Tra le righe libri Libri come pietre d’angolo
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Ciro Pinto
Gli occhiali di Sara
Tra le righe libri 3
I luoghi descritti, i nomi delle persone citate e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. © 2015 Ciro Pinto © Tra le righe libri – Andrea Giannasi editore Lucca, aprile 2015 ISBN 978 88 99141 110
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A mio padre
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Ricordo il suo sguardo triste, un velo di rimpianto tenue ma fermo. «Io ho fatto la guerra, sono diventato invalido per la guerra, ho dovuto nascondermi nel ’43 come una spia, sfuggire ai tedeschi e ai partigiani, eppure ho combattuto per la stessa Patria dei tuoi amici» mi diceva. Ma io ero un giovane studente in piena revisione marxista, condannavo ogni cosa. Poi ripeteva: «È stata dura, una guerra civile!» Ed io: «No, era il popolo contro la dittatura!» Oggi le mie idee sono ancora di sinistra, nonostante tutto. Ma con l’età ho capito tante cose. Perdonami padre, semmai tu possa ascoltarmi, ovunque il cielo ti abbia accolto! Ciro Pinto
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Parte Prima
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Praga
Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná a casa sua, con bombetta, vestito di nero. da “Praga magica” di Angelo Maria Repellino
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Prologo
Stava lì a ingurgitare anacardi e noccioline, sorsi di aperitivo, boccate di fumo e folate di vento, ma lei non arrivava. L’orologio astronomico del Municipio, nella Città Vecchia di Praga, aveva appena smesso la sua liturgia. La folla, fino ad allora con il naso in su, poté finalmente riposare il collo e subito dopo sciogliersi in rigagnoli sparsi a riprendersi il resto della piazza o a infilare le tante stradine in cerca di granatine, di cristalli e di cineserie vendute come souvenir. Ai tavolini della prima fila, precisamente il terzo, sotto la tenda rossa del bar più vicino all’orologio, arriverò da sola; come vede sono anziana e lenta nel camminare, ma sarò puntuale. Ordinò una birra e accese un’altra cicca. Il freddo diventava pungente, alzò il bavero del cappotto; attorno a lui la gente sfollava: andava via o raccattava le sue cose e passava all’interno. Maledisse la vecchietta e l’appuntamento. Aveva lasciato l’allegra compagnia nella piazza di San Venceslao a rimpinzarsi di crauti e würstel e a studiare la mappa per un altro giro. Doveva raggiungerli dopo un’ora e già la prima metà se n’era andata. Puntuale un corno, pensò. La vecchietta si sarà smarrita per strada o mi avrà preso in giro. Un sottile brivido gli corse lungo la schiena rievocando la scena del giorno prima. Auschwitz, terzo blocco. Occhiali, tantissimi occhiali, un cumulo enorme. Era lì a guardarli, attonito come tutti, non sapeva nemmeno cosa pensare, anzi non aveva nemmeno il coraggio di respirare: gli sarebbe sembrata un’ingiustizia davanti a quell’enorme oscenità. Lei si era avvicinata e gli aveva tirato la giacca, era piccola e un 11
po’ curva, parlava piano e in un pessimo inglese, era stato costretto ad abbassarsi. Aveva un viso sofferto ed era vestita in modo semplice, eppure aveva un decoro che lasciava sconcertati, forse per quelle mani dalla pelle liscia e con dita lunghe e affusolate. Gliene porse una che teneva un foglio ingiallito con un lato sberciato, come strappato malamente da un quaderno, gli disse che voleva consegnarglielo, ma prima doveva parlargli, da soli. Rebecca la guardò stranita, poi rivolse a lui uno sguardo che era un punto interrogativo, ma Enrico ne sapeva meno di lei. Fece per prendere il foglio, ma la vecchia ritrasse la mano e riprese a parlare in quel modo flebile, allora si accostò di nuovo a lei e ascoltò. Rimase di stucco, la pregò di ripetere. Aveva capito bene. «Non è possibile» le disse «si sta sbagliando.» Lei sorrise. Nonostante i vestiti dimessi e la pelle incartapecorita, qualcosa di nobile aleggiava sul suo viso. Gli disse di no, che non si sbagliava. E poi gli rifilò l’appuntamento. Aveva accampato una scusa e mollato donna e amici, stava lì ad aspettare, a chiedersi come potesse essere vero che nel terzo blocco di Auschwitz, sprofondato in quel cumulo enorme, ci fosse un paio di occhiali che lo riguardavano; appartengono a sua madre, gli aveva detto. Rabbrividì, sua madre l’aveva seppellita qualche anno prima, morta di placida vecchiaia, trascorsa con badanti clementi e visite fugaci di figli indaffarati, compreso lui. Una bufala, pensò, eppure era lì ad aspettare come a voler provare a se stesso che era tutto uno scherzo. Certo, la sera precedente, l’anziana signora di sicuro era tornata da Auschwitz; ricordava perfettamente di averla vista salire su uno dei pullman turistici diretti a Praga, l’aveva seguita con lo sguardo fino alla ripartenza, senza mai perderla di vista, come faceva con la pallina mentre girava nella roulette. È tornata, ma non è puntuale, sogghignò. Decise di raggiungere la compagnia e magari di mangiare un panino caldo prima di riprendere il giro, ormai aveva pochi minuti. Stava per alzarsi, quando notò la vecchietta minuta e ricurva che lentamente si avvicinava. Rimase sgomento e si rimise a sedere in preda all’angoscia. 12
Capitolo primo
Rebecca stava dilapidando la vincita della notte precedente intestardendosi a puntare sul 17, lo aveva seguito sin dall’inizio e con lui anche i numeri vicini: il 34, il 6, il 25, il 2, e non dimenticando mai di mettere un paio di fiche sullo 0, per non darla vinta al banco. In pratica ci aveva speso già un milione di lire, beccando solo qualche pieno sui numeri di contorno. Enrico la guardava torvo, la serata era storta anche per lui. Si era messo a giocare a Black Jack insieme a Mario e Carlo; il quarto al tavolo era un giapponese che rilanciava sempre sul banco facendo sballare tutti. Gli sparò in faccia che era un coglione e se ne andò al bar. Quella sera era nervoso, nemmeno il corpo di Rebecca, ben stretto nell’abitino rosso, lo allettava, e non era per i soldi che stava così. Scimmiottò la voce lamentosa e piagnucolante dei praghesi in un inglese smozzicato e pigro chiedendo di servirgli del whisky con ghiaccio, rigirò il bicchiere tra le mani e andò a sedersi lontano dai tavoli da gioco, senza allegria e con la voglia di cambiare aria. Fece tintinnare in tasca gli spiccioli, raccattò il fascio di corone che aveva nell’altra tasca: erano ancora un bel po’, le strinse e le ripose. Rebecca da lontano appariva ancora più invitante, con le natiche tonde e le cosce velate di nero, ma quella notte non la desiderava. Era inutile nasconderselo: l’incontro al bar con la vecchia gli aveva rovinato l’umore. Alla fine uscì a girovagare per Staré Město, la Città Vecchia. L’autunno appena iniziato era già freddo e la città di notte si ammantava di una foschia umida e gelida che faceva diventare cispose le luci dei lampioni sul Karlův Most, il Ponte Carlo, e l’acqua del fiume più nera dell’anima di Enrico, che vagava tra numeri, cabale e 13
scommesse, scappando da mille iatture e tremebondi scenari. E nel cuore un’algida visione, cui anelava da tempo. La sentiva sua quella città, gli piaceva girarla di notte, buttare dentro i polmoni la sua aria forte, umida fino al rancido, carezzare con lo sguardo le guglie sacre delle sue chiese, passare di fianco ai portoni arabescati di Malá Strana, la Città Piccola, addentrarsi nelle sue viuzze strette, nei corridoi misteriosi, sotto comignoli e torri, in un vagabondare tortuoso come i suoi pensieri. Quale vita poteva mai appagarlo? Quali giri per il mondo lo avevano mai arricchito? Aveva chiesto alla vita quello che voleva e in fondo non era tanto, aveva lasciato a Rodolfo le sfide della finanza e gli interessi della famiglia. E il fratello ne era contento, anzi gli sembrava quasi che lo ritenesse naturale. A lui un vitalizio cospicuo da spendere in giro con donne come Rebecca, in luoghi effimeri come i casinò. Era già da qualche giorno che avrebbe dovuto lasciare Praga, ma una grossa vincita gli aveva fatto prolungare il soggiorno e stava cominciando a percepire che non sarebbe riuscito più a farne a meno. Soprattutto di notte, quando, tra bagliori tenui di lanterne smunte e luci sfavillanti in lontananza, alzava il capo verso il Castello e camminava sul ponte, lentamente, come la Vltava che vi scorreva sotto. Agognava taverne e boccali di birra, velli d’oro con sembianze di numeri e fiche splendenti, e la pelle di velluto della donna che pagava per riscaldargli la carne. Enrico vagava nel buio di Praga tra i suoi mille lumini, come tutti i pellegrini del mondo che l’hanno girata, soffrendo la sua triste decadenza e perdendosi nella sfolgorante immagine che d’improvviso gli appariva al primo balenare del giorno. Non era un poeta né un sognatore, non aveva letto dei pellegrini di Komenský e di Čapek, quando vedeva i colli e le torri, il castello e le piazze attorno al fiume sentiva soltanto un desiderio bruto di possederla quella città, di celarsi tra i suoi arabeschi, ammalianti come merletti, per penetrarla e distruggerla oppure annientarsi nell’alito fetido delle sue viuzze. Come Rebecca, sì. Praga era come Rebecca, che con i suoi venticinque anni era già persa e avvinghiata a lui con il doppio degli anni, 14
a scucirgli danaro, gite e puntate sul tavolo verde. Era persa e non se ne doleva. Sapeva ripagarlo con la voluttà della sua carne turgida e fresca, e lui prendeva, prendeva a piene mani. Enrico si toccò l’orecchio sinistro, indugiò sul bordo inferiore, monco dell’ultimo pezzo, strappato malamente da un forcipe maldestro e violento. Non se n’era mai dato cruccio né gli aveva creato impacci, ma quel giorno aveva bestemmiato e si era sentito come in trappola. Vede, signor Fontana, sul foglio è scritto. C’è il suo nome e c’è descritto un segno particolare che la identifica: il lobo inferiore dell’orecchio sinistro è mancante quasi del tutto. Gli parve quasi di udire le parole proferite dall’anziana signora al tavolino del bar, mentre mostrava di nuovo quel foglio che aveva già spiegato davanti ai suoi occhi ad Auschwitz, il giorno precedente. Respirò a fondo, si maledisse. Perché mai quella storia lo stava turbando tanto? Sua madre, vera o falsa che fosse, era morta, e quella che gli voleva affibbiare la vecchia, pure. E allora? Che importanza poteva mai avere? Lo so che è una cosa sconvolgente. La capisco, sa? Penso che lei debba riflettere a fondo prima di accettare di sapere, penso che lei debba decidere secondo coscienza e in piena serenità. Avrebbe voluto disinteressarsi di tutta la faccenda, eppure si sentiva attratto da quella iattura come una falena dalla luce; aveva ancora tempo per pensare, per decidere. Però da quel momento tutto era andato storto: aveva lasciato il casinò senza nemmeno tentare di recuperare i soldi persi grazie alla genialità del giapponese, aveva lasciato Rebecca senza goderne e probabilmente l’avrebbe trovata a dormire con il fiato pesante per l’alcool e nessuna voglia di stare con lui. Insomma, non ci stava bene con quel pensiero in testa, e quei maledetti occhiali, assurdi, quelle montature di altri tempi, che sembravano stare lì a luccicare in grembo al fiume e chiamarlo con il tono lagnoso dei praghesi. Vieni, vieni a prendermi, gli parve quasi di sentire la voce della sventurata, sciolta nei forni di Auschwitz, che la vecchia giurava fosse la sua vera madre. 15
Maledizione, imprecò. Non ne voglio sapere più niente. Sto bene così, la madre che ho conosciuto mi ha lasciato soldi e benessere; l’altra, vera o presunta, che cosa mi ha dato? E sapere la verità a cosa potrebbe mai servire? Forse a mettermi nei guai. Il buon Rodolfo, se si sapesse, mi taglierebbe i viveri. Metterebbe in discussione tutto. Non ci sto. La vecchia può andare a quel paese, torno in albergo, me la spasso con Rebecca e al diavolo Auschwitz. Il fiume ebbe un sussulto, come se volesse improvvisamente gonfiarsi, ma sul parapetto del ponte il Nepomuceno rimase imperturbabile, e pure Enrico non fece una piega. Ripensò a Rebecca, forse si sarebbe rifiutata di stare con lui se già dormiva, ma sarebbe stato solo un accenno, lui l’avrebbe convinta con qualche banconota sotto il naso. Si girò e prese la strada dell’albergo, per il freddo pungente si strinse tra le braccia e alzò il bavero del cappotto. Con la mente ritornò a quella strana vicenda: quale cabala poteva mai rappresentare quella storia, seppur vera, così astrusa? A chi avrebbe giovato? Enrico si convinse che non avrebbe approfondito la cosa e che non poteva farsene una colpa. Però sentiva affiorare il dubbio, quella storia era stata allestita per trascinarlo in qualche situazione nefasta, gli parve di essere divenuto di colpo il signor F, di trovarsi invischiato in un processo senza colpe, prigioniero di un’assurda macchinazione come il protagonista kafkiano. Ma non avrebbe fatto la sua fine, non si sarebbe attribuito alcuna colpa pur di dare un senso al processo e alla sua condanna. Pareva d’un tratto uno dei tanti pellegrini dolenti della letteratura ceca, perso a girovagare nei meandri della città alla ricerca delle sue fattezze più vere, allibito dagli scempi e dalle colpe lascivie della capitale boema, che finivano per diventare sue. Poi ebbe di nuovo un sussulto, si stava interessando di cose non sue, di vicende remote che non gli appartenevano, e si ribellò al senso di colpa che lo invadeva appena pensava di disfarsi di tutta la faccenda. Mica sono nato qui, dove tutti si sentono in colpa. Dove nessuno mai riesce a fregarsene. No, io non sono di Praga. Al diavolo la vec16
chia misteriosa. In compagnia di quest’ultimo pensiero, avanzò il passo. Dietro di lui i luccichii sul fiume parevano mille occhiali venuti da Auschwitz fin lì, inutilmente. Elisheva Kundrova riponeva con la solita lenta e meticolosa attenzione le tazze e i piattini, appena asciugati, nel pensile dinanzi a lei. Aveva notato che quella sera Judita l’aveva salutata con maggiore apprensione del solito, perciò, prima che varcasse l’uscio, l’aveva raggiunta, trascinando più in fretta possibile i piedi, e le aveva detto che era serena, sì, serena, perché sentiva di fare la cosa giusta. La sua giovane nipote era tormentata dal senso di colpa. Era stata proprio lei a parlarle improvvisamente di quel signore italiano, quel tale Fontana, Enrico Fontana, di Roma, con l’orecchio sinistro mozzo alla base, che era giunto in albergo un paio di settimane prima. E quando le aveva parlato di quell’escursione ad Auschwitz, cui avrebbero partecipato lo straniero e i suoi amici, non aveva avuto alcun dubbio, l’aveva pregata, implorata, di aggregarla. Nonostante le forti resistenze di Judita, l’aveva spuntata. Era stato un viaggio faticoso, e rimettere i piedi nel Campo era stata un’esperienza sconvolgente, ma era riuscita a portare a compimento la sua missione. Elisheva si era sentita finalmente viva: riprendere per il collo quella vecchia storia che aveva sepolto sotto mille vicissitudini le aveva donato un’energia e una volontà che ormai sapeva appartenere solo alla sua dolce e piacevole giovinezza, prima che tutto il mondo le crollasse attorno. Sì, ora che il muro di Berlino era caduto e con lui anche il comunismo, le sembrò che fosse davvero finita. Che tutti i demoni fossero scappati via da Praga, per sempre. Si portò la mano tremolante, dalla pelle quasi liscia, sui pochi capelli cotonati che in più punti lasciavano intravedere il cranio e se li lisciò con delicatezza. Nel quartiere ebraico, nella via Pařížská, tutto sembrava tranquillo e immobile come le pietre tombali, acute e levigate, del vicino cimitero. L’anziana signora praghese, di culto ebraico da generazioni, re17
stò ancora un po’ nella piccola cucina, si rimise a sedere al tavolo tondo e sistemò meglio il merletto del centrino candido sotto un bel candelabro di ottone, che era servito davvero ai tempi di suo nonno. Judita sicuramente avrà già raggiunto l’albergo, sarà già a lavorare, lì alla reception, pensò. Poiché il signor Fontana era solito rientrare oltre la mezzanotte e spesso quasi all’alba, Elisheva le aveva chiesto di fare particolare attenzione al suo arrivo: vedi se in qualche modo il suo viso ha risentito della notizia. Al bar, durante il nostro breve incontro, mi è parso molto diffidente, non so se telefonerà per incontrarci. Non voglio forzare le cose, ma spero tanto che lui decida di conoscere la verità. Lo spero tanto per la povera Sara, e per me. Zia, è un poutník, un pellegrino alla ricerca del niente. Va in giro per i casinò, si accompagna a degli amici un po’ equivoci e la sua donna è tanto giovane e scostumata, le aveva risposto lei. Judita, non hai letto Čapek e Komenský? Attenta, il pellegrino è una figura nobile, sofferta, che osserva ogni minuzia, la gode e la patisce, e a Praga c’è tanto da gioire e da soffrire. Sta’ attenta a quando definisci le persone, figliola. Magari fosse un poutník. Così le aveva risposto, un po’ spazientita da quanto i giovani fossero sommari e superficiali. Prese il foglio sberciato, lo stese con la grazia che si può usare per una reliquia sacra e fu catturata da quelle stesse parole che leggeva da quasi cinquant’anni, scritte con una punta di carbone e risolcate a penna qualche tempo dopo per non perderne la traccia: ENRICO FONTANA, e più sotto: LOBO ORECCHIO SINISTRO MOZZO ALLA BASE. Chissà, pensò l’anziana signora, se sarebbe mai riuscita a portare a termine quell’ultimo desiderio di Sara e suo. Sospirò. Era quasi l’alba quando Enrico rientrò in albergo, in Piazza San Venceslao. Aveva girovagato a lungo rincorrendo risposte che non aveva trovato, e il viso assorto non cambiò espressione quando chiese le chiavi alla giovane sorridente e cortese della reception. Judita lo scrutò bene in viso, facendosi strada nella penombra, perché le luci ormai opache della hall e i leggeri chiarori che provenivano dall’entrata rendevano le immagini distorte. 18
Aveva appena preso visione di un appunto lasciatole dal collega, che la informava di ritenere libere le due camere che ospitavano i quattro italiani a partire dal sabato mattina di quella settimana. Si chiese se l’uomo, che le stava davanti piuttosto pensieroso, avrebbe mai accettato di vedere sua zia e che senso avrebbe avuto quell’incontro se poi lui sarebbe ripartito in così breve tempo; in effetti era l’alba del mercoledì. Povera zia Elisheva, stai sperando invano, pensò mentre gli porgeva il duplicato delle chiavi della stanza, poiché la ragazza era già su a dormire. Lui le prese, s’indirizzò verso gli ascensori, poi fece dietrofront e si accomodò su una poltrona davanti a lei. Restò così, con lo sguardo perso nel vuoto. Judita nutriva sentimenti contrastanti rispetto a quell’uomo, tutto pareva poco chiaro in lui. Non le piacevano i suoi amici arroganti, quel tipo ambiguo e l’altro che le guardava sempre le gambe. Non le piaceva la sua amica, indolente, troppo truccata e poco vestita. Capiva che non era una coppia proprio tradizionale. Lei era tanto più giovane di lui, aveva venticinque anni, uno meno dei suoi, e lui quarantasette; pensava che le desse dei soldi per starci assieme. Eppure quell’uomo la affascinava. Non era giovane, aveva i capelli ingrigiti, l’addome prominente e le dita delle mani erano corte e sottili verso i polpastrelli, così da essere sfuggevoli. Ricordò la stretta di mano che le aveva dato per ringraziarla di avergli trovato una sistemazione per un’ulteriore settimana. Aveva sentito il palmo poderoso che sbiadiva in quelle dita; mani da giocatore, aveva pensato subito. Gli occhi però erano grandi e vividi, come quelli di un giovane, e nell’iride chiara pareva sempre affacciarsi un velo di tristezza che mal si coniugava col sorriso accennato, quasi come una smorfia, che mostrava perennemente. I capelli erano folti e pettinati all’indietro, lasciando scoperte le basette e il lobo mozzato dell’orecchio sinistro. Quando finalmente si alzò dalla poltrona, che già il chiarore invadeva la hall, Judita, in un estremo tentativo di aiutare la zia, benché non ne condividesse la smania, lo chiamò nel suo perfetto italiano: «Signor Fontana, dunque fra tre giorni ripartirà, ho appena letto l’appunto del collega.» 19
Enrico parve rinvenire dall’oltretomba, si girò, la guardò negli occhi come se la avesse vista solo allora, accennò un sorriso a mezza bocca. «Chissà, Judita, chissà.» Lei rimase interdetta, lo vide girare le spalle e riavviarsi verso gli ascensori. Mentre saliva al suo piano, fece rapidamente la somma aritmetica delle cifre di un numero impresso su una targhetta d’istruzioni all’interno dell’ascensore: 245897. Totale: 35, numero dispari. Alcuni numeri dispari non gli piacevano, quando uscivano dalle sue somme significavano grane. E il 35 era uno di quelli. Non lo puntava mai alla roulette, giocava di solito tutti i centrali dall’11 al 32. Il 35 non è un buon numero, pensò. Le porte dell’ascensore si aprirono, già il personale delle pulizie preparava i carrelli e un cameriere lasciava il vassoio con la colazione a un ospite assonnato. Tirò diritto verso la sua camera. Rebecca avrà continuato a perdere questa notte? Maledetta vecchia! Lei e la sua storia assurda, mormorò a denti stretti.
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