
Storie di ieri, sguardi di oggi

3 emi di 2026 sociale CESVOL UMBRIA ETS
EDITORE

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3 emi di 2026 sociale CESVOL UMBRIA ETS
EDITORE

La collana Semi di Solidarietà nasce con l’obiettivo di valorizzare e diffondere le esperienze delle scuole che promuovono percorsi educativi orientati alla solidarietà e al bene comune. Rivolta agli istituti scolastici di ogni ordine e grado, essa raccoglie progettualità significative che mettono al centro la crescita umana e civile degli studenti.
Le scuole sono luoghi in cui si coltivano valori come l’inclusione, la responsabilità e la partecipazione attiva.
In questo contesto, particolare rilievo assumono le esperienze sviluppate in sinergia con le realtà dell’associazionismo locale, capaci di offrire occasioni concrete di impegno e cittadinanza.
In questa prospettiva, il Cesvol Umbria si fa promotore, anche attraverso l’editoria, di questi messaggi e di queste buone pratiche, con l’intento di seminare quel “seme” che, nel tempo, potrà crescere e portare frutti preziosi.
La collana intende dunque essere uno spazio di condivisione e ispirazione, in cui le esperienze possano circolare, rafforzarsi e generare nuovi percorsi di solidarietà nelle comunità educanti.
Edizione 2026
Cesvol Umbria
n.275
Cesvol
Centro Servizi Volontariato Umbria
Sede legale:
Via Campo di Marte n. 9 - 06124 Perugia
tel 075 5271976
www.cesvolumbria.org
editoriasocialepg@cesvolumbria.org
Edizione giugno 2026
Coordinamento editoriale di StefaniaIacono
Stampa Digital Editor - Umbertide
Per le riproduzioni fotografiche, grafiche e citazioni giornalistiche appartenenti alla proprietà di terzi, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire. È vietata la riproduzione, anche parziale e ad uso interno didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzato.
ISBN 9791257520311

Il Sindaco e l’Amministrazione Comunale desiderano rivolgere un sincero ringraziamento alle insegnanti, ai bambini dell’Istituto Comprensivo Perugia 13 – Valfabbrica, ai nonni, all’Associazione “Storie e Sentieri” e il Cesvol Umbria, che hanno contribuito alla realizzazione di questo bellissimo libro.
Questo volume non rappresenta soltanto una raccolta di parole e racconti, ma è il simbolo di un legame profondo che unisce le generazioni. Tra queste pagine troviamo memoria, valori, esperienze e insegnamenti che costituiscono una ricchezza preziosa per tutta la nostra comunità.
I nonni custodiscono la storia e le tradizioni del passato, mentre i bambini rappresentano il futuro: insieme hanno saputo creare qualcosa di autentico e straordinario, costruendo un ponte tra ieri e domani.
Questo progetto ci ricorda quanto sia importante tramandare non solo i ricordi, ma anche esempi concreti di vita, rispetto, solidarietà e senso di appartenenza alla comunità.
Come Amministrazione Comunale saremo sempre vicini e favorevoli a iniziative come questa, perché crediamo fortemente nel valore educativo, culturale e umano di esperienze capaci di far crescere le nuove generazioni con maggiore consapevolezza e sensibilità.
Grazie di cuore a tutti coloro che hanno reso possibile questo percorso: attraverso questo libro avete lasciato un messaggio prezioso che resterà nel tempo.
Il Sindaco Enrico Bacoccoli
Prefazione
Quando le insegnanti della Scuola dell’Infanzia di Valfabbrica mi hanno proposto l’idea di realizzare questa pubblicazione, l’ho subito accolta con grande entusiasmo, non solo perché rappresenta una eccellente concretizzazione del lavoro di documentazione delle attività che vengono svolte quotidianamente propria della scuola dell’infanzia, ma anche per la prospettiva intergenerazionale che il libro avrebbe avuto.
“Storie di ieri, sguardi di oggi”, nato dal sapiente intreccio di più mani, quelle di bimbe e bimbi, nonne e nonni e insegnanti, non è un semplice libro, ma la testimonianza concreta di un percorso che la scuola dell’infanzia di Valfabbrica ha portato avanti per un intero anno scolastico: un’esperienza di alto valore formativo, basata sull’incontro e sul confronto tra nonni e nipoti, che si è tradotta in un’occasione di partecipazione, in un’opportunità di crescita e in momenti di autentica inclusione.
Condivisione è la parola d’ordine, il filo rosso che unisce con forza indissolubile due generazioni: da una parte quella dei nonni, che ha messo a disposizione esperienza, saggezza, competenze acquisite nel corso di una vita intera, per molti aspetti diversa da quella attuale, contrassegnata spesso da lavoro, fatica e sacrifici, dall’altra quella dei nipotini, che con la loro innata e indomabile vivacità hanno inconsapevolmente donato una sferzata di vitalità e fatto brillare sguardi amorevoli.
Questo percorso viene narrato nel libro in forma corale, alternando le voci dei nonni
e quelle dei bambini, ciascuno con la propria storia da raccontare. I nonni lo hanno fatto senza nostalgia e senza rimpianti, semplicemente rappresentando momenti di una vita diversa da quella attuale, di un’infanzia trascorsa cullandosi nella gioia delle piccole cose, che tutti apprezzavano come enormi ricchezze. I bambini hanno contribuito alla narrazione con la freschezza e l’originalità dei loro disegni, che le maestre hanno collazionato e arricchito di piccole didascalie esplicative.
Si tratta di un libro che non nasce per caso, ma si sostanzia di sinergie che coinvolgono più soggetti, che hanno voluto raccontarsi e raccontare un’esperienza unica, emozionante e soprattutto con un rilevante impatto e spessore educativo.
È per tale motivo che ringrazio tutte le insegnanti, Manuela, Cristina, Fabrizia, Tiziana, Rosella e Stefania, per avere avuto sia l’idea di tradurre in un libro da leggere e sfogliare il percorso svolto che la convinzione di portarla fino in fondo, i nonni e le nonne che si sono prestati a raccontare e documentare le loro storie di vita, e soprattutto le bambine e i bambini, che hanno accolto con entusiasmo e partecipazione la proposta educativa delle maestre: tutti insieme lasciano alla comunità di Valfabbrica una preziosa testimonianza, uno spaccato di vita vissuta che racconta ancora una volta quanto sia speciale il legame che unisce nonni e nipoti.
Simona Tanci
Dirigente scolastica
Istituto Comprensivo Perugia 13 – Valfabbrica
Prefazione
Storia e Sentieri di Valfabbrica è un’organizzazione di volontariato impegnata nella valorizzazione del territorio attraverso varie attività dirette alla conoscenza, della natura, del paesaggio, della storia e della cultura locale.
Nel corso degli anni, l’associazione ha promosso attività culturali e musicali significative: ha fondato una corale, partecipando sin dalle prime edizioni alla manifestazione “Incanto sulle vie di Francesco” e più recentemente ha inaugurato una sezione bandistica, con l’obiettivo di insegnare musica nelle scuole e di riportare in vita la tradizione della banda del paese.
“Le associazioni sociali portano nelle scuole storie, esperienze e valori concreti, trasformando l’apprendimento in un viaggio di crescita umana e civile.”
Marco Nazzareni
Presidente Associazione Storia Sentieri di Valfabbrica
Aver realizzato questo libro, per noi, non è stato solo raccogliere testimonianze, ma dare forma a un ponte invisibile e prezioso. Giunti al secondo anno di questo percorso, la nostra Scuola dell’Infanzia di Valfabbrica celebra un incontro speciale: quello tra la saggezza dei nonni e lo stupore dei bambini. Il successo di questa iniziativa risiede nella straordinaria sinergia tra la Scuola, il Cesvol, l’Associazione “Storie e sentieri di Valfabbrica” e le istituzioni locali. È la dimostrazione concreta di come il territorio possa unirsi per educare, creando un “villaggio” capace di accogliere ogni piccolo cittadino. La bellezza più profonda di questo cammino è stata vedere i confini della parentela sfumare: i nonni presenti sono diventati i “nonni di tutti”, abbracciando con i loro racconti anche quei bambini che quel giorno non avevano un proprio caro accanto. Questa collaborazione generosa ha trasformato le nostre sezioni in piazze vive di scambio, affetto e cittadinanza attiva.
Sfogliando queste pagine non troverete solo carta, ma memoria che pulsa. Il libro si snoda come un dialogo magico in cui i racconti dei nonni ci prendono per mano, portandoci indietro nel tempo verso un’infanzia fatta di giochi semplici e fatiche quotidiane, svelandoci con dolcezza le differenze tra il mondo di ieri e quello di oggi. Questa eredità verbale è stata rielaborata dai bambini con incredibile acume: laddove i nonni parlavano di panni lavati al fiume o di tradizioni antiche, i piccoli hanno risposto con la loro realtà moderna, disegnando lavatrici e oggetti del presente. In questo contrasto visivo tra le parole del passato e l’interpretazione dei bambini risiede il senso più
profondo del progetto: comprendere il cambiamento per valorizzare il progresso. Ad arricchire questo viaggio si aggiungono le tracce autentiche del tempo: fotografie d’epoca e immagini antiche che sembrano dialogare direttamente con i disegni realizzati dai piccoli, creando un gioco di specchi tra realtà storica e fantasia infantile.
Infine, il cuore delle tradizioni batte forte nella sezione dedicata alle filastrocche e alle ricette, un prezioso fondo di sapori e suoni che sanno di casa e che meritano di essere custoditi per il futuro.
In qualità di referente di plesso e responsabile del progetto, il mio ringraziamento va innanzitutto alla nostra Dirigente Scolastica Dott.ssa Simona Tanci, la cui sensibilità ha permesso a questa iniziativa di fiorire, e a tutte le colleghe docenti Ballarani Fabrizia
Brunetti Tiziana, Lepri Cristina , Rossi Rosella, il cui impegno e la cui dedizione quotidiana sono stati il motore indispensabile per la riuscita di questo percorso. Grazie per aver creduto in una scuola aperta, dinamica e profondamente umana. Un ringraziamento speciale va a ogni singolo bambino per l’entusiasmo creativo e a tutti i nonni per le preziose testimonianze e fotografie condivise. Avremmo voluto dare spazio a ogni parola e a ogni disegno ma, per ragioni editoriali, abbiamo dovuto fare una piccola selezione, custodendo comunque nel cuore la ricchezza di tutto ciò che ci avete donato. Grazie al Cesvol, all’Associazione “Storie e sentieri” e a tutti i partner del territorio che hanno reso possibile questa piccola, grande opera d’arte. Questo libro è il nostro regalo a Valfabbrica: affinché le radici della nostra comunità restino forti e le ali dei nostri piccoli siano sempre pronte a volare, consapevoli della bellezza che risiede nel cammino di chi ci ha preceduto.
Manuela Siculi
a cura degli alunni e dei loro nonni
della scuola d’infanzia San Benedetto Valfabbrica
Istituto Comprensivo Perugia 13
Associazione “Storie e sentieri”
Per noi è stata un’infanzia piena di valori: amore, condivisione e collaborazione
A quei tempi le famiglie erano molto numerose, in molti casi anche tre generazioni vivevano tutte all’interno della stessa casa, dove c’era sempre il capo famiglia che organizzava il tutto, nonostante questo a tutti i bambini era garantita la possibilità di andare a scuola. Le scuole all’epoca erano presenti anche nelle piccole frazioni garantendo quel minimo di istruzione necessaria che col passare del tempo ha portato alla crescita di noi che eravamo bambini. A volte c’erano anche difficoltà alimentari, perché il cibo scarseggiava, le famiglie erano numerose ed il cibo non bastava per tutti, ci si accontentava di quello che la terra produceva.
Oltre alla composizione delle famiglie anche le condizioni atmosferiche erano differenti, specialmente il periodo invernale che faceva grandi nevicate e ci si ritrovava spesso con la temperatura che andava sotto lo zero, nonostante tutto ciò i bambini venivano accompagnati anche con la neve a scuola sotto il mantello dei genitori.
Il gas e la corrente non c’erano perché nelle campagne l’energia elettrica ed il riscaldamento sono arrivate molto più tardi rispetto al paese, per riscaldarci quando andavamo a dormire in inverno avevamo il “prete” che era una struttura in legno con un fondo in lamiera dove veniva appoggiato il cosiddetto “scaldino” all’interno del quale ci si metteva la brace calda, veniva poi posizionato tra il materasso e le coperte. Per riscaldarsi di giorno, oltre ai grandi camini sempre accesi, si andava nelle stalle dove c’era una temperatura più mite con il calore emanato dagli ani-
mali. Le stalle nelle abitazioni di quei tempi erano situate al piano terra con gli animali:buoi, mucche, pecore, galline e piccioni.
Le stagioni erano protagoniste fondamentali anche per la preparazione del cibo, per esempio per il pranzo di Natale venivano preparati i cappelletti la sera prima perché non c’era il frigorifero o congelatore per conservarli.
Le nostre giornate passavano felici giocando e divertendoci con giochi inventati, la campana, il salto della corda, nascondino e acchiapparella. Dopo l’inverno, molto duro in quell’epoca, arrivava la primavera e la tanto attesa estate con la battitura. La trebbiatura consisteva nel posizionare in mezzo “all’aia” della casa, “che sarebbe stato il cortile della casa “, una macchina con un trattore, che serviva per separare il seme dalle paglie e dalle granaglie del grano, orzo e avena, poi c’erano dei nastri che spostavano la paglia per realizzare il famoso pagliaio.
Le scuole erano chiuse e i bambini erano affidati ai propri cari e li aiutavano a svolgere attività anche molto intense, sia nei campi che con gli animali, perché all’epoca gli animali servivano non solo per mangiare ma anche per preparare la terra alla coltivazione. Durante il momento della battitura i bambini erano felici e pronti a godersi il periodo più bello della stagione. Non era solo lavoro, ma anche un vero divertimento. Una delle cose più belle da ricordare è il pranzo della trebbiatura con i cosiddetti “macchinisti” che lavoravano con la macchina. Venivano cucinate cose che durante l’intero anno si vedevano raramente.


Quando noi nonni eravamo piccoli, quindi fine anni ’60, le cose erano un po’ diverse da ora.
Per esempio la colazione era più semplice e genuina di quella che fanno oggi i nostri nipotini. Le cose da mangiare venivano di solito preparate dalle mamme e dalle nonne e quindi biscotti, crostate e ciambelloni venivano fatti rigorosamente in casa.
Veniva fatto in casa anche il succo di frutta. Si faceva d’estate con la frutta genuina acquistata dal contadino. Si frullava, ci si metteva il succo di limone, un po’ di zucchero e si imbottigliava in piccole bottigline chiuse con il tappo e fatte poi bollire in un grande recipiente, per consumarle durante l’inverno.
Il latte per la mia colazione non si prendeva al supermercato, ma veniva portato dal lattaio, un signore che aveva le mucche e che la mattina presto passava per le case del paese con un’ape dove aveva dei contenitori pieni di latte e per chi lo desiderava lasciava il latte dentro le bottiglie o i pentolini che le persone preparavano sul davanzale della finestra.
La mia mamma preparava biscotti con l’uvetta, la marmellata e, per Natale, dei biscotti rotondi all’anice che anche noi bambini aiutavamo a preparare. Il dolce che piaceva di più era il ciambellone soffice e semplice, preparato seguendo questa ricetta:
• 4 uova
• 400 g di farina
• 250 g di zucchero
• mezzo bicchiere di olio extravergine d’oliva
• 100 g di latte
• buccia grattugiata di 1 limone
• 1 bustina di lievito per dolci
• 1 pizzico di sale
Preriscaldare il forno a 180° e cuocere per 40 minuti, una volta cotto, spolverare con zucchero a velo.
Non tutti i bambini frequentavano la scuola materna, che nei paesi era solitamente gestita dalle suore con l’aiuto di alcune giovani maestre. La mattina venivo accompagnata a piedi da mia madre, anche perché la scuola era abbastanza vicina a casa mia.
Non avevo lo zainetto, usavo una specie di cartella che chiamavamo cestino, era di plastica o di vimini. Dentro a questo cestino si portava una piccola tovaglietta per coprire il banco quando si pranzava, un bavaglino per non sporcare il grembiule bianco, un bicchierino di plastica con il manico, forchetta e cucchiaio ed un piccolo portapranzo di acciaio dove la mamma metteva il cibo che poteva essere una fettina panata, formaggino o prosciutto con il pane e la frutta.
Queste cose si portavano da casa visto che le suore cucinavano solamente il primo piatto che di solito era pasta al pomodoro, in bianco o minestra. Portavamo da casa anche un recipiente che era di vetro tipo una tazza piuttosto grande dove ci servivano il primo.
Non c’era una sala mensa come ora ma si mangiava nel salone dove si facevano le varie attività.
Si apparecchiava ognuno sopra al proprio banco che serviva anche per disegnare, colorare, giocare con le costruzioni per esempio, e dove dopo aver pranzato ci facevano appoggiare per fare il pisolino pomeridiano. Anche se qualcuno non dormiva si stava comunque seduti e in silenzio per non disturbare gli altri bambini che invece dormivano.
Mi ricordo che, a volte, chi riusciva a dormire veniva premiato dalle suore con una caramella o un pezzetto di cioccolato lasciato sul banco intanto che si dormiva.
Passata un’oretta si andava fuori a giocare quando era bel tempo oppure si giocava nel salone. Poi si disegnava, colorava e i più grandi cominciavano a fare sul quaderno le astine, i cerchietti, per poi iniziare a scrivere anche le lettere e i numeri.

Che bello fare colazione a casa della nonna

Quando dormo dalla nonna, la mattina al risveglio trovo una colazione buonissima!
Racconto di un nonno
Io abitavo in collina e andavo a scuola a piedi perché i miei genitori non avevano la macchina. La scuola era a circa 3 km, la mensa ancora non c’era, io andavo a piedi la mattina e tornavo a pranzo a piedi. Il sabato correvo per tornare prima possibile perché c’era “Stanlio & Ollio”, le comiche.
Quando finiva la scuola, mia mamma mi mandava in colonia al mare c’erano tanti bambini e le maestre, si stava molto bene, ed è stato così che da piccolo ho visto il mare.
Nonna Sabina
Mi ricordo che io, insieme a mia sorella, passavamo le giornate giocando con dei sassolini, facendo finta di venderli come fosse parmigiano. Poi ricordo anche che mia nonna mi preparava sempre, per merenda quando tornavo da scuola, il pane con lo zucchero.
Nonno Gianni
Quando andavo all’asilo abitavo a Giomici. Passava il pulmino a prenderci e dovevamo sempre camminare parecchio perché non saliva fino a casa ma si fermava sempre in fondo alla strada. Quando tornavo, pranzavo e poi andavo sempre fuori, anche con la pioggia, per dare da mangiare a tutti gli animali che avevamo. Poi rientravo in casa
e mi mettevo a giocare con i giochi fatti a mano di legno, perché c’erano solo quelli.
Nonno Vincenzo
Era il 1957 e frequentavo la 3ª elementare. Mi ricordo che tutte le mattine, prima di andare a scuola, portavo le mucche a bere alla fonte dopo che i miei zii gli avevano dato da mangiare. Dopo che avevano bevuto le riportavo a casa e poi andavo a scuola a piedi insieme ai miei amici.

Nonna Giuseppina
Era il 1963 ed il mio ricordo è che, quando ero piccola e frequentavo le scuole elementari, tutte le mattine passava il lattaio in bicicletta. Mi ricordo quel signore che suonava alla porta con due contenitori pieni di latte e ci riempiva il nostro pentolino. Dopo averlo fatto bollire era pronto per fare colazione.
Nonna Giuseppina
Era il 1960 quando avevo 3 anni e andavo a trovare i miei zii in campagna. La mia mamma mi portava nel pollaio a dare da mangiare alle galline e a raccogliere le uova con il cestino. Ero tanto contenta perché, abitando in città, non avevo questa possibilità.
Nonna Rosella
Quando avevo 6 anni circa, ero molto affezionata a mia nonna e volevo stare sempre con lei. Una mattina mi ricordo che lei non c’era quando mi sono svegliata, così sono andata a cercarla e l’ho raggiunta nel campo. Però purtroppo mi sono ritrovata in mezzo a un gregge di pecore e a un montone che mi è venuto contro e mi ha fatto cadere. Più provavo a rialzarmi più mi faceva cadere a terra. Per fortuna poi è arrivato il mio papà e mi ha portato via da lì.




Vado a scuola con il pulmino giallo!

Il mio amico Billo
Salve, mi chiamo Andreina.
Sono nata l’11 settembre 1950, per puro caso all’ospedale di Umbertide. Dico “puro caso” perché provengo da una famiglia di origine contadina che abitava a Montelovesco, nel comune di Gubbio. A quel tempo le nascite avvenivano solitamente in casa, al massimo con l’aiuto di un’ostetrica. La mia mamma però presentava dei seri problemi di salute e così, con il calesse più veloce e attrezzato a disposizione, fu trasportata d’urgenza presso l’ospedale più vicino.
Ed eccomi qui, diciassettesimo membro della famiglia paterna. Eravamo una famiglia numerosa, che conviveva allegramente in una bella e grande casa-podere. Non ci mancava nulla; avevamo tutto ciò che serviva per vivere bene, tutto tranne… il superfluo.
I giocattoli, ad esempio!
Fu proprio per colmare questa mancanza che “adottai” un pulcino di tacchino, un esserino che imparai presto a custodire e curare con un amore immenso. Lo coccolavo, lo nutrivo, gli pettinavo le piume con le dita, gli lavavo persino le zampette pur di avere il permesso di farlo entrare in casa. Insomma, gli volevo un bene da matti: era per me il Ciccio Bello delle bimbe di oggi. Lui ricambiava il mio affetto ed era felice di stare con me. Io e il mio Billo – questo era il suo nome – passavamo intere giornate insieme facendoci compagnia.
Finché un giorno, all’improvviso, con un pizzicotto al lobo dell’orecchio mi strappò l’orecchino che indossavo sempre, un bottoncino d’oro, e lo ingoiò. Da quel giorno il mio Billo non è stato più bene e, poco dopo, è sparito nel nulla. Mi piace pensare che quel pizzicotto sia stato un bacino che ha voluto darmi prima di lasciarmi, un gesto di tenerezza tutto per me e non solo la curiosità di un piccolo animale davanti a un luccichio a cui non ha saputo resistere.
Io lo cerco ancora.

Gioco con il mio Cicciobello
L’aia
Per me l’aia era il centro del mondo. La vedevo come un grande emporio che accoglieva tutto ciò che la nostra terra produceva e tutto ciò di cui aveva bisogno per continuare a donarci i suoi frutti.
D’estate, la guardavo trasformarsi in una sorta di officina a cielo aperto, un brulicare di fatiche. Vedevo arrivare di tutto: i covoni di grano, i carri carichi di spighe di granturco e di barbabietole, i mucchi di fave e fagioli ancora chiusi nei baccelli. C’erano cumuli enormi di ginestre.
Ricordo sopra ogni cosa il grano. Lo sistemavamo in un “barcone” così maestoso e solenne da sembrare la poppa di una grande nave; occupava sempre il posto d’onore, proprio al centro dell’aia. Poco lontano, ammassavamo con cura la paglia e il fieno in diversi pagliai, che poi “pettinavamo” e strigliavamo con i rastrelli perché fossero perfetti.
Ma per noi bambini, l’aia era soprattutto il paradiso. Correvo lì scalzo, sentendomi pienamente libero. Tra un gioco e l’altro, tra salti, capriole e versi scherzosi, dividevo lo spazio con il cane e i suoi cuccioli. Intorno a noi le galline razzolavano tranquille, protette da quel gallo impettito e focoso che papà chiamava “grosso papavero alato”.
Il momento più bello, però, era quando tutta la mia famiglia si radunava e chiamava i vicini a “l’opra”. Insieme, lavorando e cantando, ci tramandavamo filastrocche e preghiere, trasformando la fatica in una grande festa collettiva.


Racconto della battitura (con termini dialettali)
Monteverde, frazione del comune di Valfabbrica (PG)
L’estate dei contadini iniziava a giugno con la raccolta del cicio (i ceci) e del granturco (mais), e finiva con la battitura del grano di metà agosto.
Durante la raccolta del cicio si cantava, si raccontavano storie e filastrocche, in particolare una che ci faceva tutti ridere:
La capra me gi ntol cicio, ’n gran danno me ce fice, na mina ne magnò, una n’arportò,
quan fu su quel toppetto i gì na spina ’nto ’n garetto.
La capra fece “beeeeee”, rispondè ’l becco “che diavolo c’èèèèè!
Quando veniva raccolto il granturco invece se scartocciava e poi si ballava tutti insieme.
Quando era giugno si sentiva dire: “Oh l’è battuta la falce? È ore de miete! ’I grano c’ha ’l collo torto!”
Prima della mietitura si annodavano mazzetti di steli di grano per creare i balzi (legac-
ci), utilizzati per legare le spighe appena tagliate, raccolte in fasce, che formavano le gregne. Mentre alcuni mietevano, altri facevano i barchetti a forma di croce, formati da covoni appoggiati uno sull’altro, per riparare le spighe dalla pioggia e tenerle sollevate da terra.
Verso la fine di luglio, finita la mietitura, le gregne se careggiavano co la treggia e si faceva il barcone.
Quando il barcone diventava alto si sentiva: “È ora de fa ’l passa gregna!”
Da terra veniva lanciata la gregna col forcone e un altro contadino, in cima a una scala, la prendeva al volo e la sistemava sul barcone, sempre più alto.
A metà agosto iniziava la battitura, che poteva durare anche una settimana, co la machina da batte. Poi si faceva tutto a mano: il paiaio, il pulaiolo de la pula e le balle del grano.
Durante il lavoro la bevanda più diffusa era l’acetello (acqua con un po’ di aceto di vino, a volte miele). Si mangiava soprattutto pan cotto e stracciatella. A fine giornata i più grandi si rilassavano con un bicchiere di vino casereccio e qualche partita a morra.
Ma la cosa che ricordo con più piacere è che era una gran festa, soprattutto per i bambini.


Il Somaro di Serafino (Un ricordo del nonno)
Nel cuore del centro storico di Valfabbrica, protetto dalle antiche mura castellane del rione Pedicino, viveva un tempo il signor Serafino insieme al suo inseparabile asinello. Egli era un uomo minuto e avanti con gli anni, caratterizzato da un paio di folti baffi grigi e da un cappello di paglia a tese larghe che lo riparava dal sole.
L’asinello non aveva un nome proprio, o almeno la memoria non lo conserva; per l’intero paese era semplicemente “il somaro di Serafino”. Era un animale dal manto color grigio cenere, con una caratteristica riga nera che gli cingeva il collo e lunghe orecchie sempre tese. Ogni mattina, all’alba, i due uscivano dalla stalla: l’asino portava in groppa due grandi ceste di vimini e una rete di ferro.
La loro meta era il greto del fiume Chiascio. Lì, Serafino utilizzava la rete per vagliare minuziosamente la sabbia, mentre le ceste servivano a caricare i sassi e il materiale necessario ai cantieri edili del paese per la costruzione delle case. Per l’intera giornata, l’uomo e il povero animale facevano instancabilmente la spola tra le rive del fiume e le abitazioni in costruzione.
Al calar del sole tornavano verso il borgo con passo lento, stremati dalla fatica. Noi bambini li osservavamo passare con occhi pieni di compassione; guardavamo quel povero animale notando le mosche che si posavano sulla sua groppa, segnata dalle piaghe e dalle ferite causate dal carico pesante e dal durissimo lavoro quotidiano.
Proprio da queste immagini è nato un detto che ancora oggi i più anziani ripetono: “Sei come l’asino di Serafino”.
Un’espressione che sopravvive al tempo per descrivere, oggi come allora, chiunque mostri escoriazioni, ferite o i segni evidenti di un eccessivo e faticoso sforzo fisico.


“Sei come l’asino di Serafino.” mi dicono i nonni quando cado e mi ferisco.
Le nonne
Quando eravamo bambine, a differenza di oggi, per fare colazione era abitudine mangiare pane con il latte munto dalle nostre mucche.
I nostri genitori e nonni si alzavano presto la mattina per andare a mungere le mucche e portarci il latte fresco.
Siccome non c’era la possibilità di avere dolciumi, noi andavamo a prendere le uova nel pollaio e, di nascosto, andavamo da un nostro vicino di casa che aveva un piccolo negozio chiamato spaccio e in cambio delle uova ci dava dei dolciumi.
Il ricettario si basava sul principio del “niente si butta”, infatti si utilizzava ciò che era disponibile e non si sprecava niente, ma veniva tutto riutilizzato.
Una delle ricette più comuni era il pancotto ovvero pane raffermo che non veniva buttato, ma riutilizzato, cucinato con acqua o brodo diventava una squisita zuppa che a volte era arricchita con verdure del campo o, molto raramente, con carne.
Nei giorni di festa, come le domeniche, si mangiava il pollo, ma non sempre era disponibile.
Da piccole, i nostri giochi erano più che mai “di strada”: un cerchio di ferro, una fionda fatta a mano. I nostri giorni passavano all’aperto tra giochi inventati oppure portavamo le pecore al pascolo nei campi.
I nostri vestiti erano fatti per lo più a mano dalle nostre mamme, mentre il vestito buono si indossava solo per le occasioni speciali, i giorni di festa e la domenica per la messa.

I miei giochi preferiti: il pallone e la play, mi piacciono anche le Barbie e gli unicorni e tanti tanti personaggi simpatici e forti.
L’organetto de Cannarino
In Umbria c’è l’usanza, la sera e la notte del 30 aprile, di andare in comitive a cantare il Maggio, girando per la campagna, di casolare in casolare.
Occorreva almeno un organetto, cioè una piccola fisarmonica, per accompagnare i canti. Quando poi la comitiva era ben organizzata, oltre alla fisarmonica si metteva su un concertino: Gogè, Nenino, ’l Gobbo, Zacchielle ed altri anche, con clarini, cornetta, contrabbasso e trombone.
C’era anche chi portava un canestro per raccogliere le uova che ogni contadino immancabilmente offriva; anzi qualcuno aggiungeva un pezzo di ventresca o qualche caciottella. Il vino non c’era bisogno di metterlo da parte: un bicchieretto, tanto i suonatori quanto i cantori, lo mandavano giù volentieri e subito.
Poi naturalmente tutto quello che nella nottata era stato raccolto veniva poi consumato in un’allegra cena allietata sempre dall’immancabile concertino.
Ma v’arcordate l’organetto de Fortunato o de Cannarino? Eh…!
Guierme ’l faceva cantà quell’orghnetto con quei occhie ch’ jarlucevano e che je ridevno proprio de core. Quand’eva bevuto ’n bicchieretto, ce se buttava sopra a torcecollo e te cavava fore certe polche e certe mazurche!!!
E quanno sonava quel valzeretto, commo ’n dipanatore s’arbrillava Frizze ’ncla Ginetta.


Ascolto la musica con le cuffie o con la cassa, ballo canto e mi diverto tantissimo.
Mi chiamo Marina sono nata nel 1955 e sono una nonna. Abito a Valfabbrica, ma sono nata a Pianello, il paese confinante.
La mia infanzia è stata bellissima, con tante amiche che ancora frequento.
La mattina si andava a scuola, che si trovava nella piazza del paese. Chiaramente il tempo pieno non esisteva, quindi si mangiava a casa e dopo, se il tempo lo permetteva, ce ne andavamo in giro per i prati a raccogliere fiori che poi attaccavamo nelle pagine dei nostri quaderni d’italiano.
Quante capriole in mezzo ai prati!
Altro luogo di divertimento era la piazza del paese, dove si giocava a Campana e si andava in bicicletta. Tanti pomeriggi li passavamo lungo il fiume Chiascio, dove ci dilettavamo a pescare i pesciolini con uno straccio, per poi sederci sugli argini a raccontare storielle sotto l’ombra delle acacie profumatissime.
D’estate si faceva anche il bagno all’insaputa delle nostre mamme, che non erano preoccupate, ma ci lasciavano andare a giocare insieme ai nostri amici.
Nell’ultima domenica di Carnevale si andava a fare la Merendella: si stendeva una tovaglia su un prato e si mangiava con tanto appetito. Era il nostro pic-nic, che consisteva in salsicce secche e frittate (sempre con le salsicce). Le uova ce le regalava la gente del paese.
Un’altra merenda particolarmente buona era l’Arvoltolo: in un pentolino la mamma metteva una pastella fatta con farina e acqua, e si cuoceva con un po’ d’olio. Quando
si formava l’arvoltolo, si faceva asciugare sulla carta paglia per poi aggiungerci lo zucchero… buonissimo!
I ricordi sono tanti e tutti bellissimi. L’unico neo dolente fu quando, finite le elementari, mia madre mi iscrisse alla Scuola Media di un paese vicino a Perugia.







Ripensando alla mia infanzia, mi viene subito in mente quanto sia stata felice. I pomeriggi sembravano non finire mai: li trascorrevo insieme alla mia mamma e alle mie amichette, mentre i genitori si ritrovavano a chiacchierare. Scendevamo tutti in cortile e lì iniziava la nostra piccola avventura quotidiana, tra partite a pallone, nascondino e risate senza fine.
Quando il tempo non permetteva di uscire, la casa comunque si riempiva di allegria.
La mia mamma invitava tutte le mie amichette e preparava per noi delle buonissime frittelle di mele, calde e cosparse di zucchero. Erano momenti semplici, ma pieni di calore.
La domenica era un giorno speciale: il mio papà ci portava a fare gite fuori porta. Bastava poco per renderci felici, e noi lo eravamo davvero, con il cuore leggero e pieno di gioia.
Sono ricordi preziosi, che porto ancora con me.
Al tempo mio, mica se magnavano i dolci tutti i giorni come facete voialtri co ste merendine!
Pe’ la vigilia dei Santi e de Natale c’erano i maccheroni dolci con le noci, i castagnoli conditi col miele a Carnevale, le frittelle col riso a San Giuseppe, le torte dolci e col formaggio a Pasqua.
Si eri stato bravo, mamma me faceva il pane con lo zucchero.
A lavà i lenzoli se giva giù ’l Chiagio, anche se l’acqua era fredda, e se riportavano
dentro le canestre sulla testa: la lavatrice non c’era.
Non c’erano manco le macchine: erano
fortunati quelli che avevano la bicicletta, e quando dovevamo anda’ da qualche
parte se piava la corriera, cioè il pulman.


La lavatrice pulisce tutti i miei vestitini!

La mamma, dopo aver lavato i vestiti in lavatrice li stende e diventano bellissimi e profumati.
Racconto di una nonna
Tra i miei ricordi d’infanzia, uno dei più belli è le giornate durante le vacanze estive che trascorrevo dai nonni in campagna. Ero attratta dal loro lavoro nei campi, tra scherzi e risate con gli amici.
In casa c’era un grande camino, con in mezzo una catena diventata nera dal fumo e dal calore. Questa catena serviva per reggere un caldaio per cuocere qualunque cosa.
Ricordo le colazioni fatte di cose semplici: legumi, pietanze povere ma abbondanti, da sembrare un pranzo.
E poi c’era il mio animale preferito una somarella di nome Brina, che a mio nonno serviva per raggiungere il paese più vicino, perché non aveva la macchina.

Balanzone gran dottore, Pantalone gran signore, Arlecchino e poi Brighella, ecco arriva Pulcinella…. Furbe, vispe e biricchine…
Benvenute mascherine!
Nel paese dove sono nata e cresciuta, Colombella, ogni anno si era soliti organizzare una sfilata di carri lungo le vie del paese. Tutti i bambini più grandi venivano fatti salire sopra al carro, dove si facevano gli arvoltoli dolci e salati, che poi i bambini distribuivano a tutte le persone presenti.
Era una giornata di gioia e allegria per tutti noi bambini.
(insegnata dalla nonna)
“Chiccolino dove stai?
Sotto terra, non lo sai?
E là sotto non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla.
Dormi sempre, ma perché?
Voglio crescere come te.
E se tanto crescerai, Chiccolino che farai?
Una spiga metterò e tanti chicchi ti darò!”
• 8 uova (sbattute a parte)
• 5 cucchiai di zucchero
• 5 cucchiai di liquore Mistrà
• 1 cucchiaio e mezzo di citrato (correttore di acidità)
• 25 g di burro
• 1 cartina Pane Angeli
• Farina quanto basta
• 3 uova (montare a parte le chiare)
• 3 cucchiai di zucchero
• 6 cucchiai di liquore (rum – Mistrà)
• 1 bustina di panna
• 2 cucchiai di aceto / scorza di limone grattugiata
• 1 cartina Pane Angeli

Sciogliendo in una pentola il grasso del maiale si ricavavano, oltre allo strutto, i cosiddetti “ciccioli”.
Il brustengo veniva preparato dai nostri bisnonni con i ciccioli, l’acqua, la farina e il sale, cuocendo il tutto in padella.
A Carnevale, anche se eravamo poveri, facevo sempre i castagnoli. Impastavo farina, uova, zucchero e limone; creavo dei “serpenti” di pasta e li tagliavo a tocchetti come gnocchi, pronti da friggere. Per farli belli grossi e screpolati, li passavo un attimo all’aria della finestra aperta mentre cuocevano.
Una volta dorati, via nella zuppiera con miele e alchermes!
Ricordo ancora quando mio figlio mi implorava: “Lah… ma… facc’i castagnoli!”
E io gli rispondevo – Sì cocchine, doppo, quann’o ho finito de fà ’l battuto e de capà l’erba.
– Cussi stasera quann’arvien babbo e ’l nonno ie facemo n’amprovvisata, no mammi.
– Certo!… ’Ntanto gitme a comprà ’na libbra de zuccro da la Lallina… e arriva da la Zi Peppa si c’han limone o anche mezzo. Oh Lorenzi, arnite subito, n’v’abbadate. Marcomanno.
– Sì… sì gimo, e pu nco’ l’organetto stasera potemo anche ballà e cantà, s’è quanto ce divertimo!!!

Eravamo soliti bere l’acquaticcio, il “vino dei poveri”, nell’attesa che quello vero fosse pronto per San Martino.
Lo preparavo mettendo le vinacce appena torchiate in un tino pieno d’acqua. Dopo qualche giorno, quando vedevo la “ribollitura” in superficie, capivo che era pronto. A dire il vero era una “brodaglia tinta” che non mi piaceva affatto: non era dissetante come l’acqua né buono come il vino. Solo la nonna, con la sua furbizia, ne lodava le qualità per convincerci a finirlo, sapendo bene che appena avessimo assaggiato il vino nuovo, quel surrogato sarebbe finito dimenticato a marcire in cantina.
I nostri antenati rispettavano con grande scrupolo le astinenze dal cibo, soprattutto nelle vigilie delle grandi feste, escludendo persino le uova. Questo piatto si prepara ancora oggi la vigilia dei Santi e la vigilia del Santo Natale. La pasta viene preparata con acqua e farina.
Farina 350 g, Zucchero 150 g, Buccia grattugiata di un limone,1 cucchiaio scarso di cannella in polvere, Pane 100 g, Gherigli di noci 300 g
Impastate la farina con l’acqua e lavorate bene la pasta e con il lasagnolo riducetela a sfoglia sottile, e ponetela ad asciugare sopra una tovaglia leggermente infarinata. Arrotolate la sfoglia e tagliate la pasta a fettuccine normali. Tritate le noci riducendole a finissima granella e ponete la granella in un piatto; aggiungete alle noci tritate zuc-
chero, cannella, limone e pane; mescolate tutto con un cucchiaio. Cuocete la pasta in acqua leggermente salata, scolatela bene e conditela a strati con il composto di noci. Servitela appena la pasta sarà fredda; modernizzate il composto di noce, aggiungendo gr.50 di cacao dolce “ Perugina”.







