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Insieme 5 15

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Vers. im P.A. It. Art. 2 ABS 20/C, Gesetz 662/96 - Poste Italiane - Zweigstelle Bozen

Spedizione in a. p. art. 2 comma 20/C, legge 662/96 - Filiale di Bolzano

66. Jahrgang | Anno 2015 | Nr. 5

Gedanken, Gefühle und Erfahrungen im Zeichen der Solidarität.

Pensieri, emozioni ed esperienze all’ insegna della solidarietà

MITEINANDER

INSIEME


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Inhalt

Indice

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PFARRERSWORT - “...und nie vergessen: die Solidarität”

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SALUTO DEL PASTORE - “...e non scordare mai: la solidarietà. ”

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MEINUNGEN - “Solidarität versus Diakonie - eine Annäherung...”

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OPINIONI - “Solidarietà versus Diaconia - un avvicinamento...”

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DER THEOLOGE ANTWORTET - Spontan und uneigennützig –

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IL TEOLOGO RISPONDE - Spontaneo e disinteressato -

biblische solidarietät

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solidarietà biblica

DISKUSSIONEN - Die deutschen Kirchen und die Griechenland-Frage

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DISCUSSIONI - Le Chiese in Germania e la questione della Grecia

10 TESTIMONIANZE - Qual è la nostra roccia di questi tempi? 10 ZEUGNISSE - Was ist unser Felsen in diesen Zeiten? 12 INCONTRI - L’ Orsacchiotto che vuole bene alle mamme 12 BEGEGNUNGEN - Der Teddybär, der die Mütter lieb hat

16 INIZIATIVE - Solo chi è veramente riconoscente ha una vita piena e può trasmettere agli altri questa pienezza con gratitudine

16 INTIATIVEN - Nur wer wirklich dankbar ist, hat ein erfülltes Leben und kann von dieser Fülle dankbar weitergeben

18 RIFLESSIONI - Non abbandonare chi ha sbagliato La Cura d’ Anime Ospedaliera Evangelica

18 ÜBERLEGUNGEN - Menschen, die Fehler gemacht haben, dürfen nicht allein gelassen werden - Die evangelische Krankenhausseelsorge

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GESCHICHTEN - Das andere Neapel

26 ERFAHRUNGEN - Wo der Herr uns berufen hat zu leben, wollen wir Engel sein

22 STORIE - L’ altra Napoli 26 ESPERIENZE - Essere angeli laddove il Signore ci ha chiamati a vivere 28 RECENSIONE - L’ economia del bene comune

28 REZENSION - Gemeinwohl Ökonomie

29 AVVENIMENTI - Accademia evangelica di Tutzing: che cos’ è Care?

29 EREIGNISSE - Evangelische Akademie Tutzing: Was ist Care?

30 PROGETTI - La storia di Diaconia Onlus

30 PROJEKTE - Die Geschichte der Diaconia Onlus

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POST SCRIPTUM - Se il lavoro non basta

POST SCRIPTUM -Wenn die Arbeit nicht zum Leben reicht

MITEINANDER ist das Organ der »Evangelisch-Lutherischen Kirche in Italien«

INSIEME è l’organo della «Chiesa Evangelica Luterana in Italia» mit Sitz im Dekanat in Rom • con sede a Roma nel Decanato Via Aurelia Antica, 391 - 00165 Roma Tel. 06 66 03 01 04 - Fax 06 66 01 79 93 E-Mail: decanato@chiesaluterana.it

HERAUSGEBER • EDITORE: Konsistorium/Concistoro (Zuständige/Referente: Cordelia Vitiello) VERANTWORTLICHER DIREKTOR • DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Poggioli REDAKTIONELLE KOORDINATION • COORDINAMENTO REDAZIONALE: BMP Comunicazione THEOLOGISCHER VERANTWORTLICHER/ RESPONSABILE TEOLOGICO: Pfarrer/Pastore Uwe Habenicht IN DER REDAKTION/IN REDAZIONE: BMP Comunicazione (Roma: Pietro Barrile e Michela Mantegazza; Milano: Francesco Petrella), Uwe Habenicht (Cocquio Trevisago)

MITARBEITER/COLLABORATORI: Caroline von der Tann (Napoli), Roberto Tresoldi (Milano) LAYOUT/IMPAGINAZIONE: Decanato GRAFIKERIN/GRAFICA: Cecilia Bazzini SPENDEN FÜR DIE ZEITSCHRIFT• CONTRIBUTI PER IL GIORNALE: «ELKI / CELI – Miteinander / Insieme» c/c bancario in Italia: Banca Prossima IBAN IT 96 A 03359 01600 100000061391 BIC: BCITITMX - Verwendungszweck/causale: Miteinander/Insieme. Oder in Deutschland auf: Evangelische Bank e.G., IBAN DE 92 5206 0410 0004 1090 15 BIC GENODEF1EK1

Verwendungszweck/causale: Miteinander/Insieme Autor. Trib. Bolzano 26/11/1968, n° 39/49 Stampa • Druck: A. Weger, Bressanone – Brixen Tiratura • Auflage: 3.000 n. 5 2015

Foto auf der Titelseite / Foto di copertina : Stained glass love hands by Prawny


Pfarrerswort| Saluto del Pastore 3

„...und nie vergessen: die Solidarität.”

“...e non scordare mai: la solidariet`a.”

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er ist denn mein Nächster?“: So spitzt Lukas das von Jesus erzählte Gleichnis vom barmherzigen Samariter zu, das für die christliche Ethik von zentraler Bedeutung ist. Die klare Antwort, die das Gleichnis gibt, ist auch für die Herausforderungen von heute relevant: Wer mein Nächster ist, hängt nicht von der Zugehörigkeit eines Menschen zu einer bestimmten Religion oder Kultur oder von der Herkunft aus einem bestimmten Kontinent ab. Nächstenliebe ist universal gültig. Der Weg zu Gott führt zum Mitmenschen oder aber er führt ins Leere. Gott zu lieben ist unmöglich, ohne auch den Nächsten zu lieben. Deshalb melden wir uns als Kirche zu Wort, wenn Armut und Ungerechtigkeit verhindern, dass Menschen in Würde leben können. Gleichgültigkeit wäre verantwortungslos; gefragt ist Solidarität. Wie steht es um die Werte der Menschlichkeit und der Gerechtigkeit? Was fördert Solidarität? Uns Christen muss es dabei um die Frage Gottes an den Menschen, an uns gehen: „Wo ist dein Bruder Abel?“ und um das Gebot der Nächstenliebe - stets auch in sozialer und politischer Dimension. Die Zusage Jesu Christi in der Bergpredigt: „Selig, die hungern und dürsten nach der Gerechtigkeit, denn sie sollen satt werden“ dürfen wir nicht einfach und folgenlos vertagen; sie fordert von uns hier und jetzt Konsequenzen. Jesus hat uns das vorgelebt. Er war ganz Mensch für die anderen Menschen. Er ist selbst den Weg der Solidarität gegangen. In allem ist er den Menschen solidarisch geworden, wie Paulus im Philipperbrief schreibt und er fügt hinzu: „Seid so untereinander gesinnt, wie es der Gemeinschaft in Christus Jesus entspricht (Phil 2,6-11). Kirche existiert deshalb nicht für sich selbst, und sie beschäftigt sich nicht nur mit sich selbst. Solidarität mit Migranten und Flüchtlingen, mit Menschen, die diskriminiert werden, wurzelt im Glauben an Gottes Solidarität mit den Menschen in Jesus Christus. Deshalb setzen Christen Zeichen des Friedens und der Versöhnung. In diesem Heft geht es um tatkräftige Zeichen der Solidarität. Eine beeindruckende Spur der Nächstenliebe zieht sich durch unsere ELKI von Meran über Rom bis nach Sizilien, und Pfarrerin Weber berichtet zum Schwerpunktthema aus Griechenland. Ich wünsche Ihnen berührende Erfahrungen damit, was es heißt, solidarisch Mensch zu werden. Jakob Betz, Vizedekan der ELKI und Pfarrer in Genua und Sanremo

a chi è il mio prossimo?”: così puntualizza Luca riferendosi alla parabola del buon samaritano raccontata da Gesù, che per l’etica cristiana è di importanza primaria. La chiara risposta data dalla parabola risulta rilevante anche per le sfide odierne: chi è il mio prossimo non dipende dall’appartenenza di una persona a una determinata religione o cultura o dalla sua origine in un determinato continente. L’amore per il prossimo è universalmente valido. Il cammino verso Dio conduce al prossimo oppure ci conduce verso il vuoto. Amare Dio è impossibile senza amare anche il prossimo. Per questo come Chiesa ci facciamo sentire, quando la povertà e l’ingiustizia impediscono alle persone di vivere dignitosamente. L’indifferenza sarebbe irresponsabile; quello che ci viene richiesto è la solidarietà. Come mettiamo in atto i valori dell’umanità e della giustizia? Cosa richiede la solidarietà? Ai cristiani devono interessare la domanda che Dio pone agli uomini, a noi stessi: “Dov’è tuo fratello Abele?” e il comandamento dell’amore per il prossimo, sempre anche nella sua dimensione sociale e politica. La promessa di Gesù Cristo nella predica della montagna: “Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati” non può essere rinviata semplicementesenza che ci siano delle conseguenze; ci richiede di agire con coerenza qui e ora. Gesù è stato un esempio vivente. Si è fatto uomo per gli altri uomini. Lui stesso ha percorso il cammino della solidarietà. In tutto è stato solidale con le persone, come scrive Paolo nella lettera ai Filippesi aggiungendo: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (Filippesi 2, 6-11). La Chiesa non esiste per se stessa e non si occupa solo di se stessa. La solidarietà con i migranti e i profughi, con persone che vengono discriminate, è radicata nella fede nella solidarietà di Dio con le persone in Gesù Cristo. Per questo i cristiani danno segnali di pace e di riconciliazione. In questa edizione ci sono segnali concreti di solidarietà. Una traccia impressionante dell’amore per il prossimo si snoda per tutta la nostra CELI da Merano, attraversando Roma fino alla Sicilia, mentre la pastora Weber ci racconta della situazione in Grecia. Vi auguro di fare delle esperienze toccanti di cosa significhi diventare una persona solidale. Jakob Betz, Vicedecano e Pastore (Genova e Sanremo) Traduzione: MariaClara Palazzini Finetti


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Meinungen | Opinioni

Solidarität versus Diakonie – eine Annäherung...

Solidarietà versus diaconia – un avvicinamento...

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er caso, semplicemente in maniera imprevista, mi sono imbattuto nel film Grido di libertà che mi ha fatto ricordare ancora una volta la storia dell’attivista Stephen Biko e del giornalista Donald Woods negli anni 70 ai tempi dell’Apartheid in Sudafrica. È l’incredibile storia di un’amicizia fra un nero e un bianco e l’inizio della fine del regime totalitario dell’Apartheid. Stephen Bantu Biko, un capo degli studenti neri, muore dopo essere stato arrestato e torturato dalla polizia. Come caporedattore dell’unico giornale critico, Donald Woods scrive la sua storia basandosi sul referto autoptico, viene egli stesso messo al bando per cinque anni e decide di scappare in circostanze drammatiche con sua moglie e i suoi cinque figli in Inghilterra. Qui la pub-

urch Zufall, ganz einfach unverhofft, bin ich auf den Film „Schrei nach Freiheit“ gestoßen und habe noch einmal die Geschichte von dem Freiheitskämpfer Stephen Biku und dem Journalisten Donald Woods Ende der 70er Jahre zu Zeiten der Apartheit in Südafrika in meine Erinnerung zurück gerufen. Es ist die unglaubliche Geschichte einer Freundschaft zwischen schwarz und weiß und der Beginn vom Ende des totalitären Apartheitregimes. Stephen Bantu Biku, ein Anführer schwarzer Studierender, stirbt nach Folter im Polizeigewahrsam. Als Chefredakteur der einzigen kritischen Zeitung schreibt Donald Woods seine Geschichte unter Bezug auf den Autopsiebericht auf, er wird selbst für 5 Jahre unter Bann gestellt und flieht mit seiner

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Meinungen | Opinioni

Frau und seinen fünf Kindern unter dramatischen Umständen nach England. Erst hier schafft die Veröffentlichung seines Buches „Steve Biko“ die nötige weltweite Aufmerksamkeit und die durch öffentlichen Druck erwirkte Freilassung von Nelson Mandela einen tiefgreifenden Wandel im rassistischen Burenstaat. Im letzten Insieme konnten wir durch viele Artikel hindurch vernehmen, was angesichts der Flüchtlingsströme nach Italien unbedingt zu tun sei. „Das Gegenteil von gut ist gut gemeint!“ Was ist das Gebot der Stunde, was ist einfach zu tun um der Sache willen, und was bedarf eines mittel- oder langfristigen Konzeptes? Unterscheiden sich angebotene christliche Nächstenliebe und diakonisches Tun von einer unbedingten innewohnenden Solidarität? Was ist solidarisches Handeln und was ist diakonische Praxis am Nächsten? Nur eine semantische Variation derselben BeAndreas Latz deutung oder beides gleich oder doch ein qualitativer Unterschied im Zugang zur Not? Donald Woods nimmt für sich und seine Familie aus Solidarität zu Steve Biko immense persönliche Beeinträchtigungen und Repressalien in Kauf, seine Kinder bekommen T-Shirts zugeschickt, die in Säure getränkt sind, und sich dementsprechend verletzen. Beinhaltet die Entscheidung zur Solidarität systemimmanent eine radikale, kompromisslose Haltung? Können wir dies als Kirche und Gemeinde so leisten? Ist das erwünscht? Welchen Stellenwert nimmt Solidarität in unseren diakonischen Projekten ein? Bedingen sich Diakonie/Nächstenliebe und Solidarität, gehen sie eine Wechselbeziehung ein, ist das eine ohne das andere nicht zu haben? Über welche Ressourcen verfügen wir in unseren Gemeinden, um langfristig, mit geduldigem langem Atem Not auszuhalten, zu lindern und zu nötigen Veränderungen beizutragen? Beim „gut Gemeinten“ verbleibt es, wenn wir nur helfen, um uns persönlich gut zu fühlen, um für uns selbst ein gutes Bild erstellen zu können, (bella figura), „gut“ wird es, wenn wir so weit gehen, dass es weh tut, dass wir selbst Nachteile in Kauf nehmen, um der Menschen willen, die händeringend um unsere Hilfe bitten. Am Ende aber bleibt es doch eher gleich, aus welcher Motivation heraus wir Hilfe und Unterstützung anbieten, der auf uns zukommende benachteiligte Mensch zählt, ihm gilt unsere ungeteilte solidarische Aufmerksamkeit. Die ev.-luth. Gemeinde auf Sizilien verfolgt zwei Projekte, die ihr ans Herz

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blicazione del suo libro Steve Biko riuscì a ottenere la necessaria attenzione mondiale e, attraverso la pressione pubblica che portò alla liberazione di Nelson Mandela, un cambiamento profondo nello Stato boero razzista. Nell’ultimo Insieme attraverso molti articoli abbiamo potuto capire cosa sia assolutamente necessario fare in considerazione dei flussi di rifugiati che arrivano in Italia. L’opposto del bene sono le buone intenzioni! Qual è l’imperativo dell’ora, che cosa bisogna fare per amore della causa e di cosa ha bisogno un progetto a medio e lungo termine? L’amore per il prossimo cristiano e l’azione diaconale si differenziano da una solidarietà intrinseca incondizionata. Cosa si avvicina di più all’azione solidale e alla prassi diaconale? È soltanto una variazione semantica dello stesso significato, sono identiche o esiste invece una differenza qualitativa nell’approcciarsi al bisogno? Donald Woods per solidarietà con Steve Biko è pronto a sopportare immense limitazioni personali e rappresaglie per sé e per la sua famiglia, ai suoi figli vengono spedite delle t-shirt imbevute d’acido con cui si feriscono. La decisione di essere solidali comprende un atteggiamento radicale immanente al sistema, senza compromessi? Possiamo permettercelo come Chiesa e come comunità? È auspicabile? Che posizione assume la solidarietà nei nostri progetti diaconali? La diaconia/l’amore per il prossimo e la solidarietà si condizionano, sono correlati, l’uno non è possibile senza l’altro? Di quali risorse disponiamo nelle nostre comunità per poter sopportare a lungo termine e con pazienza il bisogno, alleviarlo e contribuire ai cambiamenti necessari? Ci fermiamo alle “buone intenzioni”, se aiutiamo soltanto per sentirci bene personalmente, per poter fare bella figura; diventa un “bene” se ci spingiamo così in là da farci male, da avere noi stessi degli svantaggi, per venire incontro e a quelle persone che implorando ci chiedono il nostro aiuto. Alla fin fine tuttavia è indifferente quale sia la motivazione che ci spinge a offrire aiuto e sostegno: conta la persona svantaggiata che ci viene incontro a cui va rivolta la nostra totale attenzione solidale. La Comunità evangelica luterana in Sicilia porta avanti due progetti che le stanno a cuore e che si impegna a seguire con continuità. Da una parte ci sono i bambini di Librino, un quartiere degradato di Catania: tredici assistenti sociali si occupano volontariamente di circa 200 fra bambini e ragazzi del quartiere aiutandoli nei compiti, assistendoli e


6 Meinungen | Opinioni

gewachsen sind und denen sie kontinuierlich zur Seite stehen will. Da sind zum einen die Kinder von Librino, einem verwahrlosten Stadtteil von Catania, dreizehn Sozialarbeiterinnen und –arbeiter kümmern sich ehrenamtlich um ca. 200 Kinder und Jugendliche im Stadtteil durch Hausaufgabenhilfe, durch Betreuung und Begleitung und durch das professionelle Training von Rugby für alle Alterklassen im angrenzenden San Teodoro Stadion. Die Gemeinde sammelt Spenden und bemüht sich um Deutschkurse für die Kinder, damit vielleicht im nächsten Jahr eine Sportbegegnung zwischen deutschen Rugbymannschaften und dem Team aus Librino in Deutschland möglich werden kann. Außerdem, um der anströmenden Flut der Flüchtlinge auf Sizilien eine Antwort zu geben, organisiert die ev.-luth. Gemeinde zusammen mit der baptistischen und waldensischen Gemeinde ein regelmäßgiges Abendessen und Frühstück für die Flüchtlinge aus Afrika, momentan aus Mali, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Sierra Leone, Ghana und Burkina-Faso stammend. Nach der Sommerpause soll ein „Sportello“, ein Beratungsbüro in der Nähe der baptistischen und lutherischen Kirche eröffnet werden, um medizinische, psychologische, rechtliche, sprachliche und spirituelle Unterstützung anzubieten. Ein Jahresbudget einschließlich regelmäßiger Essen von 36.000 Euro ist dafür veranschlagt, und es wird sich zeigen, wie weit unsere Solidarität gehen wird. Nehmen wir finanzielle Einbußen in Kauf, wollen wir unseren Haushalt stark belasten, können wir auf Unterstützung hoffen? Andreas Latz, Pfarrer auf Sizilien

Foto Seite 4 / Foto pag. 4: Zusammen Mittagessen im Pfarrhaus / Pranzando insieme nella casa pastorale Foto daneben / Foto accanto: Kinder und rugby / Bambini e rugby

accompagnandoli e attraverso un training professionale di rugby per tutte le fasce d’età nel vicino stadio di San Teodoro. La comunità raccoglie offerte e si impegna a organizzare corsi di tedesco per bambini affinché, forse l’anno prossimo, si possa realizzare in Germania un incontro sportivo fra le squadre di rugby tedesche e la squadra di Librino. Inoltre, per accogliere il flusso di profughi che arriva in Sicilia, la Comunità evangelica luterana insieme alla Comunità battista e a quella valdese organizza regolarmente una cena e una prima colazione per tutti i profughi che provengono dall’Africa, attualmente dal Mali, GuineaBissau, Gambia, Senegal, Sierra Leone, Ghana e Burkina-Faso. Dopo la pausa estiva verrà aperto uno “sportello”, un consultorio vicino alla chiesa battista e luterana, per poter offrire un sostegno medico, psicologico, giuridico, linguistico e spirituale. È stato preventivato un bilancio annuale di 36.000 Euro, comprensivo di pasti regolari, e si vedrà fino a che punto arriverà la nostra solidarietà. Siamo pronti ad assumerci degli oneri finanziari, vogliamo gravare fortemente sul nostro bilancio, possiamo sperare in un sostegno? Andreas Latz, pastore (Sicilia) Traduzione: MariaClara Palazzini Finetti


Der Theologe antwortet | Il teologo risponde

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Spontan und uneigennützig – biblische Solidarietät Spontaneo e disinteressato solidarietà biblica

Uwe Habenicht

Frau C. fragt: Was meint Jesus, wenn er sagt, dass beim Almosen geben die rechte Hand nicht wissen soll, was die linke tut? Das ist doch unsinnig, oder?

La signora C. chiede: cosa intende Gesù dicendo quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra? Non ha senso, vero?

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er zitierte Vers aus Matthäus 6,3 ist ja in der Tat berühmt geworden, ohne dass immer so ganz klar ist, was es bedeutet soll, dass die eine Hand nicht weiß, was die andere tut. Aus dem Zusammenhang und bei genauerem Hinsehen erschließt sich allerdings, in welche Richtung Jesus denkt. Denn im gut jüdischen Sinne kritisiert Jesus ein Verhalten, das Wohltätigkeit zur eigenen Selbstdarstellung benutzt:„Habt Acht auf eure Frömmigkeit, dass ihr die nicht übt vor den Leuten, um von ihnen gesehen zu werden, denn ihr habt sonst keinen Lohn bei eurem Vater im Himmel. Wenn du nun Almosen gibst, so sollst du es nicht vor dir ausposaunen lassen, wie es die Heuchler tun in den Synagogen und auf den Gassen, damit sie von den Leuten gepriesen werden ...“(Mt 6, 1-2) Zweierlei ist an diesem Kommentar Jesus bemerkenswert. Zum einen zählt Jesus das Geben von Almosen zur Frömmigkeit oder wie wir es heute sagen würden zum Glauben. Das heißt: gelebte Solidarität, das Teilen von Gütern, das Spenden und Weitergeben von Besitz ist für ihn ganz selbstverständlich Teil des Glaubens. Daran darf heute ruhig mal wieder erinnert werden - wie ich meine. Denn oft genug zeigen sich Glaubende ziemlich zugeknöpft, wenn es darum geht, zu geben. Zum anderen fällt auf, dass Jesus dem Geben seinen spontanen Charakter erhalten möchte. An langfristigen Wohltätigkeitsprojekten mitzuarbeiten und sich dafür zu engagieren, ist wichtig, sehr wichtig sogar. Doch solches Engagement sollte dem spontanen Geben keinen Abbruch tun. Die Frau, die auf der Straße mit einem Pappbecker vor sich da sitzt, darf mich zum spontanen Geben anregen. Dass die rechte nicht weiß, was die linke tut, meint eben jenen spontanen Impuls, der mich Notsituationen emotional erfassen lässt. Warum nicht einfach spontan auch mal etwas geben, um damit einem oft vernächlässigten Zug unseres Menschseins zu entsprechen. Und, so Jesus, das spontane Geben hat den Vorteil, dass ich in dem Moment nicht daran denke, wie ich diese Geste als Wohltat vor anderen inszenieren kann. „Wenn du aber Almosen gibst, so lass deine linke Hand nicht wissen, was die rechte tut, damit dein Almosen verborgen bleibe; und dein Vater, der in das Verborgene sieht, wird`s dir vergelten.“ (Mt 6, 3.4) .Wenn Sie auch eine Frage haben, schicken Sie diese bitte an: miteinander@chiesaluterana.it

l versetto che è stato citato di Matteo 6, 3 in effetti è diventato famoso senza che sia totalmente chiaro che cosa significhi che una mano non sappia cosa fa l’altra. Tuttavia a un esame più attento del contesto si capisce in che direzione vada il pensiero di Gesù. Perché in senso ebraico Gesù critica il comportamento che utilizza la beneficenza per mettersi in mostra: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non far suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini...”(Matteo 6, 1-2). Due cose sono degne di nota in questo commento di Gesù. Da una parte per Gesù fare l’elemosina fa parte della pietà o, come diremmo noi oggi, della fede. Ciò significa che la solidarietà vissuta, cioè il condividere i beni, donare e dare i propri averi, fa naturalmente parte della fede. Oggi lo si può tranquillamente ricordare. Perché troppo spesso i fedeli si mostrano piuttosto riluttanti, quando si tratta di dare. Dall’altra si nota che Gesù vuole mantenere il carattere spontaneo del dare. Collaborare a progetti di beneficenza a lungo termine e impegnarsi in questi è importante, anzi molto importante. Ma un tale impegno non dovrebbe compromettere il dare spontaneo. La donna che siede per strada con un bicchiere di carta davanti a sé mi può stimolare a dare spontaneamente. Che la sinistra non sappia cosa fa la destra esprime quell’impulso spontaneo che mi lascia coinvolgere emotivamente in situazioni di bisogno. Perché non dare semplicemente in maniera spontanea qualcosa per corrispondere a una dimensione spesso tralasciata del nostro essere umani. Come dice Gesù, il dare spontaneo ha il vantaggio che in quel momento non penso a mettere in scena il gesto come un’opera di bene davanti agli altri. Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. (Matteo 6, 3-4) Uwe Habenicht Traduzione: MariaClara Palazzini Finetti Inviate i vostri quesiti a: insieme@chiesaluterana.it


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Diskussionen | Discussioni

Die deutschen Kirchen und die Griechenland-Frage

Le Chiese in Germania e la questione della Grecia

Ist die Kritik an den deutschen Kirchen gerechtfertigt?

Sono giustificate le critiche mosse alle Chiese tedesche?

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a tempo, numerosi sono gli interventi sulla stampa e sui social network in merito alla posizione delle Chiese tedesche, in particolare quelle protestanti, sulla situazione greca. Da più parti (anche all'interno dello stesso campo protestante) molti si chiedono quali siano le attività concrete messe in atto dalle Chiese protestanti tedesche per venire in aiuto, moralmente e materialmente, ai cittadini greci, stretti in una morsa drammatica dovuta, secondo molti, all'intransigenza del governo tedesco e dei governi che lo seguono. Le Chiese tedesche si sono espresse a più riprese contro una valutazione puramente economica e una soluzione “ragionieristica” della situazione debitoria della Grecia, e questo fin dall'insorgere delle prime avvisaglie della crisi. In seguito, quando questa raggiunse dimensioni drammatiche, gli aiuti si fecero concreti, mediante una serie di iniziative locali che si proponevano di venire in aiuto alla popolazione più duramente colpita. Nel 2012, per esempio, l'Evangelischer Regionalverband di Francoforte e l'Evangelische Kirche dell'Assia hanno messo a disposizione complessivamente 50.000 Euro di aiuti, importo che è stato utilizzato in piccola parte come sostegno ai greci recentemente immigrati in Germania in seguito alla crisi e, in gran parte, per acquistare, cucinare e distribuire pasti alla popolazione greca, tramite la Chiesa ortodossa. Ma questo è solo uno degli esempi delle tante attività svolte, soprattutto, a livello locale, e che rischiano di non raggiungere eco internazionale. Sia negli anni scorsi, sia quest'anno, non sono mancate poi le prese di posizione ufficiali di rappresentanti delle Chiese tedesche, l'ultima delle quali nel corso del Kirchentag dello scorso mese di giugno. In quell'occasione Margot Käßmann, nota a tutti per la sua intensa attività a favore dell'ecumenismo e per l'organizzazione degli eventi in vista del cinquecentenario della Riforma, si è espressa con

chön längst war einiges in der Presse und auch in den sozialen Netzwerken über die Position der deutschen Kirchen, aber vor allem der evangelischen Kirche, hinsichtlich der Griechenland-Frage zu lesen. Von mehreren Seiten (auch aus evangelischen Kreisen) wurde die Frage laut, welche konkreten Initiativen von der evangelischen Kirche in Deutschland umgesetzt würden, um den griechischen BürgernInnen moralische und materielle Unterstützung zu leisten. Und viele meinen, dass die dramatische Lage der Griechen durch die Unnachgiebigkeit der deutschen Regierung und auch anderer europäischer Regierungen, die der deutschen Linie folgen, mitverursacht wurde. Seit den ersten Anzeichen der Krise haben die deutschen Kirchen sich mehrfach gegen eine rein wirtschaftliche Analyse und gegen eine „buchhalterische“ Lösung des gravierenden Schuldenstands Griechenlands ausgesprochen. Und als die Lage sich dann zuspitzte, haben sie ganz konkrete, lokale Initiativen zur Unterstützung der von der Krise betroffenen Bevölkerung ins Leben gerufen. 2012 etwa wurden vom Evangelischen Regionalverband Frankfurt und der Evangelischen Kirche in Hessen insgesamt 50.000 Euro Hilfsgelder zur Verfügung gestellt. Ein kleiner Teil davon wurde für unterstützende Maßnahmen zugunsten der griechischen Einwanderer eingesetzt, die wegen der Krise nach Deutschland gekommen sind. Der Großteil der Gelder wurde zweckgebunden der orthodoxen Kirche zur Verfügung gestellt, die damit Mahlzeiten zubereitet und an die griechische Bevölkerung verteilt. Und das ist nur eines von vielen Hilfsprojekten, die vor Ort organisiert wurden, und von denen wahrscheinlich wenig auf internationaler Ebene bekannt ist. In den letzten Jahren und auch dieses Jahr mangelte es nicht an offiziellen Stellungnahmen von Vertretern der deut-

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Diskussionen | Discussioni

schen Kirchen, wie zuletzt auf dem Kirchentag im Juni. Bei dieser Gelegenheit bezog Margot Käßmann, die für ihre intensiven Bemühungen um die Ökumene und für ihren Einsatz bei der Organisation der Veranstaltungen im Rahmen des 500jährigen Reformationsjubiläums bekannt ist, zu diesem Thema eine eindeutige Stellung. Am 4. Juni sprach sie für einen Schuldenschnitt Griechenlands aus. Sie bezog sich dabei auf Lukas 16, 1 (dem Gleichnis vom Verwalter, der den Schuldnern seines Herrn die Hälfte der Schulden erlässt) und sagte, das Erlassen von Schulden sei „biblisches Gebot“. Der ebenfalls am Kirchentag anwesende Finanzminister Schäuble erwiderte daraufhin, man könne das Problem mit Griechenland nicht auf den lieben Gott schieben. Frau Käßmanns Aussage ist keine Einzelstimme. Sie drückt das Unbehagen vieler deutscher Christen über die Unnachgiebigkeit der Politiker aus, die im Gegensatz zu der Botschaft des Evangeliums zu stehen schien. Es mag Zufall sein, aber einige Ereignisse (das Entgegenkommen der deutschen Regierung bei diesem Thema, das Ja zu einem Großkredit für Griechenland, für den sich Schäuble eingesetzt hat) scheinen zu signalisieren, dass das Thema wieder mit mehr Toleranz und Hilfsbereitschaft gesehen werden. Aus diesen Ausführungen wird deutlich, dass die gegen unsere Kirchen in Deutschland vorgebrachte Kritik nicht gerechtfertigt ist. Es wird ihnen mangelnde Präsenz vorgeworfen, und dass sie durch ihr Schweigen den harten wirtschaftspolitischen Entscheidungen einiger europäischer Länder gegenüber Griechenland zustimmen. Den Lehren des Evangeliums getreu fühlten sich viele deutsche Protestanten und Protestantinnen von der Notsituation unserer europäischen Mitbürgern betroffen und leisteten der griechischen Bevölkerung moralisch und auch finanziell Hilfestellung. Roberto Tresoldi Übersetzung: Kerstin Gros

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forza sul tema. Il 4 giugno scorso la Käßmann, riferendosi al passo di Luca 16,1 (la parabola del fattore che riduce i debiti dei debitori del suo padrone) chiese la riduzione dei debiti della Grecia, sostenendo che questo sarebbe un “comandamento biblico”. Alla richiesta replicò in toni negativi il ministro delle finanze Schäuble (presente anch'egli al Kirchentag) che sostenne come “simili cose non possano essere lasciate al buon Dio”. La presa di posizione della Käßmann non è una voce isolata e riassume il disagio di diversi cristiani tedeschi di fronte ad una chiusura della politica che sembrava andare in direzioni diverse rispetto al messaggio evangelico. Sarà un caso, ma alcuni eventi (apertura del governo tedesco sul tema, con posizione a favore del maxi-prestito alla Grecia, sostenuto con forza dallo stesso Schäuble) sembrano aver riportato il discorso entro limiti di maggiore tolleranza e disponibilità. Da quanto abbiamo qui brevemente riferito ci si rende conto di come non siano giustificate le critiche mosse alle nostre Chiese in Germania, accusate di essere “assenti” e di avallare, col proprio silenzio, le scelte politico-economiche particolarmente rigide compiute da alcuni Paesi europei nei confronti della Grecia. Fedeli al dettato del Vangelo, molti cristiani protestanti tedeschi si sono sentiti direttamente coinvolti nella situazione dei nostri concittadini europei greci, dando loro il proprio sostegno morale ed economico. Roberto Tresoldi


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Zeugnisse | Testimonianze

Was ist unser Felsen in diesen Zeiten?

Qual è la nostra roccia di questi tempi?

Griechische Krise und Alltag in Thessaloniki

Crisi greca e quotidianità a Salonicco

farrerin Ulrike Weber ist für Protestanten in Thessaloniki und für Diasporagruppen in ganz Mittel- und Nordgriechenland da. Die unsichere Zukunft des Landes und die wirtschaftliche Not spürt sie ganz unmittelbar im Gemeindeleben.

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a pastora Ulrike Weber è presente per i protestanti a Salonicco e per i gruppi della diaspora in tutta la Grecia centrosettentrionale. Nella vita della comunità avverte direttamente il futuro incerto del Paese e le difficoltà economiche.

In den Gottesdiensten in Thessaloniki führe ich immer ein Predigtgespräch, dem ich einen biblischen Text zugrunde lege. Oft ist es so: Wir fangen bei dem biblischen Text an und hören bei Griechenland auf. Da habe ich zum Beispiel die Geschichte vom verlorenen Sohn erzählt und dazu kam die Frage: Wer breitet für Griechenland die Arme aus, wer ist barmherzig zu uns? Oder die Geschichte vom Haus auf dem Felsen: Was bietet uns einen sicheren Halt, was ist unser Felsen in diesen bewegenden Zeiten? Bei den Gesprächen mit den Menschen fällt mir auf, dass am schlimmsten diese große Unsicherheit ist, die man überall spürt. Keiner weiß, was morgen ist oder übermorgen. Heute sind die Gesetze so, wer weiß, wie sie nächste Woche sind? Viele haben das Gefühl: Man kann sich im Augenblick auf nichts richtig verlassen. Das löst zum einen Ängste und Sorgen aus, lässt manche aber auch verharren – bis in eine Starre hinein. Da ist zum Beispiel ein Gemeindemitglied, das sich selbstständig machen will. Oder wir als Gemeinde planen einen Second Hand-Laden. Aber die Lage ist zurzeit so schwer absehbar, dass wirtschaftliche Entscheidungen ohne Hilfe von Rechtsanwälten und Steuerberatern kaum zu treffen sind. Ich fahre jeden Tag im Bus zur Arbeit, da fällt mir die Not besonders auf: Ich sehe die Frauen in ihren Mänteln, die haben den x-ten Frühling, Sommer, Herbst schon hinter sich, da wird geflickt, gestopft, da wird noch mal ein Knopf angenäht. Ich sehe das überall: Wie versucht wird, diese Armut würdig zu ertragen – weil Armut beschämt. Das berührt mich sehr. Es macht sich für mich immer an den kleinen Dingen fest. Ich habe eine Freundin in der Gemeinde, eine ganz patente Frau, die sagte zu ihrem Geburtstag, sie lässt sich jetzt nichts mehr schenken. Weil die Frauen es selber nicht haben und wenn man mit dem Schenken anfängt, müs-

Nei culti che celebro a Salonicco tengo sempre una predica basandomi su un testo biblico. Spesso iniziamo con un testo biblico e finiamo con la Grecia. Ho raccontato per esempio la storia del figliol prodigo ed è sorta la domanda: chi apre le braccia alla Grecia, chi è misericordioso con noi? Oppure la storia della casa sulla roccia: cosa ci offre un appiglio sicuro, chi è la nostra roccia in questi tempi movimentati? Parlando con le persone mi rendo conto che la cosa peggiore è questa grande insicurezza, che si respira ovunque. Nessuno sa cosa succederà domani o dopodomani. Oggi le leggi sono così ma chissà come saranno la settimana prossima. Molti hanno la sensazione che al momento non si possa fare veramente affidamento su nulla. Questo da un lato scatena paure e preoccupazioni, dall’altro fa sì che alcuni restino fermi, fino a immobilizzarsi. C’è per esempio un membro della comunità che vuole mettersi in proprio. Oppure noi che come comunità abbiamo progettato un negozio di cose di seconda mano. Ma la situazione attualmente è difficilmente prevedibile e non si possono prendere delle decisioni economiche senza l’aiuto di avvocati e commercialisti. Prendo l’autobus ogni giorno per andare al lavoro, dove mi accorgo in maniera particolare dell’indigenza delle persone: vedo le donne con i loro cappotti che hanno alle spalle non so quante primavere, estati e autunni, sono stati rattoppati, rammendati, qua e là viene ancora riattaccato un bottone. Lo vedo dappertutto come si cerca di sopportare con dignità questa povertà, perché ci si vergogna della povertà. Questo mi commuove molto. Io riconduco tutto sempre alle piccole cose. Ho un’amica nella comunità, una donna molto in gamba, che ha detto che per il compleanno non si fa più regalare niente. Perché le donne non hanno la possibilità e se si inizia a regalare, chi ricevere dei regali deve anche ricambiare, e alcune non sono proprio in grado. Questo mi colpisce molto.

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Zeugnisse | Tsetimonianze

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se man auch wieder zurückschenken – und manche könnten es einfach nicht. So etwas macht dann manchmal sehr betroffen. Unsere Gemeinde hat mehr als 300 Mitglieder, in Thessaloniki und verstreut über Nord- und Mittelgriechenland. Die Gottesdienste feiern wir auf Deutsch. Da gibt es eine große Altersspanne: junge Mütter mit Krabbelkindern und Senioren, die seit mehr als 40 Jahren in Griechenland leben. Viele Auslandsgemeinden sind von sogenannten „Expats“ geprägt, die nur für einige Jahre in einem anderen Land arbeiten. Bei uns werden das immer weniger. Die meisten Expats sind zurück nach Deutschland gezogen. Die Arbeit ist knapp und immer weniger ausländische Firmen schicken ihre Mitarbeiter nach Griechenland. Anders ist es bei denen, die in schon lange in Griechenland leben: Die deutschstämmigen Frauen in der Gemeinde zum Beispiel sind alle mit griechischen Männern verheiratet und Griechenland ist ihre Heimat geworden. Die lieben dieses Land, diese Menschen, diese Kultur, und sie leiden natürlich unter der Krise. Auch diejenigen, die mal gut situiert gewesen sind. Jetzt versuchen wir uns gegenseitig zu unterstützen: Im Foyer unserer Gemeinde steht ein Korb. Wer einkaufen gegangen ist, kann da etwas hineinlegen, ein Paket Nudeln zum Beispiel. Und irgendjemand nimmt sich das dann da raus – weil er es braucht. Angesichts dieser Situation ist Griechenland von der wachsenden Zahl an Flüchtlingen besonders betroffen. Das geht den Frauen, die sich ehrenamtlich engagieren, an die Substanz: helfen zu wollen aber nicht helfen zu können. Wir haben eine „Kreativ-Stube“ aufgebaut als Angebot für die Flüchtlinge, dort stehen Nähmaschinen. Die Frauen können Nähen lernen und auch für sich selbst etwas nähen. Hilfe zur Selbsthilfe ist das, und auf jeden Fall ist auch der Kontakt ganz wichtig. Einen Kaffee oder Tee zusammen zu trinken, das Schicksal miteinander zu teilen … Von vielen Menschen höre ich den Wunsch, dass man klarer sehen könnte: Wo geht es hin, was sind die nächsten Schritte? Ich glaube, dass vieles zu tragen oder mitzutragen wäre, wenn man genau das Ziel kennen würde und wüsste: Diese Maßnahme ist gut und sinnvoll, das machen wir jetzt. Die Menschen hier sagen auch: Da ist vieles nicht gut gelaufen, es ist gut, dass das alles geändert wird. Aber das Abwarten macht viele von uns mürbe! Und wir brauchen trotzdem diese Barmherzigkeit. Da ist es dann unsere Rolle in der Gemeinde, einfach eine Insel zu bieten, und zwar nicht die Insel der Glückseligen, sondern eine Insel derer, die das gleiche Schicksal teilen, diesem mit Mut und Kraft standhalten und nach vorne blicken. Da rückt so eine Gemeinde auch noch mehr zusammen.

La nostra comunità conta più di 300 membri distribuiti fra Salonicco, la Grecia del nord e quella centrale. I culti li celebriamo in tedesco. Abbiamo una fascia d’età molto ampia, da giovani madri con figli piccoli a anziani, che vivono in Grecia da più di 40 anni. In molte comunità estere ci sono tanti cosiddetti “expats”, che lavorano in un altro paese solo per pochi anni. Da noi sono sempre meno. La maggior parte degli expats sono ritornati in Germania. Il lavoro è poco e sempre meno ditte straniere inviano i loro collaboratori in Grecia. Diverso è per coloro che vivono già da tempo in Grecia: le donne di origine tedesca nella comunità ad esempio sono tutte sposate con uomini greci e la Grecia è diventata la loro patria. Amano questo paese, queste persone, questa cultura e ovviamente soffrono per questa crisi. Anche coloro che una volta erano benestanti. Ora cerchiamo di aiutarci gli uni con gli altri: all’ingresso della nostra comunità c’è un cesto. Chi ha fatto la spesa può lasciarci qualcosa, un pacchetto di pasta ad esempio. E una persona qualsiasi se lo prende, perché ne ha bisogno. Considerando questa situazione la Grecia è particolarmente colpita dal numero crescente di profughi. Questo logora le donne, impegnate come volontarie, che vorrebbero aiutare ma non possono aiutare. Abbiamo imbastito una “stanza creativa” per offrirla ai rifugiati: ci sono delle macchine da cucire con cui le donne Ulrike Weber possono imparare a cucire e cucire qualcosa anche per loro. Questo è autoaiuto e in ogni caso anche il contatto è molto importante. Bere insieme un tè o un caffè, condividere il destino … Da molte persone ho sentito il desiderio di avere una visione più chiara: dove stiamo andando, quali sono i prossimi passi? Penso che si potrebbe fare molto se si conoscesse con precisione l’obiettivo e quale misura sia buona e sensata, per poi agire di conseguenza. Le persone dicono anche che molto non andava come doveva e che è un bene che tutto venga cambiato. Ma aspettare esaspera molti di noi! E ciononostante abbiamo bisogno di questa misericordia. Il nostro ruolo nella comunità è semplicemente quello di offrire un’isola, tuttavia non l’isola dei felici, ma un’isola di coloro che condividono lo stesso destino, affrontandolo con forza e coraggio e guardando avanti. In questo modo una comunità si avvicina ancora di più. Ulrike Weber, pastora

Ulrike Weber, Pfarrerin

Traduzione: MariaClara Palazzini Finetti


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Begegnungen | Incontri

Solidarität in Rom

Solidarietà a Roma

Der Teddybär, der die Mütter lieb hat

L’Orsacchiotto che vuole bene alle mamme

Mütter mit Kindern / Mamme con bambini

“A

nderen zu helfen, ist nie einfach. Es bedarf viel Liebe.“ Seit fast einer Stunde beschreibt uns Gertrud Wiedmer leidenschaftlich das Hilfsprojekt Teddybär, eine Initiative der römischen Gemeinde. Und mit diesen Worten bringt sie am Ende unseres Gesprächs die eigentliche Bedeutung der Initiative auf den Punkt. Gertrud Wiedmer ist Schweizerin und ließ sich, nachdem sie beruflich schon viel in der Welt – auch in den Vereinigten Staaten und Lateinamerika – rumgekommen war, vor 30 Jahren in Rom nieder. Wir treffen sie an einem heißen Julivormittag im römischen Gemeindehaus. „Es waren die Ideen und die Sensibilität von Anke Hohenstein de Bernardinis, durch die das Projekt Teddybär Ende 2010 entstand. Anke engagierte sich damals in der Flüchtlingshilfe und wünschte sich ein Hilfsprojekt für afrikanische Frauen”, so Gertrud, die heute zusammen mit Anke dieses Projekt leitet, das Mütter mit Säuglingen und Kleinkindern unterstützt. An jedem ersten Donnerstag im Monat (außer im August) kommen ungefähr 70 junge Mütter in das Gemeindehaus in Via Toscana. Aber manchmal sind es sogar fast 100.

“A

iutare gli altri non è mai facile. Ci vuole molto amore”. Da quasi un’ora Gertrud Wiedmer ci spiega con passione il Progetto Orsacchiotto, iniziativa di solidarietà dei luterani di Roma. Ma sono queste sue parole, alla fine del nostro incontro, a renderne al meglio il vero significato. Gertrud è una signora svizzera che, dopo aver girato il mondo per motivi professionali – vivendo anche negli Stati Uniti e in America Latina – si è stabilità da circa 30 anni nella capitale d’Italia. In una torrida mattina di luglio, nella sede della comunità, inizia il suo interessante racconto. “Il Progetto Orsacchiotto nasce a cavallo tra il 2010 e il 2011, grazie alla sensibilità e alle idee di Anke Hohenstein de Bernardinis. Allora, Anke si occupava di migranti e forte era il suo desiderio di mettere in piedi un’iniziativa in particolare per le donne africane” ci dice Gertrud, oggi responsabile insieme ad Anke del progetto che sostiene le mamme con bambini in tenerissima età. Ogni primo giovedì del mese (ad eccezione di agosto), sono circa 70 le mamme che si presentano in Via Toscana. Ma, a volte, sono state sfiorate anche le 100 presenze.


Begegnungen | Incontri

“Beim ersten Mal waren es nur 5! Aber dann hat sich unsere Initiative rumgesprochen und es wurden immer mehr. Heute stehen am ersten Donnerstag im Monat zwischen 70 und 100 junge Mütter vor dem Gemeindehaus.“, erzählt Gertrud. Immer mehr Flüchtlinge kommen nach Italien. Und die Warteschlange der Migrantinnen wird von Mal zu Mal länger. Leider aber muss die Initiative mit einem begrenzten Budget auskommen: mit zirka 6.000 Euro im Jahr. 50% davon stammt aus den 8xMille-Geldern, die von der ELKI an die Gemeinden weiterleitetet werden, und die andere Hälfte aus Kollekten und Spenden (Geldspenden oder Kinderkleidung). In seltenen Fällen gibt es auch Unterstützung durch Sponsoren. In Anspruch genommen wird die angebotene Hilfe von jungen Müttern: viele davon sind unter 30 und manche sogar unter 20. Sie stammen vorwiegend aus Ländern südlich der Sahara, aus Nigeria, Ghana und Senegal. Aber einige Frauen kommen auch aus dem Maghreb und manche sogar aus Asien, meist aus Af- Gertrud Wiedmer ghanistan. Und da in den letzten Monaten immer mehr lybische Frauen dabei sind, die aus Kriegsgebieten geflüchtet sind, ist anzunehmen, dass das Teddybär-Projekt sich bald auch um syrischen Frauen kümmern muss. Jede Frau erhält eine Packung mit 50 Windeln und einige Kleidungsstücke für das Baby und auch für die älteren Geschwister. Dank der Zusammenarbeit mit einer Arztpraxis aus der Umgebung, können auch Vitamin- und Eisenpräparate sowie Mineralien verteilt werden. Bei Bedarf werden auch Informationen, Ratschläge und Hilfestellung wie z.B. bei einer Kindergartenanmeldung angeboten. “Das Projekt Teddybär könnte ohne das Engagement und den Einsatz der freiwilligen HelferInnen gar nicht existieren“, betont Gertrud. „Das sind Bettina Lucchesi und Anna Claudia Teramo, die fast immer dabei sind, und natürlich Anke De Berardinis sowie die unermüdliche Marion Schulz. Und auch die jungen Menschen, die ihr Freiwilligenjahr in der Gemeinde Rom leisten, helfen mit. Barbara Groven darf hier nicht vergessen werden, die zwar kein Gemeindemitglied ist, aber ihre im Servizio Rifugiati e Migranti (Dienst für Flüchtlinge und Migranten) der FCEI gesammelte Erfahrung einbringt. Wir würden uns natürlich auch über andere hilfsbereite Menschen freuen, die mitmachen wollen. Wir können jeden gut gebrauchen.“ Die Verteilung der Windeln und Babykleidung dauert meist länger als die eingeplanten zwei Stunden: „Es handelt sich eben nicht nur um das Aushändigen von Paketen. Wir müssen und wir wollen mit diesen Frauen sprechen und ihnen zuhören, wenn sie uns aus ihrem Leben erzählen. Oft erfahren wir dabei von schwierigen Situationen oder dramatischen Erlebnissen“, erklärt sie uns.

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“Eppure, la prima volta si presentarono in meno di 5! Solo con il passaparola le presenze iniziarono a incrementarsi. A poco a poco, fino ai numeri dei giorni nostri” ricorda Gertrud. Un trend di crescita inarrestabile anche a causa degli aumenti dei flussi migratori. E a cui far fronte con un budget purtroppo limitato: circa 6.000 euro l’anno, provenienti al 50% dai fondi 8xMille destinati dalla CELI alla comunità e, per la restante metà, frutto di collette, donazioni (in denaro e abbigliamento) e – raramente – di sponsorizzazioni. A usufruire del sostegno sono giovani donne: molte under 30, qualcuna anche al di sotto dei 20 anni. Prevalentemente, arrivano dall’Africa subsahariana: soprattutto da Nigeria, Ghana e Senegal. Ma ci sono anche donne dal Maghreb. E qualcuna persino dall’Asia, in particolare dall’Afghanistan. E - come testimonia l’incremento nei mesi scorsi della presenza di donne libiche in fuga dai conflitti – tra non molto l’Orsacchiotto potrebbe dover aiutare anche qualche mamma siriana. Alle donne viene consegnata una confezione di 50 pannolini. E qualche capo d’abbigliamento per il bebè. Ma anche per fratellini e sorelline più grandi. Inoltre, grazie all’aiuto di un vicino studio medico, vengono fornite vitamine, ferro e altri integratori per le neomamme. A questi, s’aggiungono tante informazioni e consigli, forniti dalle volontarie, ad esempio per l’iscrizione dei bimbi all’asilo. “Il Progetto Orsacchiotto non potrebbe esistere senza l’impegno e la presenza delle volontarie - sottolinea Getrtrud - Come Bettina Lucchesi e Anna Claudia Teramo, praticamente sempre presenti. O come la già citata Anke De Berardinis. E ancora l’infaticabile Marion Schulz. Senza dimenticare l’impegno dei volontari che si alternano annualmente presso la sede di Roma. E il prezioso aiuto di Barbara Goven, esterna alla comunità e con esperienza acquisita presso il Servizio Rifugiati e Migranti della FCEI. Auspichiamo però che anche altre persone di buona volontà ci diano una mano. Ne abbiamo proprio bisogno”. Le operazioni di distribuzione usualmente si protraggono più del paio d’ore previsto: “Perché non si tratta della banale consegna di un pacco. Con queste donne, dobbiamo e vogliamo parlare. E ascoltare le loro storie” ci spiega. Spesso difficili, talvolta drammatiche. “Ci sono donne che subiscono maltrattamenti. E qualcuna persino dedita alla prostituzione: condizione dolorosa ma addirittura sconvolgente quando sono sfruttate dal proprio compagno – continua Gertrud - Noi,


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Begegnunge | Incontri

“Es gibt auch Frauen, die misshandelt werden. Und manche prostituieren sich sogar: Das ist sehr schmerzhaft, und erschüttert besonders, wenn der eigene Partner der Zuhälter ist. In einer solchen Situation bieten wir sehr diskret unsere Solidarität an. In gewissen Fällen allerdings wären erfahrene Fachleute die richtigen Ansprechpartner. Wir aber sind nur Freiwillige….“ Freiwillige, die manchmal auch angespannte Situationen bewältigen müssen. Dazu kommt es, wenn sich jemand in der Schlage vordrängelt, ohne zu warten bis er dran ist. Oft liegt es auch an den kulturellen Unterschieden und manchmal ist Hinterlist oder auch Betrug im Spiel. Wie bei den Männern, die die Windelpakete weiterverkauft haben. Seitdem werden nur noch Frauen aufgenommen. “In solchen Fällen muss durchgegriffen werden, dann müssen wir auch mal die wegschicken, die sich nicht an die Regeln halten. Nur so können wir ein Chaos verhindern. Wichtig ist, dass wir die Schwächeren vor diesen Einschüchterungsversuchen schützen. Uns ist klar, dass wir dabei auch Gefahr laufen, Fehler zu machen. Manche Entscheidungen sind für uns mit Zweifeln und inneren Konflikten verbunden. Aber wir bemühen uns stets, die richtige Entscheidung zu treffen”, sagt Gertrud. In der Gemeinde werden auch Stimmen laut, die nicht unbedingt mit dieser strengen Vorgehensweise einverstanden sind. Allerdings gibt es auch andere, die meinen, dass diese Art der Solidarität pädagogisch wertlos ist, weil Hilfe angeboten wird, ohne dafür eine Gegenleistung zu verlangen. Mit nachdenklichem Gesichtsausdruck meint Gertrud: “Die Wahrheit ist, dass es nie einfach ist, anderen zu helfen. Man braucht viel Liebe dafür. Bei einem Hilfsprojekt geht es weit mehr als um materielle Hilfe. Ganz wichtig ist, dass man daran glaubt und manchmal auch einen Traum hat... “ Ein Lächeln erhellt ihr Gesicht als sie sagt: „ Für diese Frauen würde ich gerne Italienisch- oder Kochkurse organisieren. Und vielleicht sogar kleine, lokale Hilfsprojekte in ihren Herkunftsländern. Zurzeit scheint so etwas aber unmöglich zu sein. Sehr wahrscheinlich wegen der Ressourcenknappheit. Aber…“ Gertrud Wiedmer hat Recht, aus Träumen entstehen Ideen und Initiativen, mit denen etwas bewirkt werden kann.

con discrezione, offriamo la nostra solidarietà. In alcuni casi, però, ci vorrebbe l’intervento di personale specializzato. E noi, invece, siamo soltanto delle volontarie…” Che a volte devono gestire anche momenti di tensione. Magari perché non si rispetta la fila. Spesso per semplice differenza culturale. Talvolta per malizia. O persino per inganno. Come nel caso di quegli uomini che, in passato, avevano rivenduto il pacco dopo averlo ricevuto. Da allora fu deciso di accogliere solo donne. “In tutti questi casi, occorre severità, anche mandando via chi infrange le regole. E’ l’unico modo per evitare il caos. E, soprattutto, per proteggere le più deboli dalla prevaricazione di chi è prepotente. Sappiamo di poter sbagliare. Alcune scelte ci creano dubbi e conflitti interiori. Ma cerchiamo sempre di assumere la decisione che ci appare più giusta” dice Gertrud. In comunità, si registra talvolta qualche perplessità per questa intransigenza. Ma c’è anche chi, al contrario, ritiene che questo tipo di solidarietà possa essere diseducativa perché si offre un aiuto senza alcun impegno in cambio. L’espressione di Gertrud si fa assorta: “La verità è che aiutare gli altri non è mai facile. Ci vuole molto amore. Non basta offrire un supporto materiale. Bisogna dare di più. E, soprattutto, bisogna crederci. E qualche volta anche sognare.” Il sorriso le ritorna sul volto: “Per queste donne vorrei organizzare lezioni di italiano o corsi di cucina. E, addirittura, realizzare qualche progetto d’aiuto direttamente nei loro paesi di provenienza. Al momento, sembrano mete irraggiungibili. Ed è molto probabile che lo siano davvero per scarsezza di risorse. Però…” Gertrud Wiedmer ha ragione: è dai sogni che nascono le idee e le iniziative in grado di lasciare un segno significativo. A volte, un segno di solidarietà. BMP Comunicazione

BMP Comunicazione Übersetzung: Kerstin Gros Fotos Seite 12 u. 14 / Foto pag. 12 e 14: Mütter mit Kindern / Mamme con i figli Mütter mit Kindern / Mamme con bamini


8PERMILLE

Chiesa Evangelica Luterana in Italia

7.000 i luterani in Italia. Oltre 60.000 le firme per sostenere le attività della CELI, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia.

STANZIAMENTO 8 PERMILLE 2014 46,91% 22,85% 11,86% 5,43%

1,29%

Otto per Mille alla CELI:

MISSIONE

il sostegno a una Chiesa che evolve con la società.

5,09%

2,47%

MINISTRI DI CULTO

SOCIALE

CULTURA

4,10%

EVANGELIZZAZIONE

Firme

61.200

Percentuale scelte espresse

GESTIONE E PUBBLICITÀ

0,32% € 4.042.473,97

Rimessa

FORMAZIONE

Residui 8 per mille anni precedenti

IMMOBILI

€ 216.354,23

TOTALI DEI PROGETTI SPESI NEL 2014 Concistoro livello nazionale 33%

Comunità locale 67%

Somma

Percentuale

EVANGELIZZAZIONE

€ 276.367,49

€ 1.595.680,08

€ 1.872.047,57

46,91%

MINISTRI DI CULTO

€ 911.712,31

€ 911.712,31

22,85%

€ 307.045,44

€ 473.242,13

11,86%

Totale stanziato di cui ritenute fiscali

€ 925.000,00 € 231.413,28

SOCIALE

€ 166.196,69

MISSIONE

€ 195.681,16

€ 21.000,00

€ 216.681,16

5,43%

CULTURA

€ 34.882,85

€ 168.118,00

€ 203.000,85

5,09%

GESTIONE E PUBBLICITÀ

€ 69.357,54

€ 94.257,36

€ 163.614,90

4,10%

FORMAZIONE - Progetti Sinodali

€ 98.710,17

€ 98.710,17

2,47%

IMMOBILI - Progetti Sinodali

€ 51.428,70

€ 51.428,70

1,29% 100%

TOTALE SPESO

€ 1.804.336,91

€ 2.186.100,88

€ 3.990.437,79

TOTALE STANZIATO

€ 1.007.697,50

€ 2.045.931,28

€ 3.053.628,78

TOTALE TRATTENUTE TOTALE PROGETTATO

€ 988.845,19

€ 988.845,19

€ 1.996.542,69

€ 4.042.473,97

RESIDUI ANNI PRECEDENTI

€ 189.536,15

RIPORTI PER ANNI FUTURI

€ 192.205,79

€ 26.818,08

€ 216.354,23 € 192.205,79

€ 4.042.473,97

Totale Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Via Aurelia Antica, 391 – 00165 Roma

|

decanato@chiesaluterana.it

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www.chiesaluterana.it

OPM

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Initiativen | Iniziative

Nur wer wirklich dankbar ist, hat ein erfülltes Leben und kann von dieser Fülle dankbar weitergeben

Solo chi è veramente riconoscente ha una vita piena e può trasmettere agli altri questa pienezza con gratitudine

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arina ha 17 anni e vive in un piccolo paese di nome Koselje ai margini della “zona proibita” di Chernobyl. Fino a poco tempo fa non sapeva cosa avrebbe fatto dopo la scuola. La maggior parte dei giovani della sua età iniziano un tirocinio nella fattoria collettiva, ma a causa della contaminazione radioattiva dei campi non si può più coltivare niente. Così, forse, dopo la formazione avrebbe fatto direttamente parte della schiera dei disoccupati. Ma adesso sa che il suo cammino, grazie a un particolare progetto di assistenza, la condurrà all’università dove potrà realizzare il suo sogno. A Merano l’anno scorso sono nati diversi progetti solidali attraverso i quali la comunità evangelica non solo può dare un aiuto finanziario, ma può partecipare con il suo sostegno alla vita degli altri. Il giorno dell’anniversario della catastrofe nucleare di Chernobyl, il 26 aprile, il Consiglio di Chiesa di Merano ha specificamente destinato delle collette a una borsa di studio per una ragazza della regione di Chernobyl. Queste borse di studio per bambini senza possibilità di studio vengono assegnate dal 1990 attraverso l’organizzazione di Jena Aiuto per i bambini di Chernobyl, associazione registrata . Ai bambini della regione contaminata dalle radiazioni in Bielorussia non viene soltanto data la possibilità di studiare, ma anche la prospettiva di un lavoro retribuito e quindi la possibilità di una nuova vita per un’intera famiglia al di fuori della zona contaminata. Dopo il “super-GAU” (il massimo incidente ipotizzabile) nella centrale nucleare di Chernobyl, nel 1986, l’attenzione e l’interesse sono continuamente rivolti all’ impianto con il suo inquietante sarcofago di tonnellate di acciaio e cemento. Ma là dove le nuvole radioattive attraverso la pioggia hanno reso invivibili la campagna e i terreni per chilometri, la vita non suscita più l’interesse dell’opinione pubblica. Per alcune delle giovani che hanno conseguito la maturità, l’allarmante prospettiva di vita ora è cambiata. Con una borsa di studio si aprono per loro nuove prospettive per il domani. Così Marina in autunno inizierà a studiare scienze agrarie a Minsk. Il suo obiettivo è quello di of-

arina ist 17 und lebt in einem kleinen Dorf Namens Koselje am Rande der „verbotenen Zone“ von Tschernobyl. Bis vor kurzem wusste sie noch nicht wie es für sie nach der Schule weitergeht. Die meisten ihres Alters fangen in der Kolchose eine Lehre an, doch durch die Verstrahlung der Felder darf dort nichts mehr angebaut werden. So würde sie vermutlich nach der Ausbildung direkt in die Arbeitslosigkeit gehen. Doch jetzt weiß sie, dass ihr Weg durch ein besonderes Hilfsprojekt an die Universität führt und ihr einen Traum erfüllt. In Meran sind im letzten Jahr mehrere solidarische Projekte entstanden, durch welche die evangelische Gemeinde nicht nur finanzielle Hilfe leisten kann, sondern selber unterstützend Anteil am Leben Anderer nimmt. Zum Jahrestag der Reaktorkatastrophe von Tschernobyl, am 26. April, bestimmte der Kirchenvorstand von Meran zweckgebundene Kollekten für ein Stipendium eines Mädchen aus der Region um Tschernobyl. Dieses Stipendium für Kinder ohne Studienchancen wird seit 1990 durch einen Jenaer Verein „Hilfe für die Kinder von Tschernobyl“ e.V. vergeben. Kindern aus der strahlenverseuchten Region in Weißrussland wird hierdurch nicht nur ein Studium ermöglicht, sondern auch die Aussicht auf eine bezahlte Arbeit und somit auch auf ein neues Leben für eine ganze Großfamilie außerhalb der verstrahlten Zone. Nach dem „Super-GAU“ (Größter Anzunehmender Unfall) im Atomkraftwerk Tschernobyl 1986 richteten sich die Blicke und das Interesse immer wieder auf das Kraftwerk mit seinem beängstigenden Mantel aus tonnenschwerem Stahl und Beton. Doch dort, wo die radioaktiven Wolken durch den Regen Land und Boden kilometerweise unbewohnbar machten, geriet das Leben aus dem Blickfeld der Öffentlichkeit. Für einige der jungen Schulabsolventen hat sich die bedrohliche Lebensperspektive nun verändert. Mit einem Stipendium bekommen sie

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Initiativen | Iniziative 17

neue Zukunftschancen eingeräumt. So wird Marina ab dem Herbst ein Studium für Agrarwissenschaften in Minsk aufnehmen. Ihr Ziel ist es, dem ländlichen Bereich durch den Anbau von speziellen Pflanzen zur Entgiftung der Böden neue Zukunftschancen zu ermöglichen. Ähnliche Hilfsprojekte, welche durch die evangelische Gemeinde Meran unterstützt werden, sind die Hilfe für die evangelische Gemeinde in Thessaloniki, welche in diesen Monaten durch die Finanzkriese schwer zu kämpfen hat, die Flüchtlingsprojekte in Südtirol, welche die Betreuung in der Erstaufnahme begleiten und eine Beratungsstelle auf den Bahamas für Mädchen und junge Frauen nach Gewalterfahrungen.

frire nuove possibilità per il futuro delle zone rurali attraverso la coltivazione di piante speciali per la depurazione dei terreni. La Comunità evangelica di Merano sostiene altri progetti di assistenza simili, come quelli per la Comunità evangelica di Salonicco, che in questi mesi a causa della crisi finanziaria deve lottare duramente per sopravvivere, per i rifugiati in Alto Adige, che prevedono l’assistenza durante la prima accoglienza, e per un consultorio alle Bahamas dedicato a ragazze e giovani donne che hanno subito violenze. Martin Krautwurst, pastore a Merano Traduzione: MariaClara Palazzini Finetti

Martin Krautwurst, Pfarrer in Meran Das Leben ist hart in der Region um Tschernobyl und von großer Armut geprägt. Arbeitslosigkeit ist das herrschende Thema, da die Kolchose (Agrargenossenschaft) der größte Arbeitgeber war und seit der Katastrophe nichts mehr anbauen darf. La vita è dura nella regione di Chernobyl e caratterizzata da estrema povertà. La disoccupazione è il tema dominante, dato che la fattoria collettiva (il consorzio agrario) era il maggiore datore di lavoro e dopo la catastrofe non può più coltivare nulla.

Tanja Kalinisch war eine der ersten Mädchen aus der Region, welche mit einem Stipendium den Weg aus der strahlenverseuchten Zone schaffte. Heute ist sie verheiratet und Mutter von zwei Kindern. Sie arbeitet als Lehrerin und wohnt mit ihrer Familie in der Nähe von Krasnopolje. Tanja Kalinisch è stata una delle prime ragazze della regione che ha ricevuto una borsa di studio che le ha permesso di andarsene dalla zona contaminata. Oggi è sposata e madre di due bambini. È diventata insegnante e abita con la sua famiglia nelle vicinanze di Krasnopolje.

Über 90 Prozent zählen sich zur russisch orthodoxen Kirche Weißrusslands. Der Glaube an Gott, eine bessere Welt und die Hilfe von Außen trägt die Menschen dieser Region. Più del 90 percento appartiene alla Chiesa russa ortodossa della Bielorussia. La fede in Dio e in un mondo migliore e l’aiuto dall’esterno sostengono le persone di questa regione.


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Überlegungen | Riflessioni

Gefängnisseelsorge

Cura d’anime in carcere

Menschen, die Fehler gemacht haben, dürfen nicht alleine gelassen werden

Non abbandonare chi ha sbagliato

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l carcere ha mille facce. Ci sono colpevoli e innocenti. Chi vi trascorre qualche settimana o pochi mesi. E chi vi resta per tutta la vita, sapendo di non poter uscire mai. Entrare in carcere, anche solo come visitatori, non è piacevole: ci si sente rinchiusi dentro, nelle mani della benevolenza delle guardie. Sembra di provare, per qualche ora, la sensazione dei carcerati. Ma, in verità, le persone come me sanno che usciranno dopo poche decine di minuti.I detenuti, invece, spesso non sanno quando potranno tornare all’aria aperta, alla luce, in libertà. O a volte sanno, come detto, che probabilmente non usciranno più. Come persone di chiesa, le nostre visite sembrano non avere scopi precisi. Durante le visite ufficiali che un carcerato abitualmente riceve, egli viene quasi sempre interrogato, ascoltato, esaminato e pre-giudicato. Spesso per accertarne l’eventuale colpevolezza. Non essendo avvocato, magistrato, guardia o persino medico, come pastora posso fare visita Hinter Gittern ai reclusi in modo diverso. Dietro le sbarre Ma per portare…cosa? Una parola, un pensiero, una speranza? Un orecchio per ascoltare, senza giudicare? Soprattutto provo a mettermi a disposizione, esprimendo una solidarietà difficilmente ricevibile da altri. Troppo spesso, però, è possibile entrare in carcere e fare visita a un detenuto solo dopo l’avvenuta condanna: in pratica, quando non viene più nessuno a trovarlo, cadendo rapidamente nell’abisso del dimenticatoio. E’ come se chi è recluso non solo debba scontare una pena, ma anche rinunciare a qualsiasi diritto, fino a quando riavrà la libertà (se mai accadrà). Ma lasciando i detenuti per anni in queste condizioni, cosa si ottiene? Come potrà mai avvenire la loro reintegrazione in società, di cui tanto si parla senza quasi mai attuarla? Un condannato, dopo aver com-

as Gefängnis hat viele verschiedene Gesichter. Es gibt dort Schuldige und Unschuldige. Manche verbringen einige Wochen oder Monate im Gefängnis und andere ihr ganzes Leben, in der Gewissheit nie mehr rauszukommen. Ins Gefängnis zu gehen, und sei es auch nur als Besucher, ist nicht schön: Man fühlt sich dort eingesperrt und auf das Wohlwollen der Gefängniswärter angewiesen. Man hat das Gefühl, für kurze Zeit nachempfinden zu können, wie sich ein Häftling fühlt. Aber in Wirklichkeit ist es ja so, dass Menschen wie ich genau wissen, bald wieder die Haftanstalt verlassen zu können. Die Häftlinge aber wissen oft nicht, wann sie das nächste Mal wieder an die frische Luft, ans Tageslicht oder frei kommen. Und in manchen Fällen haben sie, wie gesagt, die Gewissheit, dass sie das Gefängnis nie wieder verlassen werden. Wenn wir als Kirchenleute kommen, scheinen unsere Besuche keinen handfesten Zweck zu haben. Bei den offiziellen Besuchen, die ein Häftling normalerweise erhält, wird er fast immer verhört, angehört, untersucht oder vor-verurteilt. Häufig um ihm seine mutmaßliche Schuld nachzuweisen. Aber da ich kein Rechtsanwalt, Staatsanwalt, Gefängniswärter oder Arzt bin, kann ich als Pfarrerin den Sträflingen eine andere Art von Besuch abstatten. Aber, um ihnen was zu bringen? Vielleicht ein Wort, einen Gedanken, eine Hoffnung? Ein Ohr, das ihnen unvoreingenommen zuhört? Ich versuche vor allem einfach für sie da zu sein und ihnen eine Solidarität zu vermitteln, die sie sonst kaum erleben. Oft ist es allerdings so, dass man einen Häftling erst nach bereits gefälltem Gerichtsurteil besuchen darf. Praktisch also erst wenn ihn keiner mehr besucht und er schnell an den Abgrund der Vergessenheit gerät. Es ist, als ob Gefängnisinsassen nicht nur ihre Strafe absitzen müssten, sondern auch bis zu ihrer (wenn überhaupt) Entlassung keinerlei Rechte mehr hätten. Aber was erreicht man dadurch, diese Menschen jahrelang unter diesen Bedingungen wegzusperren? Wie ist ihre Wiedereingliederung in das soziale Gefüge der Gesellschaft

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überhaupt möglich? Eine Wiedereingliederung, von der so oft die Rede, aber wenig zu sehen ist. Ein Straftäter, der verurteilt wird, muss eine angemessene Freiheitsstrafe abbüßen. Es sollte ihm aber auch die Möglichkeit gegeben werden, offen darüber sprechen zu können und die begangene Tat zu bereuen. Auch um den Schaden, den er anderen Menschen und der Gesellschaft beigefügt hat, wiedergutzumachen. In der Haftanstalt sollte ein Rehabilitierungsprozess durchlaufen werden. Das würde ihm/ihr ermöglichen, nach der Freilassung kein „lebenslänglich Verurteilter“ zu bleiben. Ohne eine vernünftige Rehabilitierung aber bleibt der/die Entlassene trotz allem ein ehemaliger Häftling, ohne eine wirkliche Chance auf ein neues Leben. Nachdem das Urteil gefällt und das Strafmaß festgelegt ist, bedarf es Menschen, die den Gefangenen besuchen, ohne jedes Mal Urteil und Strafe erneut zur Sprache zu bringen. Das ist sicher keine einfache und in gewissen Fällen sogar eine unmögliche Aufgabe: Manche Häftlinge haben ganz schreckliche Taten begangen. In diesen Fällen sollte der Besucher in den Spiegel schauen, und sich fragen, ob es nicht vielleicht besser ist, den Fall jemandem kompetenteren zu überlassen. Als Christinnen und Christen haben wir die Aufgabe, uns auch den Vergessenen, Verurteilten und all denen anzunehmen, die NICHT wie wir sind. Denn auch sie sind Geschöpfe Gottes. Denn auch sie haben das Verlangen nach Solidarität anderer Menschen und der Gesellschaft, so dass es ihnen möglich wird, einen neuen Weg einzuschlagen. Obwohl wir alle die Worte Jesu Christi im Matthäusevangelium kennen, möchte ich sie hier noch einmal zitieren, denn sie fordern uns auf, auch die zu besuchen, die uns nicht sympathisch sind oder die uns Schwierigkeiten bereiten. Denn auch sie sind Gottes Ebenbild. Dann werden die Gerechten fragen: «Herr, wann haben wir dich denn hungrig gesehen und dir zu essen gegeben, oder durstig und dir zu trinken gegeben? Wann haben wir dich als Fremden bei uns gesehen und haben dich aufgenommen? Oder wann haben wir dich gesehen, als du nichts anzuziehen hattest, und wir haben dir Kleidung gegeben? Wann haben wir dich krank gesehen oder im Gefängnis, und haben dich besucht?» Darauf wird der König erwidern: «Ich sage euch: Was immer ihr für einen meiner Brüder getan habt – und wäre er noch so gering geachtet gewesen –, das habt ihr für mich getan.» (Matthäus 25, 37-40) Kirsten Thiele, Pfarrerin in Neapel

Zellen von einem Gefängnis Celle di un carcere

messo il crimine, oltre a scontarne la giusta pena, deve avere la possibilità di parlarne apertamente e, nel caso migliore, di pentirsi. Anche per rimediare al danno che ha creato alle persone, alla società. Dovrebbe quindi uscire dal penitenziario al termine di un percorso di recupero, che gli consenta di non restare “un condannato a vita” seppur in libertà. Un diritto che gli deriva dall’aver già pagato con anni della propria vita per quanto commesso. Invece, senza un percorso sensato di reintegrazione, chi torna in libertà resta comunque un ex-carcerato, senza chances di nuova vita. Dopo che la sentenza è emessa e la pena stabilita, occorrono persone che incontrino il carcerato senza reiterare ogni volta giudizi e condanne. Non è sempre facile, a volte può risultare impossibile: alcuni sono autori di atti orribili. In questi casi, il visitatore deve guardarsi allo specchio e, se opportuno, rinunciare all’incontro, lasciandolo a persone più capaci. Come cristiani abbiamo comunque la chiamata di prenderci cura anche delle persone dimenticate, condannate, di quelli che NON sono come noi. Perché anche loro sono creature dell’unico Dio, perché hanno bisogno di sentire la solidarietà di una persona, della società, per cambiare strada. Sono ben note le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo, ma voglio comunque citarle, perché vi è la ragione per cui cerchiamo anche chi non ci sta simpatico, chi ci crea delle difficoltà. Perché in lui e in lei vediamo l’immagine di Dio: Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. (Matteo 25, 37-40).

Übersetzung: Kerstin Gros Kirsten Thiele, pastora a Napoli


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Überlegungen | Riflessioni

Ein Bericht aus Neapel

Testimonianza da Napoli

Die evangelische Krankenhausseelsorge

La Cura d’Anime Ospedaliera Evangelica

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a cura d’anime ospedaliera è compiuta nel nome del Cristo guaritore e si fonda sull’amore di Dio nei confronti degli ammalati: Ero malato e mi visitaste (Mt 25,38). Solo con competenza, l’operatore pastorale può instaurare una relazione con la persona inferma in grado di favorirne la crescita a livello personale, interpersonale e spirituale. Ma questo specifico ministero, nascendo dall’inalienabile bisogno umano d’aiuto, deve tenere conto non solo dell’infermo ma anche dei suoi familiari che, ancor di più quando la malattia è cronica, vivono enormi sofferenze, malesseri, disagio, angoscia e frustrazioni. Da quanto tempo gli avviene questo, Gesù domandò al padre? Dalla sua infanzia; e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci. (Mc 9,21-22). La cura d’anime ospedaliera non deve mai avere intenti evangelistici o addirittura di conversione: l’unica finalità deve essere la comunicazione della misericordia di Dio all’ammalato e la manifestazione del suo desiderio di guarigione per lui (Lo voglio, sii guarito - Mc 1,40). Né mai può costituire una “verità” naturale o un dogma e, tantome-

ie Krankenhausseelsorge geschieht im Namen des heilenden Jesus Christus und basiert auf der Liebe Gottes für die Kranken: «Ich war krank und ihr habt mich besucht» (Mt 25, 38). Allerdings bedarf es auch fachlicher Kompetenz, damit der Seelsorger zu der Kranken eine Beziehung aufbauen kann, die ein persönliches, zwischenmenschliches und spirituelles Wachstum fördert. Der Auftrag des Krankenhausseelsorgers entspricht dem unveräußerlichen menschlichen Bedürfnis nach Hilfe und darf nicht allein auf die Kranken, sondern muss auch auf die Familienangehörigen ausgerichtet sein, die gerade bei chronischen Krankheiten großes Leid, Entbehrung, Angst und Frustration ertragen. «Wie lange geht das schon so mit ihm?, fragte Jesus den Vater des Jungen. Von klein auf, antwortete der Mann. Oft hat der Geist ihn sogar ins Feuer oder ins Wasser geworfen, um ihn umzubringen. Doch wenn es dir möglich ist, etwas zu tun, dann hab Erbarmen mit uns und hilf uns!» (Mk 9, 21-22). Die Seelsorge im Krankenhaus darf nie mit Evangelisierung oder Bekehrung einhergehen. Ihr einziges Ziel muss es sein, der Kranken die Gnade Gottes zu vermitteln und ihm/ihr seinen Genesungswusch zu überbringen. («Ich will es tun, sei geheilt» - Mk 1, 40). Auch kann sie keine naturgegebene „Wahrheit” oder ein Dogma darstellen und sich umso weniger auf das Offensichtliche beschränken. Hier geht es um den Menschen, das christliche Zeugnis und auch um den Ruf des Seelsorgers, der, um wirklich helfen zu können, unausweichlich auf verschiedene Fachgebiete, Kenntnisse und Ressourcen zurückgreifen muss. Wie auf das Counseling und die helfende Beziehung, die zusammen mit der Seelsorge immer und unbedingt frei den Menschen anzubieten ist, die darum bitten: Die Sensibilität und Verschiedenheit eines jeden sollte stets respektiert werden. Die einzigen Ziele der Seelsorge sind die ganzheitliche Gesundheit der Kranken und das christliche Zeugnis. Und wenn es im ambivalenten Verlauf der Krankheit vorkommt, dass der Kranke die Freude an Transzendenz, Spiritualität und Gebet als authentische Heilmittel entdeckt, erlebt er aber oft eine Spaltung in Körper und Geist. Es quält ihn die Suche nach Antworten auf die ei-

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genen Fragen. Der Seelsorger muss also in der Lage sein, die im Leidensschrei enthaltene verschlüsselte Nachricht auf- und anzunehmen. Ein schlichtes, aber tiefgehendes Gebet bezeugt und bestätigt wie schwer die Aufgabe des Krankenhausseelsorgers ist: Oh Herr, die Krankheit hat an die Tür meines Lebens geklopft, hat mich aus meiner Arbeit gerissen und hat mich in eine „andere Welt“ verpflanzt, in die Welt der Kranken. Eine schmerzliche Erfahrung, Herr, eine Realität, die nur schwer zu akzeptieren ist. Und doch danke ich dir, mein Herr, für diese Krankheit: Durch sie habe ich die Zerbrechlichkeit und Vergänglichkeit des Lebens am eigenen Leib erfahren. Das hat mich von vielen Illusionen befreit. Nun sehe ich alles mit anderen Augen: Das, was ich habe und was ich bin, gehört nicht mir, es ist deine Gabe. Ich habe entdeckt, was es bedeutet, „von anderen abzuhängen“, auf alles und alle angewiesen zu sein und nichts selbstständig machen zu können. Ich habe Einsamkeit, Angst, und Verzweiflung, aber auch die Nähe, Liebe und Freundschaft vieler Menschen erlebt. Herr, auch wenn es schwer ist, sage ich: „Dein Wille geschehe!“. Ich bitte dich: Segne all die, die mir beistehen und mit mir leiden. Und schenke uns die Genesung. (Anonymus). Als Kaplan habe ich täglich mit Kranken zu tun und muss zugeben, dass es oft nicht leicht ist, dem „Kranken“ Gott, die Heilsbotschaft, die Gnade, die Resilienz und die Genesung immer wieder aufs Neue zu vermitteln. Und man wird mit Fragen konfrontiert, denen man nicht ausweichen kann: Wer bin ich, der ich in das Zimmer des/der Kranken trete? Welche persönliche Erfahrung habe ich mit Krankheit, Trauer, Leid und Tod gemacht? Ich erlebe täglich das Leiden und wie der Prophet Jonas habe auch ich manchmal die Versuchung, wegzulaufen. Und ich sage mit dem Apostel Paulus: «Ich danke dem, der mir für seinen Auftrag Kraft gegeben hat, Jesus Christus, unserem Herrn; denn er hat mich als vertrauenswürdig angesehen und in seinen Dienst genommen». (1 Tim 1, 13-14). Vincenzo Polverino Krankenhauskaplan in Villa Betania Übersetzung: Kerstin Gros

no, limitarsi o autolimitarsi all’ovvio. In gioco vi sono l’essere umano, la testimonianza cristiana e anche la reputazione di ministro dell’operatore pastorale che, per essere efficace, ha l’obbligo di far riferimento ad altre discipline, conoscenze e risorse. Ad esempio, il counseling e la relazione d’aiuto che, insieme alla cura pastorale, vanno sempre e comunque proposti liberamente a quanti e quante ne fanno richiesta: sempre nel rispetto di ogni sensibilità e diversità, con la salute olistica del malato e la testimonianza cristiana quali unici obiettivi. Peraltro - se, nell’ambivalente cammino della malattia, può accadere che l’infermo scopra la gioia della trascendenza, della spiritualità, della preghiera, come autentiche medicine - spesso egli vive invece una lacerazione nel corpo e nello spirito, con la tormentata ricerca di risposte ai propri perché. Così, l’operatore pastorale deve saper raccogliere il messaggio in codice presente nel grido di sofferenza. Una preghiera, semplice ma profonda, testimonia e conferma quanto gravoso sia il ministero della cura d’anime in ospedale: O Signore, la malattia ha bussato alla porta della mia vita, mi ha sradicato dal mio lavoro e mi ha trapiantato in un "altro mondo", quello dei malati. Un'esperienza dura, Signore, una realtà difficile da accettare. Eppure, Signore, ti ringrazio proprio per questa malattia: mi ha fatto toccare con mano la fragilità e la precarietà della vita, mi ha liberato da tante illusioni. Ora guardo tutto con occhi diversi: quello che ho e che sono non mi appartiene, è un tuo dono. Ho scoperto che cosa vuol dire "dipendere", aver bisogno di tutto e di tutti, non poter far nulla da solo. Ho provato la solitudine, l'angoscia, la disperazione, ma anche l'affetto, l'amore, l'amicizia di tante persone. Signore, anche se mi è difficile, ti dico: "Sia fatta la tua volontà!". Ti prego: benedici tutte le persone che mi assistono e soffrono con me. E, se vuoi, dona la guarigione a me e agli altri. (Anonimo). Come cappellano, quotidianamente al fianco dei malati, ammetto che presentare o ri-presentare al “malato” Dio, la salvezza, la grazia, la resilienza e la guarigione, è spesso duro. E dure sono anche alcune domande inesorabili: chi sono io che entro nella stanza dell’ammalato? Mi conosco veramente? Qual è la mia esperienza personale della malattia, del lutto, della sofferenza, della morte? Vivendo a stretto contatto con la sofferenza, ho la tentazione che fu del profeta Giona, quella di fuggire in direzione opposta. Ma per la grazia di Dio, dico con l’Apostolo Paolo: Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendomi al suo servizio. (1 Tim 1,13-14). Vincenzo Polverino Cappellano di Villa Betania


Kinder in der Sanità Bambini nel rione Sanità

Das andere Neapel

L’altra Napoli

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uccesse il 3 maggio 2005 di mattina verso le 10.30. Emilio Albanese, pensionato di 69 anni, aveva ritirato una somma cospicua al bancomat di Via Toledo nel centro di Napoli. I criminali dovevano averlo osservato e lo seguirono fino al portone di casa in Via Costantinopoli. Venne assalito e derubato davanti a casa sua. Poco dopo morirà per le lesioni subite. All’ospedale la vedova di Emilio Albanese incontra la madre di un ragazzo di 20 anni che è stato appena ucciso in uno scontro a fuoco. Si abbracciano piangendo. “In che città viviamo. Non ci resta che abbandonarla al suo destino” dice Ernesto Albanese sfogando il suo dolore al funerale del padre. Ma le cose vanno diversamente. Ernesto Albanese è manager e dopo aver superato la prima fase paralizzante del lutto, decide di fare ciò che meglio sa fare. Sviluppa un progetto per Napoli. Vale a dire analizza, ricerca, verifica, calcola, elabora un business plan. Non abbandona la città al suo destino, non vuole darsi per vinto e rassegnarsi. Nonostante il suo dolore si dimostra solidale con il luogo che è costato la vita a suo padre, con le persone che ci vivono. Riesce a coinvolgere un gruppo di amici, tutti di Napoli, ma

s passierte am 3. Mai 2005 morgens gegen 10.30 Uhr. Emilio Albanese, Pensionist, 69 Jahre alt, hatte am Geldautomaten in der Via Toledo im Zentrum von Neapel eine größere Summe Geld abgehoben. Dabei müssen die Mörder ihn beobachtet haben und ihm bis zum Hauseingang in der Via Costantinopoli gefolgt sein. Vor seinem Haus wurde er von ihnen überfallen und ausgeraubt. Wenig später stirbt er an seinen schweren Verletzungen. Im Krankenhaus trifft die Witwe von Emilio Albanese auf eine Mutter, deren 20 jähriger Sohn gerade erschossen wurde. Weinend liegen sie sich in den Armen. Was ist dies für eine Stadt. Man kann sie nur noch ihrem Schicksal überlassen, schreit Ernesto Albanese auf der Beerdigung seines Vaters seinen Schmerz hinaus. Doch es kommt ganz anders. Ernesto Albanese ist Manager und als er die erste lähmende Trauer überwunden, hat beschließt er das zu machen, was er am besten kann. Er entwickelt ein Projekt für Neapel. Das heißt er analysiert, recherchiert, untersucht, stellt Zahlen auf, macht einen Business Plan. Er überlässt die Stadt nicht ihrem Schicksal, er will nicht resignieren und sich fügen. Trotz seinem Schmerz zeigt er sich solidarisch mit dem Ort, der

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Geschichten | Storie

seinem Vater das Leben gekostet hat, mit den Menschen, die hier leben. Er involviert und überzeugt eine Handvoll Freunde, die alle aus Neapel kommen, aber schon lange nicht mehr dort leben, dass sich in Neapel etwas grundsätzlich ändern muss. Ernesto Albanese kämpft für ein besseres, ein anderes Neapel. „L’ Altra Napoli“, das andere Neapel, so heißt auch der Verein, den sie noch im selben Jahr gemeinsam gründen. Sie beschließen, ihre Aktivitäten auf den Stadtteil Sanità zu konzentrieren. Hier gibt es viel Schatten, aber auch viel Licht. Die Arbeitslosigkeit ist hoch, Gewalt ist in den Familien weitverbreitet, viele Kinder gehen nicht zur Schule und die organisierte Kriminalität ist eng verwoben mit der Gesellschaftsstruktur. Doch andererseits gibt es auch spektakuläre Kirchen, die Katakomben von San Gaetano und San Gaudioso, den Friedhof delle Fontanelle – alles attraktive potentielle Tourismusziele- und hier erlebt man trotz aller sozialer Schwierigkeiten tagtäglich die Herzlichkeit, Solidarität und menschliche Hilfsbereitschaft, für die Neapel so berühmt ist. Don Antonio Loffredo ist Priester in der Sanità und wer dem charismatischen Mann einmal begegnet ist, wird sein unkompliziertes und energiegeladenes Wesen nicht mehr vergessen. Es ist vor allem die Vision von Don Antonio Loffredo und die Arbeit der Jugendlichen der Gemeinde, welche den Neuanfang in der Sanità bewirken. Später organisieren sie sich in der Kooperative La Paranza, die Seite an Seite mit L'Altra Napoli arbeitet. Der Priester setzt Vertrauen in die Menschen, mit denen er zusammen arbeitet. Vertrauen ist eine seltene Währung in Neapel. Aber er sagt, wenn Gott in mich Vertrauen hat, dann muss ich auch Vertrauen in andere haben. Als die ersten Initiativen in der Sanità beginnen, fragen die Menschen Don Antonio, wer denn dieser Ernesto Albanese ist, der sich dafür einsetzen will, dass hier etwas anders wird. Sie wollen ihn kennenlernen. Ernesto Albanese kommt nach Neapel und in der Basilica wartet eine hundertköpfige Menge auf ihn mit der Frage, was er eigentlich von ihnen will, denn bestimmt erwarte er etwas dafür im Tausch. Nichts, sagt Ernesto Albanese. Ich will nur, daß Ihr das, was wir machen, respektiert und die Sachen nicht demoliert, sondern erhaltet und pflegt. Denn Schönheit bringt Schönes hervor, irgendwann färbt es auf die Wahrnehmung und das Verhalten und die Seele ab. 9. Juli 2015, zehn Jahre später. In der prachtvollen Basilica Santa Maria della Sanità erklingt Beethovens berühmter Schlusssatz der 9.Sinfonie „Freude schöner Götterfunken“. Mit Hingabe musizieren etwa 50 Jugendliche des Orchesters „Sanitansamble“ die Jubel Hymne. Die Menschen im Publikum kämpfen mit den Tränen. Da oben sitzen ihre Kinder, ihre Freunde oder Freunde von Freunden. Kein Orchester der Welt kann mit der Inbrunst mithalten, mit der hier musiziert wird. Ein mitreißender Orkan der Hoffnung. Jeder hier weiß, wie

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che non ci vivono più da molto tempo, e a convincerli che a Napoli deve cambiare qualcosa di fondamentale. Ernesto Albanese combatte per una Napoli migliore, un’altra Napoli. L’ Altra Napoli è effettivamente il nome che scelgono per l’associazione che fondano insieme lo stesso anno. Decidono di concentrare le loro attività nel rione Sanità. Qui ci sono molte ombre, ma anche molta luce. La disoccupazione è alta, la violenza è ampiamente diffusa nelle famiglie, molti bambini non vanno a scuola e la criminalità organizzata è strettamente intrecciata con la struttura sociale. Tuttavia ci sono anche chiese spettacolari, le catacombe di San Gaetano e San Gaudioso, il cimitero delle Fontanelle – tutte potenzialmente allettanti mete turistiche – e qui ogni giorno nonostante tutte le difficoltà sociali si respira il calore, la solidarietà e la disponibilità ad aiutare gli altri, per cui Napoli è così famosa. Don Antonio Loffredo fa il prete nel rione Sanità e chi ha incontrato una volta questa figura carismatica non potrà più dimenticare la sua natura semplice e la sua carica di energia. Ciò che ha dato vista al percorso di rinascita del rione è stata la visione di don Antonio Loffredo e il lavoro dei giovani della comunità che nel 2006 si sono costituiti nella cooperativa La Paranza. . Il prete ripone la propria fiducia nelle persone con cui collabora. La fiducia è una merce rara a Napoli. Ma don Antonio afferma: “se Dio ha fiducia in me, devo avere anch’io fiducia negli altri”. Quando iniziano a realizzarsi le prime iniziative nel rione Sanità, la gente chiede a don Antonio chi sia questo Ernesto Albanese che vuole impegnarsi affinché cambi qualcosa. Lo vogliono conoscere. Ernesto Albanese arriva a Napoli dove nella Basilica un centinaio di persone lo aspettano per chiedergli che cosa vuole da loro, perché sicuramente vuole qualcosa in cambio. Niente, risponde Ernesto Albanese. Voglio soltanto che rispettiate quello che facciamo e che non demoliate le cose, ma le manteniate e ne abbiate cura. Perché il bello produce bello e prima o poi si riflette sulla percezione, sul comportamento Festkonzert des Sanitansamble: Jubel Hymne Concerto solenne di Sanitansamble: Inno alla gioia


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Geschichten | Storie

das Leben und der Alltag dieser Kinder ohne die Chance dieses Orchester aussehen würde. Vielleicht würden sie auf der Straße rumhängen und eines Tages den schlechten Versuchungen erliegen. Die Augen im Publikum sind feucht, jeder hat einen Kloß im Hals. Vielleicht brettert der eine oder andere Orchester Musiker trotzdem halsbrecherisch auf seinem Motorino mit seiner Gang durch die Rione und jagt damit Fußgängern einen heiligen Schrecken ein, aber der Samen für etwas anderes ist gelegt. Im Orchester sehen sie eine andere Welt als die Welt der Straße, der Gewalt, der Arbeitslosigkeit, der Kriminalität. Hier lernen sie Disziplin, Freundschaft, Solidarität und gegenseitige Rücksichtnahme. Keiner, der in dem Orchester mitspielt, hat hier jemals geschwänzt. Keiner die Schule abgebrochen. Das Schöne färbt auf die Seele ab. Das Jugendorchester Sanitansamble ist nur eine von vielen Initiativen, die L’ Altra Napoli gemeinsam mit Don Antonio Loffredo in den vergangenen zehn Jahren auf die Beine gestellt haben. Sie haben ein Steinchen ins Wasser geworden und die Wellen ziehen immer größere Kreise. L’Altra Napoli erhält das Gütesiegel der Clinton Foundation, ein wertvolles Instrument, um Vertrauen zu erzeugen und Gelder sammeln zu können. Es gelingt ihnen Spenden von insgesamt viereinhalb Millionen Euro einzusammeln und in Projekte umzusetzen. Dabei gehen die Restaurierung der architektonischen Substanz und der Start sozialer Projekte meist Hand in Hand. Das Kloster Santa Maria della Sanità wird restauriert und für die Menschen wieder nutzbar gemacht. Jetzt gibt es dort das Bed und Breakfast „La casa del Monacone“. Der Orangen Garten an der chinesischen Treppe, berühmt geworden durch legendäre Neapel Filme mit Totò und Sophia Loren, wird mit einem Spielplatz und Bänken zum Ausruhen wieder hergestellt. Heute kümmert sich ein Anwohner darum, dass der Park in Ordnung gehalten wird. Denn das wichtigste Prinzip ist Vertrauen und Eigenverantwortung. Das Starprojekt wird die Erschließung der Katakomben von San Gennaro. Jugendliche aus dem Viertel elektrifizieren unter Anleitung eines Fachmanns die Katakomben. Damit haben sie sowohl eine Ausbildung als Elektriker erhalten als auch die Katakomben wieder für Touristen begehbar gemacht. Während anfangs magere 8000 Besucher die Katakomben jährlich besuchen sind es heute bereits 60.000. Heute werden die Katakomben, genauso wie das B&B, von der Kooperative der Jugendlichen La Paranza geführt. Eine touristische Attraktion, die bereits die jährlichen Besucher Zahlen des weltberühmten Museums Capodimonte übersteigt. Gleichzeitig verändert die Präsenz von Touristen grundlegend den Stadtteil. Die bisher so geschlossene Sanità wird nach außen hin geöffnet und die Fremden bringen dem Handel und der Gastronomie Geld.

Der Stadtteil Sanità in Neapel : viel Schatten, viel Licht Il rione Sanità a Napoli: molte ombre, molta luce

e sull’anima. Il 9 luglio 2015, dieci anni dopo, nella magnifica Basilica di Santa Maria della Sanità risuona il famoso movimento finale della 9. Sinfonia, l’Inno alla gioia di Beethoven. Circa 50 ragazzi dell’orchestra Sanitansamble suonano con trasporto l’inno alla gioia. Il pubblico lotta contro le lacrime. I musicisti sono i loro figli, i loro amici o gli amici di amici. Nessun’orchestra al mondo può competere con il fervore di questi musicisti. È un trascinante uragano di speranza. Tutti qui sanno come sarebbe la vita e la quotidianità di questi ragazzi senza l’opportunità di quest’orchestra. Forse ciondolerebbero per le strade e un giorno cadrebbero vittime di cattive tentazioni. Gli occhi del pubblico sono lucidi, tutti hanno un groppo in gola. Forse l’uno o l’altro musicista dell’orchestra continua a scorrazzare a rotta di collo con il suo motorino e la sua banda di amici attraverso il rione spaventando a morte i pedoni, ma è stato gettato il seme per qualcosa di diverso. Nell’orchestra vedono un altro mondo rispetto al mondo della strada, della violenza, della disoccupazione, della criminalità. Qui imparano la disciplina, l’amicizia, la solidarietà e il rispetto reciproco. Nessuno di quel-


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Im Dezember 2014 werden die Kräfte, welche sich für die Sanità einsetzen, noch einmal verstärkt und neu gebündelt. Mit Gründung der „Fondazione Comunità San Gennaro“ kommen weitere Unternehmen hinzu, welche sich für die Sanità einsetzen wollen. Das Bedürfnis, wahre Solidarität als echtes Geschenk zu leben, hat in den vergangenen zehn Jahren wahre Wunder bewirkt. Immerhin haben an die 75 Menschen über die neuen Aktivitäten direkt Arbeit gefunden. Sicher, in der Rione Sanità leben 32.000 Menschen und von den neuen Aktivitäten profitieren damit vergleichsweise wenige. Doch in der Fondazione vertraut man auf die Streuwirkung der Projekte. Sie geben ein Beispiel, eine Möglichkeit, eine Hoffnung. Und irgendwann färbt das Schöne auf die Seele ab. Caroline von der Tann

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li che suonano nell’orchestra ha mai saltato una prova. Nessuno ha interrotto gli studi. Il bello si riflette sull’anima. L’orchestra giovanile Sanitansamble è soltanto una delle tante iniziative messe in piede da L’Altra Napoli insieme a Don Antonio Loffredo negli ultimi dieci anni. Hanno buttato un sasso nell’acqua e i cerchi si fanno sempre più grandi. L’ Altra Napoli ottiene il sigillo di qualità della Clinton Foundation, un prezioso strumento per poter creare fiducia e raccogliere fondi. Riescono a raccogliere in totale quattro milioni e mezzo di euro e a utilizzarli per dei progetti. Il restauro del patrimonio architettonico e l’avvio di progetti sociali vanno spesso di pari passo. Viene restaurato il monastero di Santa Maria della Sanità e reso nuovamente accessibile. Ora in quel luogo è stato aperto un bed & breakfast: La casa del Monacone. Il giardino degli aranci con il suo scalone cinese, diventato famoso attraverso leggendari film girati a Napoli con Totò e Sophia Loren, è stato attrezzato con un parco giochi e panchine per riposarsi. Oggi un vicino controlla che il parco venga tenuto in ordine. Perché il principio più importante è quello della fiducia e della responsabilità. Il progetto più importante è stato l’apertura delle catacombe di San Gennaro. I ragazzi del quartiere hanno realizzato l’impianto elettrico delle catacombe sotto la guida di un esperto. In questo modo hanno ottenuto una formazione come elettricisti e allo stesso tempo hanno reso le catacombe nuovamente accessibili ai turisti. Mentre all’inizio si registravano meno di 8.000 visitatori l’anno alle catacombe, oggi il numero è salito già a 60.000. Oggi le catacombe e il B&B sono gestite dalla cooperativa dei giovani La Paranza Onlus. Un’attrazione turistica che ha superato persino il numero di visite annue al Museo di Capodimonte. Allo stesso tempo la presenza dei turisti ha cambiato in maniera fondamentale il quartiere. Il rione Sanità finora così chiuso si apre all’esterno e i turisti portano soldi al commercio e alla gastronomia. A dicembre del 2014 aumentano le forze che si impegnano per il rione Sanità e si stringono nuovi legami. Con la creazione della Fondazione Comunità San Gennaro si aggiungono altre imprese che vogliono impegnarsi per il rione Sanità. Il desiderio di vivere la reale solidarietà come un vero dono ha compiuto degli autentici miracoli negli ultimi dieci anni. Almeno 75 persone hanno trovato direttamente lavoro attraverso le nuove attività. Certamente nel rione Sanità vivono 32.000 persone e delle nuove attività ne approfittano quindi relativamente in pochi. Ma nella Fondazione si confida nell’effetto emulativo dei progetti. Danno un esempio, una possibilità, una speranza. E prima o poi il bello si riflette sull’anima. Caroline von der Tann Traduzione: MariaClara Palazzni Finetti


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Erfahrungen | Esperienze

Adventisten und Solidarität in Genua

Avventisti e solidarietà a Genova

Wo der Herr uns berufen hat zu leben, wollen wir Engel sein

Essere angeli laddove il Signore ci ha chiamati a vivere

achdem die letzten Kunden sein Restaurant verlassen haben, hat der Inhaber wie gewöhnlich noch einiges zu erledigen. Während er die Kasse schließt hört er die Fensterscheiben zu Bruch gehen. Gleich darauf überflutet eine Riesenwelle sein Lokal und setzt es vollständig unter Wasser. Nur unter den größten Anstrengungen gelingt es ihm, schwimmend aus dem Lokal zu entkommen. Die Heimkehr gestaltet sich als Hindernislauf, weil das Hochwasser auch sein Auto weggeschwemmt hat und er ohne sein Handy niemanden erreichen kann. Auf sich gestellt und verängstigt wartet der Mann auf einen Engel, der ihm eine gute Nachricht überbringt. In der Nacht des 9. Oktobers 2014 wird Genua von einer verheerenden Überschwemmung heimgesucht. Es ist immer schwierig, richtig zu reagieren, wenn so eine Riesenwelle anrollt, denn so etwas lähmt die Seele. In dieser Nacht mussten wir auf unserem Weg zur Kirche einen Umweg um die vom Schlamm verwüsteten Viertel machen Dabei sind wir vielen Menschen begegnet, die schon vor Ort waren und erste Hilfe leisteten. Wir kamen uns vor wie die Gläubigen im Gleichnis des barmherzigen Samariters (Lk 10:25-37). Aber auch für uns gab es noch viel zu tun. Und so haben wir Gott um Vergebung gebeten und um Hilfe angerufen, und haben tagelang Schlamm aus den Herzen und aus den Augen derer geschaufelt, die ihr Gewerbe, ihre Arbeit und ihre spärlichen Ersparnisse verloren hatten. Mit eigenen Augen konnten wir sehen, wie die Kräfte des Bösen Menschen, Familien und Betriebe in eine tiefe Krise gestürzt hatten. Die Zerstörungswut der Fluten hatte dazu geführt, dass die Menschen an vielem zweifelten und ihre Hoffnung verloren. Der Himmel hatte sich vor ihren Augen verdunkelt, so dass sie Gott nicht mehr erkennen und auch nicht mehr anrufen konnten. Aber nachdem Wohnungen, Garagen und Lokale vom Schlamm befreit worden waren und ihren ursprünglichen Zustand zurückerlangt hatten, kehrte die Hoffnung in die Gesichter der Menschen zurück. Ihre Herzen erwärmten sich wieder. Sie waren nicht alleine: die „Engel des Schlamms“ der Adventisten-Kirche waren lebender Ausdruck Emmanuels - Gott mit uns. Es war eine sanfte, tröstliche, hilfsbereite und häu-

n un ristorante, andati via i clienti, il proprietario ha appena sistemato le ultime cose. Mentre chiude la cassa, sente i vetri infrangersi e un’onda in un attimo invade il locale, riempiendolo fino all’orlo. Con gran fatica riesce a uscire nuotando. Difficile tornare a casa, perché l’onda ha portato via anche la macchina. Difficile comunicare la propria situazione: il cellulare appoggiato sul bancone è stato spazzato via. Solo, con l’anima alluvionata, l’uomo attende un angelo che rechi una buona notizia. E’ la notte di giovedì 9 ottobre 2014: Genova è colpita da una nuova devastante alluvione. Quando arriva un’onda così, non è semplice essere pronti. Un evento del genere paralizza gli animi. Quella notte, tentando di raggiungere la chiesa evitando le zone invase dal fango, abbiamo visto altri già all’opera per prestare soccorso e ci siamo sentiti come i religiosi descritti nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10:25-37). Eravamo, tuttavia, ancora in tempo per agire. Così abbiamo invocato il perdono di Dio e il suo aiuto e, per i giorni a seguire, abbiamo spalato fango dai cuori e dagli occhi di chi si è visto portar via l’attività, il lavoro, i pochi guadagni. Abbiamo constatato noi stessi, con i nostri occhi, come le forze del male, attraverso un evento tanto terribile, abbiano provato a mettere in crisi persone, famiglie e aziende, seminando dubbi, infangando ogni speranza e oscurando il cielo perché Dio non potesse essere visto e invocato. Eppure, man mano che i locali venivano liberati dal fango e riprendevano le sembianze di prima, vedevamo tornare la speranza sui volti delle persone colpite. I loro cuori si riscaldavano. Non erano soli: gli “angeli del fango” avventisti erano espressione vivente di Emmanuel - Dio con noi. E quella presenza era dolce, rassicurante, disponibile e spesso silenziosa. Se l’emergenza di Genova è terminata, non lo è il nostro impegno solidale. Ad esempio, abbiamo organizzato, per gli adolescenti, un periodo di servizio presso un campo di Libera a Maiano (Caserta), in una cooperativa sociale in una proprietà confiscata alla Mafia. Qui abbia-

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fig leise Präsenz. Der Notstand in Genua ist beendet, unser solidarisches Engagement aber nicht. Die Jugendlichen unserer Gemeinde, zum Beispiel, helfen jeweils für einen bestimmten Zeitraum bei den Feldarbeiten des landwirtschaftlichen Betriebs von Libera in Maiano (Caserta), einer Sozialgenossenschaft, die von der Mafia beschlagnahmte Felder bearbeitet. Hier konnten wir den Mut der italienischen BürgerInnen erleben, die bürgerschaftliches Engagement zu ihrem Lebensinhalt gemacht haben. Tatsächlich den Atem der Mafia im Nacken zu spüren, ist etwas, was wir nie vergessen werden. Einer der beschlagnahmten Grundstücke war ein Pfirsichhain. Dort sollten wir bei der Pfirsichernte mithelfen. Aber als wir an einem Morgen den Hain erreichten und mit der Arbeit anfangen wollten, war nichts mehr da: die Pfirsichbäume waren in der Nacht in Brand gesetzt worden. Wir fühlten uns wie in die Vergangenheit zurückversetzt: Wir lernten einen rund um die Uhr bewachten Vizebürgermeister kennen, der schon gekidnappt und zusammengeschlagen worden war. Allein im vergangenen Jahr hat er mehrere Anschläge überlebt, dabei allerdings bleibende Verletzungen erlitten (er hat fast vollständig sein Augenlicht und das Gehör auf der rechten Seite verloren). Und trotz allem konnten wir miterleben, wie er sich weiter für seine Mitbürger einsetzt und sich nicht einschüchtern lässt. Was uns besonders beeindruckt hat, waren seine unverbitterte Art und seine ruhige Stimme: Ein christliches Lebensmodell in der Komplexität unseres Alltags. Eine Woche lang haben wir in einer Genossenschaft geholfen, die sich 52 Wochen im Jahr um 18 „besondere“ Menschen kümmert und die in dieser Gegend vielen Menschen guten Willens Arbeit und eine neue Lebensperspektive bietet. Gott segne sie. Dort, wo der Herr uns berufen hat zu leben, wollen wir Engel sein. Ich träume von dem Moment, in dem jeder Christ und jede Christin sich im Alltag wie ein Engel (angelos = Botschafter) des Schlamms, der Gnade, der Großzügigkeit, der Weisheit, des Heils, der Genesung verhält und allen Menschen zu Hilfe eilt, deren Herz und Seele verletzt wurden. Lebst du schon so? Dann kannst du die Stimme hören, die zu dir spricht: Kommt her! Euch hat mein Vater gesegnet. (Mt 25,34-38). Eugen Havresciuc, Pfarrer der Adventisten-Gemeinde in Genua Übersetzung: Kerstin Gros

mo toccato con mano il coraggio di cittadini italiani che hanno fatto dell’impegno civico la loro ragione di vita. Sentire realmente la mafia col fiato sul collo è qualcosa che non dimenticheremo. Uno dei campi tolti al malaffare era un pescheto. Siamo andati a raccogliere le pesche e l’indomani, tornando a proseguire il lavoro, abbiamo trovato il nulla: il pescheto era stato bruciato nella notte. Non ci sembrava storia dei nostri giorni: abbiamo conosciuto un vicesindaco sotto scorta che ha subito un sequestro, pestaggi e - nell’ultimo anno - diversi attentati dai quali è uscito vivo, ma non indenne (ha perso, quasi completamente, vista e udito dal lato destro). Nonostante questo, l’abbiamo visto continuare il suo impegno per i suoi compaesani, non arrendendosi alla legge della prepotenza, e mantenere la sua voce pacata e non incattivita: un modello di vita cristiana nella complessità del vivere quotidiano. Per una settimana abbiamo aiutato una cooperativa che si prende cura, 52 settimane all’anno, di 18 persone “speciali” e offre lavoro ed una nuova prospettiva a molte persone di buona volontà di quel territorio. Dio li benedica. Noi vogliamo essere angeli laddove il Signore ci ha chiamati a vivere. Sogno il momento in cui ogni cristiano agirà nel quotidiano come angelo (anghelos = messaggero) del fango, della grazia, della generosità, della saggezza, della salvezza, della guarigione di Dio per quanti hanno le anime alluvionate. È già questo il modo in cui vivi? Allora puoi già sentire quella bella voce che ti dice: venite, voi, i benedetti del Padre mio (Mt 25, 34-38). Eugen Havresciuc, pastore della comunità degli Avventisti di Genova

Foto links / Foto a sinistra: Eugen Havresciuc Foto oben / Foto sopra: Schlammengel im Einsatz / Angeli del Fango a lavoro


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Rezension | Recensione

Gemeinwohl Ökonomie

L’economia del bene comune

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alla crisi finanziaria, che è iniziata nell’autunno del 2008 con la bancarotta di Lehman & Brothers scatenando una profonda crisi economica le cui conseguenze sono ancora avvertibili in molti Paesi, è cresciuto ovunque lo scontento sul nostro sistema finanziario. La fiducia nel sistema economico capitalistico è notevolmente diminuita, le ferite provocate da questo modello in tutto il mondo diventano sempre più evidenti. Non stupisce che le persone riflettano sempre più su possibili alternative. Il giornalista austriaco Christian Felber è uno di questi. Con il suo Economia del bene comune è riuscito non solo a presentare un modello alternativo, ma soprattutto a concretizzare le richieste di altre soluzioni. Perché non applicare anche all’economia i valori che sono all’apice della scala di tutti i rapporti umani: la fiducia, la cooperazione e l’orientamento verso il bene comune? L’idea di base di Felber è al contempo semplice e affascinante: non sarebbe possibile misurare il successo di un’impresa non più dal suo profitto finanziario, ma da quanto abbia contribuito al bene comune, applicando standard sociali ed ecologici, cooperando con altre aziende e lavorando per la soluzione di problemi sociali? Suona utopistico? Lo è anche, almeno in parte, perché le proposte che fa Felber non sono incontestabili. Ma proprio in questo vedo il valore del libro: è stimolante. E ci fa domandare se tutto sommato non abbiamo bisogno di maggiore economia del bene comune e di minori imperativi di crescita e d'inseguimento di profitti più grandi. Chi vuole partecipare alla discussione sul nostro futuro dovrebbe leggere questo libro interessante che presenta molte proposte concrete.

eit der Finanzkrise, die im Herbst 2008 mit dem Zusammenbruch von Lehmann & Brothers begann und eine handfeste Wirtschaftskrise nach sich zog, deren Folgen in vielen Ländern noch immer spürbar sind, wächst allerorten der Unmut über unser Finanzsystem. Das Vertrauen ins kapitalistische Wirtschaftsystem ist deutlich geschwunden, die Wunden, die dieses System weltweit schlägt werden immer offensichtlicher. Da ist es kein Wunder, dass vermehrt über Alternativen nachgedacht wird. Der österreichische Journalist Christian Felber ist einer von ihnen. Mit seiner „GemeinwohlÖkonomie“ ist es ihm gelungen, nicht nur ein Alternativmodell vorzustellen, sondern vor allem die Fragen nach Alternativen zu konkretisieren. Warum nicht die Werte, die in allen zwischenmenschlichen Beziehungen ganz oben stehen, auch in der Wirtschaft anwenden: Vertrauen, Kooperation und Gemeinwohlorientierung. Felbers Grundidee ist ebenso schlicht wie faszinierend: Könnte es nicht möglich sein, den Erfolg eines Unternehmens nicht länger anhand seines Finanzgewinns zu messen, sondern daran, wie viel eine Firma zum Allgemeinwohl beigetragen hat, indem sie soziale und ökologische Standards umsetzt, mit anderen Firmen kooperiert und an Lösungen für gesellschaftliche Probleme arbeitet. Klingt utopisch? Ist es auch, wenigstens zum Teil, denn die Vorschläge, die Felber dazu macht, sind nicht unumstritten. Doch genau darin sehe ich den Wert dieses Buches: Es regt an – und regt auf. Und es stellt die Frage danach, ob wir insgesamt nicht viel mehr Gemeinwohlorientierung in der Wirtschaft bräuchten und weniger Wachstumszwang und Profitorientierung. Wer also mit diskutieren will über die Zukunft, sollte zu diesem lesenswerten Buch mit vielen konkreten Vorschlägen greifen. Uwe Habenicht

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Uwe Habenicht

Christian Felber: Die Gemeinwohlökonomie. Aktualisierte und erweitere Neuausgabe 2012 Foto oben / Foto sopra: Christian Felber, Gemeinwohlökonomie / Economia del bene comune


Ereignisse | Avvenimenti

Evangelische Akademie Tutzing: Was ist Care?

Accademia evangelica di Tutzing: Che cos’è Care?

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ir leben eine Art Doppelleben: auf dem Arbeitsmarkt, der dem Broterwerb dient, zählt jede Minute, mit der Stechuhr werden unsere Dienste gemessen, wer Vollzeit beschäftigt ist, leistet mindestens 8 mal 60 Minuten Arbeit am Tag- und wird dafür entlohnt. Wir hören Frauen sagen:“Ich arbeite nicht“, als würden sie faulenzen, ihre Hobbies pflegen, nichts tun. Die Wirklichkeit sieht anders aus: Frau wäscht, putzt, bügelt, pflegt Kranke, gebärt Kinder, stillt sie, zieht sie auf, ob zusätzlich berufstätig, oder nicht. Der Großteil dieser oft unsichtbaren „Liebes-Arbeit” wird von Frauen verrichtet, und zwar rund um die Uhr, ihr ganzes Leben lang. All dies ist „Care“, eine gesellschaftlich tragende Arbeit. Ohne diese Arbeit könnte unsere Gesellschaft, sowie alle anderen, weltweit, nicht funktionieren. Um dieses Thema ging es bei dem Seminar , das am 12. und 13. Juni in Tutzing stattfand. Barbara Thiessen und Paula Villa beantworteten die Frage einleitend mit einem Forschungsüberblick. Cornelia Klinger vertrat in ihrem philosophisch-ethischen Vortrag die These, der Kapitalismus müsse einen neuen Umgang mit dem Begriff „Arbeit“ lernen, ohne „unbezahlte Arbeit aus Liebe zuhause“ und „bezahlte professionelle Arbeit“ zu trennen. Sie definierte „Care“ als Lebenssorge, als zutiefst zum Menschsein gehörig. Maria S. Rerrich erinnerte daran, dass Deutschland im 19. /Anfang 20. Jh. noch ein Care-Exportland (z.B. Dienstmädchen) gewesen sei. Heute wird eine große Zahl ausländischer Care-Arbeiterinnen beschäftigt, Care ist hauptsächlich für die „Arbeitsmarkt-Verliererinnen“ und hat eine neue (unsichtbare) Schicht migrantischer Dienstbotinnen geschaffen, die in quasi-feudalen Arbeitsbeziehungen leben. Politische Lösungen müssen eine Verbesserung des Status dieser Care-Arbeiterinnen und eine Aufwertung des Care-Sektors anstreben.Die Debatte kreiste um das gerade akute Problem der Flüchtlingsunterbringung und - betreuung als neues Care-Thema. Es herrschte Einigkeit, dass die Care-Frage am Anfang einer Entwicklung stehe, die etwa durch den demographischen Wandel noch gewaltige Dynamik erhalten wird. Die Gesellschaft wird noch viel Kraft und ähnliche Debatten wie in Tutzing brauchen, um adäquate und gerechte Lösungen zu entwickeln, die Care als einen zentralen Teil unseres Lebens bewerten und integrieren. Karin Peschau, Das Frauennetzwerk

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iviamo una specie di doppia vita: sul mercato del lavoro, che serve a guadagnarci da vivere, conta ogni minuto, i nostri servizi vengono misurati con un orologio marcatempo, chi ha un impiego a tempo pieno, lavora come minimo per 8 ore al giorno e viene pagato per questo. Sentiamo delle donne dire: “Non lavoro“, come se oziassero, curassero solo i loro hobby, non facessero nulla. La realtà è completamente diversa: la donna lava, pulisce, stira, si prende cura dei malati, partorisce le sue figlie*i, le allatta e li tira su, sia che in più eserciti una professione, o che non lo faccia. La maggior parte di questo “lavoro d’amore” spesso invisibile viene eseguito dalle donne, ventiquattr'ore su ventiquattro, per tutta la loro vita. Tutto questo è Care, un lavoro socialmente utile. Senza questo lavoro la nostra società, come tutte le altre nel mondo intero, non potrebbe funzionare. Questo è stato il tema trattato al seminario che si è tenuto a Tutzing gli scorsi 12 e 13 giugno. Barbara Thiessen e Paula Villa hanno risposto alla domanda presentando come introduzione una panoramica delle ricerche. Cornelia Klinger nella sua relazione etico-filosofica ha sostenuto la tesi che il capitalismo debba acquisire un nuovo approccio al concetto di “lavoro”, senza dividere il “lavoro non pagato fatto per amore a casa” dal “lavoro professionale retribuito”. Ha definito Care come la cura della vita, come qualcosa di profondamente intrinseco all’essere umano. Maria S. Rerrich ha ricordato che la Germania del 19.secolo/inizio del 20.secolo era ancora un Paese che esportava nel settore Care (es. donne di servizio). Oggi un gran numero di lavoratrici sono impiegate nel settore Care, che è soprattutto per le “perdenti del mercato del lavoro” creando una nuova fascia (invisibile) di domestiche migranti, che vivono in condizioni di lavoro praticamente feudali. Le soluzioni politiche devono mirare a migliorare lo stato di queste lavoratrici del settore Care e a rivalutare il settore stesso. Il dibattito verteva sul grave problema della sistemazione e dell’assistenza alle/i profughe*i come nuova tematica Care. Tutte*i hanno convenuto che la questione Care si trovi all’inizio di uno sviluppo, che attraverso il cambiamento demografico assumerà ancora una grande dinamicità. La società avrà bisogno di ancora molta energia e di “dibatti” simili a quelli di Tutzing, per poter sviluppare delle soluzioni adeguate e eque, che valutino e integrino Care come parte centrale della nostra vita. Karin Peschau, Rete delle Donne


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Projekte Projekte || Progetti Progetti

Die Geschichte der Diaconia Onlus

La storia di Diaconia Onlus

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orme di accoglienza ai migranti sono sempre esistite nella città di Milano, gestite da più realtà religiose e sociali, tuttavia, non si può parlare, per il mondo protestante, di una vera e propria attività organizzata a tal fine, con proprie strutture ed un corpo di volontari, fino al 1992-1993. Il 22 maggio 1993 venne inaugurato il centro di seconda accoglienza per extracomunitari gestito dalla C.E.I.A.M. (Commissione Evangelica interdenomizionale di Accoglienza ai Migranti) che disponeva della piccola casa di via Ampola 20. Fin dal 1992 ci si era resi conto dell'importanza che la questione immigrazione avrebbe potuto assumere nel corso del tempo, come appare dalle parole introduttive della relazione della Commissione Albanesi della Chiesa Valdese di quell'anno: “Appare infatti a noi evidente che il problema di persone di nazionalità, religione e origine extraitaliane che giungono nel nostro Paese in cerca di assistenza si pone come fatto nuovo, di dimensioni rapidamente crescenti e non più eludibile.” Il 13 settembre 1996 la C.E.I.A.M. si trasformò in un'associazione di volontariato, riconosciuta dalla Regione Lombardia, col nuovo nome di DIACONIA e riconfermò come suo obiettivo primario quello della risoluzione del problema dell'alloggio dei migranti. Fu affittata una palazzina in una zona semiperiferica di Milano, opportunamente restaurata, che consentiva di disporre su due piani di: quattro camere da letto, due bagni, una cucina ed una sala ritrovo per gli ospiti, al piano superiore, ed una sala riunioni per i volontari al piano rialzato. Ulteriori lavori di ristrutturazione portarono la disponibilità di posti letto da 8 a 12 e, con l'acquisizione in comodato, nel 2014, di un appartamento a Milano, si è stati in grado di ospitare altre quattro persone. I servizi si sono ampliati sempre più: tra questi, ultimo in ordine di tempo, il servizio di mediazione culturale e gestione degli ospiti affidato al pastore Gabriele Arosio.

n Mailand gab es schon immer verschiedene Formen der Aufnahme für Migranten und Flüchtlinge, deren Träger religiöse und soziale Einrichtungen sind. Bis 1992-1993 kann allerdings in protestantischen Kreisen kaum von zu diesen Zwecken organisierten Initiativen mit eigenen Einrichtungen und freiwilligen Helfern und Helferinnen gesprochen werden. Erst am 22. Mai 1993 wurde in einem kleinen Haus in Via Ampola 20 das Zentrum der Zweitaufnahme für Migranten von der C.E.I.A.M. (Commissione Evangelica interdenomizionale di Accoglienza ai Migranti) eingeweiht. Aber wie aus der Einleitung des damaligen Berichtes der Kommission Albanesi der Waldenserkirche hervorgeht, war schon 1992 erkannt worden, dass das Immigrationsphänomen im Laufe der Zeit eine große Bedeutung annehmen würde: „Es scheint uns offensichtlich, dass das Problem der Menschen nichtitalienischer Nationalität, Religion und Herkunft, die in unserem Land Beistand suchen, uns mit einer neuen, rasch wachsenden und unausweichlichen Realität konfrontiert.“ Am 13. September 1996 wurde die C.E.I.A.M. in einen von der Region Lombardei anerkannten Ehrenamtlichen Verein umgewandelt und in DIACONIA umbenannt. Hauptziel des Vereins blieb weiterhin, Unterkünfte für Migranten anzubieten. Zu diesem Zweck wurde ein Gebäude außerhalb des Mailänder Stadtzentrums gemietet und zweckmäßig instandgesetzt. Es entstanden so im oberen Stockwerk vier Schlafzimmer, zwei Bäder, eine Küche und ein Aufenthaltsraum für die Gäste sowie ein Versammlungsraum für die Freiwilligen im Hochparterre. Durch weitere Umbauarbeiten konnte die Zahl der Betten von 8 auf 12 erhöht werden. 2014 wurde dem Verein eine 4-Bett-Wohnung in Mailand zur kostenlosen Nutzung überlassen. Auch das Angebot der Dienstleistungen wurde im Laufe der Zeit erweitert: Zuletzt kamen die Pfarrer Gabriele Arioso anvertraute kulturelle Mediation und Betreuung der Gäste hinzu. Roberto Tresoldi

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Roberto Tresoldi

Übersetzung: Kerstin Gros Foto oben / Foto sopra: Empfang im Zentrum in via Ampola /Accoglienza nel centro di via Ampola


Post Scriptum

Wenn die Arbeit nicht zum Leben reicht

Se il lavoro non basta

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ine neue Form der Armut in der postindustriellen Gesellschaft, in der wir leben, wurde vor einiger Zeit von Soziologen definiert: die Erwerbsarmut. Die sogenannten Working Poor sind Menschen, die trotz Erwerbstätigkeit nicht in der Lage sind, sich und ihre Familie ausreichend zu ernähren. Seit fast 20 Jahren stellt ein Hilfsprojekt der Evangelischen Kirchen in Mailand alleinstehenden ausländischen Arbeitern mit Migrationshintergrund ein Zimmer zur Verfügung. Diese Menschen finden häufig nur Halbtagjobs oder Arbeit im wirtschaftlichen Graubereich. Wie zum Beispiel Joseph, ein Migrant aus Pakistan, der vier Stunden täglich als Reinigungskraft arbeitet und sich freut, einen weiteren Vertrag über 8 Stunden (die Woche!) mit einem anderen Arbeitgeber abgeschlossen zu haben. Oder wie Mesfun, der aus Eritrea stammt und auch als Reinigungskraft arbeitet, allerdings nur auf Abruf. Das bedeutet, dass er manchmal wochenlang zu Hause rumsitzt oder auch wochenlang arbeitet. Und jetzt hat er auch noch ernsthafte Gesundheitsprobleme, die ihm große Sorgen bereiten. Arbeit zu haben ist in Italien heutzutage keinerlei Garantie dafür, sich aus der Falle der Armut befreien zu können. In ihrem Buch Il lavoro non basta (Feltrinelli 2015) schreibt die Soziologin Chiara Saraceno, dass “der Anteil der Männer, die trotz Erwerbstätigkeit arm oder armutsgefährdet sind, höher ist als der der Frauen“, und dass „vor allem in Italien viele Einwanderer trotz Erwerbstätigkeit unter der Armutsgrenze leben, weil ihr Niedriglohn für ihre meist großen Familien nicht ausreicht.“ Das sind die Menschen, für die die Anlaufstelle der Kirchen eingerichtet wurde. Aber leider ist es mit dieser Initiative nicht getan. In den Jahren vor der Krise wurde zwar viel gemacht, um mehr Arbeitsstellen zu schaffen - was auch gelungen ist -, aber leider ohne dass zeitgleich die Armut zurückgegangen ist. Unsere Kirchen müssen daher auf einen politischen Kurswechsel drängen, damit die Armut durch einkommensstützende Initiativen zugunsten aller Working Poor und all derer, die nicht in der Lage sind, zu arbeiten oder nur Teilzeitjobs haben, effektiv bekämpft wird. Trotz zahlreicher Gesetzesentwürfe (von Movimento 5 stelle, PD und SEL), Projektvorschlägen mit Mindesteinkommen für soziale Inklusion (von Acli und Caritas) und für Einkommensbeihilfe (von Irs und Capp in Modena), hat sich allerdings bisher nichts geändert. Und wie Chiara Saraceno schreibt, “… ein ziviles und (noch) nicht armes Land sollte die Frage des Rechts aller seiner Bürger und aller Aufenthaltsberechtigten auf Beihilfe in Angriff nehmen.“

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na nuova forma di povertà delle società postindustriali è stata definita, da tempo, in sociologia: il working poor, cioè chi, pur lavorando, non ha reddito sufficiente a mantenere sé e i propri familiari. Da circa vent’anni un progetto delle chiese evangeliche di Milano offre una stanza a stranieri soli lavoratori, spesso con impieghi part time o lavoretti ai limiti dell’ufficialità. Come Ioseph, pakistano, che lavora quattro ore al giorno nelle pulizie ed è contento di aver firmato un nuovo contratto per 8 ore (alla settimana!) con un'altra cooperativa. O come Mesfun, eritreo, anche lui impiegato nelle pulizie ma a chiamata: intere settimane a casa o intere settimane al lavoro, e ora con un serio problema di salute che lo preoccupa molto per il futuro. Lavorare, oggi in Italia, non è affatto garanzia d’emancipazione dalla povertà. Chiara Saraceno, nel suo Il lavoro non basta (Feltrinelli 2015), evidenzia che "l'incidenza della povertà nonostante il lavoro ... rimane più alta tra gli uomini rispetto alle donne" e che "in particolare in Italia, gli stranieri immigrati sono fortemente concentrati tra i lavoratori poveri, perché spesso combinano un basso salario con un alto carico familiare". Due dati che caratterizzano spesso chi beneficia del servizio di accoglienza delle chiese. Un impegno che non basta. Perché un altro dato importante è trascurato: se negli anni pre-crisi si era puntato tutto sull'aumento dell'occupazione, questa è sì cresciuta ma senza che sia contestualmente diminuita la povertà. Le nostre chiese devono, quindi, chiedere con forza un mutamento degli indirizzi politici affinché un vero contrasto alla povertà avvenga con interventi di sostegno al reddito per tutti i lavoratori poveri, per chi non è in grado di essere occupato o di esserlo a tempo pieno. Ma - nonostante tanti progetti di legge (Movimento 5 stelle, PD e SEL), di reddito d'inclusione sociale (Acli e Caritas) e di sostegno al reddito (Irs e Capp di Modena) - finora niente è cambiato. E invece, come dice Saraceno, "…un paese civile e non (ancora) povero dovrebbe affrontare la questione del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente". Gabriele Arosio, Pastore battista Coordinatore associazione Diaconia Onlus Übersetzung: Kerstin Gros


INFO - INTERNET CELI|ELKI Chiesa Evangelica Luterana in Italia | Evangelisch-Lutherische Kirche in Italien www.chiesaluterana.it - decanato@chiesaluterana.it www.facebook.com/ChiesaEvangelicaLuteranaInItalia Sinodo | Synode presidente.sinodo@chiesaluterana.it

Centri studi | Studienzentrum Centro Filippo Melantone a Roma | Melanchthon Zentrum in Rom www.centromelantone.org segreteria@melantone.org

Altri siti | Andere Webseiten Per saperne di più | Um mehr darüber zu wissen www.bollunet.org www.luterani.it

Radio (in italiano / in italienischer Sprache) Rai Radiouno “Culto Evangelico” la domenica mattina alle 7.30 Per riascoltare le trasmissioni: www.fedevangelica.it/servizi/ssrtvo31.asp

Anmerkung der Redaktion

Napoli, Innenraum der Kirche / Napoli, interno della Chiesa

Nota della redazione

Die Redaktion freut sich über die

La redazione gradisce la colla-

ehrenamtliche Mitarbeit aller

borazione a titolo gratuito di tutti i

Leser. Die Artikel sind an

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La redazione si riserva, unica -

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