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La casa delle bambole dormienti

Giunto davanti alla porta Il Professore si fermò. Solo un attimo, il tempo per dare uno sguardo intorno ed assicurarsi che nessuno lo stesse vedendo. Non c’era anima viva e questo lo fece sentire più tranquillo, poi guardò l’orologio. Avrebbe avuto tre ore da dedicare a quel regalo tanto desiderato per il quale aveva atteso anche fin troppo tempo. Era stato un frequentatore di bordelli sin da ragazzo. Aveva sempre pagato i rapporti d'amore. Lo aveva fatto anche quando non avrebbe avuto bisogno di farlo. Non era mai andato a letto con una donna senza pagarla, e le poche che non erano state del mestiere le aveva sempre convinte, con la ragione o con la forza, a prendere il denaro. Lo avessero pure buttato nella spazzatura, a lui non importava, e di questo ne faceva un motivo di vanto. L’unico rapporto durato un po’ più a lungo era stato quello con sua moglie, gran chiacchierona, ottima cuoca, brava di bocca ma che non era mai stata bella. Lo aveva lasciato dopo pochi anni di matrimonio proprio a causa di quel suo vizio per le puttane. Puttane alle quali aveva dedicato tutta una vita trasformando la sua ossessione in una vera passione. Conosceva bene quella casa. La considerava la migliore in assoluto e da quando aveva iniziato a frequentarla, Madame s’era sempre data da fare per fargli avere il meglio, trovando per lui delle autentiche perle rare ed ogni volta che ne aveva una nuova, speciale, lui era il primo ad essere interpellato. Certo che tutto ciò gli era costato una fortuna, ma cosa poteva esserci di più bello della sensazione provata nell’entrare per la prima volta dentro il corpo di una giovane donna e portarle via un pezzetto del suo candore, facendolo proprio, per custodirlo poi come un prezioso gioiello nella cassaforte dei ricordi? Posò il dito sul campanello in ottone senza targhetta, un gesto tante volte ripetuto in quegli anni, e lo premette. Ne sentì il suono familiare e poi il rumore dei passi al di là della porta. Madame venne ad aprire. Nello sguardo aveva la solita severità e, come sempre, sorrideva in quel modo che non gli era mai parso del tutto sincero.

- Prego, Professore, si accomodi. - Grazie, forse sono un po' in anticipo... All’interno della casa si respirava come sempre quell’atmosfera d’innocenza un po’ innaturale. Nessuno, entrando, avrebbe potuto pensare ad un postribolo. Non c’erano clienti in attesa, non c’erano ragazze seminude che andavano in giro, non c’era musica di sottofondo, non c’era niente di tutto ciò. Pareva piuttosto una casa abitata da una normalissima famiglia felice. Un gatto bianco e striato come quello d’Alice nel Paese delle meraviglie, accoccolato sopra la credenza, osservava attento tutto ciò che accadeva intorno, immobile come il vaso riempito di rose gialle che gli stava vicino ed una ballerina in porcellana, ferma da sempre nella sua posizione d’arabesque. Alle pareti, dipinti raffiguranti paesaggi e ritratti in stile ottocentesco e poi, adagiati sul parquet di Jatobà intarsiato in acero, morbidi tappeti dai colori solari. Niente lanterne rosse dalla luce offuscata, niente drappeggi pesanti, niente ambrasse dorati. Soltanto il sole d’aprile che filtrava placido dalle finestre appena velate da leggere tende fiorite.

- Si sieda, la prego, se non le dispiace vorrei dirle due parole prima - sussurrò Madame mettendosi seduta – Come tutte le altre ha bevuto una tisana di valeriana. La troverà quindi assopita e potrà guardarla mentre dorme per tutto il tempo che vuole. Ma sia dolce nel destarla, è una bambola molto delicata. - Lei mi ha parlato di qualcosa di veramente speciale. Non vorrei problemi, spero che abbia l’età giusta e che sia consapevole del suo ruolo. - E’ perfettamente istruita, professore, e l’età è quella giusta anche se dimostra molti meno anni di quelli che ha. Posso assicurarle che è la migliore in assoluto. Ha un talento naturale e pare sia nata per questo. Un giovane sogno che in pochi possono permettersi e posso dirle in tutta sincerità che chi la incontra una volta non la scorda facilmente. Cerchi di apprezzarla e di farle apprezzare questo vostro incontro. So che di lei posso fidarmi. Lei è un gentiluomo in tutti i sensi. Poi la donna si alzò dalla poltrona e condusse il Professore, su per le scale, davanti alla porta oltre la quale c’era la camera dove le sue bambole incontravano i clienti.

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Non bussò, ma aprì piano la porta cercando di non far rumore ed aveva il cuore che gli batteva forte, come sempre. Lei, distesa sul letto, aveva indosso solo le mutandine, come aveva detto Madame, e dormiva. Il Professore appoggiò la giacca sul bracciolo della poltrona di fronte al letto poi, in silenzio, si mise ad osservare la ragazza. Aveva la pelle che sembrava di fine porcellana, bianca, ed aveva il seno piccolo, ancora acerbo e dalla forma appuntita. Il suo volto, totalmente privo di trucco, pareva proprio quello di una bambola: diafano con le guance rosate e le labbra rosse. E poi i capelli finissimi e neri come la notte. Le scelse un nome. Gli sembrò che Delgadina potesse andar bene, come la giovane prostituta del romanzo di Marquez. Per un attimo si sentì anche lui simile al protagonista e pensò che forse avrebbe potuto restar lì per tutto il tempo a guardarla, limitandosi a rimirare quel corpo, dormirci accanto senza toccarlo, provando così il piacere inverosimile di contemplare un fiore senza le urgenze del desiderio e gli intralci del pudore. Ma può un fiore essere toccato senza che gli venga fatto del male? Un fiore, quando è colto è reciso per sempre, questo il professore lo sapeva e sapeva anche che lui non era un personaggio di Marquez. Lui non avrebbe avuto la forza di resistere a lungo alla tentazione di sfiorare quei petali freschi ed intatti.

- Ciao… Una voce, musicale come il suono di un flauto lo fece sussultare mentre era assorto in quei pensieri. Una voce di rusalka. Sapeva già che non sarebbe stato facile scordarla, quella voce. Sapeva già che dentro di lei si sarebbe perduto, precipitando in un vortice come un naufrago impazzito circondato solo dal mare dei suoi sensi di colpa. Delgadina si mise seduta sul letto. Era ancora più bella di quanto avesse potuto pensare, più pura di quanto avesse potuto immaginare, più misteriosa di quanto avrebbe potuto sperare e lo guardava intensamente con due occhi chiari come la Luna. Sì, c’era la Luna in quegli occhi, lui la vedeva e ci vedeva mille altre cose ancora. I capelli lunghissimi, appena mossi, le accarezzavano il piccolo seno. Il Professore pensò a lei come al personaggio di una fiaba: “Capelli neri come l'ebano, labbra rosse come il sangue e pelle bianca come la neve”. Immaginò come dovette sentirsi il Principe al risveglio di Biancaneve. E Biancaneve sarebbe stata sua per tre ore.

- Ciao… – disse l’uomo. - Sedetevi accanto a me, vi prego – lo invitò Delgadina con voce suadente. Quei modi gentili, quelle maniere d’altri tempi, antichi, quello sguardo ignaro, quel sorriso ingenuo. Madame aveva lavorato bene, pensò, ed ebbe la percezione chiara di essere arrivato al traguardo della sua lunga ricerca. L’aveva trovata. Finalmente era lì davanti a lui e capì che dopo di lei non avrebbero potuto essercene altre. Ecco ciò che voleva dire Madame quando l’aveva presentata come unica e speciale. In lei vi si poteva scorgere una purezza mai perduta, un’innocenza mai scheggiata. Una fanciulla eterna che negli occhi avrebbe sempre avuto la curiosità dei primi sguardi e nelle mani il tremore della prima volta. Sembrava un frutto profumato e fragrante che nessuno aveva mai morso. Una distesa di neve fresca, intatta, dove nessuno aveva mai camminato... Ma era solo una piccola troia che aveva preso vita in un mondo creato apposta per lui e per quelli che come lui, silenziosi, a decine sarebbero entrati ed usciti da quella casa, da quella stanza ed anche da quel corpo. Pensò a come l’avevano istruita, a come l’avevano plasmata fino a farla diventare così perfetta, assoluta, definitiva. Pensò alle mani che l’avevano toccata, agli attrezzi che l’avevano penetrata, alle lingue morbide che l’avevano accarezzata, ovunque. Pensò a come le avevano insegnato a baciare, a succhiare, a leccare, a toccarsi, a gemere, a sopportare il dolore, a provare piacere, a raggiungere l’orgasmo e a come tenere gli occhi aperti in quel momento. Pensò a come era stata coccolata, violentata, vestita, spogliata, lavata, sporcata, picchiata, accarezzata…

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Pensò a tutte queste cose il Professore e quando le si sedette accanto, per un momento, si sentì come sull’orlo di un precipizio. In quell’attimo pensò che avrebbe potuto scegliere se salvarsi l’anima, uscendo silenzioso da quella porta ed abbandonando quella casa per non farvi più ritorno, oppure se rimanere lì, piegarsi al desiderio, farsi catturare dalla tentazione, toccarla, farsi toccare e perdersi alla fine in quegli occhi di Luna, dimenticandosi d’essere uomo.

- Toccami – le disse alla fine, arrendendosi. E lei lo toccò. Con lo sguardo basso gli slacciò i pantaloni, gli tirò fuori il membro turgido e lo toccò, timida.

- Mandami in estasi con le tue mani, Delgadina. E lei lo accarezzò sospirando come se non avesse desiderato altro e mentre lo faceva si mordeva le labbra, rosse come boccioli freschi di rugiada, struggendosi di piacere. L’uomo si distese sul letto e chiuse gli occhi, concentrandosi su quelle mani morbide che lo sfioravano, delicate ed abili. Gli venne voglia di mettere un dito in quella bocca. Lo infilò fra quelle labbra morbide e lei lo succhiò avidamente bagnandolo tutto con la sua saliva. Poi se lo tolse di bocca lo accompagnò lentamente dentro le sue mutandine. Nessun pelo, solo sesso morbido e liscio come il velluto. Il Professore la toccò ovunque. Prima fu solo una leggera carezza, poi molto di più, sempre più a fondo, annusando di tanto in tanto le proprie dita, leccandole, saziandosi per mezz’ora, un’ora ed anche più, senza mai staccare i suoi occhi da quelli di lei.

Ripensò a quanto aveva atteso il momento, a quanto s’era trattenuto per non morire sprofondato nella vergogna. L'età, anche se Madame l’aveva tranquillizzato, contava poco e lui lo sapeva: non era l’età che faceva di quella ragazza un'adulta. Ma non aveva resistito, le era salito sopra, le aveva infilato il pene fra le labbra e si era scopato quella bocca color sangue. Gli occhi di Delgadina si erano riempiti di lacrime e le sue piccole mani avevano afferrato il lenzuolo mentre lui la soffocava col suo peso, ma tanto era intenso il piacere che provava che non era riuscito a fermarsi. Alla fine era venuto, in silenzio, ed in quel momento aveva pensato: “Eccomi, sto venendo. Sto venendoti dentro, bambina”. Poi, uscito da quella bocca, aveva sparso il suo seme su quel volto di bambola e su quei capelli neri come la notte. Stremato si era quindi rovesciato sul letto. Aveva mandato Delgadina in bagno a lavarsi ed era rimasto lì disteso a pensare. Sopra di lui il soffitto dipinto con piccole nuvole così come lo erano le lenzuola che ricoprivano il letto. Tutto pareva il cielo di un paradiso in miniatura, ma era fasullo come ogni cosa in quella casa. Finto come quella bambola malinconica. Gli venne in mente sua moglie. Pensò alle sue cosce flaccide ed a quelle perfette di Delgadina, al suo seno cadente ed a quello turgido di Delgadina. Ripensò anche all’odore acre del suo sesso che non gli era mai piaciuto e si annusò le dita: odoravano di verginità. Se le mise in bocca. Le assaggiò: sapevano di vaniglia. Quando la vide nuovamente coricata al suo fianco le chiese: “C'è qualcosa che vorresti fare?” Lei lo guardò curiosa, forse stupita, come se nessuno mai le avesse rivolto quella domanda poi, con voce simile al suono di un flauto, rispose: “Ho voglia di fare l'amore...” Madame l’aveva davvero istruita bene. Qualsiasi donna avrebbe percepito che non c’era sincerità in quelle parole, ma l'orgoglio maschile troppe volte offusca i sensi e tappa gli occhi impedendo all’uomo di accorgersi delle menzogne. Davanti a sé il Professore vedeva solo una bambina smaniosa di far sesso con lui e non seppe riconoscere anni ed anni d’addestramento, di prove, di frasi come quella ripetute all’infinito. Di carezze come ricompense e schiaffi come punizioni. E ci cascò, perché le donne, anche quelle che restano per sempre delle bambine, quando imparano a fingere da piccole riescono a farlo molto bene e scordano presto quale sia il sapore della verità. Così, compiacendosi per la propria bravura, il Professore sorrise dentro di sé e le si mise di nuovo sopra. Si arrestò solo per un istante prima di penetrarla. Il tempo di pensare a sua figlia che proprio quell’anno sarebbe andata in terza media. Poi le fu dentro.

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Sentiva la mente che urlava: “Me la sto scopando e me lo ha chiesto lei, Delgadina…” Questo nome iniziò a fluirgli come nettare fresco lungo le labbra. Lo ripeté dapprima sussurrandolo poi, con voce sempre più alta, gridandolo mentre entrava ed usciva da quell’esile corpo. Lo ripeté cento volte e la ragazza gemeva e sospirava piacere sussultando sotto i suoi colpi. Madame aveva davvero fatto un bel lavoro. Delgadina era davvero un gioiello prezioso. Non una puttana qualsiasi. Era un fiore da recidere, una distesa di neve immacolata da calpestare. Ed era sua. Completamente sua… O forse no… Sentì un brivido scorrergli dentro e provò angoscia. Capì che avrebbe potuto anche innamorarsi di quella bambola. Gli uomini, anche se perdono presto interesse per quello che riescono a raggiungere facilmente, bramano in modo ossessivo le cose impossibili, quelle che non possono avere. Ma tutto ciò era un’illusione. Solo un’illusione. Non esisteva. Si sarebbe disciolto una volta che lui fosse uscito da quella stanza. Sapeva che Delgadina era un sogno. Non sarebbe mai stata completamente sua. Sapeva che era così, non avrebbe potuto averla per sempre ed allora la odiò, divenne pazzo, furioso, e la sbatté così forte da farle male, tanto che i gemiti ed i sospiri di piacere si trasformarono in lamenti di dolore. Gli ultimi colpi furono violentissimi e dati con rabbia. Venne gridando quel nome, conficcando le sue dita in quei piccoli seni, strizzandoli con avidità e colmandosi l'anima di quegli occhi in cui vide spegnersi la Luna e nei quali da quel momento avrebbe potuto scorgervi, ormai, solo il buio della notte. Poi si accasciò su quelle lenzuola dipinte di nuvole, mentre l’aria intorno si fece intrisa da quell’inconfondibile odore di sesso violato, di fiore reciso, di neve calpestata. Si alzò dal letto mosso da un senso di disagio. Delgadina singhiozzava ma, stranamente, gli sorrideva. Teneva le gambe semichiuse e le mutandine appese, leggere, ad una caviglia. Restò in piedi ad osservarla, immobile, come aveva fatto quando era entrato in quella stanza poi, senza dire una parola, si rivestì in fretta, appoggiò i soldi sul letto ed uscì.

Il gatto, appollaiato sopra la credenza, osservò il Professore che si allontanava, veloce, senza voltarsi indietro. Ne aveva visti tanti come lui e tanti ne avrebbe visti ancora. Uomini che salivano le scale, entravano in quella stanza, si spogliavano, toccavano, baciavano, leccavano, aprivano, infilavano, sudavano, godevano… alcuni, qualche volta, anche piangevano e poi se ne andavano. Come catturato da un richiamo che nessuno poteva percepire, l’animale sollevò le orecchie e, scendendo dal mobile, si diresse con passi felpati su per le scale, entrò nella stanza con il soffitto dipinto di cielo e, balzando sul letto, si adagiò miagolando fra le braccia della ragazza.

- Ciao… - disse lei con voce melodiosa, accarezzandolo – Sono stata brava, sai? Madame sarà contenta… Il gatto assaporò le carezze facendo le fusa poi le scese lentamente lungo il corpo, sfiorandole la pelle nuda con il pelo. Con la coda le accarezzò il piccolo seno facendole inturgidire i capezzoli. Scese ancora e raggiunse le sue cosce appena dischiuse. C’infilò il muso. Trovò il suo sesso ancora umido e sporco del piacere dell’uomo. Lo annusò. Conosceva bene quell’odore. Era inconfondibile ed iniziò a leccarlo. La ragazza ridacchiò facendosi ripulire e quando la lingua del gatto raggiunse la clitoride, lasciò che andasse avanti. Il suo piccolo bottone, sotto quella lingua ruvida, divenne turgido e lei gemette di piacere. Si fece leccare, così, abbandonandosi e contorcendosi fino a quando arrivò l’orgasmo. Fu un orgasmo vero, intenso, che le scosse il corpo di brividi dalla testa ai piedi. Fu come una nevicata fresca che cancellò ogni impronta e riaccese la Luna nei suoi occhi. Dal piano di sotto Madame la sentì gemere sempre più forte ed arrivare all’apice del piacere. Poi, quando tutto fu finito, mise su la musica di Tchaikovsky e sulle note di “La bella addormentata” accennò un pas de Bourrèe. La sua bambola era tornata ad essere un fiore mai reciso, un frutto fragrante mai assaggiato, una distesa di neve candida, intatta, dove nessuno mai aveva messo piede.

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La casa delle bambole dormienti  

Non era un normale bordello e Delgadina non era una semplice puttana...