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Ancarano ricorda la grande Guerra

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Centro Servizi per il Volontariato PerugiaTerni

Quaderni del volontariato

Edizione 2023

Cesvol

Centro Servizi Volontariato Umbria

Sede legale:

Via Campo di Marte n. 9 - 06124 Perugia

tel 075 5271976

www.cesvolumbria.org

editoriasocialepg@cesvolumbria.org

Edizione aprile 2023

Coordinamento editoriale di StefaniaIacono

Stampa Digital Editor - Umbertide

Foto di copertina e a pagina 5: Il gruppo di alpini indossa l’uniforme grigio verde mod. 1907 per truppe a piedi. La giubba ha i caratteristici “salsicciotti” applicati sul giro manica che avevano lo scopo di impedire che la cinghia del fucile o gli spallacci dello zaino scivolassero dalle spalle. Sul colletto sono cucite le mostrine a due punte in panno verde guarnite con le stellette da truppa mod. 1902. Indossano pantaloni per truppe da montagna che terminano sopra al polpaccio, la parte inferiore della gamba è protetta dalle fasce mollettiere avvolte fin sotto il ginocchio. Ai piedi calzano stivaletti mod. 1912 per truppe da montagna in cuoio naturale: le suole dell’alpino seduto in basso a sinistra hanno abbastanza in evidenza la caratteristica chiodatura lungo il bordo, rinforzata per la montagna. L’elemento più caratteristico è il cappello in feltro grigioverde mod. 1910. Il cappello è privo della caratteristica penna perchè nel settembre del 1915 il Comando Supremo ne vietò l’uso per questioni di mimetismo. In ogni caso, verso la fine del 1917 il provvedimento venne sospeso.

L’alpino seduto in basso a destra porta cuciti sul polso della manica i gradi da caporal maggiore, quello in piedi a sinistra da caporale, sono graduati di truppa.

La descrizione della fotografia è stata effettuata da Giacomo Tessarolo - Associazione IV novembre di Schio (Vicenza).

Per le riproduzioni fotografiche, grafiche e citazioni giornalistiche appartenenti alla proprietà di terzi, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire. È vietata la riproduzione, anche parziale e ad uso interno didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzato.

ISBN 9788831491501

UN

I QUADERNI DEL VOLONTARIATO

VIAGGIO NEL MONDO DEL SOCIALE PER COMUNICARE IL BENE

I valori positivi, le buone notizie, il bene che opera nel mondo hanno bisogno di chi abbia il coraggio di aprire gli occhi per vederli, le orecchie e il cuore per imparare a sentirli e aiutare gli altri a riconoscerli. Il bene va diffuso ed è necessario che i comportamenti ispirati a quei valori siano raccontati.

Ci sono tanti modi per raccontare l’impegno e la cittadinanza attiva. Anche chi opera nel volontariato e nell’associazionismo è ormai pienamente consapevole della potenza e della varietà dei mezzi di comunicazione che il nuovo sistema dei media propone. Il Cesvol ha in un certo senso aderito ai nuovi linguaggi del web ma non ha mai dimenticato quelle modalità di trasmissione della conoscenza e dell’informazione che sembrano comunque aver retto all’urto dei nuovi media. Tra queste, la scrittura e, per riflesso, la lettura dei libri di carta. Scrivere un libro per un autore è come un atto di generosa donazione di contenuti. Leggerlo è una risposta al proprio bisogno di vivere il mondo attraverso l’anima, le parole, i segni di un altro. Intraprendendo la lettura di un libro, il lettore comincia una nuova avventura con se stesso, il libro viene ospitato nel proprio vissuto quotidiano, viene accolto in spazi privati, sul comodino accanto al letto, per diventare un amico prezioso che, lontano dal fracasso abituale, sussurra all’orecchio parole cariche di significati e di valore.

Ad un libro ci si affeziona. Con il tempo diventa come un maglione che indossavamo in stagioni passate e del quale cerchiamo di privarci più tardi possibile. Diventa come altri grandi segni che provengono dal passato recente

o più antico, per consegnarci insegnamenti e visioni. Quelle visioni che i cari autori di questa collana hanno voluto donare al lettore affinché sapesse di loro, delle vite che hanno incrociato, dei sorrisi cui non hanno saputo rinunciare. Gli autori di questi testi, e di tutti quelli che dal 2006 hanno contribuito ad arricchire la Biblioteca del Cesvol, hanno fatto una scelta coraggiosa perché hanno pensato di testimoniare la propria esperienza, al di là di qualsiasi tipo di conformismo e disillusione. Il Cesvol propone la Collana dei Quaderni del Volontariato per contribuire alla diffusione e valorizzazione della cittadinanza attiva e dei suoi protagonisti attraverso la pubblicazione di storie, racconti e quant’altro consenta a quel mondo di emergere e di rappresentarsi, con consapevolezza, al popolo dei lettori e degli appassionati.

Un modo di trasmettere saperi e conoscenza così antico e consolidato nel passato dall’apparire, oggi, estremamente innovativo.

Salvatore Fabrizio Cesvol Umbria

RITA CHIAVERINI

Ancarano ricorda la Grande Guerra

Documenti e memorie nei comuni di Norcia e Preci

Indice

Presentazione p. 7

Avvertenze e ringraziamenti p. 9

Ancarano ricorda la Grande Guerra p. 11

Il tormento della fame p. 28

Il problema dei trasporti e del servizio postale p. 34

Il problema sanitario nel fronte interno p. 41

Leggere, scrivere e fare di conto p. 49

Prigionieri di guerra p. 55

Profughi di guerra p. 72

La testimonianza di un alpino: Giulio Rosi p. 89

La testimonianza di un ufficiale austriaco ignoto p. 113

Il culto dei Caduti p. 123

Il viale della Rimembranza e il monumento ai Caduti di Ancarano p. 133

Albo d’oro dei Caduti e dispersi di Ancarano p. 141

Cerimonia 17 agosto 2019: documentazione fotografica p. 148

Fonti p. 151

Bibliografia p. 153

Sitografia p. 156

Presentazione

Oltre cento anni sono trascorsi dalla fine della Grande Guerra e in tutto questo tempo la memoria del Primo conflitto mondiale si è radicata nella nostra identità. È entrata nel calendario civile con le celebrazioni del 4 novembre; ha segnato il volto delle città e delle più sperdute frazioni con monumenti grandi e piccoli; si è impressa nei nomi delle vie; ha trasformato il teatro delle battaglie in luogo di culto punteggiato da decine di sacrari mentre i resti di quel sistema di trincee, forti e caverne sono diventate méte di pellegrini e turisti.

Ma ogni guerra, come insegnano i recenti tragici eventi tra Ucraina e Russia, è anche la storia delle sue vittime e la Pro loco di Ancarano, insieme alla Comunanza Agraria, nel tentativo di riannodare i fili sparsi, spersi e a volte malamente aggrovigliati della memoria, ha voluto recuperare i percorsi di vita, le emozioni, i sentimenti, le sofferenze di chi è stato protagonista di quella immane tragedia che è stata la Grande Guerra. Non solo dei Caduti ma anche degli uomini e delle donne che pur essendo lontani dal fronte hanno vissuto sulla propria pelle quegli eventi che hanno cambiato il futuro dell’Europa e del mondo.

Un patrimonio – conservato non solo negli archivi ma anche tra i ricordi delle famiglie – che non può e non deve andare disperso, ma che anzi deve essere riscoperto, soprattutto dai giovani, per rafforzare l’identità culturale e quel senso di comunità che è fondamentale per costruire il futuro e per acquisire maggiore consapevolezza sul valore della pace e della fratellanza tra i popoli. Un patrimonio da recuperare e mantenere vivo nella nostra comunità nonostante gli eventi sismici del 2016 abbiano danneggiato gravemente la nostra frazione.

Un obiettivo che il Consorzio BIM ha portato avanti in occasione del Centenario con il progetto ‘Per non dimenticare la Grande Guerra’ e che, la dott.ssa Rita Chiaverini, ispettore

archivistico onorario e autrice di questo volume, ha conseguito scavando negli archivi locali e nazionali, nonchè tra le memorie di famiglia e riportando alla luce documenti e foto ormai dimenticati che sono confluiti in questo libro che risulterà assai utile a quanti vorranno sapere e conoscere gli effetti che la Prima guerra mondiale ha avuto sulle popolazioni e sul territorio, poverissimo ma numeroso di giovani che furono chiamati alle armi attraverso la mobilitazione generale.

In questa pubblicazione trova spazio anche la documentazione della manifestazione organizzata in collaborazione con il

Consorzio del Bacino Imbrifero Montano “Nera Velino” il 17 agosto 2019 ad Ancarano per ripristinare le targhe metalliche con i nominativi dei Caduti e dispersi in guerra della frazione andate perse nel tempo.

Grazie! Una sola parola che vale molto. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo lavoro e a chi ha ancora passione per la storia. Ma grazie soprattutto a chi non si stanca mai di portarla tra la gente.

Santucci Venanzo - Presidente Pro Loco Ancarano

Canali Romeo - Presidente Comunanza Agraria Ancarano

Capparelli Adelindo - Coordinatore progetto WW1 Ancarano

Avvertenze e ringraziamenti

Per ricordare la Grande Guerra la Pro Loco e la Comunanza Agraria di Ancarano hanno voluto focalizzare in questo libro l’attenzione sulle vicende legate non solo alla frazione di Ancarano ma anche ai comuni della Valle Castoriana – Norcia e Preci – oltre che sulle drammatiche emergenze sociali affrontate in quegli anni.

Il volume è frutto dell’impegno della dott.ssa Rita Chiaverini, ispettore archivistico onorario, che nel corso del Centenario della Prima guerra mondiale ha promosso una serie di iniziative editoriali e culturali che hanno interessato i comuni della Valnerina e di Spoleto attraverso il progetto del Consorzio del Bacino Imbrifero Montano ‘Nera e Velino’ intitolato ‘Per non dimenticare la Grande Guerra in Valnerina e nello Spoletino’.

In questo volume sono confluiti gli studi pluriennali condotti dall’autrice presso gli archivi e le biblioteche locali e presso le famiglie già in parte pubblicate nei seguenti volumi: Capoccetti Giuseppe, L’irto sentiero ovvero le mie memorie, cur. Chiaverini Rita, Spada Egildo, Fuorilinea, Monterotondo (Roma), 2014; Chiaverini Rita, La Grande Guerra a Norcia e in Valnerina in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Volume CXIV, fascicoli I-II, tomo secondo, Perugia, 2017, pp. 577-648; Chiaverini Rita, Mia cara mamma ti bacio forte forte e ti chiedo la Santa Benedizione. Le lettere dal fronte di Alessandro De Nobili (1917-198), Fuorilinea, Monterotondo (Roma), 2015; Per non dimenticare la Grande Guerra in Valnerina e nello Spoletino, cur. Maria Paola Bianchi, Paolo Bianchi, Rita Chiaverini, Fabrizio Fabbri editore, 2018, pp. 11-126, 161-172.

Si ringraziano per aver messo a disposizione le proprie collezioni private e i ricordi di famiglia Aleandro Scaramucci e Giulio Rosi.

Si ringraziano Egildo Spada, già presidente del Consorzio BIM; Antonella Guidobaldi del Cesvol Umbria; Pietro Bellini, presidente del GAL; Giacomo Tessarolo dell’Associazione Ricercatori Storici 4 Novembre di Schio (Vicenza); Riccardo

Baldini per il prezioso sostegno e collaborazione assidua.

Si ringraziano altresì Filippo Mancanelli direttore del Consorzio BIM insieme a Matteo Bruni e al Presidente Tullio

Fibraroli oltre a tutti coloro che hanno agevolato la ricerca, mettendo a disposizione i materiali e fornito notizie e curiosità inedite.

Un particolare ringraziamento a Stefania Iacono del Cesvol

Umbria per la professionalità e infinita pazienza profusa per la realizzazione del presente volume.

Abbreviazioni

→ rinvio ad altra voce

ACS = Archivio Centrale dello Stato - Roma

ASCC = Archivio storico comunale Cascia

ASCN = Archivio storico comunale Norcia

ASCP = Archivio storico comunale Preci

ASCCeSp = Archivio storico comunale Cerreto di Spoleto

AUSSME = Archivio dell’Ufficio dello Stato Maggiore dell’Esercito

Consorzio BIM = Consorzio del Bacino Imbrifero Montano

“Nera e Velino”

CGOCG = Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra

MCRR = Museo Centrale del Risorgimento di Roma

SASSpoleto = Sezione di Spoleto Archivio di Stato di Perugia

USCC = Ufficio Stato Civile Cascia

USCN = Ufficio Stato Civile Norcia

USCP = Ufficio Stato Civile Preci

Ancarano ricorda la Grande Guerra

Questa foto è stata realizzata il 17 agosto 2019 in occasione della cerimonia di ripristino delle targhette con i nominativi dei Caduti e dei dispersi di Ancarano nel viale della Rimembranza e ritrae i bambini della frazione che hanno preso parte all’iniziativa.

Madonna del Grappa, cartolina, collezione privata.

«Una mattina fu dato l’allarme, erano circa le ore 6,00 la mia compagnia era comandata dal Tenente Caradori e ci fu dato l’ordine al grido di Savoia di salire il monte con le nostre armi. Io ero il primo di destra nella trincea da noi stessi costruita, mi trovai in terreno scoperto e una granata di artiglieria mi scoppiò vicino, fui investito dal terriccio e dal calore della esplosione; riavutomi corsi per coprire la distanza che mi separava dalla trincea. Appena salito sopra il materiale da noi scavato vidi gli Austriaci venire avanti fumandosi tranquillamente le loro sigarette, nell’atto di buttarmi nella trincea un Austriaco mi lanciò qualcosa e quel qualcosa era una bomba a mano che mi cadde sul tacco della mia scarpa senza esplodere, un’altra bomba a mano scoppiò sopra la trincea e una piccola scheggia mi ferì sopra il ciglio dell’occhio sinistro (tra il calore) mi passai la mano sulla guancia e me la ritrovai tutta coperta di sangue e dissi “me l’hanno fatta”, ma un bersagliere che era alla mia sinistra mi disse “Caporale è una piccola scalfitura” intanto gli Austriaci erano arrivati sopra la nostra trincea, io mi voltai per risalire la trincea dalla nostra parte, nel mentre mi sentii prendere per la giacca da dietro mi voltai e vidi un Austriaco che con la baionetta innestata stava cercando di infilzarmi, istintivamente alzai le braccia e fui fatto prigioniero».

Queste righe sono tratte dal diario di Giulio Rosi di Preci, uno dei tanti giovani risucchiato nel conflitto in cui l’Europa è scivolata dopo i colpi di rivoltella sparati il 28 giugno 1914 dallo studente nazionalista bosniaco Gavrilo Princip contro l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia. Finisce così, in modo drammatico, quella che era stata definita la belle époque, piena di fiducia nel progresso della tecnica e della scienza e soprattutto nel futuro. Emergono, invece, tutte le contraddizioni di quello che oggi chiamiamo il ‘vecchio mondo’.

Negli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento milioni di italiani, a causa della crisi dell’agricoltura e del

progresso scientifico che rendeva superflua la manodopera, sono costretti ad emigrare verso le Americhe o altri Paesi europei in cerca di un lavoro.

Tra il 1900 e il 1914 il flusso migratorio umbro verso gli Stati Uniti fa registrare oltre trentamila espatri e anche in Valnerina, a partire dal 1900, tutti i comuni del territorio sono interessati dal fenomeno dell’emigrazione permanente per l’estero che, sommata alla secolare consuetudine dell’emigrazione nei periodi invernali verso il Lazio o la Toscana, assume tra il 1900 e il 1920 le dimensioni di un vero e proprio esodo e spinge a riflettere sull’inevitabile impoverimento socio-culturale che ha interessato e continua ad interessare, seppure in forme diverse, il territorio della Valnerina. Tra il 1900 e il 1920 sono complessivamente 8.673 le persone che lasciano, per emigrare, all’estero i comuni di Cerreto di Spoleto (420), Cascia (673), Norcia (3543), Monteleone di Spoleto (809), Preci (990), Poggiodomo (301), Sant’Anatolia di Narco (486), Scheggino (329), Sellano (884), Vallo di Nera (238). 1

In questo arco temporale il movimento dell’emigrazione per l’estero segna un andamento in cui si registra una punta massima nel 1913 a causa delle negative conseguenze economiche portate dalla ‘vittoriosa’ guerra coloniale in Libia (1911-1912). Una evidente battuta d’arresto invece, si registra tra il 1915 e il 1918, in coincidenza con il Primo conflitto mondiale che porta ad un fermo del lavoro nel mercato internazionale.

Preci e Norcia, agli inizi del Novecento, sono due tranquille cittadine montane rispettivamente di 3542 e 9584 abitanti che al pari degli altri comuni della Valnerina soffrono di un isolamento secolare dovuto all’ubicazione geografica nell’aspra dorsale appenninica e alla mancanza di rapide e comode vie di comunicazione anche se, poco prima dell’Unità d’Italia, 1 Tra parentesi tonde il numero degli emigranti nei rispettivi comuni. Chiaverini Rita, La Valnerina negli U.S.A., Cedrav, Norcia, 2007; Chiaverini Rita, Cordella Romano, La Provincia dell’Umbria nella relazione Benucci (1781-1783), Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Perugia, 2013.

nel 1855, tra Spoleto e Norcia, passando per Borgo Cerreto, è stata inaugurata la prima strada carrozzabile che era costata vent’anni di lavoro e 700 mila lire.2

Il servizio automobilistico a vapore che collega Spoleto con Norcia in quattro ore effettua una sosta a Triponzo, snodo verso l’alta valle del Nera e il territorio di Preci mentre per chi proviene in carrozza da Terni c’è la possibilità di salire sull’automobile postale a Borgo Cerreto.3

Tolta questa via di comunicazione più moderna tutto il resto della costellazione dei paesi e del territorio generalmente può essere raggiunto solo a piedi, a cavallo o a dorso di mulo.

Agli inizi del Novecento a Preci e a Norcia come nel resto della Valnerina poche sono le famiglie benestanti rispetto alla totalità della popolazione che fa davvero fatica a soddisfare i bisogni primari. Tuttavia, nonostante la fame e la povertà, si guarda al futuro con speranza e tante aspettative vengono riposte sulle innovazioni portate dal progresso tecnologico come la ferrovia, il telegrafo, l’illuminazione elettrica, l’acqua corrente in alcune case.

2 Chiaverini Rita, La viabilità in Valnerina dalla restaurazione all’attivazione del trasporto con vetture a vapore, in Strade di carta, di ferro, di terra – La ferrovia Spoleto-Norcia: viaggio tra documenti, immagini e oggetti, Grafiche Millefiorini, Norcia, 2006, p. 73. Nel 1842 i comuni di Preci e di Visso, nella consapevolezza che i loro territori sarebbero stati isolati dalla costruzione della nuova strada, avanzarono alla Segreteria di Stato per gli affari interni una memoria tendente alla deviazione dell’arteria provinciale verso l’antico percorso della Valle Castoriana. La loro richiesta non venne accolta e la strada ‘Bisellina’ assunse un ruolo prioritario mentre il tracciato della strada ‘Preciana’, che passava per la Vallle Castoriana, perse di importanza.

3 Paris Vincenzo, Guida di Norcia con incisioni e pianta della città, Premiata tipografia dell’Umbria, Spoleto, 1906, pp. 7-27.

E politicamente queste speranze, vengono incarnate dall’onorevole Carlo Schanzer - eletto più volte nel collegio Spoleto-Valnerina - che il 23 giugno 1916 a Milano sfida a duello, ferendolo al braccio, l’economista Maffeo Pantaleoni che gli aveva rinfacciato le sue origini austricanti4. Schanzer conosce bene la Valnerina che, in occasione delle elezioni politiche del 1913, ha girato in ogni angolo ottenendo ovunque larghissimo consenso. Di questa visita è rimasta una dettagliata relazione fatta da Paolo Ruggeri, segretario del ‘Comitato Romano’, che nei giorni della visita accompagna -come scrisse- il «valoroso deputato», il «benefattore della regione», colui che prese a cuore il problema delle comunicazioni non solo viarie ma anche telefoniche e telegrafiche del territorio.

A Norcia, ad esempio, l’accoglienza riservata a Schanzer il 21 settembre 1913 è trionfale nonostante una noiosa pioggerellina: sotto l’arco di Porta Romana una epigrafe in caratteri d’oro recita «Plauso ed onore a Carlo Schanzer che alla nostra montagna libera dischiuse la vita del mondo». È da lì che si forma un corteo che, preceduto dalla banda cittadina, sfila lungo corso Sertorio mentre dalle finestre «gremite di belle e gentili signore» vengono lanciati mazzolini di fiori che finiscono per tappezzare la strada mentre ogni negozio è ornato con fiori e festoni e sulla piazza principale sono presenti drappi con gli stemmi della città. Con Schanzer sfilano il sindaco Nunzio Massenzi, il consigliere provinciale Fusconi e l’intera giunta comunale. Segue un banchetto popolare all’interno del palazzo municipale, alla presenza delle autorità locali, dei vari presidenti delle associazioni cittadine, dei corrispondenti dei

4 Il termine dispregiativo ‘austricante’, in quegli anni, era assegnato ai sabotatori politici contro la guerra all’impero Austro-ungarico ma anche a chiunque provenisse dal territorio austriaco e/o vi risiedesse, ai pacifisti, ai cittadini italiani residenti in zona di guerra che non la condividevano. L’avvocato Carlo Schanzer (Vienna 1865 – Roma 1953), deputato al parlamento dal 1900 al 1919 con ruoli anche nel governo, è legato al territorio della Montagna in quanto eletto più volte nel collegio di Spoleto-Valnerina. Su Carlo Schanzer vd. anche Chiaverini Rita, Quel legame di Carlo Schanzer con la Montagna in Storie dalla Valnerina. Donne e Uomini del Novecento, cur. Renato Covino, Il Formichiere, 2018, pp. 303-313.

giornali La Tribuna, Il Giornale d’Italia, Il Messaggero, L’Alta Nera e il Vettore nonché i membri delle principali famiglie. È questa l’occasione per consegnare a Schanzer la pergamena del professor Novelli di Perugia con la dedica che riassume la motivazione del conferimento della cittadinanza onoraria: «Plauso di Comune – Ricorrenza di Popolo – Acclamarono –Cittadino Onorario di Norcia – Carlo Schanzer – Quando –Per virtù di fede e di costanza – Ausiliatrice la civiltà – Alle genti operose – Della inaccessa Montagna – Libera dischiuse – La vita del Mondo».5

Addirittura il maestro di musica Marsili scrive una composizione intitolata ‘Marcia a Schanzer’ che il concerto cittadino esegue marciando nelle vie principali della città.

Durante il sontuoso banchetto Schanzer comunica l’approvazione del progetto della ferrovia Spoleto-Norcia da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici e annuncia che di lì a poco «verranno fatte brillare le prime 20 mine che segneranno l’inizio dei lavori» di questa importante infrastruttura ferroviaria progettata dall’ingegnere svizzero Erwin Thomann su incarico della Società subalpina di imprese ferroviarie.6

La visita ad Ancarano invece si svolge il 24 settembre 1913, un mercoledì. Alle 10, Carlo Schanzer e tutto il Comitato raggiungono in auto la frazione nursina che viene definita nella relazione ‘patria del cavaliere del lavoro Ettore Castelli’. Per strada a far rallentare la corsa alle automobili ed ad indicare la non troppo solidità di due ponti, gli ancaranesi avevano posto due ampie bandiere rosse come segnale. All’arrivo, ad accogliere Schanzer, ci sono anche qui bandiere, festoni, fiori

5 Il consiglio comunale di Norcia, presieduto dal sindaco Nunzio Massenzi, il 18 settembre 1912 conferisce a Carlo Schanzer la cittadinanza onoraria riconoscendone l’impegno per la costruzione della ferrovia Spoleto-Norcia «da tanti e tanti anni sogno irrealizzabile delle popolazioni della Montagna». ASCN, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio, Registro n. 33, delibera n. 227 del 18 settembre 1912, cc. 14-17.

6 Il conflitto mondiale causa una battuta di arresto nella realizzazione della ferrovia Spoleto-Norcia per la mancanza di mano d’opera e di materiali. I lavori riprenderanno nel 1920 e si concluderanno nel 1926. Rita Chiaverini, Quel legame di Carlo Schanzer con la Montagna in Storie dalla Valnerina. Donne e Uomini del Novecento, cur. Renato Covino, Il Formichiere, 2018, pp. 309-310.

e le note della marcia reale suonata dalla banda di Visso. Il cav. Castelli, in occasione della visita del deputato, si era impegnato per far sì che in due o tre giorni la ‘bruna strada mulattiera’ diventasse una carrozzabile, tanto che le automobili riuscirono a raggiungere la sua casa seguiti dalle bandiere, dei reduci, dai bambini e dalle bambine delle scuole. A tutti venne offerto un sontuoso rinfresco. Oltre a ciò le maestre Annita Pellegrini Lanzi, Adelina Fiscaletti in Capparelli ed Ersilia

Massaroni avevano istruito un coro di 18 fanciulle e fanciulli che cantarono un inno in onore dell’onorevole Schanzer.

Tra gli archi di trionfo, tra gli evviva della popolazione festante, tra il profumo dei fiori che erano stati messi per impreziosire il luogo, Schanzer tenne il suo discorso sottolineando di non aver perso un solo giorno per risolvere il problema vitale del territorio: quello delle comunicazioni. Rassicurò tutti sul fatto che il progetto della ferrovia Spoleto Norcia era ormai una realtà raccontando che il 18 settembre, quando raggiunse

Spoleto, il suo arrivo venne salutato da un forte fragore. Erano le prime mine che si accendevano per iniziare i lavori della ferrovia.

Seguì l’intervento del sig. Carosi in rappresentanza delle Comunanze Agrarie di Ancarano e Campi che espresse con parole semplici e sentite la gratitudine e la riconoscenza di tutta la popolazione per quanto aveva fatto a vantaggio di un territorio isolato e dimenticato da tutti. Concluse l’intervento con queste parole:

“Gradisca Onorevole, questa semplice ma schietta e leale manifestazione d’affetto, sincera espressione di animi grati e riconoscenti, e voi bravi ed operosi abitanti di Ancarano e Campi cui, per l’opera dell’Illustre Parlamentare, si è aperta un’era nuova di civiltà e progresso unitevi a me, ed alto levando la voce gridammo: Evviva l’on. Carlo Schanzer, nostro deputato presente e futuro”.

Il padrone di casa, cav. Ettore Castelli, intervenne per mani-

festare il suo sostegno a Schanzer durante il pranzo, precisamente ‘all’arrosto sontuosamente servito nella bella sala della casa: fu molto ammirato tutto il servizio di mensa, veramente eccezionale e le vivande della lista ricca ed aristocratica furono trovate superlativamente eccellenti’. Seguì la replica del deputato che, seppure piena di retorica, vale la pena di trascrivere integralmente:

“Signori ed amici, debbo esternare tutta la mia gratitudine e sono veramente commosso dalle tante cortesie ricevute dalla buona popolazione di Ancarano, dai membri del Comitato Romano, che con sacrificio dei loro interessi mi hanno voluto accompagnare in questo giro della Montagna: e sono commosso specie per l’opera svolta dal Cav. Castelli e dal Cav. Marziani. Il Cav. Ettore Castelli mi ha accolto in casa sua e mi ha fatto conoscere questa regione; egli è un gentiluomo ed un uomo di cuore. La popolazione amena ove son poste queste frazioni, in questa valle ubertosa, ne fanno un luogo privilegiato. Aria eccellente, balsamica, splendidi panorami, una via carrozzabile rendono più amena questa contrada, ma oltre a ciò, voi volete delle scuole, volete delle linee automobilistiche, volete del progresso. Questo sarà il programma avvenire! È vero che molti da questo bel lembo della Montagna emigrano, ma sono appunto i sudati risparmi di tante energie, che hanno reso possibili molte importanti imprese.

(...)

Io sono il rappresentante di un collegio dove il lavoro è religione, è una documentazione vivente di ciò che possa l’intelligenza unita al lavoro: e voi, Cav. Ettore Castelli siete il frutto, il risultato di una vita. feconda spesa nobilmente nel lavoro e per il lavoro. Il mio programma è signori, quello del partito democratico costituzionale che rivolge l’animo e la mente alla risoluzione dei problemi che riguardano le classi lavoratrici più bisognose.

Ringrazio il Cav. Marini del gentile telegramma, che ha voluto spedire alla mia Signora, saluto il Cav. Fusconi, il Sindaco Massenzi, saluto i rappresentanti delle Comunanze Agrarie, saluto la famiglia Castelli”.

Il discorso di Schanzer viene definito splendido ed è accompagnato da ‘vivissimi applausi’. Seguirono gli interventi di Enrico Freschi e del cav. Giovanni Castelli da poco nominato cavaliere della corona d’Italia. Dopo i discorsi, tutti uscirono all’aperto al grido di W Ancarano, W l’onorevole Schanzer che, applaudito da tutta la popolazione e, al suono della marcia reale, si congedò dai presenti e si recò a Cerreto di Spoleto. Qualche giorno dopo, a Preci l’arrivo di Carlo Schanzer è annunciato alla popolazione con l’affissione del seguente manifesto:

«Il giorno 26 corrente venerdì, alle ore 10 e mezzo, verrà in Preci il nostro deputato al Parlamento onorevole Schanzer: lasciate per poche ore i vostri campi, ed accorrete numerosi a rendergli onore. Trovi l’Illustre Uomo, prima ancora che nel prossimo consenso dei voti, nell’accoglienza lieta e rispettosa; nel sentimento della nostra gratitudine e della inalterabile sua opera illuminata ed indefessa a pro della Grande Patria, a beneficio del Collegio. Evviva Schanzer».

Quel giorno l’onorevole Schanzer viene – anche in questo caso - ‘festosamente’ ricevuto nella sala consiliare dal sindaco, il cav. Alessandro Guerrini e dall’amministrazione comunale che, insieme ai cittadini ascoltano «un breve ma forbito discorso dell’illustre parlamentare in cui riassunse l’opera sua feconda a tutti nota, ed ebbe parole per quella che si ripromette di esplicare specie per quanto riguarda il problema delle rapide comunicazioni per questi paesi, ove, per ora per ragioni topografiche, con la ferrovia già approvata Spoleto-Norcia, non giungerà, il fischio della vaporiera».

Nel resoconto della giornata si fa riferimento ai prolungati applausi che salutarono le parole di Schanzer che, subito

dopo, raggiunse il palazzo della signora Vincenza Sbrinchetti che «con squisita cortesia mise a completa disposizione del Comitato, in una sala addobbata con fine eleganza, fragrante di fiori e rilucente di argenterie e cristalli, un banchetto, nel quale fu ammirata la ricercatezza e la signorilità in ogni più piccolo particolare. E non poteva esser diversamente – commenta l’estensore dell’articolo - dato che per la riuscita di esso cooperarono la padrona di casa, le signorine Matilde ed Ada Argentieri e più specialmente i signori Luciani Giuseppe, Femi Ten. Aurelio, Rotelli Antonio e dottor Barboni».7 Nonostante gli innumerevoli disagi, Schanzer non esita a raggiungere a cavallo anche le piccole frazioni montane, estremo limite del collegio elettorale, pur di incontrare personalmente i suoi elettori. Ad esempio, l’arrivo di Schanzer a Todiano ed Abeto, è memorabile: con trentacinque cavalcature percorre la strada mulattiera che da Preci conduce nelle due frazioni senza alcun incidente benché la strada non fosse tra quelle più «belle e sicure».

A Todiano l’onorevole Schanzer viene ricevuto da una «una festosissima accoglienza» con un ricco buffet e il discorso della personalità più importante, in questo caso il reverendo Oreste Dominici che, affacciatosi dalla loggia di una casa della piazza principale della frazione, con voce alta, disse: «Nella mia qualità di parroco rivolgo saluto all’on. Schanzer ed a tutti i componenti del Comitato Romano. Questa visita ci fa sentire lo stimolo di tutta la nostra riconoscenza per quanto il valoroso deputato ha fatto per queste dimenticate frazioni.

A migliorare infatti le condizioni della nostra montagna egli promise la costruzione della strada ferrata, e fra breve anche noi sentiremo i vantaggi dell’opera, che ci era sempre parsa un sogno. Mediante una strada Todiano e Abeto- Norcia, il cui progetto è definitivo saremo avvicinati a Norcia, al centro del capoluogo della Montagna e con ciò non vogliamo certo allontanarci dal Nostro Comune Preci, a cui tanti vincoli di affetto

7 Su Ada Argentieri vd. Giampiero Ceccarelli, Ada Argentieri in Storie dalla Valnerina. Donne e Uomini del Novecento, cur. Renato Covino, Il Formichiere, 2018, pp. 55-65.

e di interesse ci legano. Quest’oggi, o cittadini, riaffermiamo la nostra fiducia all’illustre deputato ed erompa dal nostro cuore il grido di Evviva l’on. Schanzer!».

Da Todiano, poi, in poco più di quindici minuti, si raggiunse Abeto, definito «il fiore delle frazioni per la bellezza della toscana borgata, dell’ospitalità dei suoi abitanti, dell’accordo, che regna tra loro». In questo l’onorevole Schanzer viene accolto dal dott. Cesqui che tiene un ricevimento nella sua casa che colpisce gli ospiti per «la bella e artistica sala, decorata finemente tutta armonica, dalle pitture alle splendide porte di noce, dalle tappezzerie ai mobili, dalle cristallerie alle posate e via dicendo».8

Viene visitata anche la chiesa «ove si ammirano splendidi calici, un velo omerale del 1713 e tante e tante altre cose di valore».9

Il banchetto, con quasi tutti gli abitanti di Abeto, si svolge però nella sede della comunanza Agraria, prospiciente sulla piazza del paese alla presenza del sindaco di Norcia Massenzi, del sindaco di Preci Guerrini, del tenente Femi, di Marco Battaglia, dei fratelli Procacci, dei fratelli Cesqui e dei signori Martorelli, Monozzi e Giovan Battista Falconi.

È il dott. Cesqui a salutare il deputato che non nasconde l’emozione per aver trovato, al suo arrivo «strade infiorate e il suono delle campane». Le considera una prova di stima per l’impegno profuso per risolvere il problema delle vie di comunicazione nel territorio: «Il problema delle comunicazioni - afferma - è ormai risolto: la pista automobilistica Borgo Preci Ancarano vi porrà in contatto con la ferrovia, la strada carrozzabile risolverà per voi il problema della viabilità». La visita nel territorio del comune di Preci finisce qui perché

8 Le pitture che ornavano la sala dell’abitazione del dott. Cesqui raffiguravano due delle repubbliche marinare: a sinistra la veduta di Genova e a destra quella di Venezia.

9 La chiesa di Abeto è stata danneggiata e resa inagibile dagli eventi sismici del 2016. La messa in sicurezza dell’edificio da parte dei Vigili del fuoco è documentato nel volume Preci oltre il sisma – Conferimento della cittadianza onoraria al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, cur. Rita Chiaverini, Centro Stampa Assemblea Legislativa Umbria, 2017, pp. 144-177.

a causa del maltempo non è possibile raggiungere l’abbazia di S. Eutizio e il parroco, don Ernesto Benedetti che, per buona parte del Novecento, sarà il custode dell’abbazia distrutta dal sisma del 2016.

Sono gli ultimi momenti festosi. Sta per scoppiare la Grande Guerra e la cronaca della visita di Schanzer nel collegio Spoleto-Valnerina è il resoconto di un piccolo mondo antico che sta per essere spazzato via.

Arriva la guerra

Mentre al fronte si combatte la prima battaglia dell’Isonzo, a Preci, il 27 giugno 1915, il consiglio comunale si riunisce per costituire un comitato locale di mobilitazione invitando a farvi parte tutti i consiglieri, i maestri e parroci. Viene anche deliberato per questo scopo un contributo di 250 lire dal quale vengono subito prelevate 20 lire a favore della Croce Rossa per istituire a Spoleto un ospedale per i feriti di guerra; 24 lire per il comitato costituitosi per fornire ai soldati il volume ‘Avanti Savoia’ e 50 lire per il comitato nazionale che intende inviare ai soldati al fronte sigari e tabacco.10 È questo il primo atto del consiglio comunale di Preci in cui si parla della guerra. La compagine amministrativa che si trova a fronteggiarla si è insediata circa un anno prima, il 16 agosto 1914, lo stesso giorno in cui la prima nave da guerra austriaca viene affondata dagli anglo-francesi lungo le coste montenegrine. Fanno parte del consiglio comunale, presieduto dal sindaco cav. Alessandro Guerrini, Angelantonio Amici, Ermelindo Angelucci, Sante Angelucci, Ettore Arcangeli, Adolfo Belli, Ezio Cesqui, Secondo Cocciarelli, Daniele Ferri, Flammini Flamminio, Giuseppe Gentili, Emanuele Maggiori, Pio Martorelli, Isidoro Massi, Giuseppe Moriconi, Bernardino Petroni, Carmelo Procacci, Pietro Punturi, Gerolamo Salimbeni e don Luigi Santi.11

10 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, p. 205.

11 Dopo l’insediamento del consiglio vennero verificate «le condizioni degli eletti a consiglieri comunali in riguardo alla prova di saper leggere e scrivere» sulla base della circolare prefet-

In quella prima seduta consiliare, presieduta da Ermelindo Angelucci, non è possibile nominare il sindaco a causa della mancanza del numero legale ma si procede, con votazione segreta, alla nomina della giunta municipale formata da quattro assessori effettivi (Emanuele Maggiori, Pietro Punturi, Pio Martorelli, Secondo Cocciarelli) e due supplenti (Isidoro Massi e Carmelo Procacci). Per la nomina del sindaco, dopo la convocazione del 30 agosto 1914 andata deserta per mancanza del numero legale, occorre attendere il 6 settembre 1914 quando il consiglio, presieduto dall’assessore effettivo

Emanuele Maggiori, procede alle votazioni che sanciscono la riconferma del sindaco cav. Alessandro Guerrini con dieci voti rispetto agli otto di Ermelindo Angelucci. A Norcia, invece, nel 1916 il consiglio comunale, retto dal cav. Vincenzo Paris, è così formato: Cesare De Angelis, Giovanni Pacifici, avv. Vittorio Argentieri residente a Roma, Filippo Allegrini, Eugenio Coccia, Oddone Cammeresi (assessore effettivo), Nunzio Vergari, Girolamo Perla (assessore supplente), Pietro Petrini di Biselli (assessore supplente), Lorenzo Massenzi di Serravalle (assessore effettivo), Pietro Micocci, dr. Paolo Ruggieri di Agriano ma residente a Roma, Stefano Onori di San Pellegrino, Domenico Amici di Valcaldara, Pietro Cipriani di Pescia. Sono consiglieri ma sotto le armi Di Filippo Filippo che è anche assessore effettivo; Ufente Vannicelli e Oreste Antonelli di Ancarano. C’è anche un consigliere dimissionario: Marcello Spanicciati. Non è semplice garantire il numero legale del consiglio per via di coloro che sono sotto le armi, i residenti fuori dal territorio comunale e il consigliere dimissionario: ad esempio, per la seduta del 29 e 30 aprile 1916, il consigliere comunale Vittorio Argentieri comunica al sindaco di non poter essere tizia n. 1999/1914 che richiedeva prove di «alfabetismo degli eletti». La prova non venne richiesta a chi in passato aveva ricoperto incarichi amministrativi e a Isidoro Massi e don Luigi Santi in quanto questi ultimi «figurando nelle citate liste le rispettive professioni di perito agrimensore e di ministro di culto» si dava per scontato che sapessero leggere e scrivere. ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, inserto tra le cc. 158-159.

presente perché è indetta contemporaneamente a Roma «l’assemblea generale del comitato romano per le famiglie dei richiamati che fu già una volta prorogata e non potrebbe nuovamente prorogarsi, urgendo assolutamente deliberare in ordine ai sussidi da raccogliere qui pel nostro comune e per quello di Preci». Anche il consigliere comunale Paolo Ruggeri comunica la sua assenza, insieme a quella di Domenico De Angelis, perché «trattenuti a Roma per la commissione di provvidenze cittadine».12

Ed è proprio alla giunta Paris che sorge un dubbio che rischia di colpire di nullità la seduta consiliare del 22 e 23 dicembre 1916: devono essere chiamati a partecipare anche i consiglieri comunali richiamati sotto le armi che si trovano però in licenza invernale? Possono prendere parte al consiglio e deliberare «e debbono quindi essere regolarmente invitati alla pari degli altri consiglieri?».

Il problema non è secondario perché da un lato ci sono coloro che sostengono «che la sospensione del diritto elettorale per i militari sotto le armi porti per conseguenza la sospensione di ogni ulteriore diritto e quindi anche dell’esercizio del consiglierato, e che il fatto della licenza non faccia essere quello della qualifica militare e che malgrado la carica del consigliere sia avvenuta prima della richiamata sotto le armi, debba parimenti intendersi sospeso ogni diritto del consigliere stesso in seguito al principio delle sospensioni del diritto elettorale per i militari tutti». Dall’altra parte, invece, ci sono coloro che sollevavano il dubbio «che la sospensione si debba applicare soltanto al diritto di voto nelle elezioni».13

La quotidianità degli abitanti dell’alta Valnerina oltre che dalla guerra viene turbata il 4 luglio 1916 da una forte scossa di terremoto che non produce alcun danno ma solo paura nella popolazione che si riversa nelle strade. Anche nei giorni successivi proseguono le scosse di assestamento che

12 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, b. 424, cat. I, cl. 3, fasc.1.

13 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, b. 424, cat. I, cl. 3, fasc.2.

continuano a creare apprensione anche perché è ancora vivo il ricordo degli effetti devastanti del sisma che il 13 gennaio 1915 aveva colpito la Marsica, causando oltre 32 mila morti, distruggendo decine di paesi e facendo danni rilevanti ad un numero elevatissimo di centri abitati.14

Il consiglio comunale di Preci, in quella occasione, convocato ad hoc dal sindaco cav. Alessandro Guerrini, delibera –su invito della Prefettura– di costituire un comitato locale al fine di raccogliere fondi tra i cittadini. Entrarono a far parte del comitato i consiglieri comunali, il medico chirurgo dott. Selvi, il segretario comunale dott. Barboni, gli insegnanti, il maresciallo dei Reali Carabinieri e tutti i cittadini che lo chiesero. Contemporaneamente, però, venne costituito anche un altro comitato formato dalle «signore dei consiglieri ed impiegati». Il consiglio di Preci decide anche di inviare una circolare a tutti i presidenti degli enti morali ed opere pie per indurli a deliberare un proprio contributo. Da parte sua, il consiglio comunale di Preci, deliberò un contributo di 100 lire.15

Anche il comune di Cerreto di Spoleto non rimane indifferente alla tragedia della Marsica e il consiglio comunale, presieduto dal sindaco Giovan Battista Argentieri, su proposta del consigliere Mariano Paoluzzi, il 22 gennaio 1915, delibera un sussidio di 200 lire «per concorrere a lenire le sofferenze dei colpiti dal terremoto».16

Da quanto si evince dalle delibere comunali il devastante terremoto della Marsica suscitò un interesse molto vasto, trasformandosi in un avvenimento di rilievo nazionale al punto che nelle vicende del post-terremoto furono coinvolti personaggi come Nazario Sauro, giunto con altri irridentisti in soccorso delle popolazioni colpite, Benedetto Croce, Gabriele

14 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, b. 432, cat. XV, cl. 3, fasc. 1.

15 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del consiglio comunale, reg. n. 6, delibera 11 aprile 1915.

16 ASCCeSp, Postunitario, Atti del Consiglio Comunale, delibera n. 2 del 22 gennaio 1915.

D’Annunzio, don Luigi Orione, la cui figura straordinaria viene ricordata con alcuni episodi narrati da Ignazio Silone. Anche dalla Valnerina, accanto alle donazioni di denaro e di beni di prima necessità, giunsero uomini per prestare gli aiuti necessari ai superstiti: tra questi si distinse ad Avezzano il carabiniere Biagio Fabrizi di Cascia che ricevette la medaglia d’argento.17

Polizza a favore del militare combattente Gentili Lamberto di Norcia (Collezione privata).

17 Capoccetti Giuseppe, L’Irto sentiero ovvero le mie memorie, cur. Rita Chiaverini, Egildo Spada, Fuorilinea, Monterotondo (Roma), 2014, p.86.

Il tormento della fame

Norcia e Preci, negli anni che precedono la Grande Guerra, sono tormentate non solo dall’emigrazione transoceanica e stagionale, dall’isolamento ma anche da una continua sofferenza per «lo stato delle campagne» soggette, nel periodo invernale a «freddo intenso e forti gelate» con conseguenze nefaste ed inevitabili sia nel settore agricolo che nell’indotto.

Tutto questo causa il «rincaro dei viveri» che, in taluni casi, rischia di sfociare in sommossa popolare, ancora prima dell’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale.

Nel 1910, ad esempio, il sindaco di Norcia Vincenzo Paris, non sapendo come far fronte a questa emergenza, non esita a rivolgersi al ministro delle poste e dei telegrafi, l’onorevole Carlo Shanzer, chiedendo un suo personale interessamento per ottenere dal panificio militare di Foligno 200 quintali di grano, ovviamente dietro pagamento.

Schanzer non si sottrae a questa incombenza: qualche giorno dopo risponderà al sindaco nursino trasmettendogli la lettera che aveva ricevuto dal ministro della guerra dell’epoca.

Nella lettera vengono spiegate le ragioni del diniego: «L’amministrazione militare non può accogliere la domanda del sindaco di Norcia, sia perché ha in massima stabilito di non fare più alcuna cessione di grano ai comuni, essendo cotesto un servizio affatto estraneo alle sue attribuzioni, sia perché il panificio militare di Foligno non è provvisto neppure di tutta la quantità di grano indispensabile ai suoi bisogni».18

La situazione, con il passare degli anni, non solo permane ma anzi peggiora al punto che il 29 ottobre del 1914, la giunta comunale di Norcia, presieduta sempre dal sindaco Paris, e formata dagli assessori Filippo Allegrini e Oddone Cammeresi, decide di provvedere alla vendita diretta del grano «al fine di evitare l’artificioso ed ingiustificato rialzo del prezzo sul mercato locale».19

18 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1910, b. 369, cat. XI, cl. 3, fasc. 2.

19 Il nuovo consiglio comunale, dopo la gestione commissariale, si insedia il 18 ottobre 1914

Per contrastare l’emergenza della fame nel territorio, l’amministrazione comunale di Norcia, stante la disastrosa situazione finanziaria del comune e l’elevato prezzo raggiunto da questo cereale, decide di prendere in prestito dal monte frumentario, amministrato dalla Congregazione di carità, «cento quarti, pari ad ettolitri 40, da rivendere al pubblico al prezzo di lire 9,35 il quarto e di depositare il ricavato presso il libretto della Cassa postale di Risparmio». L’intento è quello di restituire i cento quarti di grano al monte frumentario non appena fosse stato possibile l’acquisto diretto del grano a prezzo stabilito: si attendevano, infatti, imminenti provvedimenti del governo per calmierare il prezzo del grano ed evitare speculazioni. La delibera viene adottata in via di urgenza stante l’impossibilità di convocare il consiglio comunale e, soprattutto, per evitare «l’ingorda speculazione ed il conseguente pericolo di disordini».20

La situazione non è migliore a Preci dove l’assessore Secondo Cocciarelli, il 20 dicembre 1914, invita il consiglio comunale a deliberare «sull’urgente necessità di provvedere per quest’anno oltremodo critico il grano per queste popolazioni» e per ben riuscire nell’intento consiglia di scrivere ai proprietari «di non esportare i propri prodotti, di invitare la Congregazione di Carità a presentare la situazione finanziaria dei monti frumentari e di chiedere agli altri pubblici Enti, Società Operaia e Comunanza il proprio contributo e collaborazione». Dal momento che nel consiglio sedevano i maggiori proprietari del comune «questi promettono di tenere il grano a disposizione del Comune». Inoltre, appreso che Paolo Quintili di Montebufo, ha a disposizione una certa quantità di grano, viene dato incarico al sindaco di scrivergli «pregandolo di senza l’appoggio dei socialisti e, a maggioranza, elegge come sindaco Vincenzo Paris (13 voti su 19) mentre la giunta risulta formata dagli assessori effettivi Lorenzo Massenzi, Filippo Allegrini, Pietro Micocci, Oddone Cammeresi e dagli assessori supplenti Pietro Petrini e Girolamo Perla. ASCN, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1912-1915, reg. 33, c. 25.

20 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, 1917, n. 125; Carteggio amministrativo, 1917, b. 439, cat. XI, cl. 3, fasc. 8.

uniformarsi a quanto gli altri proprietari han fatto, di non vendere cioè il proprio grano fuori Comune». Sull’argomento il consiglio di Preci torna a discutere il 25 aprile 1915 quando la situazione è precipitata e la produzione locale di grano non è più sufficiente a sfamare la popolazione. Il consiglio, all’unanimità, autorizza il sindaco «a provvedere il grano che dovrà servire per la popolazione dal Consorzio granario o da proprietari. Le somme necessarie da anticipare sul bisogno si preleveranno dal fondo imprevisti».21

Durante la guerra la mancanza di grano, e quindi di cibo, si acuisce creando anche problemi di ordine pubblico a causa del malcontento che serpeggia tra la popolazione. Ne abbiamo una testimonianza a Norcia, dove il 19 gennaio 1917 l’incaricato della distribuzione dei biglietti – ossia delle tessere per l’acquisto di grano a prezzi calmierati – è costretto a sospendere la vendita perché, sebbene protetto da due carabinieri e dall’unica guardia municipale rimasta, si ritrova al centro di un violento assembramento poiché «le donne specialmente, per ottenere prime il biglietto, fecero un gran fracasso». In seguito a questo fatto, al sindaco Vincenzo Paris non rimane altro che far prendere nota di tutti coloro che erano rimasti privi di biglietti a causa dell’interruzione imprevista. Con il passare dei giorni, però, le cose peggiorano e, il 21 gennaio – come racconta al prefetto di Perugia lo stesso sindaco Paris – «fu invaso il Comune da oltre 200 persone che fecero un fracasso indiavolato» e per farlo cessare fu necessario non solo promettere che avrebbe fatto distribuire nel pomeriggio il grano rimasto ma anche richiedere la presenza di due carabinieri e del loro comandante. Purtroppo, nella distribuzione del grano ci si rese conto che non sarebbe bastato per tutte le famiglie richiedenti, quindi, fu presa nota di tutti coloro che erano rimasti sprovvisti e, il sindaco, preoccupato della brutta piega creatasi con questi ultimi, prese l’impegno di distribuire presto altro grano. Facile a dirsi, più difficile a

21 ASCN, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, cc. 187, 201.

farsi, perché dai successivi contatti avuti con il prefetto di Perugia, il sindaco di Norcia, apprese che ci sarebbero voluti almeno 15 giorni per averlo a disposizione e poterlo distribuire alla cittadinanza.

Appresa questa allarmante notizia, il sindaco Paris, volle ricordare al prefetto «l’antico assioma che con la fame non si ragiona» declinando ogni responsabilità sulle conseguenze che sarebbero potute avvenire ricordando anche il triste fatto avvenuto trentotto anni prima, nel 1879, «quando la truppa fece fuoco sul popolo manifestante e affamato, che voleva impedire la partenza di un carro di grano da Norcia» per altri lidi.22

Continue sono le sollecitazioni che il sindaco Paris rivolge al Prefetto per far rispettare i tempi di consegna. In una nota del 16 gennaio 1917, ad esempio, spiega che il ritardo di 40 giorni nella consegna «mi procurò continui fastidi da parte della popolazione che necessitava di grano, ma mi procurò anche da parte di alcuni consiglieri una protesta con la quale mi accusarono di aver spiegata poca energia verso le autorità mentre non mancai di tempestare specialmente la commissione di requisizione ed il Consorzio Agrario di lettere, telegrammi, nei quali declinavo per tale situazione ad entrambi gli enti, ogni mia responsabilità, per i torbidi che ne sarebbero potuti nascere, torbidi non verificatisi per continue promesse di arrivo del grano da un giorno all’altro».

Rimanendo invariate le difficoltà di approvvigionamento del grano e, di fronte al rischio di seri problemi di sommosse della popolazione, il 14 febbraio 1917, il sindaco Paris invia un telegramma anche al ministero dell’Interno denunciando la gravità della situazione e anche il fatto che i proprietari del grano requisito lamentavano di non essere stati ancora pagati e, per sostenere la causa, telegrafa anche all’on. Carlo Schanzer «pregandolo di far pratiche acciò si fosse spedito il grano in parola». Ma a nulla valsero queste ‘premure’ perché

22 ASCN, Postuniatario, Carteggio amministrativo, 1917, b. 439, cat. XI, cl. 3, fasc. 4.

i 125 quintali di grano richiesti e pagati in anticipo arrivano a destinazione soltanto il 5 marzo del 1917, quando ormai la crisi politico-istituzionale a Norcia è cominciata con le dimissioni in blocco degli assessori Filippo Allegrini, Lorenzo Massenzi, Oddone Cammeresi, Girolamo Perla e Pietro Petrini «per il modo di agire del sindaco Vincenzo Paris verso la giunta municipale e verso il pubblico e per aver egli voluto accentrare su di se tutte le mansioni disponendo e facendo tutto a suo piacimento senza voler assoggettarsi il più delle volte alle opinioni, ai suggerimenti degli altri, pure chiamati a reggere le sorti del comune, ne provenne malcontento indescrivibile dell’intera popolazione, vedendosi questa rovinata completamente nel commercio e resa perfino priva dello stretto necessario per la vita, unanimi decisero di non aver più oltre avere sì grave responsabilità di fronte alla cittadinanza». Il sindaco Vincenzo Paris, nel consiglio comunale del 5 marzo 1917, difende strenuamente la sua posizione ma si dichiara pronto a dimettersi «anche in questi tristi momenti costrettovi dalle ingiuste motivazioni» tant’è che nel consiglio comunale del 23 marzo, la discussione in merito alle dimissioni del sindaco, permette di trovare una soluzione per evitare – in un momento così difficile per la città e per il Paese – il commissariamento del comune e nuove elezioni: in pratica il consiglio comunale delibera di eleggere un sindaco facente funzioni nella persona di Filippo Allegrini.23 E che il problema della penuria del grano fosse in quei giorni grave, se non drammatico, lo prova anche la circolare emanata il 21 settembre 1917 dal Prefetto dell’Umbria Gallotti tesa a smentire:

«LE FALSE VOCI che, specie nelle campagne, qualcheduno ha cercato diffondere per allarmare per la mancanza di generi di prima necessità. OGNUNO INVECE PUÓ ESSERE SICURO DI AVERE LA SUA PARTE PIÙ CHE SUFFICIENTE, E NULLA AVRÁ DA TEMERE.

23 ASCN, Postunitario, Carteggio Amministrativo, 1917, b. 433, cat. 1, cl. 3, fac. 2.

È però assolutamente necessario che ciascuno si astenga da tentativi di accaparramento di una parte più grande di quella assegnatagli, poiché, così facendo, priverebbe del necessario un suo concittadino. Da qui l’obbligo del razionamento, misura questa intesa non già a limitare la quota alla quale ciascuno ha diritto, ma soltanto ad assicurare ad ogni cittadino la parte che gli spetta, impedendo che qualcheduno accaparri di più a scapito degli altri.(…)

In sostanza si chiede di non fare sperperi e di rinunziare solamente al superfluo, ciò che è nulla di fronte ai disagi che i nostri figli e fratelli sopportano al fronte, e che permetteranno alla Nazione di cogliere i frutti di tanti sacrifici».24

Oltre al grano, dal primo gennaio 1917, in seguito ad un decreto del ministero di Agricoltura, viene ordinata anche «la denuncia delle patate da parte di chiunque, a qualsiasi titolo pena la reclusione fino ad un anno e con la multa fino a lire cinquemila». E presso le segreterie dei comuni è possibile ritirare un modello delle denunce che, in ogni caso, potevano essere fatte anche verbalmente e poi redatte per iscritto dal segretario comunale o da altro impiegato a ciò delegato.25

Il 15 novembre 1917 accade che il Presidente del consorzio per l’approvvigionamento e distribuzione dei cereali nell’Umbria scrive all’avvocato Vittorio Argentieri26 la seguente lettera:

«Ella ha perfettamente ragione di lagnarsi in merito a quanto è avvenuto per le patate spedite al Comune di

24 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, b. 439, cat. XI, cl. 3, fasc. 2.

25 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, b. 439, cat. XI, cl. 3, fasc. 2.

26 L’avvocato Vittorio Argentieri, «persona benemerita per propaganda patriottica», era nato a Norcia il 19 febbraio 1861 dal notaio Giuseppe (1810-1895) – sindaco di Norcia dal 1873 al 1878 – e da Francesca Onori (1823-1895). Ricoprì la carica di consigliere provinciale dell’Umbria dal 1914 al 1921 e di consigliere e assessore del comune di Norcia. Morì a Roma il 26 aprile 1939.

Norcia. Non fu però nostra colpa se il Comune di Spoleto, che pure attendeva altro invio, le ritenne per se. A rimediare l’inconveniente, ho fatto spedire un altro vagone di quintali 116 telegrafando contemporaneamente al Sindaco di Norcia, il quale farà certamente quanto occorre onde questa volta giunga al suo effettivo destino».27

In altre parole ogni comune pensava per sé cercando di soddisfare le necessità della popolazione anche a scapito di altri comuni e la situazione, nonostante i proclami e le rassicurazioni della Prefettura, rimane drammatica dappertutto e quindi anche a Cerreto di Spoleto dove, nel dicembre del 1917, l’amministrazione comunale, per venire incontro alle esigenze della popolazione, è costretta a contrarre un mutuo di diecimila lire con la Banca Popolare Cooperativa di Spoleto per far fronte all’acquisto dei generi di prima necessità e, successivamente, anche sulla base delle disposizioni prefettizie, è costretta a ridurre il numero delle fiere e dei mercati lasciando solo le fiere del 2 e 22 gennaio oltre a quella del 6 dicembre28.

Il problema dei trasporti e del servizio postale

Nel novembre del 1916 l’amministrazione comunale di Norcia, guidata ancora dal sindaco Vincenzo Paris, per venire incontro alle esigenze dei tanti soldati originari della Valnerina

27 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, b. 439, cat. XI, cl. 3, fasc. 4. 28 Vengono soppresse le fiere del 9 e 29 gennaio oltre a quella del 12 dicembre. ASCCeSp, Postunitario, Atti della giunta comunale, reg. 3, delibera 24 giugno 1918. La situazione non migliora l’anno successivo, quando la giunta municipale fissa il prezzo del pane a 0,65 lire al chilo; della pasta ad 1,05 lire al chilo; della crusca e cruschetti a 0,45 lire al chilo; della farina di panificazione all’85% di resa a 0,62 lire al chilo. Il Consorzio provinciale di approvvigionamento cede ai Comuni il grano a lire 52,20 al quintale. La farina per la panificazione viene poi venduta direttamente dal Comune alla popolazione. Per Cerreto però, come per altri comuni posti lontano dalle vie di comunicazione e dalle stazioni ferroviarie, devono essere tenute presenti anche le spese di trasporto, di molitura, di magazzino che vengono quantificate in lire 8,80 al quintale. Per la pasta alimentare, considerato il calo peso, il trasporto e la confezione si perdevano circa 24 lire al quintale al quale doveva essere aggiunto l’utile a beneficio dei rivenditori. ASCCeSp, Postunitario, Atti della giunta comunale, reg. 3, delibera 27 dicembre 1917; reg. 2, delibera 13 settembre 1918; reg. 3, delibera 27 dicembre 1917.

che ottenevano la licenza per recarsi presso le loro famiglie, si attiva con l’impresa trasporti per la Montagna di Spoleto al fine di mantenere due corse giornaliere anche nei mesi invernali.29 L’impresa trasporti, tuttavia, per l’incremento del servizio chiede un contributo aggiuntivo di duemila lire per pagare il personale «ridotto allo strettissimo necessario» e far fronte «ai prezzi della benzina triplicati e al prezzo dell’olio e della gomma aumentati» visto che il sussidio governativo veniva concesso solo per le corse regolamentari.30

Per aggirare l’ostacolo, il 22 dicembre 1916, il consiglio comunale di Norcia, all’unanimità, delibera di fare eseguire per l’intero anno 1917 la seconda corsa automobilistica da Spoleto a Norcia con sosta a Borgo Cerreto e negli altri comuni della Valnerina ubicati lungo il percorso «per richiesta insistente della popolazione onde far portare la posta anche alla sera e favorire i non pochi viaggiatori che qui si recano e specialmente i molti militari che qui vengono in licenza e ritornano ai loro corpi». Questa delibera viene subito inviata al ministero dei lavori pubblici e caldeggiata apertamente dal deputato Carlo Schanzer per modificare il disciplinare e concedere così all’impresa trasporti per la Montagna di Spoleto «un maggiore

29 In tanto caos e sconforto, di tanto in tanto qualche notizia positiva raggiunge i sindaci della Valnerina. Ad esempio, con un telegramma del 19 aprile l’ing. Erwin Thomann, informa il sindaco di Norcia, Filippo Allegrini, di una importante novità: «il 18 aprile, alle ore 21 precise è stato compiuto il traforo di Caprareccia». I lavori per la realizzazione della ferrovia Spoleto-Norcia, caldeggiati dall’on. Schanzer, andavano avanti ma, in seguito, a causa della mancanza di manodopera e di materie prime vennero interrotti e ripresero solo alla fine della guerra. La ferrovia Spoleto-Norcia venne inaugurata il primo novembre 1926. È stata soppressa, con decreto ministeriale, a partire dal primo agosto 1968.

30 Nel dicembre del 1916, la giunta municipale nursina, presieduta dal sindaco Vincezo Paris, per l’attivazione della seconda corsa contatta anche l’impresa trasporti Terni-Visso (soc. Chiento-Nerina) patrocinata dal socio, l’avvocato Vittorio Argentieri, solerte consigliere provinciale che interpella «il direttore delle poste per sapere se vi sarebbero state difficoltà a che, per ottenere che la posta venisse distribuita in Norcia anche la sera, il relativo servizio postale del pomeriggio venisse affidato da Terni a Triponzo alla società automobilistica Chienti-Nerina e da Triponzo a Norcia ad un vetturale che potrebbe fare il servizio con vettura a cavalli». Il direttore risponde che «difficoltà non ve ne sarebbe alcuna, che anzi egli avrebbe dato parere favorevole sulla domanda, proponendo anche un qualche sussidio da dividersi fra la Chienti-Nerina ed il vetturale». L’Argentieri, poi, rivolgendosi al sindaco Paris lo sollecita in questi termini: «Spetta ora a Lei e alla giunta di fare il resto in via d’urgenza dopo aver sentita l’impresa trasporti per darle naturalmente la preferenza, prima che il comune proponga al ministero l’innovazione di cui sopra. Io dal mio canto ho fatto quello che ho potuto per assicurare anche la sera l’importante servizio postale e dei passeggeri che volessero profittarne».

sussidio chilometrico per il maggiore servizio svolto».31

Ai comuni di Cerreto di Spoleto, Cascia e Vallo di Nera, il sindaco Paris, invia una nota informandoli della decisione del consiglio comunale di Norcia, della richiesta economica dell’impresa trasporti, della lettera inviata al Ministero e dell’interessamento del «nostro deputato al parlamento nazionale Carlo Schanzer» evidenziando anche i vantaggi che tali comuni avrebbero ricevuto dall’incremento del servizio, tra i quali, anche la distribuzione della posta di sera. Il sindaco Paris prega i colleghi «a voler fare subito istanza analoga al Ministero per conseguire l’intento a vantaggio dei soldati e dei cittadini. Qualora poi non fosse possibile avere dal ministero il sussidio domandato, per ottenere parimenti il servizio in parola, si rende indispensabile che anche codesto comune deliberi una quota di concorso, essendo le lire 2000 somma troppo gravosa per il bilancio del comune di Norcia già molto aggravato pel servizio automobilistico». Il Comune di Cascia, tramite il sindaco Adolfo Morini, risponde che «stante le condizioni economiche non floride di questo comune non mi è possibile contribuire nelle lire 2000 di compenso richieste dalla Società dei Trasporti per la Montagna per la istituzione della seconda corsa automobilistica nei mesi di inverno, ma ho aderito nel presentare al ministero la qui trascritta domanda di sussidio per tale utilissimo servizio e mi avvarrò delle mie aderenze personali perché sia raccomandata la pratica in modo che siano accolti i giusti desideri dei nostri amministrati: “Questo comune, per agevolare le partenze dei viaggiatori e dei militari che vengono in licenza e ritornano

31 I buoni uffici di Carlo Schanzer per venire incontro alle richieste dei comuni della Valnerina non ebbero un esito positivo. Il ministro dei lavori pubblici il 23 gennaio 1917 gli rispose in questi termini: «Sono dolente doverti comunicare che, date le eccezionali difficoltà del momento e l’attuale mancanza di fondi per sussidi a linee automobilistiche, questo ministero ha deliberato, in via di massima, di non consentire per ora intensificarsi di programma d’esercizio di linee automobilistiche con aumento dei sussidi già concessi. Questo ministero potrebbe soltanto, su regolare istanza della società, autorizzare un esercizio provvisorio della 2° corsa, senza alcuna sovvenzione da parte dello Stato e con l’intesa che, per l’esecuzione di tale maggiore servizio, la società dovrebbe provvedere direttamente alla benzina all’uopo occorrente». ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, busta 438, cat. X, cl. 8, fasc. 1.

ai loro corpi e per ottenere pure che la posta venga distribuita anche nelle ore pomeridiane, in unione al Comune di Norcia ,ha fatto pratiche con la società dei trasporti per la montagna per avere la seconda corsa automobilistica anche nei mesi d’inverno ma la detta società, avendo chiesto per l’attuazione del su esposto servizio il compenso di lire 2000 e non potendo questo comune sopportare un tale maggiore dispendio, stante le già gravi sue condizioni economiche fa domanda all’Eminenza

Vostra perché volesse accordare il corrispondente sussidio mercé il quale verrebbero migliorate le condizioni di viabilità tanto desiderate da queste popolazioni».

Finora la ricerca storica non ha individuato le risposte fornite all’amministrazione nursina dai comuni di Cerreto di Spoleto e Vallo di Nera. Possiamo presumere che i due comuni della Valnerina, avendo anch’essi bilanci disastrati e carenza di risorse aggiuntive per poter intervenire nel settore dei trasporti, abbiano dato una risposta analoga a quella del sindaco di Cascia Morini.

Il 1 giugno 1917, il neo-sindaco di Norcia Filippo Allegrini, tra le prime questioni da affrontare deve farsi carico di inviare una risposta al sottoprefetto che aveva chiesto lumi sull’impegno di spesa delle duemila lire assunto in precedenza dal comune nursino per il potenziamento dei trasporti. Nella lettera scrive: «non credo sia il caso per quest’anno di pensare al modo di provvedere al nuovo impegno di lire 2000 verso la ditta Tattini di Spoleto per l’istituzione della seconda corsa automobilistica nei mesi invernali, essendosi verificato e verificandosi continuamente una soppressione di corse tale anche nei mesi pei quali alla società incombe tale obbligo, da far pensare invece alla soppressione del sussidio ordinario di lire 4.000 fin qui concessi. In sede di bilancio pel nuovo esercizio il Consiglio si pronuncerà in merito e se sarà del caso penserà al modo di provvedere ai maggiori fondi necessari». In effetti le cose peggiorano nel servizio di trasporto pubblico tant’è che

una decina di giorni dopo il sindaco Allegrini è costretto a scrivere una durissima lettera al dirigente dell’ufficio speciale delle ferrovie, presso la sezione autonoma di Ancona: «è con vero rincrescimento ed indignazione generale della cittadinanza vedere soppressa nuovamente la seconda corsa automobilistica da parte della Società Trasporti per la Montagna SpoletoNorcia e viceversa e ciò sempre per mancanza di benzina tant’è che si teme anche la soppressione della prima corsa. (…) Spinto dalla sopra citata disapprovazione per questi fatti che privano il più importante e centrale comune della Montagna (Norcia) dell’indispensabile servizio automobilistico mentre tutti sanno che se vi è un comune che debba essere per primo soddisfatto è precisamente Norcia non solo per la sua importanza ma per la sua speciale situazione con una considerevolissima distanza di circa 50 chilometri dalla stazione e senza altri mezzi di trasporto poiché si può dire che non vi sono neanche cavalli disponibili per un tale servizio, mentre per altri comuni meno importanti la benzina non viene a mancare e si fanno gli interessi di quelle località secondarie a danno del comune più importante.

Di fronte a questo stato di cose (…) torno nuovamente a pregare cotesta rispettabile direzione perché voglia d’urgenza disporre per la concessione regolare della benzina alla società trasporti di Spoleto e nella quantità necessaria in tempo utile pel servizio, con preghiera speciale di volerla fornire da un deposito più vicino, come ad esempio Foligno,32 dove dicesi siavi una quantità di benzina depositata sufficiente per tutti i servizi e dove la società potrebbe anche recarsi con mezzi appositi di trasporto senza bisogno d’attendere vagoni.

Chi è nel mezzo delle comodità della vita in luoghi con stazioni ferroviarie non può conoscere da vicino i danni che risentono tutti coloro che si trovano in località disagiate ma Vostra Signoria Illustrissima che è dirigente di cotesta Sezione non può

32 Non fu possibile rifornirsi di benzina a Foligno poiché il deposito era esclusivamente di proprietà della Direzione delle Ferrovie dello Stato.

non conoscerli, e pregola quindi nell’interesse di queste popolazioni già tanto sacrificate e danneggiate dalla guerra senza nessun beneficio in confronto di tanti altri comuni tanto favoriti a voler prendere a cuore la cosa, ed accogliere benignamente quanto queste popolazioni chiedono ed attendono».33

Anche nei giorni seguenti proseguono le proteste del sindaco Allegrini, e probabilmente anche degli altri sindaci della Valnerina, nei confronti dell’impresa trasporti per la Montagna di Spoleto per la continua assenza della seconda corsa automobilistica: Allegrini più volte minaccia di sospendere i sussidi comunali qualora i disservizi permangano poiché tali disservizi hanno gravi ripercussioni soprattutto sui militari che, non usufruendo della seconda corsa, perdevano un giorno in licenza per aspettare il mezzo pubblico.

È evidente che il cattivo funzionamento dei servizi pubblici è dovuto alle condizioni eccezionali in cui si opera stante la grave crisi nel rifornimento della benzina e per i provvedimenti restrittivi emanati dall’autorità militare che, ovviamente, è costretta a dare priorità alle necessità belliche del fronte. Per quanto riguarda il servizio postale, invece, va evidenziato che tra il 1915 e il 1918 gli scritti scambiati tra i soldati e le famiglie in quei quattro anni ammontano a quattro miliardi; circa un miliardo e 536 milioni erano le lettere provenienti dalle famiglie al fronte; quelle dirette alle famiglie circa due miliardi e 213 milioni; e infine quelle tra militari combattenti 250 milioni, una media di tre milioni al giorno.34 Scrivere significava non essere più soli per cui ricevere ed inviare cartoline o lettere per i soldati e le famiglie diventa

33 Lo stesso giorno, il sindaco Allegrini scrive anche all’avvocato Vittorio Argentieri a Roma per segnalare i disagi legati alla soppressione della seconda corsa e il timore della soppressione della prima. Lo informa di aver scritto ‘energicamente’ all’ufficio speciale delle ferrovie di Ancona ed alla commissione benzina presso il Segretariato armi e munizioni di Roma. Ricorda che dopo le assicurazioni avute dall’on. Schanzer si ebbe una quantità di benzina non sufficiente dal deposito di Rifredi (Firenze). Si dovette quindi, a mezzo del sottoprefetto, far telegrafare al capo stazione di Firenze, ma il risultato fu la soppressione della seconda corsa. ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, busta 438, cat. X, cl. 8, fasc. 1.

34 Magnifici Alessandro, Vita di trincea, Nordpress, Chiari (BS), 2007, p. 33

una necessità di primaria importanza perché è l’unico modo per comunicare, per rimanere in contatto costante visto che è ancora lontana l’epoca dei telefoni in casa, dei cellulari e di internet.

La colossale mole di corrispondenza è causa di ritardi postali ma anche il lavoro della censura, disciplinata per decreto alla vigilia della guerra, è un ostacolo –talvolta insormontabile–per far circolare le notizia: ogni missiva inviata dai militari doveva portare la dicitura ‘verificata per censura’ con il bollo dell’ufficio

Era vietato esprimere giudizi negativi contro i propri ufficiali, contro la guerra e la Patria. Si decise immediatamente che il soldato, nello scrivere la lettera a casa, non doveva in nessun caso indicare il luogo in cui era dislocato. Per questa ragione venivano eliminate le eventuali indicazioni di carattere geografico sull’ubicazione del reparto nella zona di guerra, le frasi di carattere disfattista ossia quelle in grado di alimentare dubbi, scetticismo e discordie sull’andamento della guerra. Nei casi più gravi scattava la denuncia al tribunale militare.

Le lettere censurate della Grande Guerra si trovano presso l’Archivio centrale di Stato di Roma all’Eur e costituiscono una fonte inesauribile per chi vuole entrare dentro la storia e non solo guardarla da lontano.35

Quanto avviene al fronte, oltre che attraverso la corrispondenza, si segue con trepidazione anche attraverso la lettura sui giornali dei bollettini di guerra, almeno fino all’aprile 1918 quando una circolare del sottoprefetto di Spoleto informa tutti i sindaci che: «tenuto conto dell’ansia con la quale la popolazione, specialmente nei piccoli centri, attendono notizie relative alle operazioni militari al fronte, il ministero dell’Interno, in accordo con quello delle Poste e Telegrafi, dispone che a partire dal 15 aprile 1918, il comunicato di guerra italiano sia trasmesso ogni sera telegraficamente a tutti i comuni forni-

35 Magnifici Alessandro, La censura di trincea Il regime postale della Grande Guerra, Nordpress, Chiari (BS), 2008, p. 14.

ti di ufficio telegrafico e nei quali non si pubblichino in sunto giornali quotidiani. Il comunicato sarà recapitato dagli uffici telegrafici ai sindaci i quali dovranno curarne l’affissione all’albo pretorio e in quelle altre località ove ciò si ritiene opportuno per la più estesa e sollecita conoscenza della Signoria Vostra con preghiera di provvedere con esattezza a tale servizio».36 Possiamo immaginare come la popolazione dei luoghi più remoti, a partire dal 15 aprile 1918, si radunasse ogni sera per leggere o farsi leggere i bollettini di guerra e conoscere così la sorte dei propri familiari e conoscenti.

Il problema sanitario nel fronte interno

La farmacia del comune di Preci diventa un problema per l’amministrazione nel 1913 quando l’allora farmacista Giovanni Fattorini chiese al comune un aumento del sussidio da 120 ad almeno 600 lire annue.

Il consiglio comunale, «senza punto fare apprezzamenti personali», non ritiene opportuno concedere tale aumento in quanto la farmacia di Preci «attesa la popolazione e l’ubicazione del paese deve dare un reddito di molto superiore a quello di altre farmacie in città, le quali non vengono sussidiate». Il risultato di questo diniego è disastroso: Fattorini non ci pensa due volte e chiude non solo la farmacia ma si trasferisce anche in un altro comune.

Per ovviare ai disagi il 7 dicembre 1913 il consiglio comunale delibera «l’impianto di una farmacia a costo del Comune, salvo poi provvedere ai sensi di legge pel concorso e nominare il titolare»37 ma dopo una settimana è costretto a prendere atto di aver speso circa sei mila lire per l’attivazione della farmacia comunale38

36 ASCN, Postunitario, Carteggio Amministrativo, 1918, b. 444, cat. VIII, cl. 1, fasc. 2.

37 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, inserto tra le cc. 158159. L’amministrazione comunale, al fine di attivare la farmacia, scrisse al Prefetto di Perugia per ottenere, prima dell’espletamento del concorso, l’autorizzazione all’esercizio provvisorio tramite un farmacista regolarmente diplomato e scrisse anche alla ditta Carlo Erba di Milano per avere «proposte concrete circa il fornimento dei generi, oggetti e medicinali occorrenti».

38 Nel consiglio comunale del 30 dicembre 1914, tra gli storni di fondi effettuati dall’amministrazione, vengono inserite anche «lire 1.000 per stigli e mobili della farmacia». ASCP,

e l’acquisto dei medicinali dalla società farmaceutica romana del dottor Evaristo Garrani. Il pagamento doveva avvenire per una metà entro febbraio 1915 e, per l’altra metà, in rate semestrali da pagarsi nel settembre 1915 e nel febbraio 1916.

In ogni caso, siccome le risorse di bilancio non permettevano di provvedere a tale pagamento, l’amministrazione dovette ricorrere ad un prestito di pari importo con la Cassa Depositi e Prestiti.

Nel corso della discussione, solo il consigliere don Luigi Santi si dichiarò contrario alla municipalizzazione della farmacia intuendo che sarebbe diventata un serio danno ed un aggravio alle esigue finanze comunali. A suo avviso, mettendola immediatamente a concorso, l’amministrazione avrebbe risparmiato ingenti somme e non si sarebbe trovata obbligata a contrarre il prestito.39

Accanto alle spese per la farmacia l’amministrazione comunale di Preci deve affrontare anche il problema del pagamento del debito delle ‘spedalità romane dal 1907 al 1913’ che gravava sul bilancio per un importo di 6.915,61 lire. Il comune, infatti, doveva rimborsare le ‘spedalità’ agli ospedali riuniti di Roma ma le già ricordate ristrettezze finanziarie del comune non consentivano di onorare tale debito anche perché, a causa del grande disagio della popolazione, «non si poterono riscuotere negli anni scorsi che somme insignificanti dai privati per le degenze negli ospedali».

Non sono ammesse però ulteriori dilazioni e nel maggio del 1914 la direzione generale del Tesoro ingiunge al comune di Preci un termine perentorio per il pagamento totale del debito consentendo una dilazione in dieci anni e con un interesse del 4% tant’è che la somma che il comune si impegna a pagare annualmente è pari a 852,63 lire per il successivo decennio. Anche sul versante del servizio sanitario le cose non vanno meglio.

Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, c. 190. 39 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, inserto tra le c. 190.

La maggior parte della popolazione del comune di Preci all’epoca è formata da braccianti e da possessori di così piccole zone di terreno che le condizioni economiche di quest’ultimi erano più misere dei primi per cui «da questi la società non può esigere il pagamento dell’assistenza sanitaria. Il numero dei benestanti veramente degni di tale qualifica è così esiguo che i medici non troverebbero, nell’eventuale e sempre incerto contributo di essi, una rimunerazione compensatrice di stipendi minori. Ancora v’è da tenere conto dell’antichissimo uso che ha questa classe di persone di inviare ai sanitari ogni anno in dono prodotti della terra e della pastorizia, doni che verrebbero naturalmente a mancare qualora l’opera del sanitario dovesse essere retributiva. Manca in questo, come in altri comuni rurali che hanno dovuta mantenere la condotta piena, quella classe media evoluta ed abbastanza agiata di professionisti, commercianti, industriali ed artisti, che non dovrebbero aver diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Ed è quindi da ritenersi nel caso speciale di questi Comuni che debba riuscire di maggior vantaggio ai sanitari stessi, molti dei quali hanno pur riconosciuto di mantenere la condotta piena, come quella che, senza ridurre i loro guadangi, conferisce loro maggior prestigio onorato liberandoli dai fastidi possibili, dissidi e da ogni preoccupazione di materiali interessi».40 Sono queste le considerazioni che il 22 febbraio 1914 il consiglio comunale di Preci trae mentre affronta i problemi legati all’assistenza sanitaria. Qui, negli anni precedenti il Primo conflitto mondiale, erano presenti due condotte medico-chirurgiche affidate ai dottori Camillo Sirigatti e Antonio Selvi, quest’ultimo molto amato dalla popolazione a differenza del dottor Sirigatti che aveva un comportamento alquanto discutibile al punto che il 7 dicembre 1913 chiese una licenza di tre o quattro giorni che l’amministrazione gli accordò ma «da quell’epoca non è più ritornato in condotta». E non fu il primo episodio perché già il 19 settembre «abbandonò il servizio sen-

40 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, inserto tra le cc. 158-159.

za aver ottenuto il permesso anzi senza averlo nemmeno chiesto e rimase assente per oltre un mese». Nonostante questo, l’amministrazione preciana «sempre benevola ed indulgente verso i suoi impiegati, consentì che egli riassumesse il servizio».

Alla fine, comunque, il Sirigatti, presentò le sue dimissioni il 17 novembre 1913 che, in base al capitolato, avrebbero dovuto diventare effettive a partire dal 17 dicembre successivo.

Invece, Sirigatti, dopo aver ottenuto il 7 dicembre una licenza di tre giorni, non si ripresentò. Da qui lo sdegno del consiglio comunale di Preci che anziché considerare dimissionario il medico, il 22 febbraio 1914 lo dichiarò decaduto dal servizio con questa disdicevole motivazione: «In base ai più elementari principi di disciplina violati dal dott. Sirigatti con i suoi atti arbitrari ed in una forma insubordinata e perfino scortese, il Consiglio non può accettare le dimissioni poiché verrebbe a sanzionare un modo di agire così evidentemente scorretto ed a stabilire dei precedenti che ne diminuirebbero l’autorità e sarebbero indici di una debolezza dannosa al proprio prestigio».41

In quella stessa seduta, il consiglio stabilisce di bandire il concorso a condotta piena per la sostituzione di Sirigatti e delibera, in seconda lettura – come si usava allora – l’aumento di stipendio da 3500 a 4000 lire per i medici condotti di cui, 2600 per la cura dei poveri; 700 per la generalità degli abitanti, 700 per la cavalcatura.

Nel mese di ottobre 1914 venne indetto il concorso per la condotta medica rimasta vacante a seguito della cessazione del dott. Camillo Sirigatti ma non vi prese parte nessun concorrente per cui il comune di Preci rischiava di restare senza medici a partire dal 1 gennaio 1915 anche perché il dottor Antonio Selvi presentò le sue dimissioni per essere nominato nel comune di Norcia e a nulla valsero i tentativi fatti dall’amministrazione comunale di Preci per fargli ritirare le

41 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, inserto tra le cc. 158-159.

dimissioni perché Selvi «aveva forti ragioni di famiglia e fra queste l’istruzione del figlio che lo consigliano a trasferirsi in una città».42

Nel prendere atto delle dimissioni del Selvi, l’amministrazione comunale preciana «mandò ad esso un saluto di plauso per aver per vari anni, in modo lodevole, disimpegnato il suo ufficio, acquistando stima, benevolenza e gratitudine dell’intera popolazione che è addoloratissima per la sua dipartita». La giunta, nel dicembre 1914, si attivò per dare vita ad un servizio interinale e, contemporaneamente, per indire due concorsi aumentando lo stipendio dei medici a 4700 lire di cui «3000 per la cura dei poveri, 1000 per la generalità degli abitanti e 700 per la cavalcatura che ciascun medico dovrà tenere costantemente a sua disposizione per adempiere con protenzza al proprio dovere».43

In ogni caso, in extremis, il Selvi ci ripensa ed è il sindaco di Preci a comunicarlo al consiglio comunale il 30 dicembre 1914 con queste parole: «per intercessione di amici, il dott. Selvi Antonio si è deciso a ritirare le dimissioni date da medico chirurgo condotto. Tale decisione è oltremodo utile a quest’amministrazione perché oltre a mantenersi un egregio impiegato che giustamente è stimato dalla popolazione intera per la diligenza e cultura, viene a risolvere una questione difficile di provvederci di ambedue i sanitari e di essere obbligati a ricorrere all’opera dispendiosa di interini. Il Selvi si obbligherebbe a prestare servizio temporaneo anche per l’altra condotta, dietro compenso di lire 200 mensili».44 Ovviamente la revoca delle dimissioni date dal dott. Antonio Selvi viene accettata all’unanimità dal consiglio comunale di Preci.

Analoghi problemi sono presenti anche a Norcia, anzi la situazione sanitaria diventa estremamente critica per-

42 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, c, 184.

43 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, cc. 184-185.

44 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, c. 189..

ché nessun medico rimane a prestare la propria opera: né il dott. Camillo Ferrari, né il dott. Giulio Chiavarelli. Camillo Ferrari, nonostante l’interessamento dell’onorevole Carlo Schanzer presso la Prefettura dell’Umbria, non ottenne l’esonero con grave disappunto dell’intero consiglio comunale di Norcia che il 21 marzo 1916 votò all’unanimità uno specifico ordine del giorno. Il Prefetto si sentì in dovere di sottoporre la questione al ministero dell’Interno e a quello della Guerra anche se scrisse al sindaco di «non avere molta fiducia che le insistenze valgano a conseguire lo scopo, trattandosi di materia rimessa all’esclusiva competenza dell’autorità miltare».45

A quanto sembra il ritorno del dott. Ferrari, tenente medico nel 5° reggimento artiglieria da fortezza, era fondamentale per migliorare il servizio sanitario della città di Norcia che versava in uno stato veramente allarmante non solo per problematiche ordinarie quali la carenza di igiene e la sottonutrizione ma anche per casi straordinari come epidemie: ad esempio nell’estate del 1917, si diffusero casi di morbillo in tutta la Valle Castoriana e in particolare nelle frazioni di Ancarano e di Campi.

Nonostante questa difficile situazione la dispensa dal servizio militare al dott. Ferrari non poteva essere concessa perché la sua opera era più necessaria nell’esercito che nel comune di Norcia.46

Invece, l’altro medico, il dottor Giulio Chiavarelli, ottiene l’esonero alla chiamata alle armi proprio per il servizio medico che prestava nel comune nursino, come stabilito dalla circolare del 6 maggio 1915 n. 15589. In realtà, quando arriva la dispensa, il 4 giugno 1916, era stato già allontanato dall’amministrazione comunale e a nulla servì che il sindaco informasse il Prefetto e il distretto militare per evidenziare che erano cessati i motivi dell’esonero.

45 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, cat. IV, cl. 2, fasc. 4, busta 426.

46 Camillo Ferrari percepiva uno stipendio annuo lordo di lire 3100 essendo assistente di prima classe della Croce Rossa Italiana. Nel gennaio 1916 si trovava nel distaccamento di Palestrina e, due mesi dopo, era al fronte.

La vicenda è alquanto complessa e inizia il 10 maggio 1913 quando Giulio Chiavarelli, residente a Montemarciano, in provincia di Ancona, assume il servizio di medico condotto nel comune di Norcia «come interino».

Nel luglio del 1914 prende parte al concorso per la condotta medica della città e ottiene l’incarico per la condotta chirurgica e l’ospedale per un importo di lire 291,66 mensili al netto di ogni ritenuta. Provvisoriamente, però, doveva anche seguire «la metà di una condotta di campagna con la retribuzione di lire 125 mensile, pure nette e senza obbligo di cavalcatura che viene provveduta dal Comune». Complessivamente, dunque, l’incarico affidato al Chiavarelli è di 416,66 lire al mese.47

Durante il periodo di prova, fissato dal capitolato per l’assistenza sanitaria del comune di Norcia in due anni, il dr. Chiavarelli chiese ed ottenne due mesi di aspettativa «per malattia contratta in servizio ossia pleurite secca» attribuita al clima rigido ed umido di Norcia. Per guarire, il Chiavarelli sostenne di aver bisogno di un soggiorno «a lungo in un clima caldo e marittimo». Il consiglio comunale del 29 febbraio 1916, però, non accolse la domanda presentata dallo stesso per un anno di congedo poiché andava oltre il periodo di prova. Gli vengono concessi solo altri due mesi a partire dal 29 gennaio 1916 nella speranza che potesse riprendere il suo servizio. Purtroppo, il 21 gennaio 1916, Chiavarelli, ammalato da diversi giorni, nello scendere le scale per riprendere servizio riportò «la distorsione del polso sinistro e l’infrazione del radio»: necessitava quindi di ‘radioscopia’ e di nuove cure per cui di nuovo lasciò la città di Norcia. È a questo punto che il consiglio comunale, riunito in sessione straordinaria, il 2 aprile 1916 delibera di licenziare il dr. Giulio Chiavarelli per la fine del biennio di prova con il voto di tredici consiglieri su venti «per non aver corrisposto alle legittime esigenze della popolazione, specie a causa delle sue con-

47 ASCN, Postunitario, Delibere del Commissario, 10 luglio 1914, n. 84.

tinue assenze o per ragioni di salute o per ragioni di famiglia».

A questa decisione il Chiavarelli, tramite l’avvocato Giuseppe Nardi di Roma, ricorre al Consiglio di Stato per l’annullamento o revoca della delibera per eccesso di potere in quanto

«1) la convocazione del consiglio straordinario venne fatta dal sindaco e non dalla giunta. 2) avendo assunto il servizio di medico condotto il 10 maggio 1913, l’ultimo giorno utile per il licenziamento era il 9 febbraio 1915 dovendo essere deliberato almeno tre mesi prima della scadenza. 3) il licenziamento non è stato notificato tre mesi prima. 4) l’amministrazione comunale, nella sua discrezionalità, riconobbe a suo tempo legittime le richieste di licenza tanto che le concesse». In altre parole il Chiavarelli sosteneva di essere stato licenziato tardivamente, oltre un anno dopo la decorrenza del termine legale ma la tesi della difesa vacillava di fronte alle dichiarazioni di alcuni testimoni. Ad esempio il consigliere Paolo Ruggeri era disposto a testimoniare per provare che il dr. Chiavarelli aveva contratto la malattia prima ancora di prendere servizio a Norcia mentre il consigliere De Angelis dichiarò che lo stesso, dopo «avuta l’influenza chiese tre o quattro licenze per recarsi a Fossombrone in una delle quali per assistere lavori di muratura». Nell’agosto del 1915, poi, alla vigilia dell’apertura della caccia, il Chiavarelli fu visto a Castelluccio dove si trattenne tre giorni senza nemmeno chiedere il permesso all’amministrazione comunale. Al ritorno a Norcia, tutte le sere, fu visto andare a caccia per poi trattenersi al caffè fin oltre la mezzanotte. Il 27 agosto 1915, dopo essere stato in licenza, il giorno stesso che doveva rientrare in servizio «ebbe la distorsione del braccio per il quale si recò a farsi fare l’esame radioscopico ed allora, solo in quel certificato, accenna al catarro bronchiale».48 Come dire: ieri come oggi nelle situazioni di emergenza o di estremo pericolo il meglio o il peggio della natura umana viene sempre fuori e non sempre il bene comune prevale sugli interessi privati.

48 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, cat. I, classe V, f. 6.

In quegli anni la controversia con Giulio Chiavarelli non è l’unica per l’amministrazione comunale nursina. Si trascinano da diversi anni alcune cause che riguardano controversie con privati (Cetronella, Costantino e Vincenzo Testa, Cesare Colacecchi), contese con il comune di Preci per l’affrancamento della servitù di pascolo e con il comune di Arquata per la delimitazione dei confini con la frazione di Capodacqua.49

Leggere, scrivere e fare di conto

Da Castelluccio, il 1 febbraio 1916, la maestra Corinna Paoletti risponde seccatamente al sindaco:

«Illustrissimo sig. Sindaco

Ho ricevuta la sua il 30 gennaio nella quale ho appreso che è stato informato che durante le lezioni non tutte le volte accendo il fuoco, è verissimo e specialmente nel mese di gennaio molte volte non accesi il fuoco perché le giornate sono state non calde ma caldissime e son sicura che anche a Norcia è stato il medesimo. Oltre a questo con quella tangente che passa il Municipio per il riscaldamento dell’aula scolastica di questo paese potrebbe bastare appena quattro mesi a fare economia, mentre qui sono sei i mesi che necessita il riscaldamento; eppoi

Illustrissimo Sig. Sindaco in una ultima mia gli facevo conoscere che la somma stanziata per il riscaldamento della scuola di questa frazione non era sufficiente, e gli dicevo pure che avesse dato l’incarico ad altra persona onde non avere incomodi e grattacapi.

Mi dice poi ch’io non faccio buon viso al Commissario Brandimarte. Prima di tutto posso dirle che a me non mi è mai pervenuta lettera d’Ufficio che mi abbia portata a conoscenza dell’obbligo del rispetto di questo tale Commissario: e poi i miei superiori sono io la prima a salutarli ed ai miei inferiori rispondo con somma gentilezza al saluto; come posso dirle che nel corso delle lezioni i soli miei superiori diretti possono venire a sindacare.

49 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, cat. I, classe V, f. 1, b. 424.

Tornando sul riscaldamento debbo dire a V. S. Illustrissima che la stufa non si è potuta accendere mai perché mal messa e mancano tubi, devo fare il fuoco nel camino, che di tanto in tanto fa fumo, e debbo stare vigilante interrompendo anche le lezioni perché non succeda qualche disgrazia. Il sig. Sindaco a certe persone, quando vengono a riferire sul mio conto cose non vere gli si potrebbe rispondere che ci vorrebbe meno antagonismo e maggior lealtà. Piena di rispetto per Vostra Signoria Illustrissima la Maestra Paoletti Corinna».50

La situazione non era migliore a Norcia dove la guardia municipale Luigi Marchesi il 27 febbraio 1916 segnala la necessità di effettuare alcuni lavori nelle scuole dell’ospedale: sostituire i vetri nelle finestre rotte, inserire la rete metallica nella finestra della cucina, effettuare alcune riparazioni nelle pareti, imbiancare tre vani, mettere alcuni mattoni nel pavimento, pulire e riparare il camino, revisionare il tetto e riparare nei punti dove piove.51

Nonostante le oggettive difficoltà l’opera svolta dagli insegnanti nel campo dell’assistenza civile viene evidenziata nel congresso regionale dei maestri elementari dell’Umbria che si svolge a Foligno il 4 giugno 1916 con l’obiettivo di coordinare ed intensificare questa opera ma anche per studiare le questioni riguardanti il futuro sviluppo della scuola «gravemente minacciato dalle falcidie apportate al bilancio della Pubblica Istruzione» a favore dello sforzo bellico che l’Italia stava sostenendo ma anche per coordinare ed intensificare l’opera svolta dai maestri nel campo dell’assistenza civile.52

Qualche tempo dopo il patronato scolastico, presieduto da Brancali, comunica al sindaco la volontà di aprire nel periodo di vacanze il ricreatorio per accogliere i figli dei richiamati: a tal fine il direttore della scuola tecnica concede dal 1 agosto al 30 settembre 1916 i locali scolastici di corso Sertorio.

50 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, busta 429, cat. IX, cl. 1, fasc. 1.

51 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, busta 429, cat. IX, cl. 1, fasc. 3.

52 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1916, busta 429, cat. IX, cl. 1, fasc. 4.

Due locali della scuola di via Ufente, invece, dal mese di marzo 1916 erano stati riaperti, sempre su interessamento del patronato scolastico, per le attività di dopo scuola per i figli dei richiamati e degli alunni del suburbio.

Alla fine del mese di novembre 1916, inoltre, vengono nominati i membri del consiglio di amministrazione del patronato scolastico e della commissione di vigilanza delle scuole.

Tommaso Cipriani e il dott. Valentino Colantoni vengono nominati dal Consiglio Comunale di Norcia membri del consiglio d’amministrazione del Patronato Scolastico e, nella stessa seduta, il consiglio comunale provvede a nominare anche la commissione di vigilanza indicando i deputati per le scuole elementari urbane, rurali e secondarie.53

Per le scuole urbane vengono nominati: Eusebio Angeletti, Maria Fusconi, Antonio Lanzi, Antonio del fu Stefano e Tommaso Cipriani mentre per le scuole rurali il dott. Pasquale Lucentini, il dott. Valentino Colantoni, Ercole Brancali e Angelo Angelini.

Per le scuole secondarie vengono incaricati Attilio Millefiorini, Nunzio Massenzi, Cesare De Angelis e Cesare Colizzi.54 Viene nominata anche la commissione di vigilanza nelle scuole elementari per il biennio 1917-1918 formata dal sindaco o assessore alla pubblica istruzione (presidente), dal presidente della Congregazione di carità o suo delegato, dal Giudice Conciliatore, dall’Ufficiale sanitario, da due insegnanti (Veneri Silvio e Lanzi Pierina) e dai seguenti padri famiglia: Cesare Lalli e cav. Benedetto Corazzini per il capoluogo; Pietro Graziosi per Popoli; Giuseppe Pileri per Piediripa; Silvestro Fantozzi per Ocricchio; Giuseppe Di Pietro per Ospedaletto; Raffaele Cecconi per Legogne; Agostino Ficeli per Ancarano; Antonio Cola per Serravalle; Pellegrino Onori per San Pellegrino; Paolo Brugnoli per Frascaro; Domenico Amici per Valcaldara; Agostino Petrangeli per

53 ASCN, Postunitario, Delibere Consiglio Comunale, 1916, n. 176 del 29 novembre.

54 ASCN, Postunitario, Delibere Consiglio Comunale, 1916, n. 162 del 29 novembre.

Savelli; Claudio Di Bartolomeo per Paganelli; Giuseppe Alibrandi per Forsivo; Francesco Graziosi per Nottoria; Amelio Pichini per S. Andrea; Luigi Agostini per Agriano; Nicola Freschi per Aliena; Riccardo Petrini per Biselli; Benedetto Troiani per Pescia; Domenico Troili per Argentigli; Francesco Cortesini per Cortigno; Marco Antonio Brandimarte per Castelluccio; Angelo Angeli e Ulisse Canali per Campi.55

A Preci, invece, negli anni della Grande Guerra si discute a lungo intorno alla realizzazione di una scuola a Collescille. I capifamiglia della frazione presentano una istanza in tal senso all’ispettore scolastico e su questo argomento il consiglio comunale è chiamato a pronunciarsi. Il 9 maggio 1915 si tiene una animata discussione sull’argomento. Intervengono il consigliere don Luigi Santi e l’assessore Pietro Punturi56 che «pregano i colleghi a non dare parere favorevole perché pur riconoscendo giuste le ragioni esposte dai frazionisti di Collescille circa la lontananza e difficoltà di transito, pure l’istituzione della scuola richiesta arrecherebbe un grandissimo danno alle scuole ora esistenti in Guaita S. Eutizio. Si perderebbe cioè con ogni probabilità la scuola statale e la classe quarta che in seguito al riordinamento che le dette scuole dovranno subire verrebbe istituita. Le condizioni poi di viabilità di Collescille non sono peggiori di quelle delle tre frazioni che usufruiscono delle scuole di S. Eutizio e cioè Piedivalle, Acquaro e Valle, dalle quali per accedere alle scuole si deve transitare per un fossato, per lo più impraticabile, specie durante temporali e durante l’inverno. Infine gli obbligati all’insegnamento della frazione Collescille non sono 30 come è affermato nella domanda ma appena 26».57

A queste dichiarazioni si oppongono i consiglieri Angelantonio Amici, Famminio Flammini e l’assessore Secondo Cocciarelli sostenendo che gli abitanti di Collescille hanno tutto

55 ASCN, Postunitario, Delibere Consiglio Comunale, 1916, n. 161 del 29 novembre.

56 Il consigliere don Luigi Santi e l’assessore Pietro Punturi appartenevano al medesimo gruppo di S. Eutizio.

57 ASCP, Postuniario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, c. 203.

il diritto di avere una scuola perché non possono usufruire di quella della Guaita di S. Eutizio per «la distanza di oltre due chilometri di strada ripidissima e per lo più impraticabile: spesse volte i bambini sorpresi da temporali o alla scuola o lungo la strada, debbono essere ricercati dai propri genitori; ciò succede per la maggior parte dell’anno per modo che quegli alunni sono obbligati a disertare la scuola. Circa poi la viabilità per le altre frazioni di Piedivalle, Acquaro e Valle, se pur non comodo è il transito, brevissima ne è la distanza dalla scuola».

Don Luigi Santi e Pietro Punturi chiedono l’appello nominale per le votazioni. Votano a favore per l’istituzione della scuola nella frazione di Collescille il sindaco cav. Alessandro Guerrini e i consiglieri Angelantonio Amici, Sante Angelucci, Ettore Arcangeli, Adolfo Betti, Secondo Cocciarelli, Daniele Ferri, Famminio Flammini, Giuseppe Gentili, Emanuele Maggiori, Isidoro Massi, Giuseppe Moriconi, Gerolamo Salimbeni. Gli unici ad esprimere voto contrario sono solo don Luigi Santi e Pietro Punturi.58

Qualche mese dopo, quando la guerra entra con la sua tragicità anche a Preci, con la morte di Guido Cambi durante il combattimento sull’Isonzo e di Francesco Martorelli in un ospedale da campo in zona di guerra, i timori esternati nel dibattito consiliare da don Santi e dall’assessore Punturi si materializzano nel corso del consiglio comunale del 19 settembre 1915 perché l’ispettore scolastico, preso atto di quanto richiesto, propone di trasferire a Collescille una delle due scuole obbligatorie della Guaita di S. Eutizio. Anche questa volta, però, il consiglio comunale riconfermò la decisione assunta il 9 maggio 1915 con tutte le conseguenze connesse.59 Nel dopo guerra, il consiglio comunale, tornerà ad affrontare la questione delle scuole. In particolare, il 31 luglio 1921, durante il mandato del sindaco Antonio Rotelli, l’assise consiliare propone l’istituzione di una «specie di scuola privata

58 ASCP, Postuniario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, c. 204.

59 ASCP, Postuniario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1915, reg. n. 6, c. 210-211.

nelle frazioni di Castelvecchio e Corone» nella prospettiva «che possa nel frattempo ottenersene l’avocazione allo Stato» ed è l’assessore Giuseppe Moriconi a ricordare durante la discussione il lungo iter che portò a questa decisione.

Già due anni prima, nel 1919, il consiglio comunale, chiese all’autorità scolastica l’istituzione di due scuole, una a Castelvecchio e l’altra a Corone «in luogo dell’unica scuola obbligatoria ambulante» che, con disposizione del Regio Provveditore, funzionava un anno da una parte e un anno dall’altra con grandi difficoltà degli alunni di poter frequentare regolarmente le lezioni per la distanza tra una frazione e l’altra oltre che per l’impraticabilità delle strade. La deputazione provinciale scolastica approvò la richiesta rimettendo però a carico del comune di Preci le spese per il funzionamento pari ad un contributo annuo di lire 3100 per cui non se ne fece nulla.

L’anno successivo gli abitanti delle due frazioni, rinnovarono la domanda al Ministero «volendo approfittare della benefica disposizione del Ministro Croce circa l’istituzione di più di 2000 scuole in tutta Italia» ma anche in questo caso le speranze andarono deluse perché su 200 scuole richieste dai comuni dell’Umbria ne vennero istituite soltanto dieci.

L’anno successivo il comune di Preci, tenta di usufruire dei benefici previsti dal Regio decreto n. 28 agosto 1921 che affida a quattro associazioni – Emigrazione e lavoro, Umanitaria, Comitato delle scuole per i Contadini dell’Agro Romano e Associazione per gli interessi del Mezzogiorno – l’istituzione di scuole invernali nelle piccole località dove si trovano almeno venti alunni. In attesa di tale concessione e comunque, anche in caso di esito negativo, il comune istituisce per tre anni la scuola privata saltuaria nelle frazioni di Castelvecchio e Corone impegnando a tal fine 1500 lire.60

60 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1921, reg. n. 7, delibere n. 67 e n. 76.

Prigionieri di guerra

La prigionia di guerra, allora come oggi, è un problema politico, giuridico, militare, economico, etico e soprattutto umano. Per il nostro Paese, come per gli altri Stati belligeranti, costituì un grosso problema durante la Grande Guerra, quando migliaia di militari provenienti dai territori dell’Impero asburgico furono catturati ed internati. Su questi prigionieri le notizie generalmente sono scarne e talvolta contraddittorie.

Norcia, Prigionieri di guerra. Collezione Aleandro Scaramucci.

La cancellazione della prigionia dalla memoria storiografica della Prima guerra mondiale non riguardò solamente i prigionieri italiani in mano austriaca ma anche i prigionieri austro-ungarici catturati e detenuti in Italia durante le varie fasi del conflitto. Incise su tale rimozione, oltre la consueta azione propagandistica che ogni Stato tende a porre in atto per affermare il carattere disonorante del prigioniero, il trauma identitario della fine dell’impero Asburgico. Quasi la totalità degli

uomini che affollarono i campi di prigionia italiani, infatti, vi entrarono da soldati asburgici uscendone, talvolta loro malgrado, cittadini di nuove patrie sorte dalle ceneri della duplice monarchia.

Per quanto riguarda il numero dei prigionieri austro-ungarici detenuti in Italia il primo dato numerico certo risale al 3 gennaio 1917. Il generale Paolo Spingardi, presidente della Commissione Prigionieri di guerra, in un documento ufficiale fa riferimento a 79.978 prigionieri, di cui 1633 ufficiali, 332 aspiranti cadetti, 78.013 prigionieri di truppa. L’Ufficio storico dell’esercito indica la presenza in Italia di 168.898 prigionieri prima della battaglia di Vittorio Veneto, a cui sommare 5513 disertori, ma non sappiamo se tale numero comprenda anche i deceduti e gli invalidi rilasciati durante il conflitto. Dopo Vittorio Veneto il numero dei prigionieri caduti in mano italiana è impressionante: la relazione ufficiale afferma che nella battaglia decisiva caddero in mano italiana 416.116 soldati e 10.658 ufficiali il che porterebbe il totale dei prigionieri a circa 600.000. Altri documenti risalenti al giugno 1919 calcolano invece in 477.024 il totale dei prigionieri catturati nell’intero corso del conflitto, comprendendo in questa somma anche i restituiti (17.633), gli arruolati (89.760), i liberati (12.238) e i deceduti (18.049). Tale statistica farebbe ridurre il numero di prigionieri di Vittorio Veneto a circa 300.000 unità.

Di questi prigionieri ne perirono circa 41.000, di cui un terzo almeno in seguito alle ferite riportate in battaglia, gli altri per cause non definite. Tragica è stata la fine di 25.000 prigionieri austro-ungarici trasportati all’isola dell’Asinara, nell’estremità occidentale della Sardegna, morti a causa del colera, della dissenteria, del tifo esantematico, di nefriti e tubercolosi. Un peso nella mortalità dei prigionieri di guerra ebbe sicuramente l’epidemia di spagnola che tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919 colpì in modo devastante l’Italia, contagiando un italia-

no su sette, e causando oltre 600.000 morti.

Durante la Grande Guerra, per la prima volta, si tentò di applicare nei confronti dei prigionieri norme di diritto internazionale umanitario. Nel 1907 la conferenza di Pace dell’Aia, alla quale aderirono gli stati europei, fissò una serie di diritti-doveri reciproci per vincolare Stato catturante e militare catturato per tutta la durata della sua permanenza in stato nemico.

Lo Stato catturante, in piena conformità con le convenzioni internazionali, aveva il diritto di poter adibire i prigionieri di guerra al lavoro coatto anche al fine di convertire un costo in risorsa. L’economia di guerra, infatti, impone alla collettività enormi problemi strutturali. Nei Paesi belligeranti la mobilitazione militare si tradusse in perdita di manodopera nei settori agricolo e industriale. Per far fronte a questa situazione si ricorse all’assunzione di donne e bambini ma non bastò: la fame fu evitata solo grazie agli aiuti degli alleati perché la produttività agricola registrò un crollo gravissimo.61

Anche in Valnerina e nel territorio di Spoleto è documentata la presenza di prigionieri di guerra austro-ungarici. A Preci, una lapide in memoria del milite austro-ungarico Hagi Hodo venne posta nel 1988 dall’amministrazione comunale di Preci, presieduta dal sindaco Benedetto Mensurati, all’ingresso del cimitero del capoluogo, nella parete esterna dell’ossario comune, non essendo stato possibile individuare con precisione il luogo di sepoltura del milite. Il ricordo marmoreo venne sollecitato dal Commissariato Generale onoranze caduti in guerra. Questo è il testo: COMUNE DI PRECI / GUERRA 1915-1918 / MEMORIA DEL MILITE AUSTRO-UNGARICO / HAGI HODO / CADUTO IN DATA 18 – 2 – 1918 / È QUI SEPOLTO / ANNO MCMLXXXVIII.

Dall’atto di morte di Hagi Hodo, risulta che muore il 18 feb61 Alessandro Tortato, La prigionia di guerra in Italia 1915-1919, Mursia, Como, 2004, p. 18-23.

braio 1918 alle ore 16 nella casa in località Cervara. Aveva 42 anni. Da civile era un contadino residente in Albania, nato dal fu Hodo a Cespau (sic!), e lì domiciliato presso ignoti. La comunicazione del decesso venne fatta all’ufficiale di stato civile di Preci, il dott. Giulio Barboni, dal ‘becchino’ Serafini

Natale di 67 anni, domiciliato a Preci, e dal “campagnolo”

Giovanni Flammini di 65 anni.62

Nello stesso registro anagrafico viene riportato anche l’atto di morte di Sukovitch Pietro e, dal cognome, dal luogo e data del decesso, abbiamo ipotizzato che trattasi di un altro prigioniero austro-ungarico, probabilmente non ricercato dai familiari o dato per disperso in qualche battaglia dalle autorità militari austriache. Il Sukovitch muore alle ore 9 dell’11 febbraio 1918, sempre “nella casa posta in Cervara”. Aveva 30 anni. Nella vita civile era un contadino, nato a Gallo Cerce (forse Cërcë in Kosovo) da ignoti e residente nello stesso luogo natio. La comunicazione del decesso venne fatta all’ufficiale di stato civile di Preci, dott. Giulio Barboni, dal medico chirurgo di Preci, il cinquantunenne dott. Selvi Antonio e dal ‘becchino’ Natale Serafini.63

Abbiamo notizia anche di un altro prigioniero di guerra che morì sempre in Valnerina durante gli anni del conflitto: si tratta del ventiquattrenne Giovanni Bresch, proveniente dalla bassa Austria, precisamente da Baden bei Wien, inquadrato nell’85° fanteria del primo gruppo di Cassino. Il decesso avviene a Piedipaterno, nel comune di Vallo di Nera, alle ore 8:20 del 31 ottobre 1918 per cause non precisate.64

62 Comune di Preci, Atti di Morte, 1918, n. 8 Parte I.

63 Comune di Preci, Atti di Morte, 1918, n. 5 Parte I. Per avere conferme sulle nostre ricerche abbiamo interessato il Commissariato Onorcaduti che ci ha indirizzato alla Croce Nera del Tirolo, sezione della Croce Nera d’Austria, l’associazione fondata nel 1919 che collabora con il Ministero della difesa austriaco con lo scopo di mantenere viva la memoria dei militari Caduti nelle guerre mondiali.

64 Rita Chiaverini, Prigionieri di guerra a Norcia e Preci in Per non dimenticare la Grande Guerra in Valnerina e nello Spoletino, Fabrizio Fabbri editore, 2018, pp. 163-172. Si segnala che nel cimitero di Piedipaterno è presente la tomba di un ignoto che la tradizione popolare attribuisce ad un soldato straniero che potrebbe essere proprio il Bresch. Si ringrazia Antonio Cucci per la segnalazione.

I prigionieri di guerra furono utilizzati per aiutare nei lavori della terra o dove necessitava, per sostituire in parte quelle “braccia forti” che, trovandosi al fronte, avevano messo ancor più in difficoltà la già fragile economia rurale del Paese.

A tutt’oggi non è stato possibile sapere quanti fossero i prigionieri presenti a Preci poiché la mancanza di documentazione è una grossa lacuna che non consente di comprendere a pieno questa pagina di storia locale. Possiamo, tuttavia, cercare di capire quanto accadde, analizzando le vicende che si verificarono nel vicino comune di Norcia dove la presenza di prigionieri di guerra è documentata nel periodo ricompreso tra luglio 1917 e aprile 1919.

A Norcia, diversi proprietari terrieri espressero la necessità di poter disporre di prigionieri di guerra per la falciatura e la mietitura «di fronte la considerevolissima mancanza delle opere per i continui richiami sotto le armi».

Il 17 maggio 1917 Francesco Francolini,65 direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Spoleto, contattato precedentemente per iscritto dal sindaco di Norcia, rispose fornendo dettagliate informazioni sull’argomento:

«1. Per ottenere le concessioni di prigionieri di guerra sia da parte di Municipi o di Enti o di privati bisogna avanzare istanza presso il Regio Commissario ai rimboschimenti con l’opera dei prigionieri di guerra, Ministero di Agricoltura, Roma. 2. Il minimo di prigionieri per ogni concessione è di trenta.

3. Il proprietario, il Comune o l’Ente hanno i seguenti obblighi: - fornire locale necessario per alloggiamento di prigionieri, truppa di scorta ed Ufficiale. I locali consistenti in vani completamente nudi devono corrispondere alle elementari esigenze igieniche, né essere molto distanti da acqua potabile ed in località con comunicazioni facili presso i luoghi di rifornimento viveri;

65 Francesco Francolini (1874-1944), dedicò la sua vita allo studio delle scienze agrarie con l’obiettivo di trasmettere queste conoscenze anche alle classi più indigenti. Operò per diversi anni a Spoleto e nei comuni limitrofi. Durante il Primo conflitto mondiale si occupò di rimboschimenti utilizzando i prigionieri di guerra. Chiaverini Rita, Il vino a Spoleto Saperi, usi e conservazione delle varietà locali, Quaderni del Cedrav, n. 3, Perugia, 2017, pp. 38-50.

- assicurare agli operai prigionieri una mercede oraria che viene fissata dalla Commissione Provinciale di Agricoltura; detta mercede è stabilita in questo modo dai 12 ai 15 centesimi alla ora per i lavori comuni; da 15 a 18 per falciatura; per la mietitura ancora non è stabilita. I prigionieri si pagano soltanto quando lavorano; quando non lavorano nulla. Se poi i prigionieri lavorano per Municipi allora la mercede è di centesimi 5 all’ora. Nulla è dovuto di mercede o compenso alla scorta e all’Ufficiale; - si devono assicurare gli operai; - contribuire moralmente alla vigilanza dei prigionieri coadiuvando la scorta. Tutto il resto è di competenza dell’Autorità Militare, sia per il vitto, vestiario, rifornimento pagliericci; - provvedere agli attrezzi di lavoro.

4. È facoltà dell’Ente o dei privati suddividere il drappello dei prigionieri in gruppi non inferiori a dieci persone (in via eccezionale 8); questi gruppi possono recarsi al lavoro in varie località purché la sera facciano ritorno all’alloggiamento. La soluzione più pratica è quella che ha adottato il municipio di Bevagna il quale ha ottenuto per sé una concessione di prigionieri e volta per volta li cede ai proprietari che ne hanno bisogno.

Dovendo il municipio di Norcia fare la domanda pregoti avvertirmi per raccomandarla personalmente al Senatore Faina che è Regio Commissario ai Prigionieri».66

Qualche giorno dopo, il 25 maggio 1917, su sollecitazione dei proprietari terrieri, la giunta municipale di Norcia, presieduta dal sindaco facente funzioni Filippo Allegrini e dagli assessori Lorenzo Massenzi, Vittorio cav. Argentieri e Oddone Cammeresi, deliberò la richiesta per ottenere 100 prigionieri

66 Il senatore Eugenio Faina (1846-1926) durante la Grande Guerra ebbe l’incarico di organizzare l’impiegno della manodopera militare nell’industria e nell’agricoltura. Dopo Caporetto, assegnato alla Terza Armata, gli venne affidata la direzione dei lavori agricoli effettuati con la manodopera dei militari e dei prigionieri di guerra. Chiaverini Rita, Mia cara mamma, ti bacio forte forte e ti chiedo la Santa Benedizione. Le lettere dal fronte di Alessandro De Nobili (1917-1918), Fuorilinea, Monterotondo (RM), 2015, pp. 247-248.

di guerra da utilizzare nei lavori agricoli.67

Il giorno successivo, una lettera dell’Amministrazione comunale, venne inviata al senatore Eugenio Faina, Regio Commissario ai rimboschimenti con l’opera dei prigionieri di guerra presso il Ministero di Agricoltura. Nello stesso giorno l’amministrazione diede le prime disposizioni per individuare i locali che sarebbero poi serviti ad ospitare i prigionieri e il drappello di sorveglianza.

L’Amministrazione comunale, come da regolamento, stipulò anche l’assicurazione con la ‘Cassa nazionale d’assicurazione per gli infortuni degli operai sul lavoro in favore dei prigionieri’ e, il 29 maggio 1917, informò il consiglio comunale sui provvedimenti assunti.68

L’8 giugno 1917 l’assessore Vittorio Argentieri informò in via ufficiosa il sindaco di Norcia di aver saputo dal Senatore Faina che i 100 prigionieri richiesti per la mietitura e per la falciatura erano stati concessi. Argentieri aggiunse, come notizia, che «da qualche proprietario, che ha avuto ed ha i prigionieri alle proprie dipendenze ho saputo che questi, in genere, corrispondono: ma che non è raro il caso di trovarne alcuni affatto inadatti ai lavori agricoli, perché il loro mestiere abituale era assai diverso: spesso facevano il sarto, il barbiere, il muratore, il macellaio e, per ottenere di uscire dai luoghi di concentrazione, si sono convertiti spontaneamente in agricoltori. Ripeto, però, che nell’insieme corrispondono e questo mi veniva confermato stamane anche dal senatore Faina». Lo stesso giorno in cui apprese questa informazione, la giunta municipale, deliberò di ospitare i prigionieri di guerra, e relativa scorta, nell’ex-monastero di Santa Pace, allora di proprietà comunale, ubicato dentro le mura, nella parte alta della città denominata ‘Capo la Terra’. Ormai il tempo incalzava perché la prima mietitura e la falciatura del fieno erano imminenti ed era necessario avere questi prigionieri per uti-

67 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 25 maggio 1917 n. 100, c. 216.

68 ASCN, Postunitario, Delibere di Consiglio, reg. n. 35, delibera 29 maggio 1917 n. 61, c. 39.

lizzarli come forza lavoro visto che gli uomini erano al fronte.

Il 12 giugno 1917 la sottoprefettura di Spoleto informò ufficialmente il sindaco dell’avvenuta concessione di prigionieri e lo invitò a prendere accordi con il Corpo d’Armata di Roma.

Il 19 giugno il pro-sindaco Allegrini e il segretario capo del comune, per firmare la convenzione, si recarono dal maggiore cav. Bricola, ad Orvieto presso il comando del reparto prigionieri di guerra. Da parte del comune fu richiesta anche una scorta di soldati perché le proprietà terriere nursine erano molto frazionate e quindi i prigionieri, per svolgere il loro lavoro, avrebbero dovuto essere divisi in drappelli e inviati in luoghi diversi tra il capoluogo e le frazioni.

Alle ore 10 del 24 giugno 1917, per un chiarimento generale sulla situazione, il sindaco invitò nella sala del consiglio comunale tutti i maggiori proprietari dei fondi agricoli anche per renderli edotti «di tutti i loro doveri morali e materiali» qualora avessero voluto utilizzare i prigionieri di guerra. Alla riunione vennero invitati: Gentili Antonio (presente), Cesari (presente), Dottor Colantoni Valentino, Eugenio Argentieri, Fiscaletti Adelindo (presente), Massenzi Nunzio (presente), Arduino Francesco (presente), Cetronella Vincenzo (presente), Civitenga Benedetto (presente), Finocchioli Adriano per la Ved. Viola, Fusconi Attilio (presente), Corazzini Benedetto, Petrangeli Benedetto, Battilocchi Claudio (presente), Pacifici Giovanni (presente) per Norcia; Petrini Riccardo per Biselli; Massenzi Lorenzo (presente) per Serravalle; Ricci Francesco per Agriano; Micucci Domenico per Ocricchio; Petrangeli Agostino per Savelli; Cipriani Pietro (presente) per Pescia, Amici Domenico per Valcaldara; Onori Pietro per S. Pellegrino; Petrangeli Angelo per Nottoria; Castelli Cesare e Marinelli Antonio per Ancarano; Angelini Angelo per Campi; Pileri Giuseppe per Piediripa; Perla Girolamo per Castelluccio.69

69 Nell’estate del 1917 un gruppo di prigionieri venne distaccato a Castelluccio e, per la lontananza dal capoluogo, venne sistemato nella scuola elementare della frazione che, a quel tem-

Il 1 luglio 1917, il maggiore Bricola di Orvieto mandò un telegramma al sindaco di Norcia informandolo che i prigionieri sarebbero arrivati il giorno successivo alle ore 11:00 presso la stazione di Spoleto e chiese di far trovare sul posto una persona incaricata per guidare il distaccamento a destinazione. Venne richiesto, inoltre, di mettere a disposizione un mezzo per il trasporto dei materiali e dei viveri e così facilitare la lunga marcia degli uomini. Viene da domandarsi che sentimenti suscitò tra gli abitanti della Valnerina il passaggio di questa lunga colonna umana di prigionieri e scorta durante i cinquanta chilometri che separavano Spoleto da Norcia.

Dietro il fronte della Grande Guerra, collezione privata.

Non è dato sapere, al momento, di quale nazionalità fossero i prigionieri giunti a Norcia: nei documenti si fa riferimento a prigionieri austro-ungarici senza specificarne l’identità nazionale anche se sappiamo che, in base a disposizioni del 1916, per evitare gli attriti esistenti fra le varie nazionalità della monarchia austro-ungarica, i prigionieri venivano ripartiti po, era abitata da 522 persone. C’è in proposito una lettera del sindaco Allegrini inviata alla maestra di Castelluccio, Corinna Paoletti, con la quale la stessa veniva invitata a consegnare all’assessore Girolamo Perla la «sua chiave della scuola dovendo essere subito e provvisoriamente adibita per i prigionieri di guerra e relativa scorta che si recano costì pei lavori agricoli». ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, busta 438, cat. XI, cl. 1, fasc. 3.

in due gruppi distinti: da una parte gli slavi (boemi, polacchi, slovacchi e croati), dall’altra tedeschi-ungheresi (tirolesi, stiriani, bassa e alta Austria). Nel 1918, dopo il Congresso dei popoli oppressi, il governo italiano acconsentì alla costituzione di reparti armati tratti dai prigionieri da inviare al fronte come preziosi alleati.70

A Norcia, in un primo momento si pensò di sistemare i prigionieri di guerra nei pressi di Porta Spoletina, attuale Porta Romana, ossia nei locali della “Scuola tecnica pareggiata Umberto I” e nelle adiacenti scuole elementari. Tuttavia, il trasferimento delle scuole in altri ambienti negli ultimi mesi dell’anno scolastico, avrebbe creato non pochi problemi soprattutto in un periodo in cui dovevano aver luogo gli esami finali della scuola tecnica e non potevano essere distratti o trascurati gli alunni delle scuole elementari. Si temevano, inoltre, danni nei locali e spese impreviste da affrontare all’apertura del nuovo anno scolastico. A questo si aggiunga il fatto che, in quegli edifici, erano presenti anche gli uffici della direzione con tutti i documenti e gli atti inerenti, il “gabinetto” di fisica ed il locale ad uso di museo e biblioteca. I timori dell’amministrazione comunale di Norcia riguardo ad eventuali danni agli edifici scolastici non erano privi di fondamento ma dettati da una recente esperienza legata all’ospitalità data presso l’ex-monastero di Santa Pace al primo e secondo battaglione del 18° reggimento artiglieria ‘L’Aquila’, impegnati a Norcia in esercitazioni di tiro dal 20 luglio al 1° agosto 1913. La permanenza dei due battaglioni arrecò evidenti e costosi danni all’edificio. A tutto il 1917, l’amministrazione comunale non era ancora riuscita a farsi risarcire, né dalle autorità militari né dal ministero della guerra, il danno che ammontava alla cospicua somma di 1.216 lire.71

70 Partendo dal presupposto che la guerra alimentava le spinte secessioniste nella monarchia austro-ungarica, l’8 aprile 1918, si svolse a Roma il Congresso dei popoli oppressi al quale presero parte rappresentanti dei comitati nazionali iugoslavi, cecoslovacchi, polacchi e rumeni, accolti da esponenti del mondo politico e culturale italiano e inglese.

71 I danni arrecati all’ex monastero di Santa Pace e “alla porta della palestra ginnastica nel

Per tutte queste ragioni, l’8 giugno 1917, la giunta comunale, su proposta dell’assessore avv. Vittorio Argentieri - sentito telefonicamente dal segretario capo comunale - pensò di non utilizzare le scuole bensì di destinare ancora una volta l’ex-monastero di S. Pace come alloggio, in questo caso, dei prigionieri di guerra.72

Dopo aver effettuato un sopralluogo si constatò che quella proprietà comunale, oltre ai danni subiti dai militari, era stata lasciata per anni in completo abbandono ma che gli ambienti individuati erano comunque sufficienti, adatti e considerati idonei dal punto di vista igienico-sanitario non solo per i prigionieri di guerra ma anche per altri usi, come ad esempio quello di alloggiamento di truppa o di ricovero per i profughi. Era necessario, tuttavia, eseguire subito alcuni importanti lavori di manutenzione nel tetto soprastante gli ambienti di quello che un tempo era il refettorio del monastero. I lavori furono eseguiti in economia con una spesa di circa 500 lire, riutilizzando anche il legname e il materiale che si trovavano sul posto. Durante i lavori, però, emerse l’urgente necessità di intervenire anche nella parte di fabbricato prospiciente via Ufente, «dove vi è l’ingresso al fabbricato» perché il tetto, anche lì, minacciava seri pericoli per l’incolumità delle persone e i locali sottostanti, compreso l’ambiente d’ingresso, erano diventati insicuri. Tale intervento era ormai necessario anche per non vanificare i lavori già realizzati nell’ala del refettorio: vennero così stanziate altre 456,52 lire.73

locale detto degli Scolopi” erano stati arrecati a “finestre di castagne con relativi scuri 47; porte di castagno 41, scale murate di noce 2; ringhiera di legno 1, scanzie a credenza con porte 4; un piccolo vano con relativa porta per l’asfissia dei cani, completamente abbattuto; coperchio di pietra che chiudeva la tomba ove vi sono ancora i resti dei cadaveri è stato rotto e gettata nella sepoltura; una scala in mattoni, completamente divelta”. ASCN, Postunitario, Cartggio amministrativo ,1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 3, busta 437.

72 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 8 giugno 1917 n. 115, cc. 223-225.

73 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 29 giugno 1917 n. 125, c. 229230. Le delibere di giunta in materia vennero ratificate nel consiglio comunale del 28 settembre 1917. ASCN, Postunitario, Delibere di Consiglio, reg. n. 35, delibera 28 settembre 1917 n. 103, cc. 64,65. A quanto pare tutto il complesso architettonico di Santa Pace aveva subito danni dall’incuria in cui era stato lasciato. Lo deduciamo anche perché la chiesa di S. Maria

Dopo che i prigionieri vennero acquartierati nell’ex monastero, il tenente Salvatore Martignetti, comandante del distaccamento dei prigionieri di Norcia, il 24 luglio 1917 ebbe l’esigenza di isolare la parte del monastero riservata al distaccamento chiudendo gli accessi verso gli orti vicini e verso gli altri ambienti non destinati ai prigionieri e alla scorta. Chiese anche di far adattare ad uso di prigione due locali e, almeno uno, con una certa sollecitudine.74

Qualche giorno dopo il suo arrivo, il tenente Salvatore Martignetti, adducendo motivi familiari volle trasferire il proprio alloggio, sempre a Norcia, ma in una camera presa in affitto dalla signora Teresa Colantoni. Per questa ragione chiese al comune se, in base alla convenzione stipulata con l’autorità militare, era competenza dell’ente provvedere al pagamento della locazione. La giunta municipale accolse la richiesta e anticipò «35 lire a Teresa Colantoni per l’alloggio fornito al tenente».75

della Pace, anch’essa di proprietà comunale, era quasi completamente diroccata e minacciava seriamente l’incolumità pubblica sia in Via Ufente che in Via delle Vergini. E anche se erano stati posti segnali fatti con grosse travi per indicare il pericolo ai passanti, il fatto che su via Ufente passassero continuamente bambini che si recavano alla scuola elementare ubicata su quella via, non lasciava tranquilli gli amministratori pubblici e la cittadinanza. Per scongiurare il pericolo, già il 30 maggio 1917 la giunta municipale fece rimuovere subito le grondaie «uniche rimaste del tetto già caduto» e fece contemporaneamente eseguire la copertura dei muri rimasti scoperti usando le tegole recuperate per evitare danni maggiori. Anche in questo caso i lavori vennero eseguiti in economia per una spesa complessiva di 300 lire. Il materiale riutilizzabile venne trasportato in un magazzino municipale adiacente alla detta chiesa. ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. X, Cl. 1, fasc. 1. busta 438; ASCN, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 30 maggio 1917 n. 102, cc. 217-218. Nel 1920 l’ex monastero di Santa Pace venne venduto dal Comune che fissò il prezzo base a lire 35.000 e accettò le condizioni imposte dalla Giunta Provinciale ossia di investire il ricavato dalla vendita in titoli del VI Prestito Nazionale e di bandire un’asta pubblica da tenersi col metodo della candela vergine. ASCN, Postunitario, Delibere Commissario Prefettizio, 1920, n. 23 e n. 72.

74 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. XI, Cl. 1, fasc. 3. busta 438. Anche in seguito vennero effettuati altri lavori di manutenzione: nel febbraio del 1919, ad esempio, vennero pagate 19,80 lire ad Antonio Salvatori per non meglio specificati lavori effettuati nel complesso di Santa Pace. ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 22, delibera 14 febbraio 1919 n. 16, cc. 126-128.

75 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 20 agosto 1917, n. 166, c. 250. Anche nel 1919, la giunta autorizzò il pagamento dell’alloggio a G. Passeri, allora tenente del distaccamento dei prigionieri, in favore di Sales Chiara, per un importo di 28,80 lire nel mese di febbraio e di 31 lire nel mese di marzo. Un’altra annotazione, pur non specificando il mese di pigione, prevede il pagamento di 30 lire in favore di Felice Bianconi, sempre per «alloggio

All’arrivo dei prigionieri, nel luglio del 1917, l’amministrazione comunale, consegnò anche una serie di oggetti per l’uso quotidiano e per il funzionamento del distaccamento. Ne è rimasto il seguente inventario:

«Tavolo grande n. 1, Tavolini n. 1, Seggiole n. 4, Secchia n. 1, Braccone di ferro zincato n. 1, Bottiglia d’acqua n. 1, Bicchiere n. 1, Cortela n. 1, Calamaio n. 2, Penaroli n. 4, Portacatino di ferro n. 1, Brocca smaltata n. 1, Catino ferro smaltato n. 1, Fermalia olio n. 16, Banche scuola n. 15, Scope n. 2, Scopone n. 1, Buste d’ufficio n. 26, Carta rigata, Carta asciugante, Carta protocollo, Bottiglietta inchiostro rosso n. 1, Bottiglietta inchiostro nero n. 1, Righe n. 2, Attaccapanni n. 1, Lampade elettriche, Catino di ferro n. 1, Scafale noce n. 1, 2 lettini con piedi di ferro e 2 pagliericci, Olio litri 2 un fiasco l. 6.50, Candele n. 2, Paglia n. balle [non è segnato il numero] consegnate il 3 luglio, Due ramazze, Due cognole, Una accetta, Una sega, Un cavalletto per segare la legna, Una mazza per spaccare la legna, Balle 34 per un totale di 824 kg».

Per garantire idonee condizioni igienico-sanitarie, il comandante del distaccamento Salvatore Martignetti, chiese all’amministrazione nursina anche disinfettanti da usare per le latrine e per altri locali del distaccamento.76

L’11 luglio 1917 entrarono in vigore le nuove tariffe orarie per «la mano d’opera dei prigionieri di guerra»: 22 centesimi per la mietitura, 20 centesimi per il trattamento anticrittogamico alla vite e all’olio, 16 centesimi per tutti gli altri lavori agricoli (esclusa la falciatura). Subito l’assessore Oddone Cammeresi fa sapere al Comando del distaccamento dei prigionieri di Cassino e al Comando locale che l’amministrazione non intende accettare le nuove tariffe in quanto aveva già sottoscritto una convenzione approvata in precedenza anche dall’autorità militare:

al tenente dei prigionieri». ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 22, delibera 5 maggio 1919 n. 57, c 145-147.

76 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, busta 438, cat. XI, cl. 1, fasc. 3.

«Pregola significarmi telegraficamente se cotesto Comando esonera Comune dal pagamento mercedi prigionieri per giornate che non lavorano dichiarando in tal caso tenerli a tempo indeterminato. Qualora ciò non sia concesso quest’Amministrazione rinuncia da oggi concessione, invitandola ritirare subito 50 prigionieri rimasti. Avvertola pure che questo Comune non accetta tariffa aumentata ma si attiene tariffa accettata in convenzione dall’Autorità Militare». E sempre l’11 luglio 1917 il pro-sindaco Filippo Allegrini comunica, tramite telegramma, al Comandante del reparto prigionieri di guerra di Orvieto che «di fronte difficoltà create concessione prigionieri lavori agricoli in lontane frazioni resta diminuita importanza lavori in prossimità centro. Stop. Pregola quindi ritirare 50 prigionieri».

Sulla questione, interviene anche Francesco Francolini, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Spoleto, inviando il 12 luglio 1917 la seguente lettera al cav. Nunzio Massenzi:

«Caro Nunzio, questa mattina ho incontrato Colantoni il quale mi ha riferito che costà i prigionieri di guerra verranno ben presto ritirati perché superflui per i lavori agricoli. Io non posso credere che farete simile cosa! Ricordatevi che vi pentirete quando non sarà più in tempo e quando non potrete più ottenerli. Se qualche giorno i prigionieri avanzano per i lavori agricoli, il Municipio potrà impiegarli per lavori stradali od altro basta che prendiate gli opportuni accordi con le Autorità Militari. Il Comune di Spoleto e Bevagna fanno altrettanto. Credo pure che diverranno sempre più preziosi e non vorrei che voi rimpiangerete di aver fatto una corbelleria… Tanti cari saluti a tutti Francesco Francolini».

Dopo questo chiarimento del Francolini che faceva vedere la questione sotto altri punti di vista, il 23 luglio 1917 il pro-sindaco Allegrini scrive al comandante dei prigionieri di guerra di Cassino di poter utilizzare gli stessi non solo per «la

mietitura, falciatura da ultimarsi nelle frazioni ma per altri lavori nell’interesse del Comune e dei privati, quali quelli relativi all’industria del carbone, taglio della legna, disboscamenti, manutenzione di strade, riparazioni stradali, di condutture, fognature, nonché lavori di calzolaio, di muratore, di panettiere….».

La richiesta, tuttavia, non viene accolta, anzi, il comune di Norcia è costretto anche a rivedere la sua posizione inizialmente contraria all’aumento delle tariffe per l’uso dei prigionieri di guerra.

Il Comando della Divisione Militare di Perugia, il 31 luglio 1917, risponde che «la Commissione prigionieri di guerra, ad analoga richiesta del comune di Spoleto e di altri concessionari di prigionieri, ha risposto negativamente allegando che urge dare la precedenza ai lavori agricoli per i quali vi sono attualmente pressanti richieste. Per quanto poi si riferisce ai prigionieri concessi a codesto Comune, la Commissione ha disposto che vengano fatti rientrare al loro reparto di provenienza, non avendo codesto Comune accettate le modificazioni delle mercedi dei prigionieri testè stabilite dalla Commissione Provinciale di Agricoltura di Perugia».

Il giorno dopo, un telegramma del sindaco Allegrini al Comandante interinale della divisione militare di Perugia, elimina ogni dubbio: «In riscontro al foglio di Vossignoria n. 8416 assicuro che questo Comune ha già da tempo accettato ed anche pagato in base modificazioni mercedi prigionieri e senza riserva. Stop. Quindi pregasi lasciarli fino ultimazioni lavori agricoli giusta convenzione».

Lo stesso giorno, il pro-sindaco Allegrini comunica al distaccamento Prigionieri di Guerra di Norcia che l’amministrazione è pronta a «corrispondere, come effettivamente ha già corrisposto, la nuova tariffa ritirando ogni riserva» tant’è che, il 20 agosto 1917, all’unanimità, la giunta municipale prende atto del «conto relativo ai lavori di prigionieri di guerra dal 4 luglio

al 14 agosto 1917 presentato dall’ufficio di contabilità municipale». È ancora un resoconto parziale e il risultato definitivo verrà fatto al termine della guerra. In ogni caso, inizialmente, il risultato sembra portare un utile netto di lire 878,79 nelle casse del comune. Per le 41 giornate di lavoro dei prigionieri di guerra viene versata dai proprietari terrieri una somma di 4.642,06 lire alla quale va tolta la quota dovuta allo stato pari a lire 3.309,90, una perdita non ben spiegata di 6,43 lire nonché le spese fatte, ossia 453,37 lire così suddivise: «Paglia quintali 12 lire 144,00 - Trasporto zaini e viveri lire 100,00 - Trasporto paglia lire 42,00 - Alloggio tenente luglio e agosto lire 60,00 - Luce elettrica lire 10,00 - Trasporto sindaco e segretario lire 90,37 - Trasporto viveri Castelluccio lire 7».77

Tutto sembra procedere per il meglio quando una lettera dell’assessore Vittorio Argentieri spinge, il 4 dicembre 1918, la giunta municipale ad avocare a sé la gestione dei prigionieri «poiché il Commissario Agricolo locale, che finora si è interessato di tale gestione, non ha altra ingerenza che quella di disporre la distribuzione dei prigionieri per i lavori necessari». La giunta, sentiti seduta stante il commissario agricolo Nunzio Massenzi ed il tenente dei prigionieri, delibera di passare al Comune dal primo dicembre 1917 la gestione dei prigionieri e di approvare, in un secondo momento, il resoconto della gestione contabile dei ‘prigionieri di guerra’ tenuta fino a quel momento, per conto del comune, dallo stesso Massenzi.78

Sembrerebbe una gestione oculata e precisa stando a quanto scrive il 20 dicembre 1918 il sindaco facente funzioni Vittorio Argentieri al commissario agricolo Massenzi: «Questa amministrazione ha ricevuto il rendiconto da Lei presentato della gestione prigionieri di guerra da lei tenuta dal 20 luglio al 30 novembre decorso, consistente in una nota di entrata e d’una nota di spese, con le relative pezze giustificative.

77 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 20 agosto 1917 n. 165, cc. 249-250.

78 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 22, delibera 4 dicembre 1918 n. 196, c. 102.

Secondo le note spese, vi è un residuo attivo di L. 454,93, oltre un credito verso il Comune di Cascia per 2766 ore di lavoro effettuato da 20 prigionieri, nel bimestre luglio e agosto decorso per le quali si debbono da quel comune i relativi compensi in cent. 15 per ogni ora.

Nel prendere atto della presentazione del rendiconto suddetto, mi è grato dichiararle che ho trovato che la sua gestione è stata tenuta con molto ordine ed esattezza. E pur riservandomi di esaminare le pezze giustificative, che ritengo indubbiamente legittime ed ammissibili, desidero però di esternarle fin d’ora il gradimento di questa Amministrazione alla quale è ora passata la gestione in parola. Con tutta considerazione il sindaco V. Argentieri».79

Al distaccamento dei prigionieri di Norcia, nel febbraio del 1919, venne fornita dall’amministrazione comunale una “caldaia” acquistata da Adamo Ciani al prezzo di 25 lire e questo prova che, a quella data, i prigionieri erano ancora presenti a Norcia.80

Alla fine della guerra tra il comune e il reparto prigionieri di guerra di Cassino, distaccamento di Prodo (Orvieto) – da cui dipendevano i prigionieri presenti a Norcia – sorse una controversia per il pagamento di 168,50 lire relative sia al trasporto dei prigionieri che delle spese per il pane e per la carne per il loro sostentamento. Inoltre, nel 1920, l’amministrazione comunale si vide costretta a pagare l’ulteriore somma di lire 492,60 lire, oltre alle spese giudiziali, alla Cassa Nazionale di Assicurazione, quale residuo del premio di assicurazione dei prigionieri di guerra per il periodo dal 29 ottobre al 7 dicembre 1918. La Cassa Nazionale di Assicurazione aveva citato il Comune davanti alla Regia Pretura del 4° Mandamento di Roma per ottenere 1141,70 lire, quale saldo del premio di assicurazione degli operai-prigionieri utilizzati dal comune stesso. Il credito vantato dalla Cassa Nazionale,

79 ASCN, Postunitario, Carteggio Postunitario, 1918, Cat.VIII, Cl. 1, Fasc. 1.

80 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 22, delibera 14 febbraio 1919 n. 21, c. 30.

in fase di transazione, venne ridotto a 492,60 lire per cui il Comune, per evitare ulteriori spese giudiziali, decise di pagare la somma dovuta.81

Quanto ai prigionieri di guerra a Cascia, una delibera consiliare del 2 settembre 1917, prova la loro presenza nel comune. Il sindaco, cav. Domenico Consolini, inserisce all’ordine del giorno della disccusione i provvedimenti da adottare per utilizzare i prigionieri di guerra per ‘lavori comunali’ visto che i privati non erano più interessati ad ottenere i loro servizi.

Dopo gli interventi di Sabatino Mariani, Luigi Di Lodovico, Adolfo Morini ed altri, a maggioranza, il consiglio comunale delibera «di disdire la permanenza a Cascia dei 40 prigionieri di guerra assegnati (…) perché il comune trovandosi impossibilitato a pagare la loro mercede per mancanza di fondi, non può assumersi tale aggravio».

Ed in effetti le casse del comune erano in pessimo stato. Il consiglio, lo stesso giorno, aveva affrontato il problema con una relazione dell’assessore Adolfo Morini e, il ‘critico stato economico’ venne affrontato contraendo un mutuo di ventimila lire presso la Cassa Depositi e Prestiti e Risparmi locali all’interesse del 6,50% per fronteggiare il pagamento degli stipendi e dei salari dei dipendenti comunali, delle forniture di medicinali ai poveri e le urgenze.

Durante il consiglio risultano assenti i consiglieri Ercole Altieri, Pietro Gavetti e Augusto De Santis perché richiamati alle armi.82

Profughi di guerra

Il 22 maggio 1917, con lettera espresso n. 147, la sottoprefettura di Spoleto comunica al sindaco di Norcia che per ordine ministeriale, si devono accogliere nella provincia un numero considerevole di profughi che, in parte, dovranno essere assegnati a «questo circondario, l’unico che sinora non ne ab-

81 ASCN, Postunitario, Delibere di Giunta, reg. n. 21, delibera 26 gennaio 1921 n. 5, cc. 37

82 ASCC, Postunitario, Delibere del Consiglio, 1905-1925, busta 4, fasc. 24.

bia avuti. La prego pertanto di iniziare e condurre a termine con alacrità, sollecitudine e zelo le pratiche necessarie perché possano trovarsi pronti i locali all’uopo occorrenti e perché da parte delle amministrazioni e delle organizzazioni civili e degli enti locali in genere sia prestata la necessaria cooperazione ed assistenza morale».83

Due giorni dopo, il 24 maggio 1917 il sindaco Filippo Allegrini, avvisato dell’arrivo di cinquanta profughi, scrive al prefetto che «con vari spostamenti potrebbero riunirsi alcune aule scolastiche e rendere libero un edificio nel quale troverebbero alloggio 50 profughi» ma, temendo tensioni sociali tra la popolazione provata dai lunghi anni di guerra, avverte «Ella sa che ci dibattiamo per la mancanza di pane e farebbe non gradita impressione il vedere aumentare persone alle quali devesi provvedere il mantenimento quando ci si fa mancare lo stretto necessario. Pertanto dovrebbesi darci tangibile assicurazione che grano e farina non mancheranno. La diaria dovrebbe essere ad ogni modo non inferiore a lire 1,50. Lo stato oltre a provvedere le suppellettili dovrebbe anche rimborsare il fitto di un magazzino sottostante al locale delle scuole femminili. I fondi dovranno essere inviati in anticipazioni non essendovi disponibilità presso gli Enti locali».

L’edificio a cui fa riferimento il sindaco è il locale sottostante le scuole femminili di Sant’Agostino ma di fronte al diniego del proprietario84 si pensò di collocare i profughi proprio nelle scuole Si rende, quindi, necessario avvisare l’ispettore scolastico con una lettera datata 11 giugno 1917: «I profughi verranno tutti collocati nel locale delle scuole femminili presso la chiesa di S. Agostino. I prigionieri e militari di scorta nei locali della scuola tecnica pareggiata del Ginnasio

83 ASCN, Postunitario,, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436. Per l’assistenza materiale, compreso l’arredamento dei locali, avrebbe provveduto lo Stato mentre per individuare gli edifici e per l’assistenza farmaceutica e scolastica, era necessario il coinvolgimento dei comuni. In caso di mancanza di edifici pubblici, era previsto un ‘modico fitto’ di alloggi privati purché dotati dei requisiti di ‘capienza, igiene, sicurezza…’.

84 ASCN, Postunitario, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436. Il proprietario sostenne che il «magazzino era ingombro».

e delle scuole elementari presso Porta Spoletina. Le scuole elementari che attualmente occupano gli ambienti di cui sopra, verranno sistemate in due locali dell’asilo, già liberi, il resto nelle scuole dell’Ospedale vecchio, purché venga concessa l’attuazione dell’orario ridotto».

La risposta del regio ispettore scolastico non si fece attendere e il 18 giugno 1917 venne comunicato al sindaco che il Provveditore agli Studi autorizzava l’occupazione provvisoria, e cioè fino al termine dell’ anno scolastico, dei locali delle scuole femminili (S. Agostino) e di quelli prossimi alla Porta Spoletina. Il Provveditore, inoltre, permette anche l’attuazione dell’orario alternato, secondo le modalità concertate verbalmente nel colloquio avvenuto alla presenza del sottoprefetto. Per il regolare funzionamento delle scuole nel successivo anno scolastico sarebbero stati presi provvedimenti successivi. Lo scompiglio generale causato dall’arrivo dei profughi è grande e, alla fine, per ospitarli, è necessario utilizzare anche una parte dell’ex convento di Santa Pace.85

Con decreto luogotenenziale n. 1697 del 14 ottobre 1917, venne costituito a Roma, presso il Ministero dell’Interno, un comitato centrale per l’assistenza dei fuoriusciti e dei profughi di guerra.

L’articolo 5 prevedeva che in ciascun comune dove erano ospitati fuoriusciti e profughi di guerra, venisse costituito, con decreto del Prefetto, uno speciale comitato locale per la loro assistenza morale e materiale. Il comitato locale era composto, a seconda dei casi, da tre o cinque membri. Il prefetto, con suo decreto, ne determinava il numero, nominava il presidente e i membri scegliendoli fra le seguenti categorie di persone: sindaco o assessore del comune; presidente o membri delle congregazioni di carità; presidenti o membri dei comitati di organizzazione civile, persone benemerite del comune per l’opera svolta nella propaganda patriottica; ispettori scolastici, direttori didattici, maestri comunali, parroci e 85 ASCN, Postunitario, Delibere del Consiglio Comunale, 20 febbraio 1918.

ministri di culto. Doveva far parte del comitato almeno un fuoruscito o un profugo in rappresentanza di tutti gli esuli. Fungeva da segretario del comitato il segretario comunale o altro impiegato in pianta stabile.

Profughe di guerra. Collezione privata.

Anche a Norcia, vista la presenza dei profughi, si rese necessario istituire un apposito comitato. Il sindaco Filippo Allegrini, sin dal 5 dicembre 1917, propose al Prefetto alcuni nominativi e, in attesa della nomina ufficiale, l’assistenza ai profughi venne prestata dallo stesso sindaco e «da alcuni buoni e volenterosi cittadini» tra i quali il presidente della Congregazione di carità, Ercole Brancali; Vincenzo Cetronella, don Attilio Gervasoni, Vincenzo Lanzi, Lallitta Marchesi, Laura Cipriani, Clotilde Corazzini, Cesira Lanzi, il cavaliere Sante Cesqui al quale il sindaco inviò una lettera che terminava con questo appello: «Confido che vorrà accettare il pio incarico con tutto quello slancio d’affetto e di patriottismo necessario nella triste ora che si attraversa».86

Nel marzo del 1918 il Prefetto chiese di regolarizzare le nomine procedendo ufficialmente alla costituzione di un comitato per il regolare funzionamento dell’assistenza per i profughi.

Su proposta del sindaco, il patronato di assistenza ai profughi di guerra venne costituito a Norcia con decreto del Regio Prefetto dell’Umbria del 9 aprile 1918 e si insediò nella segreteria municipale l’11 maggio 1918 alle ore 17. Il comitato era costituito dal sindaco Filippo Allegrini con funzioni di Pre86 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436. Nel carteggio ci sono anche alcune lettere di rinuncia all’incarico, come quella della signora Michelina Paris dell’8 novembre 1917 con la quale comunica al sindaco: «mi piange il cuore per essere costretta dirle che mi trova nell’assoluta impossibilità per accettare il nobile e pietoso ufficio a pro dei profughi, trovandomi sempre cagionevole di salute, tanto che presentemente trovami ancora convalescente d’influenza avuta da poco tempo. Quindi mi vorrà la S. V. compatirmi, tanto più si aggiunge che in casa abbiamo la sorella maggiore inferma da qualche tempo; la sorella insegnante anch’essa è indisposta, tanto che non ha potuto riprendere il servizio scolastico. Perciò come V.S. considera, mi è proprio impossibile assumermi il nobile incarico”. Stesso discorso per Maria Colizzi che il 6 novembre 1917 scrive al sindaco: «Pregiomi significare alla S. V. che, essendo rimasta sola in famiglia, non avrei il tempo necessario di potermi dedicare ad una coscienziosa opera d’assistenza a favore dei profughi di cui alla lettera d’invito della S. V.. Spiacente di non poter prestare l’opera mia nella triste ora presente. La riverisco». Il sacerdote Attilio Gervasoni, invece, venne incaricato dell’economato ma il 7 gennaio 1918 scrisse la seguente lettera al sindaco: «Accettai in via provvisoria l’economato dei profughi. Le mie occupazioni però di sacerdote e di parroco non mi permettono di rimanere più a lungo in detto officio. Rassegno quindi nelle sue mani le mie dimissioni, e perché la S. V. possa prendere quei provvedimenti che sono del caso. Le significo che io rimarrò in carica sino a tutto il dieci del corrente mese. Gradisca i miei ossequi e mi abbia con perfetta osservanza». Una annotazione a matita ci permette di sapere che il sacerdote Gervasoni seguitò a rimanere in carica fino alla fine del gennaio 1918.

sidente e dai consiglieri Ercole Brancali, vice presidente del comitato civile e presidente della commissione annonaria e di limitazione dei consumi; Vittorio Argentieri, Clotilde Colantoni, maestra e membro della commissione d’assistenza ai profughi provvisoria; Annina Lanzi, membro della commissione d’assistenza ai profughi provvisoria; Vincenzo Lanzi, vice ispettore scolastico; Nunzio Massenzi, in rappresentanza della Congregazione di Carità; Eriberto Valesini, impiegato dello stato civile e Federico Viola, segretario capo del Comune di Norcia. Non venne proposto dal sindaco nessun profugo «essendo tutte donne e bambini».

Per quanto riguarda il pagamento dei sussidi ai profughi, il comune di Norcia procedeva nel seguente modo: le somme provenienti dal Governo venivano versate nella cassa dell’esattoria comunale. Ogni settimana, in base ad un apposito prospetto, si prelevava la somma occorrente per il pagamento mediante un mandato a favore della maestra Clotilde Colantoni, espressamente incaricata dei pagamenti ed assistita da Annina Lanzi, entrambe facenti parte della commissione d’assistenza ai profughi provvisorici.87

Ogni mese, poi, il comune di Norcia doveva telegrafare il numero dei profughi alla sottoprefettura di Spoleto. Di ogni variazione nel numero dei profughi sia per aumenti (nascite, nuovi arrivi…) o per diminuzioni (decessi, trasferimenti in altre residenze, ritorno ai domicili d’origine) come pure nella composizione delle singole famiglie (matrimoni, scissioni di famiglie..) doveva essere dato avviso scritto di volta in volta alla Prefettura.

L’assistenza sanitaria ai profughi di guerra era in carico ai comuni e agli altri enti dove avevano trovato rifugio: le spese dovevano essere rimborsate dai comuni di origine dei profughi o dagli altri enti o, in difetto, dal Commissariato profughi. Per eventuali controversie relative ai rimborsi si poteva ricor-

87 Della commissione provvisoria facevano parte anche l’assessore Oddone Cammeresi, il presidente della Congregazione di Carità e il tenente dei reali Carabinieri Mario Tigri.

rere ad un apposito collegio di arbitri a Roma. In aiuto dei profughi di guerra e delle famiglie dei soldati feriti «gettate nella miseria a causa del prolungamento della guerra» intervenne l’American Red Cross, la Croce Rossa americana, in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, con le autorità militari, con i Prefetti e i Sindaci. Allo scopo di avere informazioni esatte, il Direttore di Assistenza civile della Croce Rossa Americana del Distretto di Roma, il 12 gennaio 1918 inviò ai sindaci dei comuni che ospitavano profughi un questionario. Il sindaco Allegrini, nel rispondere, rivolge parole di stima per la generosa opera prestata da quella istituzione e illustra brevemente la situazione a Norcia: «I profughi qui ricoverati, quasi totalmente donne e bambini, ascendono a 71, non ve ne sono nelle immediate vicinanze. Esiste un comitato di assistenza ai profughi fondato dal sindaco sottoscritto. I maggiori bisogni dei profughi sono gli indumenti personali dei quali sono totalmente privi cioè vestiti, scarpe, biancheria ecc. Le famiglie di soldati feriti che soffrono la miseria nel vero senso non ve ne sono. Esiste apposito comitato presieduto dal signor Brancali Ercole. I maggiori bisogni di questa comunità sono i fondi necessari per l’aiuto sia dei profughi che delle famiglie dei richiamati essendo questo un comune povero depauperato sia dall’emigrazione che dalle chiamate alle armi». Per l’assistenza dei profughi di guerra vennero raccolte ‘in pubblica beneficenza’ 716.20 lire alle quali, si aggiunse il sussidio di 500 lire deliberato il 20 febbraio 1918 dal consiglio comunale di Norcia spinto88 «da sentimenti patriottici e di carità verso gli sventurati». Ma i conti non tornavano: per il comune di Norcia lo sforzo per l’assistenza dei profughi andava oltre le proprie forze. Al 31 88 Al consiglio comunale, oltre al sindaco facente funzioni Filippo Allegrini risultano presenti i consiglieri Giovanni Pacifici, Vittorio avv. Argentieri, Filippo Allegrini, Vincenzo cav. Paris, Oddone Cammeresi, Nunzio Vergari, Pietro cav. Petrini, Lorenzo Massenzi, Pietro Cipriani. Risultano assenti Girolamo Perla, Paolo Ruggeri, Domenico Amici tutti militari e Filippo Di Filippo, Cesare De Angelis, Ufente Vannicelli, Eugenio Coccia, Oreste Antonelli, Pietro Micocci, Stefano Onori. Risulta dimissionario Marcello Spanicciati.

dicembre 1917, l’importo dei sussidi distribuiti ai profughi in denaro è pari a 376 lire mentre le spese per il mantenimento dei profughi sono pari a 3662,87 lire. Ecco perché il 29 marzo 1918 il sindaco di Norcia, rivolgendosi al Prefetto di Perugia scrive: «Le 5000 lire di cui il foglio di Vostra Signoria Illustrissima suindicato non le posso ritenere come anticipazione, ma come rimborso di somma dovuta a questo Comune, giusta mio ultimo telegramma e giusta contabilità che sarà trasmessa fra giorni. Non avendo il Comune fondi disponibili e pagando da tempo gli interessi del 6% sulla somma antistata, prego la cortesia della Signoria Vostra Illustrissima voler provvedere d’urgenza altra somma urgente e necessaria. Il sindaco facente funzioni F. Allegrini».

Tra l’11 novembre 1917 e il 30 aprile 1918 il comune di Norcia, per l’assistenza dei profughi di guerra, spese in totale 16.027,58 lire.

Ma quanti furono i profughi ospitati a Norcia? Da dove provenivano? Come si inserirono nel contesto sociale nursino?

Gestire l’emergenza profughi causò in Italia un momento di grande caos che, in parte, può essere rappresentato dalla grande catasta di bagagli, casse, bauli che giacevano presso la stazione Termini di Roma nel febbraio del 1918. Appartenevano ai profughi ed erano stati spediti dal Veneto «in seguito ai noti avvenimenti». Alle amministrazioni comunali venivano inviati gli elenchi dei bagagli con gli indirizzi di provenienza affinché ne dessero comunicazione ai profughi ospitati nei rispettivi comuni al fine di consentire loro di ritrovare i bagagli smarriti.

I profughi vennero divisi in due categorie: i regnicoli e gli irredenti. Per i profughi irridenti le circolari della sottoprefettura raccomandavano di usare lo stesso trattamento che veniva usato per gli altri ma, talvolta, l’arrivo dei rifugiati, sia regnicoli che irredenti, causò incomprensioni, diffidenze e

tensioni sociali.89

A Norcia, dalla documentazione esaminata risulta che nel 1917, dei 61 profughi accolti, la maggior parte erano donne con figli in tenerissima età. Cinque profughi erano di Cornuda (mandamento di Montebelluna), cinquanta di Fossalta di Piave (mandamento San Donà di Piave) e sei di Pordenone. Tra i profughi non si trovava nessun invalido di guerra mentre erano tre i profughi privi di occupazione.90

Si trattava di Barbieri Ferdinando,91 Lessi Antonio e Bianchini Giuseppe, tutti agricoltori. I nominativi, completi di età e del preciso mestiere, vennero forniti dal sindaco al Prefetto affinché, come stabilito dalle circolari, «sia provveduto al loro collocamento in base alle richieste già numerose, giacenti presso il Commissariato Generale d’Emigrazione».

Dopo la disfatta di Caporetto l’ondata di profughi civili, costretti ad abbandonare precipitosamente le proprie case e i propri beni, raggiunge le dimensioni di un esodo. Anche a Norcia il numero dei profughi è destinato a salire. Ne troviamo conferma in una lettera che il sindaco Allegrini invia al

Sottoprefetto di Spoleto:

«L’arma dei RR Carabinieri m’informa che disponga i locali del convento di Santa Pace per 80 profughi: aderendo volentieri all’invito ho disposto subito per lo sgombro dei locali suddetti

89 In Italia i profughi provenienti dalla “terre redente” secondo i censimenti ufficiali furono circa 80.000 di cui 30.000 dal Trentino e i rimanenti dalla Venezia Giulia. Reichsitaliener, o “regnicoli”, venivano chiamati i cittadini italiani immigrati in Austria e residenti (o dimoranti) nei territori asburgici, spesso da lunghi anni e talvolta da più generazioni; molti di loro rimpatriarono nei mesi precedenti l’intervento italiano nella Grande Guerra, per non trovarsi nella spiacevole condizione di sudditi di uno stato nemico, esposti alle probabili misure di ritorsione che l’Austria avrebbe preso – ed effettivamente prese – nei loro confronti. Malni Paolo, Evacuati e fuggiaschi dal fronte dell’Isonzo. I profughi della Grande Guerra in Austria e in Italia, in Franco Cecotti (a cura di), Un esilio che non ha pari” 1914-1918. Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001. 90 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436C 91 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436. Il 4 maggio 1918 viene analizzato dal Patronato di assistenza ai profughi il caso di Barbieri Ferdinando, coniugato con quattro figli. Si incarica il presidente di rivolgersi direttamente all’alto commissario affinché lo stesso, riconosciuto tubercoloso, venga ricoverato «in qualche sanatorio del regno, convivendo egli in ambiente comune con altri profughi dove si trovano molti bambini di altre famiglie».

attualmente occupati da soldati, inviati giorni or sono dall’autorità militare. Ad evitare ogni e qualsiasi inconveniente, credo mio dovere ricordare alla S. V. Illustrissima, con preghiera di volere rendere edotto d’urgenza chi di ragione, che questo Comune non è però assolutamente in grado di fornire i viveri, né combustibile pel riscaldamento, né arredamento alcuno e neppure può eseguire anticipazione di fondi».92

Nel gennaio del 1918 i profughi presenti a Norcia erano saliti a 70. Tra loro una ventina erano i minori e frequentavano le scuole elementari assistiti dal patronato scolastico che per l’anno scolastico 1917-1918 provvide «largamente di libri, quaderni, penne ed altri oggetti di cancelleria» ma non di indumenti perché non aveva mezzi e non aveva ricevuto «nemmeno i sussidi ordinari dallo Stato e dalla Provincia».93 Il numero dei profughi di guerra era destinato a salire rapidamente come dimostra il telegramma che il 22 marzo 1918 il sindaco di Norcia invia al sottoprefetto di Spoleto in risposta alla richiesta di accogliere altri profughi provenienti da Venezia e da Padova: «Comune approntò locali nel decorso ottobre per sessanta profughi mentre ora sono settantaquattro stop. Impossibile ricoverarne ancora mancando locali e suppellettili stop. Per compiacere Vossignoria procurerò ricoverarne un massimo di altri dieci. Il Prosindaco Allegrini».

Dalla fitta corrispondenza tra il comune e la sottoprefettura di Spoleto emergono non solo le difficoltà della città per far fronte all’emergenza profughi ma anche la presenza di un tessuto sociale lacerato dalle ulteriori difficoltà economiche che, inevitabilmente, la guerra portava con sé: «Il contegno dei Profughi in questa Città poco rispettoso verso le Autorità, contrario in tutto alla limitazione dei consumi e prescritta a tutti i buoni cittadini nella triste ora che si attraversa, e con danno

92 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436. Per gli arredi dei locali provvide la Prefettura mentre, per il resto, il sottoprefetto rassicurò il sindaco Allegrini che avrebbe fatto presente le difficoltà sollevate a chi di dovere (lettera 31 ottobre 1917).

93 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436.

rilevante di tutta la cittadinanza, che giustamente reclama che sulla piazza, i generi vengono rincariti e consumati dai Profughi perché carichi dei sussidi del Governo, e senza dimostrare il più piccolo amore al lavoro (fatta qualche rara eccezione fra essi) non può certo spronare quest’Amministrazione a maggiormente sacrificarsi per ricevere nuovi profughi, tanto più che la scarsezza dei viveri e l’aumento di essi ingigantisce ogni ora, senza che questa Città abbia avuto mai il minimo beneficio in mezzo ai tanti danni ricevuti dalla guerra, in confronto di altri comuni vicini, nei quali non si conoscono tutt’ora le conseguenze che portano i Profughi».94

Nonostante le difficoltà, l’amministrazione comunale nursina, «spinta da amore sincero per la Patria» si dichiara disponibile ad accogliere qualche altra famiglia «ed a tale scopo si sono fatte pratiche presso un albergo per eventualmente ottenere due stanze e cucina per un prezzo di L. 35 mensili (non compresa la biancheria) nonché presso proprietario di altra casa vuota nella quale potranno essere collocate altre due famiglie di circa 3 persone ciascuna per L. 35 mensili sempreché però le Autorità mandino anticipatamente tutto il necessario, nulla potendo questo Comune il quale già si è sacrificato e si sacrifica concedendo locale e luce gratuitamente, per circa 70 Profughi (locale che ha dovuto ristabilire con una spesa di oltre 2000 lire) e dovendo per dippiù antistare continuamente somme per il pagamento dei sussidi ai Profughi stessi pagando per le somme che sempre antista gl’interessi del 6%». L’amministrazione, nel rappresentare questa disponibilità alla sottoprefettura di Spoleto, coglie l’occasione per evidenziare che «le Autorità avevano promesso di tutto provvedere a questo Comune per i profughi» e invece «non mandarono che lenzuola coperte e pagliericci vuoti e nient’altro; mentre ognuno sa che occorre ben di dippiù e cioè tutti gli oggetti di cucina, tavole, cavalletti, panche, ecc.».

94 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1918, lettera 10 aprile 1918.

Il 15 maggio 1918 il dott. Viola, segretario comunale, scrive all’avvocato Vittorio Argentieri presso l’Hotel Palace di Perugia una lettera per avvertirlo che «ieri a sera, con automobile speciale, è venuto a Norcia il Delegato di P.S. di Spoleto, il quale accompagnato dal Tenente dei R.R. Carabinieri recatosi in segreteria mi ha fatto sapere rendersi indispensabile (e pare anche urgente) ricevere altri profughi in numero considerevolissimo. Ho sentito che l’Autorità è intenzionata di prendere a tale scopo il Palazzo del signor Marino Rinaldi (già Cipriani) e diverse altre case vuote.

Pare vogliano inviarli senza tener conto delle osservazioni dell’Amministrazione Comunale. Piaccia V.S. fare quello che meglio crede nell’interesse di Norcia presso le Autorità. Distintamente la riverisco».

Alla data del 22 ottobre 1918 i profughi ‘sussidiati’ dimoranti nel comune di Norcia sono 98, di cui 65 già presenti e 33 nuovi arrivati. Alla data del 14 marzo 1919 sono ancora 100 e provengono da Venezia, Cornuda, Fossalta di Piave, Croce di Piave, Oderzo, Falcade, Gorizia, Monastier.95 Come già accennato erano prevalentemente donne e bambini.96

Alcuni profughi di guerra trovarono occupazioni presso alcune famiglie nursine o nelle frazioni e persino presso la sta-

95 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, Cat. VIII, Cl. 1, Fasc. 7, busta 445.

96 Il 17 giugno 1918 il sindaco di Norcia comunica al Prefetto che non poteva inviare, come richiesto, nessun elenco di profughi disoccupati «essendo quasi tutte donne che devono occuparsi continuamente dei loro numerosi bambini. I due uomini disponibili sono già occupati, e le poche donne pure disponibili sono a servizio nelle famiglie che le richiesero». La richiesta della prefettura per avere l’elenco dei profughi disoccupati era finalizzata a diminuire, da parte dello Stato, l’onere per il sussidio ai profughi disoccupati. I profughi, nell’imminenza dei lavori campestri, in accordo con le autorità locali e con le direzioni delle cattedre ambulanti di agricoltura, cercarono di trovare un lavoro. Sempre nel mese di giugno del 1918, le Prefetture informarono i comuni che era necessario al più presto inviare in Francia operai profughi secondo accordi presi dall’alto Commissariato profughi. Nel Regno d’Italia vennero istituite otto regioni a capo delle quali venne proposto un ispettore generale che, tenendosi in contatto con i Prefetti, aveva il compito di dirigere il servizio. Alle dipendenze di ciascun capo regione erano posti un congruo numero di ispettori appartenenti all’alto Commissariato profughi incaricati di reclutare gli operai mediante capi squadra. L’11 ottobre 1918 arrivò a Norcia l’ispettore dell’alto commissariato Profughi per ingaggiare «profughi prenotati per lavori in Francia» ossia Giuseppe Moretti, Vittorio Ortolani, Giuseppe e Luigi Florian. ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1918, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 445.

zione dei Carabinieri Reali ma, alcuni di loro, per ottenere un sussidio maggiore, chiedevano al sindaco di essere considerate “persone sole” al fine di ottenere un aumento del sussidio giornaliero.

A questo proposito, il 4 marzo 1918, il sindaco di Norcia Allegrini, scrive una sconsolata lettera al Prefetto segnalando i diversi casi di malcostume di cui era a conoscenza chiedendo il da farsi. La lettera si conclude così: «Siccome l’esperienza mi ha dimostrato che malgrado tutti i sacrifici che si stanno facendo da questo Comune sia con l’antisto [= anticipo] dei denari (pei quali si dovranno pagare interessi non essendovi fondi in cassa) sia dal personale d’Ufficio e dai cittadini per le relative contabilità, pagamenti, ecc. ecc. riesce poi difficile ottenere l’approvazione di detta contabilità per la grande burocrazia esistente, così mi permetto chiedere se posso accogliere le domande di cui sopra, e questo all’evidente scopo di non essere eventualmente responsabile di pagamenti fatti non conformi ai criteri delle Autorità Superiori, tanto più che mi sembra illogico che una persona che si trova a servizio dove mangia e percepisce salario, debba avere anche un sussidio superiore a quello degli altri componenti la famiglia stessa. Ad ogni modo se ciò si deve fare, sarò ben lieto d’obbedire. Ringrazio ed ossequio. Il sindaco facente funzioni Filippo Allegrini».

Uno dei casi più eclatanti è quello che riguarda la famiglia del profugo Giuseppe Bianchini del fu Giovanni, agricoltore di 62 anni. Il nucleo familiare era composto di cinque persone per cui, in base alla circolare del 10 gennaio 1918 n. 12100 dell’Alto Commissario dei profughi, era dovuto ad ognuno di essi il sussidio giornaliero di lire 1,25. Il Bianchini, inoltre, teneva una figlia a servizio presso l’Orfanotrofio di Norcia, con diritto a vitto, alloggio e salario, e malgrado questo le si corrispondeva il sussidio di lire 1,25 - come se convivesse in famiglia - mentre «a stretto rigore secondo il sindaco di Norcia - tale sussidio dovrebbe essere ridotto». Per il sindaco

Allegrini era dunque infondato il reclamo che il Bianchini presentò al sottoprefetto di Spoleto per ottenere un aumento del sussidio e dell’indennità.

«Il lamento del Bianchini – scrive il sindaco il 30 aprile 1918 al sotto prefetto – è lamento generale di tutti i profughi, i quali pur troppo non sanno, o non vogliono, imporsi l’obbligo della limitazione dei consumi spettante ad ogni buon cittadino nella triste ora che si attraversa, valga il vero ch’essi sulla piazza di Norcia fanno acquisti d’ogni genere, e consumano più di ogni buon cittadino con danno rilevante della popolazione la quale giustamente reclama. (…) Va da se che accordandosi un aumento di sussidio al richiedente ricostituisce un precedente per tutti gli altri i quali hanno come il Bianchini eguali diritti ed uguali ragioni».97

La contabilità per le spese dei profughi doveva essere inviata alla Corte dei Conti al fine di avere un riscontro. A tal fine i comuni dovevano compilare un prospetto mensile indicando le generalità e l’età di ogni assistito oltre ad indicare la somma pagata per ciascuno e il totale. Il prospetto, a margine, doveva essere quietanzato da ciascun ‘padre di famiglia’. Se il vitto era in comune doveva essere allegato un prospetto con i dati anagrafici e l’età di ciascun profugo e un altro con l’elenco di tutte le provviste fatte e la somma pagata. A quest’ultimo elenco dovevano essere unite tutte le quietanze regolarmente numerate ed in modo progressivo, al fine di effettuare con facilità ogni riscontro.

«Avvertesi poi - si legge in una circolare - che per tassativa disposizione Ministeriale tutte le spese per provviste debbono andar soggette alla ritenuta del doppio centesimo di Guerra e le retribuzioni al personale assunto per il servizio dei Profughi, debbono essere soggette a ritenuta di R.R. ed al doppio centesimo di Guerra (…) Si osserva inoltre che per le provviste di materiali, di casermaggio od altro si debbono presentare apposite contabilità distinte da quelle del mantenimento o del sussidio».

97 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 436.

Il 2 gennaio 1918 il comune di Norcia si vede rispedire dalla sottoprefettura di Spoleto il primo rendiconto, un semplice prospetto riepilogativo, perché non erano state allegate le quietanze da parte di ciascun profugo né tanto meno documenti provanti le spese sostenute per il mantenimento dei profughi.98

Per i profughi, nel corso del 1918, all’angoscia per quanto accaduto, al destino incerto, alle difficoltà di inserimento nei nuovi contesti sociali si aggiunse il dramma della ‘febbre spagnola’, la grave epidemia influenzale, sviluppatasi nelle trincee e portata in tutto il mondo dai soldati che tornavano a casa per licenze o alla fine della guerra. La malattia non dava tregua trasmettendosi per via aerea e le poche medicine disponibili non erano efficaci a combattere una patologia così terribile. Per chi si ammalava non rimaneva che pregare e affidarsi alla divina misericordia.99

Molti dei profughi presenti a Norcia contrassero il virus dell’influenza che venne chiamata ‘spagnola’ poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata solo dai giornali spagnoli in quanto la Spagna non era coinvolta nel conflitto e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra. Il particolare contesto storico in cui si diffuse la ‘spagnola’ causò la morte non solo dei soldati logorati dalla guerra di posizione ma anche la decimazione della popolazione civile più di quanto non avessero fatto gli eventi bellici di per se stessi. Vittime illustri della ‘spagnola’ furono anche il poeta francese Guillaume Apollinaire, l’artista austriaco Gustav Klimt, il conte di Salemi Umberto di Savoia-Aosta, il letterato italiano Federigo

98 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo,1918, Cat. VIII, Cl. 1, Fasc. 7, busta 445. 99 La febbre spagnola imperversò anche nei campi di concentramento come testimonia Giuseppe Capoccetti, prigioniero a Meschede in Germania, nel suo memoriale: «La febbre spagnola imperversava e falciava inesorabilmente centinaia di vite umane. L’infermeria generale era piena di tubercolosi. I morti non si sotterravano perché il terreno era ricoperto di un grosso strato di ghiaccio, e allora li mettevano per otto accatastati dopo averli cosparsi con abbondante calce viva. Cose raccapriccianti al solo pensarci, ma purtroppo era così. Ormai si era più per la morte che per la vita». Capoccetti Giuseppe, L’irto sentiero ovvero le mie memorie, a cura di Rita Chiaverini e Egildo Spada, Fuorilinea, Monterotondo (RM), 2014, p. 172-173.

Tozzi e l’economista, storico e filosofo tedesco Max Weber. Pochi giorni prima della fine della guerra, il 10 ottobre 1918, con la circolare n. 619, la sottoprefettura di Spoleto raccomanda ai comuni «opportune norme e provvedimenti da adottarsi» così come stabilito dalla Prefettura: «Comunico per esecuzione seguente telegramma Alto Commissariato Profughi, la epidemica influenza diffusasi in varie provincie ha consigliato un provvedimento eccezionale in favore dei profughi colpiti onde permettere loro un più abbondante nutrimento e la provvista di quanto occorre alla cura della grave malattia. Con odierno decreto si dispone che da parte delle SS. LL. venga concesso ai profughi che dimostrino di essere colpiti da malattia non cronica, per tutta la durata della malattia ma non oltre trenta giorni un supplemento di sussidio ordinario nella misura di lire tre a persona al giorno. Tale supplemento dovrà essere pagato anticipatamente di cinque in cinque giorni e per la concessione relativa potranno le SS. LL. per la maggiore celerità delegare agli stessi organi incaricati dei pagamenti nei singoli comuni. Alla spesa relativa di provvederà con fondi anticipati sul capitolo 212 numero 6 che verranno congruamente aumentati secondo le richieste. Le SS. LL. sono poi autorizzate provvedere distribuzione sapone e disinfettanti per uso personale profughi nonché tutti i provvedimenti necessari, per la tutela igiene abitazioni profughi stessi. Ritienesi infine opportuno che, giusto parere espresso direzione generale sanità, che fino a nuovo ordine siano sospesi trasferimenti profughi eccetto quelli relativi reclutamento operai inviarsi in Francia e quelli che siano eventualmente nell’alito provincia, ragioni igieniche per sfollare attuali ricoveri. Attendo assicurazione telegrafica. Il sottoprefetto».100 Al termine del conflitto, per accertare la regolarità delle gestioni amministrative e contabili relative all’assistenza delle popolazioni e dei profughi e per verificare la corretta eroga-

100 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo,, Cat. VIII, Cl. 1, fasc. 7, busta 445.

zione degli oneri finanziari sostenuti dallo Stato, venne istituita nel 1920 una ‘Commissione parlamentare d’inchiesta per le terre liberate e redente’ che chiese informazioni specifiche anche al comune di Norcia riguardo «la natura e l’entità delle forniture pagate direttamente dagli enti preposti all’assistenza dei profughi». Il comune, con una nota datata 5 aprile 1922, evidenziò che «il patronato per i profughi non pagò direttamente delle somme per forniture ad essi fatte. Provvide soltanto alla consegna di vari oggetti forniti sia dal municipio che da altri enti o da privati, ma tali oggetti furono poi ritirati e riconsegnati. Il patronato ebbe soltanto dal comitato locale pro-profughi lire 820,20 e dal comitato regionale lire 350 in complesso lire 1170, 20 che nel rendiconto presentato dal Municipio vennero aggiunte alle anticipazioni avute dallo Stato per provvedere alle spese di assistenza ai profughi».101

101 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1922, cat. 8, cl. 1, fasc. 6, busta 472.

San Martino del Carso, collezione privata.

La testimonianza di un alpino: Giulio Rosi

Giulio Rosi nasce a Castelvecchio, frazione del comune di Preci, il 30 gennaio 1899 da Settimio e Rosa Manzi. È quindi uno dei ragazzi del ’99, le giovanissime reclute che nel 1917, al compimento dei 18 anni, vennero mandate in prima linea sui campi di battaglia. Fu l’ultima leva di 265 mila italiani chiamati a ‘resistere, resistere, resistere’ sul fiume Piave e sul Grappa e che contribuirono in modo decisivo alla Vittoria, spesso anche a costo della vita perché molti di loro non sono mai più tornati dal fronte.

Rosi, 6° Reggimento Al-

Dal foglio matricolare riusciamo ad avere diverse notizie su Giulio Rosi, un ragazzino-soldato, minuto e non alto di statura con i suoi 85 centimetri di torace e 1,58½ centimetri di altezza. Aveva capelli castani lisci, naso e mento ‘giusto’, occhi castano chiari, colorito roseo e una dentatura sana. Caratteri fisici che ritroviamo in una sua fotografia conservata ancora oggi con cura dalla famiglia: Giulio lo vediamo in una foto statica, scattata all’interno di uno studio fotografico. Il desiderio di spedire un suo ritratto a casa lo spinse a farsi fotografare in divisa da alpino.

Nella vita civile era, però, un giovane carbonaio capace di leggere e scrivere, anche bene, come testimonia il suo diario messo a disposizione per questa pubblicazione dal suo nipote omonimo, l’ing. Giulio Rosi, nella versione trascritta da Filippo Paolucci.

Giulio Rosi, matricola 9138, viene chiamato alle armi il 16

Giulio
pini, Battaglione ‘Vicenza’

febbraio 1917102 per mobilitazione generale essendo un soldato di leva di prima categoria del distretto militare di Spoleto. Viene inquadrato inizialmente nel 205° battaglione motorizzazione terrestre.

Nel diario Rosi annota che nella fase di assegnazione ai vari corpi «un tenente medico del 52° reggimento fanteria mi disse di restare nel 52° fanteria di Spoleto ma a questo punto un Capitano degli alpini che era presente alla visita mi fece sollevare i piedi, poi dandomi una manata sotto il piede destro disse con voce alta “6° Reggimento Alpini battaglione Vicenza».

In queste poche righe sembra quasi di scorgere una punta di rammarico per non essere riuscito a essere assegnato al 52° reggimento fanteria che aveva sede proprio a Spoleto e le cui origini sono legate ai Cacciatori delle Alpi al cui comando, nel 1859, era stato posto Giuseppe Garibaldi tant’è che al termine del conflitto mondiale, il 2 gennaio 1919, l’elemento distintivo del reggimento diventerà il simbolo garibaldino della cravatta rossa.

In effetti, dal foglio matricolare di Giulio Rosi, risulta che, circa 5 mesi dopo la “chiamata alle armi”, precisamente il 5 luglio 1917, divenne effettivo al centro mobilitazione del 6° reggimento alpini ‘Vicenza’ e venne subito inviato nella zona di guerra. Anche il 6° Reggimento Alpini aveva, in ogni caso, il suo prestigio: gli alpini austriaci soprannominarono gli avversari italiani appartenenti a questo reggimento ‘diavoli verdi’ per la loro resistenza fisica e il loro coraggio. Il battaglione ‘Vicenza’, al termine del conflitto ottenne la medaglia d’argento con questa motivazione: «Per le prove di fulgido valore date dal battaglione Vicenza, audace nell’attaccare, eroico nel resistere, sotto le tempeste di fuoco nemico, a prezzo di larghissimo tributo di sangue (Altopiani, maggio – luglio 1916; Coston di Lora 10 settembre 1916; Sasso Rosso, 28 gennaio 1918; Monte Cornone, 10 febbraio 1918)». Del 6° reggimento alpini - battaglione ‘Vicenza’ fecero parte anche il tenente Cesare

102 Nel suo diario Rosi scrive 17 febbraio 1917.

Battisti e il sotto tenente Fabio Filzi, irredentisti italiani, impiccati per mano austriaca.

Nel suo diario, Rosi annota di essere assegnato alla 3° compagnia con il grado di caporale e di essere stato inviato nella provincia di Verona: dal foglio matricolare, veniamo a conoscenza che questo grado gli venne conferito il 1° ottobre 1917. Sono i giorni che precedono la XII battaglia dell’Isonzo, quella che passerà alla storia come la disfatta di Caporetto, uno dei momenti più difficili per l’esercito e per il Paese: Rosi scrive nel suo diario che, all’improvviso, arrivò l’ordine di trasferirsi «al battaglione Monte Berico per fare da rincalzo alle numerose perdite che il battaglione aveva subito. Infatti era stato quasi distrutto. Nel frattempo gli Austriaci avevano sferrato una violenta offensiva….».

La violenta offensiva di cui parla Giulio Rosi è la battaglia di Caporetto, iniziata all’alba del 24 ottobre 1917. Un mercoledì. Sotto una pioggerella fastidiosa e fredda, dopo una notte di violenti bombardamenti, scatta l’offensiva della 14a armata austro-tedesca che liberando un gas sconosciuto avvolgerà in una nube di morte i soldati dell’87° fanteria schierati tra Plezzo e l’Isonzo. In quella stessa alba, l’aspirante ufficiale Giovanni Comisso, incaricato del funzionamento del centralino telefonico a Saga,103 presso il comando della 50a divisione, racconta che un ufficiale italiano, mandato a verificare le condizioni della truppa in linea «riferisce che i soldati sono tutti al loro posto, col fucile fra le mani e la maschera al volto. Dunque è mancato l’effetto…”. L’ufficiale però si mantiene a distanza delle truppe, se si fosse avvicinato avrebbe capito che “quei soldati, erano fermi, impietriti dalla morte che la piccola e miserabile maschera non aveva servito ad impedire».104

103 Saga, frazione del comune di Plezzo, si trova in Slovenia, nell’alta valle del fiume Isonzo.

104 Le maschere antigas di cui era dotato allora l’esercito italiano si dimostrarono impotenti contro l’acido cianidrico – precursore dei gas nervini – che causò la morte dei soldati istantaneamente, per paralisi del centro respiratorio cerebrale. Dell’ecatombe di cui fu vittima l’87° reggimento fanteria nulla si seppe per molto tempo. Silvestri Mario, Isonzo 1917, Saggi BUR, Roma, 2002, p. 389.

Caporetto Sacrario, foto di Lorenzo Attili.

La diabolica sorpresa dei gas mortiferi nella conca di Plezzo, l’incapacità dei comandi italiani che nei giorni precedenti sottovalutarono i segnali premonitori e la gravità della situazione, la mancanza di informazioni corrette, lo scarso ed errato addestramento al combattimento delle truppe causa una voragine sul fronte italiano che consente agli eserciti imperiali, attraverso una nuova strategia tattica di penetrazione dal fondovalle anziché di conquista delle cime dei monti, di convergere su Caporetto e di travolgere le difese italiane prive di riserve. Una inconsapevolezza della gravità della situazione che emerge anche dal diario di Angelo Gatti, colonnello di Stato Maggiore, chiamato dal generale Cadorna nel marzo 1917 al comando supremo per assumere la veste di storico ufficiale del comando.105

Gatti non condivide affatto il contenuto del bollettino diramato dal comando supremo in quella giornata che proclamava: «L’avversario con forte concorso di truppe e di mezzi germanici, ha effettuato, a scopo offensivo, il concentramento di numerose forze sulla nostra fronte. L’urto nemico ci trova

105 Gatti Angelo, Caporetto, Diario di Guerra (maggio-dicembre 1917), cur. Alberto Monticone, Il Mulino, 2007.

saldi e ben preparati».106

Per Gatti, in quel bollettino, c’è una frase ‘infelicissima’ in cui si parla del nemico. Quel ‘saldi e ben preparati’ non gli piace affatto al punto di sostenere che «è meglio vendere la pelle dell’orso dopo averlo ucciso». Ma poi pensa fra sé: «Per fortuna il tempo è orribile. Qui piove: là in alto, sui monti, farà almeno nebbia» e, subito dopo pranzo, decide di andare a svagarsi al cinematografo. Quando tornerà al comando sentirà di parlare di Sédan107 italiana e di ritirata al Tagliamento. In quel momento il panico dilaga: la rotta dell’esercito italiano ha inizio. Il 6° reggimento alpini si trova sul ‘rovescio’ del costone del Krad Vrh, nei pressi del paese di Doblar, come riserva del X Gruppo Alpino. L’addetto al diario del reggimento scrive: «Alle ore 4, cioè 2 ore dopo l’inizio dell’offensiva nemica il Comando del X Gruppo Alpino ordinava che una compagnia del Battaglione si spostasse a Selletta del Krad e si mettesse a disposizione del Maggiore Sig. Romano comandante il Gruppo Artiglieria. La 60° Compagnia occupa detta posizione. Alle ore 10 circa il comando X Gruppo Alpino ordina che le altre 2 compagnie del Battaglione e le tre sezioni Mitragliatrici si spostino alla sede del comando del X Gruppo Alpino. Quando tali reparti giunsero in prossimità della selletta del Krad, il Colonnello Salvioni comandante il 10° Gruppo Alpino diede l’ordine di distendersi lungo il Costone che dal Krad scende sino al torrente Doblar Potoc. In tale posizione il Battaglione respinse nel pomeriggio nuclei nemici che tentavano di avvicinarsi. Più tardi. Questo Comando riceve l’ordine dal Comando di Gruppo di ripiegare su Doblar alle ore 23,30 onde permettere all’11° e al 29 Gruppo Artiglieria P. C. di ripiegare in ordine. Alle 23,30 il Comandante il Battaglione Vicenza riceve l’ordi-

106 Bollettino del 24 ottobre 1917. I bollettini della guerra MCMXV-MCMXVIII, Edizioni Alpes, Milano, [1923], p. 415.

107 Nel settembre 1870 la battaglia di Sédan si concluse con il totale accerchiamento e la resa dell’armata francese di fronte alla schiacciante superiorità dell’esercito prussiano. Questa sconfitta causò la deposizione di Napoleone III e la fine del Secondo Impero.

ne di rimanere sino alle 2 del 25 [ottobre 1917] sulla posizione. Perdite del battaglione durante la giornata: della 60° Compagnia non si ha più alcuna notizia.

Gli altri reparti del Battaglione subiscono perdite abbastanza serie. Le salmerie ricevono l’ordine di ritirarsi su Kambresco108 e sulla ritirata hanno avuto 2 morti e 2 feriti. Stato atmosferico: nuvoloso».

Il giorno dopo, giovedì 25 ottobre, nel diario del reggimento viene annotato che «non avendo potuto l’11° e il 29° gruppo P C. ritirare tutti i pezzi per le ore 2, il Comandante il Battaglione Vicenza di propria iniziativa, aiuta il traino e scorta i pezzi sino a Ponte Doblar. Il Battaglione passa il ponte Doblar verso le 8 del mattino respingendo con fuoco di mitragliatrici una pattuglia nemica che tentava di raggiungere il Ponte. Alla sera del 25 il Battaglione prende posizione fra Monte Corrada (Korada) e Kambresco. Verso le ore 10 il Battaglione riceve l’ordine di sportarsi verso Monte Corrada. Salmeria a Podresca. Stato atmosferico: bello».

Ed ancora:

«Il battaglione raggiunge monte Corrada il 26 ottobre e, nel pomeriggio del 27 ottobre, si sposta allo sbarramento della Val dell’Indrio avanti il paese di Ischis. Passa alle dipendenze del Colonnello del 6° reggimento bersaglieri della 5a brigata Bersaglieri. Il battaglione occupò due successive posizioni: una sulla destra del fiume; l’altra sulla sinistra. Alla sera tardi riceve l’ordine di ripiegare su S. Giovanni di Manzano. Salmerie a Cividale»109.

Il ripiegamento prosegue anche nei giorni successivi e il 29 ottobre il battaglione raggiunge Talmasons coi resti del X Gruppo Alpino. Anche le salmerie si ritirano in tappe successive a Ponte di Cosarza con tutti i quadrupedi del battaglione e con altri 32 quadrupedi raccolti durante la ritirata perché

108 Kambreško in Slovenia, durante la Grande Guerra, è la sede dell’ospedale militare e residenza del generale Badoglio.

109 Le salmerie sono il complesso di viveri, carri, munizioni e bagagli di un reparto di truppa.

dispersi da altri reparti.

La mattina di martedì 30 ottobre il colonnello Salvioni110 forma di tutti i resti del X Gruppo Alpino un unico reparto del quale ne assume il comando e parte alla volta di Codroipo. La lunga colonna è chiusa dal maggiore cav. Ezio Campini, dal tenente Enrico Terzaghi, dal tenente Pietro Tosi nonché dallo Stato Maggiore del battaglione stesso. A circa cinque chilometri da Codroipo la coda della colonna viene investita, nel disordire nella ritirata, da ‘un’orda di fuggiaschi’ per cui lo Stato Maggiore del battaglione con gli ufficiali si ferma a riordinarli mentre il battaglione prosegue la sua marcia. Tuttavia, dopo circa tre ore, dato che la «fiumana dei fuggiaschi aumentava straordinariamente rendendo impossibile ogni opera di riordinamento» lo stato Maggiore del Battaglione e gli ufficiali decidono di proseguire verso Codroipo ma essendo il paese già occupato dal nemico si dirigono verso il ponte di Mandrisi mentre le salmerie di spostano a Casarsa. C’è anche il tempo di annotare lo «stato atmosferico: pioggia e nuvolo». Il giorno dopo, mercoledì 31 ottobre 1917, il tempo è migliorato e la piccola colonna prova a rintracciare il colonnello Salvioni e i resti del X Gruppo Alpino. Dai soldati e dai tenenti Augusto De Toni e Agide Garettoni del battaglione Vicenza già fatti prigionieri ma riusciti a fuggire si apprese che il X Gruppo Alpino era stato circondato e in parte fatto prigioniero a Codroipo.

Il battaglione, ridotto a circa 200 uomini, il primo novembre si sposta a Valvasone sul Tagliamento e due giorni dopo, sabato 3 novembre, viene raggiunto dal maggiore cav. Ezio Campini e dai tenente Pietro Tosi, Enrico Terzanghi e Agide Carettoni, tutti ufficiali del battaglione con 12 alpini sfuggiti alla cattura della colonna Salvioni avvenuto in Codroipo.

Il 5 novembre il battaglione parte da Valvasone diretto a Sacile dove arriva il giorno dopo alle 7 del mattino. Riceve or-

110 Il colonnello Filippo Salvioni, medaglia d’argento al valor militare, venne fatto prigioniero durante la battaglia di Caporetto.

dine dal Comando del X Gruppo Alpino di portarsi a Ponte della Priula dove arriva la sera del 7 novembre per ripartire il giorno dopo e giungere a Piombino d’Ese (8 novembre); Curtarolo (9 novembre); Montegalda (10 novembre) dove non può sostare per la presenza di molta truppa. Raggiunge quindi Cervarese S. Croce sotto una pioggia incessante.

La più grande Italia 1918, collezione privata.

Di tutto questo sbandamento e concitazione generale troviamo solo dei cenni nel diario di Giulio Rosi che fa riferimento alla violenta offensiva degli austriaci e al repentino trasferimento nella zona ‘tra il monte Grappa e gli altopiani di Asiago nei pressi di Cima Undici e di Cima Dodici’. Altra annotazione ricordata dal Rosi è lo scavo di trincee e la realizzazione di camminamenti fatti durante la notte. Queste affermazioni del Rosi trovano un riscontro nel diario del 6° Reggimento Alpini dove viene annotato che il 16 novembre 1917 il battaglione viene caricato su un camion e raggiunge Bassano mentre le salmerie stazionano a Nove Vicentino. Il 17 novembre 1917 l’intero battaglione si sposta allo sbarramento di Valsagna e il 20 novembre 1917 viene raggiunto da 200 complementi e dai vari ufficiali tra i quali un

capitano. Il 27 novembre 1917 viene annotato: «Il battaglione dipende tatticamente dal 9° Gruppo Alpino. Trovasi in linea alla destra del Monte Badenecke: 2 compagnie con 2 sezioni mitragliatrici Fiat, 2 sezioni pistola pesanti tengono la linea. Alle dipendenze del Comando Battaglione Vicenza trovansi una compagnia mitragliatrici e una sezione bellica. La terza compagnia del Battaglione trovasi ad immediato rincalzo. Gli uomini sono adibiti di notte a lavori di rafforzamento e di difesa. Cielo sereno. Il 30 novembre continua il lavoro di rafforzamento e di difesa».111

Dunque Rosi e i suoi commilitoni sono momentaneamente in salvo sull’Altipiano di Asiago ma non possiamo più seguire i vari spostamenti perché manca il diario storico ufficiale del reggimento del mese di dicembre 1917 che, probabilmente è andato perduto durante uno dei combattimenti. Sappiamo però che dopo la disfatta di Caporetto, sotto la pressione dell’esercito austroungarico rafforzato dalle truppe tedesche ritirate dal fronte russo, anche la linea italiana dell’Altipiano di Asiago deve ripiegare su Cima Echar, Monte Valbella, Col del Rosso e Zaibena. Ed è proprio in questo contesto, durante il combattimento di monte Badenecche (Badenecki), che l’11 dicembre 1917, Giulio Rosi viene fatto prigioniero e portato nel campo di prigionia di Milovice, in Boemia centrale. In questo campo vennero internati quasi ventimila uomini, molti dei quali morirono per epidemie di tifo e per fame. Nel cimitero di Milovice sono sepolti 5710 soldati italiani, 521 russi e 51 serbi. Giulio Rosi, dopo la prigionia, farà ritorno in Italia l’8 gennaio 1919. Il 28 marzo 1920 è finalmente nel distretto militare di Spoleto e viene inviato in congedo illimitato. Gli viene rilasciata la dichiarazione di aver tenuto durante il tempo passato sotto le armi «buona condotta» e di aver servito «con fedeltà ed onore».

111 AUSSME, Diario Storico-militare 6° Reggimento Alpini, 1 aprile 1917 – 30 aprile 1918, B – 1, Sez. III B, n. 1987 C.

È stato autorizzato a fregiarsi della medaglia interalleata della vittoria con regio decreto n. 1918 del 16 dicembre 1920 (concessione 16854) e della medaglia commemorativa nazionale della guerra 1915-1918 istituita con regio decreto n. 1241 del 29 luglio 1920 nonché ad apporre sul nastro della medaglia la fascetta corrispondente alla campagna di guerra 1917 (concessione n. 328098).112

112 SASSp, Distretto militare, Ruoli matricolari, Anno 1899, reg. 234.
Ricordi di famiglia dell’Alpino Giulio Rosi.

Diario di guerra: ricordi di guerra e di prigionia

Trascrizione a cura di Filippo Paolucci

Io, Rosi Giulio nato il 30 gennaio 1899 a Castelvecchio di Preci in provincia di Perugia, fui chiamato sotto le armi il 17 febbraio 1917, primo quadrimestre della classe del ’99.

Andai a Spoleto e mi presentai al distretto che si trovava nei pressi della stazione ferroviaria, poi finché non fu chiamata l’intera classe ci tennero impegnati con marce ed istruzioni.

In seguito quando la classe fu al completo ci passarono la visita per destinarci ai vari corpi.

Un Tenente medico del 52° fanteria mi disse di restare nel 52° fanteria di Spoleto ma a questo punto un Capitano degli Alpini che era presente alla visita mi fece sollevare i piedi poi dandomi una manata sotto al piede destro disse con voce alta “6° Reggimento Alpini battaglione Vicenza”.

Fui assegnato alla 3° Compagnia con il grado Caporale, poi con il treno fui trasferito al nord e scesi alla stazione di Ceraino113, da quì ci portarono a Rivoli Veronese in un forte, nei pressi del paese, situato sopra una collina.114

Tale forte veniva denominato Forte Broccolo e venne assegnato a noi della 3° compagnia mentre il resto del battaglione, e cioè la 1°, la 2°, e la 4° compagnia ebbe l’ordine di attestarsi ai piedi della collina nella caserma Massena115 e così ci trovammo già in zona di operazioni.

Continuammo a fare esercitazioni fino a quando non arrivò l’ordine di trasferirci al battaglione Monteberico per fare da rincalzo alle numerose perdite che il battaglione aveva subito, infatti era stato quasi distrutto. Nel frattempo gli Austriaci

113 Ceraino è una frazione del comune di Dolcè in provincia di Verona. La stazione ferroviaria posta sulla linea Bolzano-Verona è dal 1999 fuori servizio.

114 Il forte Rivoli, nel comune di Rivoli Veronese, è chiamato anche forte Wohlgemuth e si trova sulla stretta del fiume Adige.

115 La caserma Massena, nel comune di Rivoli Veronese, si trova a sud del forte Rivoli o Wohlgemuth, così chiamato in onore di un generale austriaco distintosi nella campagna del 1848.

avevano sferrato una violenta offensiva e noi fummo trasportati nella zona tra il monte Grappa e gli altopiani di Asiago nei pressi di Cima Undici e di Cima Dodici, non rammento il tempo trascorso in questo posto, ricordo solo che la notte andavamo sopra al monte a fare trincee e camminamenti. Una mattina fu dato l’allarme, erano circa le ore 6,00 la mia compagnia era comandata dal Tenente Caradori e ci fu dato l’ordine al grido di Savoia di salire il monte con le nostre armi. Io ero il primo di destra nella trincea da noi stessi costruita, mi trovai in terreno scoperto e una granata di artiglieria mi scoppiò vicino, fui investito dal terriccio e dal calore della esplosione; riavutomi corsi per coprire la distanza che mi separava dalla trincea. Appena salito sopra il materiale da noi scavato vidi gli Austriaci venire avanti fumandosi tranquillamente le loro sigarette, nell’atto di buttarmi nella trincea un Austriaco mi lanciò qualcosa e quel qualcosa era una bomba a mano che mi cadde sul tacco della mia scarpa senza esplodere, un’altra bomba a mano scoppiò sopra la trincea e una piccola scheggia mi ferì sopra il ciglio dell’occhio sinistro (tra il calore) mi passai la mano sulla guancia e me la ritrovai tutta coperta di sangue e dissi “me l’hanno fatta”, ma un bersagliere che era alla mia sinistra mi disse “Caporale è una piccola scalfitura” intanto gli Austriaci erano arrivati sopra la nostra trincea, io mi voltai per risalire la trincea dalla nostra parte, nel mentre mi sentii prendere per la giacca da dietro mi voltai e vidi un Austriaco che con la baionetta innestata stava cercando di infilzarmi, istintivamente alzai le braccia e fui fatto prigioniero. Fui portato dietro le linee nemiche dove con altri quattro prigionieri Italiani dovetti portare una barella con un ferito che si lamentava, camminammo finché non trovammo una strada dove fu lasciato, intanto a noi ci tennero fermi per parecchie ore fino a quando non ne accumularono un buon numero poi ci fecero mettere in cammino e camminammo per diverse ore lungo la strada, finché non fu trovata una grande baracca di legno a

destra della strada, verso la montagna c’era una cunetta larga circa 50 cm e io mi ci rannicchiai per passarci la notte. E allora che mi venne in mente della bomba che non era esplosa, era una bomba italiana chiamata Eccelzior e denominata da noi “la ballerina” per lanciarla aveva un manichino di legno e aveva la vestarella come una bambina, in cima aveva una coppiglia di sicurezza, e prima di lanciarla si doveva togliere la coppiglia, poi la vestarella doveva fare la traiettoria alla bomba che cadeva di punta battendo il percussore che provocava l’esplosione. Quindi si vede che l’Austriaco che l’aveva lanciata non era a conoscenza che doveva togliere la coppiglia per farla esplodere. La mattina dopo ripartimmo per Trento dove per la prima volta ci ristorarono con del sugo di barbabietole e con cinque o sei pezzettini sempre di barbabietole. Ci tennero a Trento per tre giorni poi fummo trasportati a Bolzano e alloggiati dentro a dei capannoni dormivamo sopra alle tavole e ricevevamo una volta al giorno il pasto detto prima e in più un quarto di una pagnotta circa centoventicinque grammi di pane formato da semola, patate e scorse di fagioli, primo onore avuto da quella gente. Vicino al capannone dove ero alloggiato io c’era una larga buca che fungeva da gabinetto e per andarci sopra c’era una palanca di legno dietro la baracca; capitò che io dovetti andarci ma siccome era molto freddo mi fermai all’inizio della tavola, la sentinella che si trovava a circa 20 metri se ne accorse e mi urlò venendomi contro, allora scappai dentro la baracca e mi mischiai con gli altri per non farmi riconoscere, ma un particolare mi tradì, infatti in precedenza avevo strappato la fodera all’elmetto ma ora che era freddo ci avevo messo al suo posto il fazzoletto da naso militare che era molto grande e mi usciva da sotto l’elmetto, la sentinella lo aveva già notato e non gli fu difficile poi individuarmi in mezzo agli altri. Mi si avvicinò e mi gettò l’elmetto per terra dandomi alcuni ceffoni, infine vedendo ammassarsi intorno i miei compagni mi lasciò uscendo fuori dalla baracca.

Dopo altri 3 giorni fummo trasportati alla stazione di Linz e caricati su carri-bestiame diretti al campo di concentramento di Milovittez,116 che mi sembra come mi ricordo si trovasse nella regione della Boemia, “Milovittez” era destinato ai prigionieri Russi. Per tale motivo il concentramento fu diviso con uno steccato di tavole di legno circa 120 metri e alto circa 2 o 3 metri; la parte destra del concentramento fu assegnata a noi Italiani, mentre il resto ai Russi.

C’erano due entrate e i baracconi erano formati di tavoloni di legno, all’interno c’èrano due dormitoi in tavole di legno uno a destra e uno a sinistra. Ci venne data una coperta ciascuno, e quando eravamo colpiti dalla debolezza e un po’ addormentati ci mettevamo a sedere sopra l’intavolato e con le gambe piegate sulle ginocchia mettevamo la schiena appoggiata alla parete e la coperta dietro la testa allungata sopra la pancia, poi avendo i ginocchi piegati la detta coperta la mettevamo sotto alle nostre scarpe, rimaneva così tirata essendo corta. Quando si dormiva non si sentiva nessun lamento dei nostri compagni, solo quando aprivi gli occhi ti accorgevi che non si muovevano o parlavano, allora li toccavi ma non ti rispondevano essendo morti sfiniti senza un lamento. Il nostro vitto era formato di brodo di barbabietole con cinque o sei pezzettini di barbabietola mescolati, tale pasto ci veniva dato verso le nove del mattino circa e verso le sedici della sera, verso mezzogiorno ci davano invece un quarto di pane di una pagnotta fatto di castagne selvatiche, di semola e di altre cose e era nero. Ognuno di noi aveva la sua bilancia di legno fatta da soli; formata da un bastoncino, di legno, lungo circa 25 cm; al centro veniva legato con un lucchettino uno spago che si teneva con le dita nelle due estremità c’èrano invece due piccoli spacchi a cui venivano legati due bastoncini pizzuti che servivano per infilzarci i due quarti di pane che così venivano pesati. Delle volte facendo questa divisione (toccava un quarto cia-

116 Si riferisce al campo di prigionia di Milovice (Milowitz).

scuno) qualcuno dei nostri, che ci stava dietro, con uno slancio afferrava il quarto di pane che si stava pesando e correva per la baracca mozzicandolo, e noi gli correvamo appresso per levarglielo, il tale poi quando veniva raggiunto stringeva, con le mani, il pane, contro le sue ginocchie allora si cercava con le dita di riprenderlo e quì il pane veniva in parte stricato e cadeva per terra.

Per fumare ci davano due sigarette al giorno fatte di trinciato di sigaro. Ogni mattina circa alle ore nove veniva un carro trainato da due muli carico di barbabietole, scortato da un soldato con il fucile e la baionetta, appena entrava dentro il campo noi formavamo due squadre, una a destra e una a sinistra del carro stesso, a una certa distanza si gettava una squadra e mentre la guardia gli correva addosso la squadra si ritirava e l’altra si addossava dall’altra parte e magari qualcuno riusciva a prendere qualche barbabietola e fuggire oppure qualche cassata di fucile.

La sera vennero gli ufficiali con un interprete, un Friulano chiamato Doro, e ci dissero che servivano 81 lavoratori, quindi chi di noi voleva andare che si facesse avanti, io fui tra loro.

Ci portarono a lavorare lungo una linea ferroviaria nei pressi della città di Linz; come caserma avevamo un vecchio barcone di mare ed era appoggiato sul fondo di un canale morto, ossia acqua ferma, sul detto barcone vi erano tre passerelle lunghe circa sei metri appoggiate ad una spiaggetta di terra.

La prima portava davanti la cucina che stava bassa circa più di un metro dal marciapiede, a sinistra della cucina c’era un vanetto per la prigione; la seconda passerella portava alla nostra camerata che era bassa lo stesso più di un metro; la terza invece portava davanti ai locali che si trovavano sopra il barcone, dove risiedeva il nostro comandante, un appuntato di razza germanica che era molto severo con noi Italiani.

Come ho detto eravamo ottantuno tra i quali vi erano i miei più cari amici da me mai più dimenticati come un certo Festa-

relli nativo di un paesino vicino Ancona oppure di un calzolaio chiamato Santinon, veneto, che ci riparava gli zoccoli di legno che ci davano gli Austriaci, anche se però qualcuno aveva le scarpe italiane, come me; e poi tra gli amici c’era anche il detto interprete Doro.

Sopra alla spiaggetta dove finivano le passarelle c’era la strada e sopra la strada c’era la ferrovia in riparazione dove noi lavoravamo. Il vitto era leggermente migliore di quello del concentramento e consisteva sempre nel brodo di barbabietole ma con qualche pezzetto di patate. Ormai erano passati sette mesi e le nostre famiglie avevano i nostri indirizzi per mezzo della Croce Rossa Internazionale e sapendo della nostra fame io avevo ricevuto due pacchi dai miei genitori; nel primo con il sacchetto bianco c’era del pane secco, ma l’avevo finito, invece nell’altro sacchetto che era scuro c’era della pasta fatta con uova tagliata molto fina e seccata e ne era rimasta pochissima.

A forza di portarle le mie scarpe italiane mi si erano rovinate e allora le dieti a questo mio amico calzolaio Santinon per fargliele riparare e l’appuntato mi diete un paio di zoccoli di legno per poter andare a lavorare.

Ora tra me e il mio grande amico Festarelli rimanemmo di comune accordo di andare di notte a rubare le patate in un campo sopra la ferrovia distante circa trecento metri in salita; sopra questo terreno vi era una villa del padrone del terreno e siccome in Austria a quei tempi vi era molta fame, le guardie comunali ed altre le avevano messe a disposizione dei grandi padroni terrieri con il compito di perlustrare di notte i terreni per via dei furti.

Così noi due decidemmo di imboccare la passerella della cucina che andava vicino ad un bosco di canne fitte dove aspettammo che suonasse la ritirata e dopo che si era fatto scuro ci allontanammo dal bosco, tutti e due con gli zoccoli ai piedi, io poi portavo il sacchetto bianco del pacco ricevuto.

Salimmo l’ultimo limite del bosco e ci allontanammo di circa

sessanta metri sempre salendo finchè arrivammo dove si trovavano le patate così cominciammo a raccoglierle.

Era una serata di luna piena e io avevo quasi finito di riempire il sacchetto quando non so forse la paura o forse il destino mi voltai di scatto verso il terreno già percorso e vidi le frasche, del bosco lontano, muoversi, allora strillai: “scappa Festarelli che ecco il padrone”; appena io strillai sentii due colpi di fucile e corsi verso destra rispetto al terreno, mentre scappavo poi mi persi lo zoccolo del piede sinistro, il mio amico invece si fermò impaurito e così la guardia lo prese e lo portò sopra la collina dove si trovava la casa nella quale c’era una donna.

La guardia alla donna disse di aver trovato due a cavar patate, poi metre saliva trovò pure il mio zoccolo e lo portò al comandante.

Io intanto, allontanandomi alla destra scesi fino alla strada, dove attesi che la sentinella arrivata alla fine del barcone mi girasse le spalle, allora mi nascosi nel cespuglio di canne che si trovavano all’inizio della passerella, che portava alla porta della cucina, e lì ci rimasi del tempo, pensando che non potevo rientrare nel mio dormitorio perché la sentinella transitava sul marciapiede camminando di continuo da capo a piedi del barcone.

Campo di concentramento di Meschede. Collezione privata.

Sapendo che la cucina aveva una finestra dal lato opposto della porta pensai di andare dentro il fiume per entrare in cucina dalla finestra.

Per pochi metri andai benino, poi dopo trovandosi sul fondo molta malta i piedi mi si affondavano dentro, formando delle buche che, dopo aver ritirato il piede si riempivano d’acqua facendo così un certo rumore.

Ebbi paura che la sentinella avesse sentito il rumore, ma non potendo andare né avanti né indietro a causa dello stesso rumore, fui costretto, con la mano destra, a raschiare la sabbia che si trovava dietro ai piedi facendoli così scivolare finchè non tornai al solito bosco di canne.

Il nostro cuciniere era anche lui un prigioniero Italiano e dalla camerata passava sopra il detto marciapiede per andre in cucina che si trovava un metro più in basso della porta e per scendere c’era una scaletta di legno; all’interno della cucina c’era una fornacetta a muro con dentro la caldaia con il fornello per cuocere i nostri pasti.

Vidi che la porta della suddetta cucina era aperta, allora attesi il momento propizio e quando vidi che la sentinella ritornava indietro, di corsa passai la passarella, saltando con un balzo le scale, con mia fortuna trovai il cuciniere davanti alla fornacetta, colto così all’improvviso cercò di urlare, ma feci in tempo a tappargli la bocca con la mano e gli raccontai tutto, e così potei ritornare alla mia cuccetta.

Dopo circa un’ora dovetti andare al lavoro, ma siccome mi trovavo senza zoccoli fui costretto ad uscire dalla camerata e passare sopra la passerella scalzo, l’appuntato mi vide ma non disse nulla dato che ancora non sapeva niente.

Lavoravamo sulla linea ferroviaria che si trovava sopra la strada e verso le undici vidi, da lontano, venire un uomo e dietro di lui una sentinella con il fucile, che lo condusse nel barcone; staccato di lavorare siccome avevo ancora un po’ di pasta del pacco mandatomi da casa, mi misi a cuocere la detta pasta

dentro un barattolo.

Da precisare che da un compagno mi feci dare un paio di zoccoli, dato che ne aveva due paia.

Ora mentre già l’acqua bolliva gettai la pasta nel barattolo, nel momento uscì l’appuntato dal suo camerino, e chiamato l’interprete andarono davanti alla prigione dove era il Festarelli e appena aperta la porta l’interprete mi chiamò “Rosi vieni qua”; io immaginai che il Festarelli aveva fatto il mio nome e allora tremante chiesi all’interprete Doro che avesse pietà “fammi mangiare questa pasta” gli dissi, ma lui rispose “cammina che non ha fatto il tuo nome” così andai facendomi coraggio perché sapevamo che l’appuntato non capiva una sola parola d’italiano.

Però vedendo lo zoccolo che gli portò la sentinella, si ricordò che io ero andato al lavoro scalzo, e dubitò che ero stato io, a questo poi iniziò un dialogo un po’ intrecciato tra l’appuntato che parlava con l’interprete, il quale poi riferiva a me, oppure a Festarelli, a secondo a chi aveva rivolto la domanda l’appuntato, poi lo stesso interprete doveva riferire all’appuntato.

Ora però io continuavo a negare, mentre il Festarelli continuava a dire che era stato da solo, alla fine l’appuntato si innervosì e andò via.

Io per la gioia baciai Festarelli e Doro e ritornai a mangiare la pasta, ma ne mangiai poca pensando all’accaduto e pensando al fatto che la cosa non sarebbe finita in quel modo.

Il Festarelli poi fu ricondotto via dallo stesso militare e non ho potuto sapere più nulla di lui.

Ora, siccome tra noi, tutti erano al corrente del fatto, io sollecitai il calzolaio Santinon che mi avesser riparato le mie scarpe italiane; però non avevo più il paio di zoccoli che mi aveva dato l’appuntato, così continuai a tenermi quelli del mio compagno; comunque capivo che l’appuntato era certo che io ero stato con il Festarelli.

Infatti, quando l’appuntato dava gli zoccoli li segnava sul regi-

stro per ricordarselo, e fu così che la Domenica seguente decise di fare l’appello e ci radunò sullo spiazzo all’aperto, formando un circolo; io mi raccomandai molte volte all’interprete di aiutarmi, altrimenti sarei stato mandato a Linz, dove per punizione mi avrebbero fatto morire legato al palo, dato che era così che ci punivano.

Io ero dietro a tutti, l’appuntato diceva all’interprete il nome di colui che aveva gli zoccoli, il quale rispondeva all’interprete che poi riferiva all’appuntato; lo stesso interprete cercava di imbrogliare più che poteva, poi per la paura il bergamasco che mi aveva prestato gli zoccoli, di cui non ricordo più il nome, mi venne vicino e piangendo mi richiese gli zoccoli, io lo implorai di aspettare ancora un po’ e gli dissi che quando l’appuntato sarebbe arrivato a chiamarlo, io mi sarei fatto avanti e avrei consegnato i suoi zoccoli.

Passò poco tempo che l’appuntanto cominciò a stancarsi e innervositosi gettò il registro dentro il fiume; voi tutti non potete immaginare la grande consolazione che prese a me e ai miei compagni, io però mi trovavo sempre in difficoltà per via degli zoccoli che dovevo consegnare all’appuntato perché come ho già detto, quelli che tenevo ai piedi me li avevo fatti prestare dal bergamasco; così mi raccomandai al calzolaio che mi avesse rimediato un paio di zoccoli di quelli che venivano scartati dall’appuntato, e così fece, e li scambiai con un mio compagno, che fece figurare che fossero i suoi, dato che appunto i suoi erano quasi finiti e li doveva quindi riconsegnare all’appuntato.

Tutto andò bene, però quando io andai a riportare gli zoccoli all’appuntato, egli mi guardò malamente, e mi disse “nicches gudde” frase che noi in tedesco capivamo non bene.

Poi vedendo, ogni volta che mi incontrava o quando la sera ci faceva il controllo in baracca, il suo sguardo pieno di odio, pensai di disertare per la campagna; avendo saputo dall’interprete che ci trovavamo vicino una regione chiamata Boemia e che la gente di quella regione voleva bene a noi Italiani.

Una sera ritornando dal lavoro trovai l’appuntato sopra la passerella, e con un brutto sguardo mi disse “zurich cartoff cud” volendo dirmi come erano buone le patate, io feci finta di non aver capito e andai nella mia cuccetta, e però ebbi un terrore tremendo, pensando che in un modo o nell’altro me l’avrebbe fatta pagare, così decisi di fuggire. Il giorno dopo andai al lavoro, e come già detto prima avevo un sacchetto del secondo pacco arrivatomi dall’Italia, e siccome era vuoto lo portai con me; così poco prima di lasciare il lavoro chiesi alla sentinella di andare a far un bisogno e mi allontanai per il bosco sopra la ferrovia, ad un lato della ferrovia vi erano piante di pere, e così riempii il sacchetto di pere quasi mature e camminai tutta la notte, sul fare del giorno trovai una buca di una fornace di calce vuota, e siccome ero sfinito mi ci misi a dormire.

Al risveglio mi incamminai sempre ai lati di detta ferrovia finchè vidi alla sinistra a circa 50 metri un paesello con poche case, avevo paura di avvicinarmi e scesi dalla strada ferrata, inoltrandomi in un prato, in quel momento sentii una voce di donna che mi chiamava, e siccome io non gli rispondevo mi fece cenno con la mano di avvicinarmi a lei, mentre mi faceva segno, mi parlava, ma io non capivo nulla; poi vedendomi con le scarpe italiane militari, giacchetta di soldato e cappello da soldato Austriaco, non so che avrà pensato, solo aveva un cesto pieno di erba, mentre altra erba era legata in un panno.

Mi indicò il cesto, e io immaginai che mi dicesse di prenderlo, e così feci, ci avviammo verso la prima casa, posai il cesto e mi fece l’accenno di seguirla per le scale, entrai in casa mi fece sedere su una seggiola e mi mostrò del pane nero e due patate cotte che io accettai.

Dopo circa un’ora venne una donna di circa 25 anni con un bambino di 2 anni e cominciò a parlarmi, io capii qualche frase, che il marito era in guerra e pianse pensando forse al mio caso, solo capivo bene friechegrande Italeno, mi fecero fermare

dentro una stalla dove c’erano dei polli; la sera mi dietero una tazza di latte con una fettina di pane con marmellata, allora io dieti a loro 5 pere, tenendomene per me qualche altra. Al mattino, appena uscito dal cascinale vidi un uomo che scendeva da una stradina e vedenomi appunto uscire da questo cascinale si mise a guardarmi, io notai che portava panni militari italiani e gli chiesi: ‘Sei Italiano’ lui mi rispose ‘ Si una volta ero Italiano’ poi mi disse che era di Velletri mentre ci incamminavamo insieme.

Arrivammo in un paese con una strada che lo traversava da capo a piedi e bussammo ad una porta, ci venne ad aprire una bambina e noi gli dicemmo “prut” che sarebbe il pane; la bambina ci fece entrare dentro casa dato c’era la mamma e ci diete due patate ognuno; poi uscimmo, appena fuori sulla strada ci accorgemmo che sulla nostra sinistra lungo la strada per uscire dal paese c’era una sentinella ferma, ci voltammo a destra e ce n’era un’altra indietro, allora rimanemmo stupefatti pensando che erano in cerca di noi, però fu detto che forse non ci avrebbero riconosciuti e così tirammo avanti.

Appena ripartimmo, quello di destra sparò un colpo di fucile forse in alto, così quello che era avanti si voltò indietro spianandoci contro il fucile con la baionetta innestata e ci gridò alt; quando arrivò anche l’altro si misero a parlare tra di loro senza che noi capissimo niente, poi uno ritornò indietro e l’altro ci fece camminare davanti a lui a una certa distanza. Dopo circa mezz’ora di cammino io avevo già detto al mio compagno chi ero e che ero scappato da un campo di lavoro, lui allora mi disse di chiamarsi, non ricordo il nome, però mi sembra Antonio e di essere di Velletri, a questo punto io gli dissi che a Roma in via Panisperna avevo una sorella che aveva affittato una trattoria al singor Magiori Adolfo di Velletri, e lui mi rispose che lo conosceva. In quel momento ci trovammo in pianura in mezzo ad una piantaggione di alberi ad alto fusto; Antonio allora mi disse che bisognava saper disarmare la sen-

tinella, sennò erano guai per noi, io gli risposi “e se ci spara?”. Lui pensò un pò, poi mi disse di levarmi la cintura dei pantaloni e di mettermela sopra la spalla e di dire “finz minute” e di fermarmi per fare un bisogno, così feci e appena mi fermai la sentinella si voltò guardandomi, Antonio si gettò alle spalle della sentinella e la disarmò dandogli una cassata di fucile allo stomaco poi scappammo di corsa.

Dopo vedendo che nessuno ci inseguiva, gettò via il fucile e seguitammo a camminare, poi lui mi disse che era pratico della zona e che poteva uscire e rientare dal suo campo di concentramento perché era un concentramento di Italiani misti libero e così rientrammo in questo concentramento chiamato Mataurz. Io mi dichiarai ammalato e fui messo in infermeria, ora era che il Regno Austriaco gli ufficiali medici li teneva quasi tutti al fronte e quindi non poteva tenerne altri nei campi di concentramento, allora nei campi di concentramento Italiani avevano messo degli ufficiali medici Italiani presi prigionieri, che svolgevano il necessario servizio medico.

La mattina dopo svegliandomi vidi vicino a me un caporale, un certo Mattiello appartenente al battaglione Vicenza 6° reggimento Alpini, così ci raccontammo i nostri guai e pericoli; poi verso le 10 venne un tenente medico Italiano che cominciò a visitare Mattiello.

Mentre lo visitava sentì la parlata e gli domandò di dove era, lui allora gli rispose di essere di un paese nei dintorni di Vicenza o di Verona, non ricordo di preciso dove, e gli domandò anche di chi era figlio, alla risposta disse che anche lui era del posto e che conosceva i suoi genitori, allora a questo punto l’ufficiale disse al caporale che sarebbe rimasto con lui come attendente, io nel senire queste parole mi misi a piangere spiegandogli le mie condizioni e che se mi avrebbero scoperto mi avrebbero legato al palo; lui stette un po’ a pensare ma non riusciva a trovare un sistema, perché risultavo in forza in un altro campo di concentramento. Poi io dissi se almeno poteva

farmi un certificato medico nel quale risultavo entrato in questo campo di concentramento, dal giorno che mancavo dal mio posto di lavoro, per malattia; fu così che con il detto certificato fui riportato al mio vecchio campo di concentramento di Milovettz in Boemia». Il diario di Giulio Rosi si interrompe a questo punto.

Assalto trincee, cartolina, collezione privata.

La testimonianaza di un ufficiale austriaco ignoto

Il periodico ‘Il Dovere’ pubblicò il 4 dicembre 1915 brani del diario di un ufficiale austriaco, raccolto da un tenente di Città di Castello nelle trincee presso Monfalcone nella seconda battaglia dell’Isonzo. Parzialmente rovinato dall’umidità e con alcune pagine sgualcite, permetteva comunque di leggere quanto scritto dal 13 luglio all’11 agosto di quell’anno. Secondo il giornale – che riprese le annotazioni del Comando della III Armata 18° sezione informazioni117 – l’ufficiale era sloveno, forse dell’87° fanteria, 4° battaglione, e scriveva in un cattivo tedesco. Per ‘Il Dovere’ l’ufficiale austriaco si ispirò «ad una amarezza tragica che si rileva ben chiara sotto il velo di un’ironia a volte piacevole, alle volte sarcastica e macabra». Rivela anche una discreta cultura con riferimenti e citazioni storiche anche se qua e là ci sono frasi non chiare e frammenti di frasi e nomi sconosciuti e probabilmente dell’ortografia a metà.

Il diario dell’ufficiale austriaco viene riportato integralmente in queste pagine: è stato ritrovato presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma nei faldoni che conservano le lettere censurate durante la Grande Guerra. Di solito, nelle lettere dei soldati, ci sono solo dei cenni di quello che accade al fronte perché tutti sono ben consapevoli della censura e delle rigide prescrizioni della posta militare.

Nel diario dell’ufficiale austriaco, invece, la guerra viene dipinta in tutta la sua drammaticità. Abbiamo deciso insieme di non censuare di nuovo questo documento che parla di guerra, di morte, di distruzione, di drammi umani che, pur-

117 «Il diario è guasto dall’umidità ed ha alcune pagine sgualcite, mancano 42 pagine. È scritto in tedesco, ma la lingua lascia molto a desiderare, sia per l’ortografia che per la grammatica e la sintassi. Evidentemente chi lo ha vergato non è tedesco. Difatti a pag. 47 si legge: “Sono nato slovacco….”. Per quante ricerche si siano fatte fra i prigionieri, non si è potuto avere notizia alcuna dell’autore. Si ha fondata ragione di credere che apparteneva ad un Ufficiale dell’87° fanteria perché in una nota menziona l’alfiere MANFRUZZATO dell’87° fanteria 4° battaglione». ACS, Ministero Interno, A5G Prima Guerra Mondiale.

troppo, ancora oggi si ripetono nei conflitti che continuano a bruciare lungo i confini europei e in diverse parti del mondo:

«… faremo niente anche in seguito. È impossibile tener fronte ai Deport italiani coi nostri tubi di conduttura fuori d’uso. Che cosa sono veramente questi cannoni Deport? Non ho la minima idea. Ma devono essere qualche cosa di terribile. È vero che abbiamo alcuni 305, ma il resto si riduce tutto a delle macchine da far rumore.

14 LUGLIO – Il generale CAMBRONNE118 à legato il suo nome alla storia, perché ha gridato “merda” in faccia al nemico. Io che ci vivo in mezzo da due mesi devo diventare per lo meno un Semidio.

15 LUGLIO – Gli italiani cantano nei ripari per darsi coraggio, o perché si sentono coristi da operetta anche in faccia al nemico e contro la morte.

18 LUGLIO – Ho dormito per due giorni. Fa bene essere rilevati per un po. Si dice che Hein si sia ucciso. Pare sia impazzito dalla paura. Lo si seppellirà oggi. Sarà sepolto nella crocevia che si sarà suicidato. (Hein). I tedeschi hanno un solo vero, un solo grande poeta: Hein119 e non lo vogliono riconoscere. Goethe, Goethe, verissimo. Goethe era un tedesco; ma appunto per ciò non era un poeta. E va bene. Si dice che era anche un filosofo. Grazie tante. Perché ha messo in rima le più grandi balordaggini, è un poeta perchè non si comprende ciò che ha poetato, è un filosofo. C’è più poesia e più filosofia in una stanza del “Piccolo testamento” di Francois Villon che in tutto il Faust, dove mi ha portato il povero Hein. Povero amico, sei stato però un asino. Non avresti potuto aspettare una scheggia di granata? Oggi grandina. Incredibile quanto sparano oggi gli italiani. Credo che i capelli

118 Pierre Cambronne (1770-1842) è stato un generale francese che si distinse durante la battaglia di Waterloo nel 1815. Quando i generali inglesi intimarono la resa a Cambronne e gli altri resistenti, sembra che abbia pronunciato in risposta il celebre insulto “Merde”. Il fatto storico che coinvolse Cambronne è oggetto di discussione storiografica

119 Si riferisce a Heinrich Heine (1797-1856)

diventeranno bianchi a quelli che resteranno in trincea.

20 LUGLIO – Anniversario di Lissa.120 Me ne infischio. Messe da campo. Canzone militare “Whect am Rhein”. Discorsi patriottici. Il cappellano militare à detto oggi tante messe che deve essere mezzo ubbriaco di sangue di Cristo. Banchetti, discorsi, spumante triplice evviva. Il signor maggiore si è ubbricato come una troia ed ha vomitato come uno studente. Qualche cosa di stupendo il patriottismo. Pardon, sono nato Slovacco, ho passato gli anni dell’infanzia a Vienna, la mia adolescenza in Bosnia, due anni a Budapest, tre in Svizzera poi a Parigi…. e poi un povero diavolo dovrebbe sapere ciò che veramente è, ed essere per giunta un patriota Austriaco.

21 LUGLIO – Non è decente ciò che fanno gli italiani. Non si è più sicuri più in nessun posto. Il diavolo se li porti. Oggi il maggiore si è congratulato con me, la bocca gli puzza come il … contrario. Io mi dovrei essere comportato splendidamente di fronte al nemico. Avrò una medaglia per il mio coraggio. Ma chi dice che io ho del coraggio è un asino, o non capisce niente giacché non è lo stesso avere del coraggio e non aver paura. Io non ho paura. È quindi una qualità negativa. Ma sarebbe pretendere troppo da un maggiore, voler che sia un psicologo; è abbastanza che egli sia un “enologo”.

Di sera sono stato dalla Mariutia, 17 anni e già un ciuffo di peli fra le poppe.

22 LUGLIO. Questa sera devo rilevare gli “Honved”121 del 17: ricevo rinforzi. Si dice che di nuovo la sia andata malissimo. Gli italiani avrebbero fatti prigionieri un numero enorme di Honved con questo fuoco di artiglieria!

23 LUGLIO – Porca di vita questa! Invece che a mezza notte ho raggiunto la trincea alle ore 4½. Io credo che il caporale volontario di un anno è Italiano, voleva farmi sbagliare strada. Una brava persona e colto. Mi sorprenderebbe se non fosse così.

120 La battaglia di Lissa fu uno scontro navale nell’anno della III guerra d’indipendenza che si svolse il 20 luglio 1866 sul Mar Adriatico tra la Kriegsmarine, la marina da guerra dell’Impero austriaco e la Regia Marina del Regno d’Italia.

121 Honvéd: esercito nazionale ungherese all’interno dell’impero austro-ungarico

Salve o mia Austria! Gli Honwed erano già impazienti; me li immagino di leggeri. Non è un giuoco resistere per tre giorni sotto il terribile fuoco degli italiani. Sono dei gran signori quei bei tipi, e fanno spreco di munizioni. Succederà loro come ai francesi. Veramente questa è una cosa che riguarda piuttosto a loro, ed io ho i miei pensieri coi quali rompermi il capo. Se mi fa piacere.

Umanamente è incredibile ciò che succede qua: teste, zaini, gambe, zolle di terra, viscere, pietre tutto vola in aria. È un frastuono, come se il mondo volesse ritornare al caos. I miei soldati sono come istupiditi e pallidi dal terrore. Non basta che i sporcaccioni, che abbiamo rilevato ci abbiano lasciato indietro i loro morti puzzolenti, anche la maggior parte dei miei è già fatta a brani dalle schegge. Se vale la pena di ridursi in tale stato per questi quattro sassi pidocchiosi del Carso! 24 LUGLIO – Notte terribile, vorrei essere già morto. O non ci farà mai più uscire da questa fossa o ci si entrerà pazzi. Penso ai pittori di battaglia e alla poesia del campo di battaglia! Vorrei conoscere il poeta capace di mettere in belle rime questi ventri squarciati, questi brandelli di carne, questi torsi sbrancati e le chiazze di sangue ed i brani di cervello. Ho avuto comunicazione che un intero battaglione di Honwed si è arreso e che il tiro degli italiani ha prodotto gravissimi danni anche all’artiglieria. Stiam freschi. Ore tragiche! Eppure bisogna che rida. Non ne posso fare a meno. Una scheggia di granata ha esportato i genitali al mio attendente. Eppure il mondo è così vasto… no, proprio gli doveva far centro la granata italiana. Povero Zuenke, è di certo che tu non andrai in giro a far vedere la tua gloriosa ferita specialmente non la mostrerai alle più belle del villaggio.

25 LUGLIO – Ore infernali. Eppure la stanchezza mi aveva conciliato il sonno. Mi sveglio che era giorno. Ma non fui destato dal rombo del cannone; sentii sulla guancia qualche cosa di caldo che scendeva verso la bocca. Dio del cielo! Erano i bra-

ni di cervello di un caporale che giaceva vicino a me col cranio scoperchiato!

Dio, Dio, mi libererò mai più di questa orribile impressione?

26 LUGLIO – Ci hanno rilevati. La [illegibile] è finita con me, mi sento completamente demoralizzato. Anche i miei uomini sono istupiditi del tutto con gli occhi sbarrati e tremano come fili d’erba. Ieri nel pomeriggio ne lasciai andare alcuni.

Probabilmente li avranno fucilati.

28 LUGLIO – Ho dormito per tre giorni. Mi sento meglio. Di notte ritornai in trincea.

29 LUGLIO – Non è a dire quanto puzzino i morti. Da non poter resistere! Si apre la bocca per mangiare un boccone e si inghiotte puzza concentrata di cadavere. Accanto a me c’è un torso strappato col fegato nero; chiazzato di verde, messo a nudo. Brulica di vermi e le mosche passeggiano dal fegato al mio viso. Ripugnante!

Io vorrei portare qua dentro una madre che abbia un figlio in guerra.

Io credo che in capo ad una settimana non ci sarebbero più né imperatori, né re, né generali. Se le poverette là a casa credono che i feriti vengano curati ed i morti vengano seppelliti con la croce ed il nome….

Già così si vedono nelle figure della LEIPZIGER….. disegnate nello studio. Ci si suiciderebbe se non si fosse già del tutto ottusi ed indifferenti. Vivere in mezzo a questa putredine ed a questo orrore!!! Il brano di cervello in bocca… Dio! Se ci penso mi pare di impazzire! Niente rancio, niente acqua, nella notte si sente il concerto dei rospi e delle rane, ciò inasprisce ancora più la sete.

30 LUGLIO - Se un Dio vedesse dall’alto questi solchi puzzolenti e stillanti di sangue potrebbe credere che Madre natura tiene il mestruo.

2 AGOSTO – Il tenente medico dice che non è cosa da prendersi alla leggera. Ritornerà da me col maggiore medico. Io mi sento tanto male. Mi dicono che vaneggio tutte le notti. Il cibo

mi fa nausea. Ho sempre in bocca il sapore di cervello.

5 AGOSTO – Mi si manderà in licenza per quattro settimane. Ciò mi riesce più gradito di ogni medaglia. Oggi vado con Fuchs e Molmar a Nabresina122 da una ragazza. Il nostro battaglione ha perduto finora 609 [uomini], cioè 276 morti e feriti e 333 dispersi. Si trova di rado un’armonia di linea come nella Gilda. Una deliziosa fusione di linee e nessuna esagerazione né nei fianchi né sul seno. Una schiena straordinaria. La Venere giacente del Velasquez non è più bella. Per quanto io preferisca le membra sode e rotonde della “svestita” di Goya. Ho mal di capo. Il Re Fosco123 era troppo forte. Ci si accorge troppo tardi.

Valle dell’Isonzo nei pressi di Caporetto, foto di Lorenzo Attili.

5 AGOSTO – Non ricordo la giornata di ieri. Ho un mal di capo da impazzire ed una nausea di cibo. Se qualcuno mi presentasse un cervello all’uovo, e mi presentasse la più bella donna di tutti i tempi, qualora io ne mangiassi, sia Elena, Eleonora di Pitù, Madame Recamier124, io volgerei la testa dal piatto.

122 Aurisina (Nabrežina in Slovenia) oggi in Friuli Venezia Giulia.

123 Refosco: vino rosso della zona.

124 Juiette Recamier (1777-1849) fu una famosa salottiera francese dell’epoca del Direttorio e del Primo Impero.

Ho sempre la bocca di cervello umano…. È triste, Mefistotele diventa sentimentale, e non può ridere neppure di se stesso. 3½ visita del maggiore medico. Stasera mi si farà una iniezione di morfina. Altri tredici prigionieri italiani. È sciocco ciò che si fa di loro. Si portano di qua e di là e sono sempre gli stessi. Io credo che siano quelli che abbiamo visti dieci giorni fa.

6 AGOSTO – oggi ho veduto per la prima volta soldati del LANDSTURM125 con fucili Wender. Credevo da scoppiare dalle risa. E la baionetta che v’era applicata! È vero che gli italiani sono ancora alle lancie, ma l’antico non è ridicolo, il fuori moda invece sì.

Nessuno riderebbe dinnanzi ad un cavaliere in armatura: di un bravo borghese in frack e pantaloni quadrettati, riderebbero anche i morti.

Fucili di Wender! Si spara poi si prega il nemico, che per l’amor di Dio non si muova, poi si ricarica, si spara e così via.

Gravi perdite nel treno. Gli italiani sparano senza posa. Oggi ho chiesto di Hein. È considerato disperso, ma lo si ritiene morto. Peccato. Un ufficiale valoroso, un uomo di cuore. Non si sarebbe detto che era un ungherese e per giunta un ufficiale di carriera. Pace alle sue ceneri.

Per mare la ci va splendidamente. Un sottomarino ha affondato e silurata la [illegibile] “Conte di Cavour”, così la trinità italiana si trova ancora unita una volta, ma in fondo al mare. La ci va splendidamente “Re d’Italia”, “Garibaldi”, “Conte di Cavour”, “Varsavia caduta”, “Lublino presa”, banchetto alle otto e mezza non ci vado. Il cantiere di Monfalcone in fiamme, meravigliosa scena di guerra. Pare che gli italiani sgomberino le loro posizioni. Fuchs dice che allo stato maggiore corre voce che essi preparino delle trincee per coprire la ritirata. Nell’ordine del giorno firmato dall’Arciduca Giuseppe è detto che un altro aeroplano è stato costretto ad atterrare nelle nostre posizioni. Forse che urtò contro le sue corna…

125 Landsturm nell’Impero Austro-Ungarico era una forza di richiamati composta da uomini di età compresa tra i 34 e i 55 anni.

Mi voglio far raccontare da Holm la storia dello schiaffo al capitano degli usseri che lo aveva reso un volgare cucù.

7 AGOSTO – La “Conte di Cavour” si è trasformata in un sottomarino, forse non è vero neanche questo. Per quanto la marina italiana non valga niente l’ammiraglio in capo è un alpinista! Oggi ho visto per la prima volta che gli aeroplani italiani sono dipinti in bianco, rosso, verde. Si dice che che ormai questa è storia antica. Sarà. Io non l’ho notato fino ad oggi. Cose simili mi sono del tutto indifferenti. Piangerei dal dolore di testa. Mi pare che la testa mi voglia scoppiare, chi ha fatto la danza della morte nelle trincee e non è stato travolto non ha che una sola via aperta davanti a se: la via del manicomio.

8 AGOSTO – L’Ida puzza come un caprone ed ha le croste ai ginocchi. Ho schiacciato 17 cimici sul pagliericcio. Le contadine non guardano neppure i draken. Se fossero delle signorine di buona famiglia verrebbero meno dal desiderio.

9 AGOSTO – Il mio attendente Zuenche è morto (cancrena) tanto non era più un uomo. E anch’io mi sento finito. Non riesco ancora a mangiare. Tutto ha sapore di cervello umano.

Schifoso! Il maggiore medico è stato di nuovo da me. Uomo ruvido ma benevolo. Soltanto mi fa delle domande curiose. Che io sia pazzo sul serio? Forse perché io incominci a credere alla vittoria finale degli imperi centrali? La Russia ha tradito lo slavismo, l’Inghilterra ha deluso il mondo, la Francia si è palesata più miserabile ancora di quanto si poteva supporre e l’Italia si è lasciata sfuggire il momento buono, la Serbia è ormai d’accordo coll’Austria per ottenere l’Albania Settentrionale.

11 AGOSTO – Ieri ho avuto la febbre ed ho vaneggiato per tutto il giorno ed oggi mi sento molto debole. Sono sceso soltanto adesso per godermi il tramonto. I cipressi sono tutti di porpora ed oro. Sono triste. Qualche cosa di duro come l’acciaio ha urtato contro la mia anima e l’ha ridotta in frantumi. Io siedo nell’aia e la villana vecchia e magra scende ad intingere l’acqua e la versa nella vasca di pietra perché i buoi ne bevano.

Essa è come la guerra che toglie gli uomini dalle loro case e li versa nella trincea perché la morte poi li beva. Dio punisca l’Inghilterra e la fedifraga Italia… se aspettiamo l’aiuto di Dio stiamo freschi.

Il maggior generale De Magy a Tarvis126 se ne resta molto tempo fuori da casa…. Diventerà padre un’altra volta. Ore 6½ parto coi piccioni.

In una pagina si legge il seguente prontuario di conversazione italiana: “Cara signorina, voi siete bella e mi piacete molto” oppure “Signorina voi mi siete molto simpatica e discorrerei volentieri un pochino con voi. E dove abitate? La vostra signora madre è sempre a casa oppure quando vi potrei trovare sola soletta per farvi un poco di gradevole compagnia? Voi avete occhi come stelle”.

NOTE SPARSE: Non v’è al mondo nulla di più stupido che la guerra mondiale giacché ognuno si troverà al punto di prima e dovrà pagare da solo i suoi debiti. Io credo che dopo questa guerra molte teste coronate perderanno la corona…. se non la testa.

Luigi XVI aspetta con ansia i suoi colleghi e se avesse la testa riderebbe. Non sono ancora in chiaro se l’alfiere MANDRUZATO sia di sentimenti italiani o austriaci. Non entra in discorsi politici. Ho sentito dire che combatte senza entusiasmo. Ed io pure: “Moi aussi. Io me n’enfoute”. È sciocco parlare di combattere, stare rannicchiati nelle trincee ed aspettare la granata italiana che ci deve fare a pezzi: non è combattere».127

126 Tarvisio (Tarvis in friuliano e tedesco; Trbiž in sloveno) è un comune italiano in Friuli Venezia Giulia.

127 ACS, Ministero Interno, A5G Prima Guerra Mondiale

Cripta monumento cappellani militari Roma, collezione privata.

Cimitero San Giacomo Bolzano, collezione privata.

Il culto dei Caduti

Ogni via o piazza, ogni edificio pubblico, fa parte della vita quotidiana dei cittadini e non è un caso che attraverso i nomi con i quali vengono denominati si possono in qualche modo ricostruire gli avvenimenti politici e storici che hanno caratterizzato la storia locale e nazionale. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che la Grande Guerra ha segnato profondamente la toponomastica delle città e dei piccoli borghi italiani. All’indomani del processo di unificazione nazionale fu tutto un fervore per intitolare strade e piazze ai personaggi, ai luoghi e agli eventi che portarono al completamento dell’Unità d’Italia visto che la Grande Guerra è considerata come la conclusione delle guerre di indipendenza.

Fu una gara a innalzare monumenti, erme, ricordi marmorei a quelli che furono i protagonisti degli eventi o i simboli, date e luoghi, delle grandi battaglie.

Ad Ancarano, ad esempio, c’è una via Piave e anche Preci e Norcia non sfuggono a queste considerazioni. Una delle prime iniziative di cui si ha memoria è del 24 settembre 1916 quando il consiglio comunale di Preci, presieduto dal sindaco cav. Alessandro Guerrini, su proposta dell’assessore Pio Martorelli, approva all’unanimità la proposta di «intitolare una strada interna di Abeto a Redipuglia cimitero degli Invitti, cartolina, collezione privata.

Cesare Battisi» e individua a tal fine la strada fino ad allora denominata via di Norcia.128

Anche alla fine della guerra la toponomastica del capoluogo e delle frazioni preciane subirà delle variazioni o integrazioni che rimandano alla Grande Guerra. È il 31 luglio 1921 quando il consiglio comunale, presieduto dal sindaco Antonio Rotelli, delibera di intestare a Cesare Battisi il «largo dinanzi al palazzo dei fratelli Maggiori in Preci»; di denominare la piazza pubblica della frazione di Saccovescio «Piazza 4 novembre» e quella della frazione di Todiano «piazza Armando Diaz»129 in omaggio al capo di Stato Maggiore dell’Esercito che portò l’Italia alla Vittoria e firmò il bollettino destinato a passare alla storia:

«I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Firmato Diaz»

E da quel «Firmato Diaz» scaturì l’equivoco che portò molti piccoli italiani a ricevere al battesimo il nome di ‘Firmato’, erroneamente considerato il nome del generale e anche la Chiesa non si oppose perché un san Firmato esiste e si festeggia il 5 ottobre.

Anche a Norcia e nelle frazioni tuttora esistono vie dedicate ai protagonisti (Luigi Cadorna, Armando Diaz, Cesare Battisti, Nazario Sauro, Augusto Piersanti), alle date e ai luoghi delle grandi battaglie (piazza 4 novembre, piazza dei Caduti, via della Vittoria, via Gorizia, via Trento, via Trieste, via Podgora, via Piave, via Col di Lana…).

Va detto anche che alla fine della Grande Guerra tutti i Paesi usciti dal conflitto istituirono riti e solennità civili in ricordo

128 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, c. 251.

129 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 7, c. 68.

Il 10 novembre 1918, pochi giorni dopo la conclusione del conflitto, giunse a Norcia l’on. Carlo Schanzer, per celebrare «il trionfo delle nostre armi e per inneggiare all’unità nazionale, così mirabilmente compiuta». Per questa ragione il sottoprefetto di Spoleto, il giorno prima scrisse una nota al sindaco per assicurarsi che la «cerimonia sia solenne, come la grandiosità dell’avvenimento richiede, invitando, con patriottico manifesto, la cittadinanza, le associazioni cittadine e le autorità ad intervenire numerose alla dimostrazione, e facendo pure un corteo con musiche e bandiere».130

L’Italia fu la prima nazione a ricordare con un giorno di festa la fine della Prima guerra mondiale, istituendo nel 1919 la ricorrenza del 4 novembre.131

Una ricorrenza che ancora oggi, a distanza di oltre cento anni, benché unita alla festa delle Forze Armate e non più considerata festività, è presente tuttora nel calendario delle ricorrenze celebrate dalle istituzioni pubbliche.

130 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo , 1918, Categoria VIII, Classe 1, fasc. 1.

131 Miniero Alessandro, Da Versailles al Milite Ignoto, rituali e retoriche della Vittoria in Europa (1919-1921), Gangemi Editore, Roma, 2008, p. 6; ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1919, b. 452, cat. VI, cl. 3, fasc. 1.

125 dei Caduti. La necessità di costruire una ‘memoria di guerra’ era determinata dalle dimensioni stesse del lutto poiché in quattro anni di combattimenti una intera generazione venne cancellata superando per drammaticità e complessità ogni esperienza bellica precedente. La stessa religione sembrò impotente a fronteggiare l’ampiezza e la profondità del dolore tant’è che il potere civile si sentì in obbligo di giustificare il sacrificio dei Caduti ma anche di confortare moralmente e materialmente coloro che erano rimasti. E, per vincitori e vinti, l’istituzionalizzazione del culto dei Caduti divenne un punto di arrivo per metabolizzare quel lutto che vide nella figura del ‘milite ignoto’ il simbolo capace di rappresentare, riscattandola, la somma delle sofferenze individuali.

Anche a Preci non mancarono iniziative per ricordare i ‘Caduti sul campo dell’onore’ e i reduci di una guerra che, come ha scritto Mario Rigoni Stern, rappresentò indubbiamente «la fine di un mondo» ma anche il primo evento globale dell’epoca contemporanea.

Il consiglio di Preci, presieduto dal cav. Alessandro Guerrini, il 24 agosto 1919 «ritenuto doveroso di rendere un tributo di riconoscenza e di affetto ai gloriosi Caduti ed ai valorosi reduci della immane guerra combattuta per la civiltà e per la grandezza della Patria delibera di costituirsi in comitato per le onoranze da tributarsi, chiamandovi a farvi parte anche persone estranee al consiglio e cioè i signori Selvi dott. Antonio, Barboni dottor Giulio, Cesqui dottor Pietro, Mariotti Pietro, Di Rocco Angelo, De Angelis Duilio e Gastaldo Vincenzo».132

Qualche mese dopo, il 26 ottobre 1919, il consiglio delibera un contributo «ad incominciare col 1920, continuativo annuo di lire 200, da ripartirsi a metà cioè per lire 100 a beneficio dell’Opera Nazionale degli Orfani dei contadini morti in guerra e

132 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, c. 75.

Il tutto si concretizza con la realizzazione di Umberto Diano135 di un monumento-lapide in stile liberty (vittoriano), appoggiato sulla parete posteriore della chiesa parrocchiale di Santa Maria, di fronte al palazzo comunale.

Il monumento ai Caduti nella frazione di Abeto, invece, è opera dello scultore Ubaldo Pizzichetti (1858-1942) ed è un

133 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, c. 82.

134 ASCP, Postunitario, Deliberazioni del Consiglio Comunale, reg. n. 6, c. 304.

135 Diano Umbero Domenico, nacque a Reggio Calabria nel 1887 e combattè come ufficiale nell’8° Alpini durante la Grande Guerra. Si iscrisse e frequentò le accademie di Belle Arti di Bologna e di Roma, sotto gli insegnamenti di Ettore Ferrari e di Giulio Bargellini. Fece parte del Gruppo Artistico Calabrese assieme a Domenico Colao, Alessandro Monteleone, Ezio Roscitano, Carmine Tripodi, che operò dal 1922 al 1927. Fu pittore, medaglista, ceramista, scultore. Alla Mostra Calabrese di Arte Moderna nel 1920, a Reggio Calabria, espose una serie di pannelli decorativi. Diano è autore anche del monumento ai Caduti di Spoleto, Nocera, Norcia e di altri monumenti tra i quali quello del generale degli alpini Antonio Cantone a Cortina d’Ampezzo, quello di Tripoli ed il momunento all’alpino ad Ovindoli (AQ). Muore a Chieti nel 1977. Enzo La Pera, Arte di Calabria tra Ottocento e Novecento, Rubettino editore, Catanzaro,

127 per lire 100 a beneficio dell’Opera nazionale per l’assistenza civile e religiosa degli orfani dei morti in guerra». La proposta, fatta dal sindaco cav. Guerrini in seguito alla circolare della Prefettura del 2 maggio 1919, n. 235, viene accolta all’unanimità dal consiglio «ritenuto esser doveroso per ogni pubblica amministrazione venire in aiuto a tutti gli orfani di guerra».133 All’ordine del giorno del consiglio comunale del 25 aprile 1920 c’è la discussione in merito alle onoranze ai Caduti in guerra e la nomina del comitato esecutivo. Viene deliberato all’unanimità un «primo contributo del Comune per un ricordo marmoreo ai Caduti di lire 1000 da prelevarsi dal fondo imprevisti» e viene incaricato il sindaco cav. Alessandro Guerrini di invitare tutti gli enti, associazioni locali, insegnanti ed impiegati «per addivenire alla nomina del Comitato esecutivo» in sostituzione di quello che operava dall’ottobre 1919. La decisione di realizzare un ‘ricordo marmoreo ai Caduti’ viene assunta dal sindaco cav. Guerrini e dai seguenti consiglieri comunali: Angelantonio Amici, Sante Angelucci, Adolfo Belli, Giuseppe Gentili, Isidoro Massi, Giuseppe Moriconi, Pietro Ponturi, Carmelo Procacci, Gerolamo Salimbeni.134

cippo sormontato da un’aquila di bronzo dal quale sporgono elmetti Adrian con incisi i nominativi dei Caduti della frazione. Entrambi i monumenti non sono stati danneggiati dagli eventi sismici del 2016.

A Cascia, il 22 maggio 1919, alle ore 14, nella sala del palazzo Martelli, gentilmente concessa dal proprietaro, il comitato per le onoranze ai Caduti offre «ai reduci di guerra un vermouht d’onore». Il Comune, invece, affronta una spesa di 100 lire per far stampare 500 ricordi dei combattenti allo stabilimento tipografico ‘Panetto e Petrelli’ di Spoleto. Venne attivata anche una raccolta di fondi per realizzare un monumento-lapide per i Caduti: contribuirono la Comunanza di Opagna; i frazionisti di Castel San Giovanni; Pietro Santi di Castel San Giovanni; la maestra di Fogliano Bianca Bianconi; il maestro di Onelli; la classe della prima e della terza elementare di Cascia; la scuola di Sciedi; la maestra di Sciedi Apollonia Ricci; Umberto Spuntarelli; Giovanna Magrelli; Gianna Campi; Salma Celari e Domenico Scarpellini.136 Un anno dopo, con delibera n. 20 del 21 febbraio 1920, il regio commissario, cav. Vittorio Crudeli, autorizza l’abbattimento di una casupola di proprietà comunale addossata alla ‘torre municipale dell’orologio’ per far collocare la lapide in ricordo dei Caduti come richiesto dal comitato sorto per tale scopo. La relazione del perito, Luigi Fraschetti di Norcia, evidenziò che la casupola «costituita di cinque vani ad uso legnaia e magazzino» dava una rendita di 12 lire annue e che con la demolizione si andava a migliorare esteticamente la torre dando all’area un aspetto più «serio e regolare». Il regio commissario Crudeli sentì anche la Regia Soprintendenza e valutò altre possibili soluzioni per individuare un luogo adatto ma alla fine si preferì demolire in via d’urgenza la casupola e collocare la lapide sulla torre municipale.137

136 ASCC, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1920, cat. VI, Classe III, fasciolo 29.

137 ASCC, Postunitario, Delibere di giunta, reg. n. 3 dal 7 gennaio 1920 al 25 marzo 1923, c. 44. I lavori di demolizione vennero affidati al muratore Andrea Castellucci.

La lapide presente a Sciedi, nella parete esterna della chiesa parrocchiale, venne invece inaugurata il 29 agosto 1920 con una cerimonia prettamente religiosa. Vi prese parte il parroco don Antonio Recchi e il padre agostiniano Lorenzo Andolfi. Alle cerimonia partecipò, accanto alla popolazione, una rappresentanza dei mutilati, invalidi e reduci di guerra di Cascia il cui segretario era Luigi Altieri.138

Anche a Norcia il culto dei Caduti ha lasciato tracce indelebili.

Nell’aprile del 1919, il commissario prefettizio cav. Luigi Mascalchi, autorizzò il pagamento di 100 lire in favore del canonico don Filippo Bianconi «quale concorso del Comune nelle spese sostenute per la celebrazione della messa funebre in suffragio ai Caduti in guerra del Comune» mentre il consiglio comunale, il 15 aprile del 1919, attraverso le parole dell’assessore Vittorio Avvocato Argentieri, rivolse un ‘vivo saluto’ ai consiglieri ed al segretario capo reduci dalle trincee.139 Il 9 ottobre 1921 si svolse a Norcia una cerimonia ‘patriottica’ durante la quale furono distribuite le croci di guerra alle famiglie dei Caduti e venne consegnata la bandiera italiana alla sezione locale dell’associazione nazionale dei combattenti. Al termine della cerimonia il commissario prefettizio Luigi Mascalchi pagò 60 lire a Gabriele Marignoli per l’addobbo del teatro civico; 550 lire a Felice Bianconi, proprietario dell’hotel Posta per la «modesta refezione e il vermouht d’onore offerto alle autorità e alle famiglie dei Caduti intervenute all’iniziativa».140

Ed è lo stesso commissario Mascalchi, l’11 marzo 1922, a deliberare la concessione gratuita di un’area pubblica nella piazza Vittorio Veneto per la realizzazione di un monumento in onore dei Caduti in guerra voluto dall’associazione locale dei combattenti e da un comitato di ‘mobilitazione civile’ pre-

138 ASCC, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1920, cat. VI, Classe III, fasciolo 29.

139 ASCN, Delibere Commissario Prefettizio, 1920, n. 23, delibera 9 aprile 1920 n. 31, c. 97 e Consigli, 1917 – 1923, c. 195.

140 ASCN, Postunitario, Delibere Commissario Prefettizio, 1921, n. 23 (Delibera 15 ottobre 1921 n. 164, c. 141).

sieduto da Vittorio Argentieri. Nei mesi successivi Mascalchi deliberò anche la «denominazione di alcune vie» ispirandosi, su richiesta della popolazione, a fatti e personaggi della Grande Guerra: risalgono al 1922 le denominazioni di via Trieste, via Trento, via Gorizia, via Pola, via Fiume, via Zara, via Cesare Battisti, piazza Nazario Sauro a testimoniare come la Grande Guerra abbia segnato, come già detto, anche la toponomastica delle città.141

È del febbraio 1923 il ‘Coro di Gloria in memoria dei Caduti Combattenti della città di Norcia’ composto da Francesco Ermenegildo con le parole di D. Silvio Nicolanti. Lo spartito musicale è tuttora conservato presso l’archivio storico comunale di Norcia.142

Per la realizzazione del monumento ai Caduti di Norcia, sorto al posto di una «antiestetica fontana», venne incaricato l’artista calabrese Umberto Domenico Diano, come testimonia anche la sua firma ai piedi della statua bronzea del soldato. Il monumento era ancora in costruzione nell’agosto del 1923 se la giunta municipale stabilì di prendere a noleggio da Antonio Mariotti il legname occorrente per realizzare l’impalcatura intorno alla base «su cui dovrà sorgere il monumento ai Caduti in guerra, fissando il prezzo del noleggio in lire 150».143

Il monumento è del tipo a cippo, con ampia base su cui poggiano due statue, raffiguranti una figura maschile (a sinistra)

141 ASCN, Postunitario, Delibere del Commissario Prefettizio, Reg. n. 24, Deliberazione 11 marzo 1922 n. 25, c. 224.

142 A causa dei disastrosi eventi sismici del 2016 l’archivio storico e di deposito del comune di Norcia, grazie ad una azione congiunta dei Vigili del fuoco, dell’Esercito Italiano, della Protezione Civile e dei Carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale, sotto la supervisione del personale della Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, sono stati posti in salvo e trasferiti temporaneamente a Spoleto presso la sezione di Archivio di Stato di Perugia dove, grazie alla professionalità del personale, sono stati immediatamente riordinati e messi a disposizione degli studiosi e dei cittadini. Non appena verranno ripristinate le condizioni di sicurezza tutto il patrimonio archivistico tornerà nel luogo di origine perché ad esso appartiene. Rita Chiaverini, Giovanna Giubbini, L’identità salvata, Fabrizio Fabbri Editore, 2019.

143 Il Consiglio Comunale, il 28 ottobre del 1923, ratificò tale provvedimento specificando che «tale impegno veniva assunto dal comune verso il comitato pro-erigendo monumento ai Caduti in guerra di Norcia senza che ci sia contratto, né riconosciuto alcun vincolo colla ditta Antonio Mariotti». ASCN, Postunitario, Consigli 1917 – 1923, c. 448.

Prima della fine del conflitto, nel 1917, alcuni comuni del Regno d’Italia, al fine di formare un albo dei «propri figli gloriosamente caduti combattendo per la Patria e onorarne la memoria» manifestarono al ministero dell’interno il desiderio di conoscerne esattamente i nomi.

Questo era possibile solo quando il comune di nascita coincideva con il comune dell’ultimo domicilio perché la trasmissione degli atti di morte, in base alla legislazione allora vigente, veniva fatta dai «Ministeri della Guerra e della Marina, e dagli Ospedali di Riserva, ai Comuni dell’ultimo domicilio dei militari stessi, senza obbligo di comunicazione ai comuni di nascita».

La mancanza della comunicazione di morte dei soldati ai comuni di nascita rendeva tutto molto difficile per cui, con la circolare n. 1884 del 24 luglio 1917, la sottoprefettura di Spoleto dispose che i comuni, ricevendo un atto di morte di un militare non nato nel territorio, avevano l’obbligo di immediata comunicazione al comune natìo. La disposizione era retroattiva.145

Anche a Norcia, come in tutti gli altri comuni italiani, le spo-

144 Sul monumento sono stati incisi in seguito anche i nominativi dei soldati Caduti e/o dispersi nelle guerre di indipendenza, nella guerra d’Africa, nella Seconda guerra mondiale e durante la Resistenza (8 settembre 1943 - 17 giugno 1944).

145 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1917, b. 436, cat. VIII, Cl. 1, fasc. 3.

131 e una figura femminile che allatta un bambino (a destra). Sopra la stele una figura in bronzo di un fante in vedetta con le braccia conserte appoggiate ad un fucile con il calcio a terra. Sul fronte, stemma della città di Norcia e lampada votiva in bronzo. L’opera venne inaugurata il 28 settembre 1924 alla presenza delle autorità di cittadine, della milizia nazionale, dell’associazione nazionale combattenti e reduci, del clero al completo. Dopo la benedizione del vescovo mons. Vincenzo Migliorelli, seguirono i discorsi ufficiali del sindaco avv. Gentili, dell’avv. Argentieri e del prefetto ing. Colizzi al cospetto della numerosa popolazione accorsa per assistere all’evento.144

glie della quasi totalità dei Caduti non tornarono mai nel luogo di origine ma dopo una prima sepoltura nel luogo di morte vennero trasferiti nei sacrari militari costruiti negli anni successivi alla fine del conflitto.

Già il 20 novembre 1918, una circolare della sottoprefettura di Spoleto comunicava ai sindaci che «per opportuna norma e fino a nuova disposizione, d’ordine del Ministero, per non accrescere le attuali difficoltà del servizio sanitario sono proibiti i trasporti di cadaveri per ferrovie. Restano immutate le altre disposizioni circa i trasporti per la via ordinaria».146

Con la legge 11 agosto 1921 n. 1074 lo Stato assunse a suo carico, su richiesta delle famiglie, il trasporto di tutti i militari del Regio Esercito e della Marina deceduti per ferite durante la guerra. Il provvedimento venne esteso anche al trasporto delle salme dei militari deceduti per malattia e sepolti nel territorio già dichiarato zona di guerra. Il trasporto delle salme dall’estero vennero subordinate ad accordi da convenirsi con gli altri Stati147 mentre per i militari morti in prigionia il trasporto a carico dello Stato venne autorizzato soltanto se il decesso era dovuto a ferite in combattimento.148

La domanda per ottenere il trasporto gratuito delle salme dei Caduti in guerra venne prorogato fino al 31 dicembre 1922 ben evidenziando, nei manifesti che diffondevano la notizia che questa opportunità era rivolta a «tutti i militari morti, sia per ferite sia per malattia, che si trovano sepolti nei territori già dichiarati zona di guerra in Italia, in colonia ed all’estero; pei soli militari che morirono in conseguenza di ferite che si trovano sepolti nei cimiteri del Regno fuori della zona anzidetta, e pei prigionieri di guerra purché morti per ferite».149

146 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1918, b. 448, cat. XIV, Cl. 1, fasc. 14.

147 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1921, b. 469, cat. VIII, Cl. 1, fasc. 4.

148 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1922, b. 478, cat. VIII, Cl. 1, fasc. 4. A Norcia, ad esempio, con questa motivazione il ministero della guerra non autorizzò il rimpatrio delle salme di Antonio Allegrini sepolto a Kleniminchen (Austria); di Enrico Trincia, sepolto a Braumen (Austria). Il rimpatrio di Guido Antonelli di Ancarano, soldato dell’esercito americano morto in Francia, venne respinta perché pervenuta in ritardo al ‘Servizio Tombe Amerciane in Europa’.

149 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1922, b. 478, cat. VIII, Cl. 1, fasc. 4.

Il viale della Rimembranza e il monumento ai Caduti di Ancarano

Semplice ma suggestiva è stata la cerimonia in ricordo dei Caduti e dispersi della Grande Guerra che si è svolta ad Ancarano il 17 agosto 2019 con il pieno coinvolgimento dei bambini della frazione.

Nonostante le ferite del sisma del 2016 fossero ancora aperte e visibili, la Pro Loco e la Comunanza Agraria, in collaborazione con il Consorzio del Bacino Imbrifero ‘Nera e Velino’, hanno voluto ricordare i Caduti e i dispersi della frazione ripristinando le targhette con i loro nomi lungo il viale della Rimembranza che dai ruderi della chiesa di San Benedetto conduce al cimitero.

Alla manifestazione sono intervenuti il presidente della Comunanza Agraria Romeo Canali, il presidente della pro loco di Ancarano Venanzio Santucci, il coordinatore del progetto Adelindo Capparelli, l’allora presidente del Consorzio BIM Egildo Spada, il parroco di Ancarano don Luciano Avenati, l’ispettore archivistico onorario Rita Chiaverini, i carabinieri di Norcia, l’associazione nazionale carabinieri, l’associazione dei bersaglieri e l’allora presidente del Consiglio Regionale Donatella Porzi.

L’iniziativa avrebbe dovuto svolgersi durante il Centenario della Grande Guerra con l’intento di ricordare la drammaticità di un conflitto che tra il 1914 e il 1918 ha sconvolto l’Europa e il mondo spazzando via una intera generazione e superando per tragicità e complessità ogni esperienza bellica precedente. Purtroppo a causa del terremoto del 2016, l’evento si è svolto con qualche anno di ritardo ma non ha perso la sua valenza: aver recuperato un piccolo frammento della storia dei Caduti di Ancarano è importante perché il difficile momento che si sta ancora vivendo a causa delle conseguenze del terremoto –ma anche della pandemia da Covid 19 e della recente guerra tra Ucraina e Russia– rischia di cancellare la memoria e la

storia dei luoghi mentre è fondamentale guardare al futuro mantenendo viva l’identità della comunità.

Il viale della Rimembranza di Ancarano venne realizzato in onore dei quindici Caduti e dispersi della frazione: Antonio Allegrini, Nello Amici, Alfredo Antonelli, Guido Antonelli, Attilio Attili, Armando Capparelli, Pietro Capparelli, Pietro Cesqui, Ludovico Felici, Palmiro Felici, Alfredo Franchi, Ernesto Franchi, Valentino Marinucci, Giuseppe Romanelli, Augusto Santi.

A loro è dedicato anche il monumento ai Caduti realizzato nel 1919 per volere della Comunanza Agraria su proposta di Romeo Antonelli.

La Comunanza Agraria, presieduta da Enrico Franchi, sentiti i capi famiglia di Ancarano, stanziò 1500 lire per realizzare nel cimitero un monumento a ricordo dei Caduti e dispersi della frazione. L’amministrazione comunale, con delibera di consiglio n. 62 del 14 ottobre 1919 in prima lettura e n. 76 del 1° novembre 1919 in seconda lettura, concesse per tale scopo gratuitamente un’area di 9 metri quadri fissando le seguenti condizioni:

«a) Il monumento sarà collocato all’interno di detto cimitero nel punto di incontro dei due assi, fra loro perpendicolari, tra il cancello di ingresso e la cappella comunale. b) prima del suo collocamento in opera, sarà preparato nel terreno un apposito piano di posa, scavandolo per una profondità fino ad incontrare il terreno sufficientemente consistente o rinvenendolo tale, in precedenza a opportune opere di costipamento. Lo scavo sarà riempito di calcestruzzo idraulico formato da sabbia e ghiaia di cava ben lavata e scarsa di materie terrose nella misura rispettivamente di mc 0,50 e 0,80 per mc; di calce idraulica in polvere nella misura di Kg 150 per mc. L’impasto sarà eseguito fuori d’opera a regola d’arte e sarà collocato in opera a piccoli strati non maggiori di cm 20 ben pigiati e regolarizzati.

c) La esatta posizione dell’area ceduta come detto sopra risulterà da apposito verbale che sarà redatto dall’Ufficio tecnico comunale e firmato oltre che dal Capo di detto ufficio anche dal Presidente della Comunanza di Ancarano, ricevente».150 Queste indicazioni vennero inviate al Presidente della Comunanza di Ancarano dal sindaco facente funzioni cav. Filippo Allegrini, che espresse in tale circostanza anche il suo personale «compiacimento per questa nobile iniziativa che onora oltre che i suoi proponenti anche tutto il Comune».

Il momumento ai Caduti di Ancarano venne inaugurato il 14 settembre 1919 ed è composto da una statua in marmo raffigurante un angelo con ghirlande di fiori, lapidi marmoree con iscrizioni sui quattro lati, borchie e stelle in metallo, basamento in cemento e lampada votiva.

150 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1919, b. 450, cat. 2, Cl. 4, fasc. 1.

Monumento ai Caduti di Ancarano di Norcia. Collezione privata.

Iscrizioni

Lato principale:

Ancarano ai suoi figli che per i sacri diritti

d’Italia per la libertà dei popoli la balda gioventù serenamente involarono memore e riconoscente

14 settembre 1919.

Lato destro:

Sergente Cesqui Pietro

Caporale Franchi Alfredo

Caporale Capparelli Pietro

Soldato Franchi Ernesto

Soldato Romanelli Giuseppe

Soldato Santi Augusto

Lato sinistro:

Sergente Felici Ludovico

Caporale Antonelli Alfredo

Soldato Allegrini Antonio

Soldato Antonelli Guido

Soldato Attili Attilio

Soldato Felici Palmiro

Soldato Marinucci Valentino

Retro del monumento: Guerra Italo-Austriaca 1915-1919

Il monumento non è stato danneggiato dagli eventi sismici del 2016 e si trova in un discreto stato di conservazione: il degrado è dovuto sia all’opera di particelle atmosferiche ad alta concentrazione di acidi e silicati, sia per depositi superficiali con formazioni spesse e tenaci. Le superfici si presentano infatti con muschi, licheni, soprattutto in prossimità di parti più porose e quindi con maggiore facilità di accumolo di umidità e spore. Fenomeni di esfoliazione, erosioni e disgregazioni di diverso grado sono presenti nelle varie superfici. Da rilevare, inoltre, alveolizzazioni e micro fessurazioni. Non da trascurare le aree ben visibili di patina biologica di diverso grado e spessore, annerimenti e incrostazioni causati da agenti atmosferici.151

Quanto al viale della Rimembranza, giace in uno stato manutentivo pessimo poiché non è stato più possibile effettuare le operazioni di manutenzione ordinaria alle piante ed arbusti presenti. In particolare tutta la siepe di bosso è stata attaccata da parassiti (piralide) e, nonostante i tentativi effettuati dalla Comunanza Agraria, è ormai perduta e ovunque, purtroppo, sta crescendo l’infestante ailanto.

Gli alberi in memoria e onore dei Caduti e dispersi, dai ruderi della Chiesa di San Benedetto al cimitero frazionale, seguono il seguente schema:

151 Si ringrazia Emanuela D’Abbraccio per l’analisi del monumento.

Si accede al viale da un passo carrabile costituito da due colonne in cemento ed un cancello in ferro. A seguito del sisma del 2016, la colonna in cemento posta sul lato sinistro è crollata ed è stata rimossa. L’intervento di ripristino del passo carrabile, pertanto, necessita della costruzione ex novo della colonna in cemento nel lato sinistro, il consolidamento della colonna posta nel lato destro e il ripristino del cancello carrabile esistente.

Da alcuni anni, pertanto, la Comunanza Agraria, in collaborazione con diversi soggetti, ha predisposto un progetto per il restauro sia del monumento che del viale della Rimembranza.

Il progetto è stato inviato al MiBACT – Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio con la speranza di poter attingere ai fondi del Bando per ‘Progetti ed iniziative relative al patrimonio storico della Prima guerra mondiale’ ma anche a Fondazioni bancarie e sponsor privati. Anche se fino ad ora non è stato possibile reperire specifici finanziamenti la Comunanza Agraria e la la Pro loco non si sono persi d’animo ma con determianzione intendono proseguire nella tutela e valorizzazione delle vestigia della Grande Guerra che, in base alla legge Monticone, sono considerati beni culturali a tutti gli effetti e costituiscono non solo un tassello importante della memoria storica ma anche dell’identità locale.

L’obiettivo è anche quello di creare un museo in loco per tutelare, conservare e valorizzare - anche a fini didattici - la memoria storica delle tragiche vicende della Grande Guerra. Per questa ragione la Comunanza Agraria e la Pro Loco invitano tutti a collaborare mettendo a disposizione cimeli, fotografie, cartoline, diari, lettere e ogni altro documento conservato dalle famiglie che verranno censiti, riprodotti, studiati e poi restituiti ai legittimi proprietari.

Albo d’oro dei Caduti e dispersi di Ancarano

Quello che segue non vuole essere un semplice elenco di nomi ma si è tentato di ridare voce ai quindici Caduti e dispersi di Ancarano, quasi tutti soldati semplici che appartenenvano alla classe dei contadini e degli artigiani. Attraverso le loro storie, ricostruite sulla base dei registri anagrafici, ricordi delle famiglie e notizie desunte da altre fonti militari, si è cercato di mostrare la guerra come è stata effettivamente e non come, per molto tempo, si è fatta apparire. Attraverso le loro brevi storie possiamo ancora intuire i sentimenti e il dramma delle trincee, degli scontri con il nemico, del morire soffrendo e del dover uccidere; del sopportare la fame, il freddo ed affrontare le malattie senza l’aiuto sanitario della moderna medicina. C’erano poi tragedie nelle tragedie: le esecuzioni sommarie o gli ordini di uccidere prigionieri e disertori. A pace fatta, ci fu anche il dramma dei sopravvissuti, di coloro che ritornarono vivi ma mutilati, di quelli che tornarono e non avevano più di che vivere, di quelli che tornarono e non trovarono più parenti o amici perché morti al fronte o durante la propria assenza. Alcuni erano poco più che ragazzi, di diciotto anni, e loro malgrado, affrontarono una prova di sopravvivenza disperata.

1. Allegrini Antonio

Soldato 1° reggimento granatieri, distretto militare di Spoleto.

Nasce il 27 maggio 1891 da Ermenegildo e Ludgarda Tonti. Muore in prigionia a Kleinmunchen in seguito ad edema il 25 marzo 1918. Sposato con Beatrice Santi, aveva un figlio: Giovanni.

Il tentativo della moglie Beatrice di ottenere nel 1922 dal ministero della guerra il rimpatrio gratuito della salma del soldato Antonio Allegrini fallì in quanto il «trasporto a carico

dello Stato dei militari morti in prigionia è consentito soltanto in caso in cui il decesso sia avvenuto in conseguenza di ferite’.

Allegrini trovasi sepolto a Kleniminchen (Austria)».152

Luogo di sepoltura: Wegscheid, cimitero internazionale.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

2. Amici Nello

Soldato 88° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto.

Nasce ad Ancarano il 10 maggio 1900 da Vittorio e Emilia

Vagnarelli. Muore per malattia presso l’ospedale di Livorno il 2 novembre 1918, due giorni prima della fine della guerra.

Luogo di sepoltura: Livorno, sacrario.

3. Antonelli Alfredo

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano con il grado di Caporale.

4. Antonelli Guido

Soldato dell’esercito americano (matricola 2338111) formerly Company B, 4th Infantry.

Nasce a Roma nel marzo 1889. Muore in Francia il 24 ottobre 1918.

La madre, Lucia Milanesi, il 3 luglio 1922 chiese il rimpatrio

della salma per ‘l’inumazione nel cimitero d’Ancarano’. Il ‘Servizio tombe americane in Europa’ non accolse la richiesta perché «in relazione all’ordinanza emessa dal Segretario della Guerra Americano, non debbono essere prese in considerazione le domande di trasporto gratuito pervenute dopo il 1° aprile 1922».153

Luogo di sepoltura: cimitero americano Meuse Argonne n. 1232-23, block B Row 46 Romagne, Sous-Montfaucon (Francia).

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

152 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1922, b. 478, cat. VIII, cl. 1, fasc. 4.

153 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1922, b. 478, cat. VIII, cl. 1, fasc. 4. Il nome di Antonelli Guido non è presente nel monumento ai Caduti di Norcia.

142

5. Attili Attilio

Soldato 147° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto. Nasce ad Ancarano il 28 settembre 1890 da Pietro e Bernardina Persiani. Muore in combattimento a Bosco Cappuccio il 4 settembre 1915. Secondo alcune fonti il luogo di decesso è il Monte San Michele.

Luogo di sepoltura: Italia.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

6. Capparelli Armando

Caporale 52° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto.

Nasce ad Ancarano il 24 aprile 1891 da Benedetto e Clementina Giacobbe. Muore in combattimento il 17 luglio 1915 nella I sezione sanità ad Andraz (Livinalongo del Col di Lana) per le ferite riportate in combattimento. È il comune di Norcia a comunicare ai genitori la morte del figlio Armando il 3 agosto 1915.

Luogo di sepoltura: Pocol, sacrario militare.

7. Capparelli Pietro

Caporale – Deposito Centro vettovagliamento, distretto militare di Spoleto.

Nasce ad Ancarano il 29 giugno 1894 da Benedetto e Clementina Giacobbe. Il 23 agosto 1915 il colonnello comandante del 145° reggimento fanteria invita il sindaco di Norcia ad informare la famiglia che il soldato Pietro Capparelli è presente alla 3a compagnia e gode di ottima salute.

Muore il 28 gennaio 1918 in seguito alle ferite riportate in combattimento. In alcune fonti viene indicata come data del decesso il 28 gennaio 1919 e come causa un infortunio accaduto a Vicenza.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano con il grado di Caporale.

8. Cesqui Pietro

Sergente 79° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto. Nasce il 31 maggio 1881 da Fedele. Muore in seguito alle ferite riportate in combattimento il 29 agosto 1917. Sposato con Virginia Caponi, aveva due figlie: Letizia e Marina.

Nel cimitero di Ancarano, nascosta dai rovi, c’è una lapide con scritto:

ALLA IMPERITURA MEMORIA

DEL SOTTUFFICIALE

PIETRO CESQUI

CHE IL 29 AGOSTO 1917

ANIMATO DA SALDA FEDE

NEL SUCCESSO DELLE NOSTRE ARMI

COMBATTENDO DA EROE

A 36 ANNI

SULL’ALTOPIANO DELLA BAINSIZZA CONQUISTATA

FECE DI SE SACRO OLOCAUSTO ALLA PATRIA

LA MOGLIE E LE FIGLIE

CON DOLORE MA CON ORGOGLIO

QUESTA MEMORIA POSERO

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano

9. Felici Lodovico (Ludovico)

Sergente 5° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto. Nasce il 22 dicembre 1895 da Erminio e Santa Carlesi.

Considerato disperso nel combattimento del 3 novembre 1918, un giorno prima della fine della Grande Guerra.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano con il grado di Sergente.

10. Felici Palmiro

Soldato dell’esercito americano.

Nasce l’11 novembre 1897 da Angelo e Laura Antonelli. Muo-

re per malattia il 6 ottobre 1918 in Francia con le truppe americane. Il 10 ottobre 1921 il Consolato generale Americano scrive al sindaco di Norcia per comunicarne il decesso e dare la possibilità ai genitori di richiedere la pensione.

Nel 1922 venne autorizzato il trasporto della salma che, prelevata dal fronte francese, arrivò su un camion il 21 settembre 1922 nella chiesa di Serravalle. La salma di Felici Palmiro, il 22 settembre, venne trasportata a Norcia. 154

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

11. Franchi Alfredo

Caporale 61° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto.

Nasce ad Ancarano il 29 maggio 1885 da Vincenzo e Adelaide Orelli.

Muore il 9 maggio 1917 a Meglemci (Mandonici), per le ferite riportate in combattimento.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano con il grado di Caporale.

12. Franchi Ernesto

Soldato 21° reggimento Cavalleria.

Nasce ad Ancarano il 19 giugno 1894 da Vincenzo e Adelaide Orelli.

Muore per malattia il 17 ottobre 1918.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

13. Marinucci Valentino

Soldato 36° reggimento fanteria, distretto militare di Spoleto. Nasce a Campi il 22 agosto 1899 da Alessandro e Maddalena Cocciarelli.

Muore il 12 novembre 1918 in prigionia a Šamorín (Slovacchia – in lingua ungherrese Somorja; in lingua tedesca Som154 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, 1922, busta 481, cat. XIII, Cl. 1, fasc. 1; busta 448, cat. XIII, cl. 1, fasc. 1; b. 478, cat. VIII, cl. 1, fasc. 4.

145

merein).

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano e in quello di Campi.

14. Romanelli Giuseppe

Soldato 91° reggimento fanteria distretto militare di Spoleto.

Nasce ad Ancarano nell’agosto 1899 da Vincenzo.

Muore il 2 marzo 1918 per malattia presso l’ospedale del campo di prigionia di Šamorín (Slovacchia – in lingua ungherese Somorja; in lingua tedesca Sommerein).

Venne sepolto nel cimitero del campo.

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

15. Santi Augusto

Soldato 70° Fanteria, 110 compagnia, distretto militare di Spoleto.

Nasce ad Ancarano il 12 gennaio 1897 da Demetrio e Ermelinda Marinucci.

Muore per malattia (paralisi cardiaca da polmonite doppia) il 12 febbraio 1917 presso l’ospedale da campo n. 99. Il 70° reggimento fanteria di linea di Arezzo, il 18 maggio 1917 inviò al sindaco di Norcia, con preghiera di consegnarlo agli eredi, un vaglia di 12 lire, come somma lasciata dal defunto militare Augusto Santi. Nel 1922 la moglie presentò domanda per ottenere il rimpatrio della salma.155

È ricordato nel monumento ai Caduti di Ancarano.

155 ASCN, Postunitario, Carteggio amministrativo, b. 436, 1917, cat. VIII, cl. 1, fasc. 3 e 1922, busta 478, cat. VIII, cl. 1, fasc. 4.

L’impegno della Comunanza Agraria, della Pro loco, del Comitato Capo del Colle hanno offerto l’occasione di riportare alla memoria quanto accadde negli anni della Grande Guerra nelle piccole realtà offrendo così spunti di riflessione collettiva perché a distanza di oltre cento anni da quell’immane conflitto, è un dovere diffondere questa conoscenza anche per quanto sta accadendo sotto i nostri occhi in Europa e nel mondo per apprezzare con maggiore consapevolezza il valore assoluto della pace.

Cerimonia 17 agosto 2019: documentazione fotografica

Ancarano 17 agosto 2019

Ancarano 17 agosto 2019

22 gennaio 2020

Ancarano: sopralluogo al Viale della Rimembranza con l’Associazione IV novembre di Schio

Apparati Fonti

Archivio di Stato di Perugia, Sezione di Spoleto,

· Distretto militare. Ruoli matricolari, dal 1881 al 1900

Archivio dell’Ufficio dello Stato Maggiore dell’Esercito

· Diario Storico-militare 6° Reggimento Alpini, B-1, Sez. III

B, n. 1987 c.

Comune di Cascia

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Carteggio amministrativo, anni 1920

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Deliberazioni di consiglio, reg. n. 3, busta n. 4

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Deliberazioni di giunta, reg. n. 21

· Ufficio di stato civile, Atti di morte, parte II, Serie C.

Comune di Cerreto di Spoleto

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Atti del consiglio comunale, delibera 27 maggio 1919, n. 903.

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Atti di giunta comunale, reg. n. 3, dal 1922 al 1926.

· Ufficio di stato civile, Atti di morte, parte II, Serie C.

Comune di Norcia

· Sezione Archivio di Stato di Spoleto (depositato temporaneamente dopo gli eventi sismici del 2016):

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Deliberazioni di consiglio, reg. nn. 21, 22

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Deliberazioni di giunta, reg. nn. 33, 35

· Archivio storico Comunale, Postunitario, Carteggio ammi-

nistrativo, bb. 31, 328, 369, 419, 436, 437, 438, 439, 444, 445, 448, 452, 469, 478, 481.

· Ufficio di stato civile, Atti di morte, parte II, Serie C.

Comune di Preci

Sezione Archivio di Stato di Spoleto (depositato temporaneamente dopo gli eventi sismici del 2016):

· Archivio Storico Comunale, Postunitario, Deliberazioni di consiglio, reg. nn. 6, 7.

Comune di Vallo di Nera

· Ufficio di stato civile, Atti di morte, parte II, Serie C.

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