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Il Libero Professionista Reloaded #45

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PRIMO PIANO

L’eredità del Pnrr

PROFESSIONI

La via Italiana alla parità retributiva

CULTURA

L’arte sulla rotta delle vacanze

CARISSIMA ENERGIA

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STORIA DI COPERTINA

Qui serve una scossa energetica di Marzio Galeotti

Rinnovabili, ora c’è da correre di Edoardo Somenzi

Reti elettriche per la competitività

di Nicolò Serpella e Jenny Cirincio

L’alternativa che (non c’è)

di Roberto Carminati

PRIMO PIANO

L’eredità del Pnrr

di Laura Ciccozzi

Professioni campioni di affidabilità di Ludovica Zichichi

Questione di sovranità nazionale di Mario Rossi

Bello pedalare ma…

di Carlo Bertotti

La via italiana alla parità retributiva

di Diana Larenza

Più credito ai professionisti di Giovanni Francavilla

Veterinari, la passione non basta

di Isabella Colombo

Burnout?

L’antidoto nell’AI

di Giorgio Maresca

La vacanza comincia su chatGpt

di Claudio Plazzotta

Buen camino

di Isabella Colombo

Il trucco delle insicurezze

di Matteo Durante

Le

di Carlo Valente

L’arte sulla rotta delle vacanze

di Romina Villa

Opinioni di un clown di Roberto Carminati

L’Editoriale di Marco Natali

News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni

Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Welfare e dintorni

Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia

In Vetrina in collaborazione con BeProf

Post

di Giovanni Francavilla

Si laurea in Giurisprudenza nel 2015. Dopo l’abilitazione all’esercizio della professione forense, consegue l’LL.M. presso la Queen Mary University di Londra. Dal 2022 lavora nell’Ufficio studi e rapporti istituzionali di Confprofessioni, come responsabile del PNRR, dei fondi europei e degli incentivi alle imprese. Nel 2025 consegue il dottorato di ricerca in diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, con una tesi in materia di responsabilità sociale di impresa.

Professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli studi di Milano. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano ha conseguito il dottorato in economia (Ph.D.) presso la New York University. È Direttore della ricerca scientifica della Fondazione Eni Enrico Mattei, dopo essere stato in passato coordinatore del programma di ricerca in modellistica e politica dei cambiamenti climatici. È Fellow del Centre for Research on Geography, Resources, Environment, Energy & Networks (GREEN) dell’Università Luigi Bocconi e Visiting Fellow presso il King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (KAPSARC).

Giorgio Maresca, è un Innovation Manager accreditato presso il MIMIT, con oltre trent’anni di esperienza in agenzie pubblicitarie nazionali e internazionali e nel marketing omnicanale. Amministratore Unico di Blue Communication Consulting, è specialista in Brand Strategy, Digital Innovation e progettazione integrata ATL/BTL. Svolge Docenze a progetto in Business School su temi di comunicazione, digital marketing e storytelling. Ha ricoperto incarichi in associazioni di categoria e fondazioni ed è attualmente Delegato Provinciale Roma – Lazio in AssoretiPMI.

Si è laureato in Economic and Social Sciences all’Università Bocconi di Milano è a capo delle attività di analisi strategica e di scenario sui settori dell’energia e delle utility, al servizio del Top Management delle principali aziende del comparto in Italia e in Europa di TEHA Group. Il suo lavoro si concentra sulla costruzione di scenari energetici europei e italiani, sui percorsi di decarbonizzazione al 2050 e sulla pianificazione degli investimenti nelle infrastrutture strategiche per il Paese. Ha sviluppato studi di scenario, valutazioni di impatto economico e analisi di policy sui nodi che definiscono la competitività del sistema energetico: prezzo dell’energia, sicurezza degli approvvigionamenti e transizione circolare.

Io dico 2033-2034»

— Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica

Laura Ciccozzi
Marzio Galeotti
Nicolò Serpella
Giorgio Maresca

È ricercatore alla Fondazione Eni Enrico Mattei nel programma “Technologies and economics for energy transition” dove collabora a più progetti legati al tema, quali economia dell’idrogeno e modellizzazione del sistema e mercato elettrico. Ha conseguito la laurea specialistica in Environmental and Energy Economics all’Università degli Studi di Milano, completando parte dei suoi studi all’Univesidad Politécnica de Madrid. I suoi interessi di ricerca principali ruotano intorno al mondo dell’energia e alla sostenibilità declinata in ogni suo ambito.

Laureata in Scienze Statistiche all’Università La Sapienza di Roma, è ricercatrice senior dell’Osservatorio delle Libere Professioni di Confprofessioni, struttura di ricerca che analizza e monitora l’evoluzione del lavoro professionale in Italia e in Europa. Nell’ambito delle attività dell’Osservatorio partecipa alla progettazione e alla realizzazione di studi e analisi statistiche, contribuendo alla redazione dei Rapporti nazionali e territoriali e alla pubblicazione di report tematici e approfondimenti dedicati alle principali trasformazioni del settore. Si occupa dell’elaborazione e dell’interpretazione di dati provenienti da fonti ufficiali nazionali ed europee, con particolare riferimento alle dinamiche occupazionali e reddituali, all’andamento del potere d’acquisto, alle differenze territoriali e di genere e ai cambiamenti strutturali che interessano le libere professioni. È membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione e Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana di Erice.

Il Libero Professionista

Mensile digitale di informazione e cultura

direttore responsabile

Giovanni Francavilla redazione

Nadia Anzani, Mario Rossi

hanno collaborato

Carlo Bertotti, Lelio Cacciapaglia, Giacomo Camelia, Roberto Carminati, Laura Ciccozzi, Jenny Cirincio, Isabella Colombo, Matteo Durante, Marzio Galeotti, Diana Larenza, Giorgio Maresca, Claudio Plazzotta, Mario Rossi, Nicolò Serpella, Edoardo Somenzi, Maurizio Tozzi, Carlo Valente, Romina Villa, Ludovica Zichichi.

segreteria di redazione

Miriam Minopoli

comitato editoriale

Roberto Accossu, Salvo Barrano, Paola Cogotti, Carmen Colangelo, Alessandro Dabbene, Luigi Alfredo Carunchio, Andrea Dili, Paola Fiorillo, Raffaele Loprete, Marco Natali, Maria Pungetti, Dominella Quagliata, Ezio Maria Reggiani, Gioele Semprini Cesari

redazione

Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano

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Tel. 02 36692133 Fax 02 25060955 redazione@illiberoprofessionista.it info@illiberoprofessionista.it

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Edoardo Somenzi Ludovica Zichichi

Energia, la questione “industriale” che l’Italia non può più rinviare

La questione energetica non rappresenta soltanto una sfida ambientale o geopolitica. È diventata, prima di tutto, una questione di politica industriale. In gioco c’è la competitività delle imprese, la capacità di attrarre investimenti, la crescita del sistema produttivo e, non ultimo, il potere d’acquisto delle famiglie. L’Italia e l’Europa stanno affrontando una fase di trasformazione epocale, ma il rischio è che la transizione energetica venga governata più dall’emergenza che da una visione strategica di lungo periodo.

di Marco Natali

Il nostro Paese continua a presentare una delle più elevate dipendenze energetiche d’Europa. La produzione nazionale di gas naturale copre ormai meno del 2% del fabbisogno interno, mentre oltre il 95% del gas consumato viene acquistato all’estero: ogni anno l’Italia paga circa 50 miliardi di euro per acquistare l’energia necessaria a far funzionare il Paese.

Va detto che sono stati compiuti passi importanti nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas naturale, ma la sostanza non cambia: continuiamo a dipendere da materie prime energetiche importate, esponendo famiglie, imprese e pubblica amministrazione alle oscillazioni dei mercati internazionali. Una dipendenza che si traduce in costi elevati dell’energia, perdita di competitività e crescente incertezza per gli investimenti.

A questa fragilità strutturale si aggiunge una domanda energetica destinata ad aumentare nei prossimi dieci-quindici anni. Sulla spinta delle politiche comunitarie, più attente alle questioni regolatorie e ambientali, l’elettrificazione dei trasporti, la diffusione delle pompe di calore negli edifici, la decarbonizzazione dei processi industriali e soprattutto la crescita dei data center necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e del cloud computing richiederanno decine di TWh aggiuntivi. Basti dire che un moderno data center di grandi dimensioni può assorbire una quantità di energia paragonabile ai consumi di una città di media grandezza. È proprio qui che emerge il nodo strategico.

Per un Paese manifatturiero come l’Italia, seconda economia industriale d’Europa, questa prospettiva rappresenta una minaccia concreta. Dalla siderurgia alla chimica, dalla ceramica alla carta, dal vetro all’agroalimentare, numerosi comparti energivori vedono

NUMERO

EDITORIALE

comprimersi i margini competitivi. Ma anche il vasto mondo delle piccole e medie imprese e degli studi professionali subisce l’impatto di bollette elevate che incidono direttamente sulla capacità di investire, innovare e creare occupazione. Se il prezzo dell’elettricità resta strutturalmente superiore a quello dei nostri principali competitor europei, il rischio non è soltanto la perdita di competitività delle imprese energivore, ma un progressivo rallentamento degli investimenti industriali, dell’innovazione e della capacità del Paese di ospitare le nuove infrastrutture digitali che sosterranno la crescita economica dei prossimi decenni.

La sicurezza energetica, quindi, non è più soltanto una questione ambientale o geopolitica: è la condizione essenziale per garantire la sovranità industriale dell’Italia e non può essere relegata a programmazione di breve periodo, occorre pensare a strategie di medio lungo periodo, non solo gestione dell’emergenza.

Occorre quindi superare una visione frammentata delle politiche energetiche. La sicurezza degli approvvigionamenti, la competitività industriale, la sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica devono diventare parti di una medesima strategia nazionale ed europea. Non bastano incentivi una tantum né misure emergenziali. Servono investimenti nelle reti, accelerazione delle autorizzazioni, sviluppo delle fonti rinnovabili, rafforzamento delle interconnessioni europee, sistemi di accumulo, ricerca sulle nuove tecnologie e una riflessione seria sul contributo che tutte le fonti di produzione possono offrire al mix energetico del futuro.

Le professioni, le imprese e i cittadini chiedono soprattutto certezza. L’energia è ormai un fattore produttivo strategico tanto quanto il capitale umano, l’innovazione e il credito. Senza disponibilità di energia abbondante,

sicura e a costi competitivi sarà difficile sostenere la crescita economica, accompagnare la trasformazione digitale e realizzare gli obiettivi della transizione ecologica. La vera sfida non consiste semplicemente nel produrre energia più pulita, ma nel garantire al sistema economico italiano l’energia necessaria per continuare a crescere, innovare e competere.

Le professioni possono offrire un contributo concreto a questa sfida. I professionisti accompagnano ogni giorno imprese, famiglie e pubbliche amministrazioni nei processi di innovazione, efficientamento energetico, trasformazione digitale e sostenibilità ambientale, traducendo gli indirizzi strategici in soluzioni operative e immediatamente applicabili.

Le competenze tecniche e multidisciplinari presenti nel sistema professionale rappresentano un patrimonio che il Paese non può permettersi di lasciare ai margini del confronto sulle politiche energetiche e industriali.

Per questo il Governo e le istituzioni europee devono rafforzare il dialogo con il mondo delle professioni, riconoscendone il ruolo di interlocutore strategico nella costruzione delle scelte che determineranno la competitività del Paese nei prossimi decenni. La transizione energetica non si realizza soltanto attraverso investimenti e tecnologie, ma anche attraverso competenze, capacità progettuale e prossimità ai territori e alle imprese.

Solo una strategia energetica fondata sul realismo, sulla diversificazione delle fonti e sulla sicurezza degli approvvigionamenti potrà trasformare la transizione da vincolo a opportunità. Ed è proprio questa la responsabilità che oggi compete alla politica nazionale e alle istituzioni europee.

NUMERO

I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione

COVER STORY

QUI SERVE UNA SCOSSA ENERGETICA

Dalle paludi burocratiche sulle rinnovabili al nodo del nucleare: perché l'Italia deve andare oltre l’emergenza e superare la politica dei bonus temporanei di Marzio Galeotti (Lavoce.info)

La nuova crisi energetica globale determinata dalla guerra in Medioriente non può e non deve essere trattata limitando lo sguardo al solo brevissimo periodo, prendendo qualche provvedimento nella speranza che il temporale passi presto. Questa crisi impone di guardare più in là e di chiedersi cosa è necessario fare per evitarne un’altra. La vulnerabilità italiana è amplificata dalla natura stessa del nostro sistema economico, caratterizzato da una forte manifattura energivora che richiede input costanti e relativamente economici. Senza un’alternativa solida, articolata e scalabile, ogni shock internazionale si traduce rapidamente in aumento dei costi produttivi, in inflazione e in perdita di competitività. Alle misure tampone non si possono allora non accompagnare interventi più incisivi che riducano la probabilità che l’Italia si trovi in futuro in questa stessa situazione. Perché è sicuro che succederà ancora e la prossima crisi colpirà ancora duro finché non ridurremo significativamente il nostro grado di dipendenza energetica dall’estero.

Sicurezza energetica e decarbonizzazione

Quando l’orizzonte si allunga la prima considerazione è che, a differenza di quanto accade nel brevissimo periodo, l’obiettivo della sicurezza energetica e quello della decarbonizzazione si sovrappongono. L’Italia può risolvere la sua dipendenza energetica solo riducendo la dipendenza dalle fonti fossili. Non disponendo di queste in casa, ciò significa necessariamente puntare sulle fonti pulite. È necessaria una pianificazione decisa e coerente che riduca progressivamente la nostra dipendenza (soprattutto) dal gas, come ha fatto la Spagna, che ha puntato in modo massiccio su sole e vento, utilizzando il Pnrr come leva strategica Il nostro Paese ha però una governance frammentata delle politiche energetiche, il sistema decisionale è complesso e spesso rallentato da iter autorizzativi, conflitti territoriali,

Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica

opposizioni locali e incertezza normativa. L’esempio più noto è quello delle “aree idonee” a ospitare impianti fotovoltaici ed eolici senza entrare in conflitto con la tutela del paesaggio, l’agricoltura e i beni culturali. Poiché il decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica delega alle regioni il compito di individuare fisicamente le zone sui propri territori, queste hanno risposto con normative molto restrittive creando un forte scontro istituzionale. Ha fatto notizia la decisione della Regione Sardegna di dichiarare inidoneo il 99 per cento del proprio territorio.

È chiaro però che è necessario accelerare sulle rinnovabili, sviluppando eolico e fotovoltaico in tempi più rapidi, semplificando gli iter autorizzativi. L’esempio è appunto quello della Spagna, che negli ultimi quattro anni ha corso a velocità doppia rispetto a noi. Al momento l’Italia si trova in una situazione di forte ritardo

È necessario accelerare sulle rinnovabili, sviluppando eolico e fotovoltaico in tempi più rapidi, semplificando gli iter autorizzativi

rispetto alla tabella di marcia del Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima), la nostra capacità rinnovabile è di 35-37 gigawatt (GW) contro un obiettivo al 2030 di 79-80: mancano dunque oltre 40 GW, che al ritmo attuale di circa 5 GW/anno riusciremo a coprire solo nel 2034, con quattro anni di ritardo sul target. È necessario poi migliorare infrastrutture e accumuli. La crescita delle rinnovabili deve essere accompagnata da accumuli elettrici (batterie e pompaggio), modernizzazione delle reti, nuovi impianti di flessibilità (idrogeno, demand response). Si tratta ovviamente di cose che è più facile scrivere che realizzare, ma è necessario mettervi decisamente mano.

ELETTRICITÀ NEI TRASPORTI

Servono interventi più decisi di efficienza energetica negli edifici e nelle industrie con apposite misure. E bisogna puntare decisi sull’elettrificazione a tutto raggio.

Per i consumi termici nel settore residenziale e industriale, si può fare attraverso l’installazione di pompe di calore e nel trasporto automobilistico con i veicoli elettrici. In questo campo, benché le vendite stiano segnando un momento di marcata ripresa rispetto agli anni precedenti grazie alla spinta degli incentivi e all’arrivo di modelli più economici, l’Italia rimane ancora indietro rispetto ai principali mercati europei (come Francia e Germania), dove la quota di mercato delle auto elettriche viaggia su percentuali a doppia cifra.

Per il momento, inoltre, non vi sono segni che l’elettrico stia sostituendosi, quanto piuttosto aggiungendosi, al tradizionale motore a combustione interna. È un elemento cruciale che impatta non solo sulla decarbonizzazione del trasporto, ma anche sulla sicurezza energetica. Infatti, in Italia circolano circa 40 milioni di autovetture e ogni anno se ne immatricolano

tra 1,5 e 1,8 milioni di nuove. Anche se da domani vendessimo solo auto elettriche, servirebbero comunque oltre 22-25 anni per sostituire matematicamente tutto lo stock esistente. Ciò impone che l’Italia –l’Europa tutta in verità – punti decisa sui carburanti a basso contenuto di carbonio: i biocarburanti (già realtà) e gli e-Fuel (carburanti sintetici spinti dalla Germania). Il nostro paese sponsorizza i primi, che sono derivati da biomasse (scarti agricoli, oli esausti, alghe). Di questi l’Hvo (Hydrotreated Vegetable Oil) è un diesel vegetale puro che può essere usato nei motori moderni senza modifiche e utilizza l’infrastruttura esistente (pompe di benzina e oleodotti). L’Italia spinge molto su questo fronte perché possiede una delle industrie di raffinazione più avanzate al mondo. Si tratta dunque non di sostituire l’elettrico, ma di usare i biocarburanti – che hanno attualmente un costo 15-20 per cento in più del fossile per cui saranno necessarie misure di incentivazione – per la “coda” del parco circolante vecchio (Euro 4, 5 e 6) che non verrà rottamato a breve.

Allungando ancor più lo sguardo a quello che ancora non c’è, una suggestione viene dal mettere mano ai progetti di interconnessione con i paesi della sponda africana del Mediterraneo, Tunisia e Algeria, che porterebbero quote di elettricità prodotta con eolico e solare. Sono progetti che, come il tedesco Desertec del 2009 poi naufragato, comportano difficoltà tecniche e di mercato, coinvolgono rapporti internazionali e prevedono costi non trascurabili e tempi non brevi. Hanno però il pregio di rappresentare delle soluzioni low carbon e coinvolgere una regione strategica per il nostro paese.

NUCLEARE SENZA PREGIUDIZI

Infine, il nucleare. Senza pregiudizi. Anche se non risolve i problemi del presente, ignorarlo significa rinunciare in anticipo a una leva importante per la stabilità fu-

tura. Il nostro attuale governo, sostenuto in questo dall’industria, ha fin da subito spinto per il ritorno di questa tecnologia, nella sua veste più moderna: quella che viene chiamata nucleare “di nuova generazione”, spesso facendo riferimento ai piccoli reattori modulari (small modular reactors o Smr). Si ritiene che queste versioni ridotte dei reattori di terza generazione avanzata, costruiti in fabbrica e trasportati sul sito, offrano diversi vantaggi.

Per il momento, tuttavia, esistono prototipi operativi (come la centrale galleggiante Akademik Lomonosov in Russia) e diversi progetti in fase avanzata di certificazione, ma nessuno è ancora operativo (l’azienda americana NuScale ha ricevuto la certificazione completa del suo reattore ma il suo progetto di punta è stato cancellato per gli alti costi). In Italia, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, punta proprio su questi per il 2030-2035, mentre i reattori di quarta generazione,

Servono interventi più decisi di efficienza energetica negli edifici e nelle industrie con apposite misure

ancora allo stato sperimentale, non arriveranno prima del 2040-2050. Il discorso del nucleare non può però prescindere dall’individuazione del sito unico nazionale per le scorie nucleari, un obbligo di legge che i nostri governi continuano a eludere. Senza risolvere questo problema, la credibilità della politica del nucleare non può dirsi stabilita. Sullo sfondo si staglia poi la fusione nucleare, tecnologia in cui il nostro paese con Eni è molto attivo. Ci sono poi altre tecnologie, come il geotermico a ciclo chiuso: è una soluzione rinnovabile, del tutto realizzabile nel nostro paese e soprattutto è una fonte “baseload”, che a differenza di sole e vento, produce energia 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Per questo motivo gli ambientalisti che la propongono sostengono che rende inutile il nucleare nella transizione energetica.

In conclusione, la crisi di oggi offre al governo l’occasione per intervenire in maniera organica, decisa, chiara per allestire un piano che riduca progressivamente la nostra dipendenza energetica dall’estero e, come tale, la nostra dipendenza dalle fonti fossili. All’insegna della neutralità tecnologica, nessuna soluzione può essere scartata a priori, peggio se su basi ideologiche, mentre ciascuna va considerata nella sua fattibilità, economicità, tempistica. Le rinnovabili, così come il nucleare, non sono né di destra né di sinistra, non sono di conservatori né di progressisti, non sono di nessuno ma sono di tutti.

Se è chiaro che molti aspetti così come molte soluzioni si intrecciano inevitabilmente e fortunatamente con le politiche dell’Unione europea, è giunto il momento perché il governo centrale formuli una Strategia nazionale per la sicurezza energetica, dettagliata su soluzioni, costi, tempi e misure di implementazione. Abbiamo un ministero con questo nome, ma non abbiamo una strategia nazionale. ■

Il governo oggi ha l’occasione di intervenire in maniera organica, chiara con un piano capace di ridurre progressivamente la nostra dipendenza energetica dall'estero

RINNOVABILI, ORA C’È DA CORRERE

Bruxelles ha autorizzato il più grande regime di incentivi mai concesso all’Italia per l’energia pulita: 37 GW entro il 2030. Non è un assegno da incassare, ma un prezzo garantito per 20 anni. Resta, però, ancora da snellire la burocrazia e fissare regole certe su dove installare gli impianti. Due aspetti tutt’altro che trascurabili visto che da loro dipende la separazione degli incentivi sulla carta dai gigawatt davvero in funzione

Cominciamo col disinnescare un equivoco: quando l’8 giugno scorso la Commissione europea ha approvato il regime di aiuti da 23 miliardi di euro per le rinnovabili italiane, una parte della stampa ha raccontato di un Paese che “incassa” i fondi di Bruxelles. Non è così. Quei 23 miliardi non sono denaro europeo, non sono un fondo da spartire né arriveranno su un conto pubblico. Sono il tetto di spesa di un meccanismo tutto italiano — il decreto FER X nella sua versione definitiva, “a regime” (decreto MASE firmato nel giugno 2025, valido fino al 31 dicembre 2030), che subentra al transitorio partito nel febbraio 2025 — che l’Europa si è limitata ad autorizzare in deroga alle regole sugli aiuti di Stato. Tradotto: l’Italia non riceve un assegno, ottiene il permesso di spendere i suoi soldi per incentivare le rinnovabili. I numeri dell’operazione sono ambiziosi. Il FER X a regime punta a installare 37,15 GW di nuova capacità — fotovoltaico, eolico, idroelettrico — quasi la metà dell’intero parco esistente. Di questi, 10 GW sono riservati ai piccoli impianti fino a 1 MW, con accesso diretto all’incentivo; gli altri 27 passano per aste competitive al ribasso. Un salto di scala rispetto al transitorio, fermo a 9,7 miliardi e 17,65 GW. L’obiettivo è centrare i target del PNIEC al 2030: il 63,4 per cento dell’elettricità da fonti rinnovabili, dentro una quota del 39,4 per cento sui consumi finali di tutta l’energia, riscaldamento e trasporti inclusi.Ma come funziona, in concreto, “garantire un prezzo”? Lo strumento è il contratto per differenza a due vie, gestito per la durata di vent’anni dal Gestore dei Servizi Energetici. A chi produce viene fissato un prezzo di riferimento (per i grandi impianti, il prezzo offerto in asta): se il mercato scende sotto quella soglia, lo Stato versa la differenza; se sale sopra, è il produttore a restituirla. Una rete di protezione che funziona nei due sensi e che, a differenza degli incentivi a pioggia del passato, tutela anche il contribuente: i

23 miliardi sono una stima, non una spesa scolpita nella pietra, e l’esborso reale dipenderà da come si muoveranno i prezzi nei prossimi vent’anni.

PIÙ RINNOVABILI MENO RICAVI

Per capire dove andranno quei prezzi, una bussola la offrono le simulazioni dei ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) sul mercato al 2030. La dinamica di fondo è quella del mercato elettrico stesso: man mano che solare ed eolico inondano la rete, il prezzo all’ingrosso scende, e scende soprattutto nelle ore di massima produzione. E le cifre lo dicono con chiarezza: se nel 2025 l’energia viaggiava in media intorno ai 118 euro a megawattora, al 2030 la media nazionale scenderà verso i 96; ma nel Mezzogiorno, nelle ore centrali delle giornate di sole, il prezzo precipita intorno ai 40 euro e per diverse centinaia di ore l’anno tocca lo zero. Più rinnovabili si costruiscono, meno ogni impianto ricava dal mercato: ecco

perché un prezzo garantito per vent’anni non è una generosità, ma la condizione perché qualcuno finanzi un parco solare destinato a vendere, sempre più spesso, a prezzo quasi nullo. Lo Stato, insomma, non premia chi produce: ne stabilizza i ricavi e rende bancabili gli investimenti privati. E l’investimento vero — oltre 70 miliardi, stima il Piano per il solo comparto elettrico — non lo mette l’erario, lo mettono gli operatori: i 23 miliardi servono a convincere le banche a finanziarli.

COSTI E RICAVI

Ma quanto costa, tutto questo, a chi paga la bolletta? Qui le stesse simulazioni FEEM permettono di fare due conti per davvero, mettendo sullo stesso piatto le due forze in gioco. Partiamo dal risparmio. Confrontando due scenari al 2030 — uno in cui l’Italia centra gli obiettivi di capacità rinnovabile del PNIEC, uno in cui resta indietro — con i target raggiunti il prezzo

medio dell’energia all’ingrosso scende verso i 96 euro per megawattora, contro i circa 107 dello scenario in cui la corsa si inceppa. Sono undici euro su ogni megawattora: sembra poco, ma moltiplicati per i circa 352 terawattora che il Paese consumerà in un anno — cioè 352 milioni di megawattora — fanno quasi 4 miliardi risparmiati nel solo 2030, una forbice che per giunta si allarga di anno in anno, oltre 8 miliardi cumulati dal 2027. Poi c’è il rovescio della medaglia, perché anche il contratto per differenza pesa sulla bolletta: proprio mentre i prezzi scendono, lo Stato deve integrare più spesso la differenza ai produttori, e le simulazioni quantificano questo sostegno in circa 2,3 miliardi al 2030, quasi la metà assorbiti dal solare e un terzo dall’eolico a terra. Ed eccolo, il conto finale, con tutte e due le voci in colonna: nel 2030 pagheremo circa 2,3 miliardi di incentivi per il FER X, ma quelle stesse rinnovabili, abbassando il prezzo dell’energia, ce ne faranno risparmiare quasi 4. Tutto sommato, sulla carta, il saldo resta in attivo.

Nel 2030 pagheremo circa 2,3 miliardi di incentivi per il FER X, ma quelle stesse rinnovabili, abbassando il prezzo dell’energia, ce ne faranno risparmiare quasi 4

LE DIFFICOLTÀ A VALLE

Ed è qui il punto: rallentare non fa risparmiare. Numeri alla mano, l’Italia quei 23 miliardi li sta spendendo bene — lo strumento è solido, ventennale, e protegge insieme investitori e contribuenti. Le difficoltà, semmai, sono a valle: autorizzare, produrre e installare gli impianti. Perché un incentivo, per quanto ben congegnato, non posa una sola pala: i megawatt arrivano solo con progetti approvati, aree disponibili e cantieri aperti, e qui l’Italia ha sempre arrancato. Il nodo è sempre lo stesso: iter autorizzativi lunghi e frammentati fra Stato, Regioni e Comuni, contenziosi, opposizioni locali. E intorno alle aree idonee — il decreto che dovrebbe indicare alle Regioni dove si può costruire per arrivare agli 80 GW di nuova capacità attesi al 2030 — restano ancora troppi dubbi. Snellire le pratiche e fissare regole certe su dove installare gli impianti non è un tecnicismo: è ciò che separa gli incentivi sulla carta dai gigawatt davvero in funzione. Tuttavia, quello che è certo è che l’Italia ha fatto un primo passo enorme. Adesso, però, comincia la corsa vera. ■

Un incentivo non posa una sola pala: i megawatt arrivano solo con progetti approvati, aree disponibili

e

cantieri aperti.

E qui l’Italia ha sempre arrancato

RETI ELETTRICHE PER LA COMPETITIVITÀ

di Nicolò Serpella e Jenny Cirincio

La crescita delle fonti rinnovabili è necessaria per ridurre il costo dell’energia, limitare l’esposizione alla volatilità del gas e rafforzare la sicurezza energetica del Paese. Ma da sola non basta per generare pienamente benefici. Servono infrastrutture in grado di trasportare l’energia dai luoghi di produzione ai centri di consumo. Ma qualcosa si sta muovendo

La competitività del sistema energetico italiano dipenderà sempre più dalla capacità di integrare in modo efficiente le fonti rinnovabili (FER). La crescita di solare ed eolico è necessaria per ridurre il costo dell’energia, limitare l’esposizione alla volatilità del gas e rafforzare la sicurezza energetica del Paese. Da sola, tuttavia, non è sufficiente a generare pienamente questi benefici. Servono infrastrutture in grado di trasportare l’energia dai luoghi di produzione ai centri di consumo, gestire una produzione più distribuita e intermittente, ridurre le congestioni e abilitare il contributo degli accumuli.

In questo quadro, la rete di trasmissione elettrica assume un ruolo strategico. Non solo infrastruttura tecnica, ma elemento essenziale per la transizione e per la competitività del Paese. Per le imprese, il tema ha una ricaduta concreta: il costo dell’energia incide sui bilanci, sulla capacità di pianificare investimenti e sulla stabilità dei costi operativi. Un sistema elettrico più efficiente può quindi abilitare un contesto economico più favorevole a imprese e cittadini.

ENERGIA GREEN IN CRESCITA

Il punto di partenza è la crescente competitività delle FER. A livello globale, tra il 2010 e il 2024, il costo medio di produzione dell’energia da fotovoltaico si è ridotto di circa il 90%, mentre quello dell’eolico di circa il 70%. Anche in Europa la trasformazione è ormai strutturale: nel 2025, per la prima volta, la generazione elettrica da solare ed eolico (30%) ha superato quella da fonti fossili (29%). L’Italia segue la stessa direzione. Negli ultimi venti anni, a fronte di una generazione elettrica complessivamente stabile, la produzione termoelettrica si è ridotta di circa il 40% e la quota di generazione FER sul totale nazionale è quasi triplicata, dal 17% al 48%. È un cambiamento profondo del mix elettrico,

che riflette la crescita degli impianti e la loro maggiore competitività economica. Considerando anche il ruolo di rete e accumuli, il costo medio di produzione, secondo le ultime aste in Italia, del fotovoltaico è stimabile in circa 67 €/MWh e quello dell’eolico in circa 83 €/MWh, entrambi inferiori al prezzo medio nazionale dell’energia elettrica (PUN) di 115 €/MWh nel 2025. Ne emerge un’indicazione chiara: le rinnovabili non sono più soltanto una scelta ambientale, ma un fattore di competitività economica. Il beneficio non riguarda solo il costo di generazione. Una

maggiore penetrazione di fonti rinnovabili contribuisce a ridurre il prezzo wholesale (nei mercati all’ingrosso) dell’energia elettrica, soprattutto nelle ore centrali, quando la produzione fotovoltaica è più concentrata. Dal 2023, le ore in cui il prezzo del Mercato del Giorno Prima (MGP) è stato inferiore a 30 €/MWh sono cresciute: da 57 nel 2023 a 195 nel 2025. È un primo segnale del progressivo disaccoppiamento, seppur non formale nei meccanismi di formazione del prezzo, tra prezzo elettrico e prezzo del gas.

PIÙ

INFRASTRUTTURE

Tuttavia, la transizione non richiede soltanto nuova generazione FER, ma anche infrastrutture e strumenti capaci di valorizzarla nel momento e nel luogo in cui serve. Gli accumuli, ad esempio, consentono di vendere energia sul mercato nei momenti con maggiore domanda, riducendo i picchi e rendendo meno variabile il profilo dei prezzi. Nonostante questi se-

gnali, il sistema elettrico italiano resta fortemente esposto alle dinamiche di prezzo del gas: nel 2024, i cicli combinati hanno determinato il prezzo elettrico per oltre il 60% delle ore e la correlazione tra il PUN e il PSV è stata pari al 97%. Ridurre questa dipendenza è una condizione necessaria per garantire stabilità economica.

La rete di trasmissione è l’infrastruttura che consente di mantenere in equilibrio produzione e consumo, permette di integrare nuova capacità FER, rafforzare gli scambi tra zone di mercato, aumentare la resilienza del sistema e valorizzare le interconnessioni. Senza una rete adeguata, l’energia rischia di non arrivare dove serve, generando costi aggiuntivi per il sistema. La rete sta assumendo quindi sempre più un ruolo centrale nel sistema elettrico italiano caratterizzato da produzione sempre più distribuita, intermittente e localizzata in aree spesso distanti dai grandi centri di consumo.

FIG I. PRODUZIONE TERMOELETTRICA E QUOTA FER (GWH, %), 2005 – 2025. (*) Sono esclusi geotermoelettrico e biomasse.

Fonte: elaborazione TEHA Group su dati Terna ed Ember, 2026.

INVESTIMENTI PER 23 MILIARDI

Il Piano di Sviluppo 2025 di Terna, società che gestisce la rete elettrica di trasmissione nazionale in alta e altissima tensione, prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti entro il 2034, con l’obiettivo di aumentare di circa 15 GW la capacità di trasmissione interzonale e rafforzare le interconnessioni con l’estero.

Gli interventi ad alta tensione saranno fondamentali per bilanciare la produzione rinnovabile del Sud con la domanda del Nord e per consolidare il ruolo dell’Italia come hub elettrico del Mediterraneo.

Nel confronto europeo, il nostro Paese presenta un’elevata efficienza degli investimenti. Il costo di integrazione per 1 GW di capacità rinnovabile è stimato in €0,38 miliardi, contro una media di 0,85 miliardi degli altri principali TSO europei. La rete si conferma quindi non tanto come costo, ma più come investimento necessario per

Fonte: elaborazione TEHA Group su dati Terna, 2026.

MEDIA DI PREZZO MGP
MEDIA DI PREZZO MGP CON EFFETTO FER E BESS
FIG II. PROFILO ORARIO DEL PREZZO MEDIO IN MERCATO DEL GIORNO PRIMA (MGP) NEL 2024 E IN UNO SCENARIO DI PENETRAZIONE DI 30 GW DI FER E 10 GWH DI ACCUMULI, SCHEMA ILLUSTRATIVO.

ridurre il prezzo dell’energia, aumentare la sicurezza e sostenere la transizione. In Italia, la trasmissione pesa per circa il 4% sulla bolletta annua di una famiglia tipo, poco più di 30€ l’anno. Al tempo stesso, il costo di trasmissione nel 2024 era pari a 11,2 €/MWh, inferiore a quello medio europeo. A costi contenuti si accompagna un’alta qualità del servizio: ad esempio, il tasso di incidenti ogni 100 km di rete è tra i più bassi nei principali Paesi benchmark.

La rete genera inoltre benefici macroeconomici rilevanti. Gli investimenti del Piano Industriale di Terna attivano filiere nazionali, occupazione e valore aggiunto.

Ogni euro investito genera un impatto stimato pari a 2,98€ sul valore della produzione e 1,31€ sul PIL. Gli investimenti previsti generano circa €35 miliardi di valore della produzione, €16,2 miliardi di PIL e quasi 40.000 occupati medi annui.

Accanto allo sviluppo della rete, servono meccanismi di mercato dedicati

FIG III. INVESTIMENTI DI ALCUNI SELEZIONATI TSO EUROPEI RISPETTO A CAPACITÀ INCREMENTALE FER NEL SISTEMA ELETTRICO NAZIONALE (MILIARDI DI €/GW), 2026. (*) È stato considerato lo scenario conservativo Slow Policy del Documento di Descrizione degli Scenari (DDS) 2024 Terna che prevede un incremento di 60 GW al 2034. NB: Sono considerati TSO di Germania, Regno Unito e Francia in quanto paesi comparabili in termini di dimensioni del sistema elettrico. L’indicatore non tiene conto di tutte le differenze strutturali tra i Paesi considerati (diversità geografica, le differenti combinazioni di fonti di generazione e tecnologie impiegate). Si evidenzia che il valore complessivo degli investimenti non è attribuibile esclusivamente ai GW aggiuntivi di capacità installata, ma include anche interventi sulla rete che risultano indipendenti dalla nuova potenza realizzata.

CAPACITÀ INCREM.(GW) ARCO TEMPORALE

CAPEX (B€)

Fonte: elaborazione TEHA Group su dati di bilancio Terna e Bain & Company, 2026.

NUOVE COMPETENZE

La transizione richiede anche nuove competenze e nuovi strumenti. Un sistema ad alta penetrazione FER deve gestire minore inerzia, maggiore variabilità, accumuli, congestioni e overgeneration.

Per questo, accanto allo sviluppo della rete, servono meccanismi di mercato dedicati, come il Capacity Market, per garantire l’adeguatezza del sistema, e il MACSE, per sostenere lo sviluppo degli accumuli.

La competitività del sistema energetico italiano dipenderà sia dalla produzione di nuova energia pulita, sia dallo sviluppo di un sistema in grado di valorizzarla, riducendo l’esposizione al gas e aumentando la stabilità dei costi. Investire nella rete di trasmissione significa investire in competitività e rendere la transizione una vera e propria leva di sviluppo. ■

L’ALTERNATIVA CHE (NON) C’È

I piccoli reattori nucleari sono una soluzione promettente per risolvere il problema dell’emergenza energetica. Peccato non siano al momento commercializzabili.

In più resta il problema della gestione delle scorie. Stando a uno studio di due Università Usa, infatti, i rifiuti ad alta radioattività prodotti da un SMR sono fino a 30 volte superiori a quelli di un reattore tradizionale. E non solo…

Il ministro per l’Ambiente e la Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin s’è di recente dichiarato ottimista circa la possibilità di coprire sino al 10-15% del fabbisogno energetico del Paese grazie all’installazione di nuovi reattori nucleari entro i prossimi sette-otto anni al massimo. Da un punto di vista strettamente scientifico a esprimere a Il Libero Professionista Reloaded alcune perplessità sui costi e benefici dell’operazione e la sua fattibilità è stato il docente di Fisica sperimentale dell’università veneziana di Ca’ Foscari professor Francesco Gonella. I dubbi riguardano la tecnologia prediletta per la transizione e cioè quella dei Piccoli reattori modulari o Small modular reactor dalla capacità di generazione compresa fra 50 e 300 megawatt elettrici. Hanno il teorico vantaggio di poter essere costruiti e trasportati in maniera relativamente semplice e rapida per poter essere infine assemblati nei siti prescelti. «Il problema», ha riflettuto però Gonella, «è che allo stato attuale questa tecnologia non è commercializzabile nonostante i diversi progetti in via di sviluppo nel mondo. Il dato di fatto è che a oggi due soli SMR sono connessi a una rete nel mondo in Russia e Cina, mentre continui problemi tecnici e di lievitazione dei costi hanno impedito lo sviluppo di una qualsiasi commercializzazione sulla scala necessaria. A questo va aggiunto un corposo studio pubblicato nei Proceedings della National Academy of Sciences americana da parte di scienziati delle università di Stanford e della British Columbia: attesta come i rifiuti ad alta radioattività prodotti da un SMR siano fino a 30 volte superiori a quelli di un reattore tradizionale».

Si tratta perciò di «una soluzione senz’altro promettente ma non consolidata al punto da poter costituire la base di un programma istituzionale» e caratterizzata altresì dallo stanziamento inevitabile

di budget da capogiro. «Non è un caso», ha proseguito il fisico, «che degli investimenti nel nucleare si fanno carico sempre gli organismi statali e nessuna azienda privata faccia altrettanto. Né esistono al mondo compagnie disposte ad assicurare gli impianti: i rischi sono troppo elevati». Sotto questo aspetto, Gonella ha ricordato che per la scienza il rischio «è la probabilità che accada un evento grave moltiplicata per la gravità delle sue conseguenze» e anche per questo il ventilato ritorno all’atomo gli appare una strada poco praticabile. «È certamente vero», ha osservato, «che le possibilità di un incidente sono poche, ma le conseguenze sarebbero comunque devastanti sia in termini economici sia per gli impatti sanitari e sociali. Basti pensare al recente bando ai consumi di carne di cinghiale emanato dal governo federale bavarese e motivato dalla scoperta che gli animali ancora recavano tracce di radioattività riconducibili al fallout di Chernobyl

Francesco Gonella, docente di Fisica sperimentale dell’università veneziana di Ca’ Foscari

oltre quarant’anni fa. O ai picchi di radioattività da fallout che ho verificato sulle Dolomiti con i miei studenti. Ogni giorno viaggiano poi in gran numero sulla strada di Fukushima interi camion di acqua destinata al raffreddamento del reattore che, nel corso del tempo, continua a bruciare. Si calcola che il solo sgombero del materiale contaminato dall’area possa costare varie centinaia di miliardi di dollari».

UN PROBLEMA DI SPAZIO

È chiaro che la visione di un ingegnere sia differente e tenda a considerare il nucleare a tutti gli effetti sicuro: essa non tiene però conto di variabili legate per esempio all’eventualità di un attacco terroristico diretto, anziché verso le Torri gemelle nel 2001, contro una centrale nucleare. C’è poi una questione di spazi e tempi. Partendo dai secondi, la messa in opera del dell’ultimo reattore finlandese è avvenuta quasi 20 anni la data di approvazione del Parlamento, il doppio del tempo preventivato: e va da sé che i costi sono lievitati di conseguenza, triplicando. Se già di per sé i reattori impiegano anni per per essere messi in opera, drenando investimenti enormi, contro i due-cinque anni di una centrale fotovoltaica, è evidente che nell’ottica del professor Gonella il sole rappresenta l’alternativa efficiente preferibile. «È quel che si chiama», ha commentato, «il costo di opportunità: stimare tempi ed emissioni di un’opzione, inclusa la relativa filiera, mettendola a confronto con un’altra. Un reattore funzionante potrebbe pure dimostrarsi a impatto zero, ma il solare non impatta e richiede 10-12 anni di meno. In quei 10-12 anni, adottando il nucleare dovrò usare fonti che emettono CO2: e anche questo rientra nei costi di opportunità». Quanto allo spazio, la migliore delle ipotesi è che coi piccoli reattori modulari si occupi un’area pari a quella di due o tre campi da calcio: devono tuttavia essere posizionati in prossimità di corsi o bacini idrici perché

possano godere del giusto apporto di liquidi refrigeranti e cioè di acqua. In un territorio dalla spiccata vocazione Nimby come il nostro le complicazioni e opposizioni non tarderebbero a manifestarsi e l’impressione è che referendum anche regionali tornerebbe a bocciare le centrali. «Ma», è la precisazione, «negli Stati Uniti l’esercito stesso ha giudicato a rischio il 60% della capacità nucleare complessiva per via dei possibili fenomeni estremi innescati dal climate change».

RENDIMENTO INSODDISFACENTE

Non si possono altresì dimenticare la sismicità e l’alta densità di popolazione tipiche della Penisola. Se ciò non bastasse è necessario secondo Gonella considerare che per produrre meno della metà dei 300 terawatt (300 mila gigawatt) che costituiscono il fabbisogno energetico italiano sarebbero necessarie almeno 25 centrali in piena attività per 8.000 ore l’anno. Si aggiungano le problematiche inerenti la

gestione delle scorie, tuttora irrisolte nei siti presenti sul nostro suolo a distanza di decenni dalla chiusura, ma difficili da affrontare anche negli Usa. L’unico luogo sicuro identificato per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi negli States è un sito presso le Yucca Mountain nel Nevada, ora però a sua volta bloccato dall'opposizione politica locale. Il risultato è che ad oggi oltre 90 mila tonnellate di scorie ad alta radioattività sono stoccate in modo provvisorio presso i siti delle centrali attive. Come qualsiasi altra cosa sulla terra anche le centrali nucleari giungono a fine vita e la loro dismissione è tanto costosa da rischiare di mandare in default l’economia di tutta una nazione. Per questo, a detta di Francesco Gonella, la Francia ha seguitato a implementarle e ampliarle con iniezioni di capitali dalla Cina: perché le chiusure spaventano. A proposito di Cina, Pechino ha optato per l’installazione massiva di impianti fotovoltaici per una

potenza equivalente a 216 centrali nucleari e lo ha fatto in un solo anno (2023). È la dimostrazione che una alternativa è possibile e a confermarlo sono state di nuovo le ricerche dell’università statunitense di Stanford. «Con un gruppo di ricerca interno», ha concluso Gonella, «ha pubblicato documenti che calcolano quel che ogni nazione - ne sono state studiate 49 - dovrebbe fare per rendersi indipendente dai combustibili fossili sostituendoli con fonti green. Il calcolo tiene conto di investimenti, tecnologie, oneri di gestione e sanitari, potenzialità di impiego e carichi fiscali, costi legati all’occupazione del suolo e il bilancio di posti di lavoro persi e creati, più di quelli persi. Ne è emerso che in cinque anni i combustibili fossili potrebbero diventare un ricordo e con le rinnovabili si soddisferebbe il 50% della domanda attuale. Il resto verrebbe dall’efficientamento dell’uso di energia lungo le supply chain industriali». ■

Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni

PRIMO PIANO

L’EREDITÀ DEL PNRR

Nonostante lo stralcio di progetti innovativi e il ridimensionamento degli invstimenti in diversi settori, l’Italia oggi è il Paese europeo più avanti nell’attuazione del Piano. Ora la parola d’ordine è dare continuità alle riforme strutturali e agli investimenti. Ma tutto si gioca sulle capacità organizzative e attuative delle amministrazioni centrali e locali

di Laura Ciccozzi

Sono 159 gli obiettivi che separano l’Italia dalla conclusione del Pnrr. Conseguita la nona e penultima rata da 12,8 miliardi, restano da incassare i 28,4 miliardi della decima rata per i progetti con scadenza 30 giugno. Ma, rispetto all’avvio di cinque anni fa, i cambiamenti sono molti, sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo, e fanno sì che il Piano lasci un’eredità diversa da quella attesa. Del resto, sono mutate anche le priorità politiche a livello europeo. Oggi sono i temi della difesa e sicurezza comune a farla da padroni, mentre i problemi del post-pandemia sono scivolati in secondo piano.

Le revisioni, che si sono succedute con regolarità in tutte le missioni del Pnrr italiano, hanno colpito in particolare gli investimenti non realizzabili e rendicontabili nei rigidi termini imposti dal cronoprogramma. Devono essere ricondotti a queste cause lo stralcio alcuni progetti altamente innovativi e, come tali, eccessivamente complessi, ad esempio nel settore dell’idrogeno. E il ridimensionamento degli investimenti per lo sviluppo dei territori, il cui tallone di Achille è stata l’eccessiva frammentazione. Certamente, anche nel caso del Pnrr, fa più rumore un albero che cade rispetto a una foresta che cresce. Le storie di successo sono tante: riforme ed investimenti portati a termine nei tempi previsti che hanno consentito all’Italia di essere oggi il Paese europeo più avanti nell’attuazione. In questi anni abbiamo appreso importanti lezioni: che il sistema produttivo italiano, quando le condizioni sono giuste, è in grado di investire in tecnologia

avanzata; che l’integrazione efficace fra fondi Ue e politica industriale nazionale è possibile; che occorre superare definitivamente quell’impermeabilità che ancora oggi caratterizza ampi settori pubblici rispetto a una logica di team building e di collaborazione con i soggetti privati – a partire dai liberi professionisti – in grado di apportare competenze tecniche avanzate e aggiornate.

LO CHOC ORGANIZZATIVO

Ma il lascito più importante - e in una certa misura inatteso - del Pnrr risiede nello sviluppo delle capacità organizzative e attuative delle amministrazioni centrali e

locali. Ad esempio, un’analisi condotta da Svimez sulle tempistiche delle gare di appalto pubbliche, che confronta procedure Pnrr e ordinarie, mostra che nelle prime la durata delle fasi di pre-affidamento e affidamento è scesa da 26 a 18 mesi, con un miglioramento particolarmente marcato al Sud. Anche i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio evidenziano che gli appalti Pnrr mostrano una probabilità di essere aggiudicati pari all’88%, contro il 69% di contratti comparabili non Piano e in tempi nettamente inferiori. Secondo l’Ufficio, il Pnrr «ha agito come uno choc organizzativo oltre che finanziario» e ha spinto le amministra-

zioni «a ridurre inerzie procedurali e a concentrare maggiormente le risorse sull’attuazione del Piano». Il ricorso al supporto tecnico di soggetti qualificati come Invitalia si è poi dimostrato fondamentale, soprattutto per gli enti più piccoli. È evidente che le innovazioni introdotte con il Piano devono ora essere capitalizzate, trasformandole da pratiche straordinarie in prassi consolidate. Per fare questo occorre rafforzare i centri di competenza a servizio delle amministrazioni locali, garantendo continuità alla governance degli investimenti e integrando la logica della performance con una pianificazione strategica di lungo periodo. La parola

d’ordine del post-Piano è, dunque, continuità, sul duplice fronte del metodo e del contenuto. Secondo le stime di Moodys, l’Italia può crescere dell’1% annuo nei prossimi cinque-dieci anni, purchè siano garantiti «riforme strutturali continue e il mantenimento di livelli di investimento più elevati anche dopo la conclusione del Pnrr». Ma prima c’è lo sprint finale per chiudere i cantieri e rendicontare tutta la spesa. Quest’ultima fase è cruciale perché molta spesa effettuata in questi anni è stata registrata in ritardo a causa delle difficoltà burocratiche legate proprio al processo di rendicontazione.

Secondo i dati elaborati dalla Banca d’Italia e dalla Corte dei Conti, a fine 2025 era stato speso (o meglio, rendicontato) solamente il 54% delle risorse. Tuttavia, nello stesso periodo c’è stata un’importante inversione di tendenza: a febbraio 2026 la spesa rendicontata era pari a 113,5 miliardi, contro gli 83 di agosto 2025. E nell’ultimo semestre ci si attende una grande crescita dal momento che, anche per effetto delle molteplici revisioni, gli obiettivi più complessi hanno subito un continuo slittamento temporale verso la fase conclusiva del Piano. Infine, sempre a seguito delle revisioni, circa 24,2 miliardi di spesa – soprattutto nelle missioni Infrastrutture e RepowerEU – confluiranno su esercizi successivi al 2026, trattandosi di risorse che si è deciso di non impiegare direttamente, ma attraverso strumenti finanziari. Un altro esito non previsto inizialmente, ma anche da esso dipenderà la possibilità di decretare il successo o il fallimento del Pnrr italiano. ■

PROFESSIONI CAMPIONI DI AFFIDABILITÀ

Oltre sei professionisti su dieci raggiungono un punteggio ISA pari o superiore a 8, soglia che identifica i contribuenti con livelli più elevati di compliance fiscale. L’analisi dell’Osservatorio delle libere professioni

Nel 2024 le attività professionali si confermano il comparto fiscalmente più affidabile secondo gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA). Oltre sei professionisti su dieci raggiungono infatti un punteggio ISA pari o superiore a 8, la soglia che identifica i contribuenti con livelli più elevati di affidabilità.

Il dato conferma una tendenza ormai consolidata: il mondo professionale continua a distinguersi per livelli di compliance fiscale superiori rispetto agli altri settori economici. Nel 2024, il 62,3% dei contribuenti appartenenti alle attività professionali ottiene un punteggio almeno pari a 8, contro una media generale del 46,7%.

Il divario rispetto agli altri comparti resta ampio. Nei servizi la quota di contribuenti con ISA elevato si ferma al 43,3%, nelle manifatture al 43,0%, nel commercio al 42,8% e nell’agricoltura al 34,5%. Le professioni si collocano quindi nettamente al di sopra della media complessiva dei contribuenti ISA. Le differenze emergono anche osservando la forma giuridica. Tra le persone fisiche che svolgono attività professionali, la quota di contribuenti con punteggio ISA pari o superiore a 8 raggiunge il 64,4%. Il dato scende al 55,9% per le società di persone e al 38,7% per le società di capitali. Su quest’ultimo risultato può incidere anche il funzionamento delle società tra professionisti, nelle quali parte del reddito può essere trasferita ai soci attraverso fatture emesse verso la società, con possibili effetti sul margine dichiarato dalla STP e, di conseguenza, sul punteggio ISA.

SANITARI IN TESTA

Il quadro cambia ulteriormente se si osservano i grandi aggregati professionali. Le professioni sanitarie si confermano il gruppo più affidabile: il 71,1% dei contribuenti raggiunge un punteggio ISA pari o superiore a 8. Seguono le attività professionali di consulenza, con il 63,7%, le attività legali e notarili, con il 56,1%, e le attività legate ad architettura, ingegneria e altre attività tecniche, con il 55,3%. La gerarchia tra settori conferma dunque un quadro articolato, nel quale il primato complessivo delle professioni convive con differenze

interne significative. Alcune attività si collocano stabilmente su livelli molto elevati di affidabilità fiscale, mentre altre mostrano margini di miglioramento ancora ampi. Il dato più importante, tuttavia, è che il miglioramento registrato nel 2024 non riguarda poche categorie isolate, ma attraversa in modo diffuso gran parte del comparto.

TRE ANNI DI CRESCITA

Rispetto al 2023, infatti, l’aumento è significativo. La quota di contribuenti professionali con punteggio ISA pari o superiore a 8 passa dal 56,9% al 62,3%, con una crescita di 5,4 punti percentuali. In termini assoluti, si tratta di oltre 31 mila contribuenti fiscalmente affidabili in più rispetto all’anno precedente, pari a un incremento dell’11,2%.

Tra gli aumenti più marcati si osser-

vano le attività professionali legate all’informatica, che passano dal 51,0% al 67,1%, i servizi veterinari, dal 47,2% al 57,4%, e le attività paramediche indipendenti, dal 50,3% al 60,3%. Migliorano in modo consistente anche le attività dei geometri, dal 48,2% al 57,3%, gli studi di architettura, dal 47,6% al 54,9%, gli studi legali, dal 49,1% al 55,7%, e gli studi di ingegneria, dal 55,5% al 60,5%. Ai vertici della classifica restano gli studi medici e i laboratori di analisi cliniche, con l’80,2% di contribuenti con punteggio ISA pari o superiore a 8. Seguono le attività professionali relative all’informatica, al 67,1%, i periti industriali, al 63,9%, i servizi forniti da dottori commercialisti, ragionieri, periti commerciali e consulenti del lavoro, al 63,4%, e gli studi notarili, al 62,0%. Nella parte bassa della graduatoria si collocano invece attività

NUMERO COMPLESSIVO DI CONTRIBUENTI ISA, CON PUNTEGGIO INFERIORE E UGUALE O SUPERIORE A 8 E INDICE DI AFFIDABILITÀ RISPETTO ALLE PROFESSIONI, DIVISIONE PER MACROSETTORE

Indice base “quota attività professionali con ISA ≥ 8” =100. Ordine decrescente per quota di contribuenti con ISA ≥ 8. Dati 2024.

QUOTA DI CONTRIBUENTI DELLE PROFESSIONI CON PUNTEGGIO ISA

PARI O SUPERIORE A 8, DIVISIONE PER SETTORE DETTAGLIATO

Direzione freccia dal valore del 2023 al valore del 2024. Valori in %. Ordine decrescente per valore 2024. Dati 2023 e 2024.

Le “Altre attività tecniche, scientifiche e professionali nca” nel 2023 erano denominate “Altre attività tecniche”

Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati ISA

che, pur registrando un miglioramento rispetto al 2023, restano su livelli più contenuti. È il caso degli psicologi, che passano dal 34,7% al 43,9%, e dell’amministrazione di condomini e gestione di beni immobili per conto terzi, che sale dal 39,9% al 44,6%. Anche in questi casi, tuttavia, la dinamica è positiva e contribuisce al miglioramento complessivo del comparto.

C’È CHI PERDE TERRENO

Non mancano alcune eccezioni alla tendenza generale. Le attività nel campo della recitazione, della regia e delle creazioni artistiche e letterarie registrano un calo, passando dal 67,7% al 58,6%. In diminuzione anche le attività delle guide turistiche e degli accompagnatori, dal 54,2% al 48,5%, mentre i servizi di ingegneria integrata

restano sostanzialmente stabili, dal 47,8% al 47,7%. Gli ISA 2024 confermano dunque un elemento centrale: le professioni non solo restano il comparto fiscalmente più affidabile, ma rafforzano ulteriormente il proprio posizionamento rispetto al resto del sistema economico. La crescita registrata rispetto al 2023 mostra un miglioramento diffuso della compliance, che coinvolge sia le attività già caratterizzate da livelli elevati di affidabilità sia alcune realtà tradizionalmente più distanti dalla media del comparto. In un contesto in cui il rapporto tra fisco e contribuenti resta un tema cruciale, il dato sulle professioni restituisce l’immagine di un settore caratterizzato da livelli elevati di compliance e da un posizionamento più solido rispetto agli altri comparti economici. ■

QUESTIONE DI SOVRANITÀ NAZIONALE

Dalla corsa agli algoritmi al controllo di energia e delle infrastrutture critiche: così i blocchi di potere globale ridisegnano i confini dell’innovazione. Il futuro dell’HI tech non si decide più nei laboratori di software, ma sulla rete elettrica e sui confini di Stato

Icorridoi

dell’Annual Meeting di Davos dello scorso gennaio hanno registrato un silenzioso ma radicale cambio di paradigma. Fino a poco tempo fa, la narrazione attorno alle tecnologie di frontiera - intelligenza artificiale, spazio, computazione quantistica - assomigliava molto a una classica corsa all’oro della Silicon Valley. Il dibattito pubblico e gli investimenti erano monopolizzati da metriche puramente digitali: chi avesse l’algoritmo più performante, chi chiudesse il round di finanziamento più alto, chi vantasse il ciclo di iterazione più rapido.

Oggi quella stagione di ingenuità tecnologica è finita. Il contesto internazionale si è inasprito, spingendo i governi a riflettere in modo molto più esplicito e strategico sulla propria dipendenza tecnologica. Le tecnologie emergenti non sono più considerati solo strumenti di business o di efficienza, ma sono diventate estensioni critiche delle infrastrutture nazionali e della sicurezza statale.

La competizione si è spostata dal software all’hardware rigido del mondo reale: l’energia, le materie prime, le catene di approvvigionamento, la definizione degli standard e le alleanze strategiche necessarie per implementare queste innovazioni su scala globale. In un sistema economico e politico strutturalmente interdipendente, la nuova regola d’oro per gli Stati non è la rincorsa a un’impossibile autarchia totale, ma una forma di pragmatismo selettivo: l’obiettivo non è l’autosufficienza in tutto, ma diventare indispensabili in qualcosa.

DAL CALCOLO ALLO SPAZIO

Questa nuova era geopolitica si manifesta chiaramente in settori che un tempo consideravamo puramente teorici o di nicchia. Prendiamo il calcolo quantistico: durante il World Economic Forum di Davos la domanda non è stata più soltanto «Quando avremo un computer quantistico commerciale?», bensì «chi stabilirà gli standard di sicurezza post-quantum e quali Paesi sono davvero pronti a proteggere le proprie infrastrutture critiche dalla prossima minaccia cibernetica?». Non si tratta di una speculazione filosofica: Pechino, secondo le ultime indiscrezioni, punta a varare i propri standard nazionali di crittografia post-quantistica entro tre anni, blindando come priorità assoluta i settori della finanza e dell’energia, muovendosi sulla scia di quanto già fatto dagli Stati Uniti.

Anche lo spazio sta vivendo una profonda ridefinizione in chiave sovrana. I governi non considerano più le costellazioni satellitari come semplici reti di telecomunicazione, ma come asset strategici irrinunciabili. Questa urgenza genera però forti tensioni interne alle stesse coalizioni occidentali.

Emblematico è il caso della proposta tedesca di una rete satellitare militare da 10 miliardi di euro: un progetto che sta sollevando forti preoccupazioni a Bruxelles per il rischio di duplicazione con il programma europeo di connettività sicura IRIS. È la perfetta dimostrazione di una faglia crescente tra le urgenze di sicurezza dei singoli Stati nazione e la pianificazione collettiva dell’Unione Europea.

IL PARADOSSO DELL’AI

Ma è nel campo dell’intelligenza artificiale che il ritorno alla realtà materiale si fa più stringente. La domanda geopolitica del momento non riguarda chi possiede il modello linguistico più avanzato, ma chi ha l’energia per alimentarlo, lo spazio per scalarlo e la sicurezza per proteggerlo. L’innovazione sta presentando un conto salatissimo ad aspetti che raramente finiscono nei comunicati entusiasti delle big tech: l’impennata delle bollette elettriche delle famiglie che vivono vicino ai nuovi data center, l’enorme domanda di acqua dolce per il raffreddamento dei server in regioni già colpite da stress idrico, e i limiti strutturali delle reti elettriche nazionali, che stanno diventando il vero fattore discriminante per la competitività di un Paese. Secondo

le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la domanda globale di elettricità da parte dei data center è destinata a più che raddoppiare entro il 2030. Nelle economie occidentali, i tempi di attesa per l’allacciamento alla rete di trasmissione sono ormai un freno drammatico allo sviluppo economico.

Proprio nei colli di bottiglia di questa crisi infrastrutturale si stanno inserendo le opportunità di business più interessanti per le startup di nuova generazione. Una delle realtà più osservate in questo senso è Emerald AI, fondata nel 2024 e fin da subito sostenuta dal braccio venture di NVIDIA e da pesi massimi dell’ecosistema tech come Jeff Dean, capo scienziato di Google. Al timone c’è Varun Sivaram, scienziato e senior fellow presso il Council on Foreign Relations, che ha intuito il paradosso di fondo: se l’energia è il più grande limite dell’IA, l’IA stessa può essere la soluzione per alleggerire la pressione sulla rete. «L’energia elettrica è il principale collo di bottiglia della rivoluzione dell’IA in Occidente. Ma i data center dedicati all’intelligenza artificiale hanno un potenziale trasformativo unico: sono controllabili a distanza e possono rispondere alle sollecitazioni in pochi millisecondi», ha detto Sivaram. Il software sviluppato da Emerald non punta a interrompere l’uso dell’IA, ma a renderlo "flessibile". Non tutti i calcoli algoritmici hanno la stessa urgenza: mentre le richieste in tempo reale degli utenti vanno evase subito, l’addestramento di modelli pesanti o l’elaborazione di dati non urgenti possono essere

Varun Sivaram, Fondatore e Ceo di Emerald AI

Jeff Dean, Chief Scientist di Google

posticipati, rallentati o addirittura spostati geograficamente in data center situati dove, in quel preciso momento, c’è abbondanza di energia rinnovabile. Inoltre, il sistema impara a dialogare con le batterie di stoccaggio e gli impianti di generazione in loco. I risultati sul campo iniziano a dare ragione a questa visione. In una dimostrazione commerciale condotta a Phoenix, in Arizona — in collaborazione con giganti del calibro di Oracle e NVIDIA — il software di Emerald è riuscito a ridurre il consumo energetico dell’IA del 25% per tre ore consecutive proprio durante un giorno di picco di carico sulla rete elettrica cittadina, senza che gli utenti finali se ne accorgessero. Ora la scommessa si sposta sulla scala industriale con il progetto Aurora a Manassas, in Virginia, dove si cercherà di dimostrare che il computing reattivo può diventare lo standard costruttivo delle fabbriche digitali del futuro. L’obiettivo, nelle parole di Sivaram, è ambizioso ma chiaro: «Voglio trasformare l’IA da ‘cattivo’ della storia, che le comunità locali rifiutano perché fa aumentare i prezzi dell’energia, a ‘eroe’ che ogni utility e ogni cittadino vorrà accogliere nella propria rete per stabilizzarla».

I 3 SEGNALI DA MONITORARE

Mentre il dibattito si concentra sull’energia, la mappa del potere tecnologico continua a ridisegnarsi attraverso segnali precisi sui mercati finanziari e geopolitici:

▪ La robotica pesante cinese cerca la consacrazione finanziaria: La mossa di Unitree Robotics, che ha presentato

domanda di quotazione sul mercato STAR di Shanghai con l’obiettivo di raccogliere 4,2 miliardi di yuan, è un segnale politico enorme. Con un fatturato cresciuto del 335% su base annua e i robot umanoidi che rappresentano ormai più della metà delle vendite, il successo di questa IPO non racconterà solo la storia di un’azienda, ma mostrerà dove la politica industriale di Pechino sta indirizzando i suoi capitali strategici.

▪ Il sovranismo spaziale frammenta l’Occidente: La già citata frizione tra la Germania e l’Unione Europea per il controllo delle reti satellitari dimostra che, quando la tensione geopolitica sale, il coordinamento internazionale

fatica a reggere il peso degli interessi di sicurezza nazionale.

▪ La clessidra della sicurezza quantistica: I tre anni stimati dalla Cina per l’adozione di standard crittografici post-quantitativi indicano che la finestra temporale per proteggere i dati sensibili dell’Occidente si sta stringendo molto più rapidamente del previsto.

La lezione che ci consegna questo scenario è complessa ma inequivocabile: la tecnologia di frontiera ha smesso di essere una questione esclusiva di codice e silicio. È diventata, a tutti gli effetti, una questione di territori, risorse naturali e sovranità nazionale. Chi controlla l’infrastruttura, controlla il futuro dell’innovazione. ■

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BELLO PEDALARE MA…

Dopo il boom del biennio 2020-21 il mercato delle due ruote ha rallentato la sua corsa. Ma ha saputo reggere al contraccolpo mantenendo un bilancio in positivo. Ora, per dare una nuova spinta ai consumi interni è necessario promuovere un cambiamento culturale profondo, investire in infrastrutture sicure e ben collegate tra loro e adottare politiche capaci di garantire maggiore tutela ai ciclisti. Nel rispetto dell’ambiente

Negli ultimi anni il mercato della bicicletta in Italia ha vissuto un’importante e decisa trasformazione. Il biennio 2020-2021, infatti, con l’insorgere del Covid 19 ha sicuramente rappresentato un momento decisivo per il settore accelerando un cambiamento culturale già in atto e portando un grande numero di italiani a riscoprire l’interesse verso le due ruote, contribuendo nello stesso tempo a disegnare una nuova connessione tra cittadini, città e ambiente. Ma nel triennio successivo settore ha dovuto fare i conti con una fisiologica contrazione soprattutto nel segmento delle biciclette elettriche. Con il risultato che nel 2025 si è avuto un calo delle vendite del 4% rispetto ai 12 mesi precedenti (-3% sul fronte delle biciclette tradizionali e -7% su quello delle elettriche).

MANCA UNA STRATEGIA

La motivazione della flessione è dovuta a fattori politici e culturali e a una mancanza di una strategia di lungo periodo. E’ vero, negli ultimi anni sono stati introdotti diversi incentivi economici per favorire l’acquisto di biciclette, senza però accompagnarli da un adeguato sviluppo degli spazi e delle infrastrutture necessarie all’utilizzo del mezzo. Così, terminata la fase di sostegno garantita dai bonus statali, il comparto ciclistico ha iniziato a mostrare segnali di difficoltà.

Ma l’industria sembrerebbe reggere: la produzione nel 2025 è salita a 1.805.000 unità con un incremento del 6%, mentre l’export ha raggiunto 1.042.000 pezzi, in crescita dell'11% rispetto all’anno precedente. L'intera filiera coinvolge

circa 230 aziende specializzate e oltre 19.000 lavoratori, ai quali si aggiunge un ampio indotto che dà lavoro a migliaia di persone. Numeri che conferiscono alla bilancia commerciale del ciclo un andamento leggermente in flessione, con un saldo 2025 di +172 milioni di euro rispetto ai +175 milioni del 2024.

GLI ITALIANI E LA BICICLETTA

In questo quadro di insieme l'Italia rimane uno dei Paesi europei più importanti per la produzione di biciclette e componentistica. Il comparto è costituito da centinaia di aziende, molte delle quali piccole e medie imprese altamente specializzate apprezzate sui mercati internazionali per qualità costruttiva, design e innovazione tecnologica. Tanto che con oltre 1,7 milioni di modelli venduti oltrefrontiera e una quota di export europeo totale del 16,6% restiamo tra i maggiori esportatori di due ruote nel Vecchio continente.

Resta però il forte divario infrastrutturale rispetto ai giganti europei della mobilità ciclistica, fattore che determina un inferiore utilizzo delle due ruote (6%) nel nostro Paese rispetto alla media europea che si attesta attorno all’8%.

La carenza di infrastrutture diventa un dato ancora più evidente nel momento in cui la realtà ci dice che nei luoghi dove sorgono nuove piste ciclabili si registra un aumento significativo del numero dei ciclisti. Ad esempio nelle regioni del Nord Italia, dove la rete di ciclabili è più estesa, la quota di spostamenti in bicicletta è più del doppio rispetto al Sud, dove

la carenza di piste fa scendere il dato dal 15% al 7%. Se dunque nel nostro Paese l’uso delle due ruote è molto elevato in alcune aree (Ferrara, Bolzano, Treviso e varie città dell'Emilia-Romagna e del Veneto), la media nazionale rimane inferiore a quella delle nazioni del Nord Europa. Da evidenziare, poi, come sia nelle grandi aree urbane che in molti centri di medie.

IL RUOLO DELL'E-BIKE

Tra i cambiamenti più rilevanti che hanno interessato il mercato delle due ruote negli ultimi anni, l'affermazione delle biciclette elettriche ha giocato senza dubbio un ruolo fondamentale. In Italia, no-

nostante la flessione rispetto agli anni precedenti proprio in questo segmento, le e-bike continuano a rappresentare l'elemento di maggiore innovazione e sviluppo dell'intero comparto. La loro diffusione è cresciuta rapidamente e in pochi anni la quota sul totale delle biciclette vendute è quasi raddoppiata, passando da poco più del 10% nel 2019 a circa il 20% nel 2026. La crescente popolarità di questi mezzi, via via equipaggiati con batterie sempre più leggere, motori più performanti e modelli diventati negli anni molto più accessibili nei prezzi, è legata soprattutto alla loro capacità di rendere il mezzo accessibile a un

pubblico molto ampio: il sistema di assistenza alla pedalata consente infatti di affrontare tragitti più lunghi, percorsi impegnativi e dislivelli con minore sforzo fisico. In questo settore il mercato italiano presenta però ancora ampie possibilità di espansione visto che in diversi Paesi dell'Europa settentrionale le biciclette elettriche costituiscono già oltre il 40% delle vendite complessive e, in alcuni casi, superano persino la soglia del 50%. Per questo motivo diversi operatori del settore interpretano la contrazione osservata nel 2025 come una fase congiunturale e non come il segnale di un cambiamento strutturale del mercato.

LE PROSPETTIVE DEL SETTORE

Se quindi dal punto di vista produttivo, l'industria della bicicletta continua a rappresentare uno dei comparti più qualificati del sistema manifatturiero nazionale con un fatturato complessivo che supera i 2,6 miliardi di euro, le tendenze del mercato europeo indicano chiaramente quale sia la direzione da seguire: la crescita e la solidità del settore dipendono soprattutto dall’utilizzo quotidiano della bicicletta.

Per rilanciare il mercato interno e, al tempo stesso, contribuire al miglioramento della qualità dell’aria e della vivibilità urbana, l’Italia deve quindi superare l’idea della bicicletta come semplice hobby. È necessario promuovere un cambiamento culturale profondo, investire in infrastrutture sicure e ben collegate tra loro e adottare politiche capaci di garantire maggiore tutela a chi sceglie di spostarsi pedalando. ■

NEWS FROM EUROPE

Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo

di Confprofessioni

Europa digitale, più AI meno competenze

L’Europa accelera sulla trasformazione digitale, ma il traguardo del 2030 resta ancora lontano. È quanto emerge dalla quarta relazione sullo Stato del Decennio Digitale 2026, che fotografa un continente in crescita sul fronte dell’innovazione, ma ancora alle prese con criticità strutturali che rischiano di frenare la competitività e l’autonomia tecnologica dell’Unione. Tra i risultati più significativi spicca la diffusione delle infrastrutture digitali. La copertura 5G raggiunge ormai il 96,8% delle famiglie europee, mentre cresce l’adozione delle tecnologie avanzate da parte delle imprese. Il 46,7% delle aziende utilizza servizi di cloud computing e l’Intelligenza Artificiale continua la sua espansione: nel solo 2025 l’adozione è aumen-

tata del 48%, coinvolgendo quasi un’impresa su cinque. Nonostante i progressi, permangono importanti ritardi. Le piccole e medie imprese faticano ancora a integrare le nuove tecnologie a causa della carenza di risorse finanziarie, competenze specialistiche e capacità di gestione dei dati. Anche sul fronte industriale l’Europa resta indietro: la quota di mercato globale dei semiconduttori si ferma al 9%, lontana dall’obiettivo del 20% fissato per il 2030. A preoccupare è soprattutto il deficit di competenze digitali. Gli specialisti ICT rappresentano appena il 5% dell’occupazione totale europea, la metà del target previsto dall’Unione. Rimane inoltre ampio il divario di genere, con le donne che costituiscono meno del 20% degli esperti del settore.

LEGGI LA RELAZIONE
LA RELAZIONE SULLO STATO DEL DECENNIO DIGITALE 2026

ILO: “La tecnologia sia al servizio delle persone”

L’intelligenza artificiale può diventare un motore di crescita e benessere oppure ampliare le disuguaglianze sociali. È questo il messaggio lanciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) in apertura della 114ª Conferenza Internazionale del Lavoro. Nel suo intervento inaugurale, il direttore generale dell’ILO, Gilbert F. Houngbo, ha sottolineato la necessità di adottare un approccio centrato sulla persona, affinché l’innovazione tecnologica contribuisca alla creazione di lavoro dignitoso e a una crescita più inclusiva. Nel rapporto “A Moment of Choice: Harnessing Artificial Intelligence for Decent Work”, l’ILO individua quattro priorità strategiche: tutela dei diritti dei lavoratori, sviluppo delle competenze, rafforzamento della protezione sociale e promozione del dialogo sociale. Secondo l’Organizzazione, i benefici derivanti dall’aumento della produttività generato dall’IA devono essere distribuiti equamente, attraverso salari adeguati, maggiori tutele e sistemi di governance fondati su trasparenza, responsabilità e supervisione umana. L’appello arriva in una fase di forte instabilità economica e geopolitica. Le tensioni internazionali, in particolare in Medio Oriente, stanno già producendo effetti sul mercato del lavoro globale.

Semestre europeo, l’Ue

punta su lavoro, competenze e casa

L’Unione europea rilancia la propria strategia di crescita. Con il Pacchetto di Primavera del Semestre europeo 2026, presentato dalla Commissione il 3 giugno scorso, Bruxelles indica agli Stati membri le priorità per rafforzare competitività, resilienza ed equità sociale. Al centro delle raccomandazioni c’è il mercato del lavoro. L’Ue chiede ai governi di investire nelle competenze per rispondere alla crescente domanda di professionisti nei settori della cybersicurezza, dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori. Accanto alla crescita economica, il pacchetto rafforza il pilastro sociale europeo. La lotta alla povertà resta una priorità, con l’invito agli Stati membri a migliorare l’efficacia dei sistemi di reddito minimo e dei servizi essenziali. Particolare attenzione è dedicata anche alla sostenibilità dei sistemi pensionistici: Austria, Italia e Polonia sono state sollecitate a favorire un aumento dell’età pensionabile effettiva per rispondere alle sfide demografiche. E la scarsità di alloggi accessibili viene considerata un freno alla mobilità del lavoro e un fattore di aumento delle disuguaglianze. Tra le misure proposte figurano la semplificazione delle procedure edilizie, il potenziamento dell’edilizia sociale e incentivi per ridurre il numero di immobili inutilizzati.

Bruxelles rafforza la lotta ai reati economici

La corruzione rappresenta una minaccia non solo per la trasparenza delle istituzioni, ma anche per la crescita economica europea. Secondo le stime, il fenomeno genera ogni anno un costo di almeno 120 miliardi di euro per l’Unione europea. Per contrastarlo, Bruxelles ha introdotto una nuova direttiva che punta a creare un sistema anticorruzione più uniforme e incisivo in tutti i Paesi membri. Le nuove norme, entrate in vigore il 31 maggio 2026, sostituiscono il precedente quadro normativo europeo, considerato troppo frammentato e caratterizzato da differenze significative tra le legislazioni nazionali. Gli Stati membri avranno tempo fino al 1° giugno 2028 per recepire la direttiva nei rispettivi ordinamenti. Il nuovo provvedimento amplia il perimetro dei reati perseguibili. Oltre alla corruzione attiva e passiva, saranno considerate fattispecie penali anche l’appropriazione indebita di fondi pubblici, il traffico di influenze, l’abuso delle funzioni pubbliche, l’intralcio alla giustizia e l’arricchimento collegato ad attività corruttive. La direttiva introduce inoltre standard minimi comuni sulle sanzioni, prevedendo pene più severe per i casi più gravi e responsabilità anche per le imprese coinvolte.

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PROFESSIONI

LA VIA ITALIANA ALLA PARITÀ RETRIBUTIVA

Il nostro Paese ha recepito la direttiva Ue per ridurre il divario retributivo di genere, perseguendo la parità attraverso meccanismi di trasparenza, prevenzione e monitoraggio, per far emergere e fronteggiare eventuali differenze salariali non giustificate. Centrale il ruolo della contrattazione collettiva

di Diana Larenza

Il tanto atteso 7 giugno è arrivato e in questa data è stata recepita in Italia la direttiva (UE) 2023/970 del Parlamento europeo e del Consiglio sulla trasparenza retributiva tramite l’entrata in vigore del decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96. Con tale provvedimento sono stati introdotti un insieme di strumenti destinati ad applicare il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.

L’intervento normativo si colloca nel più ampio percorso europeo volto a ridurre il fenomeno del divario retributivo di genere, perseguendo la parità retributiva attraverso meccanismi di trasparenza, prevenzione e monitoraggio, capaci di far emergere e fronteggiare eventuali differenze salariali non giustificate. L’elemento peculiare della trasposizione italiana della direttiva si sostanzia nel ruolo attribuito alla contrattazione collettiva, che rappresenta, di fatto, l’infrastruttura del modello di trasparenza salariale italiano.

IL PUNTO CENTRALE

Il legislatore, all’articolo 4 del decreto, stabilisce che i contratti collettivi nazionali di lavoro assicurano, assieme alle disposizioni di legge, sistemi di determinazione e classificazione retributiva fondati su criteri oggettivi e neutri rispetto al genere, idonei a garantire la parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. Il decreto, poi, conferma una posizione privilegiata per i cosiddetti contratti collettivi “di qualità”, prevedendo che l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di

lavoro stipulati da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, costituisce presunzione di conformità ai principi di parità retributiva e di trasparenza.

Si tratta di una scelta coerente con le caratteristiche del sistema italiano delle relazioni industriali, e, di conseguenza, il decreto pone l’attenzione delle parti sociali sulla qualità e completezza dei sistemi di classificazione professionale, inquadramento e trattamento economico previsti dalla contrattazione collettiva, la cui tenuta ed aggiornamento puntuale sarà fondamentale per l’applicazione del principio di parità retributiva.

ACCESSO REGOLAMENTATO

La trasparenza retributiva delineata dal decreto riguarda sia la fase

precedente all’assunzione, dedicata ai candidati ad un impiego, sia il diritto di informazione sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.

Tra le innovazioni introdotte dal decreto figurano infatti le regole destinate a disciplinare la fase di accesso al lavoro. In attuazione del principio di trasparenza retributiva, i datori di lavoro sono tenuti a fornire ai candidati informazioni sulla retribuzione iniziale prevista per la posizione o sulla relativa fascia retributiva, individuata sulla base di criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere, nonché sulle disposizioni del contratto collettivo applicabile.

Parallelamente, il legislatore vieta espressamente di richiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti di lavoro, impedendo che tali dati siano acquisiti anche indirettamente tramite soggetti incaricati della selezione o dell’assunzione. La nuova disciplina interviene dunque su uno degli snodi più delicati nella formazione del rapporto di lavoro: la negoziazione iniziale del trattamento economico, ciò al fine di ridurre le asimmetrie informative che possono contribuire alla perpetuazione di differenze retributive non giustificate nel corso della carriera professionale.

GLI OBBLIGHI

Il legislatore italiano, in linea con quanto previsto dalla direttiva europea, ha poi scelto di modulare gli adempimenti su informa-

zioni e comunicazioni sul divario retributivo di genere seguendo un criterio di proporzionalità. La struttura produttiva italiana, ed in particolare il settore degli studi professionali, è caratterizzata, infatti, dalla prevalenza di micro e piccole organizzazioni e il legislatore ha esonerato i datori di lavoro di minori dimensioni da alcuni degli obblighi previsti in tema di informazioni e comunicazioni sul divario retributivo di genere.

Un ruolo determinante per la realizzazione della via italiana alla parità retributiva di genere sarà poi quello delineato dai provvedimenti attuativi, cui il decreto demanda la definizione delle modalità operative di applicazione della nuova disciplina. Il decreto demanda infatti a successivi provvedimenti ministeriali la definizione delle modalità operative per la raccolta, il trattamento e la trasmissione delle informazioni necessarie alla misurazione del divario retributivo di genere, prevedendo anche il coinvolgimento di soggetti istituzionali quali Inps, Inail e Ispettorato nazionale del lavoro.

A supporto del nuovo sistema è inoltre istituito presso il Ministero del lavoro un organismo di monitoraggio incaricato di raccogliere ed elaborare le informazioni trasmesse dai datori di lavoro, pubblicare i principali indicatori relativi al divario retributivo, analizzarne le cause e predisporre le relazioni periodiche destinate alla Commissione europea.

Il decreto definisce dunque una cornice normativa articolata, la cui concreta efficacia dipenderà

dalla capacità di trasformare gli obblighi informativi in strumenti effettivi di analisi e prevenzione delle disparità salariali.

Saranno a tal fine determinanti la qualità delle classificazioni professionali, la capacità delle imprese e dei professionisti di utilizzare correttamente gli strumenti introdotti dal decreto nonché dal ruolo che le parti sociali sapranno svolgere nell’accompagnare il cambiamento attraverso la contrattazione collettiva nazionale “di qualità”. ■

PIÙ CREDITO AI PROFESSIONISTI

L'aumento dei tassi di interesse, l'incertezza geopolitica e l'inasprimento dei criteri di concessione del credito hanno reso più difficile per molte Pmi e studi professionali ottenere finanziamenti. In questo contesto i Confidi possono rappresentare una valida alternativa al circuito bancario. Come spiega il direttore generale di Confidi Systema!, Andrea Bianchi

Dopo tre anni di calma apparente, la Banca centrale europea a giugno ha alzato i tassi di interesse per frenare la corsa dei prezzi innescata dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La stretta monetaria è solo l’ultimo atto di un processo che rischia di inasprire le condizioni di accesso al credito e di condizionare ulteriormente gli investimenti di Pmi e studi professionali. Uno scenario di forte incertezza che deve fare i conti anche con il processo di concentrazione che sta interessando il sistema bancario italiano e, di riflesso, anche il mercato dei Confidi.

Se negli anni passati il loro ruolo era prevalentemente quello di fornire garanzie alle banche per facilitare l’accesso al credito delle imprese, oggi stanno evolvendo verso un modello più ampio che integra consulenza finanziaria, credito diretto, supporto alla transizione digitale e sostenibilità. Una trasformazione strutturale che sta ridisegnando l’intero settore. Secondo il Rapporto 2026 dell’Osservatorio Confidi, a fine 2025 erano attivi 164 Confidi, in calo rispetto ai 179 dell’anno precedente. Numeri che portano a un processo di consolidamento del settore attraverso fusioni e aggregazioni, con l’obiettivo di raggiungere masse critiche sufficienti per sostenere investimenti tecnologici, requisiti regolamentari e sviluppo di nuovi servizi. In questo ambito una delle operazioni più significative ha riguardato la fusione di Fidiprof, unico confidi della categoria specializzato nel supporto creditizio e finanziario ai professionisti fondato da Confprofessioni, in Confi-

di Systema! nel 2025. Ne abbiamo parlato con Andrea Bianchi, direttore generale di Confidi Systema!.

D. Partiamo dal contesto economico. Qual è oggi lo scenario nel quale si muovono imprese e professionisti?

Il contesto è oggettivamente complesso. La principale difficoltà riguarda la capacità di programmare il futuro. Lo scenario internazionale continua a essere caratterizzato da conflitti, tensioni geopolitiche e forte instabilità, elementi che si riflettono direttamente sui mercati,

Se in passato il ruolo dei Confidi era prevalentemente quello di fornire garanzie alle banche per facilitare l’accesso al credito delle imprese, oggi stanno evolvendo verso un modello più ampio che integra consulenza finanziaria, credito diretto, supporto alla transizione digitale e sostenibilità

sulla domanda e sull’offerta e, più in generale, sulle decisioni economiche di imprese e professionisti. In una situazione del genere diventa difficile costruire strategie di lungo periodo. Le aziende sono costrette a ragionare con un orizzonte temporale molto più breve rispetto al passato e a mantenere una forte capacità di adattamento. L’incertezza non è mai un fattore favorevole per gli investimenti e per la crescita; tuttavia, il sistema produttivo italiano continua a mostrare una buona capacità di tenuta e le realtà più piccole spesso riescono ad adattarsi con maggiore rapidità ai cambiamenti rispetto alle grandi organizzazioni.

D. A questa situazione si aggiunge il risiko bancario e le banche stanno attraversando una fase di forte consolidamen-

to. Quali sono le conseguenze per il sistema produttivo?

Il consolidamento bancario rappresenta uno dei fenomeni più importanti degli ultimi dieci anni. Da un lato ha consentito la nascita di istituti più solidi e patrimonializzati; dall’altro ha prodotto effetti significativi sulla presenza delle banche nei territori. I numeri sono molto chiari. Nel 2015 operavano in Italia oltre 30 mila sportelli bancari distribuiti in circa 643 banche. Oggi gli sportelli sono scesi sotto quota 20 mila e gli istituti si sono ridotti a poco più di 420. Parliamo di una contrazione superiore al 30%. Questa trasformazione ha avuto inevitabili ripercussioni sulla disponibilità di credito per l’economia reale. Negli ultimi dieci anni gli impieghi destinati agli operatori economici sono diminuiti di circa 100 miliardi di euro. Ancora più significativo è il fatto che la riduzione abbia colpito soprattutto le imprese più piccole: per loro il calo degli affidamenti è stato nell’ordine del 30%, mentre per le aziende di maggiori dimensioni la contrazione si è fermata intorno al 7%.

D. Quindi la stretta creditizia ha penalizzato soprattutto le realtà minori?

Esattamente. E questo è un elemento particolarmente rilevante per un Paese come l’Italia, dove il tessuto economico è composto in larga parte da micro e piccole imprese e da studi professionali. Per decenni il sistema è stato costruito attorno alla cosiddetta banca di relazione. L’imprenditore o il professionista trovava nel direttore di filiale un interlocutore capace di

Andrea Bianchi, generale di Confidi Systema!

comprendere il territorio e accompagnare le scelte aziendali. Oggi quel modello si è profondamente trasformato e questo rende più difficile l’accesso al credito per molte attività economiche.

D. In questo scenario i Confidi possono assumere un ruolo ancora più centrale?

Credo di sì. Storicamente i Confidi sono nati come soggetti garanti. Oggi, però, il mercato richiede molto di più. Per questo abbiamo reinterpretato il nostro ruolo. Continuiamo naturalmente a svolgere la funzione di garanzia, ma ci stiamo trasformando sempre più in partner finanziari delle imprese e dei professionisti. Offriamo consulenza, assistenza nella gestione finanziaria, supporto nella pianificazione degli investimenti e, grazie all’evoluzione normativa, possiamo anche erogare credito diretto. La gestione finanziaria è diventata un fattore strategico per qualsiasi attività economica. Non riguarda soltanto le grandi imprese: riguarda anche il piccolo studio professionale o la microimpresa. Il nostro obiettivo è colmare il vuoto lasciato dalla progressiva riduzione della presenza bancaria sul territorio.

D. Questo processo richiede anche un consolidamento del sistema dei Confidi?

Assolutamente sì. Credo che il consolidamento proseguirà nei prossimi anni. Confidi Systema! ne è un esempio concreto. Dieci anni fa il nostro gruppo era composto da una trentina di strutture differenti; attraverso un importante percorso di aggregazione siamo diventati

uno dei principali operatori nazionali. Oggi il mercato vede circa 30 Confidi vigilati che realizzano oltre l’85% dell’attività complessiva del settore, accanto a un centinaio di realtà più piccole e non vigilate. Le dimensioni, da sole, non risolvono i problemi, ma consentono di essere più competitivi, investire in tecnologia, rafforzare il patrimonio e ampliare l’offerta di servizi. I principali Confidi italiani dispongono complessivamente di oltre 1,1 miliardi di euro di patrimonio e rappresentano ormai un interlocutore rilevante all’interno del sistema finanziario nazionale.

D. È anche per questo che si parla di una riforma del settore?

Sì. La normativa di riferimento risale ormai a oltre vent’anni fa e necessita di un aggiornamento

che tenga conto dell’evoluzione del mercato. Esiste una delega al Governo per intervenire sulla disciplina dei Confidi e il tema è attualmente all’attenzione delle istituzioni. L’obiettivo è ampliare le possibilità operative del settore e renderlo ancora più efficace nel sostegno a imprese e professionisti. Una riforma potrebbe favorire ulteriori processi di consolidamento e consentire ai Confidi di svolgere un ruolo ancora più incisivo nel sistema economico.

D. Veniamo ai professionisti. L’integrazione di Fidiprof in Confidi Systema! che risultati ha prodotto?

Ha rappresentato un passaggio molto importante. Innanzitutto ci ha consentito di accogliere circa 1.300 professionisti associati,

creando il più significativo aggregato nazionale dedicato alle professioni all’interno di un Confidi vigilato. Ma il valore dell’operazione non è soltanto numerico. Abbiamo acquisito competenze specifiche e una conoscenza approfondita delle esigenze del mondo professionale. Oggi possiamo affermare che Confidi Systema! rappresenta un punto di riferimento nazionale per professionisti e studi professionali.

D. Le esigenze dei professionisti sono assimilabili a quelle delle PMI?

Dal punto di vista finanziario sì. Naturalmente ogni categoria professionale presenta peculiarità proprie, ma i bisogni fondamentali sono molto simili. Un professionista deve investire, gestire la liquidità, pianificare la crescita, monitorare i rischi e mantenere un corretto equilibrio finanziario. Sono esigenze che ritroviamo anche nelle piccole e medie imprese. Per questo abbiamo costruito un’offerta dedicata che comprende garanzie sui finanziamenti bancari, credito diretto, supporto agli investimenti e servizi di consulenza finanziaria avanzata.

D. Quali servizi risultano oggi maggiormente richiesti?

Oltre al finanziamento vero e proprio, cresce l’interesse verso tutti gli strumenti di accompagnamento finanziario. Parliamo di analisi del merito creditizio, valutazione del rating, business planning, monitoraggio dei rischi e pianificazione finanziaria. Sempre più professionisti comprendono che

una corretta gestione della finanza rappresenta un fattore competitivo essenziale.

D. Dal lato della domanda state registrando segnali di crescita?

Sì. Nel 2026 osserviamo una crescita sia delle richieste legate agli investimenti sia di quelle connesse alla gestione della liquidità. È un fenomeno trasversale che riguarda imprese e professionisti. In parte è favorito dalla nostra presenza sul territorio e dall’attività di accompagnamento che svolgiamo quotidianamente. Quando esiste una relazione diretta e qualificata con il cliente, la domanda emerge più facilmente. La desertificazione bancaria ha lasciato uno spazio che oggi i Confidi possono contribuire a presidiare.

Marco Natali, presidente di Confprofessioni

D. Tra i grandi cambiamenti in corso c’è sicuramente l’IA. Che impatto può avere sul mondo delle professioni?

L’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità di crescita della produttività. Noi stessi la utilizziamo da tempo per rendere più efficienti alcuni processi interni. Tuttavia riteniamo fondamentale mantenere la centralità della valutazione umana, soprattutto nelle decisioni più delicate. Per professionisti e Pmi l’AI può diventare un potente strumento di competitività. La buona notizia è che, a differenza di altre innovazioni del passato, presenta barriere di ingresso relativamente basse. Molte soluzioni sono disponibili con costi contenuti e consentono di ottenere incrementi significativi di efficienza. Non sostituisce le competenze, ma permette di valorizzarle.

D. Confidi Systema celebra dieci anni di attività. Quale bilancio traccia?

Sono stati dieci anni caratterizzati da cambiamenti profondi. Abbiamo realizzato numerose operazioni straordinarie, ampliato la presenza su tutto il territorio nazionale e rafforzato la nostra struttura patrimoniale. Soprattutto abbiamo consolidato un modello che punta a coniugare vicinanza ai territori, innovazione tecnologica e capacità consulenziale.

D. E quali saranno le priorità per il prossimo decennio?

Le direttrici strategiche sono quattro. La prima è proseguire

nel percorso di aggregazione e consolidamento del settore. La seconda è rafforzare ulteriormente il capitale, sia patrimoniale sia umano. La terza riguarda l’innovazione tecnologica, indispensabile per offrire servizi sempre più efficienti e di qualità. La quarta è il presidio del territorio. Crediamo che, anche nell’era digitale, il rapporto personale resti un elemento decisivo. In Italia la tecnologia è fondamentale, ma non può sostituire completamente la presenza qualificata delle persone.

D. In questo percorso quale ruolo possono svolgere i professionisti?

Un ruolo fondamentale. I professionisti rappresentano un ponte naturale tra il sistema finanziario e il mondo delle Pmi. Possono fa-

vorire la diffusione dell’innovazione, accompagnare le imprese nei processi di trasformazione digitale e contribuire a rendere più accessibili strumenti come l’intelligenza artificiale. Per questo riteniamo che il loro contributo sia strategico non solo per i Confidi, ma per la competitività dell’intero Paese. ■

L’11 marzo 2025 si è tenuto l’atto di fusione per incorporazione di Fidiprof in Confidi Systema! Nella foto il presidente Enrico Cereda (Confidi Systema!) e il presidente di Fidiprof, Ezio Maria Reggiani

VETERINARI, LA PASSIONE NON BASTA

Sempre più richiesti dal mercato e sempre più insoddisfatti. I nuovi laureati in veterinaria devono fare i conti con stress, reperibilità e clienti troppo esigenti. Ma la consapevolezza del proprio ruolo, unita a una buona formazione, possono fare la differenza. Parla Marco Melosi, presidente ANMVI

Quanto più gli umani si affezionano ai pet, gli animali di compagnia, tanto più il lavoro del veterinario (in maggioranza ormai operano in questo settore), si fa duro. Il rapporto con i clienti è in cima alle ragioni per cui i giovani laureati che si sono appena affacciati alla professione, si dichiarano pentiti della scelta fatta. A dirlo è Young Vet Insight, una nuova indagine firmata da Nomisma. Addirittura uno su tre, se potesse tornare indietro, sceglierebbe un altro percorso di studi e un’altra carriera. I proprietari molesti e invadenti non sono l’unica ragione del disagio: i professionisti appena entrati nel mondo del lavoro si dichiarano stressati anche da turni pesanti e da un eccesso di reperibilità. «Questo dato ha sorpreso anche noi. Si tratta di un’indagine sui professionisti a cinque anni dal conseguimento del titolo di laurea, quindi una categoria molto ristretta. Ma il disagio che viene fuori è un sintomo importante per capire come si evolve la professione» afferma Marco Melosi, presidente dell’ANMVI, l’Associazione nazionale medici veterinari, che qui analizza le motivazioni che portano i neolaureati in veterinaria ad esprimere la loro insoddisfazione.

D. È possibile che turni, reperibilità e rapporto con i clienti causino nei professionisti di nuova generazione il rischio di burnout?

Io credo che ci sia un grosso gap tra le aspettative e la realtà. Molti giovani, quando scelgono il percorso di studi in veterinaria, non si rendono davvero conto di quale sarà poi la pratica quotidia-

na. Quando incontro gli studenti e chiedo perché hanno scelto questo corso di laurea, in massa rispondono “Perché amo gli animali”. Ma non basta amarli per imparare a curarli. L’amore per gli animali e quello per la professione sono due cose molto diverse. Questo è l’equivoco di fondo. In ambulatorio ci si trova spesso a prendere decisioni difficili in tempi strettissimi, a sostenere anche emotivamente proprietari di cani o gatti a cui è necessario praticare l’eutanasia. Poi ci si trova anche a correre la domenica sera perché una mucca non aspetta il lunedì mattina per partorire. A tutto questo l’università non prepara, ma fa parte del nostro lavoro e bisogna esserne consapevoli.

D. Questo è anche il motivo per cui l’offerta di laureati sul mercato è inferiore alla domanda?

Oggi i veterinari entrano nel mondo del lavoro appena laureati. C’è tantissima offerta e carenza di professionisti. L’impegno fisico e mentale, il rapporto con i clienti e le situazioni complesse già citate sono sicuramente uno scoglio per chi non ha una vera passione e un interesse sincero.

D. I dati parlano anche di un divario tra preparazione teorica e pratica clinica: i giovani professionisti sostengono che sarebbe necessario un tirocinio più lungo in modo da acquisire anche competenze gestionali.

È vero, l’università dà una preparazione generalista. Il veterinario che completa gli studi dovrebbe essere

in grado di occuparsi dei pet come degli animali da reddito e contemporaneamente saper gestire i compiti richiesti dalle Asl. La preparazione di base copre tutti gli aspetti ma se poi si va a lavorare in una clinica per animali da compagnia manca la preparazione adeguata e specialistica. E qui entra in gioco, da subito, il proseguimento della preparazione attraverso corsi di formazione continua per completare il percorso di apprendimento.

D. Servirebbe una revisione del percorso formativo veterinario in Italia?

I corsi di formazione post universitari ci sono, di tutti i tipi e livelli e per tutte le tasche, e ci sono anche tanti validi webinar gratuiti. Il problema è il modo in cui è impostato il sistema ECM per la formazione continua obbligatoria: non copre i gap formativi perché i corsi non sono legati alla propria specializzazione, con il risultato di seguire quelli più comodi per non incorrere in sanzioni ed essere in regola con l’obbligo formativo ma che potrebbero essere inadeguati per la qualità e la sicurezza dell’attività.

D. Molti giovani lamentano anche compensi non proporzionati agli anni di formazione…

Dipende dalle aspettative, all’inizio le retribuzioni non sono altissime, questo è vero. Ma bisogna considerare che il veterinario, quando esce dall’università, proprio per le ragioni che abbiamo elencato, non è in grado di svolgere la professione pienamente e quindi non può ambire a una retribuzione alta. C’è un periodo di

apprendistato fisiologico. I dati ci dicono anche che negli ultimi dieci anni i veterinari senior hanno avuto mediamente un incremento di 10mila euro annui. Si fa carriera, ma bisogna avere pazienza e lavorare bene sulla formazione.

D. Quanto pesa l’aumento delle aspettative dei proprietari di animali da compagnia sullo stress quotidiano dei giovani professionisti?

Tantissimo perché oggi gli animali da compagnia vengono considerati a tutti gli effetti membri della famiglia. Il proprietario cerca risposte che spesso il veterinario non può dare perché i nostri “pazienti” non parlano, non dicono dove sentono dolore. Immaginiamo una

signora che va dal medico con un marito muto e dice: “Da qualche giorno lo vedo strano, non mangia”. Ecco, cani e gatti hanno tutte le patologie degli uomini ma le anamnesi spesso sono impossibili.

D. Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole intraprendere questa professione?

Di informarsi bene, leggere, frequentare le cliniche. E di non basarsi solo sul fatto di essere cresciuti con un cane. La passione per gli animali, naturalmente, è importante e aiuta molto a non sentire il peso di un lavoro che è tanto appagante quanto complesso. ■

Il canale amico

Su Vetchannel.it, il canale video di ANMVI, sono disponibili podcast e video che affrontano tante tematiche del settore e, tra queste, anche quelle che possono aiutare i più giovani a orientarsi nella professione e a scegliere il percorso più adatto.

Per esempio, si parla della scelta tra la libera professione e la sanità pubblica, dell’identità del veterinario nel mondo di oggi e di come aprire una clinica.

Per chi è già inserito nella professione, ci sono invece tanti contenuti utili, on demand, sulle varie specializzazioni, dalla cardiologia alla chirurgia, e su temi trasversali come l’alimentazione o gli animali non convenzionali. ■

Marco Melosi, presidente dell’ANMVI, l’Associazione nazionale medici veterinari

53% 2/3 80% 65%

i giovani veterinari che ritengono migliorabile la formazione ricevuta.

quelli che denunciano incertezza economica, stress e carichi di lavoro pesanti.

coloro che ritengono la retribuzione non adeguata alle responsabilità.

la fetta di chi segnala difficoltà nel mantenere un corretto equilibrio tra vita privata e lavoro.

BURNOUT? L’ANTIDOTO NELL’AI

Esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale possono sfociare in una sindrome da stress cronico associato al contesto lavorativo. Un rischio strutturale che colpisce anche le professioni intellettuali. L’intelligenza artificiale generativa corre in soccorso agli studi per ridurre il turnover, abbassare i costi legati all’esaurimento dei collaboratori e migliorare la qualità media del lavoro prodotto

C’è un paradosso silenzioso al cuore delle professioni intellettuali: più uno studio cresce, più diventa bravo — e più i suoi professionisti rischiano di esaurirsi. Non per mancanza di passione o di competenza, ma per eccesso di altro. Scadenze, bozze, adempimenti, reportistica, ricerche normative, corrispondenza.

Un carico di lavoro che si accumula pian piano, fino a diventare insostenibile. Il burnout non è più un’eccezione nelle professioni intellettuali: è diventato un rischio strutturale. E i numeri lo confermano con una chiarezza difficile da ignorare.

UN’EMERGENZA

Secondo i dati Inail relativi al primo trimestre 2024, sono state registrate 22.413 denunce per malattie professionali riconducibili a disturbi psichici e comportamentali, con un incremento del 17,9% rispetto al primo trimestre 2023 (19.022 denunce).

Si tratta della punta visibile di un fenomeno più ampio: rilevazioni basate su survey e servizi di supporto psicologico indicano aumenti molto più pronunciati nelle segnalazioni di disagio psicologico legato al lavoro, ma tali dati derivano da indagini non rappresentative a livello nazionale e vanno interpretati come indicatori di tendenza, non come stime di prevalenza definitiva.

Nelle professioni intellettuali il burnout presenta caratteristiche specifiche: nasce dall’accumulo di compiti ad alta intensità cognitiva ma con basso valore

percepito. Formattare documenti, estrarre dati da fascicoli, redigere comunicazioni standard, aggiornare scadenzari. Lavoro necessario, ma non è quello per cui ci si è formati (e che dà soddisfazione professionale).

La letteratura clinica identifica tre dimensioni del burnout - esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale - misurate con strumenti validati come il Maslach Burnout Inventory. È la combinazione di queste tre dimensioni, non il semplice sovraccarico di ore, a definire il logoramento professionale.

IL TEMPO RUBATO

Il burnout nei contesti professionali non nasce quasi mai da un singolo evento critico: nasce dall’accumulo cronico di micro-frustrazioni legate alla ripetitività.

Un commercialista che dedica due ore al giorno alla raccolta e classificazione di documenti fiscali; un avvocato che riscrive la stessa clausola contrattuale con variazioni minime; un consulente del lavoro che aggiorna manualmente elaborati che potrebbero generarsi in automatico. Presi singolarmente, sono gestibili.

Moltiplicati nel tempo, diventano logoranti. Ricerche dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano mostrano che le organizzazioni che integrano l’AI dichiarano un utilizzo pari a circa il 20% del proprio tempo lavorativo dedicato ad attività automatizzabili, con un risparmio medio di processo vicino al 25-26% nelle realtà che hanno partecipato alla

survey dell’Osservatorio (metodologia: survey aziendale e studi di caso su panel di organizzazioni).

Quello che viene recuperato non è tempo vuoto: è spazio mentale e operativo che può essere reindirizzato verso attività ad alto valore: la relazione con il cliente, l’analisi strategica, la produzione intellettuale che dà senso al lavoro.

L’AI COME STRUMENTO

L’intelligenza artificiale generativa non influisce solo sulla produttività: può migliorare la qualità dell’esperienza lavorativa riducendo il tempo dedicato ai compiti a basso valore. Report internazionali e analisi di settore descrivono un modello “augmented” in cui l’AI si occupa delle parti ripetitive e computazionali,

mentre il professionista conserva la supervisione, il giudizio finale e la responsabilità decisionale. Concretamente, in uno studio professionale l’AI generativa oggi è in grado di:

▪ Redigere bozze di pareri e contratti a partire da input tematici e precedenti dello studio, che il professionista rivede, integra e firma con la propria autorità intellettuale;

▪ Analizzare e sintetizzare fascicoli documentali, riducendo ore di lettura a sintesi operative strutturate;

▪ Gestire la corrispondenza standardizzata con clienti e controparti, liberando attenzione per le comunicazioni che richiedono davvero giudizio e sensibilità;

▪ Monitorare aggiornamenti normativi e produrre alert personalizzati per i diversi segmenti di clientela;

▪ Generare report periodici su dati contabili, fiscali o giuslavoristici in formati predefiniti.

Indagini di settore segnalano che circa il 59% dei giuristi d’impresa esprime favore verso l’uso dell’AI generativa da parte dei consulenti per migliorare produttività e qualità del servizio — (con la precisazione che queste rilevazioni sono spesso condotte da operatori del settore e possono presentare bias di campionamento. La direzione del segnale, tuttavia, è coerente con quanto emerge da fonti indipendenti).

PIÙ EMPOWERMENT

Il modo in cui l’AI viene introdotta in uno studio determina quasi interamente come sarà percepita dai collaboratori e quindi se produrrà benessere o nuova ansia.

Se presentata come strumento di controllo o come leva per intensificare i ritmi (“ora che ci mette meno tempo, può farne di più”), l’adozione rischia di aggravare lo stress anziché ridurlo. Se invece viene introdotta come alleato che toglie peso dalle attività routinarie, genera empowerment.

Rilevazioni internazionali mostrano che una quota consistente di lavoratori - intorno al 60-62% nelle survey disponibili - reinveste il tempo recuperato in attività di maggior valore: supervisione, analisi, cura delle relazioni.

È il paradigma del professionista “augmented”: non sostituito dalla macchina, ma liberato da essa per tornare a fare il lavoro che conta.

Sul piano pratico, questo richiede trasparenza nelle finalità, coinvolgimento delle persone fin dalle prime fasi e un piano di change management che sposti il focus dall’automazione pura alla ridefinizione consapevole dei ruoli.

COME IMPLEMENTARLO

L’introduzione dell’AI in uno studio professionale richiede metodo, non improvvisazione. Alcune indicazioni pratiche che riducono il rischio di effetti indesiderati:

▪ Iniziare da un’area delimitata. Sperimentare su processi altamente ripetitivi (lettere di

incarico, report mensili, prima analisi di contratti) e raccogliere feedback prima di estendere l’implementazione.

▪ Comunicare il “perché” prima del “come”. Il team deve capire che l’obiettivo è migliorare la qualità del lavoro e la sua sostenibilità, non primariamente ridurre il personale.

▪ Formare, non solo installare. Programmi di formazione aumentano l’adozione efficace e riducono l’ansia da utilizzo. La formazione dovrebbe includere anche i limiti degli strumenti, le verifiche di qualità, la supervisione umana e il controllo delle fonti usate dall’AI.

▪ Misurare il benessere, non solo la produttività. Affiancare ai KPI di efficienza indicatori di carico percepito, soddisfazione e turnover. Survey interne periodiche e check-in regolari sono strumenti sufficienti — e spesso rivelatori.

LA POSTA IN GIOCO

In un mercato delle professioni intellettuali sempre più competitivo, gli studi non possono permettersi di ignorare il benessere psicologico. I professionisti (in particolare quelli tra i 25 e i 40 anni) scelgono dove lavorare anche in base alla qualità dell’ambiente e alle opportunità di crescita reale.

Uno studio che offre strumenti intelligenti, carichi di lavoro equilibrati e spazio per il contributo professionale ha un vantaggio concreto nell’attrazione e nella

retention dei talenti migliori. L’AI generativa diventa così una leva di sostenibilità organizzativa: se usata con intelligenza e con una visione centrata sulle persone prima che sui processi, aiuta a ridurre il turnover, abbassa i costi legati all’esaurimento dei collaboratori e migliora la qualità media del lavoro prodotto. La tecnologia, da sola, non risolve il burnout.

Ma usata con metodo (e con la consapevolezza che l’obiettivo finale non è fare di più, ma fare meglio) può togliere dal tavolo quella quota di lavoro logorante che trasforma una professione appassionante in una routine estenuante. E riconsegnare ai professionisti il tempo e l’energia per fare ciò per cui si sono formati: ragionare, decidere, costruire relazioni di fiducia. Le cose che nessuna macchina farà mai al loro posto. ■

Per approfondire

World Economic Forum –

The Future of Jobs Report 2025 Contesto evolutivo del lavoro e impatto delle nuove tecnologie sui ruoli professionali.

MAGGIORI INFORMAZIONI

Aptus.ai – AI per studi legali: Il tuo partner legale ideale

Fonte commerciale; utile per casi d’uso pratici nel contesto legale. Dati da survey di settore con possibile bias di campionamento.

SCOPRI I DETTAGLI

Maslach C., Jackson S.E. –Maslach Burnout Inventory (MBI)

Strumento clinico validato per la misurazione del burnout nelle tre dimensioni: esaurimento emotivo, depersonalizzazione, ridotta realizzazione personale.

MAGGIORI INFORMAZIONI

Unobravo – "Il burnout in Italia" (report 2024-2025)

Survey proprietaria su disagio psicologico legato al lavoro (metodologia self-report; indicatore di tendenza, non stima di prevalenza nazionale).

SCOPRI I DETTAGLI

Osservatorio HR

Innovation Practice –Politecnico di Milano

Report su AI e produttività nel lavoro; survey e casi studio su adozione AI in funzione HR e processi amministrativi (report 2023-2024).

MAGGIORI INFORMAZIONI

PwC – AI Jobs Barometer

Analisi internazionale su reinvestimento del tempo recuperato e modelli di lavoro "augmented".

SCOPRI I DETTAGLI

PRONTO FISCO

Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Dichiarazione 2025, come gestire la rimodulazione delle detrazioni

Un vademecum per comprendere bene il nuovo sistema delle detrazioni e la relativa gestione, esercizio peraltro utile per iniziare a gestire in maniera ottimale la ripartizione delle spese anche per i restanti mesi del 2026

Lo scorso anno il legislatore ha introdotto una novità significativa nella fruizione delle detrazioni dall’imposta lorda per le persone fisiche, introducendo un tetto massimo alle spese da portare in dichiarazione (con poche eccezioni, quali le spese mediche e gli oneri pluriennali sostenuti ante 2025).

Il tetto alle spese scatta anzitutto in riferimento all’ammontare reddituale del contribuente, essendo poi modulato diversamente tra i 75 e 100 mila euro di reddito, ovvero oltre 100 mila euro. Il limite di spesa però risente di un doppio parametro: oltre all’individuazione dell’importo fisso di riferimento, deve poi proporzionarsi tale ammontare alla composizione del nucleo familiare, con particolare riguardo al numero dei figli a carico.

Insomma, trattasi di un meccanismo un minimo astruso, che peraltro incrocia molte-

plici ulteriori regole già esistenti nei meccanismi delle detrazioni, che deve essere opportunamente “digerito”, sia per la corretta gestione in dichiarazione, sia per comprendere se vi sono “vie di fuga”, sia ancora per ottimizzare le detrazioni per l’anno in corso (posto che la regola è a regime). In estrema sintesi, questo ciò che si ritrova nella dichiarazione del 2025 sul tema specifico, per effetto del nuovo articolo 16 ter del Tuir.

▪ per i contribuenti con redditi complessivi fino a 75 mila euro, le detrazioni si fruiscono con le regole ordinarie;

▪ per i redditi superiori, si introducono due parametri ulteriori: un limite massimo complessivo ed un meccanismo di “proporzionamento” in funzione del numero dei figli aicarico.

L’importo massimo delle spese da considerare è suddiviso in due fasce reddituali:

a. tetto delle spese a 14.000 euro, se il reddito complessivo del contribuente (al netto della prima casa e delle relative pertinenze), è superiore a 75.000 euro e non superiore a 100.000 euro;

b. tetto delle spese a 8.000 euro, se il reddito complessivo del contribuente è superiore a 100.000 euro.

Tale importo base però è solo quello teorico massimo di spese su cui fruire delle detrazioni, atteso che per avere il tetto effettivo lo stesso deve essere moltiplicato per i seguenti coefficienti:

▪ 0,50, se nel nucleo familiare non sono presenti figli a carico;

▪ 0,70, se nel nucleo familiare è presente un figlio a carico;

▪ 0,85, se nel nucleo familiare sono presenti due figli a carico;

▪ 1, se nel nucleo familiare sono presenti più di due figli a carico o almeno un figlio con disabilità accertata ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, sempre fiscalmente a carico.

Quindi giusto per fare qualche esempio, un soggetto con reddito di 80 mila euro, che due figli a carico, con spese per le detrazioni (salvo le spese mediche, gli investimenti in start up o PMI innovative e le rate di spese del passato), pari a 18 mila euro, detrae in rapporto ad un massimo di spesa determinato come segue: massimo 14 mila euro, moltiplicato per 0,85%, spese ammesse fino a 11.900,00 euro.

Inutile dire che un simile meccanismo deve essere gestito con cura, sia per comprendere, laddove possibile, se è utile attribuire delle spese all’altro avente diritto (si pensi a due coniugi, con uno solo dei due oltre i richiamati limiti), che per selezionare le spese da “utilizzare” in maniera prioritaria per massimizzare la detrazione. In tale direzione il software dovrebbe già scegliere in maniera ottimale, ma la previsione di una specifica casella in cui il contribuente può segnalare di voler modificare gli automatismi del software fanno intendere che lo stesso non è infallibile sul punto. Ecco dunque la necessità di comprendere bene il nuovo sistema e la relativa gestione, esercizio peraltro utile per iniziare a gestire in maniera ottimale la ripartizione delle spese anche per i restanti mesi del 2026. ■

LA VACANZA COMINCIA SU CHATGPT

I viaggiatori (anche boomer) che abbandonano Booking ed Expedia per gli assistenti virtuali sono in costante crescita. Tanto che entro la fine del 2026 la maggioranza degli italiani userà l'IA per pianificare i propri viaggi. Ma l'84% degli hotel è invisibile perché non ha siti web aggiornati per le nuove tecnologie. Si apre la caccia ai nuovi professionisti del web

Viaggio a Praga, tra amici. Uno di loro si occupa dell’organizzazione di tutto. Interpella semplicemente Gemini, l’assistente di Intelligenza artificiale di Google, che prenota volo, albergo e crea pure ipotesi di percorsi giornalieri per visitare al meglio le attrazioni della città. Parliamo di persone più vicine ai 60 che ai 50 anni, non di smanettoni trentenni. L’utilizzo di motori di ricerca o dei cosiddetti Ota (Online travel agency) come Booking o Expedia per prenotare le vacanze sta dunque tramontando? A quanto pare sì: secondo l’Hospitality & travel report Adyen, nel 2025 in Italia un viaggiatore su tre ha utilizzato l’Intelligenza artificiale (ovvero assistenti come ChatGPT, Gemini, Perplexity, Claude, Copilot, DeepSeek), per pianificare i propri viaggi, con una crescita del 77% in un solo anno.

Non solo. Per Bain & Company, entro la fine del 2026 la fetta di persone che sceglie di rivolgersi all’IA per prenotare le vacanze potrebbe superare il 60%. Ma il dato più sorprendente, come confermato dalla case history iniziale, è che non sono solo la GenZ e i Millennial (ovvero 18-45enni) a guidare questo cambiamento: l’adozione dell’Intelligenza artificiale nel comparto dei viaggi sta crescendo a ritmi impressionanti anche tra le fasce più adulte, con un tasso di crescita di utilizzo del 111% tra i Boomer e dell’85% tra i membri della Gen X (46-80enni). Il problema, però, è che secondo il report World’s Best at AI 2025 Index di HotelWorld AI, basato su 2,36 milioni di dati raccolti da ChatGPT, Gemini e Perplexity su oltre 800

mila strutture a livello globale, la maggior parte degli hotel è di fatto invisibile ai programmi di Intelligenza artificiale e solo il 16% ha propri siti web già organizzati per poter essere selezionati nelle risposte generate dagli assistenti di Intelligenza artificiale. Gli altri siti di hotel, invece, sono vecchi, non aggiornati e poco adatti al nuovo mondo IA.

PROFESSIONISTI CERCANSI

Si aprono quindi grandi opportunità per professionisti e start up che desiderano dedicarsi all’aggiornamento di questi siti (e un po’ di tutti i siti web, perché il ragionamento che stiamo facendo per gli hotel vale per qualsiasi categoria merceologica nel nuovo rapporto con la IA): «Gli hotel stanno affrontando un cambio di paradigma simile a quello vissuto con la nascita del web», racconta Antonio Picozzi, ceo e co-founder di dAirect (start up italiana specializzata nel rendere i siti ufficiali degli hotel leggibili e interpretabili dai principali assistenti di Intelligenza artificiale), «stiamo infatti entrando nell’era del web agentico, in cui non è più l’utente a navigare e confrontare, ma è l’Intelligenza artificiale a scegliere e consigliare le alternative al posto suo. In questo nuovo scenario, se una struttura non è trovabile e leggibile per questi sistemi, di fatto non esiste nel momento in cui il cliente prende la decisione. Non è semplicemente meno visibile: è fuori dal processo di scelta. Il punto critico è che la maggior parte dei siti web degli hotel non è progettata per questo contesto: sono statici, poco manutenuti e non ottimizzati dal punto di vista tec-

nico e semantico per l’Intelligenza artificiale. Di conseguenza, anche un sito perfettamente funzionante per un utente umano può risultare invisibile o non interpretabile per un agente IA».

L'architettura del sito, allora, deve essere progettata per comunicare non solo con gli umani, ma anche con i software di prenotazione e gli agenti intelligenti. Gli hotel che non si adattano rischiano di perdere visibilità sui canali di distribuzione principali.

L’obiettivo, perciò, è permettere agli hotel di diventare una delle risposte suggerite dall’Intelligenza artificiale, aumentando la visibilità del loro sito ufficiale nei nuovi canali in cui la domanda di hotel si manifesta. Questo si traduce in

un incremento del traffico e della quota di prenotazioni dirette, con una conseguente riduzione della dipendenza dagli intermediari tradizionali e dalle Ota.

UN SETTORE IN EVOLUZIONE

Gli esperti parlano di una nuova era del Model context protocol (Mcp): ovvero, una sorta di grande scatola in cui gli hotel inseriscono tutte le loro informazioni (contenuti, immagini, disponibilità, tariffe, database Crm ecc.), permettendo alle Intelligenze artificiali di pescare i dati di cui hanno bisogno per offrire tutte le informazioni necessarie in tempo reale all’interno della propria interfaccia. In altre parole, è come se, in base alla richiesta iniziale, venisse creato ogni volta un mini sito con le informazioni necessarie (contenuti, foto, disponibilità, tariffe) per cia-

scuno di noi. Insomma, essendo tutto disponibile in tempo reale, si può anche pensare che il buon vecchio sito web dell’hotel perderà utilità. Non solo. In teoria, grazie a questo Mcp, gli hotel potranno aggirare le Ota alla Booking o Expedia, grazie a una migliore qualità delle informazioni.

Basta chiedere a Gemini: trovami un hotel a Roma. E Gemini, grazie al protocollo Mcp, consulta le tariffe, passa per il programma di fidelizzazione, effettua il pagamento e conferma la prenotazione, il tutto senza passare da un sito web e ancor meno da una Ota. Da questo semplice esempio, relativo al comparto del travel, si può ben comprendere come, allargando lo sguardo, tutto il mondo della rete pensato e utilizzato finora sia destinato a cambiare radicalmente. ■

BUEN CAMINO

Il fenomeno dei cammini in Italia cresce e si consolida. Sempre più persone percorrono sentieri storici, generando un impatto economico misurabile sui territori. Diventando una risorsa stabile per borghi, ospitalità e nuove economie locali.

A dirlo sono i numeri

di Isabella Colombo

Il trend dei cammini non conosce sosta. E meno male. I numeri costantemente in crescita registrati negli ultimi anni si sono tradotti infatti nella rinascita di zone dimenticate o snobbate dal turismo tradizionale e nel risveglio di una piccola e vivace economia dei borghi. I dati di Terre di mezzo, la casa editrice delle guide di viaggio lento, non lasciano dubbi: nel 2025 si sono messe in cammino oltre 300mila persone. La media dei giorni sui sentieri è di 7,4 giorni, per un totale di quasi due milioni e mezzo di pernottamenti ogni anno. Ma davvero camminare a piedi può avere un impatto sull’economia? E come si evolve adesso questo trend per passare da semplice moda a risorsa stabile?

IL VALORE DEI PASSI

I dati di Terre di mezzo, elaborati con l’aiuto del Centro di studi avanzati sul turismo (Cast) dell’Università di Bologna, mostrano come la crescita straordinaria del 2025 abbia un riflesso diretto e misurabile sulle economie dei territori attraversati dai principali sentieri. Ecco qualche esempio: la spesa media giornaliera dei camminatori è di 87,29 euro (sono esclusi da questo computo i costi per il viaggio e per gli acquisti prima della partenza).

La spesa diretta dei camminatori è stata quindi di oltre 216 milioni di euro e l’impatto economico totale ha superato i 330 milioni. Un piccolo miracolo economico possibile semplicemente posizionando i luoghi sulla "mappa" dei cammini. «Abbiamo solo permesso ai camminatori, ai pellegrini e ai turisti di raggiungere questi borghi

e i paesi fuori dalle rotte del turismo classico, innescando così dei processi semplici e naturali ma potenti» spiega Luca Dei Cas, responsabile settore Percorsi Terre di mezzo. «Se in un mese iniziano a passare in un piccolo paese 20, 30 o 40 persone, queste avranno bisogno di un luogo dove dormire, di un pasto, di un bar dove prendere un caffè. C'è la possibilità quindi che nascano delle ospitalità diffuse, che vecchie case riaprano come B&B o come ostelli comunali, che la pizzeria o il ristorantino offrano un menu convenzionato per i camminatori allargando la

propria clientela, che nascano sui territori nuove figure come guide o accompagnatori turistici e nuovi servizi come il trasporto zaini. Sono tutte esperienze concrete che creano economia e che combattono lo spopolamento».

LE RAGIONI DELLA CRESCITA

Questo processo virtuoso è stato possibile grazie anche a una nuova e diffusa sensibilità relativa ai viaggi e al tempo libero: viaggiare a piedi vuol dire ritrovare ritmi semplici e lenti, fare attività fisica scoprendo posti nuovi e genuini, spendere poco rispetto alla

classica vacanza, immergersi nella natura e nel silenzio, rispondendo a un bisogno di riconnessione con sé stessi sempre più sentito oggi. Il boom dei camminatori del 2025 (+56% rispetto alle stime del 2024), è dovuto anche, in risposta proprio a quei bisogni, alla crescita del numero di Cammini in Italia: 250 quelli censiti nel 2025 contro i 160 dell’anno precedente. «Gli esempi possono essere tanti, anche se spesso mancano dati e conteggi ufficiali» continua l’esperto.

«Alcuni casi particolarmente significativi sono il Cammino di Oropa che nel 2025 ha generato 1,6 milioni di euro di spesa sul territorio del biellese. Altro esempio emblematico, la rete dei cammini pugliesi: trainati dai Cammini materani, dalla Via Francigena nel Sud e dal Cammino del Salento, dopo anni di crescita (+249% in 4 anni) oggi portano un impatto economico stimato di oltre 12 milioni di euro in un territorio che strutturalmente soffre la concentrazione e la stagionalità turistica in poche settimane l'anno».

DA MODA A RISORSA

L’accelerazione della crescita è un trend evidente: il 2024 aveva fatto segnare un +29% nel numero di Credenziali rilasciate ai camminatori su base annua. Nel 2023 la crescita era stata del 24,4%. «La speranza è che la crescita non cali e che sempre più persone scoprano il cammino e ne abbraccino la filosofia. L'aumento dei camminatori, con esigenze e disponibilità economiche differenti, dovrà necessariamente portare a una crescita dell'offerta in termini di ospitalità e servizi,

con la speranza che l'esperienza del cammino riesca a mantenere la sua genuinità e non venga convertita soltanto a "prodotto turistico"» conclude Dei Cas. «Due spinte che iniziamo a intravedere sono il desiderio dei cammini più strutturati di aprirsi ai camminatori stranieri, con un occhio al mezzo milione di persone che ogni anno raggiungono la cattedrale di San Giacomo lungo il Cammino di Santiago, e l'infrastrutturazione degli itinerari anche per persone con bisogni di accessibilità specifici, con il fine di rendere i cammini davvero percorribili a tutti». ■

Luca Dei Cas, responsabile settore Percorsi Terre di mezzo

Storie di professionisti convertiti al cammino

DALL'ENERGIA AI CAMMINI

Pietro Oberto lavorava come ingegnere energetico in provincia di Cuneo. Una professione strutturata, vissuta dentro i ritmi tipici del lavoro d’ufficio e della consulenza tecnica. A un certo punto del percorso professionale ha scelto di dare una svolta alla sua vita: il cammino è diventato non solo un’esperienza personale, ma anche uno strumento di trasformazione e ricerca. E così lo ha tra-

sformato in un lavoro: oggi Pietro è una guida escursionistica ambientale e gestisce “Vivo e Cammino” (vivoecammino.com), un progetto attraverso il quale racconta il camminare come pratica di consapevolezza, lentezza e riscoperta del territorio e di sé stessi. I percorsi a piedi diventano occasione di incontro, osservazione e narrazione, in cui il viaggio si intreccia con la dimensione interiore.

LA SCOPERTA DEI PELLEGRINAGGI

Antonello Menne, avvocato di origini sarde e docente all’Università Cattolica di Milano, è anche presidente dell'associazione Cammino di Bonaria in Sardegna (camminobonaria.it), uno degli esempi di piccole economie nate lungo i sentieri. Dopo aver vissuto esperienze sui sentieri verso Santiago di Compostela, ha ampliato il suo percorso lungo le principali vie storiche italiane ed europee, in particolare la Via Francigena, percorsa in chiave personale e riflessiva, con un’attenzione particolare al rapporto tra fatica, lentezza e trasformazione interiore. Menne ha raccontato i suoi viaggi in diversi libri, tra cui La Via Francigena. Tanta vita (Ocf), in cui descrive il camminare come esperienza che intreccia dimensione fisica e crescita personale.

IL VIAGGIO DELLA

VITA

Antonio Giannone, regista e videomaker di Scicli, provincia di Ragusa, ha lasciato il lavoro per il viaggio della vita: oltre 4mila chilometri dalla sua Sicilia a Santiago di Compostela, attraversando Italia, Francia e Spagna. Il cammino è raccontato attraverso i social

Pietro Oberto
Antonello Menne

con un grado di coinvolgimento tradotto in decine di migliaia di follower in pochi mesi. Qui Antonio documenta paesaggi, incontri, difficoltà, gioie e momenti di quotidianità lungo la strada, con uno sguardo visivo e narrativo attento alla composizione e al racconto. E, nel frattempo, dà visibilità a luoghi sconosciuti, borghi silenziosi, progetti sociali nati dal basso, cioè, realtà ai margini delle rotte classiche che rappresentano quasi un’altra Italia, più vera e più ricca. La sua esperienza si inserisce nel filone di una nuova generazione di viaggiatori che non separano più il cammino dal racconto: la rappresentazione visiva diventa parte integrante del viaggio stesso, generando così, follower dopo follower, la condivisione di esperienze genuine e di valori sani. ■

Antonio

Lezioni di cammino per la vita e il lavoro

Enrico Brizzi, autore del celebre ed epocale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ha appena pubblicato per Piemme Lezioni di cammino. Dieci cose che ho imparato viaggiando a piedi. Grande camminatore e pioniere della narrazione dedicata ai cammini, qui racconta la storia della sua fascinazione per l'antica pratica del viaggiare a piedi, dalle prime avventure fra amici ai grandi pellegrinaggi verso Roma, Gerusalemme e Santiago. Ma, soprattutto, descrive gli insegnamenti del camminare utili nella vita di tutti i giorni: il supe-

…è un uomo

ramento di momenti difficili, la motivazione verso il cambiamento, il nuovo patto che si stipula con il tempo, l'arte di decidere ai bivi e quella di scegliere i compagni di viaggio. Per scoprire che, alla fine, la persona che arriva alla meta non è mai la stessa che era partita. ■

Nel 2025 i camminatori sono soprattutto uomini, con una prevalenza che raggiunge il 51,4%. Nel 2024, invece, erano le donne a rappresentare la maggioranza dei camminatori (51%).

…è giovane

Il settore oggi attrae di più le nuove generazioni: il 27% di chi percorre i cammini italiani ha meno di 45 anni.

…arriva dal Nord

I camminatori arrivano soprattutto da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

…ha solo 7 giorni di tempo

Quasi invariati i giorni medi del cammino: 7,4 giorni nel 2025 e 7,5 nel 2024.

Giannone
IDENTIKIT DEL CAMMINATORE

IL TRUCCO DELLE INSICUREZZE

Preadolescenti che sui social parlano della loro skincare quotidiana e sponsorizzano prodotti di bellezza. Un fenomeno in crescita che prende il nome di cosmeticorexia. Ovvero quando la bellezza smette di essere un gioco e diventa una pericolosa ossessione. Che va ben oltre la cosmetica

C'è stato un tempo in cui le bambine indossavano le scarpe della mamma, si mettevano una collana troppo grande, si pettinavano con cura e si guardavano allo specchio fingendo di essere adulte. Oggi quello specchio è la fotocamera di uno smartphone. E davanti all'obbiettivo non si gioca più soltanto con vestiti e accessori. Si applicano sieri, creme, maschere viso. Si racconta la propria skincare routine Si mostrano prodotti, marchi e risultati. E soprattutto si aspetta una reazione: un like, un commento, una visualizzazione. Secondo una ricerca condotta nel Regno Unito, su 1.500 bambine tra i 9 e i 12 anni, il 47% utilizza prodotti per la cura della pelle e circa la metà lo fa per correggere quelli che percepisce come difetti o problemi cutanei. Sui social, intanto, centinaia di migliaia di visualizzazioni "premiano" video nei quali bambine e preadolescenti discutono di ingredienti cosmetici normalmente associati all'età adulta. Il fenomeno ha ormai un nome: cosmeticorexia. E sta attirando l'attenzione di dermatologi, psicologi e sociologi. Perché il tema non riguarda soltanto la cosmetica.

IL VOLTO COME CAPITALE

La constatazione, basica, da cui partire è questa: la bellezza non è mai stata così importante. Mostrarsi è diventato parte della quotidianità. Ma mostrarsi bene è diventato un obbligo. «Il problema non è la cosmesi in sé», spiega Alberto Stefana, psicologo-psicoterapeuta a Brescia e tra primi a studiare la cosmeticorexia in modo scientifico: «Il punto è che oggi la bellezza estetica può

facilitare accettazione sociale, visibilità, desiderabilità, sicurezza di sé e persino vantaggi relazionali o professionali». La skincare, insomma, non è più soltanto una questione di detergenti o creme. Diventa uno strumento attraverso cui costruire la propria immagine pubblica. Un linguaggio che sempre più spesso viene appreso in età precoce. A rafforzare il concetto, con uno sguardo al contesto socio-culturale, è Davide Bennato, professore di Sociologia dei media digitali all'Università di Catania, per il quale la questione centrale è il modo in cui questi contenuti vengono percepiti: «La vera questione è la normalizzazione», osserva. «Viene considerato assolutamente ovvio che fin da giovanissimi si possa avere una propria routine skincare». Per generazioni i bambini hanno imitato gli adulti attraverso il gioco. Oggi quell'imitazione viene esposta, condivisa e spesso premiata pubblicamente. «Una volta normalizzato, il meccanismo fa apparire assolutamente legittimo un comportamento che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato eccezionale», spiega Bennato

IL BUSINESS

Dietro questa trasformazione si muove anche un mercato enorme. Influencer, creator e algoritmi hanno abbassato drasticamente l'età di accesso ai rituali della bellezza adulta. I video più popolari mostrano routine elaborate, spesso composte da numerosi prodotti. Alcuni sono semplici detergenti o creme idratanti. Altri contengono principi attivi sviluppati per pelli mature e vengono utilizzati da bambine che non ne avreb -

Davide Bennato, professore di Sociologia dei media digitali all'Università di Catania

bero alcun bisogno. Il problema, però, va oltre gli aspetti dermatologici. Il rischio più grande è che una bambina inizi a considerare il proprio viso come qualcosa da correggere, ancor prima di averlo conosciuto. «I social media amplificano tutto questo perché rendono il volto continuamente esposto, confrontabile e valutabile attraverso like, commenti, visualizzazioni, filtri e modelli estetici spesso irrealistici», osserva Stefana. In questo contesto, la cura di sé rischia di trasformarsi in un esercizio di autocorrezione pericoloso. «Alcune bambine arrivano precocemente a credere che la pelle e il viso siano qualcosa da ottimizzare, correggere e rendere competitivi. La cosmeticorexia diventa quindi clinicamente rilevante quando la cura si trasforma in autocorrezione obbligatoria: routine rigide, angoscia se vengono interrotte, confronto continuo, evitamento sociale, spese eccessive o danno cutaneo».

GLI OCCHI DEGLI ALTRI

Se il mercato offre prodotti e i social offrono modelli, il vero cambiamento riguarda probabilmente il modo in cui oggi si costruisce l'identità. Per generazioni, bambini e adolescenti sono cresciuti attraverso il confronto con familiari, amici e compagni di scuola. Oggi quel confronto avviene anche davanti a una platea pubblica ma invisibile fatta di follower, visualizzazioni e commenti: «L'identità si è sempre costruita anche attraverso lo sguardo degli altri», spiega Stefana. «Ma oggi quello sguardo è continuo, quantificato e potenzialmente pubblico: like, commenti, visualizzazioni, selfie,

filtri, editing, confronti algoritmici. Questo è un passaggio cruciale: la telecamera può diventare il luogo in cui un'identità (probabilmente non quella sana) viene costruita, corretta e giudicata». E secondo Bennato, è proprio qui che si misura la differenza fondamentale rispetto ai media del passato: «La ricerca sociologica converge sul fatto che i social siano ormai un elemento imprescindibile della costruzione della nostra identità». Ecco perché, spiega il sociologo, non andrebbero considerarli semplicemente come strumenti di comunicazione. «Bisogna ragionare sulle piattaforme social come spazi di relazione. Sono ambienti comunicativi». Una distinzione apparentemente tecnica ma decisiva. Perché significa che bambine e adolescenti non entrano in

contatto con un singolo messaggio pubblicitario: «Vivono dentro un ecosistema comunicativo in cui c'è una pletora di messaggi, quanto meno controversi», che vengono continuamente riproposti, confermati e resi desiderabili.

UN NUOVO DISAGIO

Però sarebbe sbagliato liquidare la cosmeticorexia come un semplice comportamento social. Secondo Stefana, il fenomeno si innesta nello stesso terreno di altri disagi contemporanei: «La cosmeticorexia condivide con i disturbi alimentari un terreno culturale e psicologico comune: vergogna corporea, confronto sociale, pau-

ra del giudizio, perfezionismo, bisogno di controllo e autostima legata all'aspetto». Le differenze, tuttavia, sono importanti. «Clinicamente è molto più vicina al disturbo da dismorfismo corporeo che all'anoressia o alla bulimia. Il focus non è il peso o la forma del corpo, ma soprattutto la pelle del viso: skincare, make-up, camuffamento, controllo allo specchio o attraverso immagini, rassicurazioni e confronti ripetuti». Per Bennato il punto più delicato emerge quando gioco, consumo e costruzione dell'identità finiscono per sovrapporsi. «Il problema è che si perde la capacità di capire se è una costruzione sana dell'identità

o una costruzione dell'identità a favore di un pubblico». Il rischio non riguarda soltanto ciò che viene mostrato, ma il motivo per cui viene mostrato. «Le bambine si sentono sicuramente gratificate dalla possibilità che ci siano persone che le vedono sulle piattaforme e che mettono il like o il cuoricino. Ma non è sano per una crescita emotiva corretta esercitare la propria identità necessariamente davanti a un pubblico». La rappresentazione pubblica di sé richiede una maturità che bambini e preadolescenti non possiedono ancora completamente. Per questo, secondo il sociologo, il ruolo educativo di famiglie e scuole diventa centrale.

OLTRE LE CREME

Forse è proprio questa la chiave per leggere il fenomeno. La cosmeticorexia non parla solo di creme, sieri o maschere viso. Parla del modo in cui stiamo crescendo una generazione abituata a guardarsi attraverso gli occhi degli altri.

Parla di bambine che imparano molto presto che l'immagine conta. Che è normale ricorrere a qualsiasi "trucco" per risultare desiderabili allo sguardo altrui.

E parla di una società che, nel tentativo di rendere perfetti i propri figli, li sta semplicemente spingendo a diventare grandi troppo in fretta. ■

LE NOTIZIE DAI LOGOTETI AI GIORNI NOSTRI

Fin dall’antica Roma la diffusione delle informazioni era considerata uno strumento fondamentale per l’amministrazione dello Stato. Ma la vera svolta nella storia dei giornalisti ci fu nel XV secolo con l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johannes Gutenberg. Racconto di un mestiere che si è evoluto insieme ai mezzi di comunicazione

Sin dall’alba della civiltà la raccolta, trasmissione e verifica delle informazioni è sempre stata un’attività di fondamentale importanza. Sebbene il giornalista sia una figura relativamente recente, nel corso dei secoli diverse categorie di persone hanno svolto funzioni analoghe, trasmettendo notizie, registrando eventi e rendendo possibile alla collettività e alle generazioni successive l’accesso a informazioni utili. Dall’antichità all’era digitale, la storia del giornalismo coincide in larga misura con la storia della comunicazione pubblica.

Nell’antica Roma la diffusione delle informazioni era considerata uno strumento fondamentale per l’amministrazione dello Stato. Tra gli esempi più noti vi erano gli Acta Diurna populi Romani, ovvero resoconti pubblici affissi nei luoghi frequentati dai cittadini e contenenti notizie riguardanti decisioni politiche, processi, celebrazioni e avvenimenti di interesse collettivo. Accanto a questi strumenti operavano scribi, segretari e funzionari incaricati di raccogliere e trasmettere informazioni. Pur non essendo giornalisti nel senso moderno del termine, contribuirono alla nascita di una comunicazione pubblica organizzata.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, tale gestione delle informazioni continuò in quello d’Oriente. Tra i funzionari imperiali più importanti vi erano i Logoteti, responsabili di vari settori dell’amministrazione imperiale e della gestione di documenti, corrispondenza e informazioni ufficiali. Attraverso le loro atti-

Logoteta di Costantinopoli

vità, Costantinopoli mantenne una complessa rete di comunicazione che collegava province, funzionari e corte imperiale.

L’informazione rimaneva tuttavia strettamente controllata dal potere politico. In Europa, durante il Medioevo, gran parte della produzione scritta fu affidata agli amanuensi dei monasteri. Copiando testi religiosi, opere classiche e documenti storici, essi conservarono e trasmisero una grande quantità di conoscenze.

Accanto agli amanuensi operarono cronisti, annalisti e storici di corte che registravano guerre, incoronazioni, epidemie e altri eventi significativi. Le loro cronache rappresentano una delle principali fonti per la conoscenza del

Amanuensi al lavoro I caratteri mobili

passato e possono essere considerate un importante antecedente dell’attività giornalistica.

IL CAMBIO DI PASSO

La vera svolta nella storia della diffusione delle notizie si verificò nel XV secolo con l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johannes Gutenberg. Le prime gazzette europee, diffuse a partire dal XVII secolo, contribuirono alla nascita di una nuova forma di comunicazione periodica destinata a un pubblico sempre più ampio.

Grazie alla stampa, libri, opuscoli e fogli informativi poterono essere prodotti in quantità molto maggiori rispetto al passato. Le informazioni iniziarono a circolare più rapidamente e raggiunsero un pubblico sempre più vasto.

Nei secoli successivi comparvero gazzette e pubblicazioni periodiche dedicate alla diffusione di notizie politiche, commerciali e diplomatiche, creando le basi per la nascita del giornalismo moderno. Tra il XVII e il XIX secolo i giornali divennero una presenza sempre più importante nella vita pubblica. Le notizie non venivano più soltanto raccolte, ma anche selezionate, organizzate e pubblicate con regolarità.L’aumento dell’alfabetizzazione e lo sviluppo delle città favorirono la diffusione della stampa periodica. Nacque così la figura del giornalista professionista, incaricato di ricercare informazioni, verificarne l’attendibilità e comunicarle ai lettori.

L’ARRIVO DI RADIO E TV

Il Novecento rappresentò un periodo di grande sviluppo per la

professione giornalistica. Ai giornali si affiancarono nuovi mezzi di comunicazione come la radio, il cinegiornale e la televisione.

I giornalisti divennero testimoni diretti di guerre, rivoluzioni e grandi eventi internazionali. Si svilupparono il reportage, l’inchiesta giornalistica e la figura del corrispondente dall’estero, contribuendo a rendere l’informazione una componente essenziale delle società contemporanee.

L’avvento di Internet e dei social media ha trasformato profondamente il modo di produrre e diffondere le notizie. Oggi le informazioni possono essere pubblicate e consultate in tempo reale da miliardi di persone. Il giornalista contemporaneo utilizza stru-

La Dacia è conquistata

menti digitali, fotografie, video e banche dati, svolgendo spesso anche attività di verifica delle fonti e contrasto alla disinformazione. In un contesto caratterizzato da un’enorme quantità di contenuti, la capacità di distinguere i fatti dalle notizie false è diventata una delle competenze più importanti della professione.

Dagli Acta Diurna ai giornalisti digitali del XXI secolo, la professione si è evoluta insieme ai mezzi di comunicazione. Pur cambiando strumenti e tecnologie, la sua missione fondamentale è rimasta la stessa: raccogliere, verificare e diffondere informazioni affinché le persone possano comprendere il mondo che le circonda e partecipare in modo consapevole alla vita della società. ■

La professione del giornalista si è via via adattata alle nuove tecnologie e canali di comunicazione

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STUDI

WELFARE E DINTORNI

Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore

Cadiprof: arrivano teleconsulto pediatrico e supporto psicologico

Nuove opportunità per gli iscritti a Cadiprof e le loro famiglie. A partire dal 18 maggio 2026, attraverso l’app MedicoPerTutti, saranno attivi due nuovi servizi dedicati alla salute e al benessere: il teleconsulto pediatrico e il supporto psicologico. Il primo entra a far parte delle prestazioni incluse nel piano assistenziale Cadiprof ed è rivolto ai figli degli iscritti di età compresa tra i 3 mesi e i 16 anni. Il servizio consente di entrare in contatto con un pediatra ogni volta che se ne presenta la necessità, senza limiti di utilizzo e senza costi aggiuntivi per gli utenti. Un supporto immediato che punta a facilitare l’accesso a un consulto specialistico, soprattutto nelle situazioni che richiedono una valutazione rapida. Novità anche sul fronte della salute mentale. Cadiprof introduce

infatti il servizio di supporto psicologico, realizzato in collaborazione con il progetto “ilmiopsi”, che offre percorsi di sostegno psicologico e psicoterapia attraverso una piattaforma digitale dedicata. Gli iscritti potranno scegliere tra incontri online o in presenza, beneficiando inizialmente di un colloquio orientativo gratuito e, successivamente, di tariffe agevolate per eventuali percorsi terapeutici. L’iniziativa si integra con le prestazioni già previste dal Pacchetto Famiglia di Cadiprof, che include la garanzia “Prestazioni Psicologiche”, grazie alla quale è possibile richiedere il rimborso parziale delle sedute effettuate. Per conoscere nel dettaglio le modalità di accesso ai nuovi servizi, Cadiprof invita gli iscritti a consultare la documentazione informativa disponibile sulla piattaforma.

Pacchetto

Maternità: una

tutela in più per le professioniste

Gestione Professionisti, nell’ambito del Pacchetto delle prestazioni in convenzione con Unisalute, offre alle professioniste future mamme titolari di copertura il rimborso delle spese mediche sostenute in gravidanza, con un massimale per evento/ anno di 1.000 euro e senza applicazione di alcuno scoperto o franchigia. Questa garanzia prevede la possibilità di effettuare accertamenti e visite sia in convenzione nelle strutture sanitarie convenzionate (rete Unisalute) sia in strutture private non convenzionate o presso il Ssn ottenendo il rimborso delle spese sostenute fino al massimale previsto. Sono incluse nella garanzia visite ginecologiche, ecografie, esami del sangue, amniocentesi e villocentesi, oltre al Dna fetale, quest’ultimo in forma rimborsuale. Con le altre prestazioni in convenzione, le prestazioni a rimborso dirette GP e il pacchetto odontoiatria, i rimborsi delle spese in gravidanza costituiscono una tutela imprescindibile per tutti i professionisti. Le informazioni sul pacchetto maternità e sulle altre garanzie e prestazioni disponibili per i titolari di copertura: Gestione Professionisti

Ebipro, centri estivi anche nel 2026

L’Ente bilaterale nazionale per gli studi professionali conferma per il 2026 lo stanziamento delle risorse dedicate al finanziamento della prestazione “Centri estivi”. La garanzia è stata introdotta nel 2025 e, dato l’apprezzamento riscosso, Ebipro è pronto a ricevere le domande di rimborso anche della stagione estiva 2026 dal 1° settembre al 31 dicembre del corrente anno. Ai fini del rimborso, Ebipro intende per centro estivo «un servizio stagionale-ricreativo diurno», attivo durante la pausa scolastica estiva, destinato a bambini e ragazzi di età compresa tra i 3 e 14 anni o comunque solo a partire dal momento dell’iscrizione alla scuola materna (convenzionalmente da settembre). Viene accolta ogni tipologia di centro estivo diurno (comunale, privato, parrocchia, ecc…), con esclusione di tutte le fattispecie che prevedono il pernotto/alloggio e al netto delle spese accessorie.

Fondoprofessioni, le finestre aperte

Investire nella formazione del personale significa rafforzare competitività e crescita. Per il 2026 Fondoprofessioni ha finora destinato oltre 8,3 milioni di euro ad avvisi dedicati alla formazione finanziata dei lavoratori dipendenti, con strumenti che in molti casi prevedono la copertura integrale dei costi. Attualmente sono disponibili corsi a catalogo e percorsi personalizzati, in presenza, online o “on the job”, per sostenere l’aggiornamento professionale. Tra gli Avvisi aperti, l’Avviso 01/26 finanzia corsi progettati per il singolo studio o azienda, con uno stanziamento di 1,5 milioni di euro. Il secondo sportello sarà aperto dal 7 settembre al 9 ottobre 2026. L’Avviso 04/26 sostiene invece percorsi formativi individuali altamente personalizzati, realizzabili on the job. Per il quarto sportello sono stati stanziati 350 mila euro e la finestra di presentazione sarà attiva dal 12 ottobre al 13 novembre 2026. Spazio anche all’innovazione digitale con l’Avviso 06/26, che mette a disposizione 500 mila euro per Studi e Aziende che intendono rafforzare processi e strumenti legati alla trasformazione digitale. La presentazione dei piani sarà aperta dal 18 giugno al 21 luglio 2026. L'Avviso 07/26, è invece dedicato alla formazione in materia di crisi d’impresa, con uno stanziamento di 160 mila euro per percorsi personalizzati destinati al singolo dipendente o a piccoli gruppi, realizzabili anche “on the job”.

Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza

CULTURA

L’arte sulla rotta delle vacanze

Tre mostre estive in alcune delle mete più amate da vacanzieri e viaggiatori di tutto il mondo: Como, Venezia e Nuoro. Per rendere indelebile un viaggio. Anche di pochi giorni di Romina Villa

Nella pagina a fianco: Alfred Eisenstaedt, Vittoria sul Giappone. Un marinaio bacia un’infermiera durante i festeggiamenti per la vittoria sul Giappone a Times Square - New York City, 14 agosto 1945 © Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock

“Dolcemente viaggiare, rallentando per poi accelerare”. Così cantava Lucio Battisti nel 1977, raccontando il viaggio come metafora dell’esistenza, da trascorrere “con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore”. Intanto, però, è arrivata di nuovo l’estate e senza pensare troppo ai fatti della vita, si parte per le vacanze. Abbiamo selezionato tre mostre che si svolgeranno in questa stagione in alcune mete amate da vacanzieri e viaggiatori. Perché l’arte, per fortuna non va in vacanza e un viaggio può assumere varie forme, lasciando a volte tracce evidenti in chi lo compie.

TURNER SCOPRE COMO

Così successe a Joseph Mallord William Turner (1775-1851), uno dei più celebrati artisti del Romanticismo inglese e formidabile maestro della pittura di paesaggio. Una serie di viaggi in Italia, e in particolare lungo le rive del lago di Como, influirono sul suo modo di contemplare il paesaggio e di riportarlo su carta e tela. Di certo rimase colpito dalla morfologia del territorio, dalle ripide pareti

delle montagne che si gettano a picco nelle acque brune del Lario e che regalano scorci diversi ad ogni curva. William Turner era nato a Londra in una famiglia di artigiani e a soli quattordici anni fu ammesso alla Royal Academy of Arts.

Qui apprese la tecnica dell’acquerello di cui – in seguito – ne divenne uno dei maestri assoluti. Fin da subito alternò le lezioni all’accademia con numerosi viaggi, compiuti inizialmente nei paesi anglosassoni, come Scozia e Galles, avendo la

possibilità di esercitarsi all’aperto. Il suo stile si discostò subito dalla tradizionale pittura di paesaggio inglese, che al tempo veniva realizzata in studio. La sua tecnica di sfumare i contorni derivava infatti dai primi studi sulla luce e le sue conseguenze sull’ambiente.

Più avanti, questa attitudine gli varrà il titolo di “Painter of the Light” e oggi Turner è considerato uno dei precursori del movimento impressionista, che nacque in Francia solo cinque anni dopo la

sua morte. I soggiorni sulle rive del lago di Como ebbero luogo tra il 1819 e il 1843. Una mostra-evento fa luce sulle esperienze dell’artista nel nostro paese.

IL PITTORE E LA LUCE

Si intitola “TURNER: l’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano” la mostra in corso a Como, dedicata al pittore e acquarellista inglese e che documenta l’importanza del viaggio nel sua pratica artistica. Turner soggiornò in Italia a più riprese, privilegian-

do i territori lariani. Il progetto espositivo è stato messo a punto dal Comune di Como con la Tate Gallery di Londra, che possiede l’intero lascito dell’artista alla nazione britannica, una imponente collezione di circa 32.000 pezzi tra schizzi, acquerelli e dipinti ad olio.

Distribuita su più sedi, la mostra prende piede dal medievale Palazzo del Broletto dove sono esposti sette preziosi acquerelli che hanno come soggetto Como e il suo lago. L’esiguo numero di opere

Nella pagina a fianco: Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947

© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock

Alfred Eisenstaedt, Ballerine in piedi sul davanzale di una finestra della School of American Ballet di George Balanchine - New York City, 1937

© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock

non deve trarre in inganno. Gli acquerelli testimoniano l’evoluzione pittorica di Turner, dal punto di vista cronologico e stilistico.

Dalle prime vedute della città e dei dintorni, riprese con precisione, man mano Turner si concentrerà sempre di più sulla resa del colore e l’impatto della luce sull’atmosfera, trasformando gli elementi del paesaggio in visioni luminose ed eteree. L’allestimento è arricchito dalla proiezione di “JMW Turner on the Wing”, film immersivo prodotto da Tate Digital, che racconta vita e opere dell’artista attraverso interviste a curatori e storici dell’arte e che riproduce i numerosi luoghi osservati da Turner durante il suo perenne peregrinare.

La mostra continua alla Pinacoteca Civica dove sono esposti suoi quattro dipinti ad olio di paesaggi italiani e un nucleo di dipinti, mappe e stampe – facenti parte della collezioni della pinacoteca - che aiutano i visitatori a immaginare la città e le località del lago ai tempi di Turner.

Infine, a fare da ponte con la contemporaneità, presso la ex chiesa di San Pietro in Atrio è ospitata la mostra “FEELING COLOUR. Jim Lambie e David Batchelor. Opere contemporanee dalla Collezione della Tate”, con un’installazione site-specific di Lambie e una scultura di Batchelor. Fino al 27 settembre.

EISENSTAEDT SI FA IN DUE

Forse a tanti il suo nome non dice nulla, ma è certo che tutti conoscono le sue foto. Come quella del bacio tra un marinaio e una

Alfred Eisenstaedt, L’omino Michelin sui cartelloni all’ingresso dell’autostrada Torino-Milano - Italia, 1947 © Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock

MISTER ATOM, The Advance Doll & Toy Co, USA, 1961

ragazza, scattata a Times Square il 14 agosto 1945, durante il V-J Day, il giorno che celebrava la vittoria degli americani sul Giappone. Non si è mai saputo con certezza chi fossero i protagonisti perché Eisenstaedt non fece in tempo a chiedere i loro nomi, ma questo è indubbiamente uno degli scatti più famosi della storia del Novecento.

Una mostra distribuita in due sedi ripercorre la vita e la carriera del reporter che ha cambiato il fotogiornalismo e che nel corso di tre decenni fu tra i più significativi interpreti della rivista Life, con 2500 reportage realizzati e novanta copertine. La mostra è intitolata “Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria”, prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e allestita nel Museo di Villa

Pietro Gallina, Uomo e donna, 1966, Musei Civici di Cagliari. Ph Nicola Castangia

Alfred Eisenstaedt, Ritratto del presidente Bill Clinton con la figlia Chelsea e la moglie Hillary Rodham Clinton - Martha’s Vineyard, Massachusetts, 1995 © Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock

Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD) e al Museo Storico Navale di Venezia, nel Padiglione delle Navi.

In entrambe le sedi sono esposte un’ottantina di fotografie che mostrano come Eisenstaedt abbia saputo ogni volta capire il contesto storico e sociale dei grandi eventi a cui ebbe modo di assistere e interpretare i profondi cambiamenti sociali. Dai primi passi nel mondo del fotogiornalismo in Europa, fino al trasferimento negli Stati Uniti nel 1935 per il crescente antisemitismo, fu testimone di grandi eventi come l’era post-atomica in Giappone o l’America del boom economico.

Celebri anche i suoi ritratti, come quello iconico del fisico Robert Oppenheimer, con la sigaretta in bocca, il cappello schiacciato sulla

Immagine grafica della mostra, liberamente ispirata alle copertine di Urania, Mondadori

Germana Marucelli, Casco-elmo, accessorio della linea Alluminio, Autunno/ Inverno 1968-69 (Cortesia Associazione Germana Marucelli)

PRENOTA
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testa e l’inquietante sguardo dritto in macchina. I click che hanno fatto la storia. Fino al 20 settembre ad Abano Terme e fino al 22 novembre a Venezia.

IL FUTURO IMMAGINATO

Si chiama “Futurama. Nostalgia di futuro” la mostra che conclude la trilogia sulla percezione umana messa in piedi dal MAN di Nuoro negli ultimi anni. Dopo Sensorama (2022) e Diorama (2024), Futurama racconta in che modo, nel recente passato, gli umani abbiano immaginato il futuro. Il titolo della mostra si rifà alla celebre esposizione organizzata da General Motors a New York, nell’ambito della World’s Fair del 1939.

Un evento eccezionale per i cinque milioni di visitatori, in cui veniva mostrata una versione futuristica ed idealizzata dell’America di domani. La grande utopia di un mondo dal futuro supertecnologico, vivibile e privo di conflitti. Praticamente perfetto. Un’idea che che si tradusse in estetica e che coinvolse tutto il mondo delle arti, come il design, l’architettura e la moda. Oggi sappiamo che questa visione si è realizzata solo in parte e che per certi versi è stata un fallimento. Tra opere e installazioni, si ripercorre quella stagione piena di speranze e agli umani di oggi suggerisce qualche riflessione. Dal 4 luglio al 15 novembre. ■

Futurama racconta in che modo, nel passato, gli umani abbiano

il futuro

Sergio Lombardo, Kennedy, 1961-1963, smalto industriale su tela, 230 x 180 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo

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Opinioni di un clown

Associazionismo e volontariato sono la seconda pelle di una commercialista cagliaritana che a lungo si è mossa sulle orme del celeberrimo Patch Adams traendo dalle esperienze in corsia una visione e un bagaglio di competenze utili anche nel quotidiano e che, in attesa di ripartire, fa teatro

di Roberto Carminati
Nella pagina a fianco: Maria Antonietta Murtas

C’è vita oltre le nude cifre e i bilanci e per molti si tratta non di rado di un’esistenza complessa e segnata ogni giorno da una nuova battaglia. Per rendersene conto e prendere coscienza delle tante fortune che talvolta s’ignorano o si sottovalutano basta poco: varcare la soglia di un ospedale e ancor più di un reparto di Pediatria, per esempio. La commercialista sarda Maria Antonietta Murtas - «lavoro a Cagliari ma sono nata a Sant’Antioco», ha puntualizzato - di evadere dai numeri o di trovare un modo per gestirne più facilmente la freddezza ha sempre sentito un gran bisogno. Impegnata durante il giorno e la settimana in uno studio del capoluogo dove opera come libera professionista dal 2010, a lungo ha affiancato al questo l’attività di volontaria presso l’Asl Arnas Brotzu nelle vesti di clown-dottore. «L’esempio e modello», ha detto Murtas a Il Libero Professionista Reloaded, «resta sempre quello del mitico Patch Adams. Quegli era però un medico a tutti gli effetti; per me giocoleria e clowneria sono stati i traguardi di un lungo percorso formativo».

RIDI, PAGLIACCIO

Tutto è cominciato con l’associazione Sogno Clown della quale la dottoressa iscritta all’Albo di Cagliari è stata dal 2011 una delle anime, con Carla Cocco e Irene Pala. La onlus fondata nel 2005 è stata poi fra i motori primi della Federazione nazionale dei Clown dottori ed è entrata a far parte della vita di Maria Antonietta nel bel mezzo di un classico momento di passaggio. «Avevo da poco lasciato un precedente impiego»,

ha spiegato, «per rimettermi in gioco con uno studio autonomo. Nel frattempo facevo i conti con una perdita importante e a dire il vero sentivo che il mio serbatoio di energie si stava esaurendo. Partecipare ai progetti di Sogno Clown dopo un corso specialistico di sei mesi mi ha ridato slancio: il personaggio che si incarna nei reparti diventa un compagno e alter ego nel quotidiano e aiuta a ritrovare entusiasmo trasformando in positivo le sensazioni negative».

Da qualche tempo quest’impegno è nella tipica posizione di standby ma - sempre insieme a Carla e Irene - Murtas non è restata con le mani in mano e si è lanciata in un’altra affascinante avventura. «È giunta quest’anno alla sua quarta edizione», ha raccontato, «l’iniziativa Un anno di risate organizzata a più mani con la compagnia tea-

trale Viamentana e il sodalizio di donne in lotta contro il cancro ovarico Mai più sole contro il tumore. Di quanto fatto in passato eredita senz’altro gli aspetti della gestione della fisicità, le arti del giocoliere e le tecniche dell’improvvisazione. Ma c’è molto di più: la terapia e lo yoga della risata, innanzitutto, o la cosiddetta mindfulness. Continuare a giocare col nostro bambino interiore e lasciarlo esprimere liberamente è, in fondo, al cuore di tutto».

A KIND OF MAGIC

Nel 2026 Un anno di risate è arrivata a contare un pubblico di 15 iscritti e Murtas ha scelto di prendervi parte da semplice fruitrice e discente, oltre che come collaboratrice dell’organizzazione, proprio per riprendere la familiarità e riallacciare il legame con il pagliaccio che per fortuna è in lei.

«Il volontariato in ospedale», ha ricordato, «ha iniziato a rallentare sino a fermarsi in coincidenza con il Covid e il post-pandemia, perché per molti di noi quel che è accaduto fra 2020 e 2021 ha rappresentato una ferita indelebile. Auspichiamo e vorremmo poter tornare al più presto in azione». Anche perché l’essere clown non significa secondo Murtas truccarsi («Ognuno con un suo nome d’arte e un vestito personalizzato») e cambiarsi d’abito mettendosi indosso un naso rosso rotondo. A sentir lei potrebbe esser definito come un caricabatterie dell’animo; meglio ancora come un mezzo per ritrovare lo stupore dell’infanzia, lo sguardo quasi pascoliano del fanciullo. «Travestirsi», ha detto, «vuol davvero dire acquisire uno

status quasi magico rendendosi irriconoscibili; e se si dice che si ha la possibilità di ricevere più di quello che si dà, non si fa in alcun modo della retorica. Basti pensare a quando, entrati in una stanza di ospedale per fare i nostri numeri, ci siamo invece imbattuti in una paziente che, con la sorella all’ukulele, s’è esibita lei in una cover di Elvis Presley». Non sempre le cose sono tanto facili e a volte si fatica a stabilire un canale di comunicazione con chi ha tutti i buoni motivi per essere infuriato con la vita. Ma i poteri magici esistono, per chi crede. «In attesa che le porte di un ascensore si aprissero abbiamo finto di possedere un nostro Apriti Sesamo pronunciando autentici nonsense: ma quale soddisfazione quando abbiamo visto gli automatismi scattare e anche le bocche dei bambini con noi restar spalancate», ha concluso Murtas. ■

PICCOLO & GRANDE SCHERMO

Tre visioni da non lasciarsi

sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia

Odissea, instagram profilo ufficiale del film (@theodysseymovie)

Silo, instagram profilo ufficiale AppleTV+ (@appletv)

In basso al centro Star Trek, instagram profilo ufficiale di Anson Mount (@ansonmount)

Star Trek, instagram profilo ufficiale della serie (@startrek)

NEW WORLDS

Per chi ama la fantascienza che preferisce le domande alle risposte facili, il ritorno di Silo è uno degli appuntamenti più interessanti dell’estate. La terza stagione è disponibile dal 3 luglio su Apple TV+ e riprende il racconto da uno dei punti più intriganti lasciati in sospeso: Juliette Nichols, interpretata da Rebecca Ferguson, torna nel suo silo senza ricordare ciò che le è accaduto. Il fascino della serie non sta soltanto nei colpi di scena. Basata sulla trilogia bestseller del New York Times di Hugh Howey, creata dal vincitore dell'Emmy Graham Yost (che ne è anche showrunner), fin dal primo episodio Silo ha costruito un mondo credibile e inquietante. Diecimila persone vivono sottoterra convinte che la superficie sia inabitabile, senza sapere quanto della loro realtà sia autentico e quanto invece sia stato accuratamente manipolato. La nuova stagione promette di allargare ulteriormente l’orizzonte, portando lo sguardo anche sul passato, prima che l’umanità fosse costretta a rifugiarsi nel sottosuolo. È una scelta che potrebbe arricchire una serie già molto efficace nel riflettere su temi come il controllo dell’informazione, la cancellazione della memoria collettiva e il diritto di cercare la verità. In un panorama televisivo spesso dominato da mondi distopici tutti uguali, Silo continua a distinguersi per la capacità di intrecciare tensione, mistero e riflessione sociale. E dopo due stagioni di ottimo livello, le aspettative sono inevitabilmente alte.

Dopo aver trasformato la fisica quantistica in un successo globale con Oppenheimer, Christopher Nolan torna al cinema dal 16 luglio con una sfida ancora più ambiziosa: portare sul grande schermo l’Odissea di Omero. E lo fa come solo lui sa fare, puntando su una produzione monumentale, girata interamente in IMAX, e su un cast che sembra uscito da un sogno hollywoodiano. Al centro del racconto c’è Matt Damon nei panni di Ulisse, impegnato nel lungo viaggio verso Itaca, mentre Tom Holland interpreta Telemaco e Anne Hathaway veste i panni di Penelope. Fin dalle prime immagini, però, emerge una scelta precisa: Nolan sembra interessato meno al mito e più all’uomo. Le battaglie sono sporche, fisiche, brutali; il mare e la guerra appaiono concreti, quasi tangibili. Una direzione che affascina ma che solleva anche qualche interrogativo. Quanto spazio resterà alla dimensione fantastica, ai mostri e alle suggestioni visionarie che hanno reso immortale il poema? La struttura non lineare promessa dal regista potrebbe offrire una lettura originale di un’opera conosciuta da tutti, trasformando il ritorno di Ulisse in una riflessione sulla memoria, sull’identità e sulla sopravvivenza. Di certo, più che una semplice trasposizione letteraria, Odissea si presenta già come uno degli eventi cinematografici più discussi e attesi dell’anno.

Tra le serie di fantascienza più riuscite degli ultimi anni, Star Trek: Strange New Worlds tornerà il 23 luglio su Paramount+ con una quarta stagione che promette di alzare ulteriormente l’asticella. Il trailer anticipa nuove missioni ai confini dell’ignoto per l’equipaggio della U.S.S. Enterprise guidato dal capitano Christopher Pike, interpretato da Anson Mount, e non mancano sorprese decisamente fuori dagli schemi: tra alieni minacciosi, mondi inesplorati e persino dinosauri, la serie continua a dimostrare una libertà creativa che poche produzioni del genere possono permettersi. Il vero punto di forza resta però il suo protagonista. Pike è un comandante diverso dagli eroi tradizionali della fantascienza: guida con empatia, ascolto e senso di responsabilità, qualità che rendono ogni scelta più umana e coinvolgente. Attorno a lui ruotano personaggi ben scritti, da Spock alle prese con la propria doppia natura fino a Una Chin-Riley, simbolo delle riflessioni della serie su identità e diversità. Pur alternando avventura, horror, commedia e perfino momenti musicali, Star Trek: Strange New Worlds non perde mai la propria bussola morale. È una serie che guarda al futuro senza dimenticare il presente, usando lo spazio per parlare di inclusione, paura, speranza e resilienza. E mentre si avvicina già il finale definitivo annunciato con la quinta stagione, l’Enterprise continua a ricordarci perché l’universo di Star Trek conserva ancora oggi un fascino così speciale.

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conti migliorano, ma il Paese resta in equilibrio precario. La fotografia scattata dalla Corte dei conti sul Rendiconto generale dello Stato 2025 restituisce un’immagine dai contorni nitidi: i principali indicatori di finanza pubblica mostrano segnali di miglioramento, ma sotto la superficie rimangono fragilità strutturali che continuano a frenare la crescita e l’efficienza del sistema Paese. Il dato più incoraggiante è il progressivo riequilibrio dei conti pubblici. La riduzione del deficit e il ritorno a una maggiore disciplina di bilancio testimoniano uno sforzo significativo nella gestione delle finanze statali, in un contesto internazionale ancora segnato da tensioni economiche e geopolitiche. Anche la tenuta delle entrate fiscali e la capacità di rispettare gli impegni europei rappresentano elementi che rafforzano la credibilità dell’Italia sui mercati finanziari. Il rovescio della medaglia sta in un debito pubblico che continua a rappresentare il principale fattore di vulnerabilità, aggravato dall’aumento della spesa per interessi, riducendo gli spazi per nuovi investimenti e politiche di sviluppo. Ancora più preoccupante è la difficoltà della macchina amministrativa nel trasformare le risorse disponibili in risultati concreti. Al di là delle difficoltà congenite della P.A. (carenza di personale qualificato, competenze digitali insufficienti, lentezza nelle procedure e persistenti diseguaglianze territoriali nell’erogazione dei servizi), a rendere ancora più complesso il quadro è il capitolo dedicato alla tutela delle risorse europee e del Pnrr. La Corte dei conti sottolinea che al 31 dicembre 2025 risultavano 991 indagini aperte dalla Procura europea in Italia, il numero più elevato tra tutti gli Stati membri: un danno economico potenziale che ammonta alla “iperbolica” cifra di 28,71 miliardi di euro, Anche sul fronte degli investimenti emergono ombre. Le risorse si concentrano prevalentemente su infrastrutture, difesa e trasporti, mentre settori strategici come sanità, scuola, ricerca e ambiente continuano a ricevere attenzione insufficiente. Una scelta che rischia di compromettere la competitività del Paese nel medio-lungo periodo.

di Giovanni Francavilla

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