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IDENTITÀ FLUIDE

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chiara carzan

IDENTITÀ FLUIDE


MInistero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Alta formazione Artistica e Musicale ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI PALEMO Corso di Arte Ambientale e Linguaggi sperimentali 1° livello - matr. 9444

IDENTITÀ FLUIDE CHIARA CARZAN R E L ATO R E G I O V A N N I A V E R N A A.A. 2018/2019


“L’idea di «identità» è nata dalla crisi dell’appartenenza e dallo sforzo che essa ha innescato per colmare il divario tra «ciò che dovrebbe essere» e «ciò che è», ed elevare la realtà ai parametri fissati dall’idea, per rifare la realtà a somiglianza dell’idea. [Zygmunt Bauman]


INDICE 4 INTRODUZIONE

7 I D E N T I TÀ D I G E N E R E

28 GENDER FLUID

63 ESPERIENZE VISSUTE

75 QUESTIONARIO


INTRODUZIONE Se proviamo a guardare attentamente la condizione umana da un punto di vista differente, al di fuori di un sistema binario di genere, iniziamo a mettere in dubbio molti aspetti dell’esistenza umana che sono spesso dati per assodati. Già dalla più tenera età ogni individuo viene identificato come maschio o femmina; se il corpo è identitario di un individuo, il genere lo caratterizza in tutto e per tutto, rivestendo un ruolo fondamentale all’interno del suo percorso di vita nella società in cui vive. Infatti la società odierna divide o prova a dividere in due sezioni ben delimitate, quella maschile e quella femminile, sottovalutando una costante importantissima: dentro ogni individuo vi è una parte femminile e una maschile. Fin dall’antica Grecia è possibile constatare questa consapevolezza della dualità di genere, infatti, secondo il mito dell’Androgino di Platone, all’origine dei tempi gli esseri umani non erano suddivisi per genere, ciascuno di essi aveva quattro braccia, quattro gambe e due teste, era come se fossero due creature unite per le spalle, con due sessi diversi. Gli Dei però si resero conto che la creatura con quattro braccia lavorava di più, allora Zeus escogitò un piano: li avrebbe tagliati a metà per far sì che essi perdessero la loro forza. Così con un

fulmine tagliò quell’essere in due creando l’uomo e la donna. Possiamo anche pensare che il taglio di Zeus non fosse perfettamente netto e che quindi alcuni uomini avessero parti di donna e viceversa. Se vediamo la cosa da un punto di vista più scientifico, tutti noi abbiamo ormoni maschili e femminili dentro il nostro corpo, anche se in percentuali diverse. Ma cosa definisce il sesso di una persona? Il genere può essere definito soltanto tramite l’apparato genitale? O è qualcosa di diverso che sta dentro la continua ricerca di noi stessi? Esiste una possibilità concreta di sentirsi donna per un uomo e uomo per una donna?

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Per rispondere a queste domande dobbiamo però fare una premessa importante. Secondo le più recenti teorie sociologiche, l’Identità di genere corrisponde al senso di appartenenza di un individuo ad un genere o all’altro, e non viene stabilita dalla natura e dall’incontrovertibile dato biologico ma unicamente dalla soggettiva percezione dell’individuo. L’orientamento sessuale invece, in molti casi confuso con l’identità di genere, è l’attrazione che un individuo prova per un altro che possa essere di un altro sesso, dello stesso o di entrambi. Non si è, quindi, uomini o donne perché nati con certe identità fisiche, ma lo si è solo se ci si riconosce come tali. Non ci sono maschi e femmine ma ci sono semplicemente individui, liberi di assegnarsi autonomamente il genere che percepiscono al di là del loro apparato genitale. L’attitudine sociale di assegnare un genere risponde a fattori culturali basati sulla necessità di definire le cose intorno a noi secondo criteri di attribuzione univoci. Se mettiamo da parte l’idea che l’essere donna o uomo dipenda dall’apparato riproduttivo e dall’aspetto esteriore in generale, possiamo arrivare all’idea di GENDER FLUID. In queste pagine affronteremo l’argomento

del Gender Fluid con un taglio ed un’impronta volutamente artistica, perché l’arte è sempre espressione della società, veicolo espressivo per eccellenza.

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CAPITOLO 1

25 I D E N T I TÀ DI GENERE

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I D E N T I TÀ D I G E N E R E LE ORIGINI Per definire la struttura binaria e l’identità di genere che ne deriva dobbiamo parlare di vari componenti che fanno parte della società sin dall’antichità. La struttura sociale basata su una divisione di compiti si sarà sicuramente consolidata quando la società preistorica nomade, con la scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, divenne stanziale. Entrambe le figure, sia quella maschile che quella femminile, andavano a caccia e avevano un ruolo egualitario; con l’arrivo dell’agricoltura e dell’allevamento divenne necessario attuare una divisione netta del lavoro: le donne si prendevano cura dei figli e degli anziani, gli uomini provvedevano all’approvvigionamento del cibo e di ogni altra cosa necessaria alla permanenza nel luogo. Con questa divisione di compiti sociali, se pur in maniera involontaria, ebbe inizio il processo che portò alla nascita del patriarcato. Il problema non sta nella divisione dei compiti, che è giusta in una società civilizzata, ma nell’attribuirne un valore diverso e nell’identificare i diversi compiti non come intercambiabili fra loro, ma come specifici di un genere. Da un punto di vista religioso, nel

mondo primitivo la figura femminile veniva identificata come creatrice di vita, assunta come divinità; “fin da tempi ben più antichi, e per oltre 30.000 anni, si diffuse ovunque il culto delle cosiddette ‘Veneri paleolitiche’: statuette (a volte bassorilievi) di piccola dimensione (lunghe spesso meno di venti centimetri) in avorio di mammut, o in ceramica, pietra calcarea, ematite od altri materiali, che rappresentano una donna steatopigia, dalla femminilità esacerbata, talvolta incinta. Le Veneri, prive di funzioni pratiche, sarebbero state icone di fertilità o rappresentazioni della Grande Madre (o Madre Terra), genitrice dell’umanità e propiziatrice della vita e dell’abbondanza.” (Il fatto quotidiano, 2 febbraio 2016)

Dal culto della Madre Terra si svilupparono nel Neolitico società matriarcali, dove la donna incarnava la forza creatrice della natura; i compiti erano equamente divisi, la struttura sociale era di tipo orizzontale ed egualitaria, e la paternità “sociale” era più importante di quella biologica. Nell’antica Grecia la Madre Terra veniva identificata con Gea, dea primordiale della terra, madre di tutti gli dei e creatrice del mondo.

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VENUS VON WILLENDORF 23.000-19.000 A.C

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La figura femminile aveva quindi un ruolo importante e attivo nella vita religiosa, ma con l’arrivo dell’ebraismo e poi in seguito del cristianesimo, la figura maschile predominò su quella femminile spesso subordinata, relegata ad un ruolo minore, vista solo come mezzo per partorire la prole e non come creatrice di questa. Dobbiamo sicuramente evidenziare il fatto che la nostra società si basa su fondamenti cristiani dove il patriarcato è consolidato. È facile collegare l’idea della famiglia patriarcale con la famiglia di Dio dove dio non è solo portatore di salvezza ma è anche signore e padrone di tutte le cose terresti e non terrestri: allo stesso modo il capo famiglia è padrone dei suoi figli e di sua moglie. D’altra parte sarebbe riduttivo identificare il cristianesimo come unico fatto responsabile del fenomeno patriarcale, che si basa anche sulla necessità di istituire regole e di definire ruoli e confini. I meccanismi che trasformarono la struttura sociale egualitaria in quella patriarcale, si svilupparono sicuramente prima del cristianesimo, anche se in questo hanno trovato la culla per proliferare e accrescersi sempre più. Infatti già 5000 anni prima della nascita di Cristo, arrivò una grande siccità nell’Asia centrale

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e occidentale. La siccità generò l’inizio delle migrazioni e di conseguenza dei primi scontri. Una terra sempre più inospitale e la continua lotta per la sopravvivenza ha sicuramente dato luogo all’affermarsi della guerra e quindi del dominio. Parallelamente agli eventi storici, perfino dal punto di vista artistico, e quindi culturale, la figura femminile ha sempre avuto meno possibilità. Prova ne è la pochissima percentuale di donne artiste nella storia, e la grande misoginia diffusa in vari artisti. Lenore Krasner, nota come Lee Krasner, uno dei principali esponenti dell’Espressionismo Astratto, è la prova della poca rilevanza che si dà alle artiste donne, infatti viene ricordata per il matrimonio con il grande Pollock anziché per il proprio straordinario contributo come artista. Pur essendo un genio dell’espressionismo astratto, in quanto donna si è data più importanza alla sua vita coniugale, e quindi alla sua vita di moglie e possibile madre, piuttosto che a quella artistica. Lei stessa, cosciente di questa grande disuguaglianza, scelse di firmare le proprie opere con un nome maschile, Lee, rimastole poi per tutta la vita. Ma nonostante questa precauzione, Lee era conosciuta dal pubblico come la moglie di Pollock e le sue opere vennero sempre ignorate.


LEE KRASNER DESERT MOON 1955

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SOCIETÀ E ARTE

“È la società a stabilire quali strumenti debbano essere usati per separare le persone in categorie e quale complesso di attributi debbano essere considerati ordinari e naturali nel definire l’appartenenza a una di quelle categorie” (Erving Goffman, Stigma, l’Identità negata) Viviamo in una società che possiamo definire “sessuata”, cioè che identifica gli individui in rapporto all’altro sesso. Su questa discriminazione si basa l’organizzazione sociale occidentale, quindi risulta necessario identificare un qualsiasi individuo, fin dall’infanzia, come appartenente ad un genere, per stabilire specifiche regole comportamentali da osservare: a livello pubblico, come i rapporti di potere, la distribuzione del lavoro e degli stipendi; a livello privato, come il ruolo all’interno del nucleo familiare; e perfino ad un livello più intimo, come i comportamenti specifici dell’individuo, le proprie passioni, i modi di rapportarsi con l’altro ed esprimere i propri sentimenti e desideri. Gayle Rubin, antropologa sessuale, esprime e definisce, per la prima volta nella storia, la differenza tra sesso e genere, tra dimensione corporea e identità personale e

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sociale. Il sistema sesso/genere indica le strutture sociali che usufruiscono della sessualità biologica per creare una struttura organizzata divisa per compiti, individuando comportamenti precisi all’interno della società. Nel quotidiano la struttura binaria uomo-donna viene utilizzata continuamente da ognuno di noi, la prima cosa che facciamo quando guardiamo un altro individuo è identificarne il sesso, per poi identificarne i comportamenti che riconosciamo come appartenenti al suo genere. Quindi possiamo affermare che le relazioni quotidiane hanno un’importanza fondamentale nella costruzione di un’identità di genere sia personale che di gruppo. Apportano eguale contributo a essa tutti i tipi di strutture sociali private e pubbliche come scuola, famiglia, luogo di lavoro, luogo di culto, politica, commercio e mass media. Prendiamo ad esempio una qualsiasi famiglia italiana che si basa su una morale religiosa cristiana patriarcale, dove l’uomo, capo famiglia, regna sovrano su moglie e figli, e dove ha luogo una divisione sessuale del lavoro.


“Gli uomini e le donne sono, è ovvio, diversi. Ma non sono così diversi come il giorno e la notte, la terra e il cielo, lo Yin e lo Yang, la vita e la morte. Dal punto di vista della natura gli uomini e le donne sono più simili gli uni alle altre che a qualsiasi altra cosa – alle montagne, ai canguri o alle palme di cocco. L’idea che siano diversi tra loro più di quanto ciascuno di essi lo è da qualsiasi altra cosa deve derivare da un motivo che non ha niente a che fare con la natura” [Gayle Rubin]

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Questa dinamica avviene anche all’interno di molti nuclei familiari che, pur essendo frutto di una società moderna, lasciano alla donna i compiti domestici e la crescita dei figli e determinano l’uomo come figura forte. La divisione arriva anche nelle scuole dove si trasmettono i presupposti della rappresentazione patriarcale creando scuole di indirizzo prevalentemente maschile, come quelle di specializzazione scientifica e perfino nelle materie che risultano sessualmente connotate. Questo fenomeno si basa sulla mancanza rappresentativa di donne nelle materie matematiche e scientifiche; visto che alla base della crescita di un qualsiasi individuo vi è il bisogno di identificarsi in una figura rappresentativa, mancando figure femminili in questi campi le stesse bambine o ragazze non riescono, anche avendo gli stimoli la capacità e l’indole, a proiettarsi in questi mondi. Questo fenomeno negli ultimi anni però è diminuito grazie ad un percorso di informazione riguardo alle molte donne scienziate, matematiche, politiche, astronaute e via dicendo. Nel mondo lavorativo la più grande disuguaglianza si verifica in molti casi, dove individui di pari incarico vengono pagati in maniera diversa in base al proprio sesso.

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Un’artista che ha cercato di uscire da questa divisione patriarcale elevando i lavori domestici, relegati ad una sfera privata, portandoli in quella pubblica è Mierle Laderman Ukeles. Ukeles, artista femminista del secondo novecento, ha portato una scena privata su un suolo pubblico intrecciando quotidianità della vita e prassi artistica. Definendo sé stessa come l’artista del “dirty work”, ha reso visibile una quotidianità spesso celata, invisibile. Tra il 1973 e 1976 si è fatta autrice di una serie di diciassette performance dove eseguiva attività di ‘manutenzione’ in luoghi pubblici, dove ribaltava l’idea di manutenzione e mansioni casalinghe spingendo l’osservatore a mettere in discussione le divisioni sociali e a dare merito a chi svolge queste mansioni fondamentali per una vita civile. Una frase fondamentale del Manifesto for Maintenance Art (1969) è “Il mio lavoro sarà l’opera”; con queste parole sostiene che si debba considerare arte la cura per gli altri (anche per i figli dunque) e che l’atto fisico e materiale sia l’arte stessa.


“A un certo punto ho iniziato a guardare il ruolo della casalinga in modo diverso, come una figura che mi offriva una nuova prospettiva, libera da tutti i criteri convenzionali. Sono un’artista. Sono una donna. Sono una moglie. Sono una madre. Lavo, pulisco, cucino e mi prendo cura di tutto in casa. Nel contempo faccio arte, ma in separata sede. Ma da adesso in poi, io farò le stesse cose di sempre, mettendole in mostra come arte, per accrescere la coscienza collettiva e stimolare una riflessione” [Ukeles]

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Quindi vi è una differenza tra quello che possiamo definire genere e quello che possiamo definire sesso. Se il genere è un’identità personale e sociale definibile dalla propria identità di genere, il sesso è invece una dimensione relativa e corporea che ha una valenza inferiore rispetto a quella del genere, per questo forse al giorno d’oggi è giusto parlare solo di genere, allontanandoci dall’idea di sesso che è identificabile solo attraverso il nostro apparato genitale e in molti casi non rispecchia la vera essenza dell’individuo. Grazie a piccole e grandi rivoluzioni possiamo percepire negli ultimi decenni un cambiamento che parte dall’accesso delle donne all’istruzione fino all’arrivo della figura femminile in campo militare, ma anche a una visione meno patriarcale della famiglia con una divisione paritaria e diversa dei lavori domestici, o con la nascita di tipi di famiglie diverse da quelle classicamente composte da un uomo e una donna. Un altro autore al quale forse Ukeles si è riferita è Andy Warhol, che ha rivendicato una sfera domestica nell’arte; a partire dal 1964 iniziò a produrre le scatole di “Brillo”, estrapolando l’oggetto funzionale dal contesto quotidiano ed erigendolo ad icona della società contemporanea. Le scatole

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di Warhol erano una replica esatta della confezione di saponette venduta in tutti i supermercati d’America, possiamo quindi definirlo un precursore di quella che sarà l’arte femminista del secondo novecento. Warhol parte sicuramente dal ready-made di Duchamp, recuperando l’idea che qualsiasi oggetto, se pensato dall’artista come oggetto d’arte diventa arte, crea un ready-made al contrario ricreando scatole di cartone che sembrano le scatole della Brillo ma senza utilizzare le scatole stesse. Questa versione del ready-made è riconducibile a Jasper Jonhs con “Lattine di birra Ballantine” in bronzo realizzate per la galleria di Leo Castelli nel 1960, anche queste definibili come un ready-made al contrario in quanto rappresentano due lattine apparentemente vere, una aperta e una chiusa, differenti nel peso in quanto quella aperta era più leggera e quella chiusa più pesante. In questo caso Johns, rappresentante del New Dada, ha riportato qualcosa appartenente al quotidiano, senza pero l’idea del privato che caratterizza Warhol, esponente della Pop-art, e Ukeles, esponente della performance artistica.


ANDY WARHOL B R I L LO S O A P PA D S B O X 1968

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JASPER JOHNS L AT T I N E D I B I R R A 1 9 6 0

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É da notare come sia stato possibile e facile, per un uomo omosessuale come Warhol, rivedersi in una sfera che gli è sicuramente familiare, e quanto il suo essere omosessuale lo abbia allontanato dalle strutture sociali maschili portandolo in una sfera dedicata alla vita domestica femminile. Nel 1956 Richard Hamilton creò un collage che si è poi definito come manifesto della Pop Art. Il collage venne creato in occasione di una mostra, svolta quell’anno a Londra nella “Whitechapel Gallery”, intitolata “This is Tomorrow”. La mostra, organizzata dal “Indipendent Group” di cui Hamilton faceva parte, era idealizzata secondo le nuove tematiche della cultura industrializzata che si andava attuando in quel periodo in tutta Europa e oltre: la metropoli, la cultura di massa, le nuove tecnologie e i nuovi modelli sociali. Il nome del collage è “Che cosa rende le case di oggi così diverse, così attraenti?”; già nel titolo capiamo cosa spinse Hamilton e tutti gli artisti Pop nel rappresentare le proprie opere attraverso immagini che provenivano da una tradizione pubblicitaria e consumistica, la pop art infatti nacque come esigenza a voler dar voce al nuovo mondo consumistico nato dopo la seconda guerra mondiale, dove l’individuo non era più persona ma

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semplicemente consumatore. Ma se analizziamo la selezione di immagini, avvenuta certamente tramite riviste e pubblicità varie, e guardiamo il quadro da un punto di vista di genere, troviamo al centro il maschio, che possiamo definire alfa muscoloso e prestante, che ha all’altezza del membro un lecca-lecca con scritto Pop, rivolto in direzione della donna paralume, donna oggetto immobile cosciente della propria bellezza e narciso tanto quanto l’uomo. Altre due figure che possiamo notare sono quelle di una cameriera che pulisce le scale con un’aspirapolvere che sembra una navicella spaziale, riferimenti alla nuova tendenza nel credere a esistenze aliene. Mentre a contrapporsi a tutta la scena, accanto alla TV, nuovo mezzo di comunicazione dell’epoca presente ormai in tutte le case, vi è il ritratto di un patriarca che guarda tutto dall’alto e del quale abbiamo traccia anche attraverso la poltrona in primo piano dove intravediamo un giornale. Anche nella cultura pop quindi non manca la divisione di genere e dei ruoli in cui la donna, in questo caso proprio una donnalampada, viene vista solo come oggetto e non parte attiva dell’azione.


R I C H A R D H A M I LT O N CHE COSA RENDE LE CASE DI OGGI CO S Ì D I V E RS E , CO S Ì AT T R A E N T I ? 1956

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Un autore che, pur dichiarando il suo gesto ironico, rappresenta la donna totalmente come oggetto è Allen Jones, che nel 1969 realizzò l’opera dal nome “Table sculpture”. Una scultura, in fibra di vetro dipinta che fa parte di una serie di tre, rappresentante una donna in posizione quadrupede con abiti sadomaso sulla quale vi è posta una lastra di vetro a simulare un tavolo. L’intenzione dell’autore di creare ironia, pensando che il tavolo potesse essere utilizzato in una casa comune, suscitò varie critiche, soprattutto dal movimento femminista che all’epoca era agli inizi. Ma perché è facile giocare e trovare ironia quando il corpo di una donna diventa un tavolino dove poggiare i piedi? Perché ci fa ridere o dovrebbe farci ridere una donna oggetto che diventa tavolino e che indossa abiti osceni per esaltare questa visione di oggetto sessuale? Se l’obiettivo dell’autore è quello di trasportare l’individuo nel mondo degli oggetti, qual è il bisogno di dare un risvolto sessuale? Fa forse parte della cultura dello stupro che vede la donna non come individuo ma come oggetto sessuale dell’uomo? Sicuramente questa mentalità capitalistica ha aiutato la visione patriarcale e maschilista pubblicizzando la donna

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come oggetto e definendo i comportamenti adeguati a una donna e quelli adeguati a un uomo. Ma allo stesso tempo questo ha dato luogo a nuove opportunità di espressione e a nuove lotte per la parità dei diritti.


ALLEN JONES TA B L E 1 9 6 9

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ARTEMISIA GENTILESCHI La “cultura dello stupro” è uno dei mali più grandi generati da questa visione binaria e patriarcale che però la società di oggi non è ancora riuscita a debellare. Si basa sull’idea che qualsiasi violenza sul genere femminile, dal fischio per strada fino (in casi estremi) allo stupro siano in parte riconosciute come la norma all’interno dell’ordine sociale, quindi quasi accettate e giustificate, poiché la donna non è vista come individuo pensante con idee e desideri, ma solo come oggetto utilizzabile dall’uomo a suo piacimento. Naturalmente, prima di arrivare all’apice massimo, vi sono vari livelli, quali gli apprezzamenti indesiderati per strada, la visibilità della donna oggetto nelle pubblicità, l’utilizzo da parte di un qualsiasi uomo della propria posizione sociale per avere favori sessuali, la continua violenza psicologia fatta dai mass media che vogliono una donna bella ma non intelligente, ma anche gli abusi domestici in molti casi all’interno della coppia in cui il marito o il compagno considera la donna come un proprio oggetto e non come compagna, generando situazioni di violenza verbale e fisica fino alle conseguenze più estreme.

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Un artista che nella storia è tristemente conosciuta per essere stata violentata è Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio Gentileschi e orfana di madre, fin da piccola con un’innata predisposizione per la pittura. Venne affidata dal padre ad Agostino Tassi pittore e artista, il quale, dopo ripetuti tentativi di sedurla attuò la violenza per poi prometterle il cosiddetto matrimonio riparatore. Artemisia in un primo momento accettò questa possibilità ma subito dopo venne a sapere che Tassi era già coniugato; decise quindi di citarlo in giudizio e affrontò con grande coraggio visite ginecologiche lunghe e umilianti. Ciò non fu cosa da poco, considerando che l’iter probatorio fu tortuoso, complicato e particolarmente aggressivo. Artemisia venne perfino interrogata sotto tortura nonostante le sedute di ginecologia avvenute davanti a tutta Roma e il conseguente accertamento della violenza subita. La tortura avveniva legando i pollici con delle cordicelle che, con l’azione di un randello, si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi; per un artista come lei era una prova più che dura dato che senza i pollici le sarebbe stato impossibile continuare a dipingere.


Ma Artemisia voleva giustizia e accettò ogni tortura fino a conseguire la condanna di Agostino Tassi il 27 novembre 1612, con soli 5 anni di reclusione o l’esilio da Roma. Naturalmente il violentatore preferì l’esilio. Artemisia Gentileschi fu una guerriera, che ha combattuto per i pari diritti e per la violenza subìta già nel lontano 1612, un tempo in cui le donne erano meno che oggetti. É giusto ricordarla però come la grandissima pittrice che era, abbracciando completamente la lezione caravaggesca, guardando il quadro come un teatro e quindi avvicinando lo spettatore e drammatizzando il sentimento provato dagli attori in scena (personaggi del quadro) e descrivendo i colori e le forme attraverso i chiaroscuri. La sua arte non deve essere considerata e ricordata per la violenza subita perché ciò sminuirebbe il grande lavoro di lirica pittorica attuato dalla Gentileschi, che va oltre la violenza subita per arrivare ad una bravura tecnica ma anche passionale paragonabile a Caravaggio. Il culto di Artemisia Gentileschi si ravvivò solo nel 1916, anno in cui fu pubblicato il pionieristico articolo di Roberto Longhi dal titolo Gentileschi padre e figlia. “L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili

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essenzialità. [...] Nulla in lei della peinture de femme che è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Galizia Fede, eccetera [...]. [Riferendosi al Giuditta e Oloferne di Capodimonte] Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo! [...] che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi - questo è il nome coniugale di Artemisia - il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck»


ARTEMISA GENTILESCHI G I U D I T TA C H E D E C A P I TA O LO F E R N E 1 6 1 2

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ATTITUDINI BINARIE Ma quali sono le vere differenze da un punto di vista scientifico tra uomini e donne? Mettendo da parte le differenze prettamente fisiche e visibili a tutti, perché gli uomini si comportano in un certo modo e le donne in un altro? Come dicevamo all’inizio, nel momento in cui si attuò una divisione dei lavori e dei compiti sociali la vita familiare iniziò a cambiare, e cambiarono di conseguenza anche le abitudini e gli atteggiamenti; l’uomo assunse un ruolo di cacciatore e protettore in cui erano fondamentali orientamento nello spazio e aggressività fisica, le donne invece dovevano occuparsi della prole e degli anziani quindi erano più importanti le doti comunicative e le mansioni manuali specifiche. Da un punto di vista più scientifico è noto che il cervello maschile e quello femminile, pur essendo del tutto uguali funzionano in maniera differente, con qualità differenti. “Sex differences in human behavior show adaptive complementarity: Males have better motor and spatial abilities, whereas females have superior memory and social cognition skills. Studies also

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show sex differences in human brains but do not explain this complementarity. In this work, we modeled the structural connectome using diffusion tensor imaging in a sample of 949 youths (aged 8–22 y, 428 males and 521 females) and discovered unique sex differences in brain connectivity during the course of development. Connection-wise statistical analysis, as well as analysis of regional and global network measures, presented a comprehensive description of network characteristics. In all supratentorial regions, males had greater within-hemispheric connectivity, as well as enhanced modularity and transitivity, whereas between-hemispheric connectivity and cross-module participation predominated in females. However, this effect was reversed in the cerebellar connections. Analysis of these changes developmentally demonstrated differences in trajectory between males and females mainly in adolescence and in adulthood. Overall, the results suggest that male brains are structured to facilitate connectivity between perception and coordinated action, whereas female brains are designed to facilitate communication between analytical and intuitive processing modes.” (Sex differences in the structural connectome of the human brain, Charles Gross)


Sicuramente possiamo riportare questi dati in una realtà sociale dove gli uomini hanno sviluppato abilità motorie e spaziali più elevate rispetto alle donne mentre di contro le donne hanno maturato abilità mnemoniche e sociali, una migliore risoluzione e analisi dei problemi e un migliore livello di comunicazione rispetto agli uomini. È però difficile capire quanto questo incide nella vita quotidiana, e quanto realmente si ha bisogno di questa divisone. E quanto, invece, questa voglia di trovare differenze sia frutto di una struttura sociale dedita soltanto a voler controllare entrambi i sessi definendo nello specifico comportamenti e desideri che invece dovrebbero essere propri di ogni individuo e non del proprio genere.

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CAPITOLO 2

28 GENDER FLUID

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GENDER FLUID ASPETTI SCIENTIFICI

L’essere umano produce vari tipi di ormoni, quelli che definiscono lo sviluppo dei caratteri secondari, rispettivamente di uomo e donna, sono gli ormoni steroidei. Vengono prodotti dalle gonadi e sono derivati dal colesterolo. Gli androgeni (testosterone), dove “andro” deriva dal termine greco “andròs”, ἀνδρός, cioè “uomo”, definiscono in grande percentuale la sessualità maschile. Quelli femminili sono gli estrogeni, prodotti anch’essi dalle gonadi. L’androstenedione, presente in entrambi i sessi, è un precursore sia del testosterone che degli estrogeni; questo implica che in entrambi i sessi siano presenti ormoni di tipo maschile, come il testosterone, ed ormoni tipicamente femminili. Di conseguenza non si può fare una netta divisione tra ormoni maschili e femminili, poiché è fisiologico avere percentuali di entrambi in ogni individuo, seppure con una prevalenza degli uni o degli altri. Analizzando la differenza di genere da un punto di vista genetico possiamo introdurre il concetto di genotipo e fenotipo. “Il genotipo è il corredo genetico di un individuo, cioè l’insieme dei geni (unità funzionali) contenuti nel DNA e custoditi nel nucleo delle cellule. Ogni organismo eredita dai genitori il corredo genetico e possiede una specifica combinazione di geni, che in parte sono alla base della sua unicità. Ogni gene contribuisce in maniera diversa allo sviluppo e alla fisiologia dell’organismo e l’interazione dei prodotti genici è responsabile

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della formazione dell’intero organismo e di tutte le sue caratteristiche. Negli organismi diploidi (dotati cioè di due coppie di ogni cromosoma), tra i quali è compreso l’uomo, se si considera un singolo carattere, il genotipo è la combinazione di alleli di quel gene. Se i due geni hanno lo stesso allele, l’individuo è omozigote; se invece i due geni portano diversi alleli l’individuo è eterozigote. Il fenotipo, invece, è l’insieme dei caratteri che l’individuo manifesta e che dall’apparenza si possono osservare in maniera più o meno evidente. Il fenotipo dipende dal genotipo, ma anche dalle interazioni fra geni ed ambiente.” (J. Watson, Biologia molecolare del gene, Zanichelli, 2005) Possiamo quindi dire che il genotipo è l’insieme di tutti i geni che compongono il DNA e costituisce il patrimonio genetico ereditario di un individuo, mentre il fenotipo è l’espressione fisica delle caratteristiche genetiche che hanno interagito con l’ambiente esterno così come vengono percepite nel nostro corpo: costituzione fisica, aspetto esteriore, comportamento e, verosimilmente, orientamento sessuale, anche se quest’ultimo aspetto è oggetto di ricerche e dibattiti scientifici.


Dato che il fenotipo è caratterizzato dall’ambiente esterno, dal rapporto tra i geni oltre che dal genotipo, possono esistere individui che hanno un genotipo maschile ma presentano un fenotipo femminile e al contrario, anche se è da specificare che nella maggior parte dei casi il fenotipo e il genotipo coincidono. La definizione di un individuo dal punto di vista dei caratteri legati al sesso, è diversa rispetto alle altre coppie di cromosomi; tutti i mammiferi, all’inizio della gestazione, non presentano caratteri specificamente maschili o femminili, che si evidenzieranno solo in seguito grazie al gene SRY, che codifica la trasformazione della gonade femminile in testicolo. Possiamo quindi dedurre che la natura crea dapprima una base di genere femminile che, solo successivamente, dà luogo al genere maschile. Analizzando il DNA dei fiori è stato scoperto il gene ACS11, l’interruttore genetico che decide l’identità sessuale della pianta. Al suo interno contiene le istruzioni genetiche necessarie a produrre un enzima essenziale per lo sviluppo di fiori femminili. Quando il gene subisce una mutazione e l’attività dell’enzima si perde, allora sbocciano fiori maschili. Nei pesci, come anche in molte altre specie animali, si verifica un cambio di sesso in modo spontaneo e naturale. A differenza dell’ermafroditismo istantaneo, in cui si presentano allo stesso momento sia genitali femminili che maschili, in queste specie è presente un cambiamento all’avanzare dell’età. Vi sono vari tipi di ermafroditismo sequenziale

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come il proterandrico, per esempio i pesci Anthias, come il pesce pappagallo, il pesce napoleone, la cernia e l’ermafroditismo proteroginico presente in molti casi nelle ostriche. Nell’ermafroditismo proterandrico, l’individuo vive una prima fase della sua vita sessuale come maschio e la finisce come femmina, mentre in quello proteroginico l’individuo vive una prima fase della sua vita sessuale come femmina e la termina come maschio. Un altro tipo è quello alternante, in cui il sesso è cambiato più di una volta durante il loro ciclo vitale. In natura, quindi, non vi è sempre una così netta divisione del genere maschile e femminile. L’essere umano, creando la propria struttura sociale, ha creato questa netta divisione. Da questo bisogno di abbattere le barriere imposte dalla società che impediscono l’espressione di ogni individuo in base al proprio desiderio personale e le proprie necessità, si sviluppa in alcuni individui la determinazione Gender Fluid, che identifica quegli individui che uscendo dal sistema binario di genere Maschio/ Femmina non si identificano con nessuno dei due. In questi casi, pur essendo fenotipicamente uomini (o donne), in alcuni momenti si identificano nella loro costituzione maschile e in altri nel loro corrispettivo femminile, quindi non si identificano in modo univoco né come uomini né come donne. Più precisamente il loro genere è fluido non collocandosi in nessuna configurazione imposta dalla società.


ERMAFRODITISMO NELL’ ARTE

Nonostante sia facile ed apparentemente logico associare il concetto di Gender Fluid all’ermafroditismo, vi sono delle differenze fondamentali che distinguono radicalmente i due aspetti. L’ermafrodito, infatti, è un individuo che, secondo la mitologia, presenta nel proprio corpo entrambi gli apparati riproduttori, quindi entrambi i sessi attivi. Il Gender Fluid, indipendentemente dal proprio aspetto fisico di donna o uomo, si identifica in uno dei due a seconda della sua indole temporanea. Sono state le religioni orientali le prime a dare un’accezione spirituale all’ermafroditismo, come per esempio in Ardhanarishvara nell’induismo, che è una divinità androgina costruita dal dio indù Shiva e dalla moglie Parvati. In queste religioni la natura ermafrodita esprime l’idea di un essere primitivo che in origine univa in sé entrambi i sessi. La parte destra di Ardhanarishvara, infatti, è raffigurata solitamente con Shiva, cioè come uomo, mentre quella sinistra con gli attributi femminili. L’unione delle energie femminili (Prakriti) e maschili (Purusha) dell’universo è descritta tramite il principio maschile di Dio Shiva e il principio femminile di Dio Shakti (o Parvati). La sintesi in un’unica energia rappresenta per la religione induista l’origine della creazione. L’idea della duplice sessualità collegata alla fertilità è riconducibile anche alla cultura greca che attribuiva questa qualità a Dionisio, dio del

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vino e della liberazione dei sensi, in un unico corpo talvolta ermafrodito, più spesso rappresentato con un aspetto androgino effeminato, influenzato dalla costante presenza di figure femminili al suo fianco. Dionisio è, secondo Schelling (1775/1854), simbolo di passaggio e trasfigurazione, pluralità e unità del divino; dio di passaggio, in tutti i sensi, di tutti i sensi (Schelling, filosofia della rivelazione) e, in un’accezione più moderna del termine, può essere considerato un Trans Gender ante litteram. (Tysm Review, philosophy and social criticism) Il mito dell’Ermafrodito risale all’antica Grecia; secondo il poeta latino Ovidio, Ermafrodito era un ragazzo straordinariamente bello, figlio di Ermes e della dea dell’amore Afrodite, la sua storia ha inizio proprio a causa di una travolgente passione amorosa. La ninfa Salmace, dopo essersi profondamente innamorata di lui ed essere stata rifiutata, chiese agli dei di potersi unire al suo amato Ermafrodito così da non separarsene più; gli dei unirono Salmace e Ermafrodite dando luogo ad un unico corpo dotato di attributi femminili e maschili.


ARDHANARISHVARA

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L’ E R M A F R O D I T E D O R M I E N T E S T A T U A CO P I A R O M A N A R E STA I R ATA N E L 1 6 1 9 DA GANGLORENZO BERNINI, LO U V R E PA R I G I

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L’opera d’arte statuaria “Ermafrodito dormiente”, oggi appartenente alla collezione del Louvre, è una delle rappresentazioni più celebri di questo mito. L’antica scultura fu rinvenuta nei primi anni del 17° secolo, portata alla luce all’interno del parco di “Santa Maria della Vittoria”, nei pressi delle terme di Diocleziano, comprata da Scipione Borghese, copia sicuramente di un originale in bronzo risalente al 155 a.C., per la quale venne creata una sala allo scopo di descriverne il mito. Il fanciullo addormentato ci inganna, poiche ha fattezze del tutto femminili e un volto angelico, ma è anche in possesso di un membro genitale maschile, quindi ha attributi sia femminili che maschili. Nel 1620 fu aggiunto dal grande Gian Lorenzo Bernini il materasso su cui poggia la statua, anch’esso in marmo, che ha conferito un senso così realistico, con la rappresentazione dei dettagli nelle pieghe, che alla vista degli spettatori appare quasi vero. Dell’opera statuaria vi sono varie copie, oltre a quella famosissima del Bernini, a testimonianza della grande popolarità del tema: una di età romana alla Galleria Borghese, una copia in marmo, oggi conservata al Museo nazionale romano di Palazzo Massimo, un’altra versione

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conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze e una nei Musei Vaticani, e infine un’altra si trova all’Ermitage di San Pietroburgo. La grande popolarità è sicuramente riconducibile alla curiosità e al sentimento di appartenenza, se pur inconsciamente, in alcuni casi ad entrambi i sessi. La figura dell’ermafrodito risulta essere popolare anche nella cultura moderna e contemporanea. Già negli anni ‘60 la scrittrice e intellettuale americana Susan Sontag dichiarò l’inizio di un nuovo tipo di gusto per l’eccesso e l’artificiale; nel suo libro “Note su Camp” descrive la società e la realtà di oltre cinquant’anni fa, anni in cui il Camp nasceva e procedeva parallelamente alla rivoluzione sessuale ed alla legittimazione degli omosessuali. L’estetica del Camp si fonda sull’idea della rappresentazione di un corpo asessuato o comunque non identificabile sessualmente, e quindi fluido e facilmente scambiabile, caratteristiche ricollegabili all’ermafrodito.


“Una sensibilità è quasi, ma non del tutto, indescrivibile. Ogni sensibilità che può essere racchiusa nella forma di un sistema, oppure maneggiata con i grezzi mezzi della prova, non è più una sensibilità. Si è concretizzata in un’idea.” [Susan Sontag]

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Persino il Met Gala del Metropolitan Museum di New York, organizzato da Vogue ogni primo lunedì di maggio, per raccogliere fondi a favore del Costume Institute, la collezione permanente del museo che ospita oltre 33 mila vestiti e accessori di moda dal 1400 a oggi provenienti da tutto il mondo, ha scelto come tema del 2019 il Camp, dando titolo al Met Gala “Camp: note sulla moda”, celebrando cosi la fluidità dei generi in un’epoca in cui ancora c’è chi associa la diversità alla perversione. La moda, essendo espressione identitaria della società, negli anni ha accompagnato ogni rivoluzione, da quella per i diritti femminili, fino a quella per i diritti LGBT (acronimo di “lesbiche, gay, bisessuali, transgender”) e per l’abbattimento del genere binario. L’unisex, per esempio, nacque negli anni ‘60, per abbattere i codici stilistici da seguire tra uomini e donne, e per dare un’impronta mascolina alla visione femminile dell’abito. Così, attraverso la moda, l’emancipazione femminile si esprimeva anche attraverso pantaloni, giacche e cravatte, abiti in un primo momento solo maschili. Al contrario, gli abiti dai colori floreali, le gonne e i trucchi sono diventati accessibili anche al mondo maschile attraverso le creazioni dello stilista Giorgio Armani: “Precursore di questa tendenza gender-fluid è sicuramente Giorgio Armani, che già negli anni ‘70 porta in passerella una moda che rompe i confini tra i generi, proponendo inedite commistioni: la donna

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indossa capi e tessuti maschili, come blazer, tweed e camicie accollate, mentre le giacche dell’uomo vengono alleggerite nella forma e nelle stoffe. [...] Nel 1984 lo stilista Jean-Paul Gaultier segue le tracce di Armani e fa un passo ancora oltre presentando la collezione “Men in skirts”, nella quale gli uomini indossano gonne di varie forme e dimensioni -da quelle più attillate ai modelli con ampi strascichi. [...] Passando a tempi più recenti, si può dire che sia Gucci forse il maggiore portavoce di questa nuova genderless fashion. Nel 2015 il direttore creativo Alessandro Michele popola la passerella della sua sfilata di Milano con ragazzi eterei dall’abbigliamento borderline, assimilabile sia all’uomo che alla donna. Questa fluidità dei confini tra moda maschile e femminile dilaga sempre di più, partendo della moda street e sportiva, fino alla haute couture. [...] L’abbattimento dei confini tra la moda maschile e quella femminile segna una svolta definitiva nel mondo fashion, ma non solo. L’accettazione di sé stessi e del diverso, l’inclusione e la fluidità di genere sono tematiche portate avanti anche dal mondo del cinema, con sempre più personaggi di spicco che decidono di portare sul red carpet abiti unisex che rompono gli schemi e mescolano codici stilistici.” (La moda del futuro è gender-fluid, Fashion for Breakfast)


CARDIB MET GALA CAMP NOTE SULLA MODA 2019

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GIORGIO ARMANI M E N I N S K I R TS

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Nel mondo cinematografico si sono sviluppati gli ideali estetici del Camp: una delle figure di riferimento per esempio è stata l’androgina Greta Garbo che possiamo identificare come una delle prime attrici gender fluid. Interpretando il ruolo di Cristina di Svezia nel film “La regina Cristina” di Rouben Mamoulian (1933), ha donato al suo personaggio una perfetta caratterizzazione androgina, privandolo degli stereotipi femminili ma senza creare una caricatura di quelli maschili, rendendo ancora più ambigua la sua performance. Azione che si ripeterà in tutto il suo percorso artistico, ma anche nella vita quotidiana, vestendosi con giacca e cravatta, modo insolito di vestirsi per una donna dell’epoca. Ma nel mondo dello spettacolo vi sono state tantissime figure che possono essere definite gender fluid, sicuramente una di queste è David Bowie, che ha rappresentato in tutto l’idea del gender fluid, uscendo costantemente dal sistema binario e dagli stereotipi maschili e femminili. Bowie, dal punto di vista artistico, ha elevato la musica portandola a un livello così eccelso da diventare arte contemporanea. La sua non appartenenza specifica ad alcun genere musicale esprime sicuramente una voglia primordiale di essere fluido, che ha manifestato anche nel suo modo di essere come persona. Un articolo su David Bowie sostiene: “Forse si può affermare che Bowie sia riuscito nell’impresa di decostruire il genere dell’artista e la sua mascolinità, come Marcel Duchamp fece nell’arte fotografica e nel ready-made

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nella prima metà del ‘900. Il gesto di travestirsi da donna ha prodotto un decentramento del genere dell’artista, segnando un passaggio chiave nella storia della musica rock mainstream. Chiaramente, non ci riferiamo al semplice travestitismo scenico caratteristico della performance musicale, ma alla costruzione quasi di un alter ego e di un’icona transgender. In fondo siamo tutti interconnessi quotidianamente con la macchina transgender per eccellenza, produttrice di lavoro, arte e tempo, ovvero il computer. Le identità di genere sono qualcosa di artificiale, un costrutto storico, culturale, religioso. Ebbene, come l’alter ego Rrose Sélavy di Duchamp, Bowie tenta di riconciliare gli opposti (femminile e maschile) attraverso la figura dell’androgino. (Judith Butler).”


G R E TA G A R B O LA REGINA CRISTINA DI ROUBEN MAMOULIAN 1933

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“La mia natura sessuale è irrilevante. Sono un attore, recito una parte, frammenti di me stessoâ€? [David Bowie]

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Come sottolinea Kaja Silverman, fino al XIX secolo gli abiti esprimevano soprattutto le differenze di classe, mentre con l’affermarsi della borghesia diventano il segno più visibile della differenza sessuale. In seguito l’instabilità della moda femminile gioca un ruolo di primo piano nelle manipolazioni identitarie. L’abito può giocare un ruolo capace di destabilizzare la nozione di una mascolinità coerente e unitaria. Bowie, come già Duchamp, rinuncia ad un’identità artistica associata alla maestria (il genio maschile) e alla virilità, propri dell’immaginario rock classico, utilizzando la performatività per far perdere le sue tracce, in un processo di distruzione e di ricostruzione e non per fissare la sua identità univoca. L’identità come processo dunque.” (zeroviolenza.it/davidbowie-che-genere-di-alieno?) Come suggerisce il libro di G. Zapperi “L’artista è una donna”, Duchamp aveva aperto all’artista la possibilità di pensare come una figura instabile dal punto di vista dell’identità di genere, e questo avrebbe avuto delle conseguenze significative per ogni forma di arte della seconda metà del XX secolo. Sicuramente avanguardie come il surrealismo e il dadaismo, hanno promosso una rivolta culturale che incitava ad una innovazione formale. Sfidando le leggi apparentemente naturali della soggettività e dell’identità di genere, hanno accolto l’ambiguità di genere in un ambito più ampio di provocazione contro il cosiddetto buon senso, contro la morale, contro le regole, contro la legge. Non a caso lo scandalo è stato lo

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strumento preferito dai dadaisti per esprimersi, nel tentativo di abbattere ogni barriera e ogni struttura sociale. “Anti-artistico, antiletterario,antipoetico è dunque Dada. La sua volontà di distruzione ha un bersaglio preciso, che è in parte lo stesso bersaglio dell’espressionismo; ma i suoi mezzi sono ben più radicali. Dada è contro la bellezza eterna, contro le leggi della logica, contro l’immobilità del pensiero, contro la purezza dei concetti astratti, contro l’universale in genere. Esso è invece per la sfrenata libertà dell’individuo, per la spontaneità, per ciò che è immediato, attuale, aleatorio, per la cronaca contro l’atemporalità, per ciò che è spurio contro ciò che è puro, per la contraddizione, per il no dove gli altri dicono sì e per il sì dove gli altri dicono no, è per l’anarchia contro l’ordine, per l’imperfezione contro la perfezione. [...] Non esiste una libertà fissata per sempre, ma un incessante dinamismo della libertà, in cui essa vive negando continuamente sé stessa. [...] Una sola cosa importa: che tale gesto sia sempre una provocazione contro il cosiddetto buon senso, contro la morale, contro le regole, contro la legge; quindi lo scandalo è lo strumento preferito dai dadaisti per esprimersi.” (M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento)


RROSE-SÉLAVY MARCEL DUCHAMP

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MARCHEL DUCHAMP FO N TA N A U R I N O I R POMPIDOU 1917

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Il surrealismo d’altra parte, ha ricercato una soluzione a questa crisi culturale, a questo scollamento tra arte e vita, cercando nell’arte un’attività sociale e rivoluzionaria. Sicuramente il pensiero surrealista si basa sull’idea di scatenare nello spettatore uno stato di shock simile ad una allucinazione attraverso l’accostamento di oggetti dissimili. “Dissimilitudine”, citando Ernst, che a sua volta cita Comte de Lautréamont “bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio”: due oggetti totalmente dissimili tra di loro in un luogo dove sono entrambi estranei si accoppiano creando un’altra realtà, una realtà surreale. Ed è proprio questo che accade con le fotografie di Claude Cahun, un’artista surrealista che ora possiamo definire gender fluid, ma che si esprimeva in questo senso già molto prima che la definizione fosse coniata. Claude Cahun (il cui vero nome è Lucy Schwob) è il nome scelto dall’artista neutro per non essere definito né maschile né femminile. Già all’età di 19 anni creò i suoi primi autoritratti ossessionata dall’idea di abbattere le strutture sociali di genere e di eliminare ogni stereotipo comportamentale associabile a uomo o donna. Solo nel 1910 però iniziò la sua vera carriera come attivista del Genere, nel 1920 si trasferì a Parigi insieme alla sorellastra Suzanne Malherbe, che la accompagnò in tutto il suo percorso artistico e di vita, scegliendo anch’essa un nome maschile per condurre la propria vita, Marcel Moore. Da qui il viaggio verso la fluidità di genere ha avuto realmente inizio. Claude Cahun si definì come un’artista

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performativa più che una fotografa, la fotografia è solo ciò che rimane della performance, dell’atto di trasformarsi, di essere fluidi, androgini, è il risultato di un processo molto più ampio. Il critico Verena Lueken definisce i suoi autoritratti delle “performance congelate”, come fossero foto documentative. All’interno degli autoritratti Claude Cahun si traveste, ci mostra vari lati di sé, a volte uomo a volte donna, a volte a metà tra i due, in altri casi un uomo truccato oppure una donna del tutto maschile, attraverso gli scatti percepiamo tutta la sua fluidità di genere, la possibilità di essere mutevole, fluida.


D I S E G N O I S P I R ATO AI I CANTI DI MALDOROR

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CLAUDE CAHUN I AM IN TRAINING DON’T KISS ME 1927

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“Quando andavo a scuola cominciava a disgustarmi la considerazione religiosa e sacrale dell’arte, e volevo fare qualcosa … che chiunque per strada potesse apprezzare… Ecco perché volevo imitare qualcosa di appartenente alla cultura, e nel contempo prendermi gioco di quella stessa cultura. Quando non ero al lavoro ero così ossessionata dal cambiare la mia identità che lo facevo anche senza predisporre prima la macchina fotografica, e anche se non c’era nessuno a guardarmi, per andare in giro.” [Claude Cahun]

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Il lavoro di Claude Cahun ha dato inizio a vari percorsi artistici come quello di Nan Goldin. La Goldin ha usato la fotografia come fosse un diario pubblico, raccontando pezzi di storia e di vita, cercando di catturare gli attimi di una vita mutevole. I suoi lavori sono una raccolta di informazioni, ogni immagine è intima, personale, ci parlano di un mondo che già nella fine degli anni ‘70 del novecento è del tutto Fluid. Nel 1979, iniziando dal Mudd Club di New York, l’artista statunitense ha cominciato a presentare le sue immagini con una proiezione di diapositive accompagnate da una colonna sonora punk: “The Ballad of Sexual Dependency” (Ballata della dipendenza sessuale) [...] “è una specie di film documentario in forma di slide show, costituito da circa quarantacinque minuti di immagini in lenta dissolvenza incrociata che ritraggono la Goldin e i suoi amici nel corso degli anni, accompagnate da una selezione di malinconiche canzoni d’amore passate e presenti, da Falling in Love Again di Marlene Dietrich a Venus de Milo dei Television. Organizzato a soggetto, esso descrive con amorevole cura e assoluta amoralità la vita quotidiana di una piccola cerchia di giovani figli del loro tempo maschi, femmine, etero, gay, drag queen, artisti, punk mentre festeggiano, bevono, si drogano, soffrono i postumi di una sbornia, scopano, litigano, si innamorano e si disinnamorano. Alcune immagini sono casuali, come gli scatti presi in normali incontri fra amici. Altri sono più meditati, sontuosi e splendidi come il fermo immagine di un film noir. Raccontano una storia

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che in sé non è una storia, ma è piuttosto un intimo flusso e riflusso di corpi, soprattutto di volti, persi in utopie private alimentate dalla droga e/o dalle endorfine. Alla luce di film recenti come Kids e Trainspotting è difficile immaginare la sensazione di stupore che si provava di fronte a una visione tanto accurata, intima, categorica, di un mondo così personale.” (Dennis Cooper)


“La macchina fotografica non c’è, esiste piuttosto una relazione, perché accetto le cose così come sono. Per questo non proietto niente sui soggetti, anzi faccio in modo che non diventino altro rispetto a ciò che sono. Non ho alcun pregiudizio, nessuna aspettativa. Le persone non devono recitare una parte per me, non mi devono dare quello che voglio. Ciò che mi spinge a fotografarli sono i sentimenti che nutro per loro: rispetto, amore, e spesso attrazione fisica. Non voglio cambiare nulla, né farli essere ciò che non sono, né imprimere su di loro il mio segno.” [Nan Goldin]

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SOCIETÀ FLUIDA

Il concetto di fluidità nasce e si sviluppa nella società contemporanea, espressione di un forte bisogno di manifestare la propria identità fuori da ogni schema precostituito. Il precursore della codificazione della fluidità sociale è stato Zygmunt Bauman (19252017), sociologo polacco che ha analizzato le tendenze e la cultura della modernità, in tutti i suoi aspetti. La società liquida analizzata da Bauman è una società vittima del capitalismo dove l’individuo non cammina più per strada tra compagni ma tra antagonisti, dove non si ha più fede nel prossimo, dove perfino le famiglie non hanno più una stabilità. Anche l’amore è diventato, liquido perché l’individuo di oggi è incapace di impegnarsi e di creare relazioni vere e durature. La società contemporanea è fondata sull’apparenza e sulla corsa al consumo, sul bisogno di primeggiare ma anche su tanta solitudine, che deriva dal soggettivismo, causa della nostra modernità fragile. L’incertezza è diventata l’unica certezza. Se quindi si perdono i propri riferimenti essenziali si perdono anche quelli identitari, ribellandosi, più che alla biologia, alla società stessa e alla storia. Dall’altra parte Umberto Galimberti, con il libro “i miti del nostro tempo”, si ricollega alla fluidità sociale entrando nell’ambito specifico della fluidità di genere: “Dunque non è più la contrapposizione di genere maschile e femminile, su cui è cresciuta

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la storia e contro cui le donne hanno combattuto le loro ultime lotte, ma la composizione dei generi, perché la fisionomia di ogni individuo non è nella sua appartenenza a un genere, ma è nel modo in cui i due generi, il maschio e la femmina, si combinano in lui. C’è infatti uomo e uomo, così come c’è donna e donna e, per quanti sforzi si facciano, è impossibile nascondere i lineamenti del nostro volto sotto la maschera dell’identità di genere.” Con queste parole implicitamente parla del gender fluid, ma allo stesso tempo di ogni individuo; la lotta di genere intesa come battaglia femminista contro il maschilismo persiste ancora forte, ma racchiude anche una lotta di genere, da parte di uomini o donne che vogliono esprimersi secondo il proprio modo di essere, senza obligatoriamente rispecchiare stereotipi specifici, dominati da una struttura patriarcale.


“Oggi, più o meno tutti sanno che nessun essere per natura è regolato in un sesso. L’ambivalenza sessuale, l’attività e la passività, per non dire la bisessualità e la transessualità, sono inscritte come differenze nel corpo di ogni soggetto, e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda, oggi accertata non solo dalla psicologia ma anche dalla biologia, è culturalmente rimossa, perché altrimenti sfuggirebbe all’organizzazione genitale e all’ordine sociale. Tutto il lavoro ideologico consiste allora nel disperdere questa realtà irriducibile per risolverla nella grande distinzione del maschile e del femminile, intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l’uno all’altro.” (Umberto Galimberti) L’ideologia gender, quindi non è che una scatola piena di pregiudizi, paure, strutture sociali, razzismo, maschilismo che alimenta soltanto l’ansia culturale della nostra società contemporanea. Ricollegandoci a Bauman abbiamo così pochi valori che ci attacchiamo a leggi create dall’uomo che ci sembrano essere importanti ma che sono mere opere di ignoranza e razzismo, arriviamo persino a censurare ogni possibilità di espressione attraverso l’ipocrisia, il perbenismo.

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“Ho sempre pensato che il successo dei travestiti sulle nostre strade notturne dipendesse dal fatto che, sia pure in modo scenografico e chiassoso, essi denunciano la falsità dell’identità di genere e, tolta la maschera, essi finiscono con il rimandare a ciascuno di noi quel tratto di ambivalenza che ognuno segretamente avverte nel gioco intricato fra conscio e inconscio e che solo a colpi di rimozione possiamo negare.” [Umberto Galimberti]

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FRIDA KAHLO E ARTISTI GENDER FLUID

Frida Kahlo (1907-1954) fu un’artista messicana che riuscì a suscitare un interesse mondiale per i suoi lavori, nonostante sia stata vittima di maschilismo e oppressione in termini di genere, in una realtà dove le radici del patriarcato erano molto forti. Grazie alle libertà e all’aperta mentalità del padre, ed alla possibilità di fare tante esperienze, come la boxe o il calcio, dedite a fortificare il suo carattere sia come artista che come donna, ha rappresentato la donna senza stereotipi, come un individuo con desideri e paure scollegato dalla sfera sessuale proveniente dal patriarcato. Le sue opere più conosciute sono gli autoritratti, che creano una rappresentazione più umana ed equilibrata dell’identità messicana femminile. “Non ho mai dipinto sogni, dipingo la mia stessa realtà”, è stata l’intuitiva introspezione di Frida che le ha permesso di creare una rappresentazione dell’identità di Mexicana che ha attivamente sfidato le aspettative e i preconcetti tradizionalmente posti sulle donne. Cardine di questo percorso introspettivo è stato rappresentarsi in maniera più androgina possibile con le famosissime mono-sopracciglia, i baffi accentuati, in modo da evidenziare anche il suo lato maschile che sentiva molto presente nella sua persona. Lo stesso Diego Rivera, artista messicano che Frida sposò nel 1929, la rappresentò come uomo nel murale Ballata, e durante varie interviste le attribuì sia aggettivi maschili che

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femminili riconoscendo la sua natura androgina e quindi il suo genere fluido. Il suo lavoro e il suo modo di relazionarsi con la propria sessualità, ha sicuramente portato Frida Kahlo ad essere una grande esponente dell’arte LGBT. (artuk.org/ stories/Frida-kahlo) Judith Butler, filosofa e studiosa statunitense, tra i più importanti al mondo, dei problemi del Gender Fluid, ha scritto nel suo libro “Fare e disfare il genere”: “il genere non rappresenta quello che si “è” e neppure quello che si “ha”; rappresenta piuttosto, il sistema attraverso cui hanno luogo la produzione e la normalizzazione del maschile e del femminile, unitamente alle forme interstiziali assunte dal genere: ormonali, cromosomiche, psichiche, performative. Pertanto presupporre che il genere coincida sempre ed esclusivamente con le matrici del “maschile” e del “femminile” significa non cogliere il senso critico secondo cui la produzione di questo binarismo è contingente, e ha un prezzo, e che le mutazioni di genere che non rientrano in tale bovarismo fanno parte del genere tanto quanto le sue istanze normative.” Quello che esplicita con queste parole è la possibilità di smantellare il genere attraverso sé stesso. Dire che il genere definisce ciò che è maschile e ciò che è femminile è del tutto restrittivo, confondere il genere con la norma binaria imposta dalla società è solo uno de molti sbagli che facciamo.


“Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita. Da bambina, crepitavo. Da adulta, ero una fiamma.” [Frida Kahlo]

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Chi vive fuori da queste norme si trova difronte a un paradosso: poiché è la norma che definisce la società, acnhe nel momento in cui si è fuori da questa, si viene definiti solamente in relazione ad essa. “Separare la parola “genere” dai concetti di mascolinità e femminilità significa difendere una prospettiva teorica che sia in grado di spiegare come il binarismo maschile/ femminile arrivi a impoverire il campo semantico del genere. Quando parliamo di “turbolenza di genere” o mescolanza di genere, di “trans genere” o genere incrociato, stiamo implicitamente affermando che il genere si spinge ben oltre il binario naturalizzato.” La società decide, data la maggioranza di individui che si identificano nel sistema binario, che si giusto naturalizzarlo rendendolo non una opzione, ma la regola. È un fenomeno che si verifica quotidianamente nella società odierna: la minoranza è schiacciata da una maggioranza , ignara a sua volta di essere oppressa da un sistema di cui solo alcuni sono beneficiari. Se però mettessimo da parte la regola binaria potremmo comprendere che esistono diversi generi: dovremmo chiederci se è giusto definirli, se esiste un genere neutro che non si identifica in niente o se possono esistere casi particolari e quali nomi dobbiamo dare a questi generi. Hanno bisogno di un nome specifico o, nel momento di metterlo, ricadiamo nella naturalizzazione, e quindi nell’idea di ciò che è lecito e naturale e di ciò che non lo è? “Vi sono oggi approcci similari, che

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sostengono ad esempio che “transgender” non indichi esattamente un terzo sesso, ma una sorta di passaggio tra i due generi, una figura di genere interstiziale e transitoria” (Judith Butler), prende quindi luogo la consapevolezza del Gender Fluid. Nel padiglione Israeliano della Biennale di Venezia per la 58° Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo “May You Live In Interesting Times”, l’artista Aya Ben Ron propone l’inizio di un’istituzione itinerante chiamata “Field Hospital X” che si basa sul creare un luogo sicuro ispirato ad un ospedale o un centro di cura dove l’arte diventa la cura capace di reagire ai problemi sociali. Lo spettatore aspetta il turno come è solito fare in un comune ospedale. Contemporaneamente viene proiettato un video nella sala d’attesa, una delle frasi dette è “sii paziente, sii un paziente”, quando viene chiamato si reca dall’infermiera la quale propone una scelta di vari video da vedere con argomenti diversi. Fatta la scelta, lo spettatore diventa parte del momento artistico, viene messo in delle cabine per quello che viene definito urlo controllato, dove una voce lo intima e aiuta ad urlare per sfogarsi ed avere la consapevolezza di poter rispondere a qualsiasi problema, dopo ben tre minuti vengono aperte le porte e lo spettatore viene fatto sedere in una sedia tipica da ospedale dove viene proiettato il video.


“Esiste un buon modo per classificare i corpi? Cosa ci dicono le categorie? Le categorie ci dicono di più sulla necessità di categorizzare i corpi piuttosto che sui corpi stessi.” [Judith Butler]

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Uno dei video si intitola “Blocco di pietra” e parla dell’identità di genere, problema molto sentito dalla comunità artistica odierna. Creato dall’artista Roey Victoria Heifetz e dal produttore Zohar Meline Erza, è un monologo dove l’artista parla dei problemi con il suo corpo e del percorso fatto fino a questo momento. La camera gira attorno a lei inquadrandola da molteplici punti di vista mostrando mano a mano che si spoglia il suo corpo cambiato dal processo di transizione. Roey Victoria Heifetz ci racconta i sentimenti di alienazione dal suo stesso corpo, mostrando tutti i difetti e le debolezze del suo corpo ma anche le paure ormai diventate coraggio. “Uno dei molti problemi sperimentati da persone che attraversano il processo del cambiamento di genere è radicato nell’insistenza sociale sulla binarietà dei generi. Tentando di assuefarsi alle aspettative della società per i loro genere, gli individui transgeneri possono optare per la chirurgia, per gli ormoni, o entrambe le cose. [..] il corpo “trans” è determinante riguardo alla discriminazione estrema che le persone trans soffrono in tutte le sfere della società, compresi lavoro, istruzione, cure mediche ecc. Molte persone trans si sentono alienate dal loro stesso corpo, come fossero estranei dentro il loro stesso corpo. Molti sperimentano questo come un vero e proprio trauma. Questo può condurre a mutilazioni ed abuso di ormoni procurandosi dei danni. Secondo diversi studi, circa il 40% di persone transgenere hanno tentato il suicidio. L’incompatibilità del corpo ‘trans’ con il genere binario conduce la società a considerare le

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persone trans-genere come modelli fisici. Sono continuamente ridotte ai loro corpi, da cui sono anche definite. Questo rende la comunità trans genere particolarmente vulnerabile alla violenza, alle violenze ed agli assalti sessuali. Questa riduzione delle persone transgenere ad essere solo un corpo serve a spogliarle del loro ‘stato di persone’ trasformandole in ‘non-persone’. In questo modo, gli ostacoli morali e sociali per commettere atti di violenza contro di loro, che in altri casi sarebbero condannabili, sono rimossi. Per tale morivo c’è gente che ha la sensazione di poterle ferire senza meritare di essere punita, o di essere indicata come colpevole. La società ignora gli abusi commessi contro la comunità trans. (Avi Lubin Israeli, curator of contemporary art padiglione Israele)


F I E L E D O S P I TA L PA D I G L I O N E I S R A E L I A N O BIENNALE VENEZIA 2019

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Tornando indietro di qualche anno nel panorama artistico contemporaneo è importante riferirsi ad un artista che ha affrontato il tema della definizione di genere ponendosi delle domande specifiche sulla società odierna e sul nuovo uomo generato dal ventunesimo secolo. “Matthew Barney arriva e rimescola le carte inventando l’individuo e l’artista “metasessuale”, ovvero uno che con la propria arte attraversa tutto l’arco costituzionale dei generi senza fermarsi a maschio femmina o omosessuale. Molti anni dopo qualcuno conierà il termine “metrosexual” per descrivere il numero crescente di uomini che pur non essendo gay dedicano al proprio corpo un’attenzione esagerata, con creme, palestre, spazzolate continue al capello e via dicendo. Il “metrosexual” fa la sua apparizione nel linguaggio popolare nel 2003 come l’idea di un quarto sesso riferito all’adolescenza ma Barney lo aveva già annunciato 12 anni prima con la sua arte.” (Contemporanea. Arte dal 1950 a oggi). Matthew Barney partecipa alla mostra, poi diventata una vera e propria corrente artistica, “Post Human”, nata tra il 1992 e il 1993 per opera del critico americano Jeffry Deitch, che ha celebrato la possibilità ormai concreta dell’essere umano di cambiare il suo aspetto fisico e quindi un nuovo modo di concepire la vita, un nuovo essere umano che la società stessa ha generato. Nel 2003 si è inaugurata una mostraevento dal titolo “Il quarto sesso: il territorio estremo dell’adolescenza” con cui la Fondazione Pitti Immagine Discovery ha commemorato

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le sfilate maschili per la primavera-estate. Il titolo parla di un quarto sesso, evidentemente alludendo ad una fluidità di genere sempre più presente nella società contemporanea in cui i valori del binarismo vengono messi in discussione dalla capacità di cambiare a livello fisico, sociale ed estetico. La parte del titolo della mostra che allude all’adolescenza è estremamente connessa al lavoro svolto da Zoe Leonard tra la fine degli anni 80 e inizi degli anni 90. L’artista affronta temi politici e istituzionali osservando le variazioni culturali sia nel tempo che nello spazio e cercando di sovvertire stereotipi e costruzioni sociali. Analizza le cosi dette “crisi di genere” contrapponendosi radicalmente a tutte le discriminazioni razziali ed in particolare a quelle sull’identità di genere in una società contemporanea eterosessuale. “In un manifesto del 1992 fatto con il gruppo ACT-UP Fierce Pussy, Leonard reincorniciò semplicemente una fotografia del 1969 della sua classe, una seconda elementare a Manhattan, con la domanda scritta a macchina: “Sei un bambino o una bambina?”. Questo è tipico della sua duplice tattica: problematizzare il genere, esporre quella che chiama “bizzarra” delle sue categorie, e costruire un identità gay a partire da questo problema, inventare una storia lesbica nel “luogo in cui le aspettative vanno in pezzi”. (Contemporanea. Arte dal 1950 a oggi).


M AT T H E W B A R N E Y CREMASTER 1996-2002

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ZOE LEONARD A C T- U P F I E R C E P U S S Y MANIFESTO 1992

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Qui entra in gioco una diagnosi che per molti è considerata positiva, per altri invece è il segno definitivo del vedere la differenza di genere come una malattia, il “Disturbo dell’identità di genere (GDI)”. Da una parte significa avere la certezza che la società ti definisce un malato, una persona disturbata psicologicamente, ma dall’altro, dà la possibilità a molti di trovare i fondi per cambiare sesso e per iniziare una pratica di auto-determinazione. Vi è un dibattuto sempre vivo nella comunità LGBT; da una parte vi sono alcuni che ammettono la diagnosi come la possibilità di cambiare chirurgicamente sesso, altri preferirebbero abbandonare del tutto l’idea che essere fuori da un sistema binario di genere significhi avere un disturbo patologico. Nel campo della moda, dopo il dilagare delle modelle transgender, alcuni stilisti divulgano collezioni gender free, nella convinzione che il bello debba prescindere dalle caratterizzazioni di genere. Forse in questo modo si potrebbero lentamente rimuovere le barriere che ancora dividono eterosessuali e gender queer, lasciando ad ogni individuo la libertà di identificarsi all’interno della società. Il Gender Fluid non è altro che la conseguenza di un percorso di consapevolezza umano che va oltre la società e che arriva fino all’individuo nella sua intimità più profonda. Dal cinema alla moda, dalla sociologia all’arte, oggi ammettere la possibilità di una fluidità di genere è assolutamente naturale. E non è un caso che soprattutto l’arte contemporanea, per il ruolo che occupa, essendo l’arte specchio

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della società, proponga aspetti di una realtà che cambia, facendoci riflettere su pensieri e emozioni che forse resterebbero nell’ombra dell’inconsapevolezza.


CAPITOLO 3

63 ESPERIENZE VISSUTE

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ESPERIENZE VISSUTE Il nostro tempo, caratterizzato dalla tecnologia, ci ha dato la possibilità di comunicare e divulgare in modo rapido e oltre ogni confine geografico, offrendoci l’opportunità di conoscere ed affrontare aspetti sociali che fino a poco tempo fa venivano celati o quantomeno attenuati Attraverso alcuni blog vengono raccontate esperienze vissute e fatti di cronaca, alcuni dei quali sono stati riportati integralmente nelle pagine seguenti, senza commenti o filtri di alcun genere.

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GENDER FLUID, CHE C’È DI MALE SE A MIO FIGLIO PIACE IL ROSA?

Né maschio, né femmina, ma tutti e due insieme: a Firenze una mamma ha aperto un blog per raccontare la storia della “crescita anticonvenzionale” di suo figlio. Presto nascerà un’associazione e uscirà un libro. “Ama il rosa e gli abiti femminili. Da grande vuole fare il botanico, “perché se si riconoscono i fiori si fanno tanti soldi”, spiega con l’ingenuità disarmante tipica dei bambini. Ogni tanto chiede di comprargli lo smalto. L. ha 9 anni, lunghi capelli biondi e non ha voglia di indossare un’etichetta. Maschio, femmina, gender fluid, transgender: nessuna definizione calza a pennello. “Io sono io”, risponde, anche arrabbiandosi un poco, quando qualcuno prova ad assegnargli a forza una categoria. “Sa di essere un maschio e non lo nega, ma mio figlio preferisce i vestiti e i giochi da bambina. È sempre stato così e per me non ci sono stati mai problemi”, chiarisce mamma Camilla.” Da quando il suo secondogenito aveva un anno, lei ha iniziato a capire quanto fosse speciale: L. non si riconosce (solo) in un genere, maschio o femmina, è tutti e due messi insieme. “Ho trovato un’espressione interessante in un libro americano: ’gender smoothie’, come dire un frullato di identità di genere”: Camilla ha letto pubblicazioni specialistiche, soprattutto in inglese perché qui da noi il tema è spesso ignorato dagli esperti. Vive a Firenze e da 11 mesi ha aperto il blog “Mio figlio in Rosa” per raccontare la sua storia, per far parlare dell’argomento e abbattere il muro della solitudine. “Rispetto all’anno scorso non siamo più soli, abbiamo incontrato altre famiglie come la nostra – racconta – ho avuto una risposta migliore di quanto mi aspettassi. Paradossalmente sono state le persone lontane quelle più vicine: ho trovato un grande affetto da parte di chi è entrato in contatto con il blog”.

https://firenzeurbanlifestyle.com/che-ce-di-male-se-a-mio-figlio-piace-il-rosa/

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FLUDEX

FluIDsex è uno spazio virtuale dedicato all’approfondimento psicologico dell’affettività e della sessualità, gestito da studiosi di tali tematiche ed offre le seguenti possibilità: Condivisione dei propri pensieri, fantasie e disagi attraverso uno spazio domanda-risposta Consultazione di articoli scientifici, divulgativi, recensioni di libri sui temi e interviste psicologiche; Partecipazione a studi scientifici proposti, contribuendo alle ricerche svolte dal team universitario. FluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University, nato da costanti confronti tra docenti e studenti sorti dalla reale esigenza di risposte da parte dei giovani. A cadenza settimanale il team si incontra per discutere delle nuove tematiche emergenti e per progettare studi a riguardo. L’acronimo FluIDsex è una scelta semantica che racchiude al suo interno i temi della sessualità e dell’affettività (sex) intesi come dimensioni che si esprimono sia a livello identitario (ID), sia attraverso azioni e fantasie. Alla base del progetto c’è l’assunto che l’identità sessuale non sia una proprietà data dalla nascita, ma un fluido (fluid) processo in continuo divenire.

https://www.stateofmind.it/fluidsex-fai-la-tua-domanda/?fbclid=IwAR262JwQkw

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N O N O STA N T E L E P O L E M I C H E STA S E R A A GENOVA VA IN SCENA IL GENDER FLUID

Alex vorrebbe essere un “fa’afafine”. Termine che, nella lingua di Samoa, indica una persona che fin dall’infanzia non ama identificarsi né in un sesso né nell’altro. Un “gender creative child”, o semplicemente un bambino-bambina, come ama rispondere quando qualcuno gli chiede se è maschio o femmina. Per questo, un giorno si veste da supereroe e l’altro da principessa, rubando le scarpe col tacco dall’armadio di mamma. È “lui” il protagonista del controverso spettacolo che andrà in scena oggi, giovedì 16 marzo, al Teatro della Tosse di Genova. L’obiettivo è quello di portare all’attenzione del pubblico la realtà dei “gender fluid” e soprattutto quello di difendere la libertà d’espressione. Visto che, a causa del tema trattato, è in atto un vero e proprio tentativo di censura con molte date annullate o osteggiate in tante città italiane. Per questo motivo, la replica odierna nel Capoluogo ligure sarà gratuita con ingresso libero fino a esaurimento posti.

https://www.west-info.eu/it/nonostante-le-polemiche-stasera-a-genova-va-inscena-il-gender-fluid/

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FLEWID

Flewid torna, con una seconda uscita che sarà “battezzata” ufficialmente mercoledì 19 dicembre alle ore 18.30 al Macro, nel museo di arte contemporanea. Continua, quindi, il progetto editoriale ideato e diretto dalla prima editrice transgender italiana, la creativa Emi Marchionni. Una pubblicazione semestrale che promuove la fluidità di genere, una sfida ambiziosa che si allontana dalle strutture patriarcali e dai confini sociali e culturali. Un vero e proprio magazine che indaga storie e identità diverse e anticonvenzionali, con un progetto incentrato nel mescolare moda e arte per la creazione di un linguaggio visivo alla scoperta delle diversità di genere. [..] “Vorremmo contribuire a creare una scena che non faccia solo della diversità un ghetto alla moda, ma un ritratto in evoluzione di una realtà normale e accattivante”. Se stai cercando dei modi per evolverti, devi essere cosciente del valore di andare avanti con idee e riforme. Essere un editore in Italia è tutt’altro che facile, essere un editore transgender, devo dire, lo è ancora di più... La bellezza e la bruttezza sono criteri di giudizio legati al background personale di ciascun individuo. Questo è il motivo per cui, anche in questo numero, ‘Flewid’ non è conforme (e mai lo sarà). “Il coraggio è la chiave che predispone l’individuo ad andare oltre la forma e che apre le porte del ‘paradiso’: quel luogo in cui ‘nulla è bello o brutto: tutto è tanto semplice quanto è nel suo ordine funzionale’.” Così afferma Emi Marchionni nella lettera di presentazione al nuovo volume per cui sono stati scelti storie e personaggi di prestigio, dallo stilista Antonio Marras intervistato da Giuppy D’Aura, passando per Efisio Marras che fotografa la top model transgender Lea T. vestita Marras Main.

https://www.ilmessaggero.it/persone/flewid_magazine_gender-4176394.html

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“CIAO, HO DIECI ANNI E NON SONO NÉ M A S C H I O N É F E M M I N A : S O N O F LU I D* ”

Bbc News ha pubblicato la lettera aperta di Leo, ragazzin* gender fluid che non ci sta negli schemi costrittivi dell’anagrafe, di un mondo che ti vuole uomo o donna. Leo è “una via di mezzo tra le due cose”, come egli stess* racconta; ha trovato la comprensione totale della famiglia e la curiosità innocente degli amici, che a quell’età “pensano solo a giocare, non fa differenza”. Unico desiderio? “Non pretendo che le persone mi amino. Vorrei solo che non mi trattassero male”. [..] “***Non sono un bambino. Pensavo di essere un bambino perché non sono totalmente una ragazza. Abbiamo provato per un po’, ma poi ho pensato: “No, non è questa la cosa giusta”. Poi abbiamo fatto alcune ricerche e abbiamo scoperto l’espressione “identità di genere non binaria” e funziona davvero, sono io. Non ricordo che età avessi quando ho capito che non mi sentivo bene. Parlai di questo alla mia maestra per prima: ero frustrat* e le chiedevo perché nessuna delle bambine riusciva ad avere parti da ragazzo nelle recite che facevamo. Non era giusto. L’ho presa e le ho detto: “Non sono una ragazza”. Lei non pensò che stessi mentendo. Ma siccome ciò non è molto comune, non penso che lei abbia davvero capito come mi stessi sentendo. [..] Non credo di essere “nulla”. Sono “entrambi”. Voglio usare il bagno dei maschi perché è più giusto di usare quello delle ragazze. Non sono autorizzat* a farlo e credo che dovrei poterlo fare.[..] Non c’è un corpo che abbia due generi: mi piacerebbe che ci fosse una via di mezzo tra le due. Quando crescerò sarà difficile per me dire che non sono una ragazza. Al momento indosso un reggiseno, Ma se indosso una camicia sportiva posso farne a meno. Il seno è la cosa più immediata che notano le persone. Io correggo le persone sia quando usano “ragazzo” che quando usano “lei”. Dico “Mi dispiace, non sono un ragazzo o una ragazza”. [...]”

https://www.gay.it/gay-life/news/lettera-gender-fluido

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GENDER FLUID NELLA FOTOGRAFIA DI IO TILLETT WRIGHT

iO Tillett Wright, nata il 2 settembre 1985, è un’artista e attivista che ha iniziato da giovanissima a sperimentare la fluidità. La fotografa statunitense, infatti, a sei anni ha deciso di cambiare genere sessuale convincendo tutti di essere un maschio, ma durante l’adolescenza la sua identità femminile è tornata a emergere e ha iniziato, così, a testare la propria sessualità anche grazie al sostegno sempre presente dei suoi genitori. Con la sua arte, dunque, iO Tillett Wright vuole umanizzare piuttosto che normalizzare l’identità queer. Il lavoro che sta portando avanti, infatti, è orientato verso la celebrazione della differenza, in particolare con la sua serie di foto Self-Evident Truths Project. Nello specifico, si tratta di 10mila fotografie di persone negli Stati Uniti che si identificano come qualcos’altro, umanizzando quindi una vasta comunità attraverso la semplicità dei loro volti dimostrando che possiamo raggiungere gli altri in tutte le forme, dimensioni, razze e strati sociali […]. L’artista vuole diffondere consapevolezza e comprensione su un più ampio spettro della sessualità umana, portare storie all’interno della comunità LGBTQ nel mondo, così da cancellare i confini tra gay, trans, straight e other. Il concetto del non confondere sesso e sesso è fondamentale per la comunità trans ed è allo stesso tempo ovvio e difficile da comprendere. Il sesso è basato sulla biologia e assegnato alla nascita, mentre il genere è culturale e sociale, basato sul modo in cui una persona si autoidentifica. Questo è, per molti, forse il più grande ostacolo alla comprensione da parte dei cisgender, persone il cui sesso e genere si allineano. L’attivista LGBT e TED speaker, quindi, afferma che maschio e femmina sono i due pilastri su cui è costruita la nostra società. Il genere determina tutto, dal tipo di relazione in cui ti metti fino a pisciare. E se lo elimini, è molto minaccioso per le persone. Sfida il sistema in cui vivono. [..]

http://www.mardeisargassi.it/gender-fluid-nella-fotografia-di-io-tillett-wright/

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RAIN DOVE

Rain Dove, la modella gender-fluid che la scorsa estate ha pubblicato i messaggi di Asia Argento su Jimmy Bennett, è stata attaccata con dello spray al peperoncino in un bagno pubblico. La donna, che era con i suoi bambini, le ha spuzzato la sostanza urticante negli occhi ed è andata immediatamente a chiamare la sicurezza per incastrarla. Non solo. Dopo averla aggredita, ha cercato la modella sui social per continuare a insultarla, convinta che fosse un malintenzionato che volesse farle del male: “Ciao sono la donna che ti ha attaccato nel bagno delle donne. Lo rifarei. Spero che lo spray al peperoncino ti abbia bruciato. Penso che tu sia malato, visto che sui social incoraggi gli uomini a infilarsi nel bagno delle donne. Stai lontano da noi!”. A quel punto la modella ha deciso di controbattere, pubblicando la foto del suo passaporto in cui evidenzia il genere femminile. [...] “Non sembri una donna – ha continuato la mamma – Hai un volto veramente mascolino”. A quel punto Rain Dove le ha raccontato, senza mai alzare i toni, di essere stata oggetto di scherno per anni, comprendendo anche la paura di una mamma che nella fretta l’ha confusa per un malintenzionato. “Con quello che succede in questi tempi capisco la paura che hai avuto per i tuoi bambini. Però dovresti imparare a giudicare le persone per come si comportano. Cioè, se uno si sta masturbando o ti insulta, allora capisco che tu avverta il pericolo. In altri casi osserva”. Davanti a quelle parole la donna non ha potuto fare altro che scusarsi: “I trans in bagno continuano a non piacermi, ma adesso mi sento stupida”. “Non devi - ha concluso Dove - ti sei evoluta e hai raggiunto il livello superiore di umanità. Celebra il momento e portalo con te”.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/kiss-the-rain-peperoncino-ndashrain-dove-modella-gender-fluid-189121.htm

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N A S C E I L P R I M O B LO G I TA L I A N O S U I BAMBINI GENDER FLUID

Non è né maschio né femmina, anzi, è un po’ tutt’eddue. È possibile, sì, anche se i genitali sono ben definiti alla nascita. Maschio all’anagrafe, L. da sempre è stato attratto dal mondo delle bambine, dal femminile, pur non rifiutando la sua identità biologica. È un bambino (bellissim*!) di terza elementare, ha 8 anni, capelli lunghi e biondi, e vive con la sua mamma Camilla, un fratellino più piccolo, una sorella adolescente, sei gatti e un cane in una delle città più belle del mondo, Firenze. “Basta – dice Camilla Vivian, autrice del primo blog italiano sui bambini gender fluid, “Mio figlio in rosa” – [...] basta con la vergogna, l’ignoranza, il silenzio, la paura. Sono anni che mi scervello su mio figlio, nessuno ne sa niente, in Italia non ci sono informazioni su questo fenomeno, percorsi da seguire, giusto qualche chat in rete, ma sempre balbettante e a mezza bocca. [...]” I bambini gender fluid non hanno una identità di genere fissa: mentre infatti l’identità biologica risiede nei genitali, quella di genere risiede nel cervello, e non sempre è statica. La maggior parte dei bambini già a due-tre anni sviluppa un’identità di genere molto forte in linea col proprio sesso biologico, ma non tutti. Alcuni si identificano nel sesso opposto al proprio (attualmente inchiodati a una diagnosi psichiatrica, “disforia di genere”, ma in molti Paesi il dibattito si sta riaprendo, e non tutti sono d’accordo nel ritenerla una malattia), ed è consigliata una transizione sociale e chirurgica (in Italia a carico del Servizio Sanitario Nazionale); altri invece oscillano, e non si sa la vera identità di genere fino all’adolescenza, quando il corpo inizia a cambiare e si è portati a “scegliere” (sono appunto i bambini “gender fluid”).[..]

http://borderline.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/10/03/nasce-il-primoblog-italiano-sui-bambini-gender-fluid/

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G E N E R E N E L L’ A R T E . CO R P O , S E SS UA L I TÀ , I D E N T I TÀ , R E S I ST E N ZA

I musei non sono luoghi neutri. Al contrario cercano risposte a domande chiave. Il genere come una delle dimensioni identitarie degli individui è compreso in quelle domande. Il genere è una costruzione socioculturale dell’identità imposta dalle norme sociali allo scopo di trasformare le persone in donne o uomini pur avendo conseguenze reali nelle loro vite, in particolare nell’accesso alla ricchezza, al prestigio e al potere. Ma questa costruzione di distinti ruoli di genere è allo stesso tempo una scelta personale che si traduce in un’ampia e fluida gamma di identità di genere, come eterosessualità, lesbismo, omosessualità, transessualità, intersessualità, bisessualità, transgenderismo, tra gli altri, diventando così un atto di libertà, diversità ed espressione individuale. Il genere non è qualcosa che le persone posseggono, ma qualcosa che viene costruito ogni minuto, continuamente in tutte le situazioni della vita quotidiana, in interazione permanente con gli altri, nel modo in cui gli individui pensano, comunicano e agiscono. Corpo, sessualità, identità e resistenza sono le dimensioni presenti nella costruzione quotidiana di Gender che conduce questa mostra. Nel tentativo di annullare gli stereotipi sulla comprensione di Gender, la mostra porta al museo una riflessione e un dibattito sulla dimensione Gender, basato su una serie di opere di artisti portoghesi Alice Geirinhas, Ana Pérez-Quiroga, Ana Vidigal, Carla Cruz, Cláudia Varejão, Gabriel Abrantes, Horácio Frutuoso, João Gabriel, João Galrão, João Pedro Vale e Nuno Alexandre Ferreira, Maria Lusitano, Miguel Bonneville, Thomas Mendonça e Vasco Araújo.

http://www.museuartecontemporanea.gov.pt/en/programacao/1828

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CAPITOLO 4

75 QUESTIONARIO

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QUESTIONARIO Il questionario è stato rivolto a fasce di età differenti, dai 18 fino ai +30, ed è stato proposto in tre diverse lingue così da facilitarne la diffusione a livello internazionale. Al fine di elaborare una statistica sono stati esaminati i dati pervenuti fino al 11/09/2019, è tuttora online ed è quindi ipotizzabile un ulteriore sbiluppo dei dati statistici. Attraverso il questionario si vorrebbe capire quanto il tema del Gender Fluid, o più in generale dell’identità di genere, sia conosciuto. Nel contempo si prefigge di divulgare la conoscienza della tematica per favorire una riflessione interna che le stesse domande innescano. Hanno partecipato al questionario più di 500 persone. Nelle seguenti pagine saranno esposti i risultati sotto forma di schemi e grafici così da avere una visione completa delle risposte. Il questionario non è stato somministrato ad un campione rappresentativo, ma è stato pensato più come una performance artistica di tipo relazionale, per innescare sui sogetti, che in qualche modo sono vicini alla mia sfera sociale riflessioni e nuovi processi mentali.

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LINGUA

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E TÀ

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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IL TUO ASPETTO FISICO TI IDENTIFICA COME

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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TI SENTI?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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H A I PA U R A D I Q U E L LO C H E N O N R I E S C I A D E F I N I R E ?

NIENTE= 1

M O LT O = 5

I TA L I A N O INGLESE

S PA G N O LO

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C H E C O S ’ È C H E D E F I N I S C E L’ E S S E R E U O M O O D O N N A ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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UN INDIVIDUO PER ESSERE DEFINITO DONNA D E V E AV E R E D E I CO M P O RTA M E N T I F E M M I N I L I ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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CONOSCI QUALCUNO, CHE ANCHE DEFINENDOSI UOMO, E S C E D A I PA R A M E T R I E H A AT T E G G I A M E N T I F E M M I N I L I ? S E S I , ACC E T T I I L S U O CO M P O RTA M E N TO ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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CONOSCI QUALCUNO, CHE ANCHE DEFINENDOSI DONNA, E S C E D A I PA R A M E T R I E H A AT T E G G I A M E N T I M A S C H I L I ? S E S I , ACC E T T I I L S U O CO M P O RTA M E N TO ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

85


CHE PERCENTUALE DEL SESSO OPPOSTO È PRESENTE NELLA TUA PERSONA? NESSUNA= 0

A LT A = 4

I TA L I A N O INGLESE

S PA G N O LO

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A L D I L À D E L T U O O R I E N TA M E N TO S E SS UA L E E D E I T U O I A P PA R AT I G E N I TA L I , T I S E I S E N T I T O A N C H E P E R P O C O A P P A R T E N E N T E A L L’ A LT R O G E N E R E ? MAI= 0

SEMPRE= 4

I TA L I A N O INGLESE

S PA G N O LO

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L’ E S S E R E U O M O O D O N N A È U N O S T A T O

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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T I S E I M A I S E N T I T O M A L E A L L’ I N T E R N O D E L T U O C O R P O ? QUANTO FREQUENTEMENTE? MAI= 0

SEMPRE= 4

I TA L I A N O INGLESE

S PA G N O LO

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P E N S I C H E L A S O C I E TÀ I N C I DA S U L T U O E SS E R E U O M O O D O N N A? QUANTO? NIENTE= 0

M O LT O = 4

I TA L I A N O INGLESE

S PA G N O LO

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P E N S I C H E L A S O C I E TÀ T I V O G L I A I M P O R R E U N D E T E R M I N ATO R U O LO ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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S E N T I I L B I S O G N O D I D E F I N I R E L’ A LT R O C O M E U O M O O D O N N A ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

92


Q U A N D O N O N R I E S C I A D E F I N I R E L’ A LT R O C O S A S E N T I ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

93


CREDI CHE QUESTE EMOZIONI

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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S A I C O S ’ È L’ I D E N T I T À D I G E N E R E ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

95


C R E D I C H E L’ O R I E N T A M E N T O S E S S U A L E S I A C O L L E G A T O A L L’ I D E N T I T À D I G E N E R E ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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SI PUÃ’ ESSERE UOMO E DONNA ALLO STESSO MOMENTO?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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CONOSCI QUALCUNO CHE NON SI IDENTIFICA COME UOMO O DONNA?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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ESISTE IL GENERE NEUTRO? S E L A R I S P O STA È “S I ” S A I CO S’ È ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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ESISTE IL GENDER FLUID? S E L A R I S P O STA È “S I ” S A I CO S A È ?

I TA L I A N O

INGLESE

S PA G N O LO

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BIBLIOGRAFIA Erving Goffman, Stigma, l’Identità negata, 1963 The Traffic in Women, Rubin, 1975 Mierle Laderman Ukeles, Manifesto for Maintenance Art , 1969 Sex differences in the structural connectome of the human brain, Pnas, Edited by Charles Gross, Princeton University, Princeton, NJ, 2014 J. Watson, Biologia molecolare del gene, Zanichelli, 2005 Schelling, filosofia della rivelazione, 1858 Ermafroditi Dormienti,Luca Mancinotti, 2018 Arte dal 1900. Modernismo, antimodernismo, postmodernismo, Hal Foster,Rosalind Krauss,Yve-Alain Bois, 2016 Susan Sontag, Notes on “Camp, 1964 M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, 1971 Dennis Cooper, Tutt’orecchi, ed. Playground, 2004 Zygmunt Bauman, Amore liquido, 2003 Umberto Galimberti, i miti del nostro tempo, 2009 Judith Butler , Fare e disfare il genere, 2004 Contemporanea. Arte dal 1950 a oggi, Mondadori Electa, 2012.

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SITOGRAFIA https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/14/paleolitico-il-dio-dei-primiuomini-fu-la-donna/2464864/ http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/artemisia-gentileschi/ https://it.wikipedia.org https://www.agi.it/lifestyle/met_gala_camp-5446999/news/2019-05-07/ https://www.fashionforbreakfast.it/2019/01/la-moda-del-futuro-egender-fluid/# https://www.zeroviolenza.it/temi/item/73706-david-bowie-che-generedi-alieno? https://www.marieclaire.com/ it/attualita/news-appuntamenti/ a27304070/claude-cahun-chi-e/ https://www.artuk.org/discover/stories/frida-kahlo-embracing-hermasculinity# fhttps://www.bitculturali.it/2015/01/mostre-eventi/le-due-frida-ildipinto-di-frida-kahlo/ 102


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