S E R I E C I C LO S T I L I C E N T R O S T U D I N AT S C A M M A CC A dice mbre r 2019 ·
CRESCENZIO CANE & ROBERTO ZITO LA SFIDA NOTA BIOGRAFICA DI NICOLA LO BIANCO
CENTRO STUDI NAT SCAMMACCA SERIE CICLOSTILI DESIGNER BY GLENN SCAMMACCA BIBLIOTECA SCAMMACCA
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SERIE CICLOSTILE
CONTENUTI 6
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CRESCENZIO CANE
ROBERTO ZITO
Nicloa lo Bianco ricorda la figura di Crescenzio Cane.
PITTORE E GRAFICO ANTIGRUPPO NOTA BIOGRAFICA HA ILLUSTRATO MOLTI LIBRI ANTIGRUPPO E MURALES COME QUELLI DI USTICA
Design & Architecture by Glenn Scammacca redattore Antonino Contiliano
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CRESCENZIO CANE.
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LA SFIDA
LA NOSTRA FORMA DI LOTTA INTELLETTUALI DI MASSA
Disegni di Roberto Zito Presentazione e poesia di Crescenzio Cane
LA SFIDA
POESIA:CRESCENZIO CANE
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POESIA:CRESCENZIO CANE
ARTICOLI LA REPUBBLICA
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TANO GULLO
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NICOLA LO BIANCO
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POESIA:CRESCENZIO CANE
LA SFIDA POESIA:CRESCENZIO CANE
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LA SFIDA
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NOTA BIOGRAFICA
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LA SFIDA POESIA:CRESCENZIO CANE
LA SFIDA POESIA:CRESCENZIO CANE
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MURALES IN CASA SCAMMACCA creato estate nel 1975 da Roberto Zito.
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Per ricordare il poeta Crescenzio Cane
CRESCENZIO CANE O DELLA NOSTRA UMANA DIGNITÀ’
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“Se senti due pietre muoversi è il cuore di Palermo che respira aria di rabbia. Se ti parlo di rivoluzione oggi negli occhi si scontrano tutti i problemi del mondo e il cuore di Palermo va a pezzi”.
(da IL CUORE DI PALERMO, Coll. r, 1980)
Crescenzio Cane, l’amico, il poeta, il pittore, il combattente, lo scontroso, il diffidente, il polemico, l’ arrabbiato Crescenzio, il poeta dell’Antigruppo siciliano, l’autore della “sicilitudine”, è morto il 13 dicembre 2012, in polemica pure con la morte. Era nato a Palermo il 25 settembre 1930. Resta che la poesia, la pittura, gli scritti in prosa di Crescenzio Cane, sono un frammento vivo della storia di questa città e della Sicilia, e, attraverso di essa ed esemplarmente, del Sud nostro e altrui: dovunque c’è un Sud nel mondo questa storia gli appartiene. La storia non Ufficiale, si capisce, omissiva e bugiarda, ma quella della periferia, poco visibile ed oggi più che mai oscurata, la storia degli emarginati e degli oppressi, quella dei poveri di fronte alla storia dei ricchi, quella di chi in definitiva la subisce la storia e alla fine ne paga il conto totale. A partire dal dopoguerra la vicenda umana e poetica di questo nostro scrittore s’intrinseca con i grandi eventi che mutano la fisionomia del paese: la fame e la miseria, l’emigrazione, le grandi lotte popolari degli anni ’60 e ’70, la “mutazione antropologica”, l’indecenza degli anni ’80, la depravazione economica politica ed intellettuale degli ultimi venti anni. I titoli delle sue principali pubblicazioni possono dare un’idea del percorso letterario, radicato in una precisa realtà e coerente alle scelte esistenziali dell’uomo: dal racconto-saggio “La sicilitudine” (’59) (termine coniato dal Nostro e non da Sciascia come erroneamente si crede e si scrive) a “La radice del Sud” (’60), dai “Papiri” (’65) a “Edicola concreta” (’68); e poi “La freccia contro il carrarmato” (’71), “La bomba proletaria” (’74), “Il cuore di Palermo” (’80), “Lettera alla Libertà” (’85), “La memoria collettiva” (’87), i racconti de “La strada di casa”, le poesie de “I miei ultimi settantanni” … Crescenzio era ed ha vissuto da proletario, aveva quattro figli, un modesto stipendio, viveva in una casa popolare a Borgonuovo Sud. E M A I L : I N F O @ N AT S C A M M A C C A . N E T
E’ stato, dal punto di vista delle scelte culturali, un autodidatta, lontano e alieno da fisime e combriccole letterarie, non faceva professione di letterato. Per volontà sua propria, o per diffidenza dell’ambiente culturale, o per incompatibilità con il clima politico in atto, non so, da alcuni anni Crescenzio si era isolato. Eppure la sua poesia e la sua pittura sono state accompagnate da contributi critici di notevole spessore: Barberi Squarotti, Davico Bonino, Zavattini, Sciascia, Anceschi, Buttitta, La Duca, Manescalchi, … Per tutti valga la sintesi critica che trovo in un giudizio di G.Zagarrio: <…la poesia di Crescenzio Cane si impone per la sua capacità di tradurre il dramma esistenziale e storico che stiamo vivendo.>. L’ho scritto altre volte ed in contrasto con alcune interpretazioni, a mio parere, parziali e riduttive: non è l’“ideologia” a promuovere la scrittura di Crescenzio, ma la tensione alla liberazione, al riscatto personale e sociale.E’ la pienezza e la dignità dell’uomo, quando e dovunque venga calpestata, ad accendere l’irrefrenabile impulso a tradurre poeticamente la rivolta dei sentimenti e il suo tormentato pensare. Lo assillava un cruccio <scrivere senza la minima speranza che il mio scrivere sarebbe servito a qualcosa>.Un “cruccio” che è poi la forza esplodente della sua poesia Egli vorrebbe anzi negarsi alla scrittura perché sa, appunto, che “non serve”; ma non può, pena il rinnegamento di se stesso e della classe sociale cui corporalmente appartiene. Ciò che lo arrovella sta prima e dopo la parola scritta: il concreto della vita che è “emergenza” e perciò la scrittura non può che essere anch’essa “emergenza”.Assistiamo così al fascinoso paradosso di un linguaggio che si pone al limite tra il silenzio dell’oblio e la dirompenza dell’azione. Tra il “silenzio” e l’“azione” rimane sospesa e inappagata l’aspirazione a un mondo liberato dall’ingiustizia e dalla protervia.
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Non ci resta che ribadire il senso che Crescenzio Cane ha inteso dare alla sua attività di poeta e di pittore , la matrice umana e tematica di quanto C. ha scritto nell’arco di un quarantennio.E tanto ci lascia in eredità. < L’innominato potere occulto oggi comanda il Paese>, l’emergenza” continua, suoni l’allarme contro chi attenta alla <nostra umana dignità>, perché il grembo di cui si nutre il fascismo (con o senza l’orbace) è ancora troppo fecondo. NICOLA LO BIANCO Dic.’19
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LA NOSTRA FORMA DI LOTTA
La nostra presenza artistica nella città di Palermo stata sin dall’inizio fuori da quegli equivoci sofisticati di piccoli borghesi, dediti solo ad inventare plateali teoremi (frutto della pancia piena e di equivoci politici) che hanno dato solo man forte alla famigerata cultura ufficiale. La nostra operazione artistica stata l’unico modo di impegnarci nella lotta di classe, come unico mezzo di guerriglia nostro per un mondo nuovo. Quanto abbiamo tentato di fare fin’oggi nato da quelle urgenze socio-politiche sofferte, che lasciano legittimamente intravedere la nostra forma di lotta: lotta che non si esaurisce in un volume pubblicato né in una mostra cittadina. Siamo stati tra i turistilavoratori di Ustica come tra i contadini di Aliminusa a dipingere i nostri Murali e a recitare in piazza poesie, partecipi di tutte quelle lotte (di travagli umani e politici) delle masse Lavoratrici, perché figli di questo grande popolo Siciliano ci sentiamo legati alla nostra realtà sociale economica e politica. Tuttavia, sappiamo che lo squilibrio economico tra Nord e Sud apporta quegli scompensi culturali in cui noi Siciliani ci dibattiamo sin dal dopo-guerra, dando campo libero, offrendo tutte quelle possibilità di sopraffazione, agli uomini del potere che programmano e muovono dal vertice tuta la cultura locale a circuito chiuso di classe e clientelare. Quindi, il problema della cultura a Palermo da vent’anni continua ad essere un problema prettamente politico. È stata ed un’operazione sottile che attraverso vari canali culturali, come Cattedre, Scuole, Premi, Nostre, Lirica, Sinfonica, Teatro Stabile, Nuova Musica, unitamente a tante altre manifestazioni, hanno creato in pianta stabile quel clientelismo politico-culturale fino a determinare un certo tipo di cultura come l’unica e ver cultura, la tanto nominata cultura ufficiale. Naturalmente hanno alimentato solo i loro personali interessi di classe, sino ad imporci il non-impegno-civile, appunto, offrendoci come unica e valida, tutta la pastoia culturale di evasione, involutiva. A questo proposito non hanno torto le masse Lavoratrici quando contestano la fuga dalla realtà anche a quelle forze genuine
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OPERE ANTI
Opere di Roberto Zito Biblioteca Scammacca.
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INTELLETTUALI DI MASSA D’intellettuali di massa che avrebbero dovuto, da sempre, collegarsi direttamente con la classe Operaia e con gli Studenti su un piano di parità per una forma di lotta in comune. Ormai è palese a tutti che non basta più scrivere un libro o fare un quadro etc. quando sappiamo che per un complesso di situazioni predisposte dalla società dei consumi (la mercificazione della cultura in tutti i sensi) non ci si accorge che si fa lo stesso gioco che vuole il capitalismo, appunto, prezzando, dandoci un prezzo a uomini e cose, fino a renderei innocui, quindi, integrandoci a quel tipo di evasione di stampo prettamente borghese, lasciando il campo libero allo sfruttamento organizzato capitalistico della mercificazione del prodotto artistico e contestativo. Quindi, a cosa serve più un volume di poesie o un quadro, pur col più chiaro intento rivoluzionario, se sono condannati a finire nelle mani di quegli addetti ai lavori (artisti, critici, letterati etc.) e tra quelle élites della grassa borghesia che possono permettersi il lusso di una casa propria piena di ottimi quadri e di essere padroni di tutto il tempo-libero che vogliono per leggere, ascoltare e per riposarsi? Ben sappiamo che le classi Lavoratrici non possono permettersi né di comprarsi un quadro né d’avere il tempo necessario per leggere, soprattutto, non possono (per cultura e per denaro) seguire per la propria emancipazione tutti quegli sviluppi artistici e culturali. A questo punto il nuovo intellettuale deve uscire dall’élite degli addetti ai lavori, abbandoni la comoda poltrona di “teorico” per avere scritto o stampato dei volumi (etc.) contro il sistema; in ogni caso la smetta di lanciare la pietra e nascondersi, trincerandosi dietro la propria autorità paludata che l’autorizza a sentirsi a posto con la propria coscienza. Egli deve uscire all’aperto fianco a fianco con le masse Lavoratrici e il movimento Studentesco, deve scrollarsi tutta la lordura degli interessi di classe che lo hanno fatto da sempre un ambiguo amico del popolo. Palermo Febbraio 1969 Disegni di Roberto Zito Presentazione e poesia di Crescenzio Cane
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LA SFIDA Oggi cos’è il benessere? perdovunque navigo nell’imnondizia sputo sangue da più generazioni ascolto i fatti pago di persona abito dove sono odiato certo mangio per farne cereali nutro gli animali e scrivo a tutti i miei amici che sono morto che forse morirò indigesto liquefatto insapore. Scopro di esistere dovunque si combatte, penso all’America alla Russia alla Cina ai compagni del Vietnam a tutti i costruttori di cannoni ai banchetti presidenziali a quelli che sperano baciati dalla fortuna fottuti dall’ige, di scatto essere la lama la lingua la punta acuminata, svelto, scollati dalla tua automobile guardati esci dalla comoda casa distaccati dai cibi grassi, costosi, cercati uno specchio sicuro comprati un’arma sottile esplosiva mortale. Oggi il cappello non sostituisce le scarpe, certo, il denaro appartiene al presente calma guardati bene sei solo morituro urla in questo mondo di formiche e di nani, certo, armato per le prossime guerre tutto-fare in viaggi in crociere assunto dovunque a tutte le mansioni, certo, offri medaglie, onori, tutti gli attributi per l’eternità
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LA SFIDA
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Non saranno le parole a cambiare la realtà, nè i governanti intenti a scalare il potere né io stesso votato alla Rivoluzione mentre mio figlio è l’uomo nuovo cresce parassita la stampa polemizza sui costumi prende tempo, e la morte fa presa dovunque crescono gli utili. È l’animale intento a raccogliere tutto, è l’oceano rabbioso che infuria sui popoli giovani è il singhiozzo che non prelude le lacrime, il mio compagno di schiavitù che prega e bestemmia rinnova i tabù, crea nuovi investimenti nuovi articoli da smerciare nuove banche da ingrassare, ipoteca le mura la terra prostituisce la carne tollera il ricatto asserisce soprattutto il denaro è il benessere di se stesso procacciatore di voti, eunuco. La balena è entrata nella palude ride, sera uscirne incolume evapora bitume, la Vittima della Terra mi rappresenta a Hiroshima m’impiglio nelle risaie col napalm, muoio dalla sottile tortura dell’acqua marcia tace il potere a il mordente qui nel denaro fa sua la vita.
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La libidine produttiva attenaglia tutti. Urlo ai miei amici urlo ai miei nemici urlo al polline urlo alla merda urlo agli animali urlo ai politici urlo a me stessù che bisogna fare qualcosa urlo a mio padre cancrena urlo a mio nonno già polvere urlo al consumatore urlo a te urlo a tutti che la trappola si moltiplica. Qualunque luogo giusto è la mia terra. Convinto di lottare lievito la conquista ascolto i potenti scopro il giuoco, urlo, urlo a uno per uno di scendere nel Sud d'entrare casa per casa di caire perchè la mia fine è soprattutto quella di Tutti. Esci, fai conto che sei libero. Ecco l'Uomo, lancio la sfida: tu la mia donna, la sorella della fame, la madre del paese, tu il corpo giovane un grumolo di parole, tu la geometrica dell'amore clandestino, tu Palermo la figlia prostituta, questa è la risposta, a cosa serve chiudere le braccia alzare la testa battere i piedi urlare, tu Europa, vecchia canaglia dentiera traballante di sangue
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nemica di tutti gli antenati pozzo di vergogna, tu la vita, il giuoco di quattro pazzi, l' azione si sussecue, tu Africa, occhio sul mondo muore giovane mani vuote tutte le seranze nella periferia della Rivoluzione, tu uomo dell'atomo e del boom figlio dei quanti
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a cantare la pubblicitĂ dei padroni, lerciume, canto i sogni smidollati della carta igienica dove un pb tutti siamo i contribuenti coscienti delle orgie organiche, porci, la mente registra ostacoli abulici, contesta, il corpo si frantuma dal versante opposto recita il drarmna oriundo, notizia llincontro galassico, il re dei re, dalle mani sporche nevrotiche. lo sono il poeta che hanno lasciato stuprare dalle buffonate del regime sono il giovane lasciato crescere dalla democrazia inquinata, oggi ho creduto per un attimo illudermi, urlo ai pidocchi sei!lino tutto raccolgo la storia bevo tutte le voglie dei politici asserisco la trasformazione biologica aspetto la pace puzzolenta cedo gli occhi alle voci pagamento malattia crucci cipigli i netalli per le voglie vermi sono un numero di tendini e sangue. La crisi dei contenuti grida apparenza, sento tremare la realtĂ e pidocchi di Dio siedono beffardi, odiare il padrone con lo stesso amore diabolico perseguire l' intento essere la forma sfrenata burocrate il denaro sull'altare cantare bestemmie dire piuttosto che sapere governare aspettare le parole le strutture la :nangiatoia, recedere la forma declassare i fatti, tacere.
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PoichĂŠ non siamo totalmente rimbambiti A cantare la pubblicitĂ dei padroni, lerciume canto i sogni smidollati della carta igenica dove un po' tutti siamo contribuenti conoscenti delle orge organiche, porci, la mente registra ostacoli abulici, contesta il corpo si frantuma, dal versante opposto recita il dramma oriundo, notizia l'incontro galassico, il re dei re, dalle mani sporche nevrotiche lo che sono il poeta che hanno lasciato stuprare dalle buffonate del regime sono il giovane lasciato crescere dalla democrazia inquinata, oggi ho creduto per un attimo illudermi urlo ai pidocchi semino tutto raccolgo la storia bevo tutte le voglie dei politici asserisco la trasformazione biologica aspetto la pace puzzolenta cedo gli occhi alle voci memento di malattia crucci cipigli i metalli per le voglie vermi sono numero di tendini e sangue. Sono un numero di tendini e sangue. La crisi dei contenuti grida apparenza, sento tremare la realtĂ e i pidocchi di Dio siedono beffardi, odiare il padrone con lo stesso amore diabolico perseguirne l'intento essere forma sfrenata burocrate il denaro sull'altare cantare bestemmie dire piuttosto che sapere governare aspettare le parole le strutture la mangiatoia, recedere la forma declassano i fatti, tacere.
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Qui sono in una pausa di rifiuti esogeni, la mia bocca è verso la foce, urlo, urlo appena la lingua serra la saliva sono il costume che grida compratevi l’ultima invenzione alimentare bevi con me grida tutta l'evasione al servizio del paese canta gli ozii dell'umanità al supermarket Italia tu non sei un uomo adiologico, bullo, sei il costume della mia ideologia dopotutto dov'è la tua pretesa se escludi me tutti dalla scienza esatta della rivoluzione proletaria tu chi sei se escludi la mia gioventù.
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ANTIGRUPPO
CRESCENZIO CANE Poeta Scrittore Antigruppo
LA REPUBBLICA ARTICOLI Quando Leonardo Sciascia entra nella sua casa e viene investito da quell’ abbaglio di colori gli dice d’ istinto: «I tuoi problemi economici sono finiti. Basta vendere le tele per vivere decorosamente. Ti aiuterò organizzandoti la prima mostra». Le pareti erano “stipate” di quadri dai colori vivacissimi e dal segno infantile: galli, cavalli, pesci e farfalle; volti, alberi, lampioni e ingranaggi. E due “tormentoni” ovunque presenti: il cane, ora moscio ora ringhiante, e il sole prismatico, una sorta di totem alla solarità isolana. Autentica arte popolare quella del pittore-poeta-scrittore Crescenzio Cane. Anzi proletaria. Sciascia da quell’ impasto di vernici, che l’ artista usa per risparmiare, fiuta il talento. Ed è subito mostra. «Era il dicembre del 1972 - ricorda Cane, che oggi ha giusto 72 anni - Le sessanta tele vennero esposte ad “Arte al Borgo”. Fu un successo strepitoso. Tutte vendute. Quando mi vidi nelle mani i tre milioni e mezzo di allora che mi diedero gli organizzatori mi sembrò incredibile. E chi mai li aveva visti tutti quei soldi in una volta? La mia vita era stata tribolata. Fame, fame e sempre fame. Figlio di famiglia numerosa, eravamo sette fratelli, e padre di nutrita prole, raramente ero riuscito a mettere insieme pranzo e cena. Ma quello fu un bel Natale». Prima di raccontare le peripezie di Crescenzio va detto che Sciascia nel presentare il catalogo della mostra
gli rende quello che tanti gli avevano tolto: la paternità della parola “sicilitudine”. «Crescenzio Cane - scrive l’ autore di “A ciascuno il suo” - è l’ inventore della parola sicilitudine che lettori distratti e critici peggio che distratti ingiustamente e ingiustificatamente ritengono mia. Una invenzione non casuale, ma che viene da tutto un discorso e lo muove: serrato, rabbioso, disarginato». «Sicilitudine - precisa Cane - è una condizione dello spirito. Nel mio saggio del 1959 in cui la definivo descrivevo che scaturiva dalla paura e dalla solitudine che ti assaliva a vivere in Sicilia, terra di illusioni e delusioni, di slanci e di tirannidi: il fascismo prima, la mafia dopo». Cane nasce nel quartiere Zisa, in via Whitaker. L’ infanzia a scorribandare per le strade, ma attento a non soffermarsi davanti al Castello per via dei 15 diavoli impossibili da contare nonostante siano imprigionati in un affresco. Poi le tribolazioni della guerra. Ai morsi della fame si aggiungono quelli del fascismo. Gli abitanti della sua strada, tra cui il nonno del pittore, vengono portati in caserma perché osano ironizzare sulla targhetta che cambia il nome della via: da Whitaker a via Albania. «Quando sento parlare di fascismo mi sale il sangue alla testa. Ho visto bastonare gente dignitosa perché non voleva mettersi la camicia nera o perché non partecipava alle adunate. Io stesso sono finito in camera di sicurezza a dieci anni, colpevole di avere giocato all’ alzabandiera con
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un fazzoletto rosso e azzurro fiorato. Fascismo per me resta sinonimo di violenza, miseria e prepotenza sui più deboli». Sugli anni della sua infanzia alla Zisa lo scrittore-poeta-pittore ha recentemente pubblicato “La strada di casa” (edizioni Grifo 96 pagine, 10 euro); otto racconti che fanno assaporare le atmosfere di quegli anni terribili e affamati. «Mio padre era macchinista del “Rex” il mitico transatlantico. Quando, dopo la dichiarazione della guerra il Rex da New York rientrò a Trieste per essere posto in disarmo, mio padre restò senza lavoro. E per noi cominciarono gli anni bui. Che cosa poteva fare a Palermo un macchinista e per di più in periodo bellico? L’ unico lavoro saltuario che trovò fu quello di spalare le macerie dei bombardamenti». La famiglia Cane era marinara per tradizione; il nonno era imbarcato sui piroscafi della flotta Florio, che allora aveva 99 natanti «Cento no, perché la legge glielo vietava. Mio nonno mi raccontava che il vecchio Vincenzo Florio aveva fatto costruire un piroscafo tutto d’ oro di un paio di metri e così poteva vantarsi di averne cento, in barba alle restrizioni del governo. Anche io sono stato sempre un marinaio nel cuore. Purtroppo non ho potuto mai navigare. Il mio destino si è consumato sulla terraferma. E sempre con una divisa addosso, perché l’ unica possibilità di mangiare allora mi era offerta dall’ arruolamento: militare prima, poliziotto dopo e vigile urbano alla fine». Di questo parleremo dopo.
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Ora ritorniamo alla guerra. La famiglia, come tante a Palermo sfolla a Borgo Molara, sotto Monreale. Il padre fa su e giù a piedi da Palermo per spalare macerie rischiando la vita sotto le bombe. L’ arrivo al Borgo è particolare. Con il nonno marinaro che s’ intestardisce a portarsi dietro la bara che si era comprato a un prezzo d’ occasione. Per le prime settimane nessuno si avvicina alla loro casa. E chi lo fa tocca ferro e altro. «Quella cassa da morto per un ironico percorso del destino fu la nostra salvezza. Un giorno arrivò una jeep americana. Avevano saputo che avevamo una bella bara in casa e la volevano venduta per riportare negli Usa un ufficiale morto. In cambio ci diedero un camion pieno di cibarie. Al Borgo fu festa grande, mio nonno diventò l’ eroe e tutti smisero di toccarsi». La guerra è fame («mangiavamo di tutto, tutto quello che riuscivamo a racimolare nei campi»), è paura, ogni tanto è gioco tragico. Così Crescenzio e i suoi amichetti vanno a vedere da vicino i potenti fari dell’ antiaerea tedesca, in un campo allestito in contrada “Olio di Lino”, che illuminano il cielo a giorno. «Mentre eravamo acquattati a guardare con gli occhi sbarrati lo spettacolo della notte che diventava giorno, un terribile bombardamento. Le schegge di un aereo Usa abbattuto ci erano piovute addosso. Quando finisce l’ inferno mi accorgo che l’ uomo accanto a me è morto. Una scheggia lo aveva colpito al cuore. Sono corso via come un puledro. Ogni tanto ancora oggi ci penso e mi viene il soprassalto». Finisce la guerra e resta la miseria. «Nella nostra casa non c’ erano più nemmeno i chiodi. Avevamo venduto tutto per sopravvivere. Per forza non c’ erano ladri durante il fascismo. Cosa si poteva mai rubare nelle case spoglie? C’ è un proverbio siciliano che dice: a uno nudo non puoi togliergli niente, nemmeno la dignità, perché tutto ha già perduto. Eravamo completamente nudi. L’ ultimo oggetto, uno specchio, mio padre l’ ha venduto a guerra finita per comprarsi il biglietto per Genova dove doveva ritornare a imbarcarsi». Sono anni difficili, di ricostruzione, Crescenzio si guarda attorno e non vede sbocchi. Le scuole le ha fatte saltuariamente. L’ unica prospettiva che
vede è la divisa. Finisce così a Venezia, al battaglione San Marco, dove diventa istruttore d’ arme. Vive di malinconia e ricordi. Ha già provato le vertigini dell’ amore. Un amore contrastato per i facili costumi della ragazza. Ricorda e scrive. Legge di tutto, come ogni autodidatta, e annota. Sono struggenti i suoi versi sulla guerra: «Anche l’ angelo custode bestemmiava l’ assenza di pane. Non si cantava più nella via, specie a casa mia, e mia madre ci guardava e piangeva disperata». Siamo agli albori degli anni Sessanta e il soldato diventa poliziotto a Torino. Il posto è più sicuro. Comincia un’ altra vita. Una brutta vita. Sono gli anni di Scelba, la polizia picchia duro gli operai che scioperano. «E nel regno della Fiat ogni giorno erano botte. Ma io stavo male. Mi chiedevo perché dovevo manganellare poveri padri di famiglia che chiedevano solo i loro diritti. Avevo la divisa ma mi sentivo dall’ altra parte. Non potevo parlare con nessuno di questo travaglio che mi tormentava e allora la sera mi sfogavo scrivendo le mie emozioni e le mie rabbie». Nasce tra una carica e l’ altra lo scrittore. A Palermo conosce Maria, stavolta è la donna giusta e la sposa nel 1958. Togliersi di dosso una divisa che sentiva più pesante di un macigno e tornare a casa, al sole di Sicilia, diventa il suo chiodo fisso. C’ è un concorso per vigile urbano e non si fa scappare l’ occasione. Sempre divisa è, ma è più leggera. Comincia la sua terza vita, che presto riempie di figli. Cinque bocche da sfamare e si ritrova con i problemi di sempre. Non è più fame nera, ma la cinghia è sempre stretta. Si ritrova così a lottare per una casa, dopo che gli abusivi avevano occupato quella da lui ottenuta legittimamente. La ottiene, infine, a Borgo Nuovo, un deserto desolato. «Mancava tutto, acqua, luce, fogne. Avevamo solo la dignità e una forza bestiale». Blocchi e proteste e finisce due volte davanti al giudice. Denunce che pesano. Diventa comunista. E lo è ancora, con tanta nostalgia dei tempi quando i dirigenti erano in prima linea. «Da anni i leader della sinistra sono spariti dai quartieri popolari. E poi si chiedono perché Berlusconi fa man bassa». Da anni fa spola con Firenze dove vive uno dei suoi figli, chef di
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bro è “La radice del Sud”) e dipinge i colori della sua Sicilia («Con i quadri ho tirato avanti la famiglia»). Ma resta sempre ai margini. Va in giro con l’ An-
tigruppo, artisti d’ avanguardia, per i paesi a fare happening di poesia e pittura («Ma era una buffonata»). Litiga con i palermitani del “Gruppo 63”(«Sono stati sempre razzisti nei miei confronti. Nanni Balestrini, invece, mi ha aiutato a pubblicare le prime cose»). La casa da cui si vede tutto Borgo Nuovo e la collina di fronte è piena di quadri. I suoi («Non posso permettermi di acquistare quelli degli altri»). Al centro del salone un acquerello di Cesare Zavattini. «Me lo ha regalato, un signore». Mentre legge la dedica del maestro («Non so se c’ è un po’ di padanitudine, come nei tuoi c’ è la sicilitudine») si commuove. TANO GULLO
Addio Crescenzio Cane, l'ultimo bohémien: la Repubblica.it
POCO prima delle lezioni regionali aveva palesato la sua cecità. Lo fece lamentando di non voler votare perché il Comune non era dotato del lettore ottico che gli avrebbe consentito di fare a meno dell'accompagnatore. Crescenzio Cane, scrittore e pittore, è morto venerdì sera a Palermo, nella sua casa di Borgo Nuovo, a 82 anni. Amico di Leonardo Sciascia, che apprezzava i suoi dipinti al punto da lanciarlo come pittore organizzando la mostra alla Galleria Arte al Borgo, Crescenzio Cane fu il creatore del termine "sicilitudine", erroneamente attribuita allo stesso Sciascia. «La sicilitudineè una condizione dello spirito disse Cane - che scaturisce dalla paura e dalla solitudine che ti assale vivendo in Sicilia». Una vita di stenti la sua, famiglia numerosa, tanta fame e la lotta per la casa. Cosicché la sua pittura, graziea Sciascia, potè diventare una fonte di sostentamento. La mostra organizzata dall'amico scrittore fu un successo: le sessanta tele furono tutte vendute. Era il 1972. «Quando mi ritrovai nelle mani i tre milioni e mezzo di allora mi sembrò incredibile». Militante nell'Antigruppo, che riuniva artisti d'avanguardia estrosi e ribelli, fu polemico con il Gruppo 63 («mi hanno sempre snobbato») ma non con Nanni Balestrini che lo aiutò a pubblicare i primi libri. Andava fiero della dedica che Cesare Zavattini gli fece su un acquerello: «Non so se c'è un po' di padanitudine come nei tuoi c'è la sicilitudine». Una frase che lo commuoveva
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P.S.. Alla luce di quanto scritto nella retro-copertina originale di questo ciclostile si comunica che le condizioni non sono mai variate, per chi si occupa di cultura undergraud, sono stati e siamo sempre in condizioni disastrose, sperimentando tutti i metodi per favorire stimoli culturali. Siamo ancora, pur essendo passati quarant’anni sempre allo stesso punto, questo mesaggio è indirizzato a chi volesse effettuare una donazione per sostenere le nostre iniziative. Può andare sul sito, https://www.NatScammacca. net, ed effettuare una donazione all’associazione,”Menu Adesioni, per poter fare delle la donazione attraverso PayPal, alla nostra associazione.
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DI CRESCEZIO CANE
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