PRIMO PIANO
PROFESSIONI
Obiettivo export
Programmare è un po' curare
CULTURA
L'arte sotto il vestito
COLTIVARE BENESSERE N°
47
-
ANNO
2026
SOMMARIO
STORIA DI COPERTINA
PER LEG G ERE L’A R T ICOLO
(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)
14
Il welfare che non aspetta lo stato di Tommaso Nannicini
20
Conoscere per utilizzare di Camilla Lombardo
26
Il grande salto della bilateralità di Giulia Palma
32
Il welfare è femmina di Alessia Negrini
PRIMO PIANO 40
Obiettivo export di Alessandro Cianfrone
46
Non dimentichiamo i professionisti di Diana Larenza
50
Il rientro pesa più delle valigie di Isabella Colombo
2
PROFESSIONI 62
Programmare è un po’ curare di Roberto Carminati
68
Magri a tutti i costi
CULTURA 108 L’arte sotto il vestito di Romina Villa
116 La cucina dell’anima di Roberto Carminati
di Giovanni S. Buono
74
L’era del generative design di Giorgio Maresca
80
Italia, i nodi che frenano la crescita di Bruno Bernasconi
86
Il mismatch ci affosserà di Sara Napolitano
94
I maestri della terra di Carlo Valente
98
YouTube pronta al sorpasso della Tv di Claudio Plazzotta
RUBRICHE 6
L’Editoriale di Marco Natali
58
News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni
92
Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
104 Welfare e dintorni 120 Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia
122 Recensioni a cura di Luca Ciammarughi
124 In Vetrina in collaborazione con BeProf
127 Post Scriptum di Giovanni Francavilla
NUMERO 47
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LE NOSTRE FIRME
Bruno Bernasconi
Lelio Cacciapaglia
Alessandro Cianfrone
Alessandro Dabbene
Laureato in Economia delle imprese e dei mercati presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo un’esperienza a Londra ha affinato le proprie competenze nel settore finanziario conseguendo il diploma CEFA rilasciato da AIAF. Dal 2023 fa parte del team Itinerari Previdenziali. Come componente del Centro Studi e Ricerche affianca alla supervisione scientifica di meeting e convegni e alla redazione di ricerche sul sistema di protezione sociale italiano, gestione delle relazioni con i responsabili dei principali asset manager, fondi infrastrutturali e immobiliari, e fondi di private market in Italia. È una delle firme del blog ilPunto, al quale contribuisce con analisi di scenario e approfondimenti sul mercato istituzionale del nostro Paese.
Dottore commercialista e Revisore Legale. Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento Finanze – Area Reddito d’Impresa. Membro dell’Advisory Board Assoholding. E’ Autore di numerosi libri in materia fiscale e articoli su riviste di settore. Relatore in eventi delle principali organizzazioni convegnistiche.
Dottore Commercialista è Ceo di Apri International e si occupa di internazionalizzazione e finanza d’impresa. Docente presso NIBI (Nuovo Istituto di Business Internazionale) di Promos Italia, ricopre anche la carica di Senior Advisor di DII Desert Energy. Nel corso degli anni ha acquisito una larga esperienza nei mercati emergenti e in quelli dell’area del Golfo.
Medico di Medicina Generale in Provincia di Torino, è vice-segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (FIMMG) per la quale riveste incarichi nelle segreterie della Regione Piemonte e della Provincia di Torino. Ha conseguito il Master di II livello in Economia e management della sanità presso l’Università Tor Vergata e svolge attività di formatore nell’ambito delle cure primarie. Componente della Giunta nazionale di Confprofessioni.
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«Noi non dobbiamo premiare le imprese che delocalizzano, ma quelle che internazionalizzano. Il mio messaggio è di rimanere radicati nel nostro Paese — Antonio Tajani, Ministro degli affari esteri e e aprirsi all’export». della cooperazione internazionale 4
COLOPHON
Il Libero Professionista Mensile digitale di informazione e cultura direttore responsabile Giovanni Francavilla redazione Nadia Anzani, Mario Rossi
Giorgio Maresca
Tommaso Nannicini
Innovation Manager accreditato presso il MIMIT, con oltre trent’anni di esperienza in agenzie pubblicitarie nazionali e internazionali e nel marketing omnicanale. Amministratore Unico di Blue Communication Consulting specializzata in Brand Strategy, Digital Innovation AI e progettazione integrata ATL/BTL. Svolge Docenze in diverse Business School su temi di Brand Communication, AI Digital Marketing e storytelling. Ha ricoperto incarichi in associazioni di categoria e fondazioni e collabora come Senior Advisor e Growth Specialist presso la società di consulenza strategica e finanziaria Enteleia.
Professore ordinario di Economia Politica all'Università Bocconi di Milano, ha insegnato anche all’Università Carlos III di Madrid e ad Harvard. I suoi lavori sono stati pubblicati su numerose riviste scientifiche internazionali, tra cui l’American Economic Review e l’American Political Science Review. Nel 2015 ha vinto un “Consolidator Grant” dell’European Research Council (ERC), uno dei più ambiti finanziamenti individuali alla ricerca a livello europeo. Nel 2014 è stato nominato consigliere economico del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e da gennaio a dicembre 2016 ha ricoperto il ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al coordinamento delle politiche pubbliche in ambito economico, sociale e di ricerca scientifica. È direttore scientifico dell’osservatorio delle Libere professioni.
hanno collaborato Bruno Bernasconi, Giovanni S. Buono, Lelio Cacciapaglia, Giacomo Camelia, Roberto Carminati, Luca Ciammarughi, Alessandro Cianfrone, Laura Ciccozzi, Isabella Colombo, Diana Larenza, Camilla Lombardi, Giorgio Maresca, Tommaso Nannicini, Sara Napolitano, Alessia Negrini, Giulia Palma, Claudio Plazzotta, Maurizio Tozzi, Carlo Valente, Romina Villa segreteria di redazione Miriam Minopoli comitato editoriale Roberto Accossu, Salvo Barrano, Paola Cogotti, Carmen Colangelo, Alessandro Dabbene, Luigi Alfredo Carunchio, Andrea Dili, Paola Fiorillo, Raffaele Loprete, Marco Natali, Maria Pungetti, Dominella Quagliata, Ezio Maria Reggiani, Gioele Semprini Cesari redazione Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano contatti Tel. 02 36692133 Fax 02 25060955 redazione@illiberoprofessionista.it info@illiberoprofessionista.it editore Lp Comunicazione Srl, Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 118 del 24/02/2011 progetto grafico e impaginazione Pianeta.Studio Srl Società Benefit di Massimiliano Mauro info@pianeta.studio | @pianeta_studio Designer Francesca Fossati
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di Marco Natali
Disuguaglianze, demografia ed energia: una nuova visione del futuro dei professionisti
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bbiamo attraversato sessant’anni di storia delle professioni. Dalla firma del primo contratto collettivo nazionale degli studi professionali, con l’ingegner Leo Calini, a oggi è passata molta acqua sotto i ponti. Le trasformazioni economiche e sociali hanno progressivamente segnato una profonda evoluzione della libera professione e in ogni passaggio cruciale c’è l’impronta della nostra Confederazione. Nel corso di questi anni, abbiamo posto le basi per arrivare a un modello associativo sempre più inclusivo e più incisivo, sviluppando una solida rete di relazioni “industriali”, monitorando, passo dopo passo, le mutate esigenze dei professionisti e al tempo stesso intervenendo su una produzione normativa spesso caotica e non sempre premiante verso il nostro mondo. Abbiamo interpretato fino in fondo la nostra funzione di parte sociale. Oggi siamo ancor più determinati per affermare il ruolo dei liberi professionisti nella crescita economica, sociale
e civile del Paese. Sessant’anni di storia non sono soltanto una ricorrenza. Sono l’occasione per interrogarsi sul futuro, partendo dalle trasformazioni che stanno ridisegnando l’Italia: le nuove disuguaglianze, l’inverno demografico e la transizione energetica. Tre questioni diverse, ma legate da una stessa necessità: superare la logica dell’emergenza e costruire politiche capaci di guardare lontano. Tre traiettorie che saranno al centro del Congresso nazionale di Confprofessioni, dal titolo: “Professionisti – Sessant’anni di visione 1966–2026”, che si svolgerà il prossimo 22 ottobre presso il Centro Congressi Roma Eventi Fontana di Trevi, Piazza della Pilotta 4 - Roma. Entriamo nel vivo. Un Paese diviso alla meta L’Italia non è soltanto un Paese diseguale. È un Paese che da oltre un decennio cresce poco, distribuisce in modo squilibrato le opportunità e affida alle famiglie il compito di compensare ciò che il sistema pubblico non riesce più a garantire. Il reddito racconta solo una parte della storia. Dal 2008 il Paese non è diventato molto più diseguale secondo gli indicatori tradizionali: è diventato più povero. Quando la ricchezza complessiva smette di crescere, ogni frattura pesa di più. E le principali fratture italiane si sviluppano lungo tre direttrici: genere, generazioni e geografia. NUMERO
Il divario tra uomini e donne resta profondo, soprattutto nelle famiglie più fragili. La distanza tra giovani e adulti si misura nei salari, nelle carriere e nella ricchezza accumulata. Quella tra Nord e Mezzogiorno continua a riflettersi nei livelli di occupazione e nella capacità di produrre reddito. Il welfare interviene, ma spesso dopo che le disuguaglianze si sono già formate. Protegge, redistribuisce, attenua gli effetti più gravi. Tuttavia, s’investe ancora troppo poco per evitare che quei divari si producano e si amplifichino. Questa realtà riguarda direttamente le libere professioni. In media, i
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professionisti dispongono di livelli di istruzione più elevati, redditi maggiori e minori rischi di disoccupazione. Ma le medie possono nascondere differenze profonde. Dove mancano le protezioni del lavoro dipendente, le disuguaglianze possono ampliarsi. Lo diciamo da anni: il lavoro autonomo non è un mondo separato dal Paese. È, piuttosto, il luogo in cui molte trasformazioni sociali emergono senza filtri. Per questo le politiche non possono essere costruite per categorie professionali: devono guardare ai bisogni concreti, dalla maternità alla malattia, dalla cura alla formazione, fino alla transizione professionale e alla vecchiaia. Chi si prenderà cura di chi La demografia rende questa sfida ancora più urgente. L’Italia invecchia, le famiglie si restringono e aumenta il numero delle persone destinate a vivere sole. Per decenni, la famiglia ha rappresentato il principale ammortizzatore sociale del welfare italiano. A sostenerla sono state soprattutto le donne, attraverso una quantità enorme di lavoro di cura non riconosciuto e non retribuito. Quel modello non è più sostenibile. Non possiamo chiedere alle persone di lavorare più a lungo, avere figli, assistere i genitori e mantenere in equilibrio un sistema di cura che lo Stato continua a considerare quasi esclusivamente privato. La demografia non riguarda solo il numero degli abitanti. Riguarda il tempo disponibile: il tempo per crescere un figlio, assistere un familiare, accompagnare una persona fragile, affrontare l’invecchiamento. Nei prossimi decenni questo tempo sarà più scarso, mentre la domanda di cura aumenterà. Per il mondo delle professioni, la questione presenta due dimensioni. Da un lato c’è il professionista che deve assistere un genitore non autosufficiente senza poter contare su congedi, sostituzioni o ammortizzatori adeguati. Dall’altro c’è il professionista della cura:
medico, psicologo, fisioterapista, giurista, progettista o consulente chiamato a costruire nuovi servizi per una società più anziana e fragile. Servono politiche del tempo, congedi accessibili anche agli autonomi, servizi domiciliari più solidi, una riforma della non autosufficienza e un riconoscimento economico e professionale del lavoro di cura. Non basta trasferire risorse alle famiglie. Occorre costruire servizi capaci di restituire tempo, autonomia e libertà di scelta. Energia: non altri bonus ma una strategia La stessa esigenza di programmazione riguarda l’energia. Ogni crisi italiana sembra concludersi con un bonus: il prezzo sale, lo Stato compensa, l’emergenza rientra e il problema strutturale resta. Il costo dell’energia è una tassa che nessun Parlamento ha votato. Colpisce le famiglie più vulnerabili, le piccole imprese e gli studi professionali, che hanno un potere contrattuale limitato e non possono trasferire facilmente l’aumento dei costi sui propri clienti. La risposta non può essere emergenziale. Servono reti, accumuli, interconnessioni, tempi autorizzativi più rapidi e una strategia europea. Occorre disaccoppiare il prezzo dell’energia rinnovabile da quello del gas e trasformare la transizione in un investimento industriale, non in una successione di incentivi occasionali. Anche qui le professioni hanno un ruolo decisivo. Ingegneri, architetti, geometri, commercialisti e consulenti rappresentano il capitale umano necessario per riqualificare gli edifici, progettare infrastrutture, accompagnare le imprese e rendere concreta la transizione. Il Superbonus ha dimostrato quanto possa essere forte la domanda di innovazione e riqualificazione. Ha però evidenziato anche i rischi di una politica priva di selettività, programmazione e controllo. La lezione non è smettere di investire, ma investire meglio.
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Visione per il futuro Disuguaglianze, demografia ed energia sembrano temi distinti. In realtà raccontano la stessa difficoltà: l’incapacità di affrontare problemi strutturali con politiche di lungo periodo. Continuiamo a intervenire quando l’emergenza è già esplosa, invece di costruire prima gli strumenti per prevenirla. La crescita non è alternativa alla redistribuzione: senza crescita, la redistribuzione diventa soltanto una gestione più o meno efficace della scarsità. Il welfare non può limitarsi a compensare le disuguaglianze: deve rimuovere gli ostacoli che le producono. La transizione energetica non può dipendere dai bonus: deve diventare una strategia stabile. L’evento “Professionisti – Sessant’anni di visione 1966– 2026” nasce da questa consapevolezza. Celebrare la storia di Confprofessioni significa riconoscere il valore di una rappresentanza che ha accompagnato l’evoluzione del lavoro professionale e, nello stesso tempo, assumere la responsabilità di orientarne il futuro. I liberi professionisti sono parte della soluzione. Producono competenze, innovazione, servizi e coesione. Ma per continuare a svolgere questo ruolo hanno bisogno di regole stabili, politiche coerenti e strumenti adeguati alle nuove forme del lavoro autonomo. La domanda che attraversa i tre focus dell’evento è dunque una sola: come costruire un Paese più produttivo, più equo e capace di proteggere chi lavora, chi cura e chi investe nel futuro? A sessant’anni dalla nascita di Confprofessioni, la risposta non può essere affidata all’improvvisazione. Serve una nuova visione. E serve il coraggio di trasformarla in scelte concrete. Noi Professionisti siamo pronti a fare la nostra parte.
COVER STORY
I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione
STORIA DI COPERTINA
IL WELFARE CHE NON ASPETTA LO STATO
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Le tutele contrattuali, ormai, sono un pezzo rilevante della vita e della sicurezza di chi vive nel nostro Paese. Non un semplice orpello. Ma non basta garantire il reddito, occorre investire sempre più in servizi capaci di rimettere le persone in pista. La bilateralità degli studi professionali insegna di Tommaso Nannicini
NUMERO 47
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STORIA DI COPERTINA
Q
uando pensiamo al welfare, pensiamo allo Stato, alle pensioni, alla sanità pubblica, ai grandi capitoli di spesa decisi a Roma e pagati con le nostre tasse. Il welfare come cattedrale pubblica, costruita dall’alto. Tutto vero. Una parte non piccola delle protezioni sociali di cui usufruiscono gli italiani, però, non nasce lì. Nasce a un tavolo della contrattazione, dove siede chi rappresenta i lavoratori e chi rappresenta i datori di lavoro. Il welfare contrattuale, ormai, è un pezzo rilevante della vita e della sicurezza di chi vive nel nostro Paese. Non un semplice orpello. LA DEBOLEZZA DEI SERVIZI STATALI Il nostro stato sociale ha un difetto antico: è sbilanciato. Spende molto per garantire redditi passivi (le pensioni, in primis) e poco per i servizi: dalla formazione alla cura, passando per l’uso del tempo. È un welfare che risarcisce più di quanto investa. E ha buchi larghi: interi mondi restano fuori dalle sue protezioni. Ne sanno qualcosa le partite Iva e il mondo delle libere professioni, con il loro portato di studi associati, competenze specialistiche, attività economica che sta a metà tra quella del lavoratore e dell’imprenditore. Dove lo Stato arretra, o non arriva, a volte cresce qualcos’altro. PIÙ TUTELE CONTRATTUALI È la storia che racconta il rapporto dell’Osservatorio delle libere professioni sulla bilateralità degli studi professionali. In vent’anni, a partire dal contratto collettivo di categoria, si è costruito un sistema di tutele che copre centinaia di migliaia di persone che lavorano negli studi professionali. I dipendenti iscritti sono passati in dieci anni da 176 a 266 mila, con una crescita del 51 per cento; gli studi aderenti da 72 a 93 mila. Le prestazioni sanitarie sono aumentate del 59,8 per cento e la spesa è più che raddoppiata. Una crescita incalzante. Nel frattempo, il pacchetto de-
dicato ai familiari è più che raddoppiato. E accanto alle voci tradizionali ne sono spuntate di nuove, al passo coi bisogni: non autosufficienza, sostegno psicologico, centri estivi per i figli. Guardati da vicino, questi numeri disegnano esattamente il welfare che a parole diciamo di volere. Non un sussidio che tampona, ma un investimento che accompagna: cura, salute, prevenzione, formazione continua, conciliazione tra vita e lavoro. È la logica dell’investimento sociale che l’Unione Europea ci raccomanda da anni. Sì, quell’Europa accusata di prescrivere solo tagli, ma rispetto alla quale ci giriamo spesso dall’altra parte quando raccomanda investimenti. E non sono solo i dipendenti degli studi a entrare in questo perimetro. Da qualche anno ci entrano anche i professionisti stessi, che a lungo hanno vissuto senza rete: 16
niente cassa integrazione, niente congedo pagato sul serio, una previdenza spesso omeopatica, se non fosse irrobustita da quella complementare dove confluiscono i risparmi privati. Coperture sanitarie integrative, piattaforme digitali, servizi di assistenza, incentivi a formare e assumere: pezzo dopo pezzo, il titolare dello studio smette di essere soltanto un datore di lavoro e diventa anche destinatario di tutele e prestazioni. Finalmente. Perché in un Paese dove il lavoro autonomo supera un quinto degli occupati, di tutto questo si è parlato poco (al netto dei timidi segnali della legge 81 del 2017): come se le tutele fossero una faccenda da dipendenti e chi apre la partita Iva dovesse arrangiarsi. NORD PIÙ FORTE CHE IL SUD C’è però il rovescio della medaglia. Un welfare contrattuale forte è una buona notizia e un campanello d’allarme insieme. Buona notizia, perché funziona. Campanello, perché deve esistere: se le parti sociali costruiscono da sole ciò che la protezione pubblica non offre, vuol dire che quella protezione ha lasciato la porta aperta. E le crepe si vedono. Il sistema è più solido al Nord che al Sud, più usato dai più maturi che dai giovani, più conosciuto da chi ci lavora dentro da anni che da chi è appena arrivato. Un welfare c’è, ma non tutti sanno di averlo. E uno strumento che non si conosce è, per una parte dei potenziali beneficiari, uno strumento che non esiste.
Negli ultimi dieci anni il sistema della bilateralità degli studi professionali ha registrato una crescita dei dipendenti passati da 176 a 266 mila, con un balzo del 51 per cento; gli studi aderenti da 72 a 93 mila. Le prestazioni sanitarie sono aumentate del 59,8 per cento e la spesa è più che raddoppiata
I numeri, le tabelle, le differenze tra chi le prestazioni le usa e chi le ignora, tra dipendenti e professionisti, li raccontano meglio di me gli altri contributi di questo numero, scritti dalle ricercatrici che hanno realizzato il rapporto. Vale la pena leggerli, perché dietro le percentuali ci sono scelte di vita: una visita rimandata, un figlio a cui far fare sport, un genitore da accudire. NUMERO 47
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STORIA DI COPERTINA
PERCHÉ INVESTIRE NEI SERVIZI Il punto, allora, va oltre gli studi professionali. Riguarda il modo in cui l’Italia intende proteggere le persone in un’epoca che cambia sotto i nostri piedi. L’invecchiamento della popolazione allunga i tempi della cura; l’economia degli algoritmi rimescola i mestieri e chiede aggiornamento continuo. Un welfare pensato per risarcire chi perde il lavoro serve ancora, ma non basta più. Serve un welfare che liberi tempo e competenze prima che il danno si produca: che formi tutti e tutte e sostenga chi si prende cura. È esattamente ciò che un sistema di bilateralità prova a fare. Non è un caso che i welfare europei più solidi abbiano scelto da tempo questa strada: garantire il reddito, sì, ma investire molto di più nei servizi che rimettono le persone in pista. La lezione, per la politica, è doppia. La prima: non trattare la bilate-
ralità come un fastidio o una scorciatoia da smantellare (o peggio: una cassa a cui attingere con contributi straordinari quando i conti pubblici non quadrano), ma come un laboratorio da cui imparare. La seconda, più impegnativa: rendere il welfare pubblico capace di fare ciò che qui si fa da vent’anni, investire sulle persone invece di limitarsi a risarcirle. Non un pilastro che sostituisce l’altro, ma due pilastri che camminano insieme. Con il pubblico che fissa i diritti e le cornici e la contrattazione che li riempie, territorio per territorio, professione per professione. Con incentivi seri per chi contratta bene e con una regia pubblica che colmi i divari invece di lasciarli allargare. La bilateralità degli studi professionali lo mostra ogni giorno: il welfare non piove dal cielo. Si costruisce dal basso, un tavolo alla volta. Perché non basta distribuire welfare. Bisogna generarlo. ■
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STORIA DI COPERTINA
CONOSCERE PER UTILIZZARE di Camilla Lombardi
Le ultime indagini dall’Osservatorio delle libere professioni rilevano il rapporto con il welfare della bilateralità dal punto di vista di dipendenti e professionisti degli studi. Ne emerge un quadro articolato della conoscenza e dell’utilizzo degli strumenti a disposizione, con differenze tra i due gruppi che riguardano l’accesso alle prestazioni, la loro conoscienza e le esigenze indicate per il loro sviluppo 20
C
onoscere le prestazioni, utilizzarle e valutarle: le indagini realizzate nel 2026 dall’Osservatorio delle libere professioni permettono di analizzare il rapporto con il welfare della bilateralità dal punto di vista di dipendenti e professionisti degli studi. Le indagini, condotte tra aprile e giugno 2026, hanno coinvolto da un lato i dipendenti iscritti ai portali Cadiprof ed Ebipro, con un campione operativo di circa 11 mila lavoratori, e dall’altro i liberi professionisti raggiunti attraverso Ebipro – Gestione Professionisti e BeProf, con 933 questionari validi. Le due ricerche sono state condotte attraverso canali differenti e questo elemento va considerato nel confronto dei risultati. Per i dipendenti, il questionario è stato rivolto a lavoratori che avevano avuto accesso ai portali di Cadiprof ed Ebipro, quindi a una platea già entrata in contatto con gli strumenti della bilateralità. Per i professionisti, invece, la rilevazione ha raggiunto la platea della Gestione Professionisti. La diversa modalità di intercettazione può quindi contribuire a spiegare parte delle differenze osservate. L’USO TRA I DIPENDENTI Tra i dipendenti, il 69,0% dichiara di avere utilizzato nell’ultimo anno almeno una prestazione Cadiprof; la quota cresce con l’anzianità, passando dal 43,8% tra chi lavora nello studio da meno di un anno al 72,2% tra chi vi lavora da oltre dieci anni. Per Ebipro, il 78,3% ha richiesto un rimborso negli ultimi 12 mesi e il 39,8% lo fa con regolarità ogni anno. Le valutazioni espresse su una scala da 1 a 5 permettono di evidenziare gli aspetti maggiormente apprezzati. Per Cadiprof, chiarezza delle informazioni, comprensione dei requisiti e procedura di rimborso registrano valori compresi tra 3,75 e 3,83; per Ebipro tra 4,02 e 4,11. Più contenuti i punteggi relativi all’ammontare del rimborso, pari a 3,11 per Cadiprof e 2,86 per Ebipro, e all’adeguatezza delle coperture rispetto alle NUMERO 47
esigenze personali e familiari, rispettivamente 2,96 e 3,44. L’esperienza complessiva si colloca su valori positivi per entrambi gli strumenti: 3,59 per Cadiprof e 3,69 per Ebipro. I giudizi si concentrano nelle classi medio-alte, con il 57,7% delle risposte su Cadiprof e il 61,1% su Ebipro comprese tra 4 e 5, a fronte di valutazioni negative pari rispettivamente all’11,7% e al 7,8%. Circa tre rispondenti su dieci si collocano sul valore centrale della scala, un’area di giudizio intermedio più ampia della componente critica. Il mancato utilizzo sembra riflettere, in entrambi i casi, un disallinea21
STORIA DI COPERTINA
mento tra le spese effettivamente sostenute e quelle ammesse al rimborso. Tra chi non ha utilizzato le prestazioni Cadiprof, il 25,1% dichiara di aver sostenuto spese sanitarie non comprese tra quelle coperte e il 20,6% di non averne sostenute. Per Ebipro, il 35,4% indica spese affini a quelle previste, ma non incluse tra quelle rimborsabili, mentre il 31,3% segnala l’assenza di spese nelle categorie coperte. LA SITUAZIONE TRA I PROFESSIONISTI Tra i professionisti, circa due terzi dichiara di rientrare sia in Gestione Professionisti sia in BeProf, ma la quota varia sensibilmente. Si ferma al 54,0% tra gli under 44 e sale al 71,0% nella fascia 55-64 anni. Il divario si allarga ulteriormente in base alla dimensione dello studio: la copertura congiunta raggiunge il 73,7% tra chi ha da 3 a 5 dipendenti e si ferma al 42,2% tra chi lavora da solo. Considerando i professionisti che dichiarano di essere coperti, il
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Tra i professionisti, circa due terzi dichiara di rientrare sia in Gestione Professionisti sia in BeProf, ma la quota varia sensibilmente. Si ferma al 54% tra gli under 44 e sale al 71% nella fascia 55-64 anni
42,2% ha utilizzato almeno una prestazione nell’ultimo anno. La quota sale al 69,7% tra chi dispone della copertura Premium e si attesta al 32,0% tra chi ha la copertura Base. Tra coloro che non hanno utilizzato le prestazioni, il 22,7% indica come motivazione la scarsa conoscenza dell’offerta, quota che raggiunge il 38,5% tra gli under 44. Un’indicazione coerente emerge anche dai dati amministrativi. Nel 2025 i professionisti in copertura con Gestione Professionisti erano 93.437, a fronte di circa 23 mila prestazioni complessive tra gestione diretta, UniSalute e prestazioni odontoiatriche FAS. Tra i dipendenti, invece, circa 266 mila iscritti hanno generato 313 mila prestazioni Cadiprof e odontoiatriche. Pur non essendo direttamente confrontabili, questi dati mostrano un utilizzo più contenuto tra i professionisti, coerente con la minore conoscenza dell’offerta rilevata dall’indagine. Tra i professionisti che hanno utilizzato le prestazioni, le valutaNUMERO 47
zioni risultano piuttosto omogenee: per Gestione Professionisti variano da 3,34 per l’ammontare dei rimborsi a 3,83 per la comodità delle strutture convenzionate; per BeProf sono comprese tra 3,48 e 3,67. POSITIVI I GIUDIZI SU EBIPRO L’indagine considera inoltre le misure di Ebipro – Gestione Ordinaria, attivabili dagli studi con personale dipendente: qui il professionista risponde come datore di lavoro. Tra chi ne ha usufruito nell’ultimo anno i giudizi restano positivi su tutte le dimensioni, comprese tra 3,53 per l’entità del rimborso e 3,66 per il customer care, con differenze più marcate per tipologia di misura: formazione e incentivi all’occupazione superano il 4 su quasi tutti gli aspetti. L’esperienza complessiva registra valori positivi per tutti e tre gli strumenti: 3,75 per Gestione Professionisti, 3,67 per BeProf e 3,60 per Gestione Ordinaria. Il punteggio 4 è la classe modale in ogni 23
STORIA DI COPERTINA
caso, con quote di risposte comprese tra 4 e 5 pari rispettivamente al 66,4%, al 64,5% e al 58,6%. Rispetto ai dipendenti, tra i professionisti le valutazioni si concentrano meno sul valore centrale della scala: il 24,2% per Gestione Professionisti e BeProf, contro circa il 30% per Cadiprof ed Ebipro. BOOM DI VISITE ODONTOIATRICHE Nella parte conclusiva, entrambe le indagini hanno previsto due domande aperte, formulate nello stesso modo, dedicate alle misure di assistenza sanitaria e di welfare che i rispondenti considerano più utili da sviluppare o potenziare. Senza opzioni predefinite, le risposte restituiscono le esigenze così come vengono formulate direttamente dagli utenti. L’analisi della frequenza dei termini consente quindi di cogliere le direzioni prevalenti, senza attribuire alle singole richieste un valore quantitativo. Sul fronte sanitario, le indicazioni delle due platee convergono DISTRIBUZIONE DEI PUNTEGGI ATTRIBUITI DAI DIPENDENTI ALL’ESPERIENZA COMPLESSIVA DI CADIPROF ED EBIPRO E VALORE MEDIO (M) Rispondenti: solo chi ha usufruito di almeno una prestazione di Cadiprof o Ebipro – Gestione Ordinaria negli ultimi 12 mesi. Scala da 1 a 5. Valori in %. Dati 2026. CADIPROF (M=3,59)
EBIPRO (M=3,69)
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41,1% 38%
38% 30,7%
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25% 18%
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6%
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0%
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Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “Il welfare negli studi professionali attraverso l’esperienza dei dipendenti”
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DISTRIBUZIONE DEI PUNTEGGI ATTRIBUITI DAI PROFESSIONISTI ALL’ESPERIENZA COMPLESSIVA DI EBIPRO – GESTIONE PROFESSIONISTI, EBIPRO – GESTIONE ORDINARIA E BEPROF E VALORE MEDIO (M) Rispondenti: solo chi ha usufruito di almeno una prestazione di Ebipro – Gestione Professionisti o Ebipro – Gestione Ordinaria negli ultimi 12 mesi o di chi ha utilizzato l’app BeProf negli ultimi 12 mesi. Scala da 1 a 5. Valori in %. Dati 2026. EBIPRO - GESTIONE PROFESSIONISTI (M=3,75) 50%
EBIPRO - GESTIONE ORDINARIA (M=3,60)
BEPROF (M=3,67)
50%
45,5%
50%
46,1%
37,9% 38%
38%
26,4%
24,2%
25%
38%
20,9%
24,2%
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20,7%
25% 18,4%
13%
1
13% 4,8%
4,6%
2,5% 0%
10,3%
13%
6,9%
2
3
4
5
0%
1
2
3
4
5
0%
1
6,4%
2
3
4
5
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “Il welfare negli studi professionali attraverso l’esperienza dei professionisti”
soprattutto su odontoiatria, visite specialistiche, prevenzione ed esami. Tra i dipendenti emerge inoltre l’attenzione alle esigenze dei familiari, mentre tra i professionisti più maturi acquista peso il tema della non autosufficienza. SOSTEGNO AL REDDITO Nel welfare, invece, le priorità si differenziano maggiormente. I dipendenti indicano soprattutto misure di sostegno al reddito, dai buoni pasto ai trasporti, insieme a formazione, sport e conciliazione. I professionisti affiancano al sostegno economico le convenzioni, la formazione, la previdenza complementare, il sostegno alla famiglia e il benessere. Le rilevazioni restituiscono un quadro articolato della conoscenza e dell’utilizzo degli strumenti della bilateralità, con differenze tra dipendenti e professionisti che riguardano sia l’accesso alle prestazioni sia le esigenze indicate per il loro sviluppo. ■ NUMERO 47
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STORIA DI COPERTINA
IL GRANDE SALTO DELLA BILATERALITÀ di Giulia Palma
Positivo il bilancio per i liberi professionisti. L’ultimo decennio, infatti, si è chiuso con un numero di studi in crescita e una maggiore diversificazione. E il sistema di welfare professionale ha registrato performance positive su più fronti: platea, prestazioni, canali digitali. Ma permangono differenze territoriali e generazionali che rappresentano importanti aree di attenzione per l’evoluzione futura 26
NUMERO 47
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STORIA DI COPERTINA
N
egli ultimi dieci anni il sistema di bilateralità rivolto ai professionisti ha registrato un progressivo ampliamento, articolandosi attorno a tre componenti principali: la Gestione Ordinaria di Ebipro, che sostiene gli studi professionali con strumenti economici e organizzativi; la Gestione Professionisti, dedicata alle coperture sanitarie integrative dei professionisti; e BeProf, la piattaforma digitale attraverso la quale accedere ai servizi di welfare e assistenza sanitaria. Gli studi professionali iscritti a Cadiprof ed Ebipro, conteggiati in proporzione ai mesi effettivi di iscrizione nell’anno, crescono del 29,3% nel decennio, passando dai 72.431 nel 2015 a 93.630 nel 2025, e riguardano quasi tutte le professioni: le uniche eccezioni sono gli avvocati (-6,8%) e i ragionieri (-1,8%). La composizione professionale resta nel complesso stabile: il 79,8% degli iscritti è concentrato tra odontoiatri (19,8%), commercialisti (18,9%), avvocati (11,9%), medici (9,4%), NUMERO E COMPOSIZIONE DELLE PRESTAZIONI IN CONVENZIONE UNISALUTE PER TIPOLOGIA DI PRESTAZIONE* In etichetta valori %. Ordinamento decrescente per quota 2025. Anni 2022-2025. ACCERTAMENTI DIAGNOSTICI E TERAPIE
VISITE SPECIALISTICHE
PREVENZIONE
ALTRE PRESTAZIONI
PACCHETTO MATERNITÀ
DIARIA PER INABILITÀ TEMPORANEA
20.000
15.000
10.000
5.000
0
2022
2023
2024
2025
*La categoria Altre prestazioni comprende i trattamenti fisioterapici a seguito di infortunio, gli accertamenti post prevenzione, il servizio Monitor salute per malattie croniche e l'indennità per invalidità permanente o decesso da infortunio Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati UniSalute
28
NUMERO E COMPOSIZIONE DELLE PRESTAZIONI DIRETTE DI EBIPRO – GESTIONE PROFESSIONISTI PER TIPOLOGIA DI PRESTAZIONE* In etichetta valori %. Ordinamento decrescente per quota 2025. Anni 2022-2025. VISITE DERMATOLOGICHE
INTERVENTI CHIRURGICI AMBULATORIALI
DIARIA DA RICOVERO
CONSULENZA PSICOLOGICA
TRATTAMENTI FISIOTERAPICI A SEGUITO DI MALATTIA
LENTI DA VISTA
ALTRE PRESTAZIONI
PROVAX: RIMBORSO SPESE VACCINI
4.000
3.000
2.000
1.000
0
2022
2023
2024
2025
*La categoria “Visite dermatologiche” comprende le prestazioni di visita dermatologica per prevenzione o controllo e visita dermatologica con epiluminescenza per patologia. La categoria “Altre prestazioni” comprende le prestazioni di critical illness, apparecchi acustici, malattie rare e diaria per day hospital Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Ebipro – Gestione Professionisti
medici specialisti (8,4%), consulenti del lavoro (5,9%) e ingegneri (5,5%); il settore delle altre professioni passa dal 2,3% al 4,2%, segnalando una moderata diversificazione. La distribuzione per dimensione mostra un lieve spostamento verso strutture più ampie: la quota degli studi fino a tre dipendenti scende dall’82,0% al 77,9%. La configurazione degli studi resta dominata dalle forme non aggregate (68,9%), ma quelle aggregate guadagnano terreno (+9,4 %). ALTA LA DOMANDA DI FORMAZIONE Alla crescita della platea si affianca un utilizzo relativamente stabile delle prestazioni, dalle 2.904 istanze accolte nel 2022 alle 2.776 del 2025, con un importo medio per domanda in aumento da 362 a 517 euro, riflettendo una maggiore incidenza di prestazioni economicamente più rilevanti. La formazione si conferma la misura più richiesta, pur scendendo dal 60,0% NUMERO 47
al 47,5% delle istanze tra 2022 e 2025. In termini di importi erogati il primato spetta agli incentivi all'occupazione stabile, che nel 2025 assorbono il 36,8% delle risorse (528 mila euro), trainati soprattutto dalle conferme di apprendisti. La formazione resta comunque la seconda voce di spesa (433 mila euro, 30,1%), spinta dai corsi sulla sicurezza sul lavoro e seguita dagli incentivi per tirocini e alternanza scuola-lavoro (339,4 mila euro, 23,6%). La composizione delle prestazioni varia tra le aree professionali. Nell’area medico-sanitaria e odontoiatrica prevale nettamente la formazione (72,8%), mentre nell’area tecnica dominano gli incentivi all’occupazione stabile (51,5%). La formazione resta la voce principale anche nell’area economico-amministrativa (38,1%) e in quella giuridica (45,2%), dove assumono rilievo anche gli incentivi all’occupazione stabile e i PCTO. Emergono inoltre 29
STORIA DI COPERTINA
differenze territoriali rilevanti: le regioni del Nord raccolgono l’80,7% delle istanze accolte, a fronte del 59,7% degli studi iscritti. Il peso del Nord sulle richieste risulta quindi nettamente superiore a quello registrato sulla platea degli studi. PRESTAZIONI IN SALITA La Gestione Professionisti è passata da 30.887 iscritti nell’agosto 2015 a 96.088 nel gennaio 2026. In dieci anni, la distribuzione delle coperture resta concentrata prevalentemente sulle formule Base, anche se registra un aumento del peso delle formule Premium, caratterizzate da un livello più ampio di tutela. L’offerta si articola in più canali: prestazioni dirette, in convenzione UniSalute, odontoiatriche gestite da FAS Andi e coperture volontarie accessibili attraverso BeProf. Il profilo dei professionisti in copertura resta a netta
prevalenza maschile, sebbene la quota degli uomini si riduca dal 75,9% del 2015 al 69,8% del 2026, e concentrato nelle età più mature, con gli over 55 che rappresentano quasi due terzi della platea. La composizione per area professionale e regionale ricalca quella della Gestione Ordinaria, ma con una concentrazione ancora più marcata al Nord. Tra il 2022 e il 2025 le prestazioni a rimborso diretto crescono da 585 a 3.085, con una composizione sempre più diversificata: agli interventi chirurgici ambulatoriali e alla diaria da ricovero, storicamente prevalenti, si affiancano ora consulenza psicologica, trattamenti fisioterapici e visite dermatologiche. Anche le prestazioni in convenzione UniSalute registrano un forte incremento (da 10.712 a 19.709), trainato da accertamenti diagnostici, visite 30
specialistiche e prevenzione, che insieme concentrano oltre il 90% del totale. Sul fronte odontoiatrico, il piano avviato nel 2022 con FAS Andi si è progressivamente ampliato dalla sola implantologia ai trattamenti ortodontici e alle corone, con le prestazioni complessive cresciute del 37,3% tra 2023 e 2025 e un peso crescente dell'ortodonzia (dall’11,8% al 33,6%). SALUTE E WELFARE L’AREA PIÙ RICHIESTA Il sistema si è ulteriormente ampliato grazie alla piattaforma digitale BeProf, dove l’area “Salute e Welfare” è di gran lunga la più richiesta, con il 62,8% delle richieste complessive, davanti a cultura e tempo libero (16,0%) e servizi per la professione e formazione (12,8%). Le coperture sanitarie volontarie di Gestione Professionisti acquistate tramite BeProf sono passate da 609 nel 2021 a 3.812 nel 2025. Un dato in-
teressante riguarda la platea di provenienza: se nel 2021 gli acquisti erano trainati soprattutto da professionisti già presenti negli archivi di Gestione Professionisti (60,4%), nel 2025 il rapporto si è ribaltato a favore dei professionisti esterni al sistema di Gestione Professionisti (66,5%), segno della crescente capacità della piattaforma di intercettare una domanda nuova. Aumenta inoltre il peso dei rinnovi rispetto alle nuove attivazioni e si consolida la scelta delle formule Premium, che nel 2025 rappresentano l’80,7% degli acquisti contro il 57,0% del 2021. Il quadro complessivo restituisce l’immagine di un sistema di welfare professionale in sviluppo su più fronti – platea, prestazioni, canali digitali – nel quale permangono differenze territoriali e generazionali che rappresentano importanti aree di attenzione per l’evoluzione futura dell'organizzazione. ■
ISTANZE ACCOLTE, IMPORTI RICONOSCIUTI E IMPORTI MEDI DELLE PRESTAZIONI EBIPRO – GESTIONE ORDINARIA RIVOLTE AI DATORI DI LAVORO Ordinamento decrescente per importo medio nel 2025. Anni 2022 e 2025. 2022
2025
IMPORTO TOTALE
ISTANZE ACCOLTE
IMPORTO MEDIO
IMPORTO TOTALE
ISTANZE ACCOLTE
IMPORTO MEDIO
Incentivi PCTO e tirocini curriculari
249.692
224
1.115
339.396
305
1.113
Incentivi all’occupazione stabile
427.538
556
769
527.799
687
768
Malattia grave oltre periodo di comporto
9.945
16
622
4.411
7
630
Formazione antiriciclaggio
15.029
38
396
37.055
94
394
Formazione privacy
28.952
109
266
37.279
103
362
Formazione salute e sicurezza sul lavoro
218.348
1.595
137
358.536
1.122
320
Telelavoro e smart working
47.271
163
290
37.375
126
297
Permessi studio
54.938
203
271
94.212
332
284
1.051.711
2.904
362
1.436.062
2.776
517
Totale
Eventuali scostamenti nei totali sono dovuti agli arrotondamenti Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Ebipro – Gestione Ordinaria
NUMERO 47
31
STORIA DI COPERTINA
IL WELFARE È FEMMINA
di Alessia Negrini
Tra il 2015 e il 2025 la struttura Cadiprof-Ebipro per i dipendenti degli studi professionali ha registrato un vero e proprio boom, superando i 266 mila iscritti, in maggioranza donne. Nello stesso periodo sono raddoppiate le risorse erogate per la salute e la famiglia. E sono esplose le richieste per prevenzione, supporto psicologico, dispositivi medici e rimborsi per lo sport 32
T
ra il 2015 e il 2025 gli iscritti a Cadiprof ed Ebipro – Gestione Ordinaria sono passati da circa 176 mila a oltre 266 mila, con una crescita del 51%.
La platea resta a netta prevalenza femminile: nel 2025 le donne rappresentano l’83,8% degli iscritti, contro il 16,2% degli uomini. Dal punto di vista anagrafico, il gruppo più numeroso è quello dei 45-54enni (27,7%), seguito dagli under 35 (24,6%) e dai 35-44enni (23,9%). I 5564enni rappresentano il 21,3%, mentre gli over 65 sono il 2,5%. Rispetto al 2015 emerge un progressivo invecchiamento della platea, pur restando prevalenti le età attive. Anche la distribuzione territoriale è eterogenea: il sistema è più radicato nel Centro-Nord, soprattutto in Lombardia e Veneto, mentre risulta meno presente nel Mezzogiorno, con i valori più bassi in Molise e Basilicata. FOCUS SU CADIPROF Cadiprof, la Cassa sanitaria del settore degli studi professionali, conferma il proprio ruolo centrale nel welfare sanitario integrativo. Nel 2025 il 32,5% degli iscritti Cadiprof ha utilizzato almeno una prestazione. Il ricorso è maggiore tra le donne (34,6%) rispetto agli uomini (22,1%) e raggiunge il picco nella fascia 35-44 anni (36,5%), mentre si ferma al 25,4% tra gli under 35. Il Centro-Nord registra i tassi di utilizzo più elevati, che toccano il 40% in Lazio e Lombardia, mentre le regioni meridionali fanno segnare i valori più bassi, inferiori al 20% in Sicilia, Puglia, Abruzzo e Calabria. Negli ultimi dieci anni le prestazioni del Piano Sanitario e quelle odontoiatriche – che rappresentano il nucleo più direttamente legato alla tutela della salute – sono aumentate da circa 196 mila a 313 mila (+59,8%). Ancora più forte è la crescita della spesa: da 12,4 a 27,1 milioni di euro (+119,1%); anche i beneficiari sperimentano un aumento rilevante NUMERO 47
33
STORIA DI COPERTINA
(+83,4%), passando da circa 45.500 a 83.500. Nel 2025 le visite e gli accertamenti sono le prestazioni più utilizzate, con una media di 3,4 richieste per beneficiario, seguite da fisioterapia (1,9), prevenzione (1,6) e odontoiatria (1,4). Gli interventi ambulatoriali, i ricoveri e l’indennità sostitutiva mostrano una minor intensità di utilizzo (1,2). Chiude la cronicità, che presenta un rapporto prestazioni/beneficiari pari a 1,0, indicando che, in media, ciascun avente diritto accede a una sola prestazione di questo tipo. LA PREVENZIONE PRIMA DI TUTTO Cresce rapidamente anche il Pacchetto Famiglia, che amplia l’assistenza verso bisogni di cura, conciliazione e sostegno familiare. In dieci anni le prestazioni erogate sono più che raddoppiate, passando da quasi 9 mila nel 2015 a circa 19 mila nel 2025 (+115,2%), mentre l’incremento degli importi stanziati, che passano da 3,4 a 4,6 milioni di euro, è più contenuto
34
TASSO DI UTILIZZO DELLE PRESTAZIONI CADIPROF PER ETÀ E PER SESSO Anno 2025.
38%
36%
36%
35% 33%
32%
29%
25% 22%
19%
10%
0%
FINO A 34 ANNI
35-44 ANNI
45-54 ANNI
55 ANNI E PIÙ
MASCHI
FEMMINE
TOTALE
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Ebipro – Gestione Ordinaria
(+32,8%). I beneficiari salgono da 6.721 a 14.163 (+110,7%), con un incremento che riflette sia l’aumento delle prestazioni a beneficio diretto dei dipendenti, quelle usufruite dai familiari.
conciliazione vita-lavoro e offrendo un supporto economico per spese ricorrenti. Le prestazioni possono essere richieste sia direttamente dal dipendente, sia mediante il datore di lavoro.
L’ampliamento dell’offerta già presente e l’introduzione di nuove prestazioni determinano un cambiamento dei trattamenti richiesti. Nel 2025, accanto alle tradizionali misure per la genitorialità si affiancano sempre più i dispositivi medici (primariamente lenti da vista e plantari ortopedici) e le prestazioni psicologiche. Il risultato è un forte aumento della quota di dipendenti che usufruiscono direttamente dell'assistenza, dal 3,1% del 2015 al 53,4% del 2025.
Tra il 2017 e il 2025 le prestazioni richieste direttamente dai lavoratori registrano una forte crescita, superando quota 52.500, mentre i rimborsi oltrepassano i 7,67 milioni di euro. Rispetto al 2017 c’è stato un forte cambiamento dell'assistenza disponibile. Le attività motorie e sportive, introdotte nel 2019, sono diventate gradualmente la prestazione più richiesta e nel 2025 rappresentano il 37,3% delle istanze accolte. Seguono i libri di testo (27,0%), il trasporto pubblico (12,7%) e le tasse universitarie (9,0%). I centri estivi, introdotti nel 2025, raggiungono già il 14% delle istanze. Sotto il profilo economico, la composizione della spesa per tipo di prestazione risulta differente:
LARGO AL WORK LIFE BILANCE La Gestione Ordinaria di Ebipro sostiene il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie, mettendo a disposizione degli iscritti un insieme di prestazioni finalizzate alla NUMERO 47
35
STORIA DI COPERTINA
le attività motorie e sportive prevalgono nettamente con il 45,8%, mentre le altre misure costituiscono una parte più contenuta dell’importo complessivo rimborsato nel 2025: le tasse universitarie pesano per il 15,0%, i libri di testo per il 14,2%, i centri estivi per il 13,9% e il trasporto pubblico per l’11,1%. PIÙ RIMBORSI AGLI OVER 45 Il sistema Ebipro – Gestione Ordinaria consente ai lavoratori iscritti di presentare richiesta di rimborso per più prestazioni. Nel 2025 complessivamente sono circa 34.300 i beneficiari di almeno un rimborso. Ognuno di essi ha utilizzato in media 1,53 prestazioni: il dato è più basso tra gli under 35 (1,20) e raggiunge il massimo tra i 45-54enni (1,65). Fra uomini e donne le differenze sono lievi, sebbene l’utilizzo maschile (1,40) risulti più contenuto rispetto a quello femminile (1,55). Da giugno 2025 Ebipro ha inoltre introdotto due prestazioni richieste tramite il datore di
lavoro: l’indennità aggiuntiva per il congedo parentale e il contributo per i lavoratori con familiari beneficiari dell’indennità di accompagnamento Inps. Essendo operative solo da fine giugno, i dati sono ancora parziali: nel 2025 sono state rimborsate circa mille istanze, per oltre 500 mila euro complessivi e 770 beneficiari. A prevalere nettamente è il sostegno legato all’indennità di accompagnamento. A livello anagrafico la platea di beneficiari risulta largamente composta da donne e con età prevalentemente superiore ai 45 anni. Nell’ultimo decennio il sistema Cadiprof-Ebipro si configura dunque come un welfare bilaterale in crescita, sempre più ampio e diversificato. L’integrazione e l’ampliamento delle prestazioni disponibili confermano la capacità di intercettare bisogni legati alla salute, alla famiglia e alla conciliazione vita-lavoro, accompagnando l’evoluzione della platea e delle sue esigenze. ■
NUMERO MEDIO DI PRESTAZIONI DIRETTE EBIPRO – GESTIONE ORDINARIA PER BENEFICIARIO PER ETÀ E PER SESSO Anno 2025. 1,6474
1,7
1,3
1,5543 1,4087
1,4004
55 ANNI E PIÙ
MASCHI
1,5475
1,5313
FEMMINE
TOTALE
1,1961
0,9
0,4
0,0
FINO A 34 ANNI
35-44 ANNI
45-54 ANNI
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Ebipro – Gestione Ordinaria
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PRIMO PIANO
Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni
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PN I RT IE MR ONA PZ II AO NN OALIZZAZIONE
OBIETTIVO EXPORT di Alessandro Cianfrone
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Imprese e territori del Centro Italia verso la Conferenza Nazionale dell’Export 2026. L’intento è portare le esportazioni italiane a quota 700 miliardi di euro entro il 2027. I dati del primo semestre 2026, con un export a 337,2 miliardi di euro e una crescita del 4,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, confermano che la direzione è quella giusta. E Confprofessioni con Aprinternational e la sua rete di professionisti intende dare il suo contributo strategico alle Pmi
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INTERNAZIONALIZZAZIONE
I
l 6 ottobre, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale porta a Roma la terza tappa di “Obiettivo Export”, il percorso di avvicinamento alla Conferenza Nazionale dell’Export 2026 che si terrà a dicembre a Milano. Dopo Torino, dedicata al tessuto produttivo del Nord Italia, e Bari, che ha riunito centinaia di operatori del Mezzogiorno, l’appuntamento romano guarda alle imprese di Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche, Toscana e Sardegna: territori diversi per vocazione produttiva, accomunati dalla stessa domanda, quella di trovare strumenti concreti per crescere sui mercati internazionali. L’iniziativa, promossa da Antonio Tajani, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, con ICE Agenzia, CDP, SACE, SIMEST e Unioncamere, si inserisce nel Piano d’Azione per l’Export che punta a portare le esportazioni italiane a quota 700 miliardi di euro entro il 2027. I dati del primo semestre 2026, con un export a 337,2 miliardi di euro e una crescita del 4,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, confermano che la direzione è quella giusta. Ma dietro ai numeri aggregati c’è una domanda che ogni tappa territoriale del percorso rende più esplicita: come si trasforma il potenziale di un’impresa in presenza reale su un mercato estero? SEMPRE PIÙ PMI L’evento romano arriva in un momento in cui il tema dell’internazionalizzazione non è più per-
cepito, dalle imprese del Centro Italia, come un’opzione riservata alle grandi aziende.
Luigi Carunchio, presidente Aprinternational
Distretti manifatturieri, filiere agroalimentari, realtà artigiane e piccole e medie imprese di servizio guardano sempre più spesso ai mercati esteri come leva di crescita, ma incontrano ostacoli che raramente riguardano la qualità del prodotto o del servizio offerto: barriere normative, complessità fiscali, differenze contrattuali, difficoltà nell’individuare un interlocutore affidabile nel Paese di destinazione. È proprio su questo terreno, quello della complessità operativa dell’internazionalizzazione, che si gioca la partita più delicata del Piano Export. 42
UNO STRUMENTO NON BASTA ICE, SACE, CDP e SIMEST mettono a disposizione finanza, assicurazione del credito, promozione e servizi: un’infrastruttura pubblica sempre più solida. Ma un’impresa del Centro Italia che voglia affacciarsi, per esempio, sul mercato dell’Uzbekistan o del Marocco ha bisogno di qualcosa che nessuno strumento finanziario può sostituire: la competenza professionale che sa tradurre un’opportunità commerciale in un contratto solido, in una struttura societaria corretta, in un investimento fiscalmente sostenibile. È qui che entra in gioco la rete dei liberi professionisti italiani, riconosciuta ormai non più come semplice supporto tecnico, ma come infrastruttura relazionale del Piano Export. Il riconoscimento non è soltanto di principio. Il 29 aprile, proprio nel corso della prima tappa di Obiettivo Export a Torino, il Ministro Tajani ha annunciato l’Accordo tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e Confprofessioni per l’internazionalizzazione delle libere professioni, realizzato con il supporto operativo di APRI International.
UNA RETE ATTIVA Nei primi sei mesi del 2026, quella dichiarazione di intenti si è tradotta in presenza concreta. La rete di Senior Advisor coordinata da APRI International ha garantito una copertura costante in oltre 20 Paesi, rappresentando le professioni italiane nei contesti istituzionali ed economici dove si costruiscono le relazioni commerciali del futuro: dal Country Presentation Uzbekistan di gennaio al Forum Economico Italia-Tunisia di giugno, dalla missione di Katowice che ha portato alla sottoscrizione di un accordo con Fundusz Górnośląski S.A. fino alla tavola rotonda di Casablanca sul Marocco come hub strategico per gli investimenti. A Bari, il 16 giugno scorso, la seconda tappa di Obiettivo Export ha offerto una prima dimostrazione
Antonio Tajani, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri
Un accordo che ha trovato conferma pubblica il 21 maggio a Roma, in occasione dell’Annual International Meeting 2026, quando Marco Natali e il Presidente di Confprofessioni, ha ricordato che il Piano Export, «può funzionare solo se integra pienamente il contributo dei liberi professionisti», non come «figure di contorno», ma come «partner strategici delle Pmi». NUMERO 47
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INTERNAZIONALIZZAZIONE
di questo modello: professionisti e Senior Advisor al fianco delle imprese del Mezzogiorno, nello stesso giorno in cui il Ministro Tajani ribadiva l’obiettivo dei 700 miliardi di export. Non si tratta di episodi isolati, ma di un disegno che si è consolidato mese dopo mese: da Seoul, dove la rete ha portato la voce delle professioni italiane al Forum “Working Together” con le istituzioni coreane, all’Ambasciata di Türkiye a Roma, dove si sono celebrati i vent’anni di Invest in Türkiye. Ogni tappa ha aggiunto un tassello alla stessa infrastruttura: quella di un network di professionisti che, Paese dopo Paese, garantisce alle imprese italiane un punto di riferimento affidabile quando si tratta di attraversare un confine. VALORE PER IL CENTRO ITALIA È questo il patrimonio che arriva sul tavolo dell’appuntamento del 6 ottobre. Le imprese di Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche, Toscana e Sardegna che parteciperanno alla giornata romana non incontreranno soltanto le agenzie del Sistema Paese, ma anche una rete di competenze professionali già attiva sui mercati che più le interessano: dal manifatturiero abruzzese che guarda ai Balcani e all’area del Mediterraneo allargato, all’agroalimentare toscano e umbro alla ricerca di canali in Estremo Oriente, fino alle filiere sarde che intercettano le rotte del Nord Africa attraverso accordi come quelli già avviati con il Marocco e la Tunisia. Per un commercialista, un avvocato d’impresa o un consulente che opera su questi territori, la giornata del 6 ottobre
non è soltanto un momento informativo, ma un’occasione per innestarsi in un circuito già operativo: quello dei Senior Advisor che, nei rispettivi Paesi, hanno ricevuto proprio in occasione dell’Annual International Meeting 2026 il riconoscimento del Senior Advisor Award, per il contributo con cui rappresentano con continuità il Sistema Italia da Washington a Hanoi, da Sofia a Varsavia. È questa la funzione che APRI International svolge dal 2026 al fianco di Confprofessioni e del Ministero degli Affari Esteri: non sostituirsi agli strumenti pubblici di sostegno all’export, ma costruire il tessuto connettivo che permette a un professionista di Ancona, Perugia o Cagliari di appoggiarsi a un collega o a un Senior Advisor
già presente nel Paese target, riducendo tempi, rischi e incertezze di un primo approccio a un mercato sconosciuto. È un modello che valorizza una risorsa spesso sottovalutata nelle strategie di internazionalizzazione: la fiducia professionale, che si costruisce nel tempo e si mette a disposizione dell’intero Sistema Paese. VERSO MILANO La tappa di Roma non chiude il percorso, ma lo rilancia. Da settembre sono già in calendario nuove missioni e forum economici verso Egitto, Brasile, Argentina, Paesi Bassi, Canada e Turchia, mentre la rete dei liberi professionisti guarda a un secondo semestre altrettanto denso: la delegazione in Polonia a inizio settembre, il ritorno in Uzbekistan lungo la Via della Seta,
In calendario nuove missioni e forum economici verso Egitto, Brasile, Argentina, Paesi Bassi, Canada e Turchia. E la rete dei professionisti guarda a un secondo semestre altrettanto denso
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gli eventi dedicati a Stati Uniti e Bulgaria, la missione in Vietnam e Cambogia a novembre, fino alla Conferenza degli Ambasciatori che chiuderà l’anno alla Farnesina. È un percorso che accompagna l’Italia fino alla Conferenza Nazionale dell’Export di dicembre a Milano, ma che restituisce fin da ora un’indicazione precisa: il Piano Export funziona nella misura in cui riesce a mettere in rete strumenti pubblici e competenze professionali. Obiettivo Export a Roma sarà l’occasione per le imprese del Centro Italia di toccare con mano questa infrastruttura relazionale, costruita mese dopo mese, missione dopo missione, da una rete di professionisti che ha scelto di misurarsi sul campo, non solo nelle sedi istituzionali. ■
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DIGITALIZZAZIONE
NON DIMENTICHIAMO I PROFESSIONISTI di Diana Larenza
Attualmente è al vaglio del Parlamento un decreto legislativo per il recepimento della direttiva (UE) 2024/2831 sul miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali. Un passaggio importante per rafforzare le tutele e garantire maggiore trasparenza nell’impiego dei sistemi automatizzati. Ma servirebbe anche una disciplina specificamente rivolta alla libera professione, che tenga conto dell’autonomia e dell’indipendenza della prestazione intellettuale, delle qualifiche richieste e degli obblighi deontologici 46
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a trasformazione digitale sta modificando profondamente il mondo del lavoro. La diffusione delle piattaforme e il crescente ricorso a sistemi automatizzati incidono, con modalità differenti, tanto sul lavoro subordinato quanto sul lavoro autonomo e libero-professionale, trasformando non soltanto l’incontro tra domanda e offerta ma anche la messa in pratica di diverse attività. Nel lavoro subordinato, tali strumenti intervengono nell’organizzazione, nell’assegnazione e nel controllo delle prestazioni; nel lavoro autonomo e professionale, le piattaforme assumono un ruolo crescente nell’accesso al mercato e nella relazione tra professionista e cliente, incidendo sull’acquisizione degli incarichi, sulla visibilità e, in alcuni casi, sulle condizioni economiche della prestazione. Tutto questo necessita di attente tutele da parte del legislatore. IL DECRETO In questo scenario si inserisce nello schema di decreto legislativo attualmente all’esame del Parlamento per il recepimento della direttiva (UE) 2024/2831 sul miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali. Un passaggio importante per rafforzare le tutele e garantire maggiore trasparenza nell’impiego dei sistemi automatizzati, che pone tuttavia la necessità di considerare adeguatamente le caratteristiche del lavoro autonomo e, soprattutto, delle professioni regolamentate.Lo schema appare, infatti, maggiormente concentrato sulle dinamiche del lavoro subordinato e sulle tutele connesse alla NUMERO 47
corretta qualificazione del rapporto, pur ricomprendendo nel proprio ambito di applicazione anche il lavoro autonomo. La crescente diffusione delle piattaforme nell’intermediazione dei servizi professionali richiede un passo ulteriore: una disciplina specificamente rivolta ai liberi professionisti, che tenga conto dell’autonomia e dell’indipendenza della prestazione intellettuale, delle qualifiche richieste e degli obblighi deontologici. La piattaforma può facilitare l’incontro tra domanda e offerta e ampliare le 47
DIGITALIZZAZIONE
opportunità di accesso al mercato, ma tale funzione deve preservare gli spazi decisionali propri del professionista rispetto alle modalità di esecuzione, ai tempi e alle condizioni economiche della prestazione. Per le professioni regolamentate, infatti, l’autonomia costituisce un elemento strutturale della prestazione intellettuale, strettamente connesso alla responsabilità personale e al rispetto delle disposizioni legislative, ordinistiche e deontologiche. I BISOGNI DEI PROFESSIONISTI A questo profilo si affianca quello della gestione algoritmica. Anche i professionisti possono essere infatti interessati da sistemi automatizzati che incidono sulla visibilità del profilo, sull’accesso alla clientela, sull’assegnazione degli incarichi, sulle condizioni economiche o sulla permanenza nella piattaforma. Diventano quindi essenziali la trasparenza dei criteri utilizzati, la supervisione umana e la possibilità di ottenere il riesame delle decisioni automatizzate che producono effetti significativi sull’attività professionale.
complessità dell’incarico. È pertanto importante che le piattaforme rendano conoscibili i criteri attraverso i quali vengono presentati e ordinati i professionisti, consentendo all’utente una scelta consapevole. La digitalizzazione deve inoltre preservare le garanzie proprie del rapporto fiduciario tra professionista e cliente. Nel contratto d’opera intellettuale la personalità della prestazione assume un valore centrale: il cliente sceglie uno specifico professionista affidandosi alle sue competenze e qualificazioni. Anche quando l’incarico viene acquisito attraverso una piattaforma, l’utente dovrebbe quindi conoscere preventivamente l’identità di chi eseguirà la prestazione ed essere informato di eventuali successive variazioni.
Particolare attenzione merita inoltre il modo in cui gli algoritmi realizzano l’incontro tra domanda e offerta. La progressiva diffusione delle piattaforme potrebbe favorire una standardizzazione dei servizi professionali e attribuire al prezzo un peso prevalente nella presentazione delle offerte. La prestazione intellettuale, invece, richiede una valutazione diversa e più ampia, fondata sulle competenze, sulle specializzazioni, sulle qualifiche e sulla 48
PIÙ TUTELE Altrettanto centrale è la verifica delle qualifiche. Le piattaforme che intermediano prestazioni riconducibili a professioni regolamentate dovrebbero assicurare che le attività riservate siano svolte da soggetti legittimamente abilitati, rendendo conoscibili l’identità del professionista, il titolo abilitante, l’Ordine o Collegio di appartenenza e lo stato dell’iscrizione. La dimensione digitale deve infatti garantire il rispetto delle medesime condizioni previste dall’ordinamento per l’esercizio delle professioni, evitando che attività riservate siano presentate come servizi fungibili o affidate a soggetti privi delle necessarie qualifiche. A ciò si collega il tema della deontologia. Ogni professione regolamentata dispone di proprie regole e di uno specifico sistema di vigilanza e responsabilità disciplinare. Le piattaforme che operano con categorie professionali diverse devono quindi confrontarsi con una pluralità di ordinamenti, preservandone le specificità. LA LEGGE DEL 2025 Una specifica attenzione alle peculiarità delle professioni intellettuali è stata, del resto, già riservata dal legislatore nella legge 23 settembre 2025, n. 132, «Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale», adottata nel quadro del Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act). L’articolo 13 «Disposizioni in materia di professioni intellettuali», stabilisce che l’impiego dell’intelligenza artificiale debba essere finalizzato alle sole attività strumentali e di supporto all’attività professionale, NUMERO 47
È importante che le piattaforme rendano conoscibili i criteri attraverso i quali vengono presentati e ordinati i professionisti, consentendo all’utente una scelta consapevole con prevalenza del lavoro intellettuale, e prevede specifici obblighi di informazione nei confronti del cliente. Una analoga sensibilità sarebbe auspicabile anche nel decreto legislativo di recepimento della direttiva (UE) 2024/2831 sul lavoro mediante piattaforme digitali, attraverso una previsione espressamente dedicata alle libere professioni. Le peculiarità della prestazione intellettuale, fondata sull’autonomia e sull’indipendenza del professionista, sulla personalità della prestazione, sulle qualifiche e sugli obblighi deontologici, rendono infatti necessario che anche la disciplina delle piattaforme digitali tenga conto in modo specifico delle caratteristiche proprie del lavoro libero-professionale. ■ 49
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SE IL RIENTRO PESA PIÙ DELLE VALIGIE di Isabella Colombo
La ripresa lavorativa dopo le vacanze estive può sorprenderci stanchi, irritabili e poco concentrati. Ma il post-vacation blues può nascondere anche un burnout. Come accorgesene? Pietro Ramella, psicoterapeuta di Humanitas PsicoCare, spiega come riconoscere i segnali e affrontare meglio il ritorno alla routine 50
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e vacanze dovrebbero restituirci le energie esaurite nei lunghi mesi di lavoro senza respiro. Eppure, secondo i dati Istat più recenti, circa un italiano su tre soffre di quella che gli specialisti chiamano sindrome da rientro o post-vacation blues. Si tratta di un malessere psicofisico fatto di stanchezza, difficoltà di concentrazione, irritabilità e calo della motivazione, e si manifesta nei giorni successivi al ritorno alla routine. Tutti, chi più chi meno, la sperimentiamo, indipendentemente da quanto amiamo il nostro lavoro. Inoltre, il dato evidenzia un'incidenza più alta del malessere nella fascia 25-45 anni e tra chi svolge attività lavorative ad alto contenuto intellettuale, liberi professionisti in testa. Non si tratta di un disturbo codificato nei manuali diagnostici, ma di una normale risposta di adattamento a un cambio brusco di ritmo. Il rischio, però, è che questo disagio transitorio si intrecci con qualcosa di più strutturale, per esempio un burnout ben mascherato, con il quale il “blues” delle vacanze ha in comune una discreta quantità di sintomi, dall’esaurimento energetico al distacco mentale. Soprattutto per chi lavora in proprio, senza la rete di tutele di un contratto dipendente, la linea tra un rientro faticoso e un esaurimento vero e proprio può essere ancora più sottile. Ma perché le vacanze, invece di ricaricarci, ci stancano? Pietro Ramella, psicoterapeuta di Humanitas PsicoCare, qui spiega cosa c’è alla base dello stress da rientro e quali segnali lo distinguono dal campanello d'allarme di situazioni strutturali che non andrebbero sottovalutate.
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D. Perché la sensazione di rientrare dalle vacanze più stanchi di prima è così diffusa? Il problema potrebbe risiedere nel fatto che oggi non siamo più abituati a vivere il presente in modo mindful. Spesso, assorbiti dal multitasking sia nel lavoro che nel tempo libero, viviamo routine quotidiane prive di momenti in cui possiamo stare completamente con noi stessi o partecipare alle attività con tutta la nostra persona (mente e corpo) forse perché costantemente distratti da una società sempre più “richiestiva”. Questo ci porta a considerare i periodi di pausa come una perdita di tempo e quindi li riempiamo il più possibile, anche in vacanza. Così, persino il riposo diventa "performativo" e ci stanca. D. Quali sono gli errori che rendono il rientro ancora più faticoso? Un rientro dalle vacanze troppo a ridosso della data di inizio dell’attività lavorativa spesso è un fattore stressante. È normale cercare di ritardare più possibile il rientro per godersi fino all’ultimo momento di vacanza ma la mancanza di tempo cuscinetto per riambientarsi facilita l’ansia: non permette la ripresa dei ritmi sonno veglia solitamente modificati durante i viaggi e annulla il tempo necessario per una ripianificazione delle attività routinarie e lavorative. Un altro fattore da considerare riguarda il fatto che molti di noi spesso rimangono costantemente “online” anche durante le vacanze, negandosi quindi la possibilità di vivere a pieno il riposo. Magari lo fanno con il pensiero che, rimanendo sempre online, il peso 52
percepito al rientro possa essere inferiore, con l’effetto paradossale che il rilassamento ricercato durante le ferie non è completamente raggiunto e portando invece un ulteriore carico di stress psicologico.
a commissioni procrastinate, potrebbe favorire un maggiore livello di stress psicologico.
D. Quali accorgimenti possono fare la differenza?
D. Quali strategie possono aiutare a recuperare le energie durante la prima settimana di lavoro per evitare di sentirsi subito travolti dagli impegni?
Oltre ad anticipare di qualche giorno il rientro rispetto all'inizio delle attività lavorative e fare un po’ di sano digital detox, possiamo fare qualcosa prima di partire: lasciare la casa in ordine e non posticipare alla prima settimana del rientro scadenze, impegni, riunioni e faccende burocratiche. Questo accorgimento può sembrare banale ma aiuta tantissimo quando si riapre la porta di casa dopo settimane: le valigie da disfare sono già un fattore di per sé stressante, se associato a una casa lasciata in disordine o
Iniziare, se possibile, gradualmente, programmando i propri task e non partendo subito a pieno regime come quando abbiamo lasciato. E poi, con i classici esercizi di rilassamento e meditazione che possono contribuire a ritrovare il senso del “qui e ora” favorendo sia il sonno sia un rilassamento quotidiano più profondo. Se svolti anche più volte nel corso della giornata, questi esercizi possono aiutare a diminuire lo stress da rientro, migliorando la concentrazione, la regolazione emotiva e la capacità di
Non siamo più abituati a vivere il presente in modo mindful. Questo ci porta a considerare i periodi di pausa come una perdita di tempo. Così li riempiamo il più possibile, anche in vacanza NUMERO 47
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BENESSERE
pianificazione. Nel caso in cui si stia già seguendo un percorso psicologico, in accordo con il proprio psicoterapeuta potrebbe essere utile un incontro durante i primi giorni lavorativi così da incrementare la consapevolezza sulle proprie emozioni, l’umore, i livelli di stress, per capire quali strategie adottare soprattutto se compaiono sintomi psicologici e fisici che interferiscono con il benessere quotidiano. Come apatia, piattezza emotiva, difficoltà di concentrazione, perdita di interesse, irritabilità, tensione muscolare e insonnia. D. Tutti sintomi di un incipiente burnout… Come è possibile riconoscerne i segnali per tempo? Solitamente i sintomi sopra indicati evidenziano una condizione a breve termine, se però si inizia a notare un umore depresso e la perdita di interesse la maggior parte del giorno per almeno due settimane sarà fondamentale contattare uno specialista così da approfondire il quadro diagnostico. Il burnout potrebbe non essere stato approfondito in fase pre vacanziera, magari si è pensato alle ferie come una potenziale bacchetta magica. Talvolta alcuni sintomi potrebbero essere ignorati, soppressi, cioè cognitivamente evitati, soprattutto se si presentano a ridosso dell’inizio delle ferie, con la speranza che essi spariscano al nostro rientro. Ma se si tratta davvero di burnout, il risultato sarà che il problema esce dalla porta per rientrare dalla finestra. Per distinguere i vari casi è fondamentale anche in questo caso contattare uno specialista così da favorire una chiara “foto-
Potremmo pensare alla costruzione di una routine vissuta con tempi più dilatati rispetto alla vita quotidiana lavorativa, evitando l’eccesso di multitasking
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grafia” diagnostica, grazie al “riordinamento” delle informazioni raccolte insieme e così da capire se sia o meno necessario un eventuale supporto psicologico. D. C'è un'abitudine tipicamente vacanziera che potremmo riprendere anche al rientro per stare meglio? Qui ritorna il concetto di mindfulness: potremmo pensare alla costruzione di una routine vissuta con tempi più dilatati rispetto alla vita quotidiana lavorativa, evitando l’eccesso di multitasking. Svolgere un compito alla volta ci permette di essere più efficaci. Inseriamo momenti di pausa e scomponiamo in micro task i compiti più impegnativi. Riprendiamoci, cioè, il nostro tempo, proprio come faremmo in vacanza. ■
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Le ferie “non godute” in tutti i sensi
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econdo i dati elaborati dall'INAPP (Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche) sulla qualità e sull'organizzazione del lavoro, il 41,5% degli occupati italiani considera difficile o molto difficile prendere giorni di ferie senza preavviso. Dietro le ferie che si accumulano, non c'è necessariamente una scelta individuale ma anche il modo in cui il lavoro è organizzato, i carichi di attività e la possibilità di sostituire chi si assenta. Il problema diventa particolarmente evidente quando le assenze non possono essere facilmente coperte: meno persone disponibili significa spesso più lavoro per chi rimane, e quindi meno margine per staccare. Le ferie rischiano così di trasformarsi in qualcosa che si rimanda, perché il momento giusto per assentarsi sembra non arrivare mai. Per il libero professionista non esiste un analogo diritto alle ferie retribuite: fermarsi significa normalmente interrompere anche la produzione di reddito. Ogni giorno di vacanza può quindi avere un costo doppio, quello della vacanza e quello degli eventuali incarichi o introiti a cui si rinuncia. La differenza è sostanziale: per chi lavora in proprio, il tempo libero deve essere spesso conquistato sottraendolo direttamente al tempo produttivo. ■ 55
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Il diritto alla disconnessione
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n Francia il diritto alla disconnessione è previsto dalla legge dal 2017. Le aziende devono definire le modalità con cui i lavoratori possono disconnettersi dagli strumenti digitali e garantire il rispetto dei tempi di riposo, dei periodi di ferie e della vita personale e familiare. In Italia non esiste invece una disciplina generale e organica del diritto alla disconnessione valida per tutti i lavoratori. Una tutela specifica è prevista per il lavoro agile: la legge stabilisce che l'ac-
cordo individuale debba indicare i tempi di riposo e le misure necessarie ad assicurare la disconnessione dagli strumenti tecnologici utilizzati per lavorare. Per il libero professionista non esiste un analogo diritto alla disconnessione: staccare può essere più difficile perché il confine tra tempo di lavoro e tempo libero è meno netto. La vera sfida, quindi, non è soltanto trovare il tempo per andare in vacanza, ma riuscire a essere davvero assenti quando si decide di andare. ■
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La piattaforma realizzata da Confprofessioni e Apri International per favorire le relazioni tra i professionisti di tutto il mondo.
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NEWS FROM EUROPE
Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo di Confprofessioni
Il lavoro europeo riparte dal dialogo sociale Il futuro del lavoro europeo passa dal dialogo con le parti sociali. È il messaggio emerso dall’audizione “Il lavoro che vale: verso il Quality Jobs Act”, promossa l’8 settembre dagli eurodeputati Nicola Zingaretti e Raffaele Topo, alla quale ha partecipato Dario Montanaro, delegato di Giunta al Lavoro di Confprofessioni. Nel corso dell’incontro, Confprofessioni ha ribadito che qualità dell’occupazione, tutela dei lavoratori e competitività devono procedere insieme. Per raggiungere questo obiettivo, secondo la Confederazione, non è sufficiente introdurre nuovi obblighi: occorre coinvolgere concretamente le parti sociali e valorizzare contrattazione collettiva e bilateralità. La contrattazione può infatti adattare le tutele
alle diverse realtà produttive, con particolare attenzione a micro e piccole imprese e studi professionali, per i quali gli oneri normativi possono avere un impatto maggiore rispetto alle grandi organizzazioni. Analoga proporzionalità dovrà guidare la regolazione dell’intelligenza artificiale e della gestione algoritmica. Il futuro quadro europeo dovrà garantire trasparenza e garanzie adeguate, distinguendo però tra strumenti, finalità e livelli di rischio, senza assimilare ogni tecnologia a un sistema di sorveglianza. Confprofessioni richiama inoltre l’attenzione sulle catene di subappalto e sul coinvolgimento di professionisti autonomi e fornitori specialistici, per evitare che i costi della regolazione ricadano sui soggetti più piccoli.
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Lavoro senza confini: l’Europa accelera
Il 15 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato il Fair Labour Mobility Package, un pacchetto di misure per rendere più semplice, sicuro e trasparente lavorare in un altro Paese dell’Unione. L’iniziativa punta a rafforzare la libertà di circolazione dei lavoratori, garantendo la portabilità di documenti, qualifiche e diritti. Nel 2024 circa 14 milioni di cittadini europei vivevano in uno Stato membro diverso da quello d’origine, oltre 10 milioni dei quali in età lavorativa. Il pacchetto prevede cinque interventi. Il primo è l’European Social Security Pass, che consentirà di digitalizzare documenti come il certificato A1 e la Tessera europea di assicurazione malattia, rendendoli disponibili nel Portafoglio europeo di identità digitale. Il secondo riguarda lo Skills Portability Act, con qualifiche e titoli in formato digitale standardizzato e uno strumento europeo per facilitarne il confronto. La Commissione propone inoltre procedure interamente digitali per il riconoscimento delle qualifiche nelle professioni regolamentate, con tempi potenzialmente ridotti da tre mesi a circa cinque settimane, e l’estensione dei quadri comuni di formazione, che possono favorire il riconoscimento automatico dei titoli.
Von der Leyen: un’Europa più autonoma Nel secondo discorso sullo Stato dell’Unione del mandato 2024-2029, pronunciato davanti al Parlamento europeo alla presenza del primo ministro canadese Mark Carney, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha delineato le priorità per rafforzare competitività, autonomia strategica e sicurezza dell’Ue in un contesto geopolitico ed economico instabile. Il primo obiettivo è completare il mercato unico entro il 2027 con la roadmap “One Europe, One Market”, riducendo burocrazia, tempi autorizzativi e ostacoli all’accesso ai finanziamenti. Dodici pacchetti di semplificazione hanno già ridotto gli oneri amministrativi di circa 17 miliardi di euro l’anno; a questi interventi si aggiungerà un nuovo Pacchetto Bancario a sostegno degli investimenti. Sul fronte energetico, la Commissione punta a raddoppiare entro il 2040 la quota di elettricità nel mix, attraverso rinnovabili e nucleare, per contenere i costi di importazione dei combustibili fossili, stimati in 260 miliardi di euro annui. La strategia sarà accompagnata da investimenti nelle reti e da nuove misure contro rischi climatici, siccità e ondate di calore. Per ridurre le dipendenze dalla Cina nelle materie prime critiche, saranno istituite una Corporazione europea per l’approvvigionamento e l’iniziativa DiversifyEU. DISCORSO DELLA PRESIDENTE MAGGIORI DETTAGLI
Lavoro ibrido, flessibilità tra autonomia e controllo
Il lavoro ibrido è ormai una componente strutturale del mercato europeo. Secondo l’European Working Conditions Survey 2024, citato da Eurofound nel rapporto pubblicato il 27 agosto 2026, circa il 24% dei lavoratori Ue alterna attività in presenza e da remoto. La flessibilità, tuttavia, resta disomogenea: il 48% dispone di autonomia su tempi e luogo di lavoro, mentre il 22% opera in contesti fortemente controllati. Il rapporto evidenzia il ruolo decisivo dei manager intermedi, chiamati a tradurre le politiche aziendali in pratiche concrete e a bilanciare produttività, fiducia e benessere. La trasformazione coinvolge anche gli spazi: la casa tende a diventare luogo di concentrazione, l’ufficio sede di collaborazione, ma persistono problemi legati ad ambienti domestici inadeguati, strutture aziendali obsolete e sistemi digitali di monitoraggio. La maggiore flessibilità sulla sede di lavoro risulta spesso associata a controlli informatici più intensi e a un aumento del carico cognitivo, soprattutto per i responsabili dei team. Nei modelli più rigidi crescono invece stress, percezione di disuguaglianza e difficoltà nei rapporti tra lavoratori da remoto e in presenza.
FAIR LABOUR MOBILITY PACKAGE
EWCS 2024
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PROFESSIONI
Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni
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PA S RN OI FT EÀ SSIONI
PROGRAMMARE È UN PO’ CURARE di Roberto Carminati
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Nel 2024 in Italia mancavano poco meno di 5.600 medici di medicina generale. E lo shortage era particolarmente acuto nelle regioni settentrionali. Stessa musica per gli infermieri che nel Paese se ne contano 6,9 ogni mille abitanti, a fronte di una media Ocse di 9,2. Il problema dipende in parte nella scarsa disponibilità di professionisti, ma soprattutto nell'errata pianificazione. Come migliorare la situazione lo spiega Alessandro Dabbene, vice-segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale
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SANITÀ
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dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (Ocse) e quelli elaborati da Gimbe sulla base delle stime di Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati - non lasciano troppo spazio ai dubbi. Solo all’inizio del 2024 mancavano in Italia poco meno di 5.600 medici di medicina generale e lo shortage era particolarmente acuto nelle regioni settentrionali. Ne sarebbero serviti 1.525 in più in Lombardia e 785 nel Veneto; 536 in Emilia Romagna e 431 in Piemonte; a Mezzogiorno a guidare la poco invidiabile graduatoria era la Campania, sotto di 652 unità. Si tratta dei numeri più aggiornati fra quelli disponibili e fanno il paio con quelli relativi alla carenza di infermieri: 6,9 nel Paese ogni mille abitanti, a fronte di una media Ocse di 9,2. Eppure, nel 2023 i medici attivi nella Penisola erano mediamente più numerosi (del 25%) rispetto a quelli di altri Stati dell’Unione europea. Il problema sta allora solo in parte nella scarsa disponibilità di professionisti e della Salute e coincide invece con la loro errata collocazione; dunque con un’errata pianificazione. C’È CHI DICE NO Un quadro della situazione lo ha fornito a Il Libero Professionista Reloaded il vice-segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (e naturalmente medico di famiglia nella cintura di Torino), Alessandro Dabbene. «Il punto di partenza», ha esordito, «è il prevedibile picco dei pensionamenti registrato fra il 2020 e il 2025. Ha ridotto
significativamente il novero complessivo dei colleghi e non è stato riequilibrato da un adeguato turnover. Per dirla in termini sportivi non si è creata la classica panchina lunga; e la panchina si è svuotata in meno di un anno». Né il varo del Piano nazionale di ripresa e resilienza a immediato ridosso dell’era della pandemia è riuscito a tappar le falle. Fondi e posizioni per le Borse di studio post-laurea sono aumentati, ma allo stesso tempo sia la medicina generale sia alcune specialità - chirurgia e Pronto soccorso fra queste - hanno perso di attrattiva per varie ragioni a cominciare dai persistenti rischi di burn-out. «Nel passato», ha osservato Dabbene, «il migliaio di Borse a bando non bastava a soddisfare i candidati; ora in alcuni casi son
Se si vuol rendere sostenibile il sistema sanitario è necessario agire sulle leve della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale per semplificare e velocizzare il disbrigo delle parti burocratiche 64
più le Borse che non i concorrenti. Inoltre, fra chi supererà i test di ingresso molti rinunceranno in partenza alla carriera o non completeranno l’iter della specializzazione o non apriranno mai un loro studio. O ancora lo inaugureranno e poi lo lasceranno dopo pochi mesi o anni nonostante una prospettiva più che accettabile di stabilità economica». LO STUDIO LOGORA CHI CE L’HA Se a servire le esigenze di salute di una cittadinanza tendente a un costante invecchiamento (con quel che ne consegue) si è sempre di meno, è chiaro che il totale dei pazienti in capo a ciascuno non possa che crescere. Dalle 1.150 unità in media del passato recente s’è passati a 1.350 con picchi da 1.800 in alcune regioni del Nord. E se si rischia il crollo nervoso è perché il livello dell’impegno si intensifica di pari passo con l’aumento delle cronicità e patologie correlate all’età, e non da ultimo gli oneri dettati da un’attività di backoffice di crescente complessità.
Alessandro Dabbene, vice-segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale e medico di famiglia nella cintura di Torino
«La mole dei dati da gestire quotidianamente si accresce di continuo», ha ricordato Dabbene, «ed è difficile trovare le risorse per assumere del personale di segreteria o infermieristico. E il racconto delle criticità vissute sui social contribuisce a disilludere tanti volenterosi aspiranti medici di famiglia». Tornando alla pianificazione e programmazione, che esse abbiano un ruolo in tutto questo non c’è dubbio. Balzare da una situazione di carenza a un eccesso di domanda è questione di dettagli: oggi si NUMERO 47
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contano 27 mila matricole in Medicina e quindi il doppio rispetto a quelle d’inizio decennio e il triplo a paragone con quelle degli anni Novanta, quando l’intervistato ha mosso i suoi primi passi. Le difficoltà di allocazione sono destinate inevitabilmente a intensificarsi ma in una prospettiva più vasta la Federazione di cui Dabbene è vicesegretario sta spendendosi su una molteplicità di fronti. UN GRUPPO DI SUCCESSO «Se si vuol rendere sostenibile il sistema sanitario», ha detto, «è necessario agire sulle leve della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale per automatizzare, semplificare e velocizzare il disbrigo delle parti burocratiche, in primis per quanto concerne il carico pesante delle prescrizioni. La risposta ai problemi non viene a mio modo di vedere dalle cosiddette case di comunità che sono partite rapidamente ma senza una chiara e concreta definizione dei percorsi di cura. Se ne prevede soltanto una per ogni Distretto e i medici vi sono impiegati sulla base di una retribuzione oraria slegata dal numero degli assistiti. Diverso è invece il modello della Medicina di gruppo fatta di associazioni di professionisti - da un minimo di tre a un massimo di dieci - che lavorano in una logica di rete condividendo vaccinazioni, percorsi di cura, le urgenze e i collaboratori a supporto, fra segreteria e infermieri, nonché da più ampie reti di studi medici chiamate Aggregazioni funzionali territoriali o Aft, là dove il paradigma è stato implementato grazie anche all’appoggio delle Regioni».
Si superano così facendo anche gli ostacoli di non poco conto connessi con la già citata solitudine professionale; si riesce con la gestione congiunta delle strutture a offrire un servizio di reale prossimità anche a chi abita nelle aree più disagiate della Penisola; le innumerevoli piccole frazioni. Per ora sperimentazioni simili interessano qualcosa come il 50% dei medici di Medicina generale, l’obiettivo non può essere che quello di arrivare al 100%. Guardando nuovamente e brevemente al passato, pur vero è che gli sbagli compiuti in sede di programmazione e pianificazione, in vista di un sistema sanitario davvero al passo coi tempi, avrebbero po-
tuto essere evitati agendo come su scala regionale ha fatto sin dal 2014 la Toscana. «Ha fatto tesoro», ha concluso il dottor Alessandro Dabbene, «di quanto previsto dalla riforma del 2012 del ministro per la Salute Renato Balduzzi, ma senza attendere le indicazioni nazionali in merito che sono giunte solamente dieci anni più tardi. Ha così dato vita da subito alle Aft come alle Case della salute o di comunità riuscendo a non farsi trovare impreparata alle successive emergenze. E soprattutto, con una visione decisamente virtuosa, ha colto nel segno sotto un aspetto fondamentale qual è quello dell’attrattività per i neolaureati». ■ 66
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MAGRI A TUTTI I COSTI di Giovanni S. Buono
Sono stati sviluppati per il trattamento del diabete di Tipo 2 ma si sono dimostrati efficaci contro l’obesità. Così i farmaci agonisti del recettore Glp-1 sono diventati un fenomeno commerciale promosso da vip e influencer. E ora sta impattando sulle strategie dell’industria alimentare. Ma i rischi di un uso errato sono dietro l’angolo 68
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li agonisti recettoriali del Glp-1 (Glp-1RA) sono molecole in grado di mimare l’azione dell’ormone intestinale rilasciato normalmente dopo i pasti stimolando l’azione dell’insulina glucosio-dipendente. Rallentano lo svuotamento gastrico e regolano l’appetito e il senso di sazietà agendo sia al livello periferico sia a quello centrale e limitando così il pensiero ricorrente del cibo e la fame emotiva: il cosiddetto food-noise. Sin qui la definizione scientifica: al grande pubblico può risultare familiare il nome di Ozempic e cioè del farmaco best-seller basato proprio sugli agonisti Glp-1RA e oggi abitualmente utilizzato a scopi di dimagrimento dal 12% degli statunitensi, secondo le stime. SUCCESSO PLANETARIO Alle spalle le molecole hanno una lunga storia: a ripercorrerla per Il Libero Professionista Reloaded è stata la dottoressa Carmela Asteria. Endocrinologa e ricercatrice, è responsabile del Centro di nutrizione endocrino-metabolico (NutrEndo_Me) dell’Irccs Ospedale Galeazzi - Sant’Ambrogio. «Sono nate all’inizio del secolo per il trattamento del diabete di Tipo 2», ha detto, «e alcune di esse come semaglutide e tirzepatide favorivano nei pazienti una perdita del peso sino al 20%, con i dosaggi massimi. La loro somministrazione a soggetti non-diabetici è avvenuta in capo a trial clinici che hanno fornito indicazioni importanti e il passaggio alla cura dell’obesità è stato supportato da studi molto solidi». Asteria ha ricordato che ancora due anni orsono solo il 6% degli adulti nordamericani li assumeva con regolarità e il raddoppio dei
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ALIMENTAZIONE
consumi ha inevitabilmente coinciso per i produttori col boom dei fatturati, saliti del 33,5% su scala globale fra il 2024 e il 2025 alla quota di 132 miliardi di dollari. «Allo stesso tempo», è la precisazione, «si è assistito a un calo significativo dei casi di obesità: da un’incidenza del 40% sul totale della popolazione sono arrivati a rappresentare il 36% soltanto. Nel nostro Paese si osserva una tendenza analoga perché i Glp-1RA sono i più venduti fra i farmaci in fascia C e dunque - salvo specifiche esenzioni per i diabetici - a pagamento. L’Agenzia del farmaco ha calcolato 480 mila persone in trattamento cronico e descritto un incremento del 15% della domanda fra gli over-65, motivata dagli aggiuntivi benefici che le molecole in oggetto assicurano sul piano metabolico». QUESTIONE DI STILE Contribuiscono infatti a limitare fra gli altri il rischio cardiovascolare e le apnee notturne che non di rado si accompagnano al peso e grassi in eccesso: vantano dunque pregi in gran numero ma non per questo sono la panacea. «Il solo fatto che si contino circa 3,5 miliardi di soggetti in sovrappeso e con obesità nel mondo», ha detto Asteria, «giustifica la popolarità e la relativa diffusione dei trattamenti. Non però gli eccessi dati da un’assunzione scorretta cui inducono anche gli atteggiamenti ed esempi di alcune star o influencer e talora certe narrazioni mediatiche: gli agonisti Glp-1 non hanno a che fare con la prova-costume». C’è forse una zona grigia ove una cultura carente si accompagna a qualche leggerezza nelle prescrizioni che debbono invece essere stilate «sulla base di
La vera discriminante e arma in più contro l’obesità e il sovrappeso resti sempre l’educazione alimentare precisi parametri medici e non estetici». È poi una questione di stili di vita. «Il messaggio da veicolare», è la puntualizzazione, «è che anche durante la terapia si deve osservare un regime alimentare regolare e sano unito all’attività fisica, che ha l’obiettivo di preservare il tono della massa muscolare, specie presso i più anziani». OLTRE LO SPECCHIO Non solo queste sono le controversie cui Ozempic e simili sono andati via via incontro: sulla scorta delle segnalazioni di alcuni pazienti alle autorità di farmacovigilanza Ema e Fda hanno indagato per oltre due anni sulla potenziale insorgenza di tendenze suicide. Le hanno escluse (anche dalle avvertenze) sancendo l’assoluta sicurezza dei prodotti. Ma 70
il punto è un altro. «L’obesità può essere un trauma e uno stigma tale da favorire la depressione; al contempo il cambiamento fisico dato dal dimagrimento può disorientare e influire in negativo sugli stati d’animo. Sono aspetti da tenere in considerazione e suggeriscono la necessità di una presa in carico dei soggetti. Aderenza terapeutica e correttezza nell’uso sono decisive per il mantenimento del peso desiderato ma nel percorso i pazienti devono essere seguiti da team multidisciplinari di endocrinologi, fisioterapisti e psicologi, essendo l’obesità correlata, non di rado, a problematiche di natura quasi-psichiatrica». D’altra parte le molecole Glp-1RA agiscono in maniera sistemica su più processi metabolici, sui nuclei ipotalamici e l’area mesolimbica dopaminergica preposta alla ricompensa, tenendo sotto controllo il già citato food-noise. Indiretta-
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Carmela Asteria, endocrinologa, ricercatrice e responsabile del Centro di nutrizione endocrino-metabolico (NutrEndo_Me) dell’Irccs Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano
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ALIMENTAZIONE
mente stanno stimolando infine la creatività dell’industria che nei soli Stati Uniti ha visto la spesa alimentare calare del 6% e teme di poter perdere 48 miliardi l’anno di incassi nel prossimo decennio. «Ben vengano i farmaci che contrastano gli eccessi agevolando l’azione delle incretine (ormoni che regolano gli zuccheri nel sangue e controllano lo stato di sazietà, ndr) e penalizzando perciò il junk-food. È già in corso una riformulazione dei cibi a vantaggio del contenuto proteico e fibre ed è probabile che si affermino formulazioni orali inedite e diversi approcci alla processazione degli alimenti in senso Glp-friendly. Certo, in nome della salute si dovrà trovare anche un modo di calmierare i prezzi al dettaglio di alcuni prodotti benché la vera discriminante e arma in più contro l’obesità e il sovrappeso resti sempre l’educazione alimentare». ■
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La dieta aguzza l’ingegno
E Emidio Mansim Garofalo, global marketing director del Pastificio Lucio Garofalo
midio Mansi, direttore commerciale per l’Italia e global marketing director del Pastificio Lucio Garofalo ha concordato sul fatto che un trend del dimagrimento stia emergendo in maniera evidente ed è consapevole di come esso vada incontro a precise e importanti esigenze di salute. Ritiene tuttavia che vada inquadrato in una prospettiva più ampia. «È senz’altro una tendenza rilevante», ha detto a Il Libero Professionista Reloaded, «ma non abbastanza significativa dal punto di vista numerico perché se ne possa tracciare una correlazione diretta con i volumi di vendita. Quel che è certo è che i prodotti funzionali a un’alimentazione inserita in un regime di dieta sono in forte crescita su tutti i mercati, nonostante la diffusione dei farmaci o piuttosto di pari passo con essa. Se il motivo sia il connubio dei due fenomeni o le loro strade siano parallele è ancora presto per dirlo».
Strapasta e all’estero è veicolato come High Protein. Ha appunto un livello di proteine molto alto cui unisce una notevole quantità di fibre, caratterizzato da un picco glicemico davvero bassissimo. Allo scopo non abbiamo utilizzato additivi esterni al grano e abbiamo invece valorizzato un brevetto, cioè Altograno, che è basato su germe di grano diseolato. Integra un 100% di grano con un altissimo apporto di fibre, proteine, minerali rilevanti in una dieta studiata quali potassio, magnesio e zinco». Al di là delle mode e abitudini di consumo mutuate (anche) dagli Stati Uniti il pubblico di casa nostra sembra avere accolto la novità con favore, superando ogni possibile ritrosia. Benché comprensibilmente «esigenti e tutto sommato conservatori» quando in gioco è un bene come la pasta, i connazionali stanno dunque premiando l’innovazione. Anche perché non intacca - tutt’altro - i tratti distintivi del loro piatto preferito. «La pasta», ha osservato in conclusione il direttore commerciale di Garofalo Spa, «va d’accordo con qualsiasi tipo di stile di alimentazione corretta ed equilibrata e non entra in contrasto con alcuna scelta etica, perché del tutto vegetale». ■
Altrettanto certo è che i produttori stanno indirizzando le nuove abitudini di consumo facendo tesoro della loro capacità di innovare e dunque della loro creatività. «Stiamo lanciando», ha proseguito Mansi, «un prodotto specifico che nel nostro Paese porta il nome di NUMERO 47
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INNOVAZIONE
L’ERA DEL GENERATIVE DESIGN di Giorgio Maresca
L' AI generativa sta ridisegnando il ruolo (e il valore) dell'Architetto. Si va verso un nuovo livello di collaborazione tra capacità umana e capacità computazionale. Capirlo per tempo significa continuare a competere 74
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er oltre quarant'anni l'evoluzione della progettazione architettonica è coincisa con l'evoluzione degli strumenti di lavoro. Dal tecnigrafo al CAD, dal CAD al BIM, fino alla progettazione parametrica, ogni passaggio ha spostato il progettista da un'attività sempre più manuale a una sempre più governata da dati, regole e simulazioni. Oggi quel percorso compie un nuovo salto: non si tratta più soltanto di modellare o impostare parametri, ma di dialogare con un sistema capace di generare proposte progettuali a partire da un'istruzione testuale, un prompt. Non sostituisce il progetto, né il progettista, ma introduce un nuovo livello di collaborazione tra capacità umana e capacità computazionale, approdando negli studi con una velocità superiore a quella con cui, vent'anni fa, si è diffuso il BIM. Comprenderlo oggi non è una questione di curiosità tecnologica, ma di competitività professionale: chi lo ignora rischia di continuare a produrre a mano ciò che altri, nello stesso tempo, esplorano in decine di varianti. IN PRINCIPIO FU IL TECNIGRAFO Il CAD ha digitalizzato il disegno tecnico. Il BIM ha trasformato il modello tridimensionale in un contenitore di informazioni condivise — materiali, costi, prestazioni energetiche, coordinamento tra discipline. La progettazione parametrica ha aggiunto un livello ulteriore, descrivendo la geometria attraverso relazioni matematiche invece che linee tracciate a mano. Il Generative Design è l'evoluzione di questo percorso: NUMERO 47
il progettista definisce obiettivi e vincoli — dimensioni, carichi, materiali, budget, sostenibilità — e il software genera automaticamente molteplici alternative che li rispettano, lasciando all'architetto il compito di valutare e sviluppare le più efficaci. È bene distinguerlo dall'AI generativa in senso stretto: il primo lavora entro regole definite dal progettista, la seconda utilizza modelli addestrati su grandi quantità di dati per produrre proposte a partire da descrizioni in linguaggio naturale. Le due tecnologie non competono: 75
INNOVAZIONE
stanno convergendo nello stesso flusso di lavoro, dove l'AI accelera l'esplorazione delle idee e gli strumenti parametrici le trasformano in progetti verificabili. Piattaforme come Autodesk Forma integrano già analisi ambientali e generazione di varianti nelle fasi preliminari, mentre Rhino con Grasshopper resta il riferimento per la progettazione algoritmica. IL PROMPT NUOVO STRUMENTO Scrivere un prompt significa descrivere un'intenzione progettuale in linguaggio naturale — tipologia edilizia, materiali, atmosfera, rapporto con il paesaggio. In pochi secondi piattaforme come Midjourney, Stable Diffusion o Adobe Firefly restituiscono immagini concettuali di alta qualità, utili per esplorare rapidamente alternative formali e comunicare un'idea
al committente ancora prima della modellazione definitiva. Non sono rendering pronti per essere costruiti, ma schizzi evoluti che accelerano una fase tradizionalmente lenta: quella in cui si producono decine di bozze prima di trovare una direzione condivisa. Buona notizia: la curva di apprendimento non è uniforme, ed è spesso più dolce di quanto si tema. Per gli strumenti text-to-image di uso quotidiano bastano in genere poche ore di pratica guidata: i workshop degli Ordini territoriali, come quello di Milano, durano tipicamente 6-9 ore e costano tra i 50 e i 200 euro, con quote ridotte per under 35 e iscritti; un percorso analogo della Fondazione per l'Architettura di Torino, su tre moduli pratici, costa circa 112 euro. Molti rilasciano crediti formativi professionali (CFP) validi per l'aggiornamento obbligatorio già richiesto dall'Ordine: non ore "in più" da trovare, ma formazione continua reindirizzata su un tema più utile del solito. Il discorso cambia con gli strumenti davvero parametrici come Grasshopper, che richiedono settimane, non ore, per essere padroneggiati — lo stesso impegno che molti studi hanno già affrontato passando dal CAD al BIM. I due livelli, però, non vanno affrontati insieme: si può iniziare da quello immediato, misurarne il beneficio, e solo dopo investire nella componente più tecnica. DOVE L'AI GENERA VALORE Detto tutto ciò, sarebbe un errore immaginare l'AI come un software che "progetta edifici". Nella pratica genera valore soprattutto nelle 76
attività ripetitive ed esplorative: in fase preliminare produce rapidamente decine di concept coerenti con un brief; durante lo sviluppo confronta configurazioni distributive diverse; nella comunicazione costruisce moodboard e presentazioni in tempi ridotti. Pensiamo alla ristrutturazione di un edificio scolastico: il progettista inserisce orientamento, volumetria, vincoli urbanistici e obiettivi energetici; l'AI propone venti configurazioni distributive, diciassette vengono scartate subito, tre approfondite nel modello BIM. Il tempo risparmiato non riguarda la progettazione definitiva, ma la fase di esplorazione — quella in cui normalmente si investono molte ore senza sapere quale direzione risulterà la migliore. L'AI non sosti-
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INNOVAZIONE
tuisce il processo decisionale: amplia il numero di alternative disponibili. Anche sul piano più tecnico iniziano ad apparire applicazioni interessanti — analisi preliminari dell'irraggiamento solare, simulazioni ambientali, verifica rapida di alternative volumetriche — sempre come supporto a una decisione che resta del progettista, non come sostituto di un calcolo strutturale o di una verifica normativa. IL NODO DEL DIRITTO D'AUTORE La domanda che interessa di più architetti e ingegneri: se il concept nasce da un prompt, chi è l'autore del progetto? La risposta, nel quadro normativo italiano, è rassicurante. La Legge 23 settembre 2025 n. 132, entrata in vigore il 10 ottobre 2025, ha modificato la legge sul diritto d'autore precisando che restano protette le opere dell'ingegno umano realizzate anche con l'ausilio di strumenti di AI, purché costituiscano il risultato del lavoro intellettuale dell'autore. Il principio è semplice: l'AI è uno strumento, non il soggetto creativo. La tutela riguarda il contributo umano — le scelte progettuali, la selezione delle alternative, le modifiche, l'elaborazione critica dell'output. Lo stesso principio era già stato anticipato dalla giurisprudenza italiana, che considera il software uno strumento del processo creativo e non un sostituto dell'autore, imponendo di verificare quanto l'intervento del programma abbia effettivamente assorbito l'elaborazione creativa. Per chi lavora in studio ogni giorno, questo si traduce in un consiglio
molto pratico: conservare traccia del processo — prompt, varianti, versioni intermedie, decisioni — perché è quella documentazione a dimostrare il contributo creativo del progettista, soprattutto quando il progetto ha rilevanza contrattuale o concorsuale. C'è poi un secondo fronte, meno discusso: quello dei dati usati per addestrare questi sistemi. La stessa normativa disciplina il text and data mining, cioè l'estrazione di informazioni da opere protette per addestrare i modelli di AI, ammessa solo entro condizioni ed eccezioni specifiche. Per chi pubblica i propri progetti online è un tema da tenere d'occhio: i vostri rendering, in teoria, potrebbero già essere finiti in qualche dataset di addestramento.
L'AI ACT L'intelligenza artificiale non è solo una tecnologia: è anche un sistema regolato. Il Regolamento europeo sull'AI (AI Act) definisce principi di trasparenza, responsabilità e gestione del rischio, e la normativa italiana si coordina esplicitamente con questo quadro. Per gli studi professionali vale un principio pratico: usare l'AI non trasferisce la responsabilità progettuale al software. Chi firma il progetto resta responsabile delle verifiche tecniche, della conformità normativa e della sicurezza. L'AI può suggerire una soluzione distributiva o un concept materico, ma non certifica la correttezza urbanistica, strutturale o impiantistica: quella responsabilità resta interamente umana. 78
REDISTRIBUZIONE DEL VALORE Le narrazioni sull'AI oscillano tra due estremi — la fine della professione o una moda passeggera — entrambi poco realistici. Ciò che davvero cambia sono le attività su cui il professionista investe il proprio tempo: diminuisce il lavoro ripetitivo di produzione delle varianti, aumenta quello di valutazione, coordinamento e relazione con il cliente. È lo stesso spostamento già vissuto con il BIM, solo più rapido. La metafora più efficace, forse, non è quella dell'AI come sostituto dell'architetto, ma come collaboratore velocissimo, ma junior: produce molte idee, ma ha bisogno di una direzione, di verifiche, di correzioni e di una validazione finale. Il progettista continua a definire gli obiettivi, selezionare le alternative
e assumersi la responsabilità delle decisioni finali — è proprio questo margine di scelta consapevole a distinguere un output generato automaticamente da un vero progetto di architettura, ed è anche ciò che lo rende pienamente vostro agli occhi della legge. Le competenze che diventano più preziose, in questo scenario, sono proprio quelle meno automatizzabili: interpretare un contesto, conciliare vincoli normativi, sostenibilità e budget, comprendere le esigenze del committente e trasformarle in un progetto coerente. Per architetti e ingegneri, la sfida non è delegare il progetto a una macchina, ma imparare a usare una nuova generazione di strumenti senza rinunciare alla competenza che definisce la professione: il giudizio progettuale e, con esso, uno stile originale e personale. ■
Tre strumenti da conoscere
Autodesk Forma / Generative Design Autodesk Forma / Generative Design — Analizza vincoli urbanistici, esposizione solare, vento e prestazioni ambientali, generando varianti progettuali nelle fasi preliminari. APPROFONDISCI
Rhino + Grasshopper Il riferimento per la progettazione parametrica e algoritmica in architettura, con un ecosistema di plug-in sempre più integrato con l'AI. MAGGIORI INFORMAZIONI
Adobe Firefly Piattaforma di AI generativa per immagini concettuali e visualizzazioni nelle prime fasi di ideazione e comunicazione del progetto. SCOPRI DI PIÙ
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LAVORO
ITALIA, I NODI CHE FRENANO LA CRESCITA di Bruno Bernasconi* *Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali
Occupazione in fase di rallentamento. Salari reali che non riescono a tenere il passo dell’inflazione. Bassa produttività. Questo il ritratto dell’Italia del lavoro scattato dall’Ocse. Il rischio ora è quello di accumulare ulteriore ritardo 80
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l mercato del lavoro nella zona OCSE si conferma solido, pur mostrando crescenti segnali di indebolimento che dipenderanno anche dall’evoluzione del quadro macroeconomico internazionale e, in particolare, dal protrarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dei rischi sui mercati energetici. A dirlo è l’Employment Outlook 2026 redatto dall’ Organization for Economic Co-operation and Development. In tale contesto, l’occupazione italiana ha evidenziato numeri complessivamente in crescita, ma con il permanere di alcune fragilità strutturali. LA SITUAZIONE IN ITALIA In particolare, il report sottolinea come nel primo trimestre 2026 nell’area OCSE i tassi di occupazione e di partecipazione alla forza lavoro abbiano toccato livelli record, rispettivamente 72,1% e 76,7%, con un basso tasso di disoccupazione rispetto agli standard storici pari al 4,9% a maggio 2026. In Italia, a maggio il tasso di disoccupazione è sceso su un minimo storico del 5% con un calo di 1 punto e mezzo percentuale nell’ultimo anno, facendo parte di un ristretto gruppo di Paesi dell’Europa meridionale, insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, nei quali la disoccupazione ha continuato a diminuire in controtendenza rispetto al quadro generale osservato nella maggiore parte dei Paesi della zona OCSE, dove la disoccupazione ha invece registrato un aumento. Al tempo stesso, anche l’occupazione è cresciuta su livelli record raggiungendo nel primo trimestre dell’anno il 62,8%, pari a ol-
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LAVORO
tre 24,2 milioni di occupati, ancora tuttavia al di sotto di circa 9,3 punti percentuali rispetto alla media OCSE,e con un divario particolarmente marcato per quanto riguarda donne e giovani. Inoltre, la crescita del tasso di occupazione domestico ha subito un evidente rallentamento nell’ultimo anno, in contrasto con l’aumento sostenuto registrato in altri Paesi dell’Europa meridionale. INATTIVITÀ PUNTO DEBOLE Tale rallentamento, unito alla discesa sostenuta delle persone in cerca di occupazione, è spiegato da una delle principali criticità del nostro mercato del lavoro, ossia il tasso di inattività, pari nel primo trimestre 2026 al 33,7%, con un picco del 42,5% per quanto riguarda le donne, rispetto a una media OCSE del 23,3%. Il decremento della disoccupazione è avvenuto a un ritmo decisamente più rapido rispetto all’incremento degli occupati: ciò significa che una parte del calo è spiegata dal ritiro dell’offerta di lavoro, e solo una parte dalla creazione di nuovi impieghi. In valori assoluti, a maggio 2026, rispetto allo stesso mese dello scorso anno, il numero di occupati è aumentato di 228mila unità e quello dei disoccupati è diminuito di 399mila, il che equivale a una diminuzione della forza lavoro – ossia del tasso di partecipazione – di 171mila unità; nei dodici mesi, al contrario, il numero di inattivi è cresciuto di 190mila soggetti. Più in generale, dato che il confronto su un singolo mese può essere poco significativo, nei primi cinque mesi
del 2026 la forza lavoro è diminuita di 83mila unità rispetto alla media del 2025, mentre gli inattivi sono cresciuti di 91mila unità. RETRIBUZIONI AL PALO Altro tema centrale del report OCSE riguarda la dinamica delle retribuzioni. Fino alla nuova impennata dei prezzi energetici seguita allo scoppio della guerra in Iran, l’inflazione era su una traiettoria discendente e inferiore a un anno prima nella maggior parte dei Paesi OCSE. Nel primo trimestre 2026 in area OCSE era pari al 3,6%, inferiore rispetto al 4,3% dei primi tre mesi 2025 e ben al di sotto del picco di oltre il 10% toccato nel 2022. Ciononostante, la crescita dei salari reali ha rallentato al 2,2% rispetto al 2,7% del primo trimestre 2025, con circa un terzo 82
dei 37 Paesi analizzati (per uno dei 38 Paesi OCSE si segnala l’indisponibilità di dati) che mostrano livelli ancora inferiori rispetto al 2021, ossia prima della fiammata inflazionistica post pandemica. È questo il caso dell’Italia: nei primi tre mesi dell’anno i salari reali sono cresciuti dell’1,3% rispetto al pari periodo 2025, rimanendo però al di sotto del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021 e segnando così il peggior risultato tra le grandi economie della zona OCSE. L’organizzazione parigina ha scelto come base di confronto il primo trimestre 2021 poiché immediatamente antecedente all’impennata inflazionistica del 2022, sebbene ancora caratterizzato da parziali lockdown. Tuttavia, anche considerando il periodo pre-COVID, l’Italia risulta essere l’unico
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LAVORO
Paese tra le economie avanzate a mostrare una diminuzione dei salari medi tra il 1990 e il 2020. Le proiezioni OCSE, inoltre, indicano per il 2026 un calo dei salari reali italiani dello 0,9% e quindi una leggera ripresa del +0,2% complice la ripresa dell’inflazione, che a giugno è salita del 3%. Previsioni però da prendere con la necessaria cautela dettata dall’elevata situazione di incertezza, che dipenderà appunto dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e, di conseguenza, dall’andamento dei prezzi dell’energia. PRODUTTIVITÀ IN CALO Le ragioni della debolezza della dinamica salariale sono molteplici e spaziano dall’elevato cuneo fiscale alla struttura del tessuto produttivo, fino alla contrattazione collettiva. Secondo l’OCSE, il problema principale riguarda però la produttività: nel periodo 1995-2019, la produttività del lavoro, misurata come PIL per ora lavorata, è cresciuta a un tasso medio annuo del 2% in area OCSE, dimezzando poi il ritmo all’1% tra il 2019 e il 2025. In Italia, invece, ha segnato un +0,4% tra il 19952019, rallentando poi allo 0,2% nel 2019-2023 e segnando un -1% nel biennio 2023-2025. Da segnalare, inoltre, che la crescita dell’occupazione italiana ha riguardato principalmente il settore dei servizi e, in particolare, impieghi a basso valore aggiunto, caratterizzati da bassi livelli salariali.
quale principale fonte di finanziamento hanno frenato il processo di digitalizzazione e adozione di nuove tecnologie, limitando gli investimenti in innovazione necessari a migliorare la produttività. Infine, la forte diffusione di aziende di piccole dimensioni comporta una minore e più frammentata contrattazione aziendale, spesso non in grado di mantenere il potere d’acquisto in linea con l’inflazione, a cui si sono aggiunti i ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi che hanno determinato un adeguamento dei salari più lento rispetto al rapido aumento dei prezzi. E il rischio è quello di accumulare ulteriore ritardo, sottolinea l’OCSE, visti i limitati rinnovi dei contratti collettivi in programma per il 2027 e il rallentamento in corso nel mercato del lavoro. ■
Non solo, la composizione del tessuto produttivo, caratterizzato dalla prevalenza di piccole e micro-imprese, e il ricorso al debito bancario 84
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MERCATO DEL LAVORO
IL MISMATCH CI AFFOSSERÀ di Sara Napolitano
Come ogni anno con l’autunno si riapre la stagione delle assunzioni e si riaccende il dibattito sull’atavico gap tra la domanda e l’offerta di lavoro, sui professionisti introvabili e sulla mancanza di persone adeguatamente formate. Problematiche che caratterizzano il mercato del lavoro italiano da almeno un decennio. Così il 46,1% delle assunzioni programmate dalle imprese continua a incontrare criticità nel reperimento del personale. La sfida per l'Italia? Adattare l'offerta di competenze a un'economia che cambia 86
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n annuncio, poche decine di candidature e poi il silenzio. Gli ingegneri sono introvabili, i periti mancanti e i tecnici IT irreperibili. È lo scenario che da anni si ripete identico su migliaia di posizioni lavorative aperte in Italia. Il 46,1% delle assunzioni programmate dalle imprese incontra criticità nel reperimento del personale: i dati CNEL e Unioncamere mostrano come una posizione su due resti scoperta o si copra con enorme fatica. Non è più un dato isolato né un'anomalia. Quello che chiamiamo "mismatch" tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto nei settori tecnici e tecnologici, è ormai una crisi cronicizzata che il Paese si trascina da tempo senza riuscire a scardinarla. «La Commissione Europea prevede che il tasso di disoccupazione in Italia scenda quest’anno al 5,7%, ma la crescita dell'occupazione resta modesta. Questo crea una distinzione importante: l'Italia non ha necessariamente una carenza di lavoratori in generale; ha una carenza crescente di lavoratori con le competenze giuste, nelle occupazioni giuste e nei luoghi giusti», spiega Lisa Feist, economista di Indeed, portale di ricerca lavoro, che nel suo Hiring Lab, il dipartimento di ricerca economica, analizza da anni i dati del mismatch. E che qui ci spiega, dal punto di vista internazionale del suo osservatorio, perché l’anomalia italiana si protrae nonostante almeno un decennio di allarme. D. La demografia è parte del problema? Sì ma non solo. L'Italia ha già la popolazione più anziana dell'UE. Man mano che i lavoratori più
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MERCATO DEL LAVORO
anziani escono dal mercato del lavoro, sostituirli diventa più difficile, in particolare nelle occupazioni specializzate. Allo stesso tempo, la digitalizzazione, l'IA e la trasformazione dei processi industriali stanno creando domanda per nuove combinazioni di competenze tecniche, digitali e analitiche. I dati Indeed confermano questo cambiamento più ampio: le candidature al giorno (nei primi 30 giorni di un annuncio, gennaio-giugno 2026), sono del 76% al di sotto della media per l'ingegneria industriale ed elettronica; del 72% al di sotto della media per lo sviluppo software e del 71% al di sotto della media per la farmacia. Quindi la sfida che l'Italia si trova ad affrontare è sempre più una questione di efficienza e di matching del mercato del lavoro: come mobilitare il suo bacino ancora significativo di lavoratori potenziali garantendo al contempo che competenze, formazione e opportunità di lavoro siano meglio allineate.
Lisa Feist, economista all'Hiring Lab di Indeed
D. Perché i ruoli nell'ingegneria e nella tecnologia sono particolarmente difficili da coprire? Queste occupazioni combinano diverse caratteristiche che rendono difficile il reclutamento. Primo, richiedono spesso competenze tecniche e qualifiche specializzate, il che limita naturalmente il bacino di candidati potenziali. Secondo, la domanda per queste competenze è stata rafforzata dalla trasformazione tecnologica, inclusa la digitalizzazione, l'automazione e l'IA. Questo crea una situazione in cui la domanda dei datori di lavoro può evolvere più rapidamente dell'offerta di lavora88
tori con le competenze rilevanti. I dati sullo sviluppo software sono particolarmente indicativi: le candidature sono del 72% al di sotto della media in tutti gli annunci di lavoro. Questo non significa necessariamente che non ci siano sviluppatori software in Italia. Piuttosto, suggerisce che il numero di candidati che rispondono a questi posti vacanti è relativamente basso rispetto al livello di domanda riflesso negli annunci di lavoro. D. Si tratta semplicemente di una questione di carenza di competenze? Non necessariamente. La carenza di competenze è una parte del quadro, ma il mismatch può essere anche geografico, occupazionale e settoriale. I nostri dati lo illustrano chiaramente. La Lombardia ha il volume più alto di annunci di lavoro in
tutte le categorie difficili da coprire analizzate. Nella matematica e statistica, ad esempio, il 50% di tutti gli annunci di lavoro Indeed in Italia è concentrato in Lombardia. Questa concentrazione riflette il fatto che alcune delle fonti di occupazione più forti del Paese sono anch'esse concentrate in regioni particolari. Per i candidati, tuttavia, spostarsi tra regioni non è sempre facile o immediato. Il risultato può essere un paradosso: possono esserci persone in cerca di lavoro in Italia mentre i datori di lavoro faticano contemporaneamente a trovare candidati per lavori specifici. D. Cosa possono fare i datori di lavoro che non trovano candidati? I datori di lavoro potrebbero dover guardare oltre la definizione tradizionale di "candidato perfetto".
IL PROBLEMA DELLA FORMAZIONE IN NUMERI
Dati: Excelsior, ITS Academy
670 MILA
laureati e 120mila diplomati ITS Academy cercati dalle aziende nel 2025
57,3%
i profili di difficile reperimento tra i diplomati ITS Academy, 50,9% tra i laureati
27,5 %
i candidati mancanti nel 2026
47 MILA
i diplomati ITS Academy necessari per colmare il gap
7 MILA
i diplomati ITS che attualmente la rete riesce a “sfornare” per ragioni geografiche, finanziarie e strutturali
300 MLN
milioni di euro la cifra necessaria perché il sistema degli ITS non vada in crisi (i fondi PNRR 2021-2026 si stanno esaurendo)
84-87%
i diplomati ITS Academy che trovano lavoro entro 12 mesi
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MERCATO DEL LAVORO
Una risposta è ampliare il bacino di talenti considerando candidati con competenze trasferibili e investendo di più nella formazione e nella riqualificazione. Questo può essere particolarmente rilevante quando le competenze di cui i datori di lavoro hanno bisogno cambiano rapidamente. Poi, possono anche riconsiderare dove e come reclutano. Modalità di lavoro flessibili o ibride, se fattibile, possono potenzialmente dare alle aziende accesso a talenti al di là dell'area geografica immediata attorno a un lavoro. Infine, contano offerte di lavoro attraenti e trasparenti. In un mercato del lavoro competitivo, la retribuzione, lo sviluppo di carriera, la flessibilità e le condizioni di lavoro possono tutti influenzare la decisione dei candidati potenziali di candidarsi. D. Le competenze richieste cambiano rapidamente mentre diventano centrali la trasferibilità e la riqualificazione: cosa significa questo per lavoratori e professionisti? Per i lavoratori, l'evoluzione della domanda significa che alcune competenze stanno diventando sempre più preziose. I nostri dati suggeriscono una domanda particolarmente forte per capacità tecniche, digitali e analitiche specializzate. I lavoratori che sviluppano competenze trasferibili tra i settori possono quindi essere meglio posizionati per rispondere ai cambiamenti nella domanda dei datori di lavoro. Per i professionisti che considerano la loro prossima mossa di carriera, questo evidenzia anche l'importanza di guardare oltre il numero di posti vacanti in una particolare
occupazione e considerare dove la domanda è più forte geograficamente e quali competenze i datori di lavoro faticano a trovare. D. Il mismatch potrebbe peggiorare nei prossimi anni? Ci sono ragioni per aspettarsi che le difficoltà di reclutamento restino un tema importante. Il cambiamento demografico è una tendenza di lungo termine, mentre la trasformazione tecnologica continua ad alterare le competenze di cui i datori di lavoro hanno bisogno. L'IA, in particolare, probabilmente 90
cambierà la composizione della domanda di competenze piuttosto che semplicemente eliminare posti di lavoro. La sfida chiave per l'Italia sarà quindi la sua capacità di adattare l'offerta di competenze a un'economia che cambia, rendendo al contempo più facile per i lavoratori muoversi tra occupazioni, settori e regioni. I dati suggeriscono che la domanda non è semplicemente se l'Italia abbia abbastanza lavoratori. È se il mercato del lavoro possa collegare le persone giuste, con le competenze giuste, alle opportunità giuste, nei luoghi giusti. ■
Qualcuno ha visto il Reliability Engineer?
I SETTORI IN SOFFERENZA NEI PROSSIMI MESI SECONDO I DATI INDEED alla media delle candidature INGEGNERIA(-76% rispetto ricevute per annuncio postato sul portale )
SVILUPPO SOFTWARE (-72%) FARMACIA (-71%) INGEGNERIA MECCANICA (-70%) INFORMATION DESIGN E RICERCA (-68%) SETTORE TECNICO SANITARIO (-67%) INGEGNERIA CIVILE (-60%) MATEMATICA E STATISTICA (-58%) BELLEZZA E BENESSERE (-57%) MEDICINA E CHIRURGIA (-57%) NUMERO 47
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l Reliability Engineer è la figura più introvabile in assoluto al momento. Letteralmente, è l’ingegnere dell’affidabilità e, in pratica, si occupa di garantire che macchinari, impianti, sistemi o processi produttivi funzionino in modo affidabile, sicuro e continuativo nel tempo, riducendo al minimo guasti, fermi macchina e costi di manutenzione imprevisti. Attualmente, presenta il 95% di candidature in meno rispetto alla media degli annunci, è cercato soprattutto in Piemonte (27% degli annunci) ed Emilia-Romagna (22%): un mismatch che è insieme di competenze e di territorio. Non esiste un corso di laurea ad hoc, ma diversi ITS (Istituti Tecnologici Superiori), soprattutto negli ambiti "Nuove tecnologie per il Made in Italy" e "Mobilità sostenibile", offrono percorsi biennali post-diploma orientati proprio alla manutenzione industriale, all'automazione e alla gestione degli impianti: un ingresso più rapido e pratico rispetto alla laurea e un percorso molto legato alle esigenze concrete delle imprese. ■ 91
PRONTO FISCO
Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
Dalla società semplice alla stp un nuovo assetto organizzativo
Con l'arrivo della Società tra professionisti cambiano le regole di funzionamento della struttura societaria, la governance, le modalità di ingresso dei nuovi soci, il sistema decisionale e l'approccio con cui viene esercitata l'attività professionale 92
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egli ultimi anni il legislatore ha progressivamente favorito l’evoluzione delle modalità di esercizio delle professioni ordinistiche, nella consapevolezza che la crescente complessità del mercato richiede strutture organizzative sempre più efficienti e capaci di sostenere investimenti, innovazione tecnologica e processi di aggregazione. In questo scenario, la trasformazione della società semplice professionale in Società tra Professionisti (STP) rappresenta uno degli strumenti più interessanti a disposizione degli studi che intendono affrontare un percorso di crescita senza rinunciare ai principi che caratterizzano l'attività professionale. Fino a tempi recenti, tuttavia, tale operazione era accompagnata da non poche incertezze. La mancanza di una disciplina fiscale organica induceva molti professionisti a rinviare la trasformazione per il timore che il semplice mutamento della veste giuridica potesse determinare l'emersione di componenti imponibili, con particolare riferimento alla valorizzazione della clientela e degli altri elementi immateriali dello studio professionale. Le soluzioni interpretative elaborate negli anni non erano infatti sempre univoche e lasciavano aperti numerosi interrogativi sul corretto trattamento fiscale delle operazioni di riorganizzazione. Il quadro è profondamente mutato con il decreto legislativo 13 dicembre 2024, n. 192, attuativo della legge delega per la riforma fiscale. Con l'introduzione dell'articolo 177-bis del TUIR, il legislatore ha esteso anche alle attività professionali il principio della neutralità fiscale già previsto, da molti anni, per le principali operazioni straordinarie delle imprese. La nuova disciplina, applicabile – per i soggetti con periodo d'imposta coincidente con l'anno solare – alle operazioni effettuate
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dal 1° gennaio 2025, segna un passaggio di grande rilievo, poiché consente di affrontare i processi di riorganizzazione degli studi professionali in un contesto normativo finalmente più stabile e coerente. La neutralità fiscale costituisce però soltanto il punto di partenza. La trasformazione della società semplice in STP comporta una profonda revisione dell'assetto organizzativo dello studio. Cambiano le regole di funzionamento della struttura, la governance, le modalità di ingresso di nuovi soci, il sistema decisionale e, più in generale, l'approccio con cui viene esercitata l'attività professionale.La STP consente di adottare modelli organizzativi molto più evoluti rispetto alla tradizionale società semplice. La possibilità di affiancare ai soci professionisti soci di capitale e soci per prestazioni tecniche apre scenari nuovi sotto il profilo dello sviluppo tecnologico, della digitalizzazione dei processi, dell'organizzazione aziendale e della capacità di attrarre risorse finanziarie destinate alla crescita dello studio. Si tratta di opportunità particolarmente interessanti in una fase storica nella quale l'intelligenza artificiale, l'automazione dei processi e l'integrazione tra competenze professionali e competenze tecnologiche stanno modificando profondamente il mercato dei servizi professionali. L'adozione della forma della STP richiede il rispetto di una disciplina speciale che continua ad attribuire un ruolo centrale ai professionisti iscritti agli Albi. La prevalenza della componente professionale nella compagine sociale, la disciplina dei soci non professionisti, gli obblighi nei confronti degli Ordini, l'individuazione del professionista responsabile dell'incarico e le regole in materia di incompatibilità rappresentano soltanto alcuni dei profili che devono essere attentamente valutati prima di procedere
alla trasformazione. Sebbene l'articolo 177-bis del TUIR assicuri la continuità dei valori fiscalmente riconosciuti e l'assenza di plusvalenze o minusvalenze derivanti dalla trasformazione, restano numerose questioni applicative di grande interesse. Tra queste meritano particolare attenzione il passaggio dal reddito di lavoro autonomo al reddito d'impresa, il coordinamento tra criterio di cassa e principio di competenza, la gestione dei componenti reddituali maturati a cavallo dell'operazione, gli effetti dello sdoppiamento del periodo d'imposta e gli adempimenti dichiarativi conseguenti. L'operazione pone inoltre una serie di questioni operative che, pur non incidendo sulla neutralità fiscale, rivestono un'importanza decisiva per il buon esito della trasformazione. Si pensi, ad esempio, alla predisposizione della situazione patrimoniale di trasformazione, alla necessità della relazione di stima nelle trasformazioni in STP costituite in forma di società di capitali, alla disciplina dell'avviamento professionale, alla corretta impostazione dello statuto e alla gestione dei rapporti con la clientela nel passaggio dalla società semplice al nuovo modello societario. La riforma ha certamente eliminato uno dei principali ostacoli fiscali che, per lungo tempo, hanno limitato i processi di aggregazione degli studi professionali. Resta però fondamentale ricordare che la scelta della forma societaria non può essere guidata esclusivamente da valutazioni tributarie. La trasformazione in STP rappresenta, prima ancora che un'operazione fiscale, una scelta strategica che investe l'organizzazione dello studio, la sua governance e le sue prospettive di sviluppo. ■ LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO VAI AL LINK
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LE RADICI DELLE PROFESSIONI AGRONOMI
I MAESTRI DELLA TERRA di Carlo Valente
Dalle testimonianze greche e romane fino allo sviluppo medievale e all’apertura dell’Istituto Agrario di Meleto, il primo in Italia nel 1834. Fu in questo periodo che iniziò ad affermarsi la figura dell’agronomo moderno: un professionista capace di applicare conoscenze scientifiche alla coltivazione, alla gestione dei terreni e al miglioramento della produzione agricola 94
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in dalla preistoria uno dei legami più importanti degli esseri umani è con la terra, con la nascita della civiltà e con le prime comunità agricole. All’incirca diecimila anni fa, nel Neolitico, l’uomo iniziò a trasformare il suo ambiente per allevare animali e coltivare vegetali commestibili. Queste pratiche agricole furono per millenni frutto di conoscenze tramandate di generazione in generazione. Molto tempo prima della nascita dell’agronomo professionista, molte civiltà possedevano esperti di irrigazione, coltivazione e gestione del terreno. Così come l’operaio si occupava del lavoro e l’architetto della progettazione dell’edificio, gli antichi avevano agricoltori che producevano e altri che organizzavano l’utilizzo delle risorse agricole. In alcune civiltà queste conoscenze erano inoltre legate alle istituzioni religiose, poiché i sacerdoti partecipavano all’amministrazione delle terre e delle risorse agricole. Le prime testimonianze di agricoltura organizzata arrivano dalle grandi civiltà fluviali. In Mesopotamia, parte della regione conosciuta come Mezzaluna Fertile, a partire dall’epoca dei Sumeri furono sviluppati dei canali che permettevano di distribuire le acque dei fiumi Tigri ed Eufrate, cosa che rese coltivabili diverse regioni. Le tecniche sviluppate in Mesopotamia rappresentano alcune delle più antiche testimonianze di sistemi agricoli organizzati basati sull’irrigazione, successivamente sviluppati, con caratteristiche differenti, da altre civiltà. In Egitto il fiume Nilo era fondamentale e chi conosceva il ciclo delle sue piene poteva fare NUMERO 47
la differenza tra abbondanza e carestia. Erano questi esperti ad organizzare la gestione delle terre durante le piene e dopo il ritiro delle acque, usando tecniche sviluppate nei secoli per gestire l’irrigazione e lo sfruttamento dei raccolti. Funzionari e amministratori controllavano anche granai e proprietà agricole, mentre generazioni di coltivatori accumulavano conoscenze sui terreni e sui periodi più favorevoli. In Cina per la semina e il raccolto. Perciò agricoltura, amministrazione e conoscenza dell’ambiente erano strettamente legate sin dai tempi antichi. 95
LE RADICI DELLE PROFESSIONI AGRONOMI
GLI AGRONÒMOS GRECI Nell’antica Grecia ci sono diverse testimonianze di esperti della gestione delle risorse agricole. Lo stesso Omero definisce "agronòmos" un “abitante della campagna”. La parola è infatti di origine greca e deriva da agròs ("campo, campagna") e da nòmos ("legge, regola"). Ad Atene questo termine indicava il magistrato che amministrava l’attività agricola nelle terre affittate e pubbliche. Altre figure simili in ambito greco erano i "polianòmoi", che si occupavano di organizzare gli affitti delle terre pubbliche, mentre i geométrai misuravano il terreno e gli oristài fissavano i cippi dei confini. Ma furono i Romani a lasciare importantissimi trattati dedicati all’agricoltura. Catone il Censore scrisse il De agri cultura, mentre Varrone affrontò sistematicamente la gestione delle proprietà rurali nel De re rustica. Una delle figure più importanti fu Columella, vissuto nel I secolo d.C. e autore di un vasto trattato anch'esso intitolato De re rustica. Egli descrisse la coltivazione dei campi e dei vigneti, l'allevamento, la gestione delle proprietà e l'importanza di adattare le attività agricole alle caratteristiche del terreno e del clima. L'esperienza pratica dei coltivatori cominciava così a essere raccolta e organizzata in una vera conoscenza sistematica dell'agricoltura. LE TESTIMONIANZE IN ASIA Tradizioni agronomiche molto avanzate si svilupparono anche in Asia. In Cina l’agricoltura crebbe insieme alle conoscenze sull’irrigazione, sulla concimazione e sulla gestione dei terreni. Nel VI
secolo un agronomo dell’epoca di nome Jia Sixie, al servizio della dinastia Wei settentrionale, scrisse il Qimin Yaoshu (Tecniche essenziali per il benessere del popolo), un importantissimo trattato dedicato a coltivazioni, allevamento, conservazione degli alimenti e organizzazione delle attività rurali. Dieci volumi, novantadue capitoli e oltre duecento fonti citate, per descrivere di tutto: dalla riforestazione ai rimedi per i terreni aridi, fino alla produzione della birra e numerose ricette. Durante il Medioevo anche il mondo islamico sviluppò un'importante tradizione agronomica, favorita dalla circolazione di conoscenze e colture tra territori molto diversi. Studiosi descrissero sistemi d'irrigazione, tecniche d'innesto e caratteristiche delle piante e dei 96
terreni. Tra questi si ricorda Ibn al-'Awwam, autore nel XII secolo del Kitab al-Filaha, una delle maggiori opere agricole del Medioevo. DAL MEDIOEVO IN POI Nell’Europa medievale l’agricoltura si trasformò grazie anche al progresso tecnologico. La diffusione dell’aratro pesante, dei mulini ad acqua e a vento, insieme ai sistemi di rotazione delle colture, aumentò la produttività di molti territori. Qui erano i monasteri e le grandi proprietà rurali i depositari delle vaste conoscenze agricole. Tra il Rinascimento e l’Età Moderna lo sviluppo della botanica e delle scienze naturali permise di osservare le piante e l’ambiente con metodi sempre più sistematici. Tra il 1600 e il 1700 si svolse la Rivoluzione agricola che vide l’alba di nuove tecniche di rotazione, selezione delle colture e allevamento. Questo notevole aumento della produzione preparò la società alle profonde trasformazioni della Rivoluzione industriale.
che iniziò ad affermarsi l’agronomo moderno, un professionista capace di applicare conoscenze scientifiche alla coltivazione, alla gestione dei terreni e al miglioramento della produzione agricola. L’ARRIVO DELLE TECNOLOGIE Nel XX secolo l’agronomia si espanse grazie alla meccanizzazione e ai progressi della chimica e della genetica. Questo aumento della produzione, però, rese ancora più evidente la necessità di professionisti capaci di valutare le conseguenze ambientali delle tecniche agricole. Nel XXI secolo il lavoro dell’agronomo si è arricchito di nuovi mezzi: satelliti, GPS, droni e altri strumenti che permettono di controllare lo stato delle coltivazioni e usare risorse e acqua con maggiore precisione. Si sviluppa così un’agricoltura di precisio-
ne capace di ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale. Allo stesso tempo gli agronomi affrontano cambiamenti climatici, scarsità d’acqua e la necessità di garantire una produzione alimentare sufficiente a una popolazione mondiale molto numerosa. L’agronomo svolge quindi un ruolo fondamentale nella produzione alimentare e nella gestione del territorio. Di fronte alle sfide ambientali odierne, questa professione è chiamata a sviluppare sistemi agricoli sempre più efficienti e sostenibili, capaci di garantire la produzione di alimenti tutelando al tempo stesso il suolo, l’acqua e gli ecosistemi. ■ Qimin Yaoshu (Tecniche essenziali per il benessere del popolo), è un importantissimo trattato dedicato a coltivazioni, allevamento, conservazione degli alimenti e organizzazione delle attività rurali
Fu più o meno in questo periodo che il termine “Agronomo” iniziò ad assumere il significato moderno di professionista delle scienze agrarie. Nel XIX secolo l’agricoltura iniziò ad essere studiata attraverso discipline scientifiche, tra cui chimica, botanica e fisiologia vegetale. Nacquero scuole e istituti di ricerca dedicati all’agricoltura, mentre la formazione tecnica divenne sempre più specializzata. Tra le figure più importanti si distinse il marchese Cosimo Ridolfi (1794-1865), fondatore nel 1834 dell’Istituto Agrario di Meleto, il primo in Italia. Fu infatti in questo periodo NUMERO 47
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MEDIA
YOUTUBE PRONTA AL SORPASSO DELLA TV di Claudio Plazzotta
Con circa 2,6 miliardi di user al mese e incassi per oltre 60 miliardi di dollari l’anno, derivanti da pubblicità e abbonamenti a contenuti speciali, negli States la piattaforma di Google ha raggiunto il 13,4% di share. E ora, con il suo ampio ventaglio di contenuti si prepara a crescere anche in Italia. Grazie alle strategie di programmazione delle Tv tradizionali. E non solo 98
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e televisioni tradizionali, con i loro canali lineari e gratuiti, tra gli anni Novanta e fino al 2010 hanno pensato di dover difendere il loro business soprattutto dalla concorrenza delle pay Tv, che sottraevano pubblico proponendo contenuti pregiati in tema di diritti sportivi, intrattenimento e film. Poi, in realtà, hanno creduto che il grande nemico fosse invece rappresentato dalle piattaforme in streaming a pagamento, disposte a investire decine di miliardi di euro all’anno nella produzione di serie, intrattenimento, lungometraggi originali, diritti Tv esclusivi su manifestazioni da distribuire in tutto il mondo grazie al loro modello di business capillare e diffuso ovunque. E, ci mancherebbe, questi soggetti hanno oggi un peso certamente importante nelle dinamiche dell’industria audiovisiva. Ma, in verità, il competitor globale più serio, quello che intercetta sempre più tempo e attenzione nei consumi di contenuti e che ha quote di mercato crescenti in modo costante, è un genere di piattaforma lontana da questi modelli: si tratta di YouTube, ovvero una piattaforma distributiva di contenuti prodotti quasi sempre da altri, e che, almeno per ora, investe pochissimo, rispetto alla concorrenza, nella produzione di cose originali o nell’acquisizione di diritti esclusivi. IN USA VINCE LO STREAMING Tanto per capirci, l’ultima rilevazione di Nielsen (multina-
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MEDIA
zionale che opera nelle ricerche di mercato e nella misurazione dell'audience), negli Stati Uniti indica che in aprile 2026 il mercato audiovisivo era nelle mani dello streaming con una quota del 47,6%, rispetto al 21,6% delle Tv via cavo, il 19,9% dei broadcaster classici e a un 11% di altre modalità. Lo streaming, quindi, domina negli Usa, cosa che non sta ancora accadendo in Italia, dove invece il consumo televisivo cosiddetto non riconosciuto, ovvero gaming, social e piattaforme over the top (che non si fanno misurare da Auditel), è stimato complessivamente al 19% di share da Sensemakers (società di ricerca specializzata nell'analisi del mercato digitale italiano).
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E negli Usa, tra gli streamer, il più forte è proprio YouTube, col 13,4% di share (non è lontano, per dire, dal peso di tutti i broadcaster tv classici messi insieme, al 19,9%), seguito da Netflix al 7,8%, Disney al 5%, Prime Video al 4,2%, Roku channel al 3%, tubi al 2,3%, Paramount+ al 2,1%, Peacock all’1,7% e Warner Bros Discovery all’1,5%. LO SCROLLING PIACE Video brevi, verticali, da scrolling tossico così tipico nei giovani ma ormai diffuso anche in fasce di età più mature, oppure podcast di due ore o, ancora, contenuti più o meno pregiati che broadcaster, case di produzione, privati cittadini scelgono di diffondere nel mondo tramite loro canali aperti su YouTube.
più, quindi, sulla Abc di Disney), ai pacchetti di partite di football americano Nfl per stimolare anche i ricavi da abbonamenti fino alla partnership con la Bbc per produrre contenuti originali destinati a un pubblico giovane. Ma il core business resta sempre quello dei ricavi pubblicitari per video brevi caricati dagli utenti e per i quali Google non spende praticamente nulla, rendendo il business di YouTube ad altissima marginalità. Tanto che, avendo i ricavi di YouTube superato quelli di Netflix, è proprio Netflix, ovvero quello che fino a qualche tempo fa poteva essere ritenuto il grande nemico della tv tradizionale, che prova a youtubizzarsi: ed ecco gli accordi con BuzzFeed Studios, Condé Nast, Hearst Magazines, Penske
E non è un caso che YouTube sia diventato uno dei più grandi soggetti del mercato pubblicitario, in gara con la classica Tv lineare per conquistare l’attenzione del pubblico nel salotto di casa (d’altronde, chiunque abbia bambini e ragazzi in famiglia sa bene che sulla smart tv guardano solo YouTube e praticamente nulla altro). INCASSI PER 60 MLD L’ANNO La piattaforma controllata da Google ha circa 2,6 miliardi di user al mese e incassi per oltre 60 miliardi di dollari all’anno, di cui più di 40 miliardi, secondo Warc media, arrivano dalla raccolta pubblicitaria, e circa 20 mld dagli abbonamenti a contenuti speciali. Certo, ci sono operazioni di YouTube sul fronte acquisti di diritti esclusivi, dalla Notte degli Oscar dal 2029 al 2033 (l’evento non sarà NUMERO 47
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MEDIA
Media, People Inc. per riempire il catalogo di video brevi, da 3 a 20 minuti, da assumere in modalità “schermo verticale” che è poi la modalità che tutti usano sullo smartphone, e dedicati soprattutto a temi leggeri come viaggi, cucina, moda.
un tasso di completamento della visione del contenuto del 95%. Questo comporta una vera rivoluzione, perché YouTube diventa sempre più una sorta di “canale televisivo”, allontanandosi, parzialmente, dalla modalità “consumo veloce in attesa di fare altro”.
time di Rai 1 (con Affari tuoi) e di Canale 5 (con La ruota della fortuna), fino verso le ore 22. Con i programmi di prima serata, ovvero intrattenimento o fiction, che quindi tendono a partire dalle 22 in poi. Una strategia poco efficace a quanto pare.
Il tentativo, spiegano gli analisti, è quello di fare diventare Netflix un luogo frequentato quotidianamente, con più assiduità, e non solo ogni tanto per consumare prodotti originali premium.
E come canale televisivo è in grado di proporre un mix di contenuti che nessun altro broadcaster ha: musica, intrattenimento, gaming, news, approfondimenti informativi, istruzione scolastica, formazione, contenuti per i più piccoli e tantissimi podcast (ormai surclassato Spotify, su questo fronte).
Da un’ indagine condotta da Sensemakers su un campione rappresentativo di italiani, infatti, gli effetti dell’inizio tardivo della prima serata induce il 48,1% dei telespettatori a cambiare le proprie abitudini.
PIATTAFORMA IN CRESCITA Tornando a YouTube e ai suoi 40,4 miliardi di dollari di pubblicità incassati nel 2025, la crescita sul 2024 è stata dell’11,7%, a un ritmo un po’ più debole rispetto al +14,7% del 2024 sul 2023. E con stime Warc del +7% nel 2026 e del +7,9% nel 2027.
Pure i cambiamenti di palinsesto nella Tv italiana potrebbero, paradossalmente, dare una mano a YouTube. E’ in corso, infatti, una gara ad allungare l’access prime
Con flussi in aumento verso il totale spegnimento del piccolo schermo e l’inizio dello scrolling infinito sul telefonino, soprattutto su YouTube, nella fase di pre-addormentamento. Buona notte alla cara vecchia Tv. ■
D’altronde non va dimenticato che YouTube esiste ormai da oltre 21 anni, una piattaforma matura, dunque, che a sua volta deve combattere la concorrenza di gruppi come TikTok, che in base alle previsioni Warc nel 2028 dovrebbe superarla in raccolta pubblicitaria. Ma, a differenza di TikTok e di altre società simili, è interessante evidenziare l’evoluzione di YouTube sul fronte dei consumi: lo user medio nel 2025 ha visto 58 minuti di contenuti al mese su YouTube rispetto ai 48 minuti del 2024. E negli Stati Uniti il 45% dei consumi totali di YouTube arriva dalle Tv connesse, quindi in modalità “sul divano del salotto”, con sessioni medie della durata di 45 minuti e 102
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WELFARE E DINTORNI
Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore
Avvisi di Rete: la formazione collaborativa Gli Avvisi di Rete di Fondoprofessioni rappresentano uno strumento pensato per sostenere la formazione continua attraverso piani formativi pluriaziendali, favorendo la collaborazione tra Studi professionali e Aziende aderenti. Un’opportunità che punta a rafforzare la capacità di aggregare i fabbisogni formativi di Studi professionali e Aziende, favorendo un accesso sempre più semplice e strutturato alla formazione finanziata. Le Reti svolgono un ruolo fondamentale nell'individuare e rappresentare le esigenze formative dei propri aderenti, consentendo di progettare percorsi condivisi, costruiti sulla base di un'attenta analisi dei fabbisogni e orientati allo sviluppo delle competenze. Un modello che permette di ottimizzare
le risorse e di rispondere in modo efficace alle esigenze di aggiornamento di Studi professionali e Aziende. Per partecipare agli Avvisi di Rete è necessario essere accreditati come Titolare di Rete. Possono richiedere l'accreditamento società, studi professionali, consorzi, fondazioni, società capofila di contratti di rete, ATS e holding che dispongano di un'adeguata struttura organizzativa, di figure professionali con esperienza nell'analisi dei fabbisogni formativi e di una Rete composta da almeno 200 dipendenti complessivi degli Studi professionali e delle Aziende aderenti a Fondoprofessioni. L'accreditamento ha validità triennale e consente di assumere il ruolo di Ente proponente nell'ambito degli Avvisi di Rete.
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Settembre mese della prevenzione cardiovascolare
Nel mese della prevenzione cardiovascolare Gestione Professionisti ricorda a tutti i professionisti titolari di copertura (Base o Premium, automatica o volontaria), che hanno a disposizione un check-up gratuito da effettuare una volta all’anno. Il check-up, principale garanzia tra quelle in convenzione con Unisalute, è composto da 3 pacchetti prevenzione, attivabili in base all’età: ▪ il pacchetto di diagnostica ematochimica dedicato a tutti (esami del sangue e delle urine); ▪ il pacchetto di prevenzione cardiovascolare, che può essere richiesto dal compimento dei 40 anni di età (visita cardiologica con ECG, oltre ECG sotto sforzo per i titolari di formula Premium); ▪ il pacchetto di prevenzione oncologica, per i titolari con oltre 50 anni (per le donne: visita ginecologica e pap test, oltre a mammografia, ecografia mammaria e ricerca del sangue occulto per le titolari di formula Premium; per gli uomini: visita specialistica urologica e dosaggio PSA oltre alla ricerca del sangue occulto per i titolari di formula Premium). GESTIONE PROFESSIONISTI SCOPRI I DETTAGLI
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Ebipro: in ponte tra studio e professioni Avvicinare uno studente al mondo del lavoro significa offrirgli la possibilità di osservare come le conoscenze acquisite durante gli anni di scuola o università si traducano, nella pratica, in competenze professionali, organizzazione, responsabilità e capacità di affrontare problemi concreti. In questo tipo di iniziativa gli studi professionali possono svolgere un ruolo particolarmente significativo. Studi legali, professioni economiche e del lavoro, studi e centri sanitari, professioni tecniche e attività non ordinistiche costituiscono ambienti nei quali i giovani possono entrare in contatto con competenze specialistiche e modelli organizzativi difficilmente conoscibili attraverso la sola formazione teorica. In questa cornice si colloca la prestazione di Ebipro “Tirocinio/Alternanza scuola-lavoro”, destinata agli studi professionali che ospitano studenti nell’ambito di un tirocinio curriculare o di un percorso scolastico di Formazione scuola-lavoro (denominazione che dall’anno scolastico 2025/2026 ha sostituito quella di PCTO). TIROCINIO/ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO PER APPROFONDIRE
Nuove agevolazioni per occhiali e soluzioni acustiche
La convenzione Cadiprof con le insegne di ottica Salmoiraghi & Viganò e GrandVision si arricchisce con Nuance Audio Plus, il nuovo occhiale acustico “invisibile” di ultima generazione, progettato per migliorare la comprensione del parlato anche negli ambienti rumorosi e ridurre l’affaticamento durante le conversazioni. Le agevolazioni sono riservate agli iscritti Cadiprof e ai loro familiari e riguardano anche gli occhiali AI Glasses META, compresa la nuova generazione 3 di Ray-Ban. Per le lenti graduate abbinate alle montature Nuance Audio e AI Glasses META, Salmoiraghi & Viganò applica uno sconto del 40%, con un ulteriore extra sconto di 50 euro sulle lenti progressive e di 20 euro sulle monofocali. Presso i negozi GrandVision lo sconto è del 30%, con gli stessi vantaggi aggiuntivi. Restano inoltre attive le condizioni agevolate sugli altri prodotti: 30% di sconto sugli occhiali completi di lenti graduate e sulle lenti da vista senza montatura. In presenza di promozioni, sono previsti extra sconti di 50 euro per gli occhiali con lenti progressive e di 20 euro per quelli con lenti monofocali. Sono inoltre riconosciuti il 20% sugli occhiali da sole, il 50% sulla seconda confezione di lenti a contatto e il 10% sui sostituti lacrimali.
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CULTURA & LIFE STYLE
Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza
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CULTURA
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MOSTRE
L’arte sotto il vestito Il dialogo tra arte e moda corre da sempre su più livelli, ispirandosi reciprocamente lungo la storia. D’altro canto, se nel tempo la moda ha fatto incursione nell’arte, è vero anche il contrario. Per vederlo dal vivo segnaliamo tre mostre d'autunno da non perdere
di Romina Villa
Nella pagina a fianco: Giuseppe De Nittis - Nei campi intorno a Londra, olio su tela, 41 x 50 cm, Courtesy Fondazione Enrico Piceni, Milano
MOSTRE
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opera d’arte, perché sottintende lo stesso processo creativo, tipico dell’espressione artistica. Questo legame è antichissimo. Dal primo bikini della storia, indossato da giovani ragazze ritratte nei mosaici pavimentali (IV secolo d.C.) della villa romana del Casale di Piazza Armerina alla produzione di gioielli nei popoli antichi, in cui spesso i modelli ripetuti denotano un gusto comune all’interno dei gruppi sociali e forse – anche loro – seguivano le mode del momento come noi. Nella ritrattistica del
Rinascimento e per tutta l’epoca moderna, l’abito è stato uno degli elementi che i pittori utilizzavano per enfatizzare la condizione sociale dei loro soggetti. Nel ‘500 il Bronzino fu uno dei più celebrati ritrattisti dell’epoca. La sua abilità di rendere la texture dei tessuti o i ricami degli abiti ha avuto pochissimi rivali. D’altro canto, se nel tempo la moda ha fatto incursione nell’arte, è vero anche il contrario. Agli inizi del ‘900 i Futuristi considerarono
Londra tutti vanno matti per gli abiti e gli accessori della regina Elisabetta. La mostra Queen Elizabeth II: her Life in Style, aperta a Buckingham Palace la scorsa primavera, avrebbe dovuto concludersi a fine ottobre, ma è stata prorogata fino a tutto aprile 2027 per l’enorme successo e per la richiesta del pubblico di posticiparne la chiusura. Ora registra già il sold out fino alla fine di quest’anno e bisogna spicciarsi a prenotare se si vuole trovare disponibilità nel 2027. A quattro anni dalla sua scomparsa, il lato più frivolo di questa icona del nostro tempo non smette di incuriosire. I suoi completi tutti uguali, ma sfoggiati in tutti colori, gli abiti da cerimonia, i gioielli e le immancabili borsette portate al polso sono stati un fenomeno di costume per decenni ed ora che lei non c’è più, il suo immenso guardaroba invade le sale dei musei. Il dialogo tra arte (inclusi gli artisti) e moda corre da sempre su più livelli, ispirandosi reciprocamente. Si identificano quando a un abito o a un gioiello, per esempio, viene riconosciuto lo status di 110
la moda come un mezzo di espressione del pensiero artistico e ideologico e pubblicarono, tra il 1914 e il 1920 i Manifesti della moda maschile e femminile futurista. Nel periodo fra le due guerre mondiali la stilista Elsa Schiaparelli invitò artisti come Man Ray e Dalì ad intervenire nelle sue creazioni, mentre Yves Saint Laurent nel 1965 lanciava la sua collezione ispirata a Mondrian, poi diventata leggendaria. Insomma, arte e moda sono legate da sempre a
doppio filo, in perenne scambio reciproco. Tre mostre del prossimo autunno invitano ad affrontare l’argomento. IL VIAGGIO VERSO LA MODERNITÀ Nella bella cornice del Castello Visconteo Sforzesco di Novara, il 31 ottobre apre la mostra Hayez Boldini Casorati. Moda e Costume nella società moderna a cura di Elisabetta Chiodini. Una ricca rassegna che ben rappresenta l’eterno e serrato dialogo tra arte e moda, con l’esposizione di capi di
Nella pagina a fianco: Francesco Hayez Ritratto di Antonietta Tarsis Basilico, 1851, olio su tela, 130 x 100 cm, Collezione privata Giovanni Boldini Mademoiselle De Nemidoff, 1906, olio su tela, 232 x 122 cm, Collezione privata, Courtesy Enrico Gallerie d’Arte, Milano
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MOSTRE
abbigliamento e accessori, come cappelli, guanti, borse, scarpe, parasole e bastoni da passeggio, accompagnati da preziosi dipinti che aiutano a immergersi nella quotidianità di personaggi noti o di semplici sconosciuti. Lo spazio temporale è quello del lungo passaggio verso la modernità, tra gli inizi del XIX secolo fino agli anni Venti del ‘900. Un periodo intenso anche per la pittura italiana, che si svolse tra il Romanticismo di Hayez, il Realismo Magico di Casorati e le luci della Belle Époque di Boldini, eccellenti testimonial di questa mostra. Con lo loro, una schiera di artisti, come Appiani, De Nittis e Lega, che ben hanno rappresentato quel fulgido e intenso momento della storia d’Italia. I capi esposti provengono dalla Palazzo Morando | Costume Moda Immagine di Milano, che dal 2010 ospita la storica collezione di moda della città. Il percorso espositivo è cronologico e si suddivide in otto sezioni, che raccontano il cambiamento del modo di abbigliarsi di uomini e donne e che coincide con le profonde mutazioni sociali. Dall’esordio della moda borghese, all’incessante mutazione di gonne, busti e maniche, dai preziosi accessori, frutto dell’alto artigianato all’ingresso sulla scena di Charles Frederick Worth, considerato il primo fashion designer della storia e padre della haute couture. Un unico biglietto per una mostra che scorre su un doppio binario.
Anselmo Bucci Rosa Rodrigo (La bella), 1923, olio su tela, 72 x 60 cm, collezione privata, Courtesy Matteo Maria Mapelli Arte Contemporanea, Monza Abito da pranzo, Torino 1935 ca. Crespo di seta tinto a riserva e ricamato a macchina Palazzo Madama Museo Civico d'Arte Antica
IL CORPO DELLA CITTÀ. MODA E ARTI TRA LIBERTY E MODERNITÀ 1884-1961 Palazzo Madama, Torino Fino al 22 febbraio 2027 SCOPRI DI PIÙ
TORINO E LA SARTORIA Il corpo della città. Moda e arti tra Liberty e modernità 1884-1961 è il titolo della mostra che si aprirà
HAYEZ BOLDINI CASORATI. MODA E COSTUME NELLA SOCIETÀ MODERNA Castello di Novara, Novara Fino al 4 aprile 2027 SCOPRI DI PIÙ
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il 15 ottobre nella Sala Feste di Palazzo Madama a Torino. La città ha saputo reinventarsi numerose volte nel corso della sua storia, ma lo ha fatto soprattutto dopo aver perso il ruolo di capitale d’Italia nel 1865, riuscendo a costruirsi nuove identità attraverso l’industria, la cultura, la moda e l’arte. Se nella mostra precedente “MonumenTo. La forma della memoria” Torino si è si è raccontata attraverso i suoi monumenti, qui la città si esprime attraverso la relazione con i suoi abitanti. La città e il suo corpo, che si evolve attraverso i mutamenti del gusto e del modo di abbigliarsi dei torinesi. E allora in mostra troviamo dipinti, sculture, abiti, fotografie, manifesti e documenti, in un periodo Enrico Reycend Lungo il Po, presso la Gran Madre di Dio di Torino, 1882 circa Olio su tela, 56(h) x 86(b) cm GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino Carol Rama C'è una luce, 1951 Olio su tela Collezione privata, courtesy Galleria del Ponte, Torino
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MOSTRE
Salvador Dalì, The Eye of time 1949 © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026 Salvador Dalí, Three young surrealist women holding in their arms the skins of an orchestra © Salvador Dalí, Fundació GalaSalvador Dalí, Figueres, 2026
scandito dalle grandi Esposizioni, partendo dall’Esposizione Generale Italiana del 1884 fino alla grande mostra Italia 61. Oltre quaranta abiti di sartorie torinesi costituiscono il fulcro della rassegna e fanno luce sull’eccellenza di questo settore produttivo, quello della moda e della modisteria che a quel tempo, occupava un quinto della popolazione torinese, principalmente quella femminile. Le quattro sezioni dell’esposizione tracciano l’anima di Torino, città che da sempre si distingue per il fervore culturale e la capacità di guardare al futuro. Sullo sfondo dei grandi eventi, come le guerre e lo sviluppo industriale, c’è il racconto di una città resiliente, che ha sempre trovato nelle difficoltà della storia le soluzioni per andare avanti. 114
LA MODA SURREALISTA DI DALÍ Prima di immergersi nel mondo surrealista Salvador Dalí (19041989) aveva studiato alacremente gli artisti rinascimentali e la scuola spagnola, da Vélazquez a Goya. Ammirava Picasso e si esercitò molto con la pittura cubista. Fu anche un grande ammiratore di Morandi e di Matisse. Questi sono solo alcuni degli aspetti poco conosciuti del grande artista catalano, riconosciuto ovunque per aver portato all’estremo l’arte allucinatoria dell’inconscio e dell’immaginazione. Come artista eclettico e geniale, operò in tutti i campi dell’arte, dalla scrittura al cinema, dal design alla fotografia, ma tra gli aspetti meno noti della sua attività c’è proprio la moda. Questo è il tema della mostra che ha aperto la nuova stagione a Palazzo Reale di Milano, intitolata appunto Dalí e la moda. In esposizione oltre duecento opere tra dipinti, disegni, fotografie e ovviamente abiti e gioielli, provenienti dai musei gestiti dalla Fondazione Gala-Salvador Dalí e altri musei internazionali. Al centro del progetto le collaborazioni dell’artista con Schiaparelli, Dior, Rabanne, Chanel e con riviste internazionali come Harper’s Bazaar e Vogue. Dalí si cimentò non solo con l’alta moda, ma anche con le scenografia e la grafica. Un artista sempre difficile da affrontare, ma che ha saputo anticipare molte idee della contemporaneità. ■
Salvador Dalì, Singularities © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026 Salvador Dalí, Figure. Barcelona Mannequin © Salvador Dalí, Fundació GalaSalvador Dalí, Figueres, 2026
DALÍ E LA MODA Palazzo Reale, Milano. Fino al 31 gennaio 2027 SCOPRI DI PIÙ
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AFFINITÀ ELETTIVE
La cucina dell’anima Con un passato da informatore farmaceutico e consulente presso una multinazionale del food, oggi Riccardo Roveda affianca al suo lavoro quotidiano di nutrizionista quello di musicista e compositore. E ora è pronto a registrare e lanciare il suo terzo disco
di Roberto Carminati
Nella pagina a fianco: Riccardo Roveda
AFFINITÀ ELETTIVE
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elle istantanee dell’infanzia il dottor Riccardo Roveda è sovente immortalato mentre maneggia una pianola giocattolo; con il passare degli anni ha scoperto che le tastiere e la musica in generale non erano per lui solamente un passatempo per bambini e ha deciso di fare sul serio. Prima ancora di laurearsi in Scienze dell’alimentazione nel 2014 e sostenere l’esame di Stato per l’iscrizione all’Albo dei Biologi ha perciò deciso di dedicarsi allo studio della musica classica e del jazz. Sotto la guida del maestro Roberto Cacciapaglia ha frequentato con profitto la Educational music academy della sua Milano per perfezionarsi e dar forma infine a un suo repertorio originale. «Il genere», ha detto Roveda a Il Libero Professionista Reloaded, «può essere definito come post-classico ed elettronico e credo esprima compiutamente i due lati della mia individualità. Sento cioè di avere il cuore dell’artista e allo stesso tempo la mente di uno scienziato dall’approccio rigoroso». PIANO MAN Forse proprio per questo apprezza le improvvisazioni jazzistiche ma non le frequenta; al centro della sua produzione che ormai consta di due full-lenght album e due cosiddetti extended play rimangono sempre il piano e un’ispirazione di stampo decisamente classico. «Agli 88 tasti tradizionali», ha proseguito, «affianco il sintetizzatore analogico Korg Minilogue e una drum machine gestendo tutto da solo sia dal vivo
sia in studio. L’idea è riproporre e modernizzare gli stilemi della musica classica dando modo a chi ascolta di penetrare uno spazio cinematico e in una sorta di viaggio a occhi chiusi nel mio mondo. Mi interessa fare ricerca sonora agendo sull’emotività e i flussi di coscienza. Le atmosfere sono ambient ma non devono diventare sottofondo: sono la trama di una storia interiore». La parola-chiave è empatia. Ovvero: «Attraverso le note cerco di costruire una connessione con il mio prossimo», ha spiegato Riccardo Roveda, «e qualcosa di simile lo faccio ogni giorno nelle vesti di nutrizionista. Tanto l’impegno professionale quanto la creatività rappresentano il desiderio di cercare una via di salvezza assorbendo le sensazioni ed energie altrui e tra-
smettendone a mia volta». Esemplare di come Roveda si muova e intenda continuare a muoversi in equilibrio fra passato e presente - ma con lo sguardo rivolto al futuro - è una certa predilezione per le tecnologie e di conseguenza per i supporti fonografici più datati e tuttavia da lui considerati tutt’altro che obsoleti. BUON VIAGGIO È una questione filosofica. O quasi. «I miei brani», ha ricordato, «sono stati in parte pubblicati in piccola tiratura anche su audiocassetta. Non si tratta però di un puro vezzo né di nostalgia: è piuttosto il mio modo di lanciare un messaggio che invita a restare umani e allontanarsi almeno parzialmente dalla natura liquida e un po’ distratta della fruizione odierna dell’arte musicale. La mia generazione sta 118
alla frontiera fra i Nokia e Spotify e le piattaforme sono un veicolo efficace per farsi conoscere, specialmente dai giovani: il lato B è il rischio che possano divenire calderoni indistinti». Il nutrizionista e pianista si presenta come una autentica one man band sia in studio sia sul palco perché autodefinitosi «geloso dell’atto creativo» e perché nell’affidarsi completamente e soltanto a sé stesso ritrova «la componente più divertente e appassionante» dei suoi spettacoli. Inevitabilmente gli show sono di nicchia ma si svolgono in località suggestive e occasioni dedicate. «Negli ultimi due anni», ha ricordato, «il format degli eventi di So far sound mi ha consentito di suonare a Vienna, Parigi, Budapest e in alcune località italiane. Ho creato con un amico il Piano frequency fest come momento d’incontro fra elettronica e pianoforte ed è stato un successo da sold-out; i Piano city a Milano e Palermo o la rassegna Candlelight concerts sono appuntamenti importanti. Il mio genere, proposto nel mondo da nomi quali Nils Frahm, Hania Rani e Ólafur Arnalds, non ha un suo luogo di elezione. Suono però in teatri naturali come il lago di Viverone in Piemonte dinanzi a platee attente: il solo fatto che qualcuno viaggi per ascoltarmi è fonte di un’enorme soddisfazione». Folgorato fra gli altri da Giovanni Allevi e Ludovico Einaudi, Roveda ha all’attivo due Ep intitolati A piano guy in a fast world e A piano guy in a crowded world; e altrettanti long-playing. Sono Afterglow NUMERO 47
ed Escaping rules, descritto come un concept circolare che allude al viaggio verso una condizione umana diversa e nuova. Al momento dell’intervista si è detto «in piena fase compositiva» e il papabile titolo scelto per la prossima opera è Struggle for existence. Dovrebbe contenere otto brani e dunque otto racconti sulla necessità e volontà di «restare a galla». L’idea è dunque quella di dare continuità a quanto già contenuto nelle passare release. «Non prevedo cambiamenti», ha concluso, «perché vorrei riconoscermi in quel che faccio ed essere per questo riconosciuto e credo di avere raggiunto la maturità e la cifra stilistica cui ambivo. L’orizzonte futuro può essere la multimedialità e le colonne sonore sono fra i probabili obiettivi». ■ 119
PICCOLO & GRANDE SCHERMO Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese
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di Giacomo Camelia
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FILM
THE INVITE
SERIE
SLOW HORSES
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Il 16 settembre arriva nei cinema italiani The Invite – Il piacere è tutto nostro, terza regia di Olivia Wilde dopo Booksmart e Don't Worry Darling, remake in inglese dello spagnolo Sentimental di Cesc Gay. Wilde dirige e recita al fianco di Seth Rogen, Penélope Cruz e Edward Norton in una commedia da camera racchiusa in un appartamento di San Francisco: Joe e Angela, coppia sposata ormai priva di scintilla, invitano a cena i vicini di sopra, spregiudicati ed enigmatici, e la serata prende una piega che nessuno dei quattro aveva previsto. Presentato al Sundance Film Festival con standing ovation, il film è già stato accostato a Chi ha paura di Virginia Woolf? per la capacità di far convivere battute fulminee e disagio autentico. Il merito è di una sceneggiatura che lascia respirare ogni pausa e di un cast che gioca sull'equilibrio instabile tra intimità e scontro. Non aspettatevi solo la commedia sexy del trailer: sotto la superficie c'è una riflessione onesta su cosa resti di un matrimonio quando la routine spegne tutto il resto.
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Jackson Lamb è rozzo, trasandato, tratta i suoi agenti come feccia: eppure resta la mente più lucida dell'intelligence britannica. Gary Oldman torna a indossarne i panni sgraziati nella sesta stagione di Slow Horses, lo spy drama di Apple TV tra i meglio scritti e recitati dell’attuale panorama seriale. La squadra di Slough House, reparto di scarto dell'MI5 dove finiscono le carriere fallite, viene trascinata in una fuga forzata dai giochi di potere di Diana Taverner (Kristin Scott Thomas): la stagione condensa per la prima volta due romanzi di Mick Herron, Joe Country e Slough House, vincitori del CWA Gold Dagger, promettendo un ritmo più serrato del solito. Tornano Jack Lowden, Rosalind Eleazar, Jonathan Pryce e Hugo Weaving, mentre l'ingresso più atteso è quello di Lenny Rush, giovane talento premiato ai BAFTA. Dietro le quinte cambia la guida: Gaby Chiappe prende il posto di Will Smith come showrunner, con Adam Randall di nuovo alla regia. Sei episodi a cadenza settimanale dal 16 settembre al 21 ottobre: l'ironia nera resta l'arma migliore contro la burocrazia.
FILM
HER PRIVATE HELL
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Dodici minuti di standing ovation a Cannes, poi un'accoglienza internazionale durissima: Her Private Hell, il ritorno al cinema di Nicolas Winding Refn dopo il decennio di silenzio seguito a The Neon Demon, arriva nelle sale italiane il 30 settembre. Ambientato in una Tokyo futuristica avvolta da una nebbia che libera una presenza letale, il film segue Elle (Sophie Thatcher), giovane attrice in cerca del padre scomparso, e un soldato americano (Charles Melton) che lotta per salvare la figlia dallo stesso incubo. Refn, reduce da un'esperienza di premorte che ha definito decisiva per il progetto, promette sfarzo cinematografico, sesso e violenza: la firma visiva resta inconfondibile, tra neon, simmetrie ossessive e un ritmo ipnotico. Ma la critica internazionale si è divisa nettamente, tra entusiasmo estetico e stroncature durissime, con qualcuno che l'ha definita tra le esperienze più estenuanti viste in sala negli ultimi anni. Chi ama Refn troverà pane per i suoi denti, chi cerca una storia lineare farà meglio a starne alla larga.
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RECENSIONI
Cinema, balletto, musica e libri. Un vademecum per orientarsi al meglio tra gli eventi culturali più importanti del momento a cura di Luca Ciammarughi 04
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OPERA
L’ELISIR D’AMORE CON L’ACCADEMIA DELLA SCALA
CONCERTO
QUARTETTO INDACO E PIERRE GÉNISSON ALL’ELBA
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Da un paio di anni, convincono solo parzialmente le produzioni scaligere dell’Accademia della Scala. Se l’anno scorso il pur eccellente Gianluca Capuano aveva imposto tempi fin troppo frenetici ai giovani dell’Accademia nella Cenerentola di Rossini, quest’anno è andata meglio con Marco Alibrando, un giovane (seppur affermato) fra i giovani, molto attento a gestire gli equilibri dinamici e di fraseggio in un’opera difficile come
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l’Elisir d’amore di Donizetti. Il problema di questa produzione settembrina è stata piuttosto la regia: Maria Mauti, ancora inesperta in ambito operistico, ha unito l’evocazione bucolica di un campo di grano con mossette e bislacche coreografie, chiedendo ai cantanti un eccesso di movimenti, fra l’altro troppo spesso dissonanti con l’impianto scenico. Nonostante l’accettabile cast vocale, decisamente un’occasione mancata.
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ZERMATT MUSIC FESTIVAL
BOX ALFONS & ALOYS KONTARSKY
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La 22esima edizione dello Zermatt Music Festival, diretto in maniera illuminata da Patrick Peikert, si è aperta l’11 settembre con una serie di entusiasmanti concerti dell’artist in residence Maxim Emelyanychev. Nella triplice veste di direttore d’orchestra, fortepianista e pianista, il musicista russo ha offerto al numeroso pubblico la controparte musicale della vena stürmisch insita nel paesaggio della cittadina dominata dal Cervino: interpretazioni infuocate ed eraclitee di capolavori come la Sinfonia “Eroica” di Beethoven e il Concerto K 466 di Mozart, con gli eccellenti giovani della Zermatt Festival Orchestra, ma anche lavori di più raro ascolto come i Sestetti di Dohnányi e Poulenc, con i membri dello Scharoun Ensemble Berlin. Commovente anche l’omaggio bachiano a Pablo Casals del violoncellista Claudio Bohórquez.
Il duo pianistico composto dai fratelli Alfons & Aloys Kontarsky ha fatto la storia del secondo Novecento per il repertorio a quattro mani e due pianoforti: doveroso che a loro sia dedicato un meraviglioso cofanetto Deutsche Grammophon di 18 cd, che spazia da Schubert fino alla musica contemporanea. Strutturalisti e talora persino troppo geometrici per il nostro gusto odierno nel repertorio ottocentesco mitteleuropeo e nel Novecento storico francese (Debussy e Ravel), i Kontarsky furono però sempre maestri di un suono profondamente “abitato” e di una ricerca timbrica basata su un’intensità priva di manierismi e stucchevolezze. Ed entrarono non solo nella storia dell’interpretazione, ma anche in quella della musica tout court, come dedicatari di opere sperimentali di Stockhausen, Kagel, Zimmermann, Ligeti.
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È giunto quest’anno alla trentesima edizione il Festival Elba Isola Musicale d’Europa, diretto da George Edelman, che lo fondò nel 1997. Nel contesto allo stesso tempo essenziale e sublime dell’Isola d’Elba, il festival ha come sala principale quella dell’incantevole Teatro dei Vigilanti di Portoferraio, restaurato nel 2024. È qui che il Quartetto Indaco, insieme al clarinettista Pierre Génisson, ha unito divertimento e profondità in un programma che accostava il Quintetto con clarinetto di Weber, pieno di virtuosismo e teatralità, al primo dei mirabili e profondissimi Quartetti che Beethoven scrisse per il conte Razumovsky. L’Indaco ha confermato le qualità che nel 2023 l’hanno portato a vincere il Concorso di Osaka: perfetta coesione tecnica ed emotiva, creatività (anche nella scelta del bis: un Lied ohne Worte di Mendelssohn trascritto ad hoc da Cosimo Carovani) e varietà espressiva. Entusiasmante l’intesa con Génisson, ardito e iper-espressivo nella ricerca dinamica e timbrica.
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P O S T
S C R I P T U M
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a crisi geopolitica entra nelle case degli italiani non come una mappa da decifrare, ma come una voce in più nella lista delle preoccupazioni quotidiane. Guerra, instabilità e rivalità tra potenze si traducono in bollette più care, carburanti alle stelle, inflazione, timore per il lavoro e paura che un conflitto lontano possa avvicinarsi improvvisamente. Non sorprende che, secondo recenti rilevazioni, la maggioranza degli italiani guardi agli scenari internazionali con apprensione e indichi proprio le conseguenze economiche come uno dei rischi più concreti.
di Giovanni Francavilla
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L’opinione pubblica appare attraversata da una contraddizione solo apparente: desidera la pace, ma non si fida delle trattative; sostiene la necessità di difendere l’Europa, ma teme il coinvolgimento militare; riconosce la Russia come Paese aggressore, ma una parte consistente attribuisce comunque all’espansione della Nato una responsabilità nell’origine della guerra. Sull’Ucraina, il sostegno all’invio di armi resta minoritario, mentre prevalgono le posizioni favorevoli al negoziato o a una riduzione del coinvolgimento italiano. Nel caso del Medio Oriente, la distanza tra cittadini e istituzioni appare ancora più marcata. La sofferenza della popolazione palestinese ha prodotto un cambiamento netto dell’immagine di Israele, mentre l’ipotesi di un allargamento del conflitto alimenta il timore di attentati, di un coinvolgimento della Nato e di nuove ricadute sui prezzi dell’energia. La crisi non viene quindi percepita soltanto come una tragedia umanitaria o come uno scontro strategico: diventa una minaccia alla stabilità materiale e psicologica del Paese. Di fronte a questo quadro, la politica italiana rischia di parlare una lingua diversa da quella dei cittadini. I governi discutono di alleanze, deterrenza e autonomia strategica; le famiglie si chiedono se riusciranno a sostenere il prossimo aumento della spesa.