PRIMO PIANO
Verso un nuovo
codice dell’edilizia

PROFESSIONI Il moltiplicatore strategico dell’export
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PRIMO PIANO
Verso un nuovo
codice dell’edilizia

PROFESSIONI Il moltiplicatore strategico dell’export
CULTURA L’arte del ritratto
PER LEGGERE L’ARTICOLO
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Formazione, Italia in ritardo di Ludovica Zichichi
Una sfida per le micro imprese di Roberto Raineri
Questione di cultura e… di risorse di Davide Premutico
Skill sul podio di Cristina Cubeddu
Verso un nuovo codice dell’edilizia di Maria Pungetti
Energia, quanto costa davvero la crisi di Edoardo Somenzi
PNIEC, l’obiettivo 2030 si allontana di Roberto Accossu
Il moltiplicatore strategico dell’export di Alessandro Cianfrone
L’insostenibile semplificazione fiscale di Marco Cuchel
Dal pediatra fino a 18 anni di Isabella Colombo
Se le allergie di stagione entrano in ufficio di Sara Napolitano
La forma delle civiltà di Carlo Valente
Immortalità digitale di Claudio Plazzotta
Cybersecurity, cosa cambia con l’AI di Giorgio Maresca
bene?
di Matteo Durante
L’arte del ritratto di Romina Villa
Dipinti per matrimoni e pensionamenti di Roberto Carminati
L’Editoriale di Marco Natali
News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni
Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
Welfare e dintorni
Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia
In Vetrina in collaborazione con BeProf
Post Scriptum di Giovanni Francavilla




Vice presidente della Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali (FIDAF), presidente Associazione dei Dottori in Agraria e Forestali della Sardegna (ADAF), componente della Sezione Specializzata Agraria della Corte d’Appello di Cagliari. Esperto per il supporto ai procedimenti amministrativi connessi all’attuazione del PNRR per la Regione Sardegna. Revisore dei conti di Confprofessioni con delega alla Transizione green e fonti di energia. Accademico dei Georgofili e dell’Accademia Nazionale Agricoltura.
Ceo di Aprinternational, dottore commercialista si occupa di internazionalizzazione e finanza sostenibile, ha acquisito importanti esperienze professionali nei mercati emergenti e dell’area Golfo.
Nato nel 1964, vive a Livorno, dove esercita la professione di commercialista dal 1996. Da sempre attivo in ambito associativo, da presidente dell’Associazione commercialisti di Livorno (2000 – 2008) e successivamente in ambito nazionale. Dal 2012 è presidente nazionale di ANC (Associazione Nazionale Commercialisti).
Ricercatore in Inapp con il ruolo di Responsabile della II Struttura di ricerca e consulenza tecnico scientifica “Monitoraggio e valutazione della formazione professionale e del Fondo Sociale europeo”, (ex Anpal, ora Inapp) e Coordinatore nazionale del ‘Punto di Coordinamento Nazionale per European Qualifications Framework (PCN EQF). Dal 2006 co-coordina a livello editoriale e scientifico il Rapporto annuale sulla formazione continua in Italia e dal 2007 analizza e monitora il sistema dei Fondi paritetici interprofessionali, a partire dai dati di adesione INPS e da fonti dati dirette presso i Fondi stessi.
«La sfida che ci attende è di coniugare il sostegno a imprese e famiglie in questa fase di difficoltà con una forte determinazione a continuare il percorso
già intrapreso verso una maggiore indipendenza energetica, sicurezza e sostenibilità della finanza pubblica».
— Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia e delle Finanze



Laureata in Ingegneria Civile Edile presso l’Università degli Studi di Bologna, dove è nata e risiede. Svolge l’attività di libera professionista da oltre 40 anni all’interno dello studio di cui è titolare occupandosi di progettazione e D.L. di fabbricati civili ed industriali per clienti privati (persone fisiche e società). Ha formazione specifica in sicurezza cantieri edili ai sensi DLgs.81/2008 e svolge attività professionale in tale settore. È stata socia di un’impresa di costruzioni in cui ha ricoperto il ruolo di direttrice tecnica per oltre 25 anni e ha realizzato in Bologna e provincia nuovi fabbricati (isolati, a schiera, multipiano) seguendone l’intero processo edilizio. Dal 2012 svolge attività didattiche di formazione tecnica all’interno della Scuola Edile di Bologna nei corsi professionali IeFP e IFTS su “Organizzazione e gestione del cantiere edile-Ruolo e compiti della Direzione Lavori”. Fin dall’inizio della carriera svolge attività nelle associazioni di categoria che si occupano di tutela e promozione della libera professione, prima solo in ambito tecnico (Asso Ingegneri Architetti) e ora in Confprofessioni con obiettivi trasversali alle diverse professioni.
È ricercatore alla Fondazione Eni Enrico Mattei nel programma “Technologies and economics for energy transition” dove collabora a più progetti legati al tema, quali economia dell’idrogeno e modellizzazione del sistema e mercato elettrico. Ha conseguito la laurea specialistica in Environmental and Energy Economics all’Università degli Studi di Milano, completando parte dei suoi studi all’Univesidad Politécnica de Madrid. I suoi interessi di ricerca principali ruotano intorno al mondo dell’energia e alla sostenibilità declinata in ogni suo ambito.
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La formazione continua negli studi professionali non è più una variabile accessoria: è diventata la vera infrastruttura immateriale su cui si regge la competitività degli Studi Professionali e delle micro-imprese. Il 3° Rapporto di Fondoprofessioni, presentato il 23 aprile a Roma, restituisce con chiarezza un dato: il sistema delle professioni è percorso da una domanda crescente di competenze, ma ancora frenato da limiti strutturali nell’accesso e nella programmazione della formazione. Le micro-imprese, che rappresentano l’ossatura del tessuto produttivo italiano, continuano infat-
ti a scontare difficoltà organizzative e risorse limitate, che rendono complesso investire in percorsi formativi continuativi e strutturati. È invece proprio in questi contesti che la formazione può produrre il maggiore impatto, perché incide direttamente sulla qualità dei servizi professionali e sulla capacità di adattamento ai cambiamenti. Occorre però capire quali saranno le linee di sviluppo della formazione continua negli studi professionali e nelle micro-imprese. Le tendenze generali sono di un passaggio dal concetto di Lifelong Learning a quello di Lifedeep Learning, dall’apprendere per tutta la vita, nozioni anche superficiali, ad apprendimento che si occupa anche e soprattutto dei valori e delle qualità profonde, quelle che esaltano l’aspetto “umano” della nostra esistenza.
Questo cambiamento va di pari passo con l’esigenza della personalizzazione. I modelli standardizzati devono lasciare spazio a percorsi “su misura”, costruiti sui fabbisogni reali delle persone e degli studi, come dimostrano gli strumenti sempre più flessibili messi in campo dal sistema dei fondi interprofessionali: voucher, interventi individuali, piani monoaziendali. La formazione non dovrà più essere un catalogo da consultare, ma un servizio integrato nei processi di lavoro.
La seconda esigenza è la digitalizzazione, che evolve rapidamente verso l’integrazione sistemica dell’intelligenza artificiale. Non si tratta solo di apprendere nuove tecnologie, ma di ripensare modelli organizzativi, processi decisionali e competenze distintive. L’AI entra negli studi professionali come leva di produttività e, al tempo stesso, come fattore che impone nuove competenze critiche: capacità di interpretazione dei dati, gestione degli algoritmi, controllo etico delle decisioni automatizzate. I piani formativi più recenti già includono moduli su intelligenza artificiale, data analysis e innovazione di processo, segno di una trasformazione in atto.
La terza direttrice riguarda la misurabilità degli impatti. Il Rapporto evidenzia la necessità di rafforzare i sistemi di valutazione, passando da una logica di adempimento a una logica di risultato. La formazione efficace è quella che modifica comportamenti organizzativi, migliora le performance e genera valore per clienti e territori. In questo senso, la certificazione delle competenze e i sistemi di individuazione e validazione diventano strumenti strategici, purché non si pensi a questi come ulteriori strumenti di burocrazia.
Emerge, infine, con forza il tema della governance. La formazione continua non può essere lasciata alla sola iniziativa dei singoli studi: richiede un ecosistema coordinato tra fondi interprofessionali, politiche pubbliche e rappresentanze sociali. Il confronto avviato da Fondoprofessioni tra istituzioni e parti sociali va proprio in questa direzione, con l’obiettivo di rendere più accessibili e integrati gli strumenti disponibili.
In questo scenario, la sfida non è soltanto aumentare le ore di formazione, ma cambiarne la natura. Occorre passare da una formazione episodica a una formazione permanente, incorporata nei processi di lavoro e capace di accompagnare l’evoluzione delle professioni. Per gli studi professionali, il futuro non sarà determinato solo dalle competenze tecniche, ma soprattutto dalla capacità di apprendere continuamente. È qui che si gioca la vera partita: trasformare la formazione da costo percepito a investimento strategico, da obbligo formale a leva di sviluppo. Occorrerà, soprattutto, governare l’innovazione, intelligenza artificiale inclusa, senza subirla, ma avendo sempre presente che si tratta di uno strumento, utile agli scopi “umani” oltre che alla produttività ed alla semplificazione dei lavori ripetitivi. Nelle professioni, più che altrove, il valore resta umano e resterà. Ma sarà sempre più un valore umano aumentato dalla conoscenza, non solo tecnica, ma profondamente etica e valoriale.
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I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione



Nel 2024 nel nostro Paese solo il 5,7% delle persone tra i 25 e i 64 anni sono stati coinvolti in attività formative orientate al lavoro. Nello stesso periodo la media europea viaggiava intorno al 7,8%. Un divario che si sta ampliando sempre più. Segno che da noi la cultura del training continuo è ancora debole. Ma i Fondi interprofessionali possono fare da volano
di Ludovica Zichichi Senior Researcher Osservatorio delle Libere Professioni

Il 3º Rapporto di Fondoprofessioni si colloca in una fase di trasformazione strutturale del mercato del lavoro e del sistema produttivo, in cui la formazione assume un ruolo sempre più centrale nel sostenere l’occupabilità dei lavoratori e la competitività delle imprese. L’analisi si fonda su un impianto informativo articolato, che integra dati europei, evidenze nazionali e informazioni amministrative sui Fondi interprofessionali, restituendo una lettura multilivello delle dinamiche della formazione.
Il primo dato che emerge è il ritardo persistente dell’Italia rispetto al contesto europeo. Nel 2024, la quota di individui tra i 25 e i 64 anni coinvolti in attività di formazione non formale orientata al lavoro nelle quattro settimane precedenti l’intervista è pari al 5,7%, a fronte del 7,8% medio dell’Unione europea. Un divario che tende ad ampliarsi nel tempo e che segnala una minore integrazione della formazione nei percorsi lavorativi, oltre a una diffusione ancora limitata della cultura della formazione continua nel sistema italiano.
CHI PIÙ SA, PIÙ SI FORMA
All’interno del contesto nazionale, la partecipazione appare fortemente differenziata. Aumenta al crescere del livello di istruzione, della stabilità contrattuale e del contenuto professionale del lavoro, mentre resta più contenuta nei segmenti più fragili del mercato del lavoro.
Il quadro evidenzia come la formazione segua le linee di stratificazione già presenti nel sistema occupazionale. I tassi più elevati si osservano tra i lavoratori più qualificati e nei settori a maggiore intensità di conoscenza, mentre risultano più bassi tra chi ha minore istruzione o occupazioni meno stabili. In questo senso, la formazione non solo riflette, ma contribuisce a consolidare le disuguaglianze esistenti.


PMI FANALINO DI CODA
Un’ulteriore linea di frattura riguarda la dimensione d’impresa. La partecipazione cresce all’aumentare della dimensione aziendale: si passa dall’1,9% nelle micro-imprese con un solo dipendente al 13,1% nelle grandi aziende con oltre 250 addetti.
Un elemento particolarmente critico in un Paese come l’Italia, caratterizzato da una forte prevalenza di micro e piccole imprese, che incontrano maggiori difficoltà ad accedere alla formazione sia per vincoli di risorse sia per la difficoltà di conciliare tempi produttivi e tempi di apprendimento.
In questo contesto, i Fondi interprofessionali rappresentano uno strumento centrale di policy. Nel 2023 coinvolgono circa 766 mila imprese e oltre 10,2 milioni di lavoratori, pari al 45,9% delle imprese e al 66,6% dei dipendenti della platea Inps.



Ludovica Zichichi, ricercatrice senior dell’Osservatorio delle libere professioni
A sinistra Maria Carla De Cesari, giornalista de Il Sole 24 Ore
La platea della Sala Auditorium del Museo Macro
TASSO DI PARTECIPAZIONE ALLA FORMAZIONE NON FORMALE JOB RELATED DEI DIPENDENTI IN ITALIA PER DIMENSIONE DI IMPRESA*
Formazione nelle quattro settimane precedenti all’intervista. Classe d’età 25-64 anni. Anno 2024.
1 DIPENDENTE 4-5 DIPENDENTI 10-19 DIPENDENTI 50-249 DIPENDENTI
*Sono state escluse le risposte di chi non ha saputo indicare con precisione la classe dimensionale dell'impresa in cui lavora Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Istat RFL
Nonostante la diffusione crescente, il sistema continua a riflettere una selettività dimensionale: le imprese aderenti presentano una dimensione media superiore a quella del sistema produttivo, segnalando una minore capacità di coinvolgere le realtà più piccole.
È proprio su questo segmento che si concentra Fondoprofessioni. Oltre il 92% delle aziende aderenti ha meno di 10 dipendenti e più di due terzi non supera i tre lavoratori. Un posizionamento che lo colloca nel segmento più critico del sistema, ma che allo stesso tempo consente di intercettare una componente centrale del tessuto produttivo italiano. In questo quadro, Fondoprofessioni si distingue anche per un modello di intervento capillare, basato su un’elevata numerosità di avvisi e su strumenti formativi adattati a strutture organizzative molto ridotte, spesso con uno o due dipendenti.
Le evidenze più recenti mostrano una dinamica di crescita e consolidamento. Tra il 2019 e il 2025 aumentano sia le adesioni sia le risorse destinate alla formazione. Parallelamente, si osserva una crescita, seppur graduale, della dimensione media delle imprese aderenti, che si attesta intorno ai quattro dipendenti, segnalando un parziale rafforzamento strutturale delle realtà coinvolte.
Particolarmente significativa è la composizione delle nuove adesioni. Nel 2025 oltre il 65% delle imprese aderisce al Fondo provenendo da una condizione di inoptato, ossia senza precedenti iscrizioni ad altri Fondi interprofessionali.
Il dato evidenzia non solo la capacità di intercettare nuovi soggetti, ma anche di recuperare risorse che altrimenti resterebbero inutilizzate nel sistema della formazione finanziata.
Dal punto di vista dei contenuti, emerge una chiara evoluzione verso le competenze legate all’innovazione, alla digitalizzazione e alla sostenibilità. Non si tratta soltanto di un aumento quantitativo, ma di una trasformazione della domanda di competenze, sempre più orientata ai processi di transizione in atto. Accanto a queste aree, resta rilevante la domanda di competenze tecnico-specialistiche e di aggiornamento normativo, coerente con la struttura degli studi professionali. Le indagini campionarie, che hanno coinvolto circa 11 mila tra datori di lavoro e dipendenti, aggiungono un ulteriore livello di lettura. Emergono fabbisogni formativi concentrati sui temi tecnico-professionali – in particolare fiscalità, contabilità e strumenti digitali – ma anche una crescente attenzione verso le competenze per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, sempre più percepita come ambito strategico di sviluppo, e per le soft skills.



Antonio Capone, Direttore Aree di Produzione Sviluppo Lavoro Italia
A sinistra Davide Premutico, Responsabile Struttura Lavoro e Professioni Inapp
Antonella Pinzauti, Direttore Fondartigianato
BOOM DI CORSI BREVI
Resta tuttavia un vincolo strutturale legato alla compatibilità tra tempi di lavoro e formazione. Circa il 56% dei datori di lavoro dichiara di preferire per i propri dipendenti corsi di breve durata, tra una e quattro ore, mentre la propensione alla partecipazione tende a ridursi all’aumentare del monte ore. Più che una semplice preferenza, si tratta di un limite organizzativo: nelle micro-imprese la formazione deve adattarsi a margini operativi molto ridotti. In questo contesto assumono particolare rilevanza modelli formativi flessibili e personalizzati, come gli interventi one to one, che consentono di adattare i percorsi alle esigenze specifiche delle strutture più piccole.
LE MICROIMPRESE RINGRAZIANO
Il confronto con gli altri Fondi attivi nel segmento delle micro e piccole imprese evidenzia una chiara specializzazione dei diversi modelli di intervento. Fondopro-
fessioni si distingue per una maggiore capacità di coinvolgere lavoratori provenienti da imprese di dimensione molto ridotta, mentre negli altri Fondi la partecipazione alla formazione risulta più distribuita tra imprese di dimensione medio-alta. Ne emerge un sistema articolato e complementare, in cui ciascun Fondo intercetta specifici segmenti del tessuto produttivo.
Il quadro che emerge evidenzia una criticità strutturale del sistema italiano: la difficoltà di estendere in modo capillare la formazione proprio nei segmenti più diffusi del tessuto produttivo. Il tema non è soltanto ampliare la partecipazione, ma adattare strumenti e modelli organizzativi a una struttura produttiva frammentata. In assenza di questo adeguamento, modelli formativi standardizzati rischiano di essere poco efficaci, limitando la diffusione delle opportunità di sviluppo delle competenze proprio nei segmenti in cui sarebbero più necessari. ■
“SE AVESSE ACCESSO A UNA SERIE DI CORSI DI FORMAZIONE DI ALTA QUALITÀ, QUALI COMPETENZE (SKILLS) LE PIACEREBBE APPROFONDIRE?”
Dati 2026.

Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati della “III Indagine sulla formazione continua dei dipendenti”

di Roberto Raineri
Nelle piccole organizzazioni e negli studi professionali i percorsi di aggiornamento professionale sono sempre più strategici per affrontare le rapide trasformazioni digitali in atto, la crescente complessità normativa e l’evoluzione dei servizi offerti. Tuttavia, persistono ostacoli che ne limitano l’accesso
Con il convegno Formazione nelle micro-imprese: una sfida di sistema, organizzato il 23 aprile 2026, a Roma da Fondoprofessioni, il tema della formazione nelle organizzazioni di piccola dimensione e nelle attività professionali è tornato al centro del dibattito istituzionale. L’appuntamento ha riunito istituzioni, parti sociali, rappresentanti dei fondi interprofessionali, operatori della formazione ed esperti del mondo del lavoro in un confronto che ha messo in luce criticità, opportunità e prospettive di sviluppo, con l’obiettivo di delineare un approccio più strutturato alla formazione continua in un segmento produttivo che costituisce una componente essenziale del sistema economico italiano.
AGGIORNAMENTO CONTINUO
Fin dalla sessione introduttiva, a cura della presidenza di Fondoprofessioni, è emersa con chiarezza la necessità di superare una visione della formazione come intervento episodico, per promuovere invece un modello stabile e integrato di aggiornamento delle competenze. Le micro-imprese e gli studi professionali, spesso caratterizzati da strutture organizzative snelle e da un’elevata specializzazione, si trovano oggi ad affrontare trasformazioni rapide legate alla digitalizzazione, alla crescente complessità normativa e all’evoluzione dei servizi offerti. In questo contesto, la formazione continua assume un ruolo strategico non solo per l’aggiornamento tecnico, ma anche per lo sviluppo di competenze trasversali, organizzative e gestionali. Tuttavia, persistono ostacoli che ne limitano l’accesso, come la difficoltà di pianificazione, la mancanza di tempo dedicato e la percezione di costi indiretti che incidono sulla partecipazione.
In questa cornice si inserisce il 3° Rapporto di Fondoprofessioni, realizzato dall’Osservatorio delle libere professioni,

presentato nel corso della prima sessione del convegno. Il Rapporto offre una fotografia aggiornata della formazione nelle micro-imprese e negli studi professionali, evidenziando come la domanda di competenze sia sempre più orientata verso ambiti quali innovazione digitale, gestione dei processi, competenze relazionali e aggiornamento normativo. I dati mettono inoltre in luce un progressivo ampliamento delle opportunità di accesso alla formazione finanziata, a fronte però di una partecipazione ancora disomogenea, che riflette le differenze organizzative e settoriali delle realtà coinvolte. Il confronto sviluppato durante il convegno ha sottolineato come queste evidenze possano
rappresentare una base per orientare le politiche di sostegno e per rafforzare il ruolo della formazione continua come strumento di crescita professionale.
La seconda sessione, a cura dei Fondi interprofessionali Fondoprofessioni, Fondartigianato, Fon.Ter, FondoPmi, ha spostato l’attenzione sul ruolo dei Fondi e sulle modalità attraverso cui rendere più efficace il sostegno alle micro e piccole imprese. Dal dibattito è emersa l’esigenza di adottare modelli flessibili, in grado di adattarsi alle esigenze delle strutture di dimensioni ridotte e alle differenti peculiarità settoriali. Le micro-imprese, infatti, necessitano di percorsi formativi mirati e facilmente integrabili nell’organizzazione del lavoro.
Un ulteriore momento di confronto, a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha riguardato il quadro delle politiche pubbliche e le prospettive di evoluzione della formazione continua. Le riflessioni si sono concentrate sulle nuove linee guida e sui processi di individuazione e validazione delle competenze, considerati strumenti fondamentali per migliorare la qualità dell’offerta formativa e per valorizzare i percorsi realizzati. È stato evidenziato come l’integrazione tra fondi interprofessionali, politiche attive del lavoro e sistemi di certificazione delle competenze possa contribuire a costruire percorsi più coerenti e spendibili. La sessione dedicata al confronto istituzionale e politico ha ampliato ulteriormente la prospettiva, richiamando l’importanza di un impegno condiviso per sostenere la formazione continua nelle realtà di minori dimensioni. È emersa la necessità di rafforzare le sinergie tra attori pubblici e privati, promuovere politiche integrate e valorizzare il ruolo dei fondi interprofessionali come strumenti di supporto alla crescita delle competenze. In que -

sto contesto, la formazione è stata riconosciuta come un elemento chiave per affrontare le trasformazioni del mercato del lavoro e per sostenere l’innovazione nei servizi professionali. Il dibattito si è poi concentrato sulle prospettive di sviluppo dei Fondi interprofessionali e sul contributo delle rappresentanze datoriali e sindacali. Le riflessioni hanno evidenziato come la formazione nelle micro-imprese richieda modelli di intervento più vicini alle esigenze operative delle strutture coinvolte, con una maggiore attenzione alla personalizzazione dei percorsi e alla valorizzazione delle competenze già presenti. È stata inoltre sottolineata l’importanza di una progettualità condivisa per ampliare la partecipazione ai percorsi di aggiornamento e favorire la diffusione delle buone pratiche. La valorizzazione delle esperienze formative più innovative ha rappresentato un elemento di particolare interesse, con la premiazione del
Premio Chirone 2025. Le buone pratiche presentate hanno dimostrato come la formazione possa incidere concretamente sull’organizzazione del lavoro e migliorare la qualità dei servizi.
UN APPROCCIO DI SISTEMA
Le riflessioni conclusive, a cura della Presidenza di Fondoprofessioni, hanno ribadito la necessità di un approccio di sistema, capace di mettere in relazione politiche pubbliche, Fondi interprofessionali e fabbisogni delle imprese. Il confronto avviato il 23 aprile lascia quindi un’indicazione chiara: investire nelle competenze delle micro-imprese e delle attività professionali significa rafforzare la capacità dell’intero sistema di rispondere ai cambiamenti in atto. La formazione continua, da elemento accessorio, si configura sempre più come componente strutturale dei processi di sviluppo, capace di accompagnare l’evoluzione di un segmento fondamentale per l’economia italiana. ■



Tiziana Nisini, Deputata, XI Commissione Lavoro Pubblico e Privato
A sinistra Franco Valente, direttore di Fondoprofessioni
Andrea Simoncini, dirigente del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
di Davide Premutico
Responsabile Struttura Lavoro e Professioni, Inapp
Il livello di adesione delle micro imprese ai Fondi paritetici interprofessionali è inferiore di circa il 13% rispetto al potenziale universo. Tra le motivazioni la fatica di prevedere risorse interne dedicate alla programmazione formativa; la difficoltà di networking tra organizzazioni; la scarsità di politiche pubbliche per lo sviluppo strategico a supporto della formazione per le piccole realtà imprenditoriali


La responsabilità che i Fondi paritetici interprofessionali hanno verso le micro imprese la si identifica in primo luogo dalla quota delle stesse che aderisce ai Fondi paritetici interprofessionali (da ora FPI) che è di circa il 77% (Inapp, 2023) rispetto al totale delle imprese attive aderenti, che sale all’82% se si allarga il campo anche alle imprese in attività ma che nel 2023 per INPS risultavano sospese o cessate provvisorie rispetto ai versamenti dovuti. Tale percentuale varia da fondo a fondo con quote minime prossime o al disotto del 50% fino a oltre il 90% come nel caso di Fondoprofessioni che è il fondo con la maggior quota di aderenti di microimprese tra i 19 operativi fino al 2024 con circa il 93% di imprese micro aderenti, ossia oltre il15% della media complessiva. Nonostante tali dati, in generale, il livello di adesione delle microimprese ai fondi risulta inferiore (di circa il 13%) rispetto al potenziale universo. Del resto, la maggiore quota del cosiddetto inoptato dello 0,30%,

ossia tra le imprese che non aderiscono ad alcun fondo, è individuabile proprio tra le microimprese. Tra le motivazioni di tale situazione le più rilevanti riguardano: la difficoltà a prevedere risorse interne dedicate alla programmazione formativa; la difficoltà di networking tra microimprese e tra queste ultime e le realtà imprenditoriali più grandi; la scarsa cultura di formazione proprio da parte dei ‘microimprenditori’ che associano spesso la formazione ex-lege e obbligatoria alla formazione tout-court; la difficoltà di costruire, sia a livello nazionale che locale, politiche pubbliche per lo sviluppo strategico a supporto della formazione per le microimprese. A tali ragioni si affianca anche quella legata alla difficoltà di costruzione di un’offerta formativa ad hoc. Il tema è centrale dal momento in cui le recenti politiche a sostegno della formazione stanno configurando un nuovo ambiente per la progettazione dei processi formativi, a iniziare da quanto previsto dal

decreto del Ministero del Lavoro e Politiche Sociali n.115 del 2024 (Disciplina dei servizi di individuazione, di validazione e di certificazione delle competenze relativi alle qualificazioni di titolarità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Rispetto alla dimensione d’impresa, in particolare, occorre comprendere in quale misura le competenze riferibili in particolare all’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni siano in grado di cogliere i fabbisogni multidimensionali e di adattamento tipici dei dipendenti che lavorano nelle microimprese.
RESISTENZA DA ABBATTERE
L'indagine Excelsior 2024 (dati 2023 realizzata da Unioncamere e ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, anche su dati Inapp), fornisce un quadro dettagliato del comportamento delle microimprese (1-9 dipendenti) nei processi formativi, evidenziando una crescita costante ma anche un divario strutturale rispetto alle aziende di maggiori dimensioni. Nel 2023, la propensione delle microimprese a realizzare corsi di formazione (interni o esterni) è aumentata, pur rimanendo la più bassa tra tutte le classi dimensionali. Se si considera la partecipazione dei dipendenti, nelle microimprese ha preso parte ai corsi solo il 15,6% del personale, contro una media di tutte le imprese del 24,2% e punte del 30,3% nelle grandi imprese. Sempre l’indagine Excelsior evidenzia come Il 24,1% delle microimprese ha effettuato corsi nel 2023, una quota significativamente più bassa rispetto alle imprese di più grandi dimensioni con scarti che vanno dal 19,6 punti rispetto alle piccole imprese fino al 32,7 rispetto alle grandi imprese. Nel complesso i due dati (quota di imprese e dipendenti) evidenziano una doppia problematicità legata da un lato a una maggiore difficoltà di partecipazione delle imprese, dall’altro a una minore intensità di coinvolgimento del personale. L'indagine INDACO-Imprese di Inapp

(ultima wave disponibile basata su dati 2021-2022 e anticipazioni 2023), conferma la "resistenza" delle microimprese ai modelli formativi complessi, ma evidenzia anche l'impatto parzialmente positivo di strumenti come il Fondo Nuove Competenze. Secondo i dati Indaco (2023), che rilevano solo le microimprese da 6 dipendenti in su, si conferma una distanza netta tra micro e grandi imprese nella propensione a organizzare corsi e nell’intensità formativa: solo il 56,7% organizza corsi di formazione. Il dato risulta superiore a quello Excelsior poiché, quest’ultima indagine include anche le ditte individuali e le piccolissime sotto i 6 addetti, un dato che in ogni caso resta molto distante dal 94,1% delle grandi aziende (250+ addetti). Rispetto all’intensità formativa si registra una differenza di circa 10 ore medie in meno di formazione per addetto tra le microimprese e le grandi imprese (22,6 ore medie nazionali vs circa 12-14 ore nelle micro). Tale dato è coerente
Paola Nicastro, presidente e amministratore delegato Sviluppo Lavoro Italia

con una delle più rilevanti motivazioni spesso fornite dagli stessi imprenditori di microimprese, ossia che la formazione viene percepita come non funzionale e poco compatibile con i processi produttivi aziendali. Rispetto alle tematiche formative, l’indagine INDACO mette in evidenza la natura "difensiva" della formazione nelle piccole realtà. A conferma di ciò emerge che l'84,5% delle attività formative si polarizza (in esclusiva o accompagnata da altre tematiche) su temi connessi agli obblighi di legge (sicurezza sul lavoro, HACCP, normativa ambientale).
SPUNTI DI RIFLESSIONE
In relazione a quanto osservato occorre avanzare una riflessione sulle politiche pubbliche attualmente attive che sostengono la formazione continua nelle imprese. Ancora oggi assume un senso riflettere sul ruolo dei FPI, anche alla luce delle evoluzioni normative più recenti che ricomprendono il già citato Decreto


115/2024 e le “Linee guida in materia di attivazione, funzionamento e vigilanza dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua di cui all’articolo 118 della legge 23 dicembre 2000 n. 388” e relativi allegati del gennaio 2026. La maggior parte dei FPI, come osservato, si rivolge a microimprese o almeno ne incorporano una quota significativa tra gli aderenti. Lo strumento maggiormente adottato dai FPI per le microimprese è quello degli Avvisi (o conti aggregati), poiché raramente una microimpresa è in grado di appostare un valore dello 0,30% per costituire un conto aziendale individuale. In questo contesto i FPI che si rivolgono principalmente alla microimprese sono lo strumento di politica pubblica più rilevante, poiché si crea un legame ‘pattizio’ tra fondo e microimprese versanti che dovrebbe condurre a una naturale esigibilità delle risorse disponibili. Proprio l’esigibilità rappresenta una sottile linea di confine tra la potenziale domanda di formazione dell’impresa e la effettiva disponibilità finanziaria da parte dei fondi: lungo questo confine le microimprese sono proprio quelle che hanno minore potenziale di esigibilità della formazione. Una grande impresa in alcuni settori e contesti territoriali ha fino a 50 volte più la possibilità di essere finanziata dalle risorse dei fondi stessi. La questione non è di poco conto poiché si scontra con un nodo strutturale rispetto al valore dello 0,30 per le micro imprese che è certamente più penalizzante rispetto al peso che assume per le medie e grandi imprese. In questa direzione, le linee guida del gennaio 2026, che aprono in modo formale alla possibilità di avvalersi per i fondi di risorse aggiuntive (complementari e integrative), potrebbero indirizzare i FPI maggiormente centrati sulle microimprese a individuare spazi di collaborazione, in particolare, con quelle Regioni dove la struttura produttiva si basa sulla presenza massiccia di microimprese anche in settori strategici. ■



Si è svolta a Roma la terza edizione del Premio Chirone promosso da Fondoprofessioni e destinato alle migliori pratiche di training. Un importante momento di confronto e di condivisione sulle tematiche legate allo sviluppo di nuove competenze

Si è svolta il 23 aprile 2026, a Roma, presso la Sala Auditorium del Museo Macro, la terza edizione del Premio Chirone, promosso da Fondoprofessioni. L’iniziativa, dedicata alla valorizzazione delle migliori pratiche formative finanziate dal Fondo, si è tenuta nell’ambito del convegno “Formazione nelle micro-imprese: una sfida di sistema. Presentazione del 3° Rapporto di Fondoprofessioni”, confermandosi come un importante momento di confronto e condivisione sui temi dello sviluppo del capitale umano. A essere premiati sono stati progetti capaci di distinguersi per qualità, innovazione e impatto concreto sulle organizzazioni, in linea con gli obiettivi del Premio Chirone, che – come indicato nel bando – intende promuovere una cultura della formazione continua sempre più strategica e orientata ai risultati.
Per la Categoria A – Attività professionali, il primo posto è stato assegnato a Novazione S.r.l con il progetto “Potenziare le soft skill dei referenti di area”, proposto da Giovanardi Studio Legale. Il percorso formativo si è distinto per l’attenzione allo sviluppo delle competenze trasversali in una prospettiva interfunzionale, coinvolgendo figure chiave delle aree amministrativa, comunicazione & marketing e IT. Grazie a una metodologia attiva e laboratoriale e al contributo di docenti altamente specializzati, il progetto ha prodotto effetti concreti sull’efficacia decisionale e sul clima organizzativo, portando lo studio a proseguire gli investimenti in formazione.
Il premio per la Categoria B – Aziende è stato conferito a Nuova Cerform S.r.l., per il piano “Innovazione dei processi con il metodo Lean”, proposto da Timber S.r.l. Il progetto ha dimostrato una forte coerenza tra analisi dei fabbisogni, progettazione e risultati, integrando competenze tecniche avanzate – come Lean Production,

KPI, Magazzino 5.0 e Cybersecurity – con lo sviluppo di soft skills. L’approccio esperienziale ha favorito l’applicazione concreta delle competenze, contribuendo al miglioramento dell’efficienza organizzativa e alla crescita professionale dei lavoratori.
Per la Categoria C – Innovazione, il riconoscimento è andato a Other S.r.l. con il piano “Tecnologie per confezionamento ittico e politiche di brand”, promosso da Colimena Fabbrica del Tonno S.r.l. Il progetto si è distinto per l’elevato livello di personalizzazione e per l’integrazione di elementi innovativi nei processi produttivi. Articolato in moduli formativi con obiettivi di apprendimento specifici, il piano ha consentito un significativo rafforzamento delle competenze dei lavoratori, migliorando la competitività aziendale attraverso processi di upskilling e reskilling.
Infine, per la Categoria D – Ente Proponente, il premio è stato assegnato a Skill Up S.r.l. con il piano “Il team sostenibile – collaborazione e resilienza nell’Hotel-
lerie”, destinato al Gruppo LDC Hotels & Resorts. Il progetto è stato apprezzato per la completezza del percorso, dalla fase di analisi dei fabbisogni – sviluppata con metodologie innovative e il coinvolgimento dell’Ente Bilaterale del Turismo di Roma e Lazio – fino alla valutazione dei risultati. La formazione, basata su approcci esperienziali e partecipativi, ha rafforzato le competenze trasversali dei lavoratori, con il rilascio di attestazioni finali dettagliate.
La giornata ha evidenziato come la formazione continua rappresenti oggi una leva fondamentale per affrontare le sfide della trasformazione organizzativa, soprattutto nelle micro e piccole imprese. I progetti premiati offrono esempi concreti di interventi efficaci e replicabili, capaci di generare valore sia per i lavoratori sia per le organizzazioni. Il successo della terza edizione del Premio Chirone conferma, ancora una volta, il ruolo centrale della formazione come motore di innovazione, crescita e competitività nel sistema produttivo italiano. ■
Il presidente di Confprofessioni
Giuseppe Benincasa, responsabile
Fondi Paritetici
Interprofessionali
Cgil, premia l’ente
Nuova Cerform
Paolo Carraro, dipartimento mercato del lavoro Cisl, premia l’ente Other





Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni




Una riforma necessaria che ha l’obiettivo di razionalizzare, semplificare e riordinare una materia stratificata da decenni di interventi normativi disorganici. Ma affinché l'opportunità non si traduca in una semplificazione solo formale, è indispensabile che l’attuazione della delega valorizzi il contributo delle professioni tecniche e adotti regole chiare, proporzionate e realmente applicabili

Il disegno di legge di delega al Governo per l’adozione del Codice dell’edilizia e delle costruzioni (AC 2826) si colloca in un passaggio cruciale per il settore delle costruzioni e, più in generale, per il governo del territorio. L’obiettivo dichiarato – razionalizzare, semplificare e riordinare una materia stratificata da decenni di interventi normativi disorganici – è condiviso da tempo da cittadini, imprese e professionisti. La riforma appare quindi non solo opportuna, ma necessaria. Il vigente Testo Unico dell’Edilizia è infatti il risultato di numerosi interventi emergenziali che hanno progressivamente eroso la coerenza del quadro norma-
tivo, generando sovrapposizioni, lacune applicative e un diffuso contenzioso. A ciò si aggiunge la natura trasversale della disciplina edilizia, che interseca competenze urbanistiche, ambientali, paesaggistiche, antisismiche, energetiche e di sicurezza, nonché il complesso riparto di competenze tra Stato e Regioni. La conseguenza è un sistema frammentato, caratterizzato da regole disomogenee sul territorio nazionale e da un elevato grado di incertezza operativa.
In questo contesto, Confprofessioni – attraverso il contributo delle associazioni dell’area Ambiente e
Territorio – ha espresso una valutazione complessivamente positiva sull’impianto della delega, accompagnata però da osservazioni di merito e da avvertenze metodologiche di particolare rilievo. Il primo elemento cruciale riguarda la necessità di definire in modo chiaro e vincolante i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP). Essi rappresentano il vero perno del futuro Codice: non semplici principi generali, ma standard minimi uniformi su tutto il territorio nazionale, indispensabili per garantire uguaglianza dei diritti, certezza del diritto e riduzione delle disomogeneità regionali. Tra i LEP dovranno rientrare, in particolare, la discipli-
na dello stato legittimo degli immobili, le categorie di intervento edilizio e i relativi titoli abilitativi, i requisiti minimi di sicurezza, salubrità, risparmio energetico e accessibilità, nonché la classificazione delle difformità edilizie e delle procedure di sanatoria. Lo stato legittimo costituisce infatti uno snodo centrale per il funzionamento del mercato immobiliare e per le politiche di recupero e rigenerazione del patrimonio esistente: senza regole nazionali chiare sulla documentazione minima richiesta e sulla delimitazione delle responsabilità professionali, il rischio è un ulteriore aumento del contenzioso e dei tempi procedurali.

PATRIMONIO DA GESTIRE
Un secondo profilo di rilievo riguarda la straordinaria eterogeneità del patrimonio edilizio italiano, per epoca di costruzione, tecniche costruttive, contesti territoriali e regimi vincolistici. Trattare l’esistente con criteri rigidi e uniformi significherebbe ignorarne la complessità. Per questo motivo i tecnici liberi professionisti di Confprofessioni sottolineano la necessità di un approccio prestazionale e proporzionato, che preveda livelli differenziati di regolazione e consenta, ad esempio, di valorizzare il concetto di miglioramento sismico in luogo di un adeguamento integrale spesso tecnicamente o economicamente insostenibile, soprattutto negli edifici storici. Si ritiene fondamentale, pertanto, che si crei un gruppo di lavoro stabile che possa verificare l’effetto


delle nuove norme e la loro reale applicabilità perché non si rischi di avere una maglia ben definita, ma troppo stretta e rigida che lascia fuori molte realtà non catalogabili. La partecipazione dei liberi professionisti, che conoscono la natura dei luoghi e le caratteristiche delle costruzioni, è indispensabile anche nella stesura dei decreti attuativi per rendere veramente efficace il riordino della disciplina edilizia e delle costruzioni. Particolare attenzione viene dedicata anche alla “riorganizzazione delle categorie di intervento edilizio” e al conseguente riordino dei regimi amministrativi. Se l’obiettivo di semplificazione è condiviso, desta invece cautela il ricorso esteso a meccanismi di autocertificazione e di silenzio-assenso, che rischiano di trasferire impropriamente sui professionisti valutazioni di competenza pubblica. La semplificazione, per essere efficace, deve poggiare su norme chiare, non interpretabili e tecnicamente sostenibili, evitando di trasformarsi in uno spostamento di responsabilità senza reali benefici sistemici.
Digitale, condoni e rigenerazione Un ulteriore asse strategico della riforma riguarda la “digitalizzazione dei procedimenti edilizi”. Modelli digitali uniformi, sportello unico realmente operativo, interoperabilità delle banche dati e fascicolo digitale del fabbricato sono strumenti imprescindibili per ridurre oneri e tempi. Tuttavia, senza investimenti adeguati, competenze specifiche e una tempistica realistica, la digitalizzazione rischia di rimanere un obiettivo solo programmatico, come già accaduto in passato.
Infine, emerge con forza il tema delle pratiche di condono ancora pendenti, spesso da decenni irrisolte. Questa situazione produce un grave vulnus alla certezza dei diritti di proprietà e al funzionamento del mercato immobiliare. Confprofessioni propone, in modo pragmatico, il ricorso a risorse tecniche sussidiarie, coinvolgendo professionisti qualificati per affiancare le amministrazioni nello smaltimento dell’arretrato, nel rispetto delle funzioni pubbliche. Ulteriore cardine è quello di favorire il recupero del patrimonio edilizio ed anche quello più ampio della rigenerazione urbana che coinvolge porzioni o addirittura intere città; obiettivo urgente ma che non può prescindere dall’analisi dello stato di fatto estendendolo anche a infrastrutture, servizi, verde, edifici pubblici, per indi-
viduare il tipo di intervento più adeguato al miglioramento ma in armonia con la realtà esistente ed a valle di una pianificazione urbana di più ampio respiro.
In conclusione, la riforma delineata dal disegno di legge rappresenta un’occasione storica per modernizzare la disciplina edilizia e delle costruzioni. Ma perché tale opportunità non si traduca in una semplificazione solo formale, è indispensabile che l’attuazione della delega valorizzi il contributo delle professioni tecniche e adotti regole chiare, proporzionate e realmente applicabili. Solo così il nuovo Codice potrà rafforzare la certezza del diritto, sostenere la rigenerazione del patrimonio esistente e contribuire in modo concreto allo sviluppo sostenibile del Paese. ■

di Edoardo Somenzi
Senior Researcher and consultant, Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM)
Dall'emergenza ucraina allo shock di Hormuz: perché l’Italia pur avendo ridotto il rischio di forniture resta esposta al costo del gas
Nel 2022 era il gas russo. Nel 2026 è lo Stretto di Hormuz. Guerra in Ucraina, guerra in Iran. Cambiano le geografie, ma non il risultato: ogni shock energetico si trasforma rapidamente in un aumento massiccio dei prezzi delle bollette. Allora il problema era la quantità: la possibile interruzione di forniture di gas, che coprivano circa il 40% del fabbisogno, metteva a rischio la sicurezza del sistema. Nel marzo del 2022 la Fondazione
Eni Enrico Mattei (FEEM) tentò di rispondere alla domanda di quel tempo: cosa succede se il gas russo smette di arrivare? Le conclusioni delle simulazioni erano nette: prezzi tra i 350 e i 440 €/MWh (nell’agosto 2022 il prezzo spot superò i 540 €/MWh di media giornaliera, con punte oltre i 700 €/MWh), ammanco di gas per industrie e riscaldamento tra i 9 e i 10 miliardi di metri cubi e un’avvertenza: senza riformare il mix energetico, ogni crisi futura avrebbe trovato l’Italia ugualmente vulnerabile. Ed eccoci qui. Oggi lo scenario è diverso. Le forniture fisiche non sono interrotte, semmai momentaneamente ridimensionate: l’Italia ha diversificato le fonti e non dipende unicamente dal gas qatariota. Il gas arriva infatti via gasdotto principalmente da Algeria (circa 35–40%) e Azerbaijan (15–20%), con contributi più limitati da Libia (circa 5%) e Nord Europa (Norvegia, circa 10%). Il GNL (gas naturale liquefatto) copre una quota rilevante, pari a circa il 30–35% delle importazioni, ed è composto in larga parte da forniture provenienti dagli Stati Uniti, seguite da Qatar e Paesi dell’Africa occidentale. Eppure la crisi colpisce comunque: non perché manca gas, ma perché costa di più. E per l’Ita-

lia costa più che altrove. Certo, un prolungamento del conflitto e uno stallo della situazione a Hormuz potrebbero richiedere razionamenti a livello comunitario, ma soprattutto su altri prodotti energetici – in particolare derivati petroliferi come diesel o GPL – più che sul gas.
Il meccanismo di formazione del prezzo elettrico, infatti, non è cambiato: il gas resta la tecnologia marginale e fissa il prezzo. Così come riscaldamento e industria dipendono fortemente dal combustibile fossile. Per questo, sia
nel 2022 sia oggi, shock geopolitici diversi producono lo stesso esito –prezzi elevati – per un Paese che va tutto a gas, sia per luce (45–50%) sia per riscaldamento (60–65%) sia per industria (35–40%). L’Italia non è rimasta immobile, sia ben chiaro: ha diversificato con successo le fonti di approvvigionamento e ha messo in funzione nuovi rigassificatori, riducendo il rischio di carenze fisiche. Il problema strutturale però resta: la dipendenza dal gas, frutto di anni di inerzia politica e industriale, ci esporrà sempre e comunque al rischio di prezzo. I numeri lo dimostrano. Nel 2025 il prezzo medio dell’elettricità in Italia era già pari a 116 €/MWh, mentre ad aprile 2026 si aggira sui 120 €/MWh. A inizio 2026 le bollette elettriche sono aumentate dell’8,1% e quelle del gas del 19,2%. Nello stesso periodo, in


Spagna – dove le rinnovabili coprono circa il 70% della produzione – il prezzo spot dell’elettricità si è attestato intorno agli 8 €/MWh. Non è solo un differenziale: è proprio un divario strutturale.
In questo contesto, la FEEM ha aggiornato le proprie simulazioni del mercato elettrico, ricalibrando le condizioni di scenario per mettere in prospettiva questi numeri. Nello scenario 2026, il prezzo del gas si colloca mediamente intorno ai 45–60 €/MWh nel corso dell’anno, un livello ben superiore alla media pre-crisi, che continua a trasmettersi direttamente al prezzo elettrico. Oggi il sistema è proiettato a generare prezzi nell’ordine dei 130 €/MWh di media durante tutto il 2026, con picchi di 150 €/MWh verso fine anno. È sotto questa luce che va letto il recente decreto bollette. Dopo il picco nel 2022, il PUN (Prezzo Unico Nazionale, è il prezzo di riferimento all'ingrosso dell'energia elettrica in Italia) si è ridotto ma si è stabilizzato su livelli doppi rispetto al periodo precedente, intorno ai 110 €/MWh: una “nuova normalità” già elevata. Le simulazioni mostrano che, anche con un rientro delle tensioni a Hormuz entro metà anno, i prezzi resterebbero nell’ordine dei 130 €/ MWh di media, con picchi di 150 €/ MWh in inverno. Questo perché lo shock si innesta su una componente strutturale di costo aggiuntiva che vale di per sé decine di euro per megawattora. Il decreto bollette (circa 5 miliardi tra bonus e sconti) si traduce, in termini di prezzo, in un sollievo dell’ordine di pochi euro per MWh. A fronte di un differenziale strutturale così am-

pio, non è neanche lontanamente sufficiente: attenua il sintomo, ma non cura la malattia. Più che ridurre il prezzo dell’energia, ne redistribuisce temporaneamente il costo tra Stato, imprese e famiglie. Per le imprese questo significa operare in un contesto in cui il costo spropositato dell’energia non è più una variabile straordinaria, ma una componente stabile della competitività. E, per un sistema produttivo ad alta dipendenza dal gas, la differenza tra crisi e normalità rischia di ridursi sempre più. Per il sistema produttivo italiano le implicazioni sono immediate. Le imprese energivore restano le più esposte, ma l’impatto si estende a tutta la filiera: PMI con margini ridotti e minore accesso al credito faticano ad assorbire i costi, mentre studi professionali e servizi
subiscono un effetto indiretto attraverso clienti più fragili e minore domanda. Il punto non è più episodico, ma continuativo: energia più cara significa meno investimenti, meno crescita e maggiore selezione tra imprese. In questo contesto, i sussidi generalizzati possono tamponare, ma non risolvono. Servono invece interventi mirati: ridurre l’esposizione al gas nel prezzo elettrico (attraverso riforme strutturali del mercato elettrico), accelerare rinnovabili e accumuli e dotare le imprese, soprattutto PMI, di strumenti per gestire il rischio energetico, dall’efficienza ai contratti di lungo periodo. L’Italia ha fatto tanto per affrancarsi dal rischio di un unico fornitore; deve metterci lo stesso impegno per liberarsi dalla dipendenza da un’unica fonte di energia. ■
di Roberto Accossu
Il Piano Nazionale Integrato
Energia e Clima prevede che l’Italia raggiunga, nel 2030, un grado di copertura di energia prodotta da fonti di energia rinnovabili pari al 39,4% del consumo finale lordo. Ma per raggiungere una potenza aggiuntiva di 80.001 MW è necessario che venga installata una potenza aggiuntiva di 11.022 MW ogni anno per i prossimi cinque anni. Un valore mai raggiunto finora. Serve un deciso cambio della attuale tempistica, sia per il rilascio delle autorizzazioni necessarie all’installazione dei nuovi impianti, sia nella realizzazione dei nuovi impianti FER


Fin dalla nascita della Comunità economica europea, tra gli obiettivi primari vi erano l’autosufficienza alimentare e l’autosufficienza energetica per gli stati membri. L’autosufficienza alimentare, anche grazie alla politica agricola comune (PAC), è stata raggiunta, tanto da generare, nelle ultime programmazioni comunitarie, una riduzione costante degli incentivi legati produzione dei prodotti agricoli e, per contro, un aumento dei sostegni in materiale ambientale e per la conservazione del territorio e del paesaggio.
L’autosufficienza energetica tra gli stati membri ha seguito percorsi differenti in relazione alle scelte fatte negli anni dalle varie nazioni. Esemplare è il caso dell’Italia, dove l’esito di due consultazioni referendarie (nel 1987 e nel 2011), ha determinato la rinuncia allo sviluppo del nucleare nel nostro Paese e un utilizzo prevalente dei combustibili fossili per la produzione di energia.
La crescente sensibilità ambientale ha indirizzato la politica energetica europea verso la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (principalmente, eolica e solare) e a favorito negli stati membri l’abbandono progressivo dell’utilizzo dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica. Conseguentemente si è assistito a una progressiva e costante crescita dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, tanto che nell’anno appena trascorso si è raggiunto un importante traguardo perché, per la prima volta, la produzione cumulata di energia prodotta dall’eolico e dal solare, ha

generato più elettricità delle fonti fossili, con 841 TWh/a, pari al 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, contro gli 809 TWh/a delle fossili e i 652 TWh/a del nucleare (fonte European Electricity Review 2026 | Ember).
Prosegue, pertanto, in tutti i Paesi europei la crescita dell’energia elettrica prodotta dall’eolico e dal solare, anche se con velocità differenti, e, per contro, diminuisce l’energia prodotta da fonti fossili e da altre fonti (nucleare). A questo percorso verso l’autosufficienza energetica a livello europeo, l’Italia contribuisce con il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC). L’incremento di potenza aggiuntiva previsto dal D.M. Aree Idonee, del 21 giugno 2024, nel primo quinquennio, ha superato di 1.605
MW gli obiettivi previsti dal PNIEC con una produzione complessiva prodotta dalle FER in Italia, al 31 dicembre 2025, un valore pari a 83.529 MW (fonte Terna). Complessivamente il PNIEC prevede che l’Italia raggiunga, nel 2030, un grado di copertura di energia prodotta da fonti di energia rinnovabili (FER) pari al 39,4% del consumo finale lordo ripartendo la produzione di energia derivata da fonti rinnovabili, a livello regionale, al fine di suddividere in tutto il territorio nazionale i nuovi impianti e ridurre così gli impatti ambientali sui diversi territori. La potenza aggiuntiva minima che ogni regione deve raggiungere per anno, a partire dal 2021, è riportata nell’Allegato C-bis del d.lgs 190/2024 che assegna a ogni Regione una quota minima di potenza rinnovabile
da raggiungere entro il 2030, per conseguire, nel 2030, una potenza aggiuntiva, rispetto all’anno di partenza (2020) pari a 80.001 MW. La nuova potenza aggiuntiva include sia i nuovi impianti, sia quelli potenziati o riattivati.
Pur essendo i risultati al 31 dicembre 2025 superiori - in termini di potenza aggiuntiva prodotta dalle FER - a quanto previsto dal PNIEC, gli attuali valori aggiuntivi non consentono di avere una visione ottimistica per il prossimo quinquennio. Infatti, per raggiungere una potenza aggiuntiva di 80.001 MW nel 2030 è necessario che venga installata una potenza aggiuntiva di 11.022 MW ogni anno per i prossimi cinque anni. Un valore mai raggiunto nel precedente lustro, che ha avuto una
media annua di potenza installata pari a 4.978 MW. Per raggiungere l’obiettivo fissato dal PNIEC, è necessario un deciso cambio della attuale tempistica, sia per il rilascio delle autorizzazioni necessarie all’installazione dei nuovi impianti, sia nella realizzazione dei nuovi impianti FER, principalmente da fonte solare ed eolica.
Infatti, in questo quinquennio i tempi di rilascio delle autorizzazioni sono stati condizionati da una legislazione, nazionale e regionale, spesso contrastante, che ha generato, negli ultimi anni, un alto numero ricorsi che hanno inciso profondamente sulla realizzazione dei nuovi investimenti. Il recente rapporto prodotto da Lega ambiente – Scacco matto alle rinnovabili 2026 – riporta l’elevato numero di progetti in fase di

valutazione “a gennaio 2026 sono almeno 1.781 i progetti a fonti rinnovabili già avviati e attualmente in valutazione nelle diverse fasi di procedura. Secondo le elaborazioni di Legambiente, sui dati disponibili sul portale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, di questi 1.781 progetti sono 1.234, pari al 69,3% del totale, quelli che sono in fase di istruttoria tecnica da parte della Commissione Tecnica PNRR-PNIEC con 28 progetti risalenti al 2021, 214 al 2022, 403 al 2023 e 510 al 2024”.
Le diverse Ordinanze del TAR Lazio (n. 9155/2025 - n. 9168 /2025) e la recente sentenza della Corte Costituzionale n° 28 del 1° marzo 2025 - che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 della legge della Regione Sardegna 3 luglio 2024, n. 5, che introduceva il divieto di realizzare impianti FER per 18 mesi, nelle more dell’approvazione della legge regionale di individuazione delle aree idonee - hanno indotto il Governo a intervenire, ridefinendo dal punto di vista normativo, con il D.L. 175 del 21 novembre 2025, le aree idonee, suddividendole per impianti fotovoltaici, agrivoltaici per il biometano e impianti offshore ed il ruolo delle Regioni.
Di particolare rilievo l’aver inserito nel d.lgs 190/2024, all’art.4, comma 1, la lettera f- bis), che stabilisce cosa si intende per impianto agrivoltaico: “impianto fotovoltaico che preserva la continuità delle attività colturali e pastorali sul sito di installazione. Al fine di garantire la continuità delle attività colturali e pastorali, l’impianto può preve-
dere la rotazione dei moduli collocati in posizione elevata da terra e l’applicazione di strumenti di agricoltura digitale e di precisione”.
I sistemi agrivoltaici rappresentano un’innovazione nella produzione di energia da fonte solare, perché vi è la coesistenza tra la produzione di energia e la coltivazione agricola sottostante, la cui diffusione è agevolata anche dal bando PNRR “agrivoltaico” che si pone l’obiettivo di produrre almeno 1,04 GW di nuova potenza aggiuntiva agrivoltaica, installata entro il 30 giugno 2026. Inoltre, nel nuovo articolo 11 bis comma 2 del detto d.lgs. 190/2024 viene sancito, per la prima volta in un provvedimento legislativo, un parametro, pur discutibile, di monitoraggio sui due sistemi produttivi: la Produzione Lorda Vendibile, il

cui valore non può essere inferiore all’80% mediante l’attestazione asseverata di un tecnico “Per l’installazione di un impianto agrivoltaico, il soggetto proponente si dota di dichiarazione asseverata redatta da un professionista abilitato che attesti che l’impianto è idoneo a conservare almeno l’80% della produzione lorda vendibile. La dichiarazione è allegata al progetto presentato ai sensi dell’articolo 9 e comunque messa a disposizione dell’amministrazione nell’ambito delle attività di controllo”.
Il d.lgs. 190/2024 individua, inoltre, in 120 giorni l’arco di tempo entro il quale le Regioni devono individuare, con una propria legge, le aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili, tenendo presente che, attualmente, solo otto regioni si sono adeguate alle disposizioni del d.lgs. 190/2024: Basilicata, Calabria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Veneto. Peraltro occorre evidenziare che sussistono, tuttora, varie criticità sia interpretative sia amministrative, tra le quali si segnalano:
▪ la mancata distinzione dei terreni agricoli in relazione alle loro reali potenzialità produttive: il d.lgs. 190/2024 non distingue tra terreni fertili e produttivi e terreni marginali o incolti e improduttivi;
▪ le applicazioni pratiche del requisito della continuità delle attività colturali e pastorali con riferimento al parametro da asseverare, “l’80 per cento della produzione lorda vendibile”;

▪ le forme di controllo e le competenze di chi farà i controlli e le verifiche del rispetto della conservazione dell’80 per cento della produzione lorda vendibile, mancando il riferimento iniziale, provinciale e/o regionale a cui riferirsi;
▪ la forte riduzione dei progetti presentati al MASE nel 2025: 149 progetti presentati rispetto ai 603 del 2024, per la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA);
▪ gli adempimenti burocratici particolarmente complessi ed i tempi particolarmente lunghi per il rilascio dei diversi pareri necessari da parte dei soggetti responsabili, (Sovrintendenze, Presi-
denza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Cultura, Commissione Tecnica PNRR – PNIEC, Regioni e altri) per l’autorizzazione finale.
Per raggiungere la potenza aggiuntiva prevista dal PNIEC nel 2030 - 80.001 MW - è necessario eliminare le numerose criticità interpretative e burocratiche esistenti. Se ciò non avvenisse, l’obiettivo di 80.001 MW non verrebbe raggiunto, aumentando così la dipendenza energetica del nostro Paese dalle fonti fossili e i costi del suo sistema produttivo. Come dimostra il nuovo conflitto nel Medio Oriente, la dipendenza dai combustili fossili sta determinando un costante aumento dei costi energetici, aumento del quale non si conosce l’evoluzione né la data
di conclusione. Il confronto tra il Prezzo Unico Nazionale (PUN) – sigla che indica il costo dell’energia elettrica - dello scorso anno tra l’Italia, la Germania e la Spagna evidenzia il forte divario dei prezzi dell’energia elettrica esistente tra i tre Paesi. Infatti, nel 2025 il prezzo medio del PUN italiano è sempre più alto elevato rispetto ai prezzi all’ingrosso di Germania e Spagna, come si evince dai seguenti valori:
▪ Italia, pari a 115 €/MWh;
▪ Germania, pari a 91 €/MWh:
▪ Spagna, pari a 68 €/MWh.
Occorre sottolineare inoltre che in Spagna, in alcuni mesi, grazie alle FER si sono avuti valori estremamente ridotti (14-16 €/MWh). Una differenza cosi marcata nei prezzi
è imputabile alle diverse scelte di politica energetica fatta dai tre Paesi. Inoltre, il crescente divario dei costi dell’energia elettrica tra gli stati dell’Unione sta incidendo sulle aspettative di crescita, in particolare sul Prodotto Interno Lordo (PIL) e lo spread dei tassi d’interesse.
Quanto osservato per i paesi europei è riscontrabile anche a livello regionale in Italia, dove sulla base dei dati relativi ai consumi elettrici nelle diverse regioni italiane rilevati sull’Osservatorio Energia del sito “Facile.it” nel mese di marzo 2026, risulta che i costi più alti per i consumi elettrici sono quelli della Sardegna, la regione che, più di ogni altra, si è contraddistinta per una legislazione più restrittiva nei confronti della realizzazione di impianti da fonti di energia rinnovabile. ■

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Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo di Confprofessioni
Il Mediterraneo torna al centro dell’agenda europea con il lancio del Patto per il Mediterraneo, promosso dalla Commissione UE e dall’Alto rappresentante Kaja Kallas (nella foto). L’iniziativa segna un cambio di approccio nelle relazioni con i Paesi della sponda sud, puntando su co-titolarità, co-creazione e responsabilità condivisa per affrontare sfide comuni come clima e sicurezza. Il 17 aprile rappresenta una tappa chiave con la presentazione del primo Piano d’Azione: 21 progetti selezionati tra oltre 100 proposte emerse dal dialogo con società civile, imprese e giovani. Tre i pilastri principali. Il primo mette al centro le persone, con programmi come la Mediterranean University Initiative e la creazione di un’Assemblea parlamentare giovanile.
Il secondo riguarda lo sviluppo economico sostenibile, con focus su transizione energetica (T-MED) e digitalizzazione attraverso la Tech Business Offer. Il terzo pilastro affronta sicurezza e migrazioni, includendo un hub antincendio a Cipro e misure lungo le rotte migratorie. Il Piano è definito “dinamico”, con aggiornamenti previsti e una piattaforma digitale per monitorarne i progressi. Parallelamente, accelera la dimensione tecnologica: a Marrakech, durante il GITEX Africa 2026, è stato lanciato il primo programma di trasformazione digitale per il Mediterraneo meridionale. L’iniziativa si articola su tre assi: armonizzazione delle telecomunicazioni, rafforzamento della cybersicurezza e sviluppo delle competenze digitali.


Il mercato del lavoro europeo vive una trasformazione profonda, tra occupazione record e nuove criticità. È quanto emerge dall’evento “Working in the age of AI” tenutosi il 21 aprile al Parlamento europeo, dove i dati dell’European Working Conditions Survey 2024 tracciano un quadro in chiaroscuro. Con 207,8 milioni di occupati e una disoccupazione al 5,8%, l’Europa raggiunge livelli storici. Migliorano alcuni aspetti della qualità del lavoro, come prospettive di carriera, uso delle competenze e organizzazione degli orari. Tuttavia, aumentano l’intensità lavorativa e le tensioni sociali, soprattutto tra le donne. La rivoluzione digitale accelera il cambiamento: il 70% dei lavoratori utilizza strumenti digitali e il 12% già impiega l’intelligenza artificiale generativa. Cresce anche la gestione algoritmica: il 16% riceve compiti da sistemi automatizzati e il 18% è monitorato, spesso senza strumenti adeguati per contestarne le decisioni. Sul fronte del benessere, l’80% degli europei si dichiara in buona salute, ma persistono segnali preoccupanti: il 28% soffre di esaurimento fisico e il 13% di stress emotivo. Il settore sanitario risulta il più esposto. Restano inoltre forti disparità di genere, con scarso supporto alla salute femminile e un carico domestico ancora squilibrato.
Il mercato del lavoro europeo accelera la sua trasformazione sotto la spinta della transizione digitale e delle sfide ambientali. In questo scenario, l’Unione europea punta sulla formazione come leva strategica, e i risultati iniziano a emergere. Dal 2020, il Pact for Skills ha coinvolto oltre 10 milioni di persone, con un picco di 3,9 milioni solo nel 2025. Nato come piattaforma di cooperazione tra imprese, sindacati, università e istituzioni, il Patto mira a colmare il divario tra domanda e offerta di competenze attraverso partenariati pubblico-privati. L’iniziativa si inserisce nel solco del Pilastro europeo dei diritti sociali, che punta a coinvolgere il 60% degli adulti in attività formative entro il 2030, rafforzato dalla strategia “Union of Skills”. I numeri confermano l’espansione: nel 2025 gli investimenti hanno superato 1 miliardo di euro e i programmi formativi disponibili hanno raggiunto quota 142.000. Cresce anche la rete degli attori coinvolti, con circa 4.000 organizzazioni e oltre 277.000 stakeholder connessi. L’impatto è evidente anche a livello territoriale e settoriale: i partenariati industriali hanno formato in media il 26% della forza lavoro, mentre quelli regionali hanno migliorato l’incontro tra domanda e offerta di competenze nel 93% dei casi. Tuttavia, persistono criticità.

Sanità globale, l’UE rilancia contro le pandemie

Non solo solidarietà, ma una strategia di difesa collettiva. Al vertice “One Health” di Lione, l’Unione europea ha annunciato un massiccio piano di investimenti per affrontare le minacce sanitarie globali e prepararsi alle crisi future. Il Commissario Jozef Síkela ha illustrato un pacchetto che tocca i principali fronti della medicina. Cuore dell’intervento è il sostegno al Global Fund, impegnato nella lotta contro HIV, tubercolosi e malaria: Bruxelles prevede 700 milioni di euro per il triennio 2027-2029, con 185 milioni disponibili già nell’immediato. Il contributo rafforza il ruolo del “Team Europe”, che supera i 3 miliardi complessivi, con l’obiettivo di salvare vite e sostenere i sistemi sanitari dei Paesi più fragili. Parallelamente, cresce l’attenzione verso la resistenza antimicrobica, emergenza silenziosa che in Europa causa già 35.000 morti l’anno. Senza interventi, potrebbe arrivare a 10 milioni di decessi globali entro il 2050. Per contrastarla, l’UE stanzia 46,5 milioni destinati a rafforzare laboratori, diagnosi e sistemi di sorveglianza, soprattutto in cooperazione con l’Africa. Spazio anche alla ricerca: altri 50 milioni finanzieranno innovazione medica, con 30 milioni per nuovi antibiotici e 20 per malattie tropicali come la dengue, sempre più diffuse.
Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni



di Alessandro Cianfrone
Ceo di Aprinternational

Il prossimo 21 maggio si terrà a Roma la IV Edizione dell’Annual International Meeting AIM2026, organizzata da Confprofessioni e APRI International. Qui convergeranno diverse componenti del Sistema Paese per costruire una visione condivisa dell’export italiano. Un acceleratore di relazioni, dove il ruolo dei liberi professionisti sarà valorizzato nella sua piena dimensione sistemica. Da non perdere
Nel quadro delle nuove trasformazioni che ridefiniscono gli equilibri dell’economia globale, il rafforzamento della presenza internazionale dell’Italia, oltre a essere una funzione chiave delle imprese e delle politiche pubbliche, trova ulteriore sostegno nella visione sistemica, integrata e multilivello dei liberi professionisti. Oggi, la loro expertise è la vera leva strategica ad alto moltiplicatore, funzionale a raggiungere l’obiettivo del Piano Export e di consolidare la competitività del Sistema Paese nei mercati globali. La IV Edizione dell’Annual International Meeting AIM2026, organizzato da Confprofessioni e APRI International, rappresenta un momento di sintesi avanzata di questa evoluzione in cui le competenze della libera professione, si pongono al centro del dialogo tra imprese e istituzioni quale infrastruttura immateriale dell’internazionalizzazione. La complessità normativa in continuo sviluppo e la competizione tecnologica ridefiniscono i professionisti come attori strategici e trasversali nella definizione e implementazione delle traiettorie di crescita internazionale.
Nella cornice di Palazzo Rospigliosi, il 21 maggio alle ore 14:00 il mondo delle Istituzioni dedicate all’internazionalizzazione ed i liberi professionisti si incontreranno per sostenere questa ambizione sistemica. L’apertura sarà dedicata allo scenario geoeconomico e alle politiche pubbliche, e non mancheranno interventi su focus tematici che coinvolgono le figure apicali degli strumenti del Sistema Italia. È questa la filosofia che ali-
menta l’AIM uno spazio dialogue avanzato, volto a integrare livelli diversi di analisi e di azione, in cui vengono elaborate traiettorie concrete di sviluppo e rafforzamento del Piano Export Italia. A seguito della firma congiunta per la Dichiarazione d’Intenti con il MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), Confprofessioni ed APRI International svolgono una funzione di intermediazione qualificata, traducendo le linee strategiche in soluzioni operative per le imprese. La competenza e il networking transazionale del libero professionista interviene, esamina e accompagna l’impresa, soprattutto le PMI, che rappresentano il 98% del tessuto imprenditoriale italiano, lungo l’intero ciclo dell’internazionalizzazione: dall’analisi dei mercati target alla strutturazione giuridico-fisca-
le delle operazioni, dalla gestione del rischio alla progettazione di modelli di business sostenibili. La cooperazione economica è un processo complesso, ma non complicato, fatto prevalente da individui con una forte propensione allo sviluppo, ed è in questo nuovo spazio cooperativo che si innesta l’AIM.
L’AIM2026, a sostegno del Piano Export, si integra nel quadro più ampio della diplomazia economica, dove istituzioni, imprese e professionisti operano in modo sinergico, in incontri transazionali in cui emergono significativamente le opportunità di impresa che riguardano l’imprenditoria italiana che intende affacciarsi e stabilirsi nei mercati esteri. Grazie al supporto dei principali strumenti dal Sistema Italia: ICE, SIMEST, CDP

e SACE, le PMI possono contare su un gruppo coeso di istituzioni pronte a entrare in gioco per rafforzare la presenza dell’Italia su scala globale. SACE, in qualità di export credit agency, offre coperture assicurative, garanzie finanziarie e strumenti di gestione del rischio, consentendo alle imprese di operare sui mercati esteri riducendo l’esposizione a rischi commerciali e politici. SIMEST, società del Gruppo CDP, interviene invece lungo tutto il ciclo dell’internazionalizzazione attraverso finanziamenti agevolati, partecipazioni al capitale e supporto all’export credit, accompagnando le imprese dalla fase di ingresso nei mercati fino all’espansione produttiva. CDP svolge una funzione di regia strategica, configurandosi come istituto nazionale di promozione che coordina tali strumenti in una logica integrata


Antonio Tajani, Vicepresidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
di “one-door”, mentre ICE agisce sul piano operativo e commerciale, offrendo promozione, assistenza e presenza diretta nei mercati esteri grazie alla rete di promozione delle eccellenze nazionali.
A questa architettura strategica si affianca la direttrice in continua crescita: il Piano Mattei, che sviluppa una logica di partenariato, potenziamento condiviso e co-progettazione con i Paesi partner. L’integrazione tra Piano Export Italia e Piano Mattei trova proprio nell’AIM2026 un punto di sintesi in contino avanzamento. Il contributo dei relatori del focus internazionale evidenzia una proiezione concreta verso macroaree strategiche come l’Africa. In particolare, con la realizzazione del progetto pilota FIK FRIENDSHIP Italia Kenya in
collaborazione con il Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Sociale. Un laboratorio operativo di internazionalizzazione avanzata, in cui cooperazione economica, trasferimento di competenze e sviluppo sostenibile convergono in un modello replicabile. Il Med-Or, l’Artico e l’area ASEAN rappresentano ulteriori direttrici ad alto potenziale individuate dal Sistema Paese, che si integrano in una visione multilivello dell’internazionalizzazione. AIM2026 si configura, dunque, come un vero e proprio hub strategico, in cui le diverse componenti del Sistema Paese convergono per costruire una visione condivisa dell’export italiano. Un momento di sinergia strategica e un acceleratore di relazioni, in cui il ruolo dei liberi professionisti viene riconosciuto e valorizzato nella sua piena dimensione sistemica. ■
Da sinistra: Luigi Carunchio presidente di Apri International, Alessandro Cianfrone, ceo di Apri International durante un incontro con le istituzioni kenyote a Nairobi


53 scadenze in un mese: il termometro reale della semplificazione fiscale. La riforma avviata dal Governo ha avuto alcuni meriti. Ma la promessa più ambiziosa – rendere il rapporto tra Stato e contribuente più lineare, prevedibile e sostenibile –non è ancora realizzata
C’è un dato che vale più di molti slogan: nel solo mese di aprile il fisco italiano chiama contribuenti, imprese e professionisti a confrontarsi con 53 appuntamenti tra adempimenti, versamenti, comunicazioni e scadenze collegate. È un numero che merita attenzione non soltanto per il suo impatto operativo, ma per ciò che rappresenta simbolicamente. Perché se la semplificazione fiscale è stata indicata come uno degli obiettivi prioritari della stagione riformatrice in corso, allora il calendario di aprile restituisce un’immagine assai diversa: quella di un sistema ancora denso, frammentato e fortemente burocratizzato.
Nel dettaglio, si concentrano in poche settimane termini relativi al collegamento dei Pos con i registratori telematici, adesioni alla cosiddetta rottamazione quinquies, certificazioni uniche dei lavoratori autonomi, liquidazioni periodiche, versamenti Iva, ritenute, imposte sostitutive, comunicazioni varie e scadenze societarie come l’approvazione dei bilanci.
Chi vive quotidianamente la materia sa bene che il problema non è soltanto il numero delle scadenze, ma la loro stratificazione, la diversità delle procedure, la molteplicità degli intermediari coinvolti, i continui rinvii interpretativi e la necessità di rincorrere aggiornamenti spesso diffusi a ridosso dei termini. In altre parole: il sistema non è ancora semplice. È, al massimo, amministrato. La riforma fiscale avviata dal Governo ha avuto alcuni meriti, tra cui quello di tentare una ricognizio-

ne normativa in un contesto da anni segnato da sovrapposizioni e incoerenze. Ma la promessa più ambiziosa – rendere il rapporto tra Stato e contribuente più lineare, prevedibile e sostenibile – non può dirsi ancora realizzata.
Molti testi unici oggi in lavorazione rischiano infatti di tradursi in una mera raccolta ordinata di norme esistenti, senza incidere davvero sul peso amministrativo che grava su famiglie, imprese e professionisti. Ed è qui che il ruolo del commercialista torna centrale. Il
commercialista non è un semplice esecutore di adempimenti. È il presidio tecnico che traduce norme complesse in comportamenti corretti, che previene errori, che accompagna imprese e cittadini nel rapporto con il fisco.
Se il sistema regge, lo si deve spesso al lavoro silenzioso degli studi professionali. Per questo da tempo insistiamo su un punto molto concreto: serve un accesso strutturato e preferenziale dei professionisti agli uffici dell’Agenzia delle Entrate.
Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma di una misura di efficienza pubblica. Un singolo professionista preparato può definire rapidamente pratiche che, in assenza di assistenza tecnica, generano decine di accessi
improduttivi, tempi lunghi e disorientamento del contribuente. Su questo terreno, nonostante i frequenti richiami istituzionali al dialogo e alla collaborazione, i risultati percepiti dagli operatori restano modesti.
Lo stesso vale per altri temi che continuano a pesare sul quotidiano: le cosiddette sanzioni indirette derivanti da errori formali, i ritardi nei chiarimenti interpretativi, la disomogeneità territoriale di alcune prassi applicative, l’assenza di un vero calendario fiscale stabile e razionale. La recente modifica dell’articolo 2407 del codice civile, pur significativa per il tema della responsabilità dei sindaci, non esaurisce certo l’elenco delle priorità della categoria né quello delle urgenze del sistema tributario.
Occorre allora riportare il confronto su un piano concreto. La semplificazione non si misura nei comunicati, ma nelle ore di lavoro risparmiate, nei costi amministrativi ridotti, nei contenziosi evitati, nella serenità restituita a chi produce reddito e occupazione. Dal nostro punto di vista, alcune misure dovrebbero essere affrontate con urgenza.
Primo: concentrare le principali scadenze in finestre temporali razionali, evitando sovrapposizioni e micro-adempimenti distribuiti durante tutto l’anno.
Secondo: introdurre un vero canale professionale dedicato tra intermediari abilitati e Agenzia delle Entrate, con tempi certi di risposta.
Terzo: sterilizzare o ridurre le sanzioni in presenza di violazioni meramente formali prive di danno erariale.
Quarto: rendere strutturale un sistema di interpelli e chiarimenti rapidi, accessibili e uniformi su tutto il territorio nazionale.
Quinto: avviare una revisione del linguaggio normativo e dei modelli dichiarativi, oggi troppo spesso ostili perfino agli addetti ai lavori.
Sesto: prevedere una reale tregua fiscale nei periodi di maggiore concentrazione delle scadenze.
Se aprile richiede 53 appuntamenti con il fisco, il problema non è aprile. Il problema è il modello. Ed è su quel modello che bisogna finalmente intervenire. ■


Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
La novità è finalizzata alla liquidazione dell’IVA dovuta dal contribuente in base a ciò che si deriva dalle informazioni disponibili per il fisco. In sostanza, prima dell’eventuale controllo approfondito sulla posizione del contribuente, l’omissione dell'imposta non viene lasciata impunita ma richiesta subito incrociando le informazioni disponibili
Una delle principali novità della manovra per il 2026 riguarda l’introduzione di una nuova previsione all’interno del DPR 633/72, in materia IVA (nello specifico trattasi del nuovo articolo 54-bis.1), che consente una sorta di accertamento automatizzato in caso di omessa dichiarazione IVA (ovvero di dichiarazione presentata “in bianco”, vale a dire senza dati).
La previsione è anzitutto singolare, perché non trova corrispondenza in analoga disposizione ai fini delle imposte sui redditi: in termini pratici, in caso di omessa
dichiarazione sia IVA che redditi, mentre nella prima ipotesi il legislatore introduce un nuovo meccanismo accertativo, nella seconda nulla cambia.
Ricordiamo comunque che le casistiche di omessa dichiarazione sono già severamente colpite in entrambi i settori, essendo autorizzato il c.d. “accertamento induttivo puro”, ossia il controllo fondato su qualsiasi elemento presuntivo ritrovato dal fisco, pur se privo dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.
Ai fini IVA però, senza pregiudizio di tale incisiva azione accertativa, viene introdotto un controllo prioritario a monte, di tipo automatizzato, finalizzato semplicemente alla liquidazione dell’IVA dovuta dal contribuente in base a ciò che si deriva dalle informazioni disponibili per il fisco (fatture elettroniche, corrispettivi, Lipe prodotte).
In sostanza, prima dell’eventuale controllo approfondito sulla posizione del contribuente, l’omissione IVA non
viene lasciata impunita e il fisco richiede subito l’imposta che si determina dall’incrocio delle informazioni disponibili e che di fatto sarebbe stata liquidata dal contribuente con la sua dichiarazione.
Trattasi di una novità di sicuro rilievo, che deve essere opportunamente gestita sul piano procedurale, dovendo conoscere le implicazioni e le tempistiche di risposta, con relativa possibilità sia di far presente elementi a proprio vantaggio (che potranno essere considerati per ridurre l’imposta liquidata), sia di accettare il quantum determinato dall’amministrazione finanziaria, con riduzione delle sanzioni dovute e possibilità di pagamento rateale (mentre il legislatore per tale casistica ha escluso a priori la compensazione con eventuali crediti disponibili per il contribuente). Un futuro provvedimento andrà a disciplinare gli aspetti “di contorno”, ma gli aspetti caratteristici sono già delineati e possono essere analizzati. ■
di Isabella Colombo
Estendere l’assistenza pediatrica fino alla maggiore età vuol dire garantire continuità di cure in un periodo molto delicato e complesso della crescita. Ma anche rendere più sostenibile un sistema che il calo delle nascite mette in crisi


Calano le nascite e aumentano i problemi in adolescenza, una fase della vita oggi segnata da difficoltà e fragilità che qualche decennio fa non immaginavamo. Il cambiamento stride con l’odierna organizzazione della medicina di base: il passaggio dal pediatra al medico di famiglia è spesso disorganizzato e si traduce in un gap di cure che fa dell’adolescenza una “terra di mezzo” dell’assistenza, una fase ad alta complessità clinica e sociale che il Servizio sanitario nazionale intercetta in modo frammentato. Per questo da più parti si propone di estendere l’assistenza dei pediatri fino ai 18 anni dei pazienti. Così da garantire continuità e sostenibilità del sistema.
In Italia, l’assistenza del pediatra di libera scelta è garantita fino ai 14 anni di età. Può essere prolungata fino ai 16 solo in casi specifici, come in presenza di patologie croniche e situazioni particolari, per continuità terapeutica. Dai 14 anni si passa al medico di medicina generale, una figura nuova per il paziente e che si trova a essere improvvisamente il suo referente per la salute in una fase molto delicata, quella in cui l’effetto “chiusura a riccio” è la norma.
«Così gli adolescenti restano la terra di mezzo dell’assistenza sanitaria, proprio nella fase in cui aumentano fragilità e bisogni di salute» spiega Antonio D’Avino, Presidente nazionale FIMP (Federazione italiana medici pediatri), che ha portato il tema al 52° Congresso nazionale sindacale della Federazione. «Estendere la fa-
scia di competenza della Pediatria di famiglia fino ai 18 anni aprirebbe nuove importanti prospettive a tutela del benessere dei ragazzi e delle famiglie».
L’adolescenza è un passaggio complesso, caratterizzato da vulnerabilità biologiche, psicologiche e sociali, in cui si concentrano fragilità emotive, difficoltà identitarie e comportamenti a rischio. «Oggi la transizione alla medicina dell’adulto è spesso disorganizzata e può tradursi in discontinuità assistenziali e abbandono dei percorsi di cura», continua l’esperto. «Il pediatra di famiglia è il riferimento più adeguato: conosce il paziente fin dall’infanzia, intercetta precocemente i segnali di disagio e accompagna la crescita anche sul piano educativo e relazionale».
Non si tratta di un tema nuovo, ma oggi assume un’urgenza diversa. «Da anni la Pediatria di famiglia porta avanti questa proposta in sede istituzionale, ma per migliorare realmente l’attuale modello di presa in carico degli adolescenti è necessario prevedere il coinvolgimento di più attori», dice ancora D’Avino. «Alla luce dei nuovi bisogni di salute e dei cambiamenti demografici, l’estensione fino ai 18 anni non è più solo una proposta di categoria, ma una risposta strutturale a una criticità evidente del sistema da attuare però in piena sinergia e condivisione con la Medicina generale».
UN NUOVO RUOLO
I pediatri sono le figure più adatte a occuparsi degli adolescenti anche perché, al momento, sono
quelle più disponibili: il calo della natalità sta ridisegnando il fabbisogno assistenziale sul territorio. «Ciò rende il ruolo della Pediatria ancora più strategico. Meno nascite non equivalgono a meno bisogni perché cambia la natura della domanda di salute. Aumentano le fragilità dell’adolescenza, i disturbi psicologici e dell’umore, i comportamenti a rischio, i disturbi alimentari, il ritiro sociale e le patologie croniche come l’obesità», spiega l’esperto. «Tutti segnali di una crescente complessità dell’età adolescenziale che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi di sottovalutare. In questo scenario, estendere l’assistenza fino ai 18 anni significa valorizzare competenze già presenti, rafforzare la continuità assistenziale e contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario»
La Federazione chiede adesso che il tema possa trovare spazio già nell’atto di indirizzo del nuovo Accordo Collettivo Nazionale (ACN) per il triennio 2025-2027 della Pediatria di libera scelta. Già anni fa, la SIP, Società italiana di pediatria, aveva proposto di garantire assistenza pediatrica fino ai 18 anni su tutto il territorio nazionale, evidenziando che oggi, in molte regioni, anche i reparti ospedalieri non sono uniformi nell’accoglienza degli adolescenti.
Indagini congiunte di SIMEUP (Società Italiana di Medicina di Emergenza e Urgenza Pediatrica), SIP e SIPO (Società Italiana di Pediatria Ospedaliera) hanno documentato significative disuguaglianze nella gestione degli adolescenti nei

reparti pediatrici e di emergenza, evidenziando che molti ospedali non accolgono i minori fino a 18 anni in reparti dedicati, una criticità assistenziale da affrontare. «Il punto non è se estendere o meno la presa in carico» conclude D’Avino. «Ma come farlo in modo strutturato, garantendo continuità assistenziale e una piena integrazione con la medicina generale. La nostra proposta va esattamente in questa direzione. Non si tratta di una semplice estensione anagrafica, ma di una riorganizzazione coerente con i bisogni reali degli adolescenti. Proprio in queste ultime settimane stiamo lavorando insieme ai medici di Medicina generale per mettere a terra degli strumenti pratici che possano coadiuvare e snellire la transizione dall’età adolescenziale e quella adulta». ■

In Italia, non esistono realtà regionali che abbiano esteso in modo sistematico la Pediatria di Famiglia fino ai 18 anni. Tuttavia, alcune esperienze regionali stanno andando nella direzione di un ampliamento della presa in carico pediatrica, soprattutto in risposta a criticità organizzative. In particolare, in alcune realtà del territorio lombardo, la carenza di medici di medicina generale ha portato a un’estensione di fatto delle fasce di competenza della pediatria, con una maggiore permanenza degli assistiti in carico ai Pediatri di Famiglia anche oltre i limiti ordinari.
Si tratta di soluzioni adattive, realizzate grazie alla collaborazione virtuosa con i medici di medicina generale, non di un modello strutturato. Se guardiamo all’Europa, il quadro è eterogeneo. In diversi Paesi, tra cui Francia, Gran Bretagna, Olanda, Polonia e Svezia, la presa in carico pediatrica si estende fino ai 18 anni, garantendo maggiore continuità assistenziale, in linea con la definizione di minore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questo dimostra che un modello più esteso è non solo possibile, ma già operativo in contesti comparabili al nostro. ■


Con l’arrivo della primavera aumentano i pollini e con essi i sintomi della rinite allergica, spesso confusi con un semplice raffreddore. Una condizione diffusa che incide su qualità della vita e produttività, soprattutto in ambienti chiusi come gli uffici. Tra diagnosi tardive e impatto economico, emerge la necessità di maggiore consapevolezza e di politiche urbane più attente alla salute di Sara Napolitano
primi pollini nell’aria e quella frizzante aria mattutina, in primavera, sono un mix micidiale per chi soffre di allergie. Ma anche per chi pensa di stare bene. Proporzionalmente alle allergie di stagione cresce, infatti, anche il numero delle diagnosi mancate: è molto frequente sottovalutare il problema scambiando i sintomi di una rinite allergica con quelli del solito raffreddore di stagione dovuto al cambio delle temperature.
Il fenomeno ogni anno interessa milioni di persone e può incidere significativamente sulla qualità della vita. Non solo di chi lavora fuori a contatto con pollini di alberi, graminacee ed erbe spontanee che causano starnuti, congestione nasale, prurito agli occhi, tosse e difficoltà respiratorie. Ma anche di chi la primavera la trascorre in ufficio, dietro una scrivania, ed erroneamente pensa che l’aria indoor sia più salubre di quella esterna.
CAMBIAMENTI IN ATTO
In Italia, la rinite allergica interessa circa il 25% della popolazione secondo i dati del progetto ARIA (Allergic Rhinitis and its Impact on Asthma), il riferimento internazionale principale sul tema: la reazione infiammatoria provocata da sostanze comuni come pollini, acari, epiteli o muffe impatta sulla qualità di vita ma non sempre è riconosciuta in tempo e gestita in modo strutturato. Lo ha dimostrato, con una nuova survey, AAIITO, l’Associazione Allergologi Immunologi Italiani Territoriali e Ospedalieri. L’ente, in collaborazione con l’associazione pazienti Respiriamo Insieme APS e il contributo di F.I.R.M.A., ha appena av-
viato la campagna “Scatti di Rinite: le smorfie che non fanno ridere” per mettere in luce, attraverso l’obiettivo del fotografo Giorgio Galimberti, una condizione comune ma poco conosciuta e offrire uno sguardo intimo e reale sulla vita dei pazienti.
Oggi, le persone con una diagnosi, controllano le mappe dei pollini prima di uscire (sul sito messo a disposizione dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), fanno smart working nei giorni peggiori, cambiano orari di allenamento se praticano sport all’aperto. Mentre chi confonde i sintomi dell’allergia con quelli di un comune raffreddore si trova ad affrontare senza strumenti né consapevolezza mesi di fastidi, con conseguente calo di energie e concentrazione.
Rete Italiana di Monitoraggio Aerobiologico

«Dalla nostra survey condotta sui medici di medicina generale, emergono ancora ritardi diagnostici» spiega Francesco Murzilli, Presidente AAIITO. «Risulta prioritario rafforzare la formazione per garantire il riconoscimento precoce della patologia e una più stretta sinergia tra medico di medicina generale e specialista».
Sempre secondo i dati ARIA, la prevalenza della rinite allergica è aumentata del 10% tra i giovani (18-30 anni) e del 15% tra i bambini (0-14 anni) negli ultimi 5 anni. I motivi? L’incremento di inquinanti atmosferici e i cambiamenti climatici che anticipano e prolungano la stagione dei pollini. «La patologia può avere un impatto significativo anche sulla produttività oltre che sul benessere generale delle


persone», afferma Riccardo Asero, Specialista in Allergologia e Immunologia Clinica e già Presidente
AAIITO. «Basti pensare che, secondo gli ultimi dati ARIA, in Europa i costi diretti della patologia vanno da circa 160 a 550 € all’anno per paziente, mentre i costi indiretti, per i non trattati, possono superare i 2.400 €. Un impatto che è anche economico quindi, oltre che umano e sociale». Per costi indiretti si considerano quelli relativi alla perdita di produttività: giorni di lavoro persi e presenza al lavoro con rendimento ridotto, spesso per un’intera stagione.
Ogni ambiente di lavoro presenta caratteristiche specifiche che ne influenzano la qualità dell’aria in funzione delle sue componenti strutturali e del numero di persone che ospita.
«Ma è importante sapere che la qualità dell’aria indoor dipende da tanti fattori e non è sempre più salubre di quella esterna» spiega Sandra Frateiacci, presidente di FederAsma e Allergie ODV.
Al contrario, senza appositi strumenti di purificazione, negli ambienti interni come un ufficio si concentrano tutti gli inquinanti esterni, comprese sostanze come i pollini, mixati a tutto ciò che troviamo solo all’interno e che va dal respiro delle persone alle esalazioni dei materiali di costruzione e di arredo, dalle sostanze chimiche legate ai prodotti per le pulizie ai materiali utilizzati per le produzioni specifiche della tipologia di lavoro, come per esempio il toner della stampante. «Riuscire ad ab-
battere la presenza di allergeni vuol dire lavorare nelle condizioni di salute ottimali» continua la presidente. «E diminuire l’assunzione di farmaci che possono avere effetti collaterali come sonnolenza e diminuzione dell’attenzione, causa di una minore efficienza dell’attività lavorativa e, nei casi più gravi di allergia, determinare assenze dal lavoro».
Per diminuire la concentrazione di pollini negli ambenti interni è utile implementare le pulizie di superfici e pavimentazioni, rimuovere eventuali tappeti, lavare frequentemente le tende e i materiali di stoffa presenti negli arredi, installare zanzariere fitte alle finestre per filtrare l’ingresso di pollini e usare, quando possibile, tecnologie di filtrazione dell’aria efficienti. ■

Èfondamentale non sottovalutare i sintomi e imparare a gestire la propria allergia in modo consapevole. «Una diagnosi corretta, l’aderenza alla terapia e alcune semplici precauzioni quotidiane possono ridurre significativamente l’impatto della malattia sulla qualità della vita» afferma Mario Picozza, Presidente di Federasma e Allergie ODV che questa primavera ha stilato un decalogo ad hoc.

1. Valutare con lo specialista i possibili sintomi di una rinite perché non sia confusa con un semplice raffreddore ricorrente.
2. Informarsi sulla concentrazione pollinica nella propria zona per prevenire l’esposizione nei giorni più critici.
3. Limitare l’esposizione nelle ore di maggiore concentrazione dei pollini, in genere le prime del mattino e nel tardo pomeriggio.
4. Arieggiare gli ambienti interni solo la sera o dopo la pioggia, quando la concentrazione di pollini nell’aria è più bassa.
5. Utilizzare occhiali da sole e mascherine perché contribuiscono a ridurre il contatto diretto con i pollini.
6. Lavare frequentemente mani, viso e capelli: aiuta a rimuovere i pollini accumulati durante la giornata.
7. Pulire con regolarità gli ambienti interni e utilizzare, se possibile, sistemi di filtrazione dell’aria e zanzariere.
8. Consultare sempre il medico soprattutto in caso di tosse persistente, respiro sibilante o difficoltà respiratorie. ■
Esistono vari accorgimenti per tenere i pollini fuori dalla finestra e dal proprio apparato respiratorio (vedi altro box) ma sono soprattutto le politiche ambientali a determinare l’inversione di rotta attraverso il ripensamento del verde urbano. Le scelte di pianificazione delle città incidono direttamente sulla diffusione delle allergie: alcune specie vegetali, soprattutto quelle impollinate dal vento, producono grandi quantità di polline altamente allergenico e possono aumentare l’esposizione
della popolazione. In passato, anche per ridurre la manutenzione, si è spesso privilegiata la piantumazione di specie ornamentali molto diffuse ma ad alta produzione pollinica, contribuendo così alla concentrazione di allergeni nelle aree urbane. Oggi, i cambiamenti climatici stanno allungando e intensificando le stagioni dei pollini, e l’inquinamento atmosferico ne aumenta l’aggressività e la concentrazione, amplificando l’impatto sulla salute. Per questo gli esperti indicano la necessità di
Importanti suggerimenti e approfondimenti sulla qualità dell’aria indoor sono messi a disposizione dall’Istituto Superiore di Sanità nell’area del sito web dedicata alla qualità dell’aria. All’ambiente ufficio, infatti, è dedicato l’ultimo Rapporto Iss “Rapporti Istsan 25/15 – qualità dell’aria indoor negli uffici:
progettare il verde urbano in modo più consapevole, privilegiando specie meno allergeniche e integrando la gestione del verde nelle politiche di salute pubblica.
In Italia, l’Ispra ha fornito raccomandazioni che non sono ancora passate alla fase pratica delle politiche urbane come avviene già, invece, in alcune città europee: Parigi, per esempio, ha sviluppato strumenti per classificare le piante in base al potenziale allergenico e utilizza indicatori come l’Indice allergenico urbano (IUGZA) per guidare le nuove piantumazioni con l’obiettivo di ridurre l’esposizione ai pollini nelle aree più frequentate. Barcellona ha avviato il monitoraggio avanzato dei pollini urbani e Berlino ha emanato linee guida municipali che raccomandano la scelta di specie arboree meno allergeniche e la diversificazione per evitare concentrazioni di pollini. ■
strategie di monitoraggio degli inquinanti chimici e biologici”, pubblicato a settembre 2025. Il documento, liberamente consultabile, indica dettagliatamente le diverse fonti di inquinanti indoor, come vernici e colle degli arredi, detergenti e disinfettanti che rilasciano sostanze chimiche nell'aria, funghi filamentosi, allergeni e batteri che proliferano in ambienti umidi, emissioni di bioeffluenti e odori provenienti dall'aria espirata dagli occupanti. ■

di Carlo Valente
Progettare e organizzare gli spazi in cui l’uomo vive, lavora e si relaziona. Questa la missione dell’architetto fin dalle sue origini. Obiettivo: dare risposte concrete ai mutamenti della società e alle sue nuove esigenze


La figura dell’architetto accompagna la storia della civiltà umana fin dalle sue origini, svolgendo un ruolo essenziale: progettare e organizzare gli spazi in cui l’uomo vive, lavora e si relaziona. Nel corso dei secoli l’architettura si è adattata ai mutamenti della società e delle tecnologie, rispondendo a numerose esigenze pratiche, politiche e religiose. Dalle prime mura di fango fino alle moderne metropoli, l’architetto ha sempre contribuito a dare forma al mondo civilizzato, unendo competenze tecniche e visione culturale. Le prime grandi espressioni architettoniche si svilupparono in Mesopotamia (odierno Iraq), dove nacquero le prime città organizzate di cui si abbiano notizie. Qui l’architettura era strettamente legata al potere politico e religioso. Le ziggurat, celebri costruzioni a gradoni, rappresentavano il centro spirituale delle città e il collegamento tra il piano umano e il divino.
Tra gli esempi meglio conservati si ricorda la ziggurat di Ur, dedicata al dio Nanna. In questo contesto l’architetto non era ancora una figura distinta, si tratta di un funzionario spesso religioso, esperto di costruzioni e materiali, responsabile della realizzazione di opere complesse. In Egitto l’architettura raggiunse livelli straordinari di precisione e monumentalità. Le piramidi, i templi, le grandi opere giunte fino a noi dimostrano una conoscenza avanzata di varie tecniche costruttive e di geometria. Tra le figure più importanti ricordiamo Imhotep, tradizionalmente considerato il primo architetto della storia, progettista della piramide a gradoni di Saqqara per
conto del Faraone Zoser. In Egitto l’architetto era uno scienziato e un funzionario, incaricato di realizzare edifici non solo utili ma anche destinati a durare nel tempo e a simboleggiare la potenza del regno. Nel mondo greco l’architettura fu caratterizzata da armonia, proporzione e riflessione teorica. I templi venivano progettati secondo principi di proporzione ed equilibrio, espressi negli ordini dorico, ionico e corinzio. L’architetto greco non era soltanto costruttore, ma un pensatore della forma, impegnato a tradurre in architettura un ideale di bellezza basato su misura e razionalità.
La civiltà romana ampliò questi concetti, sviluppando un’architettura fortemente orientata alla funzionalità e all’ingegneria. L’uso del cemento, degli archi e delle volte permise la costruzione di opere imponenti come acquedotti, strade, anfiteatri e terme. Tra le figure più importanti si ricorda Vitruvio, autore del trattato De architectura in cui egli si rivolgeva all’Imperatore definendo i principi fondamentali dell’architettura: solidità, utilità e bellezza. In questo contesto l’architetto divenne un tecnico altamente specializzato, capace di progettare infrastrutture complesse al servizio della società.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la tradizione architettonica proseguì nell’Impero Romano d’Oriente, dove si sviluppò l’architettura detta “bizantina”. Edifici come la basilica di Santa Sofia di Costantinopoli mostrano una concezione dello spazio, caratterizzata dall’uso della cupola (di

cui i Romani erano maestri) e dalla ricerca di effetti luminosi e simbolici. L’architetto qui assumeva un ruolo legato alla dimensione spirituale, creando ambienti destinati a rappresentare il sacro. Nel frattempo, altre civiltà elaboravano tradizioni architettoniche autonome. Negli imperi mesoamericani, come Maya e Aztechi, sorsero città complesse con piramidi, templi e spazi cerimoniali, spesso integrati con l’ambiente naturale.
In Cina, l’architettura si sviluppò secondo i principi di simmetria e armonia con l’universo. Tra le figure più importanti si ricorda Kuai
Xiang, a cui l’Imperatore Yongle affidò la progettazione della Città Proibita, uno dei complessi palaziali più celebri del mondo e grande esempio di pianificazione urbana e simbolismo imperiale. Una svolta decisiva si verificò nel Rinascimento, quando la figura dell’architetto si affermò come quella di un intellettuale. Grazie allo studio dei modelli classici e allo sviluppo della prospettiva, architetti come Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti contribuirono a ridefinire la disciplina, unendo teoria e pratica. L’architettura divenne così un’arte fondata su principi scientifici e su una visione consapevole dello spazio.
LA SVOLTA CON PALLADIO Nel XVI secolo l’architettura conobbe uno dei suoi momenti più alti con l’opera di Andrea di Pietro della Gondola, noto come Andrea Palladio, figura centrale del Rinascimento italiano. Attivo soprattutto a Vicenza, contribuì a trasformare la città in un modello architettonico di riferimento, tanto da essere considerata una vera capitale dell’architettura.
Le sue ville e i suoi palazzi, ispirati all’armonia dell’antichità classica, si distinsero per equilibrio, proporzione e chiarezza formale. Attraverso i suoi progetti e il trattato I quattro libri dell’architettura, Palladio influenzò profondamente l’architettura europea e moderna. Le sue opere e il suo stile ebbero così successo nel Nuovo Mondo che il Presidente Jefferson considerò i suoi trattati di architettura la sua “Bibbia” e promosse lo stile palladiano come modello per l’identità architettonica americana.
Tra l’età moderna e contemporanea l’architettura ha conosciuto profonde trasformazioni grazie allo sviluppo di nuovi materiali e tecnologie. L’introduzione dell’acciaio e del cemento armato ha reso possibile la costruzione di edifici sempre più complessi, mentre l’architetto è divenuto un professionista capace di affrontare problemi tecnici, ambientali e sociali, contribuendo alla pianificazione degli spazi urbani e al miglioramento della qualità della vita. Ancora oggi l’architetto svolge un ruolo fondamentale nella progettazione degli spazi e nello sviluppo delle città. La lunga storia dell’architettura di-
mostra la sua capacità di evolversi insieme alle civiltà, mantenendo la sua funzione essenziale: rispondere ai bisogni dell’umanità e dare forma al mondo civilizzato. Oggi questa responsabilità si estende anche alla tutela dell’ambiente e alla gestione sostenibile delle risorse. L’architettura contemporanea è infatti chiamata a progettare edifici efficienti, città più vivibili e spazi capaci di armonizzarsi con la natura, contribuendo alla transizione ecologica e alla costruzione di un futuro più prospero. ■

di Claudio Plazzotta
Preservare la personalità di un individuo in formato digitale, anche dopo la sua morte, grazie ad algoritmi che, elaborando tutti i dati contenuti nelle nostre tracce digitali, riescono a simulare lo stile conversazionale e i pattern del linguaggio del defunto. Nasce così un deadbot tanto fedele all’originale da dare l’illusione all’utilizzatore di stare realmente parlando con qualcuno dall’aldilà. Un business che sta facendo gola a molti in tutto il mondo. Ma che richiede una normativa rigorosa e mirata
C’è chi si batte per essere dimenticato, per il diritto all’oblio, sempre più complesso da tutelare soprattutto nel mondo digitale. C’è invece chi, approfittando degli sviluppi dell’Intelligenza artificiale, lavora per strutturare al massimo il cosiddetto mercato dell’immortalità.
Il desiderio della vita eterna, lo sappiamo, da sempre affascina e spaventa gli esseri umani. Ed è un po’ dalla notte dei tempi che si studiano pratiche per rallentare o arrestare l’invecchiamento biologico, con terapie genetiche, criopreservazione, protesi bioniche, trasferimento della mente e della coscienza degli individui in supporti digitali, rendendo possibile una forma di esistenza indipendente dal corpo fisico. Tutte queste strade, tuttavia, non hanno ancora portato a risultati concreti, e non sono, al momento praticabili.
Come però mostra un interessante studio condotto da Eurispes, esiste una via, già adesso operativa e commercializzabile su larga scala: la cosiddetta Digital immortality
Ovvero, si preserva la personalità di un individuo in formato digitale, anche dopo la sua morte, grazie a un combinato disposto di algoritmi di machine learning, che, elaborando tutti i dati contenuti nelle nostre tracce digitali (e-mail, foto, video, vocali, post sui social), riescono a simulare lo stile conversazionale e i pattern del linguaggio del defunto. «Il risultato», sottolinea il rapporto Eurispes, «è un agente virtuale, interattivo, un deadbot che appare tanto fedele all’originale da

dare l’illusione all’utilizzatore di stare realmente parlando con qualcuno dall’aldilà».
La cosa interessante è che questo comparto di business, emergente ma con enormi potenzialità, è al momento popolato soprattutto da tantissime piccole società, start up che operano in un ambiente senza regole, dove spicca un vuoto normativo che andrebbe colmato al più presto. Si pensi, ad esempio, alle forme di pricing per questi servizi: di solito si chiede un abbonamento. Quindi non si paga
per un prodotto una tantum, di cui si acquisisce proprietà e possesso, ma se ne compra l’accesso per un periodo prestabilito, una settimana, un anno, e in mancanza del pagamento dell’abbonamento, il servizio viene interrotto. Ovviamente, vista la particolarità del servizio offerto, è chiaro che in questo mercato si creerebbe una sorta di fedeltà disfunzionale al servizio alimentata dal dolore, poiché i clienti continuerebbero a pagare per timore di una seconda perdita, per il bisogno di una continuità affettiva.
E se poi il papà, il nonno o il figlio defunti fossero usati per consigliare l’acquisto di brand ad altri componenti, vivi, della famiglia? In Cina, dove la industry dalla Digital immortality è a uno stadio più avanzato di sviluppo, i deadbot sono già venduti attraverso piattaforme generaliste di e-commerce. E le pratiche funerarie sono sempre più spesso digitalizzate, col defunto che, in ologramma, parla agli astanti durante la cerimonia o dalla lapide, inquadrando un codice QR. Ma sul mercato si possono comunque intercettare già ora tante aziende che offrono servizi di Digital immortality: dalla coreana DeepBrain alle statunitensi HereAfter AI, Character AI, StoryFile, You only virtual, Project December, Seance AI, fino alla cinese Silicon intelligence, la israeliana SafeBeyond, la britannica DeadSocial.
Quanto può costare un abbonamento? HereAfter AI, negli Stati Uniti, chiede 3,99 dollari al mese per la versione base (solo testo,
a volte riproduzione vocale sintetica), per arrivare a 7,99 dollari al mese per la versione premium (riproduzione vocale e immagini animate personalizzate), mentre You only virtual prevede una tariffa unica di 9,99 dollari al mese. In altri casi, invece, si paga un importo una tantum per avere direttamente accesso a una versione premium: dai 499 dollari richiesti da StoryFile fino ai 10-12 mila dollari nel caso di DeepBrain AI che è specializzata nella realizzazione di avatar straordinariamente realistici.
Questa nuova industry della Digital immortality trova terreno fertile in una società occidentale che negli ultimi decenni è molto cambiata. Ad esempio, il cyberspazio è già molto presente e pervasivo nell’esistenza di tutti noi: stiamo
è popolato soprattutto
da piccole società, start up che operano in un ambiente senza regole. Un vuoto normativo che andrebbe colmato
vivendo una sorta di condizione onlife, in cui dimensione analogica e digitale si compenetrano in maniera inestricabile. Con realtà che esistono solo in digitale ma che sortiscono effetti nella vita reale (per esempio i codici QR).
Pure le relazioni sociali sono sempre più mediate, con la prossimità fisica che non è sempre necessaria e non è comunque sinonimo di vicinanza affettiva, grazie ai social network, alle piattaforme di dating, alle community online. E proprio per questo il pensiero di relazioni tra vivi e defunti potrebbe pericolosamente assomigliare a pratiche di connessione online già esistenti tra vivi.
Anche il rapporto con la morte e coi morti si è molto evoluto da un punto di vista culturale: si è passati, secondo Eurispes, da un allontanamento da sé della morte e dei morti, segregati in luoghi lontani, con un profondo distacco affettivo, un andare oltre, fino a un nuovo millennio nel quale, invece, si ribalta il paradigma. I morti sono onnipresenti, si tengono anche in casa, in urne cinerarie, i legami non si spezzano, si trasformano in connessioni continue, anche grazie ai video, alle migliaia di foto. Le anime non sono più altrove, ma vegliano sui vivi.
ASPETTI LEGALI E NORMATIVI
Perché, allora, i deadbot preoccupano? Un tema cruciale è quello legislativo: quale giurisprudenza si applica alla Digital immortality? Di chi è la proprietà di questi “resti digitali”? Chi ha diritto a usarli? E’ ovviamente necessario un consenso, un’ autorizzazione della

persona defunta, che tuttavia potrebbe non essere pienamente consapevole delle conseguenze e delle implicazioni che la propria “risurrezione digitale” potrebbe avere in futuro.
Un secondo tema rilevante è la sfera psicologica degli utilizzatori: la presenza digitale del defunto potrebbe interferire col processo naturale di elaborazione del lutto, con una simulazione duratura, ambigua e potenzialmente invasiva.
Una terza questione ha a che fare direttamente con coloro che desiderano essere replicati digitalmente e con le ripercussioni che questa scelta può avere sul modo in cui questi soggetti gestiscono le loro relazioni sociali in vita, sapendo che, comunque, anche da morti, potranno continuare a
interagire attraverso i deadbot. Se è possibile che chi interagisce con un deadbot possa cadere nel tranello di parlare con qualcuno dall’aldilà, è decisamente plausibile che ci sia pure chi pensa che, in futuro, quando sarà morto, avrà ancora l’occasione di parlare con qualcuno che si trova nell’aldiquà.
Questo significa che la Digital immortality potrebbe alimentare nelle persone la credenza di avere una seconda chance; una seconda possibilità per “rimettere a posto” le cose, per confessare segreti, per fornire spiegazioni che non si è stati in grado di dare in vita.
Insomma, una materia davvero complessa ma che si dovrà assolutamente affrontare per tempo, evitando una deflagrante esplosione senza regole. ■

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di Giorgio Maresca
Oggi l’intelligenza artificiale è diventata un valido strumento anche per i Cyber criminali esponendo aziende e lavoratori autonomi a nuovi rischi.
Proteggersi in modo adeguato è un dovere per tutti.
Studi professionali compresi


C'è una guerra silenziosa che si combatte ogni giorno nei computer degli studi professionali italiani: quella della Cybersecurity, il cui esito dipende sempre di più da una tecnologia che molti associano ancora solo a chatbot e assistenti virtuali: l'intelligenza artificiale.
La vera novità degli ultimi anni non è tanto l'aumento degli attacchi informatici, quanto il fatto che sia i criminali sia chi si difende usano l'AI per combattere questa battaglia. Avvocati, commercialisti, medici, ingegneri e consulenti del lavoro si trovano così al centro di un conflitto tecnologico per il quale, spesso, non sono preparati.
I numeri rendono la posta in gioco concreta. Nel 2024 sono stati registrati nel mondo 3.541 attacchi gravi, con un aumento del 27,4% rispetto al 2023. In Italia gli incidenti sono cresciuti del 15,2%, arrivando a quota 357. Il nostro Paese, che rappresenta solo lo 0,7% della popolazione mondiale e l'1,8% del PIL globale, stando ai dati forniti dal Rapporto Clusit 2025, ha subìto circa il 10% degli attacchi registrati a livello internazionale.
Gli studi professionali sono obiettivi particolarmente attraenti per i cybercriminali: gestiscono dati riservati e sensibili (dichiarazioni fiscali, pratiche legali, cartelle cliniche), ma spesso dispongono di sistemi di protezione meno robusti rispetto alle grandi aziende. Eppure le conseguenze di un attacco possono essere pesanti. Oltre ai danni economici per
ripristinare i sistemi o per i giorni di stop dell'attività, c'è soprattutto il rischio reputazionale: se i dati di un cliente finiscono in mani sbagliate, la fiducia che ha riposto nello studio può svanire per sempre.
Più porte di comunicazione si aprono (e-mail, sito web, WhatsApp, chatbot e canali social), più si allarga la “superficie” esposta agli attacchi.
Alzare la soglia di attenzione per prevenire il più possibile attacchi cyber diventa quindi strategico anche per uno studio professionale. Soprattutto ora che l'intelligenza artificiale ha cambiato le regole del gioco anche per i criminali, offrendo loro uno strumento in più.
L'impatto lo si può vedere nelle email di phishing. Immaginate di ricevere un messaggio che sembra provenire dal vostro cliente più importante: parla di un progetto in corso, cita un appuntamento recente e usa esattamente il suo tono. Nessun errore di italiano, nessuna stranezza. È l'AI che ha studiato le sue vecchie email e ha generato un messaggio praticamente perfetto. Un fronte ancora più preoccupante sono gli agenti AI: programmi autonomi che possono navigare su Internet, aprire file, inviare email o interagire con i software gestionali al posto vostro.
Questi agenti possono essere ingannati con tecniche come la prompt injection (istruzioni malevole nascoste in documenti o pagine web che l'agente elabora),
capaci di dirottarne il comportamento. Secondo OWASP (Open Worldwide Application Security Project, fondazione no-profit globale che opera per migliorare la sicurezza del software), la prompt injection è la vulnerabilità critica numero uno nei sistemi AI, presente nel 73% dei sistemi in uso reale analizzati durante gli audit di sicurezza. È come assumere un collaboratore bravo ma ingenuo: capisce le vostre istruzioni, ma non distingue sempre tra le vostre regole e i comandi nascosti nei documenti che elabora.
C'è poi il pericolo di fuga involontaria di dati: quando caricate un contratto riservato su una piattaforma AI per farne un riassunto, quei dati finiscono sui server del fornitore. Prima di usare questi strumenti con documenti dei
clienti, verificate sempre le condizioni sulla privacy e la conservazione dei dati.
Quali strategie mettere in atto per ridurre al minimo i rischi? La regola d'oro è non esporre mai dati sensibili grezzi all'AI: anonimizzateli sempre, sostituendo nomi, codici fiscali e riferimenti specifici. Preferite versioni enterprise degli strumenti (quelle con garanzie contrattuali sulla riservatezza), applicate il principio del minimo privilegio (ogni strumento accede solo a ciò che gli serve) e mantenete sempre una supervisione umana sull'output. Anche su WhatsApp e sui social è fondamentale attivare la verifica in due passaggi e verificare le richieste urgenti con un canale alternativo, come una telefonata.

La buona notizia è che la stessa intelligenza artificiale può diventare un alleato potente per la difesa. A differenza dei vecchi antivirus, che riconoscevano solo le minacce già conosciute, gli algoritmi di machine learning imparano a riconoscere comportamenti sospetti anche di attacchi mai visti prima, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale. Per le email, sistemi di analisi del linguaggio esaminano non solo le parole, ma anche lo stile di scrittura, il senso di urgenza e la coerenza con le comunicazioni passate. È come avere un assistente esperto che legge ogni messaggio in arrivo e vi avvisa: «Questo sembra strano, non cliccare». Sul fronte della risposta agli incidenti, gli agenti AI difensivi possono monitorare la rete 24 ore su 24, individuare movimenti sospetti e isolare automaticamente la parte compromessa, prima che il danno si propaghi.
Soluzioni su misura per lo studio Oggi esistono soluzioni pensate proprio per studi professionali, che proteggono i tre punti più critici. Per la posta elettronica, i moderni sistemi di filtraggio usano l'AI per bloccare phishing e allegati pericolosi, verificando anche l'autenticità del mittente tramite protocolli standard come DMARC, DKIM e SPF — sigilli digitali che impediscono ai criminali di fingersi il vostro dominio. Per il sito web, strumenti come Cloudflare (rete globale progettata per rendere i siti web più sicuri, veloci e affidabili), che disponibile anche in versione gratuita, funzionano come un buttafuori digitale: filtrano il traffico malevolo e bloccano gli

attacchi più comuni. Per l'infrastruttura informatica complessiva, i servizi di sorveglianza e risposta gestita (in inglese MDR, Managed Detection and Response), permettono di tenere tutto sotto controllo senza bisogno di personale IT dedicato. Piattaforme integrate come TeamSystem Cybersecurity consentono di gestire email, sito, password e infrastruttura da un unico pannello, con un'interfaccia accessibile anche senza competenze tecniche.
La cybersecurity non è solo una questione tecnica: è anche un obbligo normativo. Il GDPR (General Data Protection Regulation, il regolamento UE in vigore dal 25 maggio 2018 che disciplina il trattamento dei dati personali), si applica anche ai liberi professionisti, che in
quanto titolari del trattamento dei dati sono responsabili della loro protezione. In caso di violazione, la notifica al Garante Privacy è obbligatoria entro 72 ore. L'EU AI Act, con scadenza agosto 2026 per i sistemi ad alto rischio, introduce inoltre regole precise sulla resilienza dei sistemi AI contro manipolazioni esterne. Per essere in regola è necessario fare controlli periodici sulla conformità e aggiornare le misure di sicurezza nel tempo.
L'AI può essere un ottimo alleato, ma introduce anche rischi nuovi che vanno gestiti con equilibrio. Non è né il problema né la soluzione magica: è uno strumento. Il suo valore, come per ogni strumento, dipende da chi lo usa e da quanto ha capito come funziona davvero. ■
di Matteo Durante

Stando ai dati dell’ultimo rapporto European Workforce Study, solo il 43% dei dipendenti italiani considera la propria azienda un ottimo luogo di lavoro. Un dato che consegna all’Italia la maglia nera della classifica, dietro a Cipro (53%), Polonia (47%) e Grecia (44%)

Echissà in quale metà campo vi schierate, voi che state leggendo? In quella dei lavoratori felici, che considerano il proprio ufficio un buon posto in cui lavorare o in quella degli scontenti che vogliono andarsene? Se vi collocate in quest'ultima categoria, sappiate che non siete soli. Anzi. Fate parte di un'ampia maggioranza, visto che, secondo la prima edizione del rapporto European Workforce Study 2025, stilato a livello europeo da Great Place to Work, su 25mila lavoratori in 19 Paesi europei, solo il 43% dei dipendenti italiani considera la propria organizzazione un ottimo luogo di lavoro. Un dato che dà al Bel Paese la maglia nera della classifica, dietro anche a Cipro (53%), Polonia (47%) e Grecia (44%).
UN SISTEMA IN AFFANNO
Stando all'indagine a incidere in modo decisivo sul livello di soddisfazione sono cinque elementi chiave: il rispetto nel trattamento quotidiano, un equilibrio sostenibile tra vita professionale e personale, la presenza di un clima psicologicamente sereno, la coerenza nei comportamenti della leadership e una retribuzione percepita come equa. E quindi, non ritenendo soddisfatti questi criteri, il 57% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani mostra segni di insoddisfazione, frustrazione, disaffezione rispetto a quanto è chiamato a fare.
Nel complesso posiamo dire che l’immagine evidenziata dal report firmato da Great Place to Work è quella di un sistema-lavoro in affanno: «Il dato va inquadrato nella situazione mondiale, dove le
persone che lavorano sono globalmente infelici e insoddisfatte», commenta Chiara Bisconti, consulente per le risorse umane, esperta di lavoro agile.
«E ciò è spiegabile con la profonda trasformazione che sta avvenendo nel mondo del lavoro, che ne sta cambiando tutti gli schemi di riferimento. Certo, il dato italiano è più alto, lavoratrici e lavoratori sono più insoddisfatti, e ciò si spiega con l’arretratezza della cultura organizzativa nel nostro paese e con i salari bassi». Il tema della soddisfazione si intreccia inevitabilmente con quello della produttività, uno dei nodi storici del sistema Italia.
PRESENZA E CONTROLLO
E in Italia, da sempre, il lavoro viene misurato in ore. Minuti passati in ufficio, sotto uno sguardo – reale o percepito – di controllo. Un modello che oggi mostra tutti i suoi limiti, ma che da noi resiste con una sorprendente tenacia: «L’arretratezza culturale parte proprio dalla gestione del tempo», osserva Bisconti. «Lavorare per obiettivi, a prescindere dal luogo e dal tempo in cui vengono raggiunti, non fa ancora parte della cultura manageriale italiana».
Il risultato è un cortocircuito evidente: si continua a premiare la presenza, anche quando non è sinonimo di produttività. Anzi: «Molti manager hanno ancora il mito della presenza, credono nella correlazione tra ore spese in ufficio e produttività; pensano che sia ancora valida l’utopia del controllo a vista. Le persone ovviamente patiscono questa situazione». Ma que-

sto approccio basato sul controllo, molto diffuso nel tessuto diffuso delle imprese italiane, è indice di scarsa fiducia. E la scarsa fiducia genera disimpegno, il disimpegno riduce i risultati e la bassa produttività porta a rafforzare i meccanismi di controllo, in un circolo vizioso difficile da spezzare.
Il confronto con altri contesti europei, sotto questo profilo è inevitabilmente avvilente. Nei Paesi nordici, restare alla scrivania oltre l’orario è spesso interpretato come inefficienza organizzativa, non come dedizione. Un ribaltamento semantico prima ancora che operativo. Perché negli uffici italiani non si riesce a fare questo salto? «È un tema di sviluppo di competenze manageriali», risponde Bisconti. «Il tessuto industriale
italiano è fatto di piccole o piccolissime imprese, che hanno saperi tecnici profondi, ma bassissima conoscenza manageriale e scarsa attenzione alle dinamiche organizzative». Il nodo, quindi, non è solo economico. È culturale. E riguarda il modo in cui si guarda alle persone. «I loro bisogni non sono visti come leva su cui investire ma come un impedimento. Non si coglie la correlazione tra benessere e produttività». Una miopia che, alla lunga, si traduce in turnover, disaffezione, bassa motivazione e difficoltà a trattenere talenti.
Eppure, negli ultimi anni il linguaggio delle organizzazioni è cambiato: parole come work-life balance, wellbeing, flessibilità sono entrati stabilmente nei piani strategici, nei siti corporate, nei colloqui di
lavoro. Una trasformazione semantica evidente che, però, fatica a tradursi in comportamenti diffusi e quotidiani all’interno delle aziende italiane. «Facciamo un distinguo», puntualizza Bisconti: «anche in Italia molte grandi aziende hanno sviluppato una cultura manageriale che investe sul benessere delle persone.
I dati sul lavoro agile parlano chiaro e abbiamo tanti esempi di aziende, sia pubbliche che private, con ottime policies su benessere, gestione del tempo, attenzione alle persone. Il problema è che questa cultura non è ancora diffusa nel resto delle aziende italiane, che sono la maggioranza». Insomma: concedere qualche giorno di smart working non basta a trasformare davvero un’organizzazione. Il cambiamento richiesto è più profondo e riguarda i modelli di leadership, i criteri di valutazione, il livello di fiducia che si è disposti a riconoscere ai lavoratori.
FRATTURA GENERAZIONALE
Per molti dei quali, il lavoro continua ancora a essere uno spazio in cui dimostrare presenza, affidabilità, disponibilità. Una dimensione etico-simbolica che fagocita la produttività. E qui si apre una frattura generazionale sempre più evidente: da una parte i nuovi assunti che chiedono autonomia, flessibilità, fiducia; dall’altra chi continua, in forza di una certa anzianità professionale, a cercare rassicurazione nella prossimità fisica. «Le nuove generazioni hanno un rapporto con il lavoro sano», chiarisce Bisconti. «Ci entrano più disilluse rispetto alle generazioni precedenti, san-
no che la promessa "per sempre" non esiste più. Ma sono penalizzate da stipendi troppo bassi e situazioni spesso precarie. Le aziende italiane non solo devono adattare concretamente le loro policies alle nuove richieste delle persone più giovani, ma devono anche retribuirle equamente».
E allora, dietro l'insoddisfazione della stragrande maggioranza dei dipendenti italiani potrebbe celarsi l'invito a non considerare più il lavoro come un luogo, né come un orario. Ma come una relazione. Che, come tutte le relazioni, funziona solo se c’è equilibrio. Tra autonomia e responsabilità. Tra obiettivi e benessere. Tra performance e presenza. Il rischio, altrimenti, è continuare a pro-
porre modelli superati, mentre il mercato e i dipendenti più giovani si spostano altrove. Per intercettarli, manager e imprenditori devono cominciare «a lavorare sulla flessibilità oraria. Facendolo, accolgono uno dei bisogni primari delle persone: riappropriarsi del proprio tempo. Bisogno sentito particolarmente dalle donne, che hanno ancora il peso della vita familiare quasi completamente sulle spalle. La flessibilità oraria non necessita di investimenti, aumenta la produttività, rende felici le persone. La domanda che farei loro è: perché non avete ancora iniziato?», chiosa Bisconti. ■
Chiara Bisconti, consulente per le risorse umane ed esperta di lavoro agile

Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore
Nel primo trimestre del 2026 Fondoprofessioni segna un risultato di forte impatto: oltre 1.500 piani formativi approvati, per un valore complessivo di più di 2,3 milioni di euro. Un dato che evidenzia il boom dell’attività del Fondo e la crescente domanda da parte di studi professionali e aziende, sempre più orientati all’aggiornamento continuo. A trainare la crescita dei piani approvati sono soprattutto i training-voucher a catalogo (Avviso 02/26), confermandosi lo strumento più diffuso in particolare tra gli studi professionali. Parallelamente, i piani monoaziendali dell’Avviso 01/26 concentrano la quota maggiore di risorse, con quasi 1,5 milioni di euro, registrando una prevalenza di richieste relative alle competenze collegate alle Transizioni e alle soft skills.
Completano il quadro gli interventi one-to-one, realizzati anche sul posto di lavoro, che proseguono nel loro trend di crescita. Dal punto di vista territoriale emerge una distribuzione articolata: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto rappresentano una quota significativa, rispettivamente con il 16,4%, 17,5% e 9,3% dei contributi complessivi. Ma segnali positivi arrivano anche dal Centro e dal Sud, a conferma di una diffusione sempre più ampia degli strumenti del Fondo. Il trend complessivo racconta un sistema in espansione, in cui la formazione continua si consolida come leva strategica. In questa direzione, Fondoprofessioni annuncia nuove azioni dedicate agli studi professionali e alle aziende neo-aderenti, per ampliare la partecipazione e sostenere lo sviluppo delle competenze.

Cadiprof, i vantaggi con Salmoiraghi & Viganò e GrandVision

Nel 2026 si rinnova la collaborazione tra Cadiprof e le insegne di ottica Salmoiraghi & Viganò e GrandVision, confermando un pacchetto di agevolazioni pensato per gli iscritti e i loro familiari. L’accordo consente l’acquisto a condizioni vantaggiose di occhiali da vista, occhiali da sole e lenti a contatto presso i punti vendita aderenti, con sconti significativi rispetto ai prezzi di listino. Tra le principali opportunità spicca il 30% di riduzione sugli occhiali completi di lenti graduate e sulle sole lenti da vista. In presenza di promozioni, sono previsti extra sconti dedicati: 50 euro per le lenti progressive e 20 euro per quelle monofocali. Restano inoltre attivi il 20% sugli occhiali da sole, il 50% sulla seconda confezione di lenti a contatto e il 10% sui sostituti lacrimali. Novità dell’anno riguarda l’introduzione di condizioni dedicate agli occhiali di nuova generazione, come i modelli Nuance Audio e Ray-Ban Meta, che integrano funzionalità tecnologiche avanzate e soluzioni per il benessere visivo e uditivo. Prosegue infine il Bonus Prevenzione, valido nei negozi Salmoiraghi & Viganò, che prevede uno sconto fino a 100 euro, pari al costo della visita oculistica, a fronte di una spesa minima. Per accedere ai benefici è necessario registrarsi al portale dedicato e ottenere il voucher previsto dalla convenzione.
La protezione dei dati personali costituisce oggi una componente strutturale dell’organizzazione degli studi professionali. L’intensificazione dei flussi informativi, la digitalizzazione dei processi e l’utilizzo diffuso di strumenti tecnologici (cloud, software gestionali, interoperabilità dei dati) hanno ampliato significativamente l’esposizione ai rischi connessi al trattamento delle informazioni. In questo contesto, la formazione in materia di privacy assume un ruolo centrale: non un mero adempimento accessorio, ma leva organizzativa essenziale per garantire conformità normativa, gestione del rischio e tutela dei diritti degli interessati. Nel sistema delineato dal Ccnl degli Studi e Attività professionali, Ebipro prevede una misura dedicata al rimborso delle spese sostenute per la formazione in materia di privacy secondo un doppio schema di selezione e riconoscimento dell’offerta formativa a catalogo del fondo per la formazione continua del settore.


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Diffuse fin dai tempi dell’antico Egitto le raffigurazioni di uomini, donne e bambini si trasformano in atti artistici solo con l’avvento delle Avanguardie di inizio Novecento e della fotografia. Da allora in poi non conta più la posizione sociale, il potere o la ricchezza, ma la vita interiore del personaggio. La visita ad alcune mostre in corso questa primavera aiutano a capire la lunga evoluzione del ritratto nel tempo
di Romina Villa
Nella pagina a fianco: Andy Warhol Autoritratto in drag, 1981 Polaroid™ Polacolor 2, cm 10,8 x 8,6 Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.2932 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
l nobile Pietro Della Valle (15861652), raffinato scrittore e musicologo della Roma del Seicento, è passato alla storia anche per il suo famoso viaggio in Oriente, che durò più di un decennio e che intraprese a soli ventotto anni a causa di una cocente delusione d’amore. Almeno, così dicono le cronache del tempo. Della Valle arrivò come pellegrino in Terra Santa, ma poi proseguì il viaggio, raggiungendo la Persia, l’india e la penisola arabica. Imparò numerose lingue, sposò una fanciulla di Baghdad, studiò la letteratura di quei paesi lontani e visitò le rovine di città antiche e leggendarie, come Babilonia. In ambito storico-artistico è ricordato per essere stato il primo europeo a imbattersi nei celebri ritratti del Fayyum.
Nell’Egitto di epoca ellenistica e romana (I sec. a.C.-III sec. d.C.), alcune popolazioni greco-egiziane che abitavano nelle oasi, come quella di al-Fayyum, conservavano l’uso di mummificare i defunti e di ricordarli con ritratti dipinti su tavole di legno. Le centinaia di tavole ritrovate nella zona di al-Fayyum e oggi sparse nei più importanti musei al mondo, rappresentano i volti di bambini, giovani adulti e anziani, ritratti in maniera dettagliata e con particolare realismo. I colori brillanti si sono conservati per due millenni, grazie al clima secco di quelle zone, ma a colpire – ancora oggi – è l’intensità degli sguardi, frontali rispetto a chi osserva. Anche se gli studi dimostrano che molti dei ritratti seguono dei tratti standard, la resa delle fisionomie suggerisce l’alto livello di tecnica pittorica e sensibilità raggiunto allora in quei gruppi so-
ciali, sparsi tra il Nilo e il deserto. Della Valle portò in patria alcuni esemplari di queste mummie e le relative tavole ed oggi fanno parte delle collezioni del museo dell’Albertinum di Dresda.
Nel corso dei secoli, forme, soggetti e significati dei ritratti sono costantemente cambiati, seguendo l’evoluzione della società e la nascita di nuovi contesti. Nell’antichità i soggetti dei ritratti erano i defunti o le persone di altissimo
rango, come i faraoni nell’Antico Egitto, che erano divinizzati quando ancora erano in vita. La stessa posa ieratica si riconosce poi anche nelle opere marmoree della Roma antica. Le sculture, a busto intero o a mezzo busto, erano riservate a imperatori e a valorosi guerrieri, dei quali si celebrava il potere e le virtù, mentre alle persone comuni più abbienti erano riservate figure stilizzate sulle lastre tombali. Più avanti, in epoca medievale, gli artisti si concentrarono quasi esclusivamente sui soggetti

religiosi e bisognerà aspettare l’Umanesimo e il Rinascimento, ovvero quando l’umano ritornò al centro di tutto, per ritrovare l’arte del ritratto. Antonello da Messina, con la sua folgorante “Annunciata” (1475) umanizzò la Vergine e anticipò l’indagine psicologica che gli artisti metteranno in atto da lì in poi. Notabili del clero, nobili e i ricchi borghesi commissionavano i ritratti per sé e la propria famiglia per ostentare prestigio e potere. Dal Cinquecento in poi, cambieranno gli stili e le pose, ma il ri-
tratto sarà sempre la rappresentazione plastica dell’importanza sociale, economica o politica del soggetto. Solo a fine Ottocento e con l’avvento delle Avanguardie di inizio Novecento, ma anche della fotografia, il ritratto si trasformerà in un atto artistico. Non conta più la posizione sociale, il potere o la ricchezza, ma la vita interiore.
La visita ad alcune mostre in corso questa primavera, aiutano a capire la lunga evoluzione del ritratto nel corso del tempo.

A sinistra: Andy Warhol Ladies and Gentlemen, 1975
Edizione singola, extra (non numerata) Serigrafia su carta, cm 100 x 70 Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution
The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.2409
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Nella pagina a fianco uno dei ritratti in mostra a Palazzo Diamanti- Ferrara
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
ANTOON VAN DYCK A GENOVA
Antoon van Dyck (1599-1641) ha lasciato un’eredità tangibile a Genova e la città oggi lo celebra con una delle mostre, a lui dedicate, più importanti degli ultimi decenni. Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra è il titolo della mostra che ha aperto i battenti il 20 marzo a Palazzo Ducale, dove sono riuniti ben sessanta dipinti del pittore fiammingo, grazie anche ad eccezionali prestiti.
Van Dyck, nato e cresciuto ad Anversa, fu allievo di Rubens, che gli insegnò molto e che lo introdusse nel mondo delle commissioni importanti. Fu un pittore viaggiatore e il titolo di “europeo” gli è valso per la sua capacità di immergersi nella cultura dei paesi in cui visse, interpretandone ogni volta la mentalità e adattando la sua pittura ai differenti gusti dei committenti. In Italia giunse nel 1621 per compiere il suo viaggio di formazione, ma vi restò per ben sei anni.
Genova, fu a più riprese, la sua casa, ma visse anche per brevi periodi a Roma e viaggiò continuamente lungo la penisola per studiare l’arte italiana. Da Rubens acquisì l’arte del ritratto, che declinò in maniera personale, assecondando il suo talento naturale per questo genere di pittura.
La mostra, che si apre con lo straordinario autoritratto che eseguì a quindici anni, indaga sulle tre grandi stagioni della sua carriera. Gli anni in patria, il periodo italiano, seguito dal suo altrettanto importante soggiorno in Inghilterra, impiegato presso la corte


Anton van Dyck, Autoritratto, inv. RH.S.216, 1615 – 1617, olio su tavola, 36,5 × 25,8 cm; Rubenshuis, Città di Anversa
Anton van Dyck, Ritratto di una dama genovese, forse Maria Chiavari Durazzo, 1626 – 1627 ca., olio su tela, 237 × 150 cm; Roma, collezione Odescalchi
londinese di re Carlo I. La retrospettiva non segue un percorso cronologico, ma è distribuita in dodici sezioni che corrispondono ad altrettanti temi e ambiti della sua produzione, con un continuo confronto tra soggetti simili, ma realizzati in momenti diversi della sua carriera. La mostra fa luce anche su uno dei periodi più brillanti e floridi della città, che a cavallo tra il XV e il XVI secolo ricoprì il ruolo di una della capitali finanziarie e culturali d’Europa. Insieme alla mostra, sono stati sviluppati itinerari alla scoperta dei luoghi di van Dyck in città e di quel periodo d’oro, appunto, che lo storico spagnolo Martìn definì “el siglo de los genoveses”. Fino al 19 luglio.

Anton van Dyck, Studio per il ritratto di una donna genovese, 1623 – 1624, olio su carta applicata su tavola, 33 × 27 cm; collezione privata europea

A FERRARA TORNA ANDY WARHOL
Si intitola Ladies and Gentlemen la nuova mostra che si è aperta a Ferrara nella sede espositiva di Palazzo Diamanti dedicata all’arte pop di Andy Warhol, cinquant’anni dopo la prima spettacolare retrospettiva ferrarese sul geniale artista di Pittsburgh, che aveva trovato a New York il terreno fertile per rivoluzionare il ritratto contemporaneo. La mostra di allora era stata un punto di svolta, perché Warhol, era ritornato a dipingere dopo un decennio in cui si era dedicato ad altre forme di comunicazione, come il cinema e la letteratura.
Dopo aver riprodotto in serie i volti di personaggi noti, con l’ausilio della serigrafia, decise di concentrarsi su volti anonimi, in parti-
Andy Warhol Autoritratto, 1986
Acrilico e inchiostro serigrafico su tela, cm 203,6 x 193,6
Monaco, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, collezione Udo e Annette Brandhorst, UAB 598 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Sala espositiva mostra Ladies and Gentlemen di Palazzo Diamanti Ferrara © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

colare quelli di sconosciute drag queen e e di rappresentanti degli ambienti queer. La prima sezione della mostra di oggi è un omaggio a quella del 75/76 ed è dedicata proprio a Warhol, con l’esposizione di documenti e filmati d’archivio che restituiscono la memoria di eccezionali eventi, come l’arrivo dell’artista in città, avvenuto il 25 ottobre 1975.
Sono 150 i ritratti presentati, tra acrilici, serigrafie e polaroid per celebrare l’artista che ha anticipato i tempi e che ha affrontato temi che si intrecciano ancora oggi con il nostro presente, come l’identità di genere e la sovraesposizione mediatica. Fino al 19 luglio. ■


Parafrasando Goran Bregovic e non senza una buona dose di (auto)ironia l’architetto novarese Enrico Ferraris dice che ultimamente le creazioni artistiche che animano la sua seconda vita di pittore sono richieste soprattutto in occasione di nozze e pensionamenti. Ma la realtà è ben diversa.
di Roberto Carminati

Per una volta la ricerca di un filo rosso che unisca il lavoro quotidiano di un libero professionista e la sua passione più o meno segreta - come da prammatica ne Le Affinità Elettive - non richiede particolari sforzi d’immaginazione né granché tempo. Fra la specializzazione da architetto con regolare iscrizione all’albo 26 anni orsono e l’attività parallela di pittore del novarese classe 1972 Enrico Ferraris il legame c’è ed è ben visibile. «Sono occupazioni complementari», ha detto, «e fra il seguire un progetto e il dedicarmi a un quadro non esiste per me alcuna differenza significativa.
La distanza sta piuttosto nel fatto che l’arte è ancora fortunatamente libera e il solo vincolo è dato dalla capacità di trasmettere e rende-


re comprensibile un determinato contenuto o messaggio. Invece, in architettura la creatività rimane, ma troppo spesso è schiacciata dagli obblighi della burocrazia».
Ferraris è altresì designer e scultore e ha accennato al suo impegno come creatore di modelli per orologi di lusso e non di rado di mastodontica stazza. La forma espressiva da lui prediletta non è neppure in senso stretto quella della pittura poiché le sue opere integrano tecniche variegate - pennelli, spazzole e spatole, spray, coltelli - ed elementi eterogenei.
Ovvero materiali (metallici) da recupero e ritagli di giornale e persino erbe di campo oltre alle classiche vernici. È d’altra parte a una creazione multi-materica di questo tipo che a poco più di vent’anni ha goduto dei primi importanti riconoscimenti di respiro nazionale. «Mi interessa», ha spiegato, «lavorare sulla percezione e quindi sulle infinite possibilità di leggere e interpretare un’opera. Con il quadro Fireworks sono perciò partito dalla rielaborazione di una fotografia scattata durante una festa popolare calabrese a ragazzi che osservavano lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Volti e ambienti sono stati ricreati con un collage e a seconda delle distanze dalle quali la si osserva - è una tela da 163 x 208 centimetri - la visione che si ha dei soggetti e dei dettagli anatomici cambia in toto».
È stato questo il punto di partenza di un percorso che ha condotto Enrico Ferraris a esporre in Italia
a Bologna e a Torino e Roma, in più di una circostanza nelle sale francesi del museo Réattu di Arles dove l’architetto si reca pure per altri motivi. Lo spinge l’indubbiamente non comune passione per la tauromachia che è diventata da un lato fonte di ispirazione storico-artistica con ricerche ad hoc; dall’altro occasione di incontro con altri creativi e galleristi internazionali.
«Come tutti», ha detto, «succhio e pesco ovunque: dalle vicende sentimentali quanto dalla cinematografia o dalla musica e dalle letture. Faccio delle robe (testuale, ndr) dietro alle quali si cela un continuo ragionamento, una narrazione, uno studio. C’è anche tantissima matematica pura, ma rieseguita in chiave figurativa». C’è quindi parecchio del metodo
e dell’approccio di Maurits Cornelis Escher nella riproduzione e rielaborazione di dieci corpi che si sovrappongono e intersecano nel tentativo (riuscito) di ingannare l’occhio, che in caso vede nella figura un assieme orgiastico; in un altro vi scorge invece un lager. È quello che accade nel lavoro che Ferraris ha voluto intitolare Dieci personaggi in cerca d’autore.
Enrico Ferraris si propone anche attraverso lo pseudonimo-anagramma di cerino - «qualcosa di umile e sostenibile ma potenzialmente incendiario» - e veicola i frutti del suo ingegno fra mostre personali ed esposizioni collettive. «Ma il passaparola», ha osservato, «funziona ancora benissimo e mi ha dato di recente l’opportunità

di confrontarmi con un genere warholiano al quale in precedenza non avevo pensato. Cominciando da linee tracciate con il gesso, acidi e tavole in ferro arrugginite e lavorate con un flessibile, cui ho sovrapposto una trama di rondelle metalliche, ho dato forma ai volti di Jimi Hendrix e David Bowie. Grande è stata la sorpresa nello scoprire che per una pura e fortunata casualità gli occhi del Duca bianco apparivano di colori diversi, come nella realtà». La musica è la miccia che accende la fantasia del Cerino anche quando - e ultimamente gli capita a più riprese - deve metterla al servizio di opere commissionate per feste di pensionamento, nozze e anniversari.
«La cosa», ha ironizzato, «mi fa sentire un po’ come l’autore di certi ritratti di famiglie patrizie e industriali dal gusto ottocentesco, ma mi ha consentito anche di produrre una delle opere (F.F.F.) che più amo e alla quale ho lavorato per oltre un anno. È il dono di un marito alla moglie al passaggio del mezzo secolo di età e racchiude, stilizzati, tutti i grandi amori della coppia: i figli, Venezia, i felini e i Depeche Mode, la letteratura. Ed è a sua volta multi-materica: vi ho impiegato rame e cemento, carta per i brani di canzoni e poesie, viti, bulloni, origano, erbe di Provenza. Ci sono le mani intrecciate di tutti i familiari e alla vista l’insieme continua a trasformarsi mettendo in luce via via dei dettagli inediti. Lo considero un buon esempio di quel che per me voglia dire il fare arte. È riuscire sempre a svelare qualcosa di nuovo da qualsiasi angolazione, sul modello del Guggenheim di Frank Gehry». ■
Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia






Con Rosa Elettrica – In fuga con il nemico, in arrivo l’8 maggio su Sky e Now, il crime italiano prova a rinnovarsi puntando su ritmo, tensione e personaggi meno prevedibili del solito. Al centro c’è Rosa Valera, interpretata da Maria Chiara Giannetta (star di Blanca), giovane agente alle prese con il suo primo incarico nel Nucleo Protezione Testimoni. Il compito sembra già complicato sulla carta: proteggere Cocìss, baby-boss della camorra appena diventato collaboratore di giustizia, interpretato da Francesco Di Napoli. Ma le cose si complicano rapidamente, trasformando la missione in una fuga continua, dove fidarsi diventa quasi impossibile. La serie costruisce così un racconto on the road teso e dinamico, in cui il rapporto tra i due protagonisti evolve passo dopo passo, tra diffidenza, necessità e una forma di alleanza forzata che tiene insieme tutto il racconto. Diretta da Davide Marengo e scritta da una writers’ room tutta al femminile, Rosa Elettrica prova a bilanciare azione e introspezione, lavorando soprattutto sulle fragilità dei suoi personaggi. Non tutto appare così originale, e qualche passaggio rischia di seguire schemi già visti, ma la serie promette di trovare la sua forza nell’energia dei protagonisti e nella capacità di mantenere alta la tensione. Un titolo solido, che potrebbe sorprendere chi cerca un crime più emotivo che spettacolare.
Dopo anni di attesa, rinvii e qualche turbolenza produttiva, Good Omens arriva finalmente al suo capitolo conclusivo. Il 13 maggio, su Prime Video, la serie saluta il pubblico con un episodio unico di durata cinematografica, una scelta che ha il sapore di un congedo intimo più che di un finale tradizionale. Al centro, ancora una volta, ci sono loro: Aziraphale e Crowley, interpretati da Michael Sheen e David Tennant, una delle coppie più riuscite della serialità recente. Angelo e demone, opposti per natura, ma legati da un affetto profondo per il genere umano. I due continuano così a muoversi in quell’equilibrio fragile tra ironia e malinconia che ha reso la serie così amata. Nata come miniserie tratta dal romanzo di Neil Gaiman e Terry Pratchett, Good Omens ha trovato nel tempo una propria identità, espandendo il racconto iniziale e costruendo un universo narrativo sempre più personale. Questo finale, inevitabilmente, porta con sé aspettative alte e una certa dose di nostalgia. Più che sulla salvezza dall’Apocalisse, però, sembra concentrarsi sui legami, sulle scelte e su quel sottile confine tra bene e male che la serie ha sempre trattato con leggerezza e intelligenza. Resta da vedere se riuscirà a chiudere davvero il cerchio, ma una cosa è certa: sarà difficile dire addio a due personaggi ultraterreni che, nonostante tutto, si sono rivelati così umani.
Pedro Almodóvar torna a casa con Amarga Navidad, in arrivo nelle sale italiane il 21 maggio, e lo fa nel modo più personale possibile. Dopo le recenti incursioni internazionali, il regista spagnolo rientra nel suo territorio creativo con un film che ha il sapore dell’autoritratto, mescolando memoria, finzione e riflessione sul proprio mestiere. Al centro c’è Elsa, regista pubblicitaria segnata dalla perdita della madre, ma la sua storia si intreccia con quella di Raúl Durán, cineasta in crisi creativa: due figure che finiscono per specchiarsi l’una nell’altra, dando vita a un racconto stratificato, quasi un gioco di scatole cinesi. Più che seguire una trama lineare, il film sembra si lasci attraversare da emozioni, sguardi e momenti sospesi, in cui la musica e i silenzi raccontano quanto le parole non riescono a dire. Almodóvar torna così ai suoi temi più cari - il dolore, il desiderio, la creazione artistica - ma lo fa con uno sguardo che sembra rivolto anche a sé stesso, senza filtri. Non tutto sembra perfettamente equilibrato e, a tratti, si avverte il rischio di indulgere nel proprio stile, ma quando il film trova la sua misura pare riuscire a colpire con grande sincerità. Amarga Navidad si presenta come un’opera complessa, forse non immediata, ma capace di restituire l’immagine di un autore ancora vivo, curioso, e disposto a mettersi sempre in discussione.
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Idi Giovanni Francavilla
nchiodata in una zona grigia della disciplina fiscale europea. L’Italia esce un po’ ammaccata dall’immagine scattata dagli ultimi dati Eurostat 2025. Il deficit pubblico al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia simbolica del 3%, non è un dettaglio statistico: è la sottile differenza tra la permanenza nella procedura per disavanzo eccessivo e il ritorno alla piena “normalità” di bilancio. Il debito, al 137,1% del Pil, completa il quadro di una traiettoria che migliora solo in apparenza: il disavanzo scende rispetto al 2024, ma troppo lentamente per cambiare regime. La lettura più benevola suggerisce continuità nella prudenza fiscale. Quella meno indulgente evidenzia invece una verità più scomoda: l’aggiustamento italiano è ancora ciclico, non strutturale. Il miglioramento del deficit è trainato più dalla crescita nominale e da entrate resilienti che da una vera compressione della spesa primaria. E il debito, lontano da un sentiero discendente credibile, continua a salire in valore assoluto. Le conseguenze non sono meramente tecniche. Restare sotto la procedura dell’Ue significa margini di bilancio compressi proprio mentre aumentano le pressioni: invecchiamento demografico, interessi sul debito in crescita, richieste di investimento in difesa e transizione energetica. In questo contesto, ogni manovra diventa un esercizio di sottrazione più che di scelta. Il rischio più evidente è quello della “trappola della mezzanità”: un Paese troppo solido per essere sotto stress di mercato, ma troppo indebitato per usare liberamente la politica fiscale come leva di crescita. Se le previsioni del Tesoro su un deficit al 2,8% nel 2026 si materializzassero, Roma potrebbe finalmente uscire dall’iter europeo per disavanzo eccessivo. Ma senza un miglioramento della crescita potenziale, il rientro sotto la soglia sarebbe poco più che un ritocco cosmetico. In altre parole, l’Italia rischia di scambiare una procedura per un vincolo autoimposto ancora più stringente: quello di una bassa crescita che rende il debito stabile solo per inerzia, non per scelta. POST SCRIPTUM
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