Workbook esperienziale
5-6 maggio 2026 Cittadellarte Biella 1
I workbook esperienziale I
Da un progetto di Sabrina Bonaccini, direttrice tecnica dei processi Socio-educativi Coopselios e direttrice innovazione e ricerca Learning by Languages. Coordinamento pedagogico: Mariaelena Bega specialista di processo 0-6 anni Progetto grafico e impaginazione: Antonietta Casini © 2026 - Learning by Languages® - Tutti i diritti riservati Realizzato nel mese di agosto 2026 Questo volume è stato stampato presso Logo S.p.A., Borgoricco (PD)
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Learning by Languages® è il marchio d’eccellenza che fornisce strumenti e competenze all’avanguardia per l’educazione dei bambini 0-10 anni e la formazione dei professionisti. È un sistema completo di prodotti e servizi che si ispira alle più avanzate ricerche pedagogiche, unendo la ricerca nell’educazione e un’esperienza gestionale sul campo quarantennale.
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_________________________ Il simbolo creato per la copertina di questo workbook rappresenta l’incontro tra il logo di Learning by Languages e il logo del Terzo Paradiso. Non si tratta di una semplice scelta grafica, ma della rappresentazione di una visione condivisa: il ruolo centrale dell’educazione come strumento di costruzione del futuro all’interno del pensiero del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Da questa convergenza nasce una sinergia profonda, capace di generare un impatto significativo sulle persone e sulla società. È questo il nostro auspicio, ed è ciò che desideriamo contribuire a realizzare, anche grazie a questo Workbook esperienziale, traccia di un incontro significativo dal punto di vista umano e professionale.
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I workbook esperienziale I
INDICE 1. La genesi del percorso formativo
p. 10
a cura di Sabrina Bonaccini
2. Identità del gruppo
p. 14
a cura di Mariaelena Bega
3. Il ruolo dell’atelierista in dialogo con la poetica di Michelangelo Pistoletto
p. 36
a cura di Mariaelena Bega
4. Costruire l’immaginario prima del viaggio a cura di Mariaelena Bega
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p. 38
5. Pensieri in viaggio - andata
p. 44
a cura di Antonietta Casini
6. Proposta cre-attiva
p. 60
a cura di Mariaelena Bega
7. Identità in dialogo
p. 80
a cura di Sabrina Bonaccini
8. Pensieri in viaggio - ritorno
p. 84
a cura di Antonietta Casini
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La genesi del percorso formativo Sabrina Bonaccini
L’
idea di costruire un percorso formativo in collaborazione con Fondazione Pistoletto, nasce
all’interno dell’ ampia cornice del progetto “Educazione che rigenera” che ha visto l’educazione e l’Atelier come catalizzatori di un processo di rigenerazione urbana. Coopselios infatti da sempre investe sulla figura dell’atelierista all’interno dei servizi educativi come figura di innovazione e di promozione dello sviluppo della creatività dei bambini e delle bambine. Negli ultimi anni abbiamo riletto in chiave contemporanea il ruolo e la funzione dell’atelier riflessione che è confluita dentro la pubblicazione “L’atelier che rigenera: relazioni, estetica e cultura” una pubblicazione che offre un nuovo sguardo sul ruolo dell’atelier e dell’atelierista negli attuali scenari e consente un approfondimento sul ruolo di innovazione sociale e culturale che l’atelier come pratica educativa svolge oggi, uscendo dal chiuso degli atelier delle scuole e dei nidi per impattare i territori ,le comunità ,per generare inclusione delineando nuove politiche della conoscenza. Inoltre la costruzione collettiva del “Manifesto per una nuova identità di atelier e atelierista” è un’affermazione pubblica che nasce dal desiderio di dare voce a un sistema di valori, a una visione del mondo condivisa: ha preso forma un pensiero collettivo che desidera essere ascoltato, riconosciuto e tradotto in azione; si configura come un gesto consapevole, profondamente politico e culturale, un’affermazione che rivela un modo di essere, una visione e un orientamento verso il futuro . In un contesto di profondi cambiamenti culturali, segnato dalla disgregazione delle reti sociali tradizionali, dalla crescente multiculturalità e da una digitalizzazione sempre più pervasiva, i bambini e gli adulti si trovano ad affrontare sfide nuove nel loro modo di percepire e comprendere la realtà. Per questo diventa urgente e necessario creare luoghi, fisici, simbolici ed educativi, che favoriscano la coesione sociale, l’incontro tra le differenze, l’ascolto e la costruzione di un senso di appartenenza. In questa prospettiva crediamo che l’atelierista, attraverso le proprie competenze e sensibilità in ambito artistico e l’atelier, come luogo delle domande, del problem solving, del pensiero critico e divergente, possano offrire nuove opportunità di esperienza e conoscenza per contrastare l’omologazione, l’appiattimento culturale e cognitivo causati spesso dalla povertà educativa e dalla fruizione di contenuti culturali di bassa qualità. Questi nostri valori ci sono sembrati molto sintonici con la visione e i valori della poetica di
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Capitolo 1
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Michelangelo Pistoletto che trovano nella location di Cittadellarte di Biella una declinazione esperienziale molto interessante. La Fondazione Pistoletto infatti con la realizzazione di cittàdell’arte persegue la volontà di impegnare l’arte per lo sviluppo di nuove prospettive di civiltà che ha tra la sua mission quella di “ porre l’arte al centro di una responsabile trasformazione della società “: una fucina artistica che si propone di concepire nuovi modelli di vita civile. L’arte, secondo Pistoletto ,si deve intrecciare con i diversi settori del tessuto sociale agendo direttamente nella loro ristrutturazione e rigenerazione a vario livello. Nel suo manifesto” Progetto Arte” Michelangelo Pistoletto nel 1994 sosteneva “L’arte è l’espressione più sensibile ed integrale del pensiero ed è tempo che l’artista prenda su di sé la responsabilità di porre in comunicazione ogni altra attività umana, dall’economia alla politica ,dalla scienza alla religione, dall’educazione al comportamento, in breve tutte le istanze del tessuto sociale”. Questi concetti sono diventati pensieri guida delle attività di Cittadellarte e confluiscono nella metafora del “Terzo Paradiso” cioè nell’equilibrio tra l’artificiale e il naturale, nella ricerca di una nuova organicità ecologico-economica : espressione che va al di là della concezione religiosa per definire il passaggio evolutivo in cui l’intelligenza della natura e l’intelligenza umana trovano lo spazio e il tempo della loro convivenza .Un concetto simbolico che dà senso al concetto di trasformazione sociale e responsabile per motivare la necessitò di unire in un unico impegno l’arte ,la scienza, l’economia, la spiritualità e la politica. L’incontro con Giacomo Basmajii nostro consulente all’interno del progetto “Educazione che rigenera”e al contempo Project manager della Fondazione Pistoletto ci ha dato i link per mettere in relazione i valori di Cittàdellarte e di Coopselios promuovendo questa possibilità di dialogo e collaborando a costruire per noi un percorso formativo che consentisse la conoscenza e lo scambio delle nostre identità attraverso i laboratori e la visita guidata agli spazi di Cittadellarte :spazi evocativi e generativi di bellezza ,apprendimenti, stupore .Lo stare insieme dentro questi luoghi nella dimensione “residenziale” ha consentito di respirare e vivere un’esperienza veramente unica sicuramente trasformativa.
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Capitolo 1
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Identità del gruppo Mariaelena Bega
L’
identità del gruppo di lavoro delle atelieriste e degli atelieristi ha preso forma come un
paesaggio in continuo divenire, fatto di molteplici saperi artistici e alimentato da linguaggi e pratiche in dialogo tra loro e in costante crescita. Nel corso degli anni, questa pluralità ha generato un’esperienza comune capace di accogliere e valorizzare le unicità di ciascuno, trasformando le conoscenze individuali in un patrimonio collettivo. Ogni atelierista porta con sé il proprio linguaggio, la propria storia, il proprio modo di osservare e interpretare il mondo; e proprio nell’incontro tra queste differenze è nata un’identità viva, fatta di ascolto e di reciproca contaminazione. Credo che l’équipe degli atelieristi sia molto più della somma delle singole individualità: è uno spazio di fiducia e di appartenenza, in cui il dialogo diventa occasione di crescita e di trasformazione reciproca. Come fili che si intrecciano, le diverse sensibilità artistiche si connettono e si sostengono, dando vita a un pensiero condiviso, vivo e generativo, capace di accogliere la complessità, immaginare l’inedito e aprire nuove possibilità educative. Un’energia comune ha progressivamente preso forma, sostenuta da un filo rosso che ha attraversato l’intero percorso formativo, fatto di ascolto, di ricerca, di confronto aperto. È proprio in questa trama condivisa che il gruppo ha trovato la propria identità: un insieme vivo di saperi, capace di trasformarsi e di generare nuovi significati, mantenendo al centro la relazione come spazio di crescita e di creatività.
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Alice Antonietti
La mia ricerca personale si muove nell’intersezione tra produzione artistica e progettazione pedagogica. Un’ibridazione maturata durante il percorso magistrale in Didattica e mediazione del patrimonio artistico presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove ho imparato a pensare l’educazione come un gesto creativo e l’arte come un luogo di relazione. La pratica artistica e artigianale del fare con le mani, è parte essenziale della mia identità. Pittura, fotografia, ceramica, incisione, anche in questo ambito cerco l’incontro tra linguaggi. Il filo è un elemento ricorrente, simbolo di un lavoro lento e ancestrale, legato alla tradizione femminile. Nei suoi intrecci si radica il concetto di relazione, di legame, di crocevia emotivo e simbolico. la fotografia, non è mai semplice documentazione: è un tentativo di fermare una realtà che, per sua natura, è poliedrica e caleidoscopica. Da qui nasce l’esigenza di contaminare l’immagine con altri materiali, per restituire la complessità del vissuto. Faccio fatica a definirmi come artista, senza sentirmi in imbarazzo o come atelierista senza sentirmi in difetto. Certe volte però essere è sufficiente essere, e io sono “semplicemente” Alice.
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Sofia Cacciavellani
Mi chiamo Sofia Cacciavellani. Nel mio percorso di crescita e formazione artistica ho sempre cercato un dialogo con ciò che mi circonda, lasciandomi contaminare da ogni presenza, sia nella sua forma più visibile che in quella più sottile. Sono nata sotto il segno dei Pesci: una natura duplice, sospesa tra curiosità, creatività e irrazionalità da un lato, e un costante bisogno di stabilità e certezza dall’altro, in un mondo però a mio avviso profondamente instabile. Stranamente riesco a riconoscermi in questo stato di tensione poetica e di incertezza, intese come spazio fertile, capace di generare possibilità artistiche ed espressive e di aprirsi a linguaggi molteplici, che si basano sulla relazione con gli elementi della vita. Sono profondamente affascinata dai processi artistici: luoghi in cui l’errore, l’inciampo e la deviazione non sono ostacoli, ma soglie da cui possono nascere nuove intuizioni e possibilità di riflessione. Questo fluire prende forma nei vari linguaggi espressivi, in particolare sento più affini quello della grafica e del corpo in movimento, spesso anche posti in relazione tra di loro. Più nello specifico, mi affascina l’idea di un corpo che, muovendosi e abitando uno spazio, si accorda ad esso e genera, quasi inconsapevolmente, un archivio di gesti. Il corpo in movimento diventa così uno strumento di ricerca identitaria e di memoria dei luoghi.
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Capitolo 2
Federica Caffagni
Sono una grafica pubblicitaria con una lunga esperienza nella comunicazione visiva. Per oltre vent’anni ho lavorato in un’agenzia di comunicazione, seguendo progetti creativi dalla progettazione alla realizzazione fino a ricoprire il ruolo di Art Director. Da circa dieci anni lavoro come freelance, collaborando con aziende e professionisti e continuando a sviluppare progetti legati al design, all’identità visiva e all’editoria. Il mio percorso si fonda su una formazione artistica che comprende lo studio del graphic design, la fotografia e la storia dell’arte, ma il mio legame con l’arte si è costruito soprattutto nel tempo, attraverso una pratica costante con uno sguardo curioso e aperto, frequento artisti e mostre di arte contemporanea o classica, esplorando linguaggi diversi e lasciandomi ispirare da ogni forma espressiva. Dal punto di vista pratico porto avanti anche una ricerca personale, che si esprime principalmente nella fotografia e, in modo più sporadico, nel disegno e nella pittura ad olio. L’arte rappresenta per me uno spazio di ricerca e osservazione continua, uno strumento per guardare il mondo: nutre il mio lavoro perché nutre prima di tutto la mia mente e la mia dimensione interiore. È uno sguardo costruito nel tempo, in un continuo tentativo di superare il facile “Questo lo sapevo fare anch’io” per cercare di capire ed entrare, invece, in un dialogo più profondo ed empatico con il lavoro degli artisti.
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Antonietta Casini
Scrivo, disegno, penso — non necessariamente in questo ordine. L’arte è, per me, lo strumento più necessario per comprendere le persone e il mondo. Nella mia vita ho lavorato con bambine e bambini, con persone con disabilità, con donne e uomini di età diverse. Ho progettato grafiche, realizzato video e libri, disegnato oggetti. Credo nel potere delle parole, nell’estetica degli scarabocchi, nella leggerezza del cambiamento. Rivendico l’imperfetto, la generatività del dubbio, la bellezza del fallimento. Abito la mia idea di essere donna nel modo che più mi appartiene ma rispetto profondamente le donne che scelgono di farlo in modi diversi. Considero la mia vita un grande progetto che si nutre della passione per l’osservazione delle persone nella loro unicità, e che ha come filo conduttore i valori della Cura e della Partecipazione.
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Capitolo 2
Sara Castellani
QUESTA SONO IO . . . Mi presento, a prima vista potrei essere scambiata per una Mary Poppins con la sua famosa borsa o per una sorta di MacGyver pronto a risolvere qualunque situazione; in realtà sono “solo” SARA. Ogni volta che mi imbatto in un materiale nuovo che non è registrato nel mio database mentale sento l’urgenza di scoprirlo, esplorarlo e studiarlo a 360°. Nel mio infinito viaggio intergalattico ho visitato infiniti mondi come il pianeta delle stoffe, quello delle resine e dei metalli, quello del legno, quello delle piante, quello del riciclo, quello della carta e degli origami. Insomma come un Neil Armstrong. Da ogni esperienza torno con qualcosa che posso riportare nelle mie ricerche; trasformare, combinare e riadattare a seconda delle mie esigenze. Attraverso il linguaggio costruttivo con la sua imprevedibilità e le sue infinite possibilità, con il linguaggio narrativo e quello dei colori io trovo la mia voce e la bussola per intraprendere questo viaggio chiamato vita.
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Beatrice Cavallini
Sono nata il 16 marzo, di domenica mattina. Tre giorni dopo ero in una casa con le persiane di legno corrose dal salmastro, dove le personalità femminili predominavano, con la piena gestione delle vite altrui. Una comunità con pochi confini in un paese che era contesto educante. La diga non c’era e le mareggiate erano potenti e spaventose, imponenti e maestose. Poi la città, in un appartamento con la graniglia in terra e il lavoro vicino, ma si può sostituire la presenza dei nonni con la comodità? Non per una bambina, che vive di impulsività e odori. E così ho fatto la cosa che mi veniva meglio: ho pianto. Tutta la notte. Questi sono i miei ricordi, ma raccontati dalla memoria altrui. Li ho vissuti e colorati di dettagli precisi e nitidi, che nessuno mi ha mai detto. Il mio rapporto con l’arte, declinata in alcune delle sue forme, è come quello con i ricordi: legato alle emozioni. Ma anche viziato dal gusto personale, che sia piacere o disgusto. È semplice e primordiale. Evito quello che non mi piace, riconosco e scelgo quello che mi piace. Non ho una formazione artistica, che mi dia competenze strutturate e conoscenze da condividere e trasmettere. Ho lentamente imparato a selezionare, ma solo dopo aver conosciuto e subìto l’omologazione data dall’età, dalla città e dagli amici, con i quali si tende a diventare una cosa uniforme e rassicurante. Le prime mostre, in gita. I primi concerti, da grande.
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Capitolo 2
Gli studi dei pittori della mia città dove mio padre acquistava quadri, che poi avrebbe appeso in casa a partire dal soffitto, fino ad arrivare al pavimento. Il teatro, sempre da spettatrice. Infine la casa dove abito, che non ho ancora deciso se mi debba somigliare o rilassare. Sicuramente è uno spazio in cambiamento. L’arredo: i colori, le combinazioni, i tessuti, il profumo, il design, l’artigianato, il modernariato. Una passione arrivata “tardi” e in un panorama vastissimo di proposte, da selezionare e scremare, per appagare il mio gusto personale. L’abbigliamento, gli orecchini, i profumi: gli arredi del corpo. Il nero, le forme, le proporzioni, la simmetria, la vanità. Apparecchiare la tavola, l’azione di allestire per far stare bene. I contrasti: il servizio buono e le candele accese, ma con la pasta al pomodoro. Capita di comprare libri guardando la copertina, se poi mi interessa la trama li leggo. Ho una fissazione per gli albi illustrati, sintesi di quanto ci sia di bello al mondo e dei talenti che le persone possono avere. Il mio lavoro in Fattoria, che allena la scoperta dello stupore e delle unicità. Creare connessioni e trasferire “dentro” ciò che ho visto “fuori”. Collezionare ricordi, immagini, straordinarietà e idee, per una camera delle meraviglie tangibile e non, ma sempre a disposizione.
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Sara Cavallini
Mi chiamo Sara e sono nata in Emilia, un territorio che sento vicino per la sensibilità e la cura delle relazioni, per l’idea di comunità, per i processi di trasformazione e la capacità di costruire connessioni. La mia formazione avviene in ambito artistico e si è costruita nel tempo intrecciando esperienze diverse: dagli studi all’Istituto d’Arte, all’Accademia di Belle Arti, ad un master di specializzazione dedicato all’immagine contemporanea e alla ricerca fotografica. A queste esperienze, ho affiancato percorsi di formazione nell’ambito della didattica dell’arte e corsi dedicati alla letteratura e all’editoria per l’infanzia, con una particolare passione per gli albi illustrati ma ancor più in particolare per gli albi fotografici per l’infanzia. Mi accompagna da sempre la curiosità per le immagini e per la possibilità di allenare una sensibilità dello sguardo che dia accesso a nuovi modi di guardare il mondo. Riconosco nella fotografia il linguaggio più vicino al mio modo di sentire e pensare per la possibilità di selezionare, con l’inquadratura parti del reale, un reale complesso che mi sento chiamata ad intercettare e interpretare, facendo emergere un discorso che poi diventa dialogo e relazione con l’altro. Tra i temi che più hanno attraversato il mio percorso di ricerca ci sono il paesaggio ed il rapporto tra natura e cultura. Tra il 2011 ed il 2013 questo interesse ha preso forma in una ricerca fotografica personale intitolata Thinking Nature che mi ha portato a mappare, visitare e fotografare serre, giardini botanici e parchi naturali tra i più grandi d’Europa, luoghi affascinanti ed ambigui, sospesi tra biodiversità e progettazione, in cui natura, design e architettura si intrecciano in nuovi tentativi di convivenza ed equilibrio. Un periodo di residenza artistica presso l’Associazione culturale Arte Sella, mi ha dato l’opportunità di approfondire ulteriormente gli studi su questo tema.
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Capitolo 2
Parallelamente alla ricerca personale, inizio a progettare e condurre per musei, fondazioni culturali ed associazioni, percorsi di didattica museale e laboratori inerenti le potenzialità espressive del linguaggio fotografico, rivolti a bambini e persone con disabilità. Dal 2019 lavoro come atelierista nei servizi educativi per la prima infanzia della provincia di Reggio Emilia, collaborando a progetti di innovazione e ricerca educativa e promuovendo occasioni di incontro con i linguaggi espressivi. Tifo per la creatività, la sensibilità, l’empatia.
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Elena Costi
GIOCO. Dal latino iocus: scherzo, leggerezza, scoperta. Uno strumento serio per conoscere. Sono Atelierista dal 2014, lavoro nella progettazione di contesti ed esperienze che intrecciano linguaggi espressivi, materiali e ricerca educativa. Amo apprendere e formare, due lati della medaglia dell’educazione. Nel mio lavoro il gioco è una cosa seria: uno strumento relazionale ed esplorativo che attraversa le proposte, i materiali e gli incontri quotidiani. Gioco con i bambini, con le idee e con i vincoli, intendendo il gioco come forma di apprendimento condiviso e possibilità di scoperta. Avendo una formazione pedagogica sono interessata ai linguaggi dell’arte in tutte le loro forme, come un nutrimento di crescita. Considero ogni pratica artistica un’occasione per continuare ad apprendere, spostare lo sguardo e aprire nuove domande, possibilmente senza smettere di divertirmi. Cerco, attraverso l’ascolto, di inserirmi contestualmente nei luoghi per favorire le ricerche di piccoli e adulti, proponendo linguaggi adatti a sostenere le progettualità specifiche. Dicono di me: «Lei ci fa fare delle cose strane, però belle. Possiamo guardare con il microscopio, poi ci fa i colori e anche gli acquerelli e delle volte costruiamo delle cose … anche nel bosco!» Bianca, 5 anni. «Secondo me vive nell’atelier» Federico, 3 anni.
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Capitolo 2
Stefania Gentili
La passione massima, che è poi Il filo conduttore della mia ricerca artistica, si basa sul riciclo creativo. Recuperare i materiali attraverso una rete ben agganciata al territorio, creando una forte collaborazione. Nell’atelier e nei vari laboratori, oltre al colore in tutte le sue sfumature e consistenze, utilizzo materiali di riciclo dando una forte valenza al tema dell’ecologia e della trasformazione concedendo nuova vita agli oggetti. Questa ricerca viene messa in relazione con l’attitudine degli utenti, per creare oggetti che presento durante mostre, occasioni d’incontro con le famiglie e la comunità e banchetti sempre sostenuti oltre che da Coopselios, anche dall’associazione Fa.Ce. Naturalmente, oltre alla produzione di quadri ed oggetti, i laboratori vertono sul mantenimento e la stimolazione della manualità, delle abilità, della creatività esprimendo se stessi attraverso l’arte. Gli ambienti atelieristici che offro sono predisposti al massimo del comfort organizzati e ben arredati.
……………..L’arte è l’espressione massima del nostro essere. Stefania Gentili
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Cinzia Guzzetti Ambrosi
Inizia così: una bambina che guarda tutto. Parla tantissimo ma, soprattutto, osserva: persone, dettagli, cose apparentemente insignificanti. Spoiler: questa cosa non le passerà mai. Cut. Milano. Università, libri, teorie sull’arte. Tutto molto interessante, ma a un certo punto scatta la domanda: “Ok, ma l’arte… serve anche a qualcosa, oltre a stare appesa a un muro?” Risposta breve: sì. Risposta lunga: è qui che comincia davvero il film, all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nuova scena: tavoli pieni di materiali, contesti sociali, ospedali, persone che non sempre trovano le parole giuste per raccontarsi. Entra in scena Cinzia, che invece di chiedere “come ti senti?” mette a disposizione colori, immagini, gesti. Plot twist: funziona. L’arte diventa una lingua alternativa, a volte più onesta, a volte più diretta. E, senza fare troppo rumore, succedono piccole trasformazioni. Cambio atmosfera. Interno giorno: nido scuola a Milano. Bambini e bambine ovunque, materiali che cambiano stato nel giro di pochi secondi, sperimentazioni più o meno controllate. Cinzia è lì, in mezzo al caos creativo progettato, a sostenere, osservare, rilanciare. Qui nessuno “sbaglia”: al massimo si scopre qualcosa di nuovo. Nel frattempo, linea narrativa parallela: la sua ricerca artistica. Fotocamere analogiche e digitali, ritratti, street photography, dettagli raccolti in giro come piccoli indizi. Poi il passaggio al collage: taglia, cuce, incolla. Letteralmente. Le immagini diventano ibride, un po’ imperfette, decisamente vive. Un mix tra ordine e caos, con una leggera tendenza al caos. E poi c’è la montagna. Perché evidentemente non bastava tutto il resto. Zaini, sentieri, bambini e ragazzi da accompagnare. Anche qui: relazioni, scoperte, creatività che spunta nei momenti più improbabili: tra capanne costruite nel bosco o temporali improvvisi. Il finale? Non pervenuto. Più che un film, è una serie in continuo aggiornamento. Con episodi fatti di tentativi, errori, intuizioni e piccoli cambiamenti. Genere: difficile da classificare. Un po’ educativo, un po’ sperimentale, ogni tanto persino comico. Sicuramente umano. Titoli di coda: la creta non le piace.
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Alessandro Incerti
Sono un’atelierista con una formazione artistica maturata presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel lavoro intreccio la mia ricerca personale con l’attenzione all’unicità espressiva dei bambini e delle bambine, sostenendoli nello sviluppo dei processi di apprendimento e della creatività, attraverso l’ascolto, l’osservazione e l’esplorazione del mondo come spazio di scoperta. Credo nella forza dei linguaggi artistici come strumenti privilegiati per dare forma al pensiero, all’immaginazione e all’esperienza. Per questo mantengo uno sguardo aperto e trasversale alle arti, così da offrire opportunità ricche, inclusive e generative. La mia pratica artistica, che comprende ceramica, pittura e, in forma amatoriale la fotografia, arricchisce e amplia le proposte educative. L’integrazione di queste discipline mi ha permesso di costruire negli anni percorsi interdisciplinari capaci di valorizzare le diverse modalità espressive dei bambini e di promuovere processi creativi significativi e condivisi. Mi piace pensarmi come presenza discreta, silenziosa, capace di accompagnare e sostare assieme ai bambini, in quei “territori” che nascondono la bellezza nelle pieghe del reale, dove il quasi invisibile, si rivela come possibilità di costruire nuove visioni del mondo.
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Susanna Nicosia
Sono nata a Guastalla in provincia di Reggio Emilia il 16 dicembre 1981 in un tempo sospeso tra luce e silenzio. Ho studiato pittura all’ Accademia di belle arti di Firenze, dove ho imparato a dare forma allo sguardo affinando il gesto e imparando a stare nel tempo lento della creazione. Mi riconosco nel linguaggio grafico-pittorico, nella sua capacità di evocare senza spiegare, di suggerire mondi invece di definirli. L’illustrazione è diventata da pochi anni un nuovo modo per esprimermi, per intrecciare visione e narrazione, lasciando spazio all’immaginazione di chi guarda. In questo periodo sto lavorando al terzo racconto per bambini che mi è stato affidato per essere illustrato; il primo edito da Pav e scritto da Sonia Cocchi, (Azzurra e il segreto dell’amicizia vera), il secondo edito da Toppfer scritto da Raffaella Ferrari (solitarix). L’esperienza di approfondire, comprendere e sperimentare un nuovo linguaggio mi entusiasma e mi regala una forte carica vitale. Ho partecipato a diverse mostre collettive e nell’ autunno del 2017 ho vinto il primo premio all’ estemporanea di pittura di Sarzana:” il Calandrino”. Lo scorso anno il mio percorso di vita si è intrecciato con la professione di atelierista, dove l’arte incontra la relazione, la crescita e l’ascolto; in questo spazio condiviso ho scoperto che creare non è mai un atto solitario, ma un dialogo continuo, fatto di presenza, gesti, possibilità. Questa esperienza mi permette di sperimentare prospettive inedite spogliandomi di idee e pregiudizi che, se radicati, non permettono la metamorfosi, indispensabile per generare nuove idee ed esplorare orizzonti possibili. Grazie ai miei tre figli continuo ad imparare nuovi sguardi, nuove fragilità e nuove forze. Non smetto di cercare modi nuovi di leggere il mondo fuori e dentro di me.
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Capitolo 2
Francesca Osti
Mi chiamo Francesca, sono una ragazza nata a Rovigo il 21 novembre 2001 e la passione per l’arte mi accompagna da sempre. Fin da piccola osservavo un mondo spesso troppo rumoroso per me e l’unico luogo dove la mia timidezza non era un limite era nel disegno. Lì, tra i margini di un foglio e i colori, la paura di espormi svaniva per lasciare spazio alla libertà, con il sogno di abitare quell’altrove per sempre. È così che ho intrapreso gli studi al liceo artistico, proseguendo poi a realizzare il sogno di entrare all’Accademia di Belle Arti. La laurea in Decorazione Arte e Ambiente e gli studi in Scenografia e allestimenti, hanno supportato e ampliato il mio interesse ad amare diversi linguaggi. Se da una parte mi affascina la materia, la grana delle texture e il dettaglio che rivela il “fare”, dall’altra è nella trasparenza che trovo il mio spazio ideale. Sinonimo di leggerezza, tempo e respiro, ricerco il dialogo tra il visibile e l’invisibile, dove la luce entra in gioco come elemento rivelatore di forme e sovrapposizioni. Considero l’arte come un processo continuo, un’esperienza “non finita” che dialoga con l’architettura e la percezione di chi la sta vivendo. In questa ricerca mi affascinano le atmosfere impalpabili, dove la componente fisica sembra svanire per farsi puro colore e luce, anche attraverso la fotografia. Al contempo, resto legata al valore della scultura, che attraverso la materia, può farsi leggera e vibrante. Per me, questi opposti s’incontrano nella ricerca di superare il limite del tangibile e scardinare le apparenze, per dare respiro e movimento a ciò che ci circonda. È in questo spazio di soglia, tra il visibile e l’invisibile, che sento di abitare il mio linguaggio artistico con particolare cura e attenzione ai dettagli. L’arte è lo spazio i cui mi ritrovo nel silenzio, scoprendo che è proprio lì che risiede la mia voce più autentica, l’unica che mi ha permesso di farmi conoscere davvero.
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Martina Pagliuca
Laureata al DAMS di Roma Tre, ho approfondito gli studi sulla fotografia alla scuola Officine Fotografiche della capitale. Nell’ambito di questo linguaggio, ho sperimentato più generi attraversando il reportage, la street photography, la fotografia di viaggio e il ritratto ambientato. Le mie visioni fotografiche, sensibili alla luce naturale, si prendono cura delle piccole cose dell’ordinario, restituite attraverso una poetica del dettaglio e della narrazione visiva. Dal 2013 lavoro nei nidi d’infanzia Coopselios e dal 2020 ricopro il ruolo di atelierista; mi dedico al potenziamento dei linguaggi espressivi e della creatività nella fascia 0-3, curo la scelta dei materiali, l’allestimento degli spazi, la documentazione dei processi di apprendimento ed affianco le insegnanti nei percorsi progettuali. Svolgo attività di formazione sia in presenza sia a distanza, contribuendo alla realizzazione di progetti nazionali ed internazionali di Coopselios incentrati sui linguaggi espressivi, la diffusione della cultura dell’atelier e l’outdoor education.
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Capitolo 2
Giulia Rigon
Sono Giulia Rigon, anno 1983. Nata in Toscana, cresciuta in Veneto, cittadina del Mondo. Inseguo l’Arte da sempre. Passo il tempo libero tra letture, albi illustrati, musica, musei e mi diverto a fotografare la Vita. Dopo gli studi all’Istituto d’Arte, mi Laureo in Storia dell’Arte Contemporanea (DAMS PD), i cinque anni successivi frequento e mi Diplomo alla Scuola di Restauro (specializzandomi in beni mobili e affreschi). Realizzo il sogno di toccar con mano opere d’artista vivendo tra il laboratorio e l’impalcatura. Scopro ciò che sta dietro al colore, mi insegna a sperimentare le tecniche artistiche e ad osservare le opere d’arte da una prospettiva diversa (...e unica!) Mi “trasformo” e comincio a lavorare per una società privata nelle Scuole Pubbliche come esperta esterna tenendo Atelier e Laboratori d’Arte con i bambini. Nel frattempo (tra un figlio e l’altro) mi Laureo in Scienze dell’Educazione (Triennale, L-19) e dal 2023 lavoro in Coopselios come Atelierista ed Educatrice al Nido-Scuola Brave Garden dell’Azienda Diesel (Breganze,VI)”
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I workbook esperienziale I
Monica Rivi
Sono nata il 6 ottobre del 1967. Non ricordo nella mia vita un momento in cui mi sono resa conto che disegnare mi piaceva. Ha sempre fatto parte di me. Colorare e costruire oggetti mi hanno accompagnata durante la crescita permettendomi di esprimere l’energia interiore con naturalezza. La predisposizione dei miei genitori a lasciarmi esprimere liberamente mi sostenne. Il maestro delle elementari consigliò di iscrivermi all’Istituto d’Arte già dalle scuole medie, così si chiamavano allora. Ci rimasi otto anni, frequentando anche un laboratorio di falegnameria che migliorò la mia capacità di immaginare l’oggetto tridimensionale, in tutte le sue forme. Proseguire all’accademia di Belle Arti di Bologna risultò un percorso di continuità spontaneo. Nel frattempo iniziai anche a frequentare un corso per il restauro conservativo di opere lapidee, affreschi e decorazioni murali, che mi portò ad avviare un’attività artigianale stabile. Implementai la mia formazione con la fotografia per necessità lavorative e per passione. Quando ho sentito il bisogno di rimanere a Reggia Emilia dopo anni di attività itinerante, ho accettato il lavoro di educatrice, nel sostegno scolastico. Ho scoperto così un nuovo potenziale del linguaggio artistico espressivo: un veicolo comunicativo potente che unito a quella sensibilità propria dell’artista di leggere oltre la forma mi ha permesso in molti casi un approccio spontaneo, accogliente ed empatico dell’altrui, superando le barriere relazionali. Così come accade spesso con i bambini, anche nella fragilità, il colore attrae e incuriosisce, e soprattutto non richiede particolari competenze: basta un gesto, una traccia, per comunicare con l’altro sentendosi accolti e accettati come persone. Approfondendo le mie competenze nell’ambito dell’arte-terapia, ho cercato di dare la giusta cornice ai laboratori esperienziali: come fonte di apprendimento, di collaborazione, di espressione di sé. Accompagnando le persone a conoscersi e riconoscersi in quel gesto, quella traccia. Trasmettendo le mie conoscenze tecniche ed allo stesso tempo arricchendole. Le mie passioni spaziano dalla fotografia, alle tecniche pittoriche, ai vari linguaggi espressivi, in un
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Capitolo 2
approccio sempre curioso e di ricerca continua… Colorare, dipingere e costruire sono azioni che mi accompagnano da sempre, semplicemente sono parte di me come forma di espressione, relazione, comunicazione tra l’esteriore e l’interiore, e viceversa. La mia formazione in ambito artistico inizia alle scuole medie ed è ancora in itinere.
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I workbook esperienziale I
Mirta Tagliati
Sono atelierista e arteterapeuta e da tanti anni lavoro nelle scuole, nei musei, con istituzioni pubbliche e private, accompagnando bambini, bambine e adulti. in percorsi di ricerca espressiva e scoperta attraverso l’arte. Amo pensare spazi e progetti nei quali sperimentare, osservare e ritrovare un contatto autentico con la propria creatività, senza giudizio e senza la necessità di “saper fare”. Il mio interesse è sostenere processi più che risultati: offrire occasioni per esplorare, smontare e ricomporre, lasciando che l’esperienza artistica diventi un modo per conoscersi e stare meglio con gli altri e con sé stessi. Sperimento direttamente tutto quello che insegno: dipingo e osservo, leggo e studio cercando ancora di vivere con gli occhi e la mente aperta. Mirta
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Capitolo 2
Gaia Tamborrino
Comporre parole su carta che si inseguono, si uniscono e danno forma a pensieri è da sempre un mio profondo richiamo interiore. Proprio per tale connessione, mi percepisco molto vicina al linguaggio narrativo: dall’albo illustrato, alla fiaba, alla favola, alla filastrocca. Sono tutti media che nobilitano e valorizzano il peso che riveste la Parola nella comunicazione; in particolare la forma espressiva della poesia visiva. La parola ha una matrice generativa, protagonista indiscussa di varie tipologie di arti in sinergia come il cinema d’autore e la musica cantautorale. Esse danno vita a visioni, racconti e dialoghi che riempiono di significato lunghe inquadrature o ampi minuti sonori. La parola è dunque custode di una sua personale e specifica voce.
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I workbook esperienziale I
Il ruolo dell’atelierista in dialogo con la poetica di Michelangelo Pistoletto Mariaelena Bega
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ichelangelo Pistoletto non è soltanto un pittore o uno scultore: la sua ricerca si configura
come una visione ampia e profondamente intrecciata alla vita, alla società e alla responsabilità collettiva. Al centro della sua poetica vi è l’idea che l’arte non possa essere separata dalla realtà, ma debba assumere un ruolo attivo, capace di generare dialogo, promuovere relazioni e contribuire alla costruzione di comunità più consapevoli e coese. In questo orizzonte si colloca l’esperienza formativa dedicata agli atelieristi presso Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, che ha rappresentato un’occasione preziosa per approfondire il valore della relazione tra arte e contesti educativi e sociali contemporanei. Il confronto con il pensiero di Pistoletto si è rivelato particolarmente fecondo, offrendo una chiave di lettura capace di ampliare lo sguardo e di interrogare in modo nuovo il ruolo educativo dell’arte. L’arte, nella visione di Pistoletto, non si limita a esprimere o rappresentare, ma agisce: entra nei processi della vita quotidiana, costruisce legami, attiva trasformazioni. Questo approccio ha risuonato profondamente all’interno del percorso formativo, suggerendo agli atelieristi una prospettiva in cui la loro figura diviene elemento di connessione, capace di mettere in relazione i linguaggi, le discipline e i saperi, trasformando l’esperienza educativa in uno spazio di ricerca e conoscenza condivisa. In questa prospettiva, il ruolo dell’atelierista entra in profonda risonanza con la ricerca di Pistoletto, che pone al centro il rapporto tra arte e società e il principio di una responsabilità condivisa. Attraverso progetti come il Terzo Paradiso, l’artista propone una visione capace di superare le separazioni tra ambiti del sapere e dell’esperienza, restituendo all’arte una funzione attiva nella trasformazione culturale. Analogamente, l’atelierista favorisce il dialogo tra contesti e linguaggi differenti, promuovendo esperienze di incontro tra immaginazione e realtà, tra la dimensione individuale e quella collettiva, tra esperienza estetica e conoscenza. In questo senso, l’atelier si configura come uno spazio di incontro, in cui le differenze non vengono semplificate ma messe in dialogo, generando nuove forme di equilibrio; l’arte, intesa come pratica relazionale, diventa così uno strumento per costruire comunità e consolidare un senso di responsabilità verso il contesto. Un ulteriore elemento di vicinanza con la poetica di
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Capitolo 3
Pistoletto riguarda il coinvolgimento attivo delle persone: così come nelle Opere specchianti chi osserva è chiamato a entrare nell’opera e a riconoscersi come parte, anche nei processi educativi ciascuno è invitato a partecipare, a riflettere su di sé, a collaborare per costruire una conoscenza più ricca e articolata. L’apprendimento si configura quindi come un’esperienza condivisa e trasformativa. Questo percorso formativo ha contribuito a consolidare la visione dell’atelierista come figura capace di generare connessioni tra linguaggi, saperi, persone e contesti, concorrendo alla costruzione di ambienti educativi più inclusivi, consapevoli e aperti al cambiamento, in profonda sintonia con la poetica di Michelangelo Pistoletto, in cui la relazione si configura come spazio generativo da cui immaginare e praticare nuove forme di convivenza.
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I workbook esperienziale I
Costruire l’immaginario prima del viaggio Mariaelena Bega
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urante la seconda équipe delle atelieriste e degli atelieristi, il gruppo ha avviato un percorso di
avvicinamento alla formazione presso la Fondazione Pistoletto, costruendo uno spazio di preparazione condivisa, fatto di ascolto, racconto e messa in comune di prospettive. Un primo passaggio significativo è stato dedicato alla raccolta e alla condivisione di brevi biografie, preparate da ciascun atelierista. Non semplici presentazioni, ma narrazioni essenziali capaci di mettere in luce le specificità, gli interessi e i linguaggi che ognuno coltiva nel proprio rapporto con l’arte. Da questo intreccio di voci è emersa con chiarezza l’identità del gruppo: eterogenea, intergenerazionale, interdisciplinare e attraversata da una pluralità di linguaggi, capace di tenere insieme differenze e risonanze. All’interno di questo clima di scambio, è stata proposta una breve presentazione di Cittadellarte e del progetto Terme Culturali, offrendo un primo orizzonte di senso entro cui collocare l’esperienza formativa. Inoltre la condivisione del programma delle due giornate ha reso più concreto l’avvicinamento, permettendo al gruppo di iniziare a immaginare i tempi e i modi dell’incontro. Un ulteriore momento di lavoro è stato dedicato alla condivisione delle aspettative: ciascun partecipante ha avuto l’opportunità di esprimere ciò che si attendeva da questa esperienza e di restituire, attraverso brevi frasi o concetti, le immagini e le suggestioni evocate dall’idea di “terme culturali”. Ne è emerso un paesaggio ricco di intuizioni, domande e possibilità, che ha contribuito a costruire un primo terreno comune di pensiero. Nel suo insieme, questo tempo di preparazione ha assunto il valore di un processo generativo: non solo organizzazione, ma occasione per riconoscersi come gruppo, per attivare connessioni e per orientare lo sguardo verso l’esperienza alla Fondazione Pistoletto come un percorso di ricerca condivisa, già abitato dalla ricchezza delle differenze.
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Capitolo 4
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I workbook esperienziale I
Immaginari in dialogo Elena Costi
Mirta Tagliati
Alice Antonietti
Relazionarsi, mettendosi a
Habitat naturale, luogo di
Mi immagino qualcosa di
nudo,
scambio e di incontro.
scomodo,
prendere decisioni come
Curiosa,
tornare a vedere le connessioni
accade alle terme romane,
felice.
tra quello che vivi e quello che
giocare, conoscersi in modo
hai studiato.
diverso nel lavoro.
Sara Cavallini
Susanna Nicosia
Stare a guardare in maniera
Essere dall’altra parte, come
Voglio portarmi a casa idee,
attiva.
i bambini, muovere le corde
approcci, visioni, i tanti punti di
Curiosa di vedere e prendere
che abbiamo dentro, spostarmi
vista della stessa esperienza.
spunto su come hanno
dalle mia zona di comfort,
L’Arte dà fastidio, ti muove,
progettato l’arte. Ricaduta
farmi travolgere.
tocca tutti e su ogni corpo ha
sociale, curiosità come le
L’arte non ci può lasciare
un effetto possibile ma diverso.
terme culturali possono
indifferenti …ti attraversa,
generare benessere, cura,
ti modifica diventi parte
relax.
dell’opera.
Rigenerata.
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Federica Caffagni
Capitolo 4
Stefania Gentili
Francesca Osti
Sara Castellani
Emozioni verso i materiali.
Cerco ispirazione personale,
Ampliare il mio bagaglio, la mia
Cerco cose nuove di cui
per imparare e progettare
borsa di Mary Poppins.
godere, vedere e conoscere
contesti più audaci, innovativi
Benessere fisico e mentale,
contesti nuovi per il mio lavoro,
tempo lento, calma, pensieri
bisogno di aprirsi, riconoscersi,
benessere artistico.
che scorrono in un tempo
liberarsi per aprire cose nuove.
lento.
Gaia Tamborrino Farmi toccare, ricevere
Sofia Cacciavellani
Alessandro Incerti
contatto, sguardi altrui
Benessere artistico nuovo da
Nutrimento dello spirito,
calore concentrato, movimento
condividere, contemporaneità,
dell’anima e del corpo
in divenire del calore che viene
terme, bagno turco, vapore
nutrirmi di arte, di visioni
da tutti.
nebbia culturale, si vede e non
culturali, sociali e politiche
si vede, va esplorata insieme,
piacere di stare bene tra le
scavata piano piano.
persone e ciò che coglierà la nostra curiosità.
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I workbook esperienziale I
Beatrice Cavallini
Antonietta Casini
Viaggio di scoperta,
Cinzia Guzzetti Ambrosi
conoscenza con le persone
Mi aspetto che sia rigenerante
sociale della contemporaneità,
che incontrerò.
ma anche di essere fatta
prospettiva arricchita,
pezzettini.
nutrimento anche del gruppo,
Una scossa che mi trasformi
celebrale emotivo.
Raccontare la dimensione
nel bene e nel male, rigenerazione.
Giulia Rigon
Monica Rivi
Ambiente rigenerante
Nessuna aspettativa,
Botta di vita,
trasformazione attiva del
lasciarmi attraversare,
superamento della solitudine.
gruppo.
apertura totale.
Immersioni calde, avvolgenti.
Ritornare con una
L’arte si prende cura di me
consapevolezza diversa. Essere coautori.
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Martina Pagliuca
Capitolo 4
Guarda il video con le aspettative delle atelieriste prima della partenza per il viaggio a Cittadellarte
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I workbook esperienziale I
Pensieri in viaggio andata Antonietta Casini
I
n un’epoca in cui il futuro si costruisce a partire dagli algoritmi, atelieriste e atelieristi mantengono
viva una capacità fondamentale per l’essere umano: l’immaginazione, che consente di aprire prospettive anche inedite su ciò che sarà, leggendo la contemporaneità con grande attenzione e sensibilità, creando nuove connessioni e dando vita a nuovi mondi possibili. Un ruolo, quindi, che ha molto a che vedere con un’idea di futuro umana, poetica, artistica, ma anche politica. Le aspettative sono di fatto una previsione del futuro, che attinge alla nostra esperienza, alle nostre convinzioni e alle nostre idee, e hanno il potere di influenzare il modo in cui vivremo una determinata esperienza. Ciò che ci aspettiamo, più o meno consapevolmente, ci guiderà nel vivere una proposta, un contesto, un luogo, conducendoci a un esito positivo o negativo. Incontrare un luogo come Cittadellarte, che ha saputo costruire un’intera idea di città, di società e di umanità partendo dall’arte, significa immergersi in una prospettiva nata grazie all’incontro di tanti sguardi: una dimensione accogliente, in cui ognuno può scorgere punti di contatto con il proprio vissuto, in base alle proprie attitudini, ai propri interessi o alle proprie specificità. In uno spazio e in un tempo in movimento, durante il viaggio di andata in pullman, il gruppo ha condiviso i primi pensieri legati agli immaginari possibili, trasformando l’esperienza del viaggio in un momento di confronto e dialogo raccolto e profondo, arricchito dalla leggerezza e dall’emozione che accompagnano da sempre i viaggi di gruppo. Gli immaginari raccolti durante la precedente équipe sono stati mescolati, spingendo le persone a interpretare il pensiero altrui, a farlo proprio e ad allargare il proprio sguardo a partire da quello di un altro. Un processo che si è rivelato profondamente generativo, dando vita a un dialogo che ha spaziato tra temi molto differenti e rendendo evidente quanto l’arte sia una possibilità di guardare il mondo da prospettive sempre nuove.
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Capitolo 5
Sabrina Bonaccini Siamo arrivati a questo momento che abbiamo cercato di costruire nelle vostre aspettative in questi mesi. Devo ammettere che non speravo di riuscire a realizzare questo sogno e spero che sia un sogno condiviso. Grazie a questa immersione formativa e culturale sono certa che, al di là dell’esperienza che vivremo lì con i laboratori, sarà un’occasione per condividere esperienze e per conoscerci meglio. Questa formazione rappresenta un grande investimento che la Cooperativa ha deciso di fare, in particolare sul vostro ruolo, sulla figura dell’atelierista che, per noi, e non smetteremo mai di ribadirlo, è una figura molto importante per favorire l’innovazione e migliorare la qualità dell’esperienza che i bambini vivono. Credo che sia importante anche lavorare per una narrazione diversa del nostro essere professionisti all’interno dei contesti educativi, perché l’immagine professionale dipende anche
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da come ci raccontiamo, da ciò che pensiamo sia il nostro ruolo e anche da come ci poniamo nei confronti dell’esterno. Stiamo lavorando per costruire un’idea diversa di “professionalità sociale” e, soprattutto, stiamo facendo un investimento che passa attraverso le persone, per una formazione che sia anche crescita umana, perché credo che la possibilità di vivere in prima persona delle esperienze significhi anche questo. Quando si incontrano le persone si apre un mondo e, quindi, ringrazio Giacomo Bassmaji per questa opportunità..
Giacomo Bassmaji Grazie Sabrina e buongiorno a tutte. Sono molto contento di essere qui con voi oggi; vedo un gruppo molto “solare”. Collaboro da alcuni anni con la Fondazione Pistoletto. Sono architetto e coordino un progetto che si chiama Opera Demopratica, che si pone l’obiettivo di attivare la partecipazione civica delle persone attraverso gli strumenti dell’arte, che sono molto potenti. In questo momento sono attivo in varie città. Michelangelo Pistoletto è un artista contemporaneo nato nel 1933 a Biella; a giugno compirà 93 anni ed è una persona alla quale di recente ho chiesto: «Michelangelo, come ti senti? Che età senti di avere?». Lui mi ha risposto: «Mah... circa 25 anni». Questo vi dice molto dello spessore, dell’energia e della voglia di fare che quest’uomo possiede ancora oggi, e che lo portano a esporre in tutto il mondo e a lavorare con i principali artisti, intellettuali e docenti italiani, ma anche internazionali, con l’idea e la volontà di portare un’arte partecipata e un’arte sociale all’interno dell’Accademia. Per Pistoletto, l’artista non deve più essere da solo nel proprio atelier, ma deve avere un ruolo sociale e dialogare con l’intera società. Come per noi l’atelier, anche in questo caso possiamo riconoscere delle forti sintonie. Nel 1998 Pistoletto torna a Biella e vede questo vecchio opificio abbandonato, nel quale decide di far nascere la Città dell’Arte: un luogo dove le arti non parlano soltanto a sé stesse e gli artisti non dialogano solo tra loro, ma in cui arte e società vengono messe in connessione. Per Pistoletto, la società comprende il mondo della scuola, dell’architettura, dell’economia, del nutrimento e dell’alimentazione, della politica e dell’industria. Oggi la Fondazione si è progressivamente ampliata sempre di più. Saremo infatti tra i primi ospiti di questo progetto che si chiama Terme Culturali, nato dall’idea di offrire alle persone la possibilità di trascorrere alcuni giorni di relax immersi nell’arte e nella cultura, come forma di welfare culturale e di benessere della persona. Sentitevi molto fiere e contente di essere tra le prime ospiti di questa struttura e, più in generale,
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Capitolo 5
di poter vivere questa esperienza che le pedagogiste, gli artisti e il gruppo di lavoro di Cittadellarte hanno costruito appositamente per voi.
Mariaelena Bega Nella nostra ultima équipe abbiamo condiviso quelle che sono le vostre aspettative rispetto a questa esperienza. Vi abbiamo chiesto che cosa immaginate che possa essere, che cosa vi aspettate e che cosa vorreste, in un certo senso, portarvi a casa. Noi abbiamo raccolto i vostri pensieri e le vostre riflessioni. È stato un momento davvero molto intenso e molto piacevole. Da quell’incontro sono emersi spunti molto interessanti rispetto a quella che potrebbe essere l’esperienza che voi immaginate. Abbiamo estrapolato delle parole chiave e delle frasi chiave da ciascuno dei vostri contributi e le abbiamo riportate su alcuni fogli, circa tre pensieri per ogni foglio. Ogni foglio rappresenta una persona del gruppo. Adesso vi chiediamo di prendere casualmente uno di questi
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fogli e, come in uno specchio di aspettative, di interpretare, riflettere e immaginare a partire da quella che è stata l’aspettativa di una collega o di un collega. L’atelierista si trova spesso a dover mediare tra aspettative differenti; questo diventa quindi un utile esercizio di flessibilità, uno scambio e un arricchimento reciproco che passa proprio attraverso l’incontro tra più saperi e più aspettative.
Cinzia Guzzetti Ambrosi Parole chiave: emozioni, cose nuove, benessere artistico L’idea di vivere questa esperienza è nuova quasi per tutti e immagino che sia fonte di emozioni, sia prima della partenza sia dopo. Inoltre, emerge l’idea di un benessere artistico. Si è parlato molto del concetto di Terme Culturali, associato alla possibilità di allenarsi a prendersi cura di sé. In questo caso, però, tale percorso avviene attraverso l’arte, secondo una prospettiva che non può che suscitare emozioni e offrire l’opportunità di vivere esperienze nuove e significative.
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Capitolo 5
Mirta Tagliati Parole chiave: farsi travolgere, muovere le corde I bambini e le bambine sono al centro del nostro lavoro quotidiano e penso che, se siamo qui oggi, sia anche grazie a loro. Il farsi travolgere mi sembra un concetto molto bello perché, nella nostra quotidianità, non possiamo quasi mai permettercelo: dobbiamo utilizzare la razionalità, muoverci entro determinati confini e rispettare delle regole. Per questo credo che concedersi, ogni tanto, il gioco del lasciarsi travolgere, pur rimanendo legati al tema dei bambini e delle bambine, sia fondamentale anche per il nostro benessere e la nostra salute mentale. Rispetto all’espressione muovere le corde, mi viene da pensare al far vibrare le corde del nostro animo. Credo che in giornate come queste ciò sia maggiormente possibile, proprio perché ci concentriamo, ci concediamo il tempo di ascoltarci e di pensare al nostro mondo interiore, e non soltanto ai doveri quotidiani.
Antonietta Casini Parole chiave: mettersi a nudo, prendere decisioni, giocare per conoscersi L’arte ha il potere di arrivare in profondità e di farci uscire dai ruoli che abitualmente abitiamo. In questo senso, queste due giornate potranno rappresentare anche un’occasione per allontanarci dalla quotidianità e provare a metterci in gioco in modo diverso, più autentico e più profondo. Le bambine e i bambini ci insegnano come la conoscenza reciproca passi anche attraverso lo scambio di idee e il gioco, mettendosi a nudo. In questo sono molto bravi, perché espongono sempre i propri punti di vista e sono pronti ad ascoltare quelli degli altri, magari controbattendo, ma riuscendo comunque a trovare una mediazione o a compiere una scelta. Credo che questo sia, in parte, quello che possiamo fare anche noi in questi giorni. Saremo in un luogo che ospita l’arte, un luogo che vive di arte: uno spazio capace di riattivare meccanismi e processi che, nella nostra quotidianità, sono spesso attenuati dai ruoli, dai contesti e dall’organizzazione. Penso che queste giornate possano essere davvero un’occasione per giocare, prendere decisioni insieme e mettersi anche un po’ più a nudo.
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Beatrice Cavallini Parole chiave: curiosa, felice, scambio, incontro Curiosa è un aggettivo che mi piace molto e nel quale mi ritrovo. Indica uno sguardo che vuole conoscere, uno sguardo indagatore. È uno sguardo che non si accontenta di ciò che ha davanti e che desidera scoprire cose nuove. Felice risponde alla domanda: «Come ti senti?» oppure «Come speri di sentirti durante e dopo questa esperienza?». È un aggettivo che, per quanto mi riguarda, sottintende anche una certa dose di coraggio. Essere felici richiama costantemente il mondo dell’infanzia. Lo scambio e l’incontro, invece, li vedo come due azioni. Lo scambio implica il ricevere emozioni, sensazioni e conoscenze; l’incontro, invece, lo percepisco come un movimento. Questo non significa necessariamente andare da un punto a un altro, ma trovarsi in un luogo e in un momento in cui ci si sente bene.
Susanna Nicosia Parole chiave: qualcosa di scomodo e vedere le connessioni Qualcosa di scomodo lo interpreto come quando ci si deve guardare dentro. Quando ci si pone davanti a qualsiasi opera d’arte, si passa per il filtro del proprio sentire, le proprie paure dietro le proprie conoscenze e quindi ci si deve guardare per forza dentro. E questo per me è sempre qualcosa di scomodo. Uscire un po’ da quello che si conosce e confrontarsi con qualcosa che ti fa riflettere: io interpreto questo il modo di vedere le connessioni. Le connessioni sono tra te e l’altro, tra te e l’opera, tra te e la tua reazione e le reazioni che vedi negli altri. L’arte ti propone una visione: tu la puoi fare tua o puoi aggiungere quello che è il tuo sentire. Queste sono per me le connessioni.
Alessandro Incerti Parole chiave: punti di vista, fastidio, idee. Il fastidio mi riporta alla sindrome di Stendhal, quando siamo in qualche modo percorsi da una concentrazione di bellezza che provoca una sorta di sorpresa, un momento di spaesamento. Le idee sono sicuro diventeranno un patrimonio collettivo per far sì che si possa rispettare quello che è il nostro lavoro quotidiano attraverso un’elaborazione dell’esperienza.
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Martina Pagliuca Parole chiave: benessere fisico e mentale Il benessere fisico e mentale credo siano strettamente connessi al posto dove andremo. È qualcosa che si connette al luogo quindi a Biella avremo modo di godere di un benessere fisico e mentale,
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perché quando la mente sta bene e sta bene anche il fisico significa anche liberarsi .Quando vivi in modo autentico il rapporto con te stesso vivi un sentimento di liberazione che ti fa sentire più leggero. Quindi è un augurio che faccio a me stessa e a voi, di poterle ritrovare.
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Giulia Rigon Parole chiave: nutrimento politica e persone Io scelgo di partire dalla fine dalle persone. Noi siamo un gruppo di persone non siamo semplicemente la somma di tante persone messe insieme, siamo persone anche diverse. Mi collego alla parola nutrimento, che per me è anche un bisogno per alimentarsi, poter anche crescere a livello personale. Politica credo che la vita sia politica e la politica sia vita. Penso che quando si sceglie di dire qualcosa sia un atto politico. Ogni essere umano ha non solo il diritto di parlare, ma anche il dovere di scegliere e prendere delle posizioni e questa è un’occasione per capire, in un luogo che dà nutrimento, che è fatto per poter crescere in qualche modo per poter condividere.
Stefania Gentili Parole chiave: sospensione apertura Queste due parole per me sono molto connesse tra di loro . Questa esperienza quindi questa sospensione secondo me significa anche un’ attesa. Apertura significa arrivare in questa esperienza e aprirsi a tutto ciò che ci troveremo davanti e godersi tutta questa cosa. Riguardo alle Terme del benessere è come curarsi utilizzando l’arte per migliorare.
Monica Rivi Parole chiave: fatta a pezzettini, scossa e trasformazione Avete presente la storia di Pezzettino? In cerca del suo nucleo, delle sue origini e si trova a confrontarsi con tutti questi personaggi molto impostati su se stessi che lo allontanano. ecco, Noi partiamo così tutte formate, strutturate in ambienti diversi arriviamo in questo ambiente di bellezza e creazione, cerchiamo di liberarci e farci a pezzettini. Come shakerate in questa scossa di condivisione creativa di energia per quindi trasformarsi e magari poi riflettersi.
Sofia Cacciavellani Parole chiave: viaggio, incontri, conoscenze Sono tre parole apparentemente semplici, ma in realtà sono sempre molto ricche di significati. Il nostro a tutti gli effetti è un viaggio che ha un inizio e avrà una fine però un viaggio che ci porterà
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alla scoperta dell’arte molto da vicino e anche ad alcune delle sue possibilità, potenzialità e anche responsabilità. Mi piace pensarci, immaginarci proprio come dei viaggiatori che incontreranno una nuova realtà e delle nuove persone e dei nuovi spazi, ma che allo stesso tempo si incontreranno nuovamente mettendo in campo quelle che sono anche le nostre sensibilità più profonde, le nostre idee e le nostre passioni. Sarà anche una nuova esperienza che ci porterà a nuove conoscenze sicuramente quindi secondo me sarà bellissimo.
Francesca Osti Parole chiave: tempo lento, contesti audaci e ispirazione personale Tempo lento la posso interpretare come un distacco dalla realtà quotidiana frenetica e che permetta anche di respirare in una comunità di pensieri, però in modo calmo.Contesti audaci, credo che faccia riferimento al contesto stesso sia vissuto come luogo che sfida le regole dell’arte classica. Secondo me è un po’ quello che noi proponiamo con i nostri contesti. Ispirazione personale riguarda il fatto che vorrei con questa esperienza lasciarmi andare il più possibile e prendere ispirazione sia dal luogo cha dai miei colleghi, sperando che si riesca a fare un’opera collettiva e fruttuosa.
Federica Caffagni Parole chiave: ricevere contatto, calore concentrato, movimento in divenire. Mi piace l’idea del ricevere contatto perché molto spesso io penso a darlo a trovare un contatto quindi stavolta lo riceverò: un bel calore concentrato. Il movimento è sempre in divenire e la cosa bella di questo movimento in divenire è proprio l’attimo stesso. Noi in questo momento siamo in un movimento in divenire, stiamo già facendo un movimento in divenire che poi si può in questa forma propagare all’infinito. Quindi mi piace, sono contenta.
Sara Castellani Parole chiave: guardare attivamente ,benessere cura, relax rigenerazione Guardare attivamente per me è una curiosità, un pensiero e l’immagine che mi viene in mente sono gli ingranaggi che lavorano. Le altre quattro parole relax pausa come sedimentazione per dare un senso e un significato, prendersi il tempo. E questo è quello che mi viene oggi in mente. Spero che in
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questi giorni di vivere un’esperienza di benessere, cura, a me piacciono molto le parole Fürsorge che in tedesco vuol dire cura di sé, e lernlust che vuole dire proprio la voglia di apprendere qualcosa di nuovo.
Gaia Tamborrino Parole chiave: benessere, nebbia culturale e scavo Le ho interpretate in maniera abbastanza fluida e e anche un po’ processuale nel senso che la nebbia
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culturale secondo me è un po’ la situazione di partenza a livello di contesto in cui ci troviamo sia a livello sociale che a livello quotidiano. In qualche modo è una situazione che ci limita ma che può avere anche una potenzialità di cambiamento grazie allo scavo quindi a un’azione concreta dove si riporta alla luce qualcosa che può essere qualcosa di già conosciuto ma allo stesso tempo può essere anche un momento di scoperta quindi di novità e di apprendimento. E tutto lo vedo appunto riferito a uno stato d’animo di benessere e che sarà un po’ la costante secondo me di questa esperienza, quindi il fatto di essere una comunità dialogante e potenzialmente sempre in scoperta di qualcosa di arricchente, di nuovo.
Alice Antonietti Parole chiave: gruppo consapevolezza co-autori Sono parole che ho riflesso molto su di me. Questa occasione per fare gruppo per conoscere per me sarà fondamentale e sicuramente sono consapevole che sarà molto arricchente. Spero di sciogliermi e essere anche un pò fastidiosa nel farvi domande per conoscervi. Sicuramente la parola gruppo la collego alla consapevolezza di far parte di un gruppo. Ora mi sento ancora una piccola radice del grande albero di cui facciamo parte, ma come sappiamo tutte le parti dell’albero sono importanti e quindi spero di acquisire anche un pò di consapevolezza verso me stessa. Coautori, sempre tenendo questa metafora dell’albero, penso che in una società che ci vuole tutti separati tutti divisi, essere conduttori insieme di un futuro è una scelta politica .
Sara Cavallini Parole chiave: raccontare contemporaneità e prospettive Potremo farci raccontare tutti i modi che l’arte contemporanea può avere per aprire nuove prospettive. Penso che noi come gruppo di lavoro mettiamo spesso in discussione il nostro modo di agire, di lavorare, in cui siamo in continuo fermento, guardiamo molto all’innovazione ma credo anche che oggi possa essere per noi una possibilità di farci raccontare e ascoltare in maniera attiva quali possono essere le nuove modalità in cui l’arte può entrare in relazione con il presente e con questa contemporaneità complessa che stiamo vivendo. Abbiamo in realtà un terreno molto fertile: l’arte ha una ricaduta sociale positiva in ambito culturale, in ambito ambientale, nell’ambito dei diritti umani.
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Speriamo di tornare ad incontrare un po l’attivismo degli anni passati nella storia dell’arte e quindi ci auguro di poter ascoltare in maniera attiva questi racconti.
Elena Costi Parole chiave: immersioni,superamento della solitudine, botta di vita Il pensiero va subito a delle immersioni artistiche, ma anche a delle immersioni un di prospettiva interiore: immergersi davvero in quelli che sono i propri pensieri in quello che è il proprio modo di essere Atelierista in un gruppo appunto, in una full immersion che si fa come équipe di lavoro. È importante il superamento della solitudine ed è bellissimo che questi concetti siano associati al tipo di lavoro, quindi a quanto è davvero bello anche essere un bel gruppo che lavora bene, che si mette in gioco e che si fa conoscere sia individualmente che appunto come gruppo. Credo che tutti abbiamo provato questa sensazione di solitudine nel fare questo lavoro perché io lavoro quasi sempre in solitaria. Un’esperienza del genere è assolutamente rigenerante e piena di vita, quindi, buona botta di vita a tutti noi.
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Proposta Cre-attiva Mariaelena Bega
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a proposta Cre-attiva è un’esperienza immersiva capace di offrire strumenti e metodologie
concrete, immediatamente trasferibili nella quotidianità dei contesti educativi. Un percorso pensato per ampliare lo sguardo, arricchire le pratiche e generare nuove possibilità di innovazione. Nel suggestivo contesto di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, nel cuore di Biella, le atelieriste e gli atelieristi hanno vissuto due giornate dense di esperienze, ospitati negli spazi della Fondazione e coinvolti nelle attività del progetto Terme Culturali. Un tempo sospeso, in cui formazione, benessere e costruzione del gruppo si sono intrecciati in modo profondo. L’intero percorso è stato guidato da professionisti provenienti da ambiti diversi – pedagogia, teatro sociale, psicodramma e counseling – che hanno accompagnato il gruppo attraverso metodologie esperienziali capaci di attivare corpo, pensiero ed emozione. L’obiettivo è stato quello di rafforzare la coesione, la fiducia e l’ascolto reciproco, valorizzare le competenze relazionali e la creatività e integrare dimensioni emotive, riflessive e operative nella pratica educativa. Il lavoro si è articolato attorno a due nuclei tematici centrali: lo specchio e la condivisione.
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Nel laboratorio “Specchio, specchio delle mie brame”, i partecipanti sono stati coinvolti in esercizi di lettura empatica della comunicazione non verbale, esplorando il rapporto tra sé e l’altro attraverso il corpo, lo sguardo e la presenza. Un’esperienza che ha invitato a riconoscersi e a riconoscere, affinando l’ascolto profondo.
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La visita alle mostre permanenti di Cittadellarte ha aperto uno sguardo sul pensiero del Terzo Paradiso, permettendo di immergersi in una visione dell’arte come pratica responsabile e impegno sociale. In questo contesto si è inserita anche la presentazione e la consegna del volume Atelier che rigenera e del Manifesto per una nuova identità di atelierista e di atelier, offrendo ulteriori spunti di riflessione e orientamento.
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La dimensione della condivisione ha trovato espressione anche nella “Cena Demopratica”, un’esperienza conviviale guidata da un facilitatore, in cui il momento del pasto si è trasformato in spazio di dialogo, cooperazione e partecipazione consapevole. Un tempo dedicato a sperimentare concretamente i temi della responsabilità, della demopraxia e della costruzione collettiva.
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Il workshop “Tavola condivisa” ha tradotto questi principi in un fare concreto: attraverso l’argilla, il gruppo ha dato forma a una creazione collettiva, una tavola simbolica costruita insieme, dove ogni gesto individuale ha contribuito alla composizione di un’opera comune. Un esercizio di collaborazione, ascolto e supporto reciproco.
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Infine, il percorso si è aperto a una dimensione più introspettiva con il workshop di “Fotografia interiorista”, un’esperienza orientata alla consapevolezza di sé in relazione ai luoghi. Attraverso immagini e parole, ciascun partecipante ha potuto esplorare il proprio sguardo interiore, lasciando emergere emozioni e vissuti in una forma espressiva personale ma condivisibile. Al termine dell’attività, tutti i partecipanti saranno invitati a firmare il dibond del Terzo Paradiso presente in aula, contribuendo alla creazione di un’opera collettiva che si costruisce nel tempo grazie al passaggio di tutti gli ospiti delle Terme Culturali. Nel suo insieme, la formazione ha rappresentato un’esperienza trasformativa, capace di intrecciare apprendimento e relazione, pensiero e azione, individualità e gruppo, lasciando tracce significative nel modo di abitare la pratica educativa.
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Identità in dialogo Sabrina Bonaccini
La visita a Cittadellarte non è stata solo un’esperienza formativa dove “portare a casa Know how” ed esperienza ma è stata anche un’occasione per conoscersi e scambiarsi valore reciproco. Il dialogo con Armona Pistoletto e Paolo Maldini direttore generale della Fondazione ci ha permesso di mettere a fuoco possibili punti di contatto e il “potenziale” di sviluppo futuro sugellati nello scambio “simbolico” tra la nostra pubblicazione “Atelier che rigenera” col Manifesto dell’Atelier e il Dibond col simbolo del Terzo paradiso firmato da tutti i partecipanti all’esperienza trasformativa.
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Pensieri in viaggio Ritorno Antonietta Casini Vivere un’esperienza così intensa per due giorni ci ha portato a maturare diverse riflessioni, che abbiamo voluto raccogliere a caldo durante il viaggio di ritorno. Le proposte di Cittadellarte ci hanno condotti a immergerci in un contesto fortemente suggestivo, nel quale i ruoli e le identità che normalmente abitiamo nei luoghi di lavoro hanno lasciato spazio a una dimensione più intima, più attenta all’ascolto e più orientata alla relazione. Abitare luoghi in cui arte, bellezza e pensiero sono elementi fondanti significa uscire dalla logica degli spazi e dei ruoli codificati che viviamo quotidianamente; significa entrare in una modalità che predispone a relazioni più autentiche, favorendo connessioni e riflessioni più profonde. Le considerazioni emerse si sono rivelate straordinariamente armoniche tra loro, evidenziando il desiderio comune di considerare questa tappa come l’inizio di un percorso. Un percorso di cui abbiamo delineato alcune possibili traiettorie, fondate sui numerosi punti di contatto tra il mondo dell’arte e quello dell’educazione. Le esperienze vissute ci hanno portato a conoscerci meglio, sia individualmente sia reciprocamente, consolidando l’identità del nostro gruppo di lavoro e valorizzando le competenze di ciascuno. L’esperienza a Cittadellarte ha lasciato un segno nei nostri percorsi umani, come individui, e ancor più in quelli professionali, come équipe di atelieriste e atelieristi.
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Elena Costi Mi hanno colpito molti aspetti di questa esperienza formativa, in particolare la modalità proposta, che ci ha consentito di guardarci dentro in un modo creativo e personale, secondo la sensibilità di ciascuno rispetto al tema della creatività. Per me è stata un’esperienza utile sia sul piano personale, perché ha toccato corde profonde, sia sul piano professionale, perché ha generato nuove idee e suggestioni. Oggi sento di avere con l’équipe degli atelieristi un legame più umano rispetto a prima. Non perché mancasse una vicinanza professionale, che ho sempre percepito, ma perché non c’erano mai stati il tempo e il contesto per condividere aspetti più intimi di noi stessi. Cinzia Guzzetti Ambrosi È successo in parte ciò che mi aspettavo: siamo usciti da questa esperienza “a pezzettini”. Nessuna attività mi ha colpita più di un’altra, perché tutte mi hanno messa in difficoltà allo stesso modo. Ognuna mi ha portata a mettermi in gioco, a pormi domande, a verificare quanto mi sentissi a mio agio oppure no. A livello personale è stata una preziosa occasione per riavvicinarmi all’arte senza necessariamente avere uno sguardo progettuale o finalizzato ai servizi. Ho vissuto questa esperienza come l’opportunità di incontrare l’arte senza un secondo fine, e questo mi è piaciuto molto. Ho raccolto molti spunti e nuovi stimoli. Alla fine, tutte le proposte avevano a che fare con linguaggi che anche noi utilizziamo, ma in modalità completamente differenti. L’idea dell’opera collettiva, in particolare, credo possa aprire prospettive molto interessanti. Antonietta Casini Tra le esperienze che mi hanno colpito maggiormente vi è sicuramente la fotografia interiorista. Si tratta di un’esperienza apparentemente semplice, ma capace di entrare in profonda connessione con il vissuto personale di ciascuno. Vivere questa proposta all’interno di uno spazio dalle caratteristiche architettoniche così particolari ne ha amplificato ulteriormente gli effetti e le sensazioni. Questa esperienza mi ha portata a riflettere sull’importanza di concederci tempo per approfondire le proposte che realizziamo, ad esempio con le delegazioni o con le persone che visitano i nostri servizi.
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Spesso siamo portati a riproporre ciò che funziona, ma introdurre piccole variazioni può diventare una preziosa occasione di crescita e arricchimento. Sia a livello personale sia professionale porto con me una riflessione importante: l’educazione è un tema profondamente trasversale, capace di attraversare moltissimi ambiti. Quando abbiamo attraversato l’installazione dedicata ai diversi ambiti della vita, ho pensato che il percorso potesse iniziare o concludersi proprio con l’educazione. Quell’opera mi ha fatto riflettere sul fatto che lavoriamo in un ambito estremamente trasversale e che dovremmo continuare a costruire dialoghi sempre nuovi con realtà come Fondazione Pistoletto. Nel mio contesto professionale porto il desiderio di continuare a creare alleanze e partnership con mondi apparentemente distanti dal nostro, ma in realtà molto vicini nei valori. L’approccio dell’arte sociale è profondamente in sintonia con ciò che orienta il nostro lavoro quotidiano: ci rivolgiamo a bambini, anziani e persone con disabilità, realtà che possono dialogare in modo estremamente fertile con il linguaggio artistico. Disponiamo di una comunità ricca di potenzialità, capace di connettersi a progetti e percorsi condivisi con altre realtà, comprese quelle artistiche. Sara Castellani Da ogni esperienza ho raccolto qualcosa che porterò con me. A livello personale ho apprezzato moltissimo il confronto e la possibilità di osservare come ciascuna persona abbia reagito in modo diverso alle stesse situazioni. È sempre affascinante vedere come una medesima esperienza venga vissuta e interpretata in modi differenti. Credo sia molto interessante interrogarsi sul perché di queste differenze e su come possano diventare una risorsa nelle future collaborazioni. Apprezzo profondamente i diversi punti di forza presenti all’interno del gruppo e mi piacerebbe che ciascuno di essi potesse essere ulteriormente valorizzato e messo in evidenza. Beatrice Cavallini Uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpita delle proposte vissute insieme è stata la loro essenzialità.
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Attraverso attività semplici, siamo stati coinvolti con tutta la nostra persona: il corpo, la presenza nel qui e ora, l’occupazione dello spazio, il contatto con gli altri. Nel mio caso, all’inizio non avevo particolare confidenza con quasi nessuno. Oggi sento invece una vicinanza con tutte le persone del gruppo, pur nelle differenze che naturalmente caratterizzano ogni relazione. È stato importante soffermarsi sui diversi passaggi vissuti, dando loro il giusto valore e il giusto tempo per essere compresi. Ciò che porto principalmente con me sono i dialoghi, spontanei o strutturati, e il pensiero critico delle mie colleghe, che non hanno timore di esprimersi con autenticità, senza giudizi o pregiudizi. È una qualità rara, che permette di accogliere punti di vista differenti, di accettare anche il dissenso e di continuare a crescere insieme con il desiderio di approfondire e migliorarsi. Ho apprezzato molto anche il sostegno reciproco che emerge all’interno del gruppo: i riconoscimenti
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sinceri, gli incoraggiamenti, il sapere valorizzare il lavoro degli altri. È un atteggiamento che considero prezioso e non così scontato. Desidero ringraziare chi ha reso possibile questa esperienza e tutte le persone con cui ho condiviso questi giorni. Grazie. Martina Pagliuca L’esperienza che mi è piaciuta di più è stata il momento della fotografia interiorista, perché secondo me ha lavorato per sottrazione invece che per aggiunta. Anche l’idea del Terzo Paradiso ha bisogno di uno spazio vuoto per essere riempito nuovamente. Proprio l’idea di fare spazio è la cosa che più mi ha colpito e che cercherò di restituire a modo mio quando tornerò a casa. Mi piace l’idea di “spogliare” le esperienze da tutto quello che pensiamo, per andare più in profondità. Ho riflettuto molto, invece, sulla contemporaneità dell’utilizzo dei linguaggi e sul loro essere trasversali. Secondo me noi, su questo tema, possiamo portare tutto quello che abbiamo nel quotidiano, perché, praticandolo ogni giorno, tendiamo a darlo per scontato. Invece mi rendo conto che, all’esterno, è estremamente complessa l’idea che i linguaggi possano essere utilizzati tutti insieme. È un know-how che noi coltiviamo ogni giorno con i bambini e le bambine; pertanto, credo che questo sia uno dei contributi più significativi che possiamo portare nel dialogo con la Fondazione Pistoletto. Giulia Rigon Io devo ammettere che ci sono delle cose che mi hanno colpita in maniera positiva e altre che mi hanno colpita in maniera un pochino meno positiva, ma come sentire personale. Penso che noi siamo più strutturati o più preparati, oppure che siamo stati formati a una metodologia che forse è anche più inclusiva e che trovo magari un pochino più rispettosa sotto certi punti di vista; penso quindi che questa sia una risorsa e una possibilità. Mi ha fatto riflettere il concetto di demopraxia, perché le riflessioni e i pensieri sono importanti, però io trovo interessante trovare il modo di attuarli, cioè di metterli in pratica. Quello che mi ha colpito di più è stato il momento della fotografia interiorista, perché lo spazio era
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“molto forte” e questa volta ho sentito sulla mia persona quanto lo spazio, come terzo educatore, stesse agendo in quel momento. Questo è un concetto che pensiamo sempre nei contesti per i bambini ed è una cosa che io ho sentito fortissima su di me. È stata un’esperienza molto intima, che mi ha fatto riflettere. Che cosa mi ha lasciato, a livello personale e professionale, questa esperienza? A prescindere, mi ha lasciato tantissimo e quindi anch’io mi sento di essere grata per tutto. Mi ha lasciato la consapevolezza rispetto alle proposte e al modo in cui possono essere presentate. Mi ha fatto riflettere anche su quelli che probabilmente sono i miei confini rispetto ad alcune proposte e su come una proposta che a qualcuno può piacere molto, a me possa aver quasi disturbato. Cosa penso di portare nel mio contesto lavorativo? Sicuramente la consapevolezza della qualità del lavoro quando è condiviso e svolto in équipe, con la voglia di condividere. L’équipe non è solo la somma delle persone, ma la commistione di personalità e talenti. Mi si sono accese un sacco di lampadine durante questi due giorni e questa esperienza intensa mi ha fatto ripensare a come vivo il mio ambiente lavorativo, alle mie possibilità e ai materiali che abbiamo e che stiamo cercando di far rivivere secondo un approccio più sostenibile. Quello che mi auguro è di riuscire a creare nuove collaborazioni e che i progetti possano trasformarsi, assumendo nuove forme e rivolgendosi a target differenti, non solo ai bambini ma anche agli adulti. Stefania Gentili Le cose che in assoluto a primo impatto mi hanno colpito sono proprio gli elementi architettonici di questo luogo. Avere degli spazi così grandi dei tavoli enormi mi ha dato una sensazione di “respiro” se penso invece ai nostri atelier piccoli dove a volte facciamo fatica a muoverci anche con tante carrozzine :quindi sarebbe veramente un sogno anche solo poter tornare qui con i ragazzi una volta o due all’anno. Anche se questo non sarà fattibile, però si può sognare. Lavorare in questi contesti sarebbe meraviglioso perché dà proprio un senso di pace, di leggerezza. Mi ha fatto riflettere molto l’esperienza sull’uso delle diverse modalità per comunicare un contenuto: parliamo spesso anche nella formazione di comunicazione che è importantissima in tutti i momenti ,soprattutto pensando ai miei ragazzi disabili, quindi parlare in modo diverso per far sì che tutti possano comprendere
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quello Le cose che, a primo impatto, mi hanno colpito maggiormente sono stati proprio gli elementi architettonici di questo luogo. Avere a disposizione spazi così grandi e tavoli enormi mi ha trasmesso una sensazione di “respiro”. Se penso invece ai nostri atelier, spesso piccoli e nei quali a volte facciamo fatica a muoverci anche per la presenza di numerose carrozzine, mi viene da dire che sarebbe davvero un sogno poter tornare qui con i ragazzi una o due volte all’anno. Anche se probabilmente non sarà fattibile, si può sempre sognare. Lavorare in contesti come questo sarebbe meraviglioso, perché trasmette un senso di pace e leggerezza. Mi ha fatto riflettere molto anche l’esperienza sull’utilizzo di modalità diverse per comunicare un contenuto. Parliamo spesso, anche nella formazione, dell’importanza della comunicazione in tutti i momenti, soprattutto pensando ai ragazzi con disabilità: parlare in modi differenti per fare in modo che tutti possano comprendere ciò che stiamo dicendo. Mi è piaciuta tantissimo anche l’opera collettiva realizzata al tavolo con la creta, perché mi ha fatto capire quanto sia importante collaborare, soprattutto nel nostro lavoro: organizzarci, scherzare, lavorare e impegnarci insieme. Questo siamo noi, atelieriste e atelieristi. A livello personale, all’interno di questo gruppo abbiamo condiviso molte cose: il lavoro svolto, ma anche le nostre esperienze sul campo e le nostre paure. Non sentirsi soli, avere la possibilità di contare su altri professionisti per confrontarsi e raccogliere idee e spunti, è stata un’opportunità importante, perché non ho molte occasioni di confronto, almeno fino a oggi o fino a poco tempo fa. Che cosa penso di portare nel mio contesto lavorativo? Io sono una persona molto pratica, quindi raccolgo spunti e li metto in pratica. Sarò più forte nel lavoro di gruppo grazie all’energia e alla forza che mi deriva da questa esperienza; sicuramente porterò nei miei laboratori piccoli suggerimenti e intuizioni nate da tutto ciò che abbiamo vissuto. Mi piacerebbe molto realizzare il simbolo del Terzo Paradiso con i miei ragazzi, attraverso una ricerca di materiali di recupero, magari anche specchianti. Sarebbe bellissimo avere del materiale proveniente dalla Fondazione Pistoletto per poter realizzare il simbolo insieme ai miei ragazzi e farlo poi arrivare alla Fondazione stessa.
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Monica Rivi Per quanto riguarda l’esperienza formativa, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la fotografia interiorista. Abbiamo raggiunto la location sotto una pioggia torrenziale: sembrava quasi che ci stessero preparando a un’esperienza catartica, dalla quale poi saremmo usciti ritrovando il sole. Dopo la prima sorpresa di trovarmi in quell’angolo meraviglioso che avevo visto soltanto in fotografia, sono stata assalita dall’ansia. Soffro di agorafobia e quello spazio così immenso mi generava una forte sensazione di disagio. Durante il percorso, però, sono riuscita a entrare profondamente in contatto con me stessa. Le paure, a volte, vanno affrontate attraverso strategie e piani alternativi, e la bellezza è sicuramente di grande aiuto. A livello personale mi porto a casa la conoscenza di questo gruppo, che prima non conoscevo. Mi sono trovata molto bene e ho scoperto che condividiamo un linguaggio comune. Posso parlare
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del mio lavoro con altre persone che comprendono difficoltà e potenzialità del mio operato, senza ricevere sguardi perplessi o stupiti. Il mio linguaggio professionale, a volte molto tecnico, non sempre viene compreso fino in fondo all’interno dei normali contesti lavorativi. Per quanto riguarda il linguaggio trasversale, invece, lo utilizzo da sempre nei laboratori esperienziali e mi ci ritrovo pienamente. Ho sentito parlare poco di disabilità e inclusione e penso che, su questi temi, potremmo davvero offrire uno sguardo ulteriore alla Fondazione Pistoletto, mettendo a disposizione le competenze maturate in tanti anni di esperienza. Tra gli esercizi proposti, quello della musica di gruppo sarà sicuramente uno di quelli che porterò con me. Ringrazio tutti per questa bella esperienza. Alessandro Incerti Personalmente ho apprezzato l’esperienza della fotografia interiorista perché mi ha restituito tanti spunti e mi ha fatto anche capire quanto i bambini, talvolta, siano realmente protagonisti, anche silenziosamente: noi dovremmo imparare ad ascoltare anche quelli che si esprimono magari semplicemente assorbendo e osservando. Tra le esperienze che ho vissuto con grande piacere c’è stata anche quella della tavola, che ha sostenuto molto il lavoro collettivo attraverso la realizzazione dell’opera comune per il raggiungimento di un obiettivo condiviso. A livello personale e professionale mi ha lasciato sicuramente un arricchimento e un’esperienza di conoscenza del gruppo: si sono generate relazioni aperte e spontanee. Mirta Tagliati Mi sono accorta che in alcuni momenti mi sono sentita diffidente nei confronti di ciò che stava accadendo intorno a me e ho pensato che questa emozione fosse legata alla consegna di quello che ci veniva richiesto o al fatto di non sentirmi pienamente a mio agio in alcuni momenti. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che la stessa cosa può succedere ai bambini quando vengono in atelier e si confrontano con le proposte che faccio io. È importante rispettare anche la diffidenza o il fatto che non sempre siano chiari le proposte, i contesti che si offrono e ciò che si vuole trasmettere
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alle persone che si hanno davanti, che siano persone piccole o persone grandi. Mi hanno colpito tantissimo gli spazi e la Fondazione in sé. Credo che sia un luogo speciale, per cui è stata una grandissima ricchezza poterla vedere, sapere che esiste questo posto, visitarlo e cominciare anche a capire quello che c’è dietro questa Fondazione e questo luogo. Parole che non avevo mai sentito, come demopraxia, mi hanno colpito molto. Mi affascina questa idea del dover mettere in pratica. Noi siamo molto bravi a parlare, a utilizzare le parole, a inventare neologismi e a concettualizzare, ma poi bisogna mettere in pratica ciò che si pensa ed essere altrettanto abili nel trasformare le parole in azioni. La parte ovviamente più bella, ma su questo non avevo dubbi, è la convivialità che c’è tra di noi, cresciuta in tanti anni. Quando ci sono questi momenti emergono sempre i lati migliori di ciascuno. Mi sento molto grata per i due giorni che ho appena vissuto e, come avevo detto all’inizio parlando delle mie aspettative, anche felice di ciò che è avvenuto.
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Susanna Nicosia Io sono veramente grata per l’opportunità offerta da questa esperienza formativa, perché mi ha arricchito tantissimo dal punto di vista umano, sia sotto l’aspetto personale sia sotto quello professionale. Le relazioni all’interno del gruppo ci hanno unite molto e ci hanno permesso di essere davvero più gruppo, di sentirci libere di esprimerci e di condividere momenti così intimi. Questo aiuta a conoscersi e a costruire relazioni più autentiche, perché elimina quella distanza formale che spesso non permette a una relazione di diventare più sincera. La parte che mi ha colpito di più è stata quella della fotografia interiorista. Tutta l’esperienza, in generale, ha smosso in me emozioni molto forti, mi ha permesso di pensare, riflettere e creare; mi ha fatto emergere tanti spunti, tante domande e tante visioni. È stata una vera esplosione nella mia testa. In particolare, la fotografia interiorista ha toccato qualcosa di molto profondo dentro di me e mi ha obbligata a scegliere, proprio come lo zoom di una macchina fotografica. Secondo me aiuta a concentrare lo sguardo, ad avere punti di riferimento sui quali focalizzarsi e che aiutano a scegliere, imponendo in qualche modo una scelta. Un’altra cosa che mi ha attivato emozioni e riflessioni è stato anche il leggero fastidio che ho provato in alcune circostanze e situazioni, perché mi portava fuori dalla mia zona di comfort, quasi imponendo di spogliarsi della maschera che si indossa. Almeno per me è stato così, perché tendo a essere piuttosto riservata. Questa sensazione mi ha fatto pensare a come si possono sentire i bambini quando noi prepariamo un contesto o una qualsiasi attività e, dall’altra parte, non è detto che siano pronti ad attivarsi e a operare. Non è detto che si sentano a proprio agio in quella situazione e, quindi, bisogna aspettare e rispettare anche questo: il non voler fare una determinata cosa. Quando, durante la restituzione della mia fotografia interiorista, parlavo piano, non mi è stato chiesto di alzare la voce; al contrario, il cerchio si è ristretto intorno a me per ascoltarmi. Questo, secondo me, è stato molto bello, perché è stato come dire: «Io ti accolgo, accolgo anche il tuo imbarazzo, ti vengo incontro e ti rispetto». Dove non c’è giudizio, ma accoglienza, c’è libertà di espressione. È stato davvero stimolante ogni passaggio di questa esperienza e mi porto dentro un bagaglio infinito, molto introspettivo ed emozionante.
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Federica Caffagni Devo sinceramente ringraziare per l’enorme esperienza vissuta, che sembra essere durata molto più di 48 ore. L’esperienza che mi ha colpita di più è stata la fotografia interiorista. Una conferma della potenza di questa esperienza è data dal fatto che questa fotografia è diventata veramente ciò che voleva essere; secondo me ha funzionato. C’è un album da sfogliare. Noi tutti non abbiamo più gli album fotografici perché guardiamo le foto sul cellulare, mentre qui, se sfoglio e rileggo, continuo a rileggere. L’ho riletta dieci volte da quando l’ho fatta stamattina. Mi piace molto: è qualcosa di materiale che rimane ed è davvero, letteralmente, una fotografia. Cercando un legame con il mio lavoro e con i bambini, vorrei innanzitutto sottolineare l’importanza del non giudizio. Noi lo sappiamo benissimo, lo so, però qualche volta, perlomeno io lo confesso, me ne dimentico. L’esperienza sonora del coro di voci sulle nostre armonie l’ho condotta a occhi chiusi. Ho sentito che, con gli occhi chiusi, si amplificava l’effetto, perché dovevo necessariamente fidarmi, ascoltare gli altri, ascoltare il suono e ascoltare il presente. Una delle opere che mi sono piaciute di più nella collezione di Pistoletto sono quelle con gli specchi. In esse rilevo una grande potenza: gli specchi sono un materiale che noi utilizziamo spesso e, in particolar modo, il Metro Cubo di Infinito per me è qualcosa di davvero infinito e potentissimo. Gli specchi sono oggetti presenti nei nostri atelier, che utilizziamo molto spesso e che possono essere continuamente reinterpretati. Sofia Cacciavellani Gli elementi dell’esperienza formativa che mi hanno colpito di più sono sicuramente gli spazi e l’architettura, perché hanno un fascino veramente unico e mi sono rimasti molto impressi. Perché hanno una tale potenza? Secondo me perché possono dare vita a tante esperienze molto diverse l’una dall’altra e permettono di creare immaginari molto variegati. Mi sono piaciute molto anche le esperienze nelle quali abbiamo dovuto mettere in gioco il nostro corpo, comunicando attraverso il movimento. Mi sono ritrovata molto in questo approccio, perché il corpo è uno dei canali comunicativi che utilizzo maggiormente ed è uno dei più importanti per me. A livello personale e professionale, questa esperienza mi ha lasciato sicuramente una crescita nel
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pensiero e nella riflessione. Mi ha anche fatto capire che esistono ancora dimensioni espressive nelle quali faccio fatica a entrare. Penso però di portare nei miei contesti lavorativi anche una maggiore audacia, che mi porta a dire: vado, mi butto, mi lancio, con un coraggio e una consapevolezza diversi. Spero quindi di riuscire a sconfinare oltre le zone che ho già attraversato e di creare qualcosa che ancora non esiste. Penso che l’educazione e l’arte abbiano molti aspetti in comune, perché entrambe si basano sulla ricerca e sulla capacità di trasformarsi e, molto spesso, anche sull’attuazione di rivoluzioni concrete. Questi, secondo me, sono veri e propri semi del cambiamento; sarebbe quindi bello far dialogare ancora di più queste due dimensioni. Ringrazio, ovviamente, per questa esperienza, che è stata magica. Francesca Osti Mi è piaciuto vivere l’arte a 360 gradi, sfidando quello che è il mio modo di essere. Mettermi subito alla prova con il primo laboratorio di lettura empatica è stata una difficoltà importante. Pensavo di affrontarla più facilmente, ma evidentemente devo ancora fare un importante lavoro sulle emozioni. Ho vissuto ciò che, in realtà, possono provare alcuni bambini nell’affrontare determinate esperienze che non sentono proprie. Mi è piaciuta inoltre la prima opera che abbiamo visto durante il percorso, quella che abbiamo attraversato attraverso l’architettura delle porte, perché mi ha permesso di rivivere quello che è stato il mio cammino. Mi è piaciuta l’idea di dedicarmi del tempo e pensare che ogni cosa abbia il suo tempo e che ci sia un tempo per ogni cosa. È questo che mi porto anche a casa: il concetto di libertà nello sperimentare, nel mettersi in gioco e, soprattutto, di equilibrio e collaborazione. Gaia Tamborrino Mi è piaciuto vivere l’arte a 360 gradi, sfidando quello che è il mio modo di essere. Mettermi subito alla prova con il primo laboratorio di lettura empatica è stata una difficoltà importante. Pensavo di affrontarla più facilmente, ma evidentemente devo ancora fare un importante lavoro sulle emozioni. Ho vissuto ciò che, in realtà, possono provare alcuni bambini nell’affrontare determinate esperienze che non sentono proprie. Mi è piaciuta inoltre la prima opera che abbiamo visto durante il
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percorso, quella che abbiamo attraversato attraverso l’architettura delle porte, perché mi ha permesso di rivivere quello che è stato il mio cammino. Mi è piaciuta l’idea di dedicarmi del tempo e pensare che ogni cosa abbia il suo tempo e che ci sia un tempo per ogni cosa. È questo che mi porto anche a casa: il concetto di libertà nello sperimentare, nel mettersi in gioco e, soprattutto, di equilibrio e collaborazione. Alice Antonietti Gli elementi che mi hanno colpito di più sono sicuramente gli spazi e l’uso che è stato fatto di questi spazi. Il fatto che siano stati recuperati, rigenerati e riabilitati mi ha veramente aperto il cuore, perché i luoghi hanno senso solo nel momento in cui vengono vissuti e vederli così attivi mi ha resa felice, generando in me un movimento interiore. La fotografia interiorista ha attivato molte connessioni, anche perché uno degli obiettivi che mi ero prefissata era proprio quello di ricercarne di nuove. Mi ha ricordato quello che George Perec chiama l’“infrarordinario”, ovvero tutto ciò che appartiene al quotidiano e che non notiamo più, che non vediamo più. È qualcosa che non facciamo quasi mai: fermarci e riflettere su quello che stiamo vivendo nel presente. Ciò che Perec faceva era sedersi su una panchina, in un parco o in un bar, e annotare ogni cosa che vedeva, ogni sensazione che provava e ogni movimento delle persone intorno a lui, ma anche di sé stesso: la posizione che assumeva e lo stato d’animo generale che percepiva. Questa osservazione così intensa e dettagliata mi ricorda ciò che facciamo anche noi negli atelier, ovvero quell’osservazione attenta che dedichiamo ai bambini, ai loro piccoli movimenti, ai gesti e agli sguardi che, pur nella loro apparente semplicità, sono molto più complessi di quanto sembri. Quello che voglio portare nel mio contesto lavorativo è proprio il ricordarmi che non servono necessariamente gesti eclatanti: anche nelle piccole azioni c’è davvero molto e possiamo leggerci molto più di quanto immaginiamo. Ero un po’ timorosa all’idea di vivere questi due giorni insieme a tutti i miei colleghi e alle persone che ricoprono ruoli di responsabilità superiori al mio. Tuttavia, questa esperienza mi è servita per rendermi conto che siamo tutti esseri umani, che condividiamo molti pensieri e che questo mi fa sentire un po’ più sicura di me stessa anche nel confronto con gli altri.
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Mariaelena Bega Sono sempre molto contenta di voi. Ogni volta mi regalate grandi soddisfazioni. Credo che questo gruppo rappresenti una espressione autentica delle vostre soggettività, fatta di storie e sensibilità che riescono ogni volta a sorprendermi per la profondità e la qualità delle riflessioni che emergono. In voi vedo realizzata quella relazione importantissima tra pensiero e azione: riuscite a tenere insieme la dimensione individuale e quella collettiva, il sentire personale e il senso di appartenenza al gruppo. Siete leggeri e profondi, divertenti e seri allo stesso tempo. Ed è proprio questa armonia degli opposti che rende ogni incontro così significativo e arricchente per me. Come ho sempre detto, sono una pedagogista che ama l’arte, pur non essendone un’esperta. Proprio per questo continuo ad avvicinarmi ad essa con e curiosità, riconoscendole la capacità di aprire nuovi spazi di pensiero e di offrire nuove chiavi di lettura della realtà. Come nei nostri atelier, l’arte è un seme
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generativo. Credo che anche questa volta siate riusciti a cogliere pienamente il senso e il significato di questo viaggio. Vi siete messi in gioco con energia, anche nei momenti in cui la stanchezza avrebbe potuto prevalere. Avete scelto di esserci, e questa presenza ha fatto la differenza. Per questo sono profondamente felice delle giornate trascorse insieme. Come ho detto anche ad Armona, sono state giornate divertenti, interessanti e soprattutto ricche di significato. Continuate così, perché non state soltanto arricchendo la qualità delle proposte educative nei nostri nidi e nelle nostre scuole ma state anche investendo su voi stessi personalmente e professionalmente. La formazione, infatti, non è mai un semplice accumulo di conoscenze, è una trasformazione reciproca: ognuno porta qualcosa e, al tempo stesso, riceve qualcosa dagli altri. E a proposito di questo, ci tengo a sottolineare che questa esperienza formativa ha rappresentato una prima e importante occasione di condivisione con le atelieriste dell’area disabilità. E’ stato un incontro speciale che ha mostrato quanto siano numerosi i punti di contatto tra i nostri percorsi e quanto siano preziose le contaminazioni reciproche. Abbiamo scoperto di condividere non solo valori e idee… l’idea di bambino o l’idea di persona con disabilità… ma anche pratiche ed esperienze comuni. È stato un vero piacere mettere in connessione esperienze e competenze differenti e auspico che questo sia soltanto l’inizio di un cammino più ampio. Mi auguro di poter continuare a lavorare con voi come équipe, passo dopo passo, nelle opportunità che sapremo creare e promuovere nei nostri nidi e nelle nostre scuole dell’infanzia. Roberta Prandi Vorrei ringraziare tutti e tutte, e anche Giacomo, che qui rappresenta la Fondazione Pistoletto. È stato veramente un viaggio: bellissima l’andata, ricca di grandi riflessioni; belle le esperienze che ci sono state offerte, ma soprattutto bella l’esperienza di averle vissute insieme a tutti voi, perché è stata un’esperienza dentro l’esperienza. Penso che ci abbiano accolto e ci abbiano proposto diverse attività, ma il fatto di averle condivise con le persone giuste ha aggiunto un grande valore. Quindi grazie davvero, perché torno a casa stanca ma con un bagaglio molto ricco, con tante idee da mettere in campo. Cercherò poi di trovare un momento con le mie colleghe per condividere gli sviluppi e le riflessioni nate da questa esperienza. Quindi bravi davvero a tutti: facciamoci un grande applauso, perché ce lo meritiamo.
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Capitolo 8
Giacomo Bassmaji Voglio fare i complimenti a tutti e tutte voi e a Coopselios, che ha creduto e investito in questa opportunità. Non era affatto scontato e credo che tutte le persone che fanno parte di questo gruppo di lavoro debbano essere molto fiere di appartenere a un’organizzazione che mi viene da definire una famiglia, perché esiste una visione che non è scontata. È una visione molto lontana da ciò che viene fatto in altre realtà e sono contento che vi siate “buttati” in queste due giornate. Qualcuno ha detto che sarebbe servita forse mezza giornata in più per vivere con maggiore tranquillità i tempi delle esperienze. Lavorando molto sul tema della demopraxia, ho capito quanto voi la concretizziate attraverso la vostra attività, perché la mettete in pratica mediante i linguaggi, insegnando a bambine e bambini a utilizzare nuovi strumenti e, più in generale, a migliorare il mondo e a renderlo più bello attraverso le arti. Siete quindi un bell’esempio di demopraxia. Michelangelo Pistoletto spesso ribadisce che non gli interessa, ad esempio, andare a tenere una conferenza nella città più bella del mondo se non riesce a lasciare qualcosa. Voi, quotidianamente, lasciate qualcosa ai vostri utenti, ai bambini, alle bambine e alle persone con fragilità e, secondo me, questo ha un grande valore. Michelangelo sarebbe molto fiero di voi e del vostro lavoro quotidiano. Mi dispiace che non ci sia stata l’opportunità di incontrarlo in questi giorni, poiché era impegnato nelle giornate di apertura della Biennale di Venezia. Sicuramente gli faremo arrivare i feedback e questo workbook esperienziale che realizzerete come sintesi di questa formazione. Grazie a tutte e a tutti voi e grazie per aver creduto fortemente in questo progetto. Sono contento di aver creato il collegamento con Cittadellarte e mi auguro, anzi sono certo, che questa sia soltanto la prima tappa di un percorso che continueremo a costruire e a percorrere insieme.
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I workbook esperienziale I
Questa pubblicazione rappresenta l’esito di un percorso formativo che ha coinvolto l’équipe delle atelieriste e degli atelieristi di Coopselios attivi nell’ambito educativo e della disabilità. In rappresentanza delle otto regioni in cui opera la cooperativa, il gruppo esprime la ricchezza di competenze che questo ruolo racchiude e desidera raccontare le potenzialità che scaturiscono dal dialogo con ambiti differenti della società.
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