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Magazine For Fashion
n. 86. settembre 2017. Solo in abbinamento con MF/Mercati Finanziari - IT Euro 5,00 (3,00 + 2,00) trimestrale
Supplemento al numero odierno di MF/Mercati Finanziari. Spedizione in abbonamento postale L. 46/2004 art. 1 C. 1 DCB Milano
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international edition
Stefano Gabbana, Domenico Dolce e modelli in Dolce&Gabbana Alta Sartoria, Monreale. Foto Jason Lloyd-Evans
the wowness stefano gabbana e domenico dolce @ dolce&Gabbana
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international edition
Azzedine AlaĂŻa e una modella con look della sua linea. Foto Valerio Mezzanotti
the wowness azzedine alaĂ?a
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Un ritratto di Calvin Klein. Foto Steven Klein
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710J4 SI HOUSE CHECK JACQUARD ON NYLON METAL BLACK WATRO WITH PRIMALOFT® INSULATION TECHNOLOGY PARKA IN NYLON METAL WATRO. LA STRUTTURA TRILOBATA DEI SUOI FILI DI NYLON, GRIGIO IN TRAMA E BIANCO IN CATENA, SONO ALL’ORIGINE DELL’ASPETTO METALLICO E CANGIANTE DI NYLON METAL. LA TECNICA JACQUARD DISEGNA LA SUPERFICIE CON UN MOTIVO RIP-STOP DERIVATO DALLO SI HOUSE CHECK. IL TESSUTO È RESINATO NERO ALL’INTERNO PER UNA LEGGERA RESISTENZA ALL’ACQUA E AL VENTO. TINTO IN CAPO CON DOPPIA RICETTA. L’AGGIUNTA DI UNO SPECIALE AGENTE ALLA RICETTA DI TINTURA RENDE IL CAPO ANTI GOCCIA. IL CAPO È DOPPIATO ALL’INTERNO CON UNO STRATO DI PRIMALOFT®, UN’ESCLUSIVA MISCHIA DI FIBRE DAL DIAMETRO ULTRA SOTTILE CHE CONFERISCONO AL CAPO UN’ECCEZIONALE CAPACITÀ ISOLANTE. CAPPUCCIO BORDATO IN PELO REMOVIBILE. CHIUSO DA ZIP. WWW.STONEISLAND.COM
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Versace
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Berluti
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Palm angels
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Paul Smith
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the wowness by STEFANO RONCATO
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Sogni. Per fortuna a volte si avverano. È un amore che nasce. È sapere che qualcosa non si divide, cresce, continuerà. È una visione che diventa reale. Esce dalla mente e prende vita. Con leggerezza, inconsapevole, impalpabile come un pensiero. E MFF-Magazine For Fashion ha voluto seguire questi pensieri che si sono trasformati in storie indelebili. Come Domenico Dolce e Stefano Gabbana diventati paladini di una storia made in Italy da raccontare in tutto mondo. Millennials e alta moda, infuencers e artigianalità. Capaci di guardare avanti e di raccontare una sola, unica storia. Loro stessi, in tutte le loro sfumature. Immagine e sostanza diventano un match che viene plasmato, delineato, scolpito dalla mano sapiente di Azzedine Alaïa. La sua presenza nell’immaginario estetico è bilanciata dalla sua assenza, dal suo essere fuori dagli schemi canonici. Irraggiungibile ma pronto ad aprire le porte della sua casa per essere fotografato con le sue creazioni, indossate da una modella che nella cover spicca il salto. Per volare in alto. Come ha fatto Mr. Calvin Klein, designer dalle indiscusse doti di comunicatore, l’American dream da insegnare sui libri di marketing. E il designer svela a MFF-Magazine For Fashion la sua storia prima che esca la sua biografia. Lo Studio 54, le sue campagne dirompenti, i suoi testimonial ad alto testosterone ritratti in quei poster che a New York venivano rubati dalle persone alle fermate degli autobus. Perché no? Tutti vogliono vivere un sogno.
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nikelab x pigalle. stĂŠphane ashpool Ludovica Tofanelli
28 e 29 facecool Angelo Ruggeri
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vivetta ponti Roberta Maddalena
30 e 31 Moodboard Ludovica Tofanelli
46 GCDS. giuliano calza Angelo Ruggeri
32 a 35 cultwalk Ludovica Tofanelli
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buyers picks Elisabetta Campana, Francesca Manuzzi e Valentina Nuzzi
36 family business Francesca Manuzzi
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quick chat Angelo Ruggeri
38 e 39 marni. francesco risso Chiara Bottoni
54 e 55 models Angelo Ruggeri
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il finale della sfilata off-white C/o virgil abloh
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58 e 59 Accessor-hype Angelo Ruggeri
96 e 97 neologhismi Angelo Ruggeri
60 a 71 domenico dolce e stefano gabbana @ dolce&gabbana Stefano Roncato Foto Jason Lloyd-Evans, Luca Maria e Alessandro Maria Morelli
98 a 109 the best comme des garÇons jw anderson raf simons msgm valentino ermenegildo zegna couture martine rose dior homme giorgio armani rick owens dolce&gabbana balenciaga
72 a 85 azzedine alaÏa Giampietro Baudo e Stefano Roncato Foto Valerio Mezzanotti 86 a 93
calvin klein Francesca Guerrini
94 e 95 rap-À-porter Francesca Manuzzi e Ludovica Tofanelli
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un momento dello show di philipp plein
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FITS BETTER WITH COMPULSIVE SHOPPING
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say what? utility office interactive aloha ying & yang stripe chinos oriental 131 e 132 grooming Francesca Manuzzi 136 a 138 international & addresses
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il finale di lanvin
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Stefano Gabbana, Domenico Dolce e modelli in dolce&gabbana alta sartoria, monreale
Azzedine AlaĂŻa e una modella con look della sua linea
Calvin klein
servizio: stefano roncato foto: Jason Lloyd-Evans
servizio: giampietro baudo e stefano roncato foto: Valerio Mezzanotti
foto: Steven Klein
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PEOPLE
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Un racconto in dieci tappe tra arte e moda, musica e design. Alla ricerca di personaggi che stanno riscrivendo il concetto di creatività. Talenti con un cool factor da scoprire. By Angelo Ruggeri
ADER ERROR SECRET COMMUNITY WORK: designers / FOR: Ader Error / WHERE: korea Quattro amici provenienti da mondi creativi diversi. I cui nomi non sono mai stati rivelati. Un fashion designer, un interior designer, un architetto e un pasticciere. Insieme hanno fondato nel 2014 una community, che presto si è trasformata in uno dei retailer più famosi d’Oriente. E successivamente in un brand definito il «Supreme coreano» e amato dai giovani grazie alla presenza del logo su ogni capo. Grazie a queste caratteristiche, in pochi anni è divenuto uno dei marchi cult dello streetwear orientale. Oggi, dopo il successo in Corea, ha debuttato nel wholesale ed è pronto a conquistare la moda street di tutto il mondo.
ELI AZRAN E DAVID RIMOKH WORK: founders & designers / FOR: rta / WHERE: los angeles Il loro marchio è amato dalle celebrity più famose del mondo. Come Adriana Lima, Bella Hadid, Gwyneth Paltrow, Heidi Klum e Kaia Gerber. Lo scorso giugno, visto il grande successo, hanno presentato per la prima volta anche la collezione menswear. Eli Azran e David Rimokh hanno fondato il brand sostenibile RtA (ovvero Road to awe) nel 2013, «per celebrare il viaggio continuo alla ricerca della grandezza», raccontano. Tra capi e accessori dall’allure streetstyle e anni 90, oversize, glossy, realizzati con materiali come il cotone giapponese per i denim e la pelle francese. Perfetti per vivere l’American dream.
BADDIEWINKLE WORK: influencer / FOR: herself / WHERE: kentucky Helen Ruth Elam Van Winkle, in arte Baddiewinkle, è un personaggio americano divenuto famoso grazie a internet. Fin qui, nulla di strano, se non per la sua età. L’influencer ha infatti recentemente compiuto 89 anni. «Non è mai troppo tardi», ripete ai suoi fan, che amano i suoi look eclettici. Famosa per il motto: «Stealing your man since 1928» e per le sue insinuazioni colorite nei confronti del mondo politico e delle star, è nonna di otto nipoti e da sempre promuove la legalizzazione della marijuana per uso medico. Ha partecipato come attrice in serie tv come Orange is the new black e come ospite agli Mtv video music awards del 2015.
VALENTINA BE WORK: director & videomaker / FOR: herself / WHERE: mantova Classe 1984, inizia la sua carriera nella creatività con la musica. Nel 2000, infatti, firma con la sua teen band un contratto con la casa discografica Warner music. Sul set, durante la registrazione di un video per il lancio delle nuove canzoni, capisce di aver sbagliato lato. Quindi decide di spostarsi a Roma per studiare regia. Oggi, Valentina Be è una regista che oltre a video musicali ha realizzato movie per molti marchi del mondo luxury come Adidas, Samsung, Pirelli, Gucci, Audi, Müller, Kartell, Heineken, Valentino e Trussardi. Lo scorso giugno ha firmato la direzione del video adv di Pitti uomo 92, Boom Pitti blooms.
EZIO LAURICELLA WORK: founder / FOR: Tarì rural-design / WHERE: agrigento Sicilia 2.0. E passione, design, eleganza, sobrietà e, soprattutto, rispetto dell’ambiente. Questa la formula che ha permesso a Ezio Lauricella di fondare il marchio Tarì rural-design. Che celebra l'ingegnosa operosità del valore artigiano siciliano in un progetto più ampio di rilancio della cultura locale, coinvolgendo trasversalmente artigianato, agricoltura e innovazione. Come? Le aziende agricole ricevono in dono varie forniture di sacchi di canapa per la raccolta delle olive. I lavoratori, a fine raccolto, riconsegnano all'imprenditore i sacchi, che vengono utilizzati poi come materiali per la realizzazione delle collezioni di borse in edizione limitata.
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KITO MUÑOZ WORK: photographer / FOR: himself / WHERE: madrid Ribellione. Mixata ad allure underground e tocchi creativi di fetish sadomaso. Questi sono i valori che impreziosiscono e rendono unica la fotografia di Kito Muñoz. Giovanissimo (non dichiara a nessuno la propria età), nato e cresciuto a Madrid, tra locali eclettici e musica anni 90, è uno dei più quotati fotografi emergenti europei. Nelle scorse settimane, ha firmato la nuova campagna adv per la p-e 2018 delle scarpe Rombaut. Che ha fatto grande scalpore. Infatti, nei suoi scatti, le nuove calzature diventano dei veri e propri oggetti di desideri proibiti e sogni erotici. Tra citazioni porn-chic anni 80 e streetwear minimalista.
MARINA RUBINI E ZOOW4 WORK: founders / FOR: bad deal / WHERE: milan Lei scrive delle favole che lascia vivere in giro per casa sperando che un giorno possano viaggiare per il mondo. Lui, street artist affermato, si ritrova a leggerle e decide che ne farà il motivo del suo prossimo girovagare. Marina Rubini e Zoow4 formano un connubio perfetto. Anche nella vita. Insieme, qualche anno fa, hanno fondato il marchio di streetwear Bad deal. La primavera-estate 2018 si ispira al confronto tra l’immobilità dei monumenti e la fugacità di un treno che passa. Ed è declinata in capi della tradizione reinterpretati attraverso l’uso di tagli e sovrapposizioni, strappi e suture, materiali classici e tecnici.
OLLIE SCHRAUWEN WORK: comic designer & musician / FOR: himself / WHERE: berlin Dopo aver studiato animazione presso l'Académie royale des beaux-arts di Gand, Olivier Schrauwen ha perseguito un master in fumetti all’École supérieure des arts Saint-Luc di Bruxelles. Che lo ha portato a diventare collaboratore della famosa rivista Ink et hic sunt leones. Nel 2006, ha pubblicato il suo primo libro, My boy. Oggi, la sua arte è apprezzata in tutto il mondo. Anche da Miuccia Prada che, lo scorso giugno, lo ha chiamato per realizzare, insieme al visual artist James Jean, i fumetti utilizzati come stampe su capi e accessori della collezione menswear primavera-estate 2018. Comic fashion.
MARINE SERRE WORK: FASHION DESIGNER / FOR: MARINE SERRE / WHERE: PARIS Il suo marchio è sinonimo di impegno nei confronti della vita di tutti i giorni e della sua ibridazione, con l’obiettivo di ignorare i confini concettuali. E andare oltre. La carriera di Marine Serre nel mondo del fashion design ha inizio nel mondo dell’haute couture, come assistente per Fred Sathal e On aura tout vu. Successivamente, ha collaborato negli uffici stile di Annemie Verbeke, Alexander McQueen, Maison Martin Margiela e di Christian Dior insieme a Raf Simons. Oggi, oltre a guidare il marchio omonimo, lavora per la maison Balenciaga. Lo scorso giugno ha vinto l’edizione 2017 del Lvmh prize for young fashion designers.
JEREMY WOLFF WORK: artist / FOR: JWolffStudios / WHERE: nyc Si definisce «contemporary, pop e street artist» con una passione per gli eventi, la cultura pop, gli sport e la musica. Dopo aver studiato arte e comunicazione a New York, Jeremy Wolff è diventato subito famoso in America, soprattutto nella East coast. Mixando diversi stili e partendo dai tradizionali ritratti di pittura a olio, ha creato il suo mondo personale tra spruzzi e gocce di colore irregolari. Il suo quadro più famoso? La riproduzione di Donald Trump mentre conta una mazzetta di soldi, vestito con una giacca patchwork e con la scritta colante: «It was all a dream», divenuto molto famoso dopo le elezioni presidenziali d’America.
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backstage
MOODBOARD IL SAPORE DELLA LIBERTà. ALESSANDRO DELL'ACQUA SOGNA DI EVADERE CON LA SUA N°21 e immagina UN MENSWEAR PRIVO DI COSTRIZIONI. By Ludovica Tofanelli
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Freedom. Una parola chiave nella quale è racchiusa l'essenza liberatoria del menswear di N°21 per la spring-summer 2018. La nuova stagione estiva immaginata da Alessandro Dell'Acqua, fondatore e anima creativa della griffe, è il racconto di una vacanza dall'anima spensierata. I frame raccolti e amalgamati dallo stilista napoletano danno forma a un patchwork visivo privo di costrizioni, dal quale emergono la necessità e il desiderio di evadere. Con la testa e con il corpo. «Ho disegnato una collezione in cui la libertà prevale sulla costruzione e la leggerezza descrive il desiderio di evasione», ha raccontato il designer. Tracciando il profilo di una young generation che si riflette nel volto di un giovane Matt Dillon, catturato tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 in versione black and white dalla rinomata lente di Bruce Weber. «Un’evasione che non è sinonimo di fuga dal presente perché nel suo distaccarsi dalla quotidianità sa esprimere la volontà di ognuno di noi di elevarsi al di sopra di quello che accade ogni giorno in un mondo
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che sembra rendere tutto molto difficile e molto pesante». È una libertà sapida, salina, che si schiude tra le palme tropicali e sboccia tra le stampe dei fiori hawaiani. Direzione Oceano. Quello Pacifico della West Coast, dove il blu è profondo, le onde avvolgenti e lo spirito rilassato. «L’azzurro è molto importante nel guardaroba maschile perché è abbinabile con qualsiasi altro colore. Io lo uso moltissimo perché lo amo: secondo me racchiude sia l’idea di freschezza sia quella di libertà», ha sottolineato il creativo, che ha punteggiato la sua collezione maschile di sfumature celestiali. Come quelle che si ritrovano sull'abbagliante carrozzeria di una Cadillac dai sapori vintage. O come l'immagine di un surfista
intento a fronteggiare il suo mare. Ma ci sono anche i gialli, quelli caldi del sole, quelli acidi delle tavole. Che in passerella si alternano ai motivi check, ai dettagli in vinile e ai jacquard della maglieria. La sensazione è quella di lasciarsi andare, di buttarsi in mare, di sfrecciare su uno skateboard con i capelli al vento. Tutto con nonchalance. Come dichiara una felpa in passerella e come dimostrano i pantaloni informali. Così la prossima estate firmata N°21 diventa una vera e propria questione di stile, sia nel modo di vestire che in quello di vivere. Facendosi portratrice di un messaggio positivo che ineggia alla libertà e all'ottimismo. Come l'aria che si respira in vacanza.
sopra, il moodboard della sfilata uomo di n°21 spring-summer 2018
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FASHION MOVES
Cultwalk
CAMBI DI DIREZIONE CREATIVA, TRASFERTE VERSO NUOVE FASHION WEEK E DEBUTTI CO-ED. ECCO LE NOVITà DA SEGNARE IN AGENDA CHE ANIMERANNO LE PASSERELLE della primavera-estate 2018. BY LUDOVICA TOFANELLI
Tom Ford goes to New York Back to the roots. Tom Ford torna nella cornice di New York per svelare la sua spring-summer 2018. Dopo aver testato il see-now buy-now lo scorso settembre, mostrando la collezione co-ed per la fall-winter 2017/18 in concomitanza con l'arrivo dei capi sul mercato, lo stilista texano ha deciso di tornare al format tradizionale dello show. Saltato quindi l'appuntamento dello scorso febbraio, Tom Ford ha prima presentato la sua proposta uomo per la prossima estate in occasione di Milano moda uomo e torna ora in pista a New York con un défilé dedicato alla collezione femminile.
Emporio Armani goes to London Fenty x Puma goes to New York New York, Parigi e nuovamente New York. Rihanna riporta Fenty x Puma nella Grande mela, dove aveva compiuto il debutto in passerella nel febbraio 2016. Dopo il lancio newyorkese della linea sportiva che guida creativamente, la pop star plus designer aveva deciso di trasferire gli show nella capitale francese, svelando le ultime due collezioni nella Ville lumière. E torna ora nuovamente Oltreoceano con la primavera-estate 2018.
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«Londra, dinamica, vitale, cosmopolita, rappresenta la cultura globale, e per questo è teatro ideale per la mia collezione Emporio Armani». Con queste parole Giorgio Armani ha spiegato la decisione di portare la primavera-estate 2018 della sua contemporary label a Londra, lasciando quindi le passerelle milanesi per conquistare quelle brit. Una scelta legata anche all’opening del nuovo store del marchio nella cornice di New Bond street. Seguendo quindi la strategia messa in atto con la spring-summer 2017 a Parigi, quando Emporio Armani sfilò nella capitale francese in occasione della riapertura della sua boutique di Boulevard Saint-Germain.
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foto CRAIG MCDEAN
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Tommy Hilfiger goes to London Continua il tour mondiale di Tommy Hilfiger. Dopo l'evento Tommyland di Los Angeles sceglie la cornice di Londra per svelare la sua nuova Tommynow. La sfilata londinese, legata al format seenow buy-now, rappresenta anche il primo co-ed show del marchio a stelle e strisce. In passerella salgono i look uomo della fall 2017 firmata Hilfiger edition, insieme alle nuove proposte Hilfiger collection e TommyxGigi, la collezione disegnata a quattro mani con la top model Gigi Hadid. Lo stilista ha scelto Londra per celebrare il panorama rock and roll con uno spirito tra il glamour e il ribelle, svelando le collezioni all'interno dello storico Roundhouse.
Etro turns co-ed
Paul Surridge @ Roberto Cavalli
Family affair. Etro svela per la prima volta all’unisono le sue collezioni femminili e maschili durante Milano moda donna, festeggiando al contempo 50 anni di storia. Una virata co-ed significativa, visto che le linee uomo e donna sono rispettivamente affidate alla creatività di Kean Etro e della sorella Veronica, affiancati in azienda dai fratelli Jacopo e Ippolito. Dopo aver presentato il menswear a Milano lo scorso giugno, Kean Etro porta altri 20 look sulla passerella di settembre, creando una collezione in continuità con la visione della sorella.
Al timone creativo di Roberto Cavalli approda Paul Surridge, colmando il vuoto lasciato da Peter Dundas, uscito dalla griffe a ottobre 2016. Con un passato da Calvin Klein, Burberry e Z Zegna, il creativo brit ha più recentemente ricoperto il ruolo di creative consultant per le collezioni maschili di Acne studios. «È un'opportunità davvero unica quella di contribuire a scrivere un nuovo capitolo della storia di Roberto Cavalli, celebrando la bellezza, la sensualità e il potere della donna», ha spiegato lo stilista. Che per il suo debutto sulle passerelle milanesi punta a riprendere i codici iconici di sensualità e femminilità della griffe.
Lucie e Luke Meier @ Jil Sander I congiugi Lucie e Luke Meier dettano il nuovo corso di Jil Sander. Lei con un passato da Dior, lui co-fondatore e anima creativa di Oamc, i due stilisti hanno iniziato a ridefinire la nuova Jil Sander già con le collezioni donna Resort 2018 e uomo primavera-estate 2018. Guardando da una parte all'heritage e dall'altra all'innovazione estetica, come loro stessi hanno spiegato: «Siamo entrambi legati in modo particolare a Jil Sander, ecco perché la nostra visione è tanto radicata quanto rivolta al futuro». Per un concept che rilegge la filosofia giapponese del wabi sabi, trovando il perfetto anche nell'imperfetto, che prende forma completa il 23 settembre sulla passerella di Milano moda donna.
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foto FILIPPO AVANDERO
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Trussardi turns co-ed Missoni turns co-ed Sfilate unificate per Missoni, che ha deciso di portare insieme sulle passerelle di Milano moda donna sia le sue collezioni femminili sia quelle maschili, entrambe affidate alla guida stilistica di Angela Missoni. La creativa milanese sigilla così con la primavera-estate 2018 un nuovo corso per gli show della griffe, celebrando allo stesso tempo i suoi 20 anni di direzione creativa del marchio.
Il ciclone co-ed investe anche Trussardi. La griffe del levriero, la cui direzione stilistica è in mano a Gaia Trussardi, ha infatti deciso di far sfilare insieme le sue collezioni uomo e donna a partire dalla stagione spring-summer 2018. Dopo aver saltato l'usuale appuntamento maschile di giugno, il marchio ha quindi deciso di portare in passerella entrambe le sue collezioni a settembre, in occasione di Milano moda donna.
Altuzarra goes to Paris
Lacoste goes to Paris
Serge Ruffieux @ Carven
Welcome to Paris. Altuzarra lascia le usuali passerelle newyorkesi per partire alla conquista di quelle parigine. «Sfilare a Parigi è sempre stato il mio sogno. Sono onorato di essere stato invitato dalla Fédération per presentare le mie creazioni nella mia città natale», ha spiegato Joseph Altuzarra, direttore creativo e fondatore della label, seguendo così l’esempio di Proenza Schouler e Rodarte, che lo scorso luglio hanno abbandonato New York per volare nella Ville lumière.
Per i suoi 85 anni Lacoste si regala uno show tutto parigino. La griffe del coccodrillo, la cui direzione stilistica è affidata alla matita creativa di Felipe Oliveira Baptista, ha infatti deciso di lasciare la settimana della moda di New York per sfilare nella Villa lumière. In occasione del proprio anniversario, quindi, il brand controllato da Mais frères porta la collezione primavera-estate 2018 nella capitale francese, riavvicinandosi così al proprio Dna parisien.
Dopo l'addio di Alexis Martial e Adrien Caillaudaud, è Serge Ruffieux a prendere il timone estetico di Carven. Lo stilista, che vanta una collaborazione di dieci anni con Christian Dior, prima come head designer del ready-to-wear donna e dell'haute couture studio, poi come co-direttore artistico tra il 2015 e il 2016 insieme a Lucie Meier, compie ufficialmente il suo debutto sulle passerelle parigine con la spring-summer 2018 dopo l'assaggio della resort.
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foto STEVEN MEISEL
foto PAOLO ROVERSI
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Natacha Ramsay-Levy @ Chloé La nuova Chloé girl. Natacha Ramsay-Levy, in arrivo da Louis Vuitton, prende il posto di Clare Waight-Keller alla direzione creativa della griffe satellite di Richemont, segnando l’inizio di una nuova era. A partire dalla Maison Chloé, uno spaziomuseo di cinque piani inaugurato lo scorso luglio con la mostra «Femininities - Guy Bourdin», a pochi mesi dalla nomina della stessa Ramsay-Levy. Sede che ospita ora lo showroom e l’archivio del marchio, arrivato a festeggiare 65 anni di storia.
Clare Waight-Keller @ Givenchy «Amo l’idea di una donna dall’aria felina». Queste le parole di Clare Waight-Keller per il lancio della sua prima campagna firmata Givenchy, nonché preludio al debutto in passerella. La creativa, che ha lasciato la direzione creativa di Chloé per prendere il posto precedentemente ricoperto da Riccardo Tisci, ha anticipato la sua visione estetica con un'adv firmata Steven Meisel. Svelando un'idea di seduzione misteriosa, ispirata a delle stampe d'archivio del 1953 raffiguranti dei felini e declinata sia al maschile sia al femminile. Negli scatti, elementi chiave come pizzi e smoking per introdurre il nuovo corso, che prende il via l'1 ottobre a Parigi con il primo show co-ed.
Marco Colagrossi @ Emanuel Ungaro A new beginning. Dopo l’addio di Fausto Puglisi, Emanuel Ungaro inizia il suo nuovo corso sotto la direzione creativa di Marco Colagrossi. Lo stilista, con un passato da Dolce&Gabbana come senior designer donna e successivamente come senior fashion designer per le collezioni femminili di Giorgio Armani, ha dato i suoi primi input creativi con la collezione resort 2018 del marchio controllato da Aimz. Svelando un’estetica femminile e romantica arricchita da motivi grafici e giochi floreali.
Olivier Lapidus @ Lanvin Un arrivo inaspettato quello di Olivier Lapidus da Lanvin. Il couturier francese è stato chiamato dalla maison dopo l'addio di Bouchra Jarrar, che aveva assunto lo storico ruolo di Alber Elbaz per poi lasciarlo dopo 16 mesi. Lapidus approda quindi alla guida creativa di Lanvin con un debutto in occasione di Paris fashion week, dopo aver lanciato lo scorso giugno la propria label omonima, una maison di alta moda digitale che sfila online e vende tramite see-now buy-now. Nel suo passato figurano la direzione creativa di Balmain homme nel 1985-86 e la guida estetica di Maison Lapidus, griffe fondata dal padre e chiusa nel 2000, oltre a collaborazioni come couturier e designer.
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Thom Browne goes to Paris È il Vecchio continente la nuova frontiera di Thom Browne. Lo stilista statunitense ha deciso infatti di portare la sua collezione femminile a Parigi, dove già sfila con il menswear, lasciando così le usuali passerelle di New York fashion week. Una notizia che si lega alla strategia di rafforzamento nel mercato europeo, dove Thom Browne ha inaugurato nei mesi scorsi i suoi primi store, partendo da Milano e passando poi per Londra.
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Family BUSINESS Q&A with Antonio and Efisio Rocco Marras
Parlano la stessa lingua, Antonio ed Efisio Rocco Marras. Che non è solo il catalano, il dialetto algherese, ma una sorta di alfabeto erudito. Il padre, fondatore della label che porta il suo nome e di I'M isola Marras, ha da poco abdicato per lasciare al primogenito classe 1992, formato tra Parsons school of design di Parigi e Central Saint Martins a Londra, la guida creativa della linea young. Parlano citando la moglie e madre Patrizia Sardo Marras, film, canzoni e un filo rosso, che lega tutti. Anche Pierivo, il cane di famiglia, per gli amici Pierolino. Cosa significa essere i Marras? Antonio: Avere a che fare con Patrizia Marras. Ha una visione, mi fido ciecamente di lei, ma è una donna impegnativa e ha sempre ragione. Efisio: Babbo e mamma sono un unicum. Quando mi mandavano in vacanza studio a St. Andrews mi arrabbiavo se mi chiamavano entrambi, tanto erano sempre insieme. Essere un Marras, come per qualsiasi figlio, significa imparare a esistere dentro a un sistema già presente. Chi è la star della famiglia? A e E: Patrizia Sardo Marras e il suo cane Pierolino, che è un diversivo. La Sardegna, cosa rappresenta? A: È punto di partenza e arrivo, voglia di andare restando. La nostra ad Alghero è una casa-laboratorio dove chiunque arrivi trova da fare. Anche la prima sfilata di Efisio per Isola lo riflette. Modelli e performer sono amici e parenti volati da tutto il mondo... una crew votata al sacrificio. E: La Sardegna è casa-base. Con pregi e difetti. Sei bloccato su un’isola con 10 mila cose che non puoi vedere e a cui non puoi arrivare, ma ti insegna ad andare oltre e capire cosa puoi fare per esistere. Cos'avete in comune? A: Mi rivedo in Efisio. Ha la determinazione e una visione, che seppur diversa dalla mia, rispetto molto. Patrizia Marras dice: «Ne avevo uno e ho creato un altro mostro… però uno l’ho sposato l’altro mi è capitato». E: Pensa che io non ho potuto scegliere. Tra noi è sempre tutto e il contrario di tutto. Quando lui dice si, per me è no e viceversa.
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Su cosa non siete d'accordo? E: Critico la scelta di fare di Alghero il centro nevralgico. Io ho cercato di spostarmi, anche se con scarsi risultati, perché sono tornato. A: Torna a casa, guaglione. «’Sta casa aspetta a te», come dice una famosa canzone. Se poi volessimo dirlo in catalano: «Torna ncasa». Avete un'icona? E: Quella di Antonio Marras è sempre e solo Patrizia, mia mamma. Io ho in mente le mie amichette di una vita, le stesse di quando ero bambino. C'è una canzone, un film che le ricordi l'altro? A: Requiem for a dream. Un film che ha visto 5.700 volte. E: La ballata dell’amore cieco di De André... che conosco a memoria e non l'ho mai sentita di proposito. Come La casa del serpente di Ivano Fossati. La musicassetta andava mentre mi portava a scuola, alle elementari, con questo macchinone orrendo che chiamo il carro funebre, lo stesso da quando aveva vent’anni. Avete un portafortuna che vi leghi? A: Il filo rosso. Anche Pierolino ce l’ha al collo. È una fettuccia bordeaux, con cui sono sbiecati tutti i nostri capi (e i Marras portano al polso, ndr). È una sorta di legame di sangue, un cordone ombelicale, un fil rouge, una cima che si lancia per un approdo o si lasca per partire. Ci lega tutti. Scegliete un momento insieme. Qual è il migliore? E: Stavamo uscendo dal negozio del porto di Alghero, ero piccolino, babbo mi ha preso la mano, io gliel’ho tolta e mi ha detto: «Guarda che non tutti i padri tengono i figli per mano, ci ripenserai». E me l’ha ripresa. A: Un po’ come L’ultima neve di primavera (film di Raimondo Del Balzo, ndr). Io ricordo il suo esame di maturità. Ha avuto il massimo dei voti, ma è uscito dall’aula in un mare di lacrime, arrabbiatissimo anche con me e Patrizia. La commissione era incuriosita dal progetto e l’ha tenuto dentro un’ora e mezza, in parte non so se per merito o colpa mia. Volevo abbracciarlo, ma l’abbiamo lasciato al bar vicino a scuola con due amici. Francesca Manuzzi
da sinistra, Efisio e Antonio Marras
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marni
francesco risso. interview by chiara bottoni Il suo nome è balzato alle cronache della moda nel momento in cui a Milano prendeva corpo un nuovo corso di rinascita. E Francesco Risso rappresenta, in un certo senso, un tassello di questa rinascita. Giovane, internazionale, con una lunga esperienza nel dietro le quinte di importanti marchi del made in Italy, Prada su tutti, Risso è dalla fine dello scorso anno il nuovo direttore creativo di Marni nel post Consuelo Castiglioni. Un alter ego del marchio, perfettamente in sintonia con i valori espressi dal suo Dna che lo hanno reso così unico sotto la lente del fashion system internazionale. Risso cita una frase di Eraclito per raccontarsi: «L’uomo è più vicino a sé stesso quando raggiunge la serietà di un bambino che gioca». Giocosità, innocenza puerile, eclettismo, versatilità e libertà di espressione sono infatti alcune parole che si rincorrono spesso nelle sue collezioni (il womenswear della primavera-estate 2018 sarà la quarta che porta la sua firma). Una dichiarazione d’intenti che non lascia dubbi d’interpretazione. Suggerisce di liberarsi da ogni sovrastruttura, di spogliarsi dalle convenzioni per approdare a un nuovo terreno creativo fertile dove i confini tra i sessi non hanno più senso di esistere e dove tutto può essere smontato e riassemblato per conquistare un nuovo significato, come raccontato da Risso in questa intervista, la prima ad approfondire il nuovo corso del marchio controllato dalla Otb-Only the brave di Renzo Rosso. Quando ha capito che nella vita avrebbe voluto fare il designer? Stabilire un momento preciso in cui ho deciso che avrei voluto disegnare è difficile, perché tutto è successo in maniera molto naturale. Da bambino, le mie tre sorelle mi ritenevano una sorta di virus che si divertiva a intaccare i loro capi e a riassemblarli in maniera originale, trasformando giacche in pantaloni o creando combinazioni un po’ folli. Tutto intorno a me sembrava indirizzarmi verso la creazione di un’identità unica. Vivevo in una grande famiglia allargata, dove i miei genitori avevano avuto altri figli dalle precedenti relazioni. Mia nonna paterna e mio padre erano figure estremamente eccentriche, che mi hanno profondamente ispirato a livello personale ed estetico. Ho studiato al liceo classico ma mi piaceva disegnare, perciò ho scelto di approcciare successivamente una scuola d’arte con indirizzo moda. Quali sono state le tappe chiave del suo percorso? Ho studiato per un anno al Polimoda di Firenze, poi mi sono trasferito a New York dove mi sono laureato al Fit-Fashion institute of technology. Successivamente ho conseguito un master alla Central Saint Martins di Londra ed è proprio quando mi trovavo a Londra che ho ricevuto una telefonata dalla signora Anna Molinari per tornare in Italia e lavorare sulle collezioni Blumarine e Anna Molinari. Sono rimasto lì per un paio d’anni per poi andare a Milano e affiancare Alessandro Dell’Acqua in una serie di suoi progetti. Alessandro è una delle persone che più ammiro e che ha contribuito a costruire la mia esperienza nella moda. Subito dopo sono approdato in Prada dove ho cominciato a occuparmi del design nel dipartimento maglieria, un’area allora appena creata e fortemente voluta da Patrizio Bertelli, per poi lavorare con la signora Miuccia sulle sfilate e seguire diversi progetti speciali, legati allo sviluppo del brand. Sono stati per me anni di fondamentale importanza. Poi è arrivato Marni... Come ha accolto la sfida di diventare direttore creativo di questa casa di moda? Ho colto questa sfida travolto, da un lato, dal mio grande amore per il marchio, dall’infinita
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passione che ho per i suoi codici. Dall’altro, per la stima enorme che nutro nei confronti di Renzo Rosso per quello che è stato capace di creare in Italia. Nulla è stato mai così entusiasmante come entrare a far parte di questa squadra. Cosa rappresentavano per lei Marni e il lavoro della sua fondatrice, Consuelo Castiglioni? Ho sempre seguito il lavoro di Consuelo Castiglioni. Ciò che mi accomuna a lei sono l’eclettismo dato dalla volontà di cogliere l’istante, la passione per stimoli opposti e apparentemente sconclusionati, la cultura dell’essere liberi e non soffocati tra le pareti di una scatola chiusa, l’approccio versatile alla moda. Marni è nato come un marchio eccentrico ed eclettico e desidero continuare a lavorarci con lo spirito giocoso di un bambino che mette insieme le cose in maniera casuale e unica. Quest’idea del gioco e dell’infanzia è molto presente nelle sue collezioni... C’è una frase di Eraclito che è diventata in un certo senso il mio mantra: «L’uomo è più vicino a sé stesso quando raggiunge la serietà di un bambino che gioca». Mi piace l’idea che un adulto riesca a ritrovare questa leggerezza di spirito e di pensiero. In quale dimensione del marchio sta trovando la sua migliore espressione? Nell’uomo o nella donna? Credo che oggi uomo e donna siano sempre più vicini nella vita e che non esistano confini tra i due sessi. Questo si rispecchia anche nell’estetica. Perciò ho deciso di lavorare in modo che gli amanti del brand possano apprezzare entrambi i mondi, creando dei codici comuni nei colori, nelle stampe e nelle forme. È vero che l’uomo ha dei limiti più delineati mentre con il womenswear c’è maggiore spazio d’azione ma i codici del linguaggio creativo sono trasversali e intercambiabili. Mi piace l’idea che un cappotto possa essere utilizzato da lui e da lei, che un oggetto particolare possa animare il guardaroba di entrambi. Marni ha conquistato anche per l’unicità dei suoi accessori. In quale direzione intende lavorare? Gli accessori mi piacciono moltissimo, sono elementi fondamentali per completare l’aspetto narrativo di una collezione. Per quanto riguarda le borse, in particolare, sto ampliando una collezione che era ancora piccola in termini di offerta, raccogliendo ottimi riscontri. Amo approcciare gli accessori come oggetti di design, lavorando su colori e forme, canali attraverso i quali il Dna di Marni trova la sua migliore espressione. Un designer italiano alla guida di un marchio italiano... Come vede muoversi la moda tricolore in questo momento e Milano in particolare? Trovo che sia un momento meraviglioso per Milano e la moda italiana in generale. Stiamo attraversando una fase di profondo cambiamento, che ho vissuto sulla mia pelle, assistendo alla rinascita di questa città, che sta colpendo molto anche all’estero. Tra l’Expo, l’emergere di nuovi brand e di giovani designer credo che il quadro in cui ci troviamo sia davvero eccezionale. Come si vede di qui a dieci anni? Vorrei continuare a divertirmi, come sto facendo adesso. Chi fa questo mestiere ha una grandissima fortuna, quella di cercare di accontentare le esigenze di ogni personalità. Spero davvero, di qui a dieci anni, di poter godere ancora di questa serenità.
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nella foto, francesco risso ritratto da Willy Vanderperre
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kym ellery interview by francesca manuzzi
Elleryland. Un territorio glamour che mixa australianità e francesismi, balze dal tailoring scultoreo e acuti 70s. È la terra promessa conquistata da Kym Ellery e bramata da fan come Cate Blanchett, Elle Fanning, Chloë Sevigny ed Emma Watson. A dieci anni dalla fondazione del marchio, la designer racconta il segreto per volare dalla città natale Perth, passando per Sydney, dove il marchio sfilava, per poi approdare nella Ville lumière. La label, ora nel calendario ufficiale parigino, nel tragitto dal 2007 a oggi ha calamitato una serie di ambasciatrici spontanee eccellenti che l'hanno trasformata in it brand del desiderio. Il marchio compie dieci anni. Quali sono i momenti migliori dal primo giorno? Sfilare nel calendario ufficiale tra due giganti come Chanel e Louis Vuitton è un reale gesto di benvenuto nella community della moda francese. Così come entrare a far parte dei BOF 500 o vincere l'Elle Uk emerging brand of the year award a febbraio 2017. Ah, dimenticavo, vedere Chloë Sevigny vestita Ellery... looking like a total babe. Un'australiana a Parigi... Traumatizzante? Parigi ha cambiato in qualche modo anche me e ciò che indosso; classici à la française con il twist artistico australiano. Ma la moda è un nonluogo in cui ognuno ha la libertà di essere chiunque desideri. Si può creare bellezza o fare dichiarazioni forti, l'importante è che ci si diverta e non si abbiano confini. È come un party e sono tutti invitati. Com'è il suo party? Artful. Nostalgic. Timeless. Su chi calzano a pennello questi aggettivi e i suoi abiti? Ci sono tante donne incredibili che vorrei in Ellery. Adoro Marion Cotillard e Diane Kruger. E se si tratta di modelle per gli show? Le Ellery women sono state Julia Nobis, che in primis è una studentessa di medicina. Emma
Balfour, madre e addestratrice, una donna che sussurra ai cavalli e Gemma Ward, anche lei mamma e grande icona. Un cast di star assolute. Scegliamo modelle che rappresentino i valori del marchio, intelligenti e uniche nella loro diversità. Qual è il moodboard della sua vita? Per la musica, Whitney (Houston, ndr), Lemon Twigs, Chris Isaak, Serge Gainsbourg e Alice Coltrane. Registi, Sofia Coppola, Alejandro Jodorowsky, Wes Anderson e Quentin Tarantino. Icone sicuramente Anita Pallenberg, David Bowie ed Helen Frankenthaler. E in cima alla lista di libri ci sono From A to B and back again di Andy Warhol e Gratitude di Olivier Sacks. E il #placetobe? Dappertutto. La moda ha bisogno di trascendere occasioni, culture, generi, razze e religioni. Ogni singolo individuo deve vestirsi e sentirsi ciò che desidera in qualsiasi luogo o tempo. Qual è il suo primo ricordo della moda? Mia madre mi ha raccontato che a tre anni ho visto una gonna bianca svolazzante con i pois rossi e pare che mi sia buttata a terra e abbia iniziato a frignare perché non me la voleva comprare. Scioccata da una reazione così esagerata, specialmente da una bambina che non aveva ancora neanche mezza opinione, ha deciso di acquistarla. Amo la moda da quel giorno. Cosa significa essere un it brand? Esserne lusingati, ma modesti. Sono così focused su ciò che sto facendo che, per riemergere dai miei pensieri e realizzare dove siamo arrivati oggi, devo darmi un cazzotto. Ha mai pensato di fare l'uomo di Ellery? La mia passione più grande è creare un'armatura per le donne, per uscire di casa e combattere per ciò che desiderano. In futuro vorrei che Ellery avesse questo stesso potere olistico anche per l'uomo, che vorrei lanciare nei prossimi anni.
in alto, kym ellery RITRATTA DA Thinh Dong
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NIKELAB X PIGALLE Stéphane Ashpool. interview by ludovica tofanelli
L'eleganza parigina certo non gli manca. E nemmeno lo spirito avant-garde della capitale francese. Ma soprattutto Stéphane Ashpool ha la capacità di tradurre quella particolare attitude parisienne nel mondo dello sportswear. Fino a contaminare un pioniere dell’universo atletico come Nike, che collabora ormai con il fondatore e direttore creativo di Pigalle da diversi anni. Per la loro ultima partnership, firmata NikeLab x Pigalle, il creativo francese e il colosso americano hanno deciso di salire in passerella a Parigi al Musée d’art moderne. Un'unione tra basket, 90s, futurismo e nuove tecnologie. Per un progetto, questa volta declinato anche al femminile, che ha legato ancor di più Nike alla Francia, considerando che il gruppo statunitense è ormai dal 2011 sponsor della nazionale francese di calcio. E che quindi per la prima volta ha visto sfilare i capi ideati da Ashpool, che ama unire lavorazioni artigianali e dettagli performanti, portando il sodalizio a un nuovo livello. La sua ultima collezione per Nike ha avuto un ruolo particolare nella storia della vostra collaborazione, segnando il debutto in passerella... A cosa si è ispirato? Sono partito dall'idea di uno sports-guy e di un vero e proprio team francese. Come referenze ci sono il basket, gli anni 90... Volevo bilanciare il passato con il nuovo. Mi piace combinare l'heritage, i tessuti, la craftsmanship con le incredibili nuove tecnologie che Nike continua a sviluppare. Ho voluto quindi cercare di amalgamare insieme tutti questi elementi, portando esattamente al risultato che si è visto in passerella. Capi sportivi e tecnici che però possono essere indossati anche per uscire la sera. C'era un mood parisien nell'aria... Molti modelli hanno mostrato una vera e propria attitude, interpretando i capi e divertendosi. È qualcosa cui avete pensato? La maggior parte delle persone salite in passerella erano in realtà persone che fanno parte della mia vita e che quindi vanno al di là dello show. Ciascuno di loro ha il proprio carattere...
E non ho voluto in nessun modo che si comportassero diversamente da come sono. È stato tutto naturale, hanno avuto la possibilità di esprimere la propria personalità. Sono le mie persone, i miei amici... Da mio fratello piccolo a mio nonno, anche mia mamma era lì in giro... NikeLab x Pigalle è una collaborazione che va avanti con successo da anni. Com'è per lei lavorare con un colosso dello sportswear? È stupendo. Sono anni che lavoriamo insieme, stiamo portando avanti un percorso davvero coerente. E oggi è diventato praticamente un rapporto di amicizia. Mi sento molto fortunato. Mi hanno aiutato a costruire tutto dandomi la possibilità di esplorare e sperimentare. E il debutto in passerella come l'ha vissuto? È stata la prima volta che abbiamo affrontato qualcosa del genere. È stato bello, è vero che una passerella ti dà meno modo di spaziare. Ma è un po' come quando hai tante finestre di fronte e non sai dove devi andare.... Con Nike invece hai chiaro qual è quella che devi aprire, sai già dove devi andare. Sta a te raggiungere l'obiettivo e credo di aver fatto del mio meglio. Parigi è considerata la città della couture, della moda avant-garde. Eppure lei è riuscito a emergere con una griffe sportiva... E ne sono davvero contento. Ancora oggi molte persone hanno difficoltà a capire ciò che faccio, si chiedono se io sia semplicemente un ragazzo che fa T-shirt. Ma non è così. Dietro ciò che facciamo c'è un lavoro artigianale incredibile, come nelle grandi fashion house. Fare sportswear a Parigi è bello, effettivamente sono un po' solo in questo, ma mi piace il legame con questa città proprio per poter dare quell'accento di eleganza francese allo sport. I suoi prossimi passi ora quali saranno? Voglio mantenere le cose equilibrate. Non sento la necessità di crescere troppo in fretta. Non ne sono ossessionato. Cerco piuttosto di dare il giusto tempo alle cose.
in alto, un ritratto di Stéphane Ashpool
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vivetta ponti interview by roberta maddalena
Assisi, classe 1980. Vivetta Ponti nasce nella provincia di Perugia dove sviluppa sin da subito una passione sfrenata per la poesia, le bambole e il design anni 50. L’amore per tutto quello che gravita attorno all’arte la conduce a fondare nel 2009 il suo marchio, che debutta un anno dopo al salone White di Milano e oggi è distribuito da retailer di tutto il mondo come Barney's, Selfridges, Harrods, Le bon marché, LuisaViaRoma e Tsum. Ma la vera consacrazione avviene a febbraio del 2015 quando, nella cornice della settimana della moda donna di Milano, viene scelta come guest brand da Giorgio Armani per sfilare all'interno dell'Armani/Teatro. Quando è nata la sua passione per la moda? Come tutte le bambine amavo inventare mondi immaginari attraverso il disegno. Sono sempre stata attratta dalla creatività. Poi grazie a Roberto Cavalli ho scoperto l’arte del ricamo. Dopo aver collaborato con diversi uffici stile, nel 2009 è arrivato il momento di realizzare il mio sogno. Ha dei rimpianti? Assolutamente no. All’inizio è stata molto dura: erano in tanti a dirmi che non avrei avuto nessuna chance. Ma io sono sempre rimasta fedele a me stessa contro tutti i pessimisti. Pensa che ci sia ancora spazio per i giovani? Trovo che, rispetto a dieci anni fa, la situazione sia migliorata. Certo, se non dimostri di avere personalità rischi di rimanere schiacciato dalla concorrenza. Ricordo ancora che quando ho iniziato a proporre i miei capi venivo criticata per la mia ossessione per le tonalità pastello... Serve ancora sfilare per un emergente? Penso sia più che altro una questione di budget. Quando io ho iniziato non avevo problemi di questo genere, ma ai ragazzi che non hanno grandi possibilità consiglio di optare per il format della presentazione, meno dispendioso ma comunque gratificante. Ad ogni modo, per avere successo penso sia cruciale mantenere la propria identità e perseverare nonostante tutto.
A cosa pensa quando crea? Come il più bravo dei pittori, mi lascio ispirare dalla quotidianità. Ma quello che mi influenza di più è il surrealismo. Dopo aver letto la biografia di Salvador Dalí e aver divorato l’arte cinematografica di Luis Buñuel, sono rimasta affascinata dal modo in cui questi artisti sono riusciti a trasformare l’uso comune degli oggetti con il loro approccio non-sense. La moda è sempre più digital: com’è il suo rapporto con i social? Quando non avevo ancora un ufficio stampa lavoravo molto con i social. Ora però cerco di non esserne troppo dipendente. Gestendo io stessa l’account Instagram di Vivetta, ho deciso di dargli un tocco meno patinato e un po' più umano condividendo immagini rubate dalla mia vita personale. La vera questione è, quando si rischia di esagerare? Se fosse tutto un po’ meno legato alle regole del marketing sembrerebbe sicuramente meno meccanico. Parliamo del futuro... Ci potrebbe essere spazio per l'uomo Vivetta? Per il momento il menswear non rientra nei piani. Sto investendo molto sulla linea bambino e sulla prima collezione di calzature che sarà disponibile a partire da settembre. Inoltre ho disegnato una capsule collection ad hoc per il sito The blonde salad di Chiara Ferragni che è stata lanciata a fine agosto. Poi sarà la volta di Londra, dove apriremo un pop-up store al Liberty. Quale è stata la soddisfazione più grande? Sicuramente la sfilata all'Armani/Teatro, ma anche ricevere un biglietto da parte di Elle Fanning dove mi diceva quanto amasse le mie creazioni. Le piacerebbe disegnare un grande brand? Sì, Schiaparelli. Ero una grande fan di Elsa, amavo la magia out of border dei suoi abiti. Un sogno nel cassetto? Vivere in un’oasi naturale con tanto di orto e giardino in una remota campagna fiorentina.
in alto, un ritratto di vivetta ponti
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GCDS
GIULIANO CALZA. by ANGELO RUGGERI Gcds. Ovvero God can’t destroy the streetwear. O, meglio ancora, Giuro che domani smetto, dal nome di un party esclusivo partenopeo. Quattro semplici lettere che nascondono un mondo, una realtà definita. Quella di Giuliano Calza, classe 1988, che dalla sua Napoli è giunto prima a Milano poi a Shanghai, in Cina, per studio e lavoro. Ma soprattutto per crescere e conoscere nuove persone. Proprio in Oriente, insieme a suo fratello Giordano, qualche anno dopo fonda una catena di ristoranti con cucina italiana di grande successo. Poi l’idea di creare un marchio unico, moderno, dall’allure streetwear e dal prezzo affordable. Quando e come è nato il marchio Gcds? È nato nel 2015 come progetto digitale di marketing. Felpe, calze e T-shirt con logo, in vendita solo sul web. Poi, passo dopo passo, siamo arrivati allo showroom Marcona 3, che ancora oggi ci aiuta nella distribuzione. Gcds (che secondo stime fattura circa 5 milioni di euro, ndr) è una società giovane. Io mi occupo del design e del marketing, insieme a Matteo Carraturo che gestisce il prodotto. Mio fratello si occupa della parte economica, finanziaria e legale. Qual è il suo rapporto con i social network? Ho avuto la fortuna di conoscere una persona, diventata oggi una grande amica, Chiara Ferragni. Passare del tempo con lei è stata una grande scuola. Sui social network è importante veicolare contenuti appropriati, con una strategia divertente, colorata, di engagement. Altrimenti possono diventare un costo altissimo per l’azienda e non servire a nulla. I social network stanno cambiando, la gente ormai è abituata a vedere vestiti su Instagram, bisogna cambiare strategia. Grazie a un team di ragazzi giovani, che conoscono bene questo mondo. Quanto è importante per lei Napoli? Rispetto le mie radici e mi definisco con molto orgoglio un «napoletano nel mondo». Perché l’Italia può essere internazionale. Bisogna essere svegli, reattivi. Andarsene di casa come ho
fatto io e andare in Cina, poi a Milano, senza dubbio ti fa aprire gli occhi. Qualcuno ha definito Gcds «Naples streetstyle»... Che cosa è per lei lo streetstyle? È una delle tendenze preferite dai giovani e vi sono bravi fotografi che scattano in strada. Ma la vera sfida è cercare un nuovo stile che coniughi «moda e Supreme», che abbia però un prezzo affordable. L’alta moda è meravigliosa ma costa troppo. Bisogna creare prodotti per i giovani che hanno una possibilità di spesa media, ma che amano il mondo del fashion. Gcds è molto apprezzato anche in America. Che ne pensa di quel mercato? Gli Stati Uniti sono una grande realtà open-minded. Più reale, più abbordabile, dove puoi fare qualcosa realmente. Dove puoi ancora concretizzare il tuo American dream. Come è stato il suo debutto sulle passerelle di Milano moda uomo? Meraviglioso. Alla fine dello show, nel backstage c’erano tutti i miei amici più cari. Sapevano dei mie sforzi e dell’amore che provo nei confronti di tutti i miei fornitori e produttori. Chiara (Ferragni, ndr) mi ha detto: «Sono orgogliosa di te e ricordati che hai fatto tutto da solo». Il suo brand è ricco di loghi. Quanto è importante il logo oggi? Perché? Moltissimo. Perché ti permette di creare un mondo. Contemporaneamente è advertising for free e ti permette di comunicare gratuitamente con il pubblico finale, specialmente all’inizio. Cosa consiglierebbe ai giovani creativi di oggi? Consiglierei di lavorare tantissimo, di non tirarsi mai indietro. Non si deve dire: oggi non posso, non si può fare… Bisogna essere affamati, non avere orari e lavorare con passione. E a quelli più adulti? Di non chiudere le porte in faccia ai giovani. Bisogna imparare da loro. Un sogno nel cassetto? Vorrei lanciare una linea beauty con il marchio Gcds. E magari, anche un hotel.
in alto, un ritratto di GIULIANO CALZA
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Come è cambiato il fashion system rispetto a quando ha iniziato? È diventato tutto più veloce e con tempistiche sempre più strette.
La differenza principale sta nel cambiamento delle stagioni. Quando ho iniziato ce n'erano solo due, oggi sembra ce ne siano ogni mese.
I social network hanno influito sul suo modo di lavorare? Se sì, come? Assolutamente sì. Oggi le informazioni sono molto più accessibili. Nell’era pre-internet il cliente vedeva le collezioni solo dopo sei mesi nelle vetrine dei negozi di riferimento e conosceva solo la selezione che il buyer aveva fatto. Oggi il consumatore finale vede le foto condivise sui vari social network in tempo reale e le sfilate in streaming. Questo significa che noi non abbiamo quasi più margine di errore nella scelta di una collezione.
Penso che i social media, in particolare Instagram, abbiano aiutato a democratizzare la moda. I clienti possono vedere quali altri consumatori indossano quel capo nel mondo e penso che ciò li aiuti a crescere in fatto di fiducia, per essere più coraggiosi nelle loro scelte di stile. Inoltre, credo che la passione per le stampe e i colori nell’abbigliamento maschile sia il risultato diretto dei social network.
Cosa pensa del «see now-buy now»? Penso che non si debba perdere quell'aspetto di desiderio che ci fa pensare: «Wow! Non vedo l'ora di potermelo comprare…». Che rende ancora più esclusivo il capo desiderato, soprattutto per quanto riguarda i marchi del lusso.
Penso che sia una piccola parte del ciclo di acquisto. I consumatori sono consapevoli che ciò che vedono sulla passerella non sarà disponibile per sei mesi. Comunque, qualche anticipazione aiuta in termini di vendite. Abbiamo notato che molti clienti sono interessati in anticipo ad alcuni prodotti che sveliamo sul sito con la scritta «coming soon».
Cosa le piace di più del suo lavoro? Ogni singolo aspetto. Anche dopo anni, mi alzo ogni mattina con l'entusiasmo di andare a fare quello che mi piace. E sinceramente non ho ancora cominciato a chiamarlo lavoro.
Viaggiare per il mondo, conoscere e incontrare persone interessanti e divertenti. E ammirare alcuni degli abiti più belli dedicati all’universo maschile.
Come ricerca nuovi designer e brand emergenti? Con i media e i social network. Sono come un termometro nei confronti di un brand o di un trend. Ma non ho mai smesso di viaggiare. Vado in tutte le fiere e in tutti gli showroom, dai più grandi ai più piccoli. Cerco di vedere il più possibile, mantengo sempre la mente aperta e non escludo nulla a priori.
Vado a kermesse come Pitti immagine uomo a Firenze e alle diverse fashion week nel mondo. Il mio team è una grande squadra e il nostro Men’s style director ci suggerisce i marchi che vede e ritiene più cool. In generale, bisogna essere openminded e molto interessati alle novità.
Qual è il consiglio che dà più spesso al suo team? Di lavorare con entusiasmo, divertendosi.
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Di lavorare duramente, essere interessati a ogni aspetto di quello che si fa e di trattare i grandi e piccoli lavori allo stesso modo, con la stessa attenzione per i dettagli.
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REPORT
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Le esclusive, i volti più richiesti e i nomi nuovi dalle sfilate SPRINGSUMMER 2018. Secondo il parere di casting director internazionali, per rivelare I MODELLI più cool della stagione. By Angelo Ruggeri
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dolce & gabbana stefano gabbana e domenico dolce
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«C
hi non capisce Dolce&Gabbana questo giro, meglio che non venga mai più». La Sicilia, Palermo, i palazzi barocchi. La loro alta moda. L’aristocrazia. L’alta sartoria. Il sogno. L’alta gioielleria che ha brillato come una stella a segnare la strada di quel viaggio che è più un racconto. Dopo essere stata itinerante e gli scorsi festeggiamenti a Napoli, la narrazione scelta da Domenico Dolce e Stefano Gabbana ha visto come ultima tappa un ritorno alle origini. Giocare in casa, una sfida. «È stato il momento in cui abbiamo messo un punto alla nostra storia», hanno spiegato i due designer. Che guardano avanti. Ok, i millennials, le nuove generazioni, gli eventi faraonici o gli incontri speciali che hanno segnato il loro cammino. Ma soprattutto continuare in un percorso che nasce dall’amore, dalla passione per quello che si fa. E un augurio. «Vogliamo lasciare al nostro marchio un’eredità, un Dna, un appeal, un esempio di come si vive affinché gli altri possano continuare». Alta moda e alta sartoria a Palermo. Perché questo ritorno alle origini? (Stefano Gabbana) L’idea è nata dopo Napoli. È stato automatico, si pensava al regno delle due Sicilie, le due capitali. Bisognava farlo. (Domenico Dolce) Quando ho sentito Palermo mi sono sentito come quando devi giocare in casa, la conosci bene. Per me tornarci è stato un po’ difficile in questi anni. Sei partito, hai paura di deludere te stesso, hai paura di deludere gli altri. Ci sono aspettative alte da parte di tutti. Se sei ospite, è diverso. Era un bel match tra me e la Sicilia, un confronto con la tua terra, con le tue origini, la tua cultura. Dico la verità, avevo paura di non essere in grado, di non essere capace. Stefano ha insistito, io dribblavo… Quali aspetti vi hanno colpito? (SG) Dopo la Napoli popolare con Sophia Loren e i suoi film, di Palermo ci piaceva questa grande aristocrazia che c’è sempre stata. Un po’ di palazzi li conoscevamo, alcuni non abbiamo mai avuto l'opportunità di visitarli. Abbiamo iniziato a vederne tanti da scegliere non solo in base alla bellezza ma anche per l’organizzazione. Da Villa Tasca e poi piazza Pretoria, che la chiamano piazza della Vergogna. (DD) I miei genitori mi portavano a Palermo quando avevo 5-6 anni. E se passavi lì davanti ti dovevi girare. Un senso di dignità, di pudore di fronte al nudo. Che per noi è un tabù. A casa mia, anche in piena estate, per girare per casa ti mettevi comunque il pigiama. A momenti anche il cappotto. Mio padre era così. Guardando la sfilata, si è vista un’alta moda legata al vostro cuore, un’alta moda della memoria… Per forza, la Sicilia, ma soprattutto Palermo è un incrocio di tutte le culture arabe, normanne, barocche, di tutto di più. È proprio il cuore l’emblema di quello che siamo noi. Chi non capisce Dolce&Gabbana questo giro, meglio che non venga mai più. Raccontare l’aristocrazia a Milano sembra quasi una barzelletta, un fatto teatrale, folcloristico. Meglio raccontare la vera
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aristocrazia e il popolo, due cose che in Sicilia si sono sempre amate. Ci sono ricordi del papà di Domenico che aveva una sartoria e andava a fare le prove dal barone di Carpinello, al Gagliardo. L’eleganza con cui lo accoglievano, con rosolio, caffè, biscotti fatti in casa. Un rituale normale, non di eccesso, non di artifizio. Ma non è che tutti debbano comprendere per forza. Leggi Wikipedia, se non vuoi capire, peggio per te, non vogliamo stare lì come delle maestre. È stata un’esperienza bellissima anche per noi. È come se sei stato emigrante in America e torni vittorioso a casa tua. Eravate pronti al risultato? Noi non sapevamo l’esito, l’abbiamo provato ed è stato incredibile. Ma anche quello commerciale. Non è per essere venali, ma lo misuri anche con quanti abiti da donna e da uomo sono stati venduti. È stato un successo clamoroso, ancora adesso abbiamo richieste enormi di ogni ordine, non sappiamo come accontentare tutti. È stato il momento in cui abbiamo messo un punto alla nostra storia. Ok, con il pubblico e la stampa. Ma era soprattutto con noi stessi che dovevamo farlo. Perché era così importante mettere un punto? Non facciamo questo lavoro per soldi, mai fatto per soldi. Ci interessa la nostra felicità, raccontare quello che siamo. Tanto prima o poi dovrai morire e non ti porti dietro una bara imbottita di denaro. Ti porti le soddisfazioni, l’amore. Quanta gente ti ha amato. Senza quel sentimento, a cosa serve lavorare? Non è che lavoriamo, ci piace quello che facciamo. Lavoro è quando non ti piace. Quando fai qualcosa che è espressione di una tua idea, di un tuo sentimento, di un tuo modo di essere, tu sei fortunato. Noi abbiamo la fortuna di impegnare il tempo dietro sogni, idee, amori, sentimenti con cui trasmettiamo al nostro pubblico chi siamo. Ogni abito per noi è un racconto. È narrativo. Ogni abito che passa non è per stupire o per essere cool. Perché? Come vi sentite? Siamo vecchi per essere cool, trendy, fashion. Lo lasciamo ai giovani stilisti, fa parte del loro momento. Essere vecchi ed essere cool fa un po’ ridere. Come le vecchie signore rifatte. La gioventù è bellezza, la vecchiaia è saggezza. Ogni epoca della vita scandisce un’espressione, un modo di essere, un modo di fare. Cosa dobbiamo essere cool, trendy, dobbiamo essere gli stilisti hip, hot? L’abbiamo fatto negli anni 90, nei 2000 e non ce ne siamo neanche accorti. Come, non vi siete neanche accorti del successo? Minimamente, Quando vestivamo Sex and the city neanche lo capivamo, non c’era neanche Internet. O Madonna. Ogni tanto ce lo domandiamo, ma non ci siamo accorti di niente? Un giorno Vogue America ci fece una pagina con l’animal print, tutta Hollywood vestiva animalier e non lo capivamo, non ci davamo peso. Volevamo regalare un sogno, una memoria. Abbiamo lavorato sempre attraverso gli abiti con questo tipo di narrazione. Oggi più che mai è un modo nostro di raccontare e di raccontarsi.
Pensando all’uomo e alla donna Dolce e Gabbana... Chi sono? Sono gli stessi di quando avete iniziato? Assolutamente sì. Siccome raccontiamo le nostre esperienze negli abiti, oggi c’è chiaramente più coscienza. Stiamo facendo un percorso che per noi è molto interessante. Quando eravamo giovani, era naïf e istintivo. E abbiamo costruito nel bene o nel male, piaccia o no, quello che siamo oggi. Ora siamo più coscienti, abbiamo compreso cosa abbiamo creato, capiamo chi ci apprezza e chi non ci apprezza, ma questo non è un problema. Quando vedi l’alta moda che è l’apice della nostra clientela, condividiamo uno stile di vita, un modo di essere. Quello che è espressione di un gruppo di persone però cerchiamo di trasmetterlo ai giovani, ai cosiddetti millennials, termine che oggi tutti abusano o fraintendono. Una volta magari si chiamavano hippy, la gente si dimentica dei soprannomi che si mettevano alle nuove generazioni. Oggi li chiamiamo millennials, domani li chiameremo in un altro modo. Però non devi quantificare con i like. È una nuova generazione con cui ci troviamo bene, comunichiamo. Quale messaggio è importante che passi? L’altra sera guardavamo il film Wonder woman, lei vince la guerra con l’amore. È inutile essere cool e fare una giacca con tre spalle. Se non è espressione del tuo amore, dopo tre giorni tutto questo è out. Perché qualcosa va fuori moda? Quando non è vera. Ci vuole autenticità in questo momento dove c’è tanta illusione, molta magia, tanto Copperfield. Quello di cui tutti hanno bisogno è di essere amati e di amare. Quando regali un abito, una torta, organizzi una cena, tu ti dai. E noi ci diamo totalmente. Dopo l'alta moda, ci viene la febbre, siamo morti. Ti devi dare senza risparmiarti, perché anche questa è ospitalità. È uno scambio energetico. Cosa comporta la passione anche in azienda? Non facciamo il lavoro da impiegati. La differenza tra una grande azienda e noi, è che noi siamo titolari, stilisti disegnatori. Amiamo ciò che stiamo facendo, non siamo professionisti. Un bambino ha mamma, papà, baby sitter. Ma anche se è la baby sitter più brava del mondo, il bambino è attratto dall’amore della mamma. Che è incondizionato, un amore così forte, indescrivibile, una forma così potente. Qual è la differenza nei brand storici tra lo stilista fondatore e gli stilisti odierni? Non c’è più rispetto. È come se si va al ristorante giapponese chiedendo gli spaghetti pomodoro e basilico. Hai un’identità. Lavori in un ristorante e domani vai a fare lo chef in un locale messicano. Cosa fai, sashimi? Perché diminuisce il rispetto? L’ego a volte ha cancellato l’identità. Tutti abbiamo bisogno di un passaporto, se no non ti imbarchi. Questo è quello che facciamo noi, raccontiamo noi stessi, anche nel prêt-à-porter Non ci interessa compiacere il cool, che ti dura da Natale a Santo Stefano. È giusto che lo facciano i giovani, le nuove proposte, Cosa vi aspettate dai giovani designer?
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Devono shockare. Ci stupiamo quando uno stilista nuovo è già conformista. Invece deve contestare, ci deve massacrare. Se noi facciamo sexy o romantico, lui deve fare il monacale. Lo stilista nuovo deve essere un contestatore. Se è giusto lo street, fai l’anarchico. Se va l’alta moda devi fare lo strappato. Ma questa è la storia, non la inventiamo noi. Quanto è importante l’Italia e la difesa dell’artigianalità? Siamo fortunati a essere in Italia. Anche nell’alta moda gli artigiani con la loro fantasia sono molto importanti, sono loro che creano questi capolavori e li regalano all’oggi. Alle persone. Abbiamo la fortuna di vivere in un posto come l’Italia dove ci hanno lasciato un’eredità visiva e uditiva, da Verdi, Puccini, Mascagni alle opere di Michelangelo. Possiamo ascoltare e vedere il bello assoluto. Il cibo, il mangiare, camminare per strada, alzare gli occhi e vedere un palazzo barocco meraviglioso. Non te ne accorgi perché ne abbiamo talmente tanti che tutto sembra normalità. E questo è quello che tutti amano dell’Italia, questa bellezza incommensurata. Quando è nata l’idea di lanciare l’alta moda? Già mentre facevamo la D&G, parliamo del 2000, era uno dei sogni di Domenico. Ne abbiamo parlato tanto, addirittura abbiamo preso lo spazio in via Senato quattro anni prima che nascesse realmente. Poi abbiamo compreso che, nel nostro percorso, per fare l’alta moda dovevamo ripulire il marchio. All’epoca facevamo anche la D&G o la & e avevamo bisogno di creare ordine, ordine anche con noi stessi. Abbiamo deciso di chiudere da soli, ci hanno accusato di essere pazzi… Pazzi o visionari… Tante aziende ci hanno chiamato. Abbiamo perso tanti di quei soldi. Ma oggi tutti riconoscono questa visione. I soldi sono un appannaggio. La moda non è finanza, la moda è una situazione artistica, un’espressione del cuore. Poi può diventare finanza. Ma se metti la finanza prima, la moda muore. Siamo in un’epoca in cui tutto è basato sui soldi, che ben vengano comunque. Non è che sono brutti. Ma in primis tu devi piacere, devi raccontare. Poi subentra il marchio che va, va, va. Poi improvvisamente non va più. È normale, perché non c’è sostegno, non c’è sostanza, c’è il copia incolla. C’è il cool, ci sono i budget della pubblicità… Possiamo dirlo o non dirlo, ma non è moda. La finanza aiuta la moda ma non può sostituirsi? I soldi aiutano e ce ne vogliono tanti ma non è la finanza che fa la moda. Non è il marketing. Da manovali della moda, pensiamo che tra un po’ ci sarà una grande scissione tra qualità, quello che è il costume e
la globalizzazione. Ma non si può confondere tutto con tutti. E poi tutti hanno un’opinione su tutto. Oggi non puoi dire nulla. Se ti dici che ti piace il rosso, quelli del verde si offendono. Se dici che ti piace l’acqua gassata, quello della naturale ti querela. Siamo in un momento di polically scorrect. Finzione. Una bufala. Tutti se ne approfittano per avere un attimo di gloria. Manca un po’ di leggerezza, un po’ di ironia. Ridete un po’. Come vedete l’evoluzione del marchio? Cosa vi augurate? Lunga vita. Ma non adesso, quando non ci saremo più. Come un papà e una mamma, che amano i loro figli, non lasciano i soldi nascosti in un cassetto che quando sono grandi non sanno che farsene. Ma lasciare al nostro marchio un’eredità, un Dna, un appeal, un esempio di come si vive affinché gli altri possano continuare. Guardare avanti anche dialogando con i millennials, saliti anche sulle vostre passerelle... Si sono trovati a loro agio pescando nel vostro archivio? Le loro mamme erano nostre clienti. Conoscevano gli abiti nostri attraverso i loro genitori. È stato divertente perché ci siamo trovati di fronte pubblico che non conoscevamo. E non è un pubblico leggero, ma anche impegnato, anche colto. Che ha la sua opinione e il suo stile. Ogni generazione ha il bello e il brutto. Quelli intelligenti e volenterosi e quelli meno. In un vecchio cd c’era un’intervista a Maria Callas, in cui si lamentava dei giovani degli anni 60. Diceva che non erano bravi a cantare e che lei era l’unica diva. Non si può essere così chiusi. Se pensassimo che dopo di noi non possa esserci nessuno, saremmo morti. Come è successo con Coco Chanel o Yves Saint Laurent, speriamo e vogliamo che dopo di noi ci siano altri. Che portino avanti, anzi che realizzino ancora di più di quello che abbiamo fatto noi. Siamo un anello di una lunga catena. Noi non siamo l’assoluto. Come fare per lasciare questa eredità illuminata? La cosa bella della vita è che è temporale. Ma sei fai parte di una catena di cultura, d’ispirazione, l’indomani una nuova generazione si rifà a te e tu vivi in quel ricordo. Fisicamente sei morto, puoi essere sempre vivo nel ricordo. Essere nella lista dei più ricchi al mondo… Ma cosa te ne fai? Mangi spilli platinati? Sei il più ricco se hai lasciato un’eredità emozionale, amore, se hai insegnato. Penso ai millennials. Quando ci scrivono ringraziandoci perché non trasmettiamo un diktat ma uno stile di vita. Mostriamo Capri, l’Italia. Ma senza arroganza o snobismo borghese. E diventa un modo di aprire la mente… Hai cultura non perché hai letto e studiato. Ha cultura
chi sa vivere. Chi sa apprezzare il pane con l’olio e caviale, la tagliata e il pesce. Se non lo sai fare, sei un disadattato sociale. E nella moda ce ne sono parecchi. Ma noi facciamo gli stilisti, non gli analisti… Analizzando il marchio, qual è il vostro Dna? Tante cose. Lo stile di vita felice, propositivo, regalare un abito che ti dia bellezza, soddisfazione. Regalare un sorriso. L’abito sartoriale che non è solo un vestito ma è come tu lo vivi. È come tu lo pensi. Niente è costruito a tavolino e stiamo facendo progetto per far vedere come siamo. Noi siamo questi, se vi piacciamo bene… Sai che dramma se piacessimo a tutti? Saremmo delle divise militari. Siamo un marchio tra milioni di marchi. Un santo in un calendario dove ci sono almeno 365 santi ufficiali. E ogni santo ha i suoi devoti. E l’ansia da prestazione, per fare sempre di più? Non ci interessa, amiamo fare le nostre cose. Meglio morire poveri ma felici. Noi spendiamo e non ci interessa l’Ebitda. Facciamo i nostri negozi, i nostri monumenti, la nostra alta moda senza budget, ci divertiamo. Si leggono in giro tanti pronti a raccontare numeri che sembrano quelli di uno show televisivo. Sembrano più delle bufale. Senza fare nomi ma certe cose si comprendono, gli abiti li vediamo, non sono cose astratte. Non siamo nati ieri …. E in questo percorso, qualche ricordo speciale? Qualche momento clou? Tutti i momenti. Abbiamo un problema, non ci siamo mai accorti quando abbiamo avuto successo se mai l’abbiamo avuto. La sfilata alla Scala, la prima volta a Milano collezioni, un sogno impossibile. Quando abbiamo incontrato Madonna. Sono momenti in cui capisci che succede qualcosa cui non avevi minimamente pensato. L’incontro con Pavarotti e con tutte quelle persone che ci hanno influenzato. Sono cose che abbiamo tenuto per noi, mai sbandierate. Cose molto intime, devi avere dei segreti tuoi. E poi la Dolce&Gabbana è sempre stata edificata mattone su mattone, non con blocchi precostruiti. Lenti, piano piano ma solidi. Per fortuna non siamo mai stati vittime del boom. Qual è il pericolo di una crescita repentina? Il boom è come un boomerang. Bravo, bravo, genio, genio. E poi ti portano il conto. Con Scianna ha funzionato e non capivamo cosa stessimo facendo. Perché? Non pianificando, andando a intuito, non siamo preparati. Le poche volte che abbiamo deciso di disegnare una collezione trendy è stato un fiasco. Una, due, tre volte. Non è andata, quindi chiuso, mai più. Non vi piace? Tornate la prossima stagione… Full translation at page 136
Hair: Guido Palau; Make up: Pat McGrath; models: Aurelien Muller @ D'men; Chiara Corridori, Margot Davy, Irina Djuranovic, Sofia Kovaleva @ ELITE; Alec C, Alessio Petrazzuoli, Yovel, Maria zakrzewska @ FASHION; Amanda Harvey; Taro Pedersen, Alex Vyntra @ I love; Gianluca Iovinella, Linton Dils, Rex Van Poppel @ Independent; Luca Marangon @ Joy; Nicolas Hodji, Joy Islam, Adem Osmanovic @ Major; Viktoria Viednikova, Sara Witt @ MONSTER; Max Guerra @ NBM; Ania Chiz, Wangy @ NEXT; Tess Angel, Beatrice Brusco @ THE FABBRICA; Oliver Cheshire @ SELECT; Marie Victoria @ SPECIAL; Sean O'Pry @ Vny; Anastasia Chekry, Thairine Garcia @ WHY NOT; Zhenya Katava, Alisha Nesvat, Chiara Scelsi @ Women; look donna: Dolce&Gabbana Alta Moda, Palermo e Alta Gioielleria; look uomo: Dolce&Gabbana Alta Sartoria, Monreale
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azzedine alaĂ?a servizio giampietro baudo e stefano roncato foto valerio mezzanotti
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a base è sempre la donna, il corpo che stai vestendo... Non ho mai pensato e non penso a essere fashion o a essere rivoluzionario. Non ragiono pensando di creare qualche cosa che sia puramente Alaïa. Non penso mai di essere un designer o un couturier. Ammiro le donne, le amo perché è grazie a loro se ho fatto e posso fare quello che più amo... Non sono interessato al rumore intorno alla moda. Quando faccio abiti per le donne, per le mie amiche e quando vedo che le sto rendendo belle e felici sono felice anche io, incredibilmente felice». Il pensiero semplice è quello di Azzedine Alaïa, maestro di seduzione, scultore del corpo femminile, profeta della sensualità contemporanea e couturier sui generis. Tornato sotto i riflettori del fashion system durante l'ultima fashion week di Parigi ha portato in passerella la sua couture, dopo sei anni di assenza dallo schedule ufficiale. Ad aprire lo show Naomi Campbell, che lo chiama papà. Perché il mondo del carismatico creativo tunisino è popolato di donne speciali, iconiche. Da Grace Jones a Beyoncé, con Greta Garbo, per cui ha realizzato uno dei suoi primi capi, a fargli da madrina. Curioso del mondo e innamorato delle donne, grazie agli studi in scultura ha lavorato sul corpo della donna per definire un nuovo linguaggio di sexyness. «Ci sono parti del corpo che è bello mostrare e svelare... Anche quando si crea un abito con una zip, la zip si deve aprirsi in una parte del corpo bella da vedere, intrigante, speciale». Lavoratore instancabile, sarto prima che designer, ha scelto la strada, in tandem con il gruppo Richemont, della libertà. «Ho infinito rispetto di quello che fanno per me... Mi regalano grande libertà. Quella libertà che ho nella mia testa, nei mie pensieri, nelle mie
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idee. Quella libertà che anche se sono rapito dal mio lavoro mi permette di creare». E costruire una storia nel segno di una continuità estetica perché, come ammette candidamente: «Non faccio altro che lavorare sul mio lavoro» Come è stato questo comeback alla couture? Non ho fatto assolutamente qualcosa di simile a un «comeback» nell'alta moda. E trovo strano che i giornalisti pensino che questo fashion show sia un ritorno alla couture. Ho sempre coltivato l'alta moda, accanto al ready to wear, sviluppando queste due anime del mio universo. Ho sempre fatto abiti couture, speciali, unici. Soprattutto negli ultimi anni sono stati sempre di più. Sono discreto di natura e ho scelto di non presentarli. Ma, purtroppo, oggi la discrezione viene scambiata per una forma di assenza... Ma se devo essere sincero, in questi anni forse ho sviluppato la couture più che in passato. Faccio alta moda dall'inizio della mia carriera, da ben prima del prêt-à-porter. Come inizia a lavorare su una collezione? Anche questa volta ho iniziato come ogni altra volta, senza nulla di speciale. Faccio abiti che sono parte di una collezione. Non cerco di esprimere nulla di diverso. Cerco di non fare nulla che sia uno statement stilistico. Cerco di non pensare alla moda. Faccio un lavoro normale, come un sarto, come un couturier che ama e veste le donne. Non smetto mai di lavorare... In quello che faccio non esiste mai un inizio e una fine. È un lavoro continuo che oggi è ancora più intenso di prima. E che cosa l'ha guidata in questa collezione? Lavoro sul mio lavoro. È un continuo dialogo con quelle che sono le mie radici, con quella che è la mia storia. Naomi Campbell, che lei ha scoperto a 15 anni e che la considera il suo papà, ha aperto e chiuso lo show... Che cosa ha provato?
Non c'è nulla che abbia a che fare con la memoria o con il passato. Io vivo nel presente, sempre. E Naomi è parte di questo mio presente. Chi è la donna Alaïa? Quali sono le muse che la guidano nel suo percorso creativo? Non ho una musa specifica: ogni donna può essere la mia musa. Quando crei e disegni abiti devi rispettare ogni donna. Le donne oggi vogliono stile, e tutte loro oggi sono le mie muse. Quando ha iniziato a lavorare nella moda e quando ha capito che sarebbe diventato un designer? Non ho mai pensato che sarei diventato un designer, e soprattutto oggi... Se ci penso è iniziato tutto in maniera molto normale. Ero all'accademia d'arte. Le cose accadono senza pensarci troppo, spontaneamente. Anche oggi, non organizzo nulla. Ecco, se ci penso devo dire che amo Parigi e forse l'essere arrivato qui ad abitare è stata la cosa più importante. Parigi, quando la ami dal profondo del cuore, è capace di darti tutto. Ma quando non la ami è capace di gettarti via e distruggerti. Qual è il suo primo ricordo legato alla moda? Quando ero bambino mia madre si vestiva sempre per i momenti speciali, per quelle che erano le nostre celebrazioni di famiglia. Le persone accanto a lei come piccole api operaie cucivano vestiti. E io ero testimone di tutto ciò. Avevo anche una zia che era ballerina. Mi ricordo che portava scarpe speciali che venivano prodotte a Perugia e quando la immagino me la ricordo avvolta in questo cappotto rosso con la fodera maculata, che era un modello di Dior o di Balmain copiato in Tunisia. Mi piaceva stare con lei ed ero decisamente fiero di passare del tempo insieme, di essere al suo fianco. E quando la guardavo non potevo non pensare che quella fosse davvero la moda. Se potesse tornare indietro e non diventasse
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un couturier, che cosa le piacerebbe fare? Avrei fatto qualche altra cosa che amo... Nella mia vita non avrei mai potuto fare qualche cosa che non amo. Forse avrei potuto prendermi cura di bambini e ragazzi meno fortunati. Che cosa pensa della moda oggi? Non posso pensare alla moda di oggi... Vivo il tempo per quello che è. Il passato è il passato, io sono nel presente, un presente che sto vivendo ora. Se però ci penso mi sembra tutto molto strano... Sostenere una vera creatività con i ritmi produttivi di oggi è davvero difficile. Non è possibile innovare dovendo in continuazione immaginare abiti. Manca uno studio sul vestito, una profondità nel raccontare e sviluppare un pensiero. Lei ha creato un suo universo a livello di timing di prodotto e di timing degli show... Perché? Devo dire che non capisco che cosa voglia dire creare un mondo o crearsi un universo per sé... Semplicemente lavoro nella moda, faccio la mia strada nella moda che mi ha permesso di incontrare delle donne straordinarie nella mia carriera. Donne come Louise de Vilmorin, Arletty o Carla Sozzani. Le donne fanno gli uomini. Non ho muse, è vero, ma sono circondato di donne. E le donne hanno grande potere, perché creano l'uomo, anche il più potente o il più intelligente. Chi considera il suo maestro o il suo punto di riferimento quando inizia il suo racconto creativo? È uno solo, e credo che dovrebbe esserlo per
ogni designer: le donne. Sono loro che indossano i tuoi abiti, sono loro che portano un designer al suo top. E chi sono i giovani designer del panorama contemporaneo che ama? Sono curioso di natura e amo vedere quali sono i nomi che spuntano nel panorama fashion. Ci sono sempre giovani talenti che non conosciamo e che sono pronti a sbocciare. Nutro profonda ammirazione per ogni creativo, per ogni stilista che sta davvero portando avanti un lavoro importante sul corpo femminile. Che cosa consiglierebbe oggi a un giovane designer che approccia la moda? Ai giovani ripeto che bisogna lavorare tanto e bisogna conoscere tanto per evitare ogni tipo di superficialità... E poi osare, sbagliare. Perché spesso è proprio dallo sbaglio che nasce un'idea. Spesso è l'errore il terreno più fertile per creare il nuovo. Che cosa è per lei oggi la seduzione? Non è mai cambiata, e non ci sono mai state differenze nelle forme della seduzione, che si parli di oggi o del passato. E lo stesso varrà per il futuro. È sempre esistita e da millenni fa parte della natura umana. È spontanea e istintiva ed è parte della sensibilità individuale, ieri come oggi come domani. L'arte è sempre stata una parte importante del suo lavoro... Che legame esiste tra moda e arte secondo lei? L'arte è sempre stata un grande nutrimento per me, molto più della storia della moda. Agli inizi
della mia carriera guardavo con grande ammirazione al lavoro di Francisco de Zurbaran o di Diego Velasquez. E questo rimarrà per sempre nella mia memoria. Per me non esiste differenza tra i grandi artisti di ieri e quelli che animano il presente: l'arte non è mai dépassé. Recentemente sono andato a vedere la mostra di Valentin de Boulogne al museo del Louvre di Parigi: lui è un maestro dell'oggi, del contemporaneo. Ed era un artista del XVII secolo. Lavora spesso con il mondo del teatro... Che cosa ama e che cosa la diverte in questo scambio di discipline? Amo e apprezzo ogni forma d'arte del nostro tempo: per me è importante rispettare ogni linguaggio artistico a qualsiasi livello. Lavorarci con la stessa energia e con grande rispetto della loro individualità. Se è il balletto devi reagire al movimento: devi rispettare i ballerini e il loro corpo. Devono essere a loro agio durante la performance. Gli abiti non devono pesare sulla loro figura così possono avvolgere ed esaltare il loro lavoro. Non posso in alcun modo, con un abito, disturbare il loro lavoro. Nell'Opera è lo stesso... Le persone si muovono, non sono statiche e soprattutto il palcoscenico non è una foto di moda. Bisogna lavorare perché la silhouette appaia in un contesto preciso, perché si relazioni con l'aria che gli sta intorno. Gli abiti devono essere parte del corpo degli attori o dei ballerini, devono apparire con loro, vivere con loro, essere parte di loro. Ma è lo stesso che deve accadere per ogni donna nella vita reale. Full translation at page 136
styling: Carlyne Cerf De Dudzeele; make up: Amélie Moutia; Model: Dilone; Photo assistant: Rafaël Dubus; Location: Maison Alaïa; furniture (in ordine di apparizione): sedute PIERRE PAULIN; SOFA EDITIONS DE SEDE - ueli Berger, Eleonore Peduzzi-riva, Heinz Ulrich, Klaus Vogt; laMPADA EDITIONS SERGE MOUILLE; poltrona PIERRE PAULIN; sedia MARC NEWSON; poltroncine KWOK HOI CHAN; look: Azzedine Alaïa Couture A-I 2017; Head (copricapo): Julien d’Ys
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calvin klein
a cambiato l’American style e ha lasciato un segno indelebile nella storia della moda. Calvin Klein ha trasformato il minimalismo da concetto estetico basato sull’essenzialità delle forme a uno stile che esalta e accarezza il corpo e che celebra l’erotismo senza mezzi termini. Più di ogni altro designer Calvin Klein ha rivoluzionato il modo di fare pubblicità con messaggi ad alto contenuto sessuale, senza filtri e senza barriere. Ha scandalizzato tutti, oggettificando corpi maschili e femminili. Non ha mai chiesto scusa allora. E non lo fa adesso. Quarantanove anni dopo aver fondato con l’amico di infanzia del Bronx, Barry Schwarz, la Calvin Klein Inc e 15 anni dopo averla venduta al gruppo Pvh-Phillips-Van Heusen, il designer ha voluto raccontarsi nel libro Calvin Klein by Calvin Klein. Edito da Rizzoli (sarà in vendita da ottobre), in 480 pagine ripercorre la carriera di stilista e rivisita le campagne pubblicitarie che hanno trasformato la comunicazione di moda. Perché i jeans sono cambiati per sempre dopo che Brooke Shields nel 1981 ha dichiarato: «Cosa c’è tra me e i miei Calvins? Niente». E la pubblicità di moda non è mai più stata la stessa quando la foto di Kate Moss adolescente, nuda su un divano, è comparsa sugli autobus di New York. Le immagini per l'intimo di Calvin Klein sono nell’immaginario collettivo: i muscoli scolpiti, i rigonfiamenti degli slip hanno gridato al mondo che anche il corpo maschile è oggetto di desiderio. I modelli giovanissimi, androgini ed esilissimi in atteggiamenti sensuali per pubblicizzare jeans, hanno prodotto fiumi di inchiostro sui confini della decenza e della pornografia. Chiacchierare al telefono con un mito in una mattina d’agosto è l’occasione perfetta per ripercorrere 40 anni di moda e di costume, per capire come i grandi successi si basano sempre e solo sulla passione.
Perché un libro e perché adesso? Erano anni che Kelly, la mia ex moglie, e Anna Wintour (direttore di Vogue Usa, ndr) mi pressavano per scrivere un libro. Da quando mi sono allontanato dall’azienda ho viaggiato, arredato alcune delle mie case, ho alimentato il mio lato creativo a livello personale, sono stato occupato come sempre. Altre persone volevano che scrivessi un libro ma mi sono sempre rifiutato. Sono state Kelly e Anna a convincermi. Come è stato rivedere e rivisitare il suo lavoro come designer... È stata un’esperienza dolorosa, divertente o complicata? Certamente è stata un’operazione complicata. Ho scelto personalmente le foto e le immagini delle campagne pubblicitarie. All’inizio è stato complesso, perché rivedendo le immagini mi sono sentito bene rispetto ad alcune ma meno bene rispetto ad altre. Durante il processo, però, dove ho analizzato qualcosa come 50 mila fotografie degli archivi, ho cominciato a essere sicuro perché l’intero lavoro mi è sembrato unitario e compatto. C’è una visione nel libro, la mia visione... Nel libro è possibile vedere me attraverso i diversi periodi della mia carriera. Qual è stata la parte più difficile del lavoro, selezionare le immagini o trovare una narrativa? Non è stato facile, all’inizio ero intimidito ma poi mi sono sentito eccitato. Abbiamo gli archivi degli abiti ed entrare in quella stanza è stato come vedere la mia vita scorrere davanti a me. Appese ai vestiti ci sono le immagini delle modelle con indosso gli abiti e devo confessare che quello è stato un momento molto inteso. Quando sono uscito dall’archivio però mi sono sentito molto grato e riconoscente perché quando ho cominciato a mettere tutto insieme ho realizzato che c’era una grande sinergia
testo francesca guerrini
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Kate Moss, Calvin Klein and Christy In questa pagina,- Courtesy un ritratto Turlington Š Peter Lindbergh of di calvin klein by steven klein Peter Lindbergh, Paris / Gagosian Gallery
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In queste pagine, kate moss fotografata da mario sorrenti a jost van dyke nel 1993
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In questa pagina, Tom Hintnaus fotografato da bruce weber a Santorini nel 1982
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attraverso gli anni. La visione è sempre stata la stessa. Allora pensavo alla donna che avrebbe comprato gli abiti, cosa avrebbe voluto, di cosa avrebbe avuto bisogno e di cosa avrebbe avuto bisogno senza saperlo... Direi che la parte più difficile è stata rivedere gli abiti e le polaroid perché in quel momento tutto è tornato a rivivere. È stato un viaggio nelle emozioni rivedere fisicamente gli abiti... Sì, ma è stato un viaggio nelle emozioni anche rivedere le immagini. Dopo aver iniziato il libro ho cominciato a realizzare che quello che sceglievo mi piaceva ancora e questa volta mi piaceva per il libro, non per quello che cercavo di comunicare alla donna che comprava gli abiti. In questo mi sono divertito. Come vede il suo lavoro oggi? E come giudica le immagini di Calvin Klein, che ancora oggi sono provocatorie, in relazione alle immagini della moda contemporanea? Se non avessi pensato che le immagini fossero ancora attuali per me, non avrei mai fatto questo libro. Ho dovuto rivisitare il lavoro per sentirmi bene. È vero che abbiamo spostato i limiti ma lo abbiamo sempre fatto in maniera creativa. Perché volevamo creare qualcosa di eccitante. Non è facile farlo senza offendere molte persone. Come è nata la campagna di Obsession che ha radicalmente cambiato la comunicazione fashion? Le vendite di Obsession erano in declino, dovevamo fare qualcosa per rilanciare il profumo. Ero andato a vedere le sfilate a Parigi dove le stesse modelle erano presenti a ogni sfilata e non mi era sembrato una cosa interessante. Era il periodo in cui le modelle si rifacevamo il seno, le labbra, il sedere e dove per attirare l’attenzione si facevano cose assurde. Così ho deciso che doveva essere un nuovo look, inoltre mi
piace scoprire nuovi volti. Vanessa Paradis in quel momento non era disponibile, stava girando un film e ho discusso la mia idea con Patrick Demarchelier che un giorno mi ha chiamato e mi ha detto: «Ho incontrato qualcuno e ho la sensazione di aver trovato quello che cerchi». Patrick mi ha mandato Kate (Moss, ndr). E non appena ho visto le foto che Mario Sorrenti, che all’epoca era il suo ragazzo, le aveva scattato non ho avuto dubbi. Si trattava di foto private, personali, non erano destinate al pubblico. Ma si sa, nulla è privato. E si trattava di foto di un’ossessione, quella di Mario per Kate. Era un’ossessione positiva. Mario all’epoca era completamente innamorato di Kate. E avevo bisogno di un'immagine nuova per rilanciare Obsession. Così ho spedito Kate e Mario da soli su un’isola ai Caraibi e gli ho detto di fotografarla e di darmi un’immagine sexy. E Mario ha girato anche il video. Non aveva mai scattato o girato niente a livello professionale. Un rischio enorme affidare la campagna a un principiante... Certo, un rischio enorme. Un rischio anche per l’azienda che produceva il profumo, di cui prima ero proprietario e che poi ho venduto. Ma l’idea era quella che le fragranze dovessero davvero far parte della mia vita: questo è quello che faccio, come vivo. Sono io. E Obsession è stato un grande successo proprio per questo. Lei aveva il controllo di tutto: modelle, fotografi, campagne adv, ogni dettaglio... Una libertà creativa che oggi è quasi inimmaginabile. Un designer, prima di accettare un lavoro, deve stabilire delle regole di base e quelle erano le mie regole per tutti. Ho sempre basato tutto sulla creatività e per questo abbiamo avuto successo. Ma dovevamo aggiornare e rivisitare le immagini e le donne che erano nelle immagini. Le foto di Kate per Obsession facevano parte
in questa pagina, christy turlington in uno scatto di bruce weber alle isole vergini nel 1989
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di questo rinnovamento. E ho avuto la libertà di farlo perché ero proprietario del marchio con Barry Schwarz, socio e amico di infanzia. Avevo l’aiuto e l’appoggio di Barry e quello del team creativo che avevo messo insieme. È stato un periodo eccitante e creativo. Un periodo che è stato incredibilmente creativo. Nel libro racconta l’atmosfera dello Studio 54 dove alle 3 del mattino è stato avvicinato da un fashion executive che gli ha proposto di produrre jeans. Era così che si facevano affari allora? Alle 3 del mattino allo Studio 54? Sì. Ma non vuol dire che a tutti quelli che andavano allo Studio 54 venisse offerta un’opportunità di fare affari... Comunque è vero, quella sera pianificavo di rimanere allo Studio 54 tutta la notte e di prendere direttamente un aereo per la Germania dove sarei andato a una fiera di tessuti. Un fashion executive mi ha avvicinato e mi chiesto: «Cosa ne pensi di fare jeans?». Io vivo in jeans, così gli ho dato il numero di Barry e hanno cominciato la trattativa. Ed è stato Barry a creare un accordo perfetto, per la società che produceva i jeans e per noi. E per pubblicizzare i jeans è arrivato lo spot con una Brooke Shields giovanissima... Da dove è venuta l’idea? All’epoca lavoravo con Dick Ballarin e Richard Avedon. Ogni sera andavo allo studio di Dick, un vero genio, abbiamo lavorato insieme per settimane per lo spot che ovviamente testava i limiti. I video erano divertenti, brillanti e Brooke Shields giovanissima e sexy. Facendo un salto in avanti vorrei dire che oggi tengo conferenze e incontri con studenti in diverse università. Molti degli studenti ai quali mi rivolgo non hanno mai visto le pubblicità. Ma rivedere quegli spot ora penso aiuti chi studia marketing, fashion design o packaging e prodotti beauty. Perché è tutto lì. Ma vi aspettavate tutte quelle reazioni alle vostre campagne? Network televisivi che si rifiutavano di mandare in onda gli spot, accuse di misoginia... No, assolutamente no. Con Brooke è stato l’inizio. L’inizio della controversia. Eravamo sicuri di avere qualcosa di divertente, Brooke recitava la parte perfettamente. C’è sempre qualcuno cui non piace quello che fai, ma all’epoca non ci concentravamo su quello, eravamo concentrati invece a fare il meglio. La scrittura, lo styling, gli abiti che indossava nelle pubblicità erano tutti orchestrati da me. Calvin Klein, come brand, è legato alla sensualità, a pubblicità erotiche e seducenti. Lo facevate consapevolmente perché il sesso vende? No. In qualsiasi cosa che abbiamo fatto in termini di campagne il punto era comunicare delle storie alle donne o gli uomini che acquistano gli abiti, i profumi, gli accessori o i jeans. Ci sono i jeans che indossi per giocare o per stare in casa e poi ci sono questi jeans, i Calvin Klein, che invece hanno un taglio più sexy, li indossi quando incontri il tuo boyfriend. Non sapevamo se avrebbero avuto successo. Non abbiamo mai puntato a essere controversi. Garantisco... Non era nei nostri piani. Le nostre pubblicità sono state rifiutate più di una volta dai network tv. Ma ha funzionato. Ho dovuto intervenire più di una volta per chiedere che gli spot fossero trasmessi. Calvin Klein come brand ha cominciato la sua storia con abiti dal taglio e dalle proporzioni perfette che si appoggiano sui corpi. Ma a un certo punto è entrato in un territorio inesplorato, quello dell’intimo. Come è nata l’idea di mettere il logo e il nome sull’underwear? Abbiamo cominciato a produrre biancheria per donne. Era sexy ed è stato un successo. Da quel successo è nata l’idea di produrre intimo anche per uomini. Abbiamo cambiato i tagli però e questo ha creato un nuovo tipo di underwear. Il concetto è lo stesso, per uomini e donne, creare qualcosa che fa stare bene. Il successo per l’intimo maschile è esploso quando ho scoperto Tom Hintnaus (atleta olimpico dal fisico scultoreo, ndr) che correva lungo Sunset boulevard a Los Angeles. Ho fermato la macchina e mi sono presentato chiedendogli se voleva andare in Grecia per essere fotografato. Non aveva mai posato come modello. È stato lui a presentare il mio intimo al mondo. Abbiamo scattato con Bruce Weber a Santorini. E Bruce a un certo punto ha messo Tom davanti a un elemento architettonico (dalle forma fallica, ndr). Io e Bruce ci siamo guardati e abbiamo capito immediatamente che si sarebbe trattato qualcosa di provocatorio ed eccitante. Quando la pubblicità è uscita nel 1982, a New York rompevano i vetri alle fermate degli autobus per rubare i poster di Tom. Il comune di New York mi ha chiamato per dirmi che per ogni vetro rotto dovevo pagare 500 dollari. Ho risposto: «Pago, lasciateglieli prendere». La sensualità era nell’aria e un corpo maschile per la prima volta è diventato oggetto del desiderio. Le pubblicità Calvin Klein sembrano quasi nate da un istinto che riconosce il momento. La prima frase del libro infatti è: «Sono un non conformista per natura. Agisco d’istinto». È vero per tutto quello che ha fatto nel fashion? Sì. È sempre stato tutto istinto. Istinto a parte, facevamo anche ricerche, soprattutto sui profumi. Sportivo? Sexy? Perché quelle parole, a chi produce profumi, dicono molto. E a noi servivano per creare la pubblicità.
Il primo profumo unisex, ck one, è arrivato in un momento dove si cominciava ad accettare la fluidità, sessuale e di stile. Come è nato? All’epoca ero sposato con Kelly e lavoravamo insieme. Se indossavo una camicia bianca mi chiedeva: «Me la presti? Posso mettermela?» Spesso Kelly indossava capi del mio guardaroba. Era una condivisione. E da questo è nato ck one. Dalla condivisione. E la pubblicità è stata in linea con l’idea. I ragazzi tatuati, rasati. I giovani nella pubblicità erano la nostra audience. Fashion: è una passione o un’ossessione? Una passione. Certamente. Una passione. Cerco di non avere più ossessioni nella mia vita. Cerco un equilibrio. Vedo quello che fanno oggi ed è diverso da quello che facevamo allora. Ed è un bene. Molto di quello che vedo non mi piace ma è la vita. Non presto attenzione al mondo della moda. Una volta leggevo tutto. Oggi guardo solo qualche quotidiano e pochi magazine. Ma ho il polso di quello che succede. Come ricorda la New York negli anni 70? Un particolare momento storico dove cultura, musica, stile, business, droga ed eccessi si incontravano in luoghi mitici come lo Studio 54? Era esattamente così. Ma non è durato molto, Steve e Ian (rispettivamente Rubell e Schrager, proprietari del club newyorchese, ndr) hanno dovuto chiudere per alcuni problemi con le tasse. Erano anni provocatori. Molte cose cominciavano a essere accettate e nel fashion system sono nate molte idee. In quel momento la libertà si respirava nell’aria. Il libro rappresenta anche un’occasione per riesaminare il passato... Ha qualche rimpianto? In verità no. Non ho rimpianti. E questo traspare nelle pagine del libro. Se fossi ancora nel business non avrei problemi a riusare alcune delle immagini. Mi fa sentire bene il fatto che le immagini abbiano ancora una freschezza attuale. Quello che cercavamo di comunicare è che gli abiti, i jeans, gli accessori hanno una storia alle spalle e questa storia ha a che fare con la mia vita. A volte è esplicito, a volte è meno chiaro. Ma ci sono sempre storie dietro a ogni campagna. C'è mai stato un momento in cui ha pensato: «Ce l’abbiamo fatta»... O non era mai abbastanza? No. Non per me. Ma Barry mi ha sempre aiutato e appoggiato in quello che volevo fare, lui è stato la mia ancora, mi ha tenuto con i piedi per terra. Barry forse ha avuto un momento dove l’ha pensato, ma non io. Ed è restato con me. Non avrei potuto avere un business partner migliore. Nelle parti dedicate a Barry e agli inizi della carriera traspare un grande affetto. La vostra storia è quella di due ragazzi del Bronx che a un certo punto decidono di fondare un’azienda fashion, Barry curava la parte business, Calvin la parte creativa. Sapevate quello che stavate facendo? Credevate di potercela fare? No, non lo sapevamo. Ma dovevamo correre il rischio. A scuola ho studiato arte e poi ho frequentato il Fit-Fashion institute of technology. Ero bravo a disegnare. Avevo un certa sensibilità rispetto a quello che poteva essere il trend. E Barry mi ha sempre aiutato, abbiamo imparato dai nostri sbagli. Quanto importante è stata l’immagine nel vostro percorso? Sin dall’inzio ho sempre pensato che dovevamo creare qualcosa di unico, che nessun altro faceva in quel momento. E poi bisogna portare il messaggio all’esterno con interviste e attività di pr. La pubblicità dei vestiti e dei profumi si rivolge ai potenziali acquirenti. E Il messaggio deve essere coerente. Un profumo sexy, con aromi di muschio, deve avere un’immagine sexy. Abbiamo anche corso rischi ma senza rischi non c’è successo. Il libro è dedicato a sua figlia e ai suoi nipoti. La famiglia è importante? La famiglia è molto importante per me. Mio padre mi ha dato il primo incoraggiamento e consiglio quando ho fondato l'azienda. È stato un incoraggiamento inaspettato, stavamo correndo grandi rischi. Ma è stato fondamentale. Sono orgoglioso di mia figlia, è una produttrice di successo, ha lanciato uno studio. Credo non sia stato facile essere mia figlia. È una donna molto divertente. Sua figlia anni fa pronunciò la famosa battuta: «L’unico inconveniente di avere un padre famoso è di ritrovare il suo nome sulla biancheria dei ragazzi con i quali esco»... Come ha reagito all’epoca? Ero irritato. Lo confesso. Non l’ho presa bene. Tutti hanno pensato che fosse divertente. Ma devo dire che non ho senso dell’umorismo quando si tratta dei componenti della mia famiglia. Dopo il libro, c’è forse all’orizzonte un film o un documentario? Me l’hanno chiesto diverse volte, ma un documentario sarebbe una grande intrusione nella mia privacy. E non credo di essere pronto. Non resta che sperare che Kelly o Anna, un giorno, mi convincano anche a compiere questo grande passo. Full translation at page 136
in questa pagina, in alto, una delle cover del libro calvin klein by Calvin Klein edito da Rizzoli New York, 2017
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Nosam et fugit arciam, te eos es exceptatur? Quis dunt lacea delis suntur? Omnihil iciumquam, officte pori optiore
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In questa pagina, da sinistra, kate moss, calvin klein e christy turlington ritratti da Peter Lindbergh. Courtesy of Peter Lindbergh, Paris / Gagosian Gallery
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94 | MFF-Magazine For Fashion in queste pagine, dall'alto in senso orario, bruno mars sul palco griffato versace del suo concerto milanese; fedez vestito gucci (foto Virginia Bettoja); Tae yang con un look fendi; i run dmc con abiti e accessori adidas; un frame del video raf di a$ap mob
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Rap-à-porter
Il brand dropping conquista l'hip hop nel mondo e in Italia. marchi iconici citati nelle canzoni. capsule feat. moda e musica. E artisti chiamati a sfilare. by francesca manuzzi e ludovica tofanelli «Versace on the floor. Hey, baby». È Bruno Mars a rappare nel suo singolo griffato. L’artista statunitense è uno dei cantanti hip-hop che, partendo dalla matrice street canonica, parla il linguaggio della moda blasonata. La scena musicale underground è stata sedotta dal fashion system. Veste firmata, sfila in passerella, mette in rima i marchi cool, fino a farli diventare titoli dei pezzi. Per un sodalizio nato negli States che oggi conquista anche l’Italia. A dare una grande spinta al legame tra moda e rap è stata una delle prime canzoni intitolate con il nome di un marchio, My Adidas dei Run Dmc, risalente al 1986. E più in particolare il loro concerto al Madison square garden di New York, quando i componenti del gruppo si tolsero le loro sneakers Superstar dai piedi per sventolarle sul palco e invitando il pubblico a fare lo stesso. Il colosso dello sportswear si rese così conto del potenziale a livello marketing e come risultato, i Run Dmc furono il primo gruppo hip hop a ottenere un contratto da milioni di dollari come testimonial per un brand. La stessa Adidas è d’altronde tra i marchi più citati nelle canzoni di genere rap e hip hop, come riportano i dati che Musixmatch, piattaforma leader nella raccolta e condivisione di testi per le canzoni con oltre 60 milioni di utenti, ha elaborato per MFF. La label tedesca si posiziona infatti al quinto posto nella classifica del brand dropping. In testa alla chart Gucci che, solo negli ultimi due anni, è stato citato oltre 400 volte, con un incremento del 64% tra il 2015 e il 2016. Tra i marchi più nominati anche Fendi, che ha realizzato una capsule collection maschile firmata da Silvia Venturini Fendi in collaborazione con il cantante Tae Yang. Capospalla,
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i marchi più citati nelle canzoni La classifica del brand dropping worldwide nei testi rap e hip hop dal 2015 al 2017 1. Gucci
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2. Nike
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3. Versace
149
4. Prada
95
5. Adidas
67
6. Fendi
63
7. Louis Vuitton
61
8. Armani
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fonte: dati raccolti da musixmatch per mff
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interview
ghali. Rapper Che legame ha con la moda? Sono un appassionato delle cose belle e la moda lo è. Qualcosa che ho coltivato fin da piccolo con mia madre, che si divertiva a creare outfit per me. Ancora oggi ci confrontiamo su ciò che indosso. Quali sono i brand nei quali si rispecchia? Quelli che mi ricordano la mia famiglia, come Versace e Armani. E mi piacciono Dior e Valentino. E con gli stilisti che rapporto ha? Non ho un rapporto stretto, ma ricevo molti inviti alle sfilate. Uno stilista con cui mi sono trovato molto bene è stato Damir Doma. Abbiamo utilizzato un suo capo fighissimo per il video di Happy days e ho anche sfilato per lui. I suoi pezzi sono molto cool ed è una persona alla mano. Sfilerei di nuovo. Quanto è importante l'outfit giusto? Molto. Con la stylist e il mio team cerchiamo di essere sempre all’avanguardia, rispettando i miei gusti e il contesto. Nei miei video, che si trovano su YouTube, si può notare una specie di metamorfosi positiva. Mi piace cambiare e stravolgere, quello che a mio parere è la moda sotto certi aspetti. Che impatto ha sui suoi fan la scelta dei look? Quello che indosso rappresenta la mia personalità, la mia musica, il mio mondo, da cui i fan sono incuriositi. Arrivano molte richieste per sapere cosa indosso. Molti di loro si prendono bene anche per i capi della mia linea di abbigliamento Sto Clothing. Che genere di scambio c'è oggi tra musica e moda? La musica è moda, sono due elementi che vanno di pari passo e legati sempre tra loro, dall’utilizzo di un determinato brand alla creazione di costumi ad hoc per video. Pensiamo anche al fenomeno Kanye West e all’influenza di brand come Raf Simons, oppure allo streetwear di Off White c/o Virgil Abloh. Molte canzoni rap, anche in Italia, contengono riferimenti espliciti ai marchi. Perché? La maggior parte dei rapper si ispirano alla scena americana, anche se oggi in Italia non abbiamo nulla da invidiare, sia nella musica che nella moda. I brand sono sempre stati citati dai rapper come sinonimi di benessere. Mi piace il fatto che spesso sono nominati marchi italiani come Gucci, Prada, Dolce&Gabbana, Valentino, Fendi, Versace. in alto, ghali nel backstage della sfilata s-s 2018 di damir doma. foto giulia bersani
francesco ragazzi. Founder & creative director Palm angels
T-shirt e accessori che remixano il Fendi vocabulary secondo lo stile dell'artista coreano. Louis Vuitton, invece, è stato scelto da Drake come palcoscenico per lanciare il singolo Signs, colonna sonora della sfilata uomo spring-summer 2018. Il collettivo A$ap mob, guidato da A$ap Rocky, ha titolato una canzone Raf in tributo a Raf Simons e nel video veste look d'archivio firmati dal designer belga. «I testi delle canzoni sono un contenuto cercato da oltre 2 miliardi di persone ogni mese», ha raccontato Max Ciociola, ceo e founder di Musixmatch. «Chi ama la musica vuole capirne il significato ed essere in grado di leggerla, in ogni lingua». E a trainare questa tendenza sono le nuove generazioni. «I millennials sono attentissimi al linguaggio della musica. Non è solo una questione di bit, ma anche di parole, e le parole contano. Non è quindi un caso che il rap sia in ascesa. In Italia sta crescendo molto, anche se non ha ancora raggiunto i livelli di Paesi come la Francia e la Germania. Ciò che emerge, comunque, è la componente linguistica che c’è dietro al rap. È un genere parlato e fortemente legato a ciò che viene detto, che fa indubbiamente presa sui giovani», ha concluso Ciociola. La tendenza a riferirsi ai brand ha conquistato anche il rap italiano con esempi come Gue Pequeno che allude a Versace nella sua Guersace o la Dark polo gang che parla di Calvin Klein in Sportswear. «In Italia non abbiamo nulla da invidiare, sia nella musica sia nella moda», come sancito dal rapper milanese Ghali (vedere box), che ha sfilato per Damir Doma. Sfida accettata, la moda risponde. Sul catwalk di Dolce&Gabbana sale un mix di millennial, youtuber e artisti tra cui Tedua. Marcelo Burlon county of Milan porta in pedana Dark Vegeta della Dark polo gang. Oltre a Sfera Ebbasta, che nei social ha spopolato con la sua Balenciaga, hit dal titolo super fashion. «C’è una nuova ondata di giovani rapper italiani che stanno diventando icone anche all’estero», ha raccontato Francesco Ragazzi, fondatore e creative director di Palm angels (vedere box). E la propensione a cantare di moda diventa uno status symbol, come il Rolex in una traccia di Fedez e J-Ax. Stay tuned.
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Ha in mente qualche artista quando crea? Come nella trama di un film, immagino i suoi protagonisti e pensare che i miei capi possano essere indossati da rapper e cantanti è fondamentale. A$AP Rocky, Pharrell e Travis Scott sono ispirazioni costanti nei miei moodboard. Si vestono Palm angels… com'è successo? Alcuni sono amici e con altri ho conoscenze in comune. Poi con Instagram si sono accorciate le distanze e spesso sono gli stylist o direttamente le celebrity che mi contattano per essere vestite o iniziare collaborazioni speciali. Perché il rap cita da sempre i grandi marchi? È una cultura che parte dal ghetto, dove vestire marchi importanti significa avercela fatta. Oggi c’è un’inversione di rotta, i rapper sono taste maker per l’opinione pubblica e vogliono essere i primi a lanciare o scoprire un marchio. I rapper italiani hanno scoperto la moda? Sicuramente. Per questi personaggi l’immagine è fondamentale e l’influenza americana è finalmente arrivata in Italia. Più che altro c’è una nuova ondata di giovani rapper italiani che stanno diventando icone anche all’estero. Quali sono le regole d'oro per riuscire a vestire un artista internazionale? Cercano capi speciali e la personalizzazione. Sono molto attenti a chi prima di loro abbia indossato un marchio, che con un passo falso potrebbe non essere più interessante, anche se la celebrity che lo ha indossato prima ha milioni di follower. Quindi, a meno che tu non sia Prada, Gucci o Balenciaga, rivolgersi a un pubblico di nicchia potrebbe essere più strategico. Un sogno? Vorrebbe dire tanto se un giorno in ogni canzone, al posto di nominare Gucci, citassero Palm angels.
in alto, un ritratto di francesco ragazzi
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foto Greg Kessler
In queste pagine, dall'alto in senso orario, un look gucci cruise 2018; un close up dellO SHOW s/s 2018 di jw anderson; il backstage versace S/S 2018; UN DETTAGLIO dallo show CALVIN KLEIN F/W 2017; LE CALZATURE dal Défilé S/S 2017 DI DIOR; dietro le quinte della sfilata s/s 2018 di Valentino
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neologhismi
foto Morgan O'Donovan
Da simbolo intoccabile delle maison a strumento istintivo in continua evoluzione. un veicolo visivo per interagire con la nuova community di consumatori. By angelo ruggeri
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The power of logo. Un nome, un simbolo o un insieme di lettere che trasudano valore e passione. E che raccontano una storia. Fino a qualche anno fa, era un qualcosa di intoccabile. Bisognava scriverlo senza errori, pena l’annullamento dell’intero valore del lavoro. Oggi, invece, sembra che questa regola sia stata congelata. Il logo è entrato nel vortice del cambiamento. In modo veloce e senza pietà. In una parola? Logo-transformer. Lo si modifica nel font, lo si rinnova, lo si inserisce in giochi di parole funny, lo si fa evolvere verso una nuova dimensione. Obiettivo, renderlo più comprensibile alle nuove generazioni. Proprio come è successo alla maison fiorentina Gucci. Per lo show della collezione resort 2018 in scena a Firenze, il direttore creativo Alessandro Michele scelse di introdurre il termine Guccification, declinato in epiteti in inglese come Guccy e Guccify per stampe e ricami sui capi. Come se fosse un errore, un colpo d’occhio squisitamente sbagliato. «L’hanno inventato i ragazzini sul web», aveva raccontato Michele subito dopo lo show. «Mi taggavano con questa parola che sembrava un neologismo che dava loro soddisfazione. Ho capito che aggiungeva qualcosa di inaspettato. Ho pensato di metterla su una T-shirt. Se piace a loro, piace anche a me, piace a tutti». E la forza del logo risiede proprio in questa universalità. Una riconoscibilità universale. In qualunque parte del mondo voi siate, basta vedere o indossare un capo dal logo familiare e sentirsi parte di una community. C’è anche chi ha preferito rinnovare il proprio logo, per celebrare e scrivere un nuovo capitolo della propria storia. Come è successo a Dior, con l’arrivo di Maria Grazia Chiuri a guidare la linea donna. La designer, ex direttore creativo di Valentino insieme a Pierpaolo Piccioli, ha giocato con il logo Dior, senza dubbi rinnovandolo e lo ha inserito in giochi di parole funny e ironici. Sono nate così le stampe J’Adior, una fashion-crasi che si rifà al passato, più precisamente al profumo J’adore lanciato nel 1999 con la famosa campagna pubbli-
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citaria firmata da Jean-Baptiste Mondino con la top model Carmen Kass come protagonista, che nuotava letteralmente in un bagno d'oro. Anche la maison Versace, con la collezione maschile per la spring-summer 2018, ha omaggiato il proprio passato glorioso e il fondatore Gianni Versace. «Avevo voglia di ricordarlo, sono 20 anni che mio fratello ci ha lasciati», aveva spiegato Donatella Versace nel backstage prima della sfilata organizzata nella sede storica di via del Gesù a Milano. «Oggi sono i millennials che chiedono la nostra storia e mi sembrava giusto ricordare quello che Gianni ha costruito». Per questo motivo, la maison della Medusa ha proposto in passerella, su una selezione di T-shirt, il proprio logo, i cui font e lettering erano ispirati a quelli utilizzati per lo stesso, negli anni 80. Anche Calvin Klein, con la nuova direzione creativa totalitaria di Raf Simons, prima guarda e ammira il passato. Poi lo stravolge e lo evolve verso una nuova dimensione. Viene cambiato il lettering del logo, scrivendo tutte le lettere in maiuscolo e lo presenta nella nuova campagna pubblicitaria per la spring-summer 2017 che ritrae modelli in underwear logato mentre ammirano dipinti multicolor di arte contemporanea. E, successivamente, il designer ripropone sulla passerella dello show co-ed fall-winter 2017/18 jeans deluxe con l’etichetta posteriore che ripropone la sagoma stilizzata dell’attrice e modella Brooke Shields (divenuta nuovamente testimonial per la campagna del marchio dopo ben 37 anni), ispirata allo scatto iconico della famosa campagna firmata dal fotografo Richard Avedon nel 1980. Un viso che è una garanzia, come dimostra anche JW Anderson. In occasione della collezione menswear per la spring-summer 2018, svelata a Firenze durante Pitti immagine uomo 92, il designer Jonathan Anderson ha riletto il logo del suo marchio omonimo in chiave pop, quasi come se fosse la scritta iconica in corsivo della Coca-Cola. E ci ha aggiunto, per rendere il tutto ancor più scoppiettante e ironico, la riproduzione del suo stesso viso, vestito da soldato, mentre fiero guarda il pubblico con in mano una tazza da caffè americano. La maison Valentino forgia un minimal-slang. E lo fa presentando in passerella per la collezione menswear per la spring-summer 2018 il logo privato delle sue vocali e trasformato in Vltn. «Non sono mai stato un grande amante del logo», ha rivelato Pierpaolo Piccioli, anima creativa di Valentino. «Ma i ragazzi giovani dell’ufficio stile mi hanno aiutato nel costruirne uno nuovo, meno sfacciato». Un logo ripensato e reso contemporaneo partendo da un lettering degli anni 80 e 90. Che trionfa sulle T-shirt o nelle camicie voluminose di cotone croccante. Una citazione al mondo dello streetwear californiano, famoso per abbreviare i nomi e renderli così più cool & young? Forse. Ma l’analisi da fare è un’altra. Ancor più elettrizzante. Grazie a questi cambiamenti glamourous, il consumatore finale si innamora ancor di più del marchio, perché lo percepisce nuovo e moderno, come se avesse goduto di un aggiornamento del proprio sistema operativo. Un upgrade all’ennesima potenza del desiderio, regalando un nuovo kick start.
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foto robert fairer
foto stefano roncato
foto stefano roncato
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The Best
comme des garÇons È tempo di disco per il direttore creativo Rei Kawakubo che porta i ragazzi di Comme des garçons a un rave party di quelli pesanti. I capelli serrati in impalcature di scotch, ricoperti da colate di cromie acide o vestiti di calotte sparkling, indossano un tailoring dalle forme street, fatto di giacchette e bermuda, ma completamente ricoperto di cristalli Swarovski o di micro paillettes sfavillanti. Ai piedi, le Nike air max 180 della nuova collaborazione, dagli inserti fluo. In un melting pot surreale di capi inside-out, coat reversibili, maglie bucherellate, pantagonne, T-shirt dai messaggi artsy e corsetti da burlesque innestati sul sartoriale più tradizionale. Che si trasforma in vera e propria arte con le tre giacche ricoperte di frammenti trash.
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The Best
jw anderson A show with a view. Perché è proprio il celebre film di James Ivory a diventare uno degli elementi del viaggio estetico di JW Anderson, con Camera con vista, proiettato nell’allestimento post show. L’effetto da turista appassionato sugli abiti. Un love affair con Firenze, dove il marchio inglese ha sfilato come special guest di Pitti immagine uomo numero 92, celebrando un traguardo importante, i dieci anni del suo menswear. La collezione gioca con pulizia ed elementi grafici. Cuori stilizzati sugli zaini, un cigno intarsiato sul pull, grafiche american pop come disegni baseball, come campagne di bibite stile Coca-Cola. Fino ai jeans presi in prestito dal workwear a stelle e strisce. «Effortless e divertente».
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The Best
raf simons New order per Raf Simons. «In questa collezione, ho evocato elementi del mio passato creativo, che raccontano ciò che faccio oggi», spiega il designer belga. «Dalla musica, la new wave e il punk, ma non da un punto di vista estetico, più di attitude, fino al mio lavoro da Jil (Sander, ndr), Dior e ora Calvin (Klein, ndr), con un focus sulla qualità estrema». I modelli sfoggiano stivali di gomma, realizzati in co-lab con Adidas. Reggono ombrelli sbrindellati, ma illuminati come spade laser da Skywalker per ripararsi dalla pioggia e borse e zaini frutto della liaison con Eastpak. Sono collegiali con capispalla ispirati alla couture mid 50s, vestiti con completi che mimano le movenze degli abiti tradizionali dei monaci tibetani, ma impressi con grafiche di Peter Saville.
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The Best
msgm Un viaggio attraverso la California che arriva fino al Messico. Ma anche un viaggio alle origini di Msgm, che guarda al suo passato per scrivere un nuovo capitolo del proprio racconto estetico. «Sono tornato a casa», racconta Massimo Giorgetti, mente creativa del brand. «Con questa collezione ho ripreso la mia vecchia Msgm, ciò che facevo una volta. Ho giocato con i miei codici, con le cose che mi piacciono e mi divertono come i mix and match di stampe e colori». In scena, una carrellata di grafismi black & white, che lasciano poi il posto a camouflage geometrici, romantici check ed esplosioni floreali. Fino a capi realizzati ad hoc come il maglione handmade, che celebra quelle cromie fresh tanto care al designer.
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foto Greg Kessler
foto Greg Kessler
foto Greg Kessler
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102 | MFF-Magazine For Fashion
The Best
valentino
Una tuta da gym che diventa uniforme quotidiana grazie a decorazioni mutuate da un atelier couture. Un antivento istoriato come un tappeto marocchino. Al collo, sottili sciarpe etniche, sorelle romanticamente folk di semplici cravatte. Ai piedi, sneakers colorate e dal piping prezioso. Il nuovo Valentino coniato da Pierpaolo Piccioli è un racconto di activewear cementato su pilastri di esotismo folk, su fondamenta di etnicismo deluxe. «La collezione è un’unione tra Mercurio e Vulcano…», rivela il creativo. «C’è un racconto di individuo e di gruppo, di artigianalità e di active. Del craft ci sono i dettagli, i ricami, il decoro. Dello sport c’è il dinamismo e la forza della collettività. In questa era digitale in cui a vincere sembra essere il collettivo uniformato».
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The Best
ermenegildo zegna couture Il chiostro dell’Università Statale è uno scrigno segreto. Che svela l’oasi terrestre di Ermenegildo Zegna declinata in terra bruciata, come l’albero che svetta al centro della location. «L’idea è di un guardaroba senza peso», spiega Alessandro Sartori, mente creativa della maison, «molto giovane nella testa, con riferimenti classici ma forme, soluzioni e materiali rinnovati completamente». Come le silhouette leggermente oversize. In quella pura seta lavata, usata anche per camicie e pantaloni. Senza fodere, tra micro suède leggeri e triple x, macro logo signature, alternanti a bluse di denim bleeched riportati al color sabbia e a quelle grafiche con disegni fatti a mano. Nuovo tassello, accanto alla maglieria giapponese in rete, che viene stampata o ricamata.
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The Best
martine rose Una parete da arrampicata indoor, costellata da sostegni artificiali multicolor. Martine Rose, fresca della co-lab con Napapjiri, sceglie lo Stronghold climbing & bouldering centre di Londra per svelare una collezione spring-summer 2018 che affonda le sue radici stilistiche negli sport estremi, come l’arrampicata. I cui dettagli estetici rivivono in passerella attraverso giacche a vento, pullover, cinture tecniche e cargo pants, abbinati a sneakers dal look avventuroso. Che si alternano a capi ispirati alla scena underground di Toronto degli anni 80 e 90: blazer oversize, felpe con cappuccio e T-shirt con stampe che strizzano l’occhio al logo iconico di Mtv. Dedicate a una young generation che non teme le altitudini.
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The Best
dior homme
foto MORGAN O'DONOVAN
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«Voglio esplorare le due anime della maison. Quella più tailoring del suit formale e quella più fashion che in una griffe come Dior non può mancare». Così il direttore creativo di Dior homme, Kris Van Assche, definisce il punto di partenza della nuova collezione. Con i modelli che sfilano sull’erba fresca, bagnata dalla rugiada, sotto un cielo dove ondeggiano frange di lucido nero. Indosso i due mondi del marchio. Il tailoring affilato e preciso in total black, tagliato con un bisturi, e minuto. Decorato da sciarpe, coccarde e tag che gridano l’indirizzo dell’atelier del marchio di Lvmh. Dall’altra, lo sportswear delle felpe con il logo college ma in texture d’haute couture. E dei gym pants dai bordi sfilacciati in atelier.
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foto Matteo Scarpellini
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foto SGP srl
foto Matteo Scarpellini
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The Best
giorgio armani Semplicemente made in Armani. Un messaggio disarmante nella sua chiarezza. «Questa è una collezione very Armani... È il mio mondo», spiega lo stesso Giorgio Armani. Che porta in scena una summa del suo pensiero creativo cementato fin dai tempi di Richard Gere nel film American gigolò. «La giacca, sempre, è un must. Lo spezzato che torna in passerella. Lo spolverino allungato per cui i ragazzi oggi impazziscono». E poi una palette cromatica che esplora il colore feticcio dello stilista. Quel greige iconico. Ma anche un pentagramma di tinte nature che esplodono in quel bianco accecante del finale. Bianco che sembra omaggiare la sua Pantelleria. Perché mai come in questa stagione il messaggio d’insieme appare intimo e personale.
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The Best
rick owens Futurismo e brutalismo. È l’artista italiano Thayath, inventore della tuta, a ispirare la nuova collezione spring-summer 2018 firmata Rick Owens. In particolare, una sua scultura del 1935 che ritrae l’amico Filippo Tommaso Marinetti, che lo aveva introdotto allo stesso futurismo e che: «Rappresenta l’estetica aspirazionale brutalista che ho perseguito con fermezza dalla prima volta che ho messo il mio nome su un’etichetta», come ha sottolineato il designer. All’interno di costruzioni evocative e dalla complessità essenziale, svelate nella cornice del Palais de Tokyo, tra maxi infrastrutture architettoniche e una spettacolare passerella a filo d’acqua, sfilano capi in pelle che abbracciano i corpi e maglie di cotone forate e asimmetriche.
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108 | MFF-Magazine For Fashion
The Best
dolce&gabbana Un inno all’amore. In the name of love by Martin Garrix è la colonna sonora. Sullo sfondo, un maxi cuore illuminato, come un ex voto 2.0. In passerella, giovani artisti, influencer, attori, figli e discendenti di celebrity o di icone della musica, provenienti da tutto il mondo. In testa hanno corone preziose. Come principi e principesse primogeniti, che diventano protagonisti indiscussi di una House of cards dai tratti leggeri e divertenti. I semi delle carte da gioco si trasformano cosÏ in fantasie su abiti e giacche, cosparse di cuori ricamati. Che si mixano sapientemente a fantasie giapponesi, effetti oversize da streetwear americano, pijamas e canotte da basket per uno sportswear ipergrafico e giacche sartoriali. Eleganti e sparkling.
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The Best
balenciaga Normalità. Di una passeggiata domenicale nel parco. Di un padre che dimentica lo stress dell’ufficio e accompagna il figlio nella natura. Una estensione dello studio sulla realtà moderna, perché dopo i businessmen della scorsa stagione tocca a: «Gli stessi uomini osservati nel momento di maggiore relax... All’apice della loro felicità», spiega Demna Gvasalia, direttore creativo di Balenciaga. La scena è tutta per una parata di daddies nel loro giorno libero. Con i figli in braccio o la bici, logata, portata di fianco. Che indossano un guardaroba apparentemente demodé e un po’ nerd. Con le fantasie delle camicie, terribilmente old style. Con i jeans un po’ baggy e dal taglio fuori moda. Con i coat visibilmente troppo grandi.
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Raf Simons
Thom Browne
Ann Demeulemeester
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Charles Jeffrey loverboy
Palomo Spain Kenzo
Edward Crutchley
Vivienne Westwood
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112 | MFF-Magazine For Fashion
Msgm
Gcds
trends
Philipp Plein
Charles Jeffrey loverboy
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Cédric Charlier
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Balenciaga
Ports 1961
Dior homme
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Iceberg
Andrea Crews
Valentino
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Études
Moschino
Yohji Yamamoto
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114 | MFF-Magazine For Fashion
Miharayasuhiro
Lanvin
Boss
trends
utility Louis Vuitton Ami
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Diesel black gold
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Prada
Hugo
Munsoo Kwon
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Xander Zhou
Marni
N°21
Junya Watanabe
Ermenegildo Zegna couture
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116 | MFF-Magazine For Fashion
Moncler gamme bleu
Balenciaga
Martine Rose
Pal Zileri
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Ermanno Scervino Salvatore Ferragamo
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Tom Ford
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Palm angels
Facetasm
Diesel black gold
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Kenzo
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Andrea Pompilio
Iceberg
Luca Larenza
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Katie Eary
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Marcelo Burlon county of Milan Versace
Valentino Plein sport
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Vetements
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Paul Smith
Sandro
Ami Ermanno Scervino
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aloha Dsquared2
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Balenciaga
Dries Van Noten
Marcelo Burlon county of Milan
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foto Matteo Scarpellini
Giorgio Armani
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Neil Barrett
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Ann Demeulemeester
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Lemaire
Dior homme
Malibu 1992 Rick Owens
Julius
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Ermenegildo Zegna couture
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Msgm
Haider Ackermann
Hugo
Ermenegildo Zegna couture Giorgio Armani
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Etro
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Sunnei
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Un secolo di stile e successi. in occasione del Centenario, persol celebra L’iconico modello 9649 con una limited edition in due nuove colorazioni ispirate all’archivio del BRAND, Havana rossa con lente crystal azzurro e Havana bionda con lente verde scuro, CHE SFOGGIANO la data del centenario incisa in oro all’interno delle aste. Amati da personalità come Gabriele D’Annunzio, Marcello Mastroianni o Steve McQueen, i Persol identificano il carattere di chi li indossa, mantenendo un fascino costante negli anni Nell’immagine, il modello Persol 6649S in Havana rossa con lente crystal azzurro e Havana bionda con lente verde scuro
Special advertorial. Tutti i dati e le informazioni contenuti in queste pagine sono stati forniti dall’Azienda che ne garantisce correttezza e veridicità, a soli fini informativi
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Giorgio Armani
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chinos Berluti
Lanvin
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Fendi
Hermès
Junya Watanabe
Lemaire
Marni
Salvatore Ferragamo
Ermenegildo Zegna couture
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Valentino
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Christian Dada
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makeover. Un racconto di bellezza che si muove dietro le quinte. Mixando effetti speciali, suggestioni da sfilata e tips backstage. by Francesca Manuzzi 02 Balmain homme
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01. TOM FORD. Eau de parfum Soleil blanc; 02. PRADA Olfactories. Essenza speziata Soleil au Zénith della serie Les mirages; 03. ETRO. Eau de toilette Via Verri; 04. CHRISTIAN DIOR. Profumo Patchouli impérial de La collection privée; 05. EMPORIO ARMANI. Fragranza Stronger with you; 06. BYREDO. Kabuki perfume Bal d’Afrique
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01. L’OCCITANE. Burro di karité 100% biologico; 02. CAUDALIE. Formula Sérum eclat anti-taches vinoperfect; 03. CHANEL. Crema Le lift créme yeux; 04. LA MER. Lozione idratante The moisturizing matte lotion; 05. GUERLAIN. Siero Abeille royale daily repair serum; 06. DAVID MALLETT. Shampoo-doccia Hair and body wash
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international Dolce&Gabbana Stefano Gabbana and Domenico Dolce By Stefano Roncato. Photos by Jason Lloyd-Evans, Luca Maria and Alessandro Maria Morelli “Anyone who doesn’t get this version of Dolce&Gabbana really shouldn’t come any more.” Sicily, Palermo, the baroque palaces. Their high fashion. The aristocracy. High tailoring. The dream. The couture jewellery that shone like a star to show the way on this journey that is also a story. After taking to the road and the latest celebrations in Naples, the latest chapter in the story chosen by Domenico Dolce and Stefano Gabbana has brought them back to their origins. Playing on home ground, a challenge. “It was a point where we drew a line under what’s gone before,” explain the two designers. Who are looking to the future. OK, millennials, the new generation, prestigious events and the special encounters that have marked their path. But above all continuing their journey which is inspired by love, by passion and by what happens. And a hope. “We want to leave a legacy for our brand, a Dna, an appeal, an example of how to live so that others can take over.” High fashion and high tailoring in Palermo. Why this return to your roots? (Stefano Gabbana) We had the idea after Naples. It was natural: we were thinking of the Kingdom of the Two Sicilies, the two capitals. It had to be done. (Domenico Dolce) When I heard Palermo I felt like I was playing on home ground, you feel at ease. Coming back here has been hard for me these past years. When you’ve left, you’re scared of letting yourself down, of letting others down. There are high expectations on all sides. If you’re the host, it’s different. It was a fight between me and Sicily, like going head to head with your homeland, your origins, your culture. To tell the truth, I was scared of not being up to it, not being good enough. Stefano insisted, I was avoiding it… What stood out for you? (SG) After the show in Naples with Sophia Loren and her films, what we liked about Palermo was the great aristocracy that’s always been there. We knew a few of the palaces, but there were some that we’d never had the chance to visit. We started looking at them all so that we could choose one not just on the basis of beauty but also on logistics. Starting with Villa Tasca and then Piazza Pretoria, which they call Piazza della Vergogna [Pride Square]. (DD) My parents used to bring me to Palermo when I was five or six. And if you went past it you had to turn around and look. A sense of dignity, of modesty in front of the nude statue. Which for us is taboo. At home, even in the height of summer, you still put your pyjamas on around the house. Sometimes even a jacket. My father was like that. Watching the catwalk show, the couture came straight from your heart, a couture made of memories… Of course, Sicily, and especially Palermo, is a meeting place of different cultures: Arab, Norman, baroque, all sorts. It’s the epitome of what we are. Anyone who doesn’t get this version of Dolce&Gabbana should really not come any more. Talking about the aristocracy in Milan seems almost a joke, like something out of the theatre or folklore. It’s better to talk about the real aristocracy and the people, two things that have always been loved in Sicily. There are stories about the pope of Domenico who had a tailor and went off to show it to the Baron of Carpinello in Gagliardo. About the grace with which they received him, with sweet wine, coffee, biscuits. The usual ritual, nothing excessive, nothing artificial. But not everyone will get it. Read Wikipedia, and if you choose not to understand it, then too bad, but we don’t want to be there like masters. It was a really beautiful experience for us, too. It was like emigrating to America and coming home victorious. Was it what you expected? We didn’t know what the outcome would be. We tried it and it was incredible. But even from a commercial point of view. Not to sound mercenary, but you also measure it by how many men’s and women’s clothes you’ve sold. It was an overwhelming success, and we still have huge orders of all kinds. We don’t know how we’re going to keep everyone happy. It was a point where we drew a line under what’s gone before. OK, with the public and the media. But most of all we had to do it for ourselves. Why was it so important to draw a line under it? We don’t do this job for the money, we’ve never done it for the money. What interests us is being happy, telling others about who we are. Sooner or later you’re going to die and you don’t take a coffin padded with money along with you. You take satisfaction, love. How many people have loved you. Without that belief, what’s the point of working? It’s not like work: we like what we do. It’s only work when you don’t like it. When you do something that allows you to express an idea, a feeling, the way you are, you’re lucky. We are fortunate enough to spend our time on dreams, ideas, passions, feelings, through which we communicate to our public who we are. For us, every garment is a story. A narrative. Not every garment that goes by is made to amaze or to be cool. Why? How do you see yourselves? We’re too old to be cool, trendy, fashionable. We leave that to the young designers, it’s something that belongs to their moment. Being old and trying to be cool makes people laugh. Like old women who’ve had work done. Youth is beauty, old age is wisdom. Each stage of life brings a new way of expressing yourself, of existing, of acting. Who says we have to be cool and trendy, that we have to be hip, hot designers? We did that in the 90s and the 00s and we didn’t even realise we were doing it. What, you weren’t even aware of your success? Hardly. We didn’t get it when we were dressing Sex and the city either, there was no Internet then. Or Madonna. Now and again we ask each other “Were we really not aware of it?” One day American Vogue did a page on our animal prints, and all of Hollywood started wearing animal prints and we didn’t get it, we didn’t pay any attention. We wanted to give people a dream, something to remember. We always used our clothing as a medium for this type of narrative. These days more than ever it’s our way of telling stories, of telling our story. Thinking of the Dolce and Gabbana man, the Dolce and Gabbana woman... Who are they? Are they the same as when you started out? Absolutely. Because we tell the story of our experiences through our clothes, of course there’s more awareness today. We’re on a journey which is very interesting for us. When we were young, we were naïve and we acted on instinct. And we created, for better or worse, like it or not, what we are today. Now we are more aware, we understand what we’ve created, we know who likes us and who doesn’t, and it’s not a problem. When you see high fashion, which is the pinnacle of our clientele, we share a lifestyle, a way of being. This is the expression of a group of people, but which we are trying to communicate to young people, to the so-called millennials, a term that everyone is abusing or misunderstanding these days. Once upon a time they might have been called hippies, but people forget the nicknames they give to the new generations. Today we call them millennials, tomorrow we’ll call them something else. But you shouldn’t measure it by the number of likes you get. It’s a generation we get on well with, communicate well with. What message do you want to pass on? The other evening we were watching the film Wonder Woman. She defeats war with love. There’s no point being cool and making a jacket with three shoulders. If it’s not an expression of your love, after three days it will all be out of fashion. Why does something go out of fashion? When it’s not real. People want authenticity these days when there’s so much illusion, so much magic, so much Copperfield. What everyone needs is to be loved and to love someone else. When you give someone a piece of clothing or a cake, when you organise a dinner, you’re giving yourself. And we give ourselves completely. After a couture show, we get a fever, we’re dead on our feet. You have to give without holding anything back, because that’s part of being a host. It’s an exchange of energy. What does passion mean in a business? We don’t do the work of employees. The difference between us and a big company is that we are the owners, the designers. We love what we do, it’s not a career. A child has a mother, a father, a babysitter. But even if it’s the best babysitter in the world, the child is more interested in the mother’s love, which is unconditional, a love so strong, indescribable, something truly powerful. What is the difference between the founding designer of a major brand and new designers coming in? There’s not the same respect. It’s like going to a Japanese restaurant and asking for spaghetti in tomato and basil sauce. You have an identity. You work in a restaurant and tomorrow you start as a chef in a place that does Mexican food. What are you going to make, sashimi? Why is there less respect? Sometimes a brand’s identity is destroyed by people’s ego. Everyone needs a passport, otherwise they don’t let you on. That’s what we do, we tell our own story, even in our prêt-à-porter collections. We’re not trying to
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be cool, which would last from Christmas to Boxing Day. It’s right for the young ones to have the new ideas. What are your expectations of young designers? They should aim to shock. We can’t believe it when a new designer is already conformist. They should be challenging us, massacring us. If we’re doing sexy or romantic, they should be doing monastic. The new designer should be anti-establishment. If street fashion is in, go anarchic. If couture is the thing, you’ve got to do ripped. But we’re talking about history, not something we’ve invented. How important is Italy and preserving craftsmanship? We’re lucky to be in Italy. Craftspeople and their imaginations are really important even in couture. They’re the ones who create these works of art and give them to the world. To people. We have the good fortune to live in a place like Italy where we have a strong visual and aural legacy, from Verdi, Puccini and Mascagni to the paintings of Michelangelo. We can see and listen to pure beauty. Eating good food, walking down the street, looking up and seeing a wonderful baroque palace… You don’t notice it because we all do so much of it that it all just seems normal. That’s what everyone loves about Italy, this unquantifiable beauty. When did you have the idea of launching a couture range? Even when we were doing D&G, we’re talking about 2000, it was a dream of Domenico’s. We talked about it loads, and then we took the space in Via Senato four years before it really got started. Then we realised that somewhere along the line, if we were going to do couture, we’d have to clean up the brand. At the time we were doing D&G as well as the & and we needed to bring some order to it, as well as to ourselves. We decided to close, and they said we were crazy… Crazy or visionary… A lot of businesses called us up. We lost a lot of money. But today everybody can see our vision. Money is a privilege. Fashion is not the same as finance, it’s an artistic situation, an expression from the heart. Then it can become financial. But if you put finance first fashion dies. We’re living in a time when everything is based on money, if you’ve got it, that is. Money’s not a bad thing. But first of all you have to please people, you have to tell a story. Then the brand takes over and it all takes off. Then, suddenly, it doesn’t work any more. That’s normal, because there’s nothing to support it, there’s no substance, it’s just copy-and-paste. There’s cool, there’s the advertising budget… We can say it or not say it, but it’s not fashion. Are you saying that finance can help fashion but not replace it? Money helps, and you need a lot of it, but it’s not finance that makes fashion. It’s not marketing. From construction workers to fashion, we believe that soon there will be a big difference in quality, between what we’re used to and globalisation. But you can’t confuse things. And then everyone has an opinion about everything. Today you can’t say anything. If you say you like red, people who like green will take offence. If you say that you like sparkling water, the people who make still water sue you. We’re living in a time of political incorrectness. Fiction. Hoax. Everyone is taking advantage of it to have their moment of glory. What’s missing is a bit of lightness, a bit of irony. Laugh a little. How do you see the brand evolving? What do you predict? Long life. But not now, when we’re no longer here. Take a father and mother who love their children: they don’t leave money hidden in a chest for them to find when they’re older and don’t know what to do with it. But to leave a legacy for our brand, a Dna, an appeal, an example of how to live so that others can take over. Looking ahead and talking to millennials, even those who have walked your runways… Did they find themselves even at their age looking through your archives? Their mothers were our customers. They knew the clothes through their parents. It was amusing because we found ourselves in front of an audience we didn’t know. And it’s not an easy audience: they’re serious, they’re cultured. They have their own opinion and their own style. Every generation is made up of good and bad. Those who are intelligent and willing, and those who are less so. On an old CD there was an interview with Maria Callas where she was complaining about young people in the 60s. She was saying that there were no good singers and that she was the only diva. You can’t be that closed. If we thought that after us there couldn’t be anyone else, we’d be dead. Like what happened with Coco Chanel or Yves Saint-Laurent, we want and hope that there will be others after us. Let them forge ahead and create even more of what we have done. We are a link in a long chain. We are not the be-all and end-all. How can they carry on the torch? The beautiful thing about life is that it’s temporary. But you are part of a chain made of culture, of inspiration, and tomorrow the new generation comes and you live on in people’s memory. Physically you’re dead, but you can still live on in memory. So you’re on the list of the richest people in the world… How’s that going to help you? Can you eat platinum? You’re richer if you’ve left a legacy of emotion, of love, if you’ve taught people something. I’m thinking of the millennials. When they write to us thanking us because we don’t pass on a set of rules, just a way of life. We show Capri, Italy. But without arrogance or bourgeois snobbery. It becomes a way of opening people’s minds… You’re not cultured because you’ve read and studied. You’re cultured because you know how to live. Because you know how to appreciate bread with oil and caviar, roast beef and fish. If you don’t, you’re socially inept. And in fashion there are quite a lot of them. But we are designers, not psychoanalysts… Analysing the market, what is your Dna? It’s made up of many things. Leading a life that’s happy and proactive, creating a piece of clothing that brings you beauty and satisfaction. To give a smile. Formal wear that is not just clothing but is how you live it. And how you think it. Nothing is made on a table and we are running a project so that people can see how we work. This is who we are, if you like it… Do you know what a drama it would be if everybody liked us? We’d be military uniforms. We’re a brand among millions of brands. A saint in a calendar of 365 official saints. And every saint has his followers. And the pressure to perform, to always do more? That doesn’t interest us, we like to do our own thing. Better to die poor and happy. We spend our money and we don’t care about our profit and loss sheet. We do business, we create landmarks, we make couture with no budget, we have fun. You read about people who are ready to repeat numbers as if it was a TV show. It seems like rubbish. Without naming names, but some things can be understood, you can see clothes, they’re not abstract things. We weren’t born yesterday…. And what are your special memories of your journey? Your key moments? Every moment. We have a problem, we never noticed our success when we had it. The catwalk show at the Scala, our first time in Milan, seemed an impossible dream. When we met Madonna. There are moments when you realise that something is happening that you’d never even dreamed of. Meeting Pavarotti and all the people who have influenced us. These are things that we have kept to ourselves, never flaunted. Very private things: you have to have some secrets. And then Dolce&Gabbana has always been built piece by piece, not with prefabricated blocks. Slowly, step by step, but solidly. Thankfully we were never victims of the boom. What are the dangers of rapid growth? A boom is like a boomerang. Bravo, bravo, wonderful, wonderful. And then they bring you the bill. It worked with Scianna and we didn’t understand what we were doing. Why? We didn’t plan, we followed our instinct, we didn’t prepare. The few times we decided to design a trendy collection it was a fiasco. Once, twice, three times. It didn’t work, end of story, never again. You don’t like it? Come back next season… AZZEDINE ALAÏA Story by Giampietro Baudo and Stefano Roncato Photos by Valerio Mezzanotti "The starting point is always the woman, the body you're dressing... I've never thought and I don't think of being fashion or revolutionary. I don't reason by thinking of creating something which is purely Alaïa. I never think of myself as a designer or a couturier. I admire women, I love them because it's thanks to them that I did and still can do what I love. I'm not interested in the noise around fashion. When I make dresses for women, for my girlfriends, and see that I'm making them beautiful and happy, I am happy as well, incredibly happy". This simple thought is Azzedine Alaïa's, master of seduction, sculptor of the feminine body, prophet of contemporary femininity and couturier "sui generis". Back under the fashion system's spotlight during the latest Paris fashion week, he brought his couture on the catwalk after six years of absence from the official schedule. Naomi Campbell, who calls him dad, opened the show. Because the world of the Tunisian creative talent is full of special, iconic women. From Grace Jones to Beyoncé, and Greta Garbo, for whom he made one of his first creations, as a godmother. Curious of the world and in love with women, thanks to his sculpture studies he worked on the woman's body to define a new language of sexiness. "There are part of the body that it's nice to show and reveal... Even when you create a dress with a zip, the zip needs to open on
a side of the body that is nice to show, a special one". Tireless worker, tailor more than designer, along with the Richemont group, he chose the path of freedom. "I have a great respect for what they do for me... They give me a great freedom. That freedom I don't have in my mind, my thoughts, my ideas. That freedom that, even when I'm absorbed by my work, allows me to create". And build a story in the name of an aesthetic continuity because, as he candidly admits: "All I do is working on my own work". How was to come back showing Couture? I did not do any such thing as a “comeback showing couture”. I find it strange that journalists think that there is such a thing as a comeback. I have always done couture, alongside ready to wear, developing together. I have always done couture dresses, and more and more in recent years. I am discreet, and do not show off. Discretion can be considered a form of absence, but I have been very much working on couture dresses through the years. How did he start working on the collection? And what did you want to express? I started like every time: nothing special. I did clothes for the collection. I do not try to express anything, not to do anything stylistic, not to think about fashion. I am doing a regular work, like a couturier dressing women. I never stop to work. There is no beginning and no end. I work more than ever. Naomi opened the show, what did you feel? And what is your first memory related to her? It is not about memory or about the past. I always live in the present. And Naomi is always present. How is the Alaïa woman? Who are your muses? I do not have any specific muse: every woman is my muse. When you make clothes, you have to respect every woman. Women choose style today: they are the muses of my style. How did you start working on fashion? When did you realize that you would have been a designer? I never thought I would be a designer, and less now than ever. It started normally: I was at the school of fine arts. Things happen without thinking about them. And even today I do not organize anything. I loved Paris; for me coming to live in Paris was much more important than anything else. Paris, when you love her, gives you everything, and when you don’t, she throws you away. Which is your first memory related to fashion? When I was a child, my mother would dress for celebrations, and people around her would be sewing clothes; I witnessed all that. I had an aunt who was a dancer, her shoes came from Perugia, she was dressed with a red-drape coat and reverses in panther by Dior or Balmain copied in Tunis. I would go out with her, and I was very proud of her company. When I looked at her, I could not not think about fashion. If you could go back? If you had not become a couturier what would you have wanted to do? I would have done something I would have liked: I can do anything I love. I could have taken care of children, of young people. What do you think of today’s fashion? You created her own universe and do not follow the fashion system timing... why? I can’t think of today’s fashion: I live the time as it is; the past, I know, and I am in the present and I live through it now. And I do not know what a universe is, nor what “mine” would be; fashion made it possible for me to meet extraordinary women throughout my career, like Louise de Vilmorin, Arletty, Carla Sozzani. Women make men. I do not have muses, but women are the most powerful, and they make men, even the most powerful and most intelligent; Who are your point of reference? And, in the contemporary landscape, who are the young/emerging designers you appreciate the most? My point of reference, as it should be for every designer, is women: they wear the clothes, and bring the designers to the top. I am curious to see who is coming up: there are always people we do not know about, and who are coming up. I have admiration for every designer who is really working to make a consistent body of work. What is seduction today? There has never been any difference between forms of seductions, in the past, the present and the future. It has existed for millenaries, and it depends on every individual’s sensitivity, then and now. Art has always been an important part of your work. What is the link between art and fashion and why? Art is a great nutriment for me, much more than the history of fashion. Very early on, I was looking at the work of Zurbaran, and Velasquez, and that has remained in my brain forever. For me, there is no difference between the great artists of yesterday and of day: art is never dépassé. I went to see the exhibition of Valentin de Boulogne at the Louvre: he is a master today, as he was in the 17th century. You often work with the world of theater. What do you enjoy in the exchange between disciplines? I appreciate every form of art of our time: it is important to respect them at the same level, to work with them equally, and with respect to their individual form. If it is ballet, you have to react the movement; you have to respect the dancers and their body, they have to be at ease perform: the clothes should not weight on them, so that they can accomplish their work. I should not perturb their movement. In opera, too, people move, it’s not static: it’s not a fashion picture. You have to let the silhouette appear in the air: clothes should be part of the dancers’ body, and appear with them. But it is the same in every woman’s life. calvin klein Story by Francesca Guerrini Calvin Klein changed American style and earned himself a permanent place in fashion history. He transformed minimalism from an aesthetic concept based on simple forms to an approach that caresses and brings out the best of the body, unashamedly celebrating eroticism. In addition, Calvin Klein had a bigger impact on advertising methods than any other designer with his revolutionary, highly sexual messages. There were no filters and no barriers. His objectification of male and female bodies scandalized everyone, but he made no apologies about it at the time and he is not going to start now. It is 49 years since he founded Calvin Klein Inc. with Barry Schwartz (a childhood friend from the Bronx) and 15 years since he sold it to the Phillips-Van Heusen Corporation. The designer has now decided that he wants to tell his story in the book Calvin Klein by Calvin Klein. Published by Rizzoli, it will be on sale from October. Its 480 pages look back over the designer’s career and the advertising campaigns that totally transformed fashion marketing. After all, the world of jeans changed forever when Brooke Shields asked in 1981: “Do you want to know what comes between me and my Calvins? Nothing.” And fashion advertising would never be the same after a picture of a teenage Kate Moss lying naked on a sofa appeared on buses in New York. The photos from Calvin Klein underwear campaigns have claimed a spot in the collective imagination: the statuesque muscles and bulging briefs showed the world in no uncertain terms that men as well as women can be sex objects. The use of very young, androgynous and extremely skinny models in sensual poses to advertise Calvin Klein jeans has led to endless debates about the boundaries of decency and pornography. A chat with the legendary Calvin Klein over the telephone on an August morning was a perfect opportunity to look back over 40 years of fashion and customs, discussing why big successes are always based exclusively on genuine passion. Why a book and why now? My ex-wife Kelly and Anna Wintour (the editor-in-chief of US Vogue – Ed.) have been on at me about writing a book for years. Since I stepped away from the company, I’ve travelled, furnished some of my homes, and expressed my creativity in personal projects. I’ve been as busy as ever. Other people wanted me to write a book but I always refused. It was Kelly and Anna that convinced me. What was it like going back over your work as a designer? Was it a painful, fun or complicated experience? It was certainly a complex process. I chose the advertising campaign photos and pictures myself. It was complicated to start with because when I looked back at the pictures I felt good about some and not so good about others. However, I examined something like 50,000 photos from my archives and as the process went on I began to feel more confident because on the whole the work seemed consistent and compact. There’s a vision in the book: my vision... Readers of the book can see me in the different periods of my career. What was the most difficult part of the work: selecting the pictures or establishing a narrative? It wasn’t easy. Initially I was a little intimidated by it all but then I began to feel excited. We have clothes archives and going into the room was like watching my life flash before my eyes. Attached to the clothes are pictures of the models wearing them and I have to confess that seeing them was a full-on experience. When I left the archives, I felt very grateful and thankful because when I started to put it all together I realized that there was great synergy through the years. The vision stayed the same. I was thinking of
the woman that would buy the clothes, what she wanted, what she needed and what she unconsciously required... I’d say that the hardest part was seeing the clothes and Polaroids again because it brought everything flooding back. Was seeing the clothes again in real life like an emotional journey? Yes, but seeing the pictures again was also an emotional journey. After I started the book, I began to realize that I still liked the things that I was choosing, but this time I liked them for the book rather than for the ideas that I was trying to convey to the woman buying the clothes. I enjoyed that aspect of it. What is your perspective on your work today? And what are your thoughts on the Calvin Klein images – which are still provocative today – compared to the images of contemporary fashion? If I didn’t think the images were still relevant to me, I wouldn’t have done the book. I needed to go back over the work to feel good about myself. We definitely pushed the boundaries, but we always did it creatively. We wanted to do something exciting and it isn’t easy to do that without upsetting lots of people. The Obsession campaign radically changed fashion marketing. How did it come about? Obsession sales were down and we had to do something to relaunch the scent. I’d been to Paris to watch the fashion shows and the same models were in each one. It didn’t seem very interesting to me. It was a time when models were having work done on their breasts, lips and butts. People were doing ridiculous things to attract attention. So I decided that we needed a new look, and in any case I like discovering new faces. Vanessa Paradis wasn’t available because she was making a movie and I discussed my idea with Patrick Demarchelier. One day he called me and said: “I’ve met someone and I think she’s just what you’re looking for.” Patrick sent Kate (Moss – Ed.) to me. And my mind was made up as soon as I saw the photos that Mario Sorrenti – who was her boyfriend at the time – had taken. They were private, personal photos that weren’t for public viewing. But, you know, nothing is private in this world. They depicted Mario’s obsession with Kate. It was an obsession in the positive sense of the term. Back then, Mario was head over heels in love with Kate. And I needed a new image to revitalize Obsession. So I sent Kate and Mario to a Caribbean island by themselves and I told him to take some photos of her and give me a sexy image. Mario shot the video as well. He had never filmed or photographed anything professionally. It was a huge risk putting the campaign in the hands of a novice... Definitely. An enormous risk. It was also a risk for the company that made the fragrance, which I originally owned and then sold. But the idea was that scents have to be part of my life: this is what I do and how I live. This is me. And Obsession was a big success for that very reason. You oversaw everything: models, photographers, advertising campaigns, every little detail... You had a degree of creative freedom that is almost inconceivable today. Before they accept a job, designers should establish the ground rules. Those were my rules for everyone. I always based everything on creativity and that’s why we were successful. But we had to update and overhaul the images and the women that were in the pictures. The photos of Kate for Obsession were part of this renewal process. I had the freedom to do it because I was the owner of the label along with Barry Schwartz, my business partner and childhood friend. I had the help and support of Barry and the creative team that I had put together. It was an exciting, creative time. It was an incredibly creative era. In the book you describe the atmosphere in Studio 54, where a fashion executive came up to you at three o’clock in the morning and asked you to make jeans. Is that how business was done back then? At 3 am in Studio 54? Yes, but that doesn’t mean that everyone who went to Studio 54 got offered business opportunities... Nonetheless, it’s true. I was planning on staying at Studio 54 all night and then going straight to the airport and flying to Germany for a textiles exhibition. A fashion executive came up to me and asked: “How would you feel about making jeans?” I spend my whole life in jeans, so I gave him Barry’s number and they started talks. Barry put together an agreement that was perfect both for the jeans manufacturer and for us. And you promoted the jeans with an ad starring a very young Brooke Shields... Where did you get the idea? At the time I was working with Dick Ballarin and Richard Avedon. Dick was a real genius and every night I would go to his studio. We worked together for weeks on the ad, which obviously pushed the boundaries. The videos were brilliant and fun, and Brooke Shields was very young and sexy. Stepping forward in time, I’d like to say that nowadays I take part in conferences and meetings with students in a number of universities. Many of the students that I address have never seen the advertisements, but I think watching them could help people who study marketing, fashion design and beauty products and packaging, because it’s all there. Were you expecting such a big reaction to your campaigns? There were TV networks that refused to show the ads, accusations of misogyny... No, certainly not. With Brooke it was the start. The start of the controversy. We were sure that we had put something fun together and Brooke played the part perfectly. There’s always someone who doesn’t like what you do, but at the time we didn’t worry about that. We were concentrating on doing our best. I took charge of all of the writing, the styling and the clothes that she wore in the ads. Calvin Klein is a brand that is associated with sensuality and erotic, enticing advertising. Is that a deliberate choice because you know that sex sells? No. In every aspect of our campaigns, the goal was to tell stories to the women or men who were buying the clothes, fragrances, accessories or jeans. There are jeans that you wear in your leisure time or around the house and then there are these jeans, Calvin Kleins, which have a sexier cut. You wear them when you meet your boyfriend. We didn’t know if they would be successful. We never tried to be controversial. I swear... It wasn’t part of our plans. TV networks refused to show our ads a number of times. But they worked. I had to intervene on more than one occasion to ask for the ads to be screened. Calvin Klein started out as a maker of dresses with perfect proportions and cuts that hugged the body. The label later decided to venture into underwear, which was an unfamiliar territory. Where did the idea of putting the logo and name on the underwear come from? We started by making lingerie for women. It was sexy and successful. Building on our success, we decided to make underwear for men, too. However, we changed the cuts and thus created a new type of underwear. The concept is the same for men and for women: to create something that makes you feel good. Sales of men’s underwear started booming after I discovered Tom Hintnaus (an Olympic athlete with a sculpturesque physique – Ed.). He was running along Sunset Boulevard in Los Angeles and I stopped the car, introduced myself and asked if he wanted to go to Greece to be photographed. He had never posed as a model, but he was the one who presented my underwear to the world. We did the shoot with Bruce Weber in Santorini. At one stage, Bruce put Tom in front of an architectural feature (with a phallic form – Ed.). Bruce and I looked at each other and we immediately realized that it was going to be provocative and exciting. When the ad came out in 1982, people were breaking the glass on New York bus stops to steal the posters of Tom. New York City government called me and said that I would have to pay $500 for every broken pane of glass. I said “I’ll pay. Let them take them.” Sensuality was in the air and for the first time a male body was seen as a sex object. Calvin Klein ads almost seem to stem from instinctive recognition of the spirit of the time. Indeed, the first sentence in the book is: “I’m a nonconformist by nature. I act on instinct.” Does that apply for everything that you’ve done in fashion? Yes. It’s always been all about instinct. On top of that, we also did research, especially when it came to fragrances. Sporty? Sexy? These are words that mean a lot to makers of fragrances and we also used them ourselves to produce ads. The first unisex fragrance, ck one, was launched at a time when people were starting to accept fluidity in sexual and stylistic terms. How did it come about? At the time I was married to Kelly and we worked together. If I wore a white shirt, she would ask: “Will you lend it to me? Can I wear it?” Kelly often wore clothes from my wardrobe. We were sharing, and ck one sprang from that. Sharing. The ads reflected the concept. The tattoos and shaved heads. The kids in the ads were our audience. Is fashion a passion or an obsession? A passion. Definitely. A passion. I try not to have any more obsessions in my life. I aim for balance. I see what they are doing nowadays and it’s different from what we used to do. And that’s a good thing. I don’t like a lot of the things that I see, but that’s life. I don’t pay attention to the fashion world. I used to read everything. Now I only read the odd newspaper and a few magazines. But I still have my finger on the pulse of what’s happening. What memories do you have of New York in the 1970s? Do you remember it as a singular time in history when culture, music, style, business, drugs and extravagance came together in legendary
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MFF-Magazine For Fashion | 137 places such as Studio 54? That’s exactly how it was. But it didn’t last long. Steve and Ian (Rubell and Schrager respectively, the owners of the club in New York – Ed.) had to close due to tax issues. They were provocative years. Many things started to be accepted and many ideas emerged in the fashion industry. You could sense the freedom in the air back then. The book also presents you with an opportunity to re-evaluate the past... Do you have any regrets? To be honest, no I don’t. I have no regrets. And that comes across in the pages of the book. If I were still in the business, I would be happy to reuse some of the pictures. It makes me feel good to see that the pictures still feel fresh today. The idea that we were trying to get across was that the clothes, the jeans and the accessories have a story behind them and this story is tied to my life. Sometimes it’s apparent and sometimes it isn’t quite as clear, but there are stories behind every campaign. Was there ever a stage when you thought: “We’ve made it”? Or were you always hungry for more? No. Not for me. But Barry always helped and supported me in everything that I wanted to do. He was my rock and he kept my feet on the ground. Barry may have thought that at one stage, but not me. And he stayed with me. I couldn’t have had a better business partner. In the parts of the book about Barry and the start of your career, your great affection for him shines through. Yours is a tale of two boys from the Bronx who decide to start a fashion company, with Barry taking care of the business side and Calvin the creative side. Did you know what you were doing? Did you think you would make it? No, we didn’t know. But we had to take the risk. I studied art at school and then I went to the Fashion Institute of Technology (FIT). I was good at drawing. I was rather good at picking up on potential trends. And Barry always helped me. We learned from our mistakes. How important a role did image play in your careers? From the very beginning, I always thought that we needed to create something unique that nobody else was making at the time. And then you need to get the message to the outside world with interviews and PR work. The advertising for clothes and fragrances targets potential buyers. And the message needs to be in keeping with it. A sexy fragrance with musky scents needs to have a sexy image. We took some risks, but you can’t be successful without taking risks. The book is dedicated to your daughter and your grandchildren. Is family important to you? Family is very important to me. My father was the first to encourage me and give me advice when I founded the company. The encouragement was unexpected because we were taking big risks, but it was crucial. I am proud of my daughter. She’s a successful TV producer who started her own production company. I’m sure it wasn’t easy being my daughter. She’s great fun. Years ago, your daughter uttered the famous line “Every time I go to bed with some guy, I'm looking at my dad’s name on their underwear.” How did you react at the time? I have to confess that I was irritated. I didn’t take it well. Everyone thought it was funny, but I have to say that I don’t have a sense of humour when it comes to the members of my family. After the book, might there be a movie or a documentary on the horizon? I’ve been asked a number of times, but a documentary would be a big invasion of my privacy and I don’t feel ready for that. The only hope is that Kelly or Anna may convince me to take that big step one of these days. Dolce&Gabbana 杜梅尼科· 多尔奇 (Domenico Dolce) 和斯蒂芬诺·嘉班纳 (Stefano Gabbana) 撰文:Stefano Roncato。摄影:Jason Lloyd-Evans, Luca Maria 和 Alessandro Maria Morelli «此次活动后还不明白Dolce&Gabbana的人,最好再也不要来了» 。西西里、巴勒莫、巴洛克式大楼、高端时尚、贵族、高端时装、梦 想,还有如星星般闪耀的高端珠宝照耀出一条旅程的大道,更像是在讲 述一个故事。东奔西走的Domenico Dolce和StefanoGabbana 在那波里举行庆功宴后,选择把此次活动断定为回归起源。他们称其 为在家中举办的一个挑战。«在这个时刻,我们在我们的故事中划上了 一个句号»,两位设计师如此解释道。他们向前看。是的,看向千禧一 代——新一代,用盛大的活动和特别的会面来标志其进程。继续一段诞 生自对所做事物的爱和热情的旅程。他们还有一个祝愿:«我们想为自 己的品牌留下一份遗产,一个基因,一个形象,一个如何生活的例子, 让其他人延续下去»。 在巴勒莫举办高端时尚和高端时装的走秀。为什么回到你们的起源地? (Stefano Gabbana)想法诞生自那波里走秀后,自然而然的就产生 了,我们想到两西西里王朝,两个首都,然后决定需要举办这个活动。 (Domenico Dolce)当我听到巴勒莫的时候,我觉得就像在家里举办 一样,我对它认识很深。对我来说,这些年回归很难。一个人出走后, 害怕对自己失望,害怕让其他人失望。巨大的期望来自四面八方。如 果你是一位客人,就不一样。这是我和西西里的一次比赛,和自己土 地、发源地和文化的一次比较。说句实话,我害怕自己做不到,做不 好。Stefano很坚持,而我则犹豫不决... 哪些方面打动了你们? (SG)继因索菲亚·洛伦(Sophia Loren)和她的电影而为人所知的那 波里之后,我们还喜欢巴勒莫一直以来的贵族形象。我们知道一些宫 殿,另一些则从来都没有机会参观过。为了此次走秀,我们参观了很多 间大楼,作出的选择不仅要考虑到美观,还有组织管理方面:包括塔斯 卡别墅和人称羞耻广场(piazza della Vergogna)的普雷托利亚 广场(Piazza Pretoria)。 (DD)在我5/6岁时,我的父母将我带到巴勒莫。人们经过羞耻广场时必 须转身不看,因为裸体被我们视为禁忌,在其面前人们保持一种尊严和 思想的纯然。在我家,就算是盛夏,在家中也还要穿着睡衣,有时候还 要穿外套,我的父亲就是这样。 观看走秀时,可以感受到一种连接着你们的内心和记忆的高级时尚... 肯定的。西西里,尤其是巴勒莫,是所有文化的交汇点,包括阿拉伯、 诺曼、巴洛克和其他文化。“心”正是我们的标志。此次活动后还不明白 Dolce&Gabbana的人,最好再也不要来了。在米兰讲述贵族风范就 像在讲一个笑话、一段戏剧、一个通俗故事。而在西西里,其最爱的就 是讲述真正的贵族风范和民众。我记得Domenico的父亲有一间裁缝 店,他去Carpinello男爵在Gagliardo的房子里让其试衣服时,受 到了用rosolio甜酒、咖啡和自制饼干的优雅招待。一个不过度、不 做作、正常的招待仪式,不是所有人都应该明白。阅读维基百科时,如 果你不想懂,那是你的事,我们不想手把手地教你。对我们来说这也是 一个美妙无比的体验。就像移民到美国,然后衣锦还乡一样。 你们对结果准备好了吗? 我们不知道会有什么结果,我们尝试了,而成果是惊人的,在商业方面 也一样。我们不想虚荣,但是可以从售出的女性和男性时装看出来, 这是一个巨大的成功,时至今日我们还有大量的订单,不知该如何才能 使所有人满意。此刻我们用观众和媒体为我们的故事划下了句号。这 也是为了我们自己。 为什么划下句号如此重要? 我们的工作不是为了钱,从来都不是。我们感兴趣的是我们的幸福, 阐述自己。人反正早晚都是要死的,也带不走一棺材的钱,但是可以 带走满足感,爱情以及人们对你的热爱。如果没有感情,工作是为了什 么呢?我们不是在工作,我们喜欢自己所做的,当你不喜欢的时候才 叫工作。当你能展现自己的想法、感情、存在方式的时候,你是幸运 的。我们很幸运,能把自己的时间用在梦想、想法、爱情和感情上, 向公众展现自己。每件服装都是一个故事,它们拥有内涵,不是为了 让人惊奇或扮酷。 为什么?你们自我感觉是怎样的? 要扮酷、潮流和时尚的话,我们太老了。我们让年轻设计师来做这些, 这是他们的时代。又老又酷有点可笑,就像整容过的年老女士一样。 年轻就是美丽,而年老则是智慧,生命的每个年代都有其展现、行为和 存在方式。我们需要做什么来成为“酷”和“潮”,我们要扮成嘻哈设计师 吗?我们在90年代曾做过,在21世纪甚至都没有注意过。 怎么,你们都没有意识到成功? 只有一点点,我们在为Sex and the city或者麦当娜设计服装的时候 甚至都不明白这一点,当时还没有互联网。我们有时候会问自己,一点 都没有意识到吗?有一天《VOGUE 美国》杂志为我们做了一整页的兽 纹专题,所有好莱坞都穿着兽纹,而我们不明白,不认为这很重要。我 们想送出一个梦想,一段记忆。我们一直以这种阐述故事的方式工作和 设计。如今更是我们的阐述方式。 想到Dolce&Gabbana 的男女形象。。。他们是谁?是否与你们开 始时相同? 绝对是的。我们通过服装讲述自己的经验,如今做事情更小心。我们正 在进行一段很有趣的历程。当我们年轻时,风格是天真和凭着本能的。 无论人们喜欢与否,无论好或坏,我们创造了今天的自己。现在我们更 有意识地知道自己创造了什么,了解谁赞赏和谁不赞赏我们,但这都不 是一个问题。当你看到高级时尚成为我们客户的最高追求时,我们和其 分享同一种生活风格,同一种存在方式。我们尽力把一群人的创意展现 给年轻人,给现今所有人都滥用或曲解的词——“千禧一代”。从前他们 被称为嬉皮士,人们忘记了他们过去给新一代安上的绰号,今天人们称 其为千禧一代,明天又将会用其他的称号。但是不能用点赞的数量来衡
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量品牌的受欢迎程度。我们要与新一代相处融洽,彼此沟通。 你们想传达哪个重要信息? 前天晚上我们看了《神力女超人》电影,她以爱情赢得战争。耍酷、设 计一件三肩夹克都是无用的,如果不是爱的表达,三天后就会过时了。 为什么一些东西会过时? 当它不真实的时候。在这个充满虚幻、戏法和伎俩的时刻,我们需要 真实性。所有人都需要爱与被爱。当你送出一件衣服、一个蛋糕或组 织一个晚餐的时候,你送出一份自己。我们全力以赴。高级时尚秀结 束后,我们发烧,累死了。我们必须毫无保留,因为这也是好客,是 一种能量交换。 在企业里热情代表什么? 我们不做办公室白领的工作。一家大企业和我们的区别在于:我们是企 业的拥有者和设计师。我们热爱自己所做的,我们不是专业人士。一个 孩子有妈妈、爸爸和保姆,尽管保姆是世界上最好的保姆,小孩子还是 更受母爱的吸引。那时一种无条件的爱,如此强大,难以形容。 在历史悠久的品牌中,创始人设计师和如今的设计师有什么区别?不 再尊重。就像去日本餐馆要吃番茄和罗勒意大利面一样。你有一种 身份,在一家日本餐厅工作,改日却去一家墨西哥餐馆做大厨,做什 么,生鱼片吗? 为什么尊重在减少? 有时候“自我”把“身份”抹掉了。所有人都需要一本护照,不然的话就 上不了飞机。这就是我们在做的,阐述自己,对prêt-à-porter成 衣中也一样。我们对日新月异的扮酷不感兴趣。让年轻人来做新的提 议是正确的。 你们对年轻设计师有什么期望? 他们必须让人震惊。当一位新晋设计师墨守成规时,我们会感到惊讶, 相反地,他应该反对我们,碾压我们。如果我们设计性感或浪漫时,他 必须设计禁欲保守。新晋设计师必须是一位反对者,如果流行街头风, 就设计无政府主义风格,如果流行高端时尚,就设计撕裂服装。这个理 论不是我们发明的,而是历史。 意大利和对手工艺的维护有多重要? 我们非常幸运地生活在意大利。在高端时尚中,手工匠们的想象力非常 重要,他们创出了这些杰作,把其送给如今的人们。我们很幸运地生活 在意大利,这里为我们留下了一份看得到、听得到的遗产,从威尔第, 普契尼,马斯卡尼到米开朗基罗的作品。我们可以听到和看到极致的 美。美食,吃的艺术,在街边漫步,抬眼就可看到美丽无比的巴洛克式 府邸。你不会注意是因为它们如此之多,一切都似乎是正常的。这就是 意大利,用其无以伦比的美使所有人热爱。 什么时候产生了推出高端时尚的想法? 在2000年我们设计D&G的时候,这已经是Domenico的梦想之一。我 们讨论过很多次,甚至在其诞生四年前就在Senato街租下了场地。然 后,我们明白在自己的生涯中,如果要推出高端时尚就要对品牌重新洗 牌。当时我们还在设计D&G或&,需要整理,也需要整理我们自己。所 以我们决定自己来完成,人人都说我们疯了。 是疯子,还是有远见的人... 很多企业都找过我们。我们错失过很多钱。但是如今所有人都承认这个 理论:钱只是一个假相。时尚不是财务,而是一个艺术情况,一种心 灵的表达。然后可以变成财务,但是如果把财务放在第一位,时尚就会 被牺牲。我们处在一个一切都建立在钱财的时代上,当然我们也欢迎钱 财,它们并不丑陋,但是首先你必须让人喜欢、必须阐述自己。然后是 品牌,让人喜欢的话,就会很火,有时候突然地又无人喜欢了,这是正 常的,因为没有一个支撑,没有内涵,只有复制,酷和广告预算,我们 可以选择说或者不说,但是这不是时尚。 财务可以帮助时尚但是不能取代它? 钱对其有所帮助,而且需要很多,但是时尚不由财务来决定。这不是营 销。作为时尚劳工,我们觉得不久后质量、服装和国际化之间将会产生 分歧。但是不可都混为一谈。每个人都有自己的意见。如今你什么都不 能说。如果你说喜欢红色,喜欢绿色的人会觉得受到冒犯,如果你说喜 欢有汽的水,那么喜欢无汽水的人则会指控你。我们处在一个政治不正 确、假装、虚伪的时刻。所有人为了各自的荣耀彼此利用,缺乏一点轻 松,一点反讽和更多的笑容。 你们如何看待品牌的变革?你们对自己的祝愿是什么? 长寿,但是不是现在,而是当我们不在了以后。就像父母爱他们的子女 一样,我们不会把他们长大后不知该怎么用的钱藏在抽屉中,但是我们 会为自己的品牌留下一份遗产,一个基因,一个形象,一个如何生活的 例子,让其他人延续下去。 向前看,包括和千禧一代的沟通,让他们登上你们的秀台。。。他们从 你们的档案库提取资料的时候,感到自在吗? 他们的母亲是我们的客户。他们通过父母的服装认识我们。很有意思的 是因为我们面对的是不认识的观众。他们不轻浮,是忙碌、有修养的观 众,有自己的意见和风格。每一代都有其美和丑,有聪明又勤奋的人, 也有并不如此的人。在一张旧CD上有一篇Maria Callas的专访,埋 怨60年代的年轻人,她说他们不擅长唱歌而她是唯一的明星。一个人 不可以如此闭塞, 如果我们觉得我们之后没有任何人,那我们就没救 了。就像Coco Chanel或Yves Saint Laurent,我们希望以及想 要在我们之后将会有其他人来延续,更好的来说,比我们所做的还要实 现地更多。我们只是一条长链的一个环扣。我们不是绝对的。 你们将如何留下这份闪耀的遗产? 生命的美丽在于它是暂时的。但是如果你处在一条文化和灵感链中,以 后新一代会以你为例,而你则会活在那段记忆中。你的人是死去了,但 是会永远活在人们的记忆中。上全球最富有的人排行榜。。。有什么用 呢?要吃铂金胸针吗?如果你留下了一份情感和爱情遗产,如果你教育 过,那你就是最富有的人。我想到千禧一代,他们写信来感谢我们因为 我们传达的不是一张勒令而是一种生活风格。我们把意大利,卡普里岛 展现出来,但是并不带着傲慢或资产阶级的蔑视。 此成为打开思想之门的一种方式... 一个人的文化修养不在于阅读和学习,而是知道如何生活。一位会在 面包上加油和鱼子酱的人,会享受Tagliata牛排和鱼的人。如果你不 做,就是与社会格格不入。这样的人在时尚界有很多。但我们是时装设 计师,而不是心理学家。。。 如果要分析品牌,你们的Dna是什么? 很多东西。快乐、主动的生活方式,送一身会让人感觉美丽和满意的服 装。让人会心一笑。剪裁的服装不只是一身衣服,而是你如何生活,你 如何看待它。任何事情都不能提前预见,我们所进行的项目只是为了展 示自己的工作。我们就是这样,如果你们喜欢,可以。。。如果想要所 有人都喜欢,你知道那将会怎样吗?我们都将会变成军服。我们是数百 万品牌中的一个品牌,在至少有365官方圣人的年历里的一位圣人,并 且每个圣人都有其供奉者。 会为了做更多的事情而产生焦虑的表现欲吗? 我们对它不感兴趣,我们热爱自己所做的。宁愿快乐地穷死。我们自己 花钱,不去管Ebitda。我们不计预算建设自己的商店、纪念碑、高端 时尚,乐在其中。我们常常听到很多人说数据就像电视节目一样,看起 来更像是恶作剧。我们在此不指名道姓,但是有一些事情很容易了解, 我们看的是服装,而不是抽象的东西。我们不是昨天才出生的…. 在这个生涯里有一些特殊回忆吗?一些关键时刻? 每时每刻。我们的问题是我们从来没有意识到自己的成功,如果有成功 过的话。在斯卡拉大剧院的走秀是我们第一次参与米兰系列(Milano collezioni),一个难以想象的梦想。还有我们遇到麦当娜的时 候。在这些时刻中,你意识到自己从来没有想过的事情就这样发生了。 与帕瓦罗蒂,以及和那些所有影响我们的人的见面。都是我们在心中 紧记、从来没透露过的事情。非常隐私,你必须有自己的秘密。而且 Dolce&Gabbana是一砖一瓦被建立起来的,而不是一跃而成。我们 的增长缓慢但坚实。幸运地是,我们从来没遭受过“很火现象”的损害。 突然增长的风险是什么? “很火现象”就像一个飞旋镖一样。很好,很好,天才,天才。但是最终 你要承担后果。我们与Scianna进行的合作获得了成功,那时我们都 没有意识到自己做什么。为什么?如果我们不规划,只靠直觉,那么 就是没有准备好。我们很少几次决定设计的时髦系列,都以失败告终。 一、二、三次都是如此。因此我们决定不再尝试。你们不喜欢吗?那 下个季度再来吧! azzedine alaia 撰文:giampietro baudo e Stefano Roncato。 摄影:valerio mezzanotti «一切的基础一直都是女人,为其身体而设计。。。我从没想过要革新 或者成为时尚。我考虑的不是要创造纯Alaïa风格的作品。我从不认为 自己是一位设计师或者时尚设计师。我欣赏女人,热爱女人,正是因 为她们我才能够做自己最爱的事情。我对时尚周围的吵吵闹闹不感兴 趣。当我为女性,为我的女性朋友们设计服装的时候,看到她们变得美 丽、快乐,我也感到快乐,不可思议的快乐»。这是Azzedine Alaïa 的一个简单想法。他是一位诱惑大师,女性身体的雕塑家,现代化性 感的先知和非典型的时尚设计师。在秀场缺席六年后,他重新回到时 尚行业的聚光灯下,把其高级时装带到了最近巴黎时装周的秀台上。 走秀由Naomi Campbell开启,她称Alaïa为父亲。这位充满魅力的 突尼斯设计师周边围绕着特别的、标志性的女性:从Grace Jones 到 Beyoncé,包括其教母——Greta Garbo,他最早的设计之一就是 为其所作。对世界的好奇和对女性的热爱,以及对雕塑的研究,使他 能够为女性身体的性感定义出一种新的概念。«人体的一些部分展示、 裸露后很美。。。当你设计一件有拉链的服装时,拉链应该在人体漂 亮、特别的地方拉开»。他是一位不眠不休的工作狂,比起设计师更像 是一位裁缝,选择Richemont集团,对他意味着选择了一条自由的道 路。«我非常尊重他们为我所作的。。。他们让我自由发挥。那些在我 的脑袋内、思想中、想法里的自由。这种自由使我能够继续创作尽管我 的工作让我焦头烂额»。 您对自己回归时尚界有什么感觉?
我绝对没有做过任何类似“回归”的举动。我觉得很奇怪,为什么记者们 会把此次时装表演认作是我的回归。我一直都在发展高端时尚以及成 衣,此乃我的宇宙的两个灵魂。一直以来我都在设计高档、特别、独 一无二的服装。尤其是最近几年,我越来越多地设计这样的衣服,但因 我天生谨慎,所以决定不出示它们。可惜的是,如今谨慎却被误认为缺 席。。。说句实话,我这几年发展的高端时尚比过去多得多,自我设计 生涯伊始,更是在制作成衣之前,我就在设计高端时尚的产品。 您怎样开启一个系列? 和每次一样,没什么特别。我制作的服装就是系列的一部分。我不想表 达任何其他东西。我尽量不设计任何代表风格陈述的作品,试着不去想 时尚。我的工作是正常的, 就像一位裁缝,就像一位热爱女性和热爱 为她们设计服装的时尚设计师。我从不停止工作。。。在我的工作里没 有开始和结束,它不停的向前,而如今比之前更加忙碌。 在设计此系列时,是什么引导了您? 我全神贯注于工作。与我的根源和历史保持交流。 Naomi Campbell 15岁的时候被您发掘并且把您当成父亲,此次走秀 中她引导了开启和闭幕。。。您对此有什么感觉? 没有什么是与回忆或过去有关的。我一直都活在当下,而Naomi 就 属于我的现在。 谁是Alaïa的女性形象?引导您设计生涯的缪斯是谁? 我没有一位特定的缪斯:每一位女士都可以是我的缪斯。你创制设计 服装的时候必须尊重每一位女士。如今的女性想要风格,而她们都是 我的缪斯。 您什么时候开始在时尚界工作,又是什么时候明白自己会成为一位 设计师? 我从来都没有想过自己会成为一位设计师,尤其是如今。。。想到过 去,一切都以非常正常的方式开启。我当时在艺术学院。事情很自然地 发生了。如今也是如此,我什么都不计划。想到过去,我必须要说的是 我热爱巴黎,也许来此定居是最重要的事情。巴黎,当你从内心深处热 爱它时,它能为你带来一切。而当你不爱它时,它能甩掉并且毁掉你。 您关于时尚的第一份记忆是什么? 当我还是孩子的时候,我的母亲会在那些特别的时刻里,在我们的庆祝 会上另行穿着。她旁边的人们就像工蚁一样为她缝衣服,而我则是所有 这些的见证。我还有一位舞蹈家阿姨,我记得她穿着产自佩鲁贾的特别 鞋子,我想起她的时候,就会想到她被包在有着斑纹衬里的红大衣里, 那是在突尼斯仿制的Dior或者Balmain的款式。我喜欢和她在一起, 我很自豪在她身边和她一起度过时光。当我看着她的时候,我想到的 是:那就是真正的时尚。 如果您可以回到过去,不做时尚设计师的话,你喜欢做什么? 我会做其他自己热爱的事情。。。在我的生命中,我永远不会做自己不 热爱的事情。也许我能够照顾不幸的小孩和青少年。 您对如今的时尚有什么看法 ? 我不能想象如今的时尚。。。我活在当下。过去已经过去了,我处在 现在,活在当下。不过如果我想象的话,似乎一切都很奇怪。。。用 如今的生产节奏来支撑真正的创新真的很难。当你必须持续想象服装 的时候,创新是不可能的。缺乏对服装的研究,以及叙述和发展一个 思想的深度。 您在产品入市和举办走秀的时间表上自成一个世界。。。为什么? 说真的我不知道什么是创造一个世界或者自成一个世界。。。我只是简 单地在时尚界工作,我在时尚界前行,在职业生涯中遇到了不凡的女 性:例如Louise de Vilmorin, Arletty 或者 Carla Sozzani。 女人创造了男人。真的,我没有缪斯,但是我的周围环绕着女士们。 女人拥有强大的权力,因为她们创造了男人,就连最强壮和最聪明的 男人也不例外。 当您开始创作时,您认为谁是您的导师或者参照点? 只有一个,我相信对每位设计师也应该如此:女人。正是她们穿戴着你 的服装,把一位设计师带到顶端位置。 您喜欢哪些现代的年轻设计师? 我生来就很好奇,我很喜欢看出现在时尚界的新晋设计师。总有一些我 们还不认识的年轻人才准备崭露头角。我深深地钦佩那些能够继续创作 适合女性身体的重要作品的创作者或设计师。 如今您对一位想要接近时尚的年轻设计师有什么建议? 我常对年轻人说,必须努力工作并学习更多知识来避免任何肤浅的情 况...然后应该大胆创作,错了也无所谓,因为经常地,正是从错误中产 生了一个想法。通常,错误是创造新想法最肥沃的土地。 如今的诱惑对您来讲是什么? 它从来没有改变过,无论是现在,还是以前,诱惑的形式从未有过差 别,未来也会是这样。它一直存在,从数千年至今就是人性的一部分。 它是自发的,是一种本能,也是个人敏感度的一部分,昨天和今天或 明天都一样。 艺术一直是您工作的重要组成部分......根据您的看法,时尚与艺术之间 的联系是什么? 与时尚历史相比,艺术一直是我的重要营养供给。在我职业生涯伊始, 我非常钦佩Francisco de Zurbaran以及Diego Velasquez的工 作,这将永远留在我的记忆中。对我来讲,昨天和今天的伟大艺术家之 间没有区别:艺术从来不会过时。我最近去过卢浮宫参观Valentin de Boulogne的展览会:他是今日、当代的大师,尽管曾是17世纪 的艺术家。 您经常与剧院合作...您在这种艺术的互动中喜欢哪些方面,哪些方面 让您觉得有趣? 我热爱并欣赏我们时代的每一种艺术形式:对我来说,尊重任何程度的 每一种艺术语言很重要,需要以同样的精力和对其个性的极大尊重致力 于艺术创作。如果是芭蕾舞,你应该考虑到动作:你应该尊重舞者及其 身体。他们演出时必须感到自在,所以服装不能成为他们身体曲线的负 担,而是应该围绕和衬托他们的表现。 我的服装绝对不能以任何形式打扰到他们的工作。在歌剧中也一样。 。。人们会移动,不是静止的,尤其是舞台,它不是一张时尚照片。 我们应该努力地使芭蕾舞演员的曲线出现于一个精准的环境中,能与 周围气氛相呼应。服装应该是演员或舞者身体的一部分,必须与他们 一起出现,一起生活,成为他们的一部分。对真实生活中的每位女性 也应如此。 Calvin klein 卡尔文·克莱恩CALVIN KLEIN 编撰:FRANCESCA GUERRINI 他改变了美式风格,并在时尚界的历史中留下了不可磨灭的痕迹。卡 尔文·克莱恩(Calvin Klein)把极简主义中建立在简单形状上的 美学转变成一种直接赞扬情色,突出和贴合形体的风格。比起其他任何 设计师,卡尔文·克莱恩更彻底地改变了做广告的方式,展现未经过 滤,也没有界限的色情信息。他把男女身体当作展示品,震惊了所有 人。他当时不曾道歉。如今也不会道歉。这位设计师,在他和来自布朗 克斯(Bronx)的童年好友——巴里·施瓦茨(Barry Schwarz) 在共同创建了Calvin Klein Inc公司49年后并把其公司出售给PvhPhillips-Van Heusen集团15年后,想用一本书来讲述自己。书名为 Calvin Klein ,由Rizzoli出版(将于10月份起出售),此书用480 页追溯设计师的职业生涯并且重温改变了时尚传播方式的广告活动。因 为当波姬·小丝(Brooke Shields)在1981年宣称: «在我和我的Calvins之间有什么?什么都没有»,牛仔裤就被永远地改变了。还有在青 少年时期的凯特·摩丝(Kate Moss)的照片——一张靠在沙发上的 裸照出现在纽约的公车上后,时装广告再也不一样了。Calvin Klein 内衣的广告图像已经深入人心:如雕刻一般的肌肉,三角内裤下的凸起 向全世界呐喊,男体也能让人渴望。其以性感的姿势为牛仔裤做广告的 年轻、雌雄莫辨、瘦削的模特们,在社会风化和情色问题的边缘上备受 争议。在一个八月的上午和一位神话般的人物电话聊天是重温40年的时 尚和服装的绝佳机会,了解到伟大的成就永远只建立在热情上。 我的前妻凯莉(Kelly)和安娜·温图尔(Anna Wintour, 《Vogue》杂志美国版主编,编者按)多年来一直劝说我写一本书。 在我离开公司后,我旅行过,装修过几间我的房子,在个人方面我丰富 了自己的创造性,我像往常一样忙碌。其他人都劝过我写书,但是我一 直都回绝了。是凯莉和安娜说服了我。 回顾和重温您作为设计师的工作是怎样的感觉。。。是一种痛苦,有 趣还是复杂的体验? 这的确是一个复杂的过程。我亲自选择了广告活动用到的照片和图 像。开始时很错综复杂,因为再次看到的这些图像,有些让我感觉良 好,有些则不是如此。不过,在此过程中,我在档案库里分析了类似5 万张照片,我开始自我肯定,因为在我看来整个项目似乎非常整体而 紧凑。在书中有一个理念,那是我的理念。。。在书中可以看到不同 时段中的我。 最难选择的是哪一部分:图像还是找到一个故事? 那并不容易,起初我有点战战兢兢但是后来我很兴奋。我们有服装的 档案库,进入放着服装的房间就好像看着我的生命重现在眼前。模特 穿着服装的图像挂在衣服上,我必须承认,那是一个非常激动人心的 时刻。不过在我走出档案库的时候,我非常感激,因为当我把一切都 拼在一起的时候,我意识到那些年带来的协同效应。理念一直是一样 的。当年我考虑的是会买衣服的女人,她想要什么,需要什么,还有什 么需要却不自知。。。我会说,最难的部分是再次见到服装和宝丽来 (polaroid)照片,因为在那个时候一切都重新复活了。 再次见到服装是一段激动人心的旅程。。。 是的,再次见到图片也是一段令人激动的旅程。但是当我开始写书时, 我开始意识到如今的我仍然喜爱自己曾经的选择,这次我不是为了向买 衣服的女人表达而喜爱它,而是为了这本书,我喜欢这一点。 如今您是怎样看待您的工作的?还有对比当代时装图像,您对Calvin Klein的图像的评价是什么,这些图像如今还带有撩拨性? 对我来说,如果我没有认为这些图像还具有当代性质的话,我永远都不 会写这本书。为了自我的良好感觉,我不得不重新回顾我的工作。是
的,我们移动了界限,但那是以创新的方式完成的。因为我们想要创造 一些令人兴奋的东西。不得罪很多人是不容易的。 从根本上改变了时尚表达的Obsession香水广告是如何诞生的? Obsession香水的销量在下跌,我们必须做一些事来重振雄风。当时 我去巴黎看走秀,在那里每场秀都用同样的模特,我感到很无趣。那段 时间模特们整乳房、嘴唇、臀部,为了吸引注意力无所不用其极。所以 我决定必须要有一种新风格,此外,我喜欢发掘新面孔。当时凡妮莎· 帕拉迪丝(Vanessa Paradis)没有时间,她在拍摄一部电影,我和 帕特里克·德马舍利耶(Patrick Demarchelier)讨论过我的想 法,一天,他打电话给我,对我说«我碰到了一个人,我觉得我找到了 你所寻找的». 帕特里克为我送来了凯特(摩丝, 编者按). 我一看到她当时 的男友马里奥·索兰提(Mario Sorrenti)为她拍的照片,就毫无 疑问。那是私人照片,并未打算公诸于众。但是众所周知,没有什么是 私人的。那是一张马里奥为凯特着迷的照片。是积极向上的。当时马 里奥完全爱上了凯特。而我需要一个新形象来重振Obsession香水。 因此我把凯特和马里奥独自放到加勒比海的一个岛屿上,并叫他拍摄照 片,以此来给予我一个性感的形象。马里奥还拍摄了视频。他从来没有 在专业的水平上拍摄过什么。 把广告托付给一位新人具有巨大的风险。。。 当然是一个巨大的风险。对生产香水的公司也是一个风险,我曾经是此 公司的拥有者,后来被我出售了。但是当时的想法是香水确实应该是我 生命的一部分:这才是我在做的,我如何生活。那就是我。而正是因此 Obsession取得了巨大的成功。 所有的一切都在您的控制下:模特,摄影师,广告活动,所有细节。。 。这样的创作自由如今是难以想象的。 一位设计师在接受工作之前必须制定一些基本规则,而那些是我对所 有的规则。我把一切都建立在创作上,而正是因此我们取得了成功。 但是我们必须更新和重新寻访图像和图像中的女性们。Obsession香 水中凯特的照片属于这个更新的一部分。而我能够有这样做的自由是 因为我和童年好友以及合伙人巴里·施瓦茨是这个品牌的拥有者。我 拥有巴里和我组织起来的创作团队的帮助和支持。那是一个令人兴奋 的创作时期。 一段令人难以置信的创作时期。您在书中讲述了54俱乐部(Studio 54 )的氛围,在此,一位时尚经理人在早上3点钟靠近您并向您提议设计 牛仔裤。当时生意是这么做的吗?早上3点钟在54俱乐部? 是的。但是这并不意味着所有去54俱乐部的人都会得到一个做生意的机 会。。。不过那是真的,那天晚上我计划整夜留在54俱乐部,然后直接 坐飞机去德国的一个布艺展览会。一位时尚经理人靠近我,问我:«您 觉得设计牛仔裤怎么样?»。我生活在牛仔裤中,因此我把巴里的电话 号码给他,而他们开始交涉。是巴里打造了一个完美的协议:对于生产 牛仔裤的公司和对于我们来说。 然后为了给牛仔裤做宣传,波姬·小丝的短篇广告到来了。。。这个 想法是如何诞生的? 当时我和迪克·埃布斯(Dick Airbus)还有理查德·阿维顿(Richard Avedon)合作。每天晚上我都会去迪克的工作室,他是一位 真正的天才,我们为了这个衡量界限尺度的广告在一起工作了数周。视 频非常有趣、绝妙,波姬·小丝则非常年轻和性感。进一步来说,如今 我在不同的大学跟学生会面和召开学术会议。很多学生从来没有看过广 告。但是重新观看那些广告,我认为可以帮助学习营销,时装设计或者 包装和美容产品的学生。因为都包括在那里。 但是,对于你们的广告,那些反应都在你们的预料之中吗:电视拒绝播 放广告,厌女症的指控。。。 没有,绝对没有。波姬只是一个开始。争议的开始。我们确信自己拥 有一个有趣的东西,波姬完美扮演了她的角色。总会有人不喜欢你所 做的,但是当时我们并不专注于此,我们专注的是做到最好。文字、造 型、还有她在广告中穿的服装都由我编排。 Calvin Klein作为品牌,让人联想到性感,联想到情色和诱惑的广 告。你们是故意这么做的吗,因为性的卖点好? 不是。我们在宣传中所作的一切都是为了向购买服装、香水、配饰和 牛仔裤的女士或者男士们展示故事。有些牛仔裤你穿来玩耍或者用于 待在家里,然后还有这些牛仔裤,这些更加性感的Calvin Klein牛仔 裤,用来穿着跟男朋友见面。我们不知道它是否会成功。我们从来没 有想要引起争议。我可以担保。。。那不在我们的计划之中。我们的 广告被电视不止一次的拒绝播放。但是它成功了。我不止一次地介入 来要求广告被播出。 Calvin Klein作为品牌,它的故事始于贴服在身体上的具有完美剪裁 和比例的服装。但是在某个阶段进入了未知的内衣领域。把商标和名字 放在内衣行业的想法是怎样诞生的? 我们开始生产女性内衣。很性感并取得了成功。在那个成就上诞生了也 为男士生产内衣的想法。不过我们改变了剪裁,创造了一种新类型的 内衣。概念是相同的,不论是对男士还是女士来说,都是创造让人感觉 良好的东西。当我发掘到在洛杉矶的日落大道上跑步的汤姆·辛特诺 (Tom Hintnaus,拥有雕塑式身形的奥林匹克运动员,编者按)的 时候,男士内衣取得了不可估量的成功。我停下汽车,做了自我介绍, 我问他是否愿意去希腊让人拍照。他从来没有做过模特。正是他向世界 展示了我的内衣系列。我们和布鲁斯·韦伯(Bruce Weber)在希腊 的圣托里尼拍摄照片。拍摄到某个阶段,布鲁斯把汤姆放在一个建筑物 前面(带有阳具的形状,编者按)。我和布鲁斯对视了一下,立刻就明 白这将具有撩拨性并令人兴奋。当1982年广告播出的时候,在纽约,人 们打破公共汽车站的玻璃来偷汤姆的海报。纽约市政府给我打电话说我 必须为每块打破的玻璃付500美金。我回答说:«我付,让他们拿海报»。 空气中弥漫着性感,男体第一次成为了人们渴望的对象。Calvin Klein的广告似乎来自一种能够识别当下的直觉。确实,书中的第一句 话就是:«我天生就是一个特立独行的人。我凭直觉而动»。是真的吗, 您在时尚中所作的一切都是如此吗? 是的,一直以来都是凭直觉。除了直觉,我们也做研究,尤其在香水 上。运动式?性感?对于生产香水的人来说,这些词语说明很多东西。 而对于我们来说,我们需要其来创作广告。 第一款男女皆宜的香水CK One, 出现在人们开始接受流动性、性感和 风格的时刻。CK One是如何诞生的? 我当时和凯莉还是婚姻关系, 我们一起工作。如果我穿一件白衬衫,她 会问我:«你能借我吗?我能穿上它吗?»。凯莉经常穿我衣柜里的衣 服。我们共享。由此,从共享中诞生了CK One。广告符合这个想法。 广告里带着纹身,剃着光头的年轻人们也是我们的观众。 时尚:是热情还是迷恋? 热情。当然是热情。在生活中我尽量不再有迷恋。我寻求平衡。我看 到人们现在做的跟我们以前所做的不一样。这是好现象。我见到的很 多事物我并不喜欢,但这就是生活。我并不关注时尚界。从前我什么 都阅读。现在我只看一些报纸和少数杂志。但是对于发生的事情,我 仍然掌握着动向。 您记忆中70年代的纽约是怎样的?一个特殊的历史时刻,使文化、音 乐、风格、商务、毒品和过火的现象在如54俱乐部这样奇妙的场所 中汇聚? 正是这样。但是史蒂夫和伊恩(分别是史蒂夫•鲁贝尔Steve Rubell 和伊恩•施拉格Ian Schrager,俱乐部的拥有者,编者按)持续得很 短,他们由于税收问题而必须关门大吉。那是一个充满挑衅的年代。很 多事物开始被接受,而在时尚界则诞生了很多想法。当时,能在空气中 感受到自由的气息。 出书是重新审视过去的一个机会。。。您有什么遗憾吗? 事实上,没有。我没有遗憾。这可以在书中的字里行间感受到。我如果 还在时尚界,再次使用一些图片对我没有问题。我对一些图片还具有现 代化的朝气感到很快乐。我们尝试表达的是服装、牛仔裤、配饰的背后 都有一个故事,这些故事和我的生活有关。有时候这个关系很明显,有 时则不太显眼。但是每个宣传活动都有自己的故事。 您曾有一刻想过:«我们成功了»吗。。。还是远远不够? 不够。对我来说不够。但是巴里一直帮助和支持我,他是我的靠山,帮 助我脚踏实地地做事。也许巴里有一刻觉得成功了,但是我没有。而他 留在了我身边。我不可能奢望一位更好的商业合作伙伴。 在书中关于巴里和设计生涯早期的部分能够感受到深厚的感情。你们 的故事是两位 布朗克斯区男孩在某个阶段决定建立一家时装公司的故事:巴里处理 业务,而卡尔文则负责设计。当时你们知道自己在做什么吗?你们认 为能够成功吗? 不,我们不知道,但是我们必须冒这个险。我在学校学习了艺术,然后 就读于美国纽约州立大学时装技术学院。我擅长画画。关于潮流我有一 种微妙的直觉。巴里一直都帮助着我,我们从错误中汲取教训。 在你们的生涯里形象有多重要? 从一开始我一直以来都认为我们必须创造一个独一无二的,那时还无人 做过的事物。然后需要把想要表达的信息通过记者的采访和公关活动传 到外界。服装和香水的广告是为了其潜在的消费者而制定的。而想要表 达的信息必须和其是一致的。一款具有麝香香气的性感香水必须要有性 感的形象。我们也冒险,但是不冒险就不会成功。 您把此书献给您的女儿和子侄辈。您认为家庭重要吗? 家庭对我非常重要。我建立公司的时候,我的父亲给予了我第一份鼓励 和建议。这份鼓励让我很意外,因为我们正在冒的是很大的风险,但是 很重要。我为我的女儿感到自豪,她是一位成功的制片人,建立了一间 工作室。我认为当我的女儿并不容易。她是一位非常有趣乐观的女人。 您的女儿几年前说过一句有名的笑话:«有一位出名父亲的唯一不便 之处就是在我约会的男士的内衣上看到他的名字»。。。您当时的反 应是怎样的? 我承认,那让我很反感。我的反应并不好。所有人都认为很有趣。但是 我必须说,当涉及到我的家庭的时候,我缺乏幽默感。 在出书后,您会拍摄一部电影或者一部纪录片吗? 人们问过我很多次,但是一部纪录片将会侵犯到我的私生活。我不认 为自己准备好了。 我们只能希望凯莉或者安娜有一天能够说服他来跨出这重要的一步。
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MFF
Magazine For Fashion
Direttore Giampietro Baudo (gbaudo@class.it)
Responsabile Moda e Design Stefano Roncato (sroncato@class.it) Grafica Valentina Gigante (vgigante@class.it) Hanno collaborato moda & testi Francesca Manuzzi, Valentina Nuzzi, Angelo Ruggeri, Chiara Bottoni, Elisabetta Campana, Francesca Guerrini, Roberta Maddalena, Ludovica Tofanelli, Michela Zio foto
Francisc Ten, Sonny Vandevelde, Filippo Avandero, Giulia Bersani, Virginia Bettoja, Thinh Dong, Robert Fairer, Greg Kessler, Harry Matenaer, Craig McDean, Steven Meisel, Morgan O'Donovan, Paolo Roversi, Matteo Scarpellini, Sgp Srl, Gio Staiano/NowFashion, Willy Vanderperre
Presidente Giorgio Luigi Guatri Vice Presidente e Amministratore Delegato Paolo Panerai Vice Presidenti Pierluigi Magnaschi, Luca Panerai Consigliere Delegato Gabriele Capolino Consigliere per le Strategie e lo Sviluppo Angelo Sajeva Consigliere (Chief Luxury Coordinator) Mariangela Bonatto Concessionaria Pubblicità Class Pubblicità spa Direzione Generale: Milano, via Burigozzo 8 - tel. 02 58219522 Sede legale e amministrativa: Milano, via Burigozzo 5 - tel. 02 58219.1 Sede di Roma: via Cristoforo Colombo 456 - tel. 06 69760887 - fax 06 59465500 Presidente, Angelo Sajeva Vice Presidenti, Mariangela Bonatto, Andrea Salvati, Gianalberto Zapponini Vice Direttore Generale Stampa e Web, Business, Stefano Maggini Vice Direttore Generale TV e TelesiaTv, Consumer, Giovanni Russo Per Informazioni Commerciali: mprestileo@class.it Class Editori spa Direzione e Redazione 20122 Milano, via Burigozzo 5 - tel. 02 58219.1 - fax 02 58317429 Amministrazione e abbonamenti: 20122 Milano, via Burigozzo 5 tel. 02 58219285 - 02 5821929 - fax 02 58317622 Registrazione al Tribunale di Milano n. 210 del 19/4/86 Distribuzione Italia: Erinne srl - via Burigozzo 5, 20122 Milano - tel. 02 58219.1 Responsabile Dati Personali Class Editori spa, via Burigozzo 5, 20122 Milano Stampa: G. Canale & C. S.p.A. viale Liguria 24, 10071 Borgaro (To) Supplemento a MF - Spedizione in a.p. 45%, articolo 2, comma 20/b, legge 662/96 - Filiale di Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 266 del 14/4/89 Direttore responsabile Paolo Panerai
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