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Un futuro ricco di memoria

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Un futuro ricco di memoria

Quaderni del volontariato

Edizione 2013

PREMIO RINA GATTI 2007-2012

INSIGNITO DELLA MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

Con il patrocinio e la collaborazione di: Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria

Regione dell’Umbria

Provincia di Perugia

Comune di Perugia

Comune di Torgiano

Camera di Commercio di Perugia

Isuc

Unicef sezione di Perugia

Officina della Memoria

Associazione Italiana Biblioteche

Cesvol Perugia

con il sostegno di: BANCA ETRURIA

F.LLI TICCHIONI SRL

LIBRERIA CLU ELLERA

NEGOZI BAHIA PERUGIA

ASSOCIAZIONE RINA GATTI

Via Birago 1, 06124 Perugia

tel.: 348 4082257

rinagatti@yahoo.it // www.rinagatti.it // www.stanzevuote.eu facebook: Rina Gatti la scrittrice della memoria

Edizione: Maggio 2013

Progetto grafico e videoimpaginazione: Chiara Gagliano

Stampa Digital Point (Ponte Felcino)

Ristampa Aprile 2014 Digital Editor

Tutti i diritti sono riservati

Ogni riproduzione, anche parziale è vietata

ISBN: 978-88-96649-21-3

ALBO STORICO DELLE SCUOLE PARTECIPANTI

2007-2012

SCUOLA PRIMARIA «RADICE», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «CENA», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «FALCONE-BORSELLINO», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «CAPITINI», SPINADI MARSCIANO

SCUOLA PRIMARIA «BONUCCI», PONTE FELCINO, PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA X CIRCOLODI PICCIONE, PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «CIABATTI», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «PATRONOD’ITALIA», S. MARIADEGLI ANGELI

SCUOLA PRIMARIADI GIANODELL’UMBRIA-BASTARDO

SCUOLA PRIMARIA «LAMBRUSCHINI» VI CIRCOLO S. LUCIA, PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «COMPAROZZI», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «BIRAGO», TUORO

SCUOLA PRIMARIA «SANTUCCI», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «COLLODI», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «GREEN», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «LAMBRUSCHINI», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «CALZONI», S. MARTINOIN COLLE, PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «MONTE CERVINO», FOLIGNO

SCUOLA PRIMARIA «SCARINCI», TORGIANO

SCUOLA PRIMARIA «IV NOVEMBRE» - MARSCIANO

SCUOLA PRIMARIA «FABRETTI», PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «LAMBRUSCHINI», OLMO, PERUGIA

SCUOLA PRIMARIA «MADRE TERESADI CALCUTTA», BASTIA UMBRA

SCUOLA PRIMARIA «TEI» DI BALANZANO, PERUGIA

SCUOLA SECONDARIADI I GRADO «S. PAOLO», PERUGIA

SCUOLA SECONDARIADI I GRADO «PURGOTTI», PERUGIA

SCUOLA SECONDARIADI I GRADO «S. BENDETTO», NORCIA

SCUOLA SECONDARIADI I GRADO «DE GASPERI», NORCIA

SCUOLA SECONDARIADI I GRADO «BERNARDINODI BETTO», PERUGIA

SCUOLA SECONDARIADI I GRADODI GIANODELL’UMBRIA-BASTARDO

a

cura di Giovanni Paoletti

Associazione “Rina Gatti”

Un futuro ricco di memoria

“Il giovane corre più veloce, ma l’anziano conosce le scorciatoie”

Ho ascoltato per la prima volta questa frase circa un anno fa, l’ho trascritta nei miei appunti, e da allora la porto sempre con me, come fosse un pro memoria per ricordarmi – già con una veloce occhiata – qual è lo spirito autentico dell’Anno Europeo dell’Invecchiamento attivo e della solidarietà intergenerazionale che stiamo celebrando. È un anno speciale questo che l’Unione Europea ha deciso di dedicare agli anziani, un riconoscimento se vogliamo, per il ruolo che gli anziani, i nonni, hanno avuto nell’identità della nostra comunità. L’Italia, e la nostra, sono una terra in cui la famiglia rappresenta un elemento fondamentale per la costruzione dei percorsi di vita per ciascuno dei membri, e questi nascono dall’intreccio delle esperienze di tutti dal più grande al più piccolo. Non a caso, infatti, insieme alla celebrazione dell’anziano si è voluto dare risalto anche al valore del rapporto intergenerazionale “nonninipoti”. La Regione Umbria, nell’ambito delle proprie competenze in tema di politiche sociali, ha voluto celebrare concretamente con un proprio atto l’Anno Europeo approvando il Disegno di Legge “Norme a tutela della promozione e valorizzazione dell’invecchiamento attivo”. Invecchiare attivamente significa potenziare il proprio percorso di autonomia quotidiano partecipando alla vita sociale, civile e culturale della comunità, significa impegnarsi in opere di volontariato e cittadinanza attiva, significa mantenersi in forma, valorizzare le proprie conoscenze, significa condividere, tramandare. Le attività realizzate dall’Associazione culturale “Rina Gatti” rappresentano un’eccellenza in questo specifico contesto; ho avuto il piacere di apprezzare direttamente gli elaborati presentati dai ragazzi nel corso delle scorse edizioni del concorso e, insieme alla loro soddisfazione, sono rimasta colpita dall’orgoglio di chi li aveva condotti in questo

viaggio nella memoria dei tempi e dei luoghi, alla riscoperta di ciò che costituisce il nostro essere. È questo il ruolo fondamentale del nonno: una presenza saggia e disponibile che accompagni nel percorso di crescita le giovani generazioni.

Desidero concludere queste righe con un ringraziamento rivolto a coloro che ogni anno collaborano alla realizzazione del Premio Rina Gatti studenti, genitori, nonni, insegnanti e volontari dell’Associazione, per l’impegno e la passione con cui portano avanti il loro compito di ‘narratori della memoria’.

Carla Casciari

Vice Presidente Giunta Regionale Assessore Welfare e Istruzione

Il Cesvol ha patrocinato la pubblicazione dei lavori (poesie - racconti) premiati in sei anni di concorso “Rina Gatti” perché codesta associazione da anni, in ricordo di una signora, che ormai nonna, ha scritto i suoi ricordi, dimostrando che anche in età avanzata è possibile iniziare una nuova attività. Il concorso “Rina Gatti” è il tentativo, ben riuscito, di sollecitare nonni e nipoti – generazioni diverse – a trasporre su carta “punti di memoria” favorendo così quel “volontario obbligatorio”, nella più ampia cornice di solidarietà intergenerazionale (le istituzioni comunitarie hanno associato per l’anno 2012 l’invecchiamento attivo – quale miglior esempio della sig.ra Rina Gatti! – all’Anno Europeo della solidarietà intergenerazionale) che può assimilarsi ad una espressione o tipica strumentazione di coesione sociale tra persone appartenenti a coorti diverse di età legate da sistemi condivisi di obbligazioni ed aspettative che riguardano da un lato l’invecchiamento attivo e dall’altro il crescere delle nuove generazioni: raccontare, ricordare, scrivere episodi di vita vissuta sono i momenti in cui la memoria individuale diventa storia di una comunità con una pregnante valenza educativa per le giovani generazioni, anche se della più piccola comunità sociale quale la famiglia che si conferma sempre più, da secoli, come titolare di una poderosa capacità di produzione, erogazione e scambio di risorse tra generazioni: i nonni di hanno una indubbia capacità creativa di emozioni nei nipoti, ascoltatori attenti. Ormai è notorio che i vincoli in senso verticale discendente tra nonni e nipoti in ragione dell’aumento della longevità hanno una durata prima ignota: le relazioni tra nonni e nipoti possono attualmente riguardare un arco di 3 o 4 decenni che implicano carichi più intensi educativi e di maggiore condivisione della cura dei minori (un nonno = esercito di riserva) cura che al di là di espressione di aiuto concreto nella gestione quotidiana dell’organizzazione familiare è produttiva anche di trasmissioni della memoria collettiva propria delle generazioni che ci hanno preceduto (Wolf. Historicus à demeure = storici di casa). In conclusione il Cesvol sta facilitando come sempre ogni espressione di costruzione di

strumenti di coesione sociale quali la “cura” e cioè quei comportamenti personali di volontariato “obbligatorio” anche se e soprattutto di origine familiare.

Avv. Luigi Lanna

Presidente Cesvol Perugia

Introduzione

Floriana Falcinelli

Professore Ordinario di Didattica Generale

Università degli Studi di Perugia

La letteratura psicologica e pedagogica sull’infanzia ci ha da tempo fatto capire che, a qualsiasi età, i bambini hanno bisogno, per crescere bene e sviluppare tutte le loro potenzialità, di muoversi in ambienti in cui siano amati e stimolati. L’amore e il “tempo” che viene loro dedicato nel gioco, negli interessi e nell’esplorazione del mondo da parte delle persone care, fungono infatti da vero e proprio “propulsore” alla loro capacità di apprendimento e allo sviluppo delle loro potenzialità. Fra le figure più significative i nonni, quando ci sono ovviamente, rappresentano un punto fermo insostituibile. Se sviluppata in maniera positiva, infatti, la relazione con i nonni arricchisce la vita del bambino con l’esperienza di un amore incondizionato, che influisce profondamente su vari aspetti dello sviluppo della sua personalità. La forza emotiva di questo amore incondizionato è seconda solo al rapporto genitori/figli. E questa “connessione vitale” si esprime al suo massimo poiché il rapporto con i nonni è spesso più rilassato di quello con i genitori, in virtù del fatto che quella tra nonni e nipoti è una relazione non condizionata, priva delle aspettative e dei timori che un genitore spesso sente nei confronti dei propri figli, esente dal giudizio. Certo oggi il nonno non è più il vecchio venerando, chiuso in casa davanti al camino; i nonni sono attivi, talvolta tecnologici, esploratori di nuove avventure da condividere con i nipoti, ma non per questo meno depositari di saggezza ed esperienza , seminatori di consigli utili.

I nonni generalmente possiedono una risorsa importante da donare ai nipoti, il tempo, un tempo maggiore dei genitori e così possono avere il piacere di condividere con i nipoti momenti di libertà, immaginazione, fantasia, gioco. I nonni sono quelli dunque più disponibili a parlare, ascoltare, accogliere emozioni e problemi, nel momento in cui si sente l’urgenza di esprimerli. I nonni sanno essere insegnanti molto capaci e pazienti, compagni di gioco infaticabili ed è dimostrato che gli insegnamenti trasmessi dai nonni tendono a rimanere nel bagaglio culturale dei bambini durante tutte le fasi della loro vita, in maniera molto maggiore rispetto a qualsiasi altra “sorgente”, consentendo così il passaggio di conoscenze da una generazione all’altra. Essi però hanno anche un altro compito importante: diventare custodi e narratori della storia familiare, capaci di gettare un ponte tra un mondo di memorie lontane e un futuro tutto da costruire, incarnato dalle giovani generazioni: essi sono la voce narrante di eventi, avvenimenti, riti, ritmi, tracce, epoche, luoghi, usi, abitudini che costituiscono per i bambini importante fattore di identificazione e interazione sociale. Attraverso il racconto dei nonni i bambini scoprono le proprie radici e possono così guardare al futuro con quella fiducia di base che li rende pronti ad esplorare il mondo. La seduzione di un racconto infatti suscita emozioni, curiosità e interesse, attiva processi di identificazione e proiezione che rasserenano il bambino e lo aiutano a guardare avanti in modo positivo. Il nonno, la memoria vivente, diventa in tale funzione uno straordinario mediatore culturale, capace di ricostruire il ricordo del passato e al tempo stesso di offrire alle nuove generazioni itinerari di pensieri.Le parole infatti diventano significati, espressione di concetti che progressivamente vanno a costruire una trama di pensieri che arricchisce la mente e la rende più colta e capace di leggere e interpretare il mondo in cui si vive. Questo è tanto più importante se si usa la scrittura: attraverso la scrittura, i soggetti sono sollecitati a recuperare le tracce di memoria legate alle proprie esperienze, ai propri vissuti ed emozioni, tracce che sono talvolta sommerse, opacizzate, alienate dalle

molteplici interferenze che sono presenti nella vita di ciascuno. Attraverso la scrittura le persone strutturano la propria esistenza, le attribuiscono significato, ponendo in relazione il proprio vissuto interiore con ciò che è esteriore, sperimentando modi più creativi di interagire con il mondo. In questo senso scrivere rappresenta la dimensione che definisce la condizione del processo di crescita, di cambiamento, di miglioramento, e si colloca all’interno di un processo di ricerca di senso che è alla base dell’esperienza formativa.

Vicini o lontani che siano, quindi, i nonni hanno un ruolo vitale nello sviluppo di un bambino e possono rendere la sua vita migliore: dobbiamo quindi permettere ai bambini di approfondire questa relazione, offrendo anche situazioni comunicative in cui questo rapporto possa essere riconosciuto e valorizzato.

Questo è l’obiettivo dell’Associazione culturale “Rina Gatti” che tra i suoi scopi ha quello di “favorire lo scambio la comunicazione ed il passaggio della memoria tra le generazioni” invitando le scuole a diffondere la partecipazione ad un concorso per la realizzazione di scritture in cui nonni e nipoti potessero condividere storie, pensieri, emozioni. Il coinvolgimento della scuola voleva proprio sottolineare quanto fosse importante far uscire la relazione nonni nipoti da una dimensione domestica per aprirla ad una dimensione sociale, entro un sistema formativo integrato che operasse per la salvaguardia della memoria e del valore della comunicazione tra le generazioni.

Questo volume sta a significare che l’obiettivo è stato raggiunto e che anzi si può andare avanti in un cammino comune di crescita, anche sociale .

Guida alla lettura

Coordinatore della Giuria del Premio Rina Gatti

Questo volume presenta una selezione, assai ridotta, dei testi e dei lavori presentati al Premio Rina Gatti in sei anni di attività: una selezione difficile, perché lo spazio del volume non ha consentito di dar visibilità a tanti altri elaborati, che noi abbiamo letto con piacere e interesse. Ricordo la difficoltà che gravava sulla Giuria del Premio Rina Gatti, allorché si trattava di scegliere i lavori da premiare, tra i tanti che meritavano attenzione e riconoscimento. Ma alle difficoltà incontrate al momento della premiazione si sono ora aggiunte quelle per la scelta degli elaborati da pubblicare: una scelta davvero ardua, data la ricchezza e la vastità dei motivi, degli stili, delle situazioni.

Ha forse prevalso, alla fine, la narratività, vale a dire il piacere del “sentire”, attraverso la parola scritta, la narrazione, la trasmissione orale della memoria, anche a scapito dell’effusione sentimentale, della enunciazione degli affetti, presenti in tante poesie che qui, purtroppo, non hanno trovato spazio. Ed ha prevalso talvolta l’arguzia del ragionamento, l’icasticità del linguaggio, la forza espressiva delle descrizioni, la singolarità del soggetto narrativo. L’impressione che ho, guardando a posteriori l’elenco dei lavori qui pubblicati, è che abbiano finito col prevalere quei lavori in cui sembra di avvertire più fortemente la presenza degli interlocutori, la relazione fisica oltre che verbale tra l’adulto (il nonno, la nonna, l’anziana vicina di casa,...) e il bambino o la bambina. Ecco perché forse i testi che sembrano “scritti a casa” hanno avuto la meglio su quelli scritti a scuola dietro il suggerimento (per altro opportuno) dell’insegnante.

Ovviamente non è possibile averne la certezza: ma davvero certe volte, leggendo qualche testo, mi si è illuminata nella mente l’immagine delle due teste, dei due volti, degli sguardi incrociati a tu per tu in un dialogo appassionato e intenso. Un dialogo che per l’adulto è carico di desiderio di dire, di raccontare, di spiegare, di rievocare, e che per il bambino si colora invece di una affettuosa disponibilità ad accettare storie e discorsi di un tempo nebuloso e strano, di luoghi favolosi e lontani. Visti con gli occhi di un ragazzino di oggi, quei luoghi e quei tempi sono certo difficili da comprendere, segnati come sono soprattutto da una connotazione di privazione, di mancanza di ciò che oggi è ovvio e “naturale”: i racconti dei nonni parlano di gente che viveva senza telefonino e senza internet, in case senza riscaldamento, che si spostava senza l’automobile in strade non asfaltate, che non aveva l’astuccio a tre piani o le scarpe firmate e la sera non guardava la televisione... .

La descrizione delle condizioni di vita occupa perciò tanta parte nel dialogo tra gli adulti e i piccoli, con una evidente preoccupazione degli adulti di far capire al bambino che vive in un mondo migliore, più comodo, e dunque non deve dare tutto per scontato o per dovuto; e anche che, in fondo, “a quei tempi” c’era anche gioia e gioco, immaginazione e creatività, e che più che gli oggetti posseduti contano i sentimenti, i comportamenti, i valori. E allora, è chiaro che l’unico tramite, per stabilire un contatto tra la passione narrativa degli adulti e l’incomprensione dei piccoli, è l’affetto, la sicurezza della relazione.

Tanto più chiaro e bello è questo fenomeno quando si verifica tra un bambino e un “nonno adottivo”, un vicino di casa, un conoscente, che sostituisce magari i nonni che non ci sono più: qui si vede anche meglio che l’affidamento del piccolo alla narrazione dell’adulto non è una concessione affettiva, quasi un debito o un dovere familiare, ma è la risposta al suo bisogno di guardare indietro, verso quelle nebulose distanze da cui il bambino sente di provenire. La narrazione è quindi un veicolo essenziale di ricostruzione del retroterra di cui il

bambino sente il bisogno; e tanto più facilitata è la narrazione quando, all’interno di una descrizione di condizioni di vita così diverse da quelle di oggi, si focalizza su un episodio, un momento topico della vita di chi narra. E la narrazione, così attrattiva per i piccoli, risponde però anche al bisogno dell’adulto di ricostruire la propria storia, di mettere in fila i ricordi e tessere un lavoro autobiografico che, per potersi svolgere, ha bisogno di trovare ascoltatori e interlocutori: e nessun ascoltatore è più attento e interessato di un bambino.

Un altro tipo di testi che ha attratto la mia attenzione è quello che si riferisce alle attività quotidiane che l’adulto e il bambino sviluppano nella vita quotidiana di oggi, specie in tutti quei tempi della giornata in cui i nonni si prendono cura dei piccoli, permettendo a mamma e babbo di lavorare, di fare la spesa, di andare al cinema... .

Un servizio sociale di grande valore (persino economico!), che si trasforma anche in un servizio culturale di prim’ordine, perché permette di ristabilire quella continuità culturale che manca ai bambini che vivono lontani dai nonni; e anche, per un altro verso, un modo per i nonni per riscoprire in sé la capacità di giocare, di esprimere energia, di ritrovare la meraviglia della scoperta del mondo. In questi testi, ho sentito scorrere davvero l’energia e la gioia: ho notato soprattutto il desiderio dei bambini di mostrare dei nonni attivi, vivaci, allegri, pieni di iniziativa, persino sportivi... . Anche qui, certo, l’affetto ha aiutato un po’.

Ecco dunque i fili su cui è costruita questa selezione dei testi del Premio Rina Gatti; e ho ordinato questi fili su un ordito che cerca (forse arbitrariamente) di accogliere la ricchissima trama di storie, di personaggi, di sentimenti, di colori, che nonni e bambini ci hanno regalato con i loro testi:

1. Il racconto del passato: descrizioni e narrazioni del passato, quasi sempre riferito all’infanzia del nonno, visto quasi come “un altro mondo”: il lavoro, la casa, i giochi, il cibo, le feste, ma anche l’emigrazione, la guerra, la povertà;

2. Un episodio del passato: momenti particolari del passato, foca-

lizzati su piccole grandi storie di guerra o d’amore, di gioco o di curiosità, e persino di superstizione, in cui i nonni sono stati, per un attimo, protagonisti, e che i piccoli ereditano come memoria di famiglia;

3. Cosa facciamo insieme (nonni e nipoti) : le attività, allegre e spericolate, della vita quotidiana di oggi di nonni e nipoti quando i genitori non stanno a controllarli;

4. Un’avventura con i nonni: i momenti in cui la relazione tra nonni e nipoti diventa un’avventura, e persino una favola;

5. Racconti, giochi e filastrocche di un tempo: alcuni begli esempi di recupero di cultura popolare dell’infanzia di un tempo. Certo, molti altri testi avrebbero meritato di essere aggiunti, se solo lo spazio lo avesse consentito; ma sono comunque certo che la lettura di queste pagine sarà divertente e avvincente per tutti, come lo è stata per me e per la giuria del Premio.

Il racconto del passato

“Tuo padre non c’era e tua madre nemmeno”

di Sofia Guarducci della classe IV° B della scuola “Lombardo Radice” insieme alla nonna Aldina Salari

Premio speciale della Giuria con coppa ricordo 2007

“Tuo padre non c’era, tua madre nemmeno...” quando una barchetta a quadretti correva veloce quando le mele, le pere grondavano miele negli orti di ville assolate e riempivano bocche affamate di bimbi furtivi.

L’odore del pane appena sfornato

Entrava nelle umili case di vicoli stretti.

Nei giorni di festa un carrettino a tre ruote era grido di gioia... “gelati, gelati...cioccolato, crema, limone”. Accorrevano tutti i bambini

solo poche manine afferravano i minuscoli coni grandi le bocche s’aprivano a quelle delizie.

Languidi gli occhi su teste rasate guardavano tristi, stringevano ancora più forte biglie di arcobaleni, bambole di stracci, pinocchi di legno.

“Grazie nonna Emma”

di Silvia Guerriero della classe V° B della scuola “Lombardo Radice” insieme alla nonna adottiva Emma Burini

2° premio ex-equo 2007

Tutto è cominciato quando in classe ci é arrivato il foglio che parlava del “Premio Nonna Rina”. Siccome mi piacciono le sfide, decisi di partecipare. L’unico problema era che io non ho più i nonni. Così incominciai a cercare una nonna da adottare. Una sera c’erano a casa nostra i nostri amici a cena e Giovanna, sentendomi parlare del concorso, mi propose di adottare come nonna sua mamma Emma. Perfetto! Appuntamento fissato per venerdì 25 maggio. Io arrivo trafelata all’appuntamento. Anche la “mia nonna” è un po’ emozionata e timorosa e ha paura di non ricordare. – Dunque –inizia la nonna – di cosa vuoi che ti parli? – Mi piacerebbe parlare dei tuoi giochi. – Beh, ai miei tempi non c’erano dei giocattoli veri e propri, però ci divertivamo comunque. Ci facevamo le bamboline: prima si faceva il corpo con dei bastoncini e lo ricoprivamo di stoffa, poi facevamo la testa con una coccola o con certe palline che cascano dagli alberi, la rivestivamo di stoffa bianca e la fissavamo al corpo. Disegnavamo quindi gli occhi, il naso e la bocca. Inoltre facevamo tavolini e bicchieri con la terra bagnata e li facevamo seccare al sole. I maschi avevano i palloni fatti con stracci cuciti. Ci divertivamo anche a giocare al girotondo, con i sassolini e con le biglie a “pittolo”. – Poi all’improvviso le si illuminano gli occhi quasi ciechi: – Quando ero a Nizza, nel 1931, giocavo con i miei amici facendo un girotondo e cantando una filastrocca. – Nonna Emma si mette a cantare: – Est arrivé le mois de Mai/ Il porte des roses le mois de Mai/ A’ la presence de qui voudrait/ Ambrassez celle qui vous plairait/ Ambrassez, s’il vous plait, celle qui vous voulais/ Ambrassez la plus belle!– Finita la canzone, un maschio abbracciava una compagna e lei usciva dal cerchio. Perdeva l’ultima bambina rimasta.

Parlando dei giochi in Francia, la nonna inizia a parlare della sua terribile infanzia. Morta sua madre quando lei aveva un anno, il padre dopo qualche tempo si risposa. Quando Emma aveva 11 anni il padre si ammala di tifo e così le tre figlie vengono affidate a zii diversi. Nonna Emma fu mandata a Nizza. Partì in treno con il suo corredino nella valigia piangendo man mano che vedeva Perugia allontanarsi. La zia però era gelosa e la maltrattava: le faceva preparare i sacchi del carbone (lo zio lo vendeva), le faceva fare l’orlo ai pantaloni e guai a non farlo bene, le faceva mettere scarpe piccole. Fortunatamente per la nonna, c’erano gli amici con cui giocare. Un giorno i vicini videro la zia che la maltrattava e convinsero lo zio a riportare Emma in Italia. Tornata in Italia dopo sei anni passati in Francia, la nonna diventò il bersaglio della matrigna. Povera nonna, nessuno la voleva! Finalmente a diciotto anni, trovato lavoro alla Perugina, la nonna si trasferì insieme alla sorella in una casa tutta loro, lontano dalla tirannia di zia e matrigna. E poi venne il giorno del matrimonio. Era l’ottobre dei 1944. La nonna aveva un paltò con il collo di piume e pure un bellissimo cappello. Lei e il nonno si erano procurati quaranta polli portati in città su un carretto, il pane fatto da un amico fornaio, sessanta uova di tagliatelle, un barattolo grande di conserva, una brocca di cioccolato e una torta fatta da un amico pasticcere. C’era anche la musica. Che bel matrimonio! Anche se tra gli invitati c’era chi era allegro e chi era triste per un parente perduto per colpa della guerra e anche se la festa doveva finire in fretta perché alle 22 c’era il coprifuoco. E come viaggio di nozze? Finì in poche ore perché fu un viaggio fatto in macchina a Ponte Felcino. È arrivata l’ora della cena e nonna Emma deve andare. Che peccato, il tempo è volato! Da timida e timorosa che era, la nonna si è sciolta ed è felice. Ed io? Io ho riflettuto sul fatto che sia l’infanzia, sia il matrimonio della nonna mi sembrano una moneta a due facce: a Nizza, da un lato gli amici, dall’altro la casa lontana, la zia cattiva, i lavoracci; il matrimonio, da un lato...beh, c’è bisogno di dirlo? Dall’altro la guerra, il coprifuoco e il mercato nero. All’inizio avevo pensato ad una sfida, invece ho ritrovato la nonna perduta. Grazie, nonna Emma!

‘N altro mondo

A cura di un gruppo di alunni di III° e IV° della Scuola di Piccione di Perugia

Premio Speciale della Giuria 2008

La saggezza dei nonni viene da tanti anni che han vissuto con gioia e molto fiuto

Da bambin’ ‘n c’era tempo pe’ i giochini toccava guernà i...maialini.

Qualche volta dietro l’paiaio ce se n’ardunavano ‘n migliaio per giocà a nascondino ‘nte l’aia de Marino!

La nonna si se voleva abbabà la bambola se l’eva da fa; coi stracci e la balucca ce ‘niva ‘na bella buccia.

Ma presto eva da ‘mparà a fa la pasta se no de botte ce n’era ‘na catasta!

E pu se ‘n voleva armanè zitella eva da cucina’ bene anche la frittella.

La mi’ nonna m’arcomanda de tene’ da parte i spicci pe’ n’artorna’ poracci.

‘Na volta n’ cera tutto ‘sto da magnà e l’pane co’ la tessera se giva a compra’!

La terra era dura da zappà

e per questo toccava faticà.

Qualche volta se giva a rubbà ma solo per campa’.

Nte i racconti del mi’ nonno de ‘ste storie ce n’enno ‘n girotondo che arcontono de quando ‘n Italia era ‘n altro mondo!

Senza titolo n. 6

di Alessandro Fulle della Scuola Capitini di Spina di Marsciano

2° Premio ex-aequo 2008

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale la mia nonna viveva a Roma , ma dopo poco tempo quando la situazione cominciava a diventare più complicata e sopportare la fame diventava difficile decisero di andare a vivere a Todi, perché la casa del suo papà che era a Collevalenza, era occupata dai tedeschi.

A Todi, mia nonna e tutta la sua famiglia , stavano più sicuri , perché Todi era una città ospedaliera, e quindi tutte le case avevano una croce rossa per segnalare agli aerei di non bombardare.

Trovare da mangiare non era difficile perché c’erano le campagne,le persone che allevavano gli animali, e quelle che avevano l’orto... .

Mentre a Roma trovare cibo era molto complicato,infatti c’era uno zio di mia nonna che portava cibo da Todi fino a Roma per sfamare un ebreo che nascondeva in casa sua.

A Genova, invece, ogni persona aveva una tessera con 30 francobolli, che il comune rinnovava ogni mese; quando si andava al supermercato veniva tolto un bollino e per quel giorno non si poteva acquistare nient’altro.

Nonostante vivessero in luoghi sicuri, ci sono stati momenti di paura, come quando un giorno, mentre stavano andando con la carrozza a Montignano, un furgone è stato bombardato vicino a loro;subito dopo l’esplosione, sono scesi dalla carrozza e si sono rifugiati giù per un fosso affianco alla strada.

ll nonno mi ha raccontato invece, che quando stava a Genova, ogni volta che le navi inglesi attaccavano, un sirena suonava e tutte le famiglie si nascondevano nelle cantine, ma in particolare mi ha parlato di una notte in cui dalla cantina si sentivano dei rumori assordanti e dalle finestre si vedevano molti bagliori, ma ad un certo punto c’è

stata un’esplosione talmente vicina che si sono rotti tutti i vetri delle finestre. Per la nonna i ricordi della guerra non sono dopo tutto così terribili, perché la sua mamma, nonostante tutto, è riuscita a farle passare quel periodo in serenità.

“Quando mia nonna andava a scuola con la cartella di cartone”

di Benedetta Valloni con nonna Giuliana della Scuola “Giovanni Cena” di Perugia

Primo premio 2009

Mia nonna è nata nel 1939, è andata a scuola appena finita la seconda guerra mondiale. Abitava in città si recava a scuola da sola come facevano tutti i bambini di allora e come tutti i suoi compagni aveva una borsa di cartone. Dentro la borsa aveva solo due piccoli quaderni, uno a righe e uno a quadretti, questi avevano sempre la copertina nera. Tutti i quaderni erano così. Poi aveva una matita nera, una gomma ed una penna di legno con un pennino molto delicato che spesso si spuntava. Il pennino si intingeva dentro il calamaio che la bidella ogni tanto passava a riempire perché era posto dentro un buco nel banco. Le classi non erano miste, c’erano quelle formate da sole femmine e quelle formate da soli maschi. Andava a scuola con un lungo cappotto che le aveva cucito sua madre che faceva la sarta. Portò quel cappotto per tanti anni, all’inizio esso era lungo, poi diventava giusto e alla fine anche un po’ corto, così durava tanto. A scuola mia nonna era brava, ma aveva una maestra tanto severa, che facilmente dava le bacchettate sulle mani per niente. In prima elementare la maestra aveva spiegato le vocali e per far ricordare la “U” fece il segno alzando in aria tutte e due le braccia. Quando poi fece leggere alla lavagna la lettera “U” mia nonna dette subito la risposta giusta e alzò tutte e due le braccia come aveva fatto la maestra il giorno prima, ricevette però due solenni bacchettate sulle manine e si mise a piangere in silenzio. Forse la maestra voleva sentire solo il nome della vocale senza alzare le braccia? Ma i bambini, si sa, ripetono quello che sentono e quello che vedono. Da quel giorno comunque mia nonna si ripromise che sarebbe diventata anche lei una maestra, ma buona e non avrebbe mai picchiato nessun

bambino. Questo si è avverato mia nonna è diventata maestra e ha sempre voluto bene a tutti i suoi alunni che la vanno ancora a trovare. Un altro fatto che è rimasto impresso a mia nonna di quando faceva la scuola elementare forse la terza o la quarta, è questo: una mattina alla maestra era mancato un confetto che aveva sulla cattedra e non si riusciva a scoprire chi lo avesse preso, allora la maestra tentò di scoprirlo sentendo l’alito a tutte le bambine, queste aprirono la bocca ad una ad una ma il profumo del confetto non si sentiva perché veniva fuori l’odore di patate, di mortadella, di alici...e quando sentì l’alito di mia nonna, questo fece pensare che aveva mangiato pane e pomodoro. Chi avesse mangiato il confetto della maestra mia nonna proprio non se lo ricorda.

L’isola di Giava

di Daniel Ciai della scuola “Monte Cervino” di Foligno Premi speciali della Commissione 2010

La mia nonna è nata all’altra parte del mondo, in un paese che si chiama Indonesia, sull’isola di Giava. Viveva nella città di Bandoeng, circondata da foreste e fiumi. Intorno alla casa c’era una siepe di una specie di orchidee e sugli alberi ci giocavano i camaleonti che cambiavano colore secondo dove si fermavano, mimetizzandosi così tra i rami. I muri della casa erano bianchi e spesso, la sera, ci camminavano i gechi, entravano dalle finestre aperte e si riconosceva il loro richiamo caratteristico: “to-keh, to-keh”, che era considerato un buon augurio. Nel giardino di casa della nonna di mia nonna, c’erano varie piante di banane, da quelle piccole e dolci, a quelle più grandi usate anche per fare le chips; poi c’erano le piante del mango e della papaia che producevano i loro frutti deliziosi e, infine, le piante di noci di cocco. Quando mia nonna voleva bere il latte contenuto nelle noci , la sua mamma mandava un agile servo ad arrampicarsi fino in cima a queste altissime palme e da lassù lui faceva cadere le noci di cocco fresche dalle quali poi, dopo averle aperte, si poteva bere il latte. La mattina mia nonna veniva accompagnata in macchina, con tanto di autista, alla scuola Europea dove si parlava sia l’olandese che l'inglese. La pioggia cadeva una volta all’anno e durava settimane; questo periodo era chiamato Monsone. L’acqua piovana era calda e veniva raccolta in grosse botti di legno, che mia nonna chiamava “regenton”, e sotto la pioggia venivano usate come vasche da bagno dai bambini. Era motivo di gran divertimento. Un altro bellissimo ricordo di mia nonna era quando con suo padre andava in moto, con la side-car, in montagna, dove c’era un parco con enormi statue di leoni in pietra, dalle cui bocche usciva l’acqua raccolta da un ruscello che cascava a fontana in delle grandissime vasche disposte a terrazze e usate come piscine.

Purtroppo mia nonna ha dovuto lasciare questo piccolo paradiso all’età di otto anni e ha fatto un viaggio in nave di circa tre settimane per andare in Olanda. Ma questa è solo un’altra storia.

Quando a scuola si andava a piedi

di Francesca Stentella della scuola “Santa Lucia” - Perugia

Segnalazioni 2010

La nonna é nata in un piccolo paese di campagna. A 16 anni è emigrata in una grande città, per lavorare. Li ha conosciuto il nonno e si sono sposati e hanno sempre vissuto in città. Ma ha conservato la sua piccola casa di campagna, dove trascorriamo sempre un periodo di vacanza durante l’estate. È una casa fatta di pietra, il pavimento é in cotto e i mobili sono un po’ vecchi. Tutto intorno ci sono alberi, prati e campi di ulivi. Di solito i miei genitori mi lasciano con i nonni perché lavorano e per me quelle sono delle vacanze bellissime. Adesso vi spiego perché. La nonna mi porta con lei nelle campagne a raccogliere i frutti di stagione. Una volta abbiamo raccolto le more (mi sono anche graffiata con i rovi!) e abbiamo fatto insieme della buonissima marmellata. La sera si sta tutti fuori casa fino a tardi, ci si siede sotto la quercia e le persone grandi chiacchierano mentre noi bambini, pochi per la verità, giochiamo, accarezziamo i gatti e i cani, ridiamo e ci sporchiamo in libertà. Mi piace ascoltare le storie che mi racconta la nonna, mi sembrano favole e invece sono proprio storie vere. Quando la nonna era piccola la vita era molto diversa da quella di oggi. Tutti lavoravano, anche i bambini contribuivano a mandare avanti la famiglia. I bimbi, ad esempio, raccoglievano le ghiande per i maiali, le più grandi sistemavano la casa , a volte preparavano la cena e comunque guardavano i fratelli più piccoli. Alcuni portavano la colazione nei campi ai genitori che lavoravano la terra. Per colazione si mangiava pane, fave, frittata, formaggio, salciccia secca e si beveva un bicchiere di vino, perché il lavoro era molto faticoso e bisognava essere forti. La sera la famiglia si riuniva intorno al focolare e si raccontavano le storie di paese; ai bambini si narravano favole paurose, come quella di una donna che si trasformava in lupo, e tutti si stringevano l’uno all’altro per lo spavento!

Quando c’erano le feste in paese, tutti si vestivano bene e si andava a ballare. Per i giovani era un momento davvero speciale ed emozionante! A Natale non si ricevevano in dono giocattoli, ma cose utili come vestiti e scarpe, oppure noci e mandarini. La nonna una volta ha ricevuto delle scarpette eleganti e ancora se lo ricorda, perché a quei tempi si compravano scarponi robusti, con i rinforzi in ferro sul tacco e sulla punta perché durassero di più. I giocattoli li costruivano da soli: le bambole si facevano con le pannocchie rivestite di stoffa e ci si divertiva con poco, ad esempio si prendevano dei sassi e si giocava a raccogliere quelli per terra prima che cadesse quello lanciato in aria. A casa non mancava nulla, ma non c’erano molti soldi per fare acquisti. Una volta il papà di mia nonna é andato a vendere il raccolto delle olive ed è tornato a casa con una sorpresa per i suoi quattro figli: ha comprato una radio, che allora era un oggetto che non si trovava facilmente nelle case, perché costoso. La mamma di mia nonna si é arrabbiata tantissimo perché con i soldi spesi per la radio avrebbero potuto acquistare tante cose più necessarie, ma lui ha detto che anche quello era importante e che comunque una volta nella vita bisognava fare una pazzia. Così non ha riportato indietro la radio e la nonna ha potuto finalmente ascoltare le canzoni, anche quelle americane che le piacevano tanto, e seguire il giro d’Italia di ciclismo. La radio, un grande mobile di legno, é ora a casa di mio zio, bene in vista, e funziona ancora.

Un giorno la nonna mi ha portata a fare una passeggiata lungo un sentiero e mi ha chiesto se ero curiosa di vedere qual’era la strada che lei percorreva tutte le mattine per andare a scuola. Io le ho detto di si, ma avrei fatto meglio a dirle di no, perché ho fatto una terribile sudata e mi sono davvero stancata. Ma é stato utile perché mi sono accorta di quanto sono fortunata ad andare a scuola con l’automobile. La scuola elementare che la nonna frequentava era davvero molto distante dalla sua casa, bisognava fare diversi chilometri a piedi, con il caldo e con il freddo e anche con la pioggia. Si doveva partire la mattina con molto anticipo rispetto all'orario di entrata e al ritorno

si tornava a casa tardi. Non si veniva accompagnati dagli adulti, perché loro erano a lavorare nei campi già dalla mattina presto . Perciò i bambini andavano a piccoli gruppi e c’era sempre qualcuno più grande che faceva i dispetti o tirava i sassi. La nonna ha frequentato la scuola fino alla quinta elementare, poi ha dovuto smettere perché le scuole medie erano troppo lontane e non si poteva andare a piedi. Però da grande, quando già era nata mia mamma, ha fatto le scuole medie con altri adulti e si é diplomata, così, per soddisfazione, perché da piccola lo voleva fare e non ha potuto. Adesso capita che i giovani possono andare a scuola e magari non vogliono. Tutti questi racconti della nonna mi piacciono, anche se sono lontani dalla vita dei bambini di oggi. Ma quando sono in campagna con lei mi sembrano più veri e, se chiudo gli occhi, i protagonisti di queste storie li vedo nella mia fantasia.

Il mio nome è Giuliano

della classe IIC scuola “Scarinci Torgiano” - Perugia Secondo premio ex aequo di classe 2010

Il mio nome è Giuliano, sono nato il 1° Maggio 1948 a Papiano Stazione, piccola frazione nel comune di Marsciano. La mia famiglia di contadini, era composta inizialmente da diciotto persone: i nonni paterni con cinque figli maschi, fra cui mio padre, con relative mogli, una sorella di mio padre, quattro cugini ed io. Mio nonno Giuseppe venne in questo podere nel 1882, aveva un anno, e siamo rimasti fino al 1964, dopo due anni dalla sua morte.

Tutti vivevamo in una vecchia casa colonica, non molto distante dal fiume Tevere. Il tetto era così malridotto che quando pioveva, bisognava affrettarsi a mettere dei catini per raccogliere l’acqua che non raramente cadeva fin sul letto. Ricordo che non avevamo ancora l’energia elettrica, e per illuminare la casa si usavano lumi ad olio ed acetilene.

Nel 1955, la vecchia casa venne demolita e ne fu costruita una più spaziosa e più bella. In questa casa c’era anche il bagno, che non avevamo nella precedente. Venne portata anche l’acqua in casa ed arrivò anche la prima radio.

Nelle case coloniche non esisteva il riscaldamento, e nelle notti fredde d’inverno si scaldava il letto con lo scaldaletto o “il prete”, una coppia di assi ricurvi di legno che tenevano sollevate le lenzuola, ed una base dove veniva poggiata una ciotola di terracotta con della brace. Quando eravamo influenzati, si scaldava un mattone davanti al focolare e poi avvolto in pezze di lana, lo posizionavamo nel letto, in fondo ai piedi. Mia madre poi, mi passava del grasso di gallina sul petto, e poi metteva sempre una pezza calda di lana. Il focolare era l’angolo più importante della cucina, dove il fuoco era quasi sempre acceso per cucinare i cibi durante il giorno, e la sera nei cantucci a lato, sedevano i nonni, per proteggersi dal freddo. Per i contadini altri luoghi “sacri” erano la stalla dei buoi e la cantina. Gli animali rappresentavano tutta la ricchezza del contadino, ed era

motivo di orgoglio mostrare animali belli puliti ed in carne. La cantina era il luogo di ricevimento degli amici, dove gustando un buon bicchiere di vino e si gratificava l’amicizia ed il rispetto per l’ospite, era ufficialmente il primo posto da visitare. Ad un angolo della cucina si trovava il versatore, una specie di lavandino fatto in cemento o pietra, ai cui lati si appoggiavano le brocche dell’acqua, fatte di rame o di terracotta; acqua che serviva per cucinare, per lavare le pentole e per lavarsi il viso o le mani. Sopra il versatore, si trovava la piattaia, il mobile dove venivano riposti i piatti dopo lavati.

Altro mobile tipico dell’arredamento sobrio della casa contadina era la credenza, un mobile alto, con due sportelli chiusi in basso, due casssetti intermedi e due sportelli a vetro nella parte superiore.

Qui venivano riposte le stoviglierie più importanti ed utilizzate quando c’erano ospiti o per la trebbiatura del grano.

Un altro mobile veramente essenziale era la madia, dove si impastava il pane e si riponeva dopo cotto.

Nella parte inferiore, specialmente in inverno, si ponevano delle pentole di acqua bollente, per facilatare la lievitazione dell’impasto quando si faceva il pane, almeno una volta a settimana.

Al centro della cucina stava una lunga tavola, ai cui lati c’erano le cassapanche per sedersi duranti i pasti. A capo tavola stava sempre il nonno, nessuno poteva occupare qiel posto. A tavola si prendevano tutte le decisioni e si programmavano i lavori della giornata.

Era un momento in cui tutti eravamo riuniti, sempre, perchè tutti si mangiava insieme, poi finito di mangiare tutti andavano alle loro occupazioni. A tavola era una grande festa, era un momento di dialogo, si parlava, si raccontavano storie.

La televisione che parlava per noi non esisteva ed il lavoro comune

ci teneva sempre uniti. A tavola c’era anche una gerarchia ben precisa nel servire: prima veniva il nonno, poi gli uomini partendo dal più grande, le donne ed in ultimo noi bambini. Anche le porzioni si differenziavano, maggiore per il nonno quindi gli uomini, meno le donne ed ancora di meno noi bambini, non si poteva scegliere cosa mangiare, quello che offriva la tavola in quel momento, poi il nonno chiudeva tutto a chiave, nessuno poteva mangiare fuori dei pasti stabiliti. La stalla inoltre era il luogo delle lunghe veglie invernali, quando il lavoro dei campi era molto ridotto. Era la sede dove si radunavano gli amici per discutere e raccontarsi, parlare dei futuri raccolti e delle stagioni più o meno favorevoli per le colture, dove si giocava a carte. La stalla era anche il luogo più riscaldato della casa. Mio padre faceva cesti per la vendemmia, crini e scope, i miei zii, scale di legno di salice e vecchie tomaia. Anche io sono andato a scuola con gli zoccoli: ricordo che facevano tanto rumore che mio padre vi applicò sotto dei pezzi di gomma.

Gli zoccoli non erano i soli a far rumore a quel tempo. Mi ricordo che quando ero piccolo dormivo con una mia zia, il letto era così rumoroso perchè il materasso era un grande sacco ripieno di foglie di pannochie che producevano strani fruscii sotto i nostri movimenti.

La mia vita da bambino non era poi diversa da quella di altri bambini che vivevano la stessa realtà contadina.

La mattina si faceva colazione, generalmente a base di legumi, come fagioli, ceci, fave, patate o verdure cotte, a pranzo c’erano sempre i “maccheroni”, fettuccine fatte in casa condite con sugo di pomodoro e grasso di maiale “battuto”, la carne solo nelle grandi occasioni o quando avevamo ospiti. La cena era sempre minestra fatta in casa, con ceci, fagioli. A volte poteva esserci qualche fetta di salame, mortadella o sardine. Quando la scuola era finita, dovevo aiutare i grandi nei lavori dei campi, passare da bere ai lavoranti

durante la mietitura del grano, aiutare poi a raccogliere i covoni la sera e farne dei “barchetti”. Quando si carrava il grano, noi bambini dovevamo tenere fermi i buoi che erano attaccati al carro dove si caricavano i covoni o “gregne”. Finito il raccolto c’era da arare, quindi si doveva guidare “a strappo” i buoi che aiutavano a tirare l’aratro. C’era da pascolare i maiali, governare i conigli e le galline e c’era anche la scuola. La scuola cominciava il 1° Ottobre. La mia prima cartella era fatta di cartone marrone rigido. Vestivo un grembiule nero, con un colletto bianco ed un fiocco rosso. I banchi erano di legno massiccio, con sgabelli rialzabili. Il piano leggermente inclinato con due fori per i calamai. Allora non esisteva la penna biro, ma scrivevamo con il pennino inserito in un cannello di legno. Le macchie di inchiostro spesso rovinavano le pagine e con una carta assorbente limitavamo i danni.

I voti erano abbastanza severi, ed anche la maestra non era da meno.Prima di iniziare le lezioni, a volte c’era la rivista unghie ed orecchie, chi non le aveva in ordine doveva mettere le mani sul banco e si guadagnava due bacchettate sulle nocchie. Chi commetteva gli errori grossolani, con il quaderno appeso sulla schiena veniva portato sulle altre classi, come castigo. A Natale era consuetudine scrivere una letterina di buoni propositi ai genitori. Questa lettera doveva essere nascosta sotto il piatto del babbo, ovviamente senza farsi accorgere, perchè doveva essere una sorpresa; una volta alzato il piatto si leggeva davanti a tutti. I giochi quando ero bambino erano tutti collettivi. Giocattoli non ne avevo, me li costruivo da solo. Quando ci radunavamo più ragazzi, si giocava a nascondino, barriera, muffa. Giochi molto frequenti erano le biglie di vetro, il gioco delle figurine capovolte, quello del battimuro con le monetine da dieci lire. Comunque la mia infanzia è stata molto felice, anche se non ero in una famiglia benestante.

Il viaggio della speranza

di Alessandra De Luca con i nonni Carmela e Antonio della scuola

“Primaria di Bastardo” di Perugia

Primo premio ex-aequo 2011

I miei nonni materni vivevano a Cagliari, ho avuto pochissimo tempo di giocare con loro e di conoscerli: ora da tre anni sono morti tutti e due, prima il nonno Jose o Giuseppe e poi la nonna Pia, per cui ho solo dei minimi ricordi. I miei nonni paterni, vivono in Calabria e vado a trovarli tre volte l’anno. Sono molto affezionata a loro e spesso mi raccontano di quando loro erano giovani.

Il nonno mi ha raccontato che è partito per l’Argentina in cerca di fortuna perché in Italia era appena finita la guerra; si stava malissimo, non c’era cibo, nessuno della famiglia del nonno poteva guadagnare perché uno zio è ed era sordo muto e gli altri erano ancora piccoli. Così nel Luglio del 1949 il nonno partì.

Non aveva soldi e un suo zio gli pagò il biglietto; la nave si chiamava San Giorgio. Quando arrivò al porto di Napoli per imbarcarsi, la nave era così piccola che lui non riusciva a trovarla.

Anche mia nonna Carmela fu costretta a partire dall’Italia per andare in Argentina con la sua famiglia.

Era il 15 Gennaio del 1950 quando tutta la sua famiglia con le valigie in mano erano pronti per arrivare a Genova, da dove avrebbero preso la nave che li avrebbe portati nella città della speranza. Dopo alcune traversie arrivarono in Argentina sorpresi di trovarsi in piena estate mentre in Italia era freddo. All’età di 18 anni, la mia nonna conobbe nonno Antonio al porto di Genova. Nonno capì subito che era la donna per lui però essendo un po’ timido non si avvicinò. Fortunatamente per lui si rincontrarono in Argentina. Nonna stava uscendo da un negozio, con un carrello e nonno stava passando di lì. Nonna lo ha urtato e nonno riconoscen-

dola è diventato rosso come un pomodoro. Nonno ha trovato il coraggio di invitarla a cena e da lì è iniziato il corteggiamento.

Il 10 Dicembre del 1955 si sposarono.

Dopo un anno di matrimonio nacque il mio papà.

Dopo anni di lavoro, di sacrifici e sudore decisero di tornare in Italia dove la situazione economica era cambiata in positivo.

Il mio papà e la sua famiglia si trasferirono in Calabria.

Una volta tornati in Italia la mia nonna frequentò un corso di parrucchiera che le permise di aprire un negozio da parrucchiera mentre mio nonno lavorò come fontaniere al comune.

Dopa migliorò la sua posizione lavorativa e diventò un impiegato di meccanica. Pensando al loro passato sono contenta di aver raccontato questa storia, sono fiera di avere un nonno e una nonna che per amore della famiglia si sono sacrificati, hanno lasciato la loro patria, hanno rischiato la propria vita mentre attraversavano l’Oceano Atlantico da soli e hanno fatto tanti sacrifici per avere una vita migliore.

Il matrimonio in campagna

di Filippo Vandone con il nonno Ennio della scuola “Lombardo Radice” di Perugia

Presentato al concorso 2007

Molto spesso mi rendo conto, mentre pranzo con i miei genitori ed i miei nonni, di non gradire quanto viene servito in tavola: faccio le storie per mangiare le paste asciutte, fatta eccezione per gli spaghetti con il tonno, non mi piace il pesce e quando mangio la carne, cerco sempre di togliere tutto quello che può sembrare grasso. Il mio nonno mi rimprovera e molto spesso racconta di quante siano state le difficoltà nelle nostre campagne, per coloro che lavoravano la terra a mezzadria e non potevano mangiare la came nemmeno una volta al mese i dolci li mangiavano solo a Natale. Non mi sembrava possibile che la gente che lavorava non potesse mangiare come oggi. Ma egli mi raccontava che la cosa era possibile perché il lavoro era tanto e molto duro e non sempre i raccolti dei campi, che dovevano essere divisi a metà con il proprietario del podere, erano sufficienti per garantire due pasti al giorno durante l’intero anno. Mi raccontava che nelle case dei mezzadri la mattina appena alzati, bevevano una tazza di caffè d’orzo con una fetta di pane; alle 10 veniva portata nei campi una colazione consistente in pane e qualche fetta di salame o formaggio e un po’ di vino. Al tramonto, consumavano l’unico pasto a tavola che consisteva in una minestra con il battuto ed un piatto di verdura oppure una minestra di legumi Si poteva mangiare quasi bene solo in occasione della trebbiatura e durante la vendemmia. La vera grande occasione per mangiare in maniera eccezionale era costituita dalla celebrazione dei matrimoni. I pranzi venivano preparati nelle case dove si approntavano molte vivande ed era grande prestigio fornire agli invitati il maggior numero di portate possibili per varietà e qualità. Questi racconti mi sono sembrate favole ma mio nonno ha insistito tanto nell’affermare che erano cose vere.

Allora l’ho invitato a raccontare come si svolgeva un matrimonio in campagna ed insieme abbiamo descritto il pranzo nuziale usando i termini dialettali usati nella zona compresa tra Perugia, Deruta e Marsciano. Evo cinino, c’avrò avuto manco 10 anni e m’arcordo che la mi mamma e I mi babo dovetton gl ta lo sposalizio d’na nipote che se chiamava Marietta e stava a S. Nicculò de Celle nt’na chesa ch’eva lungo l patollo del Tevere. Io n’ce volevo gi perché me stufavo, ma la mi mamma me disse che se magnava `n bon po’. Sen partiti da

Pieve de Campo la matina presto ‘ncol calesse del mio nonno duà c’eva ataccato la cavalla che se chiamava Morina. Daje e daje sen giunti nt’la chesa de sta frega. N’en fatto tempo a arivà che già emme seduti dentro la capanna del paiolo ch’evono arpulito per bene e’c’evon misso le tavle e le sedie per magnà. “Vien t’qua cocco, viene a magnà che dopo gimo alla messa” m ‘ha ditto ‘na donnina che `n so chi eva. M’on dato `na tazza de cioccolata e ‘n maritozzolo ncla panna e na fetta de ciaramiquela. Doppo ’n po’ s’en partiti, chi a piedi, chi ‘ncla bicicletta e chi ‘ncol calesse per gi ‘n chiesa. La sposa l’evon missa a sedè ta na sedia sopra il carro dua evon ataccato du’ vacche. Sen gionti ntla chiesa dua c’eva già Peppino, lo sposo, che spettava tutt’arpulito e ncle scarpe ch’arluccichevono. Noaltre ce semo missi a sede n’tla fila dietro a la sposa dua c’evon tutti i su’ parenti. L’prete ‘n la fatta tanto brodosa perché ha ditto che dopo c’eva 'n funerale e s‘eva da sbrigà. Finita la messa, semo armontati ntol calesse e semo argiti a chesa de la Marietta pel pranzo. Emo aviato a magna ncla bruschetta e le fette de pane abbrustolito ncol mistco de ciccia che ta me nun m’è piaciuto e pù c’hon portato la stracciatella e pù i taiulini e dopo ‘l lesso ncla galina, e pù l’erba cotta e pù ’l rosbiffe `nchi carciofi cotti a lesso. E pù honno arcominciato a porta’ la torta `col progiutto e ‘l capocollo e pù, la pastasciucca ncol sugo fatto `nchi rigaje di polli e pù la pasta cotta ntle teje al forno e pù c’hon portato ‘l cunijo fritto ‘ncle animelle e i carciofi fritti, pii l’agnello e l’oca arosto e la ‘nsalata. Ta me ‘m giva più niente, ma la mi mamma me diceva “magna cocco che `sta robba bona domane

nun c’l’emo”. Ma mica n’emme fnito. Dopo enno arivati i dolci: ‘l torcolo, la ciaramiquela e la zuppa inglese e pù `l caffe, `l vin santo, ‘l nocino e la marsala a l’ovo. A mò me scordavo la cosa più bella del pranzo; ete da sapè che c’eva l’usanza, mentre se magnava, de tirà i confetti da na tavla ta l’altra e pure ta i sposi. Noaltre cinini gimme sempre sotto i tavli per arcoje i confetti e mettli `ntla sportla per magnalli a casa. En finito mamma argimo ‘nton chesa? Ma lia: “ade gimo a magna a chesa de lo sposo”. Semo arsajti 'rito calesse e sem giti da Peppino. Anche t’li evono arpulito la capanna deji attrezzi, dua evon preparato le tavle e le sedie. Ce semo missi a sedè e emo arcominciato a magna n’altra volta ji antipasti, le minestre sciacquabudeje, ‘l lesso, ‘l rosbiffe, l’erba cotta, pu la torta de Pasqua, le salcicce sciucche, la pastasciucca, ji arosti, la `nzalata, e pò `l torcolo, le paste ch'evon comprato a Perugia e pù le meranguele, i bricoqquli i brignoni e le cerase. Anche tli volavno le confettate ta’ i bicchieri di sposi e ‘ntla testa pelata del babo de Peppino. Io mentre givo sotto le tavle p’arcojie i confetti, vedevo che c’evon le donnine a sedè cò la sportla in'ti ginocchi e dentro ce mettevno i pezzi de ciccia e i pezzi di dolci. L’ho ditto ta la mi mamma e lia m’à ditto che facevon cussi p’arportà da magnà ta chi era armasto a chesa a governà le bestie e per magnà `l giorno doppo. Io `nnel so ma m’è parso che tutta la giornata `n’emo fatto altro che magnà. Ce semo aviati a mezzigiorno e emo smisso a buio. Adè capisco perché `l mi nonno diceva che per magnà bene ce voleva `no sposalizio.

L mi nonno quann’era cinino

di Pietro Bevilacqua con il nonno Aldo della Scuola Lombardo Radice di Perugia

Presentato al concorso 2007

Quanno ‘l mi nonno era cinino steva `ntla casa da contadino coi fratelli del su babo e coi lor fioli. Eron sette grandi e undici freghini

La giornata de quei fioli nn’era come quilla dei fioli de oggi.

Al giorno, doppo che erano arnuti da scola e che ev’no giocato `na mulichina e fatto i compiti, je toccava de gi a aiutà tai grandi a fa quillo che c’era da fa’, seconda la stagione.

A gennaio se potava, a marzo se faceva `l fieno, a giugno se mieteva `l grano a mano, a luglio se trebbiava, a agosto se mandava la strappa, a settembre se vendegnava e a novembre s’arcojeva l’uliva. Le bestie `nvece toccava guernalle tutto l’anno. Quanno evono finito givono a cena e ‘l più dle volte magnav’no i avanzi del giorno, i fagioli, i ceci, torta de granturco e l’erba. La domenica se magnava la ciccia. E nn’era come adesso che potevi dì quisto nun me và, quillo nnel vojo: la razione te la faceveno i grandi.

Doppo cena i grandi stevono `ntol cantone del focolare e i cinini `ntol tav’lo a gioca a carte ntra de lore; quanno c’era la neve givono a scaldasse `ntla stalla vicino ai bevi. Doppo toccava de gi a letto, senza discorre. Nu `nnè che c’evono tanta robba per gioca, ma se divertivono listesso. Giocavano a chiapparella, a niscondone e a cuccarello. Quanno niva carnevale i vestiti li facevano da lore e pú givono `ngiro a ciccicocco per fasse regalà la robba da magnà e la robba dolce. Anche a Natale l’Bambino gne portava tanti ntramp’li come adesso ma tutt’al più qualca niccaria tipo i fichi secchi.

Secondo me se divertiva più l’mi nonno che steva `nmezzo a `n branco de fioli tutto `l giorno e i giochi l’evon da `n ventalli che noaltre adesso cli trovano belli e fatti.

Un episodio del passato

La prima volta che mio nonno sentì la radio

dell’alunno Filippo Berretta insieme al nonno Nicola della classe V° C della scuola “Lombardo Radice” di Perugia 1° premio 2007

Mio nonno, da bambino, trascorreva le sue vacanze in una casa in campagna vicino a Bari. In questa casa non c’era né elettricità né acqua corrente; allora per illuminare si usavano lampade a petrolio o a gas e l’acqua si attingeva con un secchia in un pozzo di acqua piovana. Siccome non c’era elettricità, non era possibile usare il frigorifero e per tenere freschi i cibi si vendevano grandi pezzi di ghiaccio che per non sciogliersi erano avvolti da teli.

Tra i tanti ricordi di infanzia di mio nonno c’è quello di quando sentì per la prima volta la radio.

Le uniche persone dei dintorni che avevano la radio vivevano in una casa di Castellana Grotte, il paese più vicino.

Per raggiungere la casa si doveva salire sopra una carrozza trainata da quattro cavalli.

Dietro al cocchiere erano situate due panche dove la gente si sedeva. Arrivati in questa casa, anche essa senza energia, si sentiva la radio che veniva alimentata da una trentina di pile.

Malgrado l’impegno e la volontà di chi manovrava la radio non si riuscivano a sentire né musica né voci ma solo chiassose scariche elettriche e tra l’una e l’altra scarica qualche accenno di voce.

Ma era una cosa emozionante lo stesso perché quella era LA RADIO.

A quei tempi la vita era semplice, senza molte tecnologie e innovazioni, ma si viveva bene ugualmente, anzi forse anche meglio di ora che tutto, secondo il nonno, è diventato complicato.

Nonno Fred

di Dario Piergiovanni insieme al nonno Alfred Fenz della classe V° C della scuola “Lombardo Radice”di Perugia

2° Premio ex-aequo 2007

Mio nonno abita a Vienna e si chiama Alfred, ma tutti lì lo chiamano Fred. Nonno Fred ha circa settanta anni, però ha un aspetto ancora giovane, é molto alto e robusto e ricorda un po’ Babbo Natale senza barba. Noi due non ci assomigliamo molto, ma abbiamo gli stessi dentoni da castoro. Il nonno ha un carattere molto allegro e sereno ed ogni volta che andiamo a trovarlo ci invita tutti a cena e ci fa molti regali. Abbiamo passato il giorno di Pasqua insieme e mi ha raccontato la storia della sua vita poiché non conoscevo nulla della sua infanzia. Mi ha rivelato che, alla mia età, suo babbo e suo nonno erano già morti in guerra. A quei tempi la vita era molto dura e mancavano cibo e tutti i giochi che abbiamo oggi. Si giocava con semplici pezzi di legno, vecchie palle di stoffa e ruote di biciclette arrugginite. Lui, suo fratello e sua madre vivevano in campagna in una piccola fattoria, erano abbastanza poveri, così lui aiutava ad allevare gli animali e coltivare i campi. Allora non esistevano né automobili né televisione. L’acqua si prendeva dal pozzo e non tutte le famiglie possedevano un bagno con acqua corrente. Mio nonno mi ha raccontato un episodio divertente, ma anche molto significativo. Un giorno, all’età di sei anni, fu ricoverato in ospedale per un intervento chirurgico. Dopo essersi svegliato in piena notte si alzò per andare al bagno. Non avendo mai visto un rubinetto per l’acqua, incuriosito, lo aprì tutto, ma spaventato dall’acqua corrente scappò subito a letto senza chiuderlo e fece finta di dormire. La mattina seguente il reparto dell’ospedale era completamente allagato, tutti i pazienti furono interrogati uno per uno per scoprire chi fosse il colpevole, meno mio nonno, perché lo credevano ancora sotto l’effetto dell’anestesia.

Da quel giorno mio nonno si mise in testa di fare l’ingegnere e di studiare l’idraulica e così fu. Ora lui é un ingegnere in pensione e per tanto tempo ha venduto delle enormi pompe per l’acqua che sono servite ai depuratori e agli acquedotti di tutta Europa. GRAZIE

NONNO PER I BELLISSIMI RACCONTI ! NONNO FRED, SEI SPECIALE!

Senza titolo n. 9

di Lorenzo Ortiz de Oliveira della Scuola “Capitini” di Spina di Marsciano

1° premio 2008

Per portare alcune provviste alla sorella che era rimasta senza niente aveva escogitato un trucco: in un recipiente che serviva per il trasporto dela latte aveva creato con il sughero un doppio fondo che riempiva di grano. Quando veniva fermato per essere perquisito, i soldati vedevano il latte ma non potevano immaginare che sotto ci fosse del grano e lo lasciarono passare.

Quindi è grazie all’intelligenza di questo zio che la mia nonna e i suoi fratelli non sono morti di fame. La mia nonna mi dice sempre che la guerra è una cosa bruttissima che le persone intelligenti dovrebbero evitare a qualsiasi

Un passo indietro nel tempo

di Giacomo Piselli della “Scuola Bonucci” di Ponte Felcino di Perugia 2° Premio ex-aequo 2008

Il nonno mi parla spesso della sua infanzia questo è uno dei suoi racconti.Anche io frequentavo la tua stessa scuola, poi sono arrivati i Tedeschi ed è stata occupata per farne la base dove tenere i propri mezzi da guerra. Io abitavo poco lontano e sotto la mia abitazione i tedeschi tenevano le munizioni.

I militari erano dei giovani volontari, in particolare il magazziniere con il quale avevo fatto amicizia, mi dava pezzi di gelatina (era un esplosivo) con i quali andavo a pescare al fiume Tevere facendolo esplodere. Era un periodo molto brutto, non si trovava cibo e quel poco lo davano con la tessera.

Io e i miei fratelli avevamo fame e quei pochi pesci che prendevo ci aiutavano a saziarci un po’. Una mattina vidi partire i militari tutti incolonnati, il magazziniere piangendo mi disse che andavano a Cassino per combattere. Durante il viaggio furono individuati dagli aerei Americani che li mitragliarono e pochissimi si salvarono. Io, all’epoca, lavoravo in una officina che costruiva e riparava biciclette; c’era anche una macchina senza gomme perchè erano state requisite dai Tedeschi.

Il proprietario una mattina mi mandò all’aeroporto di S. Egidio dove c’erano le gomme dei carrelli degli aerei, io riuscii a rubarne quattro e le riportai trasportandole su un carrettino attaccato alla bicicletta. Riuscimmo ad applicare le gomme alla macchina e la utilizzammo per andare a prendere il cibo. Il proprietario faceva guidare me, con la speranza che se incontravo i Tedeschi non miavrebbero né sparato né portato al fronte perchè ero piccolo: avevo 13 anni.

Un compleanno del 1940

di Valentina Napolitano della scuola “Lombardo Radice” di Perugia 2° Premio ex-aequo 2008

Parlo spesso con mia nonna Rita, che è nata a Napoli, cresciuta a Genova e arrivata a Perugia solo quando si è sposata; ha tante storie da raccontare, l'Italia è tanto diversa da quando era piccola e sono successe tante cose da allora; 1'11 aprile io ho compiuto dieci anni e un giorno mi ha raccontato di quando lei aveva la mia età. Questa è la storia. “A giugno del 1940 io pensavo solo al mio compleanno; il giorno 18 avrei compiuto 10 anni. Era in programma una festa con la presenza di mia madre e dei miei fratelli: Elena, 16 anni, Olimpia 14, Alfonso 12. Parlo della presenza della mia mamma, perché lei, dopo la morte di mio padre, avvenuta quando ero piccola, fu costretta a trovarsi un lavoro e lo trovò, come stiratrice, su una nave passeggeri che viaggiava fra Genova e l’America del nord, viaggi che duravano circa un mese. Mia madre, secondo gli usi di allora, era sempre vestita di nero e quando usciva metteva anche un cappello nero con un velo nero che le copriva il viso. Il giorno 10 giugno, però, i miei sogni furono interrotti; la maestra portò tutta la classe in una piazza dove erano sistemati gli altoparlanti della radio perché dovevamo sentire quanto il primo ministro del re avrebbe detto al popolo italiano. Era il primo ministro dei re perché allora l’Italia non era una Repubblica, ma una Monarchia e comandava il re. Il ministro parlò e disse tante cose. Io capii solo che diceva che Francia e Inghilterra volevano portare via i nostri possedimenti d'oltremare (Libia, Rodi, terre conquistate alla Turchia dai nostri valorosi soldati, Eritrea, Somalia e Abissinia, di recente conquistata) e volevano proibire alle nostre navi di circolare liberamente, così l’Italia si alleava alla Germania per combatterle. A scuola avevano parlato della Grande Guerra, della Guerra di Libia, della conquista dell'Albania, dell'Abis-

sinia e della guerra di Spagna, combattuta vittoriosamente dai nostri soldati contro i bolscevichi che distruggevano anche le chiese. Solo questo sapevo della guerra. Il giorno dopo, mentre mi recavo a scuola sentii un gran rumore di passi e le voci di gente che correva verso la strada; vidi un comandante a cavallo e dietro tanti soldati, ragazzini di meno di 20 anni, con lunghi fucili, grossi zaini da cui pendevano l'elmetto, la gavetta, un sacchetto di tela con la maschera antigas e la borraccia. Il rumore sul selciato era provocato dai loro scarponi che erano chiodati sotto la suola, per non consumarla e non scivolare sull'erba. Andavano a piedi verso il porto per imbarcarsi e andare ad aiutare gli altri italiani in Libia. Dopo qualche giorno il messo del Comune ci portò a casa un foglio di carta quadrettata chiamato “carta annonaria”, sul quale erano segnate le quantità di cibo che potevamo avere durante la guerra in un negozio in cui eravamo prenotati per non fare tanta fila; se il nostro negozio fosse stato distrutto da un bombardamento, avremmo imparato più avanti, la fila davanti ad un altro sarebbe stata ancora più lunga. Alcuni giorni dopo la dichiarazione di guerra, verso sera, suonarono tutte le sirene delle fabbriche, avvertendo i genovesi dell’arrivo di aerei nemici diretti a bombardare la città. La gente corse nelle strade, verso le gallerie stradali e ferroviarie; io abitavo vicino a quella del tram e andai là con i miei fratelli e tanti altri, portando materasso e coperta. I maschietti, curiosi, volevano vedere e si fermarono all’ingresso, io andai verso il centro del tunnel; intanto si sentiva la contraerea sparare agli aerei; si sentì anche qualche esplosione delle bombe lanciate sulle case. Durò quasi tutta la notte e si ripete per giorni, mesi, per i quasi cinque anni della guerra. Al mattino, usciti dalla galleria, sentimmo le sirene delle ambulanze e vedemmo le persone che anche a piedi portavano di corsa i feriti agli ospedali e qualche edificio ridotto in macerie; molti altri ne avremmo visto negli anni successivi. A noi capitò di dover cambiare casa perché il nostro palazzo era stato danneggiato ed una grande bomba d’aereo era rimasta inesplosa in camera. Io che ero la più piccola e che oltre la scuola non facevo altro, ero incaricata di fare la coda davanti ai negozi per prendere quello che serviva alla fa-

miglia o, meglio, andavo a ritirare i 50 grammi di pane, i 20 grammi di grassi e la pasta della razione giornaliera. Dopo più di tre anni, una mattina, uscendo da casa, vidi dei soldati italiani con delle mitragliatrici piazzati agli angoli della strada; mi dissero che Mussolini, il primo ministro, era stato arrestato su ordine del re e che il suo posto era stato preso da un generale che aveva subito dopo fatto capire, parlando alla radio, che la guerra sarebbe continuata.

I soldati che avevo incontrato dovevano impedire alle persone di fare manifestazioni contro l’arresto dei vecchio capo del governo. Insomma, nel settembre del 1943 gli italiani cambiarono alleati e diventarono nemici dei tedeschi, ma il re lasciò i soldati senza ordini e molti di loro si tolsero le divise per tornarsene a casa dalle loro famiglie; solo in pochi tennero le armi e cercarono di combattere contro i tedeschi che si impadronirono della mia città e di tante altre; furono sconfitti e allora, insieme ad altri giovani uomini e donne andarono sulle montagne e iniziò la Resistenza contro i tedeschi invasori e contro i fascisti che furono sconfitti solo un anno e mezzo dopo, quando stavo per compiere 15 anni.

“Ma questa è una storia che racconterà il nonno, uno di quei giovani di allora... .”

di Andrea Galli con nonna Gina della “Scuola S. Lucia” di Perugia Elaborati segnalati con menzione speciale della Giuria 2009

Era il 1943 all’epoca la nonna Gina aveva 10 anni, viveva in una casa colonica in campagna a Mantignana, una piccola frazione del comune di Corciano. L’Italia era piegata in due dalla guerra: a nord ancora il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana al Sud erano sbarcate le truppe alleate che avevano portato una ventata di speranza e un po' più di cibo per la popolazione italiana duramente provata. I militari tedeschi avevano seminato terrore, bruciato case e ucciso parecchie persone perché pensavano che i contadini aiutassero in qualche modo i partigiani. Il clima che si respirava non era certo dei più sereni ma tutto sommato a casa della nonna stavano abbastanza bene rispetto a tante altre povere famiglie che non avevano nulla. Nella casa colonica di Mantignana la nonna viveva con la sua famiglia che era composta dai suoi genitori e tre figli, lei era la primogenita, poi c’era la famiglia del fratello di suo padre che era composta dai genitori e un figlio di nome Giancarlo che era il più piccolo di tutti i bambini, aveva infatti sei mesi, con loro c’erano anche i nonni di mia nonna, in totale erano 10 persone.

A ottobre Luigi, il fratello più piccolo di mia nonna, si ammalò di pertosse, all’epoca non c’erano nè vaccini, né antibiotici, Luigi aveva 3 anni. La pertosse è una malattia altamente contagiosa, dopo poche settimane anche il piccolo Giancarlo cominciò a stare male.

Aveva una tosse tremenda che terminava con un sibilo, passavano i giorni e non migliorava, la febbre era sempre più alta, il suo viso cianotico e il suo respiro più affannoso.

Venne un dottore da Perugia che lo visitò e scuotendo la testa disse che era sopraggiunta una complicazione: la polmonite, con molta probabilità il piccolo non ce l’avrebbe fatta.

Purtroppo la previsione del medico era giusta, il piccolo Giancarlo morì dopo un mese di malattia. La nonna ricorda come fosse ora il grande strazio della mamma del suo piccolo cuginetto che volle confezionargli con le sue mani una bella veste bianca come ultimo gesto d’amore. Il ricordo della piccola bara bianca che lascia la casa di Mantignana rimarrà indelebile per tutta la vita della nonna.

Una notte speciale

di Andrea Calzini con la nonna Vanda della “Scuola Lombardo Radice” di Perugia

Primo Premio ex aequo 2010

Quando la mamma e il papà fanno il turno di notte in ospedale io vado a dormire a casa dei miei nonni e, anche se non lo faccio capire ai miei genitori, sono felice perché stare con la mia nonnina è per me una grande festa. Una sera, però, accadde un fatto eccezionale. Ero andato, come sempre, a dormire nel mio letto e...all'improvviso, un lampo di luce illuminò la stanza seguito da un forte tuono.

Io, per la paura, infilai la testa sotto il cuscino. Rimasi al buio, immobile, ascoltando battere forte forte il mio cuore. Dentro di me pensavo: “Finisse presto il temporale!”, ma lampi e tuoni continuavano a più non posso. Allora, con quanta voce avevo in corpo chiamai: “Nonnaaa vieniiii!”

In un attimo ecco apparire sulla porta della camera la mia salvezza: la nonna! Si avvicinò a me e disse: “Stai tranquillo, siamo al sicuro, qui non può succedere niente!” Con lei vicino mi sentii subito più protetto, ma ancora avevo un po’ paura.

La nonna mi accarezzò, mi strinse fra le braccia dicendomi: “Ora prova a dormire”. Nulla da fare: il sonno non voleva arrivare ed allora dissi: “Parlami di quando eri bambina, cosa mi distraggo”. Lentamente la nonna iniziò il suo racconto.

Era il 1944 e la guerra infuriava ancora.

Per sfuggire ai bombardamenti con tutta la famiglia andammo a vivere in un paesino lontano da Ancona.

Il mio papà e la mia mamma si rifugiarono in una casetta in campagna; ci ospitò una signora, mamma di quattro figli ed in attesa di un altro bambino. Purtroppo anche lì arrivò la guerra. Una sera sentimmo suonare l’allarme: era il segnale che indicava l’avvicinarsi di

un grande pericolo e tutti dovevano correre nei rifugi. Stavano arrivando gli aerei che avrebbero potuto colpire le case sganciando le bombe. Grandi e piccoli, ci rifugiammo nella stalla sperando di proteggerci. Appena entrati gli adulti ci consigliarono di sederci sulla paglia con le spalle appoggiate ad un muro portante lontani dagli animali. Infatti le mucche ed i vitellini, spaventati dalle bombe, avrebbero potuto calciare ed uscire dai loro recinti.

Noi bambini silenziosi e stranamente ubbidienti restammo senza parole. Ad un tratto, però, Lidia, così si chiamava la signora, cominciò a lamentarsi, a respirare sempre più affannosamente piegandosi su se stessa e tenendo le braccia strette sul suo pancione.

La mamma capì subito che Lidia stava per partorire. Immediatamente invitò tutti noi ad uscire dalla stalla, ma, si sa, i bambini sono furbi. Avevamo capito che stava per succedere qualche cosa di speciale. Incuriositi restammo ad origliare dietro la porta.

Da fuori sentivamo un grande trambusto: passi affrettati, ripetuti lamenti e parole di incoraggiamento. Alla fine un forte urlo, poi un gran silenzio e...il pianto di un bimbo.

La mamma, che aveva aiutato la signora a partorire, usci dalla stalla e, venendoci incontro sorridente ci disse: “È nata una bella bambina che si chiamerà Ermanna!” Io allora le chiesi: “Come fai a dire che è una femmina?” Lei guardandomi rispose: “Si capisce dalla faccina!” Avevo ascoltato il racconto della nonna senza perdere nemmeno una parola. Mi sembrava di vedere quella stalla, di sentire l’odore del fieno e la puzza delle mucche. Tutto quello che avevo immaginato, però, scomparve in un attimo.

Guardando la nonna ridendo dissi: “Ma credevi a queste sciocchezze? Anche il mio fratellino, che ha solo quattro anni, conosce la differenza tra un maschio e una femmina!”

La nonna rispose: "Ai miei tempi i genitori non davano tante spiegazioni ai loro bambini e alcuni argomenti rimanevano misteriosi per i piccoli. “La risposta mi convinse e, ormai stanco e tranquillo, cominciai a sbadigliare. Socchiusi gli occhi e mi addormentai tra le braccia della nonna.

Dov’è Francesco?

di Bianca Savini con la nonna Giuseppa della Scuola Monte Cervino di Foligno

Secondo premio ex aequo 2010

Ai tempi di mia nonna quando aveva la mia età e abitava in un paesino, la sua mamma le affidò il fratello più piccolo che si chiama Francesco.

Lei, dimenticandosi del fratellino, si mise a giocare con le sue amiche.

Quando mia nonna si ricordò del fratellino era troppo tardi perché era scomparso.

Era notte fonda e Francesco non si trovava: allora mia nonna tornò a casa per raccontarlo ai genitori.

Dei signori stavano passeggiando vicino alla chiesa, quando sentirono un pianto, si avvicinarono e trovarono Francesco sotto un albero.

Una signora lo riconobbe subito e disse che lui era il figlio di Lina, la mamma di mia nonna, e lo riportarono a casa.

Quando la mia bisnonna vide una sua amica con Francesco in braccio corse ad abbracciarlo.

Da quel giorno mia nonna fa molta attenzione ai bambini.

La cagnolina messaggera

di Sara Borzetta della “Scuola Monte Cervino” di Foligno Segnalazioni 2010

“Nonna, guarda la neve che viene giù!” esclamai un giorno a mia nonna Giuliana mentre guardavo fuori della finestra e lei mi disse: "Cara mia piccola Sara, vuoi che ti racconti una bella storia successa quando ero piccola come te?”. Risposi subito di sì e lei iniziò: “Devi sapere che sono nata in una casetta di campagna lontano dai centri abitati e dal piccolo paese dove vivevano i miei zii. In un inverno di tanti anni fa si verificarono abbondanti precipitazioni nevose. Avevo quasi la tua età. Con il naso schiacciato sui vetri della finestra, passavo del tempo a guardare quelle farfalline bianche di diversa grandezza che volteggiavano nell’aria e poi, irrimediabilmente, finivano a terra. Le colline, i campi e le strade erano tutte bianche, persino gli scheletrici rami degli alberi erano candidi. Venne giù tanta neve che le strade non potevano essere transitate, così rimanemmo isolati, non potevamo comunicare con nessuno e a quei tempi non avevamo ancora il telefono. Non ci mancava il cibo perché i miei genitori erano stati molto previdenti: avevano fatto la scorta di farina, carne, sale...insomma, un po’ di tutto. Ma un modo per comunicare con i miei zii lo avevamo. “E dimmi, nonna, quale era?” le chiesi incuriosita. Cosi nonna continuò: “Ebbene, te lo racconto: mio padre aveva regalato una cagnolina di nome Peppa a mio zio che abitava in paese. La cagnolina, però, non si era dimenticata di noi e molto spesso veniva a trovarci. Così, quando la neve c'isolò dal resto del mondo, lei riuscì a raggiungerci e ci accorgemmo che aveva un piccolo pacchetto legato al suo collo: conteneva le notizie dei miei zii, e noi, tramite la coraggiosa Peppa, facemmo avere le nostre. Da quel giorno, anche se le strade erano pulite e si camminava benissimo, “utilizzavamo” Peppa per comunicare con gli

zii ed era un’occasione per rivedere molto spesso la nostra amata cagnolina. Cara Sara, una volta si viveva con poco e si era felici lo stesso... Non avevo tutti i giochi o le comodità che hai tu oggi, ma mi divertivo tanto, magari giocando a palla con mia sorella o rincorrendoci nel cortile....”. Concluse nonna Giuliana.

La abbracciai forte e le dissi “Grazie nonna, mi piace tanto quando mi racconti di quand'eri bambina come me!”

La villa dei cioccolatini

di Camilla Arcangeli della “Scuola Monte Cervino” di Foligno

Segnalazioni 2010 ....E così iniziò il racconto di mia nonna Angela...

Io e la mia famiglia eravamo a Villa C. della Contessa R. Papà era giardiniere e mamma cuoca. Eravamo cinque figli, due lavoravano a Rieti alla viscosa (fabbrica ancora esistente). Noi andavamo a scuola a Santa Ruffina, a due chilometri di distanza, a piedi e dovevamo fare la strada Salaria. Per fortuna a quei tempi non c'erano tante macchine, ma era comunque pericolosa. Era una grande tenuta, nella quale c'erano cinque casali dove abitavano due o tre famiglie in ognuno di esso. Io avevo nove anni e frequentavo la quarta elementare. Eravamo tanti bambini, noi e i figli dei contadini, dai sei anni in su. La mattina, quando andavamo a scuola, si univano lungo la via altri bambini: era una bella squadra e ne succedevano di tutti i colori. Si cantava, si correva e talvolta i maschiacci facevano a botte. La villa era grandissima, mamma mia! C'erano due grandi saloni, la camera delle armi e tanti dipinti, talmente grandi che quando gli passavo vicino chiudevo gli occhi per la paura. Non ne parliamo delle “grotte”, buie e fredde stanze per la conservazione degli alimenti, che sostituivano i frigoriferi di oggi. Mamma tante volte mi portava con lei, poiché, credo che sola avesse paura, specie di sera. La Contessa era una bella signora, alta, magra e con i capelli bianchi, proprio come si vedono nei film. Viveva con una nipote di venticinque anni e spesso veniva da Roma il Conte, con tanti amici. Era baldoria e la villa risplendeva di luci. La Contessa mi voleva sempre vicina, diceva che ero la sua assistente, per cui mi chiamava continuamente. D’estate, quando faceva molto caldo, durante il suo riposino pomeridiano, dovevo farle il “vento” con il ventaglio. Ero piccola e spesso mi stancavo, arrivandole sul naso la svegliavo. Ma il bello veniva quando lei mi diceva:

"Angelina apri quel cassetto, prendi la scatola grande e la piccola".

Io le prendevo, ma restavo a bocca aperta quando vedevo che dalla grande prendeva e mangiava baci Perugina, banane e cioccolatone di ogni sorta...queste non erano per me...avevo l’acquolina in bocca.

A me offriva, dalla scatola piccola, le liquirizie che non mi piacevano era proprio una tirchia. Quando lo riferivo a mamma mi diceva che era impossibile, poiché la contessa era una Dama di Carità. Infatti, quando mamma, da giovane, a Roma era la sua cameriera, andavano spesso all’Ospedale del Celio a portare doni ai soldati malati. All’anima di Dama di Carità, a me non ha mai dato un suo cioccolatino!

In estate mi voleva con lei in giardino. Ella leggeva libri, a me dava una scatola con tante tesserine figurate e una lente di ingrandimento. “Guardale una alla volta” mi diceva “sarà come vedere un film”, ma io non avevo ancora mai visto un film! La prima volta, momenti sono scappata, perché io non avevo mai guardato attraverso una lente di ingrandimento: “le carrozze, le dame, i cavalieri sembravano persone grandi come me!” Era una questione di abitudine! Che barba sentire gli altri bambini giocare e io stare con lei. Vicino alla villa c’era una cappella e la domenica veniva Don Umberto a celebrare la messa. Io e la nipote del guardiano della Villa avevamo imparato a rispondere in latino, senza capire nulla. La cappella di Famiglia mi terrorizzava, c’era una porta nel retro dove si entrava nelle tombe di tutti i Conti e Contesse. Una sera d’estate, mentre giocavo, la Contessa mi fece chiamare per andare a pregare nella cappella. Aveva con sè un mucchio di santini da leggere. A me diede un libricino, ma io avevo tanta paura: guardavo continuamente quella porticina. All’improvviso nel silenzio più assoluto ella cominciò a gridare. “Guarda, guarda sta aprendo gli occhi e mi mostrava un santino!” Io tremavo di paura e fissavo la porta dove mi aspettavo che uscisse qualche morto. Sapete chi apriva gli occhi, secondo lei? Un bel Sacro Cuore di Gesù. Per fortuna la Contessina, sua nipote, sentendo le grida corse a salvarmi, mandandomi a giocare con gli altri amichetti... .Per ora mi fermo anche se avrei tante altre cose da raccontare...

Che paura!

di Eleonora Bianchi con la nonna Francesca della scuola “S. Lucia” di Perugia

Segnalazioni 2011

Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i tedeschi invasero l’Italia arrivarono anche nel mio paese, mettendo terrore e paura a tutta la popolazione. Noi della mia famiglia però eravamo tra i fortunati del paese, infatti il nonno che aveva il forno e la macelleria, divenne un fornitore di cibo per le milizie anche se obbligato a praticare trattamenti particolari decisi esclusivamente dai tedeschi. Un giorno però al momento della consegna dei sacchi di farina il comandante contandoli pensò che il nonno ne avesse rubato uno; a quel punto gli puntò il mitra alla testa e urlando in tedesco lo fece inginocchiare e lo minacciò di morte “kaput!...kaput!...”. Il nonno cercò invano di discolparsi spiegando che il conteggio dei sacchi era giusto perché i sacchi di farina erano due ed il terzo doveva, come da richiesta dei suoi militari essere di zucchero. Il comandante però insisteva nel non credergli, non voleva nemmeno più sentirlo parlare e continuava ad urlare “kaput!...kaput!...”. Con il cuore in gola, io cominciai a pregare il capitano di non uccidere il nonno e Marinella, tua nonna, che era in braccio con me e che aveva solo due anni, iniziò a piangere. Pianse così tanto che il comandante si commosse e gridò al nonno dicendo: “Tu vivo, tu bambina”! Grazie alle lacrime disperate di mia figlia anche il cuore freddo di quell’uomo aveva mostrato un po’ di amore. Dopo questo episodio il capitano si convinse che il nonno era quella brava persona conosciuta e stimata in tutto il paese e d’allora trattò lui e tutta la nostra famiglia in maniera ancora migliore di prima, con grande stima e rispetto. Tua nonna Marinella divenne dopo quel pianto d’amore quasi una mascotte di quei soldati in fondo cattivi solo perché ai comandi di autorità senza scrupoli e principi umani. Per me è stata un’esperienza molto brutta finita per fortuna bene e ringrazio Dio ogni giorno che nonno Ivo ha potuto continuare a vivere accanto a noi.

Un avo famoso

di Matteo Guardabassi con il nonno Oddone della scuola “Lombardo Radice” di Perugia

Secondo Premio ex-aequo 2011

Era il 16 di Marzo e come tutti i mercoledì nonno Oddone mi venne a prendere a scuola. Mentre ci dirigevamo verso casa, gli mostrai la coccarda tricolore che avevo realizzato in occasione dei festeggiamenti del 1500 anniversario dell’Unità d’Italia. Con la mia solita parlantina iniziai a raccontargli di come si era svolta la mattinata, degli ospiti venuti a scuola e delle canzoni che noi alunni e il coro degli anziani della “Casa di quartiere Sant’Anna” avevamo eseguito. Il nonno mi annunciò che a proposito di questa importante ricorrenza aveva una “chicca” da rivelarmi. Io non stavo nella pelle e non vedevo l’ora che mi dicesse di cosa si trattasse. Finalmente, durante il pranzo, iniziò a parlare con la sua voce da tenore: “Vedi Matteo, devi sapere che uno dei protagonisti dell’Unità d’Italia è stato il nostro avo Francesco Guardabassi, nato a Perugia nel 1795”. Incalzato dalla mia irrefrenabile curiosità, non appena finimmo di mangiare, il nonno prese dalla libreria un grosso torno e dopo esserci seduti sul comodo divano iniziò a sfogliarlo e ad estrapolare informazioni su questo nostro famoso antenato. E così proseguì nel suo racconto: “Era una persona così generosa e amica di tutti che i Perugini lo chiamavano “il babbo”, infatti vendette ogni suo bene con lo scopo di armare i propri concittadini contro lo Stato Pontificio”. Io esclamai: “Però! Questo nomignolo è veramente azzeccato per una persona così generosa!. Allora il nonno commentò: “Gente così oggigiorno non se ne trova, ma...lasciamo perdere” e continuò: “Nel 1831, quando Francesco era comandante della milizia cittadina...” e io chiesi: Milizia che...e lui: “e lo spiego dopo, non interrompermi!”. Così riprese a sfogliare il libro e a raccontare:...dicevo, quando era

comandante della Milizia Cittadina della Guardia Nazionale, riuscì a fermare l'attacco di 30.000 Austriaci evitando così che la città fosse messa a ferro e fuoco. In seguito, Francesco fu arrestato dalle forze asburgiche mentre andava a trovare la sua famiglia in Toscana e subì il carcere duro a Livorno. Nonostante fosse costretto all'esilio in Francia continuò ad operare per la libertà dei Perugini, avendo stretti contatti con uomini politici molto influenti. Quando cercò di rientrare in Patria, fu nuovamente arrestato perché ritenuto un nemico troppo pericoloso per i potenti. Una volta tornato qui a Perugia, si ritirò nella sua tenuta di Parlesca, dove si appassionò alla coltivazione dell’uva. II 14 luglio del 1859, con altri personaggi importanti, annunciò che la nostra città voleva unirsi al Regno d’Italia e tutto questo avvenne tra gli applausi della folla riunita lungo Corso Vannucci. Ti rendi conto della solennità del momento?. “Ma certo nonno” risposi. “Cerco di immaginarmi la scena, chissà che emozione!”. E il nonno rischiarandosi la voce continuò: “Dopo l’Unità d’Italia, fu tra i primi ad essere eletto senatore del Regno e si spense a Perugia nel 1871.”

Al termine del racconto di questa vita straordinaria mi sentii orgoglioso e mormorai: “Certo che abbiamo una grande eredità da onorare, pensi che ne sarò all’altezza?

Qualche gene del mio avo potrei averlo, visto che ho l’ambizione di essere un portatore di pace!”. Nonno Oddone ridacchiò, ci pensò un po’ e disse: “Forse si, perché sei un bambino speciale, almeno per me!”.

Love Story

di Loredana Bianchi con la nonna Guglielma della scuola Primaria di Bastardo di Perugia

Primo Premio Scuola elementare 2012

I miei nonni materni si chiamano Angelina e Raniero. Mia nonna Angelina proveniva dalla Campania, prima figlia di sei fratelli. A causa di problemi economici dovette emigrare in Svizzera. Mio nonno Raniero proveniva dall’Umbria. Rimastò senza la mamma e con molte difficoltà economiche, anche lui dovette emigrare in Svizzera. Mia nonna mi ha raccontato che alloggiava presso un convento a Zug e che dapprima aveva trovato lavoro, presso un fotografo, il quale le insegnò a sviluppare le foto; poi col passare del tempo trovò lavoro in una filanda dove si trovava molto bene. Mi ha raccontato che le suore del convento dove viveva erano molto simpatiche, ma molto severe.

Le insegnavano il tedesco, a cucire e l’educazione. Mia nonna, per farla breve, era tutta casa e chiesa; educata e molto riservata. Adesso parliamo un po’ di nonno Raniero. Quando arrivò in Svizzera era completamente squattrinato, con pochissimi vestiti e solo un un paio di scarpe e pure rotte! Trovò lavoro come aiuto muratore a Bar e piano piano cominciò a guadagnare. Trovò un posto per dormire in una stanzetta angusta in un vecchio appartamento. Mio nonno,a differenza di mia nonna,era un tipo rozzo, poco raffinato,quindi potete immaginare che scontro....il loro incontro!. Tutto ebbe inizio quando in Italia, nel 1972 ci furono le elezioni politiche. I miei nonni dovettero quindi ritornare in. Italia per votare. Mia nonna Angelina aveva comprato il biglietto del treno sul quale era scritto il numero del posto a sedere e della cabina. Mio nonno invece non aveva prenotato e pensò bene di fare il furbetto. Il giorno della partenza la nonna salì sul treno cercando la sua cabina.

La trovò, ma al suo posto c’era un ragazzone che stava mangiando pane e banana. Indovinate un pò chi era questo ragazzone? Ma sì,era proprio lui, era nonno Raniero! Mia nonna rimase atterrita da questa scena. Gli chiese: “Perché lei sta seduto al mio posto?” Mio nonno vedendo questa graziosa signorina si mise a fare il galletto!

Le disse: “Signorina, non si arrabbi le vengono le rughe!” Mia nonna sempre più sconcertata chiamò il controllore che dopo tante discussioni non ne poteva più di sentirli, sicché mio nonno si strinse un pò e le fece posto vicino a lui. Mio nonno era molto contento di avere una signorina vicino, ma mia nonna proprio no perché mi ha raccontato che le sembrava un cafone. Sta di fatto che il lungo ed estenuante corteggiamento di mio nonno, complice anche il lungo viaggio, fece breccia nel cuore di mia nonna che alla fine del viaggio gli lasciò l’indirizzo del convento. Mio nonno le promise di andare a trovarla in Svizzera. Fu così che un bel giorno mio nonno suonò al campanello del convento. Venne ad aprigli una suora che gli chiese: “Chi sta cercando?”

Lui rispose: “Angelina”. La suora gli aprì, ma durante tutto il loro colloquio lei rimase li ad osservarli. Il nonno continuò ad andare a trovarla altre volte. Divenne il cocco della suora cuoca, che ogni volta lo rimpinzava di biscotti. Figuratevi che dispiacere per un golosone come lui! Ma c’era la suora superiora che proprio non lo poteva soffrire, perché diceva che per mia nonna non era adatto perché era troppo rozzo. Una volta, mi ha raccontato nonno, la suora superiora gli è corsa dietro con un bastone perché aveva tentato di baciare nonna! Ma era troppo tardi l’amore era sbocciato e non c’era più niente da fare, i due si sposarono e nacque la mia mamma.

Ma che è sto malocchio

di Elena Di Giacomo con i nonni Penisia e Fiorello della Scuola Primaria di Bastardo di Perugia

Secondo Premio ex aequo 2012

Il mio caro bisnonno Fiorello, è molto malato, ma la sua avventura me l’ha raccontata ugualmente.

Lui era tutto rannicchiato dentro il suo letto con le coperte che gli arrivavano fino al naso, indossava un caldo cappello di lana che gli rimaneva sopra le orecchie e con gli occhi quasi sempre chiusi e la voce stanca ha iniziato a parlare della sua gioventù... . Insieme alla bis nonna Penisa mi hanno raccontato con molta commozione di quando si sono conosciuti e dopo qualche tempo hanno fatto la “fujtina”, perché nonnina aspettava nonna Anna Rita.

“Fiorellì, Fiorellì picchierellu mia!” le ha detto la nonna “te ricordi quando eravamo fidanzati e ce baciavamo de nascosto dopo la messa sulla Madonna della Pia?”

E nonno: “Picchierella mia e che non me ricordo?”

Hanno avuto ben 5 figli e la loro vita non è stata certamente rose e fiori.

Poi tra un pisolino e l’altro nonno Fiorello ha iniziato a raccontarmi una storia molto curiosa....

“Fia mia quando avevo 19 anni e abitavo con babbo e mamma con tutti li fratelli mia, c’avevamo sotto casa una stalla con 8 vacche. Eriamo una famija de contadini che curavano il podere del padrone. Insomma ce toccava lavora tanto, notte e giorno e le bestie le toccava governa sempre! Fatto sta che babbo mia, la sera prima de andà a dormì, annava di sotto alla stalla per controllà se le vacche stavano bene e rumavano. Ma la mattina dopo se accorse che una bestia stava male! Erano 5 anni che sullo stesso punto della stalla s’ammalava e moriva una vacca.

Capirai fia mia, ogni volta che s’ammalava una bestia era una tragedia a quei tempi! Perciò parlando col poro Ruggero che era un vicino de casa `iè raccontò sto fatto. Il poro Ruggero era uno che levava l malocchio.”

“Oh no, ma che è sto malocchio?” ho chiesto curiosa.

E nonno, dopo un pisolino e un sorsetto d'acqua, riprendendo fiato... “Devi sapè che n’a vorta c’erano le streghe, le fattucchiere che buttavano sto malocchio sui figli, sulle famiglie e sulle bestie e te facevano anche le fatture a morte! E il poro Ruggero ce disse che tanto le vacche che la famia nostra c’avevano sta fattura a morte. Cosi cò babbo se misero d'accordo per guasta sta fattura.”

A me me dissero de procurà `na paletta de ferro cò un paio de maiole e poi dovevo fà un letto cò du tavolacce che ce se doveva mette sopra Ruggero. Per leva il malocchio era faticoso; steso su `sto letto ce diceva dove dovevamo cerca `ste fatture. E il primo giorno ne avevamo trovate 3 che stavano attorno casa.

Allora io incuriosita ho detto:

“Ma cosa avete trovato?”

E nonnino con gran fatica mi ha risposto: “Erano patate avvolte dentro la cartaccia, stavano messe sotto terra e quando le toccavi con le maiole scappavano via.”

Allora io ho riso e nonno un po’ scocciato m’ha detto: “Nun ce ride, fia mia, che é tutto vero, l’ho visto co l'occhi mia! Insomma sta robba non se poteva chiappà con le mani sennò te poteva succede qualcosa de male.

Il secondo giorno avemo scavato una buca dentro la stalla, sul posto della vacca malata e anche li ce trovassimo lo stesso diavolerie. A sto punto il poro Ruggero ce disse de brucià tutto fori casa, de arcoie le ceneri dentro un secchio e butta via tutto a mezzanotte dentro un punto del fiume Lattone dove l’acqua scorrea via bene. Dopo qualche giorno babbo se rincontrò cò Ruggero, che je disse se voleva sapò chi je aveva fatto il malocchio. Doveva pia due bottije de vetro pulite con dentro l’acqua limpida.

Ruggero l’arzò su contro luce e dentro é apparza la figura della fattucchiera, che non era gnent’antro che la ex contadina che teneva il podere prima de noi e che era invidiosa.”

E io rapita dal racconto gli ho chiesto:

“Ma la vacca poi é morta?”

“No, non è morta e non é morta più nessuna bestia! Ma na vorda ste cose succedevano e ce se credeva, adesso so antri tempi e succedono antre cose!”

Io comunque non ho ancora capito cos’è sto malocchio! Ma spero che i miei cari bis nonni me ne possano raccontare ancora tante di queste buffe storie, perché mi hanno davvero affascinata! E spero di raccontarle ai miei figli perché questi ricordi sono davvero preziosi!

I tacchi di mattone

di Carolina Arcangeli con la nonna Angela della “cuola Monte Cervino” di Foligno

Presentato al concorso del 2010

Un giorno d’estate ero a casa di nonna Angela e facevo i capricci poiché non sapevo quale paio di scarpe dovevo mettere. Allora la nonna mi ha raccontato di quando lei era piccola: Era il 1937, avevo 7 anni e vivevo in un paese dell’alta Valnerina. Eravamo 5 figli, io ero la terza. I miei genitori erano tanto bravi e buoni, ma a quei tempi, tolti i grandi signori, erano tutti un po’ poverelli. In quei tempi c'erano tanti bambini e usciti da scuola si giocava e si cantava insieme. Ogni piccolo rione aveva il suo gruppo. Non c’erano giocattoli come oggi e dovevamo pensarci noi: giocavamo a ruba bandiera, a nascondino, a “chiapparella”, a corda... Noi bambine giocavamo a signore. Eh si, proprio a signore! Dove abitavo io c’era un bel sottoscala e quella era la nostra casetta. Mamma ci aveva fatto delle bamboline con un bastoncino di legno a forma di Y rovesciata (sopra la testina e sotto le gambette ) imbottito con della vecchia stoffa. Lei era tanto brava e ci cuciva anche i vestitini. La testina delle bamboline era bianca, ci disegnava il visetto e i capelli; talvolta erano fatti con il ciuffo del granturco. Infatti, al tempo del mais, con il ciuffo delle pannocchie di color rosso, giallo e marrone, facevamo delle lunghe chiome! Quanto erano carine! Eravamo talmente gelose che guai a chi le toccava!

“E come si arredava la casetta?”

“Facevamo camera e cucina, andavamo a cercare in giro la roba che si buttava: pezzetti di piatti rotti, scatolette di lucido per fare le tegamelle,... ma come si giocava bene...! Non avevamo tante scarpe, avevamo solo scarponcini in estate ed inverno. La mamma, il sabato, li puliva per la domenica. Io avevo uno zio ricco a Tripoli (Libia), il

quale l’estate veniva un mese in Italia, a Cascia. Aveva due figlie e spesso venivano a trovarci insieme a qualche amichetta ricca. Oh, quanto erano belle! Indossavano bei vestiti pomposi, capelli tagliati con belle acconciature e sandaletti bianchi ben abbinati. Ma che bei sandaletti! Avevano anche un po’ di tacco! I nostri occhi diventavano grandi grandi quando le guardavamo. Il giorno dopo eravamo già all’opera. Dovevamo fare i tacchi! Siamo andate in cerca di pezzettini di mattone, li abbiamo accomodati, aggiustati e legati sotto ai nostri scarponcini. Come eravamo eleganti, anche noi, con questi tacchetti! Camminavamo da vere signore! “Vedi tesoro mio, eravamo poverelle, ma tanto felici.

Ora c’è tutto e non sai cosa metterti!”

Cosa facciamo insieme

Nonni e Nipoti

Invecchieremo

di Gerardo Rutigliano insieme alla nonna Anna Elisei Gatti della classe V° B della “Scuola Giovanni Cena”

Premio Speciale della Giuria 2009

Quando anch’io sarò vecchio. come le vecchie pietre dei vecchi muri della mia città, sarà dolce il ricordo della mia nonna amata, dedita alla famiglia, alla casa, ai bambini, Sui macigni del borgo chiuso da troppi anni si aprono le porte del ricordo d’amore.

Vedete, la vecchiaia é un ricordo: un ricordo segnato e ripassato con un pennarello indelebile.

Perugia, 23 marzo 2007

‘L rincojonimento

di Andrea Talarico con nonna Anna della “Scuola Santucci” di Perugia

Elaborati segnalati con menzione speciale della Giuria 2009

Ier’ sera com’al solito giocavo

‘nc’ Andrea ch’è ‘l mi’ nipote più cinino.

D’en tratto su quel viso tanto caro è sceso ‘n velo triste, ‘n socheìno

de serio, come de ‘na riflessione

ch’è difficile trovà ‘nt’ i forca d’oggi.

“Nonna, stev’a pensà che quan’tu mori chi giocherà con me ‘sti pomeriggi ?”

“Vol’ di’ che chiederemo ta ‘l Signore de lassamme campà qualch’altr’annetto”, j’ho ditto e, ‘ntra che me se strigneva ‘l corti, j’ho rotto ‘l su’ giochino prediletto .

Lu’ ‘n s’è arrabbiato, sol’che m’ha chiarito:

“Chiédeje nc’ de ‘n te rincojonì”, m’ha ditto ‘neo ‘n sorriso birichino, “ché per quello pol’già bastà cussì!”

Prugett’ in faniija

di Pietro Talarico con nonna Anna della “Scuola Santucci” di Perugia

Elaborati segnalati con menzione speciale della Giuria 2009

Stémme ‘nsieme dal primo pomeriggio. Doppo ‘na bella gara de pallone, doppo la bici, le cors’e i ruzzolone ‘n su l’erbetta del parco, gimm’a passeggio.

La su’ manina stretta ‘n t’la mia, la sincronia del passo e dei pensieri, sol’ che lu’ era ‘l futur’ e io lo ieri e ‘l fiatone che c’évo vel’diria.

Pietro, sett’anni, stev’a progetta’ si era mejo ‘l portier’ o l’attaccante, pú, serio serio, con tono confidente: “E tu, Nonna, da grande che vòl fa’?”

Il nonno lontano

di Fabio Kulla nonno non indicato della “Scuola Primaria di Bastardo”

Premio ex-aequo 2009

Il mio nonno è lontano, in Albania e guarda la TV per compagnia, guarda i ritratti del suo matrimonio: dei suoi ricordi sono il patrimonio. Guarda le foto di quando ero bambino o zappa l’orticello lì vicino. Quando vado a trovarlo giochiamo sempre a scacchi e dopo la partita ridiamo come matti. Mamma ci porta il latte che con il suo tepore quando torno in Italia mi scalda ancora il cuore.

Una nonna compagna di giochi

di Alessandro Gambelunghe con la nonna Bruna della scuola “Lombardo Radice” di Perugia

Primo Premio ex-aequo 2010

Quando la mia mamma è tornata al lavoro io avevo undici mesi e ho cominciato a stare insieme alla nonna.

All’inizio questo non mi è piaciuto molto perchè nella mia vita ero stato sempre con la mia mamma e quindi mi mancava molto. Poi mi sono abituato ed ho cominciato a divertirmi.

La nonna non era molto brava a farmi mangiare perchè l’ultimo bambino che aveva imboccato era stato il mio papà tantissimi anni prima! Le pappette che mi preparava non mi piacevano molto. Allora dopo un po’ di tempo la nonna ha cominciato a farmi mangiare qualcosa di molto più interessante: pollo arrosto, salsicce, torta al testo con verdura e tutto mi è piaciuto molto di più!

Con il tempo, mano a mano che crescevo, io e la nonna abbiamo giocato sempre più insieme. Abbiamo fatto tantissimi giochi, come dipingere, costruire una casa, un razzo o un castello con il cartone degli scatoloni. Abbiamo costruito tantissime cose interessanti come l’impianto di risalita che faceva spostare i bucciotti lungo le scale di casa o la carrucola che serviva per portare le cose sull’albero del giardino. Ci siamo divertiti a fare l’arrampicata sugli alberi o a giocare al campeggio, alla fattoria, all’idraulico, all’elettricista.

Anche ora che sono più grande e che vado a scuola, prima di fare i compiti faccio tante cose insieme alla nonna: costruisco, dipingo, faccio delle avventure nel bosco e lei non si stanca mai di giocare con me, come se fosse una mia amica. Ogni tanto ci divertiamo a fare gli scherzi al nonno: gli nascondiamo le cose così lui si arrabbia, poi però facciamo la pace.

Quando in estate non c’è la scuola, a volte, andiamo in centro con il minimetrò perchè la stazione di Case Bruciate è vicina a casa della

nonna. Ci fermiamo a fare colazione da Sandri, poi ci sediamo sulla scalinata della cattedrale e con blocco e matita proviamo a disegnare la Fontana Maggiore. Una volta siamo andati a visitare il Pozzo Etrusco e la nonna aveva paura: per fortuna io le ero vicino!

A volte, quando giochiamo nel giardino, la nonna fa il poliziotto mentre io vado in bicicletta e mi fa la multa.

Altre volte facciamo un pic-nic preparando insieme il fuoco nel camino del giardino, cuciniamo la carne e le verdure e poi ci mettiamo nel prato a mangiare, stando attenti alle formiche. Quando arriva la sera ed è bel tempo prendiamo una pila ciascuno ed andiamo i giro per il giardino facendo una avventura tra le piante nei viottoli.

Poi torno a casa e mi addormento sperando di sognare tutte le cose divertenti che ho fatto durante la giornata ed aspettando che arrivi domani per farne tante altre.

Ma mentre sto mettendo il pigiama sento che arriva un messaggino sul cellulare: “buona notte, sogni belli”...che forte la nonna!

Lavoro con il nonno

di Sheval Ramanovsky della “Scuola Primaria di Bastardo” di Perugia

Premi Speciali della Commissione 2010

Mio nonno Adil fa il falegname e a me, quando ero in Macedonia, piaceva questo lavoro perchè costruivamo tanti oggetti, per esempio slittini e selle per cavalli.

Mio nonno mi chiedeva sempre di aiutarlo e io di corsa andavo. Quando finivamo il lavoro il nonno mi dava qulache soldino e ripeteva più volte: – Grazie Sheval.

Noi andavamo insieme in moschea e pregavamo. Il nonno infatti è molto religioso. Quando avevamo finito di pregare andavamo a dormire a casa sua ci alzavamo nel tardo pomeriggio e andavamo dall’altro nonno. I due parlavano fitto fitto e leggevano passi del Corano.

Intanto io stavo a giocare con i cugini a pallone. Una volta tirando un calcio al pallone ho centrato il cugino, ma il nonno non mi ha rimproverato.

Nonno ti voglio tanto bene!

Nonnetta mia

di Luca Graziani della “Scuola Primaria di Giano” di Perugia

Segnalazioni 2010

Nonnetta mia tanto bella

de Cannaiola tu si la pia luminosa stella... te porto sempre n’to lu mio coricino anche se so’ cresciuto, io so’ anco’n bambino

Tu nun te stanchi mai de raccontamme

Le traversie e le scantafavole de tutte st’anne

Che tu hai vissuto fin da quanno eri pottecchia

Ma se io sbajo tu nun te scordi mai de’ tiramene ‘na recchia

Anche se a vorde te dole ‘n po’ la zampa

E lu dolore romantico t’avvampa

Non te risparmi d’artorna’ bambina

E de joca’ con me da la sera a la macina

Nonna, nonnetta mia

vorrei che tu non andassi mai via da casa mia

lu tempo passa ma tu sei come lu vino

più s’envecchia e più è genuino

la jovanotta che é dentro de te se sfoga quanno sta a j oca con me!

Te manno n’bacio de gran core

E te dico che si lu mio più granne amore!

Che il gioco abbia inizio!

Segnalazioni 2010

La cosa migliore che me pol capità, quanno ho finto de fa’ i compiti, è che i mi genitori onno da gi da qualche parte, ma c’honno da gi da soli. E come al solito, ce dicono: “Voaltri siete a casa...a giocà col nonno”.

‘L mi nonno, nunn’è che c’ha sempre tutta sta gran voglia de giocà con noaltri figli, ma si nun n’è tanto uggiato, con lù, ce se diverte ‘mbel po’. Ta noaltri, c’ha ‘nsegnato ‘nsacco de giochi ‘ncle carte. Stete a senti! Prima emo ‘ncuminciato col rubbamazzo, che piace parecchio anche ta la mi sorellina cinina... Pù, dopo che quisto l’erro ‘mparato e l’mazzo emo cuminciato a rubbaglielo... spesso e...volentieri, emo cambiato gioco!

E cusi, serro passati ala scopa... Me c’è voluto `mpo’, ma daje daje, ho ‘mparato anche quisto Lù é bravo, me `nsegna bene, ma cusi bene... che pian piano... nun riesce più a vince e... `nse diverte più ! È `mpó fiolo anche lù! E cusi, doppo che anche a scopa, nun vinceva più na partita, semo passati ala briscola. Adesso ho da esse sincero: io ‘ncora, ‘nciò capito ‘ngranchè. L’gioco m’sembra buio, ma ‘ncora è parecchio complicato e nun se riesce a fa’ na partita per bene.

Cusi, visto chel’ mi nonno é stato tanto bravo a `nsegnamme sti giochi, ho deciso de fà qualcosa de utile per lù e ho pensato de ‘nsegnaje a giocà `noie mi carte. Se chiamno “Carte Uno” e coi mi amici o co la mi sorellina ce divertimo parecchio. E ce giocamo anche col mi babo e la mi mamma! Me so misso giù, con tanta tanta pacenzia, a spiegaje come se gioca: che se dorino sette carte per uno, che se gioca un per volta e che vince chi armane senza carte ! È facile e che ce vole? Vallo a spiegà tal mi nonno si s’è bono... Ce prova ma, secondo me, nun se ‘mpegna abbastanza... Se stufa subito e me dice: “ma io ‘nsò bono, gioca ncla tu’ sorella... .”

Credetene, ce voi na pacenzia co sti fioli de na certa età... Che si io facevo come lù, `nnevo `mpareto niente ! Ma io sò cocciuto, tra me e lù, nun se sa... chi c'ha la testa più dura... Me ce vorrà ‘mpo’ ma, ala fine, vedrete che anche lù, quanno armane nco’ na carta sola... ‘nvece de stà tli `mpaleto a spettà che gioco io, se deciderà a dimme, con quil vocione che s’artrova.. . “UNO”!

Andrea, Chiara & Nonno Antonio

Le mani del mi nonno

di Chiara Giovagnotti con il nonno Aldo della “Scuola S. Lucia” di Perugia

Secondo Premio ex-aequo 2011

Le mani del mi nonno sono: grandi, dure e qualche volta con le unghie nere, perché il mi nonno è un po’ come ARCHIMEDE cià il dono di saper fà vari mestieri. Lui, quando vede qualcuno che lavora, guarda e impara ! Certo a tutti piacerebbe aver le mani belle e arcutinate perché te danno l’aria de signore! Con il legno fa i capolavori...quando usa la pialla o la sega lo vedo felice come un ragazzino, a volte però lascia la porta del garage aperta e la mi nonna glie dice: “Chiudi la porta che si riempie la casa de polvere!” Prende l’aspetto den marziano quando fa i lavori con la saldatrice perché si copre per non scottarsi il viso! Sa fare pure il muratore ed è specializzato a costruire i muretti con le pietre. Dato che il mi nonno da cinino faceva il contadino l’amore per la terra gli è rimasto. Così ha fatto un piccolo orticello nel giardino. Ha messo n’to dei grandi vasi insalata, pomodori, cetrioli, peperoni, melanzane e ogni sorta d’odori.Però il mi nonno trova l’tempo per noi nipoti; quando eravamo più cinine prima de dormi c’arcontava come si viveva e come si facevano i lavori. C’arcontava pure le favole a puntate e ogni volta se dovea arcordà de come era finita l’ultima puntata sennò n’artrovava il filo. In macchina prima che glie li fregassero ci metteva i vecchi canti e l’inno de Mameli e noi li cantavamo insieme.

Il mi nonno c’ha il vizio che quando guarda la televisione se gratta sempre la testa...manco c’avesse i pidocchi!

CHE VOLETE, OGNUNO C’HA I SU VIZI.

Insomma le mani del mi nonno son mani di un lavoratore, la sera lu poretto se le pulisce con la varechina e con il limone, ma armangono sempre le mani di un lavoratore.

Io glie voglio un sacco de bene!

Una nonna Super

di Andrea Vittori con la nonna Enrica della “Scuola Primaria di Bastardo” di Perugia

Segnalazioni 2011

Io sono un bambino fortunato! Ho una bis nonna davvero super! è una vecchietta minuta ma “tutta pepe”. Si chiama Enrica ma non so perchè tutti la chiamano Marietta; lei ha quasi 92 anni; ma tante volte mi chiedo chi è più bambino tra noi due. Un giorno stavo giocando con il mio monopattino e andavo velocissimo come un razzo. La mamma mi sgridava perchè aveva paura che cadessi. Nonna Marietta invece di sgridarmi mi ha detto: – tocca a me adesso fammi fare un giro! io un po’ sorpreso le ho detto: – ma nonna tu non ci sai andare con il monopattino, sei vecchietta! Lei un po’ seccata me lo ha tolto dalle mani, ci ha messo un piede sopra e ha iniziato a correre come una matta dicendomi: – visto, sono più brava di te! io la guardavo stupito e mi sono chiesto: – ma come fa? Mia mamma quando l’ha vista si è messa le mani tra i capelli ed ha iniziato ad urlare: – scendi scendi se cadi ti “scocci” tutta! Il papà che aveva visto tutto è andato a prendere la macchinetta e ha cominciato a scattare le foto. Tutto è finito con un sacco di risate! Quando io e nonna ci troviamo insieme parliamo tanto, anzi lei parla tanto mi fa le domande e poi si risponde da sola e io rido come un matto. Lei non è come le altre nonne invece di fare torte, biscotti ecc. tiene in ordine la chiesa del paese, pulisce la pialla e sa sempre tutto di tutti,...con le sue amiche si mette seduta. sulla pialletta e sparla di questo e di quello e se gli chiedo di cosa stanno parlando lei mi risponde: – non sono affari che ti riguardano! Quando va dalla parrucchiera, mentre le fanno i capelli, fa chiamare il bar e ordina il cappuccino e il cornetto alla crema. Perchè la mattina non ha voglia di preparare la colazione. Spesso giochiamo a carte insieme, ma vuole vincere sempre lei altrimenti smette di giocare e mi pianta in asso! Come avrete capito la mia nonnetta ha proprio un bel caratterino!

La strada della vita

della classe III B della “Scuola Lombardo Radice Perugia”

Secondo Premio ex-aequo 2011

I nonni son così

della classe V “Scuola Madre Teresa di Calcutta” di Bastia Umbra Secondo Premio ex-aequo 2011

Hanno i capelli bianchi

grandi occhi stanchi sono maestri di vita, di una storia infinita.

Tanti ricordi nel cassetto, una vita passata a braccetto. Son pensionati, alcuni contadini, si riempiono di gioia quando vedono i bambini. Gli occhi, a volte spenti, li rendono innocenti e nel loro cuore sono sempre contenti.

I nonni che, a momenti incantati, ripensano ai giorni passati, vivono con gli occhi verso il cielo puntati pensando a coloro che lassù già sono arrivati. I nonni sono come le stelle, brillanti come diamanti e dolci come caramelle. Ci raccontano le storie del passato come un puzzle colorato.

I nonni leggono le favole ai loro nipotini per tornare un po’ bambini.

I nonni sono saggi, con loro si fanno meravigliosi viaggi, ci portano nel tempo andato con i loro giochi e il con il loro canto intonato. I nonni hanno molte capacità, e ci riempiono le giornate di felicità.

Sanno fare pane e tagliatelle, gnocchi, torte e frittelle.

Troppo spesso dimenticati, ma da noi tanto amati, sono un libro aperto che deve essere riscoperto. Nonni cari, nonni attenti insegnano ai bambini il valore dei sentimenti. Nonni di lana, nonni di porcellana, gli vogliamo bene oggi e soprattutto un domani.

di Martina Cavola con il nonno Giuseppe della “Scuola di Bastardo” di Perugia

Secondo Premio ex-aequo scuola Sec. I gr. 2012

Mio bisnonno Peppe, in verità Giuseppe, è il mio grande eroe. È basso e grassottello con un pancione grande, grande, come due cocomeri messi insieme. Ha la testa quasi pelata, ma, appena sopra le orecchie, ha una striscia di capelli, ormai bianchi come la neve, che assomigliano a quelli di un frate. Peppe ha due grandi orecchie, ma non per questo ci sente! Pensate che qualche settimana fa sono andata a Velletri, a trovarlo, e gli ho chiesto come stava e lui... indovinate cosa ha risposto “Si, lo so, c’è crisi”. Velletri è un piccolo paese a nord di Roma, è piccolo e carino anche se per nonno è una delle sette meraviglie del mondo. Nonno ha gli occhi piccoli e rotondi, di un bel verde chiaro. Sopra agli occhi ha delle sopracciglia somiglianti a cespugli e così lunghe che le puoi confondere con i capelli. Ha il naso piccolo e una grande bocca sdentata. Quando sorride e quando beve il vino, dalle labbra, spuntano due dentini che lo fanno somigliare ad un bebè. Fisicamente è robusto e forte, ma come ho già detto, ha un pancione che gli fa da appoggio alle braccia. È molto ottimista e gentile, ma se si arrabbia! Sinceramente non mi ricordo nemmeno una volta che lui si sia arrabbiato con me. È molto simpatico e scherzoso. Mio nonno fa anche il vino! Sotto casa ha una piccola cantina dove tiene il vino. Lui la chiama “la cantina delle bombe”, perché le bottiglie di nonno Peppe sono le uniche che appena togli la protezione del tappo, questo parte come un razzo. Il vino che produce è buono e dolciastro. La sua grande passione è il ruzzolone: una specie di freesby ma molto più grande che si lancia a terra e chi riesce a mandarlo pila lontano vince. Ha vinto molti trofei e medaglie di cui va molto fiero. Di solito si veste con pantaloni spor-

tivi e con una maglietta, per poi indossare il gilet che gli aveva cucito Sora Peppa, la mia bisnonna. Sora Peppa, proprio così la chiamavano. Un giorno la mia bisnonna eil mio bisnonno stavano passeggiando tra le maestose vie di Roma, quando una signora, per salutare nonna Peppa, esclamò: “Ciao Sora Pè!”. Nonno sentendo quel nome pensò di chiamarci mia nonna. Allora da quel giorno, la mia bisnonna, fu chiamata Sora Peppa. Nonno e nonna erano una coppia bellissima e felice con ben sette figli. Pensate che appena due anni fa avevano festeggiato i sessantasei anni di matrimonio. Nonno, di solito, si alza presto, si veste ed esce per andare al mercato o per fare una semplice passeggiata. Da quando è morta Sora Peppa nonno è un po’ più triste ma non per questo si fa scoraggiare. Un giorno stavamo seduti sul divano e ha incominciato a raccontarmi della sua esperienza in guerra. Ha partecipato alla prima e seconda guerra mondiale. Mi ha raccontato che lui e altri soldati partirono per la Russia in primavera, ma poi arrivò l’inverno e il loro abbigliamento non era adatto. Allora per riscaldarsi presero i rubli, soldi russi, che nel periodo di guerra non valevano niente, e ci accesero un bel fuoco il quale riscaldò tutti.

Mio nonno rischiò la morte ma fu la su grande forza a permettergli di combattere fino all’ultimo. E inoltre, per tornare a casa, lui e i suoi compagni attraversarono tutta la Russia a piedi. Molti suoi compagni di guerra morirono per congelamento e altri perché sono stati uccisi.

Mio nonno visto così sembra brutto, rozzo e senza cuore. Ma se ci passi una giornata scopri che quel grande torace e quel gran pancione contengono un cuore grandissimo, ma ormai vecchio, pronto ad amare tutti. In fine Peppe mi dice sempre che non conta essere belli esteticamente ma nel cuore, e come ci riesce lui non ci riesce nessuno!

Mio nonno è una grande quercia che ne ha sopportate molte e io sono solo un piccolo ramo che ha tanto da imparare.

L’importanza del nonno

di Zinab Akherraz con il nonno Mohamed della “Scuola Primaria di Bastardo” di Perugia

Secondo Premio ex-aequo 2012

Caro nonno

Come stai? lo sto bene, nonna come sta?Ora ti voglio raccontare un po’ di cose di me: sono diventata grande, ho nove anni, mio fratello Imed è diventato un ragazzo, ha diciotto anni mentre mio fratello Brahim ha tredici anni. I miei genitori mi hanno raccontato che abbiamo cambiato tante case, abbiamo vissuto a Marsciano, a Foligno, a Spoleto infine a Bastardo. A Marsciano è nato mi fratello Imed, a Foligno mio fratello Brahim e a Spoleto sono nata io. Ora abito a Bastardo e mi trovo molto bene perché ho tanti amici e mi diverto tanto. Io da grande vorrei fare la pasticciera. Vorrei venirti a trovare nella tua nuova casa, ma purtroppo non posso, perché sei troppo distante da me, sei in cielo. Io sono felice perché ti ho scritto questa lettera e ho esternato tutte le mie emozioni. Ma sono anche triste perchè non ti ho mai conosciuto. Quando tu sei morto, mio fratello era ancora piccolo mentre io non ero ancora nata. Mio padre mi ha raccontato che gli sei venuto a mancare quando lui aveva soltanto ventuno anni, chissà quanto avrà sofferto per la tua perdita... .

Ti voglio raccontare un episodio di quando avevo cinque anni.

Un giorno, quando abitavo nella mia vecchia casa, mentre cercavo un paio di forbici nell’armadio della mia camera, sono scivolata e mi sono fatta una ferita sulla fronte.

I miei genitori preoccupatissimi mi hanno portato subito al pronto soccorso, lo sai nonno in quel momento avrei avuto tanto bisogno di te.

Ti voglio bene anche se non ti conosco. Un abbraccio.

Vita con la nonna

di Gianpaolo Maggiori della “Scuola Primaria di Bastarso” di Perugia

Presentato al Concorso 2010

La mia nonna ha il viso ovale ma pieno, gli occhi grandi, scuri e furbi, la bocca molto fina ma molto rossa. I capelli biondi ma non tanto lunghi. Nonna, ti ricordi di quando ero piccolo e mi raccontavi le storie, quando mi, cambiavi il pannolino. e ti rifacevo subito la pipì, – quando stavamo a San Sabino, e tu stavi facendo l’orto, smettevi e venivi con me a giocare, quando i miei genitori mi rimproveravano tu mi proteggevi sempre e mi davi sempre ragione. Quando ti chiedevo di portarmi da qualche parte non facevo in tempo...a dirlo che già eravamo in viaggio, o quando d’estate stavamo in campagna e nelle belle giornate facevamo l’orto insieme, giocavamo e pulivamo le stallette degli animali divertendoci tanto. Nonna, ti ricordi di quando tu eri andata a pulire lo stalletto dei piccioni e dei polli e io intanto stavo a pulire lo stalletto delle pecore e l’ariete mi aveva attaccato! Tu sei venuta di corsa da me e per salvarmi sei cascata a terra. Quando coglievamo le olive, ne sentivamo il profumo insieme al buon odore di campagna e di prato, tu mi raccontavi di quando eri piccola mentre coglievi le olive e aiutavi a fare l’orto. Di quando ero piccolo e mi mettevi gli stivaletti per andare sui campi e mi facevi salire sul trattore. Io pensavo di essere un vero contadino. Di quando stavamo sul divano e mi facevi ridere, ci abbracciavamo e ci coccolavamo; o quando venivo a trovarti e mi preparavi le creps a merenda. Quando mi preparavi il tavolo con i colori e mentre disegnavamo insieme, ci mettevamo a discutere. Quando erano belle giornate uscivamo e giocavamo a pallavolo, o con le biciclette. Quando dovevi andare da qualche parte e ti dovevi cambiare, mettevi i tuoi panni sul letto e li facevi scegliere a me e tu seguivi sempre il mio consiglio. Per me sei una nonna d'oro, molto simpatica e giocherellona.

Un’avventura con i nonni

Abilà e il suo Principe

di Alessandro Chinea della “Scuola Ciabatti-Montessori” di Perugia 2° Premio ex-aequo 2008

Esistono storie che senza narrare di castelli o Paesi lontani, che senza fate o streghe cattive, che senza pozioni magiche o bianchi cavalli, raccontano, comunque, di fantastici incantesimi e di personaggi un po’ strani che si cercano, poi, all’improvviso, si incontrano e scoprono di essersi, forse, conosciuti ed amati da sempre. La nostra storia potrebbe anche chiamarsi: “tutto iniziò con... Abilà !” perché è proprio da li che i due cuori, dei quali stiamo narrando, hanno incrociato, consapevolmente, gli sguardi, scambiato, per la prima volta, la parola ed intrecciato, per sempre, le loro anime. Di magia abbiamo parlato, certo non della magia che fa volare gli oggetti, spostare montagne o trasformare le persone..., anzi forse questo sì. Si proprio di questo tipo di magia stiamo raccontando, di un suono, una parola un sorriso capaci di trasformare! Cosa? Un nonno serio, un po’ brontolone in “Abilà” ed un frugolo dalla pelle rosa e dall’odore di biscotto in Principe. Era mattina, dunque, di domenica, il Principe non parlava ancora, aveva da poco compiuto un anno di vita, nulla più, quindi, dei consueti, comuni, dolci, incomprensibili discorsetti fatti tra sé e sé, guardando la vista da una finestra o per comunicare con gli altri, accompagnando l’accadere dei fatti della sua giornata, quando, seduto piuttosto troneggiante sulla “sdraietta” personale, posizionata proprio al centro della cucina, puntando dritto, dritto i suoi occhioni, mai così grandi, fino dentro i distratti miei, con tono di richiamo o, meglio, di rimprovero ha gridato: “Abilà!”. Tutto, in realtà, quel suono poteva significare né io o meglio, il nonno di questa storia é tipo da prendere per dolci richiami, quelli che sono invece semplici gridolini di un poco più che neonato, pure se nipote, eppure credete che il tono, l’intensità, la volontà già grande di un essere tanto piccolo chiamavano proprio e solo me!

Potrebbe dirsi di un’esplosione, di un calore magico che non scalda ma subito scioglie, di un incantesimo, visto che ci troviamo in una favola, ma più ancora della enorme luce di sorpresa non nei miei, il nonno, ma nei suoi bellissimi occhi, della soddisfazione immensa di aver centrato un traguardo che, solo allora, si svelava da tanto tempo, con tanto sforzo perseguito e finalmente raggiunto. Non so quanto il racconto di un nonno brontolone, folgorato da questo meraviglioso evento e per magia trasformato in Abilà, un nonno completamente diverso, possa essere credibile per chi ascolta una storia senza averla vissuta, ma quella che stiamo raccontando è una storia un po’ particolare, una favola vera, potremmo dire: la favola della trasformazione di un nonno in abile e di un nipote in principe. E non esistono, certo, ragioni per la nascita di un così intenso e profondo scambio di sensi, esiste, tuttavia, la certezza che questo scambio ci sia stato e che sia andato oltre le parole, oltre i gesti, legando i due protagonisti, da quel momento e per sempre, in un'anima sola.

“Certo che sei sempre Abilà, nonno!” Solo che adesso ti so chiamare Sergio! E...sai,...Sergio, quando sono con te e con la nonna, mi sento proprio un principe!.”

Il perché del principe ed il perché di Sergio, anziché nonno, per noi é presto detto. Tra noi non servono tanti discorsi né lunghe spiegazioni, “noi ci capiamo così, guardandoci negli occhi e stringendoci forte la mano, vero Sergio?”. “Si, ma se ti chiedessero di raccontare e di spiegare a chi non sa, cosa diresti?”, “Beh..., che quando sono con te e con la nonna sono felice perche mi sento libero e comodo. Vedi, Sergio, tu non sei un nonno, proprio nonno, sei...il mio migliore amico, però non come un amico, che é già tanto, ma qualcosa di più. Mi piace che facciamo delle belle passeggiate io e te soli, mi piace che non rispondi mai al telefono e che mi spieghi sempre tutto quello che ti chiedo. Mi piace tanto quando mi vieni a prendere a scuola, perché posso chiacchierare, tu non hai mai fretta, e la nonna porta qualcosa di buono da bere, insieme ad uno spuntino. Mi piaceva tanto

anche, quando ero piccolo, che la mattina venivate a prendermi a casa, andavamo a fare colazione insieme e poi a giocare al percorso verde. Si, però adesso giochiamo a pallone, forte, anche se ti fà un po’ male la schiena, vero Sergio? Ma la cosa che mi piace più di tutte é che il sabato sera posso fermarmi a dormire a casa vostra e allora la nonna fà sempre: iuhuuuh!!! tu mi chiedi, anche se già lo sai, – ti fermi? E che vuoi fare? – e io ti rispondo, ogni volta: vorrei vedere un film con te, poi quando gli occhi sono stanchi, vorrei essere portato in braccio a letto, anzi nel lettone vicino alla nonna, vorrei che tu mi facessi il cullino fino a che non ti dico buonanotte. La mattina, poi, mi sveglio senza sveglia, faccio finta di alzarmi prima di voi, ti chiamo forte – Sergio! – tu non mi trovi più a letto, perché sono già tutto steso sul tavolo della sala e ti aspetto perché mi fai, di nuovo, il cullino. La nonna mi chiede – che ti va per colazione? – io rispondo: una sorpresa. La nonna apparecchia per me una tavola bellissima, con tanti piattini pieni di cose buone e diverse, una tazza colorata solo mia, per il latte, e io ho tutto il tempo di rilassarmi e mangiare con calma, mentre tu ti prepari. Ecco cosa direi! Sergio, tu sei un po’' vecchietto, promettimi che staremo sempre insieme! “Che promessa difficile Ale! Facciamo così: prometto che non ti lascerò mai solo!”

“Va bene, Sergio, ma che differenza c’e?”, “In realtà nessuna, Ale, se ci vorremo sempre bene così, proprio nessuna!.”

Un’avventura in mare

di Elena Cecchini con il nonno Nevio della “Scuola Lombardo Radice” di Perugia

Secondo Premio ex-aequo 2010

Era da giorni che aspettavamo una bella giornata e finalmente ecco il sereno, il mare calmo e pochissimo vento. Io e il nonno salimmo in barca a vela e partimmo. Dovevamo andare in un’isola lontana, tutto era tranquillo e la barca scivolava via veloce. Eravamo già così lontani che la riva non si vedeva più. All’improvviso arrivò una nuvola nera che diventava sempre grande, poi un’altra ed un’altra ancora: in poco tempo tutto il cielo era coperto da nuvoloni, il vento soffiava sempre più forte e cominciavano a formarsi grandi onde. Che nuvoloni neri, sembravano cavalieri che si preparano alla battaglia! Le onde erano i loro cavalli bianchi lanciati al galoppo! Il nonno abbassò le vele ma la barca continuava ad oscillare ed enormi onde riuscivano ad entrare e a bagnarci tutti. Faceva un gran freddo! Il nonno mi disse: “Prendi questo giubbotto salvagente ed indossalo sopra all’altro!”

“Ma nonno avevi detto che non si deve mai stare senza salvagente ed tu lo togli!”

“Non preoccuparti per me, fai come ti ho detto! Tieni il mio salvagente!”

“Nonno ho paura, mi viene da piangere!”

“Non ti preoccupare, non succederà niente!”

“Nonno, ma tu piangi!”

“Ma no, è l’acqua che mi ha bagnato il viso...vieni vicino e ricordati: qualsiasi cosa accada tu non togliere il salvagente!”

Il nonno era stremato e non ce la faceva più a manovrare la barca, un lampo illuminò una grande onda che ci veniva contro e ci avrebbe rovesciato se il nonno non fosse riuscito a spostare il timone: con

un enorme sforzo il nonno riuscì ad evitare quell’onda spaventosa.

All’improvviso tra le nubi apparve un raggio di sole che annunciava la fine della tempesta. In poco tempo il vento cessò di soffiare, le nubi spirarono e tornò il sereno così potemmo tornare a terra. Credo che quell’avventura non la dimenticheremo mai!

Io, un coniglio e la mia nonna

di Miriam Fogu della “Scuola Lombardo Radice” di Perugia Premi Speciali della Commissione 2010

La mia nonna, da bambina, viveva in campagna, abitava in una casa con un grande cortile dove erano molti animali: oche, galline, conigli. La nonna mi raccontava spesso che dava da mangiare a quegli animali e si divertiva con loro. Quando mia sorella Rachele ha vinto alla Fiera dei Morti un piccolo coniglio nano, di colore grigio e l’ha portato a casa, la nonna è stata molto contenta, perché allora avevamo in casa un criceto, che lei non voleva nemmeno guardare in quanto il criceto somigli al topo e lei ha paura dei ratti. Mi piaceva molto il coniglietto nano che avevamo sistemato in una gabbia e io qualche volta lo tiravo fuori per accarezzarlo. E farlo un po’ saltare. Un brutto giorno dopo appena un mese dal suo arrivo, il coniglietto si è ammalato ed è morto. Ho provato molto dolore ma non ho pianto, invece mia sorella Rebecca ha fatto un bel pianto! Così io e le mie sorelle ci siamo sentite più sole. Senza che ce ne accorgessimo una mattina, il criceto è uscito dalla gabbia e non lo abbiamo più trovato: non avevamo più nemmeno questo piccolo amico! La nonna ha capito il nostro dolore e un giorno ha portato me e le mie sorelle in un negozio, ci ha fatto scegliere un nuovo coniglietto nano e ce lo ha regalato. Ci siamo sentite molto felici e lo abbiamo portato subito a casa. Era piccolo, sembrava quasi una palla di velluto, aveva il pelo morbido a chiazze nere e bianche, la coda piccola e rotonda di colore bianco, le orecchie diritte e lunghe di colore nero, il nasino rosa e due simpatici baffi. Era proprio molto grazioso! Si muoveva lentamente nella sua gabbia e guardava in giro con i suoi occhietti rossicci. La nonna ci ha riempiti di avvertimenti, rivolti soprattutto a me che dovevo accudirlo, ricordando la sua esperienza di bambina di tanti anni fa, nella sua casa di campagna: mi ha insegnato come dargli da mangiare, come sollevarlo

per portarlo fuori dalla gabbia dove farlo saltellare senza che facesse danni, come giocarci, come pulire la gabbia e rinnovare la cuccia, e tante altre cose. Voleva così aiutarmi ad allevare il mio coniglietto. Si informava, ogni volta che veniva a casa su quello che avevo fatto con il coniglietto: mi rimproverava se lo facevo giocare troppo, se gli davo troppo da mangiare, se lo facevo saltellare fuori dalla gabbia, perché così facendo sarebbe fuggito, prima o poi, io pesavo che la nonna fosse esagerata, che i conigli potessero essere allevati anche in altro modo. Infatti i conigli che lei aveva nel cortile, vivevano insieme, si tenevano compagnia, potevano giocare tra di loro, si potevano parlare ed erano certamente felici. Inoltre quei coniglietti potevano guardare i campi verdi, gli alberi, le colline lontane, il mio coniglietto era solo, non aveva compagni, si sentiva certamente triste; e quando alzava lo sguardo non vedeva i campi verdi e le colline lontane: poteva vedere solo la rete della gabbia e i muri della stanza; poteva sentire solo le nostre voci e i rumori della strada invece del canto degli uccellini e le voci degli animali. Anche il suo mangiare era diverso, perché non poteva avere le erbe dei campi. Il mio coniglietto era dunque infelice. Insomma la vita dei conigli ai tempi della nonna era diversa. Per questo io cercavo di farlo giocare fuori dalla gabbia, di farlo correre e saltare, per dargli un pò di allegria. Non meritavo certo le osservazioni della nonna e cercavo di farle capire tutto questo. Ma lei mi diceva: stai attenta perché se lo abitui così, un giorno scapperà di casa. Una volta l’ho trovato fuori dalla gabbia ma non l’ho raccontato alla nonna! Un giorno la nonna mi ha chiesto di portare il coniglietto insieme a lei in campagna. L’ho messo in una cesta e siamo andati fuori città. I campi erano verdi per l’erba già alta, brillava un bel sole. Ho lasciato il coniglietto in terra, pensando che corresse via. Invece è rimasto vicino a me: non si ritrovava in quell’ambiente. Poi l’ho portato in una conigliera con molti conigli pensando che facesse amicizia. Invece si mostrava timido e pauroso e non si avvicinava a loro, infine l’ho portato vicino ad un mucchio di erba e fieno, pensando che mangiasse con appetito, invece ha appena annusato il fieno. Così la nonna

mi ha fatto capire che quel mio coniglietto si era ormai abituato ad una vita diversa da quella della campagna, così dovevo accettarlo. Certo non poteva essere felice prigioniero della gabbia, ma forse il mio affetto poteva rendergli meno penosa la vita. Non era sufficiente per lui una piccola parte di libertà. Ma se lo avessi lasciato libero non sarebbe stato capace di scappare via dai cani e di evitare i cuochi. La nonna aveva ragione: devo volergli bene senza imprudenze. Il coniglietto non doveva finire in padella o sotto i denti di un cane o di una volpe. Così è rimasto con me, è molto cresciuto, e io qualche volta lo porto a spasso con il guinzaglio.

Le pietre dell’arcobaleno

di Sara Arena con la nonna Giuliana della “Scuola Lombardo Radice” di Perugia

Secondo Premio ex-aequo 2011

Era una bellissima giornata di primavera, il sole invogliava ad uscire ed io ero a casa pensando a cosa mi sarebbe piaciuto fare.

Ed ecco che è arrivata la tanto attesa telefonata della nonna! Lo sapevo che era lei! Speravo mi chiamasse come tutte le settimane per il nostro appuntamento preferito: il mercatino. È una passione comune che è diventata tale grazie alla nonna che mi ha insegnato a conoscere e a vivere il mercato, il posto più allegro e colorato della città, proprio come lei! Quando la nonna va al mercato per me e i miei cugini è sempre una festa; lei riesce sempre a trovare qualcosa di carino da regalarci, ma quando ci andiamo insieme, sole, lei ed io, per me è un momento davvero speciale perché la nonna conosce bene i vari venditori ambulanti, ci fermiamo a parlare con loro, proviamo vestiti e cappelli, mi fa vedere i fiori e mi spiega i nomi di tutte le piante. La nonna è arrivata con la sua macchina rossa e insieme siamo andate al mercatino. Decine e decine di bancarelle si presentavano ai nostri occhi, ognuna di esse vendeva qualcosa di diverso: una vestiti, una giocattoli, un’altra ancora piccoli cuccioli di animali. Dopo aver gironzolato lungo i vari banchi, ci siamo fermate davanti ad una strana bancarella piena di pietre colorate, di tutte le forme. Sembrava un tesoro sparso sul bancone. La nostra fantasia cominciava a viaggiare tra i mille colori delle pietre: celeste mare, giallo oro, rosso, verde smeraldo, arancione. Dovete sapere che la nonna è un amante del bricolage e che si diverte a creare oggetti di ogni tipo, dalle composizioni di fiori secchi ai quadretti di legno e stoffa, dalle cornici alle scatole decorate; da un po’ di tempo ha cominciato anche a realizzare gioielli: lunghe collane variopinte, braccialetti, orecchini

etnici. A volte mi usa come modella o mi chiede consiglio sui vari abbinamenti e così divento la sua aiutante. Ma torniamo alla nostra bancarella: non l’avevamo mai vista al mercato prima di quel giorno e quasi sembrava messa lì apposta per noi. Allora decidemmo di comprare alcune pietre, ma la scelta si presentava molto complicata. All'improvviso, la mia attenzione venne rapita da un gruppetto di pietre di aspetto inconsueto: non erano di un colore definito, ma sembrava quasi che in ognuna di esse si mescolassero i colori di tutte le altre, come a formare un piccolo arcobaleno in miniatura. Né io né la nonna avevamo mai visto niente di simile.

Così chiedemmo al venditore, un simpatico signore sorridente che sembrava provenire dall’India o da qualche altro paese lontano, quale fosse l’origine di quelle meravigliose gemme.

Il venditore si chiamava Alì e ci spiegò che le pietre provenivano dall’isola di Palù, una piccolissima isola dell’Oceano Indiano, la terra dove lui era nato. Venivano raccolte in una grotta che si poteva raggiungere solo dal mare e di cui conoscevano l’esistenza solo gli abitanti del luogo, che le chiamavano “pietre dell'arcobaleno” e le consideravano dei potenti talismani, capaci di portare gioia e serenità a coloro che le possedevano. Ci mostrò, allora, la collana che portava al collo, un lungo filo di caucciù consumato dal tempo con un bellissimo ciondolo a forma di luna fatto con quella pietra magica. Ci disse anche che la indossava da quando era nato e che la sua vita non gli aveva portato ricchezze materiali ma l’affetto di molti amici e l’amore di una famiglia felice e numerosa, e quindi lui era la prova vivente che la pietra era davvero magica. I racconti di quel misterioso venditore ci avevano affascinato a tal punto da non farci rendere conto che era passata più di un’ora da quando eravamo arrivate alla bancarella. Quelle gemme originarie di paesi così lontani ci affascinavano sempre di più e così decidemmo di comprarne tantissime e di usarle per creare nuove collane e braccialetti.Scegliemmo quelle con le forme più stravaganti, salutammo il nostro nuovo amico e corremmo a casa per metterci subito al lavoro.

Appena arrivate, siamo scese nella “tana”, la stanzetta dove la nonna ha allestito il suo piccolo laboratorio, e abbiamo tirato fuori il suo armamentario di pinze, pinzette e forbicine. Subito abbiamo iniziato a creare la prima collana, come quella che avevamo visto al collo di Alì, un cordino colorato e un ciondolo sfavillante; dopo la prima, ne é arrivata subito la subito un’altra, poi un’altra ancora, ognuna con uno stile diverso; poi fu la volta degli orecchini e degli anelli e, infine, di tanti braccialetti tintinnanti.

Alla fine della giornata avevamo realizzato con la pietra dell’arcobaleno tantissimi monili tutti diversi fra loro. “Cosa ne facciamo di tutti questi gioielli?” − chiesi alla nonna − “Vogliamo venderli al mercatino, anche noi?” “No” − rispose la nonna − “Se queste pietre sono così magiche da donare felicità a chi le possiede allora dobbiamo regalarle a tutti i nostri amici. Anche se ciò che ci raccontato quel simpatico ma strano signore, non si può veramente dimostrare, vale la pena di tentare!” E così facemmo. Ne regalammo alcuni ai nostri parenti, agli amici, ai vicini di casa e a tante altre persone che conoscevamo. Quel dono inaspettato rese felici tutti coloro che lo ricevettero e riempì di gioia anche noi che sapevamo di aver fatto un dono piccolo ma venuto dal cuore. Dopo quel giorno non abbiamo più incontrato Alì al mercato, forse era tornato nella sua terra o forse era in un’altra città a raccontare la leggenda delle pietre dell'isola di Palù. A noi piace pensare che fosse uno specie di magico messaggero che girava il mondo per parlare con la gente e che quel sabato aveva scelto proprio noi per raccontare la sua storia. Di lui ci sono rimasti alcuni ciondoli dell’arcobaleno che conserveremo sempre con cura perché ci aiutino ad essere felici apprezzando le piccole cose di ogni giorno.

Racconti, giochi e filastrocche

Le profacole dla nonna

di Alessandro Birettoni della scuola “Green di Lacugnano”

Segnalazioni 2010

C’eva na volta n forca, poraccio ma sgaggio, de nome Fagiulino, che faceva I garzone ta n prete de campagna e je badava i porchettini.

N giorno l padrone i comandò de portalli tla cima de n monte dua c’eva n bosco de cerque bell’e tamanto. Là se mise n marcia con 40 beschiole per nutricalle co la janda, col di darportalle quann’che fussro pronte per macellà. Pe strada `ncontrò na vecchina che l mise n guardia contro mmago tristo mbompò che faceva l buio chi cristiani, li sfidava e quann che vinceva li faceva muccì via malamente.

Fagiulino la ringraziò e je rispondette che adè l’sapeva quil ch’éva da fa, nfatti comprò du forme de formaggio e du pezzi de marmo igueli e i mise drent a la sporta . Quann ch’arivò tal bosco montò supp’na pianta e spettò l mago, che arivò lemme lemme... . Alora Fagiulino pijò una die forme de cacio e ncumincò a strig(u)olalla e ntanto berciava tal mago: “L vede che forza che ciò io?... strig(u)lo l marmo co na mano” L mago per nun fasse cojonà volse provà lu ncòe e l forca je diede n pezzo de marmo; quisto ce provò e arprovò, benzì nun je riesci manco a spezzallo. Co nnervo per capello volse che Fagiulino arprovasse a fa quil cheva fatto prima e lue strig(u)olò quel’altra forma de cacio come se gnente fusse. L mago, tignoso, volse arprovà e Fagiulino je passò quel’altro pezzo de marmo che lu manco riesci a spezzà. Ncavlato guasto l mago s’arrese e nvitò l frego a dormì a casa sua. Ntra che cenavno lmago, che nnéva digerito la sconfitta, tirò fòra n antra gara: la matina doppo vinceva chi con dito passava per primo n tronco de na pianta da part’a parte. Fagiulino accettò e, de notte, ntra che l mago s’era abbioccato, con trapne fece n buco ta na cerqua e pu l riempi ncla segatura. La matina doppo l mago ce provò e ciarprovò, bensì tribblò na mulica. Ntratanto l forca eva nfilato l dito tla segatura e bucato l tronco n quattr’e quattrotto.

L mago rosicava e s’armagnava l feg(a)to, ma per non dajela vinta volse fa na terza gara, quilla col ruzzlone, n gioco che se faceva n Umbria là pple stradine de campagna. Fagiulino i disse de sie e, la macina doppo, l mago tirò la su “ruzzla” che arivò a du chilometri lontano, n bel tiro!...benzì quann che fu la volta del forca, quisto ncuminciò a pijà la rincorsa e pu se fermò col dì tal mago che toccava avisà quilli che stevon tal paesello a 10 km., perché la su “ruzzla” arivava fm a tlà e, con q(ue)la velocità, stricava de siguro tutti quilli che trovava pla strada. L mago se spaurò perché dli ce steva tutta la su famija: fiji, moje, nipoti (e l sapeva bene Fagiulino che s’era nformato la sera prima), cussi se ritirò da la gara e je disse che poteva fermasse da le su parti tutto i tempo che je pareva. E cussi, ngrasséti tutti i 40 porchettini, l garzone se ncamminò per arni a la pieve, dal padrone, e pe strada armuginava ta tutto l freddo e la fame chéva stentato e tutte le tasse che l curato j avria artrovato per daje, a la fine, quattro baiocchi come paga.

Fagiulino, “scarpe grosse e cervello fino”, cébbe sta trovata: arlocò le beschiole ton posto siguro, pu da n su’ amico che lavorava al mattatoio se fice armedià 40 codini de porchettini macellati de fresco e i ficcò ntra la biuta, ta n campo acost’a la canonica... Pu ncuminciò a piagne e a bercià: “Porett’a me, che disgrazia...Sor curato, che disgrazia! Currite... i porchettine...porellini!” L curato, a senti tutti sti strilli, se scapicollò giù e Fagiulino je spiegò che l fango eva armagnéto tutte le pore beschiole e alora l prete cominciò a lamentasse e a tirà i codini con forza, beni tle mani j armanevan solo quilli e cussi se dovette dà pace e licenziò malamente quil garzone sbadéto.

Cussi Fagiulino, cla su furbizia, arpijò i porchettini, i vendette e se sistemò per tutta la vita a la barba del padrone.

Giochi, conte, filastrocche dei nonni

della classe II B della scuola “Scaringi di Torgiano

Secondo Premio ex-aequo elaborati di classe 2010

Ninne nanne dei nonni

della classe II C scuola “Scarinci Torgiano” Secondo Premio ex-aequo elaborati di classe 2010

Nonna Ciambellina

di Francesca Maurizi con la nonna Augusta della scuola “Lombardo

Radice” di Perugia

Primo Premio ex-aequo 2011

La nonna Augusta si era di nuovo rintanata nella sua cucina...una volta mi ci aveva portato, era un posto non ordinato, né arredato con gusto, ma si sentivano odori che facevano sognare.

Erano le ricette che nella famiglia della nonna venivano tramandate da anni, come le tagliatelle che trasportavano l’odore del ragù e la pasta al forno con il sugo, la besciamella e varie spezie.

Ero l’assaggiatrice personale della nonna che dai piatti tipici sapeva passare anche ai piatti stravaganti. Ieri la nonna mi ha fatto entrare di nuovo nel suo regno, la sua cucina, e curiosando tra i suoi mestoli e padelle, notai una strana pentola di terracotta; la aprii, e dentro trovai una zuppa di un un originale colore rosso e viola che non avevo mai assaggiato prima, la nonna mi spiegò che era fatta con rape e radicchio rosso; una cosa disgustosa, pensai.

Davanti alla zuppa ho fatto varie smorfie, finché non scoprii, che la nonna mi stava osservando; ridacchiando disse che mi sbagliavo sulla zuppa e che quella probabilmente l’avevano assaggiata anche i cavalieri medioevali nella famosissima taverna di nonna Ciambellina, una sua antenata. Nella sua taverna venivano a mangiare e a parlare tutti i cavalieri più forti, abili e soprattutto affamati del reame. Io ero sempre più curiosa, lei mi spiegò che da tanti anni nel popolo del paese di Mezzaluna si erano infiltrati dei ricchi commercianti che si riconoscevano dalla faccia un po’ abbronzata e che il loro capo era un grandissimo gigante che aspettava un degno avversario da sfidare per decidere di chi sarebbe stato il regno. Re Rodolfo, così, cercò nonna Ciambellina per farle fare la zuppa più strana mai assaggiata nel paese e così lei ubbidì al Re. Infatti Nonna Ciambellina non era

soltanto una fantastica cuoca ma anche una maga. E dopo due giorni ecco la zuppa “strana” fatta con ingredienti segreti ma tutti naturali, bisognava farla assaggiare a tutti i cavalieri e quello a cui la spada si fosse illuminata voleva dire che era il prescelto.Niente però...ogni giorno alla taverna decine di cavalieri mangiavano la zuppa ma non succedeva mai nulla e passarono delle settimane. Un giorno un bambino dalle guance rosee e i capelli arancioni con qualche ricciolo qua e la, conoscendo i dolci che preparavano alla taverna, entrò di nascosto dai suoi amici che giocavano con lui a cavalieri in strada. Scambiando la zuppa per crema dolce ne assaggiò un pochino e la sua spada di legno si illuminò, nonna Ciambellina lo vide ma incredula rimase zitta per giorni e giorni non sapendo se dirlo al re o non dirglielo. Il ragazzo era il figlio della famiglia più povera del paese di Mezzaluna, ma la nonna alla fine disse bè se è lui è lui e mandò una lettera al Re. Il bambino-eroe venne portato dal re e lui prese la decisione di inviarlo al duello alla Roccia Alpina e chiese alla nonna Ciambellina di preparargli dei magici panini al cetriolo che lo aiutassero per il confronto. Il bambino incontrò il gigante che non aveva capito che era lui il suo sfidante, il gigante era certo che il suo avversario doveva essere un terribile e terribile cavaliere così non badò tanto al ragazzo.

Il bambino gli offri i panini al cetriolo magici e lui li mangiò.

In un battibaleno lo fecero diventare piccolo come una formica. Sì, il bambino vinse contro il gigante grazie ai magici panini di nonna Ciambellina. La nonna aveva finito il suo racconto e io ero ancora sbalordita...e così le dissi che lei era tenera e dolce , e i suoi piatti magici come quelli di nonna Ciambellina, lei invece smise di cucinare, mi abbracciò e mi disse che io ero la sua eroina e che assaggiare piatti e pietanze nuovi è sempre un’avventura.

La Favola di nonno Mi

di Sara Olmi della scuola primaria di Bastardo di Perugia

Coppe Speciali della Giuria 2012

Questo racconto lo dedico a nonno “Mi”.

Da quando sono nata, ho vissuto gran parte delle mie giornate con i miei nonni materni e fin da piccolissima, un momento speciale era quella mezz’ora che precedeva il pisolino pomeridiano.

Tutti i giorni mi sdraiavo sul letto con il mio nonno, e lui con tanta passione, mi raccontava una storiella a volte vera a volta inventata.

Mi raccontava di quando era caduto dall’albero delle prugne, restando stramortito a terra; mi raccontava di quella volta che salvò un agnellino appena nato abbandonato dalla sua mamma durante un terribile temporale estivo; oppure dei “tunnel” scavati nella neve durante la nevicata del 1956.

Ma mi ha raccontato anche il dolore che ha provato quando a 5 anni ha perso il suo papà, anche se era molto piccolo, questo brutto ricordo gli è rimasto impresso nella mente.

Ma la storia più bella che ancora oggi mi faccio raccontare è quella che narra di un bel principe che durante una battuta di caccia in una selva, incontrò una fanciullina magrissima, così magra, che pensò fosse stata abbandonata. Il principe rimase molto colpito dalla bellezza della fanciulla e preoccupato di lasciarla in quel bosco infestato da lupi, decise di farla salire sul suo cavallo e di portarla al suo castello di “Santo Pietro”, dove si sposarono, ebbero due figli e cinque bellissimi nipoti e dove vivono oggi felici e contenti.

Soltanto da poco tempo sono riuscita a capire che i personaggi della favola erano i miei nonni, il castello era la loro casa e quella favola dura ormai da 45 anni e fortunatamente anche io ne faccio parte.

Postfazone: breve storia del Premio Rina Gatti

“Nessuno allora ci aiutava a capire, le verità sulla vita e sul mondo erano coperte da tradizioni e superstizioni, da condizionamenti morali e religiosi che invece di proteggerci ci lasciavano completamente indifesi davanti alla realtà in cui saremmo prima o poi imbattuti.”

Questo passaggio bene esprime l’angoscia che Rina Gatti, giovane protagonista della storia autobiograficica che l’ha fatta conoscere, provava a causa della difficoltà di rapporto, di comunicazione e di scambio con gli adulti di allora; ed è partendo da riflessioni come questa che lei comincia, quando le vicende della vita le lasciano spazio per farlo e cioè con la pensione, a scrivere i ricordi che avrebbero fissato su carta il bellissimo affresco di “Stanze Vuote”, il suo primo libro edito da Thyrus nel 2000.

Per la signora ormai matura che era allora, mia madre, che aveva attraversato tutte le epoche della storia recente, da quella quasi medievale della mezzadria umbra fino alle soglie dell’anno 2000, scrivere era diventata un’esigenza, una necessità, che aveva due scopi. Il primo era quello di non lasciare nell’oblìo, anticamera della cancellazione dalla memoria collettiva, quel mondo aspro, difficile ma ricco di valori e di relazioni umane, basato sulla fatica e sulla conoscenza empirica ma capace di sostenere l’economia e lo sviluppo sociale di un intero popolo. E se questo era uno scopo con lo sguardo rivolto indietro, il secondo obiettivo di Rina Gatti guardava dritto al futuro. Era per la scrittrice un pensiero fisso quello di porre un argine alla dissoluzione della memoria del nostro recente passato, e la sua memoria individuale a questo doveva servire, voleva che fosse un puntello, un appoggio sicuro per sostenere il recupero della memoria collettiva relativa a quegli anni. Ma le opere di Rina Gatti rappresentano anche una forte denuncia sui rischi che si creano quando tra le generazioni manca la comunicazione. Un gravissimo errore che la sua, e le generazioni contigue alla sua, avevano pagato sulla propria pelle e che in epoca attuale rischia di far diventare i giovani di oggi dei futuri adulti inconsapevoli e incoscienti. O peggio ancora adulti cresciuti col solo nutrimento di illusioni e di fuorvianti messaggi che

la televisione e i mass media gli stanno riversano addosso ora. Da donna educata, prima, e abituata, poi, a “fare”, ella si pose il problema di che cosa poteva fare di persona, in che modo poteva dare il suo contributo: nacque così il progetto “Un futuro ricco di Memoria” che la portò in giro per le scuole dell’Umbria per incontrare i bambini e gli adolescenti ai quali dare la sua testimonianza e la sua esortazione ad essere curiosi, ad interrogare gli adulti e gli anziani, a non trascurare le proprie radici. Gli incontri infatti coinvolgevano, oltre agli alunni delle scuole, anche gli scolari “di ritorno” delle locali Università della Terza Età, in modo così da rendere anche fisico l’incontro tra le generazioni. Questo fece Rina Gatti fino al maggio del 2005, solo tre mesi prima che venisse a mancare, appena dopo essere divenuta nonna per la seconda volta. Le numerose iniziative che presero corpo dopo la sua morte e il desiderio di rendere in qualche modo attuabile il suo messaggio mi portarono, nel 2006 a immaginare un concorso da offrire agli alunni del III° Circolo di Perugia, che si trova a poca distanza dalla casa di Rina e che lei aveva frequentato in diverse occasioni, che ricordasse la sua figura in modo da attuare ciò che lei auspicava.

L’occasione si presentò con la programmazione del Festival “Librandosi” la cui seconda edizione si sarebbe svolta nella primavera successiva negli spazi dell’adiacente Parco S.Anna.

La sostanza e l’originalità della proposta erano indicate nel bando che avrebbe messo in concorso gli elaborati pervenuti a patto che rispettassero una condizione fondamentale: dovevano essere realizzati a quattro mani. L’opera prodotta doveva quindi essere il frutto di una collaborazione creativa tra un nipote e un nonno (anche adottivo) che insieme ideavano, realizzavano e presentavano il loro lavoro. Nel maggio 2007, all’interno della festa di libri e fantasia che fu “Librandosi”, coinvolgendo tutti gli alunni dei vari plessi scolastici del III°circolo, ebbe luogo la cerimonia di Premiazione della prima edizione del concorso “Premio Nonna Rina 2007 per la creatività intergenerazionale”. Il fatto che si svolgesse all’interno del Parco di

S.Anna aveva poi un grande valore simbolico almeno per due motivi: il primo è che quello era il luogo preferito da Rina per passare il tempo libero, specialmente nelle prime ore del mattino, dove osservare il risveglio della natura nelle varie stagioni, e il luogo ispiratore dove scrivere riflessioni e pagine di ricordi che sarebbero state poi l’ossatura dei suoi libri; il secondo è che in quel parco aveva passato i suoi momenti più belli e spensierati, per lei indimenticabili, insieme a Lorenzo, il suo primo nipote che aveva rinnovato in lei l’energia e la voglia di vivere. Fu subito evidente il successo della proposta e ne diede la misura il numero dei partecipanti al concorso, con elaborati di grande qualità che misero in difficoltà la giuria nel selezionare l’ancora ristretto numero dei premi, visto che il concorso partiva con un’unica sezione alla quale partecipavano racconti, poesie e lavori di gruppo.

L’8 giugno 2007 la massiccia presenza alla cerimonia di premiazione degli alunni e delle loro famiglie fu la migliore gratificazione per l’impegno ed il coinvolgimento di tutto il III° Circolo di allora, partendo dal Dirigente Rossano Caldari con tutti gli insegnanti delle scuole Cena, Alfieri, Falcone-Borsellino e in particolare quelle della scuola Lombardo Radice, fisicamente situata nel parco, con in testa le maestre Cristiana Gasparri e Cristiana Toscano.

La giuria prese forma grazie all’immediata ed entusiasta adesione di alcuni esperti con un lungo curriculum di attività didattica e pedagogica, composta dal Prof. Renzo Zuccherini, dalla Prof.ssa Floriana Falcinelli, dalla Prof.ssa Carmen Finamore e dalla Prof.ssa Marcella Falcinelli.

I premiati della prima edizione su 56 elaborati in concorso furono: 1° premio

“La prima volta che mio nonno sentì la radio” dell’alunno Filippo Berretta della classe V° C della scuola “Lombardo Radice” insieme al nonno Nicola Viterbo

2° premio ex aequo

“Vecchietta” di Edoardo Batocchi della classe III° A della scuola

“Falcone Borsellino” insieme alla nonna Giuseppa Belli

2° premioex aequo

“Grazie nonna Emma” di Silvia Guerriero della classe V° B della scuola “Lombardo Radice” insieme alla nonna adottiva Emma Burini

2° premio ex aequo

“Nonno Fred” di Dario Piergiovanni della classe V° C della scuola “Lombardo Radice” insieme al nonno Alfred Fenz

Premio speciale della Giuria

“Tuo padre non c’era e tua madre nemmeno” di Sofia Guarducci della classe IV° B della scuola “Lombardo Radice” insieme alla nonna Aldina Salari

Premio speciale della Giuria

“Invecchieremo” di Gerardo Rutigliano della classe V° B della scuola “Giovanni Cena” insieme alla nonna Anna Elisei Gatti

La seconda edizione 2008 vede il concorso ampliare i suoi confini ed il bando, esteso a tutti i circoli della città di Perugia e oltre, riceve il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale. Anche in questa edizione la cerimonia di Premiazione si svolge durante la terza edizione del festival Librandosi sempre negli spazi del Parco di S.Anna il 6 giugno 2008 alla presenza dell’Assessore Regionale Maria Prodi. Al concorso partecipano più di 80 alunni tra i circoli della città e quelli periferici fino a Piccione e Marsciano; questi furono i vincitori designati dalla stessa giuria che si era formata l’anno precedente: 1° premio

“Composizione senza titolo” di Lorenzo Ortiz de Oliveira della Scuola Capitini di Spina – Marsciano con la nonna Maria Farina

Nello scritto l’alunno riporta, dalla memoria ricevuta dalla nonna, un fatto familiare accaduto durante la II° Guerra Mondiale. Il ricordo riguarda una vicenda particolarmente devastante per la Storia “al femminile”. Difatti quella consegna forzata dell’oro alla Patria divide in modo drammatico l’identità sociale da quella personale della protagonista. La scrittura è ordinata, lo stile è semplice e coinvolgente.

2° premio ex aequo

“Abilà e il suo principe” di Alessandro Chinea della Scuola CiabattiMontessori di Perugia con il nonno Sergio D’Innocenzio

È una scrittura a 4 mani. Complessa, articolata che ben testimonia lo spirito del Concorso. Si narra di un “normale” rapporto intergenerazionale.

“Composizione senza titolo” di Alessandro Fulle della Scuola Capitini di Spina – Marsciano con la nonna Maria Teresa Bianchini.

Lo scritto è un sapiente intreccio tra i vissuti personali, derivati sempre dai racconti delle dirette esperienze dei nonni, e le vicende belliche nazionali. Lo stile è efficace con modalità proprie del procedere storico e riesce a comporre un quadro di insieme formato da diverse scene.

“Un compleanno del 1940” di Valentina Napolitano della Scuola Lombardo Radice di Perugia con la nonna Rita Matrone

La biografia personale di una bambina di 10 anni si scontra violentemente con gli eventi storici nazionali e internazionali. Il desiderio di normalità si infrange, scompare di fronte al boato della guerra che avanza.

“Un passo indietro...nel tempo” di Giacomo Piselli della Scuola Bonucci di Ponte Felcino – Perugia con il nonno Argante Fioroni

Questa scrittura restituisce un aspetto inconsueto, ma pur sempre reale della guerra. L’amicizia tra due ragazzi che la guerra ha reso nemici.

Premio speciale della Giuria

“N altro mondo” un elaborato originale in dialetto perugino realizzato da un gruppo di alunni di III° e IV° della Scuola di Piccione –Perugia.

Questo elaborato colpisce per la vivacità e per la volontà di recuperare il dialetto come forma di espressione da vissuti comunicabili per la loro autenticità solo attraverso questa forma

Nel 2009 la terza edizione del premio estende il bando a tutte le scuole primarie della provincia di Perugia e gode ormai del patrocinio di tutte le principali istituzioni umbre e degli enti e associazioni che si occupano della salvaguardia della memoria.

Con la sospensione del Festival Librandosi, la cerimonia di premiazione si sposta nei locali della Fondazione S.Anna in Viale Roma,

proprietaria dei locali del Collegio omonimo che dava il nome anche a tutto il vallone sottostante dove in seguito venne realizzato il Parco S.Anna, il giorno era il 29 maggio 2009.

In questa edizione, alla presenza dell’Assessore Regionale Maria Prodi e dell’Assessore Comunale Tiziana Capaldini, viene istituito il premio onorario Maestro di Vita che è assegnato, per il 2009, al Prof. Attilio Bottaccioli, mentre la giuria assegna i premi ai seguenti elaborati sui 77 ricevuti:

1° premio

“Quando mia nonna andava a scuola con la cartella di cartone” di Benedetta Valloni Scuola G. Cena Perugia con la nonna Giuliana È uno spaccato di vita quotidiana legata al mondo della scuola, resa con vivacità e leggerezza, e con la capacità di segnare la distanza nel tempo attraverso la concretezza dei gesti e degli oggetti.

2° premio ex aequo

“I nonni” di Riccardo Mogetti Istituto Comprensivo Giano Bastardo

Testo poetico ricco di immagini che lasciano trapelare i sentimenti profondi del rapporto intergenerazionale

2° premio

“Nonna Giulia” di Federico Volpi Scuola Collodi San Sisto con la nonna Giulia

Testo che mostra padronanza nell’uso dei diversi registri linguistici e dei meccanismi narrativi nel rappresentare la comunicazione familiare

“Il nonno lontano” di Fabio Kulla Scuola Primaria Bastardo

Espressione di una relazione che si mantiene viva anche attraverso la lontananza, rivitalizzato nella quotidianità con l’esempio del tepore del latte del mattino“La vita in campagna” di Andrea Cruciani Scuola Collodi San Sisto con il nonno Luigi

Dialogo brillante in un dialetto fortemente intriso di arcaismi e di contenuti della cultura contadina del passato, che risulta perciò capace di continuità anche presso le nuove generazioni

Premio speciale della Giuria per la piacevolezza del gioco ritmico e linguistico, ottenuta a partire da percorsi didattici ben strutturati e motivanti

“Il mondo senza nonni” di Madalina Elena Mihai Istituto Comprensivo Bastardo

e

“Contare con i nonni” lavoro di gruppo della IVA Scuola Collodi

San Sisto con i nonni Giulia e Ottavio

Segnalazioni della Giuria

“Progetto ‘n famija” di Pietro Talarico Scuola Santucci Perugia con la nonna Anna

“‘L rincojonimento” di Andrea Talarico Scuola Santucci Perugia con la nonna Anna

“Discussione tra Nonno Mario e Nonna Anna” di Alessio Pierini

Scuola Comparozzi Perugia con nonno Mario

“Giancarlo”di Andrea Galli Scuola S. Lucia Perugia con nonna Gina

“Nonna da sogno” di Giulia Lenzi Scuola S. Lucia Perugia con nonna

Costanza

“I nonni” di Gioele Ghiani Scuola Primaria Bastardo

“La nonna racconta”di Francesca Stentella Scuola S. Lucia Perugia con nonna Maria

Nella quarta edizione il concorso 2010 diviene multimediale perché si introduce una nuova sezione dedicata a chi vuol partecipare al concorso con una produzione videoregistrata, quindi non solo elaborati scritti ma anche creazioni o interviste realizzate con una videocamera.

Vengono anche separate le sezioni tra elaborati prodotti individualmente e produzioni invece di gruppo o di classe.

La cerimonia di premiazione ha luogo di nuovo alla Sala S. Anna l’8 maggio 2010, alla presenza del Vice Presidente della Regione Carla Casciari e del Consigliere Comunale Francesco Mearini. Per questa edizione il Premio Maestro di Vita è assegnato a Don Angelo Marchesi; al concorso avevano partecipato circa 400 alunni nelle varie sezioni ed i vincitori del concorso furono:

1° premio ex aequo

“Una nonna compagna di giochi” di Alessandro Gambelunghe con la nonna Bruna – Scuola Lombardo Radice Perugia

Testo brillante che dà conto di una relazione molto stretta tra generazioni, con scambio di emozioni e conoscenze e un piccolo rovesciamento di punti di vista e di ruoli tra adulto e bambino. e

“Una notte speciale” di Andrea Calzini con la nonna Vanda – Scuola

Lombardo Radice Perugia

Racconto che fa vivere una esperienza di proiezione nel passato, con la memoria che scaturisce spontaneamente dal quotidiano della relazione affettiva.

2° premio ex aequo

“Avventura nel mare” di Elena Cecchini con il nonno Nevio - Scuola

Lombardo Radice Perugia

Testo ove la figura del nonno si manifesta rassicurante e fragile, e si evidenzia il rapporto di emozioni tra nonno e nipote, in una favola vera a lieto fine.

“Panem et circenses” di Michele Cecchetti con la nonna Rita – Scuola

Collodi San Sisto

Per la capacità di giocare con la lingua e le lingue nella relazione quotidiana, con affettuosa ironia.

“Dov’è Francesco?” di Bianca Savini con la nonna Giuseppa –Scuola Monte Cervino Foligno

Racconto di un momento di difficoltà e di forti emozioni, con il coraggio di mostrare ai bambini anche le proprie debolezze.

Premio speciale della Giuria per l’originalità dei temi e la buona resa testuale, e per la presenza di situazioni diverse, relative anche a nonni di altri paesi

“Io, un coniglio e la mia nonna” di Miriam Fogu - Scuola Lombardo

Radice Perugia

“Oggi c’è scuola” di Luna e Deja Rodi - Scuola Umberto Calzoni

San Martino in Colle

“L’isola di Giava” di Daniel Ciai – Scuola Monte Cervino Foligno

“Lavoro con il nonno” di Sheval Ramanovsky - Scuola Primaria Bastardo

“La storia di mio nonno” di Alessandro Valentini - Scuola Primaria

Bastardo

Segnalazioni della Giuria per l’originalità della trattazione e la piacevolezza dei testi:

“Le ali” di Andrea Ramacciati – Scuola Lombardo Radice Perugia

“Che il gioco abbia inizio” di Andrea Cruciani – Scuola Collodi San Sisto

“Le profacole dla nonna” di Alessandro Birettoni – Scuola Green di Lacugnano

“Quando a scuola si andava a piedi” di Francesca Stentella – Scuola

Santa Lucia

“La cagnolina messaggera” di Sara Borzetta – Scuola Monte Cervino Foligno

“La villa dei cioccolatini” di Camilla Arcangeli – Scuola Monte Cervino Foligno

“Nonnetta mia” di Luca Graziani – Scuola Primaria di Giano

Sezione Elaborati di Gruppo o di Classe:

1° premio

“Brrr... che freddo” e “Filastrocche e ninne nanne” della classe IIA

- Scuola Scarinci Torgiano per l’originalità dei prodotti e la valenza didattica del percorso di comparazione tra le tecnologie; molto valido anche il lavoro di raccolta di filastrocche e ninne nanne.

Secondo premio

“Nonni in versi e Giochi, conte, filastrocche dei nonni” della classe

IIB – Scuola Scarinci Torgiano per il lavoro di ricerca e raccolta di elementi di cultura orale tradizionale, e per la cura nella presentazione grafica dei quadernetti collettivi

“Il mio nome è Giuliano”, “Intervista ai nonni” e “Ninne nanne dei nonni” della classe IIC – Scuola Scarinci Torgiano per il recupero del lessico relativo a oggetti sconosciuti ai bambini di oggi, ed anche per la manualità e la cura del libro come prodotto del lavoro di gruppo.

Sezione video:

1° premio

“Tra presente e passato” di Andrea Cruciani con il nonno Antonio

- Scuola Collodi San Sisto

un dialogo tra generazioni in cui c’è lo scambio della coscienza, e di ruoli, che nasce dall’interazione

2° premio

“Nonna bisnonna” di Maria e Teresa Panduri insieme alla nonna

Maria Antonietta – scuola Fabretti Perugia

un’intervista in cui le bambine rimangono incantate dal racconto di vita, una testimonianza che fornisce loro un modello positivo di donna

“Lezioni di cucina” di Azzurra Lucaroni con la nonna Giuseppina

- Scuola Collodi San Sisto

nell’ambito domestico si realizza un’educazione che è insieme alla manualità ed al sapere, in cui la bambina è protagonista e la nonna è capace di osservare e sostenere.

Il 23 settembre 2010 avviene la costituzione dell’Associazione Culturale RINA GATTI senza scopo di lucro.

Soci fondatori sono Floriana Falcinelli, Renzo Zuccherini, Luciana Brunelli, Carmen Finamore, Marcella Falcinelli, Mariella Chiarini, Gino Goti e Giovanni Paoletti

Per statuto l’Associazione RINA GATTI persegue i seguenti scopi:

- diffondere l’interesse per la memoria storica, individuale e collettiva in particolare nella fascia di età dell’infanzia, tra i ragazzi e tra i giovani, attraverso un concorso a cadenza annuale rivolto alle scuole senza limiti di indirizzo né limiti di territorio; - facilitare lo scambio la comunicazione ed il passaggio della memoria tra le generazioni organizzando ogni tipo di attività culturale che possa metterle in contatto, attivandosi con manifestazioni e iniziative che coinvolgano persone, enti ed associazioni;

- stabilire collaborazioni con genitori e nonni, educatori, insegnanti ed operatori sociali, nel campo della cura della memoria con il fine di valorizzarla in quanto bene per la persona e valore sociale; - proporsi come punto di riferimento e di aggregazione nel nome di interessi culturali, assumendo una funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile rivolta alle nuove generazioni, grazie alla valorizzazione della memoria collettiva locale anche attraverso la conoscenza e la diffusione delle opere di Rina Gatti.

L’Associazione riceve il riconoscimento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che decide di insignirla della Medaglia di Rappresentanza per sottolineare la condivisione della sua attività e degli scopi che si prefigge. Il Presidente invia anche un’altra Medaglia di Rappresentanza da assegnare nell’ambito dell’edizione annuale del Premio. La quinta edizione dell’anno 2011 segna una svolta nell’offerta del concorso che viene esteso alle scuole secondarie di primo grado, anche se limitatamente alla sezione video, e si incrementano le possibilità di partecipazione per lavori di classe che si presentano

sempre più complessi ed espressivi di una intensa attività preparatoria con la presenza di nonni e adulti nelle classi. La cerimonia di premiazione, il 14 maggio 2011, ha luogo nell’auditorium di S. Maria della Salvezza ad Olmo, una struttura capace di ospitare le diverse centinaia di persone affluite per l’occasione.

Il Premio Maestro di Vita viene assegnato alla Prof.ssa Adriana Croci e sempre a lei viene attribuita la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica. Essendo poi la sede della premiazione nei luoghi dove aveva vissuto e svolto la sua attività la Maestra Gabriella Brugnami, indimenticata, sensibile insegnante e scrittrice, vengono attribuite due Targhe in sua memoria a persone del mondo della scuola che hanno dimostrato particolare passione nello svolgere la loro attività. Le Targhe vengono consegnate al Prof. Giuseppe Sofia ed alla maestra Maria Carmela Furfaro.

In questa edizione sono presentati ben 130 elaborati prodotti da circa 400 alunni di tutta la provincia; questi furono i vincitori designati dalla Giuria che, per l’occasione era stata allargata ai soci fondatori dell’Associazione:

1° premio ex aequo

“Nonna Ciambellina” di Francesca Maurizi della Scuola Lombardo Radice Perugia con la nonna Augusta una incursione in cucina diventa il pretesto per una narrazione fiabesca di notevole efficacia e attrattiva

“Il viaggio della speranza” di Alessandra De Luca della Scuola Primaria di Bastardo con i nonni Carmela e Antonio la storia familiare dell’emigrazione viene trasmessa con orgoglio e affetto, come fondazione del presente, attraverso una narrazione precisa e perciò avvincente 2° premio ex aequo per le situazioni individuate, in cui realtà e immaginazione sono valorizzate da una buona capacità narrativa e vivacizzate dalla scelta del punto di vista.

“Le mani del mi nonno” di Chiara Giovagnotti della Scuola S.Lucia

Perugia con il nonno Aldo

“Un avo famoso” di Matteo Guardabassi della Scuola Lombardo Radice Perugia con il nonno Oddone

“Le pietre dell’arcobaleno” di Sara Arena della Scuola Lombardo Radice Perugia con la nonna Giuliana

Targa Speciale della Giuria

“La mia nonna adottiva Argentina” di Aurora Pauselli della Scuola Primaria Lambruschini Ferro di Cavallo Perugia con la nonna Argentina un lavoro a più mani e più generazioni, in cui il rapporto con l’anziano è frutto di una scelta affettiva in un contesto di solitudine dei bambini; particolarmente toccanti gli appunti di vita dell’anziana, corredati da foto d’epoca.

Coppeassegnate della Commissione per l’originalità dei temi, la vivacità narrativa e la buona resa testuale.

“I racconti di nonna Rita” di Elenia di Giacomo Scuola Primaria Bastardo con la nonna Anna Rita

“La mia nonna Anna racconta” di Virginia Carmeli della Scuola Primaria di Olmo Perugia

“La mia nonna Adriana e i suoi racconti” di Lorenzo Ciacci della Scuola Primaria di Olmo Perugia

Segnalazioni per l’originalità della trattazione e la piacevolezza dei testi

“Che paura!” di Eleonora Bianchi Scuola S.Lucia Perugia con la nonna Francesca

“Una nonna super” di Andrea Vittori Scuola Primaria Bastardo con la nonna Enrica

“I miei nonni” di Lorenzo Fagioli Scuola Primaria Olmo Perugia

Sezione Elaborati di Gruppo o di Classe:

1° premio ex aequo

“C’era una volta il gioco” delle classi IIA e IIB Ist. Compr. G. Dottori

– Torgiano

una accurata e complessa ricerca sui giochi tradizionali, trasformata in racconto grafico con illustrazioni descrittive e una narrazione in rima e

“Il casolare. Ricordi d’infanzia” della classe IIA Scuola Primaria

Olmo – Perugia

elaborazione narrativa di un articolato lavoro di intervista e ascolto della vita di una narratrice che si fa testimone del suo tempo presso i bambini

2° premio ex aequo lavori poetici collettivi, impegnativi e di gradevole risultato

“La strada della vita” della classe IIIB - Scuola Lombardo Radice Perugia

“I nonni son così” della classe V Scuola Madre Teresa di CalcuttaBastia Umbra.

Sezione video

Premio al video:

«Fratelli d’Italia» della classe IIC - Scuola Secondaria di Primo Grado

San Paolo Perugia

le osservazioni raccolte tra i nonni diventano occasione di riflessioni sull’Italia di oggi

Per l’edizione 2012 del concorso l’Associazione decide di cambiare il nome del Premio che diventa Premio RINA GATTI e modifica di nuovo il bando per offrire anche agli alunni delle scuole secondarie di primo grado l’opportunità di partecipare con elaborati scritti sia individuali che di classe.

La Presidenza della Repubblica invia due Medaglie di Rappresentanza che permettono di assegnare in questa edizione due premi onorari: al Prof. Gabriele Goretti e al Dirigente Sportivo Sauro Mencaroni. La cerimonia di Premiazione ha luogo il 12 maggio presso l’Auditorium Aldo Capitini di Perugia, gremito di classi e famiglie in rappresentanza dei circa 350 alunni partecipanti, alla presenza dell’Assessore Provinciale Donatella Porzi.

I premiati della Giuria sono stati:

1° Premio Elaborati individuali Scuola Secondaria di Primo Grado

“Il mare” Riccardo Mochetto col nonno Righetto Scuola A. De Gasperi Norcia

2° Premio ex aequo

“Paesaggio Innevato” di Susanna Giannangeli con Ornella della Scuola A. De Gasperi Norcia

“Il mitico nonno racconta” di Martina Cavola col nonno Giuseppe della Scuola Bastardo

Elaborati individuali Scuola Primaria

Primo premio

“Love Story” di Loredana Bianchi con la nonna Guglielma della Scuola Bastardo

Secondo premio ex aequo

“L’importanza del nonno” di Zinab Akherraz con il nonno Mohamed della Scuola Bastardo

“Ma che è sto malocchio”di Elenia Di Giacomo con i nonni Penisia e Fiorello della Scuola Bastardo

Coppe assegnate della Giuria

“I miei nonni” di Sara Tagariello - Scuola Primaria Olmo

“W la scola” di Matteo Fiorucci - Scuola Priomaria Tei Balanzano

“La favola di nonno Mi” di Sara Olmi Scuola Primaria Bastardo

“La scola dei mi nonni” di Alessia Montecucco - Scuola Priomaria

Tei Balanzano

“Io mi ricordo” di Tommaso Tortoioli - Scuola Secondaria di Primo Grado Purgotti

“La grande nevicata del 56” di Lucia Temperini - Scuola Secondaria di Primo Grado B. di Betto

Sezione video

1° Premio

“C’era una volta...i nonni raccontano” della classe IIA - Scuola Primaria Santucci - Perugia

Queste sono state le sei edizioni del “Premio per la creatività intergenerazionale” intitolato alla memoria di Rina Gatti; una manifestazione che ha cercato di adeguarsi sempre ai continui cambiamenti che il mondo odierno propone e che vuole rendere ancora più mirato e propulsivo il suo progetto. Così, nell’assemblea annuale del 15 ottobre 2012 l’Associazione RINA GATTI ha deliberato la sospensione del concorso per l’anno scolastico 2012-2013 allo scopo di preparare un nuovo progetto che ne migliori e caratterizzi ancor più la realizzazione. L’obiettivo e quello di ridisegnare il concorso, puntando ad una offerta più mirata verso i singoli istituti comprensivi ai quali sarà proposto, uno ogni anno, di partecipare al concorso attraverso un progetto indirizzato a tutte le classi con differenti attività, sia scolastiche che laboratorali, che avranno sempre per oggetto la memoria individuale e collettiva, in collaborazione con nonni e adulti che saranno coinvolti dagli stessi alunni.

“MAESTRI DI VITA”

Nell’anno 2009, in occasione della la III edizione del Premio per la creatività intergenerazionale, è stata inserita una nuova sezione che prevedeva un riconoscimento speciale.

È prassi diffusa che in cerimonie similari vengano istituiti premi, assegnati poi con formule differenti, che si propongono un identico scopo: riconoscere il valore dell’attività svolta durante tutta la vita da persone che hanno mostrato non solo capacità e talento ma anche particolare passione e impegno.

Si tratta di premi alla carriera o premi onorari che vogliono rendere tangibile il senso di gratitudine che una comunità, piccola o grande, vuole tributare a chi si è dimostrato particolarmente dedito al proprio dovere o alla propria scelta di vita, specie quando questo dovere o questa scelta riguarda ed è rivolto al prossimo.

Il Premio intitolato a Rina Gatti è nato con lo scopo di valorizzare il rapporto di comunicazione e scambio tra le generazioni e, per raggiungere il suo obiettivo, ha stimolato la realizzazione di elaborati fatti a più mani da bambini e adulti insieme. Sono stati quindi i racconti e le memorie dei nonni e degli adulti ad arricchire le conoscenze dei giovani concorrenti e a permettere loro di partecipare al concorso, giovandosi della originalità e talvolta della unicità del fatto raccontato o dell’esperienza condivisa.

L’introduzione del Premio Maestro di Vita è stata quindi una scelta con un obiettivo speculare rispetto a quello principale del concorso per i giovani alunni: il desiderio di coinvolgere in maniera diretta e personale coloro che, nella propria attività di vita e di lavoro, sono stati a stretto contatto con i più giovani e hanno contribuito in maniera appassionata ed efficace a costruire il percorso migliore possibile per l’avvicendarsi delle nuove generazioni.

Un percorso, mille percorsi; nella scuola ma non solo, perché la formazione di una personalità passa attraverso lo svolgersi ed il susseguirsi di molteplici attività dentro e fuori l’istituzione scolastica. Quindi non esiste un terreno privilegiato dove individuare personalità generose ed appassionate che hanno dedicato la propria vita a cercare di costruire, impostare, migliorare, arricchire, difendere il diritto di ogni bambino o giovane a godere delle medesime opportunità.

Nella ricerca e nella selezione dei candidati l’Associazione si è avvalsa dei suggerimenti e delle proposte di diversi soggetti interni ed esterni, tra questi ultimi merita una menzione particolare il poeta e scrittore, nonché maestro, Walter Pilini, grande conoscitore del nostro territorio, dei suoi fermenti e delle personalità che vi operano.

È stato quasi inevitabile, in occasione della prima assegnazione, cominciare dal mondo della scuola e, tra le tante personalità che avrebbero, tutte per differenti e validi motivi, meritato il riconoscimento, è stato individuato il Prof. Attilio Bottaccioli.

Attilio Bottaccioli nasce a Montone nel 1922 e comincia presto a fare il maestro nelle scuole elementari sparse nelle zone rurali della nostra regione.

Farà il maestro per 22 anni, anni durante i quali accumulerà una eccezionale esperienza umana e professionale educando generazioni di bambini in ambienti sempre differenti e attraversando i mutamenti storici e sociali dal dopoguerra al boom economico, dalla civiltà contadina all’inurbamento disordinato.

Dopo l’insegnamento inizierà la lunga carriera di dirigente scolastico, durata 23 anni nella figura di Direttore Didattico.

Dal 1969 al 1988 sarà al Quarto Circolo che era situato nell’area tra Via Quieta e Case Bruciate a Perugia ma che comprendeva anche le Scuole Elementari all’interno delle Carceri cittadine nonché quelle del Centro Don Guanella allora chiamato Centro Sereni.

Fu membro del Movimento di Cooperazione Educativa che sperimentò con successo forme attive di autogestione degli scolari. Fu particolarmente attivo nello stimolare un coordinamento tra tutti i Maestri del Circolo al fine di rinnovare la didattica nelle scuole favorendo attività artistiche e creative scolastiche ed extrascolastiche.

Ha favorito l’applicazione di un metodo di lavoro dei maestri teso ad arricchire il rapporto naturale tra i bambini ed i loro nonni al fine di sostanziare la conoscenza del passato con inchieste e racconti di vita che in alcune occasioni hanno avuto risonanza nazionale.

È stato un intellettuale fecondo che ha elaborato metodiche, analisi, approfondimenti e innovazioni di valore riconosciuto non solo nella nostra regione.

Amico e collega di Giacomo Santucci è stato anche amico dello scrittore Gianni Rodari che conobbe durante un convegno ad Assisi e che restò folgorato dalla innovativa metodica sullo studio della matematica nelle classi elementari che Attilio Bottaccioli illustrò in quell’occasione.

Aveva conosciuto anche Rina Gatti, prima attraverso i suoi scritti dai quali fu molto colpito e poi incontrandola personalmente negli spazi verdi del Parco S.Anna del quale erano entrambi assidui frequentatori.

La sua dedizione al lavoro di educatore, il suo rigore nel cercare sempre di porre al centro della propria azione l’interesse dei bambini che gli erano affidati, le sue capacità di comunicazione e di coinvolgimento dei maestri che con lui hanno collaborato, gli sforzi di innovazione e di ricerca che ha applicato hanno lasciato un segno ancora presente nella scuola locale.

In occasione della Cerimonia di Premiazione del Premio Nonna Rina edizione 2009, la figura del Prof. Bottaccioli è stata delineata dal Maestro Walter Pilini.

“È stato un punto di riferimento insostituibile per i giovani maestri, la sua lucidità critica e la sua onestà intellettuale permisero sempre scambi e confronti, a volte animati ma molto fecondi. La sua pacatezza, la sua bontà d’animo, le pratiche nuove, l’aggiornamento continuo,la didattica della matematica, la valorizzazione della musica sono solo alcune delle caratteristiche che hanno reso il suo operato un punto di svolta. La sua capacità di farsi carico di compiti difficili, come la scuola presso il carcere di Perugia e quella all’interno dell’Istituto Sereni, poi Opera Don Guanella, dimostra la sua capacità di gestire la diversità quando la diversità era relegata in scuole separate, quando la scuola non era di tutti. Grazie all’opera di persone come Attilio Bottaccioli siamo passati dall’esclusione all’inclusione. Bottaccioli ha introdotto le pratiche del confronto co-operativo, che andava oltre l’individualismo imperante allora nella scuola e, pur essendo Direttore, è sempre rimasto un Maestro.”

Al Prof. Attilio Bottaccioli è stato assegnato il Premio Speciale Maestro di Vita e la targa consegnatagli riportava la seguente motivazione:“per l’eccezionale e non dimenticato impegno profuso nel preparare alla vita le giovani generazioni durante la sua lunga carriera scolastica”

Premiazione ad Attilio Bottaccioli

Per l’edizione 2010 l’attenzione di coloro che erano incaricati di individuare la personalità da premiare si indirizzò fuori dal mondo della scuola. Emerse quindi la personalità di un parroco che, nonostante avesse ormai concluso l’attività parrocchiale, era rimasto nel cuore di migliaia di persone di tante generazioni successive. Giovani, meno giovani e adulti che avevo trascorso con lui parte della propria vita e che grazie a lui avevano potuto praticare attività sportive e ricreative in quartieri che, solo grazie alla buona volontà di questo parroco, avevano potuto dotarsi di spazi e occasioni di gioco e sana sfida agonistica.

Si trattava di Don Angelo Marchesi, indimenticato parroco per tanti anni della parrocchia del quartiere di Elce a Perugia.

Don Angelo Marchesi è stato parroco dell’Elce (Parrocchia di San Donato all’Elce) dal 19 novembre 1989 al 26 ottobre 2008.

È nato a San Bartolomeo dei Fossi (Umbertide) il 24 maggio 1931.

È stato ordinato sacerdote nel 1955, ed ha celebrato la sua prima Messa nella piccola cappella delle Suore di Santa Maria del Rifugio, allora sede della Parrocchia dell’Elce, il 30 giugno dello stesso anno.

È rimasto accanto al Parroco di San Donato, Don Nazareno Bartocci, fino a tutto il 1956, e contemporaneamente ha svolto le funzioni di Prefetto del Seminario Diocesano di Montemorcino.

Nel 1957 viene nominato Vicario Cooperatore nella Parrocchia di Castiglione del Lago, ove rimane per due anni. Nel 1959 ritorna all’Elce, fino al 1964, unendo il suo ministero di cappellano a quello di assistente spirituale e principale animatore dell’Oratorio Penna Ricci in borgo Porta Sant’Angelo, precedente sede dei Salesiani trasferiti al nuovo complesso di viale Pompeo Pellini. Conserva quest’ultimo incarico fino al 1972, quando viene nominato assistente spirituale del Convitto dell’O.N.A.O.S.I. (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiana) di Viale Orazio Antinori.

Nel 1979 collabora con Don Luciano Tinarelli presso la parrocchia di Monteluce, ove rimane per due anni.Nel 1980 ritorna ancora una volta all’Elce, come vice-parroco, conservando sempre la guida spirituale del Convitto dell’Onaosi, fino alla sua nomina a parroco dell’Elce, dopo la scomparsa di Mons. Nazareno Bartocci, il 19 novembre 1989.

Dal 1960 al 1988 Don Angelo Marchesi è stato anche insegnante di religione, prima presso la Scuola Media “Purgotti” e successivamente presso l’Istituto Tecnico per Geometri.

Il 26 ottobre 2008 è il giorno della sua “pensione” e con una Messa solenne, lascia la parrocchia dell’Elce per assumere l’incarico di Penitenziere della cattedrale, conferitogli dall’Arcivescovo emerito Mons. Giuseppe Chiaretti.

Di Don Angelo delinea la figura e la personalità lo scrittore Franco Monacchia:

“Insieme con un carissimo amico, Giancarlo Perfetti, con cui divido ancora i ricordi di quel bellissimo giorno, ebbi l’onore di servire come chierichetto la prima messa di Don Angelo, nella Cappella delle Suore dell’Elce.

Scherzando una volta gli ricordai la lunga predica fatta in quell’indimenticabile occasione e lui sorridendo rispose: “Fu lunga sul serio? Non me ne resi conto, tanto ero felice di essere prete!”

Da allora non l’ho più lasciato e gli ho voluto bene come e più che a un padre o, meglio ancora, a un fratello maggiore.

Con lui e con Don Nazareno, sotto la spinta di questi due grandi e indimenticabili sacerdoti, siamo cresciuti in tanti nella Parrocchia dell’Elce, fino a farla diventare, forse, la più importante e attiva della Diocesi.

Io sono tra quei “vecchi” ragazzi dell’Elce, cui fece nascere un entusiasmo incredibile, come a tanti altri, nella fede, nella scuola e nello sport; tutti, sempre, abbiamo trovato in lui un amico, un educatore, un confidente, oltre che un grande sacerdote.

Durante i periodi in cui Don Angelo è rimasto all’Elce la parrocchia ha vissuto i suoi momenti più belli: le sue sale, il suo piazzale, il piccolo campo sportivo, il suo teatro erano stracolmi di bambini e di giovani, cui lui dedicava tutto il suo tempo, senza naturalmente dimenticare gli altri, gli adulti, i tanti anziani, gli ammalati.

Lo abbiamo visto andar via dall’Elce più di una volta e questo ci ha sempre sgomentato, ma poi lo abbiamo visto alla fine tornare con il titolo e l’autorità che meritava e che noi abbiamo quasi imposto.

La sua vita è stata interamente dedicata ai giovani: nella strada, nell’oratorio, nella scuola, nel collegio, nello sport: il borgo di Porta Sant’Angelo, il Pennaricci, l’ONAOSI, il C.S.I., le parrocchie.

Fu proprio con lui e con Don Nazareno, che a metà degli anni cinquanta i ragazzi dell’Elce furono protagonisti di una quasi inverosimile esperienza che solo parecchi anni dopo sarebbe diventata una normalità: riunire ragazzi e ragazze, in un’unica associazione, religiosa e ricreativa, un Club Giovanile che venne chiamato “Folgore”. All’epoca quel gruppo di ragazzi in gamba apparve, ai più conservatori “scandaloso” e invece precludeva alle grandi aperture del Concilio Vaticano II.

È stato un infaticabile organizzatore di campeggi indimenticabili, gite, grandi riunioni sportive (famose le “Olimpiadi dell’Elce” in contrapposizione alle più celebri “Olimpiadi Salesiane), che l’hanno visto sempre presente, vigile e al tempo stesso “complice”.

Don Angelo ha sempre avuto una battuta pronta e una risposta spiritosa in ogni circostanza; di lui non ho mai dimenticato anche una frase che disse quando stava diventare parroco: “Non vorrei essere parroco, perché… potrei fare sì tanti battesimi e tanti matrimoni, ma non vorrei mai fare funerali…”

Arrivò poi quella che credo sia stata la pagina più bella del suo ministero: un vero e proprio trionfo il 29 giugno 2005, nella celebrazione del cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Una chiesa stracolma di gente, fin sul sagrato e sul viale, una popolazione festosa, un lunghissimo, prolungato applauso al momento del suo ingresso, i doni di tutti, le sue parole commosse con-

cluse con l’auspicio a rimanere il più a lungo possibile, l’allegro momento conviviale che lo vide quasi stordito da tanto amore, tanti vecchi parrocchiani “emigrati”, accorsi da ogni parte, da altre parrocchie, addirittura da altre città.

Infine è giunse anche per lui il momento di andare in pensione, di lasciare la Parrocchia; anche in quell’occasione ci fu una gran festa, ma il velo di mestizia per il suo andar via offuscò la festa dei parrocchiani, per lui e per noi, che lo amavamo con tutto il cuore e con tutta l’anima, quella che tante volte ci aveva “ripulito” in confessione.

Sapevamo che non avremmo più visto Don Angelo, in camice bianco legato in vita con il cordone sempre troppo lungo, intento a conversare con chiunque passasse davanti alla “sua” chiesa, a dare scherzosi scappellotti ai bambini, a far complimenti alle mamme, ad accarezzare tanti anziani, a parlar di calcio, lui tifoso autentico del Perugia dei “Miracoli” e Juventino doc, con i tifosi dell’Inter o del Milan.

Questa del “Premio Maestro di Vita”, nell’ambito del “Premio Nonna Rina”, è una grande occasione, il riconoscimento di quanto lui ha fatto per i bambini e perché no, per tanti nonni, e ce lo fa ritrovare di fronte, non dimenticato, e noi potremo ancora dichiarargli il nostro affetto e il nostro rimpianto.”

La targa consegnata a Don Angelo Marchesi da Mons. Elio Bromuri riportava la seguente motivazione:

“per la sua eccezionale e non dimenticata attività di educatore e di animatore di importanti fasi di crescita e di preparazione alla vita delle giovani generazioni nella città di Perugia”

Premiazione a Don Angelo Marchesi

L’edizione 2011 del Premio Rina Gatti ottiene per la prima volta l’attenzione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il Presidente decide infatti di inviare all’Associazione Rina Gatti due Medaglie di Rappresentanza. Una Medaglia è destinata all’Associazione ed è il simbolo tangibile della condivisione della più Alta Carica della Repubblica delle attività dell’Associazione e degli scopi che si prefigge: in particolare il valore della Memoria e il valore della Comunicazione tra le differenti generazioni. L’altra Medaglia potrà essere assegnata in occasione della cerimonia di premiazione e l’Associazione sceglie di attribuirla alla personalità designata per ricevere il Premio Maestro di Vita.

In questa edizione la persona che viene indicata per l’assegnazione del Premio Speciale Maestro di Vita e la Medaglia Presidenziale è la Prof.ssa Adriana Croci.

La Targa consegnata riporta la seguente motivazione: “per la sua eccezionale e non dimenticata attività di educatore e per lo straordinario impegno profuso nel dare, alle giovani generazioni, le stesse opportunità di crescita e di preparazione alla vita”

Le medaglie di Rappresentanza inviate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

È la stessa Prof.ssa Croci a raccontare la sua esperienza:

“Mi chiamo Adriana Croci. Sono nata a San Giustino in Provincia di Perugia, il 27 ottobre del 1932. Abito a Perugia dal 1968. Ho una laurea in Pedagogia e l’abilitazione all’insegnamento in Scienze Umane.

Il mio curricolo professionale che come si vedrà è lungo ma nel contempo semplicissimo: sono stata una “donna di scuola” senza soluzione di continuità per quarantadue anni nell’apparato statale, e poi anche ora, in situazioni di formazione educativa di adulti organizzate da Enti Territoriali, Provinciali, Comunali, Organizzazioni ONLUS, Agenzie Educative convenzionate con la Comunità Europea

Non vedo come un percorso comune alla stragrande maggioranza di professionisti della scuola, possa diventare tanto interessante se abbinato alla mia persona. Ma forse mi si chiede di dire se un’opportunità lavorativa iniziata a ventun anni e mai interrotta, possa assumere una significativa “occasione” di maturazione personale oltre ad essere un’importante fonte di sostentamento economico e di emancipazione sociale. Ebbene sì! Il racconto di alcuni spezzoni del mio percorso lavorativo che farò, è esattamente questo: il lavoro come palestra di impegno personale e sociale; come esercizio di pratica etica; di assunzione di responsabilità; di esercizio di creatività, come incontro con tante persone, con altrettanti eventi, con personaggi straordinari, con la vita nella enorme varietà con cui viene vissuta e con la percezione che di essa ho avuto e delle modifiche personali che mi ha indotto a fare.

Dopo un decennio di insegnamento nella scuola primaria, mi sono iscritta all’allora Magistero di Perugia, e ho frequentato i corsi compatibilmente con l’impegno di docente scolastica, fino al momento del distacco alla Facoltà di Pedagogia a tempo pieno. Lì ho incontrato come docente Aldo Capitini. Uno dei personaggi straordinari di cui sopra E a cui devo moltissimo. L’incontro con il professore Capitini, perché proprio di un incontro si è trattato, ha voluto dire riflettere su come stavo insegnando, dare una connotazione diversa al mio lavoro a seguito della consapevolezza chiarita di certe mie insoddisfazioni. Quell’esercizio di autovalutazione e di bisogno di cambiamento poi, gradatamente e in contesti diversi, l’ho maturato e costantemente praticato.

Un altro spezzone del mio curricolo come più sopra lo ho indicato e che valuto decisivo per la mia formazione professionale , è stato il mio lavoro con i “diversamente abili” come oggi, giustamente, si definiscono coloro che venivano definiti allora, handicappati privandoli così anche nominalmente di qualunque possibilità

Ho cominciato a lavorare sistematicamente con minori in serie difficoltà intellettive, sensoriali, relazionali psicomotorie, dal 1969. Non ancora però nella scuola, ma in un Centro Vacanze estive della Amministrazione Provinciale di Perugia in qualità di direttrice. Sottolineo il ruolo svolto perché nello svolgimento di quella funzione si ha il “potere” e quindi la responsabilità – volendolo – di costruire il clima, un setting che faciliti se non addirittura crei le condizioni per cui i diversi non vengano accolti caritatevolmente e nemmeno per senso di giustizia in quanto tale, ma perché come diceva Capitini ”l’atto educativo non tenderà mai a costruire un gruppo chiuso di “liberati” perché nella realtà liberata vede tutti..”

Quel ruolo di Direttrice che poi svolsi anche nella Scuola Pubblica sino all’anno scolastico 1994/95 mi dette dunque l’occasione per organizzare un sistema formativo comprensivo dove operavano: docenti, non docenti, famiglie, bidelli, amministrazione comunale, comunità sociale, servizi socio-assistenziali, la normativa vigente e quella che via via veniva evolvendo e tanta sperimentazione fatta a piccoli passi tutti documentati e socializzati all’interno del Circolo Didattico e validi per una didattica estesa a tutti.

Un lavoro enorme, bellissimo perché sentito come professionalizzante. Questa consapevolezza , ne sono certa, contribuì a trasformare la fatica di un impegno così coinvolgente in soddisfazione personale qualificabile anche in vero servizio sociale qual è o dovrebbe essere la scuola pubblica.

Detto questo, spero che si capisca come il mio curricolo professionale sia talmente connesso con quello di tutti i docenti in primis, ma anche di tutte le persone che con me hanno lavorato, tanto da renderlo possibile. Non sono stata mai sola nella realizzazione di quello che ho fatto. Se questo ha avuto qualche valore, questo è riconducibile all’intero contesto in cui ho lavorato.”

Premiazione Adriana Croci

Nella edizione 2012 il Premio Maestro di Vita e la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica vengono assegnati a due personalità molto differenti ma accomunate dall’impegno di una vita a favore delle giovani generazioni.

Il Prof. Gabriele Goretti, che ha svolto una lunga carriera all’interno delle istituzioni scolastiche interpretando tutti i ruoli, da maestro a dirigente scolastico. L’attività che però più lo ha gratificato e per la quale ha goduto e gode dell’ammirazione dei suoi colleghi e dell’affetto di tanti cittadini e operatori sanitari è quella che ancor oggi si svolge grazie a lui all’interno delle strutture ospedaliere locali. Grazie alla sua opera e al suo impegno si sono potute ideare, predisporre e rendere operative delle strutture di insegnamento permanente all’interno dei reparti di oncologia infantile e presso altre strutture ospedaliere che hanno permesso ai piccoli malati di non essere esclusi dal diritto alla conoscenza e alla socializzazione.

Dall’esperienza è derivata in modo quasi naturale la struttura di educazione domiciliare ed il prof. Goretti si è messo a disposizione per il gruppo di lavoro che ha dettato le linee guida nazionali.

Questo è un estratto di come egli ricostruisce il suo percorso:

“la mia esperienza professionale ha inizio dagli anni Sessanta quando cominciai a lavorare nelle scuole medie come segretario, poi come maestro e poi come direttore didattico, ma soprattutto come facente parte del gruppo Mce dei maestri di Perugia, insieme a Giacomo Santucci... .

...sono tre gli aspetti della diversità che richiamano anche i processi di integrazione e che hanno orientato tutta una epoca di storia della scuola, dalla fine degli anni Sessanta fino ad oggi: l’integrazione dei soggetti in situazione di handicap, l’accoglienza degli alunni stranieri, l’accoglienza degli alunni malati...

...qualcuno di noi aveva già fatto delle esperienze; io per esempio come maestro avevo fatto una sperimentazione con il gruppo del Cim del Bellocchio, dove c’era

il dott. Brutti, con alcune esperienze di integrazione di soggetti autistici – l’autismo si scopriva allora, siamo alla metà degli anni Settanta, era una cosa ancora sconosciuta –; e feci alcune esperienze di integrazione di situazioni di handicap grave, di psicosi autistica, nel pomeriggio, perché la mattina non era possibile accoglierli nelle classi: era di pomeriggio, ma le urla di questi bambini si sentivano per tutto il quartiere di San Sisto; ero diventato un po’ la barzelletta del quartiere, come il maestro che ha i ragazzi matti... .

...la legge 517 è del ’77: è l’anno in cui io facevo il concorso direttivo, quindi io sono entrato a fare il direttore didattico quando entrava in vigore la legge 517, che prevedeva l’accoglienza a scuola degli alunni handicappati, allora così si chiamavano...

...all’inizio degli anni Ottanta, vengono costituiti i gruppi H all’interno del Provveditorato; io entro a far parte dei primi gruppi H del Provveditorato di Perugia, nel 1983. Per poterne far parte, mi hanno fatto fare un corso all’Aquila di cinque mesi, perché i componenti del gruppo H dovevano avere una formazione adeguata sia dal punto di vista culturale che sullo specifico, per poter essere poi soggetti di consulenza, di promozione, che dovevano in qualche modo monitorare il processo di integrazione degli alunni in situazione di handicap. Io sono stato nel gruppo H dal 1983 al 1988. Da un punto di vista professionale, la mia esperienza è stata veramente esaltante. Tenete conto che fino allora gli alunni handicappati erano dentro le classi speciali, ma molti di loro non avevano mai, mai frequentato una scuola…

Allora c’erano i distretti scolastici: io andavo per i vari distretti, con i sindaci, per vedere come era possibile prevedere nei bilanci comunali anche delle forme di coinvolgimento attraverso quelli che poi diventeranno gli assistenti all’handicap. Questi assistenti poi, con la legge 104, diventarono parte integrante del processo di integrazione, insieme ai servizi della Usl.

Nel 1988, il Primo circolo di Perugia organizzò una scuola in ospedale: anche allora eravamo agli inizi di una opportunità che il ministero, così tra le righe, offriva a quei bambini e ragazzi che erano ricoverati all’interno degli ospedali e che perdevano, temporaneamente ma qualcuno purtroppo anche definitivamente, il diritto allo studio.

Cominciammo alla chetichella, poi la cosa è andata avanti abbastanza bene, tuttora esiste questa scuola, e credo che, dal punto di vista della sollecitazione culturale, ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissata, non solo a livello locale ma anche a livello nazionale; tanto che, agli inizi degli anni Duemila, il Ministero ha anche emanato un progetto, chiamato HSH, Hospital School Home, perché dobbiamo usare questi termini non nostri che fanno più effetto, ma insomma era un progetto di sperimentazione che prevedeva anche per questi ragazzi e bambini, che erano stati ospedalizzati per almeno trenta giorni, la possibilità di avere a casa gli insegnanti della classe e della scuola di appartenenza.

Nel 2003, a un convegno a Viareggio, io feci una relazione a voce alta, che è ancora nel sito del ministero: gli insegnanti della scuola in ospedale fanno una scelta, non può essere un trasferimento, del tipo: chiedo tutte le scuole della provincia, c’è anche la scuola in ospedale, se mi capita la prendo. No: è una scuola che va scelta, perché richiede un impegno particolare.”

La Targa Maestro di Vita porta la seguente motivazione: “per lo straordinario impegno profuso nel progettare e realizzare a Perugia una stuttura scolastica interna per i bambini e i giovani ospedalizzati, lodevole complemento della sua lunga e apprezzata attività di educatore e dirigente”

Gabriele Goretti riceve la medaglia dall’Assessore Donatella Porzi
Medaglia di Rappresentanza

Il secondo premio onorario nella cerimonia 2012 è stato assegnato al Dirigente Sportivo Sauro Mencaroni, un personaggio speciale che ha dedicato l’intera sua vita, e tutto il tempo libero che il poco agevole lavoro di pasticciere gli lascia, ad avviare allo sport i bambini fin dalla prima infanzia. Un’attività volontaria, una passione autentica nella quale ha coinvolto un’intera comunità, che ha permesso a centinaia di bambini di praticare l’atletica leggera, che ha visto formare alcuni atleti capaci di arrivare alle Olimpiadi vere dopo aver iniziato da quelle organizzate nel quartiere da Sauro Mencaroni.

Sauro Mencaroni nasce a Perugia il 12 Febbraio 1959. Fin da piccolo dimostra subito grande interesse per lo sport in generale e l’atletica in particolare, e precisamente si lascia coinvolgere dalla maestra di IV elementare che con trasporto cercava di trasmettere ai piccoli studenti l’atmosfera delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968.

Anche se ha praticato molti sport, naturalmente il calcio, ma anche tennis, ping-pong e corsa podistica, ha rivelato già a 16 anni un’innata

Passione nel coinvolgere i bambini all’avviamento alla pratica sportiva. Infatti con la disputa delle prime Miniolimpiadi organizzate a Castel del Piano dalla locale Libertas nel 1974 ha coinvolto una ventina di bambini per andare a formare una delle squadre partecipanti. Così fino ai primi anni ’90 ha partecipato ad oltre 600 gare podistiche ma soprattutto nel frattempo ha continuato a spronare i tanti bambini di Capanne, Castel del Piano e zone limitrofe verso l’Atletica Leggera.

Nel 1978 fonda l’Atletica Pro Loco Capanne con la prima affiliazione alla F.I.D.A.L. , Federazione Italiana di Atletica Leggera. Nel 1989 ha conseguito la qualifica di Istruttore Giovanile della Federazione col massimo dei voti.

Così nel 1990 è entrato con l’Atletica Pro Loco Capanne a tutti gli effetti nel circuito ufficiale della F.I.D.A.L.

Certo il sogno di tutti gli allenatori è quello di partecipare alle Olim-

piadi. E Sauro è riuscito a far sì che il sogno diventasse realtà prendendo una bambina di 12 anni e accompagnandola passo dopo passo, titolo dopo titolo verso quello che è la massima espressione per un atleta: Le Olimpiadi. Infatti Benedetta Ceccarelli partecipando alle Olimpiadi di Atene 2004 è tutt’ora l’unica donna umbra ad avervi preso parte.

Nel 2002 ha ricevuto “la quercia di Primo Grado” dalla F.I.D.A.L. e nel 2005 ha conseguito la qualifica di Allenatore Nazionale presso la scuola Coni di Formia.

Ma il vero merito di Sauro Mencaroni è stato che pur avendo raggiunto tali risultati e tali riconoscimenti non si è voluto fermare. E così ha continuato nella sua opera verso i bambini coinvolgendo anche e soprattutto le scuole: dalla scuole dell’infanzia fino alle Medie, cosa che tutt’ora fa ininterrottamente da ben 18 anni.

Oltre 2000 nel corso degli anni sono stati i bambini e ragazzi coinvolti nell’attività, tanti dei quali formano l’ossatura attuale della squadra: l’Atletica Pro Loco Capanne.

La Targa a lui consegnata porta la seguente motivazione:

“per la costanza ultraventennale e la straordinaria capacità di coinvolgere e motivare bambini e giovani avviandoli ad una attività fisica di particolare merito come l’atletica leggera spinto solo dalla passione e dalla volontà di favorire un sano e virtuoso percorso di vita alle giovani generazioni”

Premiazione di Sauro Mencaroni

Presentazione

La cagnolina messaggera

di Sara Borzetta

paura! di Eleonora Bianchi con la nonna Francesca

Avo famoso

Ma che è sto malocchio

di Elenia Di Giacomo con i nonni Penisia e Fiorello71

I tacchi di mattone

Parte III

Cosa facciamo insieme (nonni e nipoti)

Invecchieremo

di Gerardo Rutigliano

insieme alla nonna Anna Elisei Gatti

‘L rincojonimento

di Andrea Talarico con nonna Anna

Progetto ‘n famija di Pietro Talarico con nonna Anna

Il nonno lontano di Fabio Kulla nonno non indicato

Una nonna compagna di giochi di Alessandro Gambelunghe con la nonna Bruna

Lavoro con il nonno

di Sheval Ramanovsky

Nonnetta mia

di Luca Graziani

Che il gioco abbia inizio di Andrea Cruciani

Le mani del mi nonno

La strada della vita a cura della classe III B Scuola Lombardo Radice Pg91

I nonni son così a cura della classe V Scuola Madre Teresa

Parte IV

Un’avventura con i nonni

Abilà ed il suo principe

di Alessandro Chinea

Un’avventura nel mare

di Elena Cecchini con il nonno Nevio

Io, un coniglio e la mia nonna di Miriam Fogu

Le pietre dell’arcobaleno di Sara Arena con la nonna Giuliana

Parte V

Racconti, giochi e filastrocche di un tempo

Le profacole dla nonna di Alessandro Birettoni

Giochi, conte, filastrocche dei nonni a cura della classe II B Scuola Scarinci Torgiano

Ninne nanne dei nonni a cura della classe II C Scuola Scarinci Torgiano

Nonna

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