n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2023 • Anno XLV Rivista bimestrale a cura del MPV italiano
Maternità, spazio di libertà
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Lettera al popolo della vita di Marina Casini Bandini
...e secondo Nek! di Ferdinando Sallustio
MATERNITÀ & ARTE Maria stella della nuova evangelizzazione di Paola Zanoni e Davide La fede
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Editoriale La madre e la libertà di Simone Tropea
La maternità in una culla per la vita di Giuseppe Anzani
DA LEGGERE Non avere paura, mamma di Elisabetta Pittino
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Diario di Francesco Ognibene
Mia figlia una bambina del n.3 di Luisa Perotti
Uteri artificiali di Ferdinando Sallustio
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Franco Vitale, un grande araldo della vita di Redazione
Il genderismo e la cancellazione della maternità di Nicola Speranza
Il silenzio dell’utero di Simone Tropea
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Il valore sociale della maternità, intervista a Eugenia Roccella di Redazione
Madri e lavoratrici: le tutele offerte dalla legge di Marco Ferraresi
Dalla mercificazione alla normalizzazione di Tony Persico
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Marina Casini è la nuova presidente della Federazione One of Us di Elisabetta Pittino
Maternità e diagnosi infausta di Alessandro Di Matteo
Ucraina, il business esplosivo dell’utero in affitto di Antonella Mariani
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Madri felici, non equilibriste di Giovanna Abbagnara
C'È VITA SULLA TERRA Alla fiera del bebè a cura di Monica Mondo
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La maternità secondo Chiara Francini... di Ferdinando Sallustio
MATERNITÀ & ARTE La bellezza che coglie il mistero di Raffaele Maiolini
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PMA: efficienza, rischi e costi di Maurizio Guida
CUORE A CUORE Mater: Donne e maternità fra cura e cultura di Elisabetta Pittino
SANTI ED EROI PER LA VITA Un’ostetrica del 900: l’eroismo di una professione di Giovanna Sedda
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PMA, quando la tecnica sostituisce la madre (e il padre) a cura di Soemia Sibillo
La paternità negata di Giuliano Guzzo
DALLE SEDI LOCALI a cura di Soemia Sibillo
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IL PUNTO INTERROGATIVO PMA, figli a tutti i costi a cura di Soemia Sibillo
La “svolta” di Heartbeat International di Myriam Romano
TENERAMENTE a cura di Maria Pia Sacchi e Gianni Mussini
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C'È VITA IN AZIENDA Il laboratorio sartoriale Drittofilo metatelier di Elisabetta Pittino
Tutela della maternità e istituzioni di Pino Morandini
Dietro un io, c’è sempren un Noi di Camilla Galuppi
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Il reato di surrogazione di maternità di Francesco Farri
SANTI ED EROI PER LA VITA Il coraggio di EMILIA di Maddalena Vismara
Il cuore che batte di Daniela Ferrara
n. 3 del 2023 La rivista "Si alla Vita" è l'organo di stampa del Movimento per la Vita Italiano, Lungotevere dei Vallati, 2 Roma P.Iva 13815021004 - C.F. 03013330489 Registrazione al Tribunale di Milano al n. 255 del 19/06/1978 - Iscritto al Registro degli operatori di comunicazione n. 26459 del 01/06/2016 - ISSN 1970 8211 Prezzo € 6,00
Redazione Andrea Tosini, Elisabetta Pittino, Marina Casini Bandini, Giuseppe Grande, Giovanna Sedda, Soemia Sibillo, Giovanna Abbagnara.
Stampa e allestimento Media Servizi s.r.l. Via Lombarda, 72 - 59015 Comeana – Carmignano (PO)
Presidente Movimento per la Vita italiano Marina Casini Bandini Direttore responsabile Elisabetta Pittino
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Lettera al popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la VIta italiano
Non vi è dubbio che una delle riflessioni più importanti da fare in modo nuovo, serio e approfondito, riguarda il tema della maternità, ma anche della paternità. Che significa essere genitori, mamma e babbo, insomma. Lo esige la cultura della vita; lo esige il nostro tempo. L’epoca che stiamo vivendo ci mette davanti un’antropologia che fagocita tutto in nome dei c.d. “nuovi diritti civili” che sono camuffamenti di pretese individuali: rendono l’umano manipolabile a piacimento in base ai propri desideri assolutizzati. In pratica tutto ciò che tecnicamente è fattibile diventa anche lecito eticamente e legittimo giuridicamente. Queste considerazioni investono anche il tema dell’utero in affitto, chiamato “maternità surrogata”. Stiamo parlando del noto sistema per cui donne che vivono in condizioni di miseria vengono pagate per portare avanti una gravidanza su commissione di “aspiranti genitori” (detti anche “genitori intenzionali”) ai quali il bambino appena partorito viene poi consegnato. Uno sfruttamento mercantile, un grande giro di soldi i cui beneficiari sono soprattutto le cliniche, le agenzie di intermediazione, i consulenti 4
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legali. Una logica produttivistica che riduce a oggetti le donne e i bambini. Contratti che prevedono l’aborto in caso di malformazioni o gravidanze gemellari. Per neutralizzare il carico di negatività di questa pratica – l’articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, vieta di fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro – sono invalse espressioni che l'ammantano di “altruismo”: “gestazione per altri”, “gestazione solidale”, “gestazione di sostegno”. Ma è risaputo che dietro i “rimborsi spese” ci sono lauti compensi. In ogni caso resta, appunto, la distorsione della maternità, della paternità e della filiazione, perché i figli non sono “diritti” da pretendere, ma titolari di diritti da rispettare. Per questo, giustamente, a livello parlamentare si è fatta largo la proposta di legge – in linea con quanto richiesto nella scorsa legislatura da settanta associazioni facenti capo al Network “Ditelo sui tetti” – che vuole rendere l’utero in affitto reato universale, perseguibile anche se commesso all’estero da cittadini italiani. È vero che la legge n. 40 del 2004 vieta la maternità surrogata, ma si è reso tuttavia
necessario mettere mano al progetto di legge in questione per disincentivare il turismo procreativo di coloro che per aggirare l’ostacolo si recano all’estero. La proposta è supportata da autorevoli documenti giuridici, come ho ricordato nel recente articolo scritto per Famiglia Cristiana e anche da un’ampia rappresentanza di associazioni abolizioniste anche di stampo femminista che guardano con speranza al voto del parlamento italiano «opportunità storica contro la nuova tratta». Ma l’auspicabile legge che mette universalmente al bando l’affitto d’utero, non può che essere il primo passo per quella complessiva riflessione, nuova, seria e profonda, che riguarda la maternità e la paternità e che quindi non può escludere il tema di quei figli cui viene impedito di nascere e di quei figli generati in provetta ed esposti a molteplici attività distruttive. Non possono esserci maternità e paternità se non vi sono figli, e si è figli sin dal concepimento.
La madre e la libertà La madre è quello spazio premondano che rivela l’irriducibilità dell’uomo a ciò che il contesto dice, pensa o vuole fare di lui. L’uomo è più grande del mondo (dello spazio post-natale che è la cultura) perché non è un prodotto culturale, né economico, né industriale, né del Diritto: l’uomo è sempre, da sempre, e per sempre, figlio di madre. La madre segna, nell’esperienza umana, il limite invalicabile, il confine sul quale s’arresta la pretesa di definire l’uomo circoscrivendolo a una definizione convenzionale. La realtà della maternità, che è l’origine reale di ogni uomo, come qualcosa di grande e irriducibile, più grande di ogni cultura possibile – in qualunque latitudine, longitudine o di qualunque epoca si parli – umilia sempre l’ideologia. Per questo l’ideologia, e in particolare ogni ideologia totalitaria – come il capitalismo imperante nella nostra epoca – non ha mai sopportato la maternità, e ha tentato di gestirla, manipolarla, piegarla alle sue pretese ossessive, paranoiche, deliranti. La maternità surrogata, in quest’epoca, è il fenomeno nel quale convergono tutti i deliri dell’ideologia capitalistica. Affrontare questo aspetto della maternità surrogata significa ritrovare lucidità per una seria, profonda e radicale riflessione antropologica. Nelle nostre società ipnotizzate e colonizzate dall’ideologia si fatica a ragionare, a mantenere alta l’attenzione, a pensare le parole che usiamo in rapporto al loro contenuto proprio e non all’uso imposto dal mercato.
Forse, occorre iniziare a parlare di pancia, quando si tocca il mistero del grembo, per difendere, anche urlando se occorre, la verità che quel silenzio del ventre racchiude da sempre: l’uomo non è un prodotto dell’uomo, l’uomo è un figlio dell’uomo. Intercambiare queste due dimensioni, rappresenta la più grande manipolazione. Trattare l’uomo da prodotto e chiamarlo poi figlio, altera per sempre la consapevolezza delle proprie azioni, perché significa entrare in una spirale di menzogna dalla quale non sarà facile uscire, e che diventerà la base per operare qualunque tipo di crimine, senza doverne dare atto a nessuno, senza più riuscire a confessarlo nemmeno a sé stessi. La misura della verità, come ciò che resta sempre oltre tutto quello che noi riusciamo a comprendere di noi stessi e del mondo, è la maternità. La maternità è l’unica verità “oggettiva”, perché tutto ciò che di noi stessi possiamo dire con assoluta certezza è d’essere usciti dal corpo di una donna. Manipolare questo aspetto dell’esistenza umana significa condizionare tutti gli altri, rinchiudendoli in un vortice di bugie che si susseguono a catena. Non bastano i sinonimi a nascondere la perversione che abbiamo davanti. Non basta neppure l’indignazione. Ora occorre pensare. Con coraggio, per amore di tutti. Per amore di quei figli che sono i nostri, e che siamo noi stessi. Pensare liberamente, significa pensare fuori dagli schemi imposti dalla cultura che ci ospita.
EDITORIALE di Simone Tropea
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Questa grande operazione di verità richiede solo una cosa: partire dal fatto che non veniamo dalla cultura, ma dal grembo di una madre, e che quel grembo, nella nostra esperienza, viene prima della cultura, e per questo sarà sempre la prova del fatto che anche noi, proprio in quanto figli, siamo più grandi di ogni riduzionismo culturale o economico. Se penseremo così, penseremo da uomini liberi, che agiscono liberamente, e che difendono, per tutti, il valore della libertà. SÌ alla VITA
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Madri e lavoratrici: le tutele offerte dalla legge La donna lavoratrice è giuridicamente protetta da ingiuste discriminazioni non solo in quanto appartenente al sesso femminile: esiste in proposito una normativa legale antidiscriminatoria, che attua un principio contenuto nel primo comma dell’art. 37 della Costituzione italiana, secondo cui «la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». di Marco Ferraresi
La lavoratrice è pure tutelata specificamente in quanto madre, sia durante la gravidanza, sia durante il periodo successivo al parto. La citata disposizione costituzionale, a tal riguardo, dispone anche che «le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione». Come si può notare, era presente presso gli estensori della nostra Carta fondamentale una particolare sensibilità per il ruolo della madre in famiglia e per la salvaguardia della vita e della salute del bambino. In attuazione di questa previsione, vige oggi il “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”, adottato con d.lgs. n. 151/2001 (più volte modificato nel corso del tempo, anche di recente). Le garanzie di questo atto 20
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legislativo concernono le diverse fasi della gravidanza, del puerperio e del successivo periodo del rapporto di cura tra madre e figlio, senza trascurare, specialmente con le riforme degli ultimi anni, la necessità della presenza della figura paterna. Per citare le tutele principali, sussiste un divieto assoluto di licenziamento della lavoratrice madre, per il periodo intercorrente tra la data del concepimento e il compimento del primo anno di vita del bambino. Il divieto opera in oggettiva connessione con lo stato di gravidanza, a prescindere cioè dalla conoscenza che il datore (e la stessa lavoratrice) possa averne al momento del licenziamento. Sempre a tutela del posto di lavoro, la lavoratrice che intenda rassegnare le dimissioni dal rapporto di lavoro deve convalidare l’atto presso l’Ispettorato territoriale del lavoro, così che sia accertata la genuina volontà di
rinunciare al posto in un momento tanto delicato: tale disposizione si applica nel periodo che intercorre tra l’inizio della gravidanza e il compimento del terzo anno di vita del bambino. Vi sono poi norme che mirano a tutelare la salute della madre e del figlio, ad esempio vietando, durante la gestazione e i primi mesi successivi, l’assegnazione alla donna di mansioni pericolose, faticose o insalubri. In tali casi, la lavoratrice deve svolgere incarichi diversi ma, anche ove fossero di livello inferiore, conservando la medesima retribuzione. Ancora, le lavoratrici gestanti hanno diritto a permessi retribuiti per l’effettuazione di esami prenatali, accertamenti clinici ovvero visite mediche specialistiche, quando debbano essere eseguiti durante l’orario di lavoro. La tutela più intensa è prescritta con il congedo di maternità, che consiste
in un periodo di interdizione dal lavoro normalmente di cinque mesi. In particolare: durante i due mesi precedenti la data presunta del parto (ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto); durante i tre mesi dopo il parto; durante i giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. È però riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro. Le lavoratrici hanno diritto a un’indennità
giornaliera pari all’80 per cento della retribuzione per tutto il periodo del congedo di maternità. Per il periodo successivo a tale congedo, il disposto legale riconosce il diritto a congedi parentali, cioè a ulteriori periodi di sospensione del rapporto di lavoro, parzialmente retribuiti, per finalità di cura del figlio sino al compimento del dodicesimo anno di età. In aggiunta, sono previsti speciali congedi in caso di eventi di malattia del figlio fino agli otto anni di vita. Né vanno dimenticati gli speciali riposi giornalieri retribuiti (due, ciascuno di un’ora) con diritto all’uscita dall’azienda, sino al compimento del primo anno di vita del bambino. Va da ultimo osservato che il legislatore, in anni recenti, ha esteso talune tutele, specie sotto il profilo previdenziale, in favore delle madri lavoratrici autonome e libere professioniste.
La tutela più intensa è prescritta con il congedo di maternità, che consiste in un periodo di interdizione dal lavoro normalmente di cinque mesi SÌ alla VITA
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