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LA STAMPA MERCOLEDÌ 26 GIUGNO 2013

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Wole Soyinka stasera a Torino

Muti: il Maggio Musicale va salvato a tutti i costi

Wole Soyinka (nella foto) è oggi al centro della giornata della Milanesiana. Alle 12 sarà a Milano, in Sala Buzzati, per un «aperitivo con l’autore» sul tema «Il segreto della scrittura» ,a cui partecipano anche Antonio Scurati, Michael Chabon, Chiara Beria di Argentine e Armando Besio. In serata sarà invece a Torino, per la tappa subalpina della manifestazione curata da Elisabetta Sgarbi: alle 21, al Circolo dei lettori, lo scrittore nigeriano, premio Nobel per la letteratura nel 1986, racconterà al pubblico «I segreti dell’Africa». Introdurrà l’incontro Sebastiano Triulzi. Soyinka è stato insignito ieri del premio Montblanc­Milanesiana «Protagonisti del cambiamento».

Il Maggio Musicale Fiorentino «va salvato a tutti i costi. Se si chiude è una tragedia per il Paese». È l’appello di Riccardo Muti a margine della presentazione del concerto dell’Amicizia del Ravenna Festival, che il maestro dirigerà a Mirandola il 4 luglio con un programma tutto verdiano in favore delle popolazioni terremotate dell’Emilia Romagna. Ieri Muti ha anche incontrato per la prima volta il responsabile di Beni culturali e Turismo Massimo Bray ed è stato chiaro: «Arriva nel momento più drammatico, deve fare il portatore della croce!», ha detto al ministro. «Basta con il ritornello dell’importanza della cultura, se vuole avere un futuro l’Italia si deve svegliare».

Matheson, l’ultimo uomo in un mondo di vampiri Morto a 87 anni lo scrittore americano, maestro della fantascienza Dai suoi romanzi, film celebri come Duel e Io sono leggenda JACOPO I ACOBONI

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L’illustrazione è di Amalia Caratozzolo

gia di conquista culturale della società. Egli si è trovato a spadroneggiare politicamente in un vuoto di culture politiche e di appartenenze che non ha creato lui e che ha riempito con le uniche cose che gli siano mai interessate: donne poppute, intrattenimenti comici e feste danzanti». E, allora, nel caso in cui si consideri l’Italia berlusconiana un unicum, sorge spontaneo il quesito: si è trattato di egemonia culturale in senso proprio o, piuttosto, di qualcosa di natura differente, profondamente intriso delle dinamiche della società dello spettacolo e, dunque, di un caso di (penetrante) egemonia «sottoculturale» (che si è avvalsa delle armi di distrazione di massa del gossip, dei programmi tv trash e dell’idolatria del corpo e dell’estetica)? Agli storici, giustappunto, e ai posteri, l’ardua sentenza.

eorge Romero scrisse che La notte dei morti viventi gli era stata ispirata da Io sono leggenda. Eppure, ora che Richard Matheson è morto nella sua casa di Los Angeles, a 87 anni, si può avanzare il dubbio che mai accostamento è stato così fuorviante. I vampiri di Matheson sono, per tantissime ragioni, all’opposto degli zombi di Romero. Così come lo erano rispetto al vampiro Dracula. Qualunque cosa si pensi del valore dell’opera di Matheson, infatti, un paio di osservazioni di partenza vanno fissate per capirne l’unicità. La prima è che, appunto rispetto a Dracula, Matheson aveva avuto l’idea di invertire completamente il rapporto immaginato da Bram Stoker: non più un vampiro in un mondo popolato di uomini, ma un unico uomo rimasto in un mondo di vampiri, un’inversione così netta da rendere però il suo punto di partenza molto più vicino al senso di alienazione dell’umano, e per natura votato a un immaginario cinematografico. Non chiamatela fantascienza, come non lo fareste con Bradbury, o con Stephen King, due suoi grandi estimatori. La seconda osservazione, rispetto per esempio agli zombi di Romero, la elaborò lo stesso Matheson: «Una volta incontrai per caso Romero, mi venne incontro e mi supplicò, “Ti prego, non ci ho fatto soldi!”», e parlava naturalmente del concept della Notte dei morti viventi, che così facilmente poteva richiamare il libro che ha per protagonista il dottor Robert Neville, quasi da dovergli i diritti. Eppure per Matheson il punto era un altro: «Per me i vampiri restano creature disgustose che emanano cattivo odore, e sono del tutto rivoltanti. Trasformare i vampiri femmine in creature in qualche modo sexy è totalmente assurdo». Tra l’altro, Romero sociologizzava i vampiri, ci metteva dentro una componente di rivolta razziale e anticapitalista. Impensabile, in Matheson: per lui le ossessioni erano apocalittiche punto e basta, sia pure nella forma di un’apocalisse quotidiana. Una teoria del caos, ma forse con una possibile fuga. Come sempre aveva visto lungo, Matheson, quasi preconizzando la futura moda, al cinema e in tv, dello zombismo. Basti pensare alle serie tv di questi anni The Walking Dead, e meglio ancora a Dead Set. Oppure al cinema, è di questi giorni l’uscita nelle sale di World War Z, con Brad Pitt, tratto dal libro di Max Brooks sugli zombi. Dunque è abbastanza naturale che la sua opera sia stata sempre molto amata a Hollywood. Io sono leggenda aveva avuto due trasposizioni celebri, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: L’ultimo uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona e 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra, di Boris Sagal (uscito nel 1971). Film anche belli, specialmente il primo, per il quale inizialmente la produzione aveva pensato a una regia (poi sfumata) di Fritz Lang. Naturalmente noi pensiamo più immediatamente al terzo adattamen-

Richard Matheson era nato nel 1926 nel New Jersey. In basso Will Smith in una scena di Io sono leggenda (2008), terzo adattamento cinematografico del suo romanzo omonimo del 1954

to, quello del 2008 con Will Smith. Eppure le chicche più interessanti di questa specie di Edgar Allan Poe versione pop sono altrove. La sceneggiatura di Duel, per esempio, il leggendario film girato da uno Spielberg de-

gli esordi, in cui la lotta tra auto e autocisterna, diventa una tensione impalpabile e metafisica in cui la caratteristica del nemico - e forse del Male è una sola: la totale invisibilità, la costante possibilità della preda di tra-

TRA MODERNO E POSTMODERNO, TRA CATASTROFE E RINASCITA RUGGERO BIANCHI

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ra uno degli ultimi padri costituenti di una nuova fantascienza che nel secondo Novecento aveva reso di colpo desueto il melodramma spaziale dei Campbell, dei Doc Smith e persino dei Van Vogt, fantasiosamente e ingenuamente giocato su B.E.M., raggi della morte e fantastici supereroi, per concentrarsi su quello che Ballard avrebbe poi definito lo «spazio interno» dell’uomo, il suo spazio psichico ma anche il suo «spazio profondo» etico, sociale e politico. Idealmente e culturalmente, Richard Matheson apparteneva alla generazione dei Dick e degli Sheckley, dei Bradbury e dei Vonnegut: narratori a proprio modo visionari che, sopravvissuti all’apocalisse della seconda guerra mondiale, avevano scelto di misurarsi con il lato oscuro della psiche umana anziché con le «magnifiche sorti e progressive» cui, stando alle weird stories della space opera,

erano gloriosamente destinati gli abitatori della Terra. Non a caso, come il Bradbury di Usher II (uno degli episodi più belli delle Cronache marziane), l’autore di Io sono leggenda coltivava una passione particolare per Edgar Allan Poe, del quale aveva adattato per Roger Corman alcuni racconti in I vivi e i morti (1960), Il pozzo e il pendolo (1961) e I maghi del terrore (1963) e della cui presenza si ritrova traccia in uno dei suoi lavori di maggior successo, A Stir of Echoes (1958, proposto in Italia come Io sono Helen Driscoll), che allude ai climi di certi capolavori del maestro del gotico americano ma anche a certe pagine dei suoi più noti epigoni, da Sheridan LeFanu a H. P. Lovecraft. Ma non ha torto chi, a proposito della produzione migliore di Matheson, azzarda paralleli con modelli ancor più impegnativi: il Kafka della Metamorfosi per The Shrinking Man (Tre millimetri al giorno, 1956), il cui protagonista, trovatosi al centro di una mi-

sformarsi in cacciatore (un cardine della sua visione magica del mondo). Oppure la scrittura di diversi episodi di Star Trek, o di Ai confini della realtà, o di The Twilight Zone. Matheson era uno che sapeva divertirsi. Tutti, a partire dalla figlia, lo descrivono come un uomo rimasto fino alla fine molto aperto, gentile, anche sorridente. Un borghese che, ha raccontato il suo editore italiano, Sergio Fanucci (che ha da poco pubblicato in quattro volumi Tutti i racconti ), viveva a duecento chilometri da Los Angeles in uno di quei compound dove per entrare devi superare una specie di interrogatorio con una guardia armata, e essere prenotato. Abbastanza beffardo, per uno che aveva preconizzato l’auto-segregazione dell’umano, assediato in un mondo di totale in-umanità. Un inveramento dell’opera nella vita abbastanza diverso, per esempio, dal caso di James Ballard: chi andava a bussare da lui lo avrebbe trovato in pantofole nella sua casa nel tranquillo borgo di Shepperton. Nondimeno, due fratelli. C’era però un altro Matheson, da cercare fuori dallo scintillìo di Hollywood. Un visionario che immaginava una vita oltre l’apocalissi, e non aveva paura del concetto di comunità, l’unico forse in grado di preservare l’umano, oltre la leggenda (anche a rischio di esser tacciato di tentazioni neospiritualiste, e forse settarie). Il finale del film con Will Smith prevedeva una variante (poi non utilizzata) con Neville vivo. In realtà già far salvare Anna, la protagonista femminile, con il bambino, profughi in una colonia un po’ new age nel Vermont, apre le porte di un mondo molto diverso da quello pensato, per dire, da Cormac McCarthy nella Strada. Un mondo in cui possiamo farcela, forse, solo se ci mettiamo nelle mani di una donna.

steriosa nebbia, prende a rimpicciolirsi giorno dopo giorno fino ai limiti della visibilità e oltre; o lo Jonesco di I rinoceronti per I am Legend (Io sono leggenda,1954), il suo libro più fortunato, portato più volte sullo schermo, ove si narra di un inarrestabile contagio, una «peste» destinata a trasformare tutti gli uomini in vampiri: un romanzo cui pare si sia ispirato Romero per La notte dei morti viventi (così come c’è forse un’eco di Duel in Christine, la macchina infernale di Stephen King) e al quale ha apertamente attinto per un episodio di Dylan Dog (L’ultimo uomo sulla terra, 1993) Tiziano Sclavi, che al narratore americano aveva già tributato un particolare omaggio in Ghor (1988), un’altra avventura del celebre investigatore dell’incubo. Il fatto è che le pagine migliori di Matheson sembrano valicare ogni confine di genere, sia esso il thriller o l’horror, il mystery o la sf apocalittica, per inoltrarsi in una fascinosa e inquietante zona d’ombra, in quella Twilight Zone (per le cui serie storiche scrisse anche alcuni soggetti e sceneggiature) che pare ormai costituire l’icona e la cifra più calzante di un mondo oscillante tra moderno e postmoderno, tra catastrofe e rinascita.

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