino, Bruno Terzuoli conosce Graziella Bindi, anche lei proveniente da una famiglia di lunga tradizione contadina, e presto diventerà sua moglie. Molto appassionati della vita e del lavoro in campagna costituiranno un bel connubio sentimentale e professionale, coltivando fin da allora il mezz’ettaro di vigna e l’oliveto rimasti dalla divisione con i fratelli, anche se il maggior impegno della coppia era rivolto al reparto cerealicolo, coltivando i seminativi a frumento, grano, mais e leguminose, nonché all’allevamento di animali da cortile, suini e bovini. Il 9 febbraio 1974 nasce il loro unico figlio Roberto, che, fin dall’infanzia, acquisisce ogni giorno il rispetto per la terra e per il mondo contadino, così decide di compiere gli studi proprio nel settore dell’agricoltura, non perdendo mai di vista le attività dell’azienda familiare. Intanto matura un’esperienza decennale come responsabile dei vigneti alla tenuta ‘Il Greppo’ di Franco Biondi Santi, che lo avvia ai segreti del mondo del Brunello: “Dal 1998 ho avuto la fortuna di poter frequentare la grande scuola del ‘Signore del Brunello’ perché gli studi sono stati importanti, come lo era l’esperienza di mio babbo e mio nonno, ma avere la possibilità di collaborare con il “Dottore”, come tutti lo chiamavano, è stato il massimo al quale un giovane vignaiolo montalcinese avrebbe potuto aspirare. Incoraggiato proprio dal dottor Franco Biondi Santi, pian piano presi sempre più seriamente in esame di puntare tutto sui terreni di famiglia a Torrenieri, specializzandoli in viticoltura”. Roberto decide così nel 2006 di dedicarsi a tempo pieno all’attività enoica nella terra dei padri e dei nonni, portando una ventata di novità e spostando il timone aziendale verso una vitivinicoltura d’altissima qualità: “Anche se oggi sembra tutto bello e facile, ricordo anch’io – racconta Ro-
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berto, che da piccolo col nonno pestava l’uva coi piedi nei tini di legno – che, mentre i miei compagni di scuola avevano da anni la luce e l’acqua in casa, qua nei primi anni Ottanta non era ancora arrivata l’energia elettrica e l’acqua potabile. Mio nonno Gino era di quella generazione che, quando noi vendemmiavamo e, nel tagliare il grappolo cadeva in terra qualche chicco d’uva, lui, nonostante la sua avanzata età, si piegava e li raccoglieva uno a uno perché diceva che erano i migliori e aveva ragione perché erano quelli più dolci e maturi. La passione per il vino mi è stata trasmessa da mio padre Bruno, al quale, a sua volta, gli fu trasmessa da mio nonno Gino e sembra aver già contagiato anche la quarta generazione, cioè mio figlio Tommaso
Il bisnonno Giuseppe lavora nei campi di Castiglione d’Orcia
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che si appresta a diventare il mio braccio destro”, nato proprio durante una vendemmia, esattamente il 21 settembre 2008. SassodiSole si estende oggi per circa 100 ettari di terreno, di cui 12 coltivati a vigneto con tutte piccole parcelle e con un’età media delle viti di circa 25 anni; 2 ettari sono coltivati a oliveto, 2 ettari a bosco dove si trovano pregiati tartufi e i restanti a seminativi. L’azienda agricola SassodiSole, pur insistendo nell’areale di Torrenieri, è di media collina, in una zona molto panoramica con vista a 360° da Siena a Montalcino fino al Monte Amiata – montagna sacra e olimpo del popolo etrusco – con i terreni fra i 300 e 400 sul livello del mare; la collina di Montalcino protegge la zona da tutti i venti salmastri e caldi. “I miei genitori Graziella e Bruno ereditarono da mio nonno Gino solo mezz’ettaro di vigna che oggi ha quasi sessant’anni. Quando nel 1997 fu possibile aumentare le vigne a Bru-
nello, abbiamo impiantato altri 1,5 ettari, successivamente nel 2000 ancora 2,5 ettari, altri 3 ettari nel 2008, 2 ettari nel 2019 e infine gli ultimi 2,5 ettari nel 2022, prossimamente impianteremo ancora circa 2 ettari”. Il parco vigneti di SassodiSole, con esposizione prevalentemente sud-sud/ovest, è interamente costituito dal vitigno autoctono Sangiovese Grosso allevato a cordone basso speronato esclusivamente con pratiche agronomiche proprie della tradizione montalcinese. I terreni sono collinari pliocenici marini risalenti a 50 milioni d’anni fa – infatti vi si trovano tantissimi fossili – i cui suoli vanno dal medio impasto per arrivare in qualche punto a presenza di scheletro anche abbondante, argille e tufo. La particolarità di SassodiSole è che ha i propri terreni sia nella denominazione Brunello e Rosso di Montalcino che nella denominazione Orcia… “Abbiamo la fortuna di essere proprio a cavallo tra
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le due denominazioni, nel senso che è l’unica parte del territorio del Comune di Montalcino dove queste si sovrappongono. Ma il nostro punto di forza è stato soprattutto avere a disposizione ben 100 ettari per poter scegliere i luoghi più vocati per gli impianti”. Nel 2012 SassodiSole ha implementato una propria mission aziendale, avviando una politica di qualità totale mirata a implementare un sistema di gestione fortemente orientato verso la “food safety”, cioè la sicurezza e salubrità alimentare, insieme alla sostenibilità delle proprie attività e dei prodotti commercializzati e la certificazione Bio: “La nostra filosofia, in armonia con quella del terroir circostante, si focalizza sul miglioramento continuo della qualità della vita, coniugando la tutela e la promozione dell’identità culturale con le esigenze di uno sviluppo che viva delle origini e della tipicità del territorio e sia attento a preservarle per le generazioni future.
Tutto ciò si traduce anche nella creazione di un sistema di tracciabilità, che deve rappresentare non solo uno strumento dinamico di tutela delle identità culturali, ma soprattutto d’interazione col territorio e comunicazione con la collettività locale. “Le prime annate di Brunello sono state fatte nella piccola cantina presente all’interno del podere costruito dai mie genitori negli anni 80, dove attualmente loro vivono, nel 2007 è stata edificata un’altra costruzione di 500 metri quadrati localizzata al centro della tenuta, perfetto esempio della volontà della famiglia Terzuoli di ricercare il giusto connubio tra modernità e rispetto della tradizione enologica montalcinese. Un importante ampliamento della cantina è stato poi completato nel 2018: “Ci sono voluti circa due anni per portare a compimento questa struttura di 1.200 metri quadrati da parte di esperte ma-
estranze locali, che abbiamo voluto vecchio stile, cioè abbiamo adoperato pietre delle nostre terre impiegando per le pareti e gli impiantiti pietra serena, per il soffitto travi di castagno del Monte Amiata e mezzane artigianali fatte a mano. Inoltre al livello sottostante abbiamo costruito un magazzino di 400 metri quadrati. La cantina è dimensionata per una visione d’ampliamento viticolo aziendale che dovrebbe portare SassodiSole fino a 15 ettari di vigneti, comunque abbiamo sempre bisogno di tanto spazio perché alcune partite di ogni annata vengono da noi conservate e poi rimesse su marcato dopo anni di affinamento per dare la possibilità ai nostri clienti di poter assaggiare anche vecchie riserve”. Quando avete iniziato la commercializzazione? “Nell’anno 2006 con le prime etichette, il Brunello 2001 – solo tremila bottiglie, tutte imbottigliate ed etichet-
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tate completamente a mano nella piccola cantina sotto casa dei miei genitori, tanto che si può considerare un vero e proprio ‘vin de garage’ –, il Rosso di Montalcino 2004 e l’Orcia 2005”. L’accurata selezione manuale in raccolta, le vinificazioni classiche e abbastanza lunghe, il processo d’invecchiamento in botti grandi da 35 e 50 ettolitri rigorosamente in rovere di Slavonia e un finale affinamento in vetro fanno da garanti della volontà della famiglia Terzuoli di ricercare la qualità, unita al rispetto della tipicità ilcinese.
Roberto, Tommaso e Bruno Terzuoli
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Ci parli delle vinificazioni? “Avvengono sia in botti di acciaio che in tini di legno a temperatura controllata senza nessuna aggiunta di lieviti perché la tipicità e il lavoro dei lieviti autoctoni indigeni sono fondamentali”. Anche la Val ‘Orcia oggi è interprete d’ottimi vini, caratterizzati da singolari condizioni pedoclimatiche... “Il mio Orcia DOC lo definirei puro e genuino: puro perché viene prodotto in una terra incontaminata come la Val d’Orcia; genuino perché incarna un po’ il concetto del vino contadino d’una volta. È espressione delle vigne più giovani, ha una vinificazione più veloce, di circa 15 giorni e fa anch’esso un passaggio
nelle botti grandi di legno; morbido e persistente, dalla salda ma equilibrata struttura, ricorda frutti come la ciliegia e la prugna per arrivare al cioccolatoso. È un rosso da bere facilmente, perfetto per un aperitivo con affettati e formaggi freschi o con carni bianche o addirittura un cacciucco di pesce”. Passiamo al Rosso di Montalcino… “Fa una vinificazione un po’ più lunga, circa 25 giorni e poi passa 12 mesi in botte grande, ha profumi più complessi e intensi, va sul floreale e su frutti sia a bacca rossa che bianca con un tannino più presente, di conseguenza è un vino che si colloca su una linea di medio/lungo invecchiamento, è un piccolo
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minimamente influire sul vino – e infine le bottiglie riposano per 12 mesi prima di esser commercializzate. Anche se per un vino comune cinque anni sono già tanti, un buon Brunello è appena nato, perciò il tannino e l’acidità saranno presenti e avranno predominanza in bocca, non ci dobbiamo dimenticare che il tannino è il conservante naturale del vino! È un rosso austero, intenso e profumato che tende a un delicato e piacevole incenso contornato di un aroma di frutti rossi di sottobosco, ma anche di more e ribes fino al cuoio: va abbinarlo ai piatti giusti, mi viene in mente un brasato con funghi e tartufi e una cacciagione molto speziata, come il cinghiale, si lega molto bene con la sapidità e la succulenza di pietanze molto importanti, così il tannino viene ammorbidito dal piatto. Sicuramente è un prodotto che si attiene alla storicità del Brunello e alla sua longevità”.
Brunello, infatti può reggere tranquillamente 10/15 anni. In abbinamento è perfetto con primi piatti di cacciagione, formaggi un po’ invecchiati o un bel Grana di 36 mesi”. Parliamo ora del prodotto principe... “Per il Brunello annata, che è il vino della tradizione, la fermentazione tumultuosa e la macerazione, con tanti piccoli rimontaggi, dura circa 35 giorni, decidiamo di svinare in base agli assaggi e subito dopo gli facciamo completare la fermentazione malolattica. Successivamente inizia l’affinamento per 3/4 anni in botti grandi – usiamo quelle prodotte da Garbellotto in rovere di Slavonia, legno non preponderante perché deve
Passiamo all’apice della piramide aziendale, il Brunello Riserva, prodotto in poche migliaia di bottiglie... “È la scelta delle uve migliori fatta nei nostri vigneti più vecchi, la macerazione sulle bucce può durare fino a 40 giorni esclusivamente in tini di legno e dopo la svinatura continua il suo percorso nei tini di legno, per quasi a 6 anni e un ulteriore anno in bottiglia. Una tipologia che esce solo nelle grandi annate sempre in un quantitativo molto limitato, fra le tremila e le cinquemila bottiglie. Al naso il vino è molto complesso e intenso, note leggermente tostate, tabacco e goudron a farla da padroni e il sapore agrumato e speziato, è un rosso austero, fine ed elegante, di densa potenza e avvolgente morbidezza, che presenta tannini levigati con finale persistente, rimanendo integro e assolutamente piacevole fino alla fine. È un vino perfetto per la meditazione. Il nostro obiettivo, come mi ha insegnato il mio maestro Franco Biondi Santi, è di poterlo bere anche dopo cinquant’anni”. Ma hai anche voluto omaggiare il lavoro di una vita di tuo padre… “Con la splendida vendemmia 2015 ho voluto proprio onorare mio babbo Bruno con una selezione di poche centinaia
di preziose bottiglie di un Brunello di naturale eleganza e dal carattere forte, prodotto con le migliori uve del nostro vigneto più vecchio impiantato negli anni Settanta da mio nonno Gino, in un piccolo appezzamento circondato da olivi, coltivate nel totale rispetto della natura e scelte personalmente dalle sue mani esperte nella prima settimana d’ottobre, che verrà prodotto solo nelle annate che lui riterrà idonee. Dopo una lunghissima fermentazione e un lento riposo in botti grandi per 4/5 anni, si presenta alla vista color rosso rubino con riflessi granata, al naso è complesso, fine, floreale con nuances di speziatura dolce, in bocca è caldo, sapido, equilibrato, intenso con finale molto persistente, sposandosi magistralmente con arrosti e brasati di carni rosse”. Ma hai sempre un occhio anche alle innovazioni... “Era tanto che lo meditavo, anche perché durante le esperienze che proponiamo era un prodotto che i nostri ospiti, soprattutto d’estate, richiedevano spesso, così nel 2016 ho iniziato una limitata produzione di 4/5mila bottiglie l’anno di una simpatica bollicina del territorio. È uno spumante brut rosato dal color cerasuolo brillante, frutto della lavorazione d’uve Sangiovese Grosso vendemmiate precocemente che provengono da una vigna che si trova di fronte alla cantina, in una zona pianeggiante; questo Rosato vene realizzato con il metodo Martinotti perché vogliamo prediligere i sentori dell’uva”. Nel frattempo è nata anche la linea Sasso di Luna… “Si tratta di un Brunello, un Rosso e un Orcia, Sangiovese 100%, provenienti dai vigneti più giovani, 6 ettari impiantati con cloni moderni sui terreni che abbiamo comprato dopo la successione da mio nonno a mio padre. L’etichetta deriva da una foto fatta da mio figlio Tommaso dalla terrazza di casa e rappresenta la nostra gatta, la vera padrona di casa, sullo sfondo la cipressaia che si trova davanti all’azienda. I Vini Sasso di Luna, sono una versione leggermente più giovane, rotonda, moderna e pronta, del vino icona di Mon-
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Tu sei un ilcinese, nato e vissuto a Montalcino, qual è la tua filosofia nel fare Brunello? “Il nostro obiettivo è quello di valorizzare al massimo il Sangiovese Grosso, vitigno ‘principe’ incontrastato, che rappresenta il nostro valore aggiunto, l’ingrediente che ci differenzia dagli altri vini del mondo – commenta Roberto, brillanti occhi azzurri e un passato da sportivo karateka – il lavoro che sta dietro a questo vino è interamente artigianale e ritengo che per produrre vino di qualità sia basilare coltivare bene in vigna infatti sostengo che la cantina influisca sul prodotto finale per non più del 20% mentre il restante 80% è merito della vigna e della cura a lei dedicata. Quando guardiamo le vigne, da lontano ci sembrano tutte uguali, ma ogni vite che le va a comporre ha la sua vita, la sua storia, quindi l’occhio e la mano dell’uomo sono la principale ‘tecnologia’ che utilizziamo: la macchina non sa scegliere, per lei le viti sono tutte uguali, mentre l’uomo sa qual è l’esigenza di ciascuna. Certamente non possiamo eliminare la tecnologia, ma è fondamentale mantenere le tradizioni, non dobbiamo dimenticarci mai del passato e se vogliamo migliorarci spesso dobbiamo voltarci a guardarlo”.
talcino, dove spiccano i sentori primari, profumi varietali, floreali e speziati tipici del terroir con un’ottima freschezza, tannini morbidi e non invadenti, una fine intensità, che ne esalta l’ampiezza”. Attualmente la cantina SassodiSole produce circa 70mila bottiglie all’anno frutto di lavorazioni certosine, con amore ed estrema dedizione, il tutto per una ricerca attenta della qualità assoluta, unita al rispetto della tipicità ilcinese (di Montalcino); ne esporta il 60% in 16 Paesi in tutto il mondo. La sua produzione artigianale si differenzia in 20/25 bottiglie di Brunello di Montalcino DOCG nelle diverse versioni, in 15/20mila bottiglie di Rosso di Montalcino DOC e 30mila di Orcia DOC.
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Roberto è un illuminato “contadino moderno” che in modo mite, tenace e appassionato si pone come interprete di vini puliti, per i quali non estrae mai il massimo ma il giusto, caratterizzati sia dal vitigno che da un terroir dalle singolari condizioni pedoclimatiche, esprimendo un’aria di famiglia e una bella linearità pur nella diversità delle vendemmie. La forza della denominazione Montalcino sta tutta nella grandissima fortuna d’ospitare piccoli produttori d’altissima qualità, che sanno valorizzare l’eccellenza dei propri vini e proprio per questo godono di fama e prestigio anche a livello internazionale.
Negli ultimi anni stai dedicandoti molto anche all’enoturismo… “Credo profondamente nell’accoglienza e nell’ospitalità, cioè nel proporre un’esperienza legata al mondo del vino montalcinese, che parte dal fare una passeggiata nei vigneti, per poi passare alla visita degli ambienti della cantina spiegando tutti i processi dalla fermentazione, all’affinamento, alla parte finale del ciclo, cioè l’imbottigliamento e infine dove vengono conservate le bottiglie. Successivamente passiamo alla degustazione che si svolge o nel tavolo di marmo in cantina o in sala degustazione, descrivendo il territorio nel bicchiere, accompagnando i vini con un tagliere salumi e formaggi tipici del territorio”. Ci fai un bilancio dei tuoi primi vent’anni nel mondo del vino? “Li ho vissuti facendo sempre piccoli passi avanti dal punto di vista tecnico. Il clima è cambiato per il fattore pioggia e per il fatto-
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re caldo con la conseguenza che bisogna essere capaci di gestire al meglio i capricci della natura, la tempestività nell’eseguire tutte le operazioni di campagna sono basilari per ottenere un ottimo prodotto. Ma tengo anche a precisare che da noi il vino non è una monocoltura, infatti produciamo ancora cereali, il grano duro per la pasta, l’orzo per fare la birra bio, il trifoglio, l’erba medica, i girasoli, nella convinzione che la biodiversità sia fondamentale. È l’unione familiare e l’amore condiviso per l’agricoltura e il vino che ci spingono, giorno dopo giorno, a curare a 360° tutti gli aspetti legati a questo lavoro, dalle mansioni in vigna e in cantina, a quelle della promozione e commercializzazione, col valido supporto dei nostri giovani collaboratori che senza di loro tutto questo non potrebbe esiste-
Graziella, la mamma di Roberto, mentre tira la pasta
re, in special modo Roberto Ciani che mi affianca da quando abbiamo iniziato a produrre vino”. Roberto, oggi cinquantenne, è un illuminato “contadino moderno”, che in modo mite, tenace e appassionato si pone come interprete di vini puliti, per i quali non estrae mai il massimo ma il giusto, caratterizzati sia dal vitigno che da un terroir dalle singolari condizioni pedoclimatiche, esprimendo un’aria di famiglia e una bella linearità, pur nella diversità delle vendemmie. Perché la forza della denominazione Montalcino sta tutta nella grandissima fortuna d’ospitare tanti piccoli produttori d’altissima qualità, che godono di fama e prestigio anche a livello internazionale. Auguri di tutto cuore per un luminoso futuro nel mondo del vino a questa schietta e sincera famiglia di vignaioli, che prosegue tenacemente una tradizione agricola familiare che va avanti in Val d’Orcia da oltre 400 anni.
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Nel segno degli eleganti Sangiovese di Radda in Chianti, l’ospitalità di
Castello di Albola NELLA GRANDE BELLEZZA DEL CHIANTISHIRE
andrea cappelli
Il borgo medievale di Castello di Albola nel comune di Radda in Chianti, immerso nel silenzio di campagne incantate, sorge nell’Alto Chianti storico, dove da secoli la vite prospera immersa in un contesto agro-paesaggistico di grande bellezza, tra vigneti che s’inerpicano sui fianchi delle colline, oliveti argentei e suggestivi borghi medievali intatti. L’origine, lì dove la Pesa ha le sue sorgenti, sfuma nel mito della civiltà protovillanoviana ed è certo che il toponimo abbia origine etrusca. Di Albola, castello di confine fra la Repubblica di Siena e la Signoria di Firenze, si parla a proposito dei possedimenti di Carlo IV e la prima traccia certa si ha da un documento notarile dell’anno 1010 che regola i rapporti tra alcuni fittavoli albolesi e Arnolfo II arcivescovo di Milano, infatti la diocesi meneghina tenne infatti in possesso queste terre per circa 3 secoli. Successivamente se ne conosce la dipendenza dalla Badia di Coltibuono, seppur quando Radda diviene capitale della Lega del Chianti, sotto il dominio fiorentino il Castello è già ben munito e popolato, tenuto in signoria dai nobili di Monterinaldi. Ma la vera espansione si ha con l’arrivo di
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uno dei rami della potentissima famiglia fiorentina degli Acciaiuoli: alla fine del Quattrocento Lodovico Acciaiuoli, che aspirava a espandere i possedimenti chiantigiani essendo un “insigne dottore cittadino e avvocato fiorentino”, fonda di fatto il possedimento di Pian d’Albola come lo conosciamo oggi. E nel 1515 finalmente l’Acciaiuoli riesce a comprare, oltre alla terra, anche la “Casa Vecchia” dai signori di Monterinaldi. Dal Cinquecento Albola abdica alla propria funzione militare per abbracciare una vocazione agricola, divenendo uno dei latifondi più ambiti dalle nobili casate di Toscana, lo testimonia l’interesse dei Samminiati che, agli inizi del Seicento, estintasi la discendenza maschile degli Acciaiuoli, entrano in possesso di Pian d’Albola per via delle nozze tra Ascanio Sammi-
niati e Caterina Acciaiuoli. Saranno loro, inglobando due massicce torri medievali, a costruire la villa con quello stile rinascimentale che segna tutta la nobile architettura chiantigiana. Sempre per via di matrimonio, la proprietà passò ai Pazzi, una delle più nobili e antiche famiglie fiorentine che la tennero fino a metà dell’Ottocento. Per il secolo successivo Pian d’Albola, che nel censimento generale del Chianti del 1832 era dichiarato come uno dei pochissimi fondi autosufficienti di tutta la zona, conobbe diversi proprietari, finché nel 1940 fu acquistata dal principe Giovanni Ginori Conti, ma il suo splendore si eclissò dapprima con le due guerre mondiali e poi con la fine della mezzadria, quando l’antico sistema di conduzione agricola andò definitivamente in crisi. Finalmente nel 1979 di-
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venne proprietà della famiglia Zonin per iniziare il suo secondo Rinascimento. Per quanto riguarda la produzione vitivinicola, se già in un documento si parla dell’acquisto da parte di Niccolò Acciaioli nel 1480 di una “terra vignata”, fu Ascanio Samminati, a metà Settecento, a portare impulso alla viticoltura, dando per la prima volta un progetto compiuto alla tenuta anche con notevoli opere di regimentazione idrogelogica. Le prime tracce della moderna storia enoica di Albola si trovano nella cronaca del “Dizionario fisico geografico del Granducato di Toscana” di Emanuele Repetti che nel 1841 scrive “chiamasi propriamente Albola una piaggia accreditata per i suoi vigneti, dai quali si ottengono forse i migliori vini del Chianti”. Alcune delle prime bottiglie a marchio proprio risalgono agli anni Cinquanta del Novecento e alcuni esemplari riposano ancora nella cantinetta storica vicino alla suggestiva barricaia in pietra. Oggi la tenuta si estende per circa 900 ettari: 110 sono coltivati a vigneto, di cui ben 100 dedicati al Sangiovese e quindi al Chianti Classico DOCG, su 12 ettari si trovano dimora anche circa quattromila antiche piante d’olivo col classico blend di cultivar toscane – Frantoio, Leccino e Moraiolo – che donano il grande extravergine IGP tipico di queste terre, un oro verde che, a memoria d’uomo, fa parte integrante delle tradizionali produzioni della fattoria toscana, il resto – quasi il 90% della superficie totale – sono fitti boschi di macchia mediterranea. Agli inizi degli anni Ottanta si data il primo impegno a portare a un livello produttivo d’alta qualità le vigne per poi procedere alla sistemazione dei suggestivi casolari e della bellissima villa padronale. Dopo aver individuato la posizione ideale al fine di conciliare le esigenze di produzione col rispetto del contesto ambientale, è stata costruita negli anni Novanta una nuova cantina su un poggio panoramico a poca distanza dal borgo, perfettamente armonizzata
nel paesaggio circostante. Il parco vigneti, ritenuto il vigneto archetipico del Chianti Classico, circondato da selve di roverelle, punteggiato da altissimi cipressi e contornato da oliveti argentei, è il più suggestivo anfiteatro di vigne di tutto il Chianti Classico. Le piante sono allevate sia a cordone speronato che a guyot – forma che sta prendendo sempre più piede perché permette alla pianta di crescere più equilibrata e libera. I vigneti storici di
Selvole, Capaccia, Madonnino, Ellere, Marangole, Mondeggi, Poggio alle Fate, Sant’Ilario e Acciaiolo sono disposti a un’altitudine tra i 400 metri e i 680 metri slm e prendono luce, come si dice in Chianti, “da sole a sole”. Ma il vigneto simbolo di Castello di Albola è sicuramente “Il Solatìo” che si inerpica su di una pendenza mozzafiato su un terreno di sasso tra i 550 e i 580 metri slm. I suoli di Albola si caratterizzano per forme geologiche ricche in schele-
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tro, tipicamente il galestro e l’alberese. Ciò, oltre ad assicurare un ottimo drenaggio dei terreni, conferisce particolare mineralità e sapidità ai vini. Il vitigno principe è naturalmente il Sangiovese, simbolo del Chianti Classico, la cui vendemmia si svolge tra la seconda quindicina di settembre e la prima quindicina di ottobre. Oltre al Sangiovese, esteso sul 90% della superficie vitata e destinato ai nostri Chianti Classico in purezza di cui si ricercano le espressioni più pure, si coltiva anche un’altra grande uva a bacca rossa, il Cabernet Sauvignon, nella vigna più vecchia della fattoria di ben quarant’anni, utilizzato per produrre il supertuscan Acciaiolo. Nelle vigne più fresche sono coltivate anche uve bianche Chardonnay, dalla vigna più alta della tenuta, tre ettari a quasi 700 metri slm, da cui deriva il fresco e minerale “Poggio alle Fate” e poi Trebbiano e Malvasia per produrre il raro Vin Santo del Chianti Classico DOC, ulteriore firma di toscanità. La cantina è distribuita su due livelli: uno esterno, destinato alla vinificazione delle uve e alle aree tecniche e uno sotterraneo destinato per due terzi a preservare i vini in tini d’acciaio termo-controllati da un sistema computerizzato e per un terzo all’affinamento dei vini rossi in legni di
Il direttore Alessandro Gallo
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rovere. Ma anche le storiche cantine sotterranee dell’antico borgo medioevale, con le tradizionali volte in pietra, sono tornate a vivere per affinare questi grandi rossi chiantigiani in grandi botti di rovere di Slavonia – che rappresentano oggi il 70% dei legni – e preziosi tonneaux di rovere francese. La produzione complessiva si avvale solo d’uve di proprietà biologiche – l’azienda ha presentato la prima volta il logo Bio nell’etichetta Poggio alle Fate 2020- e per il 90% si dedica alla produzione delle varie declinazioni di Chianti Classico: annata, Riserva – una selezione di 8 vigneti – tre Gran Selezioni – “Il Solatio”, “Santa Caterina” e “Marangole”, ognuna prende il nome del vigneto da cui raccogliamo le uve per valorizzare le caratteristiche di ogni singolo terroir. Castello di Albola è sicuramente l›incarnazione dello spirito delle colline più alte del Chianti Classico, terroir che marca molto forte, donando vini verticali e delicati, dal gusto raffinato e ricercato, nonché dalla gran longevità. “Custode” appassionato della Tenuta è dal 2004 il piemontese Alessandro Gallo, classe 1971, alle spalle studi alla Scuola Enologica Umberto I di Alba e una laurea in Chimica all’Università di Torino: “Dal punto di vista vitivinicolo, l’areale di Radda in Chianti rappresenta uno dei più vocati di tutto il Chianti Classico storico vantando peculiarità come il sasso, la col-
lina aspra e l’altitudine dei vigneti che determinano quella dolcezza di tannini, quella struttura organolettica, quei profumi particolari che rendono eleganti i nostri vini. Infatti, da Pian d’Albola, una costellazione di cru si estende tra antichi poderi e boschi di querce per salire sino alle cime più elevate dei Monti del Chianti a disegnare un paesaggio di straordinaria bellezza. Così dai nostri vigneti, ognuno diverso per composizione del suolo, altitudine ed esposizione alla luce del sole, nascono vini stilisticamente unici, d’ineguagliabile finezza, dalle sfumature sottili e sofisticate. Ma credo fortemente che essere oggi winemaker non significhi solo stare in cantina, ma consista anche nel seguire con estrema cura tutti gli aspetti della filiera produttiva, dalla gestione delle vigne alla ricerca, dalla sostenibilità ambientale – ogni anno dal 2018 viene redatto e pubblicato il Bilancio di Sostenibilità in conformità con lo Standard Equalitas – alla vendita, dalla promozione all’ospitalità”. A proposito di ospitalità, all’interno degli edifici storici del borgo medievale sono nate tre bellissime e raffinate suites, che fanno immergere l’ospite in un’atmosfera medievale, ognuno con 2 camere doppie per un totale di 6 posti letto, che sono molto richiesti anche
Villa Marangole
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come appoggio per il dopo cena. Mentre all’interno della proprietà si trovano otto poderi, di cui sei abitati dalle famiglie del personale che qui lavora, ma, per chi volesse abitare la storia, due sono le bellissime dimore che Castello di Albola offre per un’indimenticabile esperienza toscana. In primis quella che molti considerano la casa più bella del Chianti, la settecentesca imponente Villa ‘Le Marangole’, inserita in un contesto d’assoluto fascino e spiccata eleganza rurale. Si tratta di
una classica ‘leopoldina’, termine col quale si intende una tipologia di casa colonica nata come abitazione dei contadini mezzadri con precise caratteristiche architettoniche, costruita nel corso del processo di bonifica agricola delle campagne avvenuta quando appunto regnava in Toscana il granduca Pietro Leopoldo I di d’Asburgo Lorena: in posizione dominante e ben esposta al sole, a blocco isolato, tetto a padiglione, portico, loggia e colombaia con stalle al piano terreno a abitazione al
primo. Questa grande villa con 6 camere doppie, perciò 12 posti letto totali, viene proposta in affitto tutto l’anno, ma solo interamente. È dotata di piscina, piccolo parco verde, barbecue e si avvale di una coppia di casieri che non solo si prende cura degli ospiti, ma è anche intenta a preparare cene a tema con ricette tramandate da generazioni, ma esiste anche la possibilità di avere uno chef professionista. L’altra struttura, completamente immersa nel bosco, più piccola e intima,
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è la quattrocentesca Villa Crognole che, oggetto di un sapiente restauro conservativo, è dotata di un’esclusiva piscina e una terrazza panoramica, da cui si gode una vista assoluta sul paesaggio unico del Chianti Classico: è il classico podere toscano dotato di focolare con 3 camere doppie per un totale di 6 posti letto e anche questa viene proposta interamente e con gli stessi servizi. “Il vino resta il caposaldo della fattoria, ma negli ultimi anni il settore ospitalità sta crescendo molto – commenta Alessandro Gallo – strutturandosi con personale qualificato e professionale, in grado di trasmettere la familiarità toscana in tutta la sua autentica semplicità. Sono felice che vi sia tanta voglia di vivere il nostro agriturismo, una tipologia d’accoglienza che già nel nome implica che alle sue spalle vi sia appunto un’importante attività agricola, dove cerchiamo di esaudire tutti i desiderata dei nostri ospiti. E oltre agli stranieri, anche gli italiani stanno riscoprendo le bellezze del proprio Paese e soprattutto da parte di chi abita in città c’è una gran ritorno alla campagna e alla vita all’aria aperta. Ed è davvero gratificante vedere che arrivano sempre più giovani sinceramente interessati a scoprire seriamente il mondo del vino, facendo un’esperienza in un’elegante location country chic”. Ma, per la felicità degli enoturisti e dei Wine Lovers, l’offerta gastronomica di Castello di Albola si amplierà a breve con l’apertura di un vero e proprio ristorante, che vedrà la luce nella primavera 2026. “Questo nuovo progetto di cucina è nelle sapienti mani del nostro chef Alessandro Chiesa, dalle quali nascono alcuni piatti della tipica cucina toscana, naturalmente rivisitata e alleggerita, il tutto nel segno delle genuine materie prime d’eccellenza del territorio chiantigiano, scelte in un concetto di filiera corta, possibilmente a chilometro zero. Classe 1972, chef di scuola milanese, Alessandro Chiesa ha portato a Castello di Albola un know how importante, alzando il livello della ristorazione, potendo vantare un lungo trascorso allo storico ristorante Savini di Milano, nonché plurime puntate nel mondo
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dell’hotellerie di lusso. Trasferitosi in Toscana nel 2016, è un gran professionista che interpreta i sapori in un gusto mediterraneo contemporaneo, la cui firma si legge nelle intriganti riduzioni, salse vegetali, creme di legumi ed emulsioni con cui ama corredare le ricette e curare l’impiattamento. La sua cucina, che potremmo definire attenta ed elegante, è molto concentrata sulla stagionalità, la freschezza delle materie prime e si incentra sull’alta qualità e cottura perfetta di succulente specialità gastronomiche toscane. Sono privilegiati i prodotti dell’orto di casa, senza scordare la pasta fatta a mano e soprattutto i risotti, di cui è senza dubbio un maestro! Altra particolarità del nostro chef è la grande attenzione al corretto abbinamento cibo/vino, nella convinzione che il valore della cucina debba andare di pari passo con quello della nostra proposta enoica”. Ma, essendo la Tenuta di Albola, anche una bellissima riserva di caccia, so che vi state concentrando su una proposta di selvaggina... “L’idea nasce dal voler caratterizzare la nostra cucina nel segno dell’autenticità e quale miglior modo, se non offrire la selvaggina brada che nasce e cresce naturalmente nei nostri incontaminati boschi tra i monti dell’Alto Chianti, naturalmente lavorata in maniera estremamente professionale”. Ma ci sono molte novità anche sul fronte delle esperienze di Castello di Albola. “Dal mese di novembre il nostro racconto si è arricchito di nuove esperienze immersive, pensate per chi desidera vivere la magia del Chianti Classico in modo ancor più profondo e personale. Tre le proposte, a partire dalla ‘degustazione itinerante’, pensata per far vivere un’esperienza immersiva attraverso una degustazione di 4 vini all’interno delle diverse sale storiche del borgo medievale tra cui la bottaia dove botti in legno costudiscono i nostri eleganti wines of altitude. Il pacchetto di experience si articola poi con il ‘blind tasting’, comprensivo di un tour guidato, volto a scoprire la storia e la filosofia di Castello di Albola. L’espe-
Chef Alessandro Chiesa
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storia e tradizione che vogliamo valorizzare con un’offerta di esperienze enogastronomiche pensate per lasciare un ricordo indelebile nelle memorie di chi lo visita. Qui, a Castello di Albola, raccontiamo la nostra storia, fatta di vigneti decennali, mura secolari del borgo medievale, amore per il Sangiovese, la passione per il vino ed il rispetto delle persone che con dedizione curano questo luogo. Castello di Albola, simbolo dei “wines of altitude” chiantigiani è da sempre un luogo dove il tempo, la tradizione e la passione per il vino si intrecciano in un racconto autentico. E i suoi intriganti rossi sono proprio l’incarnazione dello spirito delle colline più alte del Chianti Classico, terroir che marca molto forte, donando vini verticali e delicati, dal gusto raffinato e ricercato, nonché dalla gran longevità. rienza si conclude poi con una degustazione alla cieca: un gioco dove il senso dell’olfatto e del gusto sono i protagonisti principali, cercando di cogliere tutte le caratteristiche dei vini proposti. Infine, abbiamo l’esperienza ‘old vintages’ pensata per valorizzare la complessità e l’eleganza dei nostri vini attraverso il tour e la degustazione di vecchie annate. Lo scopo è sottolineare la capacità evolutiva dei nostri Wines of Altitude dopo anni di affinamento in bottiglia. Ormai da tempo ogni anno stocchiamo circa mille bottiglie per ogni etichetta, che riposano nelle nostre antiche cantine senza subire, al riparo dalla luce, dal calore e da spostamenti dannosi. Un plusvalore che oggi Albola si può permettere, a servizio di un cliente attento che voglia godere di un’annata matura al punto giusto. E dopo ogni Wine Experience è possibile fermarsi per un light lunch o per assaporare sfiziosi taglieri toscani nel nostro suggestivo Wine Bar, immerso nella quiete del corte del borgo medievale Inoltre, abbiamo anche una stazione di ricarica per le auto elettriche”, un piccolo passo per essere sempre più sostenibili. A Castello di Albola, quindi, accogliamo i visitatori durante tutto l’anno per far scoprire un affascinante angolo del Chianti Classico; territorio pieno di
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Marco Bacci con l’inseparabile Pilù
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MARCO BACCI
andrea cappelli foto bruno bruchi
FIRMA IL SUO VINO PIÙ INTIMO, IL ROSSO TOSCANO “DI MARCO”
dalle vigne del Castello di Bossi in Chianti Classico Bacci Wines è la visione dell’imprenditore Marco Bacci e della sua famiglia, in cui tradizione e innovazione si fondono ogni giorno per raggiungere l’eccellenza nel bicchiere.
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Così Bacci Wines raccoglie il meglio delle zone a più alta vocazione enoica di Toscana, avendo in portafoglio le 3 principali docg – Chianti Classico, Brunello di Montalcino e Morellino di Scansano – e non solo, attraverso 6 aziende situate in terreni strategici: Castello di Bossi, Tenuta di Renieri, Barbaione, Renieri e Terre di Talamo in Toscana, Terre Darrigo in Sicilia e Blue
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Zone in Sardegna, coprono insieme oltre 900 ettari di terreni, di cui oltre 200 vitati, esprimendo più di 20 etichette fra vini rossi, bianchi, rosè, dolci e spumanti per una produzione annua che si attesta su un milione e mezzo di bottiglie, di cui il 90% esportate all’estero in 22 Paesi, soprattutto Stati Uniti e Asia. Marco Bacci nasce a Firenze nel 1959 da una famiglia di radicata
presenza toscana e nel 1978, all’età di 19 anni, dopo la maturità classica, inizia a lavorare con successo nell’azienda di famiglia, specializzata in abbigliamento. Nel 1984 acquista poi il Castello di Bossi, che aveva 11 poderi fatiscenti su un’estensione di 377 ettari di terreni, di cui circa 60 di vigneti piantati da Giacomo Tachis, padre dell’enologia italiana moderna. L’azienda aveva già iniziato l’esperienza dell’imbottigliamento fin dal 1961, prima annata di Chianti Classico che ancora è perfettamente conservato nelle medievali cantine del castello, anche se la storia narra che a Bossi il vino sia stato fatto sin dall’epoca romana, essendo sempre stata rinomata fin dall’antichità come una zona ad alta vocazione. Il vino ai tempi per Marco era solo un piacevole hobby poi nella fantastica vendemmia 1985 produce la sua prima bottiglia di supertuscan Corbaia – allora in Chianti Classico i supertuscan erano meno di venti, a fronte delle migliaia di adesso – talmente buona da scatenare l’entusiasmo per il nettare di Bacco. Per molti anni Marco si è poi occupato contem-
poraneamente di fashion, viaggiando in tutto il mondo e vino. Durante le sue esperienze in Africa, Marco si appassiona al progetto di conservazionismo rivolto a salvare la specie del rinoceronte nero dall’estinzione, ancora attivo dopo trent’anni. Il 1996 è l’anno in cui Marco abbandona la moda, essendo un business replicabile in tutto il mondo e decide di mettere anima e corpo nel mondo del vino: “Mi stavo rendendo conto che nel settore dell’abbigliamento le nazioni di produzione, come Cina, Bangladesh e India ci avrebbero presto tagliato fuori. Pensai allora che se una maglietta si poteva fare ovunque, i vigneti per fare un bel Chianti Classico non si potevano certo spostare in qualche altra parte del mondo”. I suoi hobby spaziano dalle immersioni alla pesca, dallo sci alla caccia, al volo ed è felicissimo padre di tre figli – Jacopo, manager, Barbara, architetto e Benedetta, avvocato – che coadiuvano il babbo nell’azienda, mentre il suo migliore amico è Pilù, un simpaticissimo bassotto che lo segue ovunque. Ma andiamo ora a scoprire la tenuta di Castello di Bossi, si-
tuata nella parte meridionale del Chianti Classico, nel comune di Castelnuovo Berardenga. Il nome viene fatto derivare dal bosso, legno usato negli accampamenti romani per realizzare i contenitori utilizzati per trasportare i sesterzi con cui si pagavano le milizie. È uno dei forti più imponenti del basso Chianti Classico, la cui prima torre fu costruita attorno al 1099 e divenne, attorno a metà del Quattrocento, di forma quadrilatera a scopo difensivo con la tipica architettura in pietra forte. Citato nelle fonti archivistiche fin dal XI secolo, il castello fu distrutto dai Fiorentini nel 1478 e successivamente ricostruito, in epoca granducale, come villa signorile dai Ricasoli. La struttura padronale, originariamente con funzioni di castello-fattoria, ancora mantiene le forme originali ed è composta dall’antico castello, ristrutturato completamente nel 2022, con un caratteristico agglomerato rurale attorno, che costituisce il centro della fattoria. Ma, oltre a essere un’eccellente azienda vitivinicola, Castello di Bossi offre anche un’ospitalità di ottima qualità al turista enogastronomico in viaggio nel
Chiantishire. Questo agriturismo diffuso, che detiene le 5 spighe – il massimo della classica degli agriturismo – coinvolge tre antichi casali (Bellavista, Bossi di Sopra e Casa Tolomei), ognuno dotato di piscina per 19 appartamenti con 140 posti letto, ristrutturati nel 2021. Attorno all’edificio principale ci sono molti alberi secolari che creano un magnifico giardino scenografico, davanti al quale è ubicata la piscina che gode di una fantastica vista panoramica della campagna toscana, la più famosa e suggestiva al mondo e delle torri di Siena, città del sogno gotico. Il luogo è ideale per vacanze rilassanti e offre, prima di tutto, tranquillità assoluta, oltre a degustazioni guidate di vino, tour delle vigne, caccia al tartufo, corsi di cucina toscana e passeggiate a piedi, a cavallo e in bicicletta in una zona di gran bellezza paesaggistica. E nel futuro il progetto riguardo l’ospitalità a regime dovrebbe portare a un’accoglienza di gran potenzialità fra tutte le aziende, grazie a un’altra decina di casali in via di ristrutturazione, di cui 8 a Castello di Bossi. In ordine a Villa Bossi, qui è stato aperto nel 2021 anche
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Il Castello di Bossi
un wine bar che ha avuto un bel successo di pubblico ed è stata implementata una cucina dedicata alla ristorazione, ma solo per eventi. L’azienda agricola si estende su 500 ettari di terreni, di cui 126 coltivati a vigneto con tre uve principali, il Sangiovese, il Cabernet sauvignon e il Merlot con la particolarità che i due vitigni bordolesi furono tra i primi piantati nel Chianti Classico circa 40 anni fa, ma tra gli alloctoni vi è attenzione verso il Pinot Nero, il Cabernet Franc e il Merlot, retaggio del lavoro di Giacomo Tachis. L’altitudine media dei vigneti è di circa 350 metri slm e la loro esposizione è ottima, ruotando da sud-est a ovest. Il parco vigneti insiste in un anfiteatro di sabbie marine limose – il luogo è ricco di fossili e piccole conchiglie risalenti al Miocene quando era il fondo del mar Tirreno –, tufo, argille gialle, sasso spezzato e galestro. Il Sangiovese di Castelnuovo Berardenga, diversamente da altre zone del Chianti Classico più fredde, ha una maturazione fenolica e tannica maggiore per uve molto sane e dalle altissime potenzialità, grazie al microclima particolarmente mite. Il giovane enologo Stefano Marinari racconta che la filosofia produttiva segue i dettami del maestro assaggiatore Giulio Gambelli, indimenticata icona del territorio, senza scordare che, in ottica green, un campo fotovoltaico di 8 ettari permette alla tenuta di essere completamente indipendente dal punto di vista energetico. E dal 2018, nel solco della tutela ambientale e della viticoltura ecologica, principi in cui marco Bacci crede molto, Castello di Bossi è un’azienda biologica certificata, come anche tutte le altre aziende del gruppo Bacci Wines. In ordine ai vini, dopo il Corbaia nacque nel 1993 il Berardo, oggi riserva di Chianti Classico da single vineyard, Sangiovese in purezza affinato per 24 mesi in barriques francesi nuove, un rosso di classe, perfetto con un saporito peposo del Chianti. La grande annata 1997 dette vita al Girolamo, Merlot in purezza che mostra sempre una intrigante spezia con la cannella e i chiodi di garofano ben riconoscibili, ottimo con pietanze a base d’agnello.
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Con la vendemmia 2020 vede la luce il Pinot nero, da una vigna di 1,5 ettari piantata nel 2014 a un’altezza di 350 metri, scommessa vincente di sole 3.000 bottiglie per un rosso elegante, leggero, fresco con un naso delicato dalle precise note toscane di macchia mediterranea. Ma l’ultima novità è il vino più intimo della gamma, che Marco Bacci ha deciso proprio per questo di chiamare Di Marco e firmarne di pugno l’etichetta... “Questo Igt Toscana Rosso è il vino che avevo in mente da tan-
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to tempo e nasce dall’idea di fare un Cabernet franc in purezza dalle uve del Castello di Bossi, provenienti da viti piantate 25 anni fa, cioè all’inizio del Millennio, che mi stanno dando molte soddisfazioni a livello qualitativo. Così nel 2018, per la prima volta, faccio la selezione e il blend da 18 barili, riassaggio il giorno dopo, ma non sono completamente soddisfatto e decido di rimandare il progetto alla vendemmia successiva. Ma anche nella bellissima vendemmia 2019 non sono con-
vinto dell’assemblaggio perché ero alla ricerca di un vino assolutamente unico, diverso e molto personale. Arriviamo al millesimo 2020 e succede la stessa cosa, così comincio a pensare che probabilmente non è il Cabernet franc di Bossi, un’uva che a me comunque piaceva moltissimo, adatto a fare un vino iconico”. Invece nel 2021, succede qualcosa d’inaspettato... “Nello stesso giorno stavamo facendo il blend del Corbaia – assemblaggio di Sangiovese, Cabernet sauvignon e un
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po’ di Cabernet franc – e ancora una volta la selezione per creare questo nuovo vino col Cabernet franc in purezza. Deciso l’assemblaggio del Corbaia, metto da parte la mezza bottiglia che era rimasta dei vari blend. Dall’altra parte c’era la selezione dei Cabernet franc, per i quali in quest’annata ero molto più convinto, forse ci eravamo vicini, così decido di riassaggiare il taglio dei Franc l’indomani. Siccome la sera avevo un amico a cena e le due mezze bottiglie dei blend finali, decido
di riempire la mezza bottiglia con l’altra mezza, creando così una bordolese e la tappo. La sera accendo il fuoco nel camino per fare una bella bistecca alla fiorentina e stappo questa bottiglia, mi verso un goccio di vino e rimango subito folgorato, dicendo fra ma e me: ‘Questo è proprio il rosso che volevo fare, fantastico!’. Cosi, come spesso succede nella vita, nasce per caso il Di Marco, dal blend di una mezza bordolese di Cabernet franc e una mezza bordolese dell’assemblaggio di Corbaia, 10% di Cabernet franc, 45% Sangiovese e 45% Cabernet sauvignon. Certamente io di vini nei decenni ne ho creati molti e di successo, ma per un nuovo prodotto rimane comunque sempre all’inizio un margine d’insicurezza, così la certezza bisogna cercarla attraverso i giudizi di qualcun altro”. E qui entra in scena James Suckling, il più noto critico enoico americano... “Ebbi infatti l’occasione di fare a Castello di Bossi una grande degustazione orizzontale dei miei cru della vendemmia 2021 e la versione annata della vendemmia 2022 di tutte le mie aziende, a cui molto gentilmente partecipò proprio James Suckling, che considero un gran naso e un gran palato del mondo del vino internazionale. Volutamente e senza dir nulla, lascio per ultima, in questa lunga degustazione, la bottiglia del blend del Di Marco per capire cosa ne pensasse: Suckling guarda il vino, lo annusa, lo assaggia ed esclama ‘Questo è il vino migliore che abbiamo assaggiato stasera!’. Come sai i giornalisti quando assaggiano non dicono molto, specialmente Suckling, era successa davvero una cosa eccezionale! Finalmente c’era il riscontro che probabilmente avevo fatto qualcosa di veramente importante. Così, dopo tre anni di sperimentazioni, nasce la prima annata del Di Marco, la vendemmia 2021 con un’etichetta che non ha uguali nella nostra linea di vini, proprio per sottolineare il fatto che l’ho proprio voluto fortemente”. E fin dalla prima annata 2021, il Di Marco entra nella Top 100 Vini d’Italia, la classifica del Corriere della Sera by Luciano Ferraro, con ben 97 punti su 100, replicando addirittura la classificazione an-
che con la vendemmia 2022 sempre con 97 punti, un vero e proprio motivo d’orgoglio per Marco Bacci. Così il Di Marco, che esce a distanza di tre anni dalla vendemmia, è un blend di 60% Cabernet franc, 20% Cabernet sauvignon e 20% Sangiovese con una variabilità massima, secondo l’annata, del 5% con l’obiettivo di fare in ogni vendemmia il miglior vino possibile. “Le uve provengono da tre diversi vigneti e vengono vendemmiate quando il livello di combinazione tra il grado babo e l’acidità totale, il pH e l’assaggio mio personale è perfetto. La fermentazione avviene in maniera separata per i tre vitigni a temperatura controllata e, per quanto riguarda l’invecchiamento dei due Cabernet, Franc e Sauvignon, prosegue in barili di legno francese a bassa tostatura da 225 – un mix alla pari di barriques nuove, di primo e secondo passaggio –, mentre per il Sangiovese in botti grandi di rovere di Slavonia da 5.000 litri, sempre per 24 mesi, per poi concludere l’affinamento per un anno in vetro”. Pur nella variabilità delle vendemmie, ci descrivi il Di Marco? “È un vino mediterraneo, dove però il terroir del Chianti Classico marca molto. È un rosso molto fine e profondo al naso con un buoquet variegato, una bella struttura, di grande eleganza, che offre un’intrigante dolcezza al palato, sicuramente predisposto a un lungo invecchiamento. Senza scordare che è anche il vino preferito della mia dolce metà Anastassia!”. Quante bottiglie ne produci e come funziona la commercializzazione? “Sono solo 8.000 bottiglie all’anno e il numero non aumenterà. Viene venduto in allocazione un po’ in tutto il mondo, l’America è chiaramente il mercato principale, avendo una cultura di vino abbastanza importante. Pensa che è anche il vino preferito della moglie del proprietario della più grande catena di negozi di vino negli Stati Uniti!”. Nel Di Marco si sente forte l’imprinting personale di Marco Bacci, proveniente da una lunga esperienza familiare nel mondo della moda, che l’ha portato a trasferire nella sue attività enoiche i concetti di eleganza ed esclusività, un binomio oggi sicuramente vincente.
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Thomas ARRICCHISCE IL TEAM Duclos ENOLOGICO di San Felice andrea cappelli
Da circa un anno a questo gruppo d’eccellenza si annovera un altro personaggio prestigioso, che risponde al nome di Thomas Duclos, nuovo consulente enologico aziendale di San Felice. Originario di Margaux, Duclos si è formato presso l’Università di Bor-
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Molti importanti enologi francesi, negli ultimi tempi, stanno avviando fruttuose collaborazioni con primari produttori italiani.
deaux ed è un allievo del professor Denis Dubourdieu, con il quale anche De Biasi ha collaborato per una quindicina di anni. In attività professionale dal 2005, Duclos ha fondato il laboratorio Oenoteam con sede a Libourne dal 2011 ed è oggi considerato una figura di
riferimento della nuova generazione enologica francese con collaborazioni con numerose prestigiose tenute, come Château Canon, Château Troplong Mondot, Franc Mayne, Beau-Séjour Bécot e Château Giscours, contribuendo a ridisegnare lo stile dei grandi rossi bor-
dolesi. Considerato un professionista in grado d’adattarsi alle diverse realtà aziendali, supportandole in percorsi di rinnovamento stilistico – più che un tecnico, si definisce un allenatore, capace d’affiancare i team aziendali con rigore e umanità – Duclos è noto
per un approccio orientato alla precisione, freschezza, purezza ed equilibrio dei vini, in contrapposizione agli stili troppo concentrati e legnosi degli anni Novanta. “Il complesso momento che sta vivendo il mondo del vino richiede oggi scelte consapevoli e aggiornate, allargando lo sguardo. Farlo da soli limiterebbe le nostre ambizioni e, in ultima istanza, la qualità. Per questo ci siamo rivolti a un professionista d’indiscutibile livello. Duclos affiancherà e formerà gli enologi delle nostre 3 tenute – San Felice in Chianti Classico, Campogiovanni a Montalcino e Bell’Aja a Bolgheri, che mettono insieme 685 ettari complessivi di terreni, di cui 188 ettari a vigneti – contribuendo a innovare e rafforzare le nostre competenze, valorizzare le specificità di
ciascun territorio e portare i nostri vini a un livello ancor più alto di riconoscibilità e personalità” dichiara Mario Cuccia, presidente di San Felice. Carlo De Biasi, direttore generale di San Felice, aggiunge: “Per affrontare le sfide che ci attendono, dobbiamo evolvere nei vigneti, nella cantina e nell’organizzazione. E nel processo di crescita qualitativa, il fattore umano per noi viene prima di tutto. Thomas Duclos rappresenta la sintesi tra visione esterna e rispetto della nostra identità. Duclos infatti non si limiterà a fornire un supporto tecnico, ma sarà parte integrante del progetto aziendale, contribuendo alla formazione e alla crescita della nostra squadra”. Dopo le prime visite nelle tenute, Duclos ha condiviso alcune osservazioni sui 3 territori
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aziendali: “San Felice a Castelnuovo Bererdenga è un mosaico di terreni ed esposizioni adatto per esprimere lo spirito del Chianti Classico contemporaneo. Campogiovanni a Montalcino è la potenza di un luogo iconico, esaltata da una visione del XXI secolo. Bell’Aja a Bolgheri è l’interpretazione fine e precisa di un terroir selvaggio e soleggiato”. Ma Duclos sottolinea anche il valore del lavoro in squadra: “Sono un gran lavoratore e molto attento ai rapporti umani. Questa visione ampia è essenziale nella vita di tutti i giorni. È fondamentale integrarsi nei team aziendali per produrre vini Da sx seduto Riccardo Fratton, enologo di Campogiovanni a Montalcino; il consulente Thomas Duclos; Carlo Franchini, enologo di Bell’Aja a Bolgheri; Florian Fresselinat, assistente di Duclos; Andrea Dominutti, agronomo di San Felice; Francesca Giuggioli, enologa di San Felice
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precisi in termini d’equilibrio ed eleganza. Il nostro lavoro consiste nel rivelare un terroir, ma senza esagerare e ogni vino deve avere una sua personalità”. A San Felice nel Chianti Classico, Duclos ha colto un vigneto in ottimo stato, già a buon punto per affrontare gli effetti del climate change. A Montalcino invece, dove storia e tradizione vitivinicola hanno un peso, ci sarà bisogno d’interventi, tenendo conto degli effetti e delle sfide che impone il global warming. A Bolgheri la siccità si fa sentire e per questo la tenuta Bell’Aja dovrà avere un ruolo pilota nella gestione dell’acqua. Il presupposto di mantenere alta la qualità resta invariato, ma ciò che cambierà saranno i vini: “In questi grandi e storici terroir c’è necessità di avere vini con una “bevibilità moderna”, che unisca equilibrio, frutto e freschezza alla struttura, ri-
spondendo all’evoluzione dei gusti e alle sfide del mercato globale. Non interverremo sulla longevità, quella resterà. Il nostro ruolo infatti non è trasformare i vini, ma renderli leggibili più rapidamente. È una necessità dettata anche dal fatto che sia in Italia sia in Francia sta cambiando il modo di bere e si subiscono i
contraccolpi dei mercati e della situazione geopolitica” ha dichiarato Duclos, riferendosi al suo obiettivo per il brand San Felice. Quindi il fine dichiarato di Duclos è rafforzare l’identità di ogni terroir e portare i vini a un livello superiore di riconoscibilità e personalità, senza mai perdere autenticità. Così, in un contesto pro-
duttivo sempre più esigente, questa collaborazione punta a rafforzare l’identità e la fedeltà territoriale dei vini, migliorando precisione stilistica e coerenza qualitativa con una nuova energia internazionale. Direttore De Biasi per il team enologico, in questa seconda parte del 2025 le novità non finiscono qui… “Infatti abbiamo ritenuto estremamente importante affidare la conduzione enologica delle nostre 3 tenute di San Felice, Campogiovanni e Bell’Aja a 3 professionisti, in maniera tale che ognuno di loro possa esser concentrato a lavorare al meglio per poter dare una chiara impronta di qualità e identità a ogni singola tenuta. Gli enologi a cui abbiamo affidato questi incarichi sono Francesca Giuggioli per San Felice, che lavora con noi da 17 anni, dapprima in supporto a Leonardo Bellaccini, enologo storico con ben 42
vendemmie alle spalle, che, viste le dimensioni della tenuta, sarà coadiuvata per la parte agronomica da un’altra figura tecnica, Andrea Dominutti, friulano ma ormai chiantigiano d’adozione fin dagli anni Novanta. Riccardo Fratton, veneto di nascita ma ormai montalcinese d’adozione, operando ormai da oltre 10 anni a Montalcino, avrà la responsabilità enologica di Campogiovanni. Carlo Franchini, enologo d’origine trentina, che ha lavorato all’estero per molti anni e con noi dal 2022, seguirà Bell’Aja. Ed entrambi quest’ultimi 2 professionisti, avendo competenze tecniche trasversali e viste le dimensioni aziendali, seguiranno anche la parte agronomica”. Ma avete ritenuto importante inserire in team anche una figura d’esperienza internazionale… “Avevamo bisogno di una visione esterna, un coach che met-
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tesse in discussione le cose che si fanno magari solo per consuetudine, facendoci crescere a livello tecnico. Duclos, che è un grande appassionato di vino con un’enorme cultura enoica, ha infatti pochi clienti perché è uso entrare in maniera molto operativa e fisicamente presente nella squadra di lavoro, tanto il rapporto con noi è settimanale e in certe fasi anche quotidiano, come abbiamo potuto verificare durante la vendemmia 2025”. Duclos è un fautore della viticoltura rigenerativa … “Su questo abbiamo trovato subito la sintonia, infatti noi già da 3 anni applichiamo questi principi: nella gestione del
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suolo vengono introdotte le colture di copertura che vengono falciate o distese prima dei periodi di competizione idrica con la vite, creando un pacciame naturale che preserva l’umidità
del suolo: il terreno rimane più fresco e l’evaporazione si riduce. Questo modello di viticoltura è focalizzata sul recupero della naturale fertilità del suolo, sull’attività microbica dei suoli, sull’au-
mento della materia organica, sul miglioramento del ciclo dell’acqua e sul sequestro del carbonio. La viticoltura rigenerativa è una nuova frontiera perché cambia l’assunto di parten-
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za: rigenerare il suolo che è la chiave. Il lavoro in vigna mira a garantire una maturazione omogenea delle uve, proteggendole dagli effetti negativi del cambiamento climatico, come colpi di calore e siccità, che possono condurre a profili insieme vegetali e appassiti, generando vini sbilanciati e poco piacevoli. L’investimento nel vigneto, la sua cura e la necessità di produrre una quantità sufficiente di uva su tutti i ceppi della parcella sono elementi essenziali per esprimere il terroir. Le vendemmie sono determinate con precisione per ogni parcella; le vinificazioni delicate, senza utilizzo di anidride solforosa, per preservare il frutto ed evitare estrazioni incontrollate; affinamenti in legni adeguati, a temperatura controllata, seguiti da un adeguato
affinamento in bottiglia.. In sintesi, Duclos porta un’enologia e una viticoltura fondamentalmente semplici, cioè non interventiste, ma d’estrema attenzione ai
dove appunto l’espressione del frutto non è coperta dagli affinamenti. Un vino ben elaborato deve possedere un’armonia e una persistenza aromatica che inviti-
tempi delle operazioni, fatte nel segno del rispetto del frutto, che dev’essere fresco, integro, croccante per poi trasformarsi in vini eleganti, bilanciati, armonici, fragranti, di gran bevibilità,
no naturalmente al secondo bicchiere, senza affaticare il palato. Quello di Duclos è un metodo di lavoro che mette al centro le capacità delle persone di degustare e decidere il mo-
mento esatto per operare le scelte, infatti non vogliamo standardizzare niente, ma valutare vigneto per vigneto, parcella per parcella, serbatoio per serbatoio. E siamo sempre più convinti che sia la vocazione del terroir e non la vinificazione che dona longevità, anche se oggi i vini devono esser godibili fin dal rilascio sui mercati, preservando la piacevolezza e l’integrità del frutto. Penso che questo sia l’approccio migliore per cercare, in un contesto di grandissimo cambiamento climatico, del contesto produttivo, dell’approccio al vino, dei consumi delle giovani generazioni e non solo, di essere contemporanei nella nostra proposta, mantenendo l’identità e la storia delle nostre 3 fattorie, dei territori, dei vitigni, delle annate. È
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Il direttore generale Carlo De Biasi
un lavoro complesso, ma per chi ha vera passione per il mondo del vino, credo sarà la strada giusta”. Ma siete anche in una fase di importanti investimenti infrastrutturali… “Abbiamo cominciato dal primo agosto a costruire la nuova cantina di Bell’Aja e in autunno a rinnovare e adeguare tutta la struttura di produzione delle cantine di San Felice, ma andremo poi in futuro anche a intervenire sulla cantina di Campogiovanni. È stato il nostro nuovo team produttivo, col supporto di Duclos, a definire concretamente tutti gli interventi da operare in mo-
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do da poter lavorare al meglio in ognuna delle 3 strutture, in un orizzonte di lungo periodo. In Chianti Classico abbiamo così ben 3 anni di lavori davanti, partiremo dalle sezioni di pigiatura con nuove linee anche per la selezione manuale delle uve e vinificazione con la cantina dei cru e il cambio dei serbatoi in inox e cemento, che saranno già pronte per la vendemmia 2026 per poi passare alla sezione affinamento in le-
gno e imbottigliamento nel 2027 e infine al magazzino di stoccaggio nel 2028. Saranno anni impegnativi perché ristruttureremo la cantina, ma al contempo lavoreremo pure, così ogni step prenderà alcuni mesi all’interno di un anno, però bisognerà farlo nel momento giusto perché interferisca il meno possibile con la produzione. La nuova cantina di Bolgheri sarà costruita secondo importanti principi di sostenibilità e predispo-
sta solo per la vinificazione di uve raccolte a mano con un processo di qualità importante per tutti i nostri 20 ettari di parco vigneti”. I mercati vivono una fase complicata… “Al di là del difficile contesto geopolitico ed economico, i dazi, la svalutazione del dollaro, a livello generale il grande problema è che non gestiamo il nostro vino sui mercati in maniera diretta, ma siamo fortemente intermediati. Dopo una prima fase di de-
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finizione e segmentazione dell’offerta, l’azienda prosegue il proprio percorso di riduzione degli intermediari nei mercati chiave (Italia, Stati Uniti), rafforzando le partnership con distributori qualificati e allineati al posizionamento dei suoi vini. Mentre il mercato italiano è già servito direttamente dalla struttura commerciale interna composta da agenti e agenzie sull’intero territorio nazionale, da gennaio 2026, sul mercato statunitense – grazie al sistema di auto-importazione – San Felice potrà dialogare direttamente con i distributori nazionali, superando un li-
vello di intermediazione del tradizionale “three-tier system” americano. In un contesto così complesso ed in forte evoluzione crediamo che per San Felice sia fondamentale trasformare ogni tenuta in un centro esperienziale integrato, dove vino, gastronomia e ospitalità si combinano per raccontare in modo autentico il lifestyle toscano. L’obiettivo è creare un legame diretto e duraturo con i clienti, offrendo esperienze immersive che esprimano la visione olistica del brand. Il mercato mondiale dell’enoturismo vive una crescita straordinaria: secondo le previsioni di Future Market Insights (FMI), il settore raggiungerà un valore di 332,5 miliardi di dollari entro il 2034, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 13,2%. Questa tendenza riflette la crescente domanda, da parte dei viaggiatori di tutto il mondo, di esperienze autentiche che uniscano cultura del vino, gastronomia e territorio. In questo contesto, la sostenibilità è diventata un tema chiave e un importante fattore competitivo. In collaborazione con il Borgo San Felice Resort, sarà ulteriormente sviluppata un’offe rta esperienziale sempre più autentica ed esclusiva nel pieno rispetto del suo brand purpose: «Esistiamo per creare momenti indimenticabili di benessere per i nostri clienti e ospiti, celebrando e interpretando il meglio dell’inimitabile arte di vivere toscana.»
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Orcia DOC IL VINO PIÙ BELLO DEL MONDO andrea cappelli
Il territorio che oggi corrisponde a quello dell’Orcia DOC era popolato in epoca etrusca e romana, quando furono costruiti castrum, ville e terme. In epoca medioevale, con l’impaludamento della Valdichiana, il transito da Nord verso Roma abbandonò la strada consolare Cassia e si spostò su un itinerario collinare, la Via Francigena, che traversa verticalmente l’area di produzione della DOC Orcia. La presenza di un intenso transito di mercanti, pellegrini e soldati favorì la nascita di “spedali”, arricchì i piccoli centri lungo il percorso e rese necessaria la costruzione di castelli e rocche anche per proteggere i raccolti (Grance dell’Ospedale di Siena). Erano infatti frequenti gli assalti dei briganti. Ancor oggi sono visibili le tracce di questo passato. Il carattere collinare del suolo favorì un insediamento rurale sparso e la coltivazione promiscua in piccoli campicelli. Ogni podere aveva piccoli allevamenti di pecore e maiali accanto alla coltivazione di cereali, olivi, viti, alberi da frutto e ortaggi. Questi elementi si sono mantenuti per secoli fino agli anni Sessanta del Novecento, quando, coma fine del contratto di mezzadria, che aveva regolato l’agricoltura toscana fin dal Medioevo, avvenne un massiccio esodo dalle campagne. Il turismo è stato poi il motore del recupero di questo territorio e del suo patrimonio edilizio, ma anche il patrimonio viticolo è consistentemente aumentato con nuovi vigneti specializzati, pensati fino dall’origine all’alta qualità delle uve. Gli Orcia DOC sono grandi vini prodotti nel cuore della Toscana, in un territorio di colline dove, da più di mille anni, il lavoro degli agricoltori disegna un meraviglioso paesaggio antropico. 18 città d’arte, gran parte del Parco della Val d’Orcia, un paesaggio culturale dal 2004 Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’Unesco, il paesaggio agricolo più fotografato del mondo e antiche sorgenti termali naturali. Un territorio di artigianato artistico ed eccellenze alimentari: vino DOC Orcia, olio extravergine d’oliva, tartufi bianchi, salumi, zafferano, allevamenti bradi di maiali di razza autoctona “cinta senese”, risalenti al Medioevo, di buoi chianini – il “gigante bianco” amato dagli Etruschi prima e poi dagli antichi romani, perfetto per la lavorazione
Giulitta Zamperini, presidente Consorzio del Vino Orcia
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dei campi, pecore per la produzione di cacio pecorino. La denominazione d’origine controllata Orcia è nata il 14 febbraio 2000 e comprende le tipologie Orcia, ottenuto da uve rosse con almeno il 60% di Sangiovese e Orcia Sangiovese con almeno il 90% di questo vitigno, entrambe anche con la menzione “Riserva”. La denominazione Orcia comprende anche le tipologie Bianco, Rosato e Vin Santo. I vini manifestano l’impegno e la passione dei produttori, che, nella stragrande maggioranza, fanno tutto direttamente e artigianalmente: dalla vigna alla vendita delle bottiglie. In un’epoca di globalizzazione, il vino Orcia è un prodotto di qualità, fatto da chi vive in mezzo alle vigne, nel rispetto della natura e con ottime competenze di enologia e viticultura. Le tipologie principali sono vini rossi di notevole struttura, armonia, complessità e capacità d’invecchiamento. Grandi vini che hanno l’eleganza di una terra antica e di grande bellezza. Il vino Orcia è prodotto nelle colline del Sud della Toscana, in 12 comuni: Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia, Trequanda e parte di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena. A oggi sono 153 gli ettari di vigneti dichiarati, su un totale potenziale di 400 ettari. La produzione media annua si attesta intorno alle 250mila bottiglie, realizzate dalle circa 60 cantine nel territorio, di cui 33 socie del Consorzio di tutela, per un valore al consumo di circa 3 milioni di euro con un export del 20%. Il Consorzio si occupa di promuovere la denominazione attraverso azioni varie, dal web alla segnaletica sul territorio, passando per incoming di giornalisti e buyers da tutto il mondo.
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Azienda agricola CAPITONI Agricoltori da generazioni in Pienza, la famiglia Capitoni si occupa da sempre personalmente della cura dei campi, delle vigne e della vinificazione delle proprie uve.
Legami … Le nostre mani si muovono attente tra le foglie verdi per sistemare i tralci. Le nostre braccia sembrano unirsi ad altre braccia: i tralci delle viti. E sempre con il naso all’insù a vedere se piove o se fa bello. Si pena tanto nelle cattive annate, ma forse altrettanto nelle buone, allora dipende solo da noi…
Custodi attenti delle memorie e del lavoro di chi li ha preceduti, Marco Capitoni con la famiglia ha continuato la propria opera per migliorare e valorizzare sempre più questo luogo con una visione aperta al futuro. I cambiamenti sono stati tanti nel corso dei decenni: dal superamento della mezzadria con l’acquisto del podere Sedime, all’avvio dell’azienda agricola, al credere nella vite e scegliere di diventare vignaioli, dedicandosi completamente a una nuova impresa. Tuttavia, l’attaccamento alla terra, il rispetto delle piante e dei loro frutti è rimasto invariato ed è la spinta che porta a migliorarsi sempre più e a superare le sfide che di volta in volta si presentano, per mantenere fede al sodalizio tra questa terra e la famiglia Capitoni.
Azienda agricola BAGNAIA L’azienda agrituristica Bagnaia nasce a metà degli anni Ottanta dal sogno e dalla voglia di ritornare alle proprie origini di Luigi e Fiorella. La loro passione per la terra, il vino, l’olio e tutto ciò che ruota attorno a essi fa si che realizzino il loro sogno nel 1986, quando decisero di acquistare un vecchio casolare alle porte di San Quirico d’Orcia, nel cuore della suggestiva Val d’Orcia, riconosciuta poi patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’Unesco. Il vecchio casolare è stato quindi trasformato in agriturismo, strutturato in accoglienti appartamenti immersi nel verde della campagna. La straordinaria posizione, da cui si possono ammirare i diversi colori della natura in ogni stagione dell’anno, permette di godere di una surreale pace e tranquillità. Attualmente l’azienda Bagnaia, gestita dal figlio Nico insieme alla moglie Giovanna, si estende su un territorio di circa 24 ettari, di cui 6 impiantati a vigneto, destinati alla produzione di vino Orcia Doc e Igt toscano. Le piante d’olivo delle varietà tipiche della zona, destinate alla produzione di olio extravergine d’oliva fanno da cornice ai terreni circostanti, adibiti a uso seminativo. Tutti i prodotti possono essere apprezzati nell’accogliente
sala degustazioni adiacente alla semplice e ben attrezzata cantina di recente costruzione. La prima etichetta risale al 2003 e attualmente si producono circa 18mila bottiglie all’anno suddivise per 6 tipologie di vini. Tutta la famiglia è quotidianamente coinvolta nelle varie attività lavorative, nell’assoluto rispetto della natura e del legame che da sempre unisce l’uomo alla terra, sempre attenta alla tradizione e protesa verso la costante valorizzazione del territorio. Rispetto della tradizione con un pizzico d’innovazione è la filosofia dell’azienda. Tutti i vini sono integralmente prodotti e imbottigliati in azienda e sono il prezioso risultato di un’attenta ricerca fatta in vigna e in cantina, la vendemmia è rigorosamente effettuata manualmente: “Il vino è la poesia della terra e noi cerchiamo di esserne degni poeti”.
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Cantina CAMPOTONDO Quando nel 2000 Paolo Salviucci decise di avviare Campotondo, a motivarlo fu un profondo amore per la sua terra e il vino. Per questo scelse come luogo ideale non una zona confinante con i grandi vini già famosi, ma il suo paese
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nativo. Infatti impiantò il primo vigneto appena fuori dal borgo medievale di Campiglia d’Orcia, che sovrasta la Val d’Orcia da un’altitudine di 800 metri. Anche se da sempre le famiglie di questa zona producevano vino per il consumo domestico, le loro attività principali vertevano sull’olivicoltura, sulla pastorizia, sulla raccolta delle castagne e il governo del bosco. Campotondo nasce quindi in una microzona inconsueta, eppure vocata. Paolo intuì che la poca profondità dei terreni argillosi avrebbe impedito un’eccessiva vigoria di vegetazione della vite a scapito del frutto, che lo scheletro minerale derivato dall’attività vulcanica del Monte Amiata poteva impartire al vino rigore ed eleganza e che la ventilazione tipica della quota dei vigneti (600 metri slm) prometteva uva sana e maturata a dovere. Inoltre scelse di coltivare il vigneto ad alberello, un sistema d’allevamento antico e difficile da lavorare con basse rese per ettaro, ma che dà uve molto concentrate e di gran qualità. A oggi l’impianto totale consta di 3,5 ettari di vigneto, di cui uno non ancora in produzione, dove viene coltivato principalmente il Sangiovese, ma anche lo Chardonnay e alcuni filari di Merlot e Colorino, che, in virtù delle particolari condizioni pedoclimatiche, danno vini di grande personalità e territorialità.
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Poggio Grande
UNA STORIA DI RADICI Ci sono luoghi che raccontano storie an- E VISIONE DOVE LA tiche, fatte di gesti tramandati nel tempo, TRADIZIONE ABBRACCIA di mani che conoscono la terra, come una seconda pelle. Luoghi dove la natu- IL FUTURO NEL CUORE ra non è solo sfondo, ma protagonista. DELLA VAL D’ORCIA Uno di questi luoghi è Poggio Grande, l’azienda della famiglia Zamperini, incastonata tra le colline della Val d’Orcia, nel cuore più autentico della Toscana, oggi Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO. Tutto inizia nel 1907, quando Giovanni Zamperini, fondatore e capostipite, si stabilisce nella campagna che circonda il castello di Ripa d’Orcia. Da allora la famiglia vive in simbiosi con la propria terra, dedicandosi con amore e passione alla coltivazione e all’allevamento, alla cura dei vigneti, degli ulivi e dei boschi che da più di un secolo circondano la fattoria. Una storia di continuità e dedizione, che ancor oggi si percepisce in ogni angolo dell’azienda. Nel 1999, Luca Zamperini decide di dare nuova linfa a questa eredità familiare, trasformando la passione per la terra in una visione concreta: nasce così la Cantina Poggio Grande. Ogni decisione – dalla scelta dei terreni migliori all’utilizzo di tecniche innovative in cantina – nasce dal desiderio di ottenere vini di grande qualità, nel massimo rispetto della natura. Luca segue personalmente ogni fase della produzione, dal 2011 affiancato dalla figlia Giulitta e più recentemente dalla figlia minore Ginevra, che rappresentano la nuova generazione: anime unite dallo stesso sogno, quello di far parlare la terra attraverso il vino. Ma a Poggio Grande la tradizione non è mai un limite, ma un punto di partenza. Il rispetto per la storia e la curiosità verso il futuro convivono in armonia, in un continuo dialogo tra passato e innovazione. Accanto al Sangiovese, principe assoluto della Val d’Orcia, trovano spazio vitigni internazionali insoliti per la zona, a testimonianza della ver-
satilità di un territorio che sa sempre sorprendere. È proprio questa varietà di suoli e microclimi, distribuiti in pochi metri di distanza, a rendere unici i vini di Poggio Grande: ogni parcella di terra racconta un’emozione diversa, così Luca e Giulitta si limitano a custodirla, rispettandola profondamente attraverso il loro lavoro quotidiano. Oggi l’azienda vanta 6 ettari di vigneto, oltre 2.000 olivi e circa 20 ettari di seminativo, dove vengono coltivati grani antichi per la produzione di pasta e farine integrali. Un equilibrio perfetto tra vino, olio e prodotti agricoli, tutti frutto della stessa filosofia: coltivare con rispetto, raccogliere con gratitudine. Tutta la produzione è biologica certificata e ogni scelta, dalla vigna al frantoio, riflette l’impegno per una sostenibilità reale e tangibile. La cantina produce ogni anno circa 30/35.000 bottiglie, tra IGT Toscana Bianco e Rosso e Orcia DOC, ciascuna espressione autentica della ricchezza di questo territorio. “Ciò su cui puntiamo - racconta Giulitta - è raccontare la versatilità del territorio attraverso i nostri vini. In poche decine di metri cambiano i suoli, mutano i microclimi, si trasformano i profumi. Noi non dobbiamo far altro che ascoltare la nostra terra, rispettarla e custodirla al meglio, ogni giorno” In un mondo che corre veloce, Poggio Grande rimane un luogo dove il tempo ha il sapore del vino e il profumo della terra. Un’azienda dove la tradizione si rinnova, dove la passione diventa mestiere e dove ogni bottiglia è un omaggio sincero alla bellezza della Val d’Orcia. Poggio Grande: dove la terra parla e il vino risponde col cuore.
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Le tre declinazioni della
Vernaccia di San Gimignano
SECONDO CESANI Questa lunga storia parte dalle Marche, precisamente da Castignano, paesino tra Offida e San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, con Guido e Annunziata Cesani che decisero d’abbandonare la terra dei padri e dei nonni per lasciarsi alle spalle il duro sistema di conduzione mezzadrile. La voglia d’affrancarsi da quella situazione di sudditanza era tanta, ma nelle Marche non c’erano terreni in vendita. Arrivarono in Toscana insieme a molti altri marchigiani nel Dopoguerra perché in quel periodo la Valdelsa stava vivendo lo sviluppo di un articolato sistema di piccole industrie, che, assorbendo tanta manodopera, contribuì a un progressivo abbandono delle campagne, così i prezzi erano bassi e la famiglia Cesani poté comprare abbastanza facilmente un piccolo appezzamento. Il primo nucleo aziendale, a pochi passi da San Gimignano, fu acquistato nel 1949 coi risparmi di tanti anni di lavoro e furono gli olivi, che allora non abbondavano nelle Marche, la ragione principale per cui i Cesani decisero d’acquistare il podere la Piazzetta. Ma vi era ancora il contadino dentro, così fino al 1951 la famiglia Cesani veniva in Toscana dalle Marche solo
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per i raccolti poi dopo tre anni dall’acquisto si trasferirono definitivamente per iniziare la loro nuova vita. Allora era un’attività agricola di sussistenza con una gestione agronomica a maglia fitta dove le piccole parcelle si intersecavano in varie coltivazioni e i vecchi chiamavano questa zona i poderi della fame perché vi si riusciva a malapena a sopravvivere..Vi era una piccola casa con soli 3 ettari di terra, però il fatto che fosse in cima alla collina e vi fosse questa complementarità tra uliveto, bosco, un po’ di seminativo e la vigna era una cosa molto attrattiva, che gli consentì immediatamente d’avviare un piccolo allevamento di bestiame bovino che usavano anche per lavorare i campi. Guido e Annunziata avevano 4 figli tutti maschi, ma l’unico che decise di rimanere coi genitori a lavorare la terra fu Vincenzo, classe 1946, che, dopo le elementari, alla fine degli anni Sessan-
ta ebbe la fortuna dei poter seguire dei corsi triennali che l’Istituto Agrario di Siena faceva direttamente nel territorio con classi staccate, una delle quali proprio a Pancole, dove vi era una comunità agricola abbastanza numerosa. Nei dinamici anni Settanta Vincenzo inizia pian piano a subentrare nella gestione ai genitori con l’obiettivo di specializzare l’azienda verso la viticoltura, visto che già dal 1966 la Vernaccia di San Gimignano aveva ottenuto la denominazione d’origine controllata e nel 1972 era nato il Consorzio dei produttori, così inizia a reimpiantare i vigneti, il 50% a Vernaccia e l’altro 50% a Chianti. Negli anni Ottanta inizia anche l’espansione dell’azienda e se per molti anni il vino venne venduto in damigiane ai privati e in partita a imbottigliatori locali, nel 1986 Vincenzo, forte dell’appoggio della moglie Cesarina, originaria di Certaldo, decise di fare il gran salto, cominciando a imbottigliare a marchio proprio: ben 10mila bottiglie, non poco per la prima annata, la metà di Vernaccia e l’altra metà di Chianti e in 5 anni si passò addirittura a 30mila bottiglie! “Solo chi conosce le proprie uve può decidere come vinifi-
andrea cappelli carle ed è per questo che ho deciso di farlo in prima persona”. Nelle parole semplici di Vincenzo Cesani c’è tutta la filosofia aziendale: il rispetto del territorio e coltivare per arrivare a un prodotto finale d’alta qualità. L’attività continua oggi grazie alla passione e competenza delle figlie Letizia e Marialuisa, da sempre coinvolte nella gestione aziendale. E l’energia insieme alla dolcezza femminile è il vero e proprio punto di forza di questa piccola, ma dinamica realtà. Quella dell’agricoltura è una scelta professionale maturata in Letizia, dopo la laurea in Economia e Commercio, quando ha iniziato ad affiancare il padre: “Anche se la mia prima vendemmia è stata quella del 1993, sono entrata in maniera attiva in azienda nel 2001, certo ho frequentato alcuni corsi alla Facoltà d’Enologia, ma è stata e continua a essere importante la formazione che si svolge quotidianamente con l’esperienza diretta. Ho la fortuna di poter seguire mio padre in vigna, lui conosce ogni singola vite, le sue parole e i suoi consigli sono un prezioso compendio di viticoltura e buone pratiche agricole, è una fonte inestimabile
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d’indicazioni e informazioni. E nel confronto si cresce personalmente e come azienda. Mi sono subito appassionata a questo lavoro, ho imparato ad avere un rispetto assoluto del tempo, elemento fondamentale per chi si occupa di vino, ho riscoperto un’etica produttiva che ci ha portato al biologico e a cercare una sempre maggior qualità. Ma l’agricoltura c’impone delle scelte che devono essere fatte con coerenza, questo significa non guardare il mondo sempre e solo con la lente del successo e del denaro”. I valori tradizionali sono quelli che hanno da sempre ispirato Vincenzo e che ha solidamente tramandato alle sue figlie. Così, se Letizia è operativa del settore agricolo, Marialuisa si occupa degli ospiti, delle visite e della commercializzazione: “Anche se, essendo un’azienda a conduzione totalmente familiare, i ruoli sono intercambiabili, siamo cresciute con l’azienda stessa, quindi siamo parte d’ogni singolo aspetto produttivo. Essendo la sorella minore sono stata un po’ più fortunata, nel senso che sono entrata operativa nel 2005, quando la parte vitivinicola era già strutturata. In quel periodo stavamo completando tutte le ristrutturazioni degli edifici adibiti ad agriturismo, quindi da sempre mi sono occupata un po’ più dell’accoglienza”. L’azienda Cesani si trova in una splendida zona a nord di San Gimignano, l’areale di Pancole e oggi si estende su 45 ettari, di cui 3 a seminativi, che vengono coltivati a cereali
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per gli animali da cortile del podere (piccioni e galline), tremila piante d’olivo, un po’ di zafferano, bosco e 26 ettari vitati tutti esposti a est, più o meno tra i 250 e i 310 metri sul livello del mare con una media d’eta di vent’anni, 17 a Vernaccia, il resto a bacca rossa, iscritti a Chianti Colli Senesi e Toscana igt Rosso. I principi sono basse rese per ettaro, cure meticolose in vigna e un buon lavoro in cantina, realizzata per fasi successive al fine di essere espressione unica dell’interazione tra memoria storica e tecnologia. La mission aziendale è quella di produrre vini che siano l’eVincenzo e Cesarina con Marialuisa e Letizia
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spressione più autentica della terra faticosamente conquistata, dove sapienza e tradizione familiare consentono d’ottenere dai vitigni autoctoni più tradizionali alcune delle massime espressioni qualitative della zona. L’azienda, completamente certificata bio dal 2012 – un metodo di lavoro agevolato dalla presenza delle vigne in un territorio estremamente vocato, un’area siccitosa ma molto ventilata – utilizza solo prodotti naturali sia in vigna che in cantina, dove, con l’attenta gestione delle temperature, si cerca di preservare completamente le caratteristiche qualitative delle uve raccolte con tecniche rispettose ma all’avanguardia, curando manualmente
ogni momento del processo produttivo. Senza scordare che ogni parcella viene vinificata separatamente. Tutto il vino prodotto è imbottigliato e proveniente esclusivamente del parco vigneti aziendale. Complessivamente la produzione si aggira intorno alle 100/130mila bottiglie annue, di cui il 60% di vini bianchi e il 40% di vini rossi, che per il 60% vanno sul mercato interno con la Toscana in primis tramite vendita diretta, grazie all’enoturismo sempre più in crescita e sul canale Horeca e per il 40% all’estero, soprattutto in Europa, USA, Messico, Brasile e Giappone. I terreni sono costituiti all’80% da suoli d’origine marina, sabbie e argille plioceniche con una moltitudini di conchiglie fossili. Il parco vigneti è diviso in 3 blocchi separati che si trovano in un raggio di soli 3 kilometri, seppur tutti con terreni di diversa composizione. Nel centro aziendale di Pancole, a 300 metri slm, i vigneti, impiantati fra gli anni Settanta e Ottanta, insistono in un’area costituita da suoli limoso sabbiosi, così le uve tendono a maturare molto velocemente e quindi la gestione del verde è cruciale. Da qui nasce la Vernaccia d’annata, mediamente 40/45 mila bottiglie l’anno che vengono vinificate in maniera tradizionale in bianco a bassa temperatura con una fermentazione alcolica in acciaio, evitando la fermentazione malolattica al fine di mantenere tutta l’acidità. Rilasciata sui mercati nella primavera successiva alla vendemmia, si presen-
ta color paglierino scarico con riflessi verdognoli, un olfatto intenso e fruttato con note dolci di matrice agrumata fragranti e fruttate di cedro, nonché sentori minerali, al palato è sapida e persistente con retrogusto di mandorla tipico del vitigno. Concentrata, armonica, equilibrata e di gran ricchezza, l’estrazione delle glicerine dalle fecce gli dà una certa morbidezza che completa la freschezza dell’acidità e della gioventù, è perfetta sia per un aperitivo estivo ma anche con carni bianche e pesce. Passiamo ora al secondo blocco di 7 ettari di Vernaccia in località San Quirico, a 280 metri slm sulla provinciale per Certaldo, circa due kilometri dal centro aziendale, dove troviamo suoli marini umidi pieni di conchiglie fossili con aree d’argille grigie e blu. Acquistate nel 2010, circa tre ettari sono vigne vecchie di cinquant’anni, infatti sono state piantate intorno al 1975 e allevate a cordone alto a doppia posta, quindi i grappoli staccati da terra di oltre un metro e mezzo, perciò molto arieggiati, facendo sì che di crei, a livello sanitario e organolettico, un equilibrio veramente perfetto: già in conduzione biologica certificata da molti anni, producono pochissimo e le loro uve vanno a costituire le 10/15mila bottiglie del cru di Vernaccia “Clamis”, dal nome latino della conchiglia fossile, la capasanta, che si trova diffusamente in quel vigneto – infatti, passeggiando in questa vigna, si vede brillare perché piena di madreperla sbri-
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ciolata – che ha visto la luce col millesimo 2015: dopo una breve macerazione sulle bucce per 3/4 giorni per estrarre tutta l’intensa sapidità di questo mare preistorico, viene maturata in acciaio con le sue fecce fini per 12 mesi con bâtonnages settimanali e affinata per ulteriori 12 mesi in bottiglia. Esce un anno dopo la Vernaccia d’annata, perciò a 2 anni dalla vendemmia perché per la completa maturazione della Vernaccia il tempo è un ingrediente determinante: si presenta di color giallo paglierino intenso con riflessi dorati e un olfatto complesso e particolarissimo con sentori di spigo e glicine, lavanda e fiori blu, note di pietra focaia, al palato è mielosa, morbida, calda con un sale veramente spiccato. Ed eccoci al terzo blocco di 5 ettari di vigneti, i cui terreni nudi furono acquistati negli anni Novanta in località Cellole, una delle più alte di San Gimignano a 360 metri slm, con suoli pietrosi d’alberese, tante ginestre e un vento tremendo. Da queste uve nasce in gran parte la Vernaccia riserva Sanice, che è comunque una selezione chirurgica di uve da tutti i territori vendemmiate un po’ tardivamente, ossia il frutta della seconda vendemmia, che avviene dopo circa una settimana dalla prima, la cui prima etichetta è dell’annata 1995. Se fino alla vendemmia 2011 aveva un piccolo passaggio in legno, tenendo conto di quest’areale così siccitoso dalla 2012 fa solo acciaio, dove fermenta a bassa temperatura e successivamente passa in una vasca in cemento, sempre sulle
fecce fini per 12/16 mesi con batonnages settimanali. Tra 10 e 12mila bottiglie che escono dopo almeno 30 mesi dalla vendemmia – prima di due anni e mezzo sarebbe inespressiva – che si distinguono al naso per la grande aromaticità marina con intriganti note di torba, salsedine e alga, ma anche il cereale, in bocca è netta, acida e grassa al tempo stesso, esprimendo una bella finezza, mineralità ed eleganza col tipico retrogusto ammandorlato. Sia la Sanice che la Clamis sono
due prodotti adatti all’invecchiamento, bianchi in cui proprio il tempo è un ingrediente necessario al fine di far maturare le aromaticità terziarie, perciò si possono tranquillamente conservare qualche anno in cantina per goderle al meglio nella loro piena potenzialità. Quello che vuole la famiglia Cesani è conciliare la sostenibilità economica col minimo impatto ambientale e il giusto uso delle risorse, rispettando l’ambiente e le stagioni, in funzione della qualità e in
un’ottica di filiera corta. Valori che si mantengono in questo lavoro manuale e di fatica, ma che, se svolto al pieno della passione, ricco di soddisfazioni. Il tutto basato sui principi della solidarietà, cooperazione e giustizia, in modo che le logiche finanziarie risultino non preponderanti e i rapporti tra le persone siano sempre prevalenti sulle logiche del consumo sconsiderato, valorizzando il patrimonio naturale, culturale e umano del terroir San Gimignano.
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MONTECHIARO EPICENTRO DI GUSTO ARTE CULTURA: dal Rinascimento all’Arte Contemporanea, il vino è ARTELIQUIDA
seila bruschi
Montechiaro non è soltanto una delle culle del vino toscano: è un luogo dove storia, arte e natura si incontrano, tra le radici del territorio e le storie dei suoi protagonisti. Davanti alla vista incantata della Torre del Mangia di Siena, che si staglia tra le colline del Chianti senese, scrittori, musicisti e personaggi storici hanno trovato ispirazione, contribuendo a intrecciare la memoria e l’identità di queste terre. Le origini del borgo risalgono al 1271, quando la Repubblica Senese lo annoverò tra i comunelli affidati a un podestà. Protetto da una torre difensiva costruita nel Trecento, Montechiaro divenne presto uno dei centri agricoli più vitali del territorio. Nel Settecento, nel cuore della tenuta, sorse la villa padronale, voluta dai Bianchi Bandinelli e passata nel 1882 alla famiglia Griccioli, che ancor oggi la custodisce con la stessa dedizione. La villa, esempio armonioso d’architettura settecentesca, conserva intatta la sua eleganza neoclassica: un corpo centrale con cortiletto ad arcone e un affaccio che apre lo sguardo su Siena, distante appena 10 chilometri. Attorno, i giardini raccontano l’estetica toscana attraverso la spianata panoramica, il giardino all’italiana e il boschetto romantico con la pescaia. Di fronte, la cappella settecentesca custodisce il dipinto originale, dedicato a San Bernardino e parte della collezione privata di opere raccolte da Marcello Griccioli, da vari Paesi e artisti del mon-
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do. Oggi, il soffitto della cappelletta è stato reinterpretato dal famoso Duccio Zanchi come un cielo stellato, mentre una scritta in neon dedicata alla Madonna riporta la scritta: una donna vestita di luce. Opiemme, street artist britannico, firma quest’ultima opera, rinnovando così il dialogo tra spiritualità e arte contemporanea. E qui la licenza
papale permette ancor oggi celebrazioni religiose a uso esclusivo della famiglia. La limonaia infine conserva nelle terracotte originali del secolo scorso, forgiate ad Impruneta, alberi di limoni centenari, che trovano luogo e colore in pietre bianche assegnate nel giardino, a fornire loro una formazione geometrica che disegna le vesti pittoriche del
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giardino. L’imponente edificio, immerso tra gli olivi e contornato dai muri del giardino, ospita oggi eventi e mostre, oltre che matrimoni chic per sposi di tutto il mondo. Quest’anno la limonaia ha ospitato la mostra “and the ground begins to breathe” sul ciclo della vita vegetale di Alessandro Biggio, dove schiume in poliuretano espanso, calate dall’alto del soffitto a travi, fluttuano come sospese nel grande spazio, mentre
meno importanti sono i luoghi storici di produzione, conservati con cura. La cantina storica e il frantoio a macine sono stati preservati e ancor oggi costituiscono un museo di vita contadina e di racconto delle origini del vino e dell’olio in Toscana con un occhio a quella sostenibilità culturale che ci mette in contatto con le nostre radici. Nel tempo la Villa è stata oggetto di varie visite importanti, fra cui il granduca di
ARTELIQUIDA BIANCO IGT TOSCANA
SUPERTUSCAN BIANCO
i coni di cenere scandiscono la “navata” dell’edificio, che per la prima volta si apre all’arte contemporanea con un progetto espositivo pensato appositamente per la struttura. La mostra è stata organizzata dalla galleria FuoriCampo, all’interno di un progetto di mostra diffusa tra Siena e la campagna senese, a cura di Giacomo Pigliapoco. Non
concerti di musica classica e workshop fotografici di ritrattistica e matrimonio d’autore, in collaborazione con lo studio fotografico di proprietà di Alessandro Griccioli: Chiaro Studio. La storia della famiglia Griccioli affonda le sue radici nel cuore di Firenze rinascimentale, dove la famiglia – un tempo conosciuta come i Grigi – nasce nel 1345. Da quella culla d’Umanesimo, l’eredità culturale e artistica si è tramandata fino
ARTELIQUIDA ROSATO IGT TOSCANA SANGIOVESE & MALVASIA NERA
Toscana Ferdinando III, che, con la reale e imperiale famiglia, onorò, Vittorio Alfieri, che vi scrisse l’Oreste e Wagner, che la scelse come meta preferita delle sue passeggiate durante il suo soggiorno a Siena, insieme alla moglie Cosima. A oggi Montechiaro rappresenta un centro di arte, stile e cultura, ospitando mostre d’arte contemporanea,
ARTELIQUIDA ROSSO IGT TOSCANA MALVASIA NERA
a Montechiaro, dove da oltre 3 secoli i Griccioli custodiscono un terroir eccezionale, coltivato da vent’anni secondo i principi dell’agricoltura biologica, valorizzando il Sangiovese e i vitigni storici, ma anche esplorando le potenzialità di un suolo d’origine marina, che dà vita a bianchi dal carattere minerale e raffinato. Qui nel cuore del Chianti, non c’è
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soltanto vino, ma racconto, identità, espressione artistica di una famiglia che trasforma la terra in grande bellezza. Ed è proprio con l’ultima generazione, rappresentata da Alessandro Griccioli, che quest’intreccio tra arte e vino s’integra con l’arte, trasformandosi in un progetto d’autore. La linea di vini Arteliquida gioca sul connubio tra terroir e vitigno, sperimentazione e tradizione, in un vortice narrativo di gusto e stile. Nato dal sogno condiviso tra Alessandro Griccioli, vigneron, e l’artista senese Eugenia Vanni, pittrice e scultrice contemporanea, Arteliquida è un concept che unisce il gesto del vino a quello dell’arte, fondendo il genius operae produttivo con quello creativo. Nata e attiva a Siena, Eugenia Vanni è un’artista che esplora i confini tra pittura, oggetto e gesto. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Firenze e formatasi in Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA di Milano, ha svolto periodi come visiting artist all’Académie Royale des Beaux Arts di Bruxelles. Insegna Pittura alla LABA di Firenze e Visual Research
Alessandro Griccioli
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all’Istituto Marangoni. Co-fondatrice del Museo d’Inverno di Siena, indaga lo spazio pittorico come luogo fisico e mentale, lavorando con materiali industriali, bordi dipinti e matrici “trovate”. La sua ricerca trasforma ogni traccia in racconto, ogni gesto in memoria visiva. Così ogni bottiglia di “Arteliquida” diventa un’edizione unica, un incontro tra contenuto e contenitore, dove il vino si fa materia poetica e visiva. Il nome “Arteliquida” evoca l’idea del vino come sostanza artistica, un “liquido creativo”, che racconta la terra attraverso segni e immagini. Le etichette, create ogni anno da Eugenia Vanni, non sono semplici decorazioni, ma vere e proprie espressioni visive delle caratteristiche intrinseche dei vini di Montechiaro: evocative, simboliche, incisive. In questo dialogo continuo tra arte e agricoltura, tra passato e presente, Montechiaro rinnova la propria identità: un luogo dove la storia si fa ispirazione, il vino si trasforma in linguaggio artistico e la visione di una nuova generazione proietta 3 secoli di tradizione verso il futuro. Nasce quasi vent’anni fa da una visione ambiziosa il progetto del primo SuperTuscan Bianco della tenuta: un
vino capace di fondere l’anima dei vitigni storici toscani, come Trebbiano e Malvasia bianca, con l’eleganza di varietà più rare come Viognier e Incrocio Manzoni bianco. L’incontro tra queste uve e il suolo pleistocenico della tenuta dà vita a un bianco di sorprendente personalità, dove la mineralità gessosa s’intreccia a una freschezza agrumata, restituendo un profilo contemporaneo e un potenziale d’invecchiamento degno dei grandi vini bianchi d’autore. Il primo progetto fu dedicato dall’artista alla magnum 2007, dove l’etichetta mostra una costellazione, dove ogni stella è una tappa del viaggio di creazione del vino sulla terra. Un delicato fondo in acquerello azzurro accoglie un firmamento d’argento: un intreccio grafico che richiama le vigne da cui nasce questo bianco, come se tra i filari e le stelle esistesse una sottile corrispondenza astrale. Un secondo progetto nel 2008 regala le vesti alla nostra borgognotta, dove l’etichetta reinterpreta il legame tra bottiglia e bicchiere, intrecciandoli nella stessa forma, dove la bottiglia che si svuota è un bicchiere che, allo stesso tempo, si riempie, mostrando il significato del semplice gesto
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che porta al piacere della scoperta dell’intimo segreto di ogni vino. Un gioco di bianchi e neri che giocano coi volumi e gli spazi, le ombre e le luci, la scena scenografica e la dichiarazione dell’opera. Gioiello dell’azienda, a qualche centinaio di metri dalla villa settecentesca, il singolo “Vigneto della Scuola” porta con sé il segreto di un vitigno leggendario, dalla provenienza lontana e dalla diffusione centellinata ed esclusiva nel territorio toscano. Il cru di Malvasia nera viene vinificato in purezza del 2010 con la finalità di valorizzare le caratteristiche varietali del Tempranillo, al secolo Malvasia nera toscana, che qui si tinge della freschezza e mineralità che è essenza ed espressione del terroir chiantigiano. Da questa vigna impiantata del 2002, il secondo più vecchio singolo vigneto della nazione di Malvasia nera toscana, si ottengono poche bottiglie di questo straordinario vitigno dal gran potenziale evolutivo. Sull’etichetta del 2008, la luna di Eugenia Vanni è in realtà la fotografia di una performance dell’artista, realizzata su un mosaico di una piazza italiana, illuminata da un fascio di luce teatrale. L’opera evoca il segreto e la magia, elementi fondanti di un sapere contadino che a Montechiaro continua a vivere, grazie alla custodia di una ricca tavolozza ampelografica di vitigni autoctoni. E nel 2014 Arteliquida diventa anche l’unica grappa al mondo distillata da vinacce di Malvasia nera da singola vigna. La doppia distillazione artigianale in rame esalta l’anima di questo vitigno autoctono, mai utilizzato prima per la distillazione. La sua naturale ricchezza in composti aromatici conferisce al distillato un profilo complesso e raffinato, in cui s’intrecciano armoniosamente note floreali e balsamiche. L’alambicco a collo di cigno garantisce un’estrazione precisa dei profumi, preservando gli aromi varietali originali e restituendo un gusto morbido, equilibrato e di autentico carattere territoriale. Pochissime bottiglie prodotte solo nelle migliori annate con un’etichetta materica, che, al tatto, restituisce l’impressione d’accarezzare un vecchio asse di legno di una botte centenaria, una matrice, da cui “decifrare fram-
menti di vita”. Infine quest’anno, l’ultimo progetto vede la creazione di un esclusivo ed elegante rosato Arteliquida, fini toni di cedro e acqua di rosa, frutto dell’assemblaggio perfetto di Sangiovese e Malvasia nera, prodotti da un cru nel cru del “Vigneto della Scuola”. L’etichetta è la stampa di una xilografia ottenuta da una matrice di legno tarlato, la cui forma geometrica riproduce la mappa catastale della vigna. Un cielo notturno in cui le stelle sono buchi di luce e tempo. Credere nel rosé significa credere nella purezza dei gesti semplici, quelli che sanno
custodire l’autenticità dei vitigni e del loro terroir. È attraverso un contatto delicato che si libera l’anima di questa terra, capace di riflettersi nel calice con la grazia e la finezza che solo una rosa sa evocare. Significa avere fede nei doni della natura e del territorio e voglia di far condividere eleganza, stile e sapore del ben bere. Crediamo nel futuro e nella forza identitaria dei nostri vini: la loro spina dorsale assicura complessità ed evoluzione, dando vita a un rosé che ambisce a essere molto più di un vino, una vera e propria forma di “arte liquida”.
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Il Supertuscan Crognolo primo vino della
TENUTA SETTE PONTI
della famiglia Moretti Cuseri dal 1998 andrea cappelli
La Tenuta Sette Ponti si estende per 330 ettari in Valdarno nel comune di Castiglion Fibocchi, suggestivo angolo nel cuore della Toscana, tra Firenze e Arezzo, in un’area pedemontana abitata fin dall’VIII secolo a.C., tra memorie etrusche e romane. Prende il nome dal numero dei ponti sull’Arno tra i due capoluoghi toscani, di cui il più famoso è quello di Buriano, limitrofo alla tenuta, costruito tra il 1240 e il 1277, che s’intravede sullo sfondo di due grandi opere di Leonardo da Vinci, la Madonna dei Fusi e addirittura la Gioconda. La tenuta è una delle proprietà della famiglia Moretti Cuseri fin dagli anni Cinquanta del Novecento, quando l’architetto Alber-
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to, attratto dalla ricchissima riserva di caccia e dalla selvaggina – daini, cinghiali, fagiani, lepri e i rari cervi dal manto giallo – acquistò i primi 55 ettari direttamente dalle principesse Margherita e Maria Cristina di Savoia Aosta, figlie di S.A.R. Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941 ed eroe della battaglia dell’Amba Alagi. La vocazione vitivinicola della zona era già stata riconosciuta addirittura dal granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici – il penultimo
appartenente alla dinastia, che regnò dal 1670 al 1723 – che, essendo divenuta la produzione enoica così importante per il regno, il 24 settembre 1716, con capacità innovativa d’antica memoria, emise un bando che s’intitolava “Sopra la Dichiarazione de’ Confini delle quattro regioni Chianti, Pomino, Carmignano e Vald’Arno di Sopra”, delimitando di fatto, per la prima volta nella storia, alcuni territori del granducato particolarmente vocati per la produzione di vini d’alta qualità. Venne così istituita la tutela “ope legis” di quella che già allora era una delle principali risorse del tessuto socio-economico del territorio, la produzione enologica, costituendo una sorta di doc (denominazione d’origine controllata) ante-litteram. Per la Toscana di Cosimo III il vino era già un prodotto
strategico, infatti il bando traeva origine proprio da una lunga serie d’esperienze commerciali che avevano ormai consolidato il valore qualitativo dei nettari di Bacco di quei territori. Una terra di vino, quella del Vald’Arno di Sopra, fra le quattro più importanti e di qualità eccellente nella Toscana d’allora, che già riscuoteva un tale successo da far nascere, nella mente del lungimirante granduca l’idea di proteggerlo e tutelarlo, stabilendo precise e severe norme per la vendemmia, per garantire la purezza dei vini e il loro commercio. Per questo Cosimo III istituì anche le Congregazioni di Vigilanza sulla produzione dei vini, che dovevano controllare il rispetto delle norme richieste, essendo il vino già considerato così rappresentativo del “decoro della Nazione” che occorreva
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mantenerne alta e tutelarne la qualità. Il Bando fu il primo documento giuridico al mondo sul vino, un’antichissima e straordinaria anticipazione delle moderne denominazioni d’origine controllata, arrivata ben prima delle famose appellation d’origine contrôlée francesi. E anche la famiglia reale italiana si dedicò qui alla vitivinicoltura, coniugando la cultura del vino toscana e quella di derivazione franco-piemontese, infatti nella tenuta Sette Ponti ancor oggi vegeta e prospera una delle più antiche vigne di Toscana, risalente addirittura al 1935, da sempre chiamata “Vigna dell’Impero”. Infatti fu fatta piantare da S.A.R. il principe Vittorio Emanuele di Savoia Aosta, conte di Torino, su richiesta del nipote, S.A.R. il terzo duca d’Aosta, principe Amedeo di Savoia, nato in Piemonte nel 1898, medaglia d’oro al valor militare, per festeggiare la vittoria italiana in Abissinia. Una vigna di Sangiovese in cui si fondono la tradizione vitivinicola piemontese del ramo Savoia-Aosta, da cui proviene Amedeo e quella francese del ramo Orléans, da cui proveniva la moglie Anna, casate reali abituate nei pranzi a corte a tipologie di vino elegantissime. Questa vigna unica, posizionata al centro della proprietà, sorge dove originariamente c’era un pascolo cespugliato e roccioso con qualche olivo, in gran pendenza. I circa tre ettari
erano pieni di massi galestrosi calcarei su un terreno ghiaioso, per cui fu necessario addirittura usare delle mine. Per l’impervia naturale del territorio, i lavori durarono tre anni e singolare fu la realizzazione dell’impianto sia per le importanti opere di drenaggio che per i terrazza-
costantemente ventilato, infatti già negli anni Sessanta del Novecento impiantò 35 ettari di vigneti, senza però mai lanciarsi nell’imbottigliamento. A consolidare la forte vocazione di queste terre alla vitivinicoltura d’altissima qualità fu il figlio Antonio Moretti Cuseri, fine
menti con muretti a secco interamente costruiti a mano, al fine d’eliminare la forte pendenza naturale. Anche l’architetto Alberto Moretti Cuseri volle continuare la tradizione enoica della zona, credendo fortemente sulle potenzialità dei terreni e del microclima temperato continentale,
gourmet, gran collezionista dei pittori futuristi italiani e noto imprenditore del mondo della moda, del bien vivre e del life style italiano con una forte passione personale per il nettare di Bacco, sopratutto grandi vini toscani, piemontesi, di Bordeaux e Borgogna. Antonio la tua
avventura nel mondo del vino è dedicata anche alla memoria di tuo padre Alberto, scomparso nel 2000... “Ho voluto dimostrare riconoscenza per tutto il lavoro che qui ha svolto, contribuendo con la sua cultura e sensibilità a preservare quest’antica vigna, che oggi ha dei ceppi che sono vere e proprie opere d’arte naturali viventi. Mio padre mi raccontava che, per i vecchi, l’areale di tenuta Sette Ponti è sempre stato la terra più vocata per far vino di tutta questa vallata aretina, infatti è anche l’unica dov’è stata fatta una vigna intensiva negli anni Trenta del Novecento con la consulenza di professionisti francesi, si vede che coi Savoia c’è stata un’osmosi che veniva dalla Francia, passando dal Piemonte. Oggi questa mitica vigna se non è l’unica, è certamente una delle pochissime rimaste in vita che riescono a esprimere l’antica storia enologica toscana e viene ancora lavorata solo a mano con la zappa”. Successivamente Antonio Moretti Cuseri – imprenditore toscano che ha saputo trasferire l’eleganza dal mondo della moda a quello del vino – acquisterà, dall’inizio degli anni Ottanta del Novecento, diversi terreni confinanti, appartenenti in parte alla famiglia BoutourlineYoung e in parte a S.A.R. Amedeo di Savoia V duca
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d’Aosta, al quale lo legava una forte amicizia, impiantando non solo i migliori cloni di Sangiovese, ma anche molte varietà internazionali. Antonio inizia gli impianti delle vigne a metà degli anni Novanta del Novecento, da subito deter-
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minato a creare i migliori vini che i suoi vigneti possano produrre con la ricetta: sviscerata passione, terreni incredibilmente vocati e squadra di prim’ordine. Oggi la Tenuta Sette Ponti conta su un parco vigneti di 60 ettari, tutti compresi a un’altezza che va dai 270 ai 320 metri sul livello del mare, la cui
composizione di suoli ha una struttura eterogenea e ben combinata d’argilla, sabbia, ciottolo, galestro, limo, calcare, testimonianza del materiale del letto del lago esistente milioni d’anni fa, costituendo nel loro insieme un elemento fondamentale per la complessità dei vini. Il particolare microclima è domina-
to in inverno dal vento di Tramontana, che in modo naturale contribuisce non poco alla salubrità delle piante di vite e alla distruzione naturale dei parassiti e dei funghi del terreno, mentre d’estate dominano le brezze provenienti dal Antonio Moretti Cuseri con i figli Alberto e Amedeo
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mar Tirreno, da ovest e da nord/ovest, che, nella fase di germogliamento e maturazione, sono estremamente salutari per i grappoli. Il primo vino in bottiglia, un igt Toscana Centrale Sangiovese, risale alla vendemmia 1998 e fu chiamato Crognolo, nome che deriva da una pianta selvatica a cespuglio che
abbonda all’interno della tenuta, il “cornus”, etichettato col marchio Tenuta Sette Ponti. Blend per oltre il 90% di Sangiovese, i cui cloni provengono dalle migliori selezioni della Vigna dell”Impero del 1935, moltiplicate nei vigneti a Sangiovese della Tenuta con una piccola aggiunta di modernità, cioè un saldo di Merlot. Le vigne, d’età fra 30 e 35 anni, sono esposte a sud a un’altitudine di 250 metri slm, allevate a cordone speronato e dislocate su suoli drenanti, ciottolosi e ricchi di galestro, per una produzione di circa 60 quintali a ettaro d’uva. La vinificazione avviene a temperatura controllata per circa 20 giorni con successiva macerazione, a cui segue una maturazione in botti piccole in rovere per 1214 mesi e un affinamento in bottiglia di 6 mesi: color rosso rubino intenso, è preludio di un naso ampio e complesso, ricco di frutta rossa matura, come ciliegie e frutti di bosco, invitante scorza d’arancia con un tocco selvatico che va dall’alloro al rosmarino poi note floreali di violetta, ben amalgamate a nuances speziate dolci ed erbe aromatiche, che donano classe, finezza ed eleganza. Al palato è strutturato, di corpo, molto fresco e morbido, decisamente armonico e vibrante, mostra profondità, succosa trama tannica e un bella salinità conferita dal galestro, facendo prevedere ottime capacità d’invecchiamento. Di gran bevibilità, si sposa superbamente con carni pregiate, selvaggina nobile e carni rosse brasa-
te. “Dalla storica e autoctona varietà Sangiovese – racconta Antonio Moretti Cuseri – coltivata esclusivamente con concimi organici e senza uso di diserbanti, viene effettuata la miglior selezione di grappoli, a questa si aggiunge una piccola aggiunta di Merlot per dare immediatezza, rotondità e complessità. Da subito ho voluto un Sangiovese elegante, dotato di un’identità unica, che esprimesse gran struttura, mineralità e longevità. Un rosso di charme che rappresenta fortemente la mia visione, tra valorizzazione del territorio e dei vitigni autoctoni, eccellenza, rigore e innovazione che proviene da una tradizione in grado di evolversi”. Crognolo nasce da vitigni i cui cloni sono unici e producono uve d’alta qualità, lavorate assecondando i naturali processi di fermentazione per dar vita a un vino che è divenuto tra i più celebri e premiati di Tenuta Sette Ponti, che annualmente riceve riconoscimenti a livello italiano e internazionale. Antonio Moretti Cuseri, ideatore di etichette che hanno
portato nel mondo del vino stile, attenzione ai dettagli e creatività, oltre alle competenze in comunicazione ereditate dal mondo della moda e del lusso, è oggi affiancato nella gestione familiare dai figli Amedeo, consigliere delegato e Alberto, responsabile marketing e commerciale estero: “La nostra è una filosofia d’impresa intessuta di dedizione, antichi saperi, consuetudini secolari, rispetto della terra e del suo equilibrio, sintonia con le più profonde e articolate conoscenze agrarie ed enoiche. Tutti valori che tessono la trama complessa di un racconto che si perde nella storia, come quelli che gli anziani toscani raccontavano ai giovani al riverbero del camino nelle fredde notti d’inverno per trasmettere loro sentimenti, attaccamento alla terra e alle sue regole sovrane, un passaggio del testimone tra le generazioni passate e future perché nulla si perda nel tempo”.
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GagiaBlu IL SOGNO MAREMMANO di Laura Mauriello andrea cappelli
GagiaBlu è una realtà nata dal sogno maremmano della titolare, Laura Mauriello e della sua famiglia, diventato realtà con l’inaugurazione della cantina nel 2024 e la formazione della giovane ed esperta squadra di lavoro. Il centro aziendale e il parco vigneti si estendono sulle colline nei pressi Roselle, famosa città etrusca, su terreni d’arenaria ferrosa, rossi e argillosi, capaci di donare frutti sani e profumati, che semplicemente vengono trasformati in vino, proprio come già facevano duemila anni i progenitori etruschi. Identità e autenticità sono i pilastri dela filosofia enoi-
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ca di GagiaBlu per vini che devono necessariamente rispecchiare il terroir che li esprime, nel segno della sostenibilità ambientale. Pur partendo dalla produzione di 3 etichette di vini fermi legati alla tradizione del territorio, GagiaBlu li veste di nuovo, producendo il Giové Sangiovese in purezza, che fa solo acciaio, un rosso dalla beva dritta e facile, un Vermentino doc Maremma Superiore affinato per 9 mesi in bottiglia prima di esser rilasciato sui mercati, così in quest’azienda non si trova il Vermentino d’annata corrente, ma nel 2026 si potrà degustare la vendemmia 2024 di questo bianco e un Merlot caldo e avvolgente, armonioso ma molto verticale, che non presenta sentori di marmellata al palato, ma rimane molto bevibile, pur nella sua complessità. Accompagna queste tre etichette la nuova linea Young, nata per incontrare i palati più giovani, quelli che non sono più attratti dal mondo del vino troppo elegante e chic, ma che hanno voglia di cimentarsi in conoscenze più profonde e vogliono creare il proprio gusto in base a esigenze più moderne. Quindi vini con una bassa gradazione alcolica, in bottiglie di vetro leggero, tappo a vite ed etichette smart, capaci d’intercettare
lo sguardo anche degli under 30. Sono infatti proprio i giovani il target perfetto per il Ciliegiolo in purezza con 12,5% e il Rosato di Sangiovese con 10,5%, due vini freschi, che evocano leggerezza e desiderio di convivialità, anche fra ragazzi. L’ultima etichetta è una sfida moderna, legata alla tradizione per un Sangiovese vinificato con metodo classico, dosage zero, 36 mesi sui lieviti, blanc de noir: la sfida è lavorare un vitigno tosto come il Sangiovese, rendendolo piacevole e preservandone l’acidità e il gusto. GagiaBlu è una cantina aperta, che si può visitare tutto l’anno, accogliendo gli ospiti con esperienze sensoriali autentiche, proprio come i vini che produce con tanta passione. “L’enoturismo per noi assume una rilevanza tanto importante, quanto quella di produrre vini d’alta qualità – commenta Laura Mauriello – l’ospite per noi è uno di famiglia, un amico che viene a farci visita con la curiosità di scoprire un angolo di natura e pace, godere della grande bellezza del selvaggio paesaggio maremmano e comprendere come nasce una bottiglia. Ma è anche molto di più, infatti lo consideriamo un membro fondamentale del team di GagiaBlu e si deve sentire parte
integrante dell’azienda, al centro di un progetto che lo fa stare bene, essere protagonista di momenti pieni di emozioni per arrivare al contatto anche fisico con la pace interiore”. GagiaBlu è un’azienda giovane, dov’è possibile sperimentare, pur rimanendo fedeli ai capisaldi della viticoltura, col desiderio arduo d’immettersi sul mercato in un momento particolare per il comparto vino, ma con la ferma consapevolezza delle proprie enormi potenzialità.
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Francesco IL BRINDISI DI NATALE CON GLI ELEGANTI VINI di Drusian Da quasi quarant’anni simbolo delle antiche viti di Valdobbiadene, Patrimonio Mondiale dell’Umanità giada sanchini
Nel cuore delle colline che abbracciano le antiche viti a Valdobbiadene, Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’UNESCO, sorge l’Azienda Agricola Drusian Francesco.
Una storia che affonda le radici alla fine dell’Ottocento, si rafforza nel 1988 con la guida di Francesco Drusian e oggi continua a evolversi nel segno della passione, della qualità e del rispetto per la terra. Le ripide pendici, che disegnano il paesaggio di grande bellezza a Valdobbiadene, sono coltivate con dedizione e sapienza: filari di Glera che si arrampicano tra pietre e silenzio, cullati dal vento e dalla luce, generano vini che raccontano la storia di un luogo straordinario, di chi lo vive ogni giorno e lo trasforma in emozione. Tra le etichette che meglio rappresentano la filosofia Drusian, spicca lo Spumante Valdobbiadene DOCG 30 Raccolti Extra Brut, nato nel 2018 per celebrare i trent’anni di attività dell’Azienda. Un traguardo importante, tradotto in un vino simbolico: una cuvée ottenuta dalla selezione di uve provenienti da 30 parcelle di vigneti situati tra le migliori esposizioni delle colline della Denominazione. Un Extra Brut che racconta la purezza del territorio, privo di residuo zuccherino e capace di esprimere eleganza, armonia
e carattere. Nel calice si presenta con un perlage finissimo e persistente, un colore giallo paglierino dai riflessi verdognoli. Al naso sprigiona note di mela verde, agrumi e fiori bianchi, al palato conquista con una freschezza minerale e un equilibrio perfetto tra intensità e finezza. In vista delle festività, questa bottiglia diventa il regalo perfetto per chi ama condividere momenti autentici. Immaginate la tavola imbandita, le luci calde che si riflettono nei calici, l’attesa dell’apertura e il suono lieve del tappo che annuncia la festa. I vini Drusian nascono proprio per questo, per celebrare la convivialità, accompagnare i sorrisi e trasformare ogni brindisi in un ricordo da custodire. Scegliere Drusian significa donare una storia fatta di passione, famiglia e radici profonde. Significa anche condividere un modo di intendere la viticoltura, fondato sul rispetto per la natura e la sostenibilità. L’Azienda segue ogni fase del ciclo produttivo, dalla vigna alla bottiglia, con at-
tenzione artigianale e tecnologia evoluta per garantire vini che rappresentino al meglio l’autenticità del territorio. Durante le feste, la gamma Drusian diventa protagonista. Ogni etichetta è un invito alla scoperta, un percorso sensoriale tra profumi, sapori e tradizione. Tutti i vini sono acquistabili anche online, direttamente sul sito dell’Azienda. Con pochi semplici click è possibile riceverli comodamente a casa, un servizio pensato per rendere più semplice la scelta del regalo perfetto, anche a distanza, mantenendo intatto il piacere della condivisione. Perché, in fondo, il vino è prima di tutto incontro: un abbraccio che si rinnova a ogni calice, simbolo di convivialità che unisce. E con Drusian, ogni brindisi diventa un’esperienza da ricordare, un gesto che celebra la bellezza delle feste e la magia dello stare insieme. Questo Natale, scegli di regalare una storia che si beve: scegli Drusian. Azienda Agricola Drusian Francesco Via Anche n°1 – 31049 Bigolino di Valdobbiadene (TV) T. +39 0423 982151 drusian@drusian.it / www.drusian.it / www.drusian.shop
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GABE Tenute & Selezioni andrea cappelli
GABE Tenute & Selezioni, fondata nel 2024, è un progetto nato nel cuore del Valdobbiadene Docg, esito della volontà di Gabriella Benedetta Vettoretti, nata e cresciuta tra le colline del Cartizze in una famiglia di viticoltori, di avere la sua azienda per esprimere la sua visione del vino e far conoscere l’essenza della sua amata terra del Valdobbiadene. Un vita, quella di Gabriella, in cui, come in un terreno fertile, hanno attecchito le radici come in una vite, creando intrecci che hanno fatto maturare in lei la consapevolezza di voler esprimere e far conoscere la propria interpretazione di un terroir originale e di un territorio che offre molto ancora da scoprire. Dopo la laurea in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Trento nel 1998 e una significativa esperienza lavorativa in un’importante casa spumantistica italiana, viaggia per visitare le più rilevanti zone vitivinicole del mondo, acquisendo segreti e competenze legate al mon-
Gabriella Vettoretti
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ESPRESSIONE DELL’ANIMA POLIEDRICA DI GABRIELLA BENEDETTA VETTORETTI do enologico e dell’enoturismo. Gabriella ha poi lavorato per anni nell’azienda di famiglia. Nel 2020 consegue l’Euromaster in Business Administration e nel 2022 il Master in Wine Business Management. La sua attitudine alla ricerca e alla conoscenza l’ha portata ad aderire, tra le altre, all’Associazione Nazionale “Le Donne del Vino”. Così il suo impegno nell’azienda familiare, la sua inesauribile curiosità e passione, che l’hanno spinta a studiare e viaggiare per conoscere altre realtà, sono state fondamentali per elaborare il proprio vissuto di un mondo raffinato, sfaccettato e concreto, che è quello del vino, che propone con GABE (acronimo del suo nome Gabriella Benedetta) Tenute, una realtà tutta
sua. Una scelta visionaria, con un management altamente esperto e qualificato, in cui la sapienza della tradizione di questa terra si coniuga con una nuova esigenza moderna e innovativa di vivere il vino e il suo mondo. Gabriella è nata viticoltrice e cura la propria vigna, fatta da filari di Glera, in modo sapiente, rispettando i cicli della natura e raccogliendo ciò che essa offre, senza speculazioni perché già la Natura pensa a fare le cose bene e il compito del produttore è quello di accompagnare, custodire e veicolare l’espressività della terra. GABE Tenute propone un nuovo modo di vivere il mondo del wine, per cui il vino è espressione puntuale del territorio in cui cresce e viene prodotto. L’azienda infatti valorizza
l’espressività del vino e la sua qualità e propone questa distintività, che solo un vino d’alta qualità può avere, identificandolo con colori ben precisi e indicazioni del carattere, perché il vino è un’opera d’arte e così viene vissuto e proposto, in tutte le sue note sfumate. Ogni vino di GABE Tenute ha la sua peculiarità, legata indissolubilmente alla terra, all’acqua, alle condizioni climatiche, che ne conferiscono il carattere unico e irripetibile, la sua vera identità, quella del Valdobbiadene, tra le colline Patrimonio Mondiale dell’Umanità, tutelato dall’Unesco. Una zona che conta 43 microzone, che differiscono tra loro per esposizione al sole e che conferiscono all’uva Glera caratteristiche organolettiche uniche e differenti tra loro, espressioni autentiche di questo meraviglioso territorio. I vini dell’azienda – circa 300.000 bottiglie annue per 12 ettari vitati – sono prodotti con uve provenienti unicamente da questi territori, che conferiscono terroir differenti: GABE Tenute conta ben 5 Valdobbiadene Docg, tutte appartenenti all’area delle Rive, diverse referenze espressione di una poliedricità e sfumature di sapori, esito di una produzione umanamente estrema, sfumature che emergono anche attraverso la scelta del labelling. Le etichette sono un racconto distintivo del carattere e della personalità del vino perché il contenente è espressione simbiotica del contenuto: una dichiarazione d’in-
tenti per cui ogni spumante è autentico e differente con note organolettiche peculiari. La gamma comprende Alabastro Valdobbiadene Docg Superiore di Cartizze brut; Estate Indiana Conegliano Valdobbiadene Docg dry (Rive di Collabrigo Costa); Clorofilla Conegliano Valdobbiadene Docg extra-brut (Rive di Guia); Fior di Sale Conegliano Valdobbiadene Docg brut (Rive di San Michele di Feletto); Terra Merita Conegliano Valdobbiadene Docg extra dry (Rive di Guia); Chicchirichì Prosecco Doc Treviso extra dry; Blu Anatra Prosecco Doc Treviso brut; Tony Divino Spumante Cuveè extra dry; Rosa Pastello Spumante Rosato brut. Ma visione, spirito di ricerca, passione per il vino sono le leve che hanno spinto Gabriella a intraprendere contemporaneamente anche il progetto “GABE Selezioni”, risultato delle sue esperienze
e conoscenze nel mondo del vino: una distribuzione di vini, selezionati da Gabriella e dal suo team, per rispondere ai bisogni dei clienti che cercano un’offerta di vini completa e diversificata, oltre che un partner affidabile che conosca le loro esigenze e le dinamiche del mercato. Legatissima al territorio, Gabriella ha scelto di abitare nel cuore della zona di Valdobbiadene e di viverlo appieno, realizzando il B&B Casa Oltraval, antica abitazione di pietra risalente all’Ottocento per accogliere gli enoturisti interessati ad approfondire la conoscenza di questi luoghi, una realtà voluta per condividere l’esperienza esclusiva di questa terra sospesa nel tempo. Gabriella Vettoretti con GABE Tenute & Selezioni propone una visione capace di guardare al futuro in virtù di un passato significativo.
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Prunotto OLTRE UN SECOLO NELLE LANGHE andrea cappelli
Nel cuore delle Langhe, a Serralunga d’Alba, prende vita nel 1904 la Cantina Sociale “Ai Vini delle Langhe”, che oggi, dopo aver preso circa cent’anni fa il nome Pnunotto, festeggia i sessant’anni del cru Barolo Bussia Dopo i primi difficili anni, nel 1922 Alfredo Prunotto e la moglie Luigina scelgono di darle un nuovo futuro: la rilevano, le dedicano il loro cognome e le donano una nuova visione. Col tempo, la loro determinazione apre nuove strade. I vini Prunotto varcano i confini dell’Italia, tra i primi Barolo e Barbaresco a esser conosciuti in Sud America e negli USA. Negli anni Sessanta, con Beppe e poi con Tino Colla, la cantina compie un passo importante con la vinificazione separata dei cru più vocati, dando voce a singoli vigneti e alla loro identità. Nascono così vini come il
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Barolo Bussia e la Barbera d’Alba Pian Romualdo, simboli di un nuovo modo di raccontare le Langhe. La storia dell’origine del nome di questo vigneto si è persa nei secoli, una zona comunque da sempre vocata alla produzione del Barolo. A oggi Bussia Soprana e Bussia Sottana identificano due intime borgate, da 8/10 abitanti ciascuna. Il vigneto di Prunotto, che arriva dalla borgata più alta, è stato il primo Cru nella zona di Barolo a riportare il nome di un vigneto in etichetta con l’annata 1961. Il vigneto Bussia, anima del Barolo di Prunotto, insiste
su una collina a 300 metri d’altitudine sul livello del mare, poggiato su un suolo tortoriano caratterizzato dalla presenza di marne di Sant’Agata fossili, esposto a sud/sud-ovest su un terreno composto prevalentemente da limo, sabbia e argilla. La sua particolare conformazione ad anfiteatro permette, attraverso una vendemmia scalare, di raccogliere uve sempre perfettamente mature. Nel 1989 comincia la collaborazione con la famiglia Antinori, che nel 1994 assume la guida dell’azienda, portando nuova energia, seguendo e rinnovando il tracciato di quasi un secolo di storia. Con Albiera Antinori, Prunotto rafforza il legame con i territori delle Langhe e del Monferrato, dedicandosi ai vigneti più rappresentativi: Bussia, Vigna Colonnello, Costamiòle ad Agliano. Nel 2011 viene inaugurata la nuova cantina, ristrutturata
dall’architetto Paolo Cattaneo nel pieno rispetto della tradizione locale. Dedicata esclusivamente alla vinificazione delle uve provenienti dai vigneti ad anfiteatro circostanti, unisce funzionalità, eleganza e un profondo senso d’appartenenza al territorio. Negli anni successivi, all’evoluzione della cantina si affiancano nuovi investimenti in alcuni dei cru più rinomati del territorio, capaci di raccontare le molteplici sfumature di questa terra. Tra questi, lo storico vigneto Cerretta, situato nel comune di Serralunga d’Alba. Prunotto insiste nel comune langhetto di Alba sulla riva destra del fiume Tanaro, in un paesaggio che seduce per la grande bellezza delle colline degradanti in filari a girapoggio. Questo territorio è affascinante e coinvolgente non solo per gli scenari naturali da cartolina, ma anche per il grande patrimonio artisti-
co e architettonico che lo caratterizza, fra borghi medievali, palazzi nobiliari e antiche torri d’avvistamento. Prunotto si estende per circa 74 ettari con vigneti nelle migliori zone a vocazione vitivinicola, frazionati in piccoli appezzamenti e singoli vigneti da cui nascono i grandi vini rossi di Langa a base Nebbiolo, capaci di esaltare il carattere varietale e del terroir. Ma, nel rispetto delle tradizioni piemontesi, vengono prodotti anche vini da uve bianche, come il Moscato d’Asti e l’Arneis, ai quali si uniscono un innovativo rosato e le 2 grappe di Barolo Bussia e Barbera d’Asti Costamiòle. L’azienda svolge studi, ricerche e compie sperimentazioni sui vigneti, senza adottare una formula prestabilita, con una particolare attenzione rivolta all’agricoltura sostenibile e alle lavorazioni manuali. Ogni anno, ogni vendemmia, si valutano i modi e i tempi per la miglior cura e gestione del vigneto e la produzione di ogni singolo vino, rispettandone le caratteristiche ed esaltandone le potenzialità. L’evoluzione in cantina è stata preceduta dallo sviluppo in vigna: nuovi progetti, avviati dopo attenti studi del terreno, hanno fornito preziose indicazioni sulla scelta dei portainnesti e dei migliori cloni, capaci d’adattarsi al meglio in ogni singolo appezzamento, favorendo l’espressione delle caratteristiche territoriali. Tra le aree storiche di produzione si distinguono quelle di Bussia, Bussia Vigna Colonnello, Costamiòle, Bansella, Bric Turot, Pian Romualdo e Occhetti. La cantina rappresenta il perfetto connubio
tra tradizione e innovazione, con le più moderne tecnologie utilizzate per esprimere e interpretare le mille sfumature di questo antico territorio vitivinicolo. La filosofia produttiva di Prunotto è da sempre rivolta al costante sviluppo delle cantine e delle tecniche d’affinamento, una sfida continua per riuscire a raggiungere la miglior qualità. Adiacente alla sede storica del 1970, progettata dell’architetto Della Piana, nel 1999 viene realizzata una nuova cantina destinata alla vinificazione e all’affinamento. Un progetto fondamentale per garantire l’ampliamento e quindi il miglioramento degli spazi destinati al ciclo di lavorazione delle uve. Si tratta di una struttura termocondizionata, che consente di mantenere una temperatura costante durante tutto l’anno, in modo da garantire la perfetta conservazione del vino. Per Barolo, Barbaresco e Nebbiolo le vecchie botti di rovere di Slavonia da 100 ettolitri utilizzate dagli anni Settanta sono state completamente rinnovate e sostituite con botti grandi di rovere di Allier e di Slavonia da 27, 32, 53 e 77 ettolitri, più adatte a valorizzare le potenzialità dei singoli vigneti e di ciascun vino. Nel corso degli anni inoltre sono state sostituite anche le ormai datate vasche in cemento con serbatoi in acciaio inox, capaci di preservare i caratteristici aromi e profumi varietali. Anche i nuovi tini di vinificazione verticali sono in acciaio inox, caratterizzati da un‘altezza abbastanza contenuta, a favore di un diametro maggiore, in modo da aiutare il contatto e quindi l’estra-
zione dalle bucce in fase di fermentazione. E quest’anno Prunotto si appresta a festeggiare i sessant’anni del proprio cru Barolo Bussia, un traguardo che non si misura soltanto col tempo, ma con le emozioni che ogni vendemmia ha saputo donare. “Il legame con Prunotto è per me qualcosa di speciale – racconta Albiera Antinori, presidente Marchesi Antinori – fu il mio primo incarico importante e, da allora, non ho mai smesso di sentirmi legata a queste vigne e a questa terra. In questi anni ho visto le Langhe cambiare, farsi conoscere e apprezzare in tutto il mondo. Bussia è stato ed è tuttora
il cuore pulsante di questa storia: una collina capace di parlare con una voce unica, di rinnovarsi a ogni vendemmia e custodire la memoria del tempo. Allo stesso modo, alcune cose non sono mai cambiate: il legame indissolubile con la terra, la centralità del Nebbiolo come vitigno identitario, il sapere delle persone trasmesso di generazione in generazione. Celebrare i sessant’anni del nostro Barolo Bussia significa non solo rendere omaggio a un grande Cru, ma anche rivivere un viaggio che appartiene a tutti coloro che hanno creduto in questa terra e che continueranno a raccontarla attraverso il vino”.
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Botolo
IL DAI CRU ALLA COMUNITÀ andrea cappelli
L’eccellenza enologica come responsabilità sociale
Una visione fondata su eccellenza, accoglienza e radicamento territoriale. Sono questi i valori che guidano l’azienda agricola Il Botolo, realtà d’eccellenza immersa tra le colline Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO di Nizza Monferrato, nel cuore della DOCG Nizza, che, in pochi anni, è diventata culla di uno di rossi italiani più apprezzati a livello internazionale. Nata dall’amore e dalla passione di Roberto e Diana de Silva, tra 15 ettari di vigne a Barbera, Moscato, Chardonnay e Pinot nero, Il Botolo firma bottiglie che raccontano una storia di cura e armonia tra la vigna, la comunità e il paesaggio che la circonda. In questo contesto, l’azienda agricola ha avviato un profondo processo di ricerca e trasformazione, guidato da una costante volontà di trovare nuove e innovative soluzioni qualitative, avvicinarsi alle persone e guidare un processo di sviluppo condiviso. I pilastri di questo percorso sono tre: valorizzazione del terroir, innovazione di prodotto ed eccellenza agronomica. Innanzitutto, l’obiettivo di restituire l’anima più autentica dei cru Bricco di Nizza e Mantilera, da cui nascono i grandi rossi dell’azienda. La Bar-
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bera viene interpretata in 4 versioni, capaci di raccontare ed esprimere il potenziale dei terreni argillosi nell’area nicese: dalla Barbera d’Asti DOCG affinata in acciaio, espressione classica del territorio, alla Superiore e al Nizza DOCG, anche in versione Riserva, questi 4 spartiti si collegano a un’unica sinfonia, guidata da eleganza, profondità e sinuosità, sostenuta da freschezza e agilità, capaci di assicurare una gran bevibilità, che solo la Barbera può garantire in maniera così elegante. Sul fronte dell’innovazione di prodotto, Il Botolo ha introdotto 3 importanti novità. Il lavoro sui rossi si è concretizzato nel Nizza DOCG Riserva, prodotto solo nelle migliori annate da uve Barbera in purezza, selezionate manualmente dalle parcelle più vocate e affinato per almeno 20 mesi in
barriques bordolesi di rovere francese di media tostatura. Non a caso, il Nizza DOCG Riserva 2018 ha ottenuto la Gran Medaglia d’Oro al Concours Mondial de Bruxelles, confermando il posizionamento internazionale premium dell’azienda. Completano il quadro 2 nuove bollicine, specchio di una profonda riflessione sui momenti in cui scegliamo di bere il vino, andando a celebrare la convivialità con diverse sfumature: il Metodo Classico Extra Brut Roberto e Diana, dedicato ai fondatori ed espressione di finezza e piacevole complessità, e il Rosé Spumante Brut Le Coccole, metodo charmat da Barbera in purezza, che coniuga una sincera e immediata identità varietale con un’estrema piacevolezza al sorso. Infine, l’evoluzione aziendale è guidata da una visio-
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ne che mette al centro la persona, il territorio e la qualità del lavoro in vigna. A livello d’accoglienza, l’azienda ha avviato percorsi di degustazione pensati per creare un contatto diretto con le radici storiche, le tradizioni locali e le eccellenze gastronomiche del territorio, superando il concetto di experience per proporre un modo di vivere la viticoltura come relazione, cultura e comunità. In vigna, pratiche di produzione integrata certificate SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata) garantiscono
il pieno rispetto dell’ambiente e della salute, mentre lavorazioni manuali e costanti permettono di monitorare costantemente l’evoluzione dei vigneti all’interno di tendenze climatiche sempre meno prevedibili. La visione imprenditoriale de Il Botolo è saldamente radicata nel territorio e guarda a una responsabilità sociale integrata, dove il vino è inteso come strumento di relazione, cultura e inclusione. A guidare la cantina, 3 direttrici valoriali: crescita culturale, diffusione dello spirito d’innovazione e impatto sociale,
con attività che si snodano attraverso collaborazioni con scuole, istituzioni e realtà educative. Tra le iniziative più significative, l’azienda si è fatta promotrice del progetto ECHO – Ecosystem for a Cultural Horizon, che ha messo in dialogo 2 paesaggi vitivinicoli UNESCO, Langhe Roero e Monferrato e le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Studenti e giovani ospiti dei centri diurni socio-terapeutici hanno lavorato insieme in un percorso artistico che ha trasformato botti e superfici delle cantine in opere collettive ispirate al paesaggio, in un’ottica d’inclusione, dignità della persona e diffusione della sensibilità artistica. Oltre a questo, mostre di fine art photography, incontri dedicati al rapporto tra scienza e bellezza e percorsi formativi sulla cultura enogastronomica contribuiscono a delineare un programma che mette la comunità al centro di una visione condivisa di sviluppo territoriale. Uno sviluppo aperto al dialogo e alla co-progettazione, perché il futuro del vino non può prescindere dalla costruzione di relazioni solide e da una collaborazione autentica tra tutti gli attori in gioco.
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andrea cappelli
La denominazione d’origine controllata Prosecco nasce nel 2009 dall’unione di viticoltori, vinificatori e imbottigliatori di 9 province tra Veneto (Treviso, Belluno, Padova, Venezia e Vicenza) e FriuliVenezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) per legare indissolubilmente questo vino al suo territorio d’origine, rendendolo unico.
Compiti principali del Consorzio Prosecco DOC sono quelli di garantire la qualità del prodotto, la tutela del consumatore e la valorizzazione della produzione attraverso la promozione e la protezione della denominazione Prosecco in Italia e nel mondo. Prosecco, quindi, rappresenta un vino ottenuto con regole produttive puntuali, raccolte nel disciplinare, che determinano tutti i passaggi della filiera: dalla definizione dell’area di produzione all’etichettatura. La DOC impone di verificare il rispetto di queste regole e, grazie ai costanti controlli e alla tracciabilità, l’origine e la qualità del prodotto sono certificati a tutela del consumatore con l’apposizione del relativo contrassegno di Stato su ogni bottiglia, la quale, solo in quel momento, potrà recare l’etichetta con l’indicazione Prosecco. La filiera produttiva del Prosecco DOC oggi conta
oltre 12.000 aziende, dove si raccolgono le uve e dove viene vinificato il Prosecco che, una volta imbottigliato, raggiunge ben 195 Paesi nel mondo. Oggi il Prosecco DOC rappresenta la prima denominazione spumantistica a livello mondiale con 660 milioni di bottiglie prodotte nel 2024, ci cui oltre l’82% destinato all’export con USA, UK, Germania, Francia primi mercati. E ancora una volta la denominazione più venduta al mondo è ambasciatrice internazionale dell’eccellenza Made in Italy all’interno di una manifestazione, come quella dei giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, che sarà una straordinaria opportunità per l’Italia e il Veneto in particolare, in cui sport, natura e cultura saranno protagonisti. Un rapporto, quello tra le famose bollicine frutto dell’Italian Genio e il mondo sportivo, sempre più indissolubile, che vede la
Il Consorzio Prosecco DOC
OFFICIAL SPARKLING WINE SPONSOR DEI GIOCHI OLIMPICI E PARALIMPICI INVERNALI MILANO CORTINA 2026 denominazione impegnata, fin dalla sua fondazione, a sostenere attivamente competizioni di livello mondiale nelle più svariate discipline, dalla vela allo sci, dal volley al rugby, ma anche al podismo e al motociclismo. “La partecipazione del Consorzio a Milano Cortina 2026 rappresenta molto più di un’opportunità di visibilità all’interno di una vetrina di livello mondiale – commenta Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio di Tutela Prosecco DOC – è il naturale sviluppo di una strategia promozionale costruita con coerenza e visione negli anni. Infatti è l’apice di un percorso di sponsorizzazioni sportive costruito nel tempo, poiché da sempre abbiamo
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scelto di sostenere eventi sportivi che, pur nascendo dal territorio, abbiano una portata e un respiro internazionale, come Prosecco DOC Imoco Volley, Benetton rugby, Prosecco doc Shockwave3, corse podistiche, MotoGP™, Coppa del mondo di Sci – tappa Cortina. Tutte queste iniziative sono proposte con una visione precisa, quella di consolidare l’identità della denominazione come espressione autentica di un sistema di valori condivisi con lo sport – impegno, passione, spirito di sacrificio, gioco di squadra – e, allo stesso tempo, col mondo dell’arte e della cultura ovvero i due assi su cui si fonda la nostra attività promozionale, che ci guidano nel rac-
contare il Prosecco non solo come prodotto, ma come simbolo dello stile di vita italiano. Infine questa collaborazione per un grande progetto è anche una concreta dimostrazione dell’importanza sempre crescente del fare rete”. Presidente, quale ruolo giocherà il territorio del Prosecco DOC? “Il territorio è il nucleo del nostro essere. Scegliere Milano Cortina 2026 significa valorizzare il patrimonio enogastronomico e paesaggistico della denominazione che, in quanto tale, non poteva non esser protagonista. In particolare, per gli sport invernali, ciò che ci accomuna è proprio il territorio – Cortina d’Ampezzo, vera e propria ‘Perla delle Dolomiti’, rientra infatti nei
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confini del Prosecco DOC – che sarà protagonista perché capace di generare opportunità, competenze e valore. Questi Giochi costituiscono un’occasione straordinaria per proporre Prosecco DOC non soltanto come prodotto d’eccellenza, ma come espressione delle sue comunità e della rinomata ospitalità italiana. Sarà una grande opportunità di stimolare un turismo consapevole e di qualità con visitatori da tutto il mondo che potranno scoprire le nostre tradizioni e la nostra cultura. Siamo certi che ospiti e spettatori potranno godere di un’autentica esperienza del Bel Paese che va ben oltre la bottiglia: una narrazione integrata di natura, cultura, sport e accoglienza. Quest’evento sarà sicuramente un trampolino di lancio per il turismo dei nostri territori, per dimostrare l’eccellenza della sua essenza e il nostro duro lavoro. Perché
una filosofia cara al nostro Consorzio di Tutela del Prosecco DOC è quella fondata sui valori dell’italianità e dell’innovazione, che vuole raccogliere sotto di sé uomini e donne che con passione, determinazione e ingegno mirano tutti al perseguimento dell’eccellenza”. Dove e come incontreremo Prosecco DOC durante l’evento? “In qualità di Official Sparkling Wine Sponsor, cosa di cui andiamo veramente fieri, Prosecco DOC sarà l’unico spumante servito durante la manifestazione e potrà esser degustato in tutte le venue olimpiche e nelle lounge ufficiali. In particolare, il Consorzio accoglierà i propri ospiti – sportivi, appassionati, cultori e curiosi – in 2 olympic lounge d’eccezione, una a Cortina e l’altra creata nei locali di Spazio San Babila, la prima media location di Milano, in corso Venezia 2. Nella lounge milanese si terranno de-
gustazioni guidate e show cooking condotti da chef di fama internazionale, ma sarà possibile visitare una mostra collettiva di tutti gli artisti e artiste selezionati in un percorso espositivo che porterà anche su cavalletto le opere che, nei mesi, hanno campeggiato sui muri della città, donandole valore e bellezza. Si tratta un progetto a cui teniamo molto, il Consorzio infatti sta costruendo un vero e proprio percorso artistico per celebrare, attraverso l’arte urbana, Milano, i suoi eventi più importanti e riconosciuti al mondo in un vero e proprio accompagnamento ai Giochi. Si tratta di un ciclo di 7 murales per accendere i riflettori sul legame tra la città, l’arte e l’Official Sparkling Wine Sponsor di Milano Cortina 2026, che celebrano i diversi linguaggi dell’arte e presidieranno tutti i maggiori eventi dal respiro internazionale della città fino a febbra-
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io 2026. Con queste straordinarie opere celebriamo il genio italiano, che trova una delle sue massime espressioni nell’arte, cardine dell’inestimabile patrimonio culturale del nostro Paese”. Ma non vi fermate qui, infatti Prosecco DOC accompagnerà anche uno dei momenti più iconici del periodo olimpico… “Esattamente la staffetta della Fiamma Olimpica, che attraverserà l’Italia per 63 giorni toccando 60 tappe. Da Roma a Milano, la torcia passerà per Cortina e le maggiori città della denominazione, attraversando gli incantevoli vigneti che danno origine al nostro amato vino. Infine, per rendere davvero indimenticabile questa esperienza, abbiamo realizzato un’etichetta istituzionale esclusiva dedicata ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026. A breve sarà disponibile per offrire a tutti l’opportunità di celebrare questa straordinaria avventura italiana con una bottiglia di Prosecco DOC in edizione Giancarlo Guidolin
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limitata, arricchita da un’etichetta speciale dedicata ai Giochi. Un ricordo prezioso di un evento irripetibile. C’è un brindisi ideale che le piacerebbe proporre durante i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026? “Sicuramente uno con tutti gli atleti, magari al termine delle gare, quando la tensione si scioglie e lascia spazio ai festeggiamenti. Mi piacerebbe che quel momento onorasse non solo le medaglie conquistate, ma anche l’impegno, la tenacia e la sportività che ognuno di loro ha dimostrato. Prosecco DOC è simbolo di celebrazione e credo che possa rappresentare al meglio lo spirito Olimpico: inclusivo, gioioso, capace di unire persone di culture e Paesi diversi. Ecco, il mio brindisi ideale è proprio questo: un calice sollevato insieme ad atleti e appassionati provenienti da tutto il mondo, per onorare i valori dello sport e il grande spettacolo che solo le Olimpiadi e Paralimpiadi sanno offrire. Lo sport è un veicolo ideale per raccontare cosa rappresenta il Prosecco,
tramite valori condivisi, quali passione, determinazione, forza individuale e lavoro di squadra, rispetto delle regole e dei competitors. Vogliamo raccontare al mondo non solo la qualità del Prosecco DOC, ma anche i valori che lo rendono un’eccellenza italiana, celebrandolo come simbolo di condivisione. Il nostro messaggio è chiaro: così come lo sport, anche il Prosecco DOC è un’occasione di unione, aperta a tutti, dagli aperitivo addicted, pubblico giovane e dinamico, ai Prosecco lovers, gruppo più maturo e consapevole, senza barriere, sinonimo di convivialità quotidiana, non solo festiva o di grandi occasioni, ma sempre all’insegna dell’eleganza di un bere moderato e consapevole. Inclusività e sostenibilità sono i pilastri su cui stiamo costruendo un futuro migliore, per noi e per le generazioni a venire. Con questa valenza di emozioni condivise, leggerezza e voglia di stare insieme, l’Italian Genio al meglio si prepara all’appuntamento mondiale di Milano-Cortina 2026”.
Il consiglio d’amministrazione del Consorzio Chianti Rufina ha eletto all’unanimità Gerardo Gondi – Marchesi Gondi – come nuovo presidente per il triennio 2025-2027. andrea cappelli Quarantadue anni, sposato con due figlie, laurea in Economia, è titolare dell’azienda Marchesi Gondi, storica azienda nel cuore del Chianti Rufina, che appartiene alla famiglia Gondi sin dal 1592. Gerardo entra nell’azienda di famiglia nel 2014 e dal 2017 la dirige in prima persona, portandola a una grande crescita. Oggi la Marchesi Gondi, con la Tenuta Bossi, meravigliosa villa rinascimentale nelle colline di Pontassieve, è conosciuta in tutto il mondo per i propri vini e, in particolar modo, per la particolare declinazione che il Sangiovese assume nel territorio della Rufina. “Accolgo questa nomina con grande entusiasmo e senso di responsabilità – dichiara Gondi – sono ben conscio delle complessità del periodo per tutto il settore e da parte mia ci sarà massima
dedizione, passione e lavoro costante per la denominazione. In questi mesi il consorzio si è dotato di una struttura manageriale, una cabina di regia, guidata dal nuovo direttore Francesco Sorelli e da un gruppo di professionisti delle varie aziende agricole della DOCG, che si rapporteranno a me e al CDA. Sorelli arriva con un bagaglio di oltre 20 anni di esperienza internazionale nel settore vinicolo, maturata soprattutto in Ruffino, una delle aziende vinicole più prestigiose del panorama vinicolo toscano, e prima ancora al Consorzio Vino Chianti Classico, occupandosi di comunicazione, strategia ed eventi. Sorelli ha anche sviluppato competenze nel campo del marketing territoriale, dell’enoturismo e della sostenibilità. È, inoltre, autore, relatore e narratore sul tema della
GERARDO GONDI CONSORZIO CHIANTI RUFINA È IL NUOVO PRESIDENTE DEL
Francesco Sorelli e Gerardo Gondi
storia e della civiltà del vino, nonché wine-educator certificato. È stato presentato un piano strategico articolato e dettagliato, che sta già dando i primi risultati. Il mio mandato si concentrerà soprattutto su 3 aree, che reputo fondamentali per poter uscire più forti da questo periodo. Primo, l’area del prodotto: stiamo attraversando una situazione di mercato che non sappiamo se sia contingente o strutturale. Le iniziative devono esaltare la superiore qualità dei vini della Rufina, anche con la focalizzazione nel progetto Terraelectae e portare il messaggio in tutto il mondo, attraverso eventi e manifestazioni. Secondo, l’area del territorio: una vera risorsa ancora poco esplorata. Il respiro dell’Appennino, che si riflette sulle terre della Rufina, fa di quest’area un patrimonio di valenza eccezionale con pochi eguali e l’enoturismo presenta ancora grandi margini di sviluppo. Infine, l’area della formazione: stiamo tessendo relazioni con università, consorzi esteri, realtà scientifiche, con l’assunto che lo scambio di conoscenze sia essenziale per la crescita sia delle nostre fattorie che
della reputazione dei Vini della Rufina nel loro complesso”. Il Chianti Rufina è una piccola e prestigiosa DOCG chiantigiana che abbraccia i comuni di Pontassieve, Rufina, Pelago, Dicomano e Londa, a nord-est di Firenze. Si compone di 21 aziende vitivinicole che producono annualmente, dai circa 750 ettari vitati, circa 3,5 milioni di bottiglie. Il suo prodotto di punta, regolamentato da un marchio volontario, è il Chianti Rufina Riserva Terrælectae con menzione Vigna, prodotto con solo Sangiovese. “Nelle terre del Chianti Rufina si producono vini deliziosi in cui il Sangiovese da altura la fa da signore, con l’apice dei Terraelectae, che reputo un’intelligentissima operazione di zonazione come poche altre – dichiara il direttore Sorelli – ma il Chianti Rufina è anche un territorio di straordinario fascino, votato al vino fin dal tempo dagli Etruschi, con castelli medievali, ville rinascimentali, fattorie in pietra, borghi e pievi, oliveti e boschi ancora selvaggi. Inoltre, ha un presente vivo, non ancorato a un passato nostalgico, ma fatto di saperi, artigianalità, bontà e creatività”.
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Il dottor ANTONINO LI VOLSI, commercialista e direttore del
andrea cappelli foto bruno bruchi
Consorzio PRO.VI.DI. SICILIA PRESIEDUTO DALL’AVVOCATO LEONARDO AGUECI
ci parla della nuova Sicilia del vino, fra territorio, turismo, futuro e identità Il dottor Antonino Li Volsi è un grande esperto e appassionato di vino, e la sua visione abbraccia a 360 gradi temi di export, strategie territoriali, turismo, scenari globali e anche la difesa del valore sociale del vino. Con Lui, in quest’ampia intervista, affrontiamo i principali snodi del settore vitivinicolo siciliano e italiano. Dottor Li Volsi, quale impatto stanno realmente avendo i dazi americani sul vino italiano e soprattutto siciliano? “I dazi han-
Chiostro di Monreale
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no pesanti conseguenze, in particolare per i piccoli produttori siciliani, già penalizzati dal costo logistico insulare. Fortunatamente
l’Unione Europea sta negoziando accordi di reciprocità tariffaria e sostiene campagne di promozione e tutela diretta per i pro-
duttori”. Quali sono le misure più concrete attuate dal legislatore europeo per aiutare l’export del vino contro le barriere com-
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merciali? “Il nuovo pacchetto UE introduce semplificazioni dei bandi OCM vino per la promozione nei mercati extra-UE, sostegni diretti all’internazionalizzazione, incentivi per la sostenibilità e la tracciabilità”. Come impattano le politiche europee sulle peculiarità siciliane, considerando le problematiche insulari? “Le difficoltà logistiche e le diseconomie infrastrutturali amplificano l’effetto dei dazi e delle limitazioni. Tuttavia, i programmi UE premiano
Il direttore Antonino Li Volsi
la coesione regionale e la qualità certificata”. Quali strategie d’export ritiene vincenti per il comparto siciliano? “Digitalizzazione, promozione esperienziale, accordi con distributori esteri e attenzione ai trend wellness/no-alcol. Per i bianchi Dop e i vini biologici si registra forte crescita nel Regno Unito, USA, Russia e Canada. Serve un branding territoriale condiviso e una formazione costante sull’export management”. Le fiere come Vinitaly, che ruolo giocano nello scenario attuale e futuro? “Vinitaly resta il fulcro del business
vinicolo italiano e siciliano poiché unisce operatori globali e offre nuove opportunità di contatto con buyer e mercati. Per no parlare delle edizioni estere di Vinitaly nel mondo, che sono fondamentali per presidiare mercati strategici e consolidare partnership oltre confine”. Quali sono le attività promozionali più efficaci, secondo la sua esperienza? “Esperienze multisensoriali in cantina, narrazione digitale con storytelling, campagne AI-driven, partnership con sommelier, buyer, etichette interattive, eventi sono oggi strumen-
ti decisivi”. Che problemi incontra l’export siciliano, rispetto alle altre regioni italiane? “La Sicilia sconta costi di trasporto elevati, frammentazione produttiva e minor accesso diretto a hub logistici internazionali. Tuttavia, la leadership nell’area bio e la forza dei vitigni autoctoni garantiscono un’attrattività sempre crescente”. Qual’è il trend dell’export siciliano e quali mercati si stanno rivelando più interessanti oggi? “L’export dei bianchi Dop siciliani cresce su UK, USA, Russia e Germania; i rossi mostrano segnali di ripresa in Canada e Paesi Bassi. La domanda verso i vini biologici aumenta, in particolare tra consumatori attenti a sostenibilità ambientale e salute”. Quant’è importante innovare nella promozione e nel marketing del vino oggi? “L’innovazione è fondamentale: marketing digitale, AI e realtà aumentata cambiano radicalmente la percezione del marchio e la relazione col cliente. Chi investe su automazione, CRM evoluto e contenuti emozionali conquista nuovi segmenti”. Quali sono, secondo Lei, i temi più attuali e proiettati nel futuro prossimo? “Gestione della crisi climatica; trend wellness e bevande low/no-alcol; digitalizzazione, IA, automazione operativa; sviluppo di reti di imprese; sostenibilità e tracciabilità certificata”. Come vede il ruolo dei giovani nel comparto vino siciliano e italiano? “I giovani sono protagonisti della svolta digitale e della sostenibilità. Portano idee fresche, attenzione al benessere e alla narrazione
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oinos • consorzi
Mercato a Catania
sociale, temi essenziali per promuovere un vino vicino ai valori ambientali e identitari”. Sempre più spesso il vino viene additato come prodotto nocivo e cancerogeno, eppure la storia insegna che il vino ha accompagnato l’uomo per millenni. Come si può controbattere a questa corrente negativa? “Ritengo una vera sciocchezza demonizzare il vino equiparandolo ai superalcolici. Il vino, se consumato con
moderazione e consapevolezza, è parte della dieta mediterranea e fonte di benefici cardiovascolari e sociali. Occorre opporsi a questa deriva proibizionista, promuovendo educazione e cultura nel consumo”. Non pensa che equiparare il vino ai superalcolici sia un errore pericoloso? “Assolutamente sì. Il vino è alimentazione, storia, territorio, convivialità. Giovani e consumatori si avvicinano sempre più al
vino e meno ai prodotti realmente dannosi. Bisogna difendere quest’evoluzione e considerare il vino un elemento identitario”. Quali argomentazioni si possono portare per difendere il vino dalle accuse di prodotto nocivo? “Il vino, se inserito in una dieta equilibrata e con consumo consapevole, apporta antiossidanti, favorisce la digestione e il benessere psicologico, grazie alla convivialità. Il rischio è
correlato solo all’abuso. Serve una campagna nazionale che valorizzi il vino come prodotto storico e identitario”. Il binomio vino-territorio è oggi una delle fonti più vitali per lo sviluppo della Sicilia e l’enoturismo rappresenta la massima espressione della soddisfazione turistica, grazie alla grande bellezza del paesaggio siciliano e alle varietà territoriali, culturali ed enogastronomiche uniche al mondo. Perché l’enoturismo può essere considerato una fonte energetica di sviluppo per la Sicilia e non solo per il vino? “L’enoturismo crea una sinergia tra agricoltura, cultura e ospitalità. Ogni visita in cantina è l’occasione per immergersi in una Sicilia autentica, esplorare le diversità di territori, dalle colline dell’Etna alle spiagge di Marsala. Questa esperienza valorizza artigianato, gastronomia, tradizioni e crea un indotto positivo anche per le piccole comunità rurali che trovano una nuova centralità economica”. Quali sono le prerogative siciliane più forti da valorizzare nell’enoturismo per cogliere la pressione della domanda internazionale? “La biodiversità dei vitigni autoctoni, la storia millenaria delle vie del vino, la qualità della cucina regionale e il patrimonio artistico offrono una combinazione
Formaggio ragusano
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consorzi • oinos
Teatro di Taormina
cati turistici. È tempo di cambiare prospettiva per sfruttare appieno questa energia trainante, capace di rilanciare il vino e i molti valori siciliani a livello globale”. Ringraziamo il dottor Antonino Li Volsi per una visione appassionata e analitica. La nuova Sicilia del vino, sincronizzata col territorio e il turismo offre energia, futuro e identità integrata a livello mondiale. unica a livello globale. Le esperienze di wine resort, percorsi tra vigneti, festival della vendemmia e eventi enogastronomici stanno attrendo turisti da tutto il mondo, spesso alla ricerca di autenticità e benessere ambientale. Bisogna integrare meglio servizi, mobilità, digitalizzazione delle prenotazioni e formazione del personale turistico per massimizzare questa pressione positiva”. Che prospettive vede
per il futuro dell’enoturismo siciliano e italiano? “Il futuro è nello sviluppo integrato tra territorio, vino e sistema turistico. Serve una visione ampia: investire nella promozione dei micro territori, sostenere iniziative culturali e collegare il vino con la storia, la natura, la letteratura e le tradizioni. Si può crescere anche esportando il ‘modello Sicilia’ con gemellaggi internazionali, scambi di best practice e nuovi merMosaici a Palermo
Saline di Mozia
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Hostaria di BACCO a FURORE
DA OLTRE NOVANT’ANNI SIMBOLO DEL “PAESE CHE NON C’È”
andrea cappelli
L’antica Hostaria di Bacco a Furore – chiamato “il paese che non c’è”, essendo una strada con alcune case che s’allungano verticalmente sulle rupi della Costiera – è nata nel 1930 per volere di Raffaele Ferraioli, detto ‘a Rumana, in omaggio alle origini capitoline di suo padre Nicola, uomo eclettico con una marcia in più e della moglie Angelina Imperati, che si cimentava ai fuochi. Dopo una breve esperienza d’emigrazione negli Stati Uniti, tornato in Italia, Raffaele aprì la Trattoria Bellavista Bacco, che all’inizio era una mescita di vino di produzione propria, che accompagnava qualche piatto alla buona per quelli che, dalla costa, salivano faticosamente, carico in spalla, sino ad Agerola. Un percorso fatto di viottoli e scale, interminabile. E, quasi alla meta, quel locale casareccio, pochi tavoli sotto le viti d’estate o intorno al caldo del focolare d’inverno. Comunque ci volle un bel coraggio e una buona dose di quel che si definisce oggi lungimiranza per pensare di aprire un albergo, sia pure primordiale, in un paese come Furore negli anni Trenta… Pur trattandosi di
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una piccola trattoria con annesse 2 camere, più che altro destinate alle maestranze impegnate nella costruzione della rotabile Amalfi-Agerola, l’iniziativa era da considerarsi a dir poco avveniristica. E le due camere erano dotate di regolari bagni, attrezzati con accessori tecnologicamente avanzati e in particolare con vasche da bagno con scarico. In più c’è da apprezzare la scelta del nome: Bacco, dio del vino, in omaggio alla produzione propria di un nettare fin da allora di qualità superiore, particolarmente apprezzato dai suoi ospiti entusiasti. Per tutti questi motivi Raffaele Ferraioli deve esser considerato il
vero antesignano dello sviluppo turistico di Furore. Senza scordarsi che, al contrario della povera costa, in quei tempi Furore era una ricca zona di campagna, c’erano caseifici – famosa la gustosissima mozzarella fiordilatte dei Monti Lattari, la migliore per la pizza! – allevamenti e tante altre attività, tutte legate all’agricoltura, mentre oggi molta economia si è spostata verso il mare. Poi nel 1935 arriva la strada che collega Agerola ad Amalfi e Bacco, così la Costa d’Amalfi venne finalmente collegata all’area interna e lo sparso abitato di Furore, attraversato con una “serpentina” spettacolare, articolata in 6 tornanti –
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che gli abitanti di Furore chiamiamo gironi – che offrono visioni mozzafiato sulla costa e sul mare. Si sviluppò co-
mo ricordare con una recensione poetica a firma di Raffaele Viviani, gran drammaturgo napoletano: “Don
sì il turismo “fuori porta” e i gitanti della domenica, grazie a questa nuova arteria, divennero sempre più protagonisti di veri e propri “raid” con le prime auto che da Napoli arrivavano in Costiera. E venne il tempo della villeggiatura con gli appartamenti presi in fitto per mesi, se non per l’intera estate. La Trattoria Bacco divenne presto una meta fra le più ambite per pranzi e cene dei dì di festa. Il menu era quasi fisso e non mancavano mai né la pasta al forno né il pollo rosolato, prelevato dal pollaio, macellato, cotto e servito in diretta, nel giro di poco più di mezzora. Il fondatore Raffaele scompare nel 1942 e lo voglia-
Rafè, chistu cunto v’’’o pagh’io, ‘o vulite sape’? Site nu’ Dio!”. Subentrano allora al timone di Bacco il figlio Andrea Ferraioli e sua moglie Letizia Fusco ai fornelli, che presto si rivela un’ottima cuoca e con loro arriva il primo tovagliato, un po’ di maquillage alla saletta, qualche pietanza in più... Nel 1977 scompare Andrea Ferraioli e le redini vengono prese dal figlio Raffaele con la moglie Erminia ai fornelli e nascono altre camere a servizio dell’attività di ristorazione e poi nei Novanta viene alla luce il vero e proprio albergo: 20 unità abitative con le terrazze che s’affacciano a picco sulla Costiera, guardando l’isolotto di “Li
Galli”, appartenuto al famoso ballerino Rudolf Nureyev, oltre ad alcune altre camere dislocate a pochi passi dal corpo centrale dell’hotel, nel solco del concetto dell’albergo diffuso, in totale armonia e sostenibilità col borgo, che si estende lungo la collina fra pergolati di vigna e limoneti in una luce senza suoni, sospesa, irreale e segreta. Le camere maiolicate, che regalano il profumo delle zagare in primavera e del mosto in autunno, sono arredate con colori solari che s’intonano col verde delle vigne, il giallo dei limoni sfusati amalfitani e il blu cobalto di uno dei mari considerato fra i più romantici del mondo. I fuochi della cucina sono stati così negli ultimi cinquant’anni in mano a Erminia Cuomo, autodidatta per necessità, essendo la prima di ben 13 figli – perciò un po’ sorella, ma anche un po’ mamma – affiancata nella gestione dal marito Raffaele Ferraioli – qui c’è gran tradizione di tramandare i nomi di famiglia! – una coppia dalle solide radici e dalla gran cultura dell’accoglienza, tanto da portare Raffaele a essere l’appassionato Sindaco delle 800 anime di Furore per ben 39 anni ininterrottamente dal 1980 al 2019, uno degli amministratori più benvoluti e longevi d’Italia sempre con l’obiettivo prioritario di promuovere il territorio come destinazione d’eccellenza, purtroppo scomparso nel 2022. Il professor Raffaele Ferraioli, che ha insegnato per decenni tecnica turistica a Salerono, figura mitica della Costiera Amalfitana, è stato un grande animatore culturale, noto per l’estro poetico narrativo e la propensione al bello, credendo fermamente nella difesa dell’autentica cultura enogastronomica come felice tramite per il bien vivre. Nato nel 1942, “O’ Sindaco” amava intrattenere i tanti avventori in cerca di “perdute emozioni” coi suoi appassionati racconti. Così Raffaele Ferraioli negli anni con tenacia ha creato il mito di Furore, cittadina montana dell’alta Costiera Amalfitana, così chiamata per la forza dei venti che fischiano fra i valloni rocciosi: “Io non ho il mare, devo convincere la gente a salire
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quassù e posso farlo solo creando l’atmosfera, facendo vivere un’esperienza, spiegando la ricchezza e la biodiversità dei nostri prodotti e il valore delle nostre tradizioni”, spiegava col suo colto eloquio. Raffaele è stato tra i primi in Campania a capire il potere catalizzatore del cibo e del vino in una zona abituata al turismo di mare, target su cui quasi tutti si erano adagiati, puntando sulla genuina ospitalità di questo pezzo di Costiera ancora contadina. E della povertà Raffaele fece ricchezza, così gli impervi percorsi dei vecchi contadini divennero per sua volontà sentieri attrezzati con nomi poetici: sentiero dei Pipistrelli Impazziti, della Volpe Pescatrice, dei Nidi di Corvo, ecc… Dagli anni Ottanta cercò di dare una connotazione particolare al paese vero luogo dello spirito dove le Dolomiti dei Monti Lattari ammollano le radici nell’azzuro del mare e poi anfratti, caverne e gole, a inseguirsi lungo tormentati tornanti retti dai terrazzamenti in pietra – con un progetto che si basava su uno scambio: gli artisti venivano ospitati e, in cambio, lasciavano un loro murales d’autore. La sua capacità di far rete con altri sindaci ebbe il grande risultato di far dichiarare la Costiera Amalfitana Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco, della cui istanza di riconoscimento fu primo firmatario. Ma lo vediamo anche come promotore della Dop dei limoni della Costa d’Amalfi, fondatore della sezione campana delle Città del Vino, di cui fu anche coordinatore regionale e tra i promotori della Doc Costa, assurgendo al ruolo di padre nobile della viticultura moderna in Costiera Amalfitana con
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le sue viti abbarbicate a parete. Autore di pubblicazioni riguardanti lo sviluppo locale, il marketing turistico e l’enogastronomia, fu socio fondatore e vicepresidente del club “I borghi più belli d’Italia” e della “Associazione italiana dei Paesi dipinti”. Un uomo politico capace di lanciare l’occhio sempre oltre con una visione precisa del suo territorio, rifiutando la scorciatoia della speculazione edilizia per tener viva l’economia locale nella convinzione che il migliore investimento fosse la bellezza paesaggistica ma non museale dei luoghi. Oggi la gestione è nelle salde mani del figlio di Raffaele ed Erminia, Domenico, quarta generazione dei Ferraioli a Bacco, che con la moglie Imma e i loro 5 figli ha già assicurato la continuità della famiglia. E da qualche anno la brigata di cucina è affidata a Raffaele Afeltra, coadiuvato dai suoi colleghi Maurizio Donnarumma, Hamza Mahsoune e Luigi Gargano. Raffaele, poco più che quarantenne, si è diplomato all’Istituto Alberghiero di Stato di Vico Equense e vive a Pimonte, ai piedi dei Monti Lattari fra Gragnano, Città della Pasta e del Vino e Agerola, terra del “Provolone del Monaco” e della “Pera Pennata”. Un distretto enogastronomico di grande appeal, che offre ingredienti di particolare fragranza e una tradizione culinaria davvero notevole. Apprezzato e corteggiato per le sue spiccate doti di creatività e irreprensibile professionalità, precedentemente ha lavorato in numerosi ristoranti della Penisola Sorrentina, facendosi apprezzare per le sue qualità umane e professionali. A Bacco, lo chef Afeltra, maestro cuciniere che si mantiene fedele a ricette traman-
date di generazione in generazione, seppur con un pizzico d’innovazione, tutti i giorni tira a mano la pasta e sforna pane e dolci, tutto fatto rigorosamente in casa, coadiuvato da una giovane brigata di cucina e sala. Perché c’è ancora chi crede che l’arte del preparare cibi resti un vero gesto d’amore, un modo di prendersi cura degli altri. Il menù, che offre piatti sani e sapidi d’ispirazione amalfitana è basato sul territorio e la stagionalità delle materie prime, spaziando dalla civiltà contadina a quella marinara, ma i pomodorini “del piennolo” – acquistati direttamente a Furore, vero giardino pensile, perché più intensi e asciutti – la fanno da padrone: vengono appesi a pendolo nelle case e, attorno a Natale, sono pronti con tutto il loro sapore, un vero concentrato per lenta disidratazione di profumi di iodio e salsedine, essendo cresciuti sui terrazzamenti di fronte al mare. Altri prodotti particolari molto usati sono la colatura d’alici di Cetara, splendida con le linguine e il provolone d’Agerola, formaggio risultato del latte prodotto dalle mucche di razza agerolese nonché presidio Slow Food, che mangiano soprattutto foglie di castagno. Dall’Hostaria di Bacco – due terrazze panoramiche per 70 coperti, una sala interna da 80 posti e due sale esterne da 50 posti – balcone belvedere che permette di mangiare contemplando il mare, è passato molto del bel mondo, ma l’ospite che è rimasta leggendaria nella storia del locale è Anna Magnani. Correva l’anno 1947, quando Anna e Roberto Rossellini, innamorati, vennero a girare in Costa Amalfi il secondo episodio, intitolato “Il Miracolo” del loro film
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“L’Amore”, che prevedeva due scene alla chiesa di San Michele Arcangelo e al “Fiordo di Furore”, piccolo borgo di pescatori che guarda Capri, dove i due amanti avevano anche comprato una piccola casetta che pomposamente avevano chiamato “Villa della Storta”, in omaggio alle gambe storte della Magnani. Nannarella, diminutivo di Anna, si alzava tardissimo e, prima delle due pomeridiane, non andava in scena. Continuava a dire “Robè, tu lo sai: io di mattina ho le rughe. Vulisse l’arte a primma matina?” Per questa sua abitudine inveterata si faceva tardi la sera e, per cenare, salivano su in paese con la splendida Isotta Fraschini, fermandosi da Bacco a mangiare sotto il pergolato. Se Roberto era ghiotto di pollo ruspante rosolato al vino bianco, Anna amava molto la pasta, quella fatta in casa dalla cuoca Letizia. Ordinava un bel piatto di ferrazzuoli, salvo poi pentirsi e correr
dietro ad Andrea Ferraioli, raccomandandogli “Don André, a me mezza porzione!”. A volte si accompagnava alla coppia l’amico Federico Fellini che, appena arrivava, prima ancora
di sedersi a tavola, si faceva portare una scheggia di Provolone del Monaco o, in mancanza, di Parmigiano. Lui amava chiamarla “una scheggia”, tanto da guadagnarsi presto l’appel-
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lativo di “Federico ‘a scheggia”. Quando girarono l’incontro sulle colline di Capo D’Orso fra Mariuccia e il viandante muto, scambiato per San Giuseppe, interpretato da Fellini, il fiasco impagliato, galeotto, che sedusse la mentecatta, era stato preso la
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sera prima al tavolo della Trattoria e portato in scena. Sono passati quasi ottant’anni da allora e questa sorta di reliquia viene ancora gelosamente custodita fra i cimeli più preziosi dell’Hostaria. E per non dimenticare il passaggio della Magnani le è stata
dedicata la camera “Nannarella” e il piatto “Ferazzuoli alla Nannarella”, che è anche il “Piatto del Buon Ricordo” – dipinto a mano dagli artigiani della Ceramiche Artistiche Solimene di Vietri sul Mare, famiglia di ceramisti della Costiera Amalfitana la cui origine si perde nella notte dei tempi, che vien dato in omaggio a chi gusta la pietanza simbolo di un locale – appartenendo Bacco alla “Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo”: fusilli di Gragnano – quelli corti, fatti col ferretto – pomodorini del Piennolo, pesce spada affumicato, capperi e pinoli. “Per farvi capire chi siamo – commenta Domenico Ferraioli – vi diciamo chi è il nostro ospite ideale: un buongustaio attento, consapevole, entusiasta, alla continua ricerca della diversità, convinto che la buona tavola – come diceva il grande Brillat Savarin – nasce da una serie di circostanze: dai luoghi, dalle persone e dalle cose che accompagnano il pasto. Siamo convinti che mangiare è un’attività spirituale, per questo la nostra cucina continua a essere vera, genuina, ispirata al rispetto delle buo-
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Domenico Ferraioli con la moglie Imma
ne regole e alla scelta accurata degli ingredienti legati al territorio e alla stagionalità, nell’attenzione costante alla salvaguardia dell’identità. Profumi di mare e montagna si alternano nei nostri piatti per la gioia del palato così il contadino-pescatore è protagonista”. Venite quindi a scoprire la genuina ospitalità della gente di Furore e i ritmi lenti di questo pezzo di Costiera ancora contadina, immergetevi in questa vertigine di panorami, immersa in una luce senza suoni, sospesa e irreale come una favola, certamente non ve ne pentirete! Così Bacco a Furore non tradisce i valori consolidati di una famiglia – quella dei Ferraioli – dedita da 4 generazioni e quasi cent’anni alla ristorazione classica, tradizionale, verace, ancorata al territorio e alla stagione e giammai abiurata dai veri buongustai. Perché il segreto dell’Hostaria di Bacco, oggi ristorante apprezzato dai migliori gourmet d’Italia, è nell’aver saputo tramandare per generazioni un legame emozionale con tutti, ma proprio tutti i suoi ospiti… A questo punto non rimane che formulare alla famiglia Ferraioli, famosi albergatori e ristoratori in Furore, il napoletanissimo augurio “E pè cient’te anne!”.
Raffaele Ferraioli e la moglie, chef Erminia Cuomo
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Lo storico PALAZZO ACAMPORA di Agerola
DEL PATRON GIOVANNI PAONE OSPITA IL RAFFINATO RISTORANTE “LA CORTE DEGLI DEI”, AI FUOCHI IL FAMOSO CHEF VINCENZO GUARINO andrea cappelli
In cima al Sentiero degli Dei, ad Agerola, si trova Palazzo Acampora, uno dei rari esempi di dimora e architettura patrizia dell’alta costiera amalfitana, risalente alla seconda metà del Seicento, residenza della nobil famiglia degli Acampora di Corfù. Il casato degli Acampora, come testimonia il predicato di Corfù, persosi nel corso degli anni nella composizione ufficiale del cognome, affonda le sue origini nelle nobili famiglie che, durante la dominazione veneziana dell’isola greca, protrattasi sino a oltre la metà del Settecento, dominarono sull’isola stessa. Il legame con la città lagunare è altresì testimoniato da alcuni mosaici in pasta vitrea, presenti nel palazzo, provenienti da Murano e risalenti alla fine dell’Ottocento, in cui si elogiano le virtù e le origini della famiglia Acampora e in particolare del cavalier Francesco. Al dominio di
Giovanni e Lizzy Paone
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Corfù è legato, con molta probabilità, uno dei due blasoni di famiglia, in particolare quello che sovrasta la cappella gentilizia degli Acampora nella chiesa parrocchiale di San Matteo Apostolo in Bomerano (dipinto inoltre sul grande focolare della cucina dell’appartamento al piano nobile), riportante due colombi alla base di un grande pino. Il secondo (giglio d’argento antico in campo blu), di concessione borbonica, successivo rispetto al precedente, è posto alla sommità del portone principale del palazzo ed è inoltre affrescato all’ingresso dell’appartamento storico. Teatro di un’affascinante saga familiare, le vicende di casa Acampora hanno significativamente influenzato la storia dell’alta Costiera per tutto l’Ottocento sino al primo trentennio del Novecento. La mattina del Venerdì San-
to del 1850, di buon’ora, il farmacista Gennaro Lauritano si recò al castello del vicerè Avitabile sulla sommità della punta San Lazzaro ad Agerola. Qui vi trovò il potente generale Avitabile, agonizzante, che, rantolando, gli disse: “Aiutami Gennaro, quei due mi hanno avvelenato!”. I “due” erano la giovanissima moglie Michelangela (nonché nipote carnale di Avitabile!) e l’amante di lei don Luigi Acampora dei principi di Corfù, i quali, con un piatto di capretto avvelenato, servito ad Avitabile la precedente sera del Giovedì Santo, avevano dato compimento a una congiura ordita con la corte borbonica (della quale l’Acampora era fedelissimo), che nell’allora già vacillante Regno Partenopeo era fortemente intimorita dallo strapotere di un personaggio del calibro del generale. La scomparsa di
Avitabile mise fine alla storia del più insigne condottiero campano della prima metà dell’Ottocento. Conosciuto e stimato in tutte le corti e dai principali regnanti europei, Egli legò la sua fama alle eccezionali avventure che lo videro protagonista dalla Persia all’attuale Afghanistan (l’allora regno dei Cinque Fiumi), dove fu vicerè per diversi anni e dove il suo nome ancora terorizza gli abitanti di quei luoghi (cfr. S. Malatesta “Il napoletano che domò gli Afgani” - Neri Pozza edizioni). A due anni di distanza dalla morte di Avitabile, insabbiata ogni indagine sulla morte dell’illustre suddito, “il bel Luigi”, come lo definivano le cronache del tempo, ne sposò la vedova Michelangela, stabilendo la residenza della famiglia a Palazzo Acampo-
ra (i ritratti dei due ancora campeggiano, l’uno di fronte all’altro, nel salone delle feste del palazzo), incame-
Lo chef Vincenzo Guarino
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rando nei beni di famiglia parte del patrimonio del viceré e in particolare una serie di preziosi cimeli, dono di diversi regnanti europei dell’epoca, alcuni dei quali sono ancora visibili nella grande casa di Agerola (particolarmente famosi sono i due vasi di Sevres omaggiati al vicerè dal re Luigi Filippo di Francia in occasione della sua visita a Parigi, riportati in tutti i testi che riguardano il generale). Frequentavano a quel tempo il palazzo alcuni tra i più illustri esponenti della nobiltà napoletana e dei notabili locali, tra questi i marchesi Florio di Furore (il marchese Florio, importante industriale della seta, era amico personale del re Francesco II), la cui giovane figlia Adele sposò il primogenito ma-
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schio di Luigi, Francesco. Morto Luigi, nell’ormai unificato regno d’Italia, Francesco, uomo di legge, poi cavaliere di sua maestà il re Vittorio Emanuele III, diventa il nuovo capo della casata degli Acampora e personalità politica di riferimento per tutto il comprensorio. Infatti, accanto alla tradizionale attività imprenditoriale della famiglia, consistente nella produzione e commercializzazione del legname da taglio per palificazione, sviluppata nei numerosi fondi di famiglia, Francesco inizia una fervida vita politica, che lo porterà a essere ripetutamente sindaco della città e apprezzato e conosciuto uomo politico in tutta la Campania. A lui si devono, in particolare, la costruzione del primo traforo di
collegamento tra Agerola e la strada statale proveniente da Castellammare e numerose opere di urbanizzazione, che tanto contribuirono al progresso della città montana. Personalità di spicco del mondo della politica e della cultura del primo Novecento, erano, in quegli anni, ospiti abituali di palazzo Acampora,tra questi ricordiamo il maestro Francesco Cilea che, con la marchesa Rosa, sua sposa, trascorreva abitualmente le vacanze estive ad Agerola, ospite della famiglia (le sue famose note ancora risuonano sul gran pianoforte a coda del salone delle feste), il fraterno amico onorevole Enrico De Nicola poi primo presidente della neonata Repubblica Italiana e e Giovanni Leone, sesto presi-
dente della Reppublica Italiana. L’improvvisa morte di Francesco nel 1933 segnò anche la definitiva uscita di scena della famiglia Acampora dalla vita pubblica locale. La sua prematura scomparsa, che tanto segnò la famiglia e la comu nità tutta, pur rappresentando di fatto la fine dell’impegno pubblico degli Acampora di Corfù, non incise sulla loro attività imprenditoriale che è continuata sino ai nostri giorni, grazie soprattutto alla fedele collaborazione di tante famiglie coloniche che hanno accompagnato la propria storia a quella della famiglia. A distanza di quasi un secolo, un attento e appassionato restauro, iniziato nel 2008, di una delle più antiche e affascinanti resi-
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possibile celebrare matrimoni, in una dimensione di estrema intimità. Così oggi Palazzo Acampora, per il quale il patron Giovanni Paone parla, a buon ragione, di “lusso della semplicità”, è fruibile anche per servizi e riprese fotografiche di prestigio, per ospitare eventi culturali e istituzionali, nonché di promozione del territorio, feste private e banchetti d’elite. “Palazzo Acampora è un progetto ‘polimorfo’, che parte dalla
denze storiche della Costiera Amalfitana, ad opera di Giovanni Paone, ultimo discendente dell’antica famiglia, insieme alla moglie Lizzy, ha restituito all’antico splendore l’appartamento storico (unitamente agli arredi originari, agli affreschi, ai finti marmi policromi e alle tele del Pallegiani), le cantine, la corte, la bella scalinata napoletana. Nel 2024 l’appartamento al piano nobile è stato reso accessibile al pubblico da parte del dottor Giovanni Paone, imprenditore nonché custode di quest’incantevole realtà, consentendone l’ingresso nell’Associazione Dimore Storiche Italiane. Oggi le stanze dai soffitti affrescati, nelle quali si conservano arredi originari, quadri della Scuola di Posillipo, porcellane di Sèvres, ritratti degli antenati e foto di famiglia,
vicenda storica, artistica e architettonica di questo luogo, che è un unicum nell’ambito del territorio dei Monti Lattari, per approdare a una vocazione squisitamente ricettiva – commenta Lizzy Paone – assecondata, a partire dal 2016, con l’apertura de La Corte degli Dei, il nostro ristorante fine dining e che procederà con l’inaugurazione, prevista per il 2026, di 5 suite di charme”. Palazzo Acampora infatti non è solo una dimora
raccontano la storia di una dimora di rappresentanza e delle sue prestigiose frequentazioni. E nel Salone delle feste campeggia il pianoforte al quale Francesco Cilea compose il “Lamento di Federico”, celebre aria de “L’arlesiana”. Adiacente alle sale di rappresentanza, si apre un altro piccolo gioiello, la sala da pranzo, con la tavola sempre imbandita, secondo il protocollo borbonico, con la posateria in stile vittoriano e un servizio di piatti della Compagnie delle Indie. Sostanzialmente inalterata, funzionale e funzionante, è l’ampia cucina, nella quale, su richiesta, si svolgono cooking class e master class. Mentre nella suggestiva corte esterna, incorniciata da pietra viva e rivestita da rigogliosa edera dai colori cangianti, si apre una piccola cappella, dov’è
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storica riconosciuta e visitabile, le cui mura secolari raccontano la storia e le vicende dell’illustre casato, ma anche un progetto culturale e gastronomico, dove il passato è ben radicato e si sposa col presente. Qui
infatti troviamo il ristorante gourmet “La Corte degli Dei”, che si sviluppa interamente al piano terra: la sala interna, in cui si respira una magica atmosfera del passato, conta 26 posti, ed è affiancata da una moderna cucina a vista. All’esterno, invece, troviamo circa 40 sedute, distribuite in una suggestiva corte, imprezio-
sita da una rigogliosa vite Americana, che si abbarbica sulle facciate del palazzo. In cucina c’è uno chef che ha scritto la storia di tanti ristoranti saliti poi all’onore della cronaca gastronomica: Vincenzo Guarino, più volte premiato con la prestigiosa “Stella Michelin”. La cucina è interamente improntata alle eccellen-
ze enogastronomiche del territorio, secondo il principio del Km O e della stagionalità, nel segno di vecchie ricette e antichi sapori, sapientemente reinterpretati in “piatti” all’insegna dell’alta gastronomia, capaci di fondere tradizione ed innovazione in una combine unica. Così a La Corte degli Dei, Guarino ha differenziato le
proposte: a pranzo offre piatti della tradizione campana, in una reinterpretazione leggera, pensati anche per chi poi affronta quel magico itinerario immerso nella natura, che è il Sentiero degli Dei, che si imbocca a poche centinaia di metri dal ristorante. A cena, stupisce e impressiona gli ospiti con le sue ricette, frutto di una ricchissima formazione, di collaudate esperienze, con-
taminazioni con altre regioni e scambi con chef stranieri. Nella sua carriera, Guarino ha conquistando ben 4 stelle Michelin in giro per l’Italia, riconoscimenti che testimoniano la preparazione, il talento, il continuo rinnovarsi, in una instancabile ricerca verso l’eccellenza. Ora, tornato nella sua Campania, ha rivolto l’attenzione ai prodotti autoctoni e, in particolare, a frutti più iconici di
Agerola: dal provolone del monaco, ai latticini, alla pera pennata, varietà che cresce esclusivamente a queste latitudini, ma anche alla pasta di Gragnano e ai prodotti ittici della Costiera Amalfitana. Ma Agerola è nota anche per prodotti di norcineria: salami, pancette, la salciccia e il lardo aromatizzato. Avendo poi la fortuna di usufruire dell’orto di casa Acampora, che si
sviluppa difronte al Palazzo, Guarino prepara le sue ricette avvalendosi della gran varietà di ortaggi di stagione. Ben rodata e affiatata la brigata di cucina con i sous chef Antonio Della Monica e Giuseppe Romano. Mentre il reparto lievitati e pasticceria è affidato ad Angelo
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Guarino, ventitreenne figlio d’arte, che può vantare già una ricca esperienza. La sala è guidata da due sommelier di gran spessore: Luigi Capriglione, maître e Antonio Iovine, sommelier AIS. Per la stagione 2026, Guarino conferma un focus particolare sui piatti che raccontano la Campania, arricchiti da elementi d’innovazione e
contaminazione, introdotti a seguito dei suoi viaggi nelle cucine del mondo. A novembre, a esempio, ha fatto tappa in Marocco, a Marrakech, presso alcuni chef stellati, per coltivare nuove esperienze e studio. Cosa si può gustare a La Corte Degli Dei? L’amuse-bouche, capace di raccontare, in 3 piccoli morsi e un sorso, la
cifra stilistica dello chef, comprende un bonbon fritto di provolone del monaco e confettura di pera pennata, una sfera di pappa al pomodoro e un Aperol spritz con granella di arachidi. Tra gli antipasti, troviamo il mosaico di tonno e ricciola in alga nori con coulis al basilico e gelato alla panzanella; battuta di manzo con baba
ganoush, datteri arrostiti, perle d’aceto balsamico, sfera di parmigiana e cannolo di pasta fillo; uno dei signature dish dello chef è il cappuccino del monaco con crema di patate arrosto, spuma di provolone del
monaco DOP, polveri di porcini, croissant salato e pane cafone croccante. Tra i primi piatti linguine con crema di ricci di mare, finger lime e polvere di ‘nduja; tortello con gambero rosso, provolone e limone, emulsione di gambero e polvere di foglia di limone. Tra i se-
condi piatti, evidenziamo il filetto di vitello alla cacciatora, con pak choi glassato, cardoncelli grigliati, pomodori San Marzano confit, cipolla in agrodolce e crema di provolone del monaco. Il pre-dessert, intitolato “Torna a Surriento”, è una mousse al limone con ganache al cioccolato bianco e confettura di limone sfusato amalfitano. Il dessert può essere “El Dolce de
Oro... Maradona”, dove ogni elemento, dal busto al pallone, è tradotto in crema al litchi, cioccolato e passion fruit. La piccola pasticceria prevede cannolo con cremoso di ricotta, bignè al caramello salato, macaron allo yuzu. E Palazzo Acampora rappresenta il capofila di un percorso iniziato dal gruppo imprenditoriale capitanato da Giovanni Paone, che guarda anche a
orizzonti napoletani. In questo momento infatti è in corso la ristrutturazione di uno storico hotel situato sul Lungomare Caracciolo, il Miraramare, che diventerà un Boutique Hotel, la cui apertura è prevista tra la fine del 2026 e i primi mesi del 2027. Un 5 Stelle con circa 20 suite e due ristoranti, che saranno coordinati e gestiti sempre da chef Vincenzo Guarino.
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andrea cappelli
Ada Gourmet
IL RISTORANTE STELLATO
di Perugia della chef Ada Stifani offre percorsi sensoriali unici
Nel centro del capoluogo umbro, nella cinta muraria di Porta Cornea, costruita dagli Etruschi nel III secolo a.C., che cingeva l’antica Perusna, in Via del Bovaro numero 2, si trova il ristorante Ada Gourmet, che vive grazie alla passione di Ada Stifani, prima chef donna stellata in Umbria. La sua è una cucina di incontro tra stili umbri, italiani e internazionali. Piatti inclusivi e unici, che partono da casa per viaggi lontani. In questo luogo pieno di magia nel rione di Porta San Pietro, cresciuto nel corso dei millenni, brilla il colore simbolo del santo, il giallo oro in ricordo del grano coltivato anticamente nella pianura del Tevere, che transitava proprio in questa porta. Il locale, un’antica stalla con granaio diventata una delle discoteche più famose di Perugia, adesso ospita Ada Gourmet. Il fascino della storia aleggia ancora nei suoi locali, ambienti storici ma dal design contemporaneo, progettati in funzione dell’esperienza gastronomica che chef Ada Stifani e il suo staff offrono ai loro ospiti, incantando i commensali tra mura in cui si avverte il respiro dei secoli. Ada Stifani è leccese e già da bambina rimane affascinata da fornelli, pentole e ingredienti della cucina della madre, una casalinga, capace di grandi piatti e del lavoro del padre macellaio, amante del pesce. Fin dagli anni Novanta, Ada vive e lavora a Perugia, si paga gli studi universitari facen-
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do la lavapiatti. In cucina, Ada osserva e memorizza piatti, ricette, tecniche e i segreti degli chef per alimentare il sogno che aveva da bambina. Si forma prevalentemente da autodidatta, spinta da curiosità e tenacia: trasforma la personale passione in un mestiere, fino ad arrivare a fine 2023 alla stella Michelin, la prima per una donna chef in Umbria e tra le poche in Italia. «La mattina in cui è arrivata l’e-mail che mi annunciava di avere ottenuto la Stella Michelin», spiega Ada Stifani, classe 1972 che aggiunge, «ero in ritardo, non avevo trovato parcheggio vicino al ristorante, e avevo pure dimenticato il telefonino a casa. Insomma, era iniziata come fosse una giornata ‘no’, ma mi ero comunque immersa nella mia cucina col mio giovane staff per preparare la linea… più tardi in mattinata, dopo avere recuperato il cellulare, mi sono accorta che sia mio marito sia il mio socio avevano lasciato una decina di chiamate e messaggi in cui mi chiedevano se avessi ricevuto l’e-mail che tutti aspettavano da mesi… e quella e-mail c’era! Ma non l’ho detto a nessuno». Dopo alcuni anni di apprendistato nei ristoranti dell’Umbria, Ada apre “l’Officina Ristorante Culturale”, in cui esprime la passione per i cibi etnici, pur mantenendo anima e cuore nel territorio in cui vive, soprattutto, nella tradizione salentina. Amante dei sapori umbri, terra di grandi eccellenze enogastronomiche, Ada ogni giorno fonde i piatti umbri e italiani col gusto giapponese e spagnolo. E la cucina di Ada è, quindi, inclusiva e multiculturale: uno sguardo lontano e vicino, che è la perfetta sintesi di stili internazionali e tecniche rivisitate usando una fortissima impronta territoriale. Da qui nasce il progetto del “fine dining”, la cena perfetta ed elegante, impreziosita dalla firma di chef Ada Stifani, una donna coraggiosa che ha percorso
con tenacia e sacrificio la strada dell’affermazione personale. Così Ada Stifani è diventata un emblema per le donne che cercano l’emancipazione nella loro professione, in un settore dominato da chef uomini. Attualmente Ada Gourmet offre due menù: il “Percepire”, 5 piatti vegetariani, tra cui spicca lo “Spaghetto monogramo” (Pastificio Felicetti) con jus di radici, tuorlo d’uovo e burro alla camomilla. Un’incantevole melodia di sapori terreni orchestrati dalla bravura e dall’estro di Ada Stifani. E lo “Storytelling” di 5 portate (il nome è omaggio alla discoteca “Storyteller” di Perugia che occupava precedentemente i locali, ndr) in cui uno dei patti principi è il branzino di acquanaria che Ada cucina in modo “ecosostenibile”. Ecco come lo descrive: «Abbiamo realizzato un piatto utilizzando tutte le parti del branzino, dalla carne alle interiora alla lisca. Il filetto lo abbiamo ridotto in piccoli tranci, caramellati all’uscita del piatto, sotto una marinatura di aceto agrodolce, olio evo e lime, aggiungendo i capperi e un foie gras di interiora del pesce e, una base sempre di interiora, precedentemente messe sotto sale per 3/4 giorni, e un brodetto prodotto con la lisca». Gusto per gli ingredienti e per il racconto, giochi di sapori che rincorrono e acchiappano sensazioni mentre si sta viaggiando verso paesi lontani, ma con la promessa di fare sempre ritorno, lì dove batte il cuore. In Umbria, nel Salento, in Italia.
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L’Officina di PERUGIA
IL RISTORANTE GOURMET PIÙ POPOLARE D’ITALIA, PROPONE UN VIAGGIO GASTRONOMICO TRA GRECIA E UMBRIA cornelia miron L’Officina non è solo un ristorante gourmet, ma un luogo dove il gusto si fa esperienza autentica, guidata dalla passione di Ada Stifani, chef consultant e da suo marito Joannis Karakousis, anima e cuore di questo spazio unico, a prezzi ragionevoli. Questo perché l’idea di Joannis Karakousis è che la cucina e l’esperienza studiata e raffinata possa essere a disposizione di tutti. Infatti ciò che rende L’Officina davvero speciale è la sua capacità di offrire un’esperienza culinaria d’eccellenza senza compromessi, mantenendo prezzi accessibili per un pubblico ampio e diversificato. La storia de L’Officina inizia nel 2006 e pone le basi per la futura stella Michelin di Ada Gourmet, quando Joannis e Ada fondarono questo luogo come un circolo culturale con una visione chiara: creare un punto d’incontro a Perugia, dove arte e cucina si possano fondere, dando vita a un’esperienza multisensoriale in grado di stimolare sia la mente che il palato. Situato negli spazi storici dell’Officina Bilanci e Pesi Mariani, il ristorante ha ospitato negli anni mostre d’arte, concerti, convivi, presentazioni letterarie e cene memorabili, costruendo una reputazione che lo ha reso unico nel suo genere. Oggi L’Officina continua a raccontare questa storia, mettendo al centro creatività, materie pri-
me selezionate e tradizione. La cucina, che unisce solide radici umbre a influenze internazionali, propone piatti sorprendenti che reinterpretano la tradizione con un tocco contemporaneo e un’attenzione particolare alla stagionalità. La carta dei vini, curata con maestria da Athanasios Dedikas, offre una selezione che spazia dalle etichette rinomate ai piccoli produttori locali con una predilezione per vini biodinamici e naturali. L’offerta si completa con birre artigianali e distillati provenienti da tutto il mondo, creando una vera esperienza sensoriale alla portata di tutti. In un panorama gastronomico in cui l’eccellenza spesso è sinonimo di esclusività, L’Officina si distingue per un approccio inclusivo: un ristorante gourmet dove chiunque può concedersi il piacere della cucina d’autore, rendendo alta cucina e accessibilità un binomio possibile. Lo chef Joannis Karakousis è cresciuto in una famiglia legata al mondo della ristorazione, con un bar e una piccola cucina greca, che hanno alimentato fin da subito il suo amore per il cibo e il contatto con le persone. Originario di Katerini, vicino a Salonicco, arrivato in Italia nel 1991 per studiare Medicina a Cagliari, ha scelto di proseguire la sua strada a Perugia, iscrivendosi nel 1992 alla facoltà di Giornalismo, dove si è laureato nel 1996. Durante gli studi universitari si mantiene lavorando prima come lavapiatti e
poi come cameriere. Nel 1995, proprio all’interno di uno di questi ristoranti, conosce Ada Stifani, la donna che in futuro diventerà sua moglie e compagna di vita, oggi unica chef stellata dell’Umbria con il suo ristorante Ada Gourmet. Da quel momento, il mondo della ristorazione ha catturato completamente la sua attenzione, in particolare l’universo dei vini e, nello specifico, quello dei vini naturali, a cui si è dedicato con passione. Nel 2005, insieme ad Ada, ha dato vita al progetto L’Officina, lavorando fianco a fianco in cucina durante il giorno e gestendo la sala di sera, costruendo un’esperienza unica per i loro ospiti. Nel 2018 il suo percorso l’ha portato ad affermarsi nel mondo dell’alta cucina, entrando nell’universo dell’alto gourmet, dove ha continuato a unire creatività, passione e competenza con un occhio sempre attento ai dettagli e alla qualità. Oggi Joannis Karakousis rappresenta un punto di riferimento per chi cerca autenticità, ricerca e dedizione nel mondo della ristorazione e dei vini.
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giorgio dracopulos
Il “munaciello” (o monaciello) in dialetto napoletano significa “piccolo monaco”, un personaggio leggendario con origini non certe e plurisecolari, proprio del folclore napoletano. Uno spiritello di natura sia benefica che dispettosa, di solito rappresentato come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura, abbigliato con un saio e con fibbie argentate sulle scarpe/ sandali. Un antico proverbio napoletano così recita: “‘O Munaciello a chi arricchisce e a chi appezzentisce”. Ancor oggi il “munaciello” è una figura della tradizione popolare, molto amata e riconoscibile, presente in molti oggetti artigianali e ciondoli, che rappresenta magnificamente quell’aspetto magico, misterioso e affascinante della fantastica città di Napoli. Da vent’anni il ristorante pizzeria che si chiama proprio “‘O Munaciello”, ubicato a Firenze in via Maffia al civico 31r, esprime tutta la sua anima campana grazie anche alle decorazioni artigianali, alle ceramiche di Vietri, alle opere dei maestri Sciuscià di San Gregorio Armeno, agli “scartellati” scaramantici e al magnifico e possente “forno a legna”, realizzato su misura dal noto maestro artigiano Stefano Ferrara. Gli “scartellati” sono figure tradizionali della cultura popolare di Napoli, che rappresentano delle persone con la gobba, “scartello” appunto, che vengono considerate portatori di ricchezza, prosperità e buona fortuna. Il ristorante pizzeria “’O Munaciello” è nato nel 2005 per merito di un gruppo di amici fiorentini, innamo-
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DA 20 ANNI NEL CUORE DELLA MERAVIGLIOSA CITTÀ DI FIRENZE C’È UNA FASCINOSA E GUSTOSA PRESENZA NAPOLETANA
‘O MUNACIELLO rati della cultura partenopea, che per primi hanno voluto portare la “pizza verace napoletana” a Firenze: quella col cornicione alto, l’impasto lievitato per 48 ore e cotta solo nel forno a legna. Oggi il “brand” è guidato dalla bravissima Valentina Borgogni, che continua a proporre agli ospiti un’esperienza assolutamente piacevole e coinvolgente tra ottima cucina, autentico folklore e sincera ospitalità. L’anima gastronomica di ’O Munaciello porta la firma del grande maestro pizzaiolo Carmine Candito e dell’eccellente chef Lisa Conti, dei “traghettatori”, che sanno trasportare gli ospiti in un viaggio tra le migliori specialità dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Negli
anni il marchio “‘O Munaciello”, grazie al successo Fiorentino e ai molti riconoscimenti ottenuti, ha travalicato gli oceani, aprendo negli Stati Uniti, nello stato della Florida, più precisamente nella grande area metropolitana di Miami (oltre 6 milioni di abitanti) ben 3 locali. Da vent’anni il ristorante pizzeria “‘O Munaciello”, ubicato nel cuore della meravigliosa città di Firenze, non è solo una fascinosa e gustosa presenza napoletana, ma anche un super accogliente locale dove godere appieno un’atmosfera unica, intrisa di storia, arte e convivialità. Pizzeria ‘O Munaciello a Firenze. Fascinosa e Gustosa Presenza Napoletana. Foto ‘OM
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Barbacoa A MILANO L’EXPERIENCE DEL VERO CHURRASCO RODÌZIO BRASILIANO andrea cappelli foto henrique peron All’interno dell’iconico ex Cinema Istria, in via Scipio Slataper 19, Barbacoa è una storia di tradizione, eccellenza e unicità, parte di un gruppo che vanta 35 anni di storia. Con 6 locali in Brasile e 9 in Giappone, quello milanese è l’unico ristorante del gruppo in Europa. Proporre una cucina diversa da quella italiana è una grande sfida e Milano, da sempre, è la piazza ideale per vincere le scommesse più ambiziose in fatto di enogastronomia. È la tradizione del classico Churrasco Rodìzio, ossia la degustazione di vari tipi di carne cucinata alla griglia, a regnare sovrana in tavola. Servita con un sistema di rotazione da abili passadores, la carne arriva sul piatto direttamente con i tipici spiedoni chiamati espetos. Al Barbacoa si assiste così a un vero e proprio show, in cui sfilano 13 differenti tagli di carne rossa e bianca, alternati dal passaggio di contorni come banane, manioca, polenta, patatine fritte, Barbacoa rice e farofa all’uovo e pancetta. Il churrasco rodìzio è senza dubbio una delle tradizioni più popolari della cucina brasiliana: originario del sud, nelle Pampas, si è poi diffuso in tutto il Paese e da Barbacoa si può sperimentare in un modo speciale. Circondati da un’atmosfera elegante e raffinata, si viene guidati nell’affascinante e gustosa scoperta di sapori e abbinamenti, dove la proposta di degustazione si contraddistingue per l’estrema qualità delle carni e per la cottura “alla spada” sulla tradizionale churrasqueira. Fra i tagli che si possono assaggiare da Barbacoa, lo scamone è ritenuto il taglio per eccellenza, da cui si ricavano la maminha e, nella sua parte
La più grande churrascaria tipica brasiliana di Milano ha la propria casa nel quartiere Maggiolina.
finale chiamata codone, la famosissima picanha. Da servire al sangue o a media cottura, è il taglio preferito dai brasiliani e anche il più richiesto al Barbacoa perché estremamente gustoso e tenero. La picanha può pesare da 1 a 1,5 kg e si può tagliare in modi diversi: il bife de tira si ricava dal centro e viene tagliato
questi tagli, l’experience del rodìzio al Barbacoa prosegue con tagli come la fraldinha, tra i più gustosi, il saporito controfiletto, il tenero e gustoso biancostato, il french rack d’agnello, specialità del Barbacoa; il pollo cucinato con cipolle, aglio, prezzemolo, olio, aceto, birra, sale, pepe e origano. Fra il primo drink sorseggiato al bancone e la sala dedicata al Churrasco Rodìzio, si attraversa uno spazio impreziosito da due cantine a vista, ben illuminate e con pareti di cristallo, dove si possono trovare
longitudinalmente; la picanha nombre si ricava dall’estremità inferiore; la tradizionale picanha de bola si ricava dall’estremità superiore del pezzo e viene tagliata in diagonale. La gobba di bue, il celebre cupim, è un taglio di carne mista e appetitosa, da arrostire intero per circa 4 ore; grazie allo strato di cellophan in cui è avvolto durante la cottura, mantiene la tenerezza e tutto il suo gusto inconfondibile, da esaltare con qualche goccia di lime spremuto al momento. Dal sapore inconfondibile, anche il maiale è presente in molte delle ricette della cucina brasiliana e al Barbacoa sono particolarmente apprezzate la pancetta croccante e le costine alla griglia. Oltre a
più di 140 etichette selezionate tra i migliori vini provenienti da tutte le regioni italiane. La cantina di Barbacoa sin dal 2013 ottiene l’Award of Excellence dei Wine Spectator’s Restaurant Awards, riconoscimento confermato anche per il 2025 e considerato uno fra i più importanti premi enologici del panorama internazionale. Barbacoa è diventato per il pubblico milanese un punto di riferimento, non solo per la sua proposta culinaria pensata ad hoc per gli amanti della carne, ma anche per l’ambiente elegante e rilassato che lo circonda, prestandosi ad essere luogo ideale per cene di famiglia e con amici, appuntamenti galanti e incontri di lavoro.
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Forme
RISTORANTE
Nella bella, ricca e super attiva regione Lombardia, Brescia è il secondo comune per popolazione dopo Milano e rientra anche nei 20 Comuni più popolosi d’Italia, oltre a essere il capoluogo dell’omonima provincia.
giorgio dracopulos foto nicolò brunelli
a BRESCIA LA CUCINA DELLA CHEF ARIANNA GATTI AVVOLGE TUTTI I SENSI, TRASPORTANDOLI IN UN VIAGGIO DI ASSOLUTO PIACERE
Brescia sorge nell’alta Pianura Padana, allo sbocco della Val Trompia, ai piedi del Monte Maddalena e del Colle Cidneo. Brescia ha un notevole e importante patrimonio artistico e architettonico: i suoi monumenti d’epoca romana e longobarda sono stati dichiarati “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Nella primissima periferia bresciana, in direzione ovest, in una zona d’aperta campagna assolutamente verdeggiante e suggestiva, sorge un’imponente struttura con all’interno una gran corte, risalente all’Ottocento, completamente ristrutturata, oggi sede di un’innovativa forma d’ospitalità: Atena Multiforme, un “magico universo di emozioni in costante mutamento”, un universo nato
Chef Arianna Gatti
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per volontà di “Atena”, una società specializzata nella formazione per aziende, privati e professionisti. Una location magica, che offre la possibilità d’esser vissuta in moltissimi modi, grazie a un concentrato di lusso e gusto che comprende non solo i grandi spazi dedicati alle attività di organizzazione eventi, ma anche tre ristoranti: “Forme” (ristorante fine dining), “Sotto Forme Bistrò” (formula di ristorazione più informale dedicata anche al business lunch) e “52C” (cucina giapponese contemporanea). Oltre a tutto ciò, ha anche 4 super suites, studiate in ogni dettaglio, ciascuna con un differente stile d’arredo: “Atena Dolce Vita”. Il ristorante “Forme” è stato inaugurato a gennaio 2023 e prende il nome dalla curatissima “mise en place”, dalla presenza di selezionati oggetti di design e arredo all’interno delle sale del locale e dal Paese d’origine della sua executive chef Arianna Gatti, nata nel 1991 a Forme (circa 500 abitanti), una delle due frazioni del piccolo comune abruzzese di
Spiedo di lumache, guanciale, taco di verza
Massa d’Albe in provincia dell’Aquila. Arianna, nata da genitori che lavoravano nel mondo della ristorazione (ambedue ottimi cuochi) è cresciuta nel magico e gustoso mondo della tipica tradizione enogastronomica abruzzese. Arianna Gatti, dopo le scuole dell’obbligo e il Liceo Scientifico Statale “Marco Vitruvio Pollione” di Avezzano (AQ), seguendo la sua predisposizione e passione per la cucina, ha iniziato a lavorare, tra lusso francese ed eleganza italiana, nelle cucine di super prestigiosi hotels e ristoranti. Nel 2013 Arianna si è diplomata al 18° corso di Alta Formazione di Cucina alla Scuola Internazionale di Cucina Italiana “Alma” di Colorno (Parma). Dopo altre importantissime esperienze “stellate”, Arianna nel dicembre 2013 è entrata a far parte della brigata di cucina del mitico ristorante “Miramonti l’Altro” (2 stelle Michelin) a Concesio (Brescia), dov’è rimasta fino al dicembre 2022. Grazie alla sua grande bravura ha rapidamente scalato i ruoli diventando molto presto sous-chef. A conferma di ciò la nota guida specializzata “Identità Golose” ha riconosciuto ad
Arianna Gatti il premio “Migliore sous-chef 2020”. Nel gennaio 2023 la chef executive Arianna Gatti è arrivata a condurre con gran soddisfazione il suo ristorante “Forme”. La Cucina di Arianna Gatti nasce dalla voglia di ridare sostanza alla “cucina contemporanea”, incentrandola su memoria, natura e libertà creativa. Una cucina basata sull’impiego di materie prime stagionali e d’eccellenza, principalmente italiane e locali, certamente ispirata alla grande tradizione italiana, in particolare abruzzese e del territorio bresciano. Le preparazioni di Arianna vengono realizzate con le migliori tecniche e si presentano con gustosi e ricchi sapori facilmente riconoscibili, oltre a esser caratterizzate da belle presentazioni dal design curato e ricercato. Al ristorante “Forme” il menù, oltre alla carta, offre 2 percorsi degustazione: “Percorsi” (5 portate) e “Racconti” (9 portate): tutte le portate sono assolutamente delle delizie! La carta dei vini è molto importante e selezionata grazie alla ricca cantina e molte delle prestigiose etichette sono ben visibili nelle grandi vetrine termiche illuminate.
L’assoluto valore di Arianna Gatti è stato confermato dai molti riconoscimenti ricevuti, come quello del maggio 2024 della prestigiosissima Académie Internationale de la Gastronomie, che le ha dato il “Prix au Chef de l’Avenir 2024”. Ristorante Forme: “Un luogo in cui ogni piatto è una dichiarazione d’intenti, ogni gesto un dettaglio che conta, ogni sapore una storia che prende forma”. La bravissima Chef Arianna Gatti in cucina è ben supportata dalla pastry-chef Laura Valcamonico, dal sous-chef Michele Barp e dalle capo partita Elisa Frutti, Chiara Spadaro e Kaddy. Il gentilissimo, impeccabile, esperto e premuroso servizio di sala è guidato da una grande maître, come Elisa Redolfi (anche Lei proveniente dall’esperienza al ristorante “Miramonti l’Altro”), a cui si affiancano il sommelier Tiziano Gasparini e la chef de rang Jole Antonioli. Al ristorante “Forme” di Brescia troverete, oltre a una grande accoglienza, l’ottima cucina della chef Arianna Gatti che, coinvolgendo delicatamente tutti i sensi, Vi trasporterà in un viaggio di assoluto piacere.
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Casa degli Spiriti IL MENÙ “ALLO SPECCHIO”, LIBERA ESPRESSIONE DEL GIOVANE E TALENTUOSO CHEF FILIPPO CHIGNOLA La Casa degli Spiriti a Costermano, gioiello a strapiombo sul lago di Garda, è da quasi 30 anni un luogo che unisce il piacere dell’alta cucina con una sofisticata ed empatica accoglienza “all’italiana”, in una location unica e suggestiva. La Casa degli Spiriti nasce dalla volontà di Federico Chignola e sua moglie Sara Squarzoni. andrea cappelli La coppia ha inizialmente ridato vita a una struttura in degrado da anni, trasformandola in un ristorante fiore all’occhiello della zona. Una lunga strada, la loro, lungo la quale il ristorante è diventato una delle attrattive di questa realtà a conduzione familiare: luogo ispirato per matrimoni eleganti e di livello o tappa per degustare verticali di vino difficilmente trovabili altrove, grazie alle oltre 1.500 etichette
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presenti in cantina. Una realtà che in questi ormai quasi tre decenni è stata capace di garantire un’eleganza costante a chi la scegliesse, mutando però, aggiornandosi, evolvendo, fino ad arrivare ad oggi, a un cruciale passaggio generazionale che segna la nascita di un fine dining intrigante in un incontro originale con un ambiente storico. Dopo questi quasi 30 anni, una vera e propria rivoluzione: a Sara e Federico si affiancano al ristorante Lorenzo e Filippo, i due figli,
rispettivamente 25 e 22 anni. Il primo in sala, il secondo in cucina, entrambi uniti danno linfa vitale nuova all’offerta gastronomica de La Casa degli Spiriti. Una ventata d’aria fresca che si concretizza in un’offerta che “non ti aspetti”. Filippo, chef di soli 22 anni, ha preso le redini del ristorante, col sostegno della famiglia, esprimendo menù dopo menù la sua precoce identità ai fornelli. Figlio d’arte, Filippo Chignola non si è limitato agli insegnamenti dei genitori, ma ha vissuto le proprie esperienze sotto nomi di caratura internazionale, come il tristellato Antonino Cannavacciuolo o la Migliore chef donna 2017, secondo la 50 Best Restaurants, Ana Roš. Certo aiutato dalla tradizione famigliare e dal bagaglio formativo raccolto, ma indubbiamente fresco di un proprio talento e di una propria salda idea di cucina, Filippo si presenta sicuro e forte di una propria identità. Una cucina capace di esaltare le materie prime scelte, una cucina giovane, fresca, che azzarda ma senza esagerare, elegante ma convincente, curiosa ma controllata. Così, accanto alla carta, La Casa degli Spiriti propone diversi menù degustazione. Radici, con gli aromi e i profumi del territorio gardesano; Traccia di mare, per tuffarsi nei sapori del Mediterraneo; Mon Amour, per gli estimatori del pesce crudo. Ma uno è la “libera espressione” dello chef, un percorso che non si lega a un dove o a un gusto particolare, ma racconta piatto dopo piatto l’idea di cucina del giovane Filippo: Allo specchio. Il menù degustazione attraversa infatti le esperienze e i luoghi che hanno ispirato lo chef, trasformando ogni piatto in una riflessione profonda. Uno storytelling non banale ma sincero, un viaggio gastronomico che parte dall’Italia con il
ristoranti • oinos
Benvenuto della casa, piccole amuse bouche a ricordare i sapori della nostra bella Penisola; approda in Giappone con piatti come il Chawanmuchi (alla base uovo e brodo dashi con aggiunta di vaniglia del Madagascar, al centro porcini crudi, capesante crude, burro nocciola e tartufo nero del Baldo) e passa per lo Sri Lanka (come da tradizione del Paese asiatico, collare di branzino marinato in latte di mandorla, pepe rosa e paprika, bourblanc allo zafferano, olio al basilico, lime, pistilli di zafferano e curcuma). Niente imbrogli: i sapori sono autentici, vividi, chiari. Richiamano tradizioni sincere con quel tocco di italianità dal quale non sarebbe giusto discostarsi. Tutto quanto in un percorso armonico mai sbilanciato: il Raviolo in brodo non in brodo, ripieno di brasato e ricoperto da una spuma di Grana 36 mesi è ricco ma delicato allo stesso tempo e prepara la bocca al Riso e Latte alle 3 P (un Carnaroli con latte, pepe nero, Prato fiorito, Grana Padano 36 mesi e pera bruciata). Il Formaggio corretto richiama l’immancabile arte tutta italiana di come chiudere un pasto, con quel tocco alcolico che pulisce la bocca. Se son rose fioriranno…, ultima portata, è composta da una serie di dolci, tutti tipici italiani (dalla torta di rose alla pastiera), per chiudere così il cerchio: lo chef, come il suo commensale, rientrano a casa, nella loro amata Italia, dopo un viaggio intorno al mondo. Un percorso ciclico, se si vuole, non
Famiglia Chignola
dissimile dalla vita di ciascuno di noi, che nasciamo e moriamo nel comfort di ciò che conosciamo e ci fa sentire al sicuro, spendendo però i nostri giorni nel mezzo alla scoperta di ciò che tutto questo bel mondo ci sa offrire. Parallelamente alla cucina, la sala. Un ambiente classico, in certi dettagli – dai calici dell’acqua ai poggiaborse a sgabello – “vintage”, un contrasto con la cucina ragionato, capace di mettere in risalto le particolarità di questi due paralleli fondamentali creando una dialettica di scambio intrigante e unica. Forte di una brigata numerosa e formata, Lorenzo Chignola, sommelier Ais, gestisce il servizio tra raffinata eleganza e un’empatia che sfiora la collaborazione con il commensale. A riprova di questa dinamicità c’è la cocktail experience, un abbinamento ai menu degustazione che va oltre i classici drink, tende ad un basso profilo alcolemico delle proposte portando però con sé idee innovative. Espressione di questa “condivisione a tavola e nel bicchiere”,
il Camparino interattivo, abbinato al piatto Giappone-Milano. Il cocktail è quello noto tipico milanese, realizzato in questo caso con Bitter Campari e in aggiunta un liquore allo yuzu per dare voce al viaggio nel piatto. L’interattività sta proprio nel far terminare il drink al commensale: la scritta “Shakerami” sulla boccetta (un chiaro rimando ad Alice nel Paese delle Meraviglie) fa sì che sia l’ospite a realizzare quella schiuma tipica del drink. Unico, denso di significato e partecipativo è anche l’abbinamento al piatto Sri Lanka Flavour: nel pieno rispetto della tradizione del Paese, viene preparato un drink a base di foglia di tè, servito proprio come un “inglese” pretenderebbe. A rendere il tutto più scenografico, bolle di sapone ripiene di fumi che, esplodendo al momento del servizio, rilasciano aromi e regalano all’ospite un gioco visivo travolgente. Raviolo aperto degli Spiriti Sri Lanka flavour
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oinos • alberghi
L’HOTEL MARGHERITA e il Ristorante gourmet
“M’AMA!”
FINESTRA SUL MEDITERRANEO A PRAIANO Siamo agli inizi degli anni Sessanta del Novecento e Margherita Fiorentino, bella ed elegante figlia del medico condotto di Praiano, decide di sposare Giuseppe Cimino, la cui famiglia era emigrata in America negli anni Cinquanta del primo Dopoguerra per cercar lavoro e fortuna e trasferirsi con lui in USA. A New York, in Amsterdam avenue, Giuseppe e Margherita, già sposi, gestiscono un negozio di frutta, ma, quando sono in tesa del loro primo figlio, il richiamo dalla terra dei padri e dei nonni trasforma la nostalgia in un desiderio: tornare e offrire ospitalità nell’incantevole cornice della Costa
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d’Amalfi. Così decidono d’investire i buoni guadagni americani aprendo un romantico ristorantino sulla spiaggia di Positano, dove ricevono gli ospiti come a casa, in un’atmosfera semplice e raffinata, con un sapere gastronomico di lunga tradizione, che li rende presto famosi. Al Beach Bar di
andrea cappelli Positano accolgono infatti personaggi del calibro di Totò, Peppino di Capri e Rudolf Nureyev. Ma il sogno di Giuseppe è restaurare la casa di famiglia a Praiano – uno più antichi borghi della costa amalfitana, oggi pittoresco paese di pescatori compreso tra Amalfi e Positano, residenza dei dogi all’epoca della Repubblica Marinara – costruita intorno a una torre d’avvistamento angioina, per farne un albergo, tanto che i soffitti di alcune camere sono ancora quelli antichi originali. L’hotel Margherita, in onore dalla moglie, nasce nel 1971 come tempio dell’ospitalità: una casa lontano da casa, ma sollevati dalle incombenze
alberghi • oinos
quotidiane, dove si può vivere appieno una località dal clima mite, caratterizzata da coste frastagliate a picco sul mare, cale e calette che permettono di godere della carezza delle acque a chi s’avventura per le scale che, tra ulivi, pini, oleandri e buganvillee, portano al
mare. Questo albergo, uno dei primi istituiti a Praiano, si trova nella parte alta del paese, vicino alla chiesa di San Luca, tra verdi colline, perciò fuori dai forti flussi turistici che interessano la stagione estiva. Dal 2002, anno in cui purtroppo scompare Giuseppe Ci-
mino, è la figlia Giosuela, detta Suela col marito Andrea Ferraioli – figlio d’arte della dinastia del famoso ristorante Bacco a Furore – che, appena sposati, decidono di proseguire l’opera intrapresa dai genitori: una ventata d’innovazione garantisce nuovo splendore all’albergo, ma l’attenzione per la cura dell’ospite rimane la stessa, come Margherita, sempre vigile in cucina, dove tiene ancora coinvolgenti cooking school, a non tradire la storia e lo spirito che hanno animato il suo sogno. “L’albergo, una struttura 4 stelle a conduzione familiare che consta di 28 romantiche e luminose camere quasi tutte vista mare, nonché 2 piccoli appartamenti con cucina e terrazzo per chi è in cerca di una maggior privacy, oggi non è più concepito solo come luogo di riposo – ci dicono Suela e Andrea – ma piuttosto come elemento che faccia vivere il territorio con attività stimolanti, cioè delle esperienze emozionali. Eccone alcuni esempi, partiamo con una guida che conduce i clienti sul sentiero degli Dei, simpatici corsi per insegnare la preparazione della nostra famosa mozzarella di
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bufala campana, il trekking gastronomico, una passeggiata alla scoperta della erbe spontanee – la costiera amalfitana ha una varietà etnobotanica impressionante, secondo noi sottovalorizzata – che poi andremo a cucinare e a utilizzare per gli infusi”. Certo, se dovessimo scegliere un esempio classico di stile architettonico di una tipica dimora della Costiera, l’hotel Margherita sarebbe sicuramente la scelta più appropriata. Gli ambienti spaziosi
e soleggiati riprendono gli arredi delle tradizionali dimore amalfitane: coloratissimi pavimenti in ceramica di Vietri, ferro battuto, archi, tendaggi e volte a botte caratterizzano tutte le camere, curate e arredate con gusto. Le Superior offrono addirittura luminosi terrazzi che s’aprono sul mare, dove intrattenersi cogli amici e semplicemente perdersi nel blu cobalto della Costiera con una vista spettacolare che spazia fino ai faraglioni di Capri. La spiaggia si trova a pochi passi e l’hotel offre pure un servizio di navetta gratuito per raggungerla, ma il fiore all’occhiello dell’Hotel Margherita è la terrazza solarium panoramica, che ospita una rilassante piscina idromassaggio dove trascorrere le ore più calde dell’estate amalfitana, intorno verdi colline, giardini e limoneti per chi preferisce non allontanarsi dalle coccole e dalla tranquille atmosfere
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dell’albergo. Chi invece desidera scoprire le colline verdissime di macchia mediterranea, agrumi e ulivi, i caratteristici sentieri, le pittoresche edicole votive di Praiano, uno dei borghi della Costiera rimasto autentico con una comunità viva e attiva, che non patisce ancora il triste fenomeno dell’overtourism e i paesaggi mozzafiato dal belvedere di Vettica Maggiore, può incamminarsi lungo le passeggiate che
raggiungono i luoghi più suggestivi della Costiera. Da qualche tempo la famiglia ha preso in gestione anche la famosa e bellissima Villa del Presidente, che era la dimora di un famoso giudice, che tutti a Praiano chiamavano appunto il Presidente, arroccata sullo sperone che divide le due parti di Praiano, quandi ha una vista meravigliosa sul mare dall’alba al tramonto. La villa, che comprende 6 camere da letto con 6 bagni, una terrazza molto bella, una piccola piscina e un’area giardino viene affittata tutta insieme e, essendo a soli 100 metri dall’Hotel Margherita, gli ospiti posso usufruire dei servizi alberghieri, come la colazione, l’uso della piscina e il servizio navetta. E per godere dei profumi e dei sapori di questo generoso territorio bisogna affidarsi alle proposte del ristorante gourmet “M’ama!” – imperativo del verbo amare, ma anche un gioco legato al fiore della margherita – che presenta una mise en place easy, mediterranean style negli arredi con forti influssi costieri. Il fine dining, aperto da Pasqua fino alla fine dell’estate, è situato al rooftop dell’albergo su un’ampia terrazza en plein air sospesa tra cielo e mare. Conta 40 coperti ed è aperto sia a pranzo che a cena anche ai clien-
ti esterni, offrendo una vista davvero pazzesca, tanto che par d’essere nella prua di una nave rivolta verso l’infinito. Qui la cucina è quella del contadino/ pescatore della Costiera, che per il proprio sostentamento durante tutto l’anno coltiva la terra e alleva gli animali in collina e va pure a pescare il pesce a mare, così la possiamo definire tradizionale rivisitata, elegante e raffinata, sia di mare che di terra, ma viene proposto anche un menù vegetariano, lavorando molto anche con i profumati prodotti dell’orto. Il menù che cambia ogni 3 mesi, sintetizzando il rispetto per le antiche ricette campane e la passione per i prodotti genuini della gastronomia del territorio, legati al mondo dei presidi Slow Food e preparati solo con ingredienti di stagione dalla giovane e motivata brigata di cucina e sala, guidata dallo chef Raffaele Mascolo, in realtà un vero contadino allevatore della Costiera, che, diciamo, per hobby, fa anche lo chef... Così si sostengono i contadini veri, che lavorano la terra come un tempo, ottenendo prodotti unici e preservandoli dall’estinzione, a protezione della biodiversità. Il “M’ama!” deve la sua notorietà alla dedizione con la quale sceglie le materie prime – il pesce freschissimo che porta il pescatore ogni giorno, le carni locali, gli ortaggi e gli agrumi – e alla pasta fatta in casa, il tutto, ovviamente, condito con l’olio extravergine d’oliva dop prodotto in zona e accompagnato con provolone del monaco, mozzarelle di bufala e vini – ben 340 etichette! – custoditi nella suggestiva cantina, insieme a preziose selezioni di distillati. E da quest’anno l’Hotel Margherita ha deciso, per allungare la stagione, di rimanere aperto anche dopo la stagione estiva, affrontando l’ospitalità nella stagione autunnale e invernale, cioè dal 3 novembre fino al 6 gennaio, quando poi l’albergo chiuderà per un breve periodo per poi aprire nuovamente le proprie porte già in febbraio. E in questo periodo, mentre sarà chiuso il ristorante in terrazza, l’Hotel Margherita vuol offrire ai propri ospiti anche un servizio di ristorazione invernale, con proporrà una cucina più tradizionale della Costiera Amalfitana.
Regalatevi la romantica atmosfera che sprigiona l’attenta accoglienza di questo boutique hotel di charme, luogo ideale per una vacanza all’insegna del
relax, della buona tavola, ma anche della scoperta della terra e del mare delle mitiche Sirene, della moda Positano, dell’arte e della storia d’Amalfi.
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HOTEL METROPOLE
andrea cappelli
Tra i riflessi ingannevoli degli specchi del Salone, si apre il sipario: al sollevarsi di un drappo in velluto rosso fuoco, Venezia entra in scena!
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L’Hotel Metropole - dimora storica fin dal Cinquecento, già raffigurato nella «Veduta di Venezia» di Jacopo de’ Barbari e dove hanno soggiornato Sigmund Freud, Marcel Proust e Thomas Mann, solo per citarne alcuni – è il regno artistico di Gloria Beggiato, discendente di una nota famiglia di albergatori veneziani: “In realtà l’albergo di famiglia dove sono
LA CASA VENEZIANA DEGLI ARTISTI, TRA ALLURE ORIENTALE E PACE LAGUNARE cresciuta è l’Hotel Concordia, che si trova in Piazza San Marco. Mi ricordo mia nonna che cuciva, che lavorava nel guardaroba, nelle cucine: le famiglie di albergatori vivono tantissimo dietro le quinte dell’hotel. Poi una cinquantina di anni fa è subentrato il Metropole, il nostro gioiello, qui abbiamo investito tutta la nostra passione. Sono stata tra i primi a portare a Venezia l’influenza orientale all’interno di un hotel, la stessa che si riscontra nelle architetture dei palazzi, negli archi gotici, nelle stoffe, nei tappeti, nei tessuti bizantini, memori della grande fortuna commerciale della Repubblica Veneziana. Ho ricreato queste atmosfere con gli oggetti antichi, il profumo delle spezie, i velluti e le candele, rendendo il Metropole un luogo unico rispetto alle grandi catene, nate puntando tutto sul contemporaneo”. Così il Metropole è diventato, sotto la direzione eclettica di Gloria Beggiato, un rifugio d’elezione per artisti, musicisti e spiriti inquieti... Se già in questo edificio da sempre antichi artisti vi hanno dimorato, come Antonio Vivaldi, che vi compose «Le quattro stagioni», ai nostri giorni Lou Reed vi ha lasciato le sue ombre, Patti Smith le sue visioni e Grace Jones la sua furia elegante. “Nick Rhodes dei Duran Duran adora questo luogo, i suoi dettagli teatrali, le vani-
Gloria Beggiato nella Rose Room
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tas – commenta Gloria Beggiato – Lenny Kravitz è stato ospite in una nostra bellissima suite con altana e vista straordinaria su San Giorgio. Molto drammatica e teatrale la suite ‘La Chiave’, dove Vinicio Capossela è di casa e ha scritto un intero capitolo di un suo lavoro, non per caso, ma per affinità. Degli Young British Artist hanno soggiornato qui anche Tracey Emin e Gavin Turk. Al Metropole organizziamo tantissimi eventi e cocktail party, col bar che è un luogo di ritrovo aperto fino a tardi, dove sono gravitati tutti i nomi più importanti dell’arte contemporanea internazionale”. Tra velluti profondi,
Gloria con Vinicio Capossela e con Lenny Kravitz
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candele accese, armature orientali e oggetti rari collezionati come reliquie in una moderna Wunderkammer, si respira un’atmosfera teatrale, misteriosa, sospesa. Infatti il Metropole è un salotto per spiriti liberi, un crocevia di mondi, fra Oriente e Occidente, affacciato sulla laguna e adiacente alla Biennale, dove l’arte vive e la musica non conosce silenzio. Ogni stanza ha un’eco. Ogni parete custodisce una storia. Ogni angolo è una soglia da attraversare. Non è solo Venezia. È una Venezia parallela, la sua rappresentazione scenica, ma anche più vera. Creativa, libera, appassionata: Gloria Beggiato è l’anima visionaria e irriverente del Metropole di Venezia. Collezionista di abiti vintage, amante dell’arte e dell’interior design, da sempre ha immaginato l’hotel non solo come luogo d’ospitalità, ma come un vero spazio d’incontro, scambio e gran bellezza condivisa. Così, nel corso degli anni, Gloria ha trasformato il Metropole in un universo unico, dove arte, cultura e alta artigianalità dialogano con l’atmosfera intima e raffinata dell’hotel. Mostre, eventi, collaborazioni con artisti e designer:
“Beyond the Frame” di Robb & Nick Carter
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ogni iniziativa porta avanti una visione fatta d’eccellenza, talento, memoria e radici veneziane. Ma il Metropole è anche un luogo che racconta storie. Quelle degli oggetti antichi e orientali raccolti nei viaggi dalla famiglia Beggiato, dei profumi di spezie che avvolgono gli ambienti, delle amicizie nate tra gli ospiti: cantanti, artisti, viaggiatori curiosi, che hanno lasciato un’impronta, una canzone, un passo di danza. Il tem-
po trascorso e l’energia creativa, rendono questo luogo irripetibile. Da eventi come “Fashion Design Made in Venice” a iniziative benefiche per la ricerca sulla fibrosi cistica, ogni progetto firmato da Gloria è un ponte tra eleganza, impegno e passione. E soggiornare al Metropole non significa semplicemente vivere Venezia. Significa entrare a far parte di una storia, di un mondo, di una visione. Quella di Gloria: “Non si tratta semplicemente di un hotel unico e di grande atmosfera. Né delle camere diverse tra loro, arredate con pezzi unici o della vista mozzafiato sulla laguna. Non si tratta solo dell’attento servizio che diamo agli ospiti con particolare cura ai dettagli. L’essenza vera e unica del Metropole è che tutto questo noi lo facciamo da molto tempo: questo mestiere lo amiamo e lo portiamo avanti con grande orgoglio e determinazione. Questo è garanzia d’affidabilità e integrità. Perché possiate vivere a Venezia un’esperienza vera e irripetibile in un hotel che solo noi siamo riusciti a creare nel lungo tempo trascorso e che non troverete mai in nessun altro luogo. Noi, la nostra storia, la nostra anima e Venezia”. Sospese tra lusso d’Oriente e storie di laguna, le 59 camere e 7 suites del Metropole,
unico cinque stelle indipendente tra gli alberghi di lusso in laguna, portano il segno della storia del palazzo, delle storie dei suoi ospiti e della
creatività di Gloria Beggiato. Vi si respirano suggestioni orientali, echi Déco e l’intimità discreta di una casa veneziana amata e custodita. Di-
more uniche, introvabili altrove. Piccole capsule del tempo, passato e prossimo, che si abitano come mondi a sé, fra viste panoramiche
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sull’isola di San Giorgio, altane esclusive, mobili orientali e art déco, tessuti Bevilacqua e lampadari Fortuny, salotti con vasche da bagno in mosaico d’oro, hammam privati. Senza scordare che il Metropole vanta una collezione privata di antichità che ne caratterizza profondamente il décor. Si tratta della collezione privata della famiglia Beggiato con oltre 2.000 pezzi rari e preziosi raccolti con cura dai genitori di Gloria, Pierluigi ed Elisabeth Beggiato. Una raccolta familiare che trasforma l’hotel in una wunderkammer, dove ogni oggetto evoca una storia antica o un aneddoto contemporaneo: trousse da sera della Belle Epoque, schiaccianoci, porta biglietti da visita, cavatappi dalle forme insolite e una delle più ampie collezioni italiane di crocifissi, esposti in teche preziose, nelle camere, nelle suites e negli ambienti comuni. L’etage dei ventagli, un intero piano dedicato a questi delicati e rari oggetti, ospita oltre 200 esemplari provenienti da epoche e Paesi diversi. La collezione prende vita negli anni Settanta del Novecento, quando Pierluigi Beggiato si aggiudica all’asta di Sotheby’s alcune bottiglie di vino raro insieme a una piccola selezione di cavatappi: da quella scintilla è nata una passione di famiglia che, nel tempo, si è trasformata in un patrimonio artistico da condividere con gli ospiti. Ma andiamo a scoprire ora l’intrigante offerta enogastronomica del Metropole... Dopo gli anni stellati Michelin, che ne hanno segnato per oltre un decennio la cucina, oggi l’Orientalbar & Bistrot propone un’esperienza centrata su ingredienti d’altissima qualità e un servizio attento, nello spirito del bistrot contemporaneo. Il menù, sempre stagionale, nasce da una ricerca meticolosa di prodotti locali eccellenti, valorizzati da tecniche, spezie e suggestioni orientali. Il risultato è una cucina, fra ospitalità orientale e sapore veneziano, che esalta il pesce della laguna e le grandi verdure del territorio, creando fusioni di sapori sorprendenti e armoniose. Tra i
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Tony Cragg, Glass Week 2025, Installation views
piatti simbolo, le capesante – le coquille Saint-Jacques – rappresentano un must del menù, reinterpretate in chiave originale e stagionale dallo chef Alfonso Cicerale. Altrettanto distintive sono le degustazioni di piccoli assaggi “Oriental” e “Veneziani”, pensate per trasformare un aperitivo informale in un’esperienza culinaria raffinata. Il tutto in un luogo sospeso tra antico e contemporaneo, fra luci soffuse, mobili coloniali, velluti rosso profondo e l’aroma speziato del pepe nero di una Venezia crocevia di scambi commerciali con l’Oriente. In alto, un neon percorre tutto il perimetro del bar, sovrastando l’atmosfera soffusa col suo messaggio enigmatico. Si tratta di «C.S. #41 Freud Series», opera dell’artista Joseph Kosuth dedicata a Sigmund Freud, biglietto da visita di quest’am-
biente bohémien, ritrovo di artisti e musicisti. Grazie alla sua vicinanza con la Biennale e alla sua atmosfera intima, il bar – dove un tempo, quando il palazzo era un ricovero per fanciulle abbandonate, nell’epoca di Vivaldi, sorgeva una piccola cappella – accoglie spesso per lunghi ape-
ritivi o tarde conversazioni serali artisti contemporanei come Ai Wei Wei, Michelangelo Pistoletto, Nancy Fouts, Tracey Emin, Gavin Turk, Paul Benney, Urs Fisher, Franz West, Christopher Bucklow, Koen Vanmechelen, Susan Kleinberg, Jaume Plensa, Alighiero Boetti, Erwin
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Wurm. La passione di Gloria Beggiato per l’arte ha anche aperto le vetrine del bar e le sale dell’hotel alle opere di maestri affermati come Lino Tagliapietra o artisti contemporanei come Nancy Fouts, Gavin Turk, Tony Cragg e Rob & Nick Carter, rendendolo un vero e proprio salone d’arte contemporanea. Così non possono mancare i grandi classici del bartending, preparati a regola d’arte dall’head barman Andrea Brunello, come Negroni e Americano, che utilizzano gin e ingredienti locali. Tra gli iconic cocktails del Metropole spiccano il “Metropoire”, un’esperienza sensoriale preparata con Champagne, liquore alle pere Williams e Frangelico servito in una suggestiva coppa e l’“Oriental Spritz”, sofisticata interpretazione dell’aperitivo veneziano, arricchito da un tocco orientale grazie all’uso di karkadè, zenzero, spezie ed erbe aromatiche. Ma, da ottobre a marzo, l’Orientalbar & Bistrot offre anche il rito del tè, un’esperienza unica a Venezia. Miscele rare, selezionate dalla carta dei tè, curata dalla tea sommelier Gabriella Scarpa dell’ArTea Academy, rendono preziosi i pomeriggi invernali. Pregiati tè in foglia, accompagnati da pasticceria fatta in casa e da un servizio attento, ritemprano corpo e spirito, in un’atmosfera arricchita da raffinati dettagli orientali. Il Metropole Oriental Blend è una miscela creata appositamente per l’hotel, da degustare al bistrot o da acquistare: tè nero cinese, mela, cannella, semi di coriandolo, cardamomo, fette d’arancia, pepe rosa, chiodi di garofano e aromi naturali si sposano nella tazza, consegnando al palato l’essenza del Metropole. Ma non è finita qui, perché alcuni anni fa l’estrosa Gloria ha incontrato nel suo percorso di vita Silvia Bisconti, direttrice creativa dell’atelier di moda sartoriale Raptus&Rose, un brand e una filosofia autentici per abiti unici cuciti a mano e realizzati
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con passione e poesia assoluta. Da quest’incontro, che potremmo definire di “due anime per un luogo stra-
ordinario”, sono nati la Rose Room, un intreccio tra sartoria visionaria, atmosfera, alta cucina e ottimi coc-
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ktail pregiati con allestimenti scenografici che portano la firma della stilista e il progetto Raptus & Rose, con i quali il Metropole ha superato il concetto d’ospitalità, dando vita a un luogo di esperienze ed eventi d’eccezione. E per chi vuol vivere all’aperto, il Metropole custodisce anche un giardino segreto... È l’antico Giardino degli Agrumi, un’oasi di gelsomini, palme e agrumi profumati, dove un’elegante orangerie in stile liberty promette quiete e bellezza. Nella bella stagione, quest’angolo verde diventa il luogo ideale per iniziare la giornata con una colazione sotto il gazebo, avvolti dai colori e dai profumi degli aranci in fiore o per gustare all’aperto cocktail raffinati e i piatti dell’Orientalbar & Bistrot. Ultima chicca del Metropole la Spa & Wellness, un ambiente che riporta alle atmosfere avvolgenti degli antichi Hammam, fra mosaici rifulgenti e decori in foglia d’oro, luci soffuse, marmi e imponenti colonne. L’ispirazione di creare una SPA al Metropole viene a Gloria Beggiato quando, contemplando due antiche colonne di legno nel giardino, ha la visione di un antico hammam orientale. Le colonne in legno e la scenografica piscina con idromassaggio e getti d’acqua calda a 37 gradi in inverno e fresca a 28 gradi in estate, circondata da decori in foglia d’oro e luci soffuse, dominano ora l’ambiente della SPA, dove tra la doccia con cromoterapia, la cascata di ghiaccio e i vapori profumati si vive un’esperienza autentica di Hammam. Imperdibile il “Royal Ritual”, tra candele, luci soffuse e fragranze esotiche, vi aspetta un percorso di savonage con sapone nero all’eucalipto e frizioni con panni caldi, seguito da un delicato gommage per il corpo. L’esperienza culmina con un rilassante massaggio di coppia agli oli aromatici, operato da una Spa Therapist, fondendo tecniche orientali e occidentali e un momento di puro lusso
nella vasca con una flute di Champagne per brindare nell’alcova dorata. Ma una grande novità è da poco arrivata per il Metropole... L’assegnazione della Chiave Michelin 2025! La Guida Michelin lo scorso 8 ottobre ha premiato, durante una cerimonia esclusiva al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, la sua prima selezione mondiale delle Chiavi Michelin, un nuovo riconoscimento che celebra l’eccellenza dell’ospitalità nel mondo: le Stelle premiano i migliori ristoranti, le Chiavi Michelin invece riconoscono gli hotel che offrono soggiorni indimenticabili. In questa prima edizione, ben 2.457 hotel in tutto il mondo hanno ricevuto Una, Due o Tre Chiavi, mentre 4 premi speciali sono stati assegnati a strutture che si sono distinte per la loro eccellenza e unicità in specifici ambiti. Dopo un’accurata selezione condotta tra oltre 7.000 hotel presenti nella Guida Michelin, gli ispettori hanno individuato le strutture che offrono esperienze d’ospitalità
eccezionali. Tra queste, l’Hotel Metropole di Venezia si distingue, aggiudicandosi Una Chiave Michelin 2025, insieme ad altri 3 alberghi italiani. Come ha spiegato Gwendal Poullennec, direttore internazionale della Guida Michelin: “Proprio come le Stelle Michelin celebrano i migliori ristoranti del mondo, le Chiavi Michelin rivelano gli hotel che offrono i soggiorni più straordinari, dove design, servizio e location si fondono per creare momenti indimenticabili. Con l’introduzione delle Chiavi Michelin, la Guida stabilisce un nuovo punto di riferimento globale e indipendente per esperienze alberghiere eccezionali”. Ma ecco il commento della patronne Gloria Beggiato, che ha personalmente ritirato il premio a Parigi: “Con grande gioia e profondo onore, accogliamo questo riconoscimento, che premia non solo l’eccellenza dell’ospitalità, ma anche l’anima di un luogo unico fatto di atmosfere, visione e delle persone che ogni giorno lo rendono vivo!”.
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Nuova veste per il Relais & Châteaux
LONDRA PALACE VENEZIA
CON LUMINOSI INTERNI DI ISPIRAZIONE ART DÉCO IN CHIAVE CONTEMPORANEA andrea cappelli Se la storia della famiglia Babini nel settore dell’ospitalità di alto profilo è iniziata nel 1938, anno d’acquisto dell’Hotel d’Angleterre et Beau Rivage a Venezia, oggi conosciuto come Londra Palace, nel marzo 2023 ha lanciato un nuovo brand dell’ospitalità, The Hospitality Experience, che,
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al momento, raccoglie i tre alberghi di proprietà, indirizzi iconici già punto di riferimento internazionale dell’hôtellerie, riflettendo la cultura e il carattere di destinazioni esclusive: il Relais & Châteaux Londra Palace di Venezia, il The Place a Firenze e il Relais & Châteaux Borgo dei Conti
Resort a Montepetriolo in Umbria. Così inizia una nuova era con la creazione di un modello d’ospitalità in grado d’esprimere personalità ed esperienze molto diverse, ciascuna legata allo stile e alla tradizione locale. Una collezione che garantisce valori condivisi e una forte visione co-
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mune: “I nostri oltre 80 anni d’esperienza nel settore, oggi danno vita a una nuova collezione di hotel e resort di fascino e personalità, perfettamente integrati sul territorio – spiega il ceo e owner Carlo Babini, che prosegue l’eredità culturale e la visione imprenditoriale della famiglia – la collezioni di charme ‘THE’, nata dal desiderio di valorizzare le unicità delle nostre strutture sotto il segno di valori condivisi che guidano il nostro staff e management, in totale ben 150 dipendenti. Un soggiorno in un hotel o resort della collezione è un’esperienza indimenticabile per il cliente, che la vive grazie alla propensione per la conservazione di beni storici. Tutto ciò al fine di permettere all’ospite di vivere un’esperienza creata dal capitale umano come parte imprescindibile della filosofia dell’ospitalità, dalla cura del personale, alla loro formazione e attitudine, alla conservazione dell’heritage culturale e architettonico dei luoghi in cui si trovano le strutture ricettive. La nostra filosofia è infatti improntata al desiderio di creare una collezione
di alberghi diversi tra loro, capaci di mantenere la loro unicità e valorizzare il territorio. The Hospitality Experience ha come fil rouge un’ospitalità fatta di legami e passioni che lasciano il segno. La bellezza d’immergersi nel contesto e costruire relazioni: vicini alle persone, lontani dai luoghi comuni. Il viaggio come desiderio di sintonizzarsi con lo spirito del luogo. Un nuovo modello di relazione tra l’ospite e il contesto, che favorisce la conoscenza della vita locale e permette di respirare atmosfere autentiche”. I tempi cambiano, il mondo evolve, nuovi contesti richiedono nuove risposte. La lunga esperienza della famiglia Babini nella gestione di hotel di lusso diventa così con THE un nuovo modello d’ospitalità esperienziale, che riflette la cultura e il carattere di tre destinazioni esclusive. Il marchio THE include infatti tre strutture per tre mondi diversi: a Venezia un hotel storico con una vocazione per l’arte e la bellezza, simbolo iconico di una città dove tradizioni locali e spirito cosmopolita convivono da secoli; a Firenze, The Place, nel por-
tafoglio della famiglia Babini dal 2003, è un’elegante dimora toscana di gran fascino, la miglior introduzione all’anima rinascimentale di una città contemporanea. Un Leading Hotels of the World, affacciato nella suggestiva piazza Santa Maria Novella, da 20 camere e suites, di cui una parte recentemente rinnovate, così come gli spazi comuni e l’ampio dehor con una visione internazionale che mira a celebrare una delle città simbolo della cultura italiana. Ogni dettaglio dell’hotel emana carattere e riflette l’armonia e la bellezza senza tempo di Firenze, con tutta l’energia pulsante del capoluogo toscano; antica tenuta aristocratica dell’Ottocento che si estende per oltre 16 ettari a soli 20 kilometri da Perugia, il Relais & Châteaux Borgo dei Conti Resort, antico castello della nobil famiglia Rossi Scotti a Montepetriolo in Umbria, è un incantevole resort immerso nella verde campagna umbra, dove le giornate scorrono lente e il contatto con la natura ispira il massimo relax: un invito a immergersi nella natura, nella dolcezza, nei
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sapori e nelle tradizioni artigianali di una terra lontana dal flusso turistico di massa. Ma oggi andiamo ad approfondire la realtà del Londra Palace, iconica dimora veneziana “dalle cento finestre” in Riva degli Schiavoni, a pochi passi da Piazza San Marco, dal Ponte dei Sospiri e da tutti gli altri luoghi simbolo della Serenissima, ma anche dai suoi angoli più segreti... Dispone di 52 camere e suites, diverse l’una dall’altra per arredi, tappezzerie, mobili d’antiquariato, tutte dotate di bagni spaziosi e luminosi, comodi armadi, rispettose dell’eleganza e dell’inconfondibile stile veneziano. La vista è sempre incantevole: la scelta è fra il Bacino di San Marco, le acque calme della Laguna, l’isola di San Giorgio Maggiore, la Giudecca e il Lido da una parte o i tetti, i campanili e i caratteristici comignoli veneziani dall’altra. Il nucleo originario del Londra Palace ri-
Maître de maison Alain Bullo
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sale al 1853, quando si chiamava Hotel d’Angleterre & Pension, in risposta alla crescente esigenza di accogliere ospiti dopo l’arrivo della ferrovia e poi diventato Londres. Nel 1865 venne costruito il Beau Rivage in stile neolombardesco, unito all’Hotel d’Angleterre da un corpo di collegamento. La sopraelevazione dell’edificio più antico negli anni Cinquanta del secolo scorso e le più recenti ristrutturazioni della facciata e degli spazi comuni interni hanno dato all’albergo il suo attuale aspetto con la denominazione “Londra Palace”, che è arrivata negli anni Settanta del Novecento. L’albergo è da sempre ritrovo d’elezione di artisti, uomini di cultura, viaggiatori e turisti che amano i luoghi autentici, non uniformati allo spirito del tempo. Oggi, dopo oltre 170 anni di vita, il Londra Palace Venezia si presenta con una nuova veste e un naming rinnovato, che sottolinea con maggior forza la magnificenza della sua localizzazione. Sempre in perfetto equilibrio tra passato e futuro, nel segno della contemporaneità e della luce per un inedito contemporaneo look & feel, che, se da un lato coinvolge tutti gli asset dell’hotel, dall’altro ne lascia inalterata l’anima unica e magica, come quella di Venezia. Il Dna inconfondibile di questa iconica dimora è stato riletto e rinnovato in una chiave interpretativa autentica e attuale, sempre rispettosa degli standard dell’alta ospitalità che la città vuole offrire. Il nuovo interior design è frutto di una minuziosa ricerca storica e diventa espressione e protagonista della Venezia contemporanea, che porta a nuova vita il proprio stile: le sete, i velluti e i broccati utilizzati all’interno dell’hotel infatti sono chiaramente individuabili, come gli elementi tradizionali locali, quelli nati ispirandosi dallo studio dei dettagli ritrovati in aristocratiche ville venete. Questi tessuti, tuttavia, sono stati ridisegnati aggiungendo alle linee storiche stilizzazioni geometriche e figure astratte: l’essenza dell’antico è ancora presente, ma in una forma più leggera e dinamica,
che oggi incontra il genius loci della città. In questa cornice si trovano oggi nuovi complementi d’arredo, sodalizio tra storia e futuro – dai lampadari di Fortuny ai vetri di Murano – realizzati da maestri artigiani locali con nuove forme e colori. E fin dall’arrivo la lounge si presenta come un nuovo – antico salotto veneziano in cui si stagliano le inserzioni di design dei lampadari di Murano, capaci di catturare la potentissima luce naturale della laguna, riproiettandola in tutti gli ambienti interni della dimora, un vero e proprio luogo di ritrovo, aperto agli ospiti dell’hotel e a nuove contaminazioni da parte della città. Il legame profondo con la storia della Serenissima e l’accoglienza impeccabile hanno determinato l’appartenenza del Londra Palace Venezia dal 2012 alla Relais & Châteaux, associazione fondata nel 1954, che oggi conta oltre 580 hotel e ristoranti di charme unici in tutto il mondo, che appartengono e sono gestiti da imprenditori indipendenti – nella maggior parte dei casi famiglie, come quella dei Babini – uniti dalla passione genuina per il proprio mestiere, cioè l’ospitalità d’alto livello e dal desiderio d’instaurare con gli ospiti un legame autentico, coniugando il fascino di un albergo storico col comfort e i servizi più avanzati. Presente in tutti e 5 i continenti, dai vigneti della Napa Valley alla Provenza e fino alle spiagge dell’Oceano Indiano, Relais & Châteaux invita i viaggiatori da ogni angolo del mondo a vivere dei “delicious journeys”, assaporare l’inimitabile art de vivre radicata in ogni cultura locale e condividere esperienze uniche e indimenticabili. Gli associati Relais & Châteaux sono animati dal desiderio di salvaguardare e promuovere la ricchezza e la varietà delle cucine e delle tradizioni dell’ospitalità in tutto il mondo, affinché possano continuare a esser tramandate e a prosperare. E nel novembre del 2014 Relais & Châteaux ha presentato all’Unesco un “manifesto” che sancisce la volontà e l’impegno a tutelare, da parte di tutti gli hotel associati,
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l’ambiente e il patrimonio culturale di ciascun territorio, ognuno con le proprie diversità gastronomiche. Infatti, in linea con questi principi, il settore ristorazione del Londra Palace Venezia propone una cucina autentica che, lasciandosi ispirare dalle primizie del giorno del mercato, rivisita i sapori della laguna con creatività. Il team del Londra Palace Venezia
lavora ogni giorno per offrire agli ospiti “una casa lontano da casa” dove scoprire la storia, i sapori e l’art de vivre veneziani. Ma ogni spazio del Londra Palace Venezia è concepito per regalare un’esperienza emozionale, come la spaziosa veranda sulla Riva degli Schiavoni, che accoglie gli ospiti dalla prima colazione fino a tarda serata: un intrigante
dehors che diventa intermezzo per una piacevole pausa, un lunch raffinato o una cena romantica, sottolineata dalla melodia lagunare, dove fermarsi a gustare le specialità gastronomiche e sorseggiare un cocktail creativo, seduti comodamente davanti alla laguna, da spettatori del via vai di gente da tutto il mondo e di tutte le culture, pur in un luogo intimo. Uno dei luoghi più invidiati del Londra Palace Venezia è la sua altana, terrazza tipica veneziana costruita sopra il tetto, la più alta della città, che soddisfa il desiderio di grande bellezza d’ogni ospite, offrendo una skyline inedita sulla storicità dell’antica repubblica marinara che consente d’ammirare una visuale unica, a perdita d’occhio, spaziando dalle isole lagunari fino alle Dolomiti innevate. Questo prezioso angolo di paradiso permette una vista a 360° sulla Serenissima e viene spesso richiesta, in modo esclusivo, per occasioni speciali. Il Londra Palace Venezia rientra pure nella guida “Locali Storici d’Italia” e annovera tra i suoi principali ospiti più illustri: il compositore russo Petr Il’Ic Tchaikovsky, che nel dicembre 1877 compose nella stanza 106 i primi 3 movimenti della Sinfonia n°4, originariamente intitolata “Do Leoni”, come riporta la targa collocata sulla facciata dell’albergo dal Comune di Venezia nel 1982; il vate Gabriele D’annunzio, che soggiornò qui nell’autunno del 1887, sbarcando dal “Lady Clara” e intervenendo all’inaugurazione del monumento eretto a Vittorio Emanuele II, che tutt’oggi si trova di fronte all’hotel; lo scrittore francese Jules Verne: una recente e felice scoperta, rivelata da Nicolás Moragues, professore di Storia presso l’Università delle Isole Baleari e co-fondatore della Jules Verne Hispanic Society, certifica che lo scrittore ha qui alloggiato tra l’11 e il 13 luglio del 1884 incontrando l’arciduca Louis Salvator d’Austria. La Gazzetta di Venezia del 12 luglio 1884 scrive: “Il celebre romanziere francese sig. Giulio Verne è arrivato colla famiglia, ed alloggia all’Hotel d’Angleterre. Egli prepa-
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ra un nuovo romanzo scientifico, che ha per teatro il Mediterraneo. Perciò fa una lunga peregrinazione nel suo yacht a piccolo cabotaggio sulle coste della Sicilia e dell’Italia meridionale”. Già famosissimo in tutta Europa, per conservare l’anonimato si registra col nome di Prudent Allotte, il nonno, ma i veneziani, illuminati bizantini, scoprono l’arcano e, come riporta la “Gazzetta di Venezia” del 12 luglio 1884 ”Onori e ricevimenti non gli furono risparmiati… Venezia lo salutò con striscioni con la scritta ‘Evviva Giulio Verne!’, fuochi d’artificio, illuminò la facciata del suo hotel e dipinse il suo nome sopra la terrazza con lanterne. L’intera città era letteralmente ai suoi piedi”. Lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges, per il quale possiamo raccontare un aneddoto curioso: negli ultimi anni della sua vita, già affetto da cecità, era a Venezia d’inverno, in occasione di una conferenza nell’Isola di San Giorgio (di fronte al Londra Palace) assieme alla sua segretaria, Marìa Kodama, divenuta, a poche settimane dalla morte, la sua seconda moglie. La signora Kodama ave-
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va scelto casualmente il Londra Palace per l’alloggio. Tornando a casa, Borges aveva un sacchetto della biancheria col nome dell’hotel e la sorella ha riconosciuto il nome di dove erano andati in vacanza da giovani coi genitori; il poeta e saggista russo Iosif Brodskij, Premio Nobel per la letteratura: come tutti sanno, Brodskij era di casa a Venezia, a cui ha dedicato il libro “Fondamenta degli incurabili”, pubblicato nel 1989, e passava di albergo in albergo. Famosa è la sua frase «Avrò sbagliato a non nascere qui». A Tchaikovsky, Borges, D’Annunzio e recentemente a Verne sono dedicate splendide suite affacciate sulla laguna: quella del compositore russo riporta appese alle pareti, rivestite di tessuti preziosi, le testimonianze del suo passaggio a Venezia e al Londra Palace; mentre la Jules Verne richiama come atmosfera e dettagli i viaggi straordinari dei racconti dello scrittore francese. Alla guida della dimora e di tutto il team di professionisti che si dedicano con passione e dedizione all’ospitalità, il distinto, elegante e discreto maître de maison Alain Bullo,
che, incredibile destino della vita, conosce questa dimora da quand’era bambino: suo padre, veneziano, concierge al Londra Palace per oltre cinquant’anni e sua madre, parigina, si sono conosciuti proprio in questa icona d’ospitalità. Testimone e voce narrante – da più di vent’anni, di cui gli ultimi dieci come Maître de Maison – della costante evoluzione di Venezia e del corale senso d’ospitalità del Londra Palace Venezia, Alain Bullo trasmette la vera passione, i saldi valori e il senso dell’ospitalità che da sempre contraddistinguono lo spirito di ogni Relais & Châteaux: «La nostra dimora, per scelta e dna, è da sempre aperta alle contaminazioni di Venezia, nell’ottica di uno scambio mutevole: per rendere omaggio a chi ancora ci vive, ma anche per chi arriva da lontano. Siamo profondamente legati alla nostra città, ma consapevoli dei cambiamenti in atto, facendoci promotori, anche culturali, della Venezia del presente e del futuro. Mettiamo la nostra passione, sensibilità ed esperienza a servizio dell’ospite, accogliendolo non solo come viaggiatore della no-
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stra dimora, ma con la volontà di renderlo parte attiva di questa magnifica e multiforme città. Il Londra Palace Venezia, dove senso estetico e comfort vanno di pari passo, è un posto speciale con un’allure tradizionale, di conseguenza abbiamo una forte empatia con l’ospite. Tutto ruota intorno all’esperienza, perché l’albergo fa parte del viaggio ed è la scenografia dei ricordi, per questo a tutti cerchiamo di regalare la bellezza che più sentono vicina alla propria anima”. Gli ultimi anni sono stati forieri di grandi novità... “Infatti abbiamo recentemente presentato un nuovo look & feel, partendo dal logo fino a una palette colori molto ricercata e di carattere, quindi anche con un nuovo naming, Londra Palace Venezia, sempre con l’obiettivo di un solido e altissimo livello di standard d’ospitalità, sussurrato e non gridato. Tutto è stato pensato nel segno di uno stile veneziano ancor più elegante e contemporaneo ma classico, nel senso che tutti gli interventi fatti sono nell’ottica di enfatizzare l’anima del Londra Palace Venezia e la sua storia, apportando novità senza snaturare i valori e il legame importantissimo che l’hotel ha con la destinazione. La nostra fortuna è che lo stesso team di architetti ci segue da molti anni e conoscono la struttura nel dettaglio, così da dare una coerente continuità agli interventi in un mix equilibrato di tessuti, texture, colori e forme”. La ristorazione com’è organizzata? “Dalle 12,30 alle 17 abbiamo a disposizione l’LPV Bistrot, una formula veloce, sfiziosa e leggera con un servizio smart, aperto anche agli ospiti esterni, che sarà sempre più veneziano, incentrandosi sull’arte di coniugare concretezza, genuinità e innovazione: una proposta semplice e completa basata ancor più sulla ricerca delle materie prime stagionali e fresche. L’idea è regalare i sapori della laguna rivisitati con creatività, ma senza farne sfuggire il gusto autentico. Così abbiamo deciso di concentrarci sullo studio della storia e della cultura tipica veneziana, d’interpre-
tare in modo contemporaneo piatti che abbiano un’attenzione particolare alla tradizione. Da tempo siamo orientati al kilometro zero, il biologico e la pesca sostenibile, proponendo anche alcuni pesci cosiddetti poveri, ma che di povero non hanno nulla, anzi il pesce azzurro è gustosissimo e particolarmente indicato per una sana alimentazione. L’idea è nata dalla frequente richiesta di pasti generalmente di una sola portata, ma completi e accattivanti. Così abbiamo fresche proposte, anche vegetariane, che celebrano sicuramente gli ingredienti anche legati al terri-
torio e certificati. Poi ancora dell’ottimo crudo di pesce, il migliore reperibile al mercato, pescato in maniera sostenibile di notte dal nostro fornitore di fiducia perché tutti i nostri prodotti ittici non provengono da importazione o allevamento. Per la cena, dalle ore 19 alle 22,30, proponiamo il nostro ristorante gourmet LPV, votato a esaltare l’arte culinaria, concentrandosi sulla magia e l’unicità della sera veneziana per palati cosmopoliti. Un percorso di fine dining
Chef Daniele Galliazzo
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per chi vuole esplorare i gusti della tradizione veneta, forte sia dell’elegante sala da pranzo, un ambiente carico d’atmosfera, che del fascino della terrazza esterna con veranda affacciata sulla Riva degli Schiavoni. Il timone della doppia proposta gastronomica è da 4 anni nelle solide mani dell’executive chef Daniele Galliazzo, classe 1984, che già da 5 anni rivestiva da noi il ruolo di sous chef. La sua filosofia di cucina è solo apparentemente semplice, estremamente legata al territorio e alle materie prime, molto rispettosa delle tradizioni regionali e volta a enfatizzare gli ingredienti in consistenza e sapori con un tocco vivace. Chef Galliazzo interpreta la cucina veneziana con uno sguardo essenziale ma tecnico: nessuna ostentazione, ma solo equilibrio e rispetto per il prodotto per piatti nitidi, centrati sulla stagionalità, tra pesce di mercato, selvaggina e proposte vegetali che riflettono un’identità matura e consapevole. Attualmente chef Galliazzo porta in carta nuove creazioni gastronomiche chiare e autentiche, declinate in
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3 diversi menu che raccontano il territorio: “Pescaria”, in onore alla storica zona del mercato di Rialto, dedicata alla vendita del pescato locale; “Beccaria”, in veneziano beccher è il macellaio, per le carni della tradizione regionale, a omaggio del Vicolo dei Macellai e alla loro filosofia senza scarti; “Erbaria”, che interpreta le ricche tradizioni orticole e di foraging di Venezia e delle isole-giardino della
laguna, un trionfo di verdure e frutta. Tra i piatti signature “Spaghetti Vitello e Tartufo” – pasta fatta in casa trafilata al bronzo, ragù di spalla di vitello, tartufo nero a julienne e salsa allo zafferano; entrano in carta anche nuove proposte come i “I Garusoli” – lumaca di mare, servita con una calamarata, crema di peperone rosso ed olio al coriandolo. A completare la proposta infine la sezione golo-
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sa della scaleteria – “el scaleter” in veneziano è il pasticciere – cioè la carta dei dessert a cura della nuova pastry chef Sara Gambino, che propone sapori delicati e freschi, con un twist di ricercatezza estetica come la “mousse del pavone”, semifreddo al mirtillo, salsa alla pesca e vaniglia. Offriamo anche una bella selezione di vini ben articolata e ricca di etichette non scontate, curata dal primo maitre d’hotel Sante Malizia, che coordina anche la grande regia del servizio di sala”. Come funziona il servizio colazione? “Ormai abbiamo eliminato il buffet, che purtroppo causava molto spreco di cibo, che eticamente davvero non ci possiamo più permettere. Abbiamo un servizio solo alla carta, servendo una colazione continentale tutta espressa, che naturalmente può esser servita anche privatamente in camera. L’anno prossimo introdurremo un carrello dei lievitati, cioè dei pani e dei dolci, dal quale l’ospite potrà scegliere liberamente ciò che più desidera”. Ma sosta imperdibile per gli appassionati di mixology a Venezia è il vostro LPV Bar... “Qui, dalle 10,30 alle 24, ci si può far tranquillamente coccolare dagli aperitivi preparati dal creativo head bartender Marino Lucchetti, storica figura della mixology internazionale, da vent’anni in hotel: famoso per l’eleganza e lo stile con cui presenta reinterpretazioni classiche e contemporanee di cocktail tradizionali in chiave personale, nonché per alcune ricette segrete originali di sua creazione”. Alain, lo scorso anno l’albergo è stato protagonista di grandi lavori, che hanno dato una luminosità particolare agli ambienti comuni... “Esatto, è stato caratterizzato dall’impegnativo lavoro di ristrutturazione di tutto il piano terra, perciò il ricevimento, dove gli ospiti vengono accolti dai nostri concierges d’altri tempi, i salotti, il bar e il ristorante, secondo un design di ispirazione Art Déco. Il pavimento è in ‘terrazzo’, tipico dell’area veneziana dal Settecento, tradizionalmente costituito da piccole parti di marmo legate con calce. Alle pareti abbiamo
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messo dappertutto la boiserie e lo abbiamo potuto fare solo grazie al Mose, prima sarebbe stata un’operazione impensabile perché almeno una volta l’anno l’albergo era interessato dal fenomeno dell’acqua alta e perciò il piano terra era alluvionato. L’idea stilistica – progettuale, sviluppata dallo Studio veneziano di architettura Ruberti & Cutillo, che ci segue ormai da oltre 10 anni, rende omaggio al periodo in cui il Londra Palace Venezia raggiunse l’attuale volumetria e importanza, grazie all’unione dei due edifici, l’Hotel d’Angleterre e l’Hotel Beau Rivage, nei primi decenni del Novecento. La filosofia a cui ci siamo ispirati è stata una rivisitazione in mood veneziano e contemporaneo dell’art decò. Partendo dallo studio della storica facciata in pietra d’Istria bianca – che dal 1853 si staglia su Riva degli Schiavoni – due sono gli elementi distintivi, il fil rouge del nuovo lifestyle dell’hotel: la luminosità e la geometria – rombi e cerchi – riportati negli ambienti interni grazie alle decorazioni delle pareti – boiserie, tessuti e mosaici – che ridefiniscono l’intero piano terra della dimora, creando continuità tra gli ambienti outdoor & indoor. Il color rosa tenue, che impera un po’ dappertutto nei nostri nuovi interni, è derivato dal rifacimento della facciata esterna, che ha portato alla luce quello che sembrava un marmo rosa, ma in realtà era dipinto e anche alcuni disegni della facciata si ritrovano nella boiserie. La nuova Lounge, caratterizzata da boiserie, lesene, cornici a parete e a soffitto, pannelli in legno intagliati, grandi specchi, accoglie nuovi spazi con un affaccio privilegiato su Riva degli Schiavoni e sul Bacino di San Marco. Il nuovo Salotto Zecchin diventa il luogo perfetto per chi vuole immergersi nel patrimonio storico artistico veneziano di inizio secolo; è qui che si trova la selezione d’arte e di libri storici della collezione privata della Famiglia Babini. Infatti, quella che chiamavamo la saletta del tè, adesso è diventata un elegantissimo salotto, alle cui pareti sono raccolti i
quadri più importanti dell’Hotel, dedicato all’artista e designer veneziano Vittorio Zecchin (Murano, 1878/1947): figlio di un tecnico vetraio muranese, Luigi, formatosi nelle vetrerie della sua isola, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Insofferente verso la cultura verista tardo-ottocentesca, che qui incontra, si sente piuttosto attratto dagli stimoli offerti dalle Biennali veneziane, che frequenta assiduamente, così respira le opere che gli artisti europei d’inizio Novecento portano ogni 2 anni a Venezia e le fa sue, entrando in contatto con le ricerche simboliste. Intraprende così una significativa ricerca sulle potenzialità espressive del vetro mosaico e i suoi lavori si distinguono per estrema novità e raffinatezza. Interessato anche alle arti applicate, Zecchin organizza a Murano un laboratorio di arazzi e ricami, eseguiti perlopiù con un punto di sua invenzione (punto mio), che imita la pennellata. Parallelamente all’instancabile attività di designer di vetri, dagli anni Venti si dedica anche, seppur episodicamente, all’arte del mosaico e alla progettazione di mobili. Uomo dall’aspetto imponente, ma dal temperamento timido e schivo, Vittorio Zecchin, detto “il Gustav Klimt italiano”, uno dei più originali interpreti italiani del liberty, era dotato d’una sensibilità rara e versatile, che gli consentì d’aprire gli occhi e il cuore al mondo, ma senza mai lasciare Venezia. All’LPV Bar il nuovo carattere è glamour e scintillante, abbiamo spostato il pianoforte, per cui d’inverno potremo ascoltare musica dal vivo, creando una bella atmosfera; il nuovo bancone satinato accoglie gli ospiti nelle alte sedute, diventando il palcoscenico perfetto per le creazioni dell’head bartender Marino Lucchetti, con la sua mixology d’autore, da oltre 18 anni reinterpreta in chiave personale le famose miscele dei cocktail e mocktail veneziani, nel nuovo stile dettato dall’interior design caratterizzato da superfici laccate come seta, vetri antichi e ottoni naturali, oltre che da lampadari di Murano e dai cuscini
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“Salomè”. Entrano in carta nuove proposte come il “Peacocktail”, ad omaggio del Pavone rappresentato sul tessuto Salomè: a base di Gin Mermaid Pink, liquore di Lychee, liquore alla Violetta e Passoa, frullato di lamponi, dal colore rosa deciso. Infine parliamo di LPV Restaurant, una coccola che adesso finalmente ha una sua zona soft completamente chiusa. Tessuti e mosaici sono protagonisti: il prezioso tessuto Salomè, disegnato da Ruberti & Cutillo e realizzato in esclusiva per l’hotel dalla Tessitura Rubelli (una delle più importanti realtà dell’artigianato veneziano dall’Ottocento) tra ispirazione dall’iconico Vaso Salomè di Vittorio Zecchin del 1921, celebre manufatto di Art Déco veneziana ispirato a dei mosaici che si trovano nella chiesa di San Donato a Murano, enfatizzando il simbolo del Pavone e delle sue suggestive piume, che si ritrova anche nelle decorazioni presenti nella Basilica di San Marco. I mosaici, realizzati da SICIS e posati dalle abili maestranze artigiane locali, richiamando invece gli stilemi ge-
ometrici della facciata dell’hotel. Tessuti e mosaici rifrangono l’inconfondibile luce di Venezia, grazie all’elegante palette declinata nelle sfumature dell’oro, rosa, bronzo e del rame. Tra gli arredi diventano protagonisti il grande tavolo nero “Boboli” di Cassina e le sedute di Gallotti e Radice”. Che lavori hanno interessato il Londra nel 2025? “Abbiamo rifatto altre 8 camere, sempre ispirati da un design Art Deco contemporaneo, come per il piano terra, mentre il 2026 vedrà ben 3 mesi di chiusura dell’hotel – dal 7 gennaio al primo di aprile – per importanti lavori, tra cui il completamento del nuovo impianto d’aria condizionata, la facciata del lato interno, che guarda il centro storico di Venezia e tutta la cucina, dove passeremo ai fuochi a induzione per essere sempre più performanti, infatti vogliamo lavorare molto sul fine dining. Tutto questo anche con l’intento poi, dal 2027, di tenere sempre aperto l’hotel, certo continueremo tutti gli anni ad innovare alcune camere, ma questo non comporterà più il dover chiudere la
struttura”. Alain, che sensazioni hai per l’anno 2026? “La gente ha finalmente tantissima voglia di muoversi, viaggiare, divertirsi e uscire, stare all’aperto, passare del tempo in compagnia, infatti la terrazza al piano terra ha un gran successo sia di clientela esterna che di ospiti dell’albergo fino anche a qualche veneziano. Sono sicuro che tantissimi abbiano già le valigie pronte col forte desiderio di fare esperienze uniche in location belle e suggestive... E poi a Venezia è anche l’anno della Biennale d’Arte!”. Entrare negli ambienti dal grande charme del Londra Palace Venezia, dove l’antico risplende di memoria e guardare oltre le finestre, regala l’impressione di lasciarsi il presente alle spalle, una lieve sospensione del tempo che, languida, inebria la vista e bagna le palpebre: si spazia dalla maestosa Isola di San Giorgio alla vicina Chiesa di San Zaccaria, dalla congerie di tetti in tegole fino a Piazza San Marco, centro della storia e della cultura della città, nonché testimone di amori in gondola.
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UN RIFUGIO DI MONTAGNA ENTRA NELLA COLLEZIONE CASA COSTA
Gran Fodà
andrea cappelli
La Collezione Casa Costa nasce dall’Hotel La Perla di Corvara in Alta Badia, costruito da Ernesto Costa nel 1956 come semplice pensione e oggi tra le case più pregiate dell’hotellerie alpina, primo Leading Hotel of the World dell’Alto Adige. Oggi il gruppo, che vuol condividere col viaggiatore la propria passione e l’amore per l’ accoglienza, vanta altre 3 case: il Berghotel Ladinia, storica locanda a Corvara con sole 13 camere, l’Albergo La Posta a Bagno Vignoni in Toscana con le sue vasche d’acqua termale e da poco una nuova entrata nelle Dolomiti, l’Alpine Hotel Gran Fodá, un piccolo rifugio a San Viglio di Marebbe presso il passo Furcia, punto di partenza ideale per gli amanti dello sci e dello snowboard, nonché simbolo di meraviglia, pace e serenità a ben 1.780 metri di altitudine sui prati del parco naturale Fanes-SennesBraies. San Vigilio è un luogo dove la natura regna sovrana con sentieri che si perdono all’infinito, musei che raccontano la storia e la cultura ladina, nonché panorami che incantano in ogni stagione. A fare da fil-rouge è
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un’ospitalità dimensionata a misura di persona e di ambiente, tanto rara quanto preziosa, portata avanti con maestria e spirito pionieristico dalla famiglia Costa. Il Gran Fodá, gran ovile in ladino, è una piccola casa di montagna con 18 camere, ai piedi del Piz da Peres con vista sul Sas de Pütia e la Marmolada. Una location ideale sia per il trekking che per chi scia, direttamente sulle piste da sci del comprensorio Plan de Corones. “C’era una volta un vasto pascolo chiamato Gran Fodà, dove le pecore, tornate nelle stalle, ruminavano i sogni che avevano vissuto tra i fili d’erba. Quel luogo lo abbiamo scoperto e, come loro, abbiamo iniziato a sognare – questo il commento di Michil Costa, estroso e dinamico patron del gruppo Casa Costa 1956, insieme al fratello Mathias e alla sua famiglia, sull’entrata della nuova casa – un angolo di pace, dove l’immaginazione prende vita. Al Gran Fodà, basta aprire gli occhi per lasciarsi trasportare dagli spazi
aperti. Qui, sotto un cielo stellato, l’infinito sembra a portata di mano, un invito a rallentare e riscoprire la meraviglia nelle piccole cose. E i nostri ospiti non necessitano di null’altro che aprire gli occhi e farsi prendere dai sogni, magari col naso all’insù a guardare le stelle. A servizio e umanità ci pensiamo noi. In questo nostro piccolo albergo, che abbiamo immaginato come una casa, ci piace che ogni soggiorno sia speciale, proprio come lo è questo luogo, che esprime un forte genius loci”. Il Gran Fodá segue la filosofia del gruppo Casa Costa 1956: un’ospitalità oltre il turismo, dove pensieri e azioni nascono con uno sguardo lungimirante nella consapevolezza che ciò che facciamo oggi ha una conseguenza sul domani e quindi va fatto nel rispetto dell’ambiente e della comunità che ci circondano. La buona ospitalità qui ha il profumo del cirmolo e dell’abete, nonché dei freschi aromi della neve. Ogni camera è avvolta dalla luce che filtra attraverso
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ampie finestre, offrendo una suggestiva vista sulle maestose Dolomiti e sui prati del Plan de Corones, regalando panorami che cambiano con le stagioni. È la natura stessa a ispirare un design contemporaneo, dove la sobrietà diventa l’essenza di uno stile autentico. Le camere sono infatti un invito a lasciarsi andare, a vivere momenti di pura felicità, immersi in un paesaggio che sembra uscito da un sogno. Se d’inverno le Dolomiti si vestono di bianco e rimangono avvolte dal silenzio della neve, creando un’atmosfera incantata che sembra uscita da una favola, in estate il verde abbraccia l’orizzonte e San Vigilio di Marebbe si trasforma in un luogo ideale per chi ama l’avventura e la tranquillità della natura. I parchi della zona, con la loro varietà di flora e fauna, sono il terreno perfetto per escursioni e passeggiate. Il clima mite, il verde dei prati e il cielo azzurro invitano a immergersi in un paesaggio che offre infinite opportunità: trekking, mountain bike e per-
corsi ciclabili si snodano tra boschi e valli con vista panoramica sulle maestose Dolomiti. “Al Gran Fodà siamo profondamente impegnati a ridurre il nostro impatto sull’ambiente e contribuire a un futuro più sostenibile – continua Michil Costa – crediamo che ogni piccolo passo conti, così ogni giorno cerchiamo di migliorare e fare la nostra parte per preservare la bellezza naturale che ci circonda. Infatti la struttura è certificata Casa Clima A e si orienta ai principi dell’Economia del Bene Comune. Un particolare occhio viene posto alla catena di fornitura, seguendo un codice di condotta per gli acquisti: prima il locale, il biologico e l’equo-solidale. È un luogo un fuori dal rumore del mondo, si potrebbe quasi definire un eremitaggio d’alta montagna, dove regna un silenzio quasi irreale, soprattutto di notte,
Michil Costa
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quando nel cielo limpido non esiste inquinamento luminoso e le stelle divengono protagoniste, perfetto per persone stressate dalla frenetica vita contemporanea, a cui diamo la possibilità di coricarsi in un prato verde, che profumi di erba pulita, cosa oggi davvero non molto scontata. Qui vogliamo sperimentare nuove vie di turismo per stimolare sensibilità, che coinvolgano temi legati al mondo dell’arte, forse l’unica cosa che potrà salvare il mondo e alla filosofia ecogreen, tanto che diverremo un bio-hotel, all’interno del quale useremo solo prodotti biologici e biodinamici. Ma importante è anche che i nostri collaboratori, figure fondamentali in questo progetto, nel segno della grande bellezza della vita, abbiano gioia nel realizzarlo”. Per il ristorante di casa si selezionano con cura le materie prime, entrando in un profondo rapporto di solidarietà con i fornitori, che sono per la maggior parte i contadini e gli alle-
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vatori di quelle valli per una cucina che intreccia passato e presente, unendo la tradizione a una continua ricerca di nuove dimensioni. Al Gran Fodà la tavola celebra il gusto e la genuinità, trasformandosi col cambiare delle stagioni, portando in ogni piatto ciò che la natura offre. Passione, tradizione, ingredienti locali e un tocco di creatività si fondono in piatti autentici, che raccontano il territorio dolomitico. Una cucina che celebra la bellezza delle stagioni, il gusto e la natura. Così il ristorante, con una vista mozzafiato sul Plan de Corones e le vette più belle delle Dolomiti, invita ogni giorno a scoprire un menù che omaggia la cucina ladina e tirolese, arricchito da un pizzico di estro che rende ogni piatto unico. E non potete assolutamente perdervi la terrazza, dove ogni momento diventa speciale grazie alla vista spettacolare che offre. Che si tratti di una colazione estiva, un aperitivo al tramonto - in estate durante l’a-
peritivo vi è anche musica dal vivo – un pranzo rilassato o una cena sotto le stelle, la terrazza regala un panorama senza pari, dove il cielo e la natura sembrano essere a portata di mano. E anche la colazione al Gran Fodà è un’esperienza che ti immerge nei sapori genuini di queste valli. I formaggi e i salumi sono selezionati dai produttori locali, custodi delle tradizioni gastronomiche di queste montagne, che con passione e dedizione lavorano ogni giorno per offrire il meglio al palato. Al Gran Fodà potrete scegliere anche tra due esperienze di sauna, entrambe pensate per migliorare il vostro benessere. La sauna finlandese, ideale per stimolare la circolazione sanguigna e favorire la traspirazione della pelle oppure la biosauna, con un tasso di umidità tra il 40% e il 50%, perfetta per ridurre la ritenzione idrica e purificare il corpo. E dopo aver lasciato alle spalle la stanchezza, immergetevi nella vasca idromassaggio, chiu-
dete gli occhi e lasciate che la serenità della sera vi avvolga, come un dolce abbraccio. Il Gran Fodà è un rifugio circondato dalla quiete alpina eppure a un passo dall’avventura. Una posizione privilegiata per chi ama lo sport e la natura, in ogni stagione. Quando la neve avvolge le cime, il vicino impianto Ruis vi porta in un istante sulle piste del Dolomiti Superski. Quando l’estate sboccia, i sentieri si intrecciano tra boschi, pascoli, perfetti per escursioni, bike e momenti di pura libertà. Così questa zona intorno al Passo Furcia,tra panorami infiniti con le Dolomiti a far da cornice, esprime magia in tutte le stagioni. Gran Fodà è la vostra casa sulle piste, un luogo dove comfort e natura si incontrano armoniosamente, circondati da paesaggi da cartolina. Qui ogni giorno è un invito a scoprire la bellezza autentica di questo intimo angolo di paradiso, perfetto per chi desidera vivere la montagna a 360°.
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DAL 1908
All’Hotel Posta Zirm A Corvara in Alta Badia per scoprire le mille leggende delle Dolomiti, mistiche montagne dove ancora bramiscono i cervi
L’OSPITALITÀ IN STILE LADINO DELLA FAMIGLIA KOSTNER
andrea cappelli Dominate in tempi antichi prima dai Reti e poi dai Romani, è nelle Dolomiti dell’Alta Val Badia che affonda le sue radici la cultura ladina, un passato che si conserva nella lingua – il ladino appunto – e in quei suoi suoni strani, a volte duri, come il clima d’inverno, come la roccia, come la povertà. Che fece da molla per far scattare quel coraggio e spirito d’intraprendenza che spinsero Franz Kostner, classe 1877, a trasformare nel 1908 la pensione “Gasthaus Post” – fondata giusto un secolo prima nel 1808 come stazione di posta, allora unica e modesta attività economica del paese – ospitando come primi clienti i suoi commilitoni della Grande Guerra. Sua, nel 1922, fu l’idea di sviluppare una rete di trasporto di linea locale, diventata negli anni la principale società di corriere della provincia di Bolzano; sua, negli anni Venti, l’idea di dotare la pensione, ancora illuminata a petrolio e carburo, di una piccola centrale elettrica e ampliare la struttura, favorendo uno sviluppo esponenziale del turismo; sua, infine, l’idea di costruire, già negli anni Trenta, un impianto di risalita, una rudimentale slittovia, precorritrice della prima seggiovia d’Italia, realizzata nel 1938 e primo tassello di una rete d’impianti che oggi fa parte della celebre “Sella Ronda”, percorso sciistico unico nel suo genere che si snoda intorno al gruppo del Sella in un carosello di piste che toccano i
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passi Sella, Pordoi, Campolongo e Garden. Ma Franz Kostner, oltre che un lungimirante imprenditore fu soprattutto un alpinista. Un amore per la montagna coltivato in primo luogo nelle sue Dolomiti, che tuttavia lo portò, complice il destino, a sfidare alcune tra le vette più alte e affascinanti del mondo, fin nel cuore dell’Asia, sulla catena dell’Himalaya, affacciata su quella Cina che pochi anni prima, quand’era un giovane ed entusiasta alpino, aveva elevato nella sua fantasia a luogo d’avventura e scoperta per antonomasia. A lui è intitolato il rifugio che si trova in località Vallon, a 2.550 metri d’altitudine, base per accedere alle più belle pareti di roccia della zona (Vallon, Cima 9, Cima 10, Piz da Lec) e meta ideale per facili escursioni di una giornata a cima Boè. Al Vallon è immortalato il grande amore di Franz Kostner per il “suo” paese di Corvara, per le “sue” montagne, le Dolomiti, per la “sua”
gente, i Ladini della Val Badia. Per questi valori ha sempre battuto forte il suo cuore, il cui ritmo si è fermato all’età di 91 anni, il 4 novembre 1968. E se la sorpresa è grande nello scoprire questa storia raccontata con orgoglio discreto dalla famiglia Kostner, le tracce di quest’incredibile passato sono ancor oggi chiaramente leggibili tra le mura stesse dell’albergo: nelle fotografie, nei quadri, negli oggetti dal sapore antico sistemati con gusto a completare l’arredamento e soprattutto nella “Nepal Stube”, la “Sala del Nepal”, vero e proprio omaggio alla vita avventurosa di Kostner. A portare avanti tutto quello che aveva costruito in una vita d’attività il bisnonno Franz – vero e proprio pioniere del turismo in Val Badia, guida alpina di fama ed eroico sergente maggiore dell’impero austro ungarico durante la I Guerra Mondiale, quando qui era ancora Austria – sono oggi i fratelli France-
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mento energetico nella natura, insegna come armonizzare le nostre energie con l’ambiente che ci circonda. Il progetto di questa struttura unica di quasi mille metri quadrati è stato affidato all’architetto Marco Sommavilla, che ha realizzato la Wellness Farm sulla base dei 5 elementi o meglio dei 5 aspetti ciclici dell’energia: Fuoco, Acqua, Legno, Metallo e Terra. A ogni aspetto dell’energia corrispondono particolari cicli di trattamento, di differente durata: il fuoco è abbinato al rilassamento, l’acqua al rafforzamento, il legno alla stimolazione, il metallo al riequilibrio, la terra infine al ciclo completo. Inoltre nella spa vengono utilizzati solo i prodotti “Mei Natura”, piccola ditta di San Vendemiano che propone co-
sco, detto Franz e Silvia Kostner, quarta generazione della famiglia, animati da sincera passione e indubbia capacità imprenditoriala: buon sangue non mente! Infatti, dopo i primi cent’anni di vita, festeggiati nel 2008, ancor oggi nel cuore di Corvara, a 1.558 metri s.l.m., immerso nel paesaggio naturale di rara bellezza delle Dolomiti dell’Alta Val Badia, si trova il “Posta Zirm Hotel”, simbolo della squisita ospitalità che offre al visitatore attento la cultura ladina. L’atmosfera che si respira nelle 70 camere di “casa Kostner”, capace di calamitare turisti da tutto il mondo alla ricerca di silenzio e tranquillità, ormai sempre più rari da trovare nella quotidianità, è quella delle autentiche tradizione altoatesine, che agli ospiti piace ricercare e alla gente del posto piace continuare a vivere: dal “Tracht”, l’abito tradizionale un tempo indossato da uomini e donne nelle occasioni di festa, alle stufe in maiolica ai vivaci gerani che d’estate
Il bisnonno Franz Kostner
ornano balconi e finestre. Qui l’integrazione uomo-natura si manifesta nell’agricoltura, nell’allevamento, nella falciatura dei prati, nel mantenimento del paesaggio tradizionale. E se d’inverno è la neve a dare emozioni, il Posta Zirm è il punto di partenza perfetto per gli appassionati di sci, essendo gli impianti di risalita accessibili direttamente dall’albergo cogli scarponi ai piedi, ma è anche luogo ideale in estate, quando la natura che circonda Corvara diventa il paradiso degli amanti del trekking, della mountain bike, dell’escursionismo, dell’arrampicata, dell’alpinismo. E al ritorno da una giornata d’avventure, che regni un sano freddo o un bel sole, ad accogliervi è la suggestiva Wellness Farm dell’hotel con piscina coperta riscaldata e arricchita da giochi d’acqua (idromassaggio, gorghi, soffioni d’aria), dove la cultura locale si sposa a quella di popoli lontani. Nel rispetto delle antiche filosofie, la spa è stata ideata seguendo i dettami Feng Shui, antichissima scienza cinese del “vento e dell’acqua” che, osservando il movi-
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Silvia e Franz Kostner
smetici naturali di altissima qualità ed efficacia. Offriamo una varietà di trattamenti firmati Mei, come per esempio l’albero della vita. Similmente al mondo vegetale, anche per l’uomo la linfa ricopre un ruolo determinante: elimina le tossine, regola le difese immunitarie e interviene nel metabolismo corporeo. Questo trattamento stimola delicatamente, ma in profondità, il drenaggio dei liquidi per purificare il corpo e ritrovare l’energia. L’albero della vita verrà disegnato sul corpo con il Podostrigiles® seguendo il flusso della linfa e dei meridiani energetici. Le precise manualità sono potenziate dall’azione del fango a base di argilla verde italiana, tre tipi di alghe e ben otto oli essenziali da piante selvatiche. Con questo rituale che comprende aromaterapia e massaggio del cuoio capelluto, l’energia ritrova la sua forza originaria. Accompagnano e raccordano i trattamenti conversazioni e degustazioni di tisane coi profumi delle essenze aromatiche che si mescolano ai suoni morbidi della musica. È il corpo che si riposa, grazie soprattutto al riposo della mente. Comunque il percorso verso il rilassamento e il benessere non sarebbe tale se non avesse il supporto, unico e potente, della natura intatta e ritemprante delle Dolomiti – dal 2009 dichiarate dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità – cornice ideale per passeggiate ed escursioni che vengono organizzate quotidianamente. L’accompagnatore dell’hotel insegna agli ospiti le tecniche di respirazione, i semplici movimenti da fare per far fruttare al meglio la camminata, ma illustra anche le varietà di piante e fiori che incontrano lungo il cammino – ideali a esempio per preparare una tisana o aromatizzare una grappa – e raccontando le mille storie e leggende del mondo alpino. E sempre in tema benessere non va tralasciato un altro aspetto che pure costituisce un vero punto di forza del
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Posta Zirm: quello della gastronomia, infatti il ristorante gourmet à la carte interno all’hotel ogni sera, essendo aperto solo a cena, propone un vero viaggio sensoriale alla scoperta d’intriganti sapori per tutti coloro che soggiornano. “Abbiamo un nuovo executive chef, Samuele Granfo, un giovane ragazzo di Rovigo che proviene da una scuola di cucina stellata, avendo lavorato tre anni da Cracco a Milano. Chef Granfo è un giovane professionista molto serio, che vuol cucinare tutto al momento e con una sensibilità in ordine agli scarti e alle rimanenze, che non sono solo un problema economico, ma soprattutto etico, l’imperativo oggi è non sprecare le materie prime. Samuele ormai lavora da tanti anni in Alta Badia ed è con noi dalla fase post covid, quando entrò come capo partita, divenne poi chef in taverna e oggi gli abbiamo affidato anche il timone della cucina del nostro
ristorante interno à la carte. La scelta è tra due minestre (di cui una in versione vegana), due primi (di cui uno in versione vegana), tre secondi (di cui uno è vegano) e poi a scelta due dessert. In più ogni sera c’è il piccolo
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angolo con vari dessert a scelta, dove è possibile gustare piatti tradizionali e mediterranei. Il menu rimane comunque personalizzabile. Una cucina d’alto livello e molto curata che ha come mantra metodi di cottura sani che esaltano i sapori senza eccedere in sale, grassi e zuccheri. La domenica sera la famiglia Kostner vi dà il benvenuto con un aperitivo in loro compagnia, a seguire una cena di gala. Le successive serate saranno coronate da eventi gourmet come il menu di selvaggina, di pesce, il folcloristico buffet di formaggi locali, il gran buffet di dolci, la serata nel pieno rispetto della tradizione ladina con l’ormai famoso cosciotto cotto e affumicato in casa e le tradizionali insalate di patate secondo la ricetta di nonna Cherubina. Una cucina genuina ma allo stesso tempo ricercata quella del Posta Zirm, senza perdere la semplicità, dando massima importanza alla qualità degli ingredienti, privilegiando la stagionalità, la reperibilità regionale e la provenienza da un commercio sostenibile. “La nostra è una tradizione ristorativa di famiglia che inizia con nonna Cherubina, cuoca sopraffina che ha gestito il ristorante dagli anni Cinquanta alla metà degli anni Ottanta del Novecento. Negli ultimi trent’anni tutti gli aspetti del settore turistico hanno subito cambiamenti sensibili sia in ordine all’offerta che alle aspettative del cliente che viene ad Alta Badia – racconta Franz kostner – ricordo che mio nonno faceva l’ordine delle verdure a metà ottobre, veniva il camion, scaricava e i vegetali erano acquistati per tutto l’inverno. Con la logistica odierna le forniture sono quasi giornaliere, dando la possibilità alla cucina d’assumere abitudini di lavoro che ci hanno portato a piatti espressi creati sempre con materie prime fresche. La nostra affezionata clientela oggi è per la metà italiana e metà estera con tantissimi inglesi e americani, così col tempo ci siamo
trovati a dover far fronte alle abitudini alimentari di un pubblico che ovviamente cerca sempre la cucina del luogo, però adattata ai propri gusti”. Come definiresti la vostra cucina? “L’Alta Badia da anni fortunatamente
ha uno standard molto alto e questo ci spinge sempre a stare al passo coi tempi, ma non ci interessa andar dietro alle mode che vanno verso elaborazioni eccessive con sapori particolarmente strani e forti, spesso
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frutto di estremizzazioni e forzature. La nostra filosofia è cercare di esaltare i sapori attraverso gli ingredienti del territorio, forti di una bella rete di fornitori di prossimità. Io ho sempre voluto sapere quello che ho nel piatto e ho sempre voluto sentire il sapore di quello che mangio, senza dover riflettere su che cosa potrebbe essere. Io credo sempre più in una ristorazione semplice, fatta con prodotti che trasformiamo noi in casa, per esempio non acquistiamo il ragù di carne e la salsa di pomodoro, ma li facciamo con le nostre ricette, come succede tutti i giorni per il consommè. E assolutamente non vogliamo snaturare i piatti della tradizione! La forza sta nel nostro staff di cucina, composto da ben 9 persone che creano per ogni cena piatti espressi per tutti gli ospiti dell’albergo, si parla di 125/150 persone con un tavolo assegnato all’arrivo che manterranno fino alla fine del soggiorno. Comunque, secondo me, la nostra cucina deve diventare sempre più regionale, in futuro vorrei com-
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prare l’animale intero dai contadini in Alto Adige, così che lo chef possa lavorare tutto l’animale, che non è fatto di solo filetto”. E per i golosi vi è anche una taverna esterna assolutamente da provare... “Da oltre 70 anni la Taverna del Posta è un famoso punto di ritrovo nel centro di Corvara e, dopo aver fatto ballare intere generazioni, ha cambiato totalmente aspetto. Con la primavera del 2014 la discoteca è chiusa per dare inizio a un’epoca nuova, infatti ci siamo dedicati totalmente alla ristorazione con l’apertura di un locale con grill per le carni e pizzeria con forno a legna che funziona sia a pranzo che a cena, dalle 7,30 di mattina alle 22.30 sera, facendo pure servizio bar. La Taverna, coi suoi dettagli decorativi e una nuova sala realizzata in uno stile semplice ed elegante, usando materiali naturali delle Dolomiti, conquista sempre con un’atmosfera briosa, informale ma chic allo stesso tempo. Funziona con una propria cucina che vanta una brigata di 7 elementi, oltre a 1 pizzaiolo che lavora con un im-
pasto multicereali lievitato 72 ore, davvero fragrante e saporito, che è il segreto di una buona pizza, cioè quello che fa la vera differenza, permettendone una digeribilità incredibile. E dopo ben 10 anni dall’apertura, possiamo dire di essere molto contenti di come sta andando”. Dalla pandemia in avanti il settore dell’ospitalità è molto cambiato… “Il nostro mondo è stato messo a durissima prova su tanti aspetti, ora finalmente c’è una ripresa, viviamo un riallineamento con quello che ricordiamo del periodo precedente al covid, forti di un grosso desiderio di riprendere le vecchie abitudini con un bell’interesse, sia a livello nazionale che europeo e anche internazionale, a investire i propri risparmi per una vacanza in montagna all’aria aperta. Ma ci dobbiamo rassegnare al fatto che qualcosa è comunque cambiato: se da un lato c’è un forte desiderio di stare insieme, di vita mondana e di ricevimenti, dall’altro gli ospiti vogliono più privacy, è in incremento la richiesta di alloggi più grandi, che
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abbiano una grande attenzione all’arredamento e al comfort, che permettano così di passare più tempo in camera. E sarà un trend che probabilmente non si estinguerà a breve”. E proprio a seguito di questi ragionamenti vi siete avventurati in grandi lavori di ristrutturazione… “Siamo intervenuti su un’ala già esistente dell’hotel, ubicata verso ovest, che la più quieta dell’hotel, dove insistevano 6 camere distribuite su 2 piani, dove al piano inferiore c’era il soggiorno e il bagno poi internamente si saliva una scala per raggiungere la zona letto e un grandissimo appartamento di ben 170 metri quadrati. Erano camere concepite a fine anni Settanta del Novecento e successivamente ristrutturate però la logica architettonica era rimasta tale col bagno posto un po’ scomodamente al piano sotto, mentre al piano di sopra faceva molto caldo. Così, soprattutto la notte, scendere la scala interna per andare al bagno non era proprio gradevole. Oggi, su 2 piani distinti, sono nati 11 alloggi di gran comfort con una metratura che va da 42 metri quadrati fino a ben 85 metri quadrati. Queste camere sono tutte dotate di doppi servizi, ma addirittura 6 hanno una sauna privata all’interno della camera o sul balcone con vista mozzafiato sulle Dolomiti, il Sassongher e il Col Alt e altre 6 una bella vasca da bagno freestanding panoramica di design per 3 persone proprio davanti alla finestra con vista sulle montagne, che renderanno ancor più piacevoli i momenti del dolce far nulla. Certamente abbiamo la spa e la piscina comuni per tutti i clienti, però sentivamo il bisogno di creare un numero limitato di stanze che potessero dare parzialmente questo servizio anche all’interno dell’unità abitativa privata. Tutte le camere hanno anche una chaise longue, quindi la possibilità di un’unità di lettura dedicata o post sauna di riposo, oltre all’angolo
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tavolo con una scrivania significativamente più grande di quello che siamo abituati a trovare. L’ampio soggiorno offre un living contemporaneo e le camere sono tutte molto luminose e spaziose, soddisfacendo l’esigenza di avere spazi generosi. Sono rivestite in legno naturale e impreziosite da materiali pregiati che caratterizzano l’architettura tradizionale. Un aspetto che abbiamo curato molto è la possibilità della preparazione di tisane e tè all’interno della camera con un lavandino all’interno dell’unità abitativa e un armadio dedicato con dentro tutto quello che serve per uno spuntino, quindi non si va più in bagno a prendere un bicchiere d’acqua. Così, da oggi, il cliente può scegliere la gamma di lusso che vuole occupare durante la sua permanenza, infatti abbiamo delle sistemazioni più semplici e basilari fino a queste stanze di lusso, di ultima generazione, che vorremmo definire di stile ladino contemporaneo”. Come giudichi l’offerta delle nuove camera di target molto alto? “La risposta dei clienti è stata davvero positiva e chi vi ha soggiornato molto spesso le ha prenotate nuovamente per la stagione prossima, ormai vediamo che è proprio uno spazio generoso a esser percepito come un vero lusso, quel quid in più che gratifica l’ospite, anche se la fascia di prezzo è superiore”. Come sta andando la stagione 2025? “La stagione estiva è iniziata in maniera molto favorevole, penso che ormai le Dolomiti, con l’inserimento nel Patrimonio dell’Umanità Unesco, ci abbiano messo una decina d’anni per farsi conoscere a livello mondiale, ma ora vediamo davvero un costante e crescente numero di persone a livello internazionale interessate a queste montagne. A questo si aggiungono le grandi potenzialità dei mezzi di comunicazione contemporanea, cioè i social con gli influencer che postano foto panoramiche che
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fanno venir voglia di partire perché sciare in inverno o andare in biclcletta e fare trekking d’estate nel paesaggio naturale di grande bellezza delle Dolomiti ha un indubbio enorme fascino. Questo passaparola digitale è uno dei motivi per cui oggi vediamo un pubblico internazionale in crescita, soprattutto nei mesi che una volta erano di bassa stagione, come giugno e settembre. I turisti internazionali per noi valgono circa il 25% sul totale, mentre il 50% sono gli italiani, che rappresentano da sempre il nostro zoccolo duro e il restante il 25% i viaggiatori provenienti dall’Europa. Secondo me le Dolomiti sono all’inizio di una nuova fase molto positiva a livello turistico. E la richiesta per l’inverno fortunatamente è fortissima!”. In ordine all’ospitalità,
qual è il messaggio che volete trasmettere al vostro ospite? “Che il nostro è un albergo escursionistico nel cuore del ‘Dolomiti Superski’, il più grande comprensorio sciistico del mondo con un’anima precisa data dalla famiglia proprietaria, sempre presente in hotel, così da dare il ritmo e l’esempio ai nostri collaboratori, a partire dal saluto al cliente di prima mattina. L’ospite che è nella nostra casa è sempre al centro di tutte le attenzioni, vogliamo infatti costruire un rapporto duraturo, ispirato a una reciproca fiducia. Altro concetto fondamentale è quello che la natura circostante è la nostra grande ricchezza, perciò abitiamo e lavoriamo dentro di essa, ma rispettandone l’equilibrio, infatti in tutta l’Alta Badia per ora abbiamo solo
15mila posti letto”. Oggi l’Alta Badia penso sia stata una delle regioni più all’avanguardia per quanto riguarda la promozione delle attività su due ruote in montagna, anche grazie alla Maratona delle Dolomiti, che ogni anno attira un numero incredibile di persone... “La stagione della bicicletta qui comincia ad essere sempre più importante e la Maratona è una manifestazione veramente incredibile e spettacolare, che ha portato l’idea di pedalare sulle Dolomiti in tutto il mondo. Ormai ogni anno ci sono 9.000 partecipanti, metà italiani, metà stranieri e anche in questa situazione vediamo, rispetto alla clientela estera di 15/20 anni fa, che era prevalentemente austriaca, svizzera e tedesca, un ampliamento a Brasile, Stati Uniti, Colombia, Bolivia,
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Peru, Panama, Singapore, Corea del Sud. Nella maratona si combinano la grande bellezza dei percorsi scenografici alpini e un’organizzazione così efficiente da far invidia al mondo con tutte le strade chiuse al traffico, le sfilate tirolesi, i punti di ristoro sui passi, la spaghettata post gara”. Finalmente dopo gli anni del covid e post covid, che si sono portati dietro monte problematiche a livello di personale, oggi sei riuscito a creare una bella squadra affiatata… “Uscendo dal covid, come tutte le attività ricettive e di ristorazione, abbiamo avuto momenti di criticità anche abbastanza pesanti, che oggi sembrano attenuarsi, pare che quella impasse siamo riusciti a superarla. Nel nostro hotel abbiamo 90 collaboratori in inverno e 65 in estate, sono numeri importanti, così abbiamo sempre puntato a creare un ambiente di lavoro piacevole e sostenibile, rispettando le ore di lavoro e la giornate libere. Abbiamo parte dei collaboratori che tornano da noi di stagione in stagione e altri nuovi che arrivano, riuscendo subito a integrarsi nel te-
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am, penso che si sia sparsa la voce che in casa nostra mettiamo tutti i collaborati lavorativamente a loro agio. Oggi abbiamo davvero un gruppo consolidato, vediamo motivazione, positività, voglia di fare e questo è un gran conforto come imprenditore”. Quali progetti bollono in pentola per il futuro del Posta Zirm? “I lavori interesseranno il terreno di nostra proprietà dietro all’hotel, che oggi ospita un semplice parcheggio scoperto e vorremmo trasformare in una struttura di 2.500 metri quadrati a 2 piani di parcheggi coperti, si parla di 110 posti auto, che saranno 70 a servizio dell’adiacente risalita del Col Alto, che in questo momento ne è sfornita e 40 per il Posta Zirm. Sul tetto di questo edificio vorremmo poi creare un bello spazio verde sopraelevato, un’importante coccola per i nostri clienti, cioè un grande giardino ricreativo, che è la cosa che ci manca di più in estate, essendo nel centro del paese di Corvara, magari con un prato, una terrazza, sale relax molto ampie, solarium, piccole capanne con grandi
vetrate e un caminetto, un idromassaggio per 8/10 persone, 2/3 saune, un piccolo corner per il pranzo e per l’aperitivo serale durante i mesi estivi e una piscina esterna panoramica riscaldata con collegamento interno perché proprio in questa location il sole scalda dal primo pomeriggio fino al tramonto. In previsione di tutto ciò, a livello energetico abbiamo montato quest’anno un impianto fotovoltaico a pannelli solari molto potente da ben 120 kilowatt. I lavori dovrebbero concludersi entro un anno, useremo due fuori stagione, l’autunno del 2027 per fare la parte edile, cioè per costruire la struttura e la primavera 2028 per concludere la parte spa e piscina, ma tutto dipende da come si svilupperà il lavoro, cioè dalla situazione economico sociale italiana e globale”. Non vi resta che mettervi in viaggio verso queste mistiche montagne, che vi racconteranno le mille antiche leggende del mondo alpino, dove ancora si possono sentir bramire i fieri cervi col loro imponente palco di corna.
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ALLE Ermitage SCOPRIRE TERME LA VIA ITALIANA PER UN edical Hotel INVECCHIAMENTO ATTIVO E IN SALUTE,
M
L’Italia è il Paese della longevità e della gioia di vivere. Col loro stile di vita attento alla cultura, al buon cibo e alle relazioni sociali, gli italiani hanno reso il loro modo di vivere un vero alleato della salute. Scoprire la via italiana alla longevità e alla gioia di vivere potrebbe essere più semplice di quanto pensi. Ritrovare il giusto tempo per sé, combattere lo stress e l’invecchiamento, prevenire e curare i piccoli acciacchi della vita quotidiana. E ancora, alleviare piccoli e grandi dolori articolari, migliorare la percezione di sé, recuperare la migliore forma fisica o infine controllare l’equilibrio dei propri parametri fisiologico attraverso le più mo-
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derne tecnologie diagnostiche. Tanti sono i modi e le strategie che possono aiutarci a vivere meglio, ma poter disporre di tutto e farlo in modo efficace, piacevole e comodamente in vacanza potrebbe fare davvero la differenza. A unire salute, piacere e relazioni sociali ci avevano già pensato i Romani e il loro modo di promuovere e proteggere la salute pubblica in tutto l’Impero non poteva prescindere dalle terme. L’Italia dunque, insie-
RIGENERANDO CORPO E MENTE andrea cappelli
me al Giappone, sono i Paesi della longevità, lo dicono le statistiche mondiali. E Italia e Giappone sono anche i Paesi con la più antica e diffusa tradizione termale. Che sia davvero solo una coincidenza? Con oltre 230 alberghi termali diffusi in tutto lo ‘Stivale’, da Nord a Sud, una tradizione millenaria, che comincia con l’Impero Romano e migliaia di sorgenti naturali, l’Italia è il paese con la più ricca offerta termale di tutta Europa. Un tipo di vacanza che
in passato ha incontrato il favore di ampie fasce di popolazione, abituate a ‘passare le acque’, ma che ancor oggi porta con sé grandi vantaggi: accesso a territori naturali ancora vergini e incontaminati, lontani dall’overtourism ma vicinissimi sia a offerte gastronomiche tradizionali che a incantevoli città d’arte. Un’accoglienza alberghiera che conserva tutta la bellezza tipica della miglior tradizione dell’ospitalità italiana, grazie a holte che ga-
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rantiscono standard elevati di qualità e comfort, ma sono ancora gestiti dalle famiglie proprietarie con quel tocco di unico di autenticità e passione. Le naturali proprietà delle sorgenti termali, le caratteristiche delle acque e le competenze degli operatori di salute e benessere dei centri termali italiani possono trasformare momenti di relax e piacere in un’occasione di reale miglioramento del proprio stato di salute e del livello di fitness di tutti gli ospiti attraverso percorsi personalizzati di soggiorno e cura. Noi di Oinos abbiamo scelto il Veneto, in particolare l’incantevole Abano Terme in provincia di Padova, nel cuore dell’area delle Terme Euganee, principale bacino termale europeo. Le locali acque salsobromo iodiche, che provengono dalle Piccole Dolomiti e si riscaldano a una profondità che può raggiungere i 4.000 metri, sgorgano purissime a una temperatura fra 70 e 80 gradi, dopo un viaggio sotterraneo di migliaia d’anni che le arricchisce di preziosi elementi minerali. Le Terme Euganee sono un’oasi termale a due passi da Venezia, incastonata tra paesaggi di dolci colline, che nei secoli hanno affascinato uomini di cultura e richiamato ospiti da tutto il mondo, attratti dalla bellezza dei luoghi e dalle straordinarie proprietà terapeutiche dell’acqua ipertermale, che sgorga naturalmente generosa dal sottosuolo. E siccome non vogliamo farci
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mancare nulla, tra le varie offerte, abbiamo scelto il raffinato Ermitage Medical Hotel in località Monteortone, fra i primi hotel termali della zona, tanto che la parte più antica risale a fine Ottocento ed è riconoscibile nella scenografica architettura della sala ristorante. E risalendo ancor più a ritroso nel tempo, le cronache narrano che già in età medievale gli abitanti del luogo usavano immergersi nelle sorgenti naturali che bagnavano l’attuale proprietà. Dal 1972 questo resort termale è gestito con estrema competenza dalla famiglia Maggia, nello spirito di far sentire l’ospite sempre come a casa propria, garantendogli un’accoglienza personalizzata, che si esprime in un’attenzione costante alle sue esigenze. Ma l’Ermitage non un semplice albergo termale, ma il primo albergo medicale italiano con proposte arricchite dai risultati di una costante ricerca effettuata con importanti istituti universitari italiani e stranieri – peculiarità rara per una singola struttura termale – e sotto la guida di studiosi di fama internazionale. Infatti l’Ermitage ha sviluppato negli anni un concetto nuovo di vacanza termale, offrendo quello che per molti anni è stato un anello mancante del sistema sanitario e turistico, capace di coniugare l’esigenza di un pieno recupero dopo traumi e interventi chirurgici con quella di godere un ritemprante e benefico soggiorno termale.
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Così dal 2011 è il primo Medical Hotel italiano con un centro medico-specialistico di riabilitazione e medicina fisica all’avanguardia, in grado d’assicurare cura e prevenzione in vari ambiti: ortopedico, neurologico e linfologico. Il Medical Hotel è un concetto nuovo che rivoluziona la filosofia del “ghetto” che ha sempre separato la medicina dalle terme, il turismo dalla salute, gli anziani dai giovani, gli ammalati dai sani. Infatti all’Ermitage la realtà turistico-alberghiera termale e la medicina specialistica convivono e dialogano, grazie a un’integrazione nuova. Il luogo della prevenzione e il luogo della riabilitazione coincidono, il luogo della cura e quello della vacanza si sovrappongono armonicamente. Con l’hotel che, in parte e dove possibile, sostituisce l’ospedale, facendo dell’accessibilità senza limiti la sua bandiera, adeguando accoglienza, servizi, assistenza e proposte relax alle esigenze anche di disabili e over 65, un segmento in costante crescita,
che arriverà al 34% della popolazione europea entro il 2030. Il titolare ingegner Marco Maggia, battendosi con convinzione per affermare i principi di una nuova cultura “senza barriere”, mentali ancor prima che fisiche, sottolinea: “I driver del cambiamento stanno modificando rapidamente sia l’idea di turismo che il concetto di tutela della salute. L’avventura dell’Ermitage Medical Hotel è iniziata nel 2006 con una sfida: fare dell’ambiente termale un ambiente e un luogo in cui integrare servizi turistici e sanitari per coniugare prevenzione e riabilitazione. Per perseguire l’obiettivo di creare un ambiente inclusivo, dove potersi curare in vacanza, accanto ai propri cari. Facendo convivere persone malate con persone sane, giovani con meno giovani”. Il Centro Medico dell’Ermitage tratta tutte le patologie che compromettono le capacità di movimento, siano esse croniche o temporanee, conseguenza dell’invecchiamento oppure di traumi o interventi chirurgici.
Così oggi l’Ermitage offre un sistema di servizi unico e innovativo che unisce il comfort del soggiorno alberghiero con la sicurezza di un presidio sanitario altamente specializzato. Una soluzione che può trasformare una piacevolissima vacanza in un ‘boost’ per la qualità della vita. Ermitage Medical Hotel è un grande resort termale con oltre 120 anni di storia, total-
dalle influenze della tradizione veneziana e dai prodotti agricoli dei Colli Euganei, che fanno da corona all’hotel. Il Parco Naturale dei Colli Euganei, Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’Unesco e i servizi interni al resort consentono, a chi lo desidera, anche di vivere esperienze di vacanza attiva, dedicandosi al golf, alle passeggiate, al tennis, alla bicicletta o
mente rinnovato ogni anno e gestito dalla famiglia Maggia, dinastia d’albergatori da quattro generazioni. Il centro termale, l’area benessere, i 100 metri quadrati di piscine termali aperte tutto l’anno, il centro medico specialistico di riabilitazione e medicina fisica sono luoghi di piacere e cura disponibili per tutti gli ospiti e totalmente integrati con i servizi alberghieri. La ristorazione offre un’esperienza unica della cultura del territorio, una cucina mediterranea arricchita
infine a percorsi fitness individuali. Le vicine città d’arte di Venezia, Padova, Verona, Ferrara - tutte raggiungibili in meno di 45 minuti e collegate all’hotel grazie a un comodo servizio di trasporto sia pubblico che privato - sono fonte di grande ispirazione e luogo di intrattenimento culturale e sociale per tutti gli ospiti. Se desiderate una nuova esperienza di turismo, che sia originale e innovativa e sappia coniugare la voglia di salute e relax col piacere della vacanza e
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la curiosità di conoscere arte cultura e gastronomia, il sistema termale italiano è senza dubbio una grande un’opportunità. La regione dell’entroterra veneziano una meta ideale. E l’inverno è il momento perfetto per concedersi una salutare vacanza alle terme, rigenerandosi con le cure specialistiche e i programmi di benessere e riabilitazione dell’Ermitage Medical Hotel. Importantissimo sottolineare la totale deducibilità fiscale delle spese sanitarie sostenute, fatturando l’hotel separatamente i servizi di ospitalità e quelli medici. Per i programmi che includono prestazioni termali è possibile utilizzare la convenzione col Servizio Sanitario Nazionale, mentre per la medicina specialistica ri-
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abilitativa erogata in regime privato Ermitage è partner istituzionale di primarie assicurazioni salute italiane. Così l’Ermitage è un albergo dove ciascuno può ritagliarsi la propria vacanza termale su misura con un’attenta assistenza medico specialistica, in assoluta comodità e relax, dato che tutti i servizi sia di salute che di benessere, sia termali che di medicina fisica e riabilitativa sono interni al resort. Senza scordare il famosissimo fango dell’Ermitage, le cui virtù terapeutiche erano conosciute e sfruttate fin dal tempo dei Romani, un talismano di salute integralmente naturale. L’argilla bio-termale utilizzata dall’Ermitage proviene da un laghetto situato poco lontano, ad Arquà
Petrarca. La sua maturazione in acqua termale dura almeno 60 giorni e gli conferisce la plasticità e le caratteristiche chimico-fisiche che lo rendono terapeutico, ideale nella cura e nella prevenzione di dolore e invecchiamento articolare, avendo un importante potere antalgico e antinfiammatorio, oltre ad avere effetti positivi anche sul sistema immunitario, com’è stato scientificamente certificato, anche attraverso la protezione di un brevetto europeo. L’hotel ha tre sorgenti termali private, da cui sgorgano oltre 10.000 litri d’acqua al minuto alla temperatura di 84 C°. Le acque salso bromo iodiche sono il cuore dell›attività dello stabilimento termale interno, portate a tempera-
tura più bassa, ma sempre calde, alimentano anche le piscine interna ed esterna dell’hotel, dotate di circuito relax e giochi d’acqua, dove si nuota all’aperto avvolti dal tepore, anche quando il clima diventa più rigido. In piscina, seguiti da professionisti della fisioterapia e delle scienze motorie, è inoltre possibile seguire sedute di idro-chinesi terapia e programmi individuali di prevenzione o riabilitazione. Il tutto integrato con la riabilitazione robotica, il fitness, la nutrizione e le più moderne terapie fisiche di tipo strumentale. All’Ermitage Bel Air molta attenzione è posta anche all’alimentazione e al fitness, basilari per una rimessa in La famiglia Maggia
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forma. Quando sovrappeso e malattie metaboliche sono oggetto dell’intervento riabilitativo, la cucina e la supervisione del medico nutrizionista assumono un ruolo importante, inserendosi in un sistema di servizi più ampio che comprende le terme, la massoterapia e l’esercizio fisico. Tutto questo migliora la tonicità, l’aspetto e la percezione di sé aumentando la capacità di relazione con gli altri, il tono dell’umore e l’equilibrio psico-fisico. La cucina dell’hotel, grazie anche alle collaborazioni intercorse negli anni con l’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università degli studi di Milano e alla supervisione del personale medico dell’hotel, è in grado di elaborare menu salutistici personalizzati, privilegiando l’utilizzo di materie prime d’altissima qualità, e dando in questo modo un importante contributo alla tutela delle microproduzioni locali e alla sostenibilità ambientale dell’attività agricola. La vacanza salute è un nuovo modo di investire il proprio tempo libero, alla quale possono accedere tutti in piena sicurezza e senza limiti d’età, grazie a un sistema di servizi capace di rispondere alle fragilità e ai bisogni di ogni singolo ospite. Così un mare di salute vi aspetta fra bagni di sole nel verde del parco e nuotate nelle piscine termali, perché ridurre l’età biologica non è più un miraggio! Per info: www.ermitageterme.it
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IL GRUPPO “TERME&SPA ITALIA” PRESENTA
DE MONTEL-TERME MILANO andrea cappelli
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il più grande parco termale urbano naturale d’Europa, sviluppato con l’heritage di Terme di Saturnia
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Con i suoi 16.000 metri quadrati di parco termale, di cui oltre 6.000 metri quadrati al coperto e 10.000 metri quadrati all’aperto tra corte e aree verdi, tutti interamente dedicati al benessere, alla sostenibilità e alla rigenerazione urbana, De Montel – Terme Milano, in via Achille 6, è l’unico complesso con queste caratteristiche in tutta l’area milanese e il più grande parco termale urbano naturale d’Europa, sviluppato col supporto di Terme di Saturnia. Così, dalla tradizione alla modernità, il metodo e l’heritage di Terme di Saturnia si espandono dalla campagna toscana fino a De Montel – Terme Milano, che rappresenta l’evoluzione del termalismo urbano. Una realizzazione ambiziosa e polifunzionale, che unisce storia, architettura, sostenibilità, tecnologia d’avanguardia e benessere, ridefinendo il concetto di lifestyle urbano. Così, dallo scorso 1° aprile 2025, giorno ufficiale dell’apertura al pubblico, Milano ha riscoperto la sua vocazione termale, restituendo alla collettività uno dei luoghi simbolo della propria storia, le ex Scuderie De Montel, splendido esempio di architettura li-
berty nel cuore del quartiere di San Siro, che dagli anni Settanta del Novecento erano in stato d’abbandono e degrado: progettate negli anni Venti del Novecento dal celebre architetto Paolo Vietti Violi per volontà della nobil famiglia di banchieri De Montel, queste scuderie sono state tra le più rinomate d’Italia, ospitando purosangue di fama internazionale e reggimenti della Regia Cavalleria. Il complesso ha vissuto un lento declino dal Dopoguerra fino al 2007, quando nasce l’idea di riconvertire l’area. L’intervento architettonico rappresenta uno dei più importanti progetti di riqualificazione della città col restauro filologico meticoloso degli edifici, eseguito sotto lo stretto controllo della Soprintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio, che gli ha restituito la splendida immagine integrale. Tutti i materiali storici, in ogni parte dell’edificio sono gli stessi della costruzione originaria. Una struttura in acciaio autoportante è stata realizzata per permettere il riposizionamento dei carichi, preservando intatta la storica facciata. Oggi questa struttura è divenuta un luogo magico, un’oasi di relax
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nel cuore di Milano, dove tra le tante e differenti piscine d’acqua, da cui sgorga acqua termale, le saune dalle caratteristiche uniche per experience e dimensioni, i rituali, le cabine dedicate ai trattamenti personalizzati che combinano tradizione, esperienza e innovazione firmati Terme di Saturnia Method, gli ambienti caldi e confortevoli e i servizi offerti, la natura incontra il benessere in un angolo di paradiso. Il parco è l’unico centro termale del capoluogo lombardo e utilizza acqua termale naturale, proveniente da una falda profonda ben 396 metri, ricca di solfati, bicarbonati e minerali, dalle comprovate proprietà benefiche, riconosciuta dal Ministero della Salute per le sue proprietà dermatologiche e rigenerative. La scoperta di queste acque, tra le più profonde mai captate in città, collega Milano alla sua antica tradizione termale, risalente addirittura all’epoca romana e alla sua importanza anche come luogo di socialità. I milanesi,
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già negli anni Trenta del Novecento, conoscevano le proprietà benefiche della propria “acqua marcia”, estratta da un pozzo artesiano, una sorgente che, nonostante il suo caratteristico aroma sulfureo, era considerata un elisir di benessere. Ora come allora, le Terme di Milano rinnovano il legame con la tradizione, offrendo spazi versatili e un’atmosfera senza tempo da vivere appieno, usufruendo del ventaglio d’opportunità che fanno parte della programmazione quotidiana. Il benessere e la cura di sé diventano così occasione di incontrarsi, celebrare e condivide in un contesto ideale per accogliere eventi, in perfetto equilibrio tra benessere, eleganza e personalizzazione. Il recupero e la riconversione delle ex Scuderie De Montel sono stati avviati grazie al bando internazionale Reinventing Cities, promosso dal Comune di Milano e dalla rete internazionale C40, che ha permesso di trasformare l’edificio storico ormai abbandonato in un moderno polo termale. L’intervento è stato realizzato grazie al Fondo Infrastrutture per la Crescita ESG (Fondo IPC), gestito da Azimut Libera Impresa SGR del Gruppo Azimut, con un investimento di 57 milioni di euro per l’acquisto e la riqualificazione della struttura, in sinergia col Gruppo Terme & SPA Italia e ha richiesto oltre 3 anni di lavori, che hanno consentito di trasformare un’area dimenticata in un modello di benessere contemporaneo. E nell’ambito della convenzione collegata al bando tra il Comune di Milano e De Montel – Terme Milano, una particolare attenzione è stata riservata al tema della sostenibilità sociale e ambientale. Il complesso è organizzato su più livelli e ospita 10 piscine termali per un totale di 800 metri cubi d’acqua, oltre ad ampie aree dedicate al wellness e al relax, al ristoro e ai trattamenti. Nel parco termale si trovano 4 saune, un bagno di vapore, un tepidarium e una banja russa, unica per dimensioni in Italia. Così le saune e le zone umide propongono una serie di attività che portano a un’intensa purificazione e rilassamento per ritrovare il benessere di corpo e mente, a partire da “I Rituali” (temperatura 80-90°|umi-
dità 10 -20%), una sauna d’accoglienza per definizione, luogo di grande atmosfera: ampia e panoramica, ha una vetrata sulla corte interna, sedute comode e profonde, luci e musica, una grande stufa e, adiacenti, le docce di reazione: perfetta per i rituali di Aufguss, le cerimonie di benessere con getti di vapore, questa sauna è ideale per migliorare la respirazione e stimolare il sistema immunitario. “I Cristalli” (temperatura 60-90° (regolabile)| umidità 10 -30%) è una sauna salina all’interno di un cubo di vetro col pavimento riscaldato, dov’è possibile sedersi o sdraiarsi nel sale: la combinazione del calore e del sale agisce sulle tossine e favorisce la purificazione dell’organismo, mentre le particelle di sale inalate riducono le infiammazioni delle vie respiratorie, restituendo un sensibile benessere psico-fisico. “La Banja Russa” (temperatura 80-90° umidità 10-20%) è una sauna a 90°, nonché una delle esperienze più inten-
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se: nata in climi gelidi e tempi antichi e amata da chi privilegia le sfide, combina calore, vapore e massaggi con i tradizionali venik, rametti di betulla o quercia, dimostrandosi energizzante, stimolante, detossinante e di gran beneficio complessivo per corpo e spirito. “L’Hammam” (temperatura 40-45° | umidità 98%) è un’experience sia intima che socializzante e prevede 2 docce – in ingresso e in uscita – e 3 stanze del vapore: una nella quale acclimatarsi, una dal vapore più intenso, una terza con vasche di selftreatment con l’intero percorso va poi ripetuto in senso inverso per un effetto purificante, detossinante, stimolante, ossigenante, fluidificante, calmante, così l’Hammam connette le persone. “Il Vapore” (temperatura 40-45° | umidità 98%) è un bagno turco, il cui vapore termale avvolge il corpo e la mente, libera il respiro e purifica la pelle, stimola inoltre la sudorazione, aiutando l’organismo a eliminare tossine e impurità, migliora la circolazione sanguigna, idrata il corpo, rilassa, migliora la mobilità e ha il pregio di conciliare il sonno: già da antica
tradizione, è anche un momento di socialità. “Il Respiro” (temperatura 4045° | umidità 10-40%) è una sauna inondata dalla luce naturale e pervasa dal profumo di legno alpino, è un luogo di comfort, calma e benessere: il cirmolo o pino cembro che la riveste è il suo segreto, grazie all’azione dei suoi oli essenziali contribuisce infatti a migliorare il riposo e la circolazione, purificare la pelle, stimolare il sistema immunitario e liberare le vie respiratorie. “Il Sale” (temperatura 45° – umidità relativa dell’ambiente 0%) è un tepidarium, un ambiente singolare, riscaldato e col pavimento ricoperto di sale, su cui potersi stendere prima d’entrare nella vasca ipersalina, così da preparare il corpo a un relax profondo; questa experience di haloterapia combina effetti purificanti, esfolianti, idratanti, antibatterici e antinfiammatori, decongestionanti, antistress, drenanti e riequilibranti. E ogni giorno De Montel - Terme Milano offre agli ospiti un calendario ricco di proposte, tra le quali le cerimonie sensoriali con i rituali eseguiti dai maestri di cerimonia. Le experien-
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ces, le piscine e le vasche offrono così un percorso di relax e rigenerazione a 360°, di cui il punto di partenza è “La Sorgente “(temperatura 34°), una piscina all’aperto abbracciata dall’edificio delle Terme, formata da 2 vasche simmetriche in cui si trovano delle comode chaise longue: ideale per rilassare i muscoli, stimolare la circolazione, alleviare le tensioni e migliorare l’umore, stimolando la produzione d’endorfine. Segue “La Pioggia” (temperatura 34°), che accoglie gli ospiti con una pioggia benefica che scende leggera dal soffitto, generando una sensazione di pace profonda: una tenda d’acqua per tutta la lunghezza della piscina crea la sensazione d’esser vicino a una cascata e il suono rilassante della pioggia conduce in un’atmosfera unica, che invita al relax, al respiro ampio e calmo e alla pace interiore. Successivamente “Il Velo d’Acqua” (temperatura 34°), una vasca interna che offre un massaggio naturale intenso e localizzato, da vivere da soli o in compagnia: l’acqua si trasforma in una lama sottile che scivola sul viso e sul dorso, sciogliendo le tensioni accumulate, stimolando la circolazione, agevolando il rilassamento. Si prosegue con “La Leggerezza” (temperatura 34°), un percorso completo tra diversi idromassaggi studiati per stimolare il sistema linfatico e circolatorio, ideali per il rilassamento degli arti: l’idromassaggio dal basso offre un massaggio drenante agli arti inferiori, attivando il sistema circolatorio e linfatico e per potenziare il beneficio è consigliabile alternarlo con l’immersione in acqua fredda. Ma ecco “Il Freddo” (temperatura 22°), piccole vasche di reazione poste vicino alle saune e studiate per riequilibrare la temperatura del corpo e tonificarlo, dopo l’esperienza in un’area calda: una breve immersione nell’acqua fredda, dalla quale uscire rapidamente, riattiva il corpo con una sferzata d’energia tonificante, detossinante e ossigenante. Ancora “La Sospensione” (temperatura 38°), che offre l’effetto zerogravity, che quasi dissolve la percezione del corpo: fluttuare nella vasca ipersalina è una delle experience più memorabili, infatti il galleggiamento
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nell’acqua ad alta densità salina aiuta a rilassare la muscolatura, riequilibrando corpo e mente, depurando la pelle e favorendo una calma benefica. È il momento de “L’Eclisse” (temperatura 34°), una piscina con una vista suggestiva e un percorso completo d’idromassaggi, che vanno dalla pianta dei piedi all’intera colonna vertebrale, sdraiati su una chaise longue, immersi in un salottino o seduti sui gradini. A chiudere “Il Refrigerio” (temperatura 22°), la piscina perfetta per nuotare liberamente, per rinfrescarsi e defaticare: il movimento in acqua, è cosa nota, mette in moto tutti i muscoli e riduce il carico osteo-articolare, favorendo il recupero motorio, migliorando la circolazione sanguigna, il metabolismo e l’umore. Nelle 15 sale dedicate ai trattamenti in cabina, che godono tutte della luce naturale, i trattamenti viso e corpo sono eseguiti sulla base dei protocolli del riconosciuto Terme di Saturnia Method, espressione dell’expertise della pluripremiata SPA di Saturnia in Maremma e garantiscono un’esperienza di benessere completa e personalizzata. Pur operando in contesti diversi, urbano per De Montel-Terme Milano ed extra urbano per Terme di Saturnia, entrambe le strutture, facenti parte del Gruppo Terme & SPA Italia, condividono la missione di offrire esperienze di benessere di altissimo livello. Il gruppo Terme&SPA Italia, fondato a Roma nel 2021, di cui fanno parte Terme di Saturnia, De Montel - Terme Milano, Terme di Chianciano e Monticello SPA, riunisce alcuni dei più importanti siti termali e spa d’eccellenza nel mondo del benessere, all’interno del territorio nazionale. Con un modello che fonde tradizione, innovazione e accessibilità, il gruppo si pone l’obiettivo di rendere l’esperienza termale un vero e proprio percorso di salute e longevità, adattandola alle esigenze della società contemporanea. Dalla storicità e purezza delle Terme di Saturnia, icona nel mondo dell’ospitalità e del benessere immersa nel cuore della Toscana, dove l’acqua termale scorre da oltre 3.000 anni, fino all’innovativo concetto urbano di De Montel – Terme Milano, Terme&SPA Italia rappresenta il ponte
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tra passato e futuro del termalismo. Il gruppo Terme & Spa Italia vuole soddisfare la crescente domanda di salute e benessere del territorio nazionale, grazie allo sviluppo di servizi, protocolli ed esperienze di benessere innovativi che completano le attività tradizionali del settore. Infatti il gruppo è impegnato in una costante ricerca per valorizzare le proprietà benefiche delle acque termali, sviluppando nuovi format di benessere, dalle cure tradizionali a soluzioni avanzate, come il Terme di Saturnia Method e la nuova linea cosmetica termale Active Beauty. Infatti il modello di Terme&SPA Italia si fonda sulla ricerca e sull’innovazione, portando il Terme di Saturnia Method oltre i confini toscani attraverso protocolli di benessere personalizzati, i trattamenti prêt-à-porter, di Take Mi Home, la nuova linea cosmetica e gli integratori, il gruppo diffonde il concetto di benessere termale anche fuori dalle strutture tradizionali, abbracciando una visione contemporanea del wellness. Ed è proprio nello sviluppo di questo ecosistema che i protocolli più innovativi del Saturnia Method diventano il cuore pulsante dei trattamenti di De Montel –Terme Milano. E ci teniamo a ricordare che l’acqua termale di Saturnia, riconosciuta per le sue straordinarie proprietà terapeutiche, sgorga alla temperatura co-
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stante di 37,5° dopo un viaggio sotterraneo di ben 40 anni, arricchendosi di minerali preziosi come idrogeno solforato, calcio, magnesio e bicarbonati. Così le sue proprietà antinfiammatorie, detossinanti e antiossidanti la rendono un vero elisir di benessere ricercato in tutto il mondo con effetti benefici su pelle, articolazioni, sistema respiratorio e metabolismo. Così Terme di Saturnia rappresenta un vero e proprio tempio della longevità, offrendo benessere in modo completamente sostenibile: senza necessità di interventi umani, senza sprechi e senza bisogno di trattamenti artificiali, la sua acqua è una risorsa rinnovabile, che si autoalimenta in un ciclo naturale perfetto e allevia le fatiche e i dolori del corpo e dello spirito umano, rappresentando una delle forme più autentiche e pure di wellness. Con un fatturato di 26 milioni di euro nel 2024 e un investimento di 18 milioni nel restyling tra il 2020 e il 2025, Terme di Saturnia continua sempre a innovarsi, mantenendo intatta la sua anima millenaria e offrendo un’esperienza di benessere senza tempo, riconosciuta e apprezzata a livello internazionale. Tornando a De Montel - Terme Milano, all’interno del parco termale sono presenti anche un ristorante bistrot, una caffetteria, un bar lounge e un summer bar. Grazie ad ascensori interni e lift per l’accesso alle vasche termali, la struttura è godibile anche ai diversamente abili e sono previste forme d’agevolazione all’ingresso destinate a fasce deboli (anziani e disabili) e forme di collaborazione con associazioni e scuole del territorio. La struttura può ospitare fino a ben 700 persone contemporaneamente. L’intero complesso, progettato per essere green, è dotato infatti di pannelli solari installati sui tetti, di 3 vasche di raccolta per il recupero dell’acqua piovana, che viene utilizzata per l’irrigazione e la manutenzione interna e di un sistema avanzato di coperture per le vasche, che consente una gestione efficiente della temperatura, riducendo al minimo la dispersione termica. Oltre 3.000 nuove piante hanno creato un parco in quella che era una ex zona brulla e più di 350 piante verranno messe a dimo-
ra per i prossimi 10 anni nell’hinterland milanese, in aree assegnate dal Comune. Ma De Montel Terme Milano è anche il luogo ideale per ospitare eventi privati e corporate, in un perfetto equilibrio tra benessere, eleganza e personalizzazione. Grazie ai suoi spazi versatili e all’atmosfera senza tempo, ogni progetto si trasforma in un’esperienza su misura. Che si tratti di un momento intimo o un evento allargato, gli ambienti modulari sono pronti a diventare scenario di esperienze originali, esclusive, memorabili. Ogni proposta può essere progettata su misura, integrando ospitalità, relax e gusto con un linguaggio nuovo e coinvolgente e in un contesto unico nella città di Milano. A partire dalla “Vip Lounge – Terrazza dell’Artiere” al primo piano, un ambiente intimo e raffinato con affaccio sulla corte interna e accesso diretto all’Hammam. Quest’area esclusiva rappresenta la soluzione ideale per ospitare eventi aziendali e team building, incontri istituzionali e networking, feste ed esperienze wellness personalizzate, unendo l’atmosfera rilassata dell’ambiente termale a una proposta gastronomica curata e flessibile. E ogni evento può essere arricchito con cerimonie wellness dedicate, trasformando l’esperienza anche in un momento di benessere condiviso. Con
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l’ingresso indipendente in via Fetonte, questo spazio è accessibile infatti anche in abiti normali. L’Hammam, sempre al primo piano, è uno spazio avvolgente e suggestivo, pensato per accogliere eventi in un’atmosfera calda, silenziosa e profondamente sensoriale. È la location ideale per chi desidera organizzare un’esperienza in accappatoio, intima e fuori dall’ordinario, che unisce benessere profondo, estetica raffinata e privacy assoluta. In occasione di eventi privati o aziendali, l’Hammam può essere riservato in esclusiva e abbinato a trattamenti personalizzati, scrub di gruppo con operatori dedicati, degustazioni post-rituale in abbinamento con infusi e proposte gastronomiche leggere. La Vip Lounge – Terrazza dell’Artiere e la zona dell’Hammam insieme possono ospitare eventi che coinvolgono fino a 100 persone, anche in formula seduta (cena placée). La Sauna ospita invece “I Rituali”, infatti qui si svolgono le cerimonie di Aufguss con aufgussmaister che fanno vivere agli ospiti esperienze immersive fatte di movimento armonico dell’aria calda con musica, luci e oli essenziali, che aiutano a ritrovare il ritmo giusto e la concentrazione. Ha una capienza massima di 70 persone e le cerimonie possono essere riservate in esclusiva e adattate al tipo d’evento o obiettivo del cliente. Fra i rituali personalizzabili si può scegliere fra Silent Yoga outdoor, Cerimonia del Respiro, Meditation & Sound Bath. Un momento perfetto da integrare in attività di team building, eventi privati, aziendali o percorsi esperienziali. Un rituale che unisce, coinvolge e rigenera corpo e mente. Al piano terra, nel cuore del centro termale, si trova la vecchia stalla, un angolo di storia con la sua porta lignea originale; luogo di memoria liberty, è perfetto per ospitare pop-up store, showroom, mostre d’arte o creare un contesto esperienziale. Un luogo versatile, dove i brand possono esprimere la propria creatività e creare connessioni in un’atmosfera raffinata e accogliente. Può essere allestita in base alla brand identity e personalizzata. Ma de Montel – Terme Milano, con una capienza di circa 400 persone, può
anche ospitare eventi in esclusiva in modalità buy-out, riservando l’intera struttura per un’esperienza completamente personalizzata, in un contesto unico nel suo genere. La versatilità è totale, dalla scelta degli ambienti, ai percorsi wellness dedicati, fino al catering e al dress code, tutto è modulabile, secondo le esigenze del cliente. In questa modalità si può scegliere se usufruire della struttura in abiti normali o in accappatoio. La struttura garantisce la massima flessibilità organizzativa per eventi aziendali e presentazioni istituzionali, celebrazioni private, anniversari e feste su invito, incentive e attività wellness personalizzate, shooting
fotografici, produzioni video e lanci di prodotto. Così l’esperienza di De Montel non si limita all’accesso alle sue acque preziose, ma introduce un nuovo modo di vivere il benessere in città. Un progetto che unisce tradizione, innovazione e inclusività, garantendo una pausa rigenerante ai turisti desiderosi di scoprire il volto wellness di Milano. Questa preziosa acqua, che vanta una composizione oligominerale ideale per la rigenerazione della pelle e il riequilibrio del corpo, ora accessibile nel cuore di Milano, segna così un nuovo capitolo nella storia della città, che diventa ufficialmente anche destinazione termale. www.demontel.it
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Il tempo lento alla
RESIDENZA AGRITURISTICA SAN FILADELFO rosario liguori
San Filadelfo nasce dalla volontà di un racconto sul paesaggio storico cilentano. È una residenza agrituristica ricavata dalla preesistenza di due piccole case rurali di campagna nelle vicinanze della Badia di Pattano, raccolte intorno a un porticato voltato nei caratteri del linguaggio basiliano. Geometrie che raccontano, ispirate alla Badia di Santa Maria di Pattano. Sette archi a tutto sesto, come nel
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rituale dei presidi basiliani: gli archi corrispondono alle singole stanze e guardano a un grande uliveto che
costeggia il fiume Badolato. Il tutto nel dialogo tra il Monte Gelbison e il Monte Stella e la grande vallata, ma-
nifesto del paesaggio storico cilentano con Elea al centro, a sud Palinuro e a nord Leucosia e Poseidonia. “… apri il viaggio fin dove il desiderio vuol giungere”, Primo frammento Parmenide. Così, ispirato dalle bellezze e dalle forme antiche del territorio, San Filadelfo è pen-
sato per il benessere odierno. Organizzato come bed and breakfast, si trova in Via Casaline 15 in località Pattano, frazione di Vallo della Lucania in provincia di Salerno, piccolo borgo immerso nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, tra uliveti secolari, torrenti
e panorami che raccontano secoli di storia e cultura contadina. In una posizione perfetta, a metà strada fra il mare e l’entroterra cilentano per giornate in spiaggia o alla scoperta di aree archologiche e borghi medievali, è un punto di partenza ideale per esplorare alcune delle mete più
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agriturismi • oinos
suggestive del Cilento. La residenza agrituristica San Filadelfo mette a disposizione un giardino con una terrazza, alloggi dotati di WiFi gratuito e aria condizionata, oltre a un parcheggio privato. Il personale è gentile, cortese e disponibile, facendo vivere pienamente all’ospite questo luogo di tranquillità immerso nel silenzio della natura, in un’atmosfera rilassante di pace, quiete e silenzio. Qui tutto è perfetto, ogni cosa ritrova il suo ritmo. La residenza agrituristica San Filadelfo documenta con i suoi prodotti le colture locali dell’azienda agricola, offrendo, in uno spazio molto ben curato e accogliente, una varia e ben organizzata colazione all’occidentale, in stile tipico cilentano. Le singole stanze, spaziose e ordinate, sono inspirate alla vita monastica basiliana, in cui il silenzio e la gestione della terra erano i rituali del quotidiano.
Esiste anche un orto didattico, un amacaio, il tutto nel respiro di piante secolari di ulivo pisciottano. La struttura ricettiva di San Filadelfo si apre al viaggiatore in un paesaggio continuo, senza soglie, dell’azienda agrituristica. La lunga ombra dell’uliveto, in cui si affaccia il porticato, si sporge sulla sponda del fiume Badolato e, attraversandolo a pochi metri, gli ospiti possono entrare in una delle parti più belle della Tenuta Cobellis, a pochi passi appare un antico mulino ristrutturato filologicamente: l’impianto architettonico è tardo settecentesco, caratterizzato da un sistema di volte a tutto sesto, che sostengono un canale d’acqua a caduta orizzontale per poi, a caduta verticale, far muovere le ruote in pietra, nel rituale originario della lavorazione a freddo del grano. Sullo stesso pianoro, in mezzo agli ulivi, una piccola torre rurale, la “casa del
fattore”, per il controllo sulla terra. Da qui, salendo, troviamo un’edicola settecentesca con doppia lesena, timpano e arco centrale, secondo ingresso tergale alla grande Masseria delle Starze. Questo sistema architettonico rurale è una masseria fortificata con due corti terrazzate, corredata da torri difensive, piombatoio e rituale piano nobile. Al suo fianco un grande vividarium coevo “ortale murato”, nato da una fonte naturale di acqua, che genera un sistema idraulico a caduta a diverse altezze lungo le mura perimetrali dello stesso. E ogni esperienza al San Filadelfo è pensata per esser vissuta lentamente, nel rispetto dei ritmi della natura e delle tradizioni locali. Che si tratti di una degustazione al tramonto, una passeggiata tra gli ulivi o una giornata tra i borghi del Cilento, ciò che resta è sempre lo stesso: la sensazione di appartene-
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oinos • agriturismi
re a un luogo vero, dove il paesaggio diventa emozione. Infatti a pochi passi dalla residenza si trovano cantine, frantoi e laboratori gastronomici, dove la tradizione si fa esperienza concreta. Si possono degustare i vini della Tenuta Cobellis, con visita agli appezzamenti vitati e racconti sul lavoro della terra, che si estende su circa 300 ettari, ripartiti in cinque tenute storiche: Russi, Ogliastriello, Prevetelupo, Starze e Ruine. Russi è la proprietà originaria, pietra angolare del progetto Cobellis, infatto è da qui che deriva il nome dell’Aglianico “Vigna dei Russi”, vino simbolo dell’azienda. Il vigneto aziendale
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conta oggi circa 18,5 ettari, coltivati per l’80% con vitigni autoctoni come Aglianico, Fiano, Coda di Volpe, Greco e Sangiovese con un’estensione anche nelle tenute Starze e altri corpi aziendali. La cantina è immersa in uliveti secolari con gli alberi che fungono da «custodi naturali della temperatura», contribuendo alla conservazione dei vini. L’azienda ha avviato la produzione vinicola “in proprio” da circa tre lustri, oggi con un’ampia produzione di circa 60.000 bottiglie annuali, sotto il segno di una filiera sana e tracciabile. Oltre alla viticoltura, Tenuta Cobellis coltiva un parco oliveti imponenti,
addirittura circa 50.000 piante di varietà Leccine, Frantoiane e Pisciottane, da cui nasce l’olio extravergine d’oliva “Rùine” Cilento DOP. Così si possono fare degustazioni di questo “oro verde del Mediterraneo” presso l’Opificio Oleario Prevetelupo, accompagnate da una passeggiata tra gli uliveti, da dove nasce un olio EVO di rara intensità. Infine non può mancare un’esperienza di alta gastronomica presso l’atelier Aquadulcis (Guida Michelin 2025), sempre espressione della passione della famiglia Cobellis per l’enogastronomia, il ristorante-laboratorio a Massa di Vallo della Lucania, che unisce
agriturismi • oinos
territorio e alta cucina, per un pranzo o una cena capaci di raccontare il Cilento attraverso i suoi sapori più autentici e i piatti ideati dall’estroso e dinamico chef Vincenzo Cucolo. In questo paesaggio continuo della Tenuta Cobellis, nello spirito originario della natura, non si trova nulla di superfluo e tutto appartiene alle persone che lo abitano, prendendosene cura. In questi percorsi ci si apre al mare sulla vallata eleatica, che vide Parmenide e Zenone con loro scuola. Ed è qui che noi ricordiamo come la manutenzione e la ricognizione delle colture, nelle loro organizzazioni originarie, sia una
delle forme di più alta tutela della storia di un territorio e del nostro patrimonio culturale. In questo c’è una valenza etica, che crea estetica, in quello che è l’orgoglio dell’azienda, strutturata da un’economia circolare. Non si butta via niente, ma si creano energie dai presidi fotovoltaici a zero impatto ambientale, come tettoie per il ricovero dei macchine, fino al cippato, alla biomassa e al recupero del letame degli animali per il biodigestore. Tutto ciò concorre alla costruzione del capitale culturale di un territorio: il Cilento, che ti avvolge con la grande bellezza dei suoi paesaggi incontaminati.
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Il Greppo Biondi Santi LE ANTEPRIME DELLA TENUTA
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
Nel mese di maggio mi ha telefonato l’amico Andrea Bini per invitarmi ad andare, con alcuni suoi amici, presso la Tenuta Greppo Biondi Santi a Montalcino. Ovviamente ho accettato il suo gentile invito perché amo particolarmente i vini di quest’azienda. Sono stato in questa azienda l’anno precedente e ho degustato il Rosso di Montalcino 2020 (93--/100), il Rosso di Montalcino 2019 (92/100), il Brunello di Montalcino 2018 (96/100), il Brunello di Montalcino 2017 (95/100), il Brunello di Montalcino riserva 2016 (97/100), il Brunello di Montalcino riserva 2015 (98/100), il Brunello di Montalcino riserva 2010 (97/100) e il magnifico Brunello di Montalcino riserva 1988, al quale ho riconosciuto, senza esitazioni, 100/100. Andrea, durante la telefonata d’invito, mi ha chiesto se conoscevo il C.E.O. dell’azienda, Giampiero Bertolini e a tale domanda rispondevo sorridendo perché conosco Giampiero da molti anni, da quando lavorava per l’azienda Frescobaldi. Ho sempre considerato Giampiero una persona seria, corretta e competente. Il giorno della visita eravamo Andrea Bini, Andrea Poli, Fabrizio Picchi, Massimo Sabatini, Annalisa Di Stefano, Marco Lomo-
Giampiero Bertolini con Paolo Baracchino
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ro e il sottoscritto. Ci siamo recati in azienda e a riceverci c’era Giampiero, con la sua segretaria, che non sapeva che quel giorno sarei stato presente anch’io. Ci è stata raccontata la storia dell’azienda e della nascita del Brunello di Montalcino ad opera di Tancredi Biondi Santi, padre di Franco e nonno di Jacopo. La proprietà dal 2017 è del gruppo francese EPI, proprietari anche dell’azienda vinicola toscana Isole e Olena e dello Champagne Charles Heidsieck. Giampiero mi ha sempre detto, da quando è
C.E.O. della Tenuta Greppo, che la proprietà vuol mantenere le stesse caratteristiche e la qualità dei vini del passato. L’enologo attuale sia nella Tenuta Greppo che dell’azienda Isole e Olena è il bravissimo Alberto Antonini. Dopo le illustrazioni di Giampiero sulla storia dell’azienda ci è stato parlato della storica verticale fatta diversi anni fa, voluta da Franco Biondi Santi, durante la quale sono state servite alcune bottiglie di riserva la più vecchia del 1888 e la più giovane la 1988. Franco ha voluto, con que-
degustazioni • oinos
sto, celebrare i 100 anni dell’azienda. I fortunati degustatori erano giornalisti internazionali. Successivamente siamo stati a vedere alcune vigne aziendali e poi la cantina. I vini continuano a fare lo stesso percorso prima dell’imbottigliamento. I legni gradatamente vengono cambiati, riprova di ciò è che il Brunello di Montalcino riserva 2018 ha all’olfatto note di “after eight” (cioccolata amara e menta intensa), profumo tipico del legno nuovo. Tra i vini degustati c’è stata anche la riserva 2010, vino ottimo in un’annata troppo, a mio avviso falsamente osannata a Montalcino. Nei moltissimi 2010 di Brunello di Mon-
talcino da me degustati, ho riscontrato un mancato equilibrio tra l’alcol e freschezza col primo in evidenza sulla seconda. Poche sono state le aziende che hanno prodotto un 2010 degno di nota. La degustazione è stata molto piacevole e Giampiero è stato, come sempre, molto gentile e disponibile. Successivamente siamo stati a pranzo all’enoteca “Fortezza di Montalcino”, da Fabio Tassi, anche produttore di vini particolarissimi per la loro piacevolezza. Successivamente ci siamo salutati e abbiamo fatto rientro a Firenze. Passo a descrivere i vini degustati, ma prima devo fare le seguenti precisazioni. Per quanto
riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà essere per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
ricorda quella della “Atkinson”) per terminare con soffi di pomodori pelati. All’esame gustativo rivela un corpo medio sufficiente, delicato e sapore di ciliegia, già sentita all’olfatto. L’equilibrio alcol-freschezza è in perfetta armonia. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6) e setosi. Lunga è al sua persistenza gustativa. Vino piacevole, che si beve con gran desiderio. 92+/100
gambo di ciclamino spezzato (per l’acidità), lievi di crema del latte bollito, ciliegia, eucalipto, rosmarino, salvia, alloro, lievi di caucciù per terminare con piacevoli soffi di bacca di ginepro. Al palato ha corpo medio e lieve sapore di legno nuovo. Alcol e freschezza sono in piena armonia tra loro. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore (sono i tannini del legno nuovo). Lunga è la sua persistenza gustativa con finale boisé. Il vino dovrà assorbire il legno nuovo, che non è presente nel Rosso 2018. In divenire, il mio punteggio è il seguente. 96/100
TENUTA IL GREPPO – BIONDI SANTI Brunello di Montalcino D.O.C.G., annata 2019
TENUTA IL GREPPO – BIONDI SANTI Rosso di Montalcino D.O.C., annata 2022 Manto rosso rubino trasparente. Lo scenario olfattivo mette in evidenza profumi di ciliegia rossa croccante, menta, eucalipto, violetta, mobile di sagrestia impregnato di piacevole incenso, lievi boisé d’episperma (dolce della pelle della castagna bollita), lievi di cuoio biondo, saponetta alla lavanda (mi
Veste rosso granato trasparente. Olfatto ricco e vario con profumi di rosmarino, salvia, alloro, ciliegia, castagna bollita con finocchio selvatico secco, buccia di banana matura, ciliegia sotto spirito e pomodori pelati. Al gusto ha corpo medio ed è perfettamente equilibrato con la freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, larghi (6/6--), inizialmente setosi per poi nel finale far bruciare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 96/100 TENUTA IL GREPPO – BIONDI SANTI Brunello di Montalcino D.O.C.G. Riserva annata 2018 Dal bicchiere traspare rosso rubino con bordo granato. Lo scrigno olfattivo si apre a profumi che ricordano il cioccolatino “after eight” (cioccolata amara e menta intensa),
TENUTA IL GREPPO – BIONDI SANTI Brunello di Montalcino D.O.C.G. Riserva annata 2010 Veste rosso granato abbastanza intenso. Profilo olfattivo ricco e vario con profumi di pepe nero, noce moscata, lievi di pelle di conceria, radice di rabarbaro, chicchi piccoli di liquirizia, ciliegia, prugna, menta, eucalipto, amido del riso bollito per terminare con lievissimi soffi di stalla. Bocca piacevole con la freschezza che è generosa e non fa sentire, neppur minimamente, la massa alcolica. Il corpo è medio plus e il vino è sapido e minerale. I tannini sono dolci, larghi (6/6), spessi, inizialmente setosi per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 97/100
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Qualche tempo fa, parlando con l’amico Gianni Mercatali, vien fuori che lui sta per ricevere, dal direttore commerciale dello Chateau Lascombes, denominazione Margaux, 4 annate del vino prodotto da questo Chateau e pertanto voleva organizzare, con alcuni amici, questa degustazione da fare però seduti a un tavolo, consumando un piacevole pasto. I fratelli Tommaso e Matteo Guidi, titolari insieme al padre Guido Guidi del più importante catering fiorentino, si offrono di metterci a disposizione la loro struttura commerciale, un fondo arredato lussuosamente, dotato di cucina, quindi il loro chef e 2 loro camerieri. A quel punto dico a Gianni, visto che le annate da degustare sarebbero state la 2022, 2016, 2015 e 2010, che avrei guardato nella mia cantina se avessi avuto un altro paio di annate da aggiungere e infatti ho trovato la 2005 e la 1982. Perfetto! Si trattava di annate tutte interessanti. Gianni stila una serie di nomi di amici da coinvolgere e viene fuori la seguente lista di fortunati: Leo Damiani, Simone Fracassi, Maurizio Ciampolini, Matteo Parigi Bini, Gianni Mercatali e il sottoscritto. Un paio di comuni amici, con vivo dispiacere, hanno declinato l’invito perché impossibilitati a venire. Il menù sarebbe
Da sinistra Simone Fracassi, Gianni Mercatali, Maurizio Cimapolini, Leo Damiani, Paolo Baracchino, Matteo Parigi Bini
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A “CASA GUIDI” VERTICALE DI
Chateau Lascombes stato il seguente: finger food, tartare di fassona, paccheri al ragù di carne e filetto di manzo con vari contorni. Abbiamo iniziato la cena con una magnifica magnum di Champagne Belle Epoque della Maison Perrier Jouet annata 2007, che si è rivelata piacevolissima. L’annata 2007 nella Champagne non è stata magnifica come la 2006 o la 2008, ma questa bottiglia ci ha sbugiardati perché, invece, si è rivelata magnifica. La degustazione-cena è proseguita partendo dall’annata più giovane per poi arrivare alla più vecchia, la 1982. Tutti i commensali, me compreso, erano curiosi di fare questa verticale. La serata è andata avanti con piacevolezza e tutti commentavano ciascuna annata della serata. Le anna-
te in degustazione erano tutte grandi annate e la più vecchia, la 1982, è stata un’annata molto importante per i vini di Bordeaux. Prima di passare a descrivere i vini della serata è opportuno che faccia la seguente precisazione. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà essere per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
degustazioni • oinos
MAISON PERRIER JOUET Belle Epoque Champagne Brut annata 2007 in formato Magnum (uvaggio: 50% Chardonnay, 45% Pinot Noir e 5% Pinot Meunier) Traspare dal calice giallo oro lucente, mentre le bollicine sono abbastanza fini e numerose. Esprime all’olfatto profumi di vaniglia, dolci che ricordano i biscotti ricciarelli, menta, pepe bianco, anemone, sapone di Marsiglia, liquirizia e caucciù. A bicchiere vuoto si sente il profumo dello zabaione. Al palato ha corpo medio, è sapido e minerale ed ha sapore di limone, cedro e buccia di cedro. Le bollicine sono fini e piacevoli. Vino ben equilibrato, grazie alla freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale agrumato e minerale. Champagne ancora con lunga vita. 96/100 CHATEAU LASCOMBES MARGAUX GRAND CRU CLASSÉ annata 2022 (uvaggio: 67% Cabernet sauvignon, 30% Merlot e 3% Petit verdot) Color porpora, nero. Dal bicchiere s’innalzano profumi di “after eight” (cioccolata amara e menta intensa), ciliegia marasca nera, vernice del legno, paraffina, mirtillo, prugna, eucalipto, ciliegia cotta e prugna cotta. Al gusto rivela un corpo medio, sapore di liquirizia, prugna, boisè e menta. Buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, larghi (6/6-), spessi, inizialmente vellutati per poi far bruciare, lievemente, la gengiva superiore e la gola. Lunga è la sua persistenza gustativa. Vino giovane, che dovrà assorbire un pò il legno sia al naso che al gusto. Al naso si sente un pochino la frutta evoluta. 91/100
Al termine della serata ci ha raggiunti Rachele Damiani, figlia di Leo e Matteo e Tommaso Guidi che non sono potuti stare con noi sin dall’inizio perché impegnati per lavoro in alcune serate a Firenze. Noi commensali eravamo
CHATEAU LASCOMBES MARGAUX GRAND CRU CLASSÉ, annata 2016 (uvaggio: 50% Cabernet sauvignon, 47% Merlot e 3% Petit verdot) Bel rosso porpora nero. All’incontro olfattivo emergono profumi di ciliegia marasca nera matura, menta, eucalipto, fungo porcino secco, tartufo nero, lievi della crema del latte bollito, lievi di Calvados, stringa di liquirizia, boisé, confettura di ciliegia che ricorda la “Chiaverini”, violetta per terminare con soffi di pera. Al gusto ha sapore di tartufo nero, corpo medio e un buon equilibrio tra alcol e freschezza, mentre i tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6++) e setosi. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 93/100 CHATEAU LASCOMBES MARGAUX GRAND CRU CLASSE annata 2015 (uvaggio: 50% Merlot, 45% Cabernet sauvignon e 5% Petit verdot) Traspare dal bicchiere rosso porpora intensonero. Ventaglio olfattivo con profumi di mora matura, lieve brett, ciliegia marasca nera, prugna per finire con soffi di pepe nero. Al palato ha corpo medio e un buon equilibrio tra alcol e freschezza, quest’ultima avvolge completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6+), inizialmente sono setosi per poi asciugare un po’ la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. Il naso non era ottimale a causa della presenza della brett (lieve odore di sudore). Forse era questa bottiglia ad avere qualche problema? 90/100
zia, menta, eucalipto, noce moscata, tartufo nero, mirtillo, nocciolina tostata ed episperma (nota dolce del legno che ricorda la pellolina della castagna bollita). All’assaggio rivela un corpo medio e ha sapore di prugna e mirtillo. Vino equilibrato con la freschezza che domina, senza ripensamenti, la massa alcolica. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), fini, inizialmente setosi per poi far bruciare lievemente la gengiva superiore. 93/100 CHATEAU LASCOMBES MARGAUX GRAND CRU CLASSE, annata 2005 (uvaggio: 50% Merlot, 45% Cabernet sauvignon e 5% Petit verdot) Rosso granato intenso nero. Dal calice s’innalzano profumi di menta, eucalipto, lieve brett, idrolitina (è la polvere che trasforma l›acqua liscia in gassata), pepe nero, noce moscata, mirtillo e ciliegia marasca nera. All’esame gustativo rivela un corpo medio e un buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), abbastanza spessi, inizialmente setosi per poi asciugare e far bruciare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. 92/100
CHATEAU LASCOMBES MARGAUX GRAND CRU CLASSÉ, annata 2010 (uvaggio: 63% Cabernet sauvignon, 21% Merlot e 16% Petit verdot) Rosso granato intenso nero. Mix olfattivo composto da profumi di pepe nero, liquiri-
CHATEAU LASCOMBES MARGAUX GRAND CRU CLASSÉ, annata 1982 (uvaggio: Cabernet sauvignon, Merlot e Petit verdot) Color rosso granato con bordo lievemente aranciato. Impronta aromatica di chinotto, tamarindo, mandarino, menta, prugna secca, canfora, eucalipto, fico secco nero, lievi di noce moscata e lievi di vernice del legno. Al palato manifesta un corpo medio ed un buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6) e setosi. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 92/100
molto appagati da questa cena-degustazione organizzata dal bravissimo Gianni Mercatali, titolare dell’agenzia di P.R. Studio Mercatali, che conta tra i propri clienti personaggi tra i più famosi nel mondo. Lo chef della Guido
Guidi ci ha coccolati e i 2 camerieri che ci hanno seguiti per tutta la piacevole serata hanno fatto altrettanto. Un sentito grazie alla famiglia Guidi e a Gianni Mercatali che ha ideato e realizzato questo gustoso evento.
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Champagne “Boulard Bauquaire” IL DOSAGGIO NELLO CHAMPAGNE
Alcuni mesi fa sono stato invitato da Gaetano Gulli, che con la sua società Relais e Terroirs, con sede a Lucca (www.relaisterroirs.com), importa e distribuisce in Italia anche gli Champagne della Maison Boulard Bauquaire, a tenere un seminario sul dosaggio degli Champagne, degustando 3 tipi di Champagne con dosaggio diverso. L’evento si sarebbe svolto a Lucca presso il Real Collegio nell’ambito dell’evento GC Show, organizzato dalla società GeD Food e Beverage, distributore dei prodotti di diverse aziende di cibo e bevande. Alla degustazione sarebbe stato presente anche il proprietario della Maison, Christophe Boulard. La Maison fa parte della categoria recoltant manipulant, si trova a Cormicy, a 20 km da Reims, si estende su una superficie di circa 8 ettari e coltiva 3 vitigni, Chardonnay, Pinot noir e Pinot meunier. La Maison produce all’anno circa 80.000 bottiglie nelle aree del Massif de Sainte Thierry, Montagne dè Reims e Vallée de la Marne. Questa Maison esiste da 8 generazioni, si tratta di vignerons appassionati e indipendenti, che seguono tutte le fasi della produzione rispettando la tradizione champenoise e dell’ambiente. Recoltant Manipulant (RM) identifica i piccoli produttori che, oltre a possedere e coltivare i propri vigneti, seguono tutte le fasi del processo produttivo della coltivazione, dalle vigne, alla vendemmia fino all’imbottigliamento e alla commercializzazione. Dal 2021 la Maison, su una parcella “Lieu-dit” di Verzy Grand Cru, produce un numero limitato di bottiglie di Champagne millesimato “Les Fervins”, una Cuvèe 50% Pinot noir e 50% Chardonnay con dosaggio 0,8g/l. La Maison produce 9 tipi diversi di Champagne: Tradition, Nature, Grande Reserve, Rosè, Carte Noir,
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Vieilles Vignes, Rosè de Saignée Coeur de Pinot, Cuvèe Melanie e Les Fervins – Millésimé. Veniamo adesso, prima di parlare del dosaggio, a spiegare brevemente le fasi di elaborazione dello Champagne. La pressatura avviene subito dopo la raccolta con grappoli interi e avviene in modo lento e frazionato. La decantazione è la chiarificazione dei succhi per sedimentazione e poi il travaso. La fermentazione alcolica, cioè la trasformazione degli zuccheri in alcol. La malolattica, cioè la trasformazione dell’acido malico in acido lattico è facoltativa e non tutte le maison la attuano. L’assemblaggio è il blend con cru diversi, diversi vitigni, diverse annate e vini di riserva. Il tiraggio è l’imbottigliamento dell’assemblaggio, che avviene dal 1° gennaio successivo alla vendemmia. Normalmente viene aggiunto lo sciroppo di tiraggio, consistente in zucchero, lieviti e coadiuvante di remuage. La presa di spuma e la maturazione sono la seconda fermentazione alcolica che, svolgendosi in bottiglia chiusa, consente all’anidride carbonica prodotta durante il processo rifermentativo di rimanere nel vino, determinando la tipica spuma. La pressione è a 6 bar a 20° e avviene l’autolisi dei lieviti, che apportano gli aromi. Successivamente avviene la maturazione nelle cantine, che è diversa tra i millesimati e i non millesimati. Il remuage è la rotazione delle bottiglie che sono a testa in giù, procedura che
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com avviene in modo manuale o meccanico. Le fecce si concentrano nel collo della bottiglia. Il degorgement è quando il collo delle bottiglie viene immerso manualmente o meccanicamente in una soluzione ghiacciata a temperatura che varia tra i 20 e i 30° sotto zero per congelare i lieviti sedimentati, creando un blocco di ghiaccio che li intrappola. Il tappo a corona viene rimosso grazie alla pressione interna della bottiglia. Tutto questo garantisce la limpidezza e l’effervescenza finale. Il dosaggio è l’aggiunta di sciroppo di dosaggio per dare allo Champagne la sua nota riconoscitiva. C’è chi non fa quest’aggiunta, ma aggiunge solamente il solito vino (dosage 0). Il liqueur d’expedition è costituito essenzialmente dal mosto concentrato rettificato o vino (vin clair de Champagne), zucchero (di canna o barbietola), raramente anche un distillato, spesso vino invecchiato. Sicuramente i francesi sono stati i primi a usare in maniera più marcata il residuo zuccherino, a se-
degustazioni • oinos
Christophe Boulard e Gaetano Gulli
conda dei gusti dei clienti. Si parlava di gusto russo (350gl), gusto inglese (tra i 20 e i 50g/l), gusto americano (tra i 100 e i 160g/l), gusto tedesco (tra 250 e 300 g/l). Nella tappatura e gabbiettatura viene messo il tappo di sughero, la capsula della gabbietta e la gabbietta. Raramente al posto della gabbietta di metallo si trova lo spago, che i francesi
definiscono “a l’ancienne”. L’habillage è l’ultima fase, quando viene aggiunto il capsulone (cappuccio di alluminio o stagno), l’etichetta e la contro etichetta. Ritorniamo al dosaggio, parlando del residuo zuccherino. È lo zucchero non fermentato rimasto nel vino al termine della fermentazione. Pas dosè e Brut Nature è meno di 3g/l; Extra Burt da
0 a 6 g/l; Brut da 6 a 12 g/l; Extra dry da 12 a 17 g/l; Sec, secco o dry da 17 a 32 g/l; Demi-sec o abboccato da 32 a 50 g/l; Dolce o Doux maggiore di 50 g/l. Gli Champagne della degustazione sono stati i seguenti: Brut Nature con residuo zuccherino 0 g/l; Brut Tradition con residuo zuccherino 7g/l; Demi Sec con residuo zuccherino 26g/l.
Asse alcol-freschezza in perfetta sintonia. Lunga è la sua persistenza aromatica intesa. Il Tradition ha più struttura e persistenza del Nature. 90/100
Veste giallo oro lucente e le bollicine
sono finissime e numerose Lo scrigno olfattivo s’apre a profumi di mela renetta, ananas candito, zenzero candito, pera coscia, buccia della banana verde per terminare con soffi di appretto (amido spray per stirare). Bocca accarezzata da bollicine fini, corpo medio e un sapore dolce, vanigliato. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcolica. Lunga è la sua persistenza gustativa. 90/100
vato. Per me sarebbe impensabile bere uno Champagne con dosaggio elevato, come veniva fatto nel passato. Si è trattato di una piacevole e
costruttiva esperienza, nella quale si è capita la diversità sia olfattiva che gustativa delle tipologie, a seconda del diverso dosaggio.
CHAMPAGNE BOULARD – BAUQUAIRE BRUT NAURE SA (uvaggio: 40% Pinot noir, 40% Chardonnay e 20% Pinot meunier, 50% vin de réserve) Veste giallo oro con trame grigie, mentre le bollicine sono abbastanza fini e numerose. Bouquet con profumi di pan tostato, pietra focaia, mela renetta matura, vaniglia, pellolina della castagna bollita, iodio per terminare con soffi dolci che ricordano la parte esterna del confetto. All’assaggio ha corpo medio, abbastanza sufficiente, bollicine fini e gradevoli, è sapido e minerale. La freschezza avvolge completamente la massa alcolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza gustativa. Champagne che va più in larghezza che in profondità. 89/100 CHAMPAGNE BOULARD – BAUQUAIRE BRUT TRADITION SA (uvaggio: 40% Pinot noir, 40% Chardonnay e 20% Pinot meunier, 50% vin de réserve) Giallo oro abbastanza intenso e lucente. Le bollicine sono fini e abbastanza numerose. Il bagaglio olfattivo evoca profumi intensi di buccia di banana verde, seguiti da ruggine, pera kaiser, mela rossa e gesso. All’esame gustativo le bollicine sono finissime e il vino ha corpo medio ed è sapido.
La quantità del dosaggio è una questione di gusti personali. C’è chi preferisce il dosaggio 0 e chi preferisce un dosaggio abbastanza ele-
CHAMPAGNE BOULARD – BAUQUAIRE DEMI -SEC SA (uvaggio: 40% Pinot noir, 40% Chardonnay e 20% Pinot meunier, 50% vin de réserve)
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PRANZO TRA AMICI PRESSO IL
“Salotto Portinari”
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
Nel passato mese di marzo, l’amico Piero Benvenuti ha invitato me e altri amici a pranzo presso il ristorante “Salotto Portinari” e ognuno di noi ha portato una bottiglia da consumare. Piero si è divertito a far servire alcuni vini alla cieca, non facendo vedere la bottiglia durante il servizio. Vito ci ha preparato dei piatti che potessero andar bene con i vini
di Firenze di Vito Mollica
che sarebbero stati serviti. L’ambiente del salotto Portinari è stupendo, come lo è stata la tavola a noi dedicata. Erano presenti, Liudmila Musatova, Piero Benvenuti, Stefano Amerighi, Francesco Tanzi, Aldo Fiordelli, Francesca Testi, Anna Paclet e il sottoscritto. Come aperitivo, con delle mis en bouche, abbiano bevuto lo Champagne Agrapart Terroirs, che è stato piacevole per le sue note minerali. A seguire abbiamo bevuto lo Champagne Jacquesson Cuvée 740, degorgement tardif, che non è lo Champagne ideale per me perché,
sia al naso che al gusto, è molto invaso dal legno. A tavola ci è stata servita la prima portata “ostrica royal, soda di mela e caviale, ricci di mare, soffice di patate bianche, gamberi rossi agli agrumi”, abbinata allo champagne Dom Perignon Plènitude 2 annata 2004 che, per la sua sapidità e mineralità, era perfettamente abbinato al piatto. A seguire “risotto alle erbe di campo con ragù di quaglia e mandorle», abbinato al Trebbiano d’Abruzzo Valentini annata 2018. Abbinamento per niente facile poiché, a mio avviso, il vino era troppo giovane e impegnativo sia all’olfatto che al gusto, rispetto al piatto. Coi “saltimbocca di cervella di vitello” ci è stato versato nei bicchieri quello che io definisco un vino-poesia e cioè il Vieux Chateau Certan annata 1998, un Pomerol ricco di piacevolezza, che si è sposato benissimo con questo piatto delicato. Con “l’uovo al vapore con ragù di piccione e spuma al comté” ci è stato servito, in modo bendato, un vino fine ed elegante, perfetto col ragù al piccione, lo Chateau Margaux annata 2016. A seguire un altro vino servito in modo bendato col “poularde de Bresse, spugnole e tartufo nero”. Il vino è stato
di difficile individuazione, era il Kupra 2009, vino marchigiano con uvaggio 100% Grenache. Al naso aveva una nota verde e al palato i tannini erano un pò asciuganti. Il piatto era ottimo e il vino, a mio avviso, non era all’altezza del piatto. Per finire Vito ci ha fatto preparare un’ottima zuppa inglese. Come sempre questi pranzi sono molto interessanti e piacevoli, per la compagnia, l’ambiente, il cibo e i vini. Passo a descrivere i vini degustati facendo una premessa sui tannini, che riguardano normalmente i vini rossi. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà esser per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
Da sinistra Liudmila Musatova, Piero Benvenuti, Stefano Amerighi, Francesco Tanzi, Aldo Fiordelli, Paolo Baracchino, Francesca Testi e Anna Paclet
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degustazioni • oinos
CHATEAU MARGAUX MARGAUX annata 2016 (uvaggio 94% Cabernet sauvignon, 3% Cabernet franc, 2% Merlot e 1% Petit verdot)
MAISON AGRAPART & FILS TERROIRS, Grand Cru, Blanc de Blancs Extra Brut S.A.
MAISON DOM PERIGNON Plénitude 2, annata 2004 (uvaggio 60% Chardonnay e 40% Pinot noir)
Color giallo oro, le bollicine sono fini e abbastanza numerose. Dal calice s’innalzano profumi minerali, di banana e pan brioche. Al palato il corpo è medio e le bollicine sono fini. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. Lunga, ma non lunghissima è la sua persistenza gustativa. 93/100
Veste giallo oro lucente con bollicine fini e abbastanza numerose. Mix olfattivo di tè al limone, pietra focaia, lievi di banana verde, mela renetta, camomilla, lievi di nocciolina per terminare con soffi di panno caldo inamidato. Morso sapido e minerale. Il corpo è medio, anche se nel finale tende un po’ a sedersi. Asse alcol-freschezza con finale minerale e di tè al limone. Lunga è la sua persistenza gusativa intensa. 94/100
MAISON JACQUESSON Cuveé n. 740 Degorgement tardif Extra Brut S.A. (uvaggio 53% Chardonnay, 29% Pinot noir e 18% Pinot meunier) Veste giallo oro lucente con bollicine fini e abbastanza numerose. All’esame olfattivo hanno risalto le note boisé con in evidenza la banana sia verde che matura, agrumi e minerali. Al palato ha corpo medio e sapore boisé. La freschezza domina la massa alcolica rendendo il vino, per questo aspetto, ben equilibrato. Essendo questo Champagne molto contaminato dal legno, i tannini asciugano la gengiva superiore. Il legno è la caratteristica di questo Champagne, che a me non entusiasma. Lunga è la sua persistenza gustativa. 90/100
AZIENDA AGRICOLA VALENTINI TREBBIANO D’ABRUZZO, annata 2018 (uvaggio 100% Trebbiano) Color giallo paglierino con riflessi oro. Naso intenso di pelle di conceria, amido di riso bollito, seguono note di lemongrassa, minerale, uva passa, dolci dell’esterno del confetto per terminare con soffi di vaniglia. A bicchiere vuoto si sentono profumi di zabaione e burro di nocciolina. Al palato ha corpo medio, è sapido, e ha sapore di minerale e pelle di conceria. Vino abbastanza equilibrato con la massa al-
colica che fa un po’ capolino sulla freschezza. Si sente un pochino asciugare la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza con finale d’inchiostro di china, vino molto ma molto giovane, che avrà bisogno d’equilibrarsi di più con la sosta in bottiglia. A mio avviso è un vino che avrà bisogno di dormire in bottiglia per qualche anno per poter dare il meglio. Il mio punteggio è nell’ottica futura di miglioramento. 94/100 CHATEAU VIEUX CHATEAU CERTAN POMEROL annata 1998 (uvaggio 85% Merlot e 15% Cabernet franc) Rosso granato chiaro con bordo aranciato. Varietà olfattiva scandita da profumi di ciliegia, menta, eucalipto, lievi di bacca di ginepro, violetta, pelle di conceria in fine lavorazione, amido del riso bollito per terminare con intensi soffi d’oliva nera. Il corpo è medio sufficiente plus e il vino è perfettamente equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. I tannini sono dolci, larghi (6/6--) e setosi. Lunga è la sua persistenza gustativa. 94/100
Manto rosso rubino porpora intensi. Naso scandito da profumi di ciliegia marasca nera, menta, eucalipto, arancia rossa, cioccolata, mora, cassis, pepe nero con finali carezze di noce moscata. Al gusto ha corpo medio non eccessivo e un perfetto equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, larghi (6/6) e setosi. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. È un vino tipicamente Margaux, che tende più all’eleganza che alla potenza. Ricordo che il 2015 è stato, per me, superiore per la struttura sia al 2016 che al 2014, mentre per la larghezza dei tannini il 2016 è superiore sia al 2015 che al 2014. 95/100 AZIENDA OASI DEGLI ANGELI KUPRA annata 2009 Marche rosso IGT (uvaggio: 100% Grenache chiamato Bordò) Manto rosso granato con bordo aranciato. Attacco olfattivo orientato su profumi di menta, eucalipto, canfora, oliva nera, carruba, chinotto per terminare con rimandi verdi. All’assaggio si percepisce un corpo medio e un buon equilibrio tra alcol e freschezza, mentre i tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente vellutati per poi asciugare e far bruciare un pochino la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa. Mi ha lasciato un po’ perplesso per la nota verde sentita all’olfatto e la qualità dei tannini, che ho trovato abbastanza asciuganti. 90/100
Si è trattato, come sempre, di un piacevole pranzo, per il cibo, per la compagnia e per i vini. Un ringraziamento a Vito, a Piero e a tutti gli altri commensali.
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oinos • degustazioni
PRANZO AL RISTORANTE
“IL MERLO”a Lido di Camaiore paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com
Sono stato un grande frequentatore del ristorante, che adesso si chiama “Il Merlo”, quando aveva un’altra gestione e un altro nome. A marzo di quest’anno l’amico Simone Fracassi, che ama definirsi il “macellaio della Valdichiana”, ma che in realtà è un fornitore di carne e insaccati dei migliori ristoranti italiani e di qualche stellato svizzero, ha organizzato un pranzo al ristorante Il Merlo a Lido di Camaiore con lo chef Angelo Torcigliani. Il menù sarebbe stato il seguente: assaggio di patè in crosta del giorno; tourte d’oca con purè subise e salsa al cognac; ballotina di colombaccio e tartufo nero pregiato; risotto al colombaccio e trombette dei morti; oca in doppia cottura; petto in salsa senape, arance e limone (ricetta del maestro Martino); cosce cotte nel grasso d’oca, patate fondenti; beccacce sul crostino delle sue interiora gratin. Prima del dessert ci è sta-
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to servito anche il petto di beccaccia completamente al sangue. Gli invitati di Simone Fracassi sono stati i seguenti: Massimo Roghi, Davide Macaluso, Gionata Federigi, Andrea Lombardo, Alessandro Vezzosi, Gianni Mercatali e il sottoscritto. Sono arrivato all’appuntamento un po’ prima, giusto in tempo per iniziare a sorseggiare uno Champagne, accompagnato a una gustosissima focaccina. Ogni invitato ha portato una bottiglia magnum di vino e in un primo momento un commensale ha detto “sono 6 magnum, apriamone un paio, che saranno sufficienti”, a tale affermazione ho replicato: “Si aprono tutte!” e così è stato. Eravamo tutti tranquilli e pronti a passare piacevolmente qualche ora insieme, gustandoci questi piatti e i vini che li accompagnavano. Lo chef Angelo Torcigliani è stato bravissimo, anche il risotto al colombaccio era cotto al dente, come piace a me. L’unico piatto che mi ha lasciato perplesso è stata la beccaccia al sangue, che confesso, non mi è piaciuta. La beccaccia per me è come il piccione, non riesco a mangiarli al sangue, al contrario della bistecca, che invece mi piace al sangue, con la parte interna calda. Prima d’iniziare il pranzo abbia-
mo mangiato della gustosa focaccina accompagnata allo Champagne “Jean Yves De Carlini”, un Blanc de Noirs non millesimato, servito fresco, che ben raffreddava e deliziava la cavità orale. A seguire c’era uno Champagne “Barons de Rothischild” annata 2016, uvaggio misto di Chardonnay e Pinot noir. A seguire il Chianti Classico Peppoli di Antinori annata 2022 e il Brunello di Montalcino Mastrojanni annata 2015. Il pranzo è andato avanti con la stappatura delle bottiglie. Veniva successivamente aperto il vino Coevo annata 2013 dell’azienda Cecchi e, per ultimo, il vino dell’azienda Podere San Luigi Fidenzio annata 2000, che purtroppo non esiste più, essendo venuti a mancare i proprietari. Si è trattato di un mega pranzo d’alta qualità e lo chef Angelo Torcigliani è stato bravissimo nel dar risalto alla qualità del cibo. Il servizio è stato ineccepibile e le 2 cameriere Paola e Vittoria ci hanno coccolati completamente. Prima di passare all’analisi dei vini è necessario fare la seguente premessa. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La tota-
le larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà essere per esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati. Simone Fracassi, Gianni Mercatali e lo Chef Angelo Torciglian
degustazioni • oinos
MAISON JEAN YVES DE CARLINI Champagne Blanc de Noirs Grand Cru Brut S.A. (uvaggio:100% Pinot noir) Color giallo oro ramato. Le bollicine sono fini e abbastanza numerose. Dal calice s’innalzano profumi di resina di pino, buccia di banana verde, lievi di rosmarino, lampone, pera coscia per terminare con soffi boisé. All’assaggio rivela un corpo medio, bollicine fini, sapidità e il dolce della parte esterna del confetto. Vino equilibrato con la freschezza che avvolge la massa alcolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intesa. 89/100
MAISON BARONS DE ROTHSCHILD Brut annata 2016 (uvaggio: 51% Pinot noir e 49% Chardonnay) Giallo oro lucente con bollicine fini e abbastanza numerose. Mix olfattivo con profumi di pan brioche, banana abbastanza matura, boisé, lievi di limone per terminare con ricordi di vaniglia. Il corpo è medio sufficiente. Vino sapido e ben equilibrato con la freschezza che domina completamente la massa alcolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intensa. Migliore al naso che al gusto. 89/100
MARCHESI ANTINORI PEPPOLI CHIANTI CLASSICO D.O.C.G. annata 2022 (uvaggio: 90% Sangiovese e 10% Cabernet sauvignon e Syrah) Rosso rubino chiaro, trasparente. Naso con profumi di ciliegia, menta, eucalipto, lievi di amido di cotone, prugna, per terminare con pizzicotti di conserva di pomodoro. Al palato rivela un corpo medio sufficiente e un buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6) e vellutati. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di ciliegia e prugna. 89/100
MASTROJANNI Brunello di Montalcino D.O.C.G., annata 2015 Robe rosso granato con fine bordo aranciato. Dal bicchiere s’innalzano profumi di menta, eucalipto, ciliegia marasca nera, intensi di nocciolina, thè verde, acqua di mare pulita (è uguale alla parte interna bianca della buccia di cocomero) per terminare con ricordi di pelle lavorata. All’esame gustativo rivela un corpo medio e un buon equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente vellutati per poi asciugare un po’ la gengiva superiore, lunga è la sua persistenza gustativa. 93/100 CECCHI COEVO TASCANA IGT, annata 2013 (uvaggio: 50% Merlot di Maremma e 50% Sangiovese di Castellina in Chianti)
In piedi da sinistra Massimo Roghi, Davide Macaluso, Paolo Baracchino, Gionata Federigi, Andrea Lombardo, Aessandro Vezzosi. Seduti da sinistra Simone Fracassi, Gianni Mercatali
Veste rosso rubino intenso. Naso carismatico composto da profumi di prugna, mirtillo, ciliegia, sapone di Marsiglia, anice stellato e liquirizia dolce, che mi ricorda la caramella “Morositas”, tabacco dolce da pipa “Clan”, pepe nero, noce moscata, bacca di ginepro e mandorla del confetto spezzato. Al gusto ha corpo medio ed è perfettamente equilibrato. I tannini sono dolci, larghi (6/6-), spessi e setosi. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. 95/100 PODERE SAN LUIGI FIDENZIO, TOSCANA IGT, annata 2000 (uvaggio: Cabernet sauvignon e Cabernet franc)
Dopo questo piacevole pranzo eravamo tutti super appagati per la compagnia, il cibo e il vino. Quando Simone Fracassi organizza un evento è sempre di alto livello.
Traspare rosso rubino intenso e porpora. Ventaglio olfattivo con profumi di menta, eucalipto, dolci della parte esterna del confetto, polvere di cacao, fondo di caffè, mirtillo, mora, pepe nero, noce moscata, ciliegia marasca nera, prugna fresca e lieve prugna secca. All’assaggio il corpo è medio e il vino ha sapore intenso di prugna secca. Ottimo equilibrio tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, spessi, larghi (6/6--), inizialmente vellutati per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di ciliegia marasca nera matura. 96/100
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terreno di gioco
264 Si invita al consumo responsabile delle bevande alcoliche
Benvenuti sul nostro
degustazioni • oinos
A PRANZO A
Montevertine In primavera ho avuto il piacere di essere stato invitato da Liviana e Martino Manetti presso la loro azienda vinicola a Radda in Chianti in località Montevertine per assaggiare, in anteprima, le nuove annate di Pian del Ciampolo 2023, Montevertine 2022 e Pergole Torte 2022.
Questi vini sono stati degustati prima del pranzo e durante il piacevole pranzetto cucinato dalla brava Liviana. Eravamo in compagnia del nipote di Martino, Tancredi Reimitz, che si occupa dell’aspetto commerciale dei vini e di Diego Barovier, agente di commercio dell’azienda per la zona di Venezia. Due giorni prima Martino e Liviana avevano ospitato i propri agenti di commercio per far sentire loro i vini che stavano per uscire in commercio e avevano organizzato un pranzo col famoso ed eccelso catering Guido Guidi di Firenze. Gli agenti erano al completo, a eccezione del signor Barovier, che, essendo stato impegnato quel giorno, è venuto
due giorni dopo, quando sono stato invitato io. A me i vini in uscita sono piaciuti molto, l’annata 2023, a mio avviso, sarà superiore all’ottima 2022 e questo lo penso non perché li ho già assaggiati, ma per la qualità del Pian del Ciampolo 2023; dulcis in fundo, abbiamo bevuto il “21 di Sergio Manetti”, al quale ho riconosciuto 99/100. Prima di descrivere i vini degustati devo fare la seguente precisazione. Per quanto riguarda la larghezza del tannino, è importante che faccia le precisazioni che seguono, affinché possa esser compresa. Io sento il tannino del vino sulla gengiva superiore. La totale larghezza del tannino è 6/6, cioè tutta la larghezza della gengiva superiore. Ovviamente, se il tannino è meno largo, potrà essereper esempio 5/6 e così via. La larghezza del tannino è importante quando la qualità dello stesso è di buono o alto livello. Più il tannino è largo, più il vino è degno d’attenzione, ma il tannino, come ho precisato, dev’essere, in ogni caso, di buona qualità. Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.
AZIENDA AGRICOLA MONTEVERTINE PIAN DEL CIAMPOLO TOSCANA IGT, annata 2023 (uvaggio: 95% Sangiovese, 5% Canaiolo e Colorino) Veste rosso rubino con trame porpora. Dal calice si diffondono profumi tra i quali spicca, in modo intenso, la ciliegia marasca nera matura, seguita da menta, eucalipto, dolci dell’esterno del confetto, legno vecchio, ruggine, chinotto, intensi di violetta, lievi di prugna secca, pomodori pelati e lievi rimandi che ricordano il succo di pesca e albicocca. All’assaggio rivela un corpo medio plus e sapore fruttato di ciliegia e prugna. Vino ben equilibrato con la freschezza che avvolge completamente la massa alcolica. I tannini sono dolci, spessi, abbastanza larghi (5/6), inizialmente vellutati per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa. Vino entusiasmante! Per la struttura mi ricorda il 2015. Normalmente questo vino all’olfatto ha lieve sentori d’acido acetico, è un po’ la sua caratteristica, ma nella 2023, come nella 2015, questo profumo non l’ho percepito. 93/100 AZIENDA AGRICOLA MONTEVERTINE MONTEVERTINE TOSCANA IGT, annata 2022 (uvaggio: 95% Sangiovese, 5% Canaiolo e Colorino) Dal bicchiere traspare rosso rubino. Naso ricco e vario con profumi di ciliegia marasca nera, intensi di violetta, lievi di legno vecchio e nuovo, sapone di Marsiglia, menta, eucalipto, pepe nero, noce moscata, biscotto wafer, bacca di ginepro, pomodori pelati, lievi di cioccolata per terminare con sensazioni di succo di pesca. All’esame gustativo si percepisce un lieve sapore d’acido acetico, che mi ricorda in generale il Pian del Ciampolo, ma non la 2023. Vino dotato di una generosa freschezza che copre completamente la massa alcolica. La sosta del vino in bottiglia renderà il vino ancor più equilibrato. Il corpo è medio e i tannini sono dolci, larghi ( 6/6-) e vellutati. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di violetta. 93/100
paolo baracchino fine wine critic info@paolobaracchino.com www.paolobaracchino.com AZIENDA AGRICOLA MONTEVERTINE LE PERGOLE TORTE, annata 2022 (uvaggio: 100% Sangiovese) Color rosso rubino. Mix olfattivo composto di profumi di mobile di sagrestia (incenso), menta, eucalipto, intensi di violetta, boisé, pout pourri, ciliegia marasca nera, intensi del dolce del tabacco da pipa (mi ricorda il tabacco Clan), prugna per terminare con soffi di cioccolata. All’esame gustativo ha sapore di cioccolata, il corpo è medio e l’asse alcolfreschezza è in perfetto equilibrio. I tannini sono dolci, larghi (6/6), inizialmente vellutati per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con piacevole finale di violetta. 96/100 AZIENDA AGRICOLA MONTEVERTINE “IL 2021 DI SERGIO MANETTI” (uvaggio: 100% Sangiovese) Prodotto per il commercio solo in formato magnum. Bottiglie magnum prodotte 1.000. Sono state utilizzate le uve di Sangiovese delle vigne più vecchie del Pergole Torte e del Montevertine. Color rosso rubino. Caleidoscopio olfattivo fatto di profumi d’intensa violetta, prugna secca, menta, eucalipto, liquirizia, panno caldo intriso d’amido per stirare, lievi di bas-armagnac, castagne bollite, schiacciata con uva, rosmarino, cuoio biondo, capperi, sapone di Marsiglia per terminare con soffi di giaggiolo. All’esame gustativo si evidenzia un corpo medio plus e un perfetto equilibrio tra alcol e freschezza con quest’ultima che avvolge completamente il primo. Il vino all’ingresso ha sapore intenso di violetta. I tannini sono dolci, abbastanza spessi, larghi (6/6--), inizialmente sono vellutati per poi asciugare lievemente la gengiva superiore (peccato di gioventù). Lunga è la sua persistenza gustativa con finale d’erbe medicinali. 99/100 In un precedente assaggio avevo dato il punteggio di 98/100, che, col presente assaggio, ho elevato a 99/100.
È stato un piacevole incontro, durante il quale ho potuto degustare con calma i nuovi vini. Da sinistra Liviana Manetti, Paolo Baracchino, Tancredi Reimitz, Martino Manetti e Diego Barovier
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Il Frantoio FRANCI
FRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE andrea cappelli
Le radici: un frantoio nato dal coraggio e dall’immaginazione Fernando Franci, classe 1929, fondò il “Frantoio Franci” insieme al fratello Franco nel 1958 a Montenero d’Orcia, antico borgo sospeso nel tempo e immerso in un territorio integro dal punto di vista ambientale. Un’area unica, punto d’incontro di tre paesaggi iconici della Toscana, oggi legati a un turismo culturale e naturalistico: la Val d’Orcia, Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’Unesco; il Monte Amiata, vulcano spento e montagna sacra, antico olimpo del popolo etrusco; e infine la selvaggia Maremma.
Giorgio con il padre Fernando
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Appassionato da sempre di meccanica, Fernando ha mostrato lungo tutta la sua carriera competenze degne di un ingegnere, pur avendo frequentato soltanto la scuola dell’obbligo. Agli inizi degli anni Ottanta presentò al Ministero dei Trasporti una sua invenzione: un sistema in grado di sollevare un mezzo cingolato e applicare pneumatici ai cingoli, rendendone possibile la circolazione su strada senza danneggiare l’asfalto. Accompagnato da un ingegnere della Motorizzazione di Grosseto, riuscì a ottenere l’omologazione del mezzo anche grazie all’interessamento diretto della Fiat di Torino. Gli ingegneri rimasero stupiti quando, chiedendogli quali studi avesse fatto, si sentirono rispondere: “La quinta elementare a Montenero”. Quel progetto sembrava infatti l’opera di un team di professionisti, non di un uomo di frantoio nato e cresciuto nel cuore della Val d’Orcia. L’inventiva di Fernando è sempre stata guidata dalle necessità: da bambino costruiva giocattoli meccanici – locomotiva a vapore, aeroplanini di legno in grado di volare – e da giovane padre, nel 1974, regalò alla moglie Rosina una culla auto-dondolante per le figlie gemelle Laura e Lucia. Poi arrivò l’idea rivoluzionaria delle ruote da applicare
ai cingoli del trattore. Le macchine e la famiglia sono state la sua vita: come un sarto cuce abiti su misura, lui modificava, riparava e personalizzava apparecchiature e strumenti, creando anche nuovi congegni che rendessero più agevole il lavoro in frantoio. Sempre attivissimo, fino a 89 anni trascorreva le giornate osservando le sue macchine, seguendo il lavoro e trasmettendo ai nipoti quello spirito di indipendenza intellettuale. Ai figli lasciò la passione per l’olio e il compito di far conoscere l’“oro verde” del Frantoio Franci in tutto il mondo. Lungimiranza e ruolo di pioniere dell’olivicoltura moderna furono le qualità riconosciute al capostipite della famiglia, che si spense nel 2018 nella sua casa di Montenero d’Orcia. Il linguaggio dell’eccellenza: riconoscimenti e record mondiali Dagli anni Novanta Fernando fu affiancato dal figlio Giorgio, che diede da subito una nuova spinta qualitativa, presentando nel 1995 il primo grande olio dell’azienda, il Villa Magra, e portando il frantoio alla ribalta nazionale e internazionale, con esportazioni in tutta Italia e in 45 Paesi. Negli ultimi trent’anni il Frantoio Franci ha vinto tutto ciò che era possibile
olio • oinos
vincere nei concorsi olivicoli, diventando sinonimo di qualità assoluta: una qualità che per Giorgio significa “tensione e sfida continua”. La famiglia Franci, da quasi settant’anni, appartiene a quella schiera di olivicoltori che non hanno mai forzato la mano, seguendo le vocazioni naturali del territorio e promuovendo un’olivicoltura non invasiva, rispettosa dell’ambiente e delle comunità. Giorgio Franci è oggi figura di riferimento mondiale per la sua competenza, la sensibilità nell’assaggio e la cura maniacale del dettaglio; è l’unico produttore entrato per 19 volte nella
Top20/Hall of Fame di Flos Olei, la guida internazionale più autorevole dedicata agli extravergini, ottenendo per sette anni consecutivi il punteggio perfetto di 100/100. Curata da Marco Oreggia e pubblicata in quattro lingue – italiano, inglese, cinese e spagnolo – recensisce i migliori 500 oli del mondo ed è diventata negli anni un punto di riferimento per buyer e operatori internazionali. Nel 2025 il Frantoio Franci è stato inoltre inserito da Forbes Italia tra le “100 Eccellenze”, riconoscimento riservato alle realtà più innovative e di successo del Paese.
Il nuovo frantoio: architettura, tecnologia e paesaggio E proprio nel 2025 arriva la grande novità: il nuovo frantoio. “Avevamo bisogno di nuovi spazi”, racconta Giorgio. “Il frantoio storico, realizzato alla fine degli anni Cinquanta all’interno di una struttura nata come stalla e fienile, aveva ormai limiti evidenti. Negli anni è stato ristrutturato e ampliato più volte, ma sempre all’interno dell’impianto originario. Dopo cinque anni di lavori abbiamo quindi costruito un nuovo opificio di dimensioni importanti, adiacente e collegato al vecchio, ma perfettamente integrato nel paesaggio”. Il nuovo edificio si articola su 600 m² distribuiti su tre livelli: il piano superiore ospita una terrazza dedicata all’oleoturismo e alle degustazioni, con vista a 360 gradi sulla Maremma,
da Roccastrada a Follonica, dall’Argentario al Monte Amiata, fino alla Val d’Orcia – con Pienza – e alla zona del Brunello, dove si scorgono i vigneti, Castelnuovo dell’Abate, il campanile dell’Abbazia di Sant’Antimo e Sant’Angelo in Colle. Gli altri due piani sono operativi: al livello intermedio si trovano imbottigliamento, confezionamento e magazzino dei materiali secchi; al piano terra il deposito oli e la nuova linea di frangitura HAUS, azienda turca d’eccellenza con sede ad Aydin e un reparto R&S all’avanguardia, che sarà in futuro affiancata da una seconda linea. Una linea di ultima generazione, con capacità produttiva superiore, software evoluto che ottimizza il funzionamento dell’impianto e soluzioni tecnologiche innovative sul decanter – la macchina più importan-
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te del frantoio – dotato di un dispositivo che consente lo svuotamento totale a fine partita e la regolazione dei livelli di lavoro con macchina in funzione. Quattro linee, un’unica filosofia: l’olio come abito su misura Oggi il Frantoio Franci propone quattro linee: “Più di venti etichette, divise nella linea Everyday – oli versatili, adatti all’utilizzo quotidiano in cucina e a tavola, destinati sia alla GDO sia all’Ho. re.ca. – e nelle due linee d’altissima qualità, Cru e Selezioni. Qui gli oli non sono più semplici condimenti, ma veri ingredienti speciali, pensati per esaltare un piatto preciso: nasce così il concetto di olio sartoriale, fatto su misura come un abito da sera cucito da un sarto esperto, capace di valorizzare i punti forti di chi lo indossa”. La produzione di questi oli conferma l’importanza di un approccio su
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misura che attraversa ogni fase: dalla selezione delle cultivar alla molitura, dall’imbottigliamento alla definizione delle caratteristiche sensoriali. La linea Everyday, entry level di alta qualità, presenta una segmentazione basata su certificazioni – IGP, biologica, doppia certificazione – e sui diversi profili aromatici. Negli ultimi mesi ha visto un importante restyling, nato dal desiderio di dare coerenza visiva a una linea pensata per l’uso quotidiano, mantenendo al centro i valori dell’azienda: qualità, sostenibilità, identità. “Rinnoviamo l’immagine restando fedeli al nostro DNA: innovazione, cura e un profondo rispetto per la propria terra. Una nuova immagine che non è solo estetica, ma espressione autentica di una promessa: quella di portare ogni giorno sulle tavole un olio di qualità, buono per chi lo produce, per chi lo sceglie e per l’ambiente.”, spiega
Giorgio. Il nuovo concept grafico prende forma da un’idea semplice e potente: rappresentare l’anima della Toscana attraverso un’icona visiva essenziale ma ricca di significato. L’etichetta raffigura una strada che si snoda tra colline e cipressi, un paesaggio immediatamente riconoscibile che richiama la geografia emotiva e culturale di Montenero d’Orcia, sede del frantoio. La strada simboleggia il cammino dell’olio – dalla pianta alla bottiglia – e quello del produttore, che ogni giorno percorre un sentiero fatto di scelte sostenibili, amore per la terra e attenzione alla biodiversità. È anche un invito al consumatore a intraprendere un viaggio consapevole, tra gusto e responsabilità. Sul retro, abbinamenti gastronomici guidano il consumatore a un uso consapevole dell’EVO. Anche il packaging rispecchia la sostenibilità: bottiglie leggere e tap-
po a vite anti-rabbocco. La linea Everyday mira dunque a offrire un olio di qualità a un prezzo sostenibile, valorizzando l’intera filiera, ed è oggi disponibile in insegne come Esselunga, Conad, Coop e in luxury food store. Le linee Cru e Selezioni
includono monovarietali come il Villa Magra Grand Cru, apice della filosofia sartoriale: un monocultivar Frantoio dall’eleganza crescente, paragonabile a un crescendo orchestrale, che parte con note morbide di frutta rossa, evolve in un verde comples-
so – kiwi, mandorla verde, carciofo – e chiude con una persistenza speziata nei toni del pepe nero. Ma non solo Villa Magra Grand Cru: Il nostro Villa Magra, poderoso ma armonioso, ha una carica amara potente ma equilibrata, un’intensità elegante che si sposa alla perfezione con carni rosse e zuppe autunnali e di legumi. Il Moraiolo è un’esplosione di note verdi e fresche, con amaro e piccante avvolgente, ampio al palato ed inebriante all’olfatto con profumi freschissimi. Rose e Olivastra Seggianese, leggiadre e raffinate, esprimono l’unicità del nostro territorio, con note dolci di mela e banana e incredibili sentori floreali. ‘Le Trebbiane’, fruttato medio, versatile e dinamico, con note piccanti ed amare contenute e ben equilibrate, è ottimo su vellutate autunnali e bruschette. Ed infine i “piccoli di casa”, gli ultimi nati, la linea Delicate, che negli ultimi anni ha riscosso
enorme successo sia nella ristorazione gourmet che fra i clienti amanti degli oli morbidi al gusto: dal Delicate classico, ottimo su crudités di pesce e per la maionese fatta in casa, al Maurino, da usare a crudo su caprese, formaggi freschi e pizza, fino alla variante monocultivar Frantoio, abbinamento perfetto per gamberi rossi, scampi, sushi e sashimi. Dietro le quinte: numeri, mercati e geografia del gusto Quanto ai numeri delle quattro linee: “La Toscana è sempre dominante: l’anno scorso abbiamo lavorato quasi il 95% di olive toscane. La GDO vale 700-800 quintali, l’Ho.re.ca. 150-200 quintali; Cru e Selezioni 250300, con alcune etichette a tiratura limitata che non escono ogni anno. Sono oli che nascono da profili che ho in mente e che cerco con uno studio che parte dalla campagna: non sempre la
natura permette di ottenere ciò che si vuole”. Sul piano commerciale: “Il mercato italiano pesa il 60% del fatturato, l’estero il restante 40%, che assorbe oltre il 60% dei prodotti Premium, con mercati principali in Europa, Stati Uniti, Estremo Oriente e Sud-Est Asiatico”. Gli olivi millenari: custodia del tempo Dopo trent’anni di attività, Giorgio è considerato custode del paesaggio olivicolo di Montenero d’Orcia. “Ho voluto ridare dignità a un gruppo di piante antichissime, addirittura millenarie, di Olivastra Seggianese, cultivar autoctona del territorio tra la valle dell’Orcia e il Monte Amiata. Ho acquistato un vecchio oliveto – detto di Marino, che l’ha curato negli ultimi decenni – che collega il nostro oliveto Villa Magra al frantoio. Qui vivono cinque olivastre millenarie, riconoscibili dalle dimensioni dei ceppi. Hanno subito ge-
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late, come quelle del 1956 e del 1985, e ciò che resta è l’enorme apparato radicale, che affiora disegnando un cratere di tre metri di diametro attorno ai polloni. Una di queste piante è gigantesca: le fronde toccano terra, e quando entrai per la prima volta al suo interno provai una sensazione di pace profonda, come se fosse un piccolo mondo antico”. Oleoturismo: l’esperienza che diventa memoria Negli ultimi anni è cresciuto
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molto l’oleoturismo. “Portare qui il cliente è il modo migliore per lasciare un ricordo autentico. Proponiamo un’esperienza base con visita, spiegazione dei macchinari e degustazione di tre-quattro oli con formaggio e vino. Poi un’esperienza più completa con pranzo-degustazione e cooking class curata dallo chef Matia Barciulli, per gruppi o anche solo due persone: un percorso in cui l’olio è sempre il filo conduttore e nel quale si impara a valorizzare il cibo con l’olio giusto”.
La terza generazione: un futuro che germoglia Da alcuni anni anche i figli, Matia e Niccolò, terza generazione, affiancano Giorgio. “Avere la famiglia accanto è una grande soddisfazione. Dalle mie sorelle gemelle Lucia, che lavora con noi, e Laura, insegnante che mantiene una quota in azienda – e il cui figlio Matteo è oggi responsabile Hospitality – alla mia compagna Anna, fino ai miei due figli. Niccolò, il maggiore, ha costruito il sito e segue l’e-commerce, che oggi permette di acqui-
stare una bottiglia in tre clic. Matia ha iniziato in amministrazione ma ha capito di preferire il lavoro manuale: la campagna e la produzione lo divertono di più”. Campagna 2025: l’equilibrio fragile tra natura e qualità Infine la campagna olivicola 2025: “La quantità di olive è in calo rispetto allo scorso anno; la nostra zona risente meno della situazione, ma non ne è esclusa. Lo scorso anno il contenuto in olio era basso a causa delle piog-
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ge a ridosso della raccolta; quest’anno la resa è più alta, compensando parzialmente la minore quantità. Dal punto di vista qualitativo, non è un’annata a cinque stelle: clima e mosca olearia hanno inciso, colpendo soprattutto l’olivicoltura hobbistica. Quella professionale, biologica o convenzionale, è riuscita invece a produrre olive di grande qualità, che hanno dato oli eccellenti. Come Frantoio Franci siamo soddisfatti sia per quantità sia per qualità. Alcune etichette speciali saranno disponibili in quantità limitate, ma fa parte del gioco: è sempre la natura a comandare”.
Giorgio e Anna
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ASSOCIAZIONE NAZIONALE CITTÀ DELL’OLIO
“Dall’Italia a Hiroshima: un Olivo per la Pace” Cerimonia di piantumazione nel cuore del Peace Memorial Park di Hiroshima
Le linee programmatiche per l’anno 2026 nel segno di “Olivo e Repubblica: Comunità di Valori”, a 80 anni dalla nascita della Repubblica Italiana andrea cappelli L’Associazione Nazionale Città dell’Olio (ANCO) è nata nel dicembre 1994 e fu fondata a Larino, in provincia di Campobasso, per raggruppare Comuni ed enti pubblici caratterizzati dalla produzione di olio extravergine d’oliva (EVO). Inizialmente vi aderirono solo amministrazioni comunali, ma nel tempo hanno aderito anche amministrazioni provinciali, co-
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munità montane, gruppi d’azione locale, i parchi e le camere di commercio di 19 regioni d’Italia, siti in territori nei quali si producono oli che documentino adeguata tradizione olivicola connessa a valori di carattere ambientale, storico, culturale. La sede operativa si trova nella splendida Villa Parigini in località Basciano, su una collina a nord di Siena, nel Co-
mune di Monteriggioni. L’ANCO ha tra i suoi obiettivi quello di divulgare, promuovere e tutelare la cultura dell’EVO e del territorio olivicolo di qualità; tutelare e promuovere l’ambiente e il paesaggio olivicolo; diffondere la storia dell’olivicoltura; garantire il consumatore attraverso la valorizzazione delle denominazioni d’origine, l’organizzare eventi, l’attua-
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zione di strategie di comunicazione e marketing mirate alla conoscenza del grande patrimonio olivicolo del Belpaese. Nello scorcio del 2025, suo trentunesimo anno di vita, l’ANCO è stata promotrice di una toccante cerimonia in Giappone per omaggiare le vittime della bomba atomica sganciata il 6 agosto 1945 sulla città di Hiroshima, per gli effetti della quale circa 70mila persone morirono all’istante e 140mila entro la fine del 1945 per le ferite e gli effetti delle radiazioni nei mesi successivi. Così una pianta d’olivo italiano, simbolo di pace, vita e rinascita, è stata piantata martedì 11 novembre nel cuore del Peace Memorial Park di Hiroshima, come dono ufficiale dell’Italia alla città martire nell’anno dell’80° anniversario del disastro atomico. La piantumazione dell’“Olivo della Pace”, patrocinata dal Consolato Generale d’Italia a Hiroshima, dalla Fondazione ItaliaGiappone e Viva Italia – Associazione Italo-Giapponese di Hiroshima, rappresenta così un gesto di diplomazia civile e simbolica, un atto di fratellanza tra popoli in un tempo in cui la pace appare più fragile che mai, attraverso il quale l’Italia parla al mondo non con le armi, ma con le radici della sua cultura mediterraneo: la madre terra, l’olio, la grande bellezza. Alla cerimonia, che è stata preceduta dalla conferenza stampa dedicata, da un momento di raccoglimento con la firma del libro degli ospiti e la deposizione di fiori al cenotafio, monumento in memoria delle vittime, promossa dall’ANCO in collaborazione con la Città di Hiroshima, ha preso parte la delegazione composta dal presidente delle Città dell’Olio Michele Sonnessa e dal direttore generale Antonio Balenzano e ha visto la presenza di stampa internazionale e media giapponesi. Ad accoglierli il Sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, le autorità municipali giapponesi e i rappresentanti dell’Ambasciata d’Italia in Giappone, del Consolato Generale
d’Italia in Giappone. Per questa solenne occasione è stata scelta una delle cultivar più diffuse in Italia: il Leccino. Durante la cerimonia è stato fatto riferimento alle parole pronunciate da papa Francesco, che esortava i fedeli a chiedere a Dio di far ger-
Il sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui con la scultura dell’artista Andrea Roggi
mogliare la pace nel cuore di ogni uomo, come fa una pianta d’olivo nella terra. Accanto all’ulivo è stata collocata una targa in bronzo bilingue (italiano e giapponese), simbolo tangibile dell’amicizia tra Italia e Giappone e della volontà delle’ANCO di promuovere la convivenza pacifica, la solidarietà tra i popoli e il rispetto dei diritti umani. Un gesto semplice ma profondo, che intende radicare nel
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cuore della città simbolo del dolore e della rinascita un messaggio destinato a durare nel tempo. Dopo la scoperta della targa donata da ANCO, è stato eseguito un breve rito simbolico di benedizione e affidamento della pianta alla città. “Piantare un ulivo a Hiroshima – dichiara Michele Sonnessa, presidente ANCO – non è solo un gesto simbolico, ma un impegno concreto verso il futuro. L’olivo è un messaggio di pace che parla la lingua universale della vita: cresce lentamente, resiste alle tempeste e porta frutti anche dopo le ferite. È l’immagine stessa della speranza che il mondo oggi invoca”. Queste le parole del sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui: “È per me un immenso piacere ricevere quest’albero d’ulivo dal popolo italiano, permeato di speranza di pace. Spero sinceramente che quest’ulivo, carico delle nostre speranze, cresca forte e alto e, col passare degli anni, germogli foglie di solidarietà con le città del mondo e dia il frutto più importante: un mondo libero dai conflitti. La città di Hiroshima si impegna a fondo per promuovere la cultura di pace, per garantire che questa cultura metta radici nella vita quotidiana dei cittadini di Hiroshima. Chiedo umilmente al popolo italiano di unirsi a noi nel nostro impegno per diffondere la cultura di pace”. In occasione della cerimonia di piantumazione dell’Olivo della Pace a Hiroshima, l’Associazione nazionale Città
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dell’Olio ha inoltre donato alla Città di Hiroshima una scultura dell’artista toscano Andrea Roggi (per approfondimenti: https://www.andrearoggi.com/) in segno di bellezza e pace. Dopo aver contribuito al Giubileo 2025 con la fornitura di 200mila ramoscelli d’olivo e 150 palme per la celebrazione della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro a Roma da parte delle Città dell’Olio del Lazio, gesto ricco di significato spirituale e culturale che testimonia il legame coi valori universali come pace, cura del creato e solidarietà territoriale, le Città dell’Olio portano ora il loro messaggio di pace e rinascita oltre i confini europei, in un cammino che collega Lampedusa a Hiroshima, dal Mediterraneo al Pacifico. L’olivo, che metterà radici nel Parco della Pace, rappresenta un impegno morale e civile: custodire la memoria, trasformare il dolore in solidarietà e fare dell’olio e dell’olivo un linguaggio universale d’armonia tra i popoli. Dall’Olivo della Pace di Hiroshima, come segno di fratellanza, memoria e speranza universale, nascerà così un cammino che attraversa i luoghi-simbolo della memoria mondiale. Ma molto intenso è anche il programma che ANCO ha delineato per il prossimo anno 2026, in risposta alle nuove esigenze dei territori e alle trasformazioni in atto nel panorama olivicolo e rurale italiano. L’Associazione vuol essere una rete in movimento che guarda all’olio, alla terra e
al paesaggio come elementi centrali d’identità, sviluppo e partecipazione democratica. Il tema principe sarà “Olivo e Repubblica: Comunità di Valori”, cioè l’olio come veicolo di cittadinanza attiva, nel solco della Costituzione. Nel 2026, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica Italiana, le Città dell’Olio riaffermeranno il proprio ruolo di comunità attive, consapevoli e responsabili, portatrici di valori civici e identitari che si radicano nei territori olivicoli, dove il paesaggio e le persone che lo abitano continuano a generare futuro. “Celebrare questa ricorrenza significa riconoscere nell’olivo e nell’olio extravergine un simbolo concreto di cittadinanza, democrazia e coesione: un patrimonio vivo che unisce tradizione, lavoro, ambiente e cultura – commenta il direttore Balenzano – le Città dell’Olio si presentano così come ‘Comunità di Valori’, luoghi in cui l’olivicoltura non è solo economia, ma presidio d’identità, partecipazione e libertà. L’olio, nella visione della Repubblica, incarna i principi fondativi della nostra Costituzione – la dignità (art. 3), il lavoro (art. 4), la tutela del paesaggio e dell’ambiente (art. 9), la salute (art. 32), lo sviluppo economico sostenibile (art. 41) – valori che ogni giorno si rinnovano nei frantoi, nelle scuole, nei paesaggi, nelle cucine e nelle comu-
Il presidente Michele Sonnessa
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nità olivicole. Un invito a custodire la terra come bene comune e a coltivare, insieme all’olivo, la pace e la speranza. “In questo quadro, la biodiversità olivicola rappresenta uno degli asset strategici su cui concentrare il lavoro dei prossimi anni poiché con oltre 540 cultivar censite, l’Italia custodisce la più grande varietà olivicola al mondo – comment ail presidente Sonnessa – difendere questa ricchezza significa proteggere identità locali, garantire qualità e distintività ai nostri oli EVO, rafforzare la resilienza ambientale e costruire nuove opportunità di sviluppo sostenibile. Le Città dell’Olio si candidano quindi a essere presìdi di biodiversità, mettendo in rete istituzioni, produttori, comunità scientifiche e cittadini in un percorso condiviso e duraturo. In un tempo di trasformazioni sociali, climatiche ed economiche, l’olivo si conferma simbolo di equilibrio, pace, sobrietà, co-
esione. E l’olio extravergine diventa espressione tangibile di un patrimonio culturale, agricolo ed educativo che i territori custodiscono e innovano. Le Città dell’Olio sono chiamate a essere presidi civili, spazi di cittadinanza attiva, partecipazione democratica e sostenibilità concreta anche per tramite le Comunità dell’Olio. Così, attraverso il Programma 2026, ogni comune/ente socio è chiamato a trasformare il proprio patrimonio culturale in un impegno concreto di responsabilità civica, in perfetta armonia con lo spirito costituzionale”. Le linee programmatiche 2026, articolate nei 5 pilastri programmatici su cui si fonda l’azione di ANCO, intendono rafforzare il protagonismo degli enti soci nella filiera, creare strumenti efficaci per contrastare l’abbandono, innovare la comunicazione, coinvolgere nuove generazioni, formare nuovi professionisti del territorio e rilan-
ciare una progettualità unitaria, condivisa, diffusa. “Essere Città dell’Olio oggi significa custodire e rigenerare valori – dichiara il direttore Balenzano – farli vivere nelle scuole, nei frantoi, nei paesaggi, nelle mense, nei mercati e nelle comunità”. Nel 2026 vedrà la luce anche il progetto delle “Comunità dell’Olio” – laboratorio permanente d’attivazione locale, partecipazione e sviluppo, che punta a costruire reti civiche attorno all’identità olivicola dei territori – facendo dialogare cittadini, istituzioni, produttori e realtà associative. A tal uopo sarà organizzata la prima edizione dell’evento nazionale “Incontro delle Comunità dell’Olio”, ospitato a rotazione nei territori e articolato in tavoli tematici di confronto tra rappresentanti locali e referenti nazionali; laboratori esperienziali per raccontare e replicare buone pratiche; cerimonia di riconoscimento delle esperienze
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più significative e innovative. Tra i pilastri programmatici, in primo piano anche il turismo dell’olio, che rappresenta una delle direttrici più innovative e identitarie dell’attività delle Città dell’Olio. “Nel 2026 l’obiettivo sarà consolidare una filiera turistica strutturata in grado di valorizzare oliveti, aziende olivicole, frantoi e comunità rurali, attraverso esperienze autentiche e sostenibili – spiega il direttore Balenzano – il tutto con l’obiettivi strategico di far riconoscere l’oleoturismo come leva di sviluppo economico, culturale e sociale per i territori olivicoli, rafforzando l’identità turistica delle Città dell’Olio e la visibilità nazionale e internazionale delle loro proposte, nonché favorendo la creazione d’esperienze di qualità, coerenti ci valori di sostenibilità, autenticità e inclusione, Questi gli eventi nazionali di sistema 2026 legati al turismo dell’olio: Camminata tra gli Olivi – X edizione turismo lento nei paesaggi olivicoli con percorsi esperienziali e narrativi per famiglie e camminatori; Merenda nell’Oliveta – VI edizione; Iniziativa di socialità e cultura negli oliveti urbani e periurbani con merende contadine e animazione, che si svolge da maggio a giugno con un’edizione speciale ad agosto; Girolio d’Italia I^ ed. Itinerari del Gusto in Bicicletta: manifestazione nazionale di cicloturismo non competitivo; Andar per Frantoi e Mercatini, un calendario nazionale e regionale delle iniziative sull’olio nuovo, che unisce l’apertura dei frantoi con esposizioni artigianali e mercatini tematici nei differenti luoghi rurali; Premio Turismo dell’Olio 2026, seconda edizione del riconoscimento nazionale alle migliori pratiche d’accoglienza, innovazione ed esperienzialità oleoturistica. Così il progetto unisce la valorizzazione del paesaggio olivicolo con la promozione del turismo lento e sostenibile, rafforzando il ruolo delle Comunità dell’Olio come protagoniste dell’accoglienza territoriale”. Presidente Sonnessa, cosa rappresenta
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oggi per l’Italia il proprio patrimonio olivicolo? “Il paesaggio olivicolo rappresenta un patrimonio culturale, ambientale e identitario d’inestimabile valore. Non si tratta solo di una risorsa economica, ma di un’eredità collettiva, costruita nel tempo da generazioni di comunità agricole, che ha modellato il territorio, le relazioni sociali e l’immaginario italiano. Le Città dell’Olio riconoscono in questo pae-
saggio non un museo a cielo aperto, ma un bene culturale vivo da tutelare, coltivare e restituire alle nuove generazioni con strumenti adeguati, capaci d’unire innovazione e tradizione, partecipazione e conoscenza. In questa prospettiva, la biodiversità olivicola si afferma come tema strategico poiché, con oltre 540 cultivar censite, l’Italia custodisce la più grande varietà al mondo. Salvaguardare tale
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ricchezza significa proteggere le identità locali, garantire qualità e distintività agli oli EVO, rafforzare la resilienza ambientale e aprire nuove opportunità di sviluppo sostenibile. Accanto a ciò, un’altra sfida centrale è quella delle energie rinnovabili e della transizione ecologica, che va affrontata con visione sistemica e responsabilità politica. Le Città dell’Olio hanno infatti promosso un Manifesto,
come linea di indirizzo politico-istituzionale, che chiede a Regioni e istituzioni un approccio equilibrato per favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili sì, ma evitando che impianti invasivi compromettano paesaggi, biodiversità, colture identitarie e produzioni agricole di qualità. Perciò andremo a fare azioni di sensibilizzazione e lobbying per impedire l’installazione di impianti invasivi in
oliveti storici, paesaggi rurali di interesse storico, siti UNESCO e FAO GIAHS, presìdi Slow Food e aree vocate alle produzioni DOP/IGP, biologiche e di qualità certificata”. Direttore Balenzano, il patrimonio olivicolo è dunque per voi paesaggio, ruralità, biodiversità ed energia sostenibile: 4 dimensioni inscindibili, che le Città dell’Olio pongono al centro della propria azione strategica, non solo pro-
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gettuale ma anche politica... “ Il nostro obiettivo è far riconoscere, tutelare e rigenerare il paesaggio olivicolo, la biodiversità e le comunità rurali come elementi chiave del patrimonio culturale, materiale e immateriale delle Città dell’Olio con azioni incisive contro l’abbandono e attraverso politiche d’olivicoltura sociale. Vogliamo incentivare nuove forme di ruralità civica, promuovendo la partecipazione diretta delle comunità nella cura, gestione e valorizzazione condivisa dei territori olivicoli. Ma anche promuovere la conoscenza, la narrazione e la didattica del paesaggio e della biodiversità olivicola con approcci integrati e multidisciplinari che coniughino ricerca scientifica, saperi tradizionali e innovazione culturale. Non solo, anche valorizzare la biodiversità olivicola come risorsa strategica, difendendo le cultivar autoctone, rafforzando la resilienza ambientale e generando nuove opportunità di sviluppo sostenibile per i territori”. Presidente, un fenomeno purtroppo molto attuale è l’abbandono degli oliveti tradizionali... “Una vera e propria emergenza che interessa
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particolarmente le aree interne, collinari e marginali e rappresenta per noi una sfida ambientale, sociale ed economica di primaria importanza. Il nostro obiettivo strategico è contrastare l’abbandono e l’erosione del paesaggio olivicolo attraverso la restituzione di valore alle terre incolte, attivare forme d’olivicoltura sociale e comunitaria per il recupero partecipato degli oliveti abbandonati, favorire la nascita di filiere olivicole civiche attraverso sinergie con Terzo Settore, cooperative giovanili, enti locali e realtà educative, promuovendo un disegno normativo condiviso che riconosca il valore multifunzionale dell’oliveto e incentivi strumenti per il recupero produttivo, paesaggistico e sociale delle superfici incolte”. Direttore, vi stata muovendo anche per salvaguardare la biodiversità olivicola italiana... “Un’azione che passa attraverso l’Atlante Digitale, uno strumento innovativo di mappatura, narrazione e valorizzazione delle varietà olivicole presenti nei territori delle Città dell’Olio e in Italia. Una piattaforma online interattiva, destinata a raccogliere dati scientifici, storici e culturali sulle cultivar, i paesaggi
olivicoli e le pratiche tradizionali, integrandoli con contenuti multimediali (fotografie, video, schede descrittive, testimonianze) al fine di tutelare e documentare il patrimonio genetico e culturale olivicolo italiano, contrastandone l’erosione. Rendendo così la biodiversità accessibile a ricercatori, istituzioni, scuole, turisti e comunità locali come leva per educazione, innovazione e promozione territoriale. Ma avvieremo anche la campagna nazionale di sensibilizzazione ‘Custodire la Biodiversità, rivolta a Comuni, scuole e comunità locali per promuovere il valore delle cultivar autoctone e delle pratiche tradizionali, includendo eventi divulgativi, laboratori didattici, storytelling digitale e la produzione di materiali educativi. Ma andremo a istituire anche la ‘Giornata Nazionale della Biodiversità Olivicola’, un evento annuale diffuso nelle Città dell’Olio con iniziative simboliche di piantumazione di cultivar autoctone, attività divulgative e incontri tecnicoscientifici. Infine stiamo costituendo
Il direttore Antonio Balenzano
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un ‘Centro Nazionale per l’Olivicoltura Storica ed Eroica’, in collaborazione con Regioni, Università e altri enti scientifici, dedicato allo studio, alla tutela e alla valorizzazione degli oliveti storici, terrazzati, secolari e eroici. Il centro sarà luogo di documentazione, formazione e supporto tecnico ai Comuni e sarà attivo nella progettazione di politiche regionali e nazionali per la salvaguardia di questi ecosistemi complessi e fragili”. Direttore, l’EVO rappresenta non solo un alimento identitario, ma un alleato strategico per la salute pubblica... “Nel contesto della crescente attenzione verso i corretti stili di vita, l’olio EVO è elemento centrale della dieta mediterranea e della prevenzione primaria, così lo volgiamo posizionare come ‘compagno di salute attiva’, generando visibilità nazionale per i territori olivicoli”. Presidente, l’olio è il racconto vivente dell’identità mediterranea...
“Bisogna valorizzare l’olivo come testimone culturale e simbolo identitario, restituendo al territorio la narrazione collettiva delle sue radici olivicole attraverso percorsi esperienziali, culturali e comunitari. Così ‘Memoria d’Olio’ è un manifesto culturale che ridefinisce la relazione tra comunità, paesaggio e patrimonio. L’olivo diventa veicolo di memoria viva, connessa ai siti storici, agli archivi culturali, alla cucina, all’arte e alla spiritualità mediterranea. L’iniziativa è pensata per attivare esperienze autentiche, trasformando turisti in cittadini temporanei e promuovendo una fruizione lenta e sostenibile dei territori olivicoli”. Presidente, il 2026 sarà così un anno decisivo per le Città dell’Olio... “Le sfide poste dai cambiamenti climatici, dall’abbandono delle aree interne, dall’evoluzione del turismo e dalla crescente richiesta di sostenibilità ci impongono una nuova
visione e soprattutto una rinnovata capacità d’azione collettiva. Perché ogni territorio porta con sé una storia, un oliveto, una comunità. E ogni comunità può essere ‘costituente’ nel senso più autentico: portatrice di diritti, cultura, biodiversità, relazioni umane. Siamo un’Associazione fatta di istituzioni pubbliche e, come tali, possiamo e dobbiamo essere presidi civili nei territori con la responsabilità di generare impatto, inclusione e bellezza. Il 2026 celebra gli 80 anni della nascita della Repubblica Italiana, così è il momento giusto per ricordarci che i principi di democrazia, solidarietà e coesione sociale passano anche dai paesaggi, dalle scuole, dai mercati, dai frantoi e dalle cucine delle nostre Città dell’Olio. La forza dell’Associazione sta nella sua rete: 550 Comuni, una sola visione. Insieme, costruiamo comunità. Insieme, costruiamo futuro”.
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L’Associazione
andrea cappelli
Viticoltori di GAIOLE
talità, che producono e imbottigliano nel territorio comunale, tra queste figurano sia aziende grandi e storiche, sia cantine piccole, così da creare un gruppo di lavoro molto eterogeneo, ma quanto mai di valore. Obiettivi primari sono anche la conoscenza reciproca fra i produttori con la consapevolezza che il fare rete è fondamentale come strumento di promozione territoriale. Per questo AVG, fin dal primo anno, collabora, come altre associazioni terrtoriali, allo sviluppo di un evento annuale denominato Terre di
L’Associazione Viticoltori di Gaiole (AVG), nacque nel 2017 per promuovere e valorizzare non solo la neonata UGA (Unità Geografica Aggiutiva), ma anche la millenaria storia del suo territorio e le particolarità pedologiche dell’area, che danno forma a vini di gran personalità e diversità. Primo presidente fu il barone Francesco Ricasoli, la cui casata divenne proprietaria del Castello di Brolio presumibilmente nel XII secolo, in una zona, quella della terra gaiolese, già considerata allora ad alta vocazione vitivinicola, senza scordare che l’autorevole esponente familiare Bettino (il “barone di ferro”), codificò verso la metà dell’Ottocento l’uvaggio del Chianti. Spaziando dal Valdarno alle Crete Senesi, quello di Gaiole è un comune esteso con giaciture che partono dal fondovalle e arrivano ai 600 metri sul livello del mare, nonché di gran variabilità in fatto di suoli e con-
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dizioni climatiche. Nella parte est del comune le terre ricche d’arenaria e povere d’argilla si caratterizzano per uno spiccato drenaggio d’acqua con conseguente maggior stabilità fra una annata e un’altra e per vini fondati più sull’eleganza che non sulla struttura. A ovest, dove invece prevale l’alberese con una percentuale d’argilla rilevante (30-40%), la ritenzione idrica produce una maggior variabilità fra le annate a seconda delle precipitazioni e una maggior morbidezza nei vini. A sud si osserva una prevalenza di sabbie plioceniche e con ovvio strapotere del Sangiovese, un Sangiovese spesso, solare, ma talvolta anche finemente e florealmente “aristocratico”. Oggi AVG può contare su ben 35 cantine del Gallo Nero associate, la quasi to-
Gaiole, che, in forme e modalità diverse ogni anno, si svolge in maniera diffusa sul territorio comunale, cercando di valorizzare i vini di Gaiole e insieme il territorio con le proprie ricchezze e caratteristiche. “Abbiamo anche una stanza di rappresentanza all’interno dello spazio museale di Gaiole, denominato Chianti Origo – ci spiega Manuele Verdelli, presidente dal 2020 – e sempre all’interno di questa struttura abbiamo organizzato degustazioni e tavole rotonde sui maggiori temi di attualità del mondo vino. E consideriamo fondamentale la collaborazione e la sinergia con altre associazioni del territorio, che hanno lo stesso fine della valorizzazione di Gaiole in Chianti come comune centrale all’interno del Chianti Classico storico”.
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PR
COMUNICARE IL VINO
quando le parole sanno di vendemmia (e parlano al mondo)
giovanna focardi nicita
Nel settore vitivinicolo, dove il valore nasce in vigna ma si conquista nel racconto, c’è un’agenzia che da vent’anni – grazie al suo fondatore Riccardo Gabriele – ha scelto una specializzazione radicale: PR Comunicare il Vino. Nata nel 2006 e con base a Livorno, l’agenzia lavora esclusivamente e verticalmente con cantine e consorzi, accompagnando le aziende “dalla vigna al consumatore” con un modello che intreccia relazioni, cultura di prodotto e strategia editoriale. La prima differenza si vede nel metodo. PR Comunicare il Vino usa eventi e degustazioni non solo come vetrine, ma come laboratori narrativi: si allenano i portavoce, si testano i messaggi, si costruiscono le esperienze che trasformano la tecnica in emozione misurabile. È una regia che tiene insieme trade, stampa e pubblico finale, curando l’ufficio stampa in Italia e all’estero con una sensibilità al det-
taglio da boutique e un’agilità operativa difficile da replicare. A rendere l’agenzia ancora più peculiare è il suo centro studi interno. Qui si indagano linguaggi, abitudini di consumo e tendenze generazionali, offrendo alle cantine strumenti pratici per rinnovare etichette, payoff e storytelling. Una delle ricerche più recenti ha messo in luce come le nuove fasce d’età chiedano meno gergo e più senso d’uso: un vino che “si capisce” prima di essere capito. Cosa offriamo ai clienti? Linee guida concrete per comunicare la qualità senza perdere l’anima territoriale. PR Comunicare il Vino è anche tanta innovazione. Tra le prime agenzie a sviluppare proget-
ti legati all’intelligenza artificiale insieme a partner di eccezione con integrazione delle nuove tecnologie al mondo del vino. La vocazione internazionale è l’altra faccia del progetto. Sito bilingue, strette relazioni con writer e testate oltre confine, eventi all’estero con incontri tra produttori e giornalisti e influencer nelle principali città del mondo (New York, San Francisco, Chicago, Londra, Amsterdam, Helsinki, Parigi, Madrid, Tokyo, Shangai, Singapore, Hong Kong per citarne alcune), PR pensate per far viaggiare il messaggio tanto quanto le bottiglie. Non si tratta di tradurre, ma di adattare: dalla Sicilia alla Val d’Aosta, la narrazione cambia ritmo e lessico in base ai mercati, restando però sempre ancorata alla sostanza del vino. Nel panorama italiano esistono eccellenti realtà di comunicazione wine&food, da chi eccelle nelle media relations generaliste a chi presidia il digitale puro. PR Comunicare il Vino si posiziona in un quadrante diverso: PR specialistiche con ricerca proprietaria e messa in scena esperienziale. È qui che l’agenzia ha costruito la propria reputazione, aiutando i brand a trovare parole che sappiano di uva e di territorio, ma che arrivino chiare a Milano come a New York. Perché nel vino la qualità si fa in cantina, ma si afferma quando qualcuno, dopo aver ascoltato, decide di raccontarla.
Credit Lodo Vannucchi
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VALORITALIA PRESENTA
L’Annual Report del vino in Italia 9,23 MILIARDI IL VALORE DEL VINO CERTIFICATO NEL 2024 Valoritalia è la società italiana specializzata nella certificazione dei prodotti agroalimentari, leader nel settore vitivinicolo. La società garantisce la tracciabilità del prodotto dal campo all’immissione sul mercato, assicurando a imprese, istituzioni e consumatori, il rispetto degli standard di produzione stabiliti nei Disciplinari di Produzione adottati dai rispettivi Consorzi di Tutela. A quindici anni dalla sua nascita, Valoritalia è presente in gran parte del territorio nazionale con 37 sedi, nelle quali operano 225 donne e uomini, supportati da circa 1.250 consulenti, coprendo ben 16 regioni Italiane. Tra DOC, DOCG e IGT, Valoritalia certifica 219 Denominazioni di Origine, pari al 56% della produzione nazionale dei vini di qualità dei vini per un valore di oltre 9 miliardi di euro.. In aggiunta, Valoritalia certifica le produzioni da agricoltura biologica e da agricoltura integrata (SQNPI) di alcu-
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ne migliaia di aziende, oltre a certificare standard innovativi di sostenibilità, come EQUALITAS, EQUIPLANET, VIVA e Turismo Sostenibile. Infine, Valoritalia opera in equivalenza con altri standard internazionali come NOP (USA), COR (Canada) e JAS (Giappone), Bio-Suisse (Svizzera). Nel 2024 la società ha ottenuto la certificazione della parità di genere. Giunto alla sua settima edizione, Valoriatalia ha presentato l’Annual Report 2025, studio che ha evidenziato l’andamento del settore nel 2024, sottolineando la solidità del mercato del vino tricolore anche in un contesto internazionale decisamente incerto come quello attuale. L’ultimo quinquennio è stato infatti compromesso da una serie di dinamiche inattese che continuano a determinare un quadro di indeterminatezza economica tra l’epidemia di Covid, due guerre in atto e la recente minaccia dei dazi statunitensi. “Nonostante il contesto internazionale complesso – ha sottolineato Giuseppe Liberatore, Direttore Generale di Valoritalia – il 2024 si conferma un anno di consolidamento, non brillante ma comunque positivo, con 2,019 miliardi di bottiglie immesse sul mercato, in lieve calo rispetto al 2023 (0,46%) ma in crescita dell’1,4% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Un dato particolarmente significativo, che mostra come la filiera ita-
andrea cappelli
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liana mantenga i volumi elevati del 2021, raggiunti con l’inaspettato boom dei consumi dell’era covid, con oltre 110 milioni di bottiglie in più rispetto al 2019, segno di competitività delle nostre imprese anche in momenti difficili come questo”. Il report mostra però evidenze significative tra le varie categorie di prodotto: le denominazioni a prevalenza vino rosso hanno subito una contrazione del 6,8%, mentre gli spumanti guadagnano un importante +5%. Un anda-
mento evidente già da alcuni anni, che riflette il mutamento delle preferenze dei consumatori sempre più orientati verso bollicine e vini di pronta beva. Parallelamente le DOCG, per il terzo anno consecutivo, subiscono una perdita (-2,3%), come del resto le IGT (-6,3%), che nel 2023 avevano messo a segno un poderoso incremento del 16,5%, mentre le DOC, che rappresentano il 58% del valore del vino certificato nel 2024 (pari a 5,35 miliardi), salgono del
2,7%. “I dati evidenziano un progressivo riallineamento tra offerta e domanda, in cui la competitività delle denominazioni non si gioca più soltanto sul valore storico, ma sulla capacità di intercettare dinamiche di consumo sempre più orientate alla versatilità”, ha commentato Giuseppina Amodio, Direttrice Operativa di Valoritalia. Ma l’elemento più interessante emerso dal report risulta essere la variabilità della produzione in base alle dimensioni delle denomina-
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zioni: più una denominazione è di entità limitata, più i volumi tenderebbero a diventare volatili. Stando ai dati, delle 219 denominazioni certificate da Valoritalia, le prime 20 rappresentano ben l’86% dell’imbottigliato, le prime 40 quasi il 95%, mentre le ultime 139 raggiungono a fatica l’1,4%. Lo stesso si riscontra in termini di volumi numerici, dove solo il 12% delle aziende supera i 50 milioni di fatturato con il restante che, a stento, va oltre il milione. “Una difformità che evidenzia una strutturazione ambivalente della viticoltura italiana di qualità ha sottolineato Francesco Liantonio, Presidente di Valoritalia – l’elevato numero di denominazioni rappresenta una forza in termini di rappresentanza, ma anche un limite strutturale se non si considerano con sufficiente attenzione gli aspetti organizzativi e
Denis Pantini
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dimensionali legati alla rappresentanza dei consorzi. Una limitata dimensione della denominazione comporta, implicitamente, un’altrettanto limitata capacità operativa degli stessi che faticano a svolgere le funzioni fondamentali di tutela, promozione e valorizzazione. Per questo motivo, la riforma volontaria del sistema consortile potrebbe essere oggi la chiave di volta per riportare a unità decisionale le frammentate realtà locali. Una direzione sempre più necessaria soprattutto in questo periodo di incertezza geopolitica, calo dei consumi e continua minaccia dei dazi statunitensi che, nonostante non si siano ancora concretizzati, stanno già creando numerose incertezze”. Il report ha posto inoltre l’attenzione sui primi mesi del 2025, evidenziando un -3,3% degli imbottigliamenti, un calo imputato alla condizione di incertezza legata ai dazi USA e alla conseguente prudenza degli operatori sta-
tunitensi. Su questo tema si inserisce l’indagine incentrata sul valore delle certificazioni percepito da produttori e consumatori con un particolare focus su Italia e Canada, di Nomisma – Wine Monitor. Si tratta di uno studio inedito, condotto da un lato sul mondo produttivo italiano, con un campione di 147 imprese vitivinicole, e dall’altro su oltre 2.000 consumatori, che evidenzia le differenze e le analogie tra gli intervistati italiani e canadesi. Secondo lo studio, presentato da Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma, il 47% delle aziende italiane esportatrici negli States dichiara di aver messo già in atto strategie per diversificare i mercati extra-UE, individuando, tra i Paesi più promettenti, Canada, Regno Unito e Giappone. L’export del vino italiano continua a reggere anche grazie al crescente interesse da parte di nuovi mercati, come quello canadese, dove le etichet-
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te italiane sono le più consumate tra quelle straniere (secondo il 51% degli intervistati), registrando in questo Paese un volume di importazioni di 442 milioni di euro. L’indagine ha inoltre messo a confronto i consumatori italiani e canadesi in termini di comportamenti di acquisto e aspettative legate al futuro del settore. Se per il nostro Paese il principale driver di scelta è il territorio e la Denominazione d’Origine, in Canada si dà più valore al brand della cantina. Sempre dal lato dei consumatori, si è posta l’attenzione anche ai trend in ascesa nei prossimi 3 anni: la crescita dell’interesse verso gli sparkling e vini low alcol, è stata espressa dalla maggior parte degli intervistati, rispettivamente da circa il 70% e dal 65% dei consumatori di entrambi i Paesi. I Canadesi, tuttavia, rispetto agli italiani, mostrano un maggior interesse per i rosè e la mixology (74% degli intervistati la ritiene una tendenza in cresci-
ta a fronte del 56% degli italiani). In aggiunta, i Canadesi mostrano più sensibilità rispetto a criteri come l’utilizzo di bottiglie in vetro leggero, che salvaguardano l’ambiente (78% del campione contro il 65% degli italiani). “In questo scenario di forte incertezza per il vino italiano – ha concluso Denis Pantini – l’Osservatorio Nomisma Wine Monitor-Valoritalia, giunto ormai alla sua sesta edizione, ha messo in luce come per le imprese e i consumatori italiani il ruolo delle certificazioni resta determinante nella scelta di acquisto di un vino. Tra i trend in ascesa, quelli legati ai temi green (e alle relative certificazioni) rappresentano i driver di consumo con maggior probabilità di successo futuro sul mercato – con la sostenibilità che surclassa il biologico –, così come quelli dei vini a bassa gradazione alcolica. Nel nostro Paese, invece, i vini dealcolati, non sembrano raccogliere un consenso altrettanto
ampio”. La principale tendenza individuata è riferibile alle certificazioni green, considerate prioritarie tanto per i consumatori italiani (81%) quanto per quelli canadesi (74%). Un tema che risulta particolarmente rilevante anche per le aziende del nostro Paese, dove il 42% dichiara di aver già messo in atto iniziative concrete sul tema e ben il 26% è certificata con uno standard di sostenibilità. In un momento di incertezza e transizione, il vino italiano conferma la sua solidità, ma deve cambiare pelle. Meno frammentazione, più sostenibilità, attenzione alle nuove tendenze di consumo e una governance consortile più efficiente sembrano essere oggi gli ingredienti indispensabili per scrivere il futuro di un settore che ha ancora molto da raccontare.
Giuseppe Liberatore
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andrea cappelli
Buonocore System nasce dalla passione e dall’esperienza trentennale del suo CEO Michele Buonocore e rappresenta la soluzione ideale per la progettazione e la posa di pavimenti industriali.
DA AGEROLA
Buonocore System nasce dalla passione e dall’esperienza trentennale del suo CEO Michele Buonocore, che dagli anni Novanta ha profuso ogni sforzo per migliorare l’organizzazione della ditta che oggi dirige, rappresentando la soluzione ideale per la progettazione e la posa di pavimenti nel settore industriale. Grazie ad altissimi standard qualitativi e con la convinzione dei propri mezzi, che l’ha sempre contraddistinta, l’azienda opera nei più svariati settori, dalle industrie agroalimentari a quelle farmaceutiche
sino ad arrivare alla progettazione e realizzazione di pavimenti per il settore enogastronomico, vitivinicolo, oleario, lattiero caseario, conserviero e della filiera delle carni. Buonocore System si avvale di tecnici qualificati, che seguono il cliente fin dalla progettazione, per le soluzioni e la messa in opera ottimale della pavimentazione, venendo incontro a ogni tipo di esigenza tecnica ed estetica. Infatti, oltre a essere estremamente funzionali, i nostri prodotti sono caratterizzati da un elevato valore este-
Buonocore System
UN’AVVENTURA ULTRATRENTENNALE NEL SETTORE DELLA FORNITURA E POSA IN OPERA DI PAVIMENTI NEL SETTORE INDUSTRIALE
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A destra il CEO Michele Buonocore
tico, secondo i dettami del design industriale. Così la qualità della posa in opera contribuisce in modo determinante alla buona riuscita di una pavimentazione industriale. Infatti per ottenere un risultato che rispetti i nostri altissimi standard qualitativi ciascuna fase della messa in opera deve essere pianificata, seguita e realizzate con la massima competenza. E proprio l’esperienza di oltre 30 anni nella posa e installazione di pavimentazioni e rivestimenti antiacido nell’industria agroalimentare ha permesso alla Buonocore System di maturare competenze specifiche per risolvere le criticità di queste pavimentazioni, che sono abitualmente sollecitate da aggressioni chimiche, meccaniche e termo-igrometriche. Il team altamente specializzato seguirà in prima persona tutte le fasi di preparazione del cantiere, esecuzione delle opere e consegna delle stesse, al fine di soddisfare concretamente le aspettative del cliente e i più alti standard di qualità. Questa fase ricopre un ruolo fondamentale per la buona riuscita della pavimentazione, motivo per il quale Buonocore System nel tempo si è strutturata con un servizio tecnico che mette a disposizione dei suoi clienti fin dalle fasi iniziali dell’opera, fornendo, attraverso un programma di sopralluoghi, indicazioni pratiche e puntuali all’impresa per la preparazione del cantiere. Il massetto è il supporto della piastrellatura: la durabilità, l’efficienza e la resistenza meccanica del pavimento è fortemente dipendente dalle caratteristiche del supporto, motivo per il quale Buonocore System si occupa direttamente della realizzazione di questa componente fondamentale del pavimento. Previa preparazione del supporto, le piastrelle sono installate sul massetto di supporto attraverso l’utilizzo di adesivi speciali, che permettono di collegare durevolmente l’elemento ceramico al supporto. Anche questa fase importante è eseguita direttamente dalle maestranze specializzate di Buonocore System: l’esperienza maturata nella posa in centinaia di stabi-
limenti viene messa con entusiasmo a disposizione dei clienti attraverso la conoscenza profonda dei materiali speciali utilizzati nelle pavimentazioni industriali igieniche. Dopo la stagionatura del collante Buonocore System procede al riempimento delle fughe con speciali resine epossidiche certificate con effetto antibatterico e fungostatico. La sigillatura delle fughe richiede una gran competenza e conoscenza dei materiali impiegati: l’esperienza delle maestranze di Buonocore System permette di ottenere il massimo risultato anche in questa fase importantissima. La pavimentazione nell’industria agroalimentare è soggetta a normali variazioni dimensionali, sia in fase di matura-
zione che nella normale vita di utilizzo, così per assorbire questi movimenti Buonocore System installa, all’interno della pavimentazioni, delle speciali fughe deformabili, che permettono le dilatazioni e le contrazioni del pavimento senza che questo si danneggi. Ma Buonocore System si distingue anche nelle fasi post-vendita con un impegno di assistenza personalizzata, risposte rapide e soluzioni su misura per garantire al cliente una completa soddisfazione anche dopo l’acquisto dei servizi. Con un’esperienza ultratrentennale, Buonocore System rappresenta la migliore soluzione professionale per la progettazione di pavimenti nel settore industriale.
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Il vino negli ospedali
DOVE VA LA VITICOLTURA di mario fregoni
Presidente onorario OIV
Le statistiche sono note, ma non sono fra gli obiettivi dell’attuale report, che mira a esaminare un aspetto dell’alimentazione dei degenti e dei dipendenti degli ospedali, che godono sia di una cucina ben strutturata, ma a volte anche inesistente. I menù di cui usufruiscono i ricoverati hanno un carattere nettamente ospedaliero e sono controllati dai medici per ogni paziente. Prevedono alcuni primi e altrettanti secondi con contorni e dessert a scelta. Dietro si vede la programmazione di uno specialista dell’alimentazione. Le bevande che vengono abbinate ai pasti sono principalmente l’acqua minerale liscia o gassata, cui seguono caffè, orzo, thè, spesso sotto controllo medico, per ovvie ragioni. Il quadro pertanto non è né esaltante né scon-
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Il presente articolo è frutto di un’esperienza personale, di circa 10 giorni, trascorsa in un ospedale di dimensioni provinciali e si può immaginare che in Italia esistano molte altre realtà più grandi ma anche più piccole, sotto l’egida delle Regioni, alle quali vanno aggiunte le altrettanto numerose strutture ospedaliere e cliniche private. In esse vengono ricoverate o assistite milioni di persone.
fortante. Rispecchia reali esigenze terapeutiche. Nei distributori automatici dell’atrio d’ingresso si possono trovare le bevande gassate, quali aranciate e così via, nonché le immancabili Coca Cola a diverso livello di CO2, di zucchero e di caffeina. Nessun alcolico. La molla che ha indotto lo scrivente a redarre questa breve memoria è scattata quando il primario del mio reparto, avendomi individuato, dopo almeno una settimana di degenza, ha pronunciato la parola vino, in un ambiente dal quale questa mitica bevanda-alimento è stata estromessa. Negli ospedali non esiste “il latte dei vecchi”, tuttora consumato con moderazione dai molti centenari sparsi nelle lande delle nostre campagne e montagne. Ci domandiamo: è sempre giusto questo totale asten-
sionismo dal vino ospedaliero, che si può accettare per i superalcolici? Lasciamo ai medici valutare il rapporto vino-medicina, ma negli ospedali vivono anche soggetti sani, che magari vorrebbero un’alimentazione normale, compreso un goccio di buon vino, nel rispetto delle leggi vigenti, come quelle della circolazione, spesso più correlate alle droghe. Ri-
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guardo al proibizionismo totale del vino in ospedale, teniamo presenti alcuni fatti essenziali. L’uomo beve vino da almeno 8.000 anni, nei quali esso ha avuto anche il ruolo di “medicina”, non certo nel senso moderno del termine. Spesso il vino veniva rafforzato con infusioni ed estratti vegetali. Per inciso ricordiamo la grappa, prodotto storico per l’Italia e in particolare per i nostri alpini. Tuttavia nella grappa c’è l’alcol metilico, tristemente noto per la tossicità sul nervo ottico. Ma il pane e il vino sono i due grandi alimenti dell’umanità cristiana. Certo nel vino il grosso problema è rappresentato dall’alcol etilico, che tante patologie provoca sull’uomo, se il consumo sfocia nell’abuso. L’alcol tuttavia ha anche effetti antibatterici e antifungini, ed è sempre stato considerato “lo spazzino delle arterie”, ossia contro gli infarti del sistema circolatorio. Comunque il problema dell’alcol si può risolvere con i vini dealcolati, che l’Italia esporta soprattutto nei Paesi musulmani. Il vino ha inoltre più importanti funzioni dovute ai polifenoli,
tipo antociani monoglucosidi, tannini e resveratrolo. Soprattutto antociani e resveratrolo sono considerati degli antiossidanti, anti invecchiamento e anti-infarto. Sono effetti che si riscontrano quando il vino entra nello stile di vita, di tutti i giorni, a piccole dosi, ma quasi costanti. Il vino domenicale porta benessere, anche psicologico, ma di poche ore. Sotto il profilo mondiale si fa rilevare che i tumori da alcol ecc... sono più diffusi laddove si consuma Whiskey, Vodka e altri distillati di cereali, patata e così via. Ricordiamo comunque il “french paradox”, secondo il quale i francesi mangiano più carne, ma hanno meno infarti degli americani, perché consumano maggiormente vino rosso a tavola, ricco di resveratrolo. Il vino infine interessa più di 50 Paesi, soprattutto europei, fra i quali l’Italia, massimo produttore ed esportatore mondiale, superiore al 50% della produzione, pari a circa 7 miliardi annui di introiti, prima voce dell’agroalimentare verso l’estero. Il nostro settore viticolo (quasi 700.000 ettari) viene appun-
to sostenuto dall’export, in quanto il consumo interno dal Secondo Dopoguerra a oggi è calato da 120 litri procapite annui a poco più di 20 litri. Fra le ragioni vi è anche il rapporto vino-salute. Per queste e altre ragioni ci poniamo la domanda se è proprio scientificamente esatta la posizione di vietare il vino negli ospedali? Pensiamo se ogni ospedale, con le regole stabilite dai medici, potesse offrire piccole dosi di vini dei loro terroir. Se nelle strutture ospedaliere si servono bustine di olio e aceto, l’estensione al vino in bustina è molto agevole, anche perché già si usano per scopi analitici, sperimentali e per le analisi sensoriali. L’eventuale decisione di ammettere il vino negli ospedali ovviamente spetta agli Stati, all’UE, all’OIV e alle Regioni. Essa può contare su professionisti del vino preparati, su ricercatori e laboratori di avanguardia internazionale. Il vino è cultura e, come tale, può albergare, limitatamente, anche negli ospedali, che potrebbero divenire pure sedi di formazione ed educazione al bere moderato.
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La storia del vino nella Tenuta Gherardesca TRADIZIONE E INNOVAZIONE A BOLGHERI
L’ARCITOSCANO
di gaddo della gherardesca
E questo per il fatto che in queste due località esistevano le stalle, che erano fonte di concime, quindi davano la possibilità di concimare le vigne e queste vigne pare fossero attive anche addirittura a fine del Seicento. Non ho notizie poi di ulteriori impegni nella vite, ma l’agricoltura ebbe uno sviluppo poi successivamente, intorno alla fine del Settecento, quando un mio antenato, che si chiamava Camillo della Gherardesca, iniziò, data la sua amicizia con lo Ximenes, noto abate scienziato fiorentino, a bonificare idraulicamente le terre di Maremma. In questo anche sollecitato dal granduca, il quale voleva assolutamente che le coste toscane diventassero un’area di sviluppo agricolo. E quindi, intorno alla fine del Settecento, Camillo, che fra l’altro faceva parte dell’Accademia dei Georgofili, iniziò a creare le fosse di scolo, la più
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Beh, il rapporto con il vino in casa della Gherardesca risale ai tempi di Simone Maria, conte di Bolgheri, quello che costruì la cappella votiva dedicata a San Guido, uno dei santi di casa nostra, all’inizio del viale di Bolgheri, il quale impiantò due vigneti, uno a San Guido e uno a Belvedere.
importante, che comprendeva il torrente della Bufalareccia, fu la fossa Camilla, che ancor oggi divide i possedimenti sul mare ex Gherardesca, oggi Incisa e Antinori, da Bibbona. E infatti la Bufalareccia da quel giorno lì si chiamò Fossa Camilla, fonte di innumerevoli catture di ceche (i piccoli di anguilla che stanno per raggiungere la forma dell’adulto) al momento in cui risalgono i fossi. Oggi è vietato, ma allora si poteva fare. Dopo Camillo, un gran sviluppatore dell’economia agricola fu suo figlio Guidalberto, quello che iniziò a piantare il viale di Bolgheri. E Guidalberto è stato un uomo di gran capacità amministrativa, era appassionato di agricoltura e si dedicò a completare le bonifiche avviate dal padre. Evidentemente allora ancora esistevano le famose vigne, per cui Guidalberto iniziò a nobilitare un po’ la produzione del vino, addirit-
tura costruendo a Bolgheri una fornace per realizzare le bottiglie di vetro, una vetreria. Poi altra cosa divertente è che, forte di questa sua passione, intraprese un’attività di esportazione, mandando le bottiglie, che in genere arrivavano tutte spicinate al porto di Livorno. Successivamente una parte di queste bottiglie finalmente cominciarono a salvarsi perché Guidalberto aveva iniziato a produrre i fiaschi, quindi con la paglia si salvavano dal-
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le rotture: trasportate dai carri trainati dai bovi – quindi immaginatevi le scosse... – riuscì addirittura a mandare del vino in Inghilterra. E negli archivi nostri c’è una lettera divertente di questi importatori inglesi che dicono al conte della Gherardesca: la ringraziamo dell’invio del vino, ma siccome il vino non ha trovato nessun apprezzamento, l’abbiamo buttato nel Tamigi e questo fu la fine dopo sei mesi di giacenza nei loro magazzini. Prima di lui quindi c’era stato Camillo, prima ancora Simone Maria, a succedere a tutti questi signori non ho evidenze di impegni particolari nel mondo del vino di mio bisnonno Walfredo né dei Gherardesca di Bolgheri, mentre ho evidenze di un parente nostro, in quanto marito di Carlotta della Gherardesca detta Lotti, che era Niccolò Antinori. Nicolò iniziò la produzione del rosé e, quando ero bambino io, lungo l’Aurelia c’erano dei grandi cartelli di legno, molto ben dipinti, che recitavano: “Il rosé Antinori è prodotto qua”. Dopo Niccolò Antinori venne mio nonno Gaddo, il quale, nella tenuta in Cerreta, nella parte diciamo delle nostre terre sotto la Torre di Donoratico, produceva quello che credo fosse un Trebbiano, comunque un bianco molto buono, che si chiamava Castello di Donoratico, di cui conservo ancora qualche bottiglia. La cosa divertente, che fa notare la raffinatezza di mio nonno, è che lui odiava le etichette che si staccavano perché le bottiglie del vino bianco venivano tenute in frigorifero per servirlo fresco poiché allora, con la condensa dei frigoriferi, tutte le etichette si staccavano. Allora nonno Gaddo, di cui porto orgogliosamente il nome, fece fare tutta una serie di bottiglie, che credo d’avere conservato da qualche parte, con l’etichetta serigrafata nel vetro. Non vi posso nascondere i danni economici che questa operazione ha prodotto, ma comunque, se da un lato ha prodotto certi danni economici, dall’altro ha generato sicura-
Giuseppe Antonio Fabbrini (1740-ca. 1795) Ritratto del conte Camillo della Gherardesca e di Teresa Medici Riccardi, olio su tela, 230 x 177 cm, firmato in basso a destra sul fortepiano «Giuseppe Fabbrini fece»; entro cornice coeva, intagliata e dorata. Note: la cornice reca in basso una targhetta in ottone inciso «Cammillo Conte della Gherardesca / Conte di Donoratico Castagneto e Bolgheri / Conte di Pietrarossa e di Settimo / Conte Palatino / ultimo reggente della Contea della Gherardesca / Cav. Balì dell’Ordine di San Stefano / Luogotenente generale della Guardia Nobile // Gran Ciamberlano di S. A. R. Pietro Leopoldo / Granduca di Toscana / Nato il 14 maggio 1735 morto il 4 aprile 1807».
mente un valore estetico e qualitativo importante. Poi, dopo mio nonno, chiaramente tutto è cambiato, arriviamo allo zio Mario Incisa alla Rocchetta, grande genio, a Lodovico Antinori, a Piermario Meletti Cavallari, a Miche-
le Satta e a Piero Antinori, va da sé, al gruppo delle persone che hanno fatto del vino di Bolgheri un’icona, che non spetta a me glorificare, ma che si glorifica da sola per l’importanza che riveste nei mercati internazionali.
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Difendere il nostro cibo quotidiano per riprendere a sognare il domani SPAZIO LIBERO
di pasquale di lena
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Il neoliberismo del dio denaro e dell’intelligenza artificiale contro il vino, l’olio e la pasta, da sempre risorse non solo del territorio italiano, ma del Mediterraneo, il mare nostrum per gli antichi romani.
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Il Mediterraneo è sotto attacco da parte del sistema che promuove il consumismo e adora il dio denaro, tutto nelle mani delle multinazionali e delle banche. Le due realtà che hanno investito sull’intelligenza artificiale e ad essa si affidano per azzerare il passato e dare, in mancanza di continuità, al futuro prossimo i risultati da essa prodotti, a partire dal cibo. Tutto coltivato in laboratorio, addirittura nella cucina di casa, fin quando la casa sarà abitata da donne e uomini in carne e ossa… In attesa di robot che toglieranno all’umanità la possibilità di creare, nel momento in cui il territorio verrà consumato e, con esso, la biodiversità, sia essa animale che vegetale. Mentre scriviamo queste riflessioni, leggiamo che gli USA di Trump, dopo il dazio del 15%, hanno preannunciato una nuova tassa, questa volta addirittura del 107%, che riguarderà la pasta italiana. Ecco l’attacco alla pasta, il prodotto simbolo del mangiare italiano sin dall’antica Roma, quando le lagane erano le protagoniste. Un attacco, dopo quello al cuore del vino, considerato veleno e quello, in atto da tempo, all’olio extravergine d’oliva, iniziato con l’introduzione della Xilella per colpire l’olivicoltura, a partire dai patriarchi pugliesi. Poi le scelte dell’allevamento superintensivo e, con esso, la riduzione della biodiversità olivicola, che vede l’Italia ricca di oltre 600 varietà d’olivo autoctone, sparse su 18 delle 20 regioni. Senza dimenti-
care l’attacco al territorio, il gran tesoro bene comune, con chilometri e chilometri quadri persi ogni anno e la riduzione dell’attività agricola con la conseguente perdita di migliaia e migliaia di aziende coltivatrici. Una perdita che segna la crisi delle aree interne e marginali e l’abbandono di centinaia e centinaia di paesi, ovvero di luoghi che hanno segnato la storia dell’Italia coi loro animatori, gli spiriti del luogo, “Genius loci”. L’attacco alla pasta è solo l’ultimo, in ordine di tempo, ma prevedibile, proprio perché diretto allo stile di vita rappresentato dalla “Dieta Mediterranea”, patrimonio dell’umanità, e, con esso, al cibo, frutto della terra coltivata dalle mani sapienti di donne e uomini e dalla loro memoria. Cibo uguale tavola, il punto d’incontro, dialogo e socializzazione. Identità di un popolo che svanirà – ne prendiamo atto ogni giorno – con l’intelligenza artificiale, che ci vuol tutti numeri sparsi, separati. Rendersene conto vuol dire lottare per dare all’oggi la continuità del passato. La possibilità per poter costruire, col rispetto del tempo e la salvaguardia dei valori e delle risorse, un futuro migliore nel segno di pace, libertà e uguaglianza. Valori oggi sempre più negati dallo strapotere del dio denaro. L’espressione di criminali da una parte e poveri sempre più poveri dall’altra. Sta qui, quel fenomeno odioso delle disuguaglianze, con la forbice che si allarga sempre più. Criminali che pensano
alle guerre per produrre sempre più armi; distruggere per poi ricostruire e accumulare denaro; depredare per togliere al resto dell’umanità la speranza e la possibilità di sognare il domani. In questi cinquant’anni segnati dal sistema neoliberista, il su citato dio che lo esprime ha fatto credere al mondo, parlando di sviluppo e progresso, a uno stato permanente di benessere, tutto, però, a spese della Terra, la nostra grande madre. Il significato positivo delle parole sviluppo e progresso ha cominciato – a partire dai primi anni del terzo millennio – a diventare sempre più negativo con le prime crisi: quella strutturale dell’agricoltura, che ha segnato il 2004 e quella economica del 2007/2008; il Covid; il clima, sempre più impazzito; le guerre e altro ancora. Segnali fortemente negativi per il mondo intero con tanta parte degli 8 miliardi di persone che lo abitano, segnati da uno stato di crescente paura per l’oggi e il domani. Il non senso del limite e del finito del sistema neoliberista e il suo carattere predatorio e distruttivo sono la negazione del significato positivo dei termini sviluppo e progresso, nel momento in cui viene a mancare la speranza nel domani e prende il sopravvento la paura. Che fare? Difendere il territorio, i suoi valori e le sue risorse per onorare la nostra intelligenza e, con essa, ciò che la terra, da sempre, ha messo a disposizione degli esseri viventi, il cibo, dono della natura.
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DANTE, LEONARDO e GALILEO Arte, filosofia e vino
DE GUSTIBUS DISPUTANDO di zeffiro ciuffoletti
Sino a noi. Il fatto è che l’Italia, con le sue città ricche e dinamiche, fra il XIV e il XVI secolo, fu il paese più creativo d’Europa, anzi coi suoi mercanti-banchieri e i suoi navigatori (Vespucci, Verrazzano) fu anche il paese-motore di quello che oggi chiamiamo processo di globalizzazione. Un processo impossibile senza le scoperte della stampa e della rivoluzione scientifica, ma anche senza la spinta a scoprire il mondo e l’universo. Pensatori e artisti geniali, che cercavano di riassorbire, nella natura e nei fenomeni naturali, tutti i termini trascendenti della speculazione medievale, che in Dante Alighieri aveva una sintesi geniale e profonda. Divina appunto. San Tommaso D’Aquino, nella Summa Theologiae, espone la teoria delle 3 anime dell’uomo: quella
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Nella storia della cultura occidentale, Leonardo, come Galileo, sono giganti della conoscenza e dell’arte. Non a caso di loro si interessarono, penso a Leonardo, i due maggiori filosofi del Novecento: Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Sia Leonardo che Galileo erano un po’ filosofi. Forse, come vedremo, più di un po’. La vita di Leonardo, come quella di Galileo, è stata una grande esperienza, spesso sofferta, d’arte e scienza, di ricerche spinte verso l’ignoto, che hanno aperto la strada a scoperte e invenzioni di anni e secoli dopo.
vegetativa (comune alle piante), l’anima sensitiva (comune agli animali) e l’anima intellettiva, tipica dell’uomo. Quella che Dante definisce: «spirito nuovo di virtù repleto», che riassorbe in sé le due anime precedenti. Così come nel vino non si può distinguere il calore del sole dagli umori terrestri della vite. Ecco la metafora di Dante: «E perché meno ammiri la parola, guarda il calor del sole che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola». L’anima dell’uomo paragonata al vino: questa è la metafora di Dante. Il vino, cruciale nella civiltà italiana, si ritrova non solo nell’agricoltura, nella produzione e nel commercio, ma anche nella poesia, nella pittura e nella musica, nel mito, nella religiosità ecc... Italia terra del vino, Enotria appunto, come la definivano i Greci,
che adoravano Dioniso, dio del vino poi Bacco per i Romani. Nel vino “ogni dolor annegasi”. Dioniso, il vino, datore di gioia e oblio. San Zeno, vescovo di Verona, uno dei padri della Chiesa, scrisse un trattatello teologico sulla natura sacra del vino. Il Rinascimento si fondava su questo, così come sull’umanesimo cristiano, che lo aveva preparato. Come scrisse un
filosofo tedesco, Engels, nella sua Dialettica della natura, quello fu il più gran rivolgimento progressivo che l’umanità avesse fino ad allora vissuto: un periodo che aveva bisogno di “giganti e che procreava giganti”. Giganti per la forza del pensiero, la passione di conoscere e la cultura di cui si nutrivano, che aveva pur sempre le sue basi nel mondo e nella cultura cristiana, così come nel mondo greco. Il vino, come il pane e l’olio, facevano parte delle 3 “sacralità” del cristianesimo. Ed erano simboli potenti della religione di Cristo. Leonardo, figlio naturale di ser Piero, notaio, che, da Vinci, nel 1469, si trasferì a Firenze, quando aveva appena 17 anni. Firenze, allora, governata da Lorenzo dei Medici, appena ventenne, era una ricca città sull’Arno, ma anche un concentrato di geni che, a nominarli, ci vorrebbe un tempo che non abbiamo. Con Marsilio Ficino si può parlare di una “età d’oro” (1484), dove era tornata a risplendere la gran sapienza dei Greci e di Platone in particolare. Una vera e propria Atene moderna. Senza questa premessa non si può capire cosa rappresentasse per Leonardo l’immenso Cenacolo nel refettorio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, dove si recò nel 1482 alla corte di Ludovico il Moro. Da “Moron”, il gelso, cioè l’albero che nutre con le sue foglie i bachi da seta, che fecero la ricchezza di Firenze e Milano. In questa grandiosa rappresentazione della Cena di Cristo cogli apostoli, il vino, il pane e l’olio figurano nella tavola imbandita. Il traditore non beve e
lascia il bicchiere sul tavolo. Il vino, con la sua coloritura rosata nei calici di vetro, esalta la sacralità del convivio, dove era il simbolo del sangue e il pane era il simbolo del corpo di Cristo. Leonardo era vegetariano. Si nutriva di “semplici”, cioè vegetali, ma non disdegnava il vino e, com’è noto, proprio a Milano impiantò una vigna e nel Cenacolo il vino e il pane sono ben rappresentati. Veniamo ora a Galilei e al rapporto intenso del genio con l’uva e il vino. Si pensi che, alla villa dove si ritirò dal 1630 in poi, nella collina di Arcetri, ancor oggi si possono vedere le tracce della parte dei campi vitati e olivati, nonché la cantina, dove si conservavano i vini del grande scienziato. In una biografia del grande enologo Giacomo Tachis, che era un bibliofilo e mio caro amico, curata da Tommaso Ciuffoletti, Cesare Pillon e Paolo Panerai, si approfondisce il rapporto fra il grande Galileo e il vino. Fu proprio Galileo a dare una definizione affascinante del vino, come un “composto di umore e di luce”. Questa frase usciva da una lunga e assai dotta lettera scritta a un altro gran personaggio poco noto oggi, ma molto al suo tempo, cioè Lorenzo Magalotti, il più grande naso d’Europa: un odorista. La frase di Galileo, che il vino era “un composto di umore e luce”, aveva affascinato Giacomo Tachis, ma a dire il vero anche noi. Proprio Tommaso Ciuffoletti riporta integralmente la pagina di una lunga lettera che Galileo scrisse al conte fiorentino Lorenzo Magalotti, considerato il più grande odorista o naso d’Europa. Il
Redi aveva esaltato il vino nel suo famoso ditirambo Bacco in Toscana, ma Magalotti era il cantore di quello che noi possiamo definire la grande invenzione che portò dalla granita al gelato, alla crema fiorentina (Il Ditirambo della Sorbettiera). “Il vino – scrisse Galileo a Magalotti – è come il sangue della terra, sole catturato e trasformato da una struttura così artificiosa qual è il granello d’uva, mirabile laboratorio in cui operano ordigni, ingegni e potenze congegnate da un clinico occulto e perfetto. Il vino è licòre di altissimo magistero composto d’umore e di luce, per cui virtù l’ingegno si fa illustre e chiaro, l’anima si dilata, gli spiriti si confortano e l’allegrezze si moltiplicano” (Cfr. T. Ciuffoletti, Breve storia di una frase misteriosa, in Giacomo Tachis e la luce di Galileo, Classe editori, 2016, p.108). Come i filosofi greci, Platone e Aristotele, vedevano nel vino un alimento utile per allietare i convivi, ma anche un esaltatore dello spirito Di Bacco, col rischio della perdita della ragione. Per questo Aristotele non diceva di bere il vino dealcolato, ma più semplicemente il vino allungato con acqua. Saggezza antica. Passata di moda. Cristo Gesù nelle nozze di Cana trasformò l’acqua in vino. Per dire che ormai viviamo in un nuovo mondo post-cristiano, che non sembra prometter bene per la caduta nel ridicolo, un ridicolo preso sul serio. Si chiama mercato, cioè un bisogno indotto dagli artefici della pubblicità, che non fanno miracoli come quello di Cana, ma, appunto, semplicemente pubblicità.
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MADE IN ITALY SOTTO PRESSIONE Il settore vitivinicolo tra crisi internazionali e strategie di adattamento
VINO LEX di danilo tonon, andrea kordi, giulia ruscio
Tra sanzioni, rincari e giacenze, la filiera del vino è in cerca di soluzioni: distillazione di crisi, riconversione dei vigneti e strumenti giuridici per affrontare contratti divenuti insostenibili. Serve adattamento, senza perdere identità.
Studio Tonon-Lo Vetro-Kordi Studio legale & Consulenza Internazionale Roma, Milano, New York
Come ormai ben noto alla popolazione mondiale, il contesto internazionale attuale, caratterizzato da una crescente instabilità geopolitica, dovuta a guerre in diverse aree del mondo, come l’Europa dell’Est e il Medio Oriente, ha inevitabilmente prodotto significative ripercussioni anche sull’export italiano. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha generato pesanti effetti sulle imprese agroalimentari italiane, colpendo alcuni settori capillari del made in Italy, tra cui quello del vino. Inizialmente, anche durante il conflitto le esportazioni di vino verso la Russia si sono addirittura mostrate in aumento – nel 2022 sono cresciute del 15% –, soprattutto per quanto riguarda i vini frizzanti. Lo stesso non può certamente dirsi per
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l’Ucraina, dove il mercato del vino ha subito un drastico calo. A ogni modo, dopo l’anno record del 2024, dal febbraio 2025 l’export di vino italiano, e non solo, è stato travolto, per un verso da un forte decremento della quantità richiesta all’estero, per altro verso dall’inasprimento delle sanzioni europee contro la Russia, regolato in particolare dal Regolamento (UE) n. 833/2014 e successive modifiche, che hanno comportato forti limitazioni all’export verso il mercato russo, incidendo anche sul comparto vitivinicolo italiano. Una delle maggiori conseguenze subite dal mercato del vino italiano, infatti, come dalle analisi del Centro Studi Divulga su dati USDA, è l’aumento esponenziale delle giacenze di vino destinate all’export.
Le aziende italiane, durante questi ultimi 3 anni di conflitto tra Russia e Ucraina, hanno visto aumentare i loro costi complessivi del 21% per sostenere i propri consumi intermedi, come mostrato dai dati. Si pensi al costo dell’energia, aumentata fino al 66%, utilizzata, a esempio, per il funzionamento dei macchinari o la stampa delle etichette o ancora
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per i trasporti merci; all’incremento del prezzo del gasolio agricolo, utilizzato per lavorare la terra; anche i prezzi dei fertilizzanti sono in lievitazione, a gennaio 2025, infatti, le quotazioni medie registrate sono state del 49% superiori rispetto al 2019; senza contare poi i costi di manodopera. Un effetto diretto di tali aumenti è stato, com’è ovvio, il conseguente incremento dei prezzi di vendita dei prodotti finali. Tuttavia, a fronte delle crisi in atto e del contesto geopolitico incerto, la domanda di mercato si è rivelata nettamente inferiore all’offerta. Il settore del made in Italy si trova, dunque, in una situazione di difficoltà, ancor più gravosa per le piccole e medie imprese agroalimentari e vitivinicole, le quali, come accennato, si sono ritrovate con un’eccessiva giacenza di vino, interrogandosi su come poter fronteggiare il problema e minimizzare le perdite. Tra le soluzioni proposte, il Piano strategico PAC (Politiche Agricole Comuni) 20232027 ha previsto l’attuazione di misure straordinarie di distillazione dei sottoprodotti e delle rimanenze, come azioni mirate a conseguire obiettivi a favore della protezione dell’ambiente, dell’adattamento ai cambiamenti climatici, della sostenibilità, del risparmio energetico e dell’efficienza energetica. Pratica
questa, però, per molti considerata una svalutazione del vino italiano, che ne mina la reputazione d’eccellenza. Inoltre, nello stesso testo vengono accolte e individuate, altresì, soluzioni strutturali sostenibili, come la ristrutturazione e riconversione dei vigneti, che attraverso il miglioramento delle tecniche di gestione può ridurre l’impiego di risorse scarse, pratiche moderne, ispirate all’agricoltura di precisione, contribuendo, inoltre, ad abbattere consumi energetici, emissioni e impiego di materie prime. In definitiva, il settore vitivinicolo italiano si trova ad affrontare una fase particolarmente delicata, in cui la soluzione più auspicabile resta ovviamente la conclusione dei conflitti. Tuttavia, nel periodo post-bellico, le aziende italiane dovranno farsi trovare pronte ad avviare un processo di adeguamento e innovazione, ricostruendo le reti di distribuzione e riconquistando quote di mercato. Ciò potrà avvenire, a esempio, attraverso una maggior flessibilità nei formati, l’adozione di strategie di marketing digitale e una precisa contrattualizzazione dei rapporti importatore/esportatore. D’altronde, anche nei momenti più difficili, la resilienza del made in Italy trova sempre nuove strade per ricordare al mondo la propria eccellenza.
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PER IL
Sangiovese
LA VENDEMMIA 2025 È UNA GRANDE ANNATA
per i vitigni a bacca rossa, non pallidi
THE WINE WATCHER
di paolo e jacopo vagaggini
Il 2025 ci risponde prepotentemente che la vite segue i ritmi a cui è sottoposta durante tutto l’anno. Dobbiamo ricordarci che è un organismo vegetale ancorato nel luogo in cui è nato e non ha nessun riparo, non ha maglioni, non ha aria condizionata. Quindi è importante richiamare alla memoria quello che è successo durante il periodo che ci ha accompagnato dalla fioritura alla maturazione. Ci sono eventi violenti, come gelate o grandinate, che devastano la produzione, organismi dannosi come la peronospora, improvvisi colpi di calore, che provocano bruciature sull’uva descritte da un termine francese che mi ha sempre colpito “cramè”. Ci sono anche andamenti stagionali meno aggressivi nell’immediato,
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Siamo sicuri che la qualità di un’annata si decida negli ultimi venti giorni prima della vendemmia?
ma fortemente condizionanti per il risultato finale. È quello che succede in questo millesimo 2025, fortemente influenzato dal caldo assurdo di giugno, che ha plasmato lo sviluppo dell’uva, non ben compreso inizialmente. Eppure alcuni indicatori erano contenuti nelle analisi di maturità fenolica, spesso considerate solamente appunto rivelatori della maturità, ma che invece sono fonte di molti valori per chi le conosce a fondo. Uno di questi è il peso dell’acino, che normalmente nel Sangiovese è 1,80/2,00 grammi e nel Cabernet sauvignon e Merlot 1,50 grammi. Quest’anno per il Sangiovese e stato spesso 1,20/1,50 grammi e nel Cabernet sauvignon e Merlot 1,00 grammi. Gli agronomi hanno
contato i grappoli e la media era quella di tutti gli anni, ma il grappolo pesava meno in alcune zone. Questo ha portato alla concentrazione del mosto, in quanto il rapporto buccia/liquido è rimasto sbilanciato sulla prima e si stanno sviluppando vini estremamente coloriti e strutturati. Una riflessione piuttosto polemica: alcuni comunicatori del
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vino condannano queste tipologie, promovendo quelle scariche di colore e corpo, glielo vanno a spiegare loro all’uva di non produrre vini importanti? Oppure accettiamo quello che la natura ci offre? Personalmente sono favorevole a vini più eleganti e meno potenti, ma non possiamo forzare la natura, né in un senso e neppure nell’altro, per le nostre mode. Anche per quello che riguarda l’eccesso di gradazione alcoolica, è necessario ricordare ai signori che predicano bassi livelli che anche loro hanno contribuito al climate change. E la natura ha reagito. Per quanto riguarda la composizione dei mosti, un dato che spicca è il pH basso e, dato che esso è indice della forza acida del mosto, saranno vini freschi e in qualche casi piuttosto acidi. D’altronde la sovra concentrazione dell’acino ha portato ad aumentare la concentrazione degli acidi, ma soprattutto la loro forza acida. Mi raccomando non è né Ph e neppure PH, ma p = cologaritmo dell’idrogenione H = protone, pH, scusatemi ognuno ha le sue fisse e, come chimico, non posso vedere questi obbrobri, che si leggono in testi scientifici e in flaconi tipo shampoo. In definitiva la 2025 è una grande annata per i vitigni a bacca rossa, non pallidi.
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pronto
Che senso ha un senza medici?
soccorso CREDITO AGRARIO di maurizio sonno
maurizio.sonno@studiosoluzionimaremma.it
Da una parte le aziende agricole più grandi, strutturate, che producono beni primari in larga scala e si confrontano con le regole del mercato globale. Molti degli sforzi delle varie misure incentivanti cercano di migliorare la situazione e la competitività di queste aziende. In queste misure ci sono importanti incentivi per l’innovazione, l’agricoltura di precisione ecc… Vi è poi un’altra parte di agricoltura, quella delle piccole aziende, che poco o nulla si avvantaggia dell’agricoltura di precisione e dell’innovazione. Sono piccole realtà che lavorano spesso in aree marginali, frequentemente gestite da giovani che vivono o meglio sopravvivono vendendo servizi come l’accoglienza, valorizzando le produzioni, trasformandole e quindi cercando di vendere direttamente prodotti come vino, olio, carni, miele, formaggi. Tutti quei prodotti, non processati, che rappresentano, oltre che uno stile di vita, la genuinità dei prodotti contadini. Di queste aziende recentemente
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“L’anno che verrà”. Per iniziare questo articolo voglio partire dal titolo di un’ironica canzone di Lucio Dalla del 1979. Cosa accadrà il prossimo anno? È una domanda che continuamente mi faccio. Siamo in un momento molto particolare, caratterizzato da situazioni ormai ben delineate: la prima considerazione è sull’agricoltura a 2 velocità.
si è occupata la politica nazionale ed europea. Finalmente – e in maniera inequivocabile – ci si è resi conto che, se continuiamo senza interventi radicali e di portata rilevante, le aree marginali sono a rischio desertificazione. E vastissime aree sono a rischio abbandono con vari problemi collaterali. I territori abbandonati determinano infatti problemi idrogeologici, incendi, azzeramento dei valori fondiari di terreni e fabbricati rurali e non solo. Di contro, questi fenomeni, portano problematiche nei grandi centri urbani di sovraffollamento perché non sono preparati a questi flussi. Si parla ormai apertamente del fatto che in agricoltura non ci sia ricambio generazionale: se si continua con questi modelli, ciò non potrà accadere perché le nuove aziende non hanno una redditività che consenta, a chi vuol insediarsi in agricoltura, una vita normale e decorosa. In questo scenario, ormai evidentissimo, è tutto un fiorire di nuove proposte dalla PAC dove, in una marea d’ipotesi, si
pensa che una buona fetta delle risorse saranno indirizzate verso i giovani e le aree interne. Dalle bozze sull’economia sociale, questa risulta tutta indirizzata su tematiche che consentano alle piccole imprese un’adeguata redditività per aiutare le aree svantaggiate con raccomandazioni sottolineate dell’affermazione “favorire l’accesso al credito”. Che frase di grande effetto “favorire l’accesso al credito!”. Ma dietro queste speranze, qual è la realtà quotidiana? La realtà delle piccole aziende, in aree marginali, è molto complicata, oserei
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dire tristissima. Scrivo questo articolo dalla Maremma Grossetana dove, in passato, l’agricoltura basava la sua redditività su 3 attività: la cerealicoltura, la zootecnia e la viticoltura. Tre settori di cui 2, la cerealicoltura e la zootecnia, in una crisi conclamata da tempo. La cerealicoltura con prezzi del cereale che non sono remunerativi: la coltivazione, conti alla mano, è in perdita. La zootecnia, con particolare riferimento all’allevamento di pecore da latte, è ormai condizionata dalla presenza di predatori. Ora in crisi, in una crisi strutturale, c’è anche la viticoltura con un’offerta di vino molto maggiore della domanda e prezzi di uve e vini crollati. Ecco, in questo scenario, quando si raccomanda “favorire l’accesso al credito”, chiaramente si sottintende anche mantenere il credito per le aziende già presenti. Peccato che quello che si vorrebbe che accadesse per le aree interne non è recepito dalla gran parte del sistema bancario. Norme di recente emanazione da parte di BCE determinano situazioni d’estrema rigidità, in particolare le classificazioni forborne (misura di tolleranza) e UTP (improbabile che paghi). Sul forborne o sulle classificazioni UTP sarebbe importante conoscere se le norme debbano esser applicate dalle banche in maniera rigorosa/matematica (come in molti casi avviene) o esistano giustificati motivi
per non procedere all’appostazione di tali posizioni, in modo tale da non generare “ingiustificate penalizzazioni” per le aziende agricole. Solo alcuni esempi per cercare di comprendere le problematiche: la richiesta, da parte di un’azienda agricola, di una riduzione di tasso, una proroga su un affidamento, un piccolo sconfino, un piccolo ritardo nel pagamento di una rata, il rinnovo di una cambiale agraria sono tutte situazioni che portano a una classificazione UTP. La classificazione UTP può portare sino alla cessione del credito. Risulta evidente come un’azienda agricola può avere tante motivazioni che portano a un ritardato pagamento, come a esempio, il ritardo del pagamento della PAC oppure problemi causati dal cambiamento climatico ecc… Risulta evidente come, per le classificazioni forborne o UTP, è molto importante prevenire e non aspettare che qualcuno si prenda la responsabilità di giustificare un piccolo sconfinamento ecc… In questo scenario, anche per le aziende interessate da calamità naturali, non vi è più la certezza che, nel caso di un evento calamitoso, la banca possa o voglia concedere una proroga di 24 mesi senza segnalazione in CR (centrale rischi). Si ricorda che operazioni di credito agrario, erogate ai sensi dell’art. 43 TUB, in presenza di una calamità naturale riconosciuta
dalla Regione, previo accertamento del Ministero competente, possono essere prorogate fino a un massimo di 24 mesi, ai sensi del combinato disposto degli art. 5, punto 2, comma c e art. 7 del dlgs.102/04, che regola “interventi finanziari a sostegno delle imprese agricole, a norma dell’articolo 1, comma 2, lettera i della legge 7 marzo 2003 n. 38 attraverso il Fondo di Solidarietà Nazionale. Resta però di fondo che pochi parlano di questi problemi, di queste regole che hanno irrigidito le banche e questo accade perché dentro alle banche non ci sono più tecnici formati che sanno di regole di banca e conoscono anche i problemi che ci sono oggi nel campo agricolo. E allora, quando le norme auspicano di “favorire l’accesso al credito” e di conseguenza mantenere le condizioni per l’erogazione del credito allora, forse, ci dovremmo chiedere se non sia il caso di pensare anche alla formazione e inserimento di tecnici preparati nel sistema bancario col compito di fare da interpreti delle necessità delle aziende agricole con le rigorose norme bancarie. Concludo con un paragone: penso sia poco utile riempire gli armadi di un pronto soccorso dei più sofisticati ed efficienti medicinali e dotare la struttura di strumentazione diagnostica d’ultimissima generazione, se poi non ci sono medici che li sanno utilizzare!
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I TREND DELLA
comunicazione DELL’ESTATE 2025
WINE COMMUNICATION di riccardo gabriele
Tra intelligenza artificiale, nuovi linguaggi culturali e strategie d’ingaggio più esperienziali, il panorama ha mostrato un’evoluzione che privilegia autenticità, immediatezza e connessioni emotive. Uno dei fenomeni più discussi è stato l’affermarsi degli influencer virtuali, avatar generati da intelligenza artificiale, in grado di produrre contenuti continui e perfettamente calibrati sulle esigenze dei marchi. Questi personaggi digitali hanno conquistato visibilità e investimenti, offrendo scalabilità e controllo. Tuttavia, l’estate ha dimostrato che, nonostante il clamore, il pubblico tende ancora a riconoscere maggior valore e autenticità agli influencer umani, capaci di generare un engagement più profondo e genuino. Parallelamente si è consolidato il cosiddetto vibe marketing, un approccio che mette in secondo piano l’analisi puramente demografica per privilegiare atmosfere, emozioni e riferimenti culturali. L’intelligenza artificiale ha svolto un ruolo chiave nel tradurre visioni e idee in output immediati, riducendo i tempi d’esecuzione e permettendo ai brand di lavorare su un piano più creativo e meno tecnico. I social media, durante l’estate, si sono trasformati in veri laboratori di sperimentazione. Sempre più marchi hanno scelto di rompere i propri schemi comunicativi con contenuti fuori dagli standard, sorprendendo e intrattenendo un pubblico ormai abituato alla saturazione. È cresciuto anche l’outbound engagement, con brand che interagiscono direttamente nei commenti dei creator, ottenendo li-
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L’estate 2025 si è rivelata un crocevia significativo per il mondo della comunicazione, segnando un’accelerazione di dinamiche già in atto e introducendo nuove modalità di relazione tra brand e pubblico.
velli di visibilità e coinvolgimento superiori. In parallelo, il social listening si è imposto come strumento imprescindibile: monitorare conversazioni e trend in tempo reale è diventato un elemento essenziale per conquistare rilevanza culturale e non limitarsi alla promozione diretta. Sul piano dei contenuti, i video brevi hanno confermato la loro supremazia. TikTok, YouTube Shorts e Instagram Reels sono stati i canali più efficaci per intercettare un’audience sempre meno disposta a concedere tempo: 90 secondi rappresentano ormai la soglia ideale per mantenere alta l’attenzione e influenzare decisioni d’acquisto. Secondo alcune stime, entro il 2025 i video rappresenteranno l’82% del traffico internet globale (lifewire). Non meno rilevante è stato il ruolo della comunicazione interna, che ha puntato sul benessere e sul coinvolgimento dei dipendenti. Newsletter settimanali, sondaggi anonimi e campagne di onboarding digitali hanno favorito un dialogo più diretto, mentre iniziative come le “wellbeing challenge” hanno contribuito a rafforzare il senso d’appartenenza e di comunità aziendale. Il settore del lusso ha continuato a distinguersi, privilegiando un marketing esperienziale e multicanale. Pop-up immersivi, valorizzazione dell’artigianalità e storytelling legato all’heritage dei brand hanno sostituito le tradizionali logiche di vendita, trasformando il consumo in un atto culturale e identitario. Anche le tecnologie di digital signage hanno registrato una svolta, diventando interattive e perso-
nalizzabili. Touch-screen, QR-code e sensori hanno reso i contenuti esperienziali e dinamici, mentre l’intelligenza artificiale ha democratizzato la produzione di materiali multimediali, senza sostituire però la supervisione umana, ancora essenziale per preservare coerenza e identità del brand. Infine TikTok ha rafforzato il suo ruolo di piattaforma di riferimento, orientandosi verso narrazioni più intime e autentiche. L’uso di strumenti di AI per la creazione di contenuti, l’emergere di influencer di nicchia e il racconto di traguardi personali, al posto dei grandi milestone tradizionali, hanno segnato un cambio di paradigma, rendendo la comunicazione più vicina alla vita quotidiana e alle emozioni delle persone. In sintesi l’estate 2025 ha evidenziato una comunicazione sempre più ibrida, in cui tecnologia e creatività s’intrecciano per offrire esperienze autentiche, immediate e coinvolgenti. La sfida per i professionisti del settore sarà mantenere un equilibrio tra innovazione e umanità del messaggio, in un contesto in cui il pubblico non cerca solo informazioni, ma soprattutto significato e connessione.
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anno XIV, n. 42 luglio-dicembre 2025 direttore responsabile Andrea Cappelli cappellipress@libero.it capo redattore Alessandro Ercolani direttore artistico Riccardo Carrai in redazione Cornelia Miron hanno collaborato Paolo Baracchino – Alessia Bruchi Seila Bruschi – Zeffiro Ciuffoletti Gaddo della Gherardesca Pasquale Di Lena – Giorgio Dracopulos Michele Dreassi – Alessandro Ercolani Daniela Fabietti – Giovanna Focardi Nicita Mario Fregoni – Riccardo Gabriele – Piera Genta Andrea Kordi – Rosario Liguori –Cornelia Miron Giulia Ruscio – Giada Sanchini – Maurizio Sonno Danilo Tonon – Jacopo e Paolo Vagaggini Chiara Zoppas fotografia Bruno Bruchi coordinamento editoriale Mario Papalini
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