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Camminando con fede 1 2006

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notiziario delle suore di santa marta


Editoriale 3

Titolo editoriale

In missione 20

la Redazione

21 Parola di Dio 4

Gesù Risorto è il “sì” di Dio

22 24

Ama e dillo con la tua vita

Saggezza pedagogica Alberto e Mariola Lombardini

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Sui banchi - parte seconda Giulia, Chiara, Alberto

suor Damiana

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Conoscere un santo... Andrea Ferrati

Attualità Deus Caritas est

Tommaso... Thomas le insegnanti e i bambini di quinta

Card. Silvano Piovanelli

7

Un Maestro di umanità don Bartolomeo Stellino

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M.S.

Una Betania che accoglie piccoli “tesori”... la Comunità

Spiritualità e carisma

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Piove... ma come piove Laura Mazza

11

Giorno di gioia e di fraternità la Comunità di Trivandrum

31

Quando l’alunno sale in cattedra Nicoletta Ballabio

12

“Non fotografia ma film della vita” le Suore partecipanti agli incontri

La parola a... Madre Antonia 14

La vita rinasce sempre

Pagine aperte 33 34

18

Giudizio-razionalità-sentimento: tre cerchi da regolare

35

suor Giuseppina Ingenito

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19

Madre Paola Ruggeri

Serate Emmaus al S. Marta la Comunità

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Libero pensiero... in una società globalizzata Vivi

Frammenti di santità

Notiziario delle suore di santa marta

Claudia... una come noi Giacomo Meninni

L’angolo degli amici di Betania suor Imelda Tani

Un giorno di festa e di gioia a “Casa San Giuseppe” una mamma

Percorsi di formazione 16

Il piccolo seme nonno Aldo

40

Andemm al Domm Ruggiero Delvecchio

41

Testimone di un evento: “Venite e vedrete” suor Francesca Verdorfer

Via V. Orsini, 15 00192 Roma

43

Quadrimestrale Anno LXIV

Gli incontri degli “amici di Betania” a Milano Raffaella e Fiorenza

Redazione suor Cecilia, suor Cornelia, suor Damiana, suor Francesca, suor Mariana

Con l’affetto della memoria 45

La tua Comunità ti ricora così... Le consorelle di Settignano

Suore di S. Marta Via della Colonna, 34 - 50121 Firenze Tel. 055.2478051/2/3 scuolasmangeli@tiscali.it

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Stampa Àncora Arti Grafiche - Milano Progetto grafico Fabio Bergamaschi

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Desde el Cielo continúa enseñándonos a leer... sor Adriana Gajardo

Ricordo di Monsignor Macchi Giorgio Basadonna


Editoriale

La Redazione

Prendi il largo! nell’omelia tenuta in piazza San Pietro il 3 aprile, ha detto tra l’altro: «Testimone di Cristo nella sofferenza, amante dell’uomo considerato via della Chiesa, radicato nella preghiera e nella devozione a Maria, Giovanni Paolo II ha dato speranza al mondo a cavallo di due secoli… Questa sera il nostro pensiero torna con emozione al momento della morte dell’amato pontefice, ma al tempo stesso il cuore è come spinto ad andare avanti. Sentiamo risuonare nell’animo i suoi ripetuti inviti ad avanzare senza paura sulla strada della fedeltà al Vangelo, per essere araldi di Cristo nel terzo millennio… Negli ultimi anni il Signore lo ha gradualmente spogliato di tutto per assimilarlo pienamente a sé. E quando ormai non poteva più viaggiare, e poi nemmeno camminare e infine neppure parlare, il suo gesto e il suo annunzio si è ridotto all’essenziale: al dono di se stesso fino all’ultimo respiro». Karol Wojtyla ha amato la vita e ogni persona, sempre! Noi con la nostra preghiera, oggi come un anno fa, vogliamo restituirgli un po’ del molto che ci ha donato. Vogliamo diventare annunciatori del vangelo, aperti al dialogo, capaci di cercare e di percorrere vie di riconciliazione e di pace. Ascoltiamo ancora la sua voce ferma e forte che ripete alla Chiesa e a ciascuno di noi: “Prendi il largo”. Sì, perché il cammino continua e noi siamo certi di non essere mai soli!

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U

n anno fa, il 2 aprile 2005, Giovanni Paolo II se n’è andato incontro a Cristo e Piazza San Pietro è diventata il palcoscenico del mondo. La sua morte è divenuta occasione planetaria di pianto, sì, ma anche di serenità. Mai prima di allora tanti occhi e tanti cuori, a tutte le latitudini della terra, sono stati fissi a una finestra dietro la quale un uomo esausto moriva sostenuto dalla preghiera, dal silenzio e dai canti di milioni di persone. “Lasciatemi andare alla casa del Padre” è stata l’ultima parola di una vita spesa nell’amore per Cristo e per l’uomo. Ora che Egli è arrivato in quella casa, possiamo solo tentare di immaginare la sua gioia e scegliere tra mille l’immagine con cui vogliamo ricordarlo. «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Queste parole, rivolte da Gesù all’apostolo Pietro, Giovanni Paolo II le ha fatte proprie, sentendole come riferite direttamente a se stesso, soprattutto in occasione dei diversi ricoveri al Policlinico Gemelli di Roma. Non possiamo non ricordare l’indomita volontà di portare a compimento con fedeltà e dedizione la missione ricevuta di guidare la Chiesa e il coraggio di abbracciare fino all’ultimo la croce della sofferenza per partecipare con Cristo alla salvezza del mondo. È bello ricordare la sua figura a un anno dalla sua scomparsa con gli stessi sentimenti con cui era stata accompagnata la sua morte. Il primo a farlo è stato Benedetto XVI che,


Parola di Dio

Gesù Risorto è il “sì” di Dio Q

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uanto viene scritto su una rivista, anche se si tratta della rivista di una famiglia religiosa, è come un seme gettato nel vento, non si sa dove cade. Ma chiunque tu sia che leggi queste parole, sappi che sono per te, per me, per tutti, e portano una certezza che può trasformare ogni buio in luce e ogni tristezza in canto di speranza. Sono rimasto toccato dalla riflessione del Card. Kasper: «la Risurrezione di Gesù non è soltanto l’opera escatologica e decisiva di Dio, ma anche la sua autorivelazione degli ultimi tempi. In essa si manifesta, in modo definitivo e insuperabile, il vero essere di Dio. Egli è Colui che con la sua potenza domina sulla vita e sulla morte, sulle cose che sono e su quelle che non sono, Colui che è amore e fedeltà creatrici, potenza della vita nuova, Colui del quale ci si può dunque fidare anche quando tutte le umane possibilità si infrangono. La Risurrezione è la rivelazione del regno di Dio annunciato da Gesù: in questo atto Dio ha dimostrato la sua fedeltà e si è definitivamente identificato con Gesù e con la sua causa. La fede pasquale non è quindi un’appendice alla fede in Dio e nel suo figlio Gesù: essa è il compendio e la quintessenza di questa fede». L’interrogativo che si impone ad ognuno di noi in questo tempo, che è la pienezza dei tempi, è lo stesso che Gesù pose a Marta, la

sorella di Maria e di Lazzaro: «Credi tu questo?» (Gv. 11,26). Perché tutto sta o cade con questa fede. Come ha scritto l’apostolo Paolo ai Corinzi, il Figlio di Dio è stato – ed è! – il “si” di Dio all’umanità intera e a ciascuno dei suoi figli: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia , ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il suo figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv. 3,16-17). Davvero non puoi chiedere di più: e Dio non può darti di più! Con Gesù,Verbo fatto uomo, Egli ha raggiunto il limite ultimo delle sue possibilità: non può dirti di più, non può darti di più. Il suo “si” di amore, di verità, di pace, di gioia non è fatto di parole, non è una vaga speranza, non è una semplice promessa. Il suo “si” è un “fatto”, un “avvenimento”. È una persona: Gesù Cristo, morto e risorto per te e per tutti, è il Vivente che sta al tuo fianco. Il nostro amato Papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica “Deus caritas est” scrive: «Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, Egli ci viene incontro, cerca di conquistarci fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto e alle grandi opere mediante le quali Egli, attraverso l’azione degli Apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente e continua a


del Card. Silvano Piovanelli

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Parola di Dio

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guidarla anche oggi, non è mai rimasto assente… Egli per primo ci ha amato e continua ad amarci per primo: per questo anche noi possiamo rispondere con l’amore». Dunque, Egli è alla porta. Lasciati invadere e riempire da questo “sì” di Dio. E diventa tu stesso, diventa tu stessa un “sì”! È proprio Gesù che vuol portarti su questa strada. Come hai inteso all’inizio della grande settimana, Gesù “innalzato vuole attirare tutti a sé”. Ma solo il servizio al prossimo apre gli occhi su quello che Dio fa per te e su come Egli ti ama. Infatti, come dice ancora il Papa nella sua enciclica, «amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio». Gesù ci trascina in questa donazione concreta e totale al Padre e con la sua esperienza pasquale ci garantisce che tutto diventa grazia, vita, pace, gioia. È un’autentica esperienza di risurrezione. Infatti, come dice l’apostolo: «siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv. 3,14). La finale autentica dell’evangelista Marco – come abbiamo ascoltato durante la celebrazione della Veglia pasquale – è impressionante e inaspettata: «fuggirono dal sepolcro, perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Mc. 16,8). Questa finale contiene un messaggio per noi, un avvertimento serio per l’oggi.

Non avere paura. Perdendo tutto per amore, tu acquisti il centuplo di quello che hai donato e hai la vita eterna in eredità: Il Risorto ti trascina in questa avventura stupenda, che colora di risurrezione la tua esistenza. Ed è così che tu non rimani chiuso nel tuo silenzio, ma annunci la Pasqua. Chi ama perché Dio lo ama, chi ama concretamente il fratello o la sorella che ha vicino o che incontra per caso, chi ama senza domandare ricambio, chi ama anche quando deve rimetterci tempo ed energie, chi ama e perdona anche colui che non è amabile e ci volta le spalle, è testimone della Pasqua, che segna la sconfitta del peccato e della morte, dell’indifferenza e dell’egoismo. La Pasqua è il trionfo dell’amore-agape. Quando vedi l’amore vero, tu vedi la Pasqua, tu avverti che la luce del Risorto è capace di illuminare ancor oggi la storia più triste e rovesciare la pietra di qualunque sepolcro. Occorre soltanto che tu vegli, che tu non abbia paura della parola che Gesù disse a chi voleva seguirlo: «rinnega te stesso» – cioè muori a te stesso, al tuo interesse, al tuo potere e al tuo piacere – «prendi la tua croce» – per essere innalzato fino a me – «e seguimi»: seguimi, amando sino alla fine, cioè senza limiti e condizioni, e farai l’esperienza della Pasqua, cioè dell’Alleluja che accompagna dolcemente i nostri passi di pellegrini ed è preludio dell’inimmaginabile gioia della patria celeste.


Attualità

Deus caritas L est

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di suor Damiana

a prima enciclica di Benedetto XVI è un documento eccezionale che richiede ad ogni cristiano, ma penso ad ogni uomo di buona volontà, un responsabile e adeguato approfondimento. Lo scopo principale della proposta del Papa è contenuto nel n°39 del documento: «L’amore è possibile e noi siamo in grado di praticarlo perché creati a immagine di Dio. Vivere l’amore in questo modo fa entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente enciclica». Anzitutto: l’amore è possibile. Sembra tutto scontato ma sappiamo che non è così. Soprattutto non lo è per tante persone che non hanno fatto esperienza del vero amore e quindi non hanno neanche un vocabolario adeguato per poterne parlare. Il Santo Padre ne parla a lungo premettendo una chiarificazione sul significato della parola “amore”. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1). Dunque senza incontro non c’è alcuna possibilità di conoscere e sperimentare l’amore. Dio infatti ha stabilito una relazione con noi per colmarci d’amore, dando a tutti la capacità di traboccare d’amore. L’amore è quindi possibile perché ci è stato fatto dono di vivere delle relazioni. È questo lo scopo prima-


Attualità

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rio che Benedetto XVI si prefigge con la sua enciclica, convinto che la strada maestra che permette anche oggi alla luce di Dio di entrare nel mondo è ancora l’amore. Un amore che il Papa non teme di esprimere con linguaggi e contenuti delle varie culture umane, accettando la sfida lanciata al pensiero cristiano da personaggi non certo benevoli verso la Chiesa. Stupisce il fatto che un documento della Chiesa cattolica citi con tanta spontaneità autori pagani o comunque profani e ne assuma con serietà definizioni, obiezioni e proposte. Leggere in una enciclica papale: «fra l’amore e il Divino esiste qualche relazione, perché l’amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro essere». Un’affermazione profondamente cristiana inserita in un contesto di rivalutazione dell’eros, è qualcosa che sorprende tutti, credenti e non credenti. Grazie alla risposta che il Papa fornisce a chi aveva accusato il cristianesimo di aver avvelenato l’eros, tutti possono accogliere l’insegnamento di un Papa che con severità avverte: la via di un’autentica rivalutazione dell’eros non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall’istinto. Sono necessarie infatti purifica-

zioni e maturazioni che passano attraverso la rinuncia, senza che questo sia inteso come rifiuto dell’eros, ma piuttosto come guarigione in vista della sua vera grandezza (cf n. 5). Alla sensibilità particolare verso la cultura semplicemente umana Papa Benedetto accosta la luce della rivelazione ebraico-cristiana che permette all’amore di manifestarsi come scoperta e cura dell’altro. (n. 6) Conclude il Papa: «In realtà eros e agape – amore ascendente e amore discendente – non si lasciano mai separare l’uno dall’altro». (n. 7) E aggiunge con saggezza: l’uomo non può vivere esclusivamente di amore oblativo, non può sempre e soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuole donare amore deve egli stesso riceverlo in dono. Da qui l’indispensabile richiamo alla contemplazione intesa come ritorno costante alla fonte di ogni dono perfetto nella prolungata preghiera. Il ricordo di Gregorio Magno, che sembra aprire uno spiraglio sulla personale esperienza pastorale di Papa Benedetto, può suggerire anche a noi un metodo per svolgere il nostro servizio apostolico: «Il pastore buono deve essere radicato nella contemplazione: Solo in questo modo infatti gli sarà possibile accogliere le necessità degli altri nel suo intimo, cosicché diventino sue…». Leggendo queste parole, ho pensato al nostro Padre Fondatore, il beato Tommaso Reggio, che passava lunghe ore in preghiera davanti al SS. Sacramento per bere alla sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore, e divenire così anch’egli sorgente di acqua viva per quanti lo avvicinavano. Questo ha raccomandato anche a noi, sue figlie, perché la nostra accoglienza e il nostro servizio sgorghi dall’ amore di Dio. Deus caritas est!


Ama e dillo

di M.S.

con la tua vita e varie Chiese, evocando fratellanza, pace e speranza. Il suo sguardo terso, sguardo di chi è in intimità con Dio, che punta direttamente al cuore e stupisce, affascina e convince, è l’eredità più visibile di Fr. Roger. L’eredità più nascosta invece è racchiusa nella piccola parola “confiance”, che in lingua francese ha diverse sfumature e in italiano può essere resa tanto con “fiducia” quanto con “affidamento”. Questa parola “chiave”, anche se non facile, contiene un invito, una chiamata: accogliere semplicemente l’amore che Dio ha per ciascuno di noi, vivere di questo amore e assumere tutti i rischi 9 Camminando con fede 1/2006

“Allargare una speranza”: il tema dell’incontro europeo dei giovani, tenutosi a Milano dal 28 dicembre 2005 al 1° gennaio 2006, promosso dalla Comunità di Taizé, è stato tratto dall’ultimo messaggio di Frère Roger che nella sua lettera “incompiuta”, dice: «È la pace del cuore che permette di volgere uno sguardo di speranza sul mondo». È la speranza dunque la chiave di lettura di questo incontro, il primo senza Fr. Roger, lui che vent’otto anni fa iniziava il “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”, incontro annuale dei giovani all’inizio di ogni nuovo anno. Uomo di fede, affabile e sempre gioioso, seppe mettere in pratica fino in fondo la Parola evangelica e spese l’esistenza cercando il dialogo con cattolici, luterani, ortodossi,


Attualità

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che questo comporta. L’abbandono fiducioso in Dio non è frutto di arrendevolezza o di irrazionalità, è al contrario frutto di un sano esercizio della ragione e di una lotta non indifferente. Questo modo di presentare il cristianesimo piace ai giovani che di solito disertano le chiese ma affollano Taizé. Essi, assetati di assoluto, nella prolungata preghiera che stupisce anche loro, scoprono il silenzio, lo gustano e se ne innamorano. Confrontano le domande della loro giovane età con le risposte che Gesù offre e scoprono cosa significhi vivere con sobrietà e sperimentano la solidarietà fra persone diverse per lingua, cultura, colore della pelle e modi di pregare l’unico Dio. È questa l’esperienza profonda maturata dagli oltre cinquantamila giovani convenuti da quarantasei nazioni per il raduno di Milano, in una fredda giornata di dicembre, sotto la neve che scendeva lenta e silenziosa sulla città ancora addormentata. Il Cardinale di Milano, Mons. Dionigi Tettamanzi, nel suo intervento durante l’incontro ha detto tra l’altro: «… Fr. Roger nella sua lettera “incompiuta” ci ricorda che il Signore ci ama e vi invita ad aprirvi per accogliere il “Cristo di comunione” che ci colloca su un percorso di speranza: Dio non ci lascia mai soli!… Questo incontro di Taizé a Milano è per tutti una tappa significativa nel cammino inarrestabile della speranza». Ricordando Frère Roger con gratitudine per quanto ha lasciato alla Chiesa e ai giovani, in particolare con la sua vita spesa per l’unità e la riconciliazione,vogliamo far nostre le parole di Sant’Agostino che egli ripeteva spesso negli ultimi tempi: «Ama e dillo con la tua vita».


Spiritualità e carisma

l 21 gennaio, festa di S. Agnese, è stata per noi la giornata della gratitudine, della gioia e della fraternità, perchè due delle nostre novizie hanno emesso i Santi Voti davanti alla Chiesa, circondate dai genitori, parenti, amici, consorelle delle quattro comunità che tengono vivo il carisma di Tommaso Reggio in India, e soprattutto dalla presenza affettuosa della nostra carissima Madre Francesca. La solenne Concelebrazione di tredici Sacerdoti provenienti da varie parrocchie della foranía e dal paese delle novizie, era presieduta dall’Arcivescovo di Trivandrum Mons. Soosa Pakiam. Durante l’omelia il Vescovo ha messo in luce le virtù di Santa Agnese, che non esitò ad abbracciare il martirio per amore del suo Sposo e per mantenere la parola data. Riferendosi alla prima lettura tratta dal profeta Osea, ha sottolineato che la Santa era stata “sedotta” dal Signore, invitando le due novizie ad amare Gesù seguendo l’esempio di questa vergine martire. Sia la celebrazione che l’agape fraterna a cui hanno partecipato parenti e amici si sono svolte con gioiosa semplicità come a Betania.

di Trivandrum

Il ricordo di quel giorno è stato arricchito dalla presenza di Madre Francesca, appassionata missionaria dell’India, che la Madre Generale ha inviato come sua delegata perché sentissimo vicina la nostra Famiglia religiosa sparsa nel mondo . Madre Francesca, Maestra di noviziato delle più “vecchie” di noi, si è trattenuta solo un mese ma ha lasciato un segno “di amore nella verità”. Ha tenuto alcuni incontri sul progetto di evangelizzazione e ha sottolineato, con molti esempi della vita quotidiana, l’importanza del volerci bene e di essere vere e trasparenti nelle nostre relazioni. Il nostro GRAZIE al buon Dio, che ci ha fatto il dono di queste due Sorelle e ci dimostra il suo tenero amore per noi tramite l’attenzione e l’amore dei nostri Superiori. Un grazie alla Madre Generale che ci segue costantemente, desiderando sempre il nostro bene e la nostra santità di vita e ad ogni consorella, che ci sostiene con il dono prezioso della preghiera, che non conosce distanze di spazio e di tempo e arriva direttamente al cuore del Padre celeste.

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Giorno di gioia e di fraternità I

la Comunità


Spiritualità e carisma

“Non fotografia ma film della vita” S

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ollecitate da questa espressione di Don Gero, uno dei due relatori che hanno guidato l’incontro di spiritualità 2006 tenuto a Querceto, ci accingiamo a ricordare in modo dinamico alcuni flash di vissuto particolarmente significativi, che, ciascuna delle partecipanti ad uno degli incontri, ha detto di aver maggiormente interiorizzato. Durante questa sosta, in cui è data la possibilità di fare esperienza di Dio per percorrere sentieri nuovi con spirito ritemprato, vi è anche l’opportunità di godere di tempi di fraternità, vissuti nella gioia, nella serenità, nello scambio di esperienze, idee, opinioni. I doni di ogni Suora messi in comune sono motivo di arricchimento reciproco, sollecitano la gratitudine verso l’Autore di ogni bene, aiutano ad alimentare la comunione fraterna e ad instaurare relazioni più autentiche e profonde.

Il tema dei due incontri, in sintonia con il nostro progetto di evangelizzazione di quest’anno era così espresso: “La carità, intessuta di verità illumina, fa intravedere la strada delle autentiche relazioni umane e permette di riconciliarci con noi stesse, con Dio e con gli altri”. Nei due incontri entrambi i sacerdoti hanno fatto riferimento alla I lettera di Paolo ai Corinzi, già oggetto delle nostre riflessioni comunitarie. Si è parlato della necessità dell’apporto di ciascuna per far procedere la costruzione della Comunità, che non è un edificio, ma una piccola chiesa, perennemente in cantiere sempre aperto e sempre in opera che richiede da tutte impegno e fatica, ma che porta frutti di serenità e di gioia. Ma che cosa non è una comunità? • non è il luogo di gratificazione dei bisogni dei singoli membri. Bisogna animare spiritualmente elevare, guidare; • non è il luogo di rifugio per le anime paurose, stanche; • non è un rimedio alla solitudine, ma è per realizzare un progetto di santità. E allora che cos’è una comunità? È il luogo dell’esperienza di Dio e della comunione con le sorelle. Si tratta di due poli che si attraggono e si completano: Dio e la comunione fraterna. La Comunità va costruita sotto il segno della Croce. Nella Comunità la Comunione è il punto di arrivo, la Croce è la strada per arrivarci co-


le Suore partecipanti ai due incontri di Spiritualità

Allora il grande peccato qual è? Dimenticare che tutto è grazia! L’orizzonte da non dimenticare è la radice della nostra vita. Sono figlio amato, perdonato; sono debolezza amata. Dall’ingratitudine infatti nasce il lamento, il risentimento ; dalla gratitudine nasce la Chiesa che è unione, comunione, sintonia. Perciò alimentiamo la gratitudine, magari aiutandoci con un elenco dei doni ricevuti dalla natura, e dalla famiglia e dalla comunità religiosa. Divisione è il peccato di chi non sa più gioire del bene degli altri. Nasce dal dimenticare il valore della Croce. Divisione è peccato contro il Signore Gesù che con la sua Croce” ha abbattuto il muro della separazione”. Sul piano delle relazioni il contrario della divisione, che nega la bellezza della diversità, è la “convivialità delle differenze”. Ben pregava S. Agostino dicendo: “Aiutaci ad essere raccolti, unificati in profondità di comunione”. Ricchezza non tanto in senso economico ma l’allusione è a una ricchezza carismatica che spesso rischia di essere superbia come nel caso del fariseo che prega al tempio con il pubblicano.

Qual è dunque la prospettiva? Stare a contatto con il nostro io reale, evitando da un lato il rischio di richiudersi nel quieto vivere e dall’altro vincendo la sindrome dell’andare oltre (io ideale). Che cosa fare per vitalizzare la comunione? Via principale alla comunione è lo stile della condivisione della Parola di Dio; infatti la condivisione dei doni è un primo segno di chiesa eucaristica da cui scaturisce l’agape. “Cesserà il dono delle lingue, la profezia passerà, finirà il dono della scienza, l’amore mai tramonterà.” Solo l’amore rimane. L’amore valorizza tutto, non azzera i doni di nessuno: essi sono accolti, purificati, valorizzati. Al termine degli incontri è stata offerta a tutte la possibilità di intervenire ed è stato un momento molto bello da cui è emersa la …varietà dei doni appunto! Per ottenere la “perfetta letizia”, cioè la conformità a Cristo, non dobbiamo fermarci alla fotografia, che immortala magari i momenti spiacevoli, ma vedere in “divenire” la nostra vita personale e comunitaria, come in una pellicola cinematografica in cui sono ripresi i momenti tristi e quelli lieti. Dopo questa sosta tonificante le Suore che hanno partecipato agli incontri, salutandosi nel tornare al loro servizio apostolico, si sono augurate di continuare a dare testimonianza dei colori dell’agape nella quotidianità, perché essa diventi il luogo della testimonianza del Signore Gesù.

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me ha sottolineato a Roma il Padre Terrinoni. Don Gero ha indicato tre situazioni che inquinano le relazioni e i rapporti, individuandole nella ingratitudine, nella divisione, nella ricchezza. Non crediamoci sapienti… Ci si può illudere di piacere al Signore perché preghiamo, perché abbiamo una impronta formativa solida, come era per i Cristiani della Chiesa di Corinto.


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La parola a...

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Madre Antonia

La vita

rinasce sempre Si rivela nell’indicarci qual è il “vero tesoro” dove attingere il sapore che dà gusto al vivere e dà senso alle nostre rinunce e alle nostre attese. Dovremmo allora essere capaci di leggere nel mondo di oggi tutti i segni della vita e della cura di un Padre amoroso. Il nostro Dio è un Dio “per l’uomo”, anche per l’uomo non amato, disprezzato, odiato… questa è la legge della vita secondo il comandamento dell’amore. Gesù non chiede solo di aprire gli occhi, di smettere di essere miopi, ma di conformarci a questo modo di vivere che forse ci rende “stolti” agli occhi del mondo, ma libere e felici. Dobbiamo sentirci portatori di una grande verità sempre, avere dentro la luce per non girare nei vicoli ciechi della comodità e della paura del domani. Dobbiamo essere certe che Lui è la strada e allo “snodo” della vita, a qualunque “passaggio”, lo incontreremo. Dio è la nostra forza! Per questo, pur nella nostra piccolezza, possiamo “modificare” la realtà. Sì, è così! La vita, che rinasce dentro di noi ogni giorno nell’incontro con il Vivente, diventa luce se noi non anneghiamo nel primo avvenimento o nella prima difficoltà, ma crediamo davvero nella fecondità della nostra missione di far rifiorire la vita, sempre!

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L

a vita rinasce, rinasce sempre! Questa affermazione, quasi scontata, continua ad avere dentro di me una risonanza profonda. Si parla tanto di vita, forse anche per “negarla” proprio mentre ci si atteggia a promotori della vita stessa: perciò, oggi, parlare di meraviglie, di miracoli di vita può apparire una provocazione o quanto meno far sorridere. Questo, però, non può accadere in una visione cristiana e autenticamente umana. Per noi, infatti, vita vera è quella che si lega alla nostra fede: per noi vita è ciò che “scoppia” anche dopo ogni morte. Il Dio d’Amore che “crea” ogni giorno e si rivela nelle sue creature, ci rende esultanti quando ci chiama ad essere suoi collaboratori nel far fiorire o far rinascere la vita attorno a noi; per questo dobbiamo sempre “rendere ragione della speranza che è in noi” (1Pt 3, 15). In questa nostra età “splendida” che spesso riduce ogni dimensione religiosa a “festa” da riempire in qualche modo, è necessario, forse indispensabile, ridarci un volto festoso per diventare umili e capaci di seminare vita, la stessa che Cristo ci fa “vedere” se la sappiamo vedere attorno a noi. La novità nostra sta nella sapienza che è dentro di noi: si tratta di una sapienza che nasce dalla fiducia in Dio che si rivela sempre, si rivela e ci insegna a vivere, serenamente abbandonati a Lui, liberandoci dall’affanno e dalle preoccupazioni sterili.


Percorsi di formazione

Giudizio - razionalità sentimento: tre cerchi A

nche quest’anno si è svolto l’ incontro di aggiornamento e di formazione per le Suore impegnate nella Scuola e del quale ringraziamo di cuore i nostri Superiori. Vi sono stati alcuni cambiamenti rispetto al passato; innanzitutto la suddivisione in gruppi per ordini di scuola, in secondo luogo la sede che è stata Chiavari per il gruppo della Scuola Primaria. Un altro cambiamento ci aspettava ancora: il nostro corso doveva essere guidato dal professor Cattaneo che, impossibilitato a intervenire per motivi di salute, è stato sostituito dal professor Montuschi, anch’egli conosciuto e molto apprezzato da tutte noi. Così, pur divise nei tempi e nei luoghi come ordini di Scuola, eravamo unite mediante un

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unico… “insegnante” il professor Montuschi, appunto, che ha affrontato il tema: “Relazione con gli alunni, genitori e docenti”. Stesso tema ma, naturalmente calato nelle diverse situazioni in cui noi maestre di scuola dell’Infanzia, della scuola Primaria e professoresse, ci troviamo a vivere e a operare. All’inizio il cambiamento di programma ci ha lasciato un po’ perplesse, ma al termine degli incontri siamo state contente di constatare che ci siamo arricchite riflettendo sulle nostre esperienze quotidiane di persone consacrate e di educatrici. Vi è stato lo sforzo iniziale di guardarci dentro, di vedere le nostre dinamiche di reazione e relazione, di scoprire come siamo e come


di suor Giuseppina Ingenito

da regolare

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nia nel nostro “Io”, rendendolo capace di gestire i tre cerchi-giudizio-razionalità, sentiredi cui ci ha parlato ampiamente il Professore, che ben gestiti creano armonia in noi e nelle nostre relazioni. Una certezza ci dà consolazione e forza per continuare: noi siamo fatti ad immagine di Dio, un Dio che è unità; lo Spirito, l’Amore, unisce le diversità, le valorizza non le distrugge. Possiamo così accoglierci a vicenda superando, attraverso il dialogo e l’aiuto del Signore, le difficoltà che non mancheranno nel nostro cammino di persone consacrate e di educatrici.

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vorremmo essere. Ancora una volta abbiamo compreso, spronate dalle domande del Relatore, come non sia sempre facile lasciarci interrogare dalle situazioni o dalle persone stesse con cui siamo costantemente a contatto: consorelle, colleghi, genitori, alunni. È indispensabile trovare positivi punti di incontro in cui crescere e dialogare. E questo lo vediamo in modo particolare nella Scuola dove la diversità è di casa ma che spesso è ancora vissuta come problema e non come ricchezza da valorizzare. Per noi la Scuola rimane ancora il luogo privilegiato per un dialogo costruttivo con gli alunni e i loro genitori. Ma, come è emerso dalle esperienze condivise durante l’incontro, genitori e docenti assumono spesso posizioni divergenti, rendendo difficile o addirittura impossibile una continuità educativa ed uno scambio proficuo, pur nella diversità di vedute che gioverebbe alla crescita integrale degli alunni. Quale strategia usare allora per rafforzare la relazione con tutti i componenti della comunità educante? Quando si tratta di trasmettere valori che fanno davvero crescere la persona, manifestiamo ciò che si pensa e rendiamoci disponibili al confronto, fatto di apertura, di fiducia, di ascolto, di comprensione. È necessario un continuo allenamento, perché spesso non ci sentiamo preparate, ma dobbiamo riconoscere di avere “una marcia in più”, come è stato sottolineato durante l’incontro. Questa marcia in più è la GRAZIA che agisce continuamente in noi e crea armo-


Percorsi di formazione

L’angolo degli amici di Betania

di suor Imelda Tani

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esideriamo presentare e far conoscere, nel suo evolversi, il progetto “Incontrarsi a Betania”. Perché è nato? A chi è rivolto? Durante il XV Capitolo generale delle Suore di Santa Marta del 2003, proprio nella fase culminante della riflessione sul carisma, sull’opportunità di estenderlo ai laici – dei quali il Beato Tommaso Reggio, nostro Fondatore, si era preso tanta cura – giunge una lettera di un’anziana maestra, la Signorina Borboni, nella quale si sollecita la creazione di una associazione con questo scopo. La Signorina Borboni a suo tempo aveva conosciuto le Suore di Santa Marta e recentemente aveva letto la ricca e preziosa biografia del Beato Reggio, scritta dal cardinale Tettamanzi, restando conquistata dalla figura di questo vescovo santo. L’invito viene interpretato come un incoraggiamento ad avviare un’ iniziativa già da tempo sognata. Da questo momento prende avvio il Progetto “Incontrarsi a Betania”. Perché “Betania”? Dal nome del villaggio dove Gesù si recava volentieri per una sosta ristoratrice nella casa dei suoi amici Lazzaro, Marta e Maria. «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro» (Gv 11,5). Ma… Betania è anche il luogo ideale dell’incontro con Gesù: Amico fra gli amici, nella re-

ciproca amorevole accoglienza, nel calore di una casa ospitale, dove è possibile sostare e ritemprarsi per ritrovare energie prima di riprendere il cammino della missione. Le suore di Santa Marta vivono le loro comunità come Betanie aperte… L’invito ad entrare è rivolto a quei laici che, attratti dal carisma dell’accoglienza e del servizio, si impegnano per crescere nella fede e nella carità operosa sull’esempio di Marta di Betania. Siamo ancora all’inizio del cammino, ma le prime esperienze incoraggiano a ben sperare.


Frammenti di santità Settignano, 29 aprile 1999 Carissima, siamo ancora nel clima radioso della Pasqua di Risurrezione: mi è caro offrirti il mio saluto e l’augurio più bello che può sgorgare da un cuore amico. Gesù Risorto sia per te ogni giorno: LUCE che guida i tuoi passi PACE che rasserena il tuo cuore GlOlA che si fa Speranza AMORE che intride la tua vita di Tenerezza, di Fiducia, di Forza!

ll Signore ti benedica!

Un abbraccio affettuoso

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Unite nella Preghiera seguiamo Gesù, con la semplicità e la serenità dei “piccoli” lavorando con gioia per il Regno, con lo sguardo fisso “oltre”… verso orizzonti infiniti.


In missione

Un Maestro di umanità di don Bartolomeo Stellino Cuneo

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elebriamo oggi un Maestro di umanità: il Beato Tommaso Reggio, morto a Triora il 22 novembre 1901, beatificato il 3 settembre 2000, che, quando era Vescovo di Ventimiglia nel 1878, fondò le Suore di Santa Marta. Il Cardinale di Milano – Carlo Maria Martini – celebrando una Messa di ringraziamento in occasione della beatificazione, ha esaltato in lui l’umiltà e la letizia. Umile nella considerazione di se stesso che, pur essendo di famiglia nobile, esperto di Sacra Scrittura e Teologia, di letteratura e di arte, non dava alcuna importanza a queste cose. Era per lui più importante essere mite, amabile e disponibile con chiunque lo avvicinasse. Fu maestro di umanità anche nella fondazione della Congregazione delle Suore di Santa Marta, incominciando dal nome che le diede: “Santa Marta”. Le Suore dovevano essere nella Chiesa la Betania dove Gesù è accolto, amato e servito, e il loro servizio ai poveri e ai bisognosi pronto, sereno, discreto, pieno di bontà, cordiale, amabile, generoso, perché abituate, come lo era lui, a vedere Gesù nel volto di ogni uomo o donna che lo avvicinasse. Noi qui a Cuneo le vediamo svolgere con discrezione e amore il servizio liturgico, l’insegnamento nella Scuola dell’infanzia, la cura dei malati e degli anziani, l’aiuto ai poveri. Oggi ringraziamo il Signore che ci ha donato il Beato Vescovo Tommaso insieme alle sue Figlie.


le insegnanti e i bambini di Quinta

Tommaso... Thomas

Viciomaggio

sti e anche Thomas non ha saputo nascondere la sua emozione quando un suo compagno ha annunciato il suo nome: “Per la prima volta nella mia vita ho ricevuto un attestato – Premio Tommaso Reggio – per il mio impegno e la mia bontà”. Per lui è stata un’emozione indescrivibile e indimenticabile. Alla cerimonia, semplice e molto partecipata, erano presenti anche i genitori di Thomas sorpresi per tale riconoscimento, quindi doppiamente emozionati e grati anche alle Suore e alle Insegnanti per il lavoro educativo portato avanti in questi anni di permanenza del proprio figlio nella nostra Scuola. Come la mamma di Thomas ha augurato alle insegnanti, tutte noi speriamo e chiediamo a Dio la forza e l’amore per continuare a dare comprensione e disponibilità e un insegnamento di vita che va oltre il sapere.

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T

ranquilli, non è la traduzione del nome, ma è una coincidenza non casuale. Per la prima volta anche a Viciomaggio si è celebrata in modo speciale la festa del Beato Tommaso Reggio. Suor Francesca, nella mattinata del 9 gennaio, ci ha riuniti tutti nella cappella delle Suore e, attraverso disegni e simboli come Bibbia, giornale, Regola delle Suore, Codice Civile, …ago e filo, ci ha raccontato la vita e lo spirito del Fondatore e ci ha illustrato lo scopo di questa giornata. Infatti ci ha spiegato che in tutte le Scuole dove sono presenti le Suore di Santa Marta, viene consegnato un riconoscimento particolare a quegli alunni che hanno saputo comportarsi in modo da meritare la stima e l’affetto di insegnanti e compagni. Guardando a Tommaso Reggio, che ha dedicato la sua esistenza aiutando gli altri con forza e fede, noi bambini insieme alle insegnanti di Quinta abbiamo voluto premiare un nostro compagno, Thomas appunto, perché lo riteniamo leale e generoso come lo ha dimostrato sempre in questi cinque anni di vita insieme. Siamo orgogliosi ed entusia-


In missione

Conoscere un S

ono un ex-alunno del Santa Marta e ora insegno Educazione Religiosa nella mia “vecchia” scuola. Al nostro rientro dopo le vacanze di Natale le “nostre” Suore ci hanno fatto un bellissimo regalo. Suor Alfonsina in occasione della festa liturgica del Beato Tommaso Reggio, Fondatore della sua Famiglia Religiosa, le Suore di S. Marta ci ha invitato nell’Istituto per parlarci di lui. Con i ragazzi della Scuola Media abbiamo accolto l’invito e fatto visita alle Suore che ci hanno accolto con molta cordialità, la stessa

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che io ho sperimentato in tanti anni di permanenza al “Santa Marta”. Siamo entrati in Cappella dove abbiamo ascoltato della musica e un canto a Maria. Suor Alfonsina poi ci ha parlato del Beato Tommaso Reggio, raccontando ai ragazzi i fatti più salienti della sua vita, facendo notare la grande generosità e intelligenza di quel Santo Vescovo che ha precorso i tempi in molte cose ed è stato sempre vicino alla gente, specialmente la più semplice, umile e povera. Per questo ha fondato anche le Suore di Santa Marta. Dopo aver pregato insieme, prima di tornare a Scuola, le Suore ci hanno offerto una merenda molto gradita ai ragazzi. Durante la settimana abbiamo ripercorso le varie tappe della vita di Mons. Reggio e i ragazzi hanno messo per scritto ciò che li aveva maggiormente colpiti. Con piacere ho constatato che erano stati molto attenti al racconto di Suor Alfonsina.


santo...

di Andrea Ferrati Settignano - Firenze

Mi piace riportare alcune delle loro riflessioni.

“

”

“

…Tommaso cresce e con lui il bisogno di seguire Gesù. Affronta gli studi più seri, ma predilige la teologia. Sceglie infine di appartenere completamente al Signore e si fa sacerdote: lascia le sue ricchezze e conduce una vita vicino ai poveri e agli ultimi… E più di ogni altra cosa desidera portare Gesù tra la gente… (Angelica)

“

”

… la Suora ci ha poi parlato del miracolo avvenuto per intercessione di Tommaso Reggio. Una bambina in ospedale stava per morire a causa di una gravissima malattia e le suore con i genitori hanno pregato questo Vescovo e la bambina all’improvviso guarì. I medici rimasero a bocca aperta, perché non esisteva alcun rimedio a quella malattia. La Chiesa riconosce ufficialmente che Tommaso è uno strumento di Gesù… (Maddalena)

”

Credo proprio che il ricordo del Beato Reggio sarà vivo nei nostri ragazzi che lo invocheranno e lo sentiranno vicino nei momenti difficili del cammino della vita.

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…Per sostenere il clero e combattere la miseria Tommaso crea un Istituto Religioso, le Suore di S. Marta, che come tante mamme sono chiamate a occuparsi dei più bisognosi, senza però tralasciare la preghiera. Egli vuole suore moderne, attive, vigili e, come Gesù, che amino tanto i bambini e li seguano con particolare amore… (Caterina)


In missione di Alberto e Mariola Lombardini genitori di Matilde

Saggezza pedagogica

Firenze - Conservatorio

L

e parole di benvenuto di suor Gabriella, nella “giornata dell’accoglienza”, ci hanno profondamente commosso, perché non solo erano rivolte ai Genitori, – babbo e mamma, ma anche alla coppia, marito e moglie – per sottolineare che la felicità dei figli sta nell’armonia e nell’equilibrio. E per aiutarci a vivere nella pienezza di questa esperienza genitoriale, suor Gabriella ci ha regalato un libercolo, “Il cestino della saggezza pedagogica”,una sorta di guida veloce intrisa di buon senso che vuole supportare noi genitori in questo difficile ruolo. Aiuto di cui abbiamo fatto subito tesoro e che ci permette di immedesimarci nel mondo dei nostri bambini e di vedere la realtà che ci circonda secondo i loro occhi.

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di Giulia, Chiara, Alberto

Sui banchi parte seconda

Chiavari

parlare bene dai docenti e se lo immaginava tanto simpatico… Simpatico, devo ammetterlo, lo è davvero. Lo è anche Chiara, ex compagna di classe di Alberto, pure lei insegnante di sostegno. A noi tre Suor Cristina, forse rassicurata dal fatto di averci tenuto “sotto controllo” per cinque anni, ha affidato altrettanti alunni speciali, che hanno abilità differenti da quelle dei loro compagni e per questo necessitano della nostra presenza. Coordiniamo le loro attività didattiche e , “in punta di piedi”, esploriamo il loro mondo, la loro sensibilità, decifriamo i loro codici… a volte così difficili forse perché troppo “semplici” per il nostro modo di considerare la vita. La “mia” Dany, ad esempio, non mi ha mai chiesto perché solo loro tre, in classe, hanno un “sostegno”. Una volta però mi ha detto che lei è fortunata ad avere una maestra tutta sua. Daniela gradisce la mia compagnia. Questo, molto semplicemente, giustifica la mia presenza… ed io mi godo il privilegio di rivedere la mia scuola, e quindi una parte della mia vita, attraverso la ricchezza del suo sguardo semplice… Giulia

E

già, Giulia, hai proprio ragione tu. È un privilegio per noi essere di nuovo qui… Riesco a rivivere delle emozioni che pensavo fossero assopite nei miei ricordi. Già… porto ricordi indelebili legati a questi

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ono già le otto meno dieci… forse è un po’ tardi. Arrivo in classe al suono della prima campanella e mi siedo in ultima fila. Quasi sempre sono stata in fondo alla classe per la mia statura. Oggi c’è compito di Inglese, la professoressa ha appena consegnato il foglio e già rimbalza sul mio banco un bigliettino, una richiesta disperata di aiuto. È tutto sotto controllo, l’insegnante non si è accorta di niente… ma la mia compagna di banco sì! Guardandomi con aria scandalizzata, esclama: “Prof. Giulia! Non si risponde ai bigliettini!”. La mia compagna di banco è Daniela, 13 anni. Mi sono diplomata in questa scuola nel 2000 ed ora, dopo l’università, mi ritrovo qui, nuovamente tra i banchi… non proprio studentessa, non proprio “prof ”. Intenerirmi per un bigliettino o dimenticarmi che al mattino, la giacca invece di portarmela in classe la potrei anche lasciare in sala prof, è il minimo che possa succedermi! In SALA PROFESSORI ho anche il mio armadietto! Deve essere l’unico vuoto della scuola, forse perché sono abituata a rifarmi la cartella prima di tornare a casa… Divido l’armadietto con Alberto, lui pure insegnante di sostegno, ex alunno…; anche la sua metà, che coincidenza, è vuota! Prima dell’armadietto, Alberto ed io, abbiamo condiviso i professori. Lui ha una decina d’anni più di me ed era quello bravo a scuola, io quella che ne sentiva


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banchi, alle aule piene di luce, ai volti dei professori che ci hanno sopportato nel periodo più delicato della nostra vita. Sono ricordi piacevoli, sereni, quasi nostalgici. Mi sembra ieri quando, in quinta liceo, alla festa di fine anno in palestra, tutta la scuola ci ha salutato con filastrocche e applausi… che commozione pensare a quei momenti! E quando, lungo i corridoi, insieme alla mia inseparabile compagna Bruni, suor Imelda ci sorprendeva quatte quatte, con il puntuale ritardo di cinque minuti. Quante ramanzine sull’uscio di quinta liceo! Eppure, il ricordo di suor Imelda, dura e molto esigente, è sicuramente uno dei ricordi più belli che porto nel cuore. Ho sempre nella mente i suoi occhi fieri, ma così buoni e pieni di amore per noi (e per Dante), la sua voce ferma, le sue citazioni, anche lunghissime, fatte con gli occhi semichiusi per assaporarle intensamente. Quanta ammirazione! E poi… pluf… di colpo trascorrono dodici anni e dall’indimenticabile 1993 mi ritrovo catapultata nel 2005 per fare ingresso nella “mia” scuola con una veste diversa… quella di prof! Dopo momenti di vero panico, riesco a farmi calzare la nuova veste e… “tira un po’ di qui… tira un po’ di lì…” ora me la sento davvero a pennello. Da quest’anno poi, ho un nuovo collega, Alberto, che mi affianca nel lavoro di dare una mano a Chiara e Matteo, anche se, spesso, sono loro ad insegnare a noi! Dividiamo il banco con loro… non siamo dei veri e propri professori, siamo amici, confidenti, persone capaci di spiegare la lezione un po’ più semplicemente, anche se con questo non pretendiamo di dipanare il mistero della vita, che per ciascuno comporta risvolti e domande del tutto personali. Noi ci mettiamo tutta la nostra conoscenza, ci siamo ripassati il Perfekt e i verbi forti, ma

cerchiamo di usare sempre lo stesso “veicolo”, quello del voler bene. E con Chiara , Matteo e Daniela il compito è davvero semplice. È per questo che Alberto, Giulia ed io ringraziamo tutti di questa opportunità, di questo lavoro che riempie la nostra vita e ci fa sentire parte di un cammino comune. Chiara

H

anno fatto bene a dare la precedenza a Giulia e Chiara. Con le loro parole bellissime mi hanno chiarito e mi hanno illuminato sul mio “nuovo” compito su questi vecchi banchi di scuola. L’insegnante di sostegno, da quel che ho capito in questi primi mesi di lavoro, è una specie di “supercompagno di classe” di Daniela, Chiara e Matteo. A volte lo siamo anche per gli altri: sentirsi “prof ma non troppo” è divertente anche se una grande responsabilità; siamo quasi ambasciatori dei ragazzi, ma anche insegnanti e amici. In realtà non credo di essermene mai andato da questa scuola. Questi banchi e queste persone li ho sempre portati con me dal 1993, anno della mia maturità. Oggi, ritrovarli ogni giorno, di nuovo come allora, è una bella fortuna. E di questo io, ma anche Giulia e Chiara, saremo sempre grati a Daniela, Chiara e Matteo. Alberto


la Comunità

Una Betania che accoglie piccoli “tesori”... Trivandrum

ormai trascorso un anno da quando la nostra Congregazione ha aperto una nuova opera in India, a Trivandrum: una casa di accoglienza diurna per bambini disabili. Come sempre nella nascita di qualcosa che conta, non sono mancate le difficoltà, a partire da quella di trovare uno spazio adatto all’interno della nostra casa nella quale già da alcuni anni funziona la Scuola per l’infanzia. Ma, con l’aiuto del Signore che predilige i più piccoli e bisognosi, l’opera ha preso l’avvio. Oggi la casa accoglie sedici bimbi, i nostri tesori, con handicap di vario genere. Giorno dopo giorno vediamo fiorire in loro una nuova vita, e sono felici di frequentare la scuola, come la chiamano loro. Due suore, che

la Congregazione ha preparato attraverso la frequenza a corsi specializzati, seguono i bimbi tutto il giorno con dedizione, comprensione e amore. E i frutti si vedono! I piccoli infatti fanno notevoli progressi ed anche le famiglie vengono aiutate nell’opera educativa. Ogni due mesi circa vengono organizzati incontri con i genitori, tenuti da medici e psicologi che lavorano in questo campo. Le famiglie hanno così la possibilità di avere un colloquio personale con questi esperti che offrono loro un sostegno morale e psicologico di cui hanno tanto bisogno.

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In missione Anche noi suore cerchiamo di alleviare la sofferenza di queste persone che, già duramente provate dall’indigenza, devono sopportare il fardello di un figlio disabile, offrendo loro affetto, ascolto, comprensione, per aiutarli a scoprire l’amore e la tenerezza di Dio per loro. Un’altra non lieve difficoltà incontrata dai genitori è quella di accompagnare questi bimbi a scuola. La Commissione Missionaria della nostra Famiglia Religiosa ha lanciato allora un SOS per l’acquisto di un pulmino. Abbiamo saputo che la risposta di bambini, ragazzi, famiglie delle nostre Scuole in Italia e di tante persone amiche è stata generosissima e noi tutti ringraziamo dal profondo del cuore. Ma il GRAZIE più significativo viene dal Signore Gesù, che ci ha detto: “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me”.

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Piove...

di Laura Mazza Milano

ma come piove...

elle classi quinte A e B della Scuola Primaria dell’Istituto S. Gemma in Milano fervevano i preparativi per la gita culturale a Torino, concordata per il 24 marzo 2006. Le prenotazioni erano già effettuate e la giornata sembrava la più appropriata per noi. In effetti è stata particolarmente divertente ed impegnativa per gli alunni, per le nostre due insegnanti Suor Cornelia e Sonia e l’agguerrito (anche se poco numeroso) drappello di genitori, tra cui il Signor Keller, che ha veramente dimostrato capacità organizzativa scegliendo proposte culturali appropriate per i nostri bambini. Tutto è cominciato con la sorpresa di una pioggia che abbiamo interpretato come augurale: “gita bagnata, gita fortunata” perché tanto “il sole ce lo portavamo dentro”, come giustamente fatto notare dalla infaticabile animatrice Suor Cornelia. E ciò si è dimostrato

vero in tutta la giornata, trascorsa all’insegna dell’amicizia, del canto… della gioia… perfino della danza e tutto in allegria. Ci siamo accorti che le condizioni meteorologiche non influiscono più di tanto sullo svolgimento di una gita scolastica. Sul pullman, sono stati letti e commentati dei pensieri sull’amicizia che hanno dimostrato la sensibilità dei nostri bambini che, motivati e responsabilizzati, sanno tirare fuori delle cose impensabili che hanno lasciato noi genitori a bocca aperta. Durante il tragitto siamo stati da loro ampiamente documentati sulle tappe previste, a riprova di una preparazione approfondita e di un impegno notevole da parte di tutti per seguire con interesse e profitto le visite programmate nei luoghi scelti. Giunti a Torino, la prima tappa è stata il Museo del Risorgimento dove il Signor Paolo, un

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nonno appassionato di storia e con una prodigiosa memoria, ci ha pazientemente guidato, richiamando avvenimenti storici fino al nostro dopoguerra, soffermandosi sulle varie curiosità e suscitando vivo senso di partecipazione e un coro di “grazie grazissime” che lo ha commosso fino alle lacrime. L’attenzione e l’interesse dimostrati dai nostri figli in questo museo ci ha fortemente emozionato. Sempre sotto un’acqua torrenziale siamo giunti all’Armeria Reale, dove sono conservate armature antiche d’ogni tipo, splendidi cavalli in posizione dinamica, che sembravano inchinarsi al nostro passaggio. Con i loro grandi occhi lucidi fissi su di noi, hanno suscitato sentimenti di tenerezza nei bambini, che si sono tranquillizzati solo quando hanno saputo che erano di legno! Il momento più commovente è stato quello vissuto nel Duomo, dove è esposta la Sacra Sindone, un mistero affascinante che ha veramente colpito il nostro cuore e offerto una preziosa occasione anche ai nostri bambini, molto compresi e attenti davanti alla testimonianza diretta e tangibile della sofferenza del nostro Gesù. Nonostante lo sgocciolare dei nostri vestiti inzuppati per la pioggia , il cuore seguiva il laser che segnava i punti del sacro lenzuolo e la spiegazione della guida che ci parlava del sofferto infinito amore del Cristo. Dopo una breve ma intensa preghiera di ringraziamento, l’interiore commozione ha lasciato spazio al pensiero “gastronomico” e, mentre si raggiungeva il bellissimo Santuario dove ci hanno ospitato i nostri amici salesiani, veniva fatto un inventario delle cibarie di ciascuno, elevando il livello dell’acquolina in

bocca! Accolti da un ambiente caldo e luminoso accanto al bar, stappando le bottigliette, mostrando le proprie squisitezze, condividendo dolcetti e le cose più squisite, è emersa la gioia dell’amicizia, della fraternità, nonché la soddisfazione per aver notevolmente alleggerito gli zaini… Non è mancato il momento della solidarietà: i bambini hanno fatto a turno compagnia ad uno dei piccoli che non si è sentito bene, dimostrandogli tutto l’affetto di cui erano capaci. Un grazie anche alle mamme che lo hanno curato con amore. Insomma, è stata una giornata veramente ricca di stimoli culturali, ma soprattutto di sentimenti e di valori, che mi ha permesso di toccare con mano la bontà,la profonda sensibilità e la preparazione dei nostri bambini. Questa bellissima esperienza mi ha donato la gioia di condividere con la mia bambina un momento particolare e ha confermato la mia consapevolezza di aver fatto una scelta educativa giusta nell’affidare i nostri bambini a una scuola che li sta formando nel delicato periodo della loro crescita. Un grazie di tutto cuore al corpo insegnante per il continuo e paziente lavoro educativo e per i soddisfacenti risultati finora ottenuti.


Dal convegno

di Nicoletta Ballabio Insegnante Scuola Secondaria 1° grado S. Marta - Vighizzolo

Quando l’alunno sale in cattedra ome altre volte è già successo, sabato 25 marzo il Santa Marta di Vighizzolo ha aperto le porte. E quando apre le porte, come altre volte è già successo, è capace di diventare luogo di incontro costruttivo, luogo per accogliere. Questa volta ha accolto un bisogno degli educatori in genere, degli insegnanti in particolare. Più di un centinaio di

persone affluite lì dai paesi vicini (molti insegnanti di scuola primaria e secondaria, qualche preside, i rappresentanti dei genitori) hanno avuto occasione di ascoltare e discutere suggerimenti sulla gestione disciplinare delle classi. Il tema era: “Quando l’alunno sale in cattedra”. La regia esperta del prof. Attilio Bergamini

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ha saputo dar vita ad un pomeriggio accattivante già nel programma: dopo i saluti della preside, quelli dell’assessore all’istruzione del Comune di Cantù che ha patrocinato l’incontro, ecco la relazione introduttiva del prof. Bergamini, poi la testimonianza di due insegnanti e quella di un preside. I lavori hanno poi avuto seguito in due work shop, diretti con competenza da tre psicologhe, le dr.sse Pucci Elena, Chiara Cappelletti e Bellorini Francesca dello studio Psyco Puer che, insieme al nostro Istituto, si è fatto promotore della giornata. Ritornati in aula, i partecipanti hanno potuto ascoltare la proposta di due associazioni, La soglia e la Casa Ballerini, che operano nel territorio nel campo della solidarietà. Davvero tante le suggestioni da raccogliere e diversi gli stimoli didattici caratterizzati da concretezza e fattibilità. Per chi ne volesse qualche assaggio, il sito della scuola ne propone le sintesi. Quello che qui preme di più sottolineare è una visione d’insieme dalla quale ancora una volta sembra nascere un’immagine particolare di scuola, quella che è nel cuore di tutti co-

loro che qui hanno dato il loro contribuito, quella che nasce dalle mille suggestioni di un progetto, il progetto delle suore di Santa Marta declinato nel mondo della scuola. • L’apertura dei lavori attraverso la lettura di brani tratti dal libro “Lettera a un insegnante” di Andreoli, sottolineata da un accompagnamento musicale dal vivo, ha subito testimoniato l’amore per le cose belle, la passione per la cultura. • L’analisi estremamente concreta di alcuni dati di realtà riguardo alla professione dell’insegnante proposta dal prof. Bergamini ha dimostrato l’attenzione al tempo presente. • La scelta di cogliere l’insoddisfazione per costruire una speranza ha sottolineato la capacità di guardare lontano e di costruire con fiducia e volontà. • La presenza di tante figure professionali, della nostra scuola e del territorio, ha confermato il bisogno di apertura che vive il nostro Istituto, il desiderio di essere presenza significativa. • Le relazioni delle psicologhe (ex alunne, una ora anche insegnante da noi) hanno testimoniato competenza e desiderio di ricerca. • La conclusione dei lavori con l’apporto di rappresentanti di due associazioni del territorio impegnate in progetti di solidarietà ha costruito speranza. Errori ce ne sono stati, qualcosa poteva essere rivisto e corretto; servirà per costruire meglio le prossime occasioni. Nell’insieme possiamo dire: davvero un bel momento, davvero una bella testimonianza, una iniezione di fiducia per tutti quelli che a volte sentono “il peso” di una professione oggi così difficile, ma che sono pronti a far riaffiorare subito il desiderio di rimettersi in gioco per costruire un …“pezzettino” di futuro. Allora, dal cuore: grazie a tutti.


Pagine aperte

Il piccolo seme

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Due “croco” sbucano dalla neve gelata: attestano che l’inverno finisce e comincia la primavera. Cosa è avvenuto nell’inverno sotto quella massa nevosa? La voce del piccolo seme poteva essere soffocata dal peso del ghiaccio. Chi ha preservato quel seme, mentre lottava per vivere, sviluppava calore, rompeva la crosta ghiacciata e si apriva uno spazio verso il cielo preparava anche i suoi colori: bianco, viola, lilla, porpora, blu. Come poteva quel piccolo seme moltiplicare la sua vitalità? Da dove prendeva la forza per tendere verso il sole e allearsi con lui per vincere vento, pioggia,neve, freddo ancora persistenti? È stato un fenomeno, mirabile e misterioso. Ma il progetto non era del seme. A noi è concesso di vederlo spuntare e crescere e al fotografo di fissarne l’immagine che annuncia la primavera. Eppure ci sono uomini che credono ancora al caso!


Pagine aperte

Un giorno di festa e di gioia a “Casa San Giuseppe” una mamma

Saiano

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on animo grato ho rivolto un grazie a Dio che non si stanca di camminare accanto ad ognuno di noi. Oggi, presso la Comunità delle Suore di Santa Marta, ho avuto la gioia di partecipare ad una “doppia” cerimonia religiosa: un 25° ed un 50° di Professione Religiosa. In un momento come questo, in cui la nostra società appare “assopita” e “catturata” dal superfluo, poter partecipare a questa gioiosa ricorrenza è stata per me e, credo per tutti i presenti, una esperienza tonificante al nostro faticoso cammino verso Cristo. Ho gioito anche per la presenza di un

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gruppo di bambini che frequentano la scuola di “Casa San Giuseppe” e auguro che essi possano ricordare questo giorno come una esperienza dalla quale poter trarre “luce” un domani. Grazie, grazie Sorelle! Con la vostra testimonianza,vissuta nella semplicità del quotidiano, avete rinvigorito la nostra fragile fede. Al grazie aggiungo la mia preghiera a Dio perché continui a sostenervi nel vostro servizio e a parlarci di Lui con la vostra scelta di vita.


di Giacomo Meninni

Claudia... una come noi U

ex-alunno di S. Marta - Settignano

voluto bene, che aveva amici, genitori, forse un ragazzo, e ora la stanno piangendo. Mi accorgo che è morta una persona. Penso che l’invasione di talk-show e reality abbia confuso le nostre menti, che non riusciamo più a capire cosa è reale e cosa è finzione. Spero almeno che sia così: devo trovare qualcuno o qualcosa da incolpare per la mia iniziale indifferenza verso la morte di coetanea, una ragazza che, se alcune cose fossero andate diversamente, avrei potuto conoscere, e di cui avrei potuto essere amico. No, la cosa non mi lascia più indifferente. Ora sono confuso, spaventato, forse arrabbiato, ma non più indifferente. È strano scoprire che la morte non è qualcosa di estraneo. In questi giorni ho riflettuto molto, mi sono guardato dentro, ho osservato i miei amici: tutti ci consideriamo immortali, addirittura invulnerabili, siamo sicuri di avere la verità in tasca e di poter fare qualunque cosa. Questa è l’età in cui ci consideriamo dèi: il mondo è nostro, è lì che ci aspetta, esiste solo in funzione di noi e a noi gira intorno. Poi, improvvisamente, scopriamo che non è così: il mondo esiste anche senza di noi, non siamo insostituibili. E soprattutto non siamo immortali. Avevo già pensato alla morte, prima che Claudia decidesse di saltare, e ne ero rimasto terrorizzato. Avevo però scartato il pensiero, ho diciotto anni, la cosa non mi riguarda. Intanto, ragazzi come me muoiono sulla strada o per la droga. O si buttano dalla finestra. Una sola cosa continuo a chiedermi: perché? Cosa può portare a desiderare la propria mor-

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na mattina come tante, come tutte forse: arrivo a scuola, seguo le lezioni concedendomi ogni tanto qualche viaggio con la fantasia, al solito vorrei essere da qualche altra parte. Verso la fine della quinta ora, leggo di sfuggita uno dei soliti sms dell’ANSA: “Ragazza caduta da una finestra dell’Istituto ”G. Capponi”, gravi le sue condizioni”. Non ci faccio molto caso. Nei due minuti successivi mi faccio domande come “Caduta? O si è buttata? O è stata spinta?”. Dopo poco, però, quella ragazza così vicina diventa solo un altro dei tanti nomi, un volto tra milioni di volti sconosciuti. La sera, al telegiornale, dicono che è morta, e dicono che si è suicidata. La sua morte, però, non mi colpisce più di quella di quaranta persone uccise in un attentato a Baghdad o di due ragazzi particolarmente sfortunati travolti da un treno mentre giravano in slitta da qualche parte in Scandinavia. Il soprannumero di notizie ha il solo effetto di rendermi indifferente a tutto. Prendo nota dei morti del giorno come se mi stessero dettando una lista della spesa. La notte dormo tranquillo, nel mio piccolo mondo niente è andato storto. Il giorno dopo tutto cambia. A scuola prima, e a casa poi, si continua a parlare della ragazza. Ora ha un nome, Claudia. Quasi mi stupisco nel vedere che persone a me vicine la conoscevano, ne erano amiche, soffrono la sua improvvisa mancanza. Ad un tratto, Claudia acquista un corpo, un volto, una voce, non è più un’immagine poco nitida, passata per caso in un contesto che non è il mio: mi rendo conto che è esistita davvero, che c’è chi le ha


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te? In questi diciotto anni, ho imparato ad innamorarmi sempre di più della vita e di ogni cosa avesse da offrirmi, mi è stato insegnato l’ottimismo, ma non quello ingenuo che “vede solo rosa”, ma quello consapevole di quante cose nel mondo vanno male, ma sorretto da un’inesauribile speranza, da una fondata ostinazione che mi porta a vedere uno spiraglio di luce anche nelle tenebre più fitte. Amo la mia vita. I miei amici, i miei genitori, la mia ragazza, l’affetto che provo per loro e che loro provano per me mi ha sempre dato la forza di andare avanti. “Forte non è chi non cade mai, ma chi cade e si rialza sempre” è la mia filosofia di vita. Amo la mia vita. E non riesco a capire cosa possa portare una persona che ha tutta una vita davanti, un futuro da costruire, a rinunciare a questa grande avventura, a scegliere di non rialzarsi. Forse do per scontate troppe cose, forse sbaglio a credere che l’amore per la vita sia in ognuno un elemento costante. Eppure mi sembra che vivere sia un’avventura così bella, così imprevedibile e meravigliosa che nessuno possa pensare il contrario. Evidentemente mi sbaglio. A volte mi sento in colpa, nei confronti di Claudia e di chi, come lei, ha deciso di ritirarsi dalla corsa. Se io sono così innamorato della mia vita, forse è perché io ho avuto occasioni che loro non hanno avuto, ho avuto vicino persone che non sono state al loro fianco. Perché a me sì e a loro no? Di sicuro non ho meritato niente di quello che la vita mi offre. Ho sempre pensato che niente accade per caso, ho sempre creduto in un Dio vicino ad ogni uomo, sono sempre stato sicuro che sia l’Amore a dirigere i passi della gente e ad accompagnarla nella vita. Storie come quella di Claudia, però, minano ogni mia certezza, scuotono le fondamenta della mia anima. Quanto amore ha avuto Claudia? C’era qualcuno che avrebbe potuto evitare quanto è successo, che avrebbe potuto starle vicino, aiutarla? Si è semplicemente

arresa o il suo mondo le è crollato addosso, schiacciandola? Se c’erano, come sono sicuro, persone che le volevano bene, perché non si è rivolta a loro? E soprattutto, che diritto posso avere io, dall’alto del mio benessere, di dire qualcosa su quello che è successo? La serenità e la gioia che sempre ritrovo, nascoste in qualche angolo, anche nei momenti più bui della mia vita, quanto erano nascoste nella sua? Vorrei solo capire. Ma nonostante tutto, nonostante il desiderio di essere vicino a Claudia ed al suo mondo, non riesco a non essere arrabbiato con lei. Penso a chi l’amava e adesso soffre. Penso ai suoi genitori che sono stati privati di una parte di loro stessi. Penso ai suoi compagni di classe, che avranno sempre un banco vuoto che ricorda loro l’amica che c’era e che non c’è più. Ciò che mi ha sempre portato a condannare l’omicidio in ogni sua forma, oltre al valore che do alla vita in sé, è il dolore immenso che si provoca in chi ama la persona che viene a mancare. Il suicidio, in particolar modo, sono sempre stato propenso a considerarlo una sorta di crudeltà nei confronti prima che di se stessi, delle persone che ti amano. No, non capisco. Forse per me è facile parlare, forse Claudia ha sopportato cose che io non avrei saputo gestire. Ci sono molti “forse”. L’unica cosa che posso dire con certezza è che le mie certezze, per quanto messe alla prova, sono sempre le stesse, so che non sarò mai solo, so che proprio per questo avrò la forza di rialzarmi, sempre. E so che, anche grazie a Claudia sarò sempre più innamorato della vita e che imparerò ad apprezzarne ogni suo aspetto. Grazie, amica mai conosciuta. Grazie e addio.


Serate Emmaus al S. Marta momento di crescita nella nostra vita, se poi si ha anche la possibilità di meditare la Parola con l’aiuto del tuo “don” tutto acquista valore, quello che sembrava nascosto o di difficile interpretazione si svela, rivelando davanti ai tuoi occhi quegli insegnamenti indispensabili per poter essere cristiani in questo mondo. La preghiera; trovarsi a tu per tu con Gesù, come quando si va ad incontrare un amico, anzi di più un fratello, per molti giovani è necessario per concludere una giornata o per fare il bilancio di una settimana o di un mese. Perché davanti a Gesù un giovane porta i suoi dubbi, i suoi problemi, i rapporti difficili con amici e familiari, ma soprattutto mette davanti a Gesù i momenti belli vissuti per ringraziarlo dei doni e dell’amore che Lui dona in ogni momento. Nell’ultimo incontro il testo guida era tratto dal vangelo di Marco 10, 32-40, l’annuncio della Passione ai Discepoli. Il nostro don ci ha permesso di aprire lo sguardo sui comportamenti di Gesù e dei discepoli. Comportamenti diversi dove all’annuncio chiaro di Gesù si contrappone la difficoltà di comprensione dei discepoli, che ancora non capiscono che Gesù è venuto per la salvezza e la redenzione di tutti. Comunque i discepoli sono in cammino, spesso perdono di vista il loro punto di riferimento, ma comunque seguono Gesù. Lo stesso si ripete duemila anni dopo, dove i giovani ascoltano e seguono Gesù, con tutti i dubbi e le difficoltà che anche i discepoli avevano. Il cammino è quindi difficile, ma anche gioioso, perché alla fine si intravede la promessa di Gesù, cioè la possibilità di sedere alla sua destra nella casa del Padre, quel Padre che ha preparato per noi un posto e che ci accoglie come ha accolto il figlio prodigo.

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a Sera di Emmaus intende offrire ai giovani un luogo e un tempo nei quali sostare in silenzio davanti all’Eucaristia; infatti, mantenere lo sguardo fisso su Gesù e imparare a pregare in un rapporto singolare ed affettivo con il Signore, è un elemento essenziale per giungere ad una maturità della fede. Quest’anno, la preghiera è scandita dal racconto della parabola del seminatore secondo il Vangelo di Marco. Lo scopo è quello di favorire nei giovani la preghiera personale in cui assimilare, con l’intelligenza e con il cuore, l’ascolto della Parola, promuovendo l’incontro con la persona di Gesù nell’Eucarestia. Questa preghiera silenziosa permette di interiorizzare la Parola, aiuta a fare la meditazione e ad esprimere l’amore verso il Signore, riflettendo sulle decisioni della propria vita. La proposta della pastorale giovanile decanale trova realizzazione il terzo giovedì di ogni mese, alle ore 20.30, presso la Cappella dell’Istituto S. Marta di Vighizzolo ed è condotta da Don Roberto Valeri, coadiutore della parrocchia, in collaborazione con il Gruppo di preghiera di Taizè. Testimonianza di Andrea Credano ex alunno del S. Marta di Vighizzolo. Il silenzio, l’ascolto, la preghiera. Tre aspetti che sembrano lontani dai giovani, o almeno così il pensiero comune ci vuol fare credere, perché invece tanti giovani li cercano; nella serata di Emmaus un giovane può trovare e gustare questi tre momenti. Il silenzio; in una giornata ricca di parole, dette e sentite, la necessità del silenzio è indispensabile per poter fare bilancio della nostra giornata, per verificare i nostri gesti, i nostri rapporti con gli altri. L’ascolto; ascoltare la Parola del Signore è un


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Libero pensiero in una società di Vivi

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olti studiosi si sono cimentati nell’analisi delle motivazioni delle scelte umane, dei punti focali di un’esistenza e dei bisogni propri che l’uomo tende a soddisfare. Non è certo questo lo scopo, il fine ultimo, che motiva queste riflessioni; ma di fronte a termini come “società globalizzata”, penso ci si debba soffermare… e pensare. Nei più semplici trattati ci si può imbattere in concetti quali “gerarchia dei bisogni”, “piramide dei bisogni” [Maslow 1964], ma penso che il tutto è racchiuso nel concetto che l’uomo non è fine a se stesso… ha bisogno di qualcosa, di qualcuno. Catalogare i vari livelli e tipologie di bisogni sarebbe come formulare una banale lista della spesa, ma ritengo che chiunque di noi, almeno una volta nella vita abbia sentito il bisogno di mangiare, di dormire, di bere, di pregare, di sentirsi al sicuro, protetto; il bisogno di parlare, di ascoltare, di amare, di sentirsi parte di un qualcosa di più grande della personale esistenza; il bisogno di essere, di vivere. Ciascuno di noi avverte in maniera differente le diverse situazioni e sa che non è possibile dedurne una regola. “Il bisogno d’amore è all’origine di ogni forma di esistenza umana. È il risultato della profonda interdipendenza che ci lega gli uni agli altri” afferma il Dalai Lama.


... globalizzata scuola, in comunità, al lavoro, in metropolitana, per strada… si sta insieme, ma non si vive insieme. Tutto avviene come se fossimo tanti piccoli mondi che arrivano a parlarsi, persino a sfiorarsi, non si confrontano; non arrivano a condividere, a fondersi l’un l’altro, a divenire parte di una comune unione, di un concreto “ascolto”. “Mon ami, tu n’est pas mon ami: comment te le faire comprendre? Ma voie n’est pas ta voie, bien que la main dans la main nous cheminons ensemble” [Khalil Gibran] – Amico mio, tu non sei mio amico: come posso fartelo capire? La mia strada non è la tua strada, anche se camminiamo insieme mano nella mano. All’interno di questa complessa “società globalizzata”, rimangono comunque brevi istanti rubati, gesti e parole che ci riconducono all’essenzialità e semplicità della vita dell’uomo. Lontani da lustrini e “pietre colorate”, ma vicini al cuore, al bisogno di amore, al bisogno di amare, di prendersi cura dell’altro, di essere parte dell’altro. Sono bisogni lontani dal grande riflettore di questo palcoscenico globale, sono quei bisogni che alla luce della “globalizzazione”, possono rappresentare, e rappresentano, la sopravvivenza dell’uomo… sono passione e sofferenza, amore e appartenenza, condivisione e sicurezza.

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Ogni esistenza, ogni vita, ogni uomo non può fare a meno dell’altro perché tutte le nostre vite sono dipendenti le une dalle altre, in un unico anello vitale, la cui forza motrice è l’amore. L’amore non fine a se stesso, ma un bisogno d’amore, di amare e di essere amato, un autentico sentimento di responsabilità ed attenzione ai bisogni e necessità altrui. Questi fugaci pensieri si perdono però di fronte a questo grande concetto, a quella imponente macchina, detta “società globalizzata”. Cosa conta in questa potente società globale? Cosa è veramente importante? Di fronte ad essa, sembra che i bisogni dell’uomo perdano la loro forma pura e semplice, per trasformarsi in un mero interessamento a ciò che è apparente esteriorità. Questa società globale, in continuo divenire, ci induce a “riporre le nostre speranze di felicità unicamente nello sviluppo esteriore” [D.L.]. L’esteriorità e l’apparenza vanno a sostituire l’affettività e l’appartenenza. Senza rendercene pienamente conto ci troviamo in una “società globalizzata” sì, ma nei pensieri, nei sentimenti, nelle emozioni, nel vivere quotidiano. Il pensiero e il volere del gruppo si va ad imporre al pensiero del singolo, alle sue sfumature, alla sua unicità e necessità di amare, di pensare, di vivere. Ogni giorno capitano innumerevoli occasioni in cui non si è soli. Si sta insieme in casa, a


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Andemm al Domm E

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ccoci tutti! Eccoci per partecipare al Corteo, sempre gioioso e colorato, delle scuole Cattoliche. Le scuole Cattoliche che sono una importantissima realtà nel nostro territorio ed una realtà da salvaguardare; quindi eccoci qua per dire a “Urbe et Orbi”: “Anche noi ci siamo!” È la mia terza manifestazione, poiché è da tre anni che frequento l’Istituto Santa Gemma di Milano e sono tre anni che sono felicissimo di parteciparvi insieme a centinaia di bambini e ragazzi accomunati da un pensiero: “nella mia scuola che è Cattolica mi trovo bene!” Ma come mai manifestare in Piazza? Premetto che l’Andemm al Domm non va inteso come ora vanno intese le manifestazioni, che talvolta finiscono con violenze, bensì un bellissimo corteo con canti e qualche burla tra di noi che termina con la Benedizione di Sua Eccellenza l’Arcivescovo di Milano (tranne sta-

di Ruggiero Delvecchio Milano - Bovisa

volta, poiché il Cardinale Tettamanzi era impegnato al Concistorio). Le risposte alla domanda possono essere molteplici, in primis per far vedere alla cittadinanza l’importanza che hanno le scuole cattoliche nel territorio meneghino e il loro continuo lavoro per formare la persona non solo per nozioni scolastiche, bensì anche moralmente e spiritualmente. Arduo compito in una società che spesso insegna l’opposto ma è la sfida di preti, suore e professori che ogni giorno faticano per arrivare a questo nobilissimo obiettivo. Ho frequentato fino alla scuola media (che ora con la Riforma Moratti si chiama Scuola Secondaria di Primo Grado) la scuola di Stato e dal 2002 questa scuola Cattolica. Posso benissimo dire che i due insegnamenti sono realtà totalmente diverse; infatti, come si viene seguiti non vi è paragone e poi, come disse Giovanni Paolo II: “Un uomo è veramente compiuto solo quando è completo nella sua spiritualità”. Completezza spirituale che può venire solamente in una scuola Cattolica, che insegna a noi studenti principi e valori cristiani millenari che portano al reale compimento della persona come richiesto dal nostro Pontefice Giovanni Paolo II. Ecco perché possiamo dire vigorosamente e con orgoglio: ECCOCI QUA!


di suor Francesca Verdorfer

Testimone di un evento: “Venite e vedrete” «V

enite e vedrete”: così rispose Gesù ai due discepoli che gli ponevano la domanda “Rabbi, dove abiti” (Gv. 1,39). Questa stessa risposta è stata data alla Comunità Parrocchiale di Viciomaggio, durante la Santa Missione condotta da due Padri Vincenziani dal 4 al 19 febbraio. Da venti anni Viciomaggio non viveva un’esperienza di grazia così straordinaria. “Venite e vedrete”: molti si sono mossi dalle proprie case per partecipare alla catechesi nei Centri di ascolto, presso alcune famiglie

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che hanno messo a disposizione le loro case. Anch’io ho voluto partecipare, spinta soprattutto dal desiderio di approfondire la mia fede, fragile e sempre bisognosa d’essere rinvigorita. Insieme abbiamo ascoltato, condiviso, discusso sulle verità fondamentali, sulla Chiesa, sul proprio modo di essere cristiano. Alcune consorelle hanno potuto partecipare ai momenti di riflessione e di preghiera organizzati da Padre Antonio e Padre Claudio per gli anziani del paese. Altre hanno collaborato perché anche i bambini del catechismo partecipassero, con la loro tipica vivacità e spontaneità, a questa forte esperienza di fede accogliendo le proposte dei due Padri vivacizzate da immagini, canti e giochi. E sono contenta di aver offerto anch’io la mia collaborazione, animando tutti i momenti di preghiera e di adorazione con la musica e col canto, nella certezza che tutti dobbiamo far fruttificare i talenti che abbiamo , mettendoli a servizio dell’uomo per la sua crescita umana e spirituale. “Venite e vedrete”: sono testimone del desiderio di Dio che si è risvegliato nella gente di Viciomaggio; spesso si è ritrovata a condividere l’esperienza vissuta in queste due settimane e i desideri grandi che ora porta nel cuore: E mi tornano in mente le parole dei

due discepoli di Emmaus, particolarmente care perché svelano tutto il desiderio che ogni uomo ha di Dio: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”(Lc. 24,32) Certi che questa esperienza di fede non debba essere perduta, a piccoli passi si è ripreso il cammino, richiamati soprattutto dal tempo forte della Quaresima: Via Crucis organizzate, ogni venerdì, dai ragazzi del catechismo, incontri periodici delle coppie di sposi, lectio divina sulla lettera di san Pietro in preparazione al Convegno di Verona e credo, se continueremo a dare spazio alla creatività dello Spirito, altre iniziative sorgeranno. “Venite e vedrete”: è un invito a riscoprire Cristo nella propria vita, attraverso la preghiera perchè “un uomo che prega poco è vuoto di Dio e pieno di sé”, attraverso l’adorazione silenziosa del cuore, attraverso la riconciliazione con Lui e con il prossimo, una riconciliazione fatta soprattutto di amore, di confidenza filiale e di abbandono fiducioso nelle sue braccia di Padre.


di Raffaella e Fiorenza

Gli incontri degli “amici di Betania” a M i l a n o D

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comune missione per il Regno. È questa una porta che si apre sulla vita di tutti i giorni verso il mondo attuale, quello del nostro quartiere, della nostra città, delle famiglie e dei ragazzi di cui abbiamo la responsabilità, un mondo che ha bisogno di essere accolto e ascoltato, di avere una compagnia sicura con una proposta chiara e responsabile: solo Gesù Cristo e la comunità cristiana rispondono a questo bisogno.

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a circa un anno, presso l’Istituto Santa Gemma di Milano alcuni laici, su invito delle Suore, si trovano periodicamente per un momento di riflessione spirituale. L’iniziativa si ispira all’accoglienza di S. Marta e, per questo, il gruppo ha preso il nome di: “Amici di Betania” e, ad oggi, ha visto la partecipazione di alcuni genitori, insegnanti, amici e conoscenti della comunità del “S. Gemma”. Gli incontri sono introdotti da una riflessione proposta da un sacerdote su materiali preventivamente preparati. Segue uno spazio di riflessione personale e di lavoro a gruppi che si conclude con la ripresa comune e la condivisione in assemblea di quanto detto nei gruppi e con un momento di preghiera o di adorazione in Cappella. Abbiamo aderito con convinzione alla proposta fattaci perché, dopo tanti anni di collaborazione e vicinanza spirituale, riteniamo che: il pensiero del Beato Tommaso Reggio non sia conosciuto, all’interno del mondo cattolico e tanto meno nella società civile. La vita, il pensiero, l’eredità lasciata dal Fondatore delle Suore di S. Marta è invece tutta da riscoprire perché capace di orientare sia la vita personale che le opere della Comunità educativa presa nel suo complesso. Il Carisma e l’esperienza che esso genera, riguarda le Suore e i laici, anzi le Suore insieme ai laici. È una esperienza che rivela un tentativo molto coraggioso perché spalanca un orizzonte nuovo, aprendo la vita della comunità religiosa delle Suore anche ai laici per collaborare in modo più significativo nella


Con l’affetto della memoria Roma, 7 gennaio 2006 Carissime, nella tarda serata, dalla Casa di infermeria di Querceto di Sesto Fiorentino, ci ha lasciato per raggiungere la pace eterna nella dimora del Padre Suor LUCINA MANCA nata a Suni il 29 luglio 1916, entrata in Comunità il 10 novembre 1959 e professa dal 6 gennaio 1962. Oggi ha finalmente incontrato il suo unico e splendido Signore che ha servito e amato con una fedeltà mite, calda di preghiere e di offerte silenziose e quotidiane. Da tanto tempo era nella casa di Querceto dove, fino all’ultimo ha offerto la sua preziosa collaborazione come

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guardarobiera, opera che in precedenza aveva silenziosamente esercitato nelle Case di Velletri, Viareggio, Roma Sanatrix, Poggibonsi e Lucca. Per tutta la vita ha cucito punto dopo punto, ha aggiustato, ha preparato ogni cosa necessaria… ovunque si trovasse e senza distinzione di persone! Ora, all’entrata del Regno, non avrà indossato il vestito che aveva lasciato pronto per “l’ultima ora”, perché ce n’era pronto un altro: quello intessuto con il filo d’oro della fedeltà, quello che, senza saperlo, si era preparata mentre serviva e lodava il Signore lungo il migrare dei giorni. Ha lasciato scritto “ultima ora: a tutti chiedo perdono, di tutto ringrazio”: sono parole che sigillano una vita trascorsa nell’ombra, ma arricchita di quel tesoro di santità che non brilla davanti agli uomini, ma risplende agli occhi di Dio. Preghiamo per lei perché la sua beatitudine sia completa e chiediamo a Dio il dono di quella fedeltà semplice, umile e forte che Suor Lucina ci ha testimoniato. Aff.ma Madre ANTONIA DEI

Roma, 12 gennaio 2006 Carissime, stamane, dalla casa di infermeria di Querceto di Sesto Fiorentino, ci ha lasciato per il cielo e per congiungersi così con il suo Sposo per sempre Suor MARIA CASTELLAZZI

nata a Basiano Masate (Milano) il 28 settembre 1919, entrata in Comunità il 26 marzo 1940 e professa dal 10 luglio 1943. Ha passato l’intera sua vita “servendo tutti con amore e generosità”. Davvero aveva ben compreso il valore profondo del nostro carisma: si accoglie e si serve prima con il cuore che con le mani! Semplice, umile, desiderosa di bene, non si è mai risparmiata e ha dato se stessa là dove l’ubbidienza la chiamava. Ovunque e di fronte a qualsiasi lavoro nelle Case di Roma Collegio Spagnolo, Genova, Castelferro, Chiavari, Lucca, Pistoia, Castelraimondo, Castelletto, Puria e infine a Settignano si è spesa con generosità sia in cucina sia occupandosi dei bambini che venivano affidati alle sue cure materne. Anche quando era ormai fisicamente provata è riuscita a trasfomare il suo lavoro in preghiera, offerta per la sua


famiglia religiosa che ha amato di un amore concreto, fattivo, silenzioso e tenace come quello che la legava alla sua Masate carissima. Ora che riposa nella sua terra esulterà e non cesserà di darsi da fare perché nelle nostre Betanie tutto sia a posto. Dal cielo, alzando le sue mani laboriose, implorerà su tutte noi “ogni cosa necessaria alla vita!”. Invocherà quindi pace e bene sui suoi tanto amati nipoti che l’hanno tenuta al caldo del loro affetto fino all’ultimo momento. Preghiamo per lei e chiediamole di aiutarci ad essere fedeli al nostro compito là dove l’obbedienza ci vuole. Aff.ma Madre ANTONIA DEI

Disse Gesù “ Il mio giogo è soave, il mio peso è leggero”(Mt.11,29). E allora nessuna croce è insopportabile, perché tutto diventa amore, gioia e dolcezza: così coloro che amano Dio accettano la sua volontà! Tutte noi consorelle della Comunità di Settignano vogliamo esprimerti, cara Suor Maria tutto l’affetto e la riconoscenza che ci riempie il cuore. Durante la lunga permanenza nella nostra comunità hai speso la tua vita con singolare e fedele corrispondenza alla grazia a tutti i livelli, prestando un prezioso e instancabile servizio nelle diverse mansioni con amore e dedizione gioiosa. Nonostante la lunga malattia ti abbia causato molte sofferenze senza scoraggiamenti, giorno dopo giorno, nutrivi nel cuore

tanta speranza di ripresa. Due mesi fa, quando le cure non avevano nessun effetto, ti sei rivolta alla Madre per chiedere di trascorrere un periodo di tempo nella casa di Querceto. Le Consorelle ti hanno accolto a braccia aperte e assistita con competenza e amore, ma su di te lo Sposo celeste aveva i suoi disegni, ti voleva con sé. Noi ti pensiamo già in Paradiso a godere della gioia e della dolcezza del volto di Dio contemplato senza veli né ombre. Cara Suor Maria, ora dal cielo, tua stabile dimora, volgi lo sguardo su di noi e su quanti ti hanno voluto bene. Noi faremo altrettanto e ogni volta che guarderemo il tuo giardinetto, a cui dedicavi tanta cura, ti sentiremo vicina nella preghiera. Ti auguriamo una vita eterna gioiosa, illuminata dalla luce del Cristo Risorto. Le consorelle di Settignano

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La tua Comunità ti ricorda così...


Con l’affetto della memoria Desde el Cielo continúa enseñándonos a leer... “El Señor es mi herencia y mi cáliz, ¡mi suerte está en tu mano!. Me ha tocado una herencia hermosa, me encanta mi heredad”.

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Con esta expresión del Salmo 104, 43 quiero iniciar estas palabras que sólo pretenden ser un sencillo testimonio de gratitud y de reconocimiento hacia la querida y recordada Madre Celestina Erba, para quien ya es una realidad luminosa lo que reza la frase del Salmo. Sin duda que en la mansión eterna canta sin interrupción “me encanta mi heredad”, y desde allá continúa indicándonos el camino a seguir para asegurarnos ahora ya, esa “hermosa herencia”. Sí, la amada Madre Celestina ya posee la herencia de los humildes y sencillos, pues toda su vida fue una constante búsqueda de fidelidad y de una entrega silenciosa, de esfuerzo por una dedicación sin reserva, respondiendo a todos aquellos que se le acercaron, con una caridad paciente y alegre, infundiendo serenidad, confianza y amor por el Señor, único “BIEN” de nuestras vidas. Hoy con toda propiedad podemos contar a las nuevas generaciones las maravillas que Dios realizó en su vida, haciendo de su consagración religiosa una ofrenda elocuente de amor, siempre atenta y solícita a las

necesidades de sus hermanas. Nuestro Fundador, en sus escritos dice que la verdadera religiosa de Santa Marta “debe ser un alma fuerte, muerta para sí misma, pero viviente de luz, de justicia, de verdad y de virtud humana… Ella vive con verdadera alegría en el corazón, luminosamente reflejada en su rostro aún cuando su interior esté sacudido por la tempestad y su alma angustiada por un incesante dolor”. Creo que este exigente retrato le calza perfectamente a quien fue hermana, madre, educadora, responsable de comunidades y Delegada. De un modo especial manifestó este ideal en el breve tiempo de su enfermedad. ¡Cómo no estar agradecidas de Dios que nos regaló a la querida y recordada Madre Celestina!… ¡Cómo cantar la alegría y la gratitud por haberla tenido como maestra, enseñándonos a leer! Desde la morada de los santos, ayúdanos a leer la historia de Dios en nuestra vida, a leer su paso en todo lo que suceda, en la historia de cada hermana, de la comunidad que formamos y en la vida de quienes atendemos, particularmente de los más débiles, aquellos hermanos menores que son los preferidos del Señor. Nuestra Congregación cuenta con una nueva intercesora en el Cielo, desde allí ruega por nuestra querida familia

religiosa, especialmente por quien tiene la gran responsabilidad de guiarla tras las huellas del amado Padre Fundador, la Madre Antonia; con toda certeza pienso que conoce a cabalidad sus preocupaciones y las presenta a Dios incesantemente. Gracias, Madre Celestina, por lo que ha sido para nuestra Familia Religiosa, para nuestra Patria y para la Iglesia. Su ejemplo de disponibilidad, transparencia y alegría nos motiva e invita a moldear el corazón y a luchar contra los egoísmos que se entremezclan con tantos sentimientos. Su servicio humilde y valeroso, su amor auténtico por Jesús que vive en todos los hermanos se transforman para todas nosotras en un ejemplo a seguir y son el más precioso tesoro que nos ha dejado, del cual podemos enriquecer nuestra vida. ¡Gracias, Madre Celestina! Sor Adriana Gajardo


Quando muore una persona che ha dedicato tutta la vita a servire la Chiesa, è difficile avere uno sguardo complessivo: è giusto anzi far emergere i vari ricordi che ciascuno conserva nel proprio cuore, e si formi così una figura più completa. Io vorrei ricordare e celebrare la figura sacerdotale di Mons. Macchi, anche perchè ho avuto la fortuna di essergli vicino fin dall’inizio del suo sacerdozio quando insieme eravamo “professori” al Seminario minore (allora c’era!) a S. Pietro di Seveso. Sempre Mons. Macchi è stato prete, sia quando ogni fine settimana si recava al carcere di Varese portando ai detenuti la speranza del perdono e l’impegno a una vita più onesta, o quando finito il suo servizio (per 25 anni!) a Mons. Montini diventato poi Paolo VI, spese la sua fatica e il suo intuito liturgico e spirituale al Santuario del Sacro Monte di Varese da lui restaurato nelle sue 14 cappelle e rendendolo un luogo di preghiera, di contemplazione e di conversione. Poi la sua esperienza accanto a Mons.Montini a Milano come “segretario” e a Paolo VI a Roma, gli offrì una continua verifica della spiritualità sacerdotale, imparando da questo .luminoso maestro la delicatezza, l’esigenza, la serietà del dono da vivere in pienezza per poterlo offrire a tutti.

Essere “segretario” vuol dire mantenere il segreto della persona a cui si è addetti, alla sua vita quotidiana, alle sue riflessioni, ai suoi sentimenti e anche alle sue confidenze. Mons. Macchi fu esemplare nel gestire questo compito con estrema riservatezza e rispetto, fino a essere talvolta giudicato troppo chiuso e troppo severo. Ma a lui interessava servire, e servire bene, accompagnando e facilitando il compito della persona a lui affidata. Ricordo a questo riguardo il suo lavoro intenso e non molto comodo nel preparare i viaggi del Papa in tutte le regioni del mondo, e in particolare nel rendere possibile l’allestimento in Vaticano di un Museo di Arte sacra contemporanea voluto da Paolo VI. Di qui nacque la sua conoscenza e la sua confidenza con molti artisti con i quali poi continuò un rapporto serio e cordiale. Un’altra preoccupazione del Segretario fu quella di pubblicare poi le opere, i discorsi, gli scritti personali per diffondere non solo la stima per questo Papa ma soprattutto perché ci si potesse fermare a meditare un insegnamento ricchissimo di fede e di umanità. Vedi, ad esempio la sua pubblicazione ancora oggi fonte di notizie e di approfondimenti preziosi, “Paolo VI nella sua parola”, tutta fondata appunto sulle parole di lui. Quando dal papa Giovanni Paolo II per la stima che aveva per il suo predecessore, venne

nominato Arcivescovo di Loreto, Mons. Montini si consacrò pienamente a quella diocesi centrata sul secolare Santuario dedicato alla vita a Nazaret della Madonna, e famoso per le opere d’arte di cui è ricco e da lui restaurate, e così offrire ai visitatori e ai pellegrini una occasione di incontro con l’amore e la bellezza di Dio nella preghiera vissuta nella devozione alla Madonna. Sono troppi i ricordi che palpitano e si accavallano nel mio cuore! Io ho potuto accompagnare Mons. Macchi e condividerne il cammino quando lo spirito esaltava la debolezza della carne nella età avanzata e nella malattia. È stato per me un continuo richiamo alla santità sacerdotale, alla preghiera, all’amore alla Chiesa, al servizio coraggioso e responsabile. Sono doni che si incarnano nel cuore a cui si attinge ogni giorno nuove intuizioni e la forza e la gioia per una risposta piena ed entusiasta alla chiamata di Dio. Ora il suo ricordo entra nel tessuto della vita quotidiana, e diventa il seme evangelico che marcisce sotto terra per dare il suo frutto fecondo. Giorgio Basadonna

Anche noi Suore di Santa Marta abbiamo goduto delle attenzioni e delle delicatezze di Mons. Macchi e ci uniamo a quanti lo hanno apprezzato e amato per esprimere la nostra profonda gratitudine affettuosa e presentare al Padre, Signore della vita, la nostra preghiera.

47 Camminando con fede 2/2005

Ricordo di Monsignor Macchi


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Camminando con fede 1 2006 by Congregazione delle suore di Santa Marta - Issuu