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http://www.ong.agimondo.it/notiziario-ong/notizie/200909221222-cro-rt11107cooperazione_professionisti_dello_sviluppo_un_master_a_pavia2 22 settembre ’09

Notiziario ONG REP.CENTRAFRICANA: UCCISI DUE COOPERANTI LOCALI DI COOPI (AGI) - Roma, 22 set. - In Repubblica Centrafricana sulla strada che collega la capitale Bangui con la città di Obo, nel sud-est del Paese, M. Claude Porcela Nzapaoko e M. Jean Jacques Namkoisse, due operatori locali di COOPI sono stati uccisi e un terzo, M. Adramane Abdel Karim, è in fin di vita. I tre erano impegnati in un intervento di miglioramento del sistema scolastico della Prefettura di Haut Mbomou. Ieri sera il camion sul quale stavano trasportando materiale edilizio per la costruzione di una scuola a Obo è stato attaccato ieri sera da un gruppo di ribelli del Lord's Resistance Army (LRA). Lo riferisce una nota della ong che spiega: "I tre colleghi lavoravano da molti anni con passione e coraggio a Bangui, nella sede centrale di COOPI nella Repubblica Centrafricana per assicurare interventi di sviluppo ed emergenza alle popolazioni più povere del Paese". In questo tragico momento, "COOPI si appella al diritto di neutralità e imparzialità delle organizzazioni umanitarie", continua la nota, "il verificarsi di questi casi gravissimi di violenza è umanamente inconcepibile e rischia di compromettere gli interventi realizzati proprio in favore delle comunità. Il nostro pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutti i nostri colleghi operativi nel Paese". COOPI lavora nella Repubblica Centrafricana dal 1974. In oltre trent'anni di impegno, ha partecipato concretamente allo sviluppo del paese e alla crescita umana ed economica delle sue comunità. Tra il 2000 e il 2008, ha impiegato nel paese oltre 9 milioni e mezzo di euro per la realizzazione di interventi principalmente in ambito sanitario, formativo e di sviluppo economico. Oggi COOPI conta sulla collaborazione di 18 operatori espatriati impegnati nel paese e su 200 operatori locali.


http://www.confinionline.it/ShowRassegna.aspx?Prog=14864 22 settembre 09

Centrafrica: uccisi due operatori di COOPI, un terzo è gravemente ferito Lunedì 21 settembre 2009 nella Repubblica Centrafricana sulla strada che collega la capitale Bangui con la città di Obo, nel sud-est del Paese, M. Claude Porcela Nzapaoko e M. Jean Jacque Namkoisse, due operatori locali di COOPI - Cooperazione Internazionale sono stati uccisi e un terzo, M. Adramane Abdel Karim, è in fin di vita. I tre erano impegnati in un intervento di miglioramento del sistema scolastico della Prefettura di Haut Mbomou. Il camion sul quale stavano trasportando materiale edilizio per la costruzione di una scuola ad Obo è stato attaccato, all'improvviso, ieri da un gruppo di ribelli del Lord's Resistance Army (LRA). I tre colleghi lavorano da molti anni con passione e coraggio a Bangui, nella sede centrale di COOPI nella Repubblica Centrafricana per assicurare interventi di sviluppo ed emergenza alle popolazioni più povere del Paese. In questo tragico momento, COOPI si appella al diritto di neutralità e imparzialità delle organizzazioni umanitarie. Il verificarsi di questi casi gravissimi di violenza è umanamente inconcepibile e rischia di compromettere gli interventi realizzati proprio in favore delle comunità. Il nostro pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutti i nostri colleghi operativi nel Paese. COOPI lavora nella Repubblica Centrafricana dal 1974. In oltre trent'anni di impegno, ha partecipato concretamente allo sviluppo del paese e alla crescita umana ed economica delle sue comunità. Tra il 2000 e il 2008, COOPI ha impiegato nel paese oltre 9 milioni e mezzo di euro per la realizzazione di interventi principalmente in ambito sanitario, formativo e di sviluppo economico. Oggi COOPI conta sulla collaborazione di 18 operatori italiani impegnati nel paese e su 200 operatori locali. Ufficio Stampa: Lara Palmisano Tel. 02 3085057 int. 226 ufficiostampa@coopi.org Fonte: COOPI


QUADRANTE

LUNEDÌ 14 DICEMBRE 2009

IIE DAL RUANDA E DALL’UG ANDAM

L’ECO DI BERGAMO

IIE IL R APPOR TO ONUM

DIETRO I GRUPPI DI GUERRIGLIERI ANCHE LE LOBBY ECONOMICHE

DAL CONSIGLIO DI SICUREZZA DENUNCIA DEL CONTRABBANDO

Le foreste dell’Ituri e del Kivu sono infestate da diversi gruppi guerriglieri. I più conosciuti a livello internazionale sono le Fdlr, Forze democratiche per la liberazione del Ruanda. Si calcola che siano tra i quattro e i sei mila miliziani, molto spesso giovanissimi. Questo gruppo, composto da membri dell’etnia hutu, è nato dopo il genocidio in Ruanda del 1994. Fuggiti oltre frontiera sono ex membri dell’esercito e delle milizie Interamwe e accusati di essere gli autori del massacro di quasi un milione di tutsi ruandesi. C’è poi l’Lra, Lord Resistence Army, un gruppo nato in Uganda nei primi anni Novanta e guidato inizialmente da una donna, Alice Lakawena, che prometteva ai suoi guerriglieri l’immortalità grazie alla fede cristiana e a una mescolanza di riti tradizionali. In quasi venti anni di attività si calcola che abbia rapito decine di migliaia di bambini trasformando i maschi in guerriglieri e le femmine in concubine dei comandanti. Uscita di scena Alice Lakawena ha preso le redini del gruppo il nipote Joseph Kony, ricercato dal tribunale internazionale per crimini di guerra. I gruppi rappresentano interessi di potenze della regione e di grandi lobby economiche.

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, discusso di recente dal Consiglio di sicurezza, riferisce dell’ennesimo traffico di armi e oro nel quale sarebbero coinvolte, oltre alle formazioni guerrigliere attive nella regione e a politici corrotti, anche due organizzazioni umanitarie spagnole. Si tratterebbe di una vastissima e tentacolare rete criminale basata sul contrabbando da parte dei gruppi ribelli, di oro e altri minerali preziosi in cambio di armi. Questa rete criminale avrebbe anche fatto conto su potenti trafficanti ucraini e bielorussi e su faccendieri locali e internazionali. Secondo il rapporto si calcola che ogni anno vengano portati fuori illegalmente dal Congo verso il Ruanda, l’Uganda e il Burundi, 36 tonnellate di oro per un valore di oltre un miliardo di dollari. Il rapporto mette anche in luce il fallimento della Monuc, la missione internazionale dell’Onu che da anni opera nella regione. Oltre venti mila uomini con un mandato limitato alla protezione dei civili. Mandato che non è stato rispettato dato che il numero di morti, rifugiati, denutriti e donne violentate è andato costantemente aumentando. I cercatori d’oro del Congo (foto Livio Senigalliesi)

Il reportage La bellezza dei Grandi Laghi contrasta con la povertà della gente, afflitta dalla fame e dal conflitto latente

L’ultimo sogno dei cercatori d’oro di Bunia Il Congo in pace non si risolleva dalla guerra. Per i giovani la speranza si conquista con la caccia alle pepite

L’Onu ha 20 mila uomini in Congo

IIE CON L’ONG COOPIM

AIUTI A DONNE E BIMBI Le regioni orientali del Congo sono uno dei luoghi al mondo nel quale le agenzie umanitarie registrano uno dei più alti tassi di violazione dei diritti umani nei confronti di donne e bambini. Le prime sono spesso violentate durante le incursioni dei guerriglieri nei villaggi e di frequente risultano poi infettate dal virus dell’Aids. I secondi sono spesso costretti con la forza a divenire bambini soldato. In queste regioni lavorano diverse

agenzie umanitarie che cercano di affrontare questi problemi. Tra queste l’italiana Coopi che dal duemila ha in atto diversi progetti finanziati dalle agenzie dell’Onu. Coopi opera in questo contesto per favorire il recupero psicologico delle vittime di violenza; promuove l’alfabetizzazione e la formazione professionale per la ripresa di una vita attiva; sensibilizza i leader locali per ristabilire un sistema di protezione sociale da violenze.

■ Volare sulla regione dei Grandi Laghi, nel cuore dell’Africa, è uno spettacolo impagabile. È la stagione delle piogge e il piccolo Cessna si tiene basso per evitare di penetrare nei minacciosi ammassi nuvolosi. Un’occasione per ammirare un paesaggio che sembra appena uscito dalla creazione: sotto la carlinga del piccolo velivolo scivolano uno dopo l’altro i grandi laghi incastonati nella spaccatura geologica del Rift: l’immenso Lago Vittoria, il Lago Alberto, il Lago Edoardo, il Kivu e infine a sud Il Tanganika. Le loro acque di un blu intenso sono sovrastate dall’imponente massiccio del Ruwenzori e dalla catena vulcanica dei Virunga. Una regione mitica percorsa due secoli fa da temerari missionari e avventurosi esploratori alla ricerca delle sorgenti del Nilo. La formidabile bellezza geografica di questa regione è però inversamente proporzionale alla drammaticità dei problemi che la agitano e non si tarda a scoprirlo. Quando il piccolo velivolo aggiusta la rotta, scende di quota e punta il muso sul piccolo aeroporto di Bunia, capitale della regione nord orientale congolese dell’Ituri, compaiono piccoli villaggi che sembrano abbandonati sulle pendici delle colline. Poi appare la piccola pista della città e dopo pochi minuti siamo a terra. L’incantevole bellezza di questa regione svanisce e ci si rende conto poco dopo di essere atterrati in uno dei maggiori serbatoi mondiali di denutriti, ammalati condannati alla morte da malattie che altrove sarebbero curabili, profughi e sfollati. Un disastro che è la conseguenza diretta della guerra strisciante e dell’instabilità cronica che da venti anni investe questa regione. Le colline, che dall’alto sembravano morbidi panettoni ammantati da macchie di savana umida e foresta pluviale, in realtà sono il rifugio di diverse formazioni guerrigliere, a volte vere e proprie bande di disperati armati che attaccano i villaggi, li saccheggiano, rapiscono i bambini per trasformarli in guerriglieri e le bambine in concubine. In una parola terrorizzano la popolazione che è costretta a fuggire e ad ingrossare gli eserciti di profughi e rifugiati e, di conseguenza, bloccano l’agricoltura facendo precipitare nella fame, nella denutrizione, nelle malattie migliaia di persone. Bunia fino al 2002 è stata uno degli epicentri della guerra civile che ha investito queste regioni. Da allora, sulla carta, c’è la pace ma di fatto la ricostruzione del territorio e del tessuto socia-

Futuro incerto per i giovani le non c’è mai stata. Basta uscire dalla città e percorrere una delle impossibili piste che portano in uno dei centri vicini. Le uniche attività economiche che si scorgono sono la piccola agricoltura di sussistenza - pochi metri quadrati intorno alle capanne dei villaggi coltivate a manioca -, e l’estrazione dell’oro in miniere alluvionali a cielo aperto. Un’attività, quest’ultima, che è diffusissima. Anse dei fiumi, paludi, rientranze spesso si rivelano giacimenti alluvionali di oro che richiamano frotte di cercatori artigianali che con rudimentali setacci isolano dal fango pepite e pagliuzze di metallo prezioso - che qui non è poi così prezioso dato che non si mangia. I cercatori artigianali che si affollano in queste pozze sono in gran parte ragazzini che non hanno alternative. Chombè avrà poco più di vent’anni, indossa un paio di laceri jeans tagliati e una maglietta di Batman, racconta la sua storia con le gambe immerse fino alle cosce nell’acqua fangosa di una grande pozzanghera a margine di un corso d’acqua poco distante da Bunia: «Qui lavoriamo in gruppo – dice –: io sono il più grande e sono il capo. A fine giornata mi viene consegnato

tutto l’oro trovato, io so a chi venderlo. Poi ci dividiamo il denaro che è sempre poco. La speranza è di trovare una grossa pepita e fare la nostra fortuna. È come giocare a poker, si vince raramente». Chombè con i suoi compagni lavorano dall’alba al tramonto e quasi sempre guadagnano appena il necessario per mangiare due volte al giorno e tornare, il mattino successivo, nella loro pozzanghera. «No – dice ancora – non è un buon lavoro, ma l’alternativa è tornare a fare ciò che facevo prima. Durante la guerra ero con i guerriglieri, ero giovane ma avevo già un kalashnikov. Potevo rimanere con loro, con un arma si mangia sempre e quando arrivi in un villaggio la gente ha paura. Hai manioca e donne senza fare fatica, ma devi vivere nella foresta e se l’esercito ti trova ti ammazzano». Le parole di Chombè sono la migliore spiegazione di ciò che accade in queste remote regioni del Congo, che sono sì remote ma ricchissime, c’è di tutto: cobalto, uranio, coltan oltre naturalmente all’oro. Queste materie prime potrebbero essere una benedizione per questa gente, invece sono una maledizione. La guerra, l’instabilità politica e le formazioni armate che infestano la foresta sono il frutto della avidità di stati, elite politiche, multinazionali, faccendieri e lobby economiche che si contendono il controllo di questi territori e delle ricchezze che contengono. A Bunia oggi formalmente c’è la pace, ma gli echi di ciò che accade nella regione che la circonda arrivano inequivocabili. Per i giovani non c’è lavoro e le uniche auto che circolano per la città sono quasi esclusivamente gli inconfondibili quattroxquattro bianche delle agenzie dell’Onu e della cooperazione internazionale. Per il resto gli spostamenti sono assicurati dai moto taxi: cilindrata 125, marca Senke, made in China. A guidarli sono ragazzotti poco più che adolescenti che si sono inventati un lavoro per non cadere nelle rete delle uniche due alternative che questo contesto sociale riserva loro: diventare membri di una formazione armata e guadagnarsi da vivere con un kalashnikov, oppure giocare una mano a poker in una delle tante pozze d’acqua fuori città. Scelta encomiabile per questi ragazzi. Peccato che ai crocicchi delle strade i moto taxi siano tanti, troppi per la poca domanda che c’è. Raffaele Masto

In un libro la testimonianza di Giuseppe Morotti, missionario originario di Nembro

Una vita da cristiano tra i musulmani dell’Iran ■ «Negli ultimi anni la speranza sembra aver abbandonato la gente: si assiste sempre più a scenari di intolleranza, soprattutto di carattere religioso. In particolar modo dopo l’11 settembre, ci si è domandati se si fosse di fronte a una sorta di ritorno alle Crociate, a uno scontro tra le due religioni cristiana e musulmana». A parlare è Giuseppe Morotti, autore del libro: «Rilanciamo la speranza. Esperienze di incontro tra cristiani e musulmani» presentato in questi giorni alla biblioteca di Nembro. Un libro testimonianza, che affronta in modo delicato un tema difficile: il rapporto tra cristiani e musulmani, oggi più che mai danneggiato da numerosi pregiudizi ed incomprensioni reciproche. «Penso di aver toccato con mano la speranza, durante i dieci anni vissuti nella comunità caldea - cattolica in Iran, a stretto contatto con una maggioranza musulmana. Da qui è

nata l’idea di scrivere il libro: basandomi sul mio vissuto quotidiano, sottolineo come l’incontro con il mondo musulmano sia invece possibile ed arricchente». Giuseppe, originario di Nembro, ordinato prete nel 1974 dopo essersi formato presso i missionari saveriani, prima di partire alla volta dell’Iran con i Piccoli Fratelli del Vangelo di Charles de Foucauld, ha vissuto un periodo di noviziato in Spagna. Attualmente vive a Bolzano e lavora nel centro di accoglienza della Caritas dove anima, nell’ambito parrocchiale, incontri di mediazione e preghiera sui mistici musulmani. In Iran, insieme a un confratello francese, viveva in un quartiere povero e si guadagnava da vivere adoperandosi di volta in volta come imbianchino, muratore o tuttofare. Era il periodo della guerra contro l’Iraq, si viveva nella paura di perdere la propria vita da un momento all’altro.

Da questo punto di vista, non ci si guardava più l’un l’altro come «uomini e donne appartenenti a religione o l’altra» ma si era solidali. Un esempio di solidarietà Giuseppe l’ha trovato in Muhammad, vetraio musulmano con il quale si scambiava aiuti di buon vicinato: «Il giorno della Rivoluzione di Khomeini – spiega Giuseppe – le Guardie della Rivoluzione ci hanno arrestati con l’accusa che fossimo spie americane. Muhammad ha radunato tutti gli uomini del quartiere, circa un’ottantina, ed è venuto di fronte alla prigione a testimoniare che ci conoscevano e che non eravamo spie, dicendo che non si sarebbero mossi da lì finché non ci avessero liberato. Così è stato: grazie a lui, alla sua determinazione, ci hanno rilasciato. Quest’episodio ha fatto sì che la nostra amicizia si approfondisse ancora di più: leggevamo insieme il Vangelo e il Corano, senza la foga di convin-

cere l’altro che la propria religione fosse quella giusta. Ed è questo l’atteggiamento migliore, quello vincente: partire dall’amicizia, dalla conoscenza. Così si giunge a un arricchimento reciproco». È proprio questa la tesi che si respira in ogni riga, in ogni capitolo del libro: l’incontro tra le due religioni è possibile se ci si spoglia dei propri dogmi e dei propri pregiudizi, partendo da sentimenti di amicizia e conoscenza reciproca: «In Iran sono stato accusato, da un giovane fanatico, di essere politeista e bestemmiatore perché cristiano – prosegue Giuseppe –. Sentendomi attaccato, ho cercato di ribattere, dando inizio a una lite furibonda, che si è conclusa con il mio arresto da parte dei Fratelli Musulmani, risolto grazie all’intervento del Vescovo e del Ministro. Discussioni di questo genere non portano da nessuna parte: se si parte dal disputarsi sui propri credo religiosi è fini-

Una donna iraniana in preghiera ta poiché sono religioni nate in culture diverse e con finalità diverse». Avendo vissuto in un Paese a maggioranza musulmana, in cui i cristiani rappresentavano un’esigua minoranza ed avevano meno diritti, Giuseppe si sente vicino alla minoranza musulmana presente in Italia: «Attualmente questa minoranza soffre

delle ingiustizie e questi discorsi vengono ulteriormente complicati anche da questioni politiche e sociali. Ognuno di noi deve abbattere i pregiudizi, cercare una conoscenza più profonda dell’altro ma soprattutto non tacere mai quando un diritto umano viene calpestato». Giada Frana

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Sommario Rassegna Stampa Pagina Testata

Data

Titolo

Pag.

Rubrica: COOPI 14

Avvenire

23/09/2009

COOPI: MASSACRATI IN CENTRAFRICA DUE OPERATORI

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L'Eco di Bergamo

14/12/2009

AIUTI A DONNE E BIMBI

3

143

Club 3

01/12/2009

QUANDO IL MAL D'AFRICA SI CHIAMA SOLIDARIETA'

4

127

Largo Consumo

01/11/2009

COOPI CONTRO IL DEGRADO AMBIENTALE

5

52

DM & Comunicazione

01/10/2009

SVILUPPO DOPO LE CATASTROFI

6

58/61

Famiglia Cristiana

20/09/2009

IL MEGAFONO DELLA CARITA' (L.Scalettari)

7

25

Il Sole 24 Ore

13/07/2009

ONG, SALE IL BISOGNO DI MANAGER (G.Faggionato)

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83

Panorama

16/07/2009

SCUOLA DI POLIZIA E DI UMANITA' (C.Abbate)

11

3

Avvenire

24/07/2009

MAROCCO-ITALIA: LA VOGLIA DI PARTIRE E I SOGNI INFRANTI (P.Lambruschi)

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La Provincia - Ed. Sondrio

21/07/2009

LETTERE-IL SUCCESSO DEL G8 ALL'AQUILA

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La Nuova Provincia

14/07/2009

RACCOLTA DI TELEFONINI USATI PER COSTRUIRE POZZI IN AFRICA

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http://www.radio.rai.it/radio3/radiotremondo/view.cfm?Q_EV_ID=296846 14/09/2009 Paese che vai scuola che trovi; se e quando. Ascolta

Bambini e ragazzi tornano sui banchi di scuola in Italia ma non ancora ovunque. Sono ancora 75 milioni i bambini che in vari angoli del mondo non hanno accesso all'istruzione primaria. Cosa rappresenta la scuola per chi può esercitare questo diritto fondamentale? Ascolteremo una voce dall'Ossezia, dove il primo giorno di scuola, che in Russia chiamano "Giorno delle Conoscenze", ci ricorda la tragedia del sequestro di mille e duecento alunni, insegnanti e parenti e il massacro di piu' di trecento persone, tra cui numerosi bambini, a Beslan, cinque anni fa. Ci sposteremo poi in Libano dove cercheremo di capire cosa significa andare a scuola nella Valle della Beqa'. Per concludere il nostro viaggio andremo in Etiopia, ad Addis Abeba, dove i protagonisti saranno bambini tra i quattro e i sei anni che partecipano ad un progetto prescolare di una Ong e che e' fondamentale per il loro futuro: la scuola materna infatti nel paese del Corno d'Africa e' necessaria per accedere a quella primaria, ma in molti rischiano di rimanere a casa perche' l'offerta pubblica e' inesistente. Cosa significa studiare negli altri continenti? Lunedi' 14 settembre, dalle 11.30 alle 12.00, a Radio3 Mondo, Emanuele Giordana ne parla con una ragazza dell'Ossezia, Galina Tsopanova, e un ragazzo della Georgia, Davit Chumburidze, dello Studentato Internazionale, ideato dall' Associazione Rondine Cittadella della Pace, in provincia di Arezzo, con Chiara Bardelli, di 'Un Ponte Per'e con Amani, educatrice libanese, dal Libano, con Andrea Ambroso del Coopi, da Addis Abeba.

Selezione rassegna stampa 2009 istituzionale  

Selezione rassegna stampa da luglio a dicembre 2009 suddivisa sotto il tema ISTITUZIONALE