PRIMO PIANO
Una legge ambiziosa

PROFESSIONI
Crolla la fiducia dei professionisti
CULTURA Grazia Deledda, una voce universale
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PRIMO PIANO
Una legge ambiziosa

PROFESSIONI
Crolla la fiducia dei professionisti
CULTURA Grazia Deledda, una voce universale
PER LEGGERE L’ARTICOLO
(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)
Il Sistema Italia si allea con i professionisti di Mario Rossi
I facilitatori del sistema di Massimo Ianni
Conoscenza, asset strategico per l’export di Carolina Spera
Il confronto che fa crescere di Mateusz Rykala
Una legge ambiziosa di Diana Larenza
Global compact, un aiuto per gli studi di Laura Ciccozzi
Informazione, i social media dettano il passo di Claudio Plazzotta
Crolla la fiducia dei professionisti
di Camilla Lombardi
Agronomo, fotografia di una professione
di Andrea Sonnino, Alessia Negrini e Giulia Palma
È tempo di sfatare i falsi miti
di Sandra Vannoni
Fuga dalla toga
di Isabella Colombo
I contratti nell’era dell’IA
di Michele Tiraboschi
Infermieri, da criticità a svolta
di Isabella Colombo
Dacci oggi il nostro
pane quotidiano…
di Matteo Durante
Da Imhotep ai giorni nostri
di Carlo Valente
Grazia Deledda, una voce universale
che attraversa il tempo
di Romina Villa
Salone del mobile, motore economico del Made in Italy
di Carlo Bertotti
Dioniso e Sofia
di Roberto Carminati
L’Editoriale
di Marco Natali
News From Europe
a cura del Desk europeo di ConfProfessioni
Pronto Fisco
di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
Welfare e dintorni
Piccolo & Grande Schermo
di Giacomo Camelia
In Vetrina
in collaborazione con BeProf
Post Scriptum
di Giovanni Francavilla




Si laurea in Giurisprudenza nel 2015. Dopo l’abilitazione all’esercizio della professione forense, consegue l’LL.M. presso la Queen Mary University di Londra. Dal 2022 lavora nell’Ufficio studi e rapporti istituzionali di Confprofessioni, come responsabile del PNRR, dei fondi europei e degli incentivi alle imprese. Nel 2025 consegue il dottorato di ricerca in diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, con una tesi in materia di responsabilità sociale di impresa.
Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio con lode presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Dottore commercialista e revisore legale dei conti abilitato dal 2010, svolge la sua attività professionale tra Giulianova (TE) e L’Aquila (AQ) e ha iniziato la carriera in primari studi legali e tributari a Milano. Dal 2020 è Junior Partner di Studio Industria Srl e detiene la certificazione professionale
AJA Europe ISO 17024:2012. Dal 2021 ricopre il ruolo di Coordinatore Regionale dell’Abruzzo per l’Ungdec e ha frequentato il XII Master Tributario del Sole 24 Ore. È inserito nelle liste dei CTU contabili presso il Tribunale di Teramo, ricoprendo incarichi di curatore fallimentare e ausiliario del giudice per esecuzioni immobiliari, e collabora con Il Sole 24 Ore – Esperto Risponde dal 2014.
Vicepresidente e membro del Consiglio di Amministrazione della Zona Economica Speciale di Katowice. Si è laureato presso l'Università della Slesia di Katowice, ha conseguito un diploma post-laurea in gestione aziendale. Dopo la laurea, ha contribuito attivamente alla creazione della storia moderna di Sosnowiec, una città del Voivodato della Slesia. Ha ricoperto ruoli chiave, tra cui Presidente del Consiglio Comunale di Sosnowiec (2010-2014) e primo vicesindaco di Sosnowiec (2014-2017), e ha presieduto il Consiglio di Amministrazione del Fondo Regionale di Sviluppo Ambientale di Bielsko-Biała. Attualmente, è Responsabile della sottozona Sosnowiec-Dabrowa, che comprende aree industriali cruciali per l'economia della Slesia, tra cui Sosnowiec, Dabrowa Górnicza, Częstochowa, Jaworzno, e molte altre città chiave.
Presidente della Fidaf (Federazione italiana dottori in agraria e forestali); insegna Produzioni vegetali di qualità per il Corso di laurea in Scienze e culture enogastronomiche dell’Università Roma Tre. Ha lavorato presso l’Enea e la Fao, ha all’attivo oltre 150 pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali e nazionali. È socio ordinario dell’Accademia dei Georgofili, socio corrispondente dell’Accademia nazionale di agricoltura.
«Le imprese funzionano meglio se accompagnate non solo da ambasciate e consolati, ma anche da una rete di professionisti - commercialisti, avvocati, ingegneri, architetti, geologi - che conoscono territori e normative. Voi siete imprese a tutti gli effetti e la burocrazia non deve ostacolare lo sviluppo dell’export»
— Antonio Tajani, Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale



Iscritta all'Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Bologna e Principal e Practice Leader italiana presso Grassi a New York. Con più di 15 anni di esperienza fiscale e contabile internazionale lavora principalmente con clienti nei settori dell'architettura, della moda, della tecnologia e industrie manifatturiere e distributive. Ha conseguito il master in economia e diritto dell’Alma Mater Studiorum, Universita’ di Bologna ed è stata relatrice in vari seminari in Italia, parla correntemente francese e inglese ed è titolare del Dottorato Certificazione Commercialista ed Esperto Contabile in Italia. Prima di entrare in Grassi ha lavorato a New York presso uno studio di contabilità locale statunitense e italiano.
Ordinario di Diritto del lavoro. Direttore del Centro Studi DEAL (Diritto, Economia, Ambiente, Lavoro) presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Coordinatore scientifico di ADAPT, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi. Coordinatore dell’indirizzo giuridico del dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro promosso da ADAPT, MIUR, Università di Bergamo. Editorialista per Avvenire e Panorama. Direttore della rivista Diritto delle Relazioni Industriali e dell’E-Journal of International and Comparative Labour Studies.
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hanno collaborato
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di Marco Natali
«L'Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala. La domanda ora è come correggere questo squilibrio». Il discorso pronunciato da Mario Draghi il 14 maggio scorso ad Aquisgrana, in occasione del conferimento del Premio internazionale Carlo Magno 2026, ha la forma di una sfera di cristallo. Che corre pericolosamente verso il baratro. Mentre il mondo cambia velocemente sotto la pressione delle crisi
geopolitiche, economiche ed energetiche, l’Unione europea continua a mostrare tutti i limiti di una costruzione incompiuta: forte nella regolazione, debole nella visione politica; rigorosa nelle procedure, fragile nella capacità di decisione. Negli ultimi anni gli shock esterni si sono susseguiti con una frequenza senza precedenti. Dal 2020 in poi, pandemia, guerra in Ucraina, inflazione, crisi energetica e tensioni sulle catene globali di approvvigionamento, hanno progressivamente ristretto gli spazi per l’azione economica e sociale.
Non si è trattato di episodi isolati, ma di una trasformazione strutturale che ha colpito famiglie, imprese e professionisti europei. E il dato più preoccupante è che questi shock arrivano nel momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di investire come mai prima d’ora.
La transizione energetica, la rivoluzione digitale, la sicurezza comune, il rilancio industriale e la tutela del modello sociale europeo richiederebbero una straordinaria capacità di mobilitare risorse. Invece, molti Stati membri si trovano stretti tra debito pubblico elevato, crescita stagnante e margini fiscali ridotti. È qui che emerge la prima grande criticità dell’Unione europea: l’assenza di una vera politica economica comune, sottolinea Draghi. Esiste una moneta unica, ma non esiste ancora una governance capace di sostenere investimenti strategici condivisi con la stessa determinazione mostrata da Stati Uniti e Cina.
Il quadro internazionale è profondamente cambiato. Gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica industriale aggressiva e apertamente orientata alla tutela dei propri interessi nazionali. La stagione della globalizzazione senza confini è finita. Washington oggi incentiva il rientro delle produzioni strategiche, protegge le filiere interne e utilizza la leva pubblica per rafforzare la competitività americana. L’Europa, inve-
ce, continua troppo spesso a muoversi con lentezza, vincolata da procedure decisionali che mal si adattano alla rapidità degli scenari contemporanei. Anche la Cina non rappresenta più soltanto un partner commerciale. È diventata una potenza sistemica capace di condizionare mercati, tecnologie e catene produttive globali. In questo nuovo equilibrio mondiale, l’Europa rischia di trovarsi schiacciata tra interessi geopolitici più forti, senza aver ancora definito una propria autonomia strategica.
La verità è che l’Unione europea non era stata progettata per affrontare una fase storica di questa intensità. Il progetto europeo nasceva per impedire la concentrazione del potere e garantire stabilità dopo le tragedie del Novecento. Per questo motivo sono stati costruiti meccanismi complessi, fondati sulla mediazione continua e sulla ricerca del consenso.
Ma ciò che in passato era sinonimo di equilibrio, oggi rischia di trasformarsi in immobilismo. Le decisioni europee appaiono spesso tecnocratiche, lontane dalla percezione concreta di cittadini e imprese. La politica ha progressivamente ceduto spazio alla burocrazia, mentre la governance comunitaria fatica a parlare il linguaggio della crescita, del lavoro e della competitività. Non sono parole al vento quelle di Draghi. È un problema che riguarda direttamente anche il mondo delle professioni, che rappresenta una componente essenziale del tessuto produttivo europeo ma continua a essere esclusa da una visione strategica di lungo periodo.
Ovviamente è palese per tutti che bisogna affrontare le contingenze, assolutamente totalmente imprevedibili da un po’ di tempo a questa parte, con accelerazione dall’inizio del 2025. Si sta evidenziando un mondo dove tre/ quattro superpotenze stanno imponendo l’idea che, con la forza, si possano cambiare i destini di Paesi e popoli.
Lasciatemi dire, in questa situazione mi sembra quasi positivo che l’Europa non abbia una direzione comune, un decisore, e che mantenga le sue belle divisioni basate però sul diritto e su una secolare cultura. Ma tutto questo non può impedirci di guardare un po’ più lontano di Hormuz, e di progettare con visione prospettica tutte le azioni di impatto immediato o di risoluzione a medio termine.
L’Europa non può limitarsi a gestire le emergenze. Deve scegliere se diventare un soggetto politico ed economico capace di agire unitariamente oppure restare un grande mercato attraversato da interessi nazionali divergenti. Perché il rischio reale non è soltanto quello della stagnazione economica. Il rischio più profondo è la perdita di rilevanza politica in un mondo sempre più competitivo, selettivo e instabile.
Oggi più che mai, l’Europa ha bisogno di leadership, pragmatismo e coraggio decisionale. Senza una nuova stagione di integrazione politica ed economica, l’Unione rischia di arrivare impreparata alla sfida decisiva del nostro tempo: difendere il proprio modello di sviluppo in un ordine globale che non concede più margini all’incertezza.
Al contempo non possiamo perdere di vista l’orizzonte del futuro, delle giovani generazioni, anche per contrastare un modo di fare politica che, in modo plateale, mostra evidenti conflitti di interesse, logiche di arricchimento anche personale di chi ha in mano le leve decisionali. In questi casi l’unica opportunità è di essere resilenti con una grande impostazione etica, che sicuramente potrebbe comportare sacrifici, anche pesanti, nel breve termine, ma che la storia ha sempre alla lunga premiato, salvo, al contrario, assistere “alla caduta dell’impero” vero un periodo di “barbarie”, etica e culturale. NUMERO


I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione



A Roma l’Annual International Meeting 2026 sancisce il patto strategico tra Governo e Confprofessioni. Il Ministro Tajani: «Siete imprese a tutti gli effetti, basta barriere burocratiche»

di Mario Rossi
L’export italiano punta a traguardi ambiziosi e, per superare la complessa congiuntura geopolitica globale, sceglie di schierare in prima linea una nuova forza strategica: i liberi professionisti. È questo il messaggio centrale emerso dall’Annual International Meeting (AIM) 2026, l’evento promosso da Confprofessioni e ApriInternational che si è svolto a fine maggio nella prestigiosa cornice di Palazzo Rospigliosi a Roma.
L’incontro, giunto alla sua quarta edizione, si è confermato il fulcro del dibattito sulle strategie di internazionalizzazione del Paese, unendo istituzioni, esperti ed esponenti del mondo economico per tracciare la rotta della diplomazia economica del futuro.
LA STRATEGIA DEL MAECI
Ad aprire i lavori è stato il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, che ha annunciato la firma di un protocollo d'intesa cruciale con Confprofessioni. «Il mondo delle libere professioni è una risorsa straordinaria per il Paese», ha esordito il titolare della Farnesina, delineando una strategia governativa che mira a raggiungere l’obiettivo dei 700 miliardi di euro di export entro il 2027. Un traguardo realizzabile, considerando che le esportazioni valgono già oggi il 40% del PIL nazionale e continuano a registrare una crescita costante nonostante le tensioni internazionali e i dazi commerciali, come dimostrano i recenti successi nei mercati di India e Mercosur.
Per supportare concretamente il tessuto produttivo all'estero, Tajani ha annunciato una svolta operativa all'interno del ministero: «Abbiamo creato una direzione operativa attiva 24 ore su 24, perché nessun imprenditore che lavora all’estero deve sentirsi solo». L'obiettivo è dare vita a una rete integrata capace di abbattere i silos istituzionali. «Le imprese funzio-


presidente di ApriInternational
nano meglio se accompagnate non solo da ambasciate e consolati, ma anche da una rete di professionisti – commercialisti, avvocati, ingegneri, architetti, geologi – che conoscono territori e normative. Voi siete imprese a tutti gli effetti, e la burocrazia non deve ostacolare lo sviluppo dell’export», ha concluso il ministro, promettendo un'alleanza strategica tra Ambasciate, Sace, Simest, Ice e Camere di commercio.
Un forte richiamo al valore delle competenze è arrivato anche dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, intervenuto con un videomessaggio. Lollobrigida ha definito l'internazionalizzazione come una «responsabilità condivisa», ponendo l'accento sulla tutela del marchio italiano nel mondo. «I liberi professionisti rappresentano un patrimonio che garantisce qualità, affidabilità e tutela



Antonio Tajani, ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale
Marco Natali, presidente di Confprofessioni

del Made in Italy nei mercati globali», ha spiegato il ministro, sottolineando l'importanza dei corpi intermedi come "ponte" naturale tra le istituzioni, i cittadini e i bisogni reali dei territori.
IL RUOLO DEI PROFESSIONISTI
Dal canto loro, i professionisti rivendicano un ruolo di primo piano e non di semplice spettatori. Marco Natali, presidente di Confprofessioni, ha ricordato come il Piano Export Italia non può prescindere dal know-how tecnico dei suoi associati. «Non siamo figure di contorno, ma partner strategici delle imprese, soprattutto delle PMI, che accompagniamo ogni giorno nella complessità normativa, fiscale, contrattuale e digitale dei mercati esteri», ha evidenziato Natali, richiamando anche il riconoscimento già espresso da Tajani lo scorso 29 aprile durante l'incontro preparatorio verso la Conferenza Nazionale dell'Export.
A concludere l'analisi sullo scenario globale è stato Luigi Carunchio, presidente di ApriInternational, che ha focalizzato l'attenzione sull'aspetto pratico dell'internazionalizzazione. Secondo Carunchio, per far crescere l'export non basta la promozione, ma serve un "matching strutturato" e una presenza quotidiana sul campo.
Proprio in quest'ottica, ApriInternational ha istituito una rete specializzata di senior advisor dotati di competenze verticali sui mercati esteri, che spaziano dall'intelligence di mercato alla compliance locale. La sfida per il 2027 è lanciata: con il perfetto coordinamento tra la diplomazia economica e l'eccellenza delle professioni italiane, il Sistema Italia si scopre più unito, meno burocratico e decisamente più competitivo sui mercati internazionali. ■
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste

di Massimo Ianni
Un network di figure professionali capaci di operare in modo competente come ponti tra le istituzioni e il mercato globale. Sono i senior advisor di Aprinternational, elementi centrali per le Pmi interessate a sviluppare il loro business oltreconfine. Un ecosistema vivo di uomini e donne di alto profilo e provenienti da ambiti diversi che, con la loro esperienza, le loro competenze e soprattutto le loro reti relazionali, contribuiscono al posizionamento e all'efficacia operativa dell'organizzazione


Quest’anno l'Annual International Meeting di Aprinternational ha assunto un carattere particolarmente significativo non soltanto per la qualità degli interventi istituzionali che lo hanno animato, ma soprattutto per ciò che ha rappresentato sul piano organizzativo e strategico per l'intera comunità dei professionisti coinvolti nel percorso di internazionalizzazione del Sistema Italia. Accanto ai lavori assembleari e ai tavoli tematici si è tenuta una riunione dei senior advisor nel corso della quale è stata ufficialmente istituzionalizzata la rete dei senior advisor di ApriInternational, con l’individuazione di una figura di Coordinatore e sono stati assegnati gli Aprinternational Awards 2026 (vedi box), riconoscimenti destinati ai senior advisor che si sono distinti per impegno, professionalità e contributo concreto alle attività dell'organizzazione nei rispettivi settori e aree geografiche di competenza. Il vero significato di questo appuntamento può essere compreso solo se lo inquadriamo nel contesto istituzionale e politico attuale, nelle iniziative di Aprinternational già in programma e in quelle concluse. Il panel degli interventi ha offerto una visione articolata e per molti versi inedita del rapporto tra sistema professionale, internazionalizzazione d'impresa e nuova diplomazia economica italiana; l’esito del dibattito ha confermato l’assoluta centralità della Rete dei Senior Advisor.
L’attuale scenario economico globale impone ai professionisti e alle aziende una profonda evoluzione di approccio; la riforma organizzativa interna al ministero richiede attori nuovi, reti qualificate e figure professionali capaci di operare in modo competente come ponti tra le istituzioni e il mercato globale. Tutto questo presuppone un cambio di paradigma: non più un percorso riservato ai grandi player, ma un modello di internazionalizzazione
accessibile e sostenibile anche per le realtà più piccole, a condizione che vi sia il supporto adeguato di professionisti qualificati in grado di accompagnare le imprese nel processo di apertura ai mercati esteri. Il tessuto imprenditoriale italiano, rappresentato prevalentemente da PMI, necessita di un supporto concreto da parte dei liberi professionisti.
Per questo lo scorso dicembre tra il MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) e Confprofessioni è stata sottoscritta un’intesa che ha quale finalità quella di sostenere e potenziare i percorsi di internazionalizzazione delle imprese italiane attraverso la tutela e riconoscimento della centralità e del ruolo cardine dei professionisti, coinvolti nel percorso di internazionalizzazione delle imprese, in particolare delle PMI. L’intesa prevede che il MAECI coinvolgerà, nella cabina di regia per l’Internazionalizzazione, il mondo professionale di Con-

fprofessioni attraverso il coinvolgimento di Aprinternational, che a sua volta promuoverà la diffusione delle informazioni e il dialogo tra professionisti, istituzioni e il Sistema Italia attraverso la propria associazione e attraverso la rete dei senior advisor che da oggi avrà un proprio coordinamento centralizzato.
A ben vedere non si tratta di una semplice partnership operativa, ma della formalizzazione di un'alleanza strategica tra istituzioni e mondo professionale con un obiettivo chiaro: potenziare il sistema export italiano attraverso il contributo diretto di avvocati, commercialisti, ingegneri, consulenti, advisor e specialisti di qualunque settore tra quelli in cui opera Confprofessioni, senza escludere figure apparentemente meno legate all’export, come i professionisti nei settori sanitari, che al contrario sono spesso al centro di partnership strategiche di internazionalizzazione. Il coordinamento della rete dei senior advisor intende porsi, in quest’ottica, come ponte tra le MPMI, che spesso incontrano difficoltà ad affrontare da sole i mercati esteri, e il MAECI, che dopo la creazione di una direzione generale della crescita inaugura un nuovo modello di diplomazia in cui le ambasciate diventano veri e propri hub di supporto all'internazionalizzazione, capaci di mettere in connessione imprese italiane, istituzioni locali e professionisti specializzati.
La rete dei senior advisor di Aprinternational risulta pertanto strategica perché:
1. favorisce le PMI in un percorso di internazionalizzazione, preservando le specificità del tessuto imprenditoriale tipico del Sistema Italia;
2. nutre e promuove lo sviluppo di competenze relazionali e valoriali non replicabili dall’IA;


Alcuni momenti dell'Annual International Meeting (AIM) 2026, l’evento promosso da Confprofessioni e ApriInternational
3. garantisce multidisciplinarietà richiesta dai mercati e una visione strategica per l’internazionalizzazione (non delocalizzazione).
Ne risulta che la componente più strategicamente rilevante del modello organizzativo di Aprinternational sia proprio la rete dei senior advisor, che non è un mero elenco di nomi illustri o di un comitato scientifico di facciata: la rete è un ecosistema vivo di figure ad alto profilo, provenienti da ambiti istituzionali europei e internazionali, accademici, diplomatici e professionali, che contribuiscono con la loro esperienza, le loro competenze e soprattutto le loro reti relazionali, al posizionamento e all'efficacia operativa dell'organizzazione. L'identikit del senior advisor è chiaro e ambizioso: si tratta di un professionista con solida esperienza alle spalle, un forte capitale relazionale costruito nel tempo, un posizionamento riconosciuto nel proprio settore e la ca-
pacità di attivare connessioni strategiche tra imprese, professionisti e istituzioni in ambito internazionale. Non è una figura meramente consulenziale: è un nodo di una rete relazionale, un connettore qualificato, un facilitatore di sistema.
La selezione dei Senior Advisor non risponde a una logica gerarchica statica, piuttosto di sviluppo progressivo della rete. Ciascun profilo contribuisce alla diversità e alla ricchezza dell'ecosistema complessivo, e così si sviluppa la forza di una rete multidisciplinare che non risiede soltanto nei nodi più prominenti, ma nella capacità di connettere competenze diverse in modo sinergico e coerente.
Per tale ragione la forza dell’intera rete risiede nel suo Coordinamento, che in questa prima fase è posto a livello centralizzato. Non si tratta di una formalità burocratica, ma di una scelta organizzativa che

riflette una precisa strategia di sviluppo volta a favorire le sinergie tra i nodi del sistema; con un coordinamento efficace la rete può diventare uno strumento operativo capace di generare valore sistemico, di mettere in comunicazione i nodi nei momenti opportuni, di indirizzare le energie verso le priorità dell'organizzazione e di auto-replicarsi a livello locale.
L'obiettivo dichiarato è quello di favorire le sinergie tra i diversi nodi del network — i senior advisor nelle loro diverse aree geografiche e settori di specializzazione — trasformando la rete da somma di individualità eccellenti a sistema organico e operativo. Una rete che non solo esiste, ma funziona: che si attiva quando necessario, che produce connessioni utili, che genera opportunità concrete per le imprese e i professionisti che vi gravitano intorno. Una rete in cui le informazioni sono condivise ed in cui prevale la logica sistemica può evolvere da rete internazionale ad organismo internazionale.
IL VANTAGGIO COMPETITIVO
Uno degli aspetti più importanti del modello dei senior advisor di Aprinternational riguarda la sua multidisciplinarietà strutturale. In un panorama in cui la specializzazione estrema è spesso considerata l'unica risposta alla complessità, occorre ricordare che, affinché un sistema risulti efficace, occorre che la complessità dell’ambiente esterno sia soddisfatta da un certo grado di complessità interna.
Aprinternational realizza l’obiettivo con una rete tra professionisti multidisciplinari. Una diversità non casuale ma progettata, che risponde alla convinzione — confermata dalle evidenze empiriche — che le sfide più complesse richiedano approcci interdisciplinari e visioni integrate. Per un'impresa italiana che vuole aprirsi al mercato indiano, per esempio, non basta un consulente che conosca le



leggi societarie locali: serve qualcuno che comprenda la cultura negoziale, le dinamiche politiche regionali, le filiere produttive, i sistemi di certificazione e i canali distributivi. Non una figura sola, ma una squadra coordinata di specialisti che parlino tra loro e sappiano costruire un percorso coerente per il cliente. Questo è il modello che la rete dei Senior Advisor di Aprinternational si propone di incarnare.
La distinzione rispetto ad altri network professionali è netta: non si tratta di una directory di professionisti disponibili, ma di un ecosistema relazionale in cui la fiducia, la reputazione e la capacità di collaborare sono i veri asset differenzianti. È una rete che vale per la qualità delle connessioni che genera, non per la quantità dei soggetti che conta.
Aggregare non solo competenze tecniche, ma soprattutto competenze rela-
zionali e valoriali. Mettere le persone al centro: nell’epoca dell’IA, in grado di elaborare contratti, analizzare mercati e produrre report in pochi secondi, diventano vantaggi distintivi difficilmente trasferibili la capacità di costruire fiducia, di interpretare i rapporti personali, di comprendere l'ambiguità culturale, di scegliere il momento giusto per una telefonata o per un incontro.
Tutte queste, sia tecniche che relazionali e valoriali, sono le competenze richieste ai senior advisor di Aprinternational e che nessuna piattaforma digitale potrà mai sostituire (almeno per l’evoluzione fino ad oggi conosciuta).
I professionisti della rete diventano così non più semplici prestatori di servizi da chiamare quando serve, ma attori strategici dello sviluppo economico internazionale del Paese. Le istituzioni lo stanno riconoscendo — con accordi formali, con
riforme strutturali, con il ridisegno stesso del ruolo delle ambasciate come hub di supporto in cui i professionisti qualificati possono e devono essere presenti. In questo scenario, il coordinamento della rete dei senior advisor rappresenta un modello avanzato e visionario: una risposta concreta alla necessità di aggregare competenze, costruire fiducia, attivare connessioni, dotarsi di un riconoscimento istituzionale e generare valore in contesti internazionali sempre più complessi.
È un percorso appena iniziato, che richiederà investimenti continui in formazione, coordinamento, presenza territoriale e capacità di risposta alle esigenze di professionisti e imprese. Il lavoro fatto fino a oggi ha gettato le fondamenta. Quello che viene dopo è costruire, nodo per nodo, connessione per connessione, relazione personale su relazione personale, la rete che l'Italia delle professioni merita. ■
In questo quadro si inseriscono gli Aprinternational Awards 2026, assegnati nel corso dell'evento alla presenza del CEO Alessandro Cianfrone e del Presidente Luigi Carunchio. I premi — destinati ai senior advisor che si sono particolarmente distinti per impegno e professionalità nel proprio settore e nell'area geografica di riferimento — non hanno una valenza meramente celebrativa.
Sono strumenti di riconoscimento e di posizionamento: evidenziano le eccellenze della rete, valorizzano i contributi più significativi, rafforzano il senso di appartenenza e stimolano l'impegno degli altri nodi del network.
Gli ApriAwards 2026 sono andati a:

Manlio D’Agostino Pambianco Menzione per il costante impegno a favore del Sistema Italia nei Paesi ASEAN. Attraverso la sua attività professionale e istituzionale ha contribuito a rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra l’Italia e il Sud-Est asiatico. Punto di riferimento per imprese e professionisti italiani interessati ai mercati internazionali, ha promosso il valore del Made in Italy con visione strategica e competenza. La sua esperienza rappresenta un esempio di diplomazia economica e cooperazione internazionale. Un riconoscimento per il contributo concreto allo sviluppo delle relazioni tra Italia e ASEAN.
Annie Borello Fiorilla di Santa Croce Menzione per l’attività legale di supporto alle aziende e ai professionisti italiani nel mercato americano. Con professionalità e competenza ha accompagnato numerose realtà italiane nei processi di internazionalizzazione verso gli Stati Uniti. Il suo lavoro ha favorito opportunità di crescita, tutela legale e consolidamento commerciale oltreoceano. Da anni rappresenta un punto di riferimento autorevole per il dialogo economico tra Italia e USA. Il riconoscimento celebra il suo contributo alla valorizzazione del sistema imprenditoriale italiano all’estero.
Franco Macoratti
Menzione per le attività svolte in Austria a sostegno delle aziende italiane.Grazie alla sua esperienza ha favorito relazioni economiche e professionali tra Italia e Austria, supportando lo sviluppo delle imprese italiane nel territorio. La sua opera si è distinta per capacità di networking, assistenza strategica e promozione delle eccellenze italiane.Con impegno costante ha contribuito alla crescita del dialogo imprenditoriale internazionale. Un riconoscimento per la dedizione dimostrata nel rafforzare la presenza italiana all’estero.
Federico Vasoli
Menzione per il ruolo di rappresentanza in Vietnam e per le attività legali svolte a favore delle aziende e dei professionisti italiani. Attraverso il suo operato ha sostenuto il percorso di internazionalizzazione delle realtà italiane nel mercato vietnamita. Professionista di grande esperienza, ha promosso relazioni economiche e istituzionali tra Italia e Vietnam. Il suo contributo ha favorito nuove opportunità di sviluppo e cooperazione internazionale. La menzione premia il valore della sua attività a sostegno del Sistema Italia in Asia.
Massimo Zaurrini
Menzione per le capacità di supporto ai liberi professionisti nell’ambito della cooperazione internazionale. Con visione e competenza ha promosso il dialogo tra professionisti, istituzioni e realtà internazionali.La sua attività si è distinta per l’impegno nella valorizzazione delle competenze italiane nei contesti globali. Attraverso iniziative e progetti ha favorito opportunità di crescita e collaborazione internazionale. Un riconoscimento per il contributo offerto alla diffusione della cultura professionale italiana nel mondo.
Eugenia Ravagnan
Menzione per le attività svolte nel mercato spagnolo a supporto di aziende e liberi professionisti italiani. Con dedizione e professionalità ha contribuito a rafforzare i rapporti economici e professionali tra Italia e Spagna. La sua esperienza ha favorito l’inserimento e la crescita di numerose realtà italiane nel contesto iberico. Si è distinta per la capacità di creare connessioni e sviluppare opportunità internazionali. Il riconoscimento valorizza il suo impegno a sostegno del Sistema Italia all’estero.
Paolo Perotto
Menzione per il supporto offerto all’estero ad aziende e professionisti italiani. Nel corso della sua attività ha contribuito allo
sviluppo di relazioni economiche e professionali internazionali. Grazie alla sua esperienza ha accompagnato imprese e professionisti nei percorsi di crescita oltreconfine. Il suo operato si distingue per affidabilità, competenza e spirito di collaborazione. Un riconoscimento per il contributo concreto alla promozione delle eccellenze italiane nel mondo.
Franco Frattini
Menzione per le attività svolte in Bulgaria a sostegno delle relazioni tra Italia e territorio bulgaro. Attraverso il suo impegno ha favorito il dialogo economico, istituzionale e professionale tra i due Paesi. La sua esperienza e capacità relazionale hanno contribuito alla valorizzazione delle imprese italiane all’estero. Figura di riferimento nel panorama internazionale, ha promosso cooperazione e sviluppo condiviso. Il riconoscimento celebra il valore del suo contributo al rafforzamento del Sistema Italia.
Stefano Ducceschi
Menzione per le attività di attrazione degli investimenti esteri con particolare focus sul mercato tedesco. Grazie alla sua attività ha promosso opportunità di sviluppo economico e collaborazione internazionale. Si è distinto inoltre per l’impegno nella diffusione e informazione delle opportunità legate alle ZES. Con competenza e visione strategica ha favorito il dialogo tra imprese, investitori e territori. Il riconoscimento premia il suo contributo alla crescita e all’internazionalizzazione del sistema economico italiano.
Federico Diomeda
Menzione per il percorso professionale di rappresentanza decennale in Europa quale DG e Presidente di EFAA – European Federation of Accountants and Auditors. Nel corso della sua carriera ha rappresentato con autorevolezza il mondo delle professioni economico-contabili a livello europeo. Il
suo impegno ha contribuito al dialogo istituzionale e alla valorizzazione della professione nei contesti internazionali. Figura di grande esperienza, ha promosso cooperazione, innovazione e crescita professionale. Un riconoscimento per il prestigioso contributo offerto al panorama europeo delle professioni.
Mohamed Sami Soumri
Menzione per aver rappresentato il Made in Italy in Tunisia quale Ambasciatore APRI International. Attraverso la sua attività ha promosso le eccellenze italiane e il dialogo economico tra Italia e Tunisia. Con impegno e professionalità ha sostenuto iniziative di cooperazione e sviluppo internazionale. Il suo ruolo ha contribuito alla valorizzazione dell’identità imprenditoriale italiana nel territorio tunisino. Il riconoscimento celebra il suo contributo alla diffusione del Made in Italy nel Mediterraneo.
Mateuz Rykala
Menzione per aver rappresentato il Made in Italy in Polonia quale Ambasciatore APRI International. Con il suo impegno ha favorito relazioni economiche e culturali tra Italia e Polonia. La sua attività ha contribuito alla promozione delle eccellenze italiane nel mercato polacco. Punto di riferimento per il dialogo internazionale, ha sostenuto iniziative di cooperazione e sviluppo. Il riconoscimento premia il valore del suo contributo alla diffusione del Made in Italy all’estero. ■
di Carolina Spera
Il ruolo dei liberi professionisti si evolve: non più semplici consulenti tecnici, ma infrastrutture relazionali capaci di trasformare la conoscenza in opportunità concrete per le imprese e per la crescita internazionale del sistema paese
Sembra passato un attimo da quel 19 ottobre 2023, quando, presso il prestigioso Union League Club di New York, ho avuto l’onore di partecipare a un evento che avrebbe arricchito in modo significativo la mia prospettiva professionale. Nell’ambito della missione istituzionale di Confprofessioni negli Stati Uniti, i delegati italiani – tra cui rappresentanti di ApriInternational e numerosi liberi professionisti – hanno potuto confrontarsi direttamente con il dinamico ecosistema economico e istituzionale della Grande Mela.
Ospitati da Grassi, società di consulenza, revisione contabile e fiscale, in uno dei templi storici del networking americano, quell’incontro non è stato solo un momento di scambio, ma un’autentica occasione di riflessione sul ruolo strategico che i professionisti italiani possono svolgere come facilitatori dell’export e dell’attrazione degli investimenti esteri.
EVENTO STRATEGICO
Inserita in una settimana intensa tra New York e Washington, quella giornata mi ha permesso di comprendere con maggiore lucidità come i liberi professionisti non siano semplici consulenti tecnici, bensì vere e proprie infrastrutture strategiche per il Sistema Paese.
Nel raffinato salone del Club è emersa con forza l’esigenza di costruire reti stabili, in grado di superare barriere linguistiche, culturali e regolatorie. Ho avuto la netta sensazione di assistere alla nascita di un ecosistema transatlantico in cui i professionisti diventano partner concreti e affidabili per le PMI italiane che guardano con ambizione al mercato statunitense.
Quasi tre anni dopo, il 21 maggio 2026, ho ritrovato e ampliato quel medesimo filo conduttore durante il IV Annual International Meeting (AIM 2026), dedicato al

tema I professionisti a supporto del Piano
Export Italia. L’evento ha riunito istituzioni, imprese e professionisti in una giornata densa di spunti di altissimo livello. Partecipare a questo appuntamento nel mio ruolo di Italian Practice Leader di Grassi mi ha consentito di tessere un legame ideale tra l’esperienza operativa maturata a New York nel 2023 e la prospettiva sistemica emersa nella Capitale.
PROFESSIONALITÀ AL CENTRO
Entrambi gli eventi hanno posto al centro la rete professionale come asset strategi-
co irrinunciabile: a New York attraverso la concretezza quotidiana del mercato americano, con le sue opportunità e le sue sfide regolatorie; a Roma attraverso una visione di policy integrata che riconosce nei liberi professionisti non semplici esecutori, ma protagonisti attivi del Piano Export Italia.
Lavorando da anni come ponte tra Italia e Stati Uniti, vivo ogni giorno quanto una rete solida possa fare la differenza. Ho accompagnato numerose imprese italiane dei settori moda, architettura, meccanica di precisione e tecnologie avanzate, aiutandole a evitare errori fiscali onerosi, a strutturare correttamente le società americane e ad accelerare il proprio ingresso nel mercato USA.
L’esperienza dell’Union League Club mi ha insegnato che il vero networking va ben oltre lo scambio di contatti: si fonda sulla costruzione di fiducia reciproca e di
credibilità duratura. I colleghi americani riconoscono e apprezzano la preparazione tecnica e l’affidabilità dei professionisti italiani, ma pretendono continuità di presenza e una profonda comprensione delle dinamiche locali.
Allo stesso modo, l’AIM 2026 ha confermato che l’Italia sta sviluppando una strategia matura e integrata. Particolarmente stimolante è stato il Focus internazionale, che ha esplorato opportunità in Turchia, Maghreb e Artico, affrontando al contempo temi cruciali come il contrasto al finanziamento del terrorismo.
Ho trovato inoltre molto significativo il dialogo conclusivo sui Senior Advisor di ApriInternational: un modello virtuoso che valorizza le esperienze maturate all’estero per rafforzare il tessuto professionale italiano. Nella mia posizione, vedo in questo approccio la possibilità concreta

di costruire ponti stabili, capaci di generare valore nel lungo termine. Il contesto globale è profondamente cambiato negli ultimi cinque anni.
Tensioni commerciali persistenti, logiche di friend-shoring, processi selettivi di reshoring e l’emergere di nuove direttrici di investimento richiedono oggi ai professionisti competenze ibride, che spaziano dal piano tecnico a quello relazionale, geopolitico e di risk management.
Grazie alla loro flessibilità, alla conoscenza profonda del Made in Italy e alla capacità di adattamento culturale, i liberi professionisti italiani sono chiamati a diventare un vantaggio competitivo distintivo per l’intero Sistema Paese.
È TEMPO DI AGIRE
Nel mio lavoro quotidiano supporto clienti impegnati a costituire entità societarie americane, gestire la complian-



ce fiscale transfrontaliera (FATCA, CRS, GILTI, Pillar Two e le evoluzioni BEPS), ottimizzare strutture per attrarre capitali americani verso l’Italia e navigare le complessità doganali, di export control e di supply chain internazionale.
Senza una rete affidabile di colleghi competenti sia in Italia sia negli Stati Uniti, questi percorsi rischiano di rimanere frammentati, costosi e potenzialmente rischiosi. Una rete integrata permette invece di offrire soluzioni end-to-end, riducendo tempi e incertezze.
Gli appuntamenti del 2023 e del 2026 non sono stati meri momenti celebrativi, ma potenti chiamate all’azione. Confprofessioni e ApriInternational stanno costruendo un’infrastruttura relazionale destinata a moltiplicare l’impatto del Piano Export Italia. L’Italia ha bisogno di professionisti che sappiano non solo risolvere problemi



tecnici, ma anche interpretare e raccontare le potenzialità del nostro Paese, trasformando la conoscenza in opportunità concrete per le imprese.
Dal salone dell’Union League Club di New York al suggestivo Palazzo Rospigliosi di Roma, il messaggio emerge con forza: la rete dei liberi professionisti rappresenta oggi un asset strategico fondamentale per l’internazionalizzazione del Sistema Italia. Non si tratta di un costo accessorio, bensì di un investimento sul futuro della nostra economia.
Sono profondamente orgogliosa di contribuire a questo ponte transatlantico dalla sede newyorkese di Grassi, dove ogni giorno trasformiamo relazioni professionali in valore tangibile per imprese e colleghi italiani. Il percorso è tracciato. Spetta ora a ciascuno di noi, con determinazione e visione di lungo periodo, percorrerlo e arricchirlo. ■


di Mateusz Rykala

Un’internazionalizzazione efficace non si fonda esclusivamente sugli scambi commerciali, ma sulla costruzione di relazioni istituzionali solide, sul trasferimento di competenze e sulla creazione di uno spazio comune per lo sviluppo dell’imprenditorialità e dell’innovazione. Ed è proprio su queste basi che si fonda l’accordo strategico tra Fundusz Górnośląski e Confprofessioni Aprinternational

Il IV Annual International Meeting (AIM), svoltosi lo scorso maggio a Roma, si è confermato come uno dei più importanti appuntamenti europei dedicati all’internazionalizzazione delle imprese e alla costruzione di relazioni economiche solide e durature tra ambienti imprenditoriali di diversi Paesi. Per me, la partecipazione a questo evento ha avuto un significato particolare, sia come rappresentante del Fundusz Górnośląski, sia come senior advisor di Confprofessioni Apri International, incarico che ricopro da oltre un anno, contribuendo attivamente allo sviluppo delle relazioni economiche e della cooperazione istituzionale tra Polonia e Italia.
L’evento romano ha dimostrato ancora una volta che un’internazionalizzazione efficace non si fonda esclusivamente sugli scambi commerciali, ma soprattutto sulla costruzione di relazioni istituzionali solide, sul trasferimento di competenze e sulla creazione di uno spazio comune per lo sviluppo dell’imprenditorialità e dell’innovazione.
L’economia europea oggi ha bisogno di piattaforme capaci di integrare le esperienze di diversi ambienti imprenditoriali, professionali e istituzionali. AIM svolge precisamente questa funzione. L’incontro a Palazzo Rospigliosi ha creato uno spazio unico per un confronto concreto e qualificato tra esperti, imprenditori, rappresentanti delle organizzazioni professionali e istituzioni impegnate nel sostegno allo sviluppo economico e ai processi di internazionalizzazione. Uno degli aspetti più significativi dell’evento è stata la possibilità di mettere a confronto le esperienze di due ecosistemi economici dinamici e complementari: quello italiano e quello polacco. Sia Confprofessioni Apri International sia Fundusz Górnośląski vantano una lunga esperienza nel supporto alle

imprese nei processi di internazionalizzazione, nello sviluppo delle competenze export e nella creazione di modelli efficaci di cooperazione transfrontaliera.
L’Italia rappresenta da decenni uno dei principali esempi europei di internazionalizzazione del sistema delle piccole e medie imprese, grazie alla forza delle specializzazioni territoriali, all’elevata qualità dei servizi professionali e alla capacità di costruire relazioni economiche stabili sui mercati internazionali. La Polonia, invece, grazie al proprio dinamismo economico, alla competitività industriale e alla crescente capacità innovativa, è diventata uno dei partner economici più importanti dell’Europa centrale.
Per questo motivo, l’accordo firmato durante il IV AIM tra Fundusz Górnośląski e Confprofessioni Apri International as-

sume un valore strategico. Non si tratta semplicemente di un accordo formale di collaborazione, ma dell’inizio di una partnership di lungo periodo fondata sulla complementarità delle competenze, delle esperienze e di una visione condivisa dello sviluppo economico.
Il nostro obiettivo comune è creare un ponte efficace a sostegno degli imprenditori interessati a sviluppare la propria attività sui mercati polacco e italiano. Intendiamo costruire insieme strumenti concreti a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese, sviluppare progetti di consulenza, formazione e investimento, nonché creare strumenti moderni in grado di accompagnare le aziende nei processi di espansione internazionale.
Un elemento fondamentale di questa collaborazione sarà anche lo scambio di esperienze tra esperti provenienti da



diversi settori economici. Sia la Polonia sia l’Italia dispongono oggi di un enorme potenziale nei campi delle nuove tecnologie, della transizione verde, dell’industria avanzata, dei servizi professionali e dell’innovazione economico-sociale.
Azioni comuni potranno contribuire in modo significativo ad aumentare la competitività delle imprese presenti in entrambi i mercati.
A mio avviso, è particolarmente importante sottolineare che il IV AIM non si limita esclusivamente alla dimensione economica. Questo evento contribuisce anche a costruire una cultura della cooperazione internazionale fondata sul dialogo, sulla fiducia reciproca e su un approccio responsabile allo sviluppo economico europeo. Oggi, in un contesto segnato da sfide economiche e geopolitiche globali, proprio questo tipo di relazioni assume


un’importanza fondamentale per la stabilità e il futuro dell’economia europea. Fundusz Górnośląski sostiene da anni in maniera coerente lo sviluppo dell’imprenditorialità, la trasformazione economica e i processi di internazionalizzazione delle imprese polacche.
La partnership con Confprofessioni Apri International ci permette di raggiungere un livello ancora più avanzato di cooperazione internazionale, basato sull’esperienza concreta di entrambe le organizzazioni e sulla convinzione condivisa che il futuro dell’economia europea sarà costruito attraverso reti di collaborazione, scambio di competenze e sviluppo di partnership transfrontaliere.
Sono convinto che i risultati di questa collaborazione saranno visibili non solo attraverso nuovi progetti economici, ma anche grazie allo sviluppo di relazioni



In basso a sinistra S.E. Fabrizio Lobasso, Maeci
Mohamed Soumri, commercialista
durature tra imprenditori, esperti e istituzioni italiane e polacche. La nostra ambizione è creare opportunità concrete per le imprese che desiderano sviluppare la propria presenza internazionale in modo moderno, responsabile e sostenibile nel lungo periodo.
Il IV AIM 2026 ha dimostrato che l’Europa possiede ancora un enorme potenziale nella costruzione di uno spazio economico comune fondato su competenze, innovazione e cooperazione. Proprio per questo eventi come questo assumono oggi un’importanza strategica: perché creano basi concrete per future partnership economiche e nuovi modelli di collaborazione internazionale.
Un ringraziamento particolare desidero rivolgerlo a Luigi Alfredo Carunchio e Alessandro Cianfrone per la loro pro-

fessionalità, la loro visione e il costante impegno nella costruzione di una piattaforma internazionale di cooperazione tra ambienti economici e professionali europei. Il loro coinvolgimento, la loro esperienza e la capacità di creare connessioni tra partner provenienti da diversi Paesi rappresentano un eccellente esempio di approccio moderno all’internazionalizzazione e allo sviluppo delle relazioni internazionali. Grazie a leader di questo livello è possibile realizzare progetti dal reale valore economico e strategico per il futuro della cooperazione europea.
Desidero infine ringraziare gli organizzatori per aver dato vita a un evento di così alto livello contenutistico e di grande rilevanza internazionale. Sono convinto che l’accordo firmato rappresenti l’inizio di numerose iniziative ambiziose e di uno sviluppo duraturo delle relazioni economiche tra Polonia e Italia. ■


Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni



Diverse le sfide che il decreto Primo Maggio mette sul tavolo. Al centro: un salario giusto, incentivi all’occupazione e contrattazione collettiva di qualità. Ma alcuni interrogativi restano aperti

di Diana Larenza

Il dibattito giuslavoristico delle ultime settimane è concentrato sui contenuti del decreto legge noto alle cronache come “d.l. primo maggio” o “d.l. salario giusto”. La legge di conversione del decreto 30 aprile 2026, n. 62 (disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale), entrato in vigore lo scorso primo maggio, è infatti attualmente in corso di esame alla Camera, pertanto Istituzioni, Parti Sociali e addetti ai lavori stanno esprimendo le proprie valutazioni sul provvedimento, in vista della conversione in legge, che dovrà avvenire entro la fine di giugno 2026.
Il provvedimento interviene su alcuni dei nodi più rilevanti del mercato del lavoro: incentivi all’occupazione; salario “giusto”; contrattazione collettiva; contrasto al caporalato digitale.
Sul fronte degli incentivi il decreto ha introdotto, nel Capo I, un pacchetto articolato di misure finalizzate a sostenere l’occupazione stabile e a favorire, in particolare, l’inserimento lavorativo di alcune categorie di lavoratori maggiormente esposte a condizioni di fragilità. Le misure si collocano in linea di continuità con il sistema di incentivi già de-
lineato in passato dal legislatore, con alcune peculiarità finalizzate a perseguire l’obiettivo generale del provvedimento di contrasto al dumping contrattuale.
In particolare, sono incentivate con esonero totale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro le assunzioni a tempo indeterminato: di donne considerate svantaggiate o molto svantaggiate; di giovani under 35 nonché di disoccupati di lunga durata nelle piccole aziende delle regioni della ZES unica per il Mezzogiorno.
Accanto agli incentivi per le nuove assunzioni, il decreto ha previsto
anche una misura finalizzata a favorire la stabilizzazione dei rapporti di lavoro a termine, tramite un esonero contributivo per la trasformazione di contratti a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato, limitatamente ai giovani che non abbiano mai avuto precedenti occupazioni stabili.
L’ultima casistica incentivata riguarda infine il sostegno alle imprese che adottano modelli organizzativi orientati alla conciliazione tra vita lavorativa e familiare, in linea con le nuove politiche di welfare e sostegno alla genitorialità certificate da UNI (Ente italiano di normazione).

UN SALARIO EQUO
Oltre alle misure incentivanti, il cuore del decreto - e del dibattito pubblico - alberga nel tema del salario giusto e di tutto ciò che deriva dalla definizione dello stesso.
Ed infatti il decreto in primo luogo stabilisce espressamente che è la contrattazione collettiva a costituire lo strumento per la determinazione del salario giusto, assicurando ai lavoratori un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, come previsto dall’ articolo 36 della Carta Costituzionale italiana.
Nello specifico, ai fini dell’individuazione del salario giusto, si fa riferimento al trattamento economico complessivo (TEC) definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
In generale, l’impianto complessivo del decreto è stato accolto con favore da gran parte degli operatori intervenuti nel dibattito, soprattutto per la centralità attribuita alla contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa quale parametro di riferimento per la definizione del “salario giusto”, in ottica di contrasto al dumping contrattuale.
INTERROGATIVI APERTI
Accanto agli aspetti condivisi, tuttavia, sono emersi anche alcuni temi ancora aperti, che richiederanno chiarimenti, come la connessione tra accesso agli incentivi ed applicazione del “salario giu-


Marina Elvira Calderone, Ministro del lavoro e delle politiche sociali
Renato Brunetta, Presidente Cnel
sto”. Il decreto prevede infatti che i benefici previsti dallo stesso possono essere riconosciuti soltanto nei casi in cui il trattamento economico individuale non risulti inferiore al trattamento economico complessivo definito dalla contrattazione collettiva di riferimento.
Su questo punto, da un lato, si è rilevata l’opportunità di estendere questa condizione anche agli altri incentivi all’occupazione previsti dall’ordinamento; dall’altra è proprio la definizione di trattamento economico complessivo a rappresentare uno dei punti più delicati del nuovo impianto normativo.
Ed infatti, in assenza di una formulazione puntuale, restano aperti diversi interrogativi sull’inclusione, oltre che dei minimi retributivi, anche degli elementi derivanti dalla bilateralità e dal welfare contrattuale, come le prestazioni integrative e le componenti indirette o differite della retribuzione.
Secondo diverse letture, infatti, il concetto di trattamento economico complessivo dovrebbe valorizzare non soltanto la contribuzione destinata ai sistemi bilaterali, ma anche l’insieme delle prestazioni e delle tutele concretamente erogate, il cui valore economico e sociale supera di gran lunga la sola contribuzione versata.
IL RUOLO DEL CNEL
In conclusione, il decreto rappresenta un tentativo ambizioso di coniugare crescita occupazionale, tutela del lavoro e qualità della contrattazione collettiva, ponendo al centro il principio del “salario giusto” e valorizzando il ruolo del-
la contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa quale presidio contro il dumping contrattuale. Resta tuttavia essenziale che, nel corso dell’iter di conversione e della successiva fase attuativa, vengano chiariti i principali profili applicativi ancora aperti, con particolare riferimento alla definizione del trattamento economico complessivo; al coordinamento con il sistema degli incentivi preesistente e ai criteri di individuazione del contratto collettivo di riferimento.
In questa prospettiva assumono rilievo strategico gli strumenti di trasparenza, tracciabilità e interoperabilità delle banche dati. In particolare, l’attività di analisi, archivio e monitoraggio della contrattazione collettiva svolta dal CNEL potrà rappresentare un
elemento centrale per la tenuta del sistema. Accanto al ruolo delle istituzioni e delle parti sociali, sarà inoltre determinante il contributo dei professionisti del lavoro chiamati ad accompagnare imprese e lavoratori nell’interpretazione e nell’applicazione normativa, contribuendo a garantire certezza applicativa, corretta gestione degli incentivi e qualità delle relazioni industriali. ■

di Laura Ciccozzi
Confprofessioni ha deciso di aderire al programma delle Nazioni Unite per supportare le imprese nel percorso di raggiungimento degli obiettivi green previsti dall’Agenda 2030. Primo step la partecipazione a Target Gender Equality, un percorso di sei mesi che aiuta le aziende a stabilire, raggiungere e misurare traguardi ambiziosi per la parità di genere
Dal 2026 Confprofessioni aderisce al Global Compact, il programma delle Nazioni Unite per supportare le imprese nel percorso di raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. Oltre alle attività economiche, possono partecipare anche organizzazioni della società civile, istituzioni del mondo accademico e centri di ricerca, organizzazioni imprenditoriali ed enti pubblici che si impegnano a considerare l’impatto economico, sociale e ambientale delle proprie attività. L’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile, che è stata approvata all’unanimità da tutti gli Stati membri dell’ONU ed è entrata in vigore il 1° gennaio 2016, prevede il raggiungimento di 17 obiettivi (SDGs) e 169 targets entro il 2030. L’adesione all’Agenda rappresenta un vero punto di svolta sul fronte dell’impegno degli Stati per la sostenibilità, non solo perché si tratta di un progetto intrapreso al più alto livello o per l’ampiezza dei suoi obiettivi, ma soprattutto perché impone di adottare strategie di sviluppo sostenibile che raggiungano gli obiettivi prefissati entro termini stabiliti e che devono essere rendicontate in modo sistematico e tempestivo. Le imprese e gli altri soggetti aderenti – di ogni dimensione, settore o area geografica – sono chiamate a inserire gli obiettivi dell’Agenda 2030 nei propri progetti di sviluppo.
UN PERCORSO NECESSARIO È innegabile che le imprese debbano affrontare molteplici difficoltà nel percorso verso la sostenibilità. E, tuttavia, un numero sempre crescente lo considera un percorso necessario e irreversibile. Oltre

che vantaggioso, a partire dalla creazione di nuovi mercati quale contraltare rispetto ai considerevoli investimenti richiesti. Ma non mancano ulteriori opportunità: migliorare la propria reputazione, il clima aziendale e la produttività; posizionarsi in una rete di imprese portatrici dei medesimi valori; accedere al mercato del credito e dei capitali, ai finanziamenti pubblici e ai bandi; inquadrare in un contesto più ampio gli oneri di legge in materia di responsabilità sociale, ambientale e di governance. Secondo un rapporto redatto dal Global Compact Network in
collaborazione con Accenture, che nel 2022 ha coinvolto 2.600 CEO in 128 Paesi, l’attuazione dell’Agenda 2030 sta generando opportunità di mercato per le imprese quantificabili in almeno 12 trilioni di dollari e potrà creare fino a 380 milioni di posti di lavoro entro il 2030. La CoP (Communication on progress) annuale è uno strumento fondamentale per gli aderenti poiché permette di comunicare con trasparenza il proprio impegno per la sostenibilità comunicando progressi misurabili in quattro ambiti: ambiente, diritti umani e del lavoro, governance e anticorruzione. Nel primo ambito, il Global Compact richiede di adottare un approccio precauzionale nei confronti delle sfide ambientali (principio VII); di intraprendere iniziative che promuovano una maggiore responsabilità ambientale


(principio VIII); e di incoraggiare lo sviluppo e la diffusione di tecnologie che rispettino l'ambiente (principio IX). La Communication on progress riporta le azioni intraprese per ridurre l’impatto ambientale e promuovere un uso responsabile dell’energia e delle risorse e l’adesione a politiche, obiettivi e iniziative legate alla sostenibilità ambientale e alla lotta al cambiamento climatico.
Attraverso la Comunication on Progress 2026, Confprofessioni ha avuto l’opportunità di mettere in evidenza il proprio impegno per la tutela del lavoro, sul fronte della prevenzione delle discriminazioni e delle iniziative di promozione di migliori condizioni di lavoro, sicurezza e benessere dei dipendenti. Nello specifico, sono stati approfonditi i temi della parità salariale, della protezione sociale e dell’equilibrio tra vita professionale e vita privata. In tale ottica, l’adesione al Global Compact si pone in continuità ideale con il progetto europeo SD4EU (Social Dialogue for a Union of Equality) conclusosi lo scorso marzo.
Il progetto, guidato da Confprofessioni, ha infatti perseguito e raggiunto l’obiettivo di rafforzare le capacità delle parti sociali nazionali e contribuire alla promozione del dialogo sociale attraverso un nuovo approccio più attento alla dimensione di genere. L’adesione al Global Compact offre l’opportunità di accedere a eventi istituzionali, tavoli di lavoro, programmi di formazione e accelerazione continuativi, iniziative di policy advocacy e campagne,

linee guida e pubblicazioni utili agli aderenti e una piattaforma di formazione online. I partecipanti sono coinvolti nell’analisi comparata delle proprie performance, in iniziative di capacity building e peer to peer learning e ricevono formazione qualificata per aiutarli a promuovere gli obiettivi dell’Agenda 2030 sul posto di lavoro, nelle catene di fornitura e nelle comunità in cui operano.
In linea con il proprio impegno in materia di tutela del lavoro, Confprofessioni ha scelto di partecipare al programma Target Gender Equality, un percorso di sei mesi che aiuta le imprese a stabilire, raggiungere e misurare obiettivi ambiziosi per la parità di genere, in linea con gli standard dell’O-
NU. Ricordiamo, infatti, che nel 2010 l’ONU ha presentato sette principi (Women Empowerment Principles), ispirati a reali pratiche aziendali e volti a consolidare la posizione delle donne nel mondo del lavoro. Essi possono essere usati come un vero e proprio framework a cui fare riferimento nella definizione delle strategie e politiche interne, ma anche nei rapporti con gli stakeholder.
Utilizzando tale strumento di analisi del divario di genere, gli aderenti al programma Target Gender Equality misurano concretamente le proprie prestazioni in materia di parità di genere e individuano le lacune che è necessario colmare. I risultati aggregati vengono condivisi per evidenziare tendenze comuni e opportunità di miglioramento. ■
di Claudio Plazzotta
Il 22,6% degli italiani che usano almeno un social si è imbattuto in un Meme che gli ha fatto scoprire una notizia su temi di attualità, società, politica o cultura. A dirlo è l’ultimo rapporto Censis. Da qui il calo dei media tradizionali, seguiti maggiormente dalla popolazione più anziana e la tenuta se non l’incremento dei canali social, amati dai giovani. Ma il futuro sarà della MobileTv e dell’IA.


Analizzando lo stato dei media in Italia, la sensazione che emerge dalle varie ricerche è quella della saturazione. Nel senso che, ormai, chi doveva scoprire la televisione in chiaro, quella satellitare, la pay Tv la web Tv, la web radio, le piattaforme in streaming on demand gratis o a pagamento, lo smartphone gli e-book o il tablet lo ha fatto.
C’è, insomma, una stabilità di fondo, che forse potrebbe essere scossa solo dalla mobile Tv, i cui consumi, prevalentemente sullo smartphone, sono in forte crescita e perciò necessitano di una nuova produzione audiovisiva pensata ad hoc per quel tipo di device. Ovvero, intrattenimento e serie Tv brevi, girate per una visione in verticale (perché così si usa il cellulare), con l’arrivo sul mercato di nuovi soggetti: dalla turca Iki Dakika creative house, una media company specializzata nella produzione di serie Tv brevi dedicate ai consumi attraverso lo smartphone e quindi in modalità di visione verticale, che ora apre la sua filiale in Italia; passando per Maria De Filippi che, attraverso la sua casa di produzione Fascino, ha appena lanciato Witty Drama, progetto pensato per le mini-serie Tv verticali (short drama) da guardare sullo smartphone e attraverso i social network.
D’altronde, se pure un gigante come Netflix si muove introducendo nella propria app mobile un feed di video verticali brevi, personalizzati, utilizzando un linguaggio familiare a TikTok, significa che qualcosa sta davvero cambiando nella industry dei contenuti.
I Reel come fonte di informazione E proprio l’invasività dei social e, in particolare, del loro linguaggio, sta trasformando in maniera radicale anche tutto quanto fa riferimento all’ informazione e alle fonti alle quali ci si rivolge per essere informati. Chi lo avrebbe detto, infatti che i Reel di Instagram o i Meme che girano sui social sarebbero diventati fonti decisive per fare scoprire una notizia di attualità, società, politica o cultura agli italiani?
Ebbene, l’ultimo rapporto Censis lo certifica: «Il 22,6% degli italiani che usano almeno un social (il dato sale al 31,1% tra gli Under 30, ndr), si è imbattuto in un Meme che gli ha fatto scoprire una notizia su temi di attualità, società, politica o cultura».
E, addirittura, «sette italiani su 10 includono i Reel nell’universo dell’informazione». Il mondo dei media, però, viene accusato di «partigianeria, perdita di indipendenza», di essere «uno degli strumenti di potere e di delegittimazione». E, insomma, è stata tradita la fiducia di chi voleva solo conoscere i fatti esercitando il proprio diritto di essere informato. Per questo molti individui sono diventati protagonisti dell’informazione al di fuori dei canali ufficiali e consolidati.
Ma quali sono, al momento, i principali mezzi di informazione, e quanto sono usati? Per il Censis, nel 2025 « i telegiornali, pur continuando a rappresentare un punto di riferimento per una parte rilevante della popolazione,


hanno registrato una flessione di 3,8 punti percentuali sul 2024, collocandosi al 43,9% di utenti; Facebook è diminuito di 3,3 punti, attestandosi al 33,1%; sostanziale stabilità per i motori di ricerca che sono stati seguiti dal 23,2% della popolazione. Sono calati sia i siti di informazione (-2,5 punti) sia i canali Tv all news (-2,3 punti) che si sono fermati rispettivamente al 14,7% e 16,6%.
Hanno tenuto relativamente meglio i social network: TikTok con un calo solamente di 1,9 punti e Instagram di 1,2, che rispettivamente hanno registrato il 12,5% e il 15,5% dell’utenza». I quotidiani cartacei, invece, sono ormai scesi al 21% di utenti (addirittura -46 punti rispetto al 2007), e, come detto, le versioni online non sono state capaci di intercettare il pubblico perso: interessano solo al 30% di utenti, in calo di mezzo punto rispetto al 2024.
Ovviamente c’è una certa differenza di dieta mediatica informativa tra le varie fasce anagrafiche, tenendo però sempre a mente che l’Italia, purtroppo, è ormai un paese anziano: infatti i cittadini da 0 a 19 anni sono meno di 10 milioni, pari al 16,8% della popolazione; il segmento 20-54 anni conta 25,1 milioni di persone, il 42,6% della popolazione. E quelli dai 55 anni in su sono il 40,5% degli italiani, quasi 24 milioni di persone.
I GIOVANI SCELGONO I SOCIAL
Fatta questa doverosa premessa, i giovani tra i 14 e i 29 anni, secondo il Censis, «sono abbarbicati a un’informazione prevalentemente social: si informano

İlkin Kavukcu fondatrice di İki Dakika Creative House al Teatro La Fenice di Venezia Foto AdN Kronos

su Instagram (30%), poi ci sono i telegiornali al 26,1%, i motori di ricerca (quindi Google) al 24,4%, TikTok al 24%, Facebook al 22,3% e YouTube al 21,4%». I quotidiani cartacei non sono quasi più una opzione per questa fascia di età giovane: appena il 2,9% li legge, siamo a livello della newsletter personalizzata (2,7%).
Se invece ci si sposta nel segmento più maturo 45-64 anni, le cose cambiano: il mezzo di informazione più seguito è rappresentato dai telegiornali (44,5%), al secondo posto Facebook (36,5%) che è ormai diventato un social per gente matura, e quindi i motori di ricerca (25,5%). I quotidiani cartacei sono al 6,8%, quelli online all’11%, TikTok è basso (8,6%), così come Instagram (11,7%).
IL RUOLO DELL’IA
È tuttavia atteso nei prossimi anni un profondo cambio di paradigma nelle modalità e nelle fonti informative, a seguito della rivoluzione dettata dalla Intelligenza artificiale. Come ribadisce l’analisi del Censis, «nel campo della comunicazione, uno dei maggiori impieghi dell’IA precedente il grande successo della sua versione generativa è stato nei sistemi di raccomandazione sui social media, motori di ricerca e piattaforme di streaming o e-commerce (come Netflix e Amazon), che ha reso le strategie comunicative più personalizzate, automatizzate e orientate ai dati.
Secondo l’indicatore Eurostat, le aziende dell’Ue ad aver fatto maggior uso dell’IA nel 2025 sono quelle appartenenti al settore
dell’informazione e comunicazione (62,5%). E i lavori che si basano sulla creazione e trasmissione di contenuti, molti di questi appartenenti proprio alla sfera della comunicazione, potrebbero essere quelli più a rischio, se non di totale sostituzione, quantomeno di qualche cambiamento».
A questo futuro gli italiani sembrano comunque già essere pronti. Infatti, nonostante la gran parte di essi (il 61,6%) abbia risposto di no alla domanda del Censis «ti sentiresti a tuo agio a informarti attraverso un mezzo interamente
generato dall’IA?», vi è una schiera non indifferente di persone che sono favorevoli (38,4%). Di queste, il 30,1% si dichiara disposto a farlo a patto che i contenuti siano supervisionati da esseri umani, mentre un più fiducioso 8,3% accetterebbe anche nel caso in cui fosse completamente gestito dall’IA.
Tra coloro che si sono dimostrati contrari, le ragioni sono attribuite sia al rischio di disinformazione o fake news (34,8%), sia perché si tende a dare ancora maggior valore a un prodotto creato da esseri umani (26,8%). ■

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Dal 1° maggio è entrata in vigore l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, considerato uno dei più rilevanti partenariati economici siglati da Bruxelles negli ultimi anni. L’intesa crea un’area commerciale da oltre 700 milioni di consumatori e punta a rafforzare il peso economico europeo in America Latina attraverso una progressiva liberalizzazione degli scambi. Il cuore dell’accordo è la graduale eliminazione dei dazi sul 91% delle merci esportate dall’Ue verso i Paesi del Mercosur. Le prime riduzioni tariffarie interesseranno da subito alcuni dei comparti strategici del Made in Europe, tra cui automotive, farmaceutica, vini, distillati e olio d’oliva. Tra gli elementi centrali dell’intesa figura anche la tutela della proprietà
intellettuale. L’accordo garantirà infatti la protezione di 344 indicazioni geografiche europee, rafforzando la difesa dei prodotti tipici contro imitazioni e contraffazioni sui mercati latinoamericani. L’intesa guarda con attenzione anche alle piccole e medie imprese, spesso penalizzate nei processi di internazionalizzazione. Bruxelles prevede strumenti dedicati, tra cui piattaforme informative gratuite e servizi di assistenza per facilitare l’accesso ai mercati sudamericani. Secondo la Commissione europea, entro il 2040 l’accordo potrebbe aumentare del 39% l’export europeo verso il Mercosur, fino a circa 50 miliardi di euro l’anno. Per Ursula von der Leyen si tratta di «un passo decisivo per rafforzare competitività e resilienza dell’Europa nello scenario globale».


Con il nuovo Regolamento (UE) 2026/1139, firmato il 20 maggio 2026, l’Unione europea cambia approccio nella gestione delle crisi occupazionali e trasforma il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (EGF) in uno strumento di prevenzione, non più soltanto di intervento successivo ai licenziamenti. L’obiettivo è accompagnare i lavoratori verso nuove opportunità professionali prima della perdita effettiva del posto di lavoro, anticipando gli effetti delle ristrutturazioni aziendali. Le nuove norme riguarderanno le imprese che prevedono almeno 200 esuberi e potranno estendersi anche ai dipendenti di aziende collegate lungo la stessa filiera produttiva. La riforma si inserisce nella strategia europea di sostegno ai settori maggiormente esposti alle trasformazioni economiche e industriali, come automotive e acciaio, oggi sotto pressione per la transizione verde e digitale, le tensioni geopolitiche e la concorrenza globale. Il nuovo EGF finanzierà percorsi di formazione digitale e green, certificazione delle competenze, orientamento professionale, assistenza alla ricerca di lavoro, mentoring e supporto all’imprenditorialità. Restano invece escluse misure passive di sostegno al reddito. Le disposizioni saranno valide fino al 2027 e rappresentano uno dei principali tasselli della revisione degli strumenti sociali.
In un mercato del lavoro trasformato dalla rivoluzione digitale, dalla transizione ecologica e dall’invecchiamento della popolazione, l’apprendimento permanente non è più un’opzione, ma una necessità strategica. Il cosiddetto lifelong learning –l’insieme delle attività formative svolte lungo tutto l’arco della vita – è oggi considerato uno degli strumenti decisivi per sostenere occupazione, competitività e inclusione sociale. Il modello si fonda su tre dimensioni: formazione formale, apprendimento sul lavoro e acquisizione di competenze nella vita quotidiana. I lavoratori più qualificati e inseriti nell’economia formale continuano a beneficiare delle maggiori opportunità, mentre chi ha bassi livelli di istruzione o opera nel lavoro informale incontra ostacoli economici, mancanza di tempo e offerte formative poco aderenti al territorio. La trasformazione del lavoro richiede inoltre competenze sempre più integrate. Non bastano abilità tecniche isolate: le imprese cercano “skills bundles”, pacchetti di competenze che combinano capacità cognitive, analisi dei dati, problem solving e abilità socio-emotive come empatia, collaborazione e adattabilità. A incidere è anche la doppia transizione verde e digitale.

Sicurezza sul lavoro, l’Ue punta sul dialogo sociale

Il dialogo sociale si conferma uno degli strumenti centrali della strategia europea per il rafforzamento della tutela dei lavoratori. In un contesto segnato da trasformazioni tecnologiche, ambientali ed economiche sempre più rapide, la cooperazione tra sindacati e datori di lavoro viene indicata come leva decisiva per garantire ambienti professionali più sicuri e salubri. Secondo l’European Working Conditions Survey 2024, i lavoratori dell’Unione europea considerano la tutela della salute fisica e mentale sul lavoro come una priorità assoluta. Un’esigenza che si inserisce nel quadro del modello sociale europeo, che riconosce la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali come principio cardine, in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e il Pilastro europeo dei diritti sociali. Accanto alla contrattazione sociale, Bruxelles sostiene progetti transnazionali dedicati alle nuove sfide della sicurezza. Tra questi, il programma VHAW at Work ha posto l’attenzione su violenza e molestie di genere nei luoghi di lavoro, mentre ADAPTHEAT ha analizzato gli effetti delle temperature estreme legate al cambiamento climatico. Il progetto FlexWorkConditions, invece, ha approfondito i rischi del lavoro flessibile, producendo linee guida per modelli organizzativi più sicuri.
Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni


L'instabilità geopolitica ed economica spinge verso il basso le aspettative dei lavoratori autonomi qualificati che passano da -9,4 a -32,5. Unica eccezione le professioni economico-finanziarie, che mostrano una tenuta migliore. I più pessimisti? Gli specializzati in attività scientifiche e tecniche (-44,9) e gli odontoiatri (-43,1), seguiti da vicino dalle professioni mediche e assistenziali (-36,6) di
Tra febbraio e aprile 2026 il clima di fiducia dei professionisti registra un peggioramento netto e repentino: l’Indice passa da -9,4 a -32,5. Un dato che non fotografa soltanto una fase di incertezza, ma segnala un cambio di tono profondo nelle aspettative del lavoro autonomo qualificato.
A fare da sfondo è un contesto internazionale sempre più instabile, in cui le tensioni geopolitiche e le crisi energetiche non restano sullo sfondo, ma entrano direttamente nelle dinamiche economiche quotidiane. Il conflitto in Iran e le ricadute sugli equilibri energetici globali contribuiscono ad alimentare un clima di forte incertezza, che si riflette direttamente sulle aspettative dei professionisti.
Il segnale negativo è generalizzato: nessun comparto resta davvero immune. Cambia solo l’intensità del peggioramento. In quasi tutti i settori si osserva una revisione al ribasso delle aspettative, con l’unica eccezione delle altre professioni economico-finanziarie, che mostrano una tenuta migliore.
Ai livelli più critici si collocano le altre attività professionali, scientifiche e tecniche (-44,9) e gli odontoiatri (-43,1), seguiti da vicino dalle professioni mediche e assistenziali (-36,6), dagli avvocati e notai (-35,4), dagli architetti e ingegneri (-32,9) e dai commercialisti (-32,4). Un quadro compatto nella negatività, che racconta un clima diffuso di cautela e attesa. Più contenuto, pur all’interno di un quadro comunque negativo, il peggioramento tra i consulen-
ti del lavoro, che si attestano a -23,4, mentre le professioni economico-finanziarie registrano il valore meno critico dell’intero campione (-11,9), segnalando una maggiore tenuta relativa rispetto agli altri comparti.
L’analisi per sesso evidenzia un peggioramento diffuso del clima di fiducia sia tra gli uomini sia tra le donne, confermando tuttavia aspettative più pessimistiche tra la componente femminile: ad aprile 2026 l’indice si attesta infatti a -35,4 tra le donne, a fronte di -30,8 tra gli uomini.
GIOVANI FIDUCIOSI
I professionisti più giovani (fino a 44 anni) mostrano una tenuta relativamente migliore del clima di fiducia, con un indice pari a -28,4. Con l’avanzare dell’età, però, il
quadro si fa più critico: le fasce centrali e mature risultano le più esposte al deterioramento, con il picco negativo nella classe 55-64 anni (-35,5), che conferma una percezione particolarmente prudente rispetto alle prospettive dei prossimi mesi. Gli over 65 restano anch’essi su valori negativi (-31,1), ma con un peggioramento meno marcato rispetto ad altri segmenti.
DEBOLE L’AREA DEL NORD EST Sul piano territoriale, il segnale di indebolimento è generalizzato e coinvolge tutte le aree del Paese, senza eccezioni. Le condizioni più critiche si registrano nel Nord Est (-36,8) e nel Mezzogiorno (-36,2), dove il clima di fiducia appare maggiormente compromesso. Il Centro si conferma l’area relativamente meno negativa (-26,3), pur segnando comunque un forte

arretramento rispetto alla precedente rilevazione (-8,1), a testimonianza di un peggioramento diffuso e trasversale.
Le realtà senza dipendenti risultano le più esposte al deterioramento del clima economico, con un indice che scende fino a -37,1, segnalando una maggiore sensibilità alle condizioni di incertezza e alle tensioni del contesto internazionale. All’aumentare della struttura organizzativa, la dinamica cambia: gli studi con 3-5 dipendenti mostrano infatti valori relativamente meno negativi (-29,3), pur all’interno di un quadro generale di forte indebolimento. La dimensione, in questa fase, evidenzia una maggiore capacità di tenuta delle realtà professionali. Sul fronte delle aspettative, si apre una divaricazione sempre più evidente

Media dei saldi tra risposte favorevoli e sfavorevoli dei professionisti sulle aspettative relative all’economia e all’occupazione nei prossimi tre mesi. In etichetta valore indice aprile 2026. Per professione ordine crescente per valore indice aprile 2026. Dati febbraio 2026 e aprile 2026.
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati della III Indagine sulla formazione continua dei professionisti e su dati dell’indagine Il welfare negli studi professionali attraverso l’esperienza dei professionisti
tra economia e occupazione. Le valutazioni sull’economia italiana scendono su livelli marcatamente negativi, mentre quelle sull’occupazione reggono meglio, pur entrando anch’esse in una fase di indebolimento rispetto alla precedente rilevazione. Il dato indica un graduale ampliamento dell’incertezza, che inizia a coinvolgere anche le prospettive occupazionali.
NUOVE ASSUNZIONI AL PALO
Coerentemente, si raffreddano le intenzioni di crescita. Le nuove assunzioni restano un’opzione minoritaria e si rafforza l’area della non programmazione. Più che una pausa, sembra un arretramento prudenziale: si riduce l’esposizione, si rinvia ogni decisione espansiva. Ma è sul fronte delle preoccupazioni che il segnale diventa ancora più forte ed evidente: quasi
un professionista su due indica come principali timori lo scenario internazionale e le sue ricadute economiche. Ai primi posti, con ampio distacco, ci sono i conflitti internazionali e la situazione geopolitica (62,1%), l’aumento del costo della vita (52,1%) e l’instabilità economico-finanziaria (49,5%). Il dato più rilevante non è solo cosa preoccupa, ma quanto pesa l’esterno nelle decisioni interne: la percezione è che le variabili globali stiano diventando determinanti dirette della tenuta professionale.
Accanto a questo, emergono con più forza anche le pressioni “interne” al lavoro: carichi crescenti, equilibrio vita-lavoro sempre più fragile, attenzione alla salute psicofisica. Segnali che raccontano una seconda linea di tensione, meno macro ma sempre più
concreta nella quotidianità degli studi.Il quadro che emerge è quello di una professione sempre più esposta a una doppia pressione: da un lato la geopolitica e l’economia globale, dall’altro la sostenibilità interna del lavoro. In mezzo, una fiducia che non si limita a scendere, ma cambia natura: da indicatore ciclico a sensore permanente di instabilità. ■
“PENSANDO AI PROSSIMI 12 MESI, QUALI SONO LE TUE PRINCIPALI PREOCCUPAZIONI?”
Domanda a risposta multipla. Dati aprile 2026.
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati della III Indagine sulla formazione continua dei professionisti e su dati dell’indagine Il welfare negli studi professionali attraverso l’esperienza dei professionisti

di Andrea Sonnino, Alessia Negrini e Giulia Palma
La figura dell’esperto in agricoltura, foreste, territorio e ambiente è in costante evoluzione, anche perché e al centro di grandi sfide: produzione sostenibile del cibo, tutela degli ecosistemi, innovazione digitale, mitigazione del cambiamento climatico e valorizzazione dei territori. A dirlo è il rapporto Una professione dai molti percorsi promosso da Fidaf, Conaf e dalla Conferenza A.G.R.A.R.I.A

Il rapporto Una professione dai molti percorsi. I Professionisti per l’agricoltura, le foreste, il territorio e l’ambiente tra formazione e lavoro, promosso da FIDAF, CONAF e dalla Conferenza A.G.R.A.R.I.A. ed elaborato dall’Osservatorio delle Libere Professioni di Confprofessioni, restituisce l’immagine di una professione in profonda trasformazione, sempre più centrale nelle grandi transizioni ambientali, tecnologiche ed economiche che attraversano il sistema agroalimentare e forestale italiano ed europeo. Il documento, che integra serie storiche provenienti da fonti istituzionali con evidenze dirette della categoria,6 analizza i percorsi formativi, le condizioni occupazionali e le prospettive future dei laureati in agraria, scienze forestali e discipline affini, delineando un quadro complessivamente positivo ma al tempo stesso ricco di nuove sfide. Uno degli aspetti più rilevanti messi in evidenza dal rapporto è il carattere sempre più interdisciplinare della formazione. I corsi universitari che consentono l’accesso alla professione sono oggi numerosi e articolati e coprono ambiti che spaziano dalla biologia all’economia, dalla meccanica alla sostenibilità ambientale, dalla gestione del territorio alle tecnologie digitali. Questa pluralità di competenze risponde alla crescente complessità del settore primario, chiamato a confrontarsi contemporaneamente con sicurezza alimentare, cambiamento climatico, tutela della biodiversità, gestione delle risorse naturali e innovazione tecnologica.
SCELTA SOSTENIBILE
Il rapporto sottolinea inoltre come le motivazioni che spingono i gio-
I PROFESSIONISTI PER L'AGRICOLTURA, LE FORESTE, IL TERRITORIO E L'AMBIENTE TRA FORMAZIONE E LAVORO

A cura di
vani verso questi percorsi di studio siano fortemente valoriali. La passione per la natura e per l’ambiente, l’interesse per la sostenibilità e la consapevolezza dell’importanza strategica della produzione di alimenti rappresentano oggi elementi determinanti in questa scelta universitaria.
Non si tratta quindi soltanto di una professione tecnica, ma di un insieme di attività percepite come strumenti concreti per contribuire alla sostenibilità dello sviluppo, alla tutela delle risorse naturali e alla qualità della nutrizione umana.
Il rapporto promosso da FIDAF, CONAF e dalla Conferenza A.G.R.A.R.I.A. ed elaborato dall’Osservatorio delle Libere Professioni di Confprofessioni, restituisce l’immagine di una professione in profonda trasformazione, sempre più centrale nelle grandi transizioni ambientali
UN LAVORO IN TEMPI BREVI
Dal punto di vista occupazionale, lo studio evidenzia risultati particolarmente significativi. Oltre il 90% dei laureati trova lavoro in tempi relativamente rapidi e con livelli di continuità occupazionale elevati, anche in un contesto economico caratterizzato da incertezza e instabilità. Le competenze dei dottori agronomi e forestali risultano infatti richieste in una pluralità di settori: consulenza professionale, pubblica amministrazione, ricerca, filiere agroalimentari, gestione ambientale, energie rinnovabili, agricoltura digitale, pianificazione territoriale e certificazione ambientale.
AUMENTANO LE DONNE
Un altro elemento di forte interesse riguarda la trasformazione demografica della categoria. Cre-
sce la presenza femminile sia tra gli iscritti agli ordini professionali sia nei corsi universitari, segnale di un progressivo riequilibrio di genere che, secondo il rapporto, dovrà però consolidarsi ulteriormente nei prossimi anni. Allo stesso tempo aumenta il peso delle giovani generazioni: gli under 35 superano oggi il 14% degli iscritti all’Ordine professionale, con un incremento significativo rispetto al decennio precedente. Si tratta di giovani professionisti generalmente orientati verso approcci multidisciplinari e fortemente interessati all’innovazione tecnologica e alla sostenibilità. Il documento dedica ampio spazio anche alla qualità percepita del lavoro. I livelli di soddisfazione professionale risultano elevati sia tra i liberi professionisti sia tra i dipendenti e coloro che combinano attività pro-

fessionale e lavoro subordinato. La soddisfazione non deriva soltanto dagli aspetti economici, ma anche dalla percezione di svolgere un’attività socialmente utile e coerente con i propri valori personali.
Accanto agli elementi positivi emergono tuttavia alcune criticità. Il rapporto segnala la necessità di rafforzare il raccordo tra università e mondo del lavoro, migliorare l’orientamento degli studenti e consolidare i percorsi di formazione permanente lungo tutto l’arco della vita professionale. L’impetuosa evoluzione tecnologica, dalla digitalizzazione all’intelligenza artificiale applicata all’agricoltura e alla gestione forestale, impone infatti un aggiornamento continuo delle competenze. Le professioni agrarie e forestali appaiono sempre meno legate a modelli tradizionali e sempre più inserite in sistemi complessi che richiedono capacità di integrazione tra saperi scientifici, economici, sociali e ambientali.
Le conclusioni del rapporto assumono anche una valenza politica e strategica. Secondo i promotori dello studio, i dottori agronomi e forestali non possono più essere considerati figure specialistiche marginali, ma professionisti essenziali per accompagnare le trasformazioni del Paese e dell’Unione europea. La transizione ecologica, la resilienza dei sistemi agroalimentari, la gestione sostenibile delle risorse naturali e la sicurezza ambientale richiederanno infatti competenze tecnico-scientifiche sempre più avanzate e integrate. Nel complesso, Una professione


dai molti percorsi restituisce dunque l’immagine di una categoria dinamica, giovane e in evoluzione, caratterizzata da buone prospettive occupazionali e da un crescente riconoscimento sociale.
Il rapporto evidenzia come le professioni agrarie e forestali siano oggi al centro delle grandi sfide contemporanee: produzione sostenibile del cibo, tutela degli ecosistemi, innovazione digitale, mitigazione del cambiamento climatico e valorizzazione dei territori. In questo scenario, la formazione interdisciplinare e l’aggiornamento continuo diventano gli strumenti fondamentali per consolidare il ruolo dei professionisti dell’agricoltura e delle foreste nella costruzione di modelli di sviluppo più sostenibili e resilienti. ■
di
Sandra Vannoni
Delegata nazionale Previdenza e Welfare P.LP. Psicologi Liberi Professionisti
Contrariamente a quello che si pensa la realtà della libera professione presenta diverse criticità, soprattutto per i giovani e le donne. Flessione dei fatturati, aumento costante dei costi di gestione, assenza di tutele adeguate in caso di riduzione del lavoro, forte esposizione al rischio economico, disparità di genere e un sistema previdenziale che penalizza le nuove generazioni. Serve un cambio di prospettiva


Nel 2026 ci si aspetterebbe di aver superato stereotipi e pregiudizi sul mondo delle libere professioni, invece continua a prevalere un’immagine ormai datata, quasi novecentesca, secondo la quale essere libero professionista rappresenterebbe automaticamente una condizione di benessere e privilegio. Questa percezione distorta, ancora diffusa sia nell’opinione pubblica sia in parte della classe politica, rende più difficile affrontare le criticità reali che interessano il settore, soprattutto per i giovani e per le donne. La realtà quotidiana delle professioni racconta infatti uno scenario molto diverso: flessione dei fatturati, aumento costante dei costi di gestione, adempimenti burocratici sempre più gravosi, assenza di tutele adeguate in caso di riduzione del lavoro o mancato pagamento delle prestazioni, obbligo di formazione continua a carico del professionista e forte esposizione al rischio economico. A ciò si aggiunge un sistema previdenziale che, basandosi strettamente sui contributi versati, lega inevitabilmente il futuro pensionistico alla continuità e alla stabilità dei redditi professionali, con conseguenze particolarmente preoccupanti per le nuove generazioni.
DONNE E GIOVANI PENALIZZATI Questo quadro riguarda tutti i professionisti, ma risulta ancora più complesso per le donne, che alle difficoltà proprie del lavoro autonomo sommano quelle derivanti da persistenti disparità di genere. Permangono infatti ostacoli alla crescita professionale e al riconoscimento del merito, oltre a un significativo divario econo-
mico rispetto ai colleghi uomini e a una limitata presenza nei ruoli decisionali e di leadership. Essere liberi professionisti oggi significa quindi affrontare sfide profonde: costruire autonomamente il proprio futuro previdenziale, sostenere costi sempre più elevati, confrontarsi con l’assenza di ammortizzatori efficaci e operare in un mercato spesso caratterizzato da forte instabilità. Particolarmente delicata è la situazione dei giovani. Sempre più spesso l’apertura della Partita IVA non rappresenta una scelta autenticamente vocazionale, ma una necessità dettata da un mercato del lavoro incapace di offrire alternative stabili e qualificate. Questo fenomeno produce un duplice effetto negativo. Da un lato, molti giovani intraprendono un percorso professionale senza quella motivazione e progettualità indispensabili per affrontare le difficoltà della fase di avvio, esponendosi così più facilmente al fallimento o alla precarietà permanente. Dall’altro, l’ingresso nel mercato di soggetti spinti esclusivamente dalla necessità economica rischia di impoverire la qualità complessiva delle prestazioni professionali, alimentando dinamiche di concorrenza al ribasso che penalizzano sia i professionisti qualificati sia i giovani realmente motivati a investire nella professione.
Accanto a queste problematiche esiste inoltre un tema culturale: il valore delle professioni continua a essere sottovalutato. Eppure il sistema professionale rappresenta una componente essenziale dello sviluppo economico e sociale del Paese. Le professioni producono

innovazione, competenze, qualità dei servizi, supporto alle imprese e tutela dei cittadini. Non sono semplicemente uno strumento per colmare temporanee carenze occupazionali, ma costituiscono un patrimonio strategico di conoscenze ed esperienza. In questo contesto, il tema dell’equo compenso assume un ruolo centrale. Garantire una giusta remunerazione significa non solo tutelare il professionista, ma anche salvaguardare la qualità delle prestazioni offerte ai cittadini e alle imprese. La svalutazione economica del lavoro professionale produce infatti effetti negativi sull’intero sistema: sugli studi professionali e sui loro
collaboratori, sui clienti, sulle imprese dell’indotto e, più in generale, sulla competitività del Paese. Quanto esposto riguarda anche la categoria degli psicologi libero professionisti, e in particolare delle psicologhe libero professioniste. La nostra categoria è composta in altissima percentuale da donne, molte delle quali giovani; per questo il tema della disparità salariale e soprattutto quello delle carriere discontinue ci riguarda profondamente. La maternità e l’accudimento dei figli — che ancora oggi ricadono prevalentemente sulle donne — determinano infatti una riduzione immediata del reddito e, di conseguenza, anche riper-
cussioni sul piano previdenziale, senza che vi siano adeguate tutele per i periodi di assenza dal lavoro. Diventa quindi necessario pensare a percorsi che proteggano la pensione futura delle professioniste. Un altro punto essenziale riguarda la tutela del nostro lavoro nel campo del benessere psicologico.
Attualmente gli psicologi nei servizi pubblici sono sempre meno, a fronte di una richiesta quadruplicata non solo in termini numerici, ma anche rispetto alla complessità degli interventi richiesti: scuola, tribunale, multiculturalità, famiglie, separazioni, stress lavorativo e molto altro. Se non si aumenta
il numero di psicologi, come sarà possibile rispondere alle crescenti domande in ambito psicologico?
In questo senso, una maggiore integrazione tra pubblico e privato potrebbe contribuire a risolvere, almeno in parte, il problema delle risorse economiche e delle numerose richieste oggi inevase.
Esiste però un problema di fondo: quando gli enti pubblici fissano i corrispettivi per il lavoro libero professionale degli psicologi, raramente tengono conto del principio dell’equo compenso. Le prestazioni psicologiche risultano così sottopagate e, in molti casi, la libera

professione rischia di trasformarsi in una forma mascherata di lavoro dipendente attraverso contratti a Partita IVA. Una parte significativa delle nostre attività dovrebbe quindi essere monitorata e tutelata proprio attraverso l’istituto dell’equo compenso. Serve, in definitiva, un cambio di prospettiva. È necessario abbandonare una visione miope e di breve periodo, che considera il lavoro professionale come una semplice risposta emergenziale, e riconoscere invece il capitale intellettuale delle professioni come una leva fondamentale per la crescita, l’innovazione e la coesione sociale.
Investire nelle competenze, nella qualità del lavoro e nella sostenibilità delle professioni significa investire nel futuro del Paese. Per affrontare sfide così complesse è indispensabile costruire un rapporto stabile e concreto tra il mondo delle professioni e quello della politica, affinché possano essere elaborate soluzioni strutturali e lungimiranti. In questo percorso ogni associazione può svolgere, per la propria professione, un ruolo importante, in sinergia con Confprofessioni, che può assumere una funzione centrale. In quanto organismo rappresentativo di gran parte del sistema professionale italiano, Confprofessioni possiede infatti l’autorevolezza necessaria per promuovere a livello nazionale le istanze dei professionisti, favorire il dialogo istituzionale, costruire tutele più efficaci, valorizzare il ruolo sociale delle professioni e sostenere politiche capaci di garantire dignità, sostenibilità e prospettive alle nuove generazioni di professionisti. ■
di Isabella Colombo
Tra concorrenza, gender pay gap, guadagni bassi e onda lunga dell'effetto Pnrr, gli avvocati migrano verso la pubblica amministrazione. A cedere sono soprattutto i giovani. Ma a far riflettere è la rinuncia delle donne, per il ruolo rivestito nella difesa dei diritti. Parla Giampaolo Di Marco, segretario generale dell’Associazione nazionale forense


C’è un primato tutto italiano che sta cominciando a vacillare: il numero di avvocati in rapporto agli abitanti. Tradizionalmente, ne abbiamo sempre mantenuto uno ogni 250 cittadini, il doppio dei tedeschi e quattro volte i francesi.
Se si escludono i micro-stati e i paradisi societari, l'Italia è il primo grande Paese europeo per la presenza di legali e nel resto del mondo veniamo superati stabilmente solo da nazioni come Israele, Brasile e Repubblica Dominicana. Il fenomeno è dovuto a una serie di fattori strutturali e culturali come la tradizione universitaria di Giurisprudenza, storicamente una delle facoltà più frequentate in Italia, e un sistema civile e societario complesso che ha sempre
spinto a una forte richiesta di assistenza legale. Ma da qualche tempo, nonostante i fattori strutturali e culturali non siano cambiati, il numero degli avvocati iscritti all’ Albo è in diminuzione.
I dati del recente rapporto di Cassa forense e Censis presentato in Parlamento confermano la presenza di 228.641 avvocati nel 2025, 6mila in meno di dieci anni fa. Il calo è trainato soprattutto dalla componente femminile (meno 4.238) che adduce ragioni reddituali e di carico familiare. Il divario di genere è imbarazzante: a fronte di 67.959 euro guadagnati in media ogni anno dagli avvocati uomini, le donne ne portano a casa 33.829 (vedi box). Questioni di genere a parte, il 18,4% di tutti gli avvocati, uomini e donne, per-

cepisce la sua condizione come “molto critica” per la situazione professionale incerta, il 26,9% “abbastanza critica” e un buon 30,3% ha preso in considerazione l’idea di lasciare. «Sembra riduttivo, dopo sei anni, ricondurre le ragioni del calo alla crisi economica e sociale causata dalla pandemia Covid, ma in parte è così e dobbiamo farci i conti» spiega Giampaolo Di Marco, segretario generale dell’Associazione nazionale forense che qui ci aiuta a fare chiarezza sui motivi di questa inversione di tendenza.
D. In che modo il post Covid ha influito sul numero delle iscrizioni degli avvocati all’albo?
Il Pnrr, tra le altre cose, ha sbloccato il reclutamento concorsuale finanziando in maniera massiccia la pubblica amministrazione. Anche per favorire il ricambio generazionale, è aumentata la capacità di assorbimento di molti laureati, primi fra tutti quelli in giurisprudenza. Prima, chi usciva dall’università con quella laurea aveva nei fatti solo la professione legale davanti a sé; dopo il Pnrr ha potuto invece trovare sbocchi di carattere pubblico nel breve e medio termine.
D. Il calo però non è relativo solo a laureati che non si iscrivono ma anche a iscritti che si cancellano…
Sì, questo è il calo più preoccupante. C’è sicuramente un fattore di invecchiamento della categoria come della popolazione in generale, in Italia. Ma c’è anche una quota di professionisti che decide di


Giampaolo Di Marco, segretario generale dell’Associazione nazionale forense
cambiare lavoro e magari confluire nel settore pubblico. Il dato ancora più significativo è che tra coloro che si cancellano non ci sono solo giovani neoiscritti che a un certo punto deviano verso il pubblico, ma avvocati tra i 45 e i 55 anni.
D. Decidono di cambiare proprio nel pieno della loro carriera?
Forse sono piuttosto nel pieno della delusione di una carriera non realizzata. La maggior parte di questi sono diventati cancellieri. Erano già esperti nel settore giustizia e sono passati dall’altra parte della barricata. Oppure, sono stati assunti dall’Agenzia delle entrate e dall’Inps. Sono queste le tre istituzioni che assorbono i fuoriusciti dell’avvocatura.
D. L’assunzione massiccia da parte della PA non potrà durare a lungo…
Certo, infatti i nodi al pettine verranno quando si ristabiliranno gli equilibri delle assunzioni. E i nodi sono quelli dei guadagni. Chi lascia, spesso oggi lo fa per una remunerazione non adeguata. Circa 100mila avvocati guadagnano meno di 20mila euro l’anno. Se continua così, il calo di iscritti non potrà che continuare ancora.
D. Perché guadagnano così poco?
Il settore delle controversie tradizionali, le cosiddette cause in tribunale, è in calo costante da oltre un decennio. Non si è smesso di litigare o di avere bisogno di avvocati, ma è cambiato radical-

mente il modo in cui si risolvono i contenziosi e i tribunali non sono più l'unica, o la prima, opzione. Quindi gli avvocati hanno meno lavoro e non possono “riciclarsi” altrove. La condizione di avvocato non permette, per esempio, di lavorare come amministratore di società con poteri di gestione, oppure di svolgere attività privata come dipendente. Un giovane avvocato, per esempio, non può fare il cameriere in uno stabilimento balneare in estate.
D. Questo penalizza soprattutto i più giovani?
Un giovane avvocato oggi ha un limitato raggio d’azione, una concorrenza spietata e, in più, deve spesso mantenere uno studio
monocomponente perché l’unica forma ammessa di studio associato è quella tra avvocati e non può quindi lavorare a fianco di altri professionisti. Oppure deve lavorare come monocommittente con uno studio che gli dà 1.500 euro al mese. Come fa a 26 anni a pensare a una casa, una famiglia e un mutuo? Nonostante l’ingresso alla professione sia più facile, per esempio perché la pratica è scesa da 24 a 18 mesi e l’esame non è più uno scoglio insormontabile, paradossalmente i giovani sono poco incentivati.
D. Da quando la professione è diventata così poco attrattiva?
Dai primi anni Duemila l’Europa ha aperto il mercato senza però dare tutele ai piccoli professionisti. Nel frattempo, altre professioni, soprattutto notai e commercialisti, hanno eroso terreno agli avvocati in tantissimi ambiti di attività e lo Stato ha “depotenziato” la figura dell'avvocato tradizionalista, riducendo le materie per cui è obbligatorio andare in tribunale. Senza tutele e con tante limitazioni, non deve meravigliarci il fatto che stia calando anche l’indice di fiducia di chi è ancora dentro. L’unico beneficio di essere iscritti all’ordine, oggi, è il codice deontologico che garantisce a tutti lo stesso standard di valori e principi. Servirebbero misure che ripensino il modello ma la nuova legge ordinistica in approvazione tende a conservare una posizione già vecchia; il sistema delle incompatibilità, per esempio, viene toccato solo marginalmente quando invece servirebbe un vero shock al settore. ■
Come per il resto dell’universo femminile che lavora, a influire sul calo delle avvocate sono il gender pay gap e il carico familiare in assenza di una organizzazione sociale a favore di famiglie. Così, il comparto femminile traina l’emorragia di iscritti dall’albo degli avvocati, come evidenziato dai nuovi dati di Cassa forense e Censis. Il timore è che questo, alla lunga, possa influire anche sui diritti delle donne in generale perché è merito delle avvocate e delle loro associazioni in difesa delle donne che l’Italia ha fatto strada e scuola. «Il 90% dei diritti delle donne, in Italia, è arrivato grazie al lavoro politico, giuridico e sociale delle donne stesse. Dal nuovo diritto di famiglia che abbatte il concetto di potestà del padre al passaggio della violenza sessuale da reato contro la morale a reato contro la persona, dall’istituzione del codice rosso evoluto alla tutela delle vittime di violenza con la riforma Cartabia e tante altre misure di civiltà» spiega Concetta Gentili, avvocata dell’Associazione Eva che è nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio. «Penso al lavoro incessante sul territorio, ma anche a figure celebri della nostra avvocatura come Tina Lagostina Basso o Maria Grazia Carrano, capaci di scardinare aule di tribunale ferme a una cultura arcaica. Le conquiste nei contesti di giustizia portano la firma di avvocate, parlamentari e magistrate che ci hanno creduto quando nessuno ci credeva. Anche la storia recente lo dimostra: l'atteggiamento della giustizia italiana nei confronti delle denunce delle donne è stato spesso caratterizzato da miopia e pregiudizio, tanto da costare all'Italia dure condanne da parte dell'Europa». ■


Dopo il successo Netflix La legge di Lidia Poët, una delle serie più viste dal pubblico italiano, in libreria è appena arrivato Lidia Poët e le prime avvocate. La storia vera del femminismo forense in Europa di Alberto Nicòtina (Bollati Boringhieri). Il libro racconta le vicende delle pioniere europee del femminismo forense, Lidia Poët, Marie Popelin, Jeanne Chauvin e Sarmiza Bilcescu che aprirono le porte del foro a tutte le donne, sfidando una società misogina. Non una corsa al primato, ma una battaglia organizzata e transnazionale per mettere fine alle discriminazioni di genere. E anche per portare un vento di cambiamento che soffia ancora oggi: «Quelle ragazze ventenni avevano intuito che il vero antidoto al conservatorismo forense non è la retorica della grandeur, ma l’aspirazione alla normalità. Un’avvocatura normale che declina il concetto di prestigio come servizio, e mette da parte lo stacanovismo a vantaggio dell’equilibrio. Non una vocazione mistica da custodire in un tempio, ma un mestiere civile, laico, umano». ■

di Michele Tiraboschi
Professore Ordinario di diritto del lavoro Università di Modena e Reggio Emilia
La nuova norma UNI sulle professioni dell’intelligenza artificiale apre una questione che va oltre la tecnica: chi definirà i mestieri del futuro? Tra standard, certificazioni e trasformazioni digitali, il rischio è che la costruzione delle professionalità sfugga alla contrattazione collettiva e alla rappresentanza sociale


La recente pubblicazione della norma tecnica UNI (116218:2026), che definisce i profili professionali dell’intelligenza artificiale, è certamente una notizia importante. Per la prima volta si prova a dare un ordine, almeno sul piano nazionale, a mestieri nuovi, in rapida trasformazione, spesso evocati con formule suggestive, ma ancora difficili da collocare nei mercati del lavoro e prima ancora nei percorsi formativi. In apparenza è una buona notizia.
L’intelligenza artificiale entra ormai in ogni settore produttivo e amministrativo. Servono competenze riconoscibili, percorsi di formazione credibili, strumenti per orientare imprese, lavoratori, scuole e università. In un mercato del lavoro confuso, uno standard e una certificazione può in effetti aiutare a fare chiarezza. Ma fermarsi qui sarebbe un commento parziale. Perché la vera questione non è soltanto tecnica. È sociale, sindacale, politica. Chi decide che cosa sono i mestieri dell’intelligenza artificiale? Chi stabilisce quali competenze contano, quale valore di mercato hanno, quale collocazione devono assumere nelle organizzazioni, nei contratti e nella stessa società? Chi trasforma una competenza tecnica in una identità professionale riconosciuta?
Storicamente questa funzione non apparteneva ai tecnici della normazione, né alla burocrazia amministrativa che oggi ha persino edificato un Atlante dei mestieri. Era il cuore pulsante della contrattazione collettiva. I contratti nazionali non servono soltanto a
fissare minimi salariali, ferie, orari o indennità. La loro funzione più profonda è costruire socialmente il lavoro: classificare i mestieri, collocarli in scale professionali, attribuire loro un valore economico e giuridico, riconoscere una dignità dentro una comunità produttiva.
È qui che si misura la forza di un sistema di relazioni industriali. Non nella capacità di inseguire, a valle, le trasformazioni tecnologiche, ma nella capacità di governarle mentre prendono forma. Un mestiere non è mai soltanto un elenco di competenze tecniche o un insieme di mansioni e compiti. È un ruolo sociale. È una posizione dentro una organizzazione. È un pezzo di identità della persona che lavora. È anche un criterio di distribuzione del valore prodotto.
Per questo la nuova norma UNI sull’intelligenza artificiale pone un problema serio. Non perché gli standard tecnici siano inutili. Al contrario: possono essere strumenti preziosi, soprattutto in settori nuovi, complessi, internazionalizzati. Il punto è un altro. Se questi standard nascono e si consolidano fuori dal circuito della rappresentanza sociale, rischiano di sostituirsi alla contrattazione collettiva proprio nel suo nucleo più delicato: la definizione dei mestieri.
È un processo che non nasce oggi. Da anni, accanto ai contratti collettivi, crescono repertori pubblici, atlanti delle qualificazioni, norme tecniche, certificazioni delle competenze.L’intenzione dichiarata è condivisibile: rendere leggibili

e trasferibili le competenze delle persone, accompagnare le transizioni lavorative, favorire l’occupabilità. Ma il risultato è spesso un sistema parallelo, popolato da linguaggi tecnici, procedure amministrative, standard astratti, che fatica a comunicare con la vita reale delle imprese e con le classificazioni dei contratti collettivi.
Il rischio è evidente: la professionalità viene scomposta in competenze certificabili, ma perde il suo radicamento sociale. Il lavoratore viene descritto come portatore di abilità spendibili sul mercato, ma non come parte di una comunità professionale. Il mestiere viene ridotto a profilo tecnico, mentre scompare la domanda decisiva: quale valore sociale riconosciamo
a quel lavoro oltre il mero valore di mercato e di scambio? Qui si vede la fragilità attuale della rappresentanza. Mentre si discute molto di crisi della contrattazione collettiva, di difficoltà dei sindacati a intercettare il lavoro che cambia, di nuove professioni e di transizione digitale, si lascia che altri soggetti occupino un terreno storicamente elettivo della rappresentanza. La normazione tecnica, l’amministrazione pubblica, i repertori delle competenze, le piattaforme informative stanno progressivamente entrando nello spazio che un tempo era presidiato dalla contrattazione collettiva.
Non è una colpa dei tecnici. È piuttosto una responsabilità delle parti sociali. Se sindacati e organizzazioni datoriali non aggiornano i sistemi di classificazione e inquadramento, se non presidiano la costruzione dei nuovi mestieri, se non collegano contratti collettivi, formazione, apprendistato, fondi interprofessionali e certificazione delle competenze, altri lo faranno al loro posto. E lo faranno con una logica diversa: non quella della mediazione sociale, ma quella della standardizzazione tecnica o della funzionalità economica.
Questo vale ancora di più per l’intelligenza artificiale. Le professioni dell’AI non riguardano soltanto ingegneri, programmatori o data scientist. Interrogano il modo in cui cambiano tutte le professioni: il medico, l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato, il consulente, il giornalista, l’addetto ai servizi. L’intelligenza artificiale non crea solo nuovi lavori; modi-
fica dall’interno i lavori esistenti. Per questo non basta definire nuovi profili professionali. Occorre ripensare i sistemi contrattuali che danno valore ai ruoli, alle responsabilità, alla autonomia, alla formazione continua, alla capacità di usare e governare le tecnologie.
La domanda di fondo, allora, è politica nel senso più alto del termine. Vogliamo che il lavoro del futuro sia definito dal mercato, tradotto in standard dai tecnici e registrato dalla burocrazia? Oppure vogliamo che sia costruito attraverso un confronto sociale, nel quale innovazione, dignità, produttività e giustizia possano trovare un equilibrio? La norma UNI sull’intelligenza artificiale può dunque essere letta in due modi. Come un utile passo avanti nella chiarezza dei profili professionali.
Oppure come un campanello d’allarme per un sistema di rappresentanza che rischia di farsi sfilare la sua funzione storica.
La risposta non può essere il rifiuto della normazione tecnica. Sarebbe miope. Ma ancora più miope sarebbe accettare che la tecnica prenda il posto della rappresentanza. Perché se i mestieri vengono definiti fuori dalla contrattazione, anche il loro valore economico e sociale finirà per essere deciso fuori dalla contrattazione collettiva e dai vincoli di solidarietà sociale che la caratterizzano. ■
(Articolo pubblicato su Avvenire il 6 maggio 2026)
IA: PUBBLICATA LA NORMA UNI 11621-8
PER APPROFONDIRE

di Isabella Colombo
Tra carenza cronica, burnout e trasferimenti all’estero, l’Italia perde infermieri mentre le Regioni li cercano fuori dai confini nazionali. Eppure, proprio questa professione potrebbe diventare la leva per migliorare e riformare un sistema sanitario alla prova dei nuovi bisogni di assistenza territoriale
Il Presidente Sergio Mattarella, intervenendo alla Giornata Internazionale dell’Infermiere lo scorso 12 maggio, li ha chiamati «gli eroi dell'esercito del bene». Il fatto che per la prima volta un capo dello Stato partecipi a questo evento dice tanto di quanto l’attenzione pubblica e politica oggi, con gli spettri di altri virus che bussano alla porta, sia focalizzata sulla sanità e sul suo snodo critico: la carenza di infermieri.
Una carenza che produce storture come i reclutamenti all’estero (in Lazio ne mancano 7mila ed è partito un progetto per reclutarli in Cile, mentre il Piemonte cerca in Albania e Uzbekistan) e il passaggio dal pubblico al privato (+17% nel primo semestre 2025 secondo ENPAPI). Secondo il rapporto dell’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica di Milano, gli infermieri rappresentano oggi il punto più fragile dei sistemi sanitari contemporanei e di quello italiano in particolare.
Il nostro Paese ne ha 6,2 ogni mille abitanti, meno della media OCSE (9,2). Al contrario, il numero dei medici è sopra la media internazionale. Questo squilibrio produce un sistema ancora troppo centrato sull’ospedale e poco sull’assistenza territoriale e domiciliare. E il problema riguarda anche le condizioni di lavoro. Gli stipendi italiani sono tra i più bassi dei Paesi avanzati e a questo si aggiungono turni pesanti, burnout, aggressioni nei reparti e scarse prospettive di carriera. Eppure, proprio la categoria degli infermieri potrebbe salvare il sistema sanitario sempre congestionato e

in affanno che ben conosciamo: le esperienze di Germania, Paesi Bassi e Regno Unito dimostrano che rafforzare l’assistenza infermieristica sul territorio riduce ricoveri, complicanze e costi sanitari, con risparmi stimati fino al 20%. Ed è proprio qui che sta lo snodo, come ci spiega Luigi Pais Dei Mori, consigliere del Comitato centrale FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), con delega alla Libera Professione.
D. In che modo la crisi di infermieri può rappresentare
una leva di cambiamento del sistema sanitario?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo partire dall’analisi della domanda sanitaria oggi, capire come sta cambiando. Giusto per dare una dimensione: secondo l’Istat, entro il 2050, il 35% della popolazione sarà over 65. Questo fa il paio con il calo demografico: almeno un milione di nascite in meno entro il 2050. E ancora: nel 2035, oltre 25milioni di persone avranno almeno una patologia cronica, un milione più di oggi, e aumenteranno famiglie mono-
nucleari con richiesta di caregiver. Entro il 2040, l’Italia sarà al quarto posto nel mondo per numero di persone affette da demenza. È chiaro l’aumentato fabbisogno di infermieri in chiave soprattutto assistenziale e domiciliare. Ecco quindi che tutto il sistema va rimodulato.
D. È per questo che molti infermieri stanno scegliendo la libera professione o è una questione di stipendi?
Da sempre il sistema pubblico sanitario ha bisogno dell’apporto del privato. Degli infermieri iscritti all’albo in Italia, circa 460mila, 285mila sono nella pubblica amministrazione mentre circa 30mila hanno scelto la libera professione e altri ricoprono ruoli in altre nicchie. I liberi professionisti, però, spesso aprono la partita Iva in attesa del concorso pubblico. O almeno, così è stato finora. Ma oggi assistiamo a una primavera della libera professione e questo è legato non tanto agli stipendi ma al modo in cui i più giovani interpretano il lavoro. La rigidità nel pubblico è la prima causa per cui i sanitari lasciano, per loro è essenziale il bilanciamento vita lavoro più dello stipendio. E quindi l’ospedale non è più il primo e unico approdo della professione e i servizi privati, anche per via dei nuovi bisogni sanitari, sono la vera alternativa.
D. Perché allora molti giovani infermieri decidono di espatriare?
Anche in questo caso, gli stipendi più alti non sono sempre la ri-
sposta perché vanno comunque rapportati al costo della vita dei Paesi del Nord Europa e del Nord America che reclutano i nostri professionisti, molto ricercati perché ben formati. Molti sono attratti dalle migliori condizioni lavorative e soprattutto da una maggiore valorizzazione professionale. Il vero problema nasce quando l’infermiere italiano, che si specializza all’estero in base alle esigenze di quel Paese, poi vuole tornare in Italia: ha molta difficoltà a far valere la sua specializzazione. Dobbiamo lavorare sul loro riconoscimento, altrimenti non tornano più.
D. Lo stesso problema si pone in Italia per infermieri stranieri con specializzazioni non dimostrabili…
La questione degli infermieri stranieri in Italia è nata in ambito emergenziale, durante la pandemia Covid. La procrastinazione sta diventando pericolosa. Intanto ci stiamo impegnando per un reclutamento etico all’estero così non depauperare Paesi che già hanno difficoltà ad avere i loro infermieri e poi c’è da affrontare il problema dell’abusivismo della professione. Alcuni percorsi formativi esteri non sono pienamente sovrapponibili agli standard italiani, richiedono verifiche e integrazioni. Altro problema, la lingua: chiediamo che superino un esame almeno di livello B2 ma le normative emergenziali, prorogate più volte per via delle lunghe liste d’attesa che tengono il sistema sanitario ancora in emergenza dopo anni dal Covid, non consentono di sanare tutto velocemente.

D. Quindi la carenza degli infermieri è da valutare solo in ordine alla situazione attuale?
In parte, ma il bisogno crescerà comunque nei prossimi anni in vista dei cambiamenti sociali e demografici e dei nuovi bisogni di una popolazione via via più anziana e malata. Sarà quindi un bisogno più assistenziale che emergenziale, più territoriale che ospedaliero. E per questo il reclutamento e le sue logiche non possono prescindere da un ripensamento di tutta la struttura del sistema sanitario. In questa direzione vanno per esempio le nuove lauree specialistiche (vedi box), le competenze digitali, la formazione orientata alla gestione della cronicità e dell’assistenza domiciliare. Non possiamo più permetterci di coprire buchi, dobbiamo rendere efficace il sistema. ■
UN FENOMENO IN NUMERI
LÈ il tasso di crescita degli infermieri tra i 36 e i 40 anni, segno di una riscoperta della professione in una fase di maturità lavorativa
L ’aumento degli infermieri tra i 61 e i 65 anni
Gli infermieri con cittadinanza straniera in Italia. Provengono soprattutto da Romania, Albania, India, Polonia e Perù
Gli infermieri italiani che si sono trasferiti all’estero nei primi 6 mesi del 2025, soprattutto da Campania, Piemonte e Veneto +7% +9,8% 5,6% 66
o scorso 12 maggio, con un decreto, il ministero dell’Università e della Ricerca ha introdotto una riforma della laurea magistrale in infermieristica e nuovi profili specialistici. La revisione nasce dall’esigenza di aggiornare la formazione alla luce dell’invecchiamento della popolazione, dei cambiamenti epidemiologici e della maggiore complessità assistenziale, rafforzando competenze cliniche, organizzative e digitali. La riforma istituisce tre nuovi indirizzi specialistici: infermiere nelle cure primarie e di comunità, infermiere nelle cure neonatali e pediatriche e infermiere nell’area critica e dell’emergenza. Proprio il primo profilo sarà centrale nella gestione delle malattie croniche, dell’assistenza domiciliare, della prevenzione e dei servizi territoriali, con competenze in educazione sanitaria e anche in teleassistenza. I nuovi corsi magistrali specialistici prevedono formazione pratica, simulazioni cliniche, laboratori digitali e skill lab. Le università dovranno adeguare i regolamenti didattici entro l’anno accademico 2026/2027. I laureati, poi, potranno accedere a ruoli di coordinamento, formazione universitaria, ricerca, leadership clinica e consulenza professionale, con possibilità di master di secondo livello e dottorati di ricerca. ■
di Matteo Durante
Da alimento di base a racconto, esperienza, identità territoriale, attenzione nutrizionale. Oggi il consumatore vuole sapere quale filiera c’è dietro una pagnotta: da dove arriva il grano, come viene macinata la farina, se è lavorata con lievito madre. E preferisce consumarla in panifici artigianali moderni, insieme ad altre bontà tipiche


12,5
miliardi di euro l'anno: tanto sono arrivati a spendere i consumatori italiani per pane e prodotti affini. Ma oltre la cifra (resa nota da Assopanificatori Confesercenti), il dato interessante riguarda le caratteristiche per cui il pane viene scelto. Sono in aumento i pani realizzati con farine locali e grani antichi (+60%), in crescita gli acquisti di prodotti ottenuti attraverso fermentazioni lunghe e lievito madre, in aumento il pane low carb a basso contenuto di carboidrati (+20%) e sono sempre più le richieste di lievitati artigianali capaci di garantire aromaticità, struttura e una percezione di maggiore leggerezza (+35-40%).
UN CONSUMO CONSAPEVOLE
Dentro questo nuovo lessico sul pane, sono quindi tanti i significati che si intrecciano: ricerca del gusto e di autenticità, ritorno a lavorazioni artigianali, attenzione al benessere alimentare e ad acquisti più consapevoli. Così che il pane - per anni percepito come alimento standardizzato, quasi anonimo - oggi è considerato un'eccellenza territoriale. Il consumatore vuole sapere da dove proviene il grano, come viene macinata la farina, quanto dura la levitazione: insomma, quale filiera c'è dietro la pagnotta.
E termini come "lievito madre", "molitura a pietra" o "grani antichi" (o meglio, autoctoni) sono usciti dalla nicchia gastronomica per entrare nel linguaggio familiare. In un mercato dominato dalla velocità, il pane artigianale comunica lentezza, attesa, cura.
E a proposito di lentezza, sono proprio le lunghe fermentazioni ad assumere un valore simbolico oltre che tecnico. Lo sa bene Luca Piretta, gastroenterologo, nutrizionista noto al pubblico televisivo e docente presso l'Università Campus Bio-Medico di Roma, secondo il quale il crescente interesse verso lievito madre e lievitazioni lente nasce anche da una maggiore attenzione dei consumatori ai processi produttivi e alla qualità delle farine. Ma, precisa Piretta: «I microrganismi vivi presenti nel lievito madre vengono inattivati dalla cottura». Per questo motivo, è scorretto attribuire automaticamente al pane proprietà probiotiche solo per la presenza del lievito madre. «Le fermentazioni lunghe incidono sicuramente sulle caratteristiche del prodotto ma il beneficio nutrizionale dipende soprattutto dalla qualità delle farine utilizzate e dall'equilibrio complessivo dell’alimentazione. Quando si utilizzano quelle meno raffinate - termine non corretto ma di uso comune», aggiunge: «aumenta il contenuto di fibre, vitamine, sali minerali e composti antiossidanti. La cui presenza è uno degli aspetti più importanti dal punto di vista metabolico e intestinale».
BIODIVERSITÀ E TERRITORIO
Ed ecco il primo incrocio: il crescente successo dei prodotti fatti con grani antichi tiene insieme i concetti di salute, sostenibilità e territorio. Uno storytelling che molti consumatori interpretano come il ritorno a un'alimentazione "di una volta" e quindi più autentica. Anche qui, però, è utile evitare semplificazioni ed estremismi.


Luca Piretta, gastroenterologo, nutrizionista e docente presso l'Università Campus Bio-Medico di Roma
Paolo Guarnaccia, professore del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell'Università di Catania
«C'è una forte idealizzazione del concetto di grano antico», osserva ancora Piretta. «I vantaggi esistono soprattutto se confrontiamo queste farine con prodotti molto raffinati. Ma se il confronto avviene con farine integrali, le differenze diventano meno marcate».
Il vero discrimine non sarebbe tanto tra antico e moderno, quanto tra farine integrali e farine eccessivamente raffinate. «La farina bianca non è tossica. È semplicemente meno ricca di fibre e micronutrienti». Secondo Paolo Guarnaccia, professore del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell'Università di Catania: «I grani antichi sono ancora una percentuale minima rispetto al pane distribuito nella grande distribuzione, dove acquistiamo circa l'80% di ciò che consumiamo».
Eppure le caratteristiche di queste varietà ne spiegano il crescente interesse. «Le popolazioni locali di frumento sono state selezionate per adattarsi ai territori e hanno una maggiore resilienza climatica. E richiedono meno fertilizzanti chimici, meno diserbanti e meno trattamenti fitosanitari». Mentre, dal punto di vista qualitativo: «Presentano generalmente un glutine meno tenace rispetto a molte cultivar moderne selezionate per l'industria. Quindi, associati a fermentazioni lente e lievito madre, questi grani possono risultare più tollerabili per alcuni consumatori. E in più sono ricchi di componenti volatili, cioè quei profumi che percepiamo dal pane appena sfornato». L'altro concetto diventato centrale, quando si parla di pane, farine e grano è quello della

biodiversità. Ancora Guarnaccia. «Delle circa 1.500 specie vegetali utilizzate storicamente dall'uomo in agricoltura, oggi metà dell'alimentazione mondiale dipende soltanto da tre specie vegetali e da poche razze animali».
Ma anche il patrimonio cerealicolo siciliano ha subìto una forte riduzione nel tempo. «La biodiversità si conserva mangiandola, legandola a prodotti tipici di qualità, alle eccellenze dei territori. E in particolare quelli della Sicilia, dove le 52 varietà locali di grano recuperate - su 150 che erano - rappresentano circa la metà di tutti i grani antichi d'Italia». E valorizzare queste coltivazioni non significa solo recuperare tradizioni agricole ma anche preservare un patrimonio genetico strategico per le comunità.

La nuova cultura del pane si lega inevitabilmente anche al tema economico. Le tensioni geopolitiche e l'aumento dei costi energetici stanno colpendo profondamente anche il mondo della panificazione. Il prezzo del pane non dipende soltanto dalla lavorazione artigianale o dalla qualità delle farine, ma da una filiera sempre più esposta alle oscillazioni internazionali. Eppure in Italia, osserva Guarnaccia: «Avremmo la possibilità di soddisfare gran parte del fabbisogno attraverso produzioni locali. Il problema è che oggi ai produttori vengono riconosciuti circa 20 centesimi al chilo di frumento, quando
invece, per garantire un equilibrio economico corretto, dovrebbe essere pagato almeno il doppio». Da qui la necessità, secondo l'esperto, di ricostruire filiere territoriali più corte. «Solo in Sicilia esistono circa 300mila ettari di terreni agricoli abbandonati che potrebbero essere rimessi in produzione e destinati alla coltivazione del frumento, naturalmente in rotazione con le leguminose. Negli Anni '70 in Sicilia esistevano circa 200 pastifici e migliaia di mulini. Oggi sono rimaste poche strutture di grandi dimensioni, che preferiscono importare frumento per avere standard produttivi uniformi. Invece il sistema andrebbe reso più sostenibile».
La nuova attenzione verso il pane si inserisce infine dentro un comportamento alimentare più maturo. Negli ultimi anni molti alimenti a base di carboidrati sono stati demonizzati, spesso in modo superficiale. Oggi, invece, si sta tornando a ragionare in termini di equilibrio complessivo della dieta. «Circa metà delle calorie giornaliere dovrebbe provenire dai carboidrati», ricorda Piretta. «E i cereali restano la principale fonte di carboidrati complessi. Poca educazione e tanti malintesi sono sorti intorno all'alimentazione. Per esempio, tutti dicono di conoscere la dieta mediterranea ma in pochi la seguono davve-
ro. E chi la segue sa che la dieta mediterranea non significa eliminare alimenti o demonizzare prodotti: significa proporzione, varietà ed equilibrio». E allora la nuova frontiera del pane italiano vive proprio su questo equilibrio: la pagnotta contemporanea racconta molto più di un’abitudine alimentare. Racconta il bisogno di rallentare, di conoscere ciò che si mangia, di cercare qualità e identità dentro prodotti quotidiani. Ed è probabilmente questa la ragione per cui il pane continua a occupare un posto così centrale nella cultura italiana: perché riesce ancora a parlare contemporaneamente di territorio, convivialità, salute e memoria. ■

di Carlo Valente

Applicare conoscenze tecniche e scientifiche per risolvere problemi pratici e migliorare le condizioni di vita delle società umane attraverso la progettazione di infrastrutture, macchinari e sistemi complessi. Questo il ruolo degli ingegneri fin dai tempi dell’antico Egitto

La figura dell’ingegnere accompagna la storia della civiltà sin dai tempi antichi, svolgendo il compito di applicare conoscenze tecniche e scientifiche per risolvere problemi pratici e migliorare le condizioni di vita delle società umane. Ciò si compie attraverso la progettazione di infrastrutture, macchinari e sistemi complessi. Così gli ingegneri hanno contribuito allo sviluppo di città, trasporti, agricoltura e al progresso tecnologico. Dalle prime opere idrauliche ai moderni sistemi digitali, questa professione si è evoluta insieme al progresso della civiltà.
Le prime grandi opere ingegneristiche si svilupparono presso civiltà fluviali in Egitto e in Mesopotamia. Questo perché il fiume era una risorsa preziosa sia per il mantenimento di un’estesa forza lavoro sia per il trasporto di materiali pesanti attraverso imbarcazioni. In Egitto la gestione delle acque del Nilo richiedeva avanzate conoscenze di geometria, organizzazione del lavoro e tecniche costruttive. Le piramidi, i templi e i canali testimoniano l’alto livello raggiunto dalle tecniche costruttive egizie.
Tra le figure più importanti di quest’epoca si deve citare Imhotep, tradizionalmente considerato uno dei primi grandi ingegneri della storia, supervisore della costruzione della piramide a gradoni di Saqqara. Ai suoi tempi l’ingegnere era spesso un funzionario dello Stato, incaricato di coordinare materiali, lavoratori e tecniche costruttive per realizzare opere monumentali e infrastrutture fondamentali.
LA SVOLTA CON ARCHIMEDE
Nel mondo greco la tecnica si unì alla matematica e alla ricerca scientifica. Le conoscenze geometriche e meccaniche permisero lo sviluppo di strumenti e macchine sempre più sofisticate. Una delle figure più celebri fu Archimede, noto per i suoi studi sulla meccanica, l’idrostatica e per invenzioni come la vite di Archimede, utilizzata per il sollevamento dell’acqua.
L’ingegnere greco era spesso anche matematico e inventore, impegnato nello studio teorico delle leggi della natura e nella loro applicazione pratica.
La civiltà romana trasformò l’ingegneria in uno strumento fondamentale per l’organizzazione dello Stato e dell’esercito.


VITRUVIO E L’ANTICA ROMA
I Romani costruirono acquedotti, strade, ponti, anfiteatri e sistemi fognari di straordinaria efficienza, molti dei quali tutt’oggi visibili. L’utilizzo del cemento e delle tecniche ad arco rese possibile la realizzazione di opere monumentali e durevoli.
Tra le figure più importanti dell’ingegneria romana si ricorda Vitruvio, autore del trattato De architectura, che raccoglieva conoscenze tecniche e principi costruttivi destinati a influenzare ingegneri e architetti per secoli.
Qui parliamo dell’ingegnere come di una figura altamente specializzata, fondamentale per l’espansione e il mantenimento dell’Impero. Non fu da meno la Cina, in cui si sviluppò una tradizione ingegneristica molto avanzata. La costruzione di canali, sistemi di irrigazione e grandi opere difensive richiese notevoli competenze tecniche e organizzative.
Tra gli esempi più celebri vi è il sistema idraulico di Dujiangyan, progettato per controllare le acque e irrigare vaste aree agricole senza l’uso di dighe tradizionali. Importanti innovazioni cinesi, come la bussola, la carta e la polvere da sparo, ebbero inoltre profonde conseguenze sullo sviluppo tecnico e scientifico del mondo.
Tra le figure più ricordate dalla tradizione vi è Li Bing, Governatore dello Stato di Shu, a cui viene attribuita la progettazione del sistema idrico di Dujiangyan nel 250 a.C. e che provvede ai bisogni idrici di quel territorio ancora oggi.
LE MACCHINE DI LEONARDO
Nel Medioevo e nel Rinascimento l’ingegneria dell’Europa continuò a svilupparsi soprattutto nel campo militare, idraulico e meccanico. La costruzione di fortificazioni, ponti e macchine richiedeva conoscenze sempre più specializzate.
In questo periodo emerse la figura di Leonardo da Vinci, artista, inventore e ingegnere, autore di studi e progetti che spaziano dall’idraulica agli strumenti militari fino ai primi concetti di volo meccanico. L’ingegnere rinascimentale tornò così ad essere anche un inventore e uno studioso della natura.
Una svolta decisiva si verificò tra il XVIII e il XIX secolo con la Rivoluzione industriale. Lo sviluppo delle macchine a vapore, delle ferrovie

e delle industrie portò alla nascita dell’ingegneria moderna come professione organizzata e specializzata. Ponti in acciaio, fabbriche e reti ferroviarie trasformarono profondamente il paesaggio urbano e industriale. In questo contesto l’ingegnere assunse un ruolo centrale nello sviluppo economico e tecnologico delle nazioni.
Tra il XX e il XXI secolo la professione si è ulteriormente ampliata, dando origine a numerosi settori specialistici, come l’ingegneria civile, meccanica, elettronica, informatica e aerospaziale. Le nuove
tecnologie digitali hanno trasformato profondamente il modo di progettare e realizzare infrastrutture e sistemi complessi.
Ancora oggi l’ingegnere svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo tecnologico e nella progettazione dei sistemi che sostengono la vita moderna.
La lunga storia dell’ingegneria dimostra il profondo legame tra questa professione e lo sviluppo della civiltà stessa, contribuendo al progresso scientifico, alla sicurezza della società e alla ricerca di soluzioni sostenibili per il futuro. ■

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Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
La riforma dell’art. 54 del TUIR abbia segnato un avvicinamento del reddito professionale al reddito d’impresa anche se l'AdE in via interpretativa ha accolto solo in parte tale avvicinamento. Risultato? L’armonizzazione del legislatore si intreccia con interpretazioni che mantengono o persino accentuano le differenze tra le due categorie reddituali
Nel corso del 2025 l’Agenzia delle Entrate è intervenuta più volte in materia di reddito di lavoro autonomo, offrendo chiarimenti che, letti nel loro insieme, consentono di individuare un orientamento interpretativo piuttosto definito. Le risposte esaminate riguardano casi concreti e mostrano come, la riforma dell’art. 54 del TUIR abbia segnato un avvicinamento del reddito professionale al reddito d’impresa anche se l’Agenzia delle Entrate in via interpretativa ha accolto solo in parte tale avvicinamento. Ne deriva un quadro in cui l’intento di armonizza-
zione perseguito dal legislatore si intreccia con interpretazioni che, su taluni profili, mantengono o persino accentuano le differenze tra le due categorie reddituali.
PROVENTI E ATTIVITÀ
Le pronunce dell’Agenzia non si limitano a risolvere singole fattispecie, ma contribuiscono a delineare una disciplina sostanziale del lavoro autonomo sempre più centrata sul collegamento economico tra il provento e l’attività esercitata.
In questa prospettiva, assumono rilievo sia la natura del componente reddituale, sia la documentazione che ne sostiene la qualificazione fiscale. Il risultato è una lettura della materia in cui la sostanza economica prevale frequentemente sulla mera qualificazione formale delle somme percepite. Le recenti
risposte dell’Agenzia delle Entrate del 2025 chiariscono diversi aspetti del reddito di lavoro autonomo.
In tema di ravvedimento speciale, gli interessi pagati per il ritardato versamento delle imposte sono considerati indeducibili, poiché collegati a un inadempimento fiscale e non inerenti all’attività professionale; una posizione ritenuta discutibile perché più severa rispetto al reddito d’impresa. Sulla cessione pro soluto dei crediti professionali, il reddito imponibile coincide con quanto effettivamente incassato dal professionista dal cessionario, applicando il principio di cassa e la ritenuta del 20%. Per i premi nei concorsi di progettazione, l’Agenzia distingue tra redditi occasionali e professionali: l’iscrizione all’albo fa presumere abitualità ai fini Irpef, ma non necessariamente ai fini IVA, che può restare esclusa per mancanza di continuità dell’attività.
In materia di rimborsi chilometrici, l’Agenzia richiede una documentazione rigorosa: anche importi calcolati con criteri oggettivi possono essere tassati come compensi se non adeguatamente provati. Infine, i contributi in conto impianti ricevuti dai professionisti non costituiscono reddito immediato, ma riducono il costo fiscalmente ammortizzabile dei beni strumentali, con eventuale recupero a tassazione delle quote di ammortamento già dedotte in eccesso. ■
Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore
L'infertilità è un problema influenzato da vari fattori, tra cui patologie, anomalie anatomiche, disfunzioni, stile di vita ed età. Per le coppie che affrontano questa sfida, il primo passo è consultare il medico curante e poi rivolgersi a un centro di specializzazione. Cadiprof offre un’opportunità di rimborso per le spese legate alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Questa misura è rivolta a coppie di maggiorenni, sia coniugati che conviventi, purché risiedano nella stessa abitazione e siano registrati nello stesso stato di famiglia. Il rimborso copre fino a tre tentativi di PMA, con un importo massimo di 1.200 euro per ogni tentativo. Tra le spese rimborsabili rientrano:
▪ Trattamenti farmacologici per la crescita fol-
licolare e monitoraggi ecografici.
▪ Prestazioni medico-chirurgiche per la PMA, come il prelievo di ovociti e il trasferimento di embrioni.
Sono incluse tutte le tecniche di PMA, come FIVET, ICSI e IUI, ma il rimborso non copre la stimolazione farmacologica di base accompagnata da rapporti mirati. È importante notare che sia la fecondazione omologa che quella eterologa sono coperte, ma le spese per l'acquisto di ovociti o liquido seminale e il congelamento di embrioni non sono rimborsabili. Per ulteriori dettagli sulla garanzia e la documentazione necessaria, si invita a visitare il sito di Cadiprof nella sezione dedicata alla PMA.


Con l’estate alle porte anche in città siamo più esposti al sole. Usare la giusta protezione ci aiuta a proteggere la pelle dalle radiazioni nocive. Per prevenire i danni dei raggi solari è opportuno effettuare anche prevenzione, sottoponendosi annualmente ad un’accurata visita dermatologica, che ci consente di intervenire tempestivamente in caso di insorgenza di malattie della pelle. Per questo, Gestione Professionisti e BeProf hanno inserito nelle coperture dedicate ai professionisti, nell’ambito del pacchetto di prestazioni a rimborso diretto, la garanzia DCHECK che consente di ottenere annualmente il rimborso fino a 60 euro delle spese sostenute per visita dermatologica per prevenzione o per controllo/familiarità, nel primo caso senza necessità di prescrizione medica, nel secondo caso con prescrizione. La domanda di rimborso può essere presentata direttamente dall’area riservata BeProf dai professionisti titolari di copertura di età non superiore a 80 anni, la cui copertura risulti attivata e in essere al momento della richiesta. In caso di patologia sospetta o accertata, è disponibile anche la garanzia DERMA, che consente di ottenere fino a 80 euro di rimborso per visita specialistica.
Nel periodo in cui una collaboratrice è assente per il congedo di maternità, le imprese possono ricorrere al lavoro a termine per la temporanea sostituzione del dipendente, garantendo continuità alle mansioni per il tempo necessario. La normativa in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, consente alle aziende di attivare rapporti a termine – con uno speciale alleggerimento dei costi contributivi – durante il periodo di assenza dal lavoro della dipendente in maternità nonché dopo il suo ritorno fino al primo anno di età del bambino. Il settore delle libere professioni ha a disposizione un ulteriore sostegno proveniente dal sistema bilaterale del CCNL leader, nei casi in cui il soggetto “sostituto” venga meritatamente confermato in servizio a tempo indeterminato. Ebipro eroga ai datori di lavoro un contributo di 1.000 euro, da riproporzionare in caso di ricorso al part-time, a titolo di rimborso parziale del costo del lavoro inerente alla prima mensilità successiva alla trasformazione in contratto a tempo indeterminato. È possibile fare domanda di rimborso decorsi almeno 6 mesi ed entro e non oltre 18 mesi dalla data di conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.


Fondoprofessioni rafforza il proprio impegno a sostegno della formazione continua con il nuovo Avviso sperimentale 07/26, dedicato alla gestione della crisi d’impresa. L’iniziativa nasce per supportare studi professionali e aziende nell’applicazione del Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza introdotto dal D.Lgs. 14/2019, che richiede strumenti sempre più efficaci per individuare tempestivamente situazioni di difficoltà economica e organizzativa. Per sostenere questo percorso, il Fondo mette a disposizione 160 mila euro destinati al finanziamento di piani formativi rivolti a singoli dipendenti o piccoli gruppi di lavoro, con contributi fino a 4 mila euro per ciascun piano. I percorsi formativi potranno svolgersi in presenza oppure on the job e saranno progettati sulla base dei reali fabbisogni delle strutture coinvolte. Le attività formative riguarderanno temi quali assetti organizzativi, analisi economico-finanziaria, strumenti di allerta, composizione negoziata, procedure di insolvenza, aspetti fiscali e responsabilità connesse alla gestione della crisi, con un approccio pratico e orientato all’applicazione operativa.
Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza



Le celebrazioni per i cento anni del Nobel per la Letteratura sono l’occasione per riscoprire la figura della scrittrice sarda e le sue opere, che hanno fatto conoscere i luoghi e lo spirito della Sardegna al mondo intero di Romina Villa
Ci sono persone che hanno fatto la storia con i gesti o con le parole, ma è proprio quando il loro messaggio attraversa indenne il tempo, mantenendone intatti il significato e la potenza, allora sì che possiamo definirle voci universali. Perché sono gesti e parole che aderiscono perfettamente al presente, anche se provengono da un mondo lontano e scomparso. E noi contemporanei possiamo farli nostri. Questo pensiero comune è stato ribadito anche da Dacia Maraini, intervenuta il mese scorso al Festival di Cervia per Grazia Deledda, riconoscendo l’universalità della scrittrice sarda, perché - come altri a loro volta – ha avuto qualcosa da dire «non nell’immediato, ma sulla vita stessa». Grazia Deledda (Nuoro 1871- Roma 1936) fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel dicembre 1926, per il suo romanzo Canne al vento. Per motivi personali, andò ritirare il premio solo dodici mesi dopo. Fu la prima donna italiana (e ancora l’unica) a vincere un Premio Nobel e la seconda donna nella storia a vincere il Nobel della Letteratura, dopo la svedese Selma Lagerlöf. Nel discor-
so che pronunciò a Stoccolma il 10 dicembre 1927, disse: «Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta». In queste poche parole c’è
il riassunto della sua lotta di emancipazione come persona e soprattutto come donna. Era un mondo così, e ancor di più lo era nella arcaica e isolata Sardegna, quando le donne avevano solo due compiti nella vita, ovvero occuparsi della casa e fare figli. Eppure, fu la sua terra ad entrarle dentro, con i suoi paesaggi e la natura che impone le sue leggi agli uomini e ne traccia i destini. Grazia scrisse di magre esistenze, ma raccontò anche la Sardegna delle tradizioni antiche e dei personaggi della sua mitolo-

gia, dei quali i sardi per millenni hanno avuto rispetto e timore. E a Stoccolma, con queste altre parole svelò la sua arte e il suo destino, riferendosi alla sua terra: «Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del
popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo». I primi passi di scrittrice, ancora adolescente, furono quindi difficili. Cominciò a scrivere novelle da spedire ai giornali sul continente. In segreto ovviamente e utilizzando ogni espediente. Come rubare una boccetta di olio d’oliva in casa e venderlo per comprarsi il francobollo. Non un furto per lei, ma un altro passo compiuto verso l’autodeterminazione, il suo dirit-

Nella pagina a fianco: la prima edizione di Canne al vento Grazia Deledda, la rivoluzionaria il documentario disponibile su RaiPlay
to più grande. Questo episodio è raccontato in uno splendido documentario scritto e girato da Cecilia Mangini (1927-2021) con Paolo Pisanelli e uscito nel 2021, anno della sua morte. L’opera si intitola Grazia Deledda, la rivoluzionaria ed è reperibile su RayPlay. Cecilia Mangini, la prima documentarista italiana, ebbe molto a che fare con il maschilismo e la censura durante la sua carriera e riconobbe in Grazia Deledda una figura amica e solidale. Il documentario è un delicato e accorato omaggio alla scrittrice, girato in Barbagia, alla ricerca di quelle suggestioni che ispirarono l’intera sua opera. Nel 1899 la Deledda conobbe Palmiro Madesani, impiegato al Ministero delle Finanze, che divenne suo marito l’anno seguente. Trasferitisi a Roma dopo il matrimonio, lui lasciò il lavoro di funzionario per diventare l’agente della moglie, rimanendo per tutta la vita nella sua ombra. Una situazione perlomeno curiosa per una coppia in quell’epoca, tanto da suscitare perplessità e scherno niente di meno che in Luigi Pirandello, che pubblicò un romanzo per prendere il giro la coppia, intitolato Suo marito
A Roma, però, la carriera della scrittrice prese il volo e fu apprezzata da molti suoi colleghi uomini, come i veristi Verga e Capuana, ma anche a livello internazionale fu bene accolta. D.H. Lawrence la ammirava moltissimo e accolse con entusiasmo Canne al vento. In seguito, divenne il suo traduttore. Grazia Deledda morì a Roma nel 1936, per un cancro al seno. Per molto tempo nel nostro paese la sua figura fu emarginata e le


Il Premio Nobel per la letteratura consegnato a Grazia Deledda nel 1926
Museo Deleddiano, sala V - Il Premio Nobel
sue opere non erano incluse nei programmi scolastici. Da qualche tempo, però è tornata al centro del panorama culturale per la modernità del suo pensiero e per quella sua scrittura istintiva e vera.
Le celebrazioni del centenario del Premio Nobel a Grazia Deledda coinvolgono numerosi enti statali, a partire del Ministero della Cultura, la regione Sardegna e tante realtà culturali sparse in tutta Italia. Convegni, letture pubbliche, mostre documentarie, concerti e attività di vario genere, elencati in fitti calendari che si aggiornano in continuazione. C’è un modo però molto efficace per immergersi nell’ immaginario della scrittrice ed è quello di visitare la sua Sardegna, ovvero Nuoro e la Barbagia. La sua



era una scrittura figurativa, come se con le parole realizzasse, di volta in volta, un dipinto e il lettore può ancora oggi vagare per i suoi luoghi con un suo libro in mano e visualizzare le sue parole. A Nuoro, la sua casa natale è oggi la sede del Museo Deleddiano, aperto nel 1983 grazie alle donazioni della famiglia Madesani e nel tempo ampliatosi con la gestione dell’Istituto Etnografico della Sardegna, che amministra anche il Museo del Costume, il più importante museo etnografico della regione. Una passeggiata attraverso i quartieri storici della città conduce poi alla chiesetta della Solitudine, dove riposano le spoglie della scrittrice. Per ritrovare invece le atmosfere di Canne al vento ci si deve dirigere a Galtellì, la Galte del romanzo, dove è stato istituito il parco letterario intitolato alla scrittrice e
Un angolo del parco letterario dedicato a Grazia Deledda a Galtellì, in provincia di Nuoro
Grazia Deledda - Ritratto giovanile

diventato il borgo simbolo che riassume quella Sardegna antica e misteriosa, che la Deledda fece conoscere al mondo.
Fuori dalla sua regione, bisogna menzionare la Romagna, in particolare Cervia, dove la Deledda amava soggiornare durante l’estate. Dopo il Nobel, ricevette la cittadinanza onoraria e oggi le è stato dedicato il lungomare. Qualche anno fa, un gruppo di donne della cultura e del giornalismo locale, hanno fondato l’associazione “Grazia Deledda, una Nobel a Cervia” che svolge l’attività di diffusione della sua opera con eventi di vario genere. Dopo il festival, svoltosi a maggio nel giardino del celebre villino “color biscotto”, appartenuto alla scrittrice, l’appuntamento è per il 2 luglio all’Arena Stadio dei Pini per il concerto, a lei dedicato, del trombettista Paolo Fresu con l’attrice Mariangela Gualtieri, dal titolo Nel grande aperto, organizzato nell’ambito di RavennaFestival. Il 6 luglio invece, nella serata di apertura del Festival Cinema Suono, sul Piazzale dei Salinari, andrà in scena una performance teatrale dell’attrice Elena Bucci sul rapporto tra Eleonora Duse e Grazia Deledda. A seguire, sarà proiettato il film Cenere (1916), basato sull’omonimo romanzo deleddiano e che vede protagonista la Duse. Fu l’unica apparizione sul grande schermo della leggendaria attrice teatrale. Cenere sarà proiettato nuovamente a settembre a Pesaro, dove ha sede l’Associazione Culturale Sarda Eleonora d’Arborea di Pesaro che per l’anno deleddiano ha varato un programma di eventi che si protrarrà fino alla fine dell’anno. ■
La locandina del film Cenere basato sull’omonimo romanzo deleddiano che vide protagonista Eleonora Duse

UN ANNO CON GRAZIA Associazione Culturale Sarda Eleonora D'Arborea – Pesaro
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Maggiore ricerca, più attitudine alla sostenibilità, meno ostentazione del lusso e una connessione sempre più stretta tra tecnologia, forme e cultura. Queste le nuove tendenze lanciate dall’evento che ha visto il suo indotto crescere del 14,7% rispetto all’edizione 2025
di Carlo Bertotti

L’edizione 2026 del Salone del Mobile ha confermato ancora una volta Milano capitale mondiale del design contemporaneo. Il bilancio della manifestazione parla di oltre 316.000 presenze provenienti da ben 167 Paesi con un aumento di circa il 4,5% di presenze rispetto all’anno precedente quando i visitatori erano stati poco più di 302 mila. Quest’ultima edizione ha ribadito una volta di più il proprio ruolo di acceleratore di nuove opportunità, trasformando contenuti e visioni in strumenti di lettura dei mercati. Nello stesso tempo ha evidenziato una nuova direzione incentrata su una maggiore ricerca con più attitudine alla sostenibilità, meno ostentazione del lusso e una connessione sempre più stretta tra tecnologia, design e cultura.


Un evento che ha saputo associare alla forza industriale la qualità del progetto, i contenuti culturali e nuove possibilità di business, evidente sintomo di un sistema industriale reattivo e competitivo. Contemporaneamente il Salone Internazionale del bagno ed Eurocucina, le due importanti mostre biennali che si svolgono in contemporanea al Salone, hanno confermato il peso strategico di due comparti chiave nell’evoluzione dell’abitare contemporaneo, tra qualità industriale, tecnologia e nuovi stili di vita.
Anche il Fuorisalone, l'insieme di eventi, mostre e installazioni che si tengono in concomitanza nella metropoli lombarda, ha fatto re-

gistrare numeri record. I distretti storici come Brera, Tortona, 5Vie, Isola e Porta Venezia sono stati letteralmente presi d’assalto da professionisti, buyer, architetti e appassionati. A impressionare è stata soprattutto la diffusione estesa e ramificata degli eventi e delle presentazioni che non hanno più riguardato solo il centro della città, ma l’intera Milano trasformata in piattaforma culturale e commerciale del vivere contemporaneo. Per una settimana, tra i padiglioni della Fiera di Rho e i distretti cittadini del Fuorisalone, la città ha vissuto una trasformazione totale: showroom affollati, installazioni inedite e sorprendenti, quartieri accesi fino a notte inoltrata con una numerosa presenza internazionale che ha riconfermato il ruolo strategico dell’Italia nell’industria dell’arredamento e della progettazione.
Dal punto di vista economico, l’impatto della Milano Design Week sulla città è stato enorme. Le stime elaborate da Confcommercio Milano parlano di un indotto superiore ai 255 milioni di euro, con una crescita del 14,7% rispetto all’edizione 2025. Una cifra che conferma come il Salone non sia soltanto una manifestazione fieristica, ma uno dei più importanti motori economici e di ricaduta d’immagine della città. L’indotto per la città si è distribuito principalmente tra ospitalità, ristorazione, shopping e trasporti. Oltre 104 milioni di euro sono stati generati dagli alloggi, quasi 77 milioni dalla ristorazione e circa 60 milioni dallo shopping. Le strutture alberghiere hanno registrato tassi di occu-
pazione elevatissimi mentre anche gli affitti brevi hanno visto un forte aumento delle richieste e dei prezzi. La chiusura della manifestazione ha confermato il ruolo centrale di Milano che dal 20 aprile è stata la location di oltre 1.600 eventi tra mostre, installazioni, incontri con designer e aperture straordinarie: un dato che consolida il peso della settimana milanese non solo sul piano culturale, ma anche su quello economico e internazionale con una forte presenza estera e una diffusione capillare degli eventi tra fiera e città. E se nelle precedenti tre edizioni si era assistito a un’importante crescita e a un consolidamento dei numeri, l’edizione 2026 ha rappresentato un vero e proprio salto qualitativo, considerato che si è svolta in un contesto economico internazionale non semplice, tra rallentamenti dei mercati europei e tensioni geopolitiche. Nonostante questo scenario, il settore del design ha infatti dimostrato una sorprendente capacità di resilienza rappresentando una concreta iniezione di fiducia per tutto il comparto.
Nei padiglioni della fiera e negli allestimenti del Fuorisalone si sono viste forme morbide, colori naturali, materiali grezzi e lavorazioni artigianali reinterpretate con linguaggi contemporanei. Legno, pietra, vetro riciclato, alluminio recuperato e tessuti naturali sono stati protagonisti assoluti. Il minimalismo degli anni passati ha lasciato spazio a un design più concreto ed emotivo. Tra le tendenze più evidenti grande attenzione è stata dedicata alla sostenibilità reale: non più semplice comuni-

cazione green, ma processi produttivi certificati con filiere corte e durabilità degli oggetti. Molti brand hanno puntato su collezioni smontabili, riparabili e riciclabili, segnale di un cambiamento ormai strutturale nel settore.
Un altro trend emerso con forza è quello dell’integrazione tra design e tecnologia invisibile: la casa intelligente non viene più raccontata attraverso dispositivi appariscenti, ma tramite funzioni integrate nell’arredo: illuminazione adattiva, superfici interattive, cucine con sistemi AI integrati e materiali capaci di reagire alla luce o alla temperatura. Molto importante anche il dialogo tra design e arte. Diverse installazioni del Fuorisalone hanno assunto una dimensione quasi museale, trasformando gli spazi espositivi in esperienze immersive. Tra i temi più discussi vi
è stato inoltre il ritorno dell’artigianato d’autore: in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dagli automatismi della produzione, molti designer hanno scelto infatti di valorizzare imperfezioni, unicità e lavorazioni manuali evidenziando una nuova idea di lusso basata sul tempo, sulla qualità e sulla personalizzazione.
Strategico anche il ruolo delle giovani generazioni: il Salone Satellite ha confermato la sua funzione di incubatore internazionale del talento, con un grande numero di designer under 35 provenienti da tutto il mondo a testimonianza del fatto che Milano continua a essere percepita come la capitale mondiale della formazione nel design. Analizzando le presenze alla manifestazione l’Europa gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di nuove traiettorie di crescita. Allo

stesso tempo emergono anche dinamiche incoraggianti dagli operatori extraeuropei, a partire dagli Stati Uniti (+8,8%), che tornano a mostrare interesse e capacità di investimento, nonostante i dazi di Trump. In questa direzione si inserisce anche il lavoro già avviato sul prossimo Salone Contract 2027, pensato proprio per attrarre sempre più aziende e buyer internazionali, rafforzando ulteriormente il ruolo della Manifestazione quale piattaforma di riferimento.
UNO SGUARDO AL FUTURO
E se il settore del Design sembra sempre più destinato a trasformarsi e progredire lungo direttrici basate sulla centralità dell’esperienza umana, sulla sostenibilità effettiva e su un’integrazione tecnologica sempre più orientata ai servizi e agli ambienti, per il 2027 ci si aspetta un’edizione
ancora più internazionale. Gli organizzatori hanno già annunciato il ritorno di grandi sezioni tematiche e un ampliamento dei percorsi esperienziali tra città e fiera. L’obiettivo sarà rafforzare ulteriormente il ruolo del Salone come piattaforma globale capace di connettere industria, cultura, innovazione e sostenibilità.
E Milano intanto sembra aver trovato nella Design Week non soltanto un evento dal sapore cosmopolita e di richiamo internazionale, ma un vero e proprio modello economico e culturale dove la città, per una settimana all’anno, diventa un gigantesco laboratorio globale del contemporaneo: un luogo dove si immaginano non solo gli oggetti del futuro, ma anche i modi in cui vivremo, lavoreremo e abiteremo gli spazi nei prossimi decenni. ■
Installazioni presenti al Fuorisalone 2026
Foto by Semplicemente Milano di Andrea Cherchi presa da Facebook Milano events

Partendo da una condizione di quasi totale estraneità al mondo del vino e delle bevande alcoliche una psichiatra ligure ha saputo costruirsi una cultura tanto solida e sviluppare un palato tanto raffinato da diventare una titolata sommelier. E punto di riferimento per gli appassionati
La dottoressa Olga Sofia Schiaffino può a pieno titolo affermare di conoscere il vino in tutte le sue molteplici sfaccettature e quindi sìa di apprezzarne i benefici e le proprietà edonistiche e alimentari sia di essere consapevole dei pericoli che si celano dietro l’uso smodato della bevanda cara agli dei.
Dall’inizio degli anni Novanta è infatti regolarmente iscritta all’Ordine dei Medici della provincia di Genova e nel 1996 ha conseguito la specializzazione in Psichiatria e i nefasti effetti delle lusinghe di Dioniso li ha sperimentati lavorando in passato presso i servizi per le tossicodipendenze. Fortunatamente il prodotto della vite è nella maggior parte dei casi legato al (buon) gusto e all’idea della convivialità e il suo fascino s’è svelato a Schiaffino solo gradualmente nel corso della sua vita.
«Bevevo di rado», ha detto a Il Libero Professionista Reloaded, «limitandomi per lo più al classico bicchiere di spumante in occasione delle festività o altri eventi speciali. Ma sono per natura curiosa e sentendo parlare dei sommelier ed essendone infine attratta ho deciso nel 2011 di iscrivermi a una serie di corsi ad hoc. Mi è apparso ben presto chiaro che dentro a una bottiglia c’è un intero mondo di competenze ed esperienze e ogni calice è un veicolo di emozioni. In più il vino è vicino e simile all’uomo per molte ragioni. Perché reinterpreta e riscrive il paesaggio, innanzitutto: la prima cosa che i colonizzatori romani facevano dopo aver con-

quistato un territorio era piantare dei vigneti; e questi erano parte integrante delle abbazie e dei monasteri medievali. E come gli individui anche i vini debbono il loro sviluppo, in bene o in male, all’ambiente circostante e alle cure che ricevono».
Le storie sacre di un’ampia varietà di civiltà e popolazioni - Bibbia e Vangelo inclusi - sono ricche di episodi dei quali il vino (e un’ebrezza circoscritta a un preciso calendario rituale) è protagonista,
anche perché comprensibilmente considerato come un bene fra i più preziosi. Come l’intervistata ha ricordato, era molto meno esposto e soggetto a pericolose contaminazioni di quanto non lo fossero, nell’antichità, le acque; ed era conservato sovente sottoterra perché oggetto del desiderio dei ladri.
Dalla condizione di quasi-astemia Olga Sofia Schiaffino è passata allo status di esperta e la sua autorevolezza ha ottenuto nel 2019
il giusto riconoscimento con l’assegnazione dell’alloro di Migliore sommelier della Liguria; poi con gli incarichi da giudice internazionale. L’impegno come divulgatrice sembra essere uno sbocco naturale del percorso compiuto.
«Ho ideato», ha raccontato, «la guida enoica social intitolata I Vini del Cuore, perché quello che più mi interessa è offrire del vino una narrazione differente. Nelle vesti di blogger su wineloversitaly.com propongo un racconto emozionale
che mette al centro le sensazioni dei degustatori e il risveglio di ricordi magari sopiti grazie a un bicchiere. Mi interessa in misura non minore porre l’accento sul lavoro e la fatica connaturati alla coltivazione e alla vendemmia; su quanto i vini abbiano influenzato e valorizzato i panorami della nostra Penisola. E gli spunti di socialità: il modello ideale è il Simposio di Platone dove il consumo razionale accompagna la riflessione filosofica e rende agevole la socializzazione». Anche in qualità di comu-

nicatrice online la psichiatra coglie nel segno e a dimostrarlo sono i suoi oltre 40 mila follower in Italia e all’estero e le media partnership siglate con il Merano Wine Festival o col Salone di Torino; gli articoli redatti per testate specializzate inglesi. La formazione scientifica e lo spiccato amore per la cultura classica completano il suo identikit. «Attualmente», ha spiegato, «il vino è il tocco in più aggiunto a un pasto gradevole; nei secoli è stato un elemento fondante dell’alimentazione e le famiglie riservavano sempre dei filari al loro fabbisogno. È piacere e cultura e migliora la familiarità con il cibo. Ma indagare il legame con i vitigni, il processo della fermentazione, il ruolo e le caratteristiche delle varie cantine è certo un aspetto di estremo fascino».
E poi, appunto, c’è la Grecia di Dioniso (e di qualche solenne quanto infausta sbornia smaltita da altre divinità olimpiche): «L’Europa dei vini», ha riflettuto e concluso Olga Sofia Schiaffino, «l’ho girata in lungo e in largo e la mia generale predilezione va alle realtà più piccole e più intrecciate alle vicende delle persone e del territorio. Conosco e apprezzo enormemente le produzioni della mia regione e ho un debole per alcuni vitigni marchigiani, toscani e siciliani. Con l’Ellade ho però un rapporto speciale anche per via della relazione fra il vino e la storia antica del Paese, ove ora la viticoltura ha raggiunto vette di assoluta eccellenza sui bassi volumi. Collaboro con eventi riservati alle varietà greche: l’obiettivo è pubblicare entro l’anno un libro sui miei viaggi e le cantine locali». ■
Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia



House dragon, instagram profilo ufficiale (@houseofthedragonhbo) Disclosure



Con Cape Fear, in arrivo su Apple TV+ dal 5 giugno, il piccolo schermo si misura con un’eredità ingombrante. Non è solo un nuovo adattamento del romanzo The Executioners di John D. MacDonald, ma un confronto diretto con un immaginario già sedimentato, soprattutto grazie al film di Martin Scorsese del 1991. Qui però il racconto si dilata in 10 episodi e prova a respirare diversamente, affidandosi alla scrittura di Nick Antosca e a un cast di grande richiamo in cui spiccano Amy Adams, Javier Bardem e Patrick Wilson. Al centro restano Anna e Tom Bowden, coppia apparentemente solida che vede riemergere dal passato Max Cady, criminale interpretato da un Javier Bardem chiamato a confrontarsi con un’icona difficile da scalfire: la performance di Robert De Niro infatti resta ancora ben impressa nell’immaginario collettivo. Il rischio di restare schiacciati dal confronto è evidente, ma la forma seriale offre uno spazio più ampio per scavare nelle dinamiche psicologiche e nelle crepe familiari. Amy Adams porta una fragilità trattenuta che si presta bene alla progressiva escalation di tensione, mentre la regia del pilot firmata da Morten Tyldum imposta un tono elegante e inquieto. Non è detto che la serie riesca a restituire la stessa forza disturbante del modello cinematografico, ma l’ambizione è chiara: trasformare un classico thriller di vendetta in un racconto più sfumato, dove il male non irrompe soltanto, ma si insinua lentamente nelle vite di chi credeva di esserne al sicuro.
Steven Spielberg è tornato. Disclosure Day, dall’11 giugno al cinema, è uno dei film più attesi (e affascinanti) dell’anno. La storia della sceneggiatura “fantasma”, fatta leggere agli attori e poi sparita nel nulla, non è solo un vezzo produttivo: è il primo indizio di un progetto costruito sul mistero. Steven Spielberg torna al lavoro su uno dei suoi territori più familiari - quello dell’ignoto - ma lo fa con un approccio diverso: più inquieto. Non si tratta tanto di mostrare l’extraterrestre, quanto di farci convivere con l’idea che la verità possa essere sempre parziale, nascosta, manipolata. Al centro c’è Daniel, esperto di cybersicurezza interpretato da Josh O’Connor, che si imbatte in informazioni governative capaci di sconvolgere il mondo. Parallelamente, una meteorologa, interpretata da Emily Blunt, vive in diretta televisiva un evento inspiegabile, trasformando un momento quotidiano in qualcosa di disturbante e quasi irreale. Da lì, il racconto si allarga, coinvolgendo politica, media e opinione pubblica in una spirale che mette in discussione il concetto stesso di “rivelazione”. Spielberg gioca per sottrazione, costruendo tensione più attraverso ciò che non si vede che attraverso lo spettacolo. Il risultato, almeno sulla carta, è un film che chiede allo spettatore di restare attento, di accettare il dubbio. E forse proprio per questo incuriosisce: perché promette meno risposte e più domande.
Il fantasy torna protagonista sul piccolo schermo con la terza stagione di House of the Dragon, in arrivo dal 22 giugno su Sky e Now. Il racconto entra finalmente nel suo momento più atteso: quello in cui le tensioni accumulate diventano guerra aperta. Dopo aver costruito con pazienza equilibri fragili e rivalità familiari, la serie accelera, portando al centro la “Danza dei Draghi”, il conflitto che segna l’inizio della fine per Casa Targaryen. È qui che il prequel de Il Trono di Spade mostra davvero la sua identità, liberandosi del confronto costante la serie madre e trovando un ritmo più deciso. Restano gli intrighi politici, le alleanze instabili, i dialoghi affilati, ma tutto sembra più urgente, più carico di conseguenze. I draghi, sempre spettacolari, non sono più solo simboli di potere: diventano strumenti concreti di distruzione, presenza viva e minacciosa che cambia il volto della battaglia. Eppure, al di là della scala epica, la serie continua a funzionare soprattutto nei momenti più raccolti, quando si concentra sui personaggi e sulle loro difficili scelte. È lì che emerge la vera forza del racconto: non tanto nello spettacolo, quanto nella tragedia umana che lo attraversa. Chi temeva un’operazione derivativa probabilmente ha già cambiato idea, e questa nuova stagione sembra volerlo confermare. Non perfetta, certo, ma sempre più sicura nel costruire un mondo che, passo dopo passo, si avvicina al proprio inevitabile collasso.
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▪ è deducibile al 100%,
▪ è esente da IVA (art 2 D.P.R. 633/1972),
▪ se acquistato per il dipendente, non concorre a formare il reddito di lavoro o fino a 1.000€ all'anno e fino a 2.000 € per chi ha figli a carico,
▪ quando costituisce omaggio aziendale a clienti e fornitori, è deducibile secondo le regole previste per la deducibilità delle spese di rappresentanza (Decreto Legge 112/2008).
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Aprinternational sostiene i professionisti e le associazioni che si occupano di politiche di internazionalizzazione. Essa svolge un ruolo cruciale di collegamento tra istituzioni, enti privati di altri Paesi, tra cui Simest, Sace, Ice e Assocamerestero, e i professionisti desiderosi di instaurare relazioni con entità estere, inoltre offre una gamma completa di servizi specializzati, tra cui informazione, formazione, promozione e consulenza. Aprinternational è un ecosistema dinamico che unisce professionisti da tutto il mondo, provenienti da diverse discipline e settori, che mirano a promuovere lo scambio di esperienze e la collaborazione creando in questo modo opportunità commerciali. Il cuore pulsante di questa iniziativa è ApriLink, un network globale, che agisce come una rete di conoscenze, risorse e connessioni senza confini. Ma ciò che rende davvero ApriLink unica è la sua capacità di trasformare queste connessioni in partnership strategiche che spingono avanti l'innovazione e aprono nuove frontiere di opportunità di business. ApriLink offre gratuitamente uno strumento che guida i suoi membri alla scoperta di nuovi mercati, alla creazione di relazioni commerciali solide e all'ampliamento del loro impatto su scala globale.



L’intelligenza artificiale non è una semplice evoluzione tecnologica, ma una soglia antropologica: un passaggio in cui l’uomo rischia di ridefinire se stesso senza piena consapevolezza delle conseguenze. È proprio su questo crinale che si colloca il monito di Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas: i pericoli dell’IA non risiedono soltanto nei suoi errori, ma nella progressiva erosione della responsabilità umana. Quella «magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Le parole del Santo Padre ci mettono in guardia contro una nuova forma di dipendenza: quella degli algoritmi. Non si tratta più di strumenti che assistono le decisioni, ma di sistemi che, in molti ambiti, le anticipano, le suggeriscono e talvolta le sostituiscono. Il rischio non è la ribellione delle macchine, ma l’assuefazione dell’uomo alla loro apparente neutralità. Quando la decisione viene delegata al calcolo, la coscienza rischia di diventare superflua. L’enciclica evidenzia come l’IA non sia mai realmente “neutra”, perché nasce da dati, infrastrutture e interessi economici specifici. In questo senso, il pericolo non è solo tecnologico ma politico: pochi soggetti possono influenzare in modo decisivo informazioni, comportamenti e perfino percezioni della realtà. La verità diventa filtrata, selezionata, ottimizzata. Anche e soprattutto nel nostro lavoro e sulla dignità sociale. La sostituzione automatizzata di mansioni non è solo una trasformazione economica (come impone una certa letteratura), ma rischia di trasformarsi in uno svuotamento del valore umano del lavoro, quando la persona viene ridotta a variabile inefficiente da eliminare. Se tutto diventa mediato da sistemi predittivi, anche la distinzione tra vero e verosimile si indebolisce. L’uomo potrebbe continuare ad abitare in un mondo perfettamente coerente, ma non più autentico. Governare l’IA non significa soltanto regolarla, ma riaffermare un primato culturale dell’umano. E mai come oggi «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani». POST SCRIPTUM
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