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CoolClub.it Le cose che non ho. Quante cose questo tempo mi ha portato via. Ma la vita non è giusta e forse ce l’ha pure un

po’ con me. Oggi mi guardo intorno e tra le foto appese nella mia stanza le rivedo sorridere congelate in quel momento che abbiamo vissuto. Le notti ubriache a fare foto tessera all’automatico. Le foto rubate tra le lenzuola dopo aver fatto l’amore. Quelle tutti insieme, magari in viaggio, con il sorriso che sfida il futuro, con quella felicità negli occhi che sembra essere per sempre. Mi piacciono un sacco le foto e i ricordi ma sono anche crudeli perché mi sbattono in faccia una perfezione che mai più riavrò. Difficile è misurare la durata delle cose, quando le vorresti ancora un po’ già non ci sono. Fa male scoprire che qualcosa non ti appartiene o che qualcuno non ti vuole più. Un ricordo mi ha fatto visita e volevo trattenerlo, l’ho chiamato e ho scoperto come l’amore diventa odio. Non credevo potessi fare male, non pensavo che la mia felicità avesse un prezzo pagato da qualcun altro. Ho scoperto che nel mondo qualcuno mi odia. E tutto grazie al telefono. Non mi è mai piaciuto il telefono è un’appendice sbagliata per i sentimenti, meglio le foto perché puoi fargli dire quello che vuoi. Meglio sarebbe se niente di ciò che è bello finisse, se le cose potessero restare e durare come le foto. Chi mi odia non leggerà mai quello che scrivo, chi mi odia strapperà foto e ricordi. Da qualche parte c’è qualcuno che ha scelto di eliminarmi dalla sua vita, dall’altra c’è chi mi vorrebbe per sempre. Dopo tutto, tutto ha uno strano equilibrio, uno strano modo di mettersi in ordine. E che ci sono cose che non ti spieghi. Non capirò mai il senso profondo che regola gli addii, la fine senza ritorno dei rapporti, come possa svanire il sentimento, essere dimenticato. Mi consola pensare che tutto quello che ho provato nella mia vita è come un piccolo solco su un vinile, ogni volta che lo metto su suona per me e quella canzone brucia. Brucia come le ginocchia sbucciate sull’asfalto, brucia come le caldarroste appena sfornate. Ma le cicatrici sulle ginocchia sono l’orgoglio di una ferita di guerra, il segno indelebile di una gloriosa partita a calcetto in strada. Le caldarroste fanno male calde ma non le lasceresti mai cadere nel piatto quando finalmente le hai in mano.

Osvaldo

Creative resistance. A volte si vince e a

TRAD.: stai correndo perché vuoi quell'aumento,

per essere tutto quello che puoi essere. ma non è facile quando lavori sessanta ore alla settimana facendo sneakers in una fabbrica indonesiana e i tuoi amici scompaiono quando chiedono un aumento. Quindi pensa globalmente prima di decidere che è così cool indossare NIKE

volte si perde. È quello che ci dicono sempre. È quello che mi sento sempre ripetere, vai avanti, un passo dopo l’altro, punta tacco, punta tacco, continua così e vedrai come andrà a finire. Complimenti, mi dicono, hai vinto. Hai vinto tutto, hai tutto. Sei libero dalle lotte, dalle guerre, dalla fame, sei libero dalla realtà. Eppure non ci credo. La mia è la generazione più protetta della storia: milioni di telecamere, metal detector, miliardi spesi in sicurezza. Eppure, non mi fido. C’è sempre qualcuno che mi guarda, mi spia, mi segue, mi protegge le spalle. Eppure tremo. Tremo al pensiero che un virus, l’eruzione di un vulcano, un terremoto, un black out, un’esplosione, mandi a puttane questo sistema fragile, che io non capisco, nel quale non mi riconosco, ma dal quale dipendo. Sono marginale, protetto, senza potere. Ho perso. Faccio miei tutti i movimenti di protesta e resistenza alla comunicazione globale. Dico no al mondo nel quale sono nato. Un mondo in cui le tecniche e gli apparati della pubblicità mi sono da sempre stati presentati come i migliori e i più lucrativi metodi per investire il proprio talento. E così che grafici, artisti, fotografi, illustratori, scrittori, passano il loro tempo a progettare e realizzare inutili campagne per vendere biscotti per cani, bibite energetiche, scovolini per il water ed altre amenità simili. Un gruppo di loro, ha pubblicato il TFT manifesto, Things First Things raccogliendo l’eredità di 22 artisti della comunicazione visuale degli anni ‘60, in cui rivendicano la sovversione delle priorità in favore di una comunicazione più utile e democratica. faccio mio il loro appello e vi rimando a: http://adbusters.org/campaigns/first/to olbox/manifesto.pdf. dario


ogni mercoledì

ogni venerdì e sabato

Caffè Letterario Lecce

Lohengrin pub

“Sound è Vision for the club” è l’appuntamento fisso con la musica dei Dj di Coolclub. Ogni settimana un dj diverso, ogni settimana una colonna sonora diversa. E poi il Caffè Letterario ospita ogni mese concerti acustici, piccole rappresentazioni teatrali e ogni 15 giorni una nuova mostra. Scopri le attività che il Caffè organizza per i suoi soci, scopri il posto a Lecce dove arte, musica e cultura convivono.

Tricase

Musica in compagnia di Dj Postman Ultrachic, ogni venerdì una serata per muoverti a ritmo di shake, exotica, lounge. Una serata dove la musica suona dai vecchi vinili, dove la selezione è un percorso a ritroso nel tempo e nei generi. Ogni sabato ButtleYouth con i DJ di Mondoradio Tricase - 120 Minuti. Selezioni a 360° Lounge - Rock - Indie - Elettronica.

giovedì 13 novembre

Slim

Mata Hari - Cutrofiano

Nati nell’ottobre 1999, gli Slim creano una miscela di Rock' n' Roll roots, Lounge, Surf. La loro prima creatura è stata affidata alla giapponese Atami Yakamoto che, affascinata dalle sonorità del gruppo, ha prodotto il mini cd “Experimental Noise' n' Roll”, ottimamente recensito dalle riviste di settore. Gli Slim sono stati l’unico gruppo italiano a prendere parte all'Indipendent day festival 2000 assieme ad Andrè Williams, Boss Hog, Mr Bungle e Coldplay.

venerdì 14 novembre

The Great Punk Swindle

Chlorò - Calimera

Continua la rassegna punk del Chlorò con tre grandi gruppi. Sul palco gli Rfc (ska, punk da Caserta), i Friday Star (hard core punk da Roma) e Hic Niger Est (rock noise da Casarano). Percorri insieme a loro le strade del Punk nostrano, viaggia tra latitudini e sfumature del genere più disobbediente della storia. A Calimera arriva l’appuntamento fisso con la musica alternativa, arriva “The Great Punk Swindle”.

mercoledì 19 novembre

Inaugurazione mostra Caffè Letterario

giovedì 20 novembre

Ulan Bator Cutrofiano

Mata Hari -

Il loro sound è avvicinabile a certe atmosfere tipiche di gruppi e solisti europei come Can e Robert Wyatt, o a band americane che rispondono ai nomi di Sonic Youth, Tortoise, Labradford. I francesi Ulan Bator sono una delle band di post rock o avant garde rock più interessanti del panorama europeo. Affascinanti ed eleganti, intensi e spigolosi. Un concerto da non perdere.

Mercoledì 19 Novembre il Caffè Letterario ospita la personale di Alice Pedroletti, fotografa freelance che da anni si muove nell'ambito della musica indipendente. La mostra è in giro in Italia arriva nel salento come la "tappa di un tour". Protagonisti delle foto artisti e musicisti della scena rock italiana. La sua ricerca si concentra soprattutto sull'uso di colori e contrasti estremi come mezzo per interpretare la realtà circostante.

venerdì 21 novembre

Dj Punch Istanbul Cafè - Squinzano Suoni “urbani”: i breakbeats più hiphop-style e drumnbass più oscura, suoni più “solari” il dub e il reggae, le ipnotizzanti ritmiche delle tablas e dei sitar della musica bhangra, il tutto però rivisto in chiave moderna, con abbondanti dosi di drumnbass e breaks. Una nuova serata per ballare insieme ai Dj dell’Istanbul Cafè di Squinzano nei pressi della stazione.


venerdì 21 novembre

Cut + PsychoSun

Chlorò - Calimera

Rock & Blues prima dell’ondata modaiola, i Cut seguono la strada di Jon Spencer, le New York Dolls, il noise, il punk. Il 3 ottobre 2003 è uscito “Bare Bones”, nuovo album della band, registrato, come il precedente “Will U Die 4 Me?”, da Juan Luis Carrera, e per il quale sono stati composti 13 brani. Insieme a loro sul palco del Chlorò di Calimera i salentini PsychoSun.

sabato 22 novembre

Populous

Istanbul Cafè - Squinzano

L’artista salentino che ha inciso per la berlinese “Morr music” (la stessa etichetta di Mum, Lali Puna, Ghuter, solo per fare alcuni nomi) si esibirà all’Istanbul Cafè di Squinzano. Elettronica minimale, sfondi cinematografici, hip hop astratto. Live set più dj set per questa serata a cura Popoulus, al secolo Andrea Mangia. Un’occasione unica per ascoltare il Salento che suona nel mondo.

sabato 29 novembre

Dj Postman Ultrachic

Istanbul Cafè - Squinzano

“Lounge against the machine” perché la musica può cambiare le cose o almeno il tuo sabato sera. In consolle un uomo dal fascino indiscutibile, un feticista e non solo del vinile, un uomo dalla doppia vita. Di giorno ultimo dei romantici di notte il mitico Dj Postman Ultrachic. Una mirabolante avventura musicale insieme alla colonna portante del mercato discografico più nascosto e misterioso.

sabato 29 novembre

Federico Sirianni e Molotov Orchestra Aula Magna Ateneo

Giornata Mondiale di Lotta all’Aids

La sezione provinciale della Lega Italiana per la lotta contro l’Aids e l’associazione Zei organizzano a Lecce una settimana di riflessione e di sensibilizzazione che culminerà nella giornata mondiale di Lotta all’Aids del 1 dicembre. Sabato 29 novembre spazio alla musica con il concerto di Federico Sirianni & Molotov Orchestra. Il genovese Sirianni , il “bandautore”, dopo anni di gavetta nei locali e nelle piazze, dopo viaggi nell’est e la frequentazione di campi rom, ha inciso il suo primo album “Onde Clandestine”. Da qualche anno si è trasferito a Torino dove ha messo in piedi la Molotov Orchestra che lo accompagna in giro per l’Italia. La sua musica richiama le orchestre dei Balcani, il folk irlandese e la melodia mediterranea. Lunedì 1 dicembre si svolgerà, presso il Teatro Paisiello di Lecce, il convegno nazionale “Aids: un percorso a sud” che avrà come soggetto lo stato dell’arte visto dal sud. Per diffondere la cultura della prevenzione tra i giovani la Lila di Lecce ha anche realizzato un calendario con la partecipazione di Alessandro Coppola dei Nidi d’Arac, Cesare Dell’Anna degli Opa Cupa, Nabil dei Radioderwish che verrà distribuito in edicola con il mensile QuiSalento.

Iscrizioni Arezzo Wave 2003-2004 Si aprono le iscrizioni per la nuova edizione di Arezzo wave, il concorso musicale che promuove la nuova musica italiana. Tutte le band interessate possono spedire il loro materiale a Coolclub: Via de Jacobis N°42 73100 (Lecce). Basta inviare un demo della band con due brani (no cover), una biografia, scheda tecnica e i testi (con relativa traduzione se in inglese)entro il 16 dicembre.


musica

La stella che brilla il doppio dura la metà

Il 27 novembre del 2003 Jimi Hendrix avrebbe compiuto 61 anni, e l’uso del condizionale in questa mia affermazione è oltremodo appropriato, visto che la caratteristica che immediatamente viene all’attenzione di chi voglia ripercorrere la vita del chitarrista di sangue misto Cherokee, nero e messicano è proprio l’estrema brevità della stessa: infatti egli è deceduto, per cause mai abbastanza chiare ma comunque connesse all’uso di stupefacenti, il 18 settembre del 1970. Risulta difficile credere al fatto che in meno di quattro anni (Jimi giunse al successo nel 1967, prima in Gran Bretagna, dove era stato condotto da Chas Chandler, e poi negli Stati Uniti - sua terra natia - e nel resto del globo) sia riuscito a sconvolgere in maniera così drastica il mondo della chitarra e sia riuscito inoltre a lasciare in soli tre album completi ufficiali (Are You Experienced?, Axis: Bold As Love e il doppio Electric Ladyland) un’eredità di brani che avrebbero fatto parte per sempre della storia del Rock e più in generale della musica, visto che Jimi, così come tutti i più grandi in ogni campo del sapere umano, ha avuto la perizia di prendere il meglio di svariate culture miscelando il tutto per ottenere una originalissima formula musicale meticcia. Infatti Hendrix ha saputo fare tesoro della lezione dei grandi maestri del Rhythm And Blues (con alcuni dei quali aveva anche suonato come session-man agli inizi: Little Richard, gli Isley Brothers e King Curtis) fondendo il tutto con la visceralità del blues, con accattivanti ritornelli tipici del pop di matrice bianca (Hendrix amava molto i Beatles), con la sperimentazione rumorista propria, tra l’altro, anche di alcuni compositori di musica classica del Novecento, e con tutto ciò che poteva essere ritenuto degno di nota da parte del mancino chitarrista di Seattle. Jimi, più di qualunque suo altro contemporaneo, aveva interesse per l’essenza della nota, per il suono, e per tutte quelle cose che non possono essere scritte su un pentagramma o descritte a parole, ma che possono essere unicamente percepite dall’orecchio, ed è testimonianza di ciò la cura maniacale per il suono della propria chitarra (con l’utilizzo innovativo di effetti e tecniche esecutive) e, soprattutto nell’ultimo periodo (grazie al prezioso aiuto di Eddie Kramer), per il suono generale delle canzoni che incideva. Il fatto che il sottoscritto abbia deciso di cominciare a suonare la chitarra perché letteralmente folgorato dal filmato dell’esibizione di Hendrix a Woodstock, e che come me tanti altri devono la loro passione per la chitarra e per la musica all’aver goduto del suo violentare la chitarra con dita, denti, aste del microfono, gomiti e follie incendiarie (prodezze che spesso hanno però offuscato la sua vera grandezza riducendolo a fenomeno da baraccone), e soprattutto il fatto che dopo tanti anni i suoi brani siano ancora così attuali, dovrebbero secondo me sciogliere ogni dubbio riguardo l’immenso ed immortale valore di questo intramontabile musicista. Marcello

Têtes de Bois

Ferrè, l’amore e la rivolta La Mémoire et la Mer / Il Manifesto

“Ferrè, l’amore e la rivolta”. Per convincerti che la poesia è musica e la musica sa essere poesia. Per risvegliarti dentro i vecchi amori e i passati malumori. Le passioni, gli ideali. Per pensare alla Francia lontana, Francia anarchica, Francia di bar e vino rosso e i francesi ironici e a modo loro divertenti. Per dare un volto ai ricordi, alla luna. Per riportarti sui libri di poesia e amore, i libri in cui Rimbaud e Baudelaire e Apollinaire ci parlavano di albatri e battelli ubriachi con immagini drogate, metafore soffuse, colori, follie. Qui le poesie di Rimbaud e Baudelaire e Apollinaire vengono rivisitate musicate e cantate. Qui Leo Ferrè, grande musicista e poeta e anarchico, viene tradotto e reinterpretato, lui e le sue opere i suoi testi la sua musica. Ed è a lui che è dedicato il disco, a lui, il grande amore dei Têtes de Bois. Che Andrea Satta e compagni amassero gli chansonniers d’oltralpe non è una novità. Dal loro primo lavoro “Anche se non fosse amore” il quintetto guarda alla Francia, ai suoi poeti, ai suoi pittori, ai suoi artisti. E ai suoi cantanti. E sin da allora ne interpreta i brani, i sentimenti, il dissenso civile, i languori romantici. I Têtes de Bois non si fermano alle reinterpretazioni di lavori altrui, e in “Pezzi di ricambio” del ‘97, le canzoni sono loro, e sono in italiano. In questo ultimo lavoro “Ferrè, l’amore e la rivolta” ritorna la Francia, tutto ciò che odora di Francia, ma anche molto di più. La voce di Andrea si affianca a quelle di grandi autori, si affianca a Nada, a Daniele Silvestri, a Francesco di Giacomo (Banco del Mutuo Soccorso). I suoni di chitarra acustica, di tromba, di contrabbasso, di pianoforte e fisarmonica si accompagnano, si fondono soavi e vengono impreziositi dall’intervento, in alcuni pezzi, del sax. Non manca la nota che stravolge e sconvolge. Un’intera traccia, l’ultima, che è la registrazione di messaggi su una vecchia segreteria telefonica. Come per riportarci nella realtà, dopo un viaggio durato altri quattordici pezzi. Durante un’intervista ad Arezzo (Têtes de Bois ad ArezzoWave2003 ndr) Andrea, sorridente, mi ha parlato dell’amore per la Francia e la poesia, delle importanti collaborazioni, delle amicizie sincere. Del camioncino con cui approdano ovunque, dei binari ferroviari e delle metrò e dei sotterranei in cui portano in scena la loro musica e la loro arte. Parlava con quel qualcosa negli occhi, quel qualcosa di chi è innamorato. Innamorato della musica e l’arte. Dell’amore e della rivolta. Valentina I Têtes de Bois saranno in concerto venerdì 5 dicembre al Cinema Elio. Inizio ore 21.30, biglietto 15 euro. Per informazioni 0832 - 875283

Il tuo stile, Leo

Oggi la poesia non ha bisogno di eroi, raffinata lavora piano e in silenzio cercando consensi. Ogni tanto un nome ritorna a solleticarci le coscienze. Mozart è morto solo, accompagnato alla fossa comune da un cane e da dei fantasmi. Renoir aveva le dita rovinate dai reumatismi. Ravel aveva un tumore che gli risucchiò di colpo tutta la musica. Beethoven era sordo. Si dovette fare una colletta per seppellire Bela Bartok. Knut Hamnsun aveva fame. Villon rubava per mangiare. Sarah Kane è morta suicida in un ospedale psichiatrico. Luigi Tenco si è sparato un colpo in fronte. La cirrosi epatica si è portata via Piero Manzoni a 29 anni. Tutti se ne fregano. E sembra che oggi non abbiamo bisogno di altri eroi. Ma come cantava Leo Ferrè: Mille volte son morti com’è indifferente con l’amore nel pugno per troppo e per niente han gettato, testardi, la vita alla malora ma hanno tanto colpito che colpiranno ancora. E come tutti loro il buon vecchio Leo, che ci ha insegnato che cos’è la disperazione, la solitudine, l’amore e l’anarchia. Che con la sua voce e il suo accento francese, ci fa commuovere ancora e ci accende una scintilla di rabbia e di sano odio sociale. dario


Belle & Sebastian Rough Trade

Dear Catastrophe Waitress

Molto è cambiato dal lontano ’96 e dal primo bellissimo album “Tiger Milk”. Si è spento (fortunatamente) tutto l’entusiasmo, a volte sconsiderato, per il new acoustic movement, qualcuno si è perso lungo la strada (Stuart David che oggi si muove tra il progetto “Looper” e la sua carriera di scrittore e Isabel Campbell che è diventata la voce dei “Gentle Waves”), è cambiata anche l’etichetta discografica. Molto è cambiato ma poco nella musica di questa band di Glasgow. Capitanati da Stuart Murdoch i “Belle and Sebastian” arrivano al nuovo capitolo della loro storia, forse il più atteso, il più chiacchierato anche per la presenza di un produttore non facile (Trevor Horn che ha lavorato tra gli altri con “Frankie goes to Holliwood” e ultimamente con le “Tatu”). “Dear Catastrophe Waitress” è un disco pop come e se è possibile più degli altri. I toni sono quelli vintage delle precedenti produzioni, ma impreziositi da verve e arrangiamenti orchestrali. La normale line up è rinforzata da una nutrita schiera di additional musicians che rendono il suono più rotondo rispetto al minimalismo precedente. I brani hanno un approccio più solare anche se rimane forse nella voce sognante o in alcune soluzioni musicalmente “sospese”, abbozzate quel retrogusto un po’ uggioso e malinconico che tanto mi piace. Alcuni episodi sono scanzonati, altri più romantici, quasi tutti prendono al primo ascolto. La cosa che questo gruppo non perde anche in questo disco è l’approccio giocoso con tutto il sound degli anni 60 e 70, con il folk, il northern soul, l’eleganza, una poesia che non trovi solo nelle note ma anche nei bei testi, una grande capacità di rendere ogni canzone preziosa, speciale. Mi piacciono un sacco i “Belle & Sebastian” e anche se questo non è il loro miglior lavoro me lo ritrovo dappertutto: che gira nello stereo, nel computer e anche in testa quando vado a dormire. È bello fare qualsiasi cosa con i B&S come sottofondo: sono un ottimo disco per il risveglio, per lavorare, per fare la doccia, sono ideali anche e soprattutto per chi ha voglia di chiudere gli occhi e perdersi in tredici tracce che hanno i colori dell’autunno e il calore di una coperta scozzese sulle spalle mentre aspetti il tramonto. Osvaldo

musica Cover a go go

-Fever a collection of various interpretation of (Roofmusic\Trocadero rec.2003) -Senor coconut-Fiesta song (Multicolor mcr evolution music2003) -Richard Cheese and Lounge against the machine-Luxicity (Ideatown 2003) Mettete su un palco di un oscuro jazz club Americano degli anni 50 i System of down alle prese con un repertorio swinging ed eccovi una sintesi perfetta del nuovo album di Richard Cheese. Dopo lo stratosferico “Lounge against the machine” Richard Cheese ci regala un nuovo disco “Luxicity”, che a differenza di L.A.T.M, dove venivano coverizzati pezzi più conosciuti (U2 - Nirvana - Radiohead - Dead kennedys - Garbage - etc.) offre un’operazione di rifacimento che diventa più ricercata, con cover che riguardano: Weezer, Cypress hill, White Zombie, Hives etc.). Siamo di fronte ad un album frizzante, travolgente, dissacrante dove i pezzi del cosiddetto rock alternative vengono smembrati e, stravolgendo arrangiamenti e ritmiche vengono rielaborati in chiave easy, crooner style, lounge. “Down with the sickness” dei Disturbed diventa esplosiva dove gli Spandau Ballet incontrano l’orchestra di Frank Sinatra; mentre “Insane in the brain” dei Cypress hill si trasforma in un penetrante e stilosissimo tango. Complessivamente l’album è pieno di meravigliose reinterpretazioni con melodie semplici ma allo stesso tempo dolcemente terrificanti; il più delle volte i rifacimenti sono più radicali degli originali. Un’ultima curiosità, frutto di una follia ragionata, è data dai nomi dei componenti esplicitamente riferiti a latticini vari: Richard Cheese (Riccardo Formaggio), Bob Ricotta al piano… non poteva mancare certamente Brie alla batteria…delirio totale! Dopo il riuscitissimo album di tributo ai Kraftwerk ( El baile aleman) ritorna Senor Coconut con Fiesta song (Multicolor mcr evolution music2003) un album di cover legate agli anni 70\80 rieseguite in chiave latin. “Smoke in the water” dei Deep Purple si trasforma in un danzereccio cha cha cha; ”Riders on the storm” dei Doors viene completamente stravolta dandogli una struttura simile ad un rutilante merenghe; “Smoth operator” di Sade viene rieseguito con una verve swinging cha cha cha acustico, con atmosfere incantevoli dandogli quella freschezza che mancava all’originale. Consigliatissimo. Per ultima segnalo una raccolta di cover monotematiche curate dall’etichetta tedesca “Roofmusic”, che dopo l’omaggio a “Sunny” di Bobby Hebb e “Summertime” di Gershwin, ci riprova con “Fever” – Fever a collection of various interpretation of (Roofmusic\Trocadero rec.2003) con versioni che spaziano dal soul al funk etc. Una compilazione interessante sotto il profilo documentaristico, ma dopo un paio di ascolti la noia prende il sopravvento. Luca

Azita Enantiodromia Southern records Dopo gli isterismi now wave profusi con “Wesel Walter” (“l’odio per la razza umana è la mia maggiore fonte di ispirazione” e abbiamo detto tutto!) nei “Lake of Dracula”, quelli più dadaisti nelle “Scissors Girls” e le elucubrazioni psichedeliche dei “Bride of No No”, Azita Youssefi si concede una pausa di riflessione intimista con questo “Enantiodromia”. La scapigliata urlatrice diventa così un crooner in gonnella che canta canzoni eleganti sulla scia dell’ultimo “Black Heart Procession”, edulcorato da ogni romanticume. Una formazione base: chitarra, batteria, basso e pianoforte arrangiati in maniera elegante e poi la voce di Azita stonata e lievemente ubriaca ma incredibilmente capace di interpretare e di raccontare. Dall’arzigogolata apertura di Better end in time ,con una melodia che cerca di avventurarsi verso strade impervie, passando per On The Road o Birds , dove la voce duetta col pianoforte e si fa intensa e recitativa delineando mille sensazioni, mille umori. Un impatto quindi più cerebrale, che istintivo come nel passato, in cui ci si concede anche Departure of the boats, un pezzo per solo pianoforte dove quando si crede che la melodia si stia per compiere ecco che all’ultimo rifugge, quasi intimorita da tanta, troppa semplicità, in una soluzione più obliqua. La immagino avvolta nella sua giacca, la sigaretta nel posacenere, il whisky di fianco, rannicchiata sul pianoforte a cantare chissà quali storie con la sua voce tremula. Può sembrare un’immagine scontata. Ma non è poi tanto lontana dal vero. Gianpiero


Elvis Costello

North

Deutsche Grammophon

Ci sono cantanti o gruppi che esternano il proprio dna artistico per tutta la vita. Ci sono invece artisti e musicisti che sorseggiano dal calice della creatività con copiosa e ridondante diversità. È il caso di Elvis Costello. Ogni sua nuova produzione è una sorpresa. Soprattutto negli ultimi anni l’occhialuto sconvolge puntualmente gli affezionati con dischi diversi per genere, interpretazione, ritmi, tematiche, lirica, collaborazioni. “North”, pubblicato dalla storica etichetta di musica classica “Deutsche Grammophon”, è una raccolta di 12 ballate molto rilassanti (forse troppo obietterà qualcuno) che sono l’esempio delle nuove avventure musicali seguite dal cantante londinese. Molto lontano dai ritmi rock e punk che contrassegnavano la sua ultima creatura “When I was creul”, uscita lo scorso anno, Elvis abbandona chitarre distorte e sintetizzatori per approdare al pianoforte quasi sussurrato di Steve Nieve, agli archi del quartetto Brodsky (con il quale aveva pubblicato l’incredibile “The Jiuliet letters” una decina di anni fa), alla chitarra di Marc Ribot, alla batteria di Peter Erskine, ai fiati dei Jazz Passengers, alla Mingus Big Band e al sax del maestro Lee Konitz. Un camaleonte questo Costello che si presenta ai concerti con pianoforte e chitarra, come ai tempi del fortunato sodalizio con Burt Bacharach. Un amico mi ha confessato di aver letto da qualche parte che Elvis piace ai critici perché è brutto come i critici. Pur essendo brutto, ma non essendo un critico, ritengo che Costello piaccia perché non va alla ricerca a tutti i costi del prodotto dalle vendite strabilianti. Comunque si diverte, compone assecondando i propri momenti creativi, senza assoggettarsi troppo alle richieste di pubblico e case discografiche. Spazia, varia, sperimenta anche se non sempre con gli stessi risultati (sarebbe un dio) ma consegna ottimi lavori, mai scontati, sempre all’altezza della fama che negli anni si è costruito. Questo “North” non è un disco facile, non è un disco da primo ascolto: è lirico, sale pian piano sino alla conclusione. Perfetto per le prossime serate d’inverno, da ascoltare in pantofole con castagne o patate zuccherine nelle mani, un buon bicchiere di vino novello e un bel libro da leggere. Con i fazzoletti sempre vicini perché se si è ben disposti le melodie possono condurre facilmente alle lacrime, perché sanno di ricordi, di pensieri, di donne lasciate o che ti hanno lasciato, di amori impossibili. Pedroso

Intersonos

L’idea di unire poesia e musica non è nuova. Giusto per restare nel vicino ricordo gli esperimenti di Kerouac, quelli di Burroghs e il più recente di Baricco con gli “Air”. E poi si potrebbe continuare a lungo menzionando gli italiani “Massimo Volume” e una serie di autori di oggi e di ieri, cantanti e non, che si sono avventurati in queste strade. Un percorso difficile, pieno di precedenti di tutto rispetto, quello cominciato da “Inter Sonos”, un progetto che vede insieme Francesco Andriani e Pastic degli “Insintesi” (suoni), Antonio Montinaro (testi), Emanuela Pispico e Daniele Natale (voci). Oggetto del lavoro di “Inter Sonos” è la parola. Più che la parola il suono della parola è l’elemento capace di interagire, fondersi alla musica, diventare musica. Unico rapporto con il canone è il testo poetico da cui si parte. Sei tracce per questa loro “prima esplorazione” che si muove fluida, lenta, sussurrata da voci che a tratti scompaiono nei suoni nelle frequenze disturbate, campioni che passano come il vento e si rubano le sillabe. Poco più di dieci minuti in totale, pochissimi ma abbastanza per tirare le somme su un lavoro molto interessante. Per un appassionato di dischi e libri progetti come questo incuriosiscono molto, cercare nuove strade per la poesia, fare ricerca in questo senso è molto importante. Importante e pericoloso. Nel caso di “Inter Sonos” non ci sono grossi scivoloni (forse poco lavoro sulla lettura dei testi, un po’ monotonica a mio avviso). Il concetto di partenza e le potenzialità del progetto sono la garanzia di un processo che è solo all’inizio e parte bene. Osvaldo

mu

Mars Volta

De-Loused in the comatorium

Gli addetti ai lavori non erano di certo i più ottimisti per l’uscita del primo ed unico album del gruppo ma sono bastate un paio di esibizioni dal vivo per far capire che possono andare lontano. Fondamentale la serata sul prestigioso palco del “Metro” di Chicago. L’album “De-Loused in the comatorium” contiene dieci tracce che spaziano da schitarrate scatenate hardcore, a melodie psichedeliche che daranno sicuramente soddisfazione agli amanti del genere. Pochi i momenti di respiro concessi dalla band durante i circa quaranta minuti del disco. Il cantante Bixler e il chitarrista Rodriguez facevano parte in passato degli “At the drive in” che furono un piccolo flop, anche perché dopo il primo album non produssero più nulla. Ma basta ascoltare “Inertiatic esp” e “Cicatriz esp” che sono i brani più infuocati dell’album per capire che questa non sarà, almeno ce lo auguriamo la fine che faranno i Mars Volta; anche perché il loro periodo nero dovrebbero averlo già superato qualche tempo fa, quando dovettero fare i conti con la scomparsa di Jeremy Ward corista e manipolatore di suoni del gruppo che aveva alle spalle storie di droga. Forse il brano che colpisce di più è “Drunkship of lanterns”, per l’alternanza della melodia ma soprattutto per la carica di grazia ed intensità che contiene. Un disco da ascoltare sicuramente e che potrà far appassionare non solo i fan dell’hard rock ma anzi un pubblico piuttosto eterogeneo. Augusto Maiorano

Grandaddy

Sumday

V2 Records

Già prima di metterlo su dondolavo dolcemente la testa, mentre premevo play già il mio piedino batteva un quattro quarti secco e regolare sul tappeto. Perché lo aspettavo e me lo aspettavo così. Dopo tre anni, dopo un bellissimo “The Sophtware Slump” il gruppo di Modesto, California torna con “Sumday”. Fin dalle prime battute l’andatura è regolare, le chitarre ruvide fanno da tappeto alla voce di Jason Lytle che serafica e sognante gioca sottile con tastierine, moog ed effettivi usati con una semplicità dalla bellezza disarmante. Più lo ascolti e più pensi “non stanno facendo niente di particolare ma è stupendo”. Poi ti fermi, ci rifletti e ti perdi nella melodia, nelle trame, dolci trame e galleggi su canzoni leggere e delicate come nuvole. Musica per cuori teneri, chi ama gruppi come Mercury Rev, Flaming Lips, Sparklehorse non può privarsi di questa esperienza. Il suono è morbido, come se fossero in una stanza piena di cuscini. A volte la voce è lontana, immersa in un mare di riverberi di chitarre tremolanti, di piatti e rullanti che sembrano suonati da un orsetto giocattolo, altre volte sembra di ascoltare tutto dalla cornetta di un telefono. Per alcune cose, forse preferisco il precedente, ma credo che sia solo una questione affettiva. Sono sicuro che dopo il settantesimo ascolto il mio orecchio si innamorerà anche di questo nuovo e grande “Sumday”. Escluse alcune splendide ballate come “Saddest vacant lot in all the world” il disco si muove in una sorta di allegretto andante mitigato sempre da una piccola patina, come quei sorrisi appena accennati quando ricordi qualcosa, come quella leggera insoddisfazione che si sente sul palato quando una caramella finisce. Il vantaggio con i dischi è che puoi riascoltarli quante volte vuoi. Osvaldo


Giardini di Mirò

Punk...not diet!

Homesleep/Sony

Si parla tanto e a ragione di questa nuova ondata indie che etichette come la Audioglobe sta spingendo molto, non solo nel nostro underground, ma anche all’estero. I “Giardini di Mirò” sono uno di quei gruppi che ha segnato in un certo senso la rinascita del nostro indipendente. Tra i primi a suonare, o almeno tra i primi ad avere un modesto successo suonando post rock. Mettendo su questo “Punk...no diet” le impressioni sono varie e a tratti contrastanti. Nelle mie poche e distratte visite nel panorama post rock propinatomi con entusiasmo da amici alla ricerca di una nuova strada musicale ho sentito tante cose e tutte molto interessanti. I “Giardini di Mirò” messi a confronto di colleghi come “Mogway” e “June of 44”, onestamente, ne risentono un po’. Se si esamina invece la band in un’ottica più ampia che non usa generi ed etichette il discorso cambia e anche un bel po’. C’è tanta roba in questo disco che la prima volta che lo metti su non te ne accorgi. La propensione dei “Giardini di Mirò” apparentemente minimale nel comporre canzoni nasconde al primo ascolto un mondo di suoni, arrangiamenti che ne fanno un gruppo quasi orchestrale. Più gira nel lettore più scavi e scopri cose belle. Il disco è molto curato, punk forse solo nell’attitudine e nel titolo, “sofisticato” oserei dire. La voce è anch’essa strumento (forse un po’ troppo emule del Deus pensiero) archi, fiati, tappeti, disturbi, piccoli inserti elettronici, rendono il suono grezzo di chitarre e batteria denso, fitto di trame psicho-pop. Un disco a strati, che si apprezza con la lentezza che esso stesso esprime. Il gruppo è decisamente in un felice momento creativo, le canzoni sono indubbiamente ben equilibrate in un disco che riesce a creare un clima sonoro. Veramente belle alcune aperture, cullanti alcune parti strumentali. Alla fine un disco che convince e piace perché ispirato, c’è sentimento, malinconia, quell’approccio crepuscolare e decadente che ci fa scoprire un lato più oscuro della musica e del nostro sentire generale. Osvaldo

Bobo Rondelli

Disperati intellettuali ubriaconi

sica

Strokes

Room on fire

Arroyo 2002

Con un titolo così andava ascoltato. È come la “Compagnia del Chianti” di John Fante che vidi una volta in libreria e regalai a mio fratello. Lo feci così per devozione alle parole in copertina. E non è un caso che abbia scelto il numero di novembre tra uva e novello per parlare di questo “Disperati intellettuali ubriaconi” di Bobo Rondelli, un cd uscito lo scorso anno ma che mi è sembrato doveroso segnalare. Io non conoscevo questo cantautore livornese e non avevo neanche ascoltato il gruppo del quale faceva parte gli “Ottavo Padiglione” (ignoranza becera). Questo disco, arrangiato da Stefano Bollani, mi ha colpito e nell’ultimo mese non ho fatto altro che ascoltarlo. Rondelli ha una bella voce, le canzoni girano bene e sono eterogene per atmosfere e testi. Mi piace lo svisamento della tromba e il ritmo jazz di “Quando non ci sei”, la delicatezza de “L’ultima danza”, l’ironia dell’inconsueta agenzia di “Suicidio Travel”, lo swing da tripudio intestinale de “I dolori del giovane Walter”, la chitarra di “Martin Eden”, la guerra raccontata in “Cuore di bimbo”, la fumosa atmosfera di “Gocce”, la surreale storia dell’orso “Gigiballa”. Ci sono anche due omaggi per dei grandi della canzone d’autore Piero Ciampi (“Io e te, Maria”) e Luigi Tenco (“Un giorno dopo l’altro”). Ma nella miscela del disco si sentono anche le influenze di Fred Buscaglione, Paolo Conte, Tom Waits, Enzo Jannacci. I soliti nomi si dirà. Ma Rondelli riesce a fondere insieme tutto dando vita a un lavoro non banale e molto ascoltabile. Dopo i successi con gli Ottavo Padiglione (premio speciale della giuria dal “Premio Ciampi” nel 1999), Bobo ha recitato nel film “Sud Side Story” di Roberta Torre (quella di “Tano da morire”). Nel 2001 ha pubblicato “Figlio del nulla”, suo disco d'esordio come solista, con cinque canzoni inedite e otto brani di repertorio del gruppo. Con “Disperati intellettuali ubriaconi” ha vinto il Premio Ciampi per l’arrangiamento e ha partecipato al Premio Tenco. Per la sua scoperta devo ringraziare il mio amico Massimo, contrabbassista salentino emigrato di recente in Toscana, che ha iniziato a suonare con Bobo Rondelli. Pedroso

Rca Record/Bmg

Sono tornati, malgrado tutto sono tornati. Esce il nuovo disco degli Strokes, il gruppo che con l’album di esordio ha infiammato stampa e pubblico. Il gruppo che fatto rinascere il glamour che solo nei 70 ruotava intorno al rock, un gruppo che non ha cambiato una virgola nel mondo della musica, ma che ha provocato un vero e proprio terremoto mediatico. Sarei tentato di dire che l’unica cosa da apprezzare del nuovo disco degli Strokes è che il batterista se la fa con Drew Barrymore, ma se mi sforzo qualcos’altro la trovo. Il primo album, devo ammettere, mi era piaciuto. Vuoi perché ci sentivo dentro un sacco di cose che mi sono sempre piaciute nel rock, vuoi perché era un tributo palese ai miei gruppi e artisti preferiti, vuoi perché c’era una grande grinta, urgenza espressiva, freschezza. Questo “Room on fire” non mi convince: è come il primo ma più floscio. Il primo sembrava una compilation di singoloni, nel secondo fatico a trovare qualcosa che mi colpisca o che perlomeno mi trattenga dal cambiare traccia frettolosamente. Il disco è comunque curatissimo, il suono bello come nel primo, la voce di Casablancas graffia a dovere, i ritornelli funzionano. Non lo so, probabilmente se per un anno milioni di persone ti stanno addosso, magari un po’ di pressione la senti. Oppure, come pensano i più maligni, questo bel giocattolino commerciale si è rotto. Quello che so è che per i puristi del rock and roll questo disco sarà la conferma di tutte le brutte cose dette nel corso di quest’anno, per i ragazzini che hanno comprato le All Star di tela per l’occasione questo disco sarà un manifesto generazionale. Anch’io quand’ero un po’ più giovane mi sono fatto crescere i capelli e ho strappato i jeans, ma erano i Nirvana cazzo. Meglio comunque una boy band con chitarre e bacchette in mano piuttosto che una con fard e matita. Osvaldo


libri

sabato 8 novembre 4:48 Psychosis

Cantieri teatrali Koreja

Jean Claude Izzo

Cinque donne, cinque corpi, cinque voci, cinque spiriti per raccontare una storia che diventa cinque storie, che diventa la storia di tutti noi. Quando assistiamo a 4:48 Psychosis non abbiamo la sensazione che le cinque donne sul palco siano pazze, abbiamo la sensazione che la pazzia non esista e se esiste è di tutti noi, ci appartiene, ci riguarda da vicino. La storia di Sarah Kane è tristemente tragica e reale, autobiografica al punto da diventare autopsia. Autopsia di un gesto, di un atto estremo, di una mente e di tutti i suoi prodotti, da quegli buoni a quegli brutti, cattivi. Il testo della Kane non è la storia personale di una sconfitta, il suo suicidio, avvenuto una settimana dopo la scrittura di Psychosis, non è una resa e non è eroico, di protesta, è la logica conseguenza delle cose. Graziana Arlotta, Eleonora Carriero, Angela De Gaetano, Linda De Lorenzis e Cecilia Maffei in scena impersonano cinque donne diverse, con storie e nomi diversi, ma con un unico comune denominatore: il suicidio. Attraverso le biografie di queste donne, attraverso le proprie sensibilità e con l’aiuto di pochi ma significativi oggetti le cinque giovani attrici riescono a costruire uno spettacolo che colpisce per la capacità di arrivare dritto al segno e lasciare dentro quella sensazione che, come diceva Caetano Veloso, e come piace sempre ricordare alla regista Simona Gonella, “Visto da vicino nessuno è normale”. dario

Chourmo e/o

Giulio Cesare Giacobbe

Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita Ponte alle Grazie, Milano

Dicesi “sega mentale” il pensare a cose che non hanno attinenza con la realtà. Se vedi uno aggirarsi con lo sguardo assente, la camminata automatica, il corpo rigido e le braccia abbandonate lungo i fianchi, non allarmarti: è uno che si fa le seghe mentali. Se talvolta vi siete riconosciuti in questa descrizione (e anche voi, almeno una volta, vi sarete lasciati prendere dai cattivi pensieri…) questo è un libro che fa per voi. Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita non è altro che un piccolo manuale pratico per l’autoterapia delle nevrosi; ma chi comprerebbe un libro con un titolo così impegnativo? E così Giulio Cesare Giacobbe (e già il nome è un programma), professore di psicologie orientali all’Università di Genova, ha scelto un linguaggio semplice, quello dei suoi studenti, e un modo piuttosto leggero e allegro per illustrare le sue teorie su come farsi passare le paranoie. Ce n’è per tutti, isterici, nevrastenici, depressi, ansiosi. Sono tutti segaioli mentali (si, si, li chiama proprio così!). Il linguaggio e lo stile sono senz’altro la chiave del successo di questo libro, già diventato un caso editoriale (dopo melissa p., la quindicenne che si spazzola prima di andare a letto). L’importante è prendere questo manualetto come si presenta: alla leggera. Perché ridere, secondo l’autore, è il primo passo per smetterla con le seghe mentali. Se poi siete dei masochisti che ci godete a farvi le seghe mentali, beh, in questo caso l’autore getta la spugna e consiglia piuttosto di regalarlo a qualcuno, il suo libro, per la soddisfazione di dare del nevrotico a un altro senza dirglielo in faccia.. Tutt’altro che integralista, Giacobbe propone piccole soluzioni per eliminare le seghe mentali, (anche quelle “benefiche”) soluzioni praticate da secoli dagli orientali (evidentemente anche loro nevrotici) alternando spiegazioni accurate (ma pur sempre leggere) a battute scherzose, come quando sostiene che l’acqua ha a che fare con le paranoie: “se la sostituisci sistematicamente con la grappa la tua tendenza a farti le seghe mentali diminuisce. In compenso però ti viene la cirrosi epatica” (pag. 30). Alcuni passi sono davvero esilaranti, come le descrizioni dei paranoici o la tipologia delle seghe mentali, altri non fanno morir dal ridere, ma in compenso spiegano come vivere meglio. E in fin dei conti una seduta dall’analista costa molto di più.

fulvio

Melissa P.

100 colpi di spazzola prima di andare a dormire

Solea

e/o

Gli ultimi due episodi della saga del commissario Fabio Montale. Ancora un giro nelle atmosfere dolci e violente di Marsiglia, alla ricerca di una pace esterna ed interna che sembra non voler arrivare mai. Ancora il passato che ritorna, prepotente a scardinare l’equilibrio precario che il buon vecchio poliziotto italiano, ormai in pensione, cerca di costruirsi grazie alle sue gite in barca e ai pochi amici con cui ancora condividere il piacere di una cena o di una buona bevuta al bar. E fra donne perdute, ritrovate, incontrate, tra nottate passate sul divano con l’inseparabile bottiglia di Lagavulin Fabio Montale si trova ancora ad affrontare la morte con la sua puzza e il suo silenzio. È ancora la mafia con il suo carico di odio e di schifo, come già in Casino totale, ad affacciarsi improvvisamente, violentemente e ferocemente nelle strade di Marsiglia da uno dei pochi sbirri che mi stanno simpatici abitualmente percorse. In Chourmo la mafia entra nella vita di Montale attraverso la vita della bella cugina Gelou, mentre in Solea è la vecchia amica e amante Babette, giornalista d’assalto a portare dritto dritto Fabio Montale fra le braccia della criminalità organizzata. E sullo sfondo sempre Marsiglia, e sempre la musica, quella che ascoltano i giovani, Massilia Sound System e IAm, più un’incursione che ci fa piacere: quel Gian Maria Testa tanto amato in Francia e così poco conosciuto da noi. Resta solo un rammarico quando si finisce di leggere la trilogia, che questo cazzo di scrittore del sud della Francia se ne sia andato così presto, porca puttana. dario

Eraldo Baldini

Bambini, ragni e altri predatori

“Uno così, in America, si chiama Stephen King. Da noi, in Italia, è Eraldo Baldini”. Così Carlo Lucarelli, forse il più noto esponente del genere noir italiano, presenta l’autore di questa raccolta di racconti brevi. Si può subito notare come nel titolo del libro vi sia l’inusuale accostamento tra bambini e altri predatori, quasi a voler dire che anche i bambini, espressione di innocenza e purezza, possono evocare ansie e paure. Il talento di Baldini si manifesta appunto nel saper fondere abilmente il thriller con soggetti semplici (Come gli indiani, Spiaggia privata, Sotto lo stesso tetto), con le favole (Cenerentola 2000, Gli amici di Sara), con la tradizione popolare (La bestia della palude, La Croce del Drago, Nebbia grigia e galline nere) riuscendo anche a far convivere nella stessa storia atmosfere horror con momenti di comicità (Affetti familiari, Il carognone). I 15 racconti brevi che compongono questo libro tengono incollato il lettore fino all’ultima parola dell’ultima storia: un ragno enorme che perseguita un fumettista nella sua casa di campagna fino a che.....; Ernesto che dopo quattro anni riesce a vincere con il suo equipaggio una singolare gara di pesca; un enorme maiale che non ha nessuna intenzione di farsi macellare provoca un’interminabile serie di disastri; il proprietario di uno stabilimento balneare organizza una festa di fine estate con un finale... col botto. Un libro ben scritto, semplice da leggere ma al contempo ben strutturato in ogni suo racconto; consigliato agli amanti del genere. “Sorridono, sorridono. Mamma dice: - Apri, caro, ti abbiamo portato delle lasagne al forno! - e babbo ridacchia. Poi l’accetta comincia a picchiare, a schiantare, e sento che ..........”.

daniele

Ho una consapevolezza: ho aggiunto un libro inutile alla mia libreria. È il debutto letterario di una sedicenne catanese, salutato come libro scandaloso e sconvolgente, secondo me capace di sconvolgere neanche un lettore abituale di libri Harmony serie oro (quelli più osé per intenderci). Si tratta, in poche parole, della storia (autobiografica?) di una ragazzina che, cercando l’amore vero e non riuscendo a trovarlo, si lancia in una serie di avventure erotiche e sessuali spesso degradanti e umilianti, in una continua e spasmodica caduta nella violenza e nell’abiezione. Tra le pagine del suo diario il lettore è costretto a sorbirsi pompini e scopate con sconosciuti, anche cinque in una volta, e tirate lunghe e spesso noiose sul vero amore, sulla passione, sugli uomini incapaci di cogliere la bellezza eccetera eccetera. Niente a che vedere con storie come quelle di Emmanuelle o Lulù, vere storie di formazione sessuale alla ricerca del piacere, capaci anche di farci sognare e intrigare. Di intrigante nel libro di Melissa P. c’è ben poco, credo che neanche un uomo scimmia sarebbe capace di eccitarsi leggendone le pagine colme di deficienza allo stato puro. Un’ultima considerazione: vedendo il numero di recensioni dei lettori (quasi tutte negative) apparse su Alice.it credo che la giovane Melissa abbia messo da parte un bel gruzzoletto. Bé, buon per lei. Che altro dire, se non l’avete già fatto, non comprate questo libro, per favore. dario


cinema

The Dreamers

Elephant

Bernardo Bertolucci

3 ventenni e il passaggio all’età adulta; evoluzione della persona e della società in un anno che segnerà la storia moderna: il 1968. È la narrazione di una fase di passaggio, di transizione dall’innocenza irresponsabile alla responsabilizzazione matura nelle scelte del proprio destino, tipico dell’età adulta; passaggio che coincide con un passaggio (simile??) importante della società. 3 appassionati cinefili (un ragazzo americano e 2 “parigini”, fratello e sorella) si incontrano in una sala d’essai e (si) iniziano (in) un sensuale gioco di conoscenza reciproca all’ombra della Tour Eiffel. Cresciuti attraverso lo schermo cinematografico vivono le loro esperienze mediate da una visione onirica del mondo e della vita. Si rinchiudono in un “laboratorio” domestico escludendosi dalla società che nel frattempo sta radicalmente fermentando e vivono (e creano) il loro “film”. La conoscenza fra i tre protagonisti avviene attraverso parole e gesti e, soprattutto, il corpo, quanto mai “naturalmente” semplice. La scoperta e la sensualità nel film sono visti con occhi innocenti e privi da qualsiasi forma di pregiudizio (ed è così che va vista la pellicola), liberi da molte paure e angosce che caratterizzeranno i decenni a venire. La sensualità che traspare non è per nulla ossessiva, ma principale espressione di sentimenti liberi da qualsiasi costrutto della società. Nella casa il sogno viene infranto dall’irrompere irruento della società e dai suoi moti; l’idillio si spezza al bivio della maturità dove i protagonisti assumeranno scelte diversissime. Affascina la scena in cui la protagonista perde la verginità, avvenuta tra il desiderio, la paura del mistero e la forza(tura) del “gruppo”. Un momento dalle immagini forti, ma paradossalmente vissuto e visto con estremo candore, genuinità del trapasso alla maturità. Una pellicola malinconica, intenzionata a ricordare con nostalgia una visione del mondo meno costruita, meno claustrofobica e in “curiosa” scoperta più che ossessiva ricerca del piacere immediato e sempre “oltre”; in ricordo di una filosofia di vita ormai degenerata in un libertarismo “spaventato” e meccanico. Il film, girato molto bene da “un guardone che spia dal buco della serratura”, in una scenografia pressoché perfetta (l’appartamento, luogo di chiusura dal resto del mondo, con i suoi corridoi stretti e i suoi passaggi angusti trasmette l’idea di labirintici pensieri) è sostenuto da tre attori molto bravi, attraverso espressioni e sguardi molto sensuali. Un’ottima fotografia ed una bella colonna sonora , .... probabilmente la migliore sintesi possibile del “sentimento”, “sentir comune” o “zusammengehorigkeitgefuhl” di un’epoca storica (con l’annesso rischio di rinchiudersi in un “monovisione”! come sottolinea uno dei tre protagonisti). Vivamente consigliato, anche se potrebbe essere frainteso da un pubblico troppo giovane (mi dispiace ma questa volta sono d’accordo con la censura; le risatine morbose ad ogni vista di pelo alla fine stancano!). BuonaVisione! Davide

Kill Bill

Quentin Tarantino

Ai titoli di coda decidi di aspettare lì dove sei l’uscita della seconda parte, e solo allora ti accorgi di avere avuto in faccia un’espressione ebete dall’inizio alla fine del film, una specie di ambiguo sorriso sbilenco. Non è assolutamente quello che ti aspettavi, ma come fai ad aspettarti una determinata cosa quando stai per vedere un suo film? Kill Bill, è il ritorno di Quentin Tarantino dopo sei anni di assenza e solo lui continua ad essere l’unico regista capace di farti vedere ogni volta qualcosa di assolutamente nuovo. Lui, è una delle cinque cose (non sono mai riuscita ad arrivare a dieci) che salveresti dell’America. L’introduzione e la divisione in capitoli, le musiche perfette fin dall’inizio ti fanno subito venire l’acquolina in bocca. C’è tutto: la sua regia da maestro, l’ironia grottesca, i cattivi che più cattivi di così non si poteva proprio, la depravazione americana e la freddezza giapponese, in una miscela di scene a colori e in bianco e nero e perfino un cruento intermezzo di cartone animato in puro stile manga di quelli che in Italia non danno certo il pomeriggio in tv. Il pulp non manca, il sangue scorre a fiumi ma soprattutto zampilla da una innumerevole quantità di arti amputati in un duello, della serie “eroina contro gruppo sterminato di gangster-samurai”, durante i quali scopri in quanti modi si può affettare un corpo umano ma che si conclude con un’assurda sculacciata all’ultimo terrificato componente della gang. La scena del duello dura venti minuti e mentre la guardi non ti stupiresti se arrivassero anche i Power Ranger a dare man forte alla Thurman, tranne quello giallo però, tanto c’è già lei che sfoggia una tutina di quel colore che fa pandan con la moto. Si sente un po’ la mancanza della bella sceneggiatura alla Tarantino, quei dialoghi da trip che hanno fatto delle “Iene” il suo capolavoro (ricordate l’interminabile discussione sulla mancia alla cameriera?), in effetti, la storia non è proprio di quelle mai sentite prima: ragazza ex cattiva e iper ginnica moltiplicato per strage di famiglia uguale a vendetta a tutti costi. Ma la mancanza dei dialoghi, riassumibili in “yaaaaa uiiii ya ya ya”, è comunque compensata dalla pura bellezza delle pellicola e la storia è ben costruita con i tipici salti temporali alla Tarantino. Insomma, dato che di questo film lui è lo sceneggiatore, il regista e il produttore, ti viene da pensare: se io avessi la possibilità di fare un film tutto mio, senza dovere scendere a compromessi con nessuno, cosa ci metterei dentro? Io ci metterei tutti quei film che mi sciroppavo da bambina e con i quali sono cresciuta e che adesso ti capita di vedere solo su qualche televisione privata, ma anche i cartoni, naturalmente, quelli che hai avuto la brutta sorpresa che adesso Cristina D’Avena ne canta la sigla. Di quei cartoni ci butteresti dentro qualche personaggio classico, tipo la scolaretta con la divisa ma mooolto incazzata, e il ristoratore giapponese con il baffetto che faceva le frittate colorate ma, qui, è anche un insospettabile ex costruttore di spade micidiali, poi anche un po’ di western all’italiana, di quelli che tuo padre ti ha fatto vedere mille volte e infine…tuutta la tua musica preferita. Ecco allora pensi che Quentin deve aver fatto più o meno così, e si deve essere pure divertito un sacco tanto che gli è scappata la mano e la Miramax ha dovuto dividere il film in due parti. E adesso alzatevi da quella poltrona, non potete nutrirvi di cipster fino a febbraio e poi rischiereste di vedere l’ultima genialata dei fratelli Vanzina! Cinzia

Gus Van Sant

Cominciamo dal titolo: Elephant si riferisce a una parabola buddista. C’è un re che riunisce in una piazza i ciechi del villaggio e li mette dinanzi un elefante chiedendo loro di descrivere cosa hanno di fronte. Naturalmente ognuno di loro ha un opinione diversa e alla fine cominciano a litigare divertendo il re. L’insegnamento che ci dà questa parabola è che il dialogo è la chiave per risolvere le questioni. Da questo piccolo preludio si può già in parte capire l’intento del film di Gas van Sant e cioè quello documentaristico, non in senso classico naturalmente, ma la cronaca vista da un occhio parziale, da una prospettiva dettata da una steady che segue il frammento di alcune vite. Un punto di vista su ciò che nel 99 è successo nel liceo di Colombine negli Stati Uniti. Storia già raccontata da Micheal Moore in “Bowling a Colombine”, storia dalle mille chiavi di lettura, un fatto di cronaca che fa pensare al fanatismo americano per le armi, forse lo specchio del disagio giovanile, della pressione sociale, insomma tante cose. Gus Van Sant non sceglie una chiave di lettura, nel suo film non c’è morale, non c’è schieramento ma cronaca di una giornata qualsiasi, in un posto come un altro, dove a un certo punto succede qualcosa, succede che due ragazzi fanno irruzione armati di tutto punto all’interno del liceo e cominciano a fare fuoco. Certo i due ragazzi sono un po’ nerd come un’altra tradizione cinematografica ci ha insegnato, in un ambiente dove bulimiche bellezze fanno da contorno alla love story tra l’adone giocatore di football e la sua maliziosetta compagna ma tutto questo non spicca come una denuncia in mezzo alle altre storie difficili appena abbozzate dal regista. Tutto sembra normale, noiosamente normale, a tratti inquietante nelle lunghe carrellate nei corridoi, o nelle riprese di un cielo che scandisce il tempo che passa (bellissimo). Normale suonare Beethoven (preparazione all’ultraviolenza di scuola Kubrick) aspettando che il postino recapiti i fucili, normale guardare un documentario sul nazismo, normale darsi un bacio (omo) mai dato prima della probabile fine di tutto. Tutto calmo, niente musica, silenzio nei corridoi finché non parte il primo colpo, finché non comincia la caccia, assurda, esaltante, inspiegabile o fin troppo. Osvaldo


Ero così che

mi

ubriaco ubriacai

Alle feste c’è sempre bisogno di uno che non beve, non fuma, resta lucido e, dopo avere bevuto un caffè, riporta gli altri a casa sani, salvi e ubriachi. Quello da sempre non sono io, Pierpaolo. Non sono io perché sin da piccolo, tutti quelli che mi conoscono lo sanno, ho deciso di fare del bere la mia professione di vita, il mio ineliminabile biglietto da visita, la mia imprescindibile missione, il mio incontestabile e incontrastabile (a volte inconfessabile) ruolo sociale. I gestori dei locali mi conosco come la spugna assassina, che uccide birra e vino trangugiando senza sosta e per molte e molte ore senza effetti collaterali. Si, perché ormai la pratica (l’allenamento è tutto nella vita lo dicono anche i campioni olimpionici) ha spostato la soglia della mia ebbrezza a otto litri di birra e due di vino rosso (il vino bianco non rientra tra gli alcolici). Mi ubriaco ma con moderazione. Bevo ma nel rispetto dei miei record che tento sempre costantemente di battere. Ricordo ancora come, quando e perché ho iniziato questa pratica. Le prime volte era solo per andare contro. Contro i genitori, contro le regole, contro la scuola, contro la morale, contro il proprio fisico che infatti si ribellava ed esternava in maniera liquida le sue perplessità. Le seconde volte iniziava ad essere un piacere. Erano un piacere la compagnia, la ragazza, i miei amici, la gara a chi lo fa di più, il gioco di società (patruno ha risolto molte serate), la chitarra e lo spinello, i primi falò e i primi inutili approcci sessuali. Le terze volte iniziava anche ad essere una pratica solitaria o per pochi intimi, così solo per passare in casa una serata. Le quarte volte era solo per dare una risposta violenta alle mie disavventure, agli amori falliti, alle frustrazioni di studio o di lavoro, a quella ragazza che amavo tanto ma che non corrispondeva e non rispondeva ai miei timidi ammiccamenti, alle mie false dichiarazioni, alle mie lettere, alle mie serenate. Ora mi ubriaco (e non riesco a comprendere la razionale ritrosia di alcuni miei amici bigotti e masochisti) perché da ubriaco possono succedere cose strane e straordinarie: puoi dire la verità svincolandoti da quelle gabbie che la società spesso ci impone e puoi dichiarare il tuo amore (finto o vero non ha importanza) a quella ragazza che notavi da tante settimane; puoi anche sorridere con sguardo ebete e stare in questa posizione per ore senza che nessuno possa intuire quello che ti sta attraversando la testa oppure puoi divenire molesto e continuare a ripetere la stessa o le stesse frasi per decine di minuti. E poi vuoi mettere il rientro a casa. Tornare e sperare che i tuoi stiano dormendo, che la mamma non sia lì in vestaglia ad aspettarti e a chiederti nel tuo delirio di sensi e sensazioni “che cosa hai fatto, dove sei stato”. Vuoi mettere la ricerca spasmodica delle chiavi, del buco della serratura, del corridoio (le porte in certi casi sono sempre troppo strette e i mobili crescono la notte), della porta della tua stanza, del tuo stesso movimentato letto (ovviamente a vino). E poi appena steso, appena la tua testa poggia il cuscino il ritorno a bisogni inquietanti con qualcosa dentro che spinge per venire fuori, da tutte le parti e che tu reprimi e spingi sfruttando la forza di gravità. Solo pochi istanti prima di crollare.

Ero così sobrio che mi sobria

Alle feste c’è sempre bisogno di uno che non beve, non fuma, resta lucido e, dopo avere bevuto un caffè, riporta gli altri a casa sani, salvi e ubriachi. Quello sono, da sempre io, Dario. Io personalmente non capisco cosa ci sia di tanto bello nel lasciarsi andare a tal punto da ridursi a piccoli stracci striscianti e vomitanti. Ho visto gente combinarsi veramente male, e un sacco di volte, mi è toccato stare lì a fare da infermierina, aiutarli anche a vomitare infilandogli le mie dita in gola, che schifo. Sono lì che passano intere serate a bere, come se l’unico scopo fosse quello di ubriacarsi. Poi quando sono tutti ubriachi stanno lì, ridono e scherzano, e io mi annoio. E quando ci sono ragazze, e si ubriacano anche loro, ridono, scherzano, si baciano, si toccano, ballano, e io mi annoio. Io non capisco che cosa ci sia di bello nel bere fino ad ubriacarsi. Per la verità a me non mi piace proprio bere. Le feste che odio di più sono San Martino e la festa del vino di Carpignano. Sono giornate consacrate all’ubriacatura di massa, per uno come me non c’è proprio niente da fare. Rimango come un cretino in un angolo, finché l’ultimo dei guerrieri non crolla sotto i colpi della rossa bevanda. Passo le serate a chiacchierare con i pochi e le poche sventurati come me che sono astemi. Ma non sempre è così brutta come sembra. Più di una volta mi è capitato di passare intere serate seduto su un divano con splendide fanciulle a sorseggiare cocacola - la bevanda più psicotropa che mi concedo – e chiacchierare amorevolmente del più e del meno. Adoro lo sguardo languido con cui mi chiedono: “posso sorseggiare dalla tua cannuccia?”. Io, se voglio, riesco a divertirmi tantissimo anche senza bere. Posso mangiare, ballare, cantare, parlare, ridere, scherzare. Tutto questo senza avere bisogno, come tanti sembrano averne, di bere intere bocce di vino o altre schifezze alcoliche.


Incontro Ippolito Chiarello in un bar a caso del centro di Lecce, un posto dove né io né lui siamo mai stai: il Caffè Letterario, tanto per cambiare. Conosco Ippolito da tanto tempo, ma nonostante questo dopo un po’ che rispondeva alle mie domande mi sono annoiato. È per questo che l’intervista viene troncata bruscamente. Ippolito Allora parlami un po’ di te Dario No sono io che devo fare l’intervista. Dunque, a te da dove questa passione nel subire interviste? I Eh, da dove nasce, è un modo per raccontarsi che non è solo privato ma consiste nell’aprirsi anche agli altri. D E di solito come fai fermi le persone per strada? I Sì adesso sono in questa fase. Fermo le persone e gli dico senti perché non mi fai un’intervista? Perché non mi chiedi un autografo? Ma mi fermano solo i vigili. D Ti fermano solo i vigili. Sì, come si chiama il tuo gatto? I Non ho un gatto D Sì ma come sio chiama? I Gaetano D Bello! I Sì è un nome che mi piace molto D Tu notoriamente sei un bello (ridacchia modesto) Come mai non hai ancora fatto un calendario? I Guarda non ho fatto ancora il calendario perché c’ho problemi di dimensioni per il formato delle foto D Non entra il naso I Esatto. Ma anche altre parti D Il naso. I Sì D Però puoi fare un calendario con un unica foto per i dodici mesi I Sì un’unica foto che parte dall’attaccatura del naso fino alla punta. Sì l’idea è molto sensuale. D Quante donne hai avuto? I Quante donne ho avuto... Allora, ne ho avute due vere. D E le altre erano bambole gonfiabili? I No, nel senso... Allora, vediamo... io avevo diciotto anni, lei ne aveva quattordici D Fai schifo! I (ride) No, io mi innamorai follemente di questa ragazza. Proprio follemente. La inseguii per due anni ma lei era sempre molto... Saremmo stati tre giorni insieme in due anni, ma ricordo quel periodo come il più emozionante della mia vita. Poi ho avuto una ragazza per nove anni. Ma la cosa importante è che a me lusinga molto l’amore, l’attenzione delle donne, del sesso femminile nei miei confronti. Ma non solamente come narcisismo, devo dire la verità, ma proprio per questo amore un po’ diverso, un po’ strano da definire. Io non le considero una serie di conquiste, di cui alla fine non rimane nulla, ma è proprio questo modo differenti di amare una persona, cioè di amarla, sempre, fino in fondo. Nessuno degli incontri per me è futile, sono tutti incontri da cui io ho avuto molto e spero di avere dato molto. Io credo molto in un sentimento che si chiama amore, ci ho fatto pure uno spettacolo. D E come si chiama? I Oggi sposi. D hai mai pensato di mettere in scena il Don Giovanni? I mah, in fondo Oggi sposi è un po’ anche questo, e va anche in direzione di un filone che sto scoprendo all’interno dello spettacolo, di una mia storia che è un po’ vicina a questa filosofia, se vogliamo chiamarla così, che cerca di venire fuori... A questo punto mi annoio, spengo il registratore e vado a bermi una birra, tanto i nomi di tutte le donne con cui è stato non ha voluto dirmeli. dario


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Berlino, 1982

Saltando di muro in muro “Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell’est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziarono a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che attraversava tutta la città, che divideva le famiglie in due e tagliava la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l’ordine di sparare su tutti quelli che cercano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta striscia della morte. La sera del 9 novembre migliaia di persone si riunirono all’est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati. Ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall’altra parte del muro, all’ovest, con ansia e preoccupazione. Nell’incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l’ordine ai soldati di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall’est e dall’ovest, scavalcando il muro, si incontrarono per la prima volta dopo 29 anni”. “Era aprile 2002 quando il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon diede l’avvio alla progettazione di una barriera di separazione che doveva essere costruita nel nord della West Bank e nella zona di Gerusalemme. La motivazione apportata era la difesa dal terrorismo. Nelle previsioni la “barriera” doveva essere lunga circa 350 km, alta 8 metri e prevedeva una zona “cuscinetto” larga dai 30 ai 100 metri. La barriera era costituita in alcune zone da un muro vero e proprio, in altre zone da una rete di filo spinato; il tutto ovviamente corredato da torri di controllo militari, telecamere, sensori, filo elettrico, ecc. Il muro di Berlino era lungo 155 km (1/5 di quello nella sola Cisgiordania) ed alto 3.5 metri (meno della metà di quello in costruzione in Palestina). Se portato a termine, il muro dividerà la West Bank in tre zone separate e non comunicanti tra loro. Inoltre, continua la costruzione del muro intorno a Gaza”. Ci stupisce quello che possono rappresentare nella testa di un uomo di trent’anni delle piante di capperi. Ma non piante di capperi qualunque. Sono quelle che vedeva da bambino rientrando a Lecce con la sua famiglia. Sono le piante di capperi che ricoprivano come una cortina verde le mura all’ingresso della città. Scendevano a cascata e d’estate si ricoprivano di splendidi fiori bianchi. Sembrava che stessero lì da sempre, che fossero nate con quelle mura. Stupisce come delle semplici foglie verdi possano diventare, deformate dal ricordo, il simbolo di una città. Oggi quell’uomo ha trent’anni e rientrando a Lecce e alzando lo sguardo di fronte a sé incontra un muro alto, imponente. Un muro che rappresentava la difesa di una città contro i nemici che venivano dall’esterno. Un muro che poi ha rappresentato la difesa di una città contro i nemici che vivevano all’interno di quella fortificazione trasformata in istituto di pena. Oggi quel muro esiste perché è bello. Ma a quell’uomo i muri piacerebbe buttarli giù o colorarli o renderli altro da barriere invalicabili. Oggi quell’uomo sogna che tutti i muri della sua città e del mondo si trasformino in giardini verticali, verdi e colorati. Sogna che si trasformino in tendine, in delicati veli che non nascondano ma rendano tutto più piacevole. (Le informazioni sul muro di Berlino e sul muro in Palestina sono tratte rispettivamente da: http://www.viaggio-in-germania.de/muro-berlino.html http://www.sci-italia.it/sezioni/sezpale/Muro.html) dario


Coolclub.it (Novembre 2003)