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PassaParola Editoriale

Il primo frutto dell’impegno collettivo

Passa Parola News Numero speciale realizzato dagli allievi del corso di Alta Formazione per Addetti Stampa e Comunicazione.

MAGGIO 2012 Edito per CPE Leonardo nell’ambito del Laboratorio Multimediale di Alta Formazione da MEDIA+ Cagliari – mediapiu@tiscali.it Registrazioni del Tribunale di Cagliari n.39 del 29.10.1992 e n.13 del 30/04/2012 Direttore responsabile: Gianfranco Lai

Per chi, come me, ha iniziato a lavorare nei giornali sin dagli anni ’60, oltre frequentare le redazioni caotiche e fumose, accompagnate dalla colonna sonora del ticchettio della macchine da scrivere e delle telescriventi e dal continuo trillare dei telefoni, era una prassi essere spediti dal caporedattore in tipografia, specie nel reparto composizione, una vasta sala circondata da linotype che sfornavano righe di piombo che andavano poi a formare le pagine sui banconi di impaginazione. In quel mondo particolare si aveva a che fare con un ambiente rumoroso ma ordinato e segnato da un rigido protocollo che ogni giorno portava alla puntuale uscita del giornale. In tipografia si poteva incominciare a capire le regole dell’arte grafica, si annusava l’odore degli inchiostri e della carta, si “entrava dentro” per così dire, le viscere del giornale. Oggi questo mondo non esiste più e composizione, impaginazione e stampa vengono gestite da megacomputer che riducono di molto i tempi e i costi dell’editoria. E’ certamente un modo più efficiente di produrre i giornali ma manca certamente di fascino. Con questa convinzione ho pensato di arricchire la cassetta degli attrezzi degli allievi del Corso per Addetti Stampa e Comunicazione facendo vivere loro una breve ma significativa esperienza sia di vita redazionale sia di carta stampata che parlasse loro di “giustezze, ingombri, menabò e cartesini” termini a cui il web ricorre difficilmente. E’ nata quindi questa Newsletter che vive nel web ma anche e soprattutto sulla carta, perché sulla carta è stata concepita, progettata e realizzata. La riuscita di questo lavoro è stata possibile grazie alla sensibilità dimostrata dalla direzione del corso e dal grande impegno di tutti gli allievi e, in particolare, di Maria Chiara Cugusi, Andrea Lancellotti, Silvia Vacca e Matilde Scarpa che mi hanno dato una mano nel coordinamento redazionale. Un grazie particolare alla grafica Luisa Atzori che ha supportato gli allievi nel lavoro di impaginazione. Andrea Putzulu Docente del corso

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Il corso per Addetti e stampa e comunicazione, avviato alcuni mesi fa nell’ambito delle attività previste dal piano interregionale di Alta Formazione, volge al termine. Entro poche settimane infatti i ragazzi che hanno aderito con estrema fiducia alla proposta avanzata dal Centro Professionale Europeo Leonardo concluderanno le loro fatiche e presenteranno il frutto delle competenze acquisite in occasione di un evento attualmente in fase di rifinitura. Fra le tante esperienze maturate questa newsletter costituisce la prima cartina tornasole delle capacità del gruppo di elaborare e di proporre le notizie e gli argomenti che costituiranno l’elemento cardine della futura attività. Sarebbe estremamente inopportuno autocelebrare il gruppo dei partecipanti che ha realizzato questo “assaggio” di professionalità, ma appare quantomeno doveroso sottolineare il livello individuale raggiunto e la capacità aggregativa manifestata da questo gruppo di giovani talenti per i quali si potrebbero aprire diversi scenari operativi nel prossimo futuro. In attesa del “piatto forte” previsto per il mese di giugno vale comunque la pena di celebrare con la dovuta soddisfazione il frutto del loro primo impegno. Cui seguiranno altre testimonianze degne di altrettanta attenzione. Gianfranco Lai Direttore del corso

Il perché di una Newsletter di carta


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Sardegna, crolla l’economia agricola e aumenta la spesa sociale Nell’Isola, il Pil diminuisce del 3,9% e i comuni spendono soprattutto nel settore terziario. In controtendenza, la dinamicità della forza lavoro femminile che aumenta del 3,35% Siamo nell’ultimo trimestre del 2008 l’azienda americana Lehman brothers fallisce portandosi dietro il crollo delle borse internazionali il cui effetto colpisce tutti i settori produttivi. Tre mesi dopo tutte le aziende quotate in borsa perdono mediamente l’85%. Le aziende chiudono. Il mercato finanziario si chiude su se stesso, auto proteggendosi, provocando forse un ulteriore collasso. La politica nel frattempo ha cercato di porre rimedio alla grave situazione con iniezioni di ottimismo. Il risultato percepito dal cittadino è di grande incertezza per il futuro di se stesso e del Paese. Oggi viene riconosciuto ufficialmente che l’Italia è in recessione. Questa sta colpendo soprattutto le aree più ricche del nostro Paese e così, l’economia sarda si è paradossalmente avvicinata alla media nazionale. Infatti l’andamento del PIL pro capite della Sardegna nel 2009 è risultato in diminuzione del 3,9%, a fronte del 5,2% della media nazionale. Si tratta ovviamente di una magra consolazione, che ben poco toglie al quadro drammatico che emerge dall’analisi dei singoli indicatori di crescita. Nella nostra isola la crisi non nasce nel 2008 ma ha radici lontane. Miniere e riqualificazione energetica, polo industriale di Ottana, di Porto Torres, di Portovesme da molti decenni vivono il loro triste fallimento. La Sardegna da almeno 40 anni ha subito la trasformazione da una naturale economia rurale in un artificiale sistema industriale. Oggi la nostra terra ha un economia “assistita”. Infatti il maggior capitolo di spesa dei comuni isolani è quello sociale (23%), che risulta in aumento nell’ultimo quinquennio (75%). Nei comuni delle macroregioni rappresenta il 12% nel Mezzogiorno e il 18% nel CentroNord. Bisogna comunque evidenziare un aspetto positivo: la grande dinamicità della forza lavoro femminile, che è aumentata del 3,35% nel 2010 rispetto al 2008. Mentre il tasso di disoccupazione maschile tra il 2008 e il 2010 passa dal 10,2 al 16,9%, in due anni il tasso femminile si è praticamente dimezzato, raggiungendo l’11,2%. Questo exploit

delle lavoratrici sarde rappresenta un unicum a livello nazionale. In situazione di crisi le donne sarde sembrerebbero essere riuscite ad adattarsi maggiormente al cambiamento. Purtroppo non il turismo che doveva essere il futuro dell’economia isolana e invece a quattro anni di distanza dalla crisi finanziaria ed economica fatica più di altri.

La ripresa prevista dall’Organizzazione Mondiale del Turismo si sta realizzando in altri paesi “turistici”, ma non in Sardegna. Capitale umano, infrastrutture, economia rurale, potrebbero essere il fattore trainante. Purtroppo anche stavolta le potenzialità di crescita della nostra Regione sono fra le peggiori in Europa e non si notano apprezzabili segnali di un’inversione di rotta. Ciò è testimoniato dai dati su innovazione e capitale umano, con riferimento ai quali la nostra Regione, oltre a sperimentare valori assoluti largamente al di sotto della media Europea, evidenzia dei tassi di crescita assai inferiori rispetto ai paesi più poveri. La spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo è lo 0,7% del pil. Qualche segnale positivo emerge dalla dispersione scolastica e formazione permanente dove si evidenzia una riduzione del gap e discreti segnali di miglioramento. Per-

tanto ad una giusta formazione specialistica dovrebbe accompagnarsi creazione di nuova occupazione. Invece la nostra Regione manifesta un crescente e preoccupante ritardo non solo rispetto alla media italiana ma anche a quella del Mezzogiorno. A far riflettere sono soprattutto le dotazioni di infrastrutture materiali e immateriali (strade, ferrovie, reti

bancarie, reti energetiche ed ambientali), assolutamente carenti e quindi, risultano assenti gli strumenti a servizio della crescita. Pertanto al momento la Sardegna risulta non preparata all’esigenza di supportare un tessuto imprenditoriale già di per sé molto debole. La formazione e la riqualificazione della forza lavoro, la creazione di infrastrutture orientate alla rinascita dell’anima rurale della Sardegna, appaiono al momento una possibile strada che la politica sta studiando per una ripresa economica. Speriamo non sia troppo tardi. Emanuele Cabboi


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Incidenza dell’IMU in Sardegna Una vera e propria patrimoniale agricola che colpisce il “bene terra” non riconoscendone il carattere di ruralità e la funzione di bene strumentale ed indispensabile per l’impresa agricola

Il provvedimento legislativo approvato dal Parlamento riguardante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità ed il consolidamento dei conti pubblici”, contiene una serie di misure di grande impatto economico-finanziario per i cittadini, le imprese ed i Comuni del nostro Paese. In particolare, l’art. 13 del suddetto provvedimento (1)introduce l’IMU (Imposta Municipale Propria). L’IMU, come la vecchia ICI, presuppone il possesso di beni immobili (proprietà piena o altro diritto reale), ma a differenza della seconda, stravolge la disciplina preesistente per quanto riguarda gli immobili agricoli, siano essi terreni o fabbricati, inclusi stalle, fienili, cantine, annessi rustici, serre, ricovero attrezzi, capannoni, imponendo un aggravio fiscale in particolare sugli immobili utilizzati per lo svolgimento dell’attività agricola. In Sardegna il Decreto SalvaItalia, andando a tassare quelli che sono a tutti gli effetti i mezzi di produzione per le imprese agricole e per la pastorizia, ossia , il suo settore economico primario, rischia di far saltare il debole equilibrio del settore, aggravando irrimediabilmente le condizioni di una economia ormai allo stremo. Una crisi profonda che nella nostra isola, si combina con l’arretratezza strutturale delle campagne, con il divario crescente ed incontrollato tra i costi dei fattori della produzione, sempre in aumento, e i ricavi dei prodotti conferiti al mercato, a prezzi sempre più bassi. Tutto ciò ha portato ad un vero e proprio tracollo del

reddito degli operatori del settore. La “patrimoniale agricola” colpisce il “bene terra” in quanto tale, non riconoscendone più il carattere di ruralità e la funzione di bene strumentale ed indispensabile all’esercizio dell’attività di impresa. Inoltre, le novità introdotte dal decreto Monti, introducono un dovere contributivo che, nella maggior parte delle situazioni in Sardegna, diventa assolutamente insostenibile, con aumento dell’imposizione fiscale fino anche a oltre 10 volte la precedente tassazione. Di non poca incidenza sul settore sono, oltre

all’IMU, gli ulteriori oneri previsti dalla manovra, quali incremento delle aliquote contributive, accise sui carburanti ecc. che, pur avendo valenza generale e pesando su tutta la cittadinanza, incideranno in maniera significativa sul reddito di tali imprese. In questi mesi si sono susseguite diverse mobilitazioni per ribadire le ragioni per esentare dal pagamento dell’IMU i terreni ed i fabbricati ad uso strumentale (essendo mezzi produttivi e quindi non strumenti finalizzati all’accumulo di ricchezza patrimoniale). Per citare solo alcune associazioni

di categoria, Coldiretti Sardegna, CIA Sardegna, Confagricoltura Sardegna hanno chiesto l’intervento dei Comuni isolani per cercare di mitigare l’impatto dell’IMU sull’economia sarda. Infatti, viene fatta salva, per le singole amministrazioni comunali, la facoltà di ridurre sensibilmente l’aliquota prevista per i terreni agricoli sino ad arrivare ad una riduzione del 50 per cento per i fabbricati rurali. L’Associazione dei Comuni della Sardegna, ritenendo che l’agricoltura sarda possa offrire un contributo importante nel rilancio generale dell’Isola e dei suoi territori e che non possa essere considerata come una “cassa” alla quale attingere, in modo sproporzionato, per il risanamento della finanza pubblica, ha invitato tutti i Comuni ad adottare delibere con le quali applicare le aliquote IMU più basse (2), anche per evitare di introdurre elementi di incertezza e di disparità di applicazione, a seconda dei territori comunali. I settori agricolo e pastorale non incidono solamente nello sviluppo locale in termini economici, ma svolgono anche un importante ruolo di protezione del suolo, in chiave di controllo del territorio, di difesa paesaggistica, di sostenibilità ambientale e di sicurezza alimentare. Sarebbe dunque necessario ed equo, ai fini della assoggettabilità ad una fiscalità ordinaria del settore primario, distinguere chiaramente chi fa impresa agricola e utilizza i beni produttivi per esercitare una attività economica che produce reddito e occupazione da chi utilizza il fattore “terra” come semplice investimento finanziario. Marina Greco


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Fondi ai partiti, pensare al cambiamento guardando all’Europa Riflettori accesi sui movimenti politici dopo i recenti scandali Il dibattito sulla necessità o meno del finanziamento pubblico ai partiti sta caratterizzando in misura sensibile la discussione concernente queste particolari ed importantissime associazioni. Nodo da un lato rilevante, in quanto inerente la cosiddetta “questione morale” ed i rapporti fra partiti politici e società civile, dall’altra non risolto per carenza di volontà politica e per scarsa conoscenza della realtà. La “questione morale”, tema di antica memoria su cui dibattere, ma che torna assai rilevante alla luce, negli ultimi tempi, degli avvenimenti portati quotidianamente alla ribalta dai telegiornali e carta stampata, necessita di serie e urgenti riflessioni. E’giusto o no elargire soldi pubblici, sotto forma di rimborso elettorale, a tali associazioni? Nel provare a dare risposta a ciò, bisogna essere prudenti a non scivolare e cadere, nell’ormai dilagante filosofia dell’ anti-politica, e che le valutazioni non siano frutto di una mal celata vendetta nei confronti della politica. L’attualità della domanda parte dalla considerazione che si deve aver riguardo al meccanismo del finanziamento dei partiti politici ed alla loro gestione, per poter intervenire efficacemente, con incisivi mezzi e procedure di controllo, e sorvegliando - nella tutela dell’autonomia e della democraticità contemplata per i partiti stessi - il rispetto rigoroso e costante di regole di correttezza e trasparenza. In questa visione si inserisce il problema della sussistenza dei partiti, della loro vita. Com’è facilmente intuibile, infatti, essi necessitano di mezzi per sostenersi ed esplicare le proprie attività e fun-

zioni tipiche. Quali modalità di finanziamento sono da preferirsi? Quali erogatori? Quali i limiti? Quali i controlli? In tal senso può essere utile e vantaggioso dare uno sguardo all’Europa e capire come affrontano e soprattutto come legiferano in materia. Gran parte dei paesi europei, tra cui anche quelli economicamente più forti o con una grande storia democratica alle spalle, prevedono il finanziamento pubblico ai partiti e in varie forme. In Francia, la legislazione francese prevede due tipi di finanziamento pubblico: il primo, in forma di contributo an-

nuale (circa 70 milioni di euro), viene calcolato in base ai voti ottenuti alle precedenti elezioni dell’Assemblea Nazionale, il secondo, in forma di rimborsi, in proporzione ai rappresentanti di ogni partito eletti nelle due Camere (in gene-

re, per ogni elezione nazionale, oscillano intorno ai 40 milioni di euro all’anno). Un meccanismo simile vige in Spagna, dove si sommano gli stanziamenti annuali dello Stato a rimborsi elettorali in base ai voti ottenuti alle elezioni precedenti, per un totale di circa 130 milioni all’anno di finanziamento pubblico ai partiti. In Germania, invece, non ci sono rimborsi, ma dal 1958 solo un finanziamento pubblico fisso ai partiti, in base ai voti che prendono alle elezioni precedenti per un tetto massimo complessivo di circa 133 milioni. In Regno Unito, la situazione è più complessa: lo Stato fornisce direttamente due milioni complessivi a una decina di partiti, a cui vanno aggiunti i fondi della Camera dei Comuni che premiano i partiti all’opposizione (per esempio, il Partito Conservatore ha ricevuto circa 4 milioni e 700 mila sterline per la “stagione politica” 20092010) e quelli della Camera dei Lord, destinati sempre ai partiti di opposizione (ma qui si arriva a un massimo di 500mila sterline all’anno per partito). Roberta Calatri


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MigraMed, da Cagliari la proposta di un permesso di soggiorno europeo per aprire le frontiere Una possibile soluzione emersa dall’incontro dei responsabili delle Caritas del Mediterraneo, svoltosi a Cagliari. Laura Boldrini, portavoce UNHCR: “Necessario supportare la transizione democratica dei paesi della sponda sud” Il no deciso al blocco dei flussi migratori, ma anzi, la necessità di ripensare canali di ingresso regolari, attraverso un permesso di soggiorno europeo per motivi di lavoro. Inoltre, la promozione del dialogo interreligioso come strumento fondamentale per valorizzare le diversità. Queste le priorità evidenziate durante MigraMed, “Dialogo tra le sponde”, il convegno internazionale sull’immigrazione promosso dalla Caritas Italiana e dalla Caritas di Cagliari, svoltosi nel capoluogo sardo. Per tre giorni (dal 16 al 18 maggio) i responsabili delle Caritas del Mediterraneo, esponenti politici ed esperti di immigrazione si sono confrontati sul futuro dei flussi migratori, dell’asilo e dell’accoglienza. A conclusione, la proposta di un permesso di soggiorno basato sulla valutazione complessiva dei flussi migratori necessari a coprire i posti disponibili che - secondo quanto dichiarato dalla rappresentante della Commissione Ue Chiara Gariazzo - sono al momento 4 milioni nei 27 paesi della Ue. L’impossibilità di chiudere le frontiere è stata ribadita con forza, subito dopo l’annuncio del Ministro Anna Maria Cancellieri sullo stop ai nuovi ingressi degli stranieri a causa dell’elevata disoccupazione. La reazione non si è fatta attendere: “L’immigrazione a quota zero - ha sottolineato Laura Boldrini durante MigraMed - non è una soluzione realistica, ma aumenta l’irregolarità”. Nessun legame, dunque, per la portavoce dell’UNHCR tra crisi economica e immigrazione. Ma soprattutto, “nessuna invasione”, piuttosto la consapevolezza di un fenomeno che cambia: “Ci troviamo di fronte a un nuovo tipo di immigrazione, circolare - spiega la Boldrini -: non è che oggi si immigri di più, ma si immigra più spesso”. Il dovere di accoglienza è stato evidenziato anche da Massimo Zedda, sindaco di Cagliari: “Nella storia del mondo, nessun provvedimento di legge è mai

stato sufficiente per bloccare i movimenti dei popoli in fuga dalla guerra, dalla povertà e dalla fame”. Ecco allora, la necessità di favorire vie legali di ingresso: “Il permesso temporaneo è una strada doverosa, non solo praticabile”, ha sottolineato Mario Morcone, Capo di Gabinetto del Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione. Morcone guarda al modello dello SPRAR, come sistema di avanguardia in Europa: “La strada giusta è promuovere la rete con Comuni ed Enti locali”. E poi, uno sguardo alla sponda sud del Mediterraneo, con cui è importante promuovere confronto e cooperazione: “Occorre investire nella transizione democratica di questi paesi - spiega la Boldrini -, riuscire a fare in modo che

firmino la Convenzione di Ginevra”. In sala ci sono tutti i presupposti per voltare pagina, lasciandosi alle spalle politiche sbagliate e falsi allarmismi: “Sono fuggite un milione e 300mila persone dalla Libia - ricorda la Boldrini - in Italia ne sono arrivate 28mila e abbiamo sentito parlare di tsunami umano: questo genera ansia da invasione, fa perdere di vista la geopolitica e avvia il nostro Paese verso l’isolamento culturale”. Arrivano anche i riferimenti a Lampedusa, definita “una brutta pagina della politica migratoria italiana” e alla politica “fallimentare” dei rimpatri volontari: “Quale rimpatrio può essere davvero totalmente assistito?” si chiede Jean Pierre Cassarino, dell’European University Institute. Il diritto alla mobilità riparte dunque

Oliviero Forti, responsabile Ufficio Immigrazione Caritas Italiana

da una regione all’avanguardia nell’accoglienza. A testimonianza dell’impegno della Caritas diocesana di Cagliari con i richiedenti asilo, la ricerca “Richiedenti asilo e rifugiati. Dai Cara all’inserimento nel contesto socio - economico italiano. Il caso della Caritas di Cagliari”, presentata durante il convegno. “È fondamentale - sottolinea Don Marco Lai, direttore della Caritas di Cagliari - che questo lavoro possa costituire un laboratorio positivo capace di offrire buone prassi per altri contesti, dove le conflittualità sono talvolta esasperate”. Non solo accoglienza e asilo, ma anche dialogo interreligioso, in una condivisione reciproca e valorizzazione delle diversità. L’Arcivescovo di Cagliari Mons. Arrigo Miglio parla durante il convegno in qualità di Presidente del Comitato promotore per le Settimane Sociali, ricordando che l’ultima edizione dell’iniziativa, svoltasi a Reggio Calabria nell’ottobre 2010, si è chiusa con una “Agenda di speranza”, in cui è stato inserito il riconoscimento della cittadinanza italiana ai bambini nati nel nostro Paese da coppie straniere. L’immigrazione deve essere intesa come “un’opportunità di crescita, anche di fronte a una crisi demografica che richiederà tempi lunghi per essere superata”. Inoltre, l’inclusione degli immigrati - ricorda l’Arcivescovo - ci stimola “all’adozione di un nuovo concetto di laicità che non neghi la presenza di Dio, ma che sia rispettosa delle persone, della loro religione e della loro storia”. Maria Chiara Cugusi


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L’inferno dietro le sbarre Volti e numeri della privazione della libertà in Italia e in Sardegna.

“Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro, ma chi l’ha mi viste, chissà? Chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti, se tengono l’immunità”. Fabrizio De André con la canzone di Don Raffaè descriveva con poche ed efficaci parole la realtà del sistema della giustizia e dell’esecuzione penale degli ultimi trent’anni in Italia. Parole che fotografano una giustizia “di classe” come spesso la definisce Marco Pannella. Una giustizia per i ricchi che ogni anno fa andare in prescrizione 200 mila processi per coloro che possono pagarsi un buon avvocato. E una giustizia per tutti gli altri. La povera gente, 11 milioni di processi pendenti che coinvolgono un terzo della popolazione italiana a cui viene negato quotidianamente il diritto di godere delle garanzie costituzionali. A dare ragione a De Andrè ci ha pensato anche l’ex sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi, presidente dell’associazione “a buon diritto”. Manconi sottolinea come “le poche analisi scientifiche che esistono indicano che la popolazione detenuta è costituita da quelle categorie che lo Stato sociale non tutela più o tutela meno: in carcere si trovano tossicomani, stranieri, i poverissimi, gli infermi di mente, i senza fissa dimora. Sovraffollamento in crescita. I dati della detenzione in Italia spaventano. Nonostante sia entrato in vigore da più di dieci anni il nuovo regolamento penitenziario, che doveva aprire la strada a condizioni più dignitose di detenzione, le carceri sarde e italiane sono rimaste luoghi di sofferenza, incivili e lontane dalla legalità costituzionale di un paese “appena appena civile” come denunciato dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Nel 2010 l’Italia ha raggiunto il record europeo di 68.258 dete-

nuti. In poco più di un anno il numero si è mantenuto costante e oggi il popolo delle galere è composto da circa 67 mila persone. Uomini e donne compressi in spazi previsti per 45.681 persone. Più della metà sono in carcere in attesa di un giudizio. La Marcia per l’amnistia. Il 25 Aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, si è svolta la manifestazione dei radicali per chiedere al Parlamento un impegno adeguato per affrontare le drammatiche condizioni in cui versa la comunità penitenziaria. Rivendicazioni che partono dalla richiesta dell’amnistia, a cui hanno aderito il premio nobel per la medicina e senatrice a vita Rita Levi Montalcini, Rudra Bianzino, figlio di Aldo Branzino, falegname morto nella cella di isolamento del carcere di Perugia, Ilaria Cucchi sorella di Stefano Cucchi, ragazzo morto in carcere con la spina dorsale spezzata, Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva, morto in ospedale dopo essere stato “fermato” dai carabinieri.

Violato il principio di territorialità della pena. Sono numerosi i detenuti sardi, in esecuzione di pena o in attesa di giudizio, rinchiusi nelle carceri della penisola. La detenzione lontano dalla Sardegna crea pesanti disagi ai reclusi ed ai loro familiari, che per le visite e i colloqui impiegano diversi giorni di viaggio, con spese gravanti su situazioni economiche sempre molto difficili, e ripercussioni psicologiche per i limiti ai rapporti affettivi nei riguardi soprattutto di bambini e anziani. Le organizzazioni a tutela dei diritti dei detenut da anni chiedono il rispetto della legge sull’ordinamento penitenziario e la concreta attuazione del protocollo d’intesa tra il Ministro della Giustizia e la Regione sul principio di territorialità delle pene. Per l’associazione 5 novembre “Il Ministero della Giustizia e la Regione devono garantire il rispetto del protocollo d’intesa e rendere noto il numero esatto dei detenuti sardi,rinchiusi nelle carceri della penisola”. Roberto Loddo


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Il ritmo che crea la danza della vita Nel libro “I colori del cuore” 25 storie di bambini affetti da cardiopatie raccontate da genitori e familiari L’ emozione è grande quando si leggono le storie dei bambini affetti da cardiopatie congenite che possiamo considerare veri e propri eroi. Già dal grembo materno inizia la loro sofferenza e la sfida alla vita. La cardiopatia congenita è una brutta bestia che nessun genitore vorrebbe affrontare, spesso bussa senza preavviso trovando le persone impreparate. I familiari si sentono impotenti di fronte all’ annuncio di una sentenza senza appello, ad un primo momento di disagio e sofferenza segue un periodo di rabbia e senso di colpa per il fatto che il proprio figlio avrà un futuro diverso da quello desiderato. La malattia è sempre fonte di preoccupazione ma lo è maggiormente quando colpisce il cuore che è il simbolo del-

Si chiamano Edizioni di Karta ma di carta ne troverete ben poca nelle pubblicazioni di questa neonata casa editrice sarda specializzata nella pubblicazione di ebook. Nata nel 2011, questa piccola realtà editoriale vanta un catalogo di quasi cinquanta titoli tra inossidabili e inediti, di autori locali e non. Guidata da Alessio Pia, venticinquenne con la passione dell’informatica, quasi un “ex hacker” come si definisce lui, la casa editrice è stata ufficialmente presentata al pubblico lo scorso 5 aprile, in concomitanza con la presentazione della versione in ebook del romanzo La preda del cagliaritano Gianluca Floris, titolo già pubblicato nella collana Colorado Noir della Mondadori qualche anno fa. Che il futuro sia il digitale potrebbe desumersi dai recenti dati relativi al settore editoriale. In piena crisi del settore, la pubblicazione di novità è calata del 28,8 per cento da marzo 2011 e il numero dei lettori nell’anno appena trascorso sia calato tristemente del 2,7 per cento, il mercato dell’ebook sembra essere l’unico che porta un segno più, con un numero di estimatori che è passato da 350mila a 1,1 milioni. E non è poco se pensiamo all’emorragia di lettori, di fatto

la vita, la sede delle emozioni e degli affetti. Le lunghe ore di attesa trascorse nelle sale d’ aspetto sembrano interminabili difficilmente si riesce a scambiare qualche parola, in preda all’ansia si scruta lo sguardo del medico che passa o dell’infermiere come per anticipare le notizie sul nostro caro. Come testimonianza e condivisione delle varie esperienze, che le famiglie si trovano ad affrontare tutti i giorni, la psicologa Sabrina Montis e il cardiologo pediatra Roberto Tumbarello che operano all’interno della cardiologia del Brotzu decidono di realizzare un libro dal titolo I colori del cuore. Il testo raccoglie 25 storie scritte dai genitori o familiari senza apportare modifiche o correzioni di sintassi per non intaccare la spontaneità del contenuto.

Purtroppo non tutti i racconti hanno un lieto fine: Carlo ci ha lasciato a 20 anni, aveva una grande passione la buona cucina e l’Inter e ha lottato come un gladiatore sino alla fine, diventando una leggenda per chiunque lo abbia conosciuto; Ludovica che è venuta a mancare quando non aveva ancora compiuto due anni. Laura che oggi, a 4 anni dall’ operazione, sta bene chiede alla mamma: “E se sto male? E se muoio?”, domanda che spesso si fanno i bambini affetti da cardiopatie congenite Minuta, con occhi verdi e sorriso vivace Federica una delle autrici del libro racconta il lungo calvario vissuto per ben due volte. “Ero così arrabbiata! Questa volta no!” continuava a ripetersi , ma per fortuna il viaggio della speranza fatto di corsa all’ospedale Regina Margherita di Torino ha consentito di riparare il cuoricino del piccolissimo Lorenzo. Ed oggi con gli occhi pieni di lacrime guarda Sara e Lorenzo che giocano e conducono e vivono la loro vita normalmente pensa che la sua esperienza possa essere di aiuto e sostegno alle persone che possono trovarsi ad affrontare le loro stesse problematiche. Rosy Dessi

Nasce l’ebook sardo con le edizioni di Karta acquirenti del “prodotto” libro, che sta costringendo gli editori a rivedere la politica dei prezzi di copertina, abbassati in media del nove per cento. Prezzi che però, di fatto, non sono in grado di competere con quelli dell’ebook, generalmente inferiori al costo di un tascabile. Racconta Alessio Pia che la realizzazione di un ebook è cosa ben più complessa di una semplice copia in formato pdf del libro. La nascita del libro digitale è legata alla conoscenza del particolare linguaggio informatico che consente di trasformare un romanzo destinato alla pubblicazione in cartaceo, in un ebook che potrete leggere su un ebook reader o sui vari modelli di tablet. La strada sembrerebbe in discesa, la primavera digitale è qui e ora, che la cosa piaccia o no agli editori tradizionali - i quali comunque si sono messi rapidamente al passo pubblicando in ebook i titoli dei loro

cataloghi - costretti a confrontarsi con un fenomeno i cui contorni non sono ancora ben chiari. Ma certo non può passare inosservato, e non è forse neanche un caso, il fatto che per la prima volta al Salone del Libro di Torino - la kermesse più importante del settore a livello nazionale - sbarchi quest’anno un colosso del calibro di Amazon, considerato dalla filiera del libro tradizionale una delle cause della crisi del settore. Non è dato certo che la fuga dalle librerie sia da attribuirsi al diffondersi del libro digitale, così come è difficile immaginare nell’immediato futuro, ma anche in quello più lontano, un mondo senza libri e librerie. E forse più verosimile che libro cartaceo ed ebook convivano, data la loro natura, e forse anche il pubblico, così differente. Cessino di allarmarsi i bibliofili incalliti, di carta e polvere nelle librerie ne avremo ancora tanta e a lungo. Tania Murenu


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I social network per non sentirsi soli

Dalla piazza reale a quella virtuale

Il sociologo polacco Bauman interviene al Festival della Mente di Sarzana sull’ambivalenza delle nuove tecnologie: “Internet soddisfa il bisogno di riservatezza e condivisione allo stesso tempo. Ma la rete non è vera comunità” A distanza di un decennio dall’utilizzo popolare di internet e a pochi anni dalla nascita delle comunità virtuali, l’uomo s’interroga sulle relazioni interpersonali e analizza come cambiano i nostri rapporti con gli altri nell’era dei social network. Zygmunt Bauman sociologo e filosofo, noto per la scelta di utilizzare il termine “modernità liquida” per spiegare la “labilità di qualsiasi costruzione in questa nostra epoca” ha presentato il suo illuminante punto di vista all’ottava edizione del Festival della Mente di Sarzana, sul concetto di comunità e rete, sui social network e facebook. Bauman, sembra partire da lontano, ci dice che il momento più difficile che l’uomo vive è quando si trova ad esitare. Quel momento di ambivalenza in cui la situazione, la persona, ci attrae e ci respinge, ci seduce e ci allontana al tempo stesso. Vogliamo libertà e al tempo stesso sicurezza, ma più libertà abbiamo più sicurezza perdiamo e viceversa. Desideriamo autorevolezza e vogliamo una sovranità che trascenda e che ci faccia appartenere ad un qualcosa di più grande di noi. Vogliamo asserire la nostra individualità e vogliamo condividere con gli altri. Qui, in questo conflitto entrano in scena i Social Network, che ci fanno una promessa, ci offrono questo binomio: riservatezza e condivisione. Soddisfano il bisogno di essere unici e bisogno di essere riconosciuti, privacy e condivisione. É vera la promessa dei social media di non sentirsi più soli? Il giudizio di Bauman è sospeso. Quello che offrono questi siti è un insieme di rapporti che ci consentono di non sentirsi soli, esclusi, abbandonati, emarginati. Per questo si sceglie di appartenere ad un gruppo e quando si appartiene troppo si perde autonomia, e ci propongono la Comunità. La comunità è tutto quello che si perde. La comunità non è rete, è un insieme di elementi che troviamo già alla nascita e che ci sopravvivrà. É un luogo di ingressi e uscite, vigilati e controllati.

Le comunità sono selettive e quando vuoi uscire ti chiamano traditore. Questo non vale per la rete. Nel network è facile entrare. Ad una comunità tu appartieni, mentre il network appartiene a te. Il controllo è tuo, al network non importa ciò che fai. Il vero amico è un tesoro, ed è nel momento del bisogno che si riconoscono i veri amici. Esiste questo nel network? Forse non avremo mai l’occasione di metterli alla prova. É importante, suggerisce il noto pensatore, creare dei nuovi parametri per poter valutare con attenzione. Se utilizziamo il valore della sicurezza, la comunità batte il network, mentre utilizzando il criterio della libertà, il network batte la comunità. Grazie ad internet si è più vicini a chi è più lontano ma ci si allontana dalle persone che ci sono più vicine. É comodo, entri in rapporto con un click, facile, pratico. Quindi dovrà essere facile e pratico anche in tutte le situazioni. Cosa si perde? La sicurezza; si sono indeboliti quei legami, i vincoli si fanno revocabili, superficiali. Si ha la perdita dell’intimità, che si può realizzare solo offline. Bauman conclude con una avvertenza: la promessa di conciliare elementi opposti è stata esaudita, ma attenzione non possiamo parlare allo stesso modo dei rapporti che c’erano prima, il significato è totalmente cambiato. Ci assicurano contatti, amicizia, relazioni senza il minimo sforzo, e calzano perfettamente perché oggi non apprezziamo più lo sforzo, l’attesa, le difficoltà della vita. Massima rapidità, tutti protesi alla soddisfazione istantanea. Questa torta fornita dai social media è davvero gustosa e soddisfacente? Una vita comoda, agevole, senza sforzi è davvero una bella vita, degna di essere vissuta? Zygmunt Bauman ci lascia senza risposte, ma invitandoci tutte, le volte che dovremo analizzare la relazione, con noi stessi e con gli altri, a ripensare alle sue parole. Matilde Scarpa

Internet promuove nuove forme di aggregazione sociale, al di là dei confini spazio - temporali 1980 Se vuoi conoscere le ultime notizie, se vuoi vedere gli amici o quella carina con i capelli lunghi, se vuoi confrontarti sulla situazione politica, se vuoi vendere, se vuoi conoscere, la piazza è il luogo giusto. Con una vasta scelta: piazza di chiesa, piazza del mercato, piazza di scuola, dell’università, piazza del comune. Ognuna con un suo stile, un codice, un linguaggio. La piazza vive, la piazza comunica. È nel suo fertile humus che nascono le relazioni. Si incontra il migliore amico, si stringono proficue alleanze. Uno sguardo, l’intesa ci si innamora. Si accendono gli ideali e si creano i gruppi. 2012 Quelle piazze ci sono ancora, moltiplicate all’infinito. Nel web ognuno trova le sue, in base ai gusti, ai bisogni, alle urgenze. Trovare la strada è facile. Sul web ci sono i motori di ricerca che in 0.14 sec ti sfornano 1.742.268 risultati e se vuoi saperne di più basta chiedere, c’è sempre qualcuno che ha posto la domanda prima di te e trovi la risposta. Piazza o web la natura umana cerca la relazione. Trova nuovi codici, sperimenta nuove forme di linguaggio e costruisce nuove relazioni, eliminando i confini e poco importa se il cliente in affari si trova a 10mila km di distanza, e il dibattito si fa su skype in videoconferenza, e spesso si va in quelle piazze dove è più probabile incontrare un anima affine alla nostra, nessuna meraviglia se tra amici si gioca online a legend of the dragon. Si, ci vediamo in piazza. M.S.


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Amministrative 2.0? “Yes, we can” Sulla scia di Obama, anche i candidati sardi si affacciano sul web. Facebook lo strumento virtuale più utilizzato per la campagna elettorale in Sardegna. Ma non si abbandonano i mezzi tradizionali come comizi, santini, opuscoli, il porta a porta Amministrative 2.0. Si potrebbero definire così, forse con un po’ d’azzardo, le prossime elezioni comunali, in programma il 10 e l’11 giugno in 65 centri della Sardegna. Anche nell’isola, la politica inizia a muovere i primi passi nel panorama comunicativo del world wide web che, rispetto al passato, offre nuovi strumenti per raggiungere gli elettori. D’altronde, si sa, i comuni interessati ritornano al voto dopo cinque anni, forse pochi per esercitare un mandato, ma altrettanto troppi se rapportati al progresso frenetico della tecnologia che si evolve giorno dopo giorno, con una velocità che non permette agli attori sociali, politici compresi, di stare a guardare. In questo arco di tempo, Internet ha infatti generato nuovi modelli d’interazione, con la prepotente affermazione dei social network, primo fra tutti Facebook, che in Italia ha registrato il boom nel 2008, raggiungendo 21 milioni di utenti nel 2011. Numeri da non sottovalutare per i candidati sardi che provano a seguire le orme lasciate da Barack Obama nelle presidenziali americane del 2008. Così, anche chi ha da sempre mostrato poca dimestichezza con i mezzi informatici, si è trovato costretto a familiarizzare con essi o ad affiancarsi a professionisti del settore. Ed ecco sulla vetrina più famosa del web, affacciarsi timidamente i volti di esponenti isolani del Partito Democra-

tico, del Popolo delle Libertà, dell’Italia dei Valori. Qualcuno, più inesperto, si limita a creare un profilo chiuso e limitare il cerchio delle amicizie a un centinaio di contatti, qualche altro, più scaltro, si presenta in una pagina pubblica aperta a tutti, altri ancora creano l’evento per sondare gli orientamenti di voto, una sorta di exit pool telematico. Nessun attore politico rimane indifferente all’evoluzione comunicativa in atto. Attenzione però: Internet si, ma con cautela. I candidati sardi, pur facendosi coinvolgere da un processo di alfabetizzazione informatica, si mostrano infatti fedeli ai tradizionali mezzi di propaganda politica, come comizi, santini, opuscoli, il porta a porta. IL PERSONAGGIO Propaganda nel web. In principio era Obama. Può essere considerato il padre fondatore della campagna elettorale virtuale. É lui il comunicatore politico per eccellenza, Barack Obama, il primo ad aver sfruttato a pieno le potenzialità di Internet per conquistare l’elettorato. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: 69 milioni e mezzo di voti che, nel 2008, l’hanno portato alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Il “marchio” Obama non ha risparmiato nessuno spazio nella rete delle reti: Facebook (ad oggi, la sua pa-

9 gina ha ottenuto 26 milioni “mi piace”), Twitter, Flickr, passando per LinkedIn e YouTube. Come se non bastasse, anche un sito istituzionale (www.barackoba ma.com) e un social network autoreferenziale, mybarack obama.com, ideato da Chris Hughes, cofondatore di Facebook. La genialità di Obama sta nell’essere riuscito a interconnettere due mondi, quello on line e quello off line: su mybarackobama i sostenitori si incontrano, prima virtualmente, poi fisicamente, con migliaia di iniziative. Il successo è garantito: 2 milioni di profili creati, 30 milioni di dollari raccolti, 200 mila eventi organizzati. Il brand Obama è servito. IL CASO Al Centro Europeo Leonardo, la campagna elettorale secondo 16 corsisti. Social network, ma non solo. Hanno le idee chiare i sedici frequentanti il corso di Alta Formazione “Addetto stampa e comunicazione”, tenuto dal Centro europeo Leonardo di Cagliari: i nuovi media sono efficaci se usati con moderazione e se intesi non come negazione delle forme interattive più tradizionali, ma come uno strumento ad esse complementare. Questo quanto emerso dall’esercitazione condotta dal giornalista Andrea Frailis, che ha visto i corsisti dividersi in tre squadre, nella realizzazione di una campagna elettorale per un ipotetico candidato alla presidenza regionale. Il primo gruppo, composto da Emanuele, Roberta, Roberto, Rosy e Valentina, cosciente della potenzialità di risorse virtuali come tv e radio web, blog e Facebook, ha puntato anche su mezzi storicamente consolidati, come tavole rotonde e comizi, affidandosi alla celebrità di nomi sardi, del calibro di Caterina Murino e Geppi Gucciari. Dalle strategie messe in campo dal secondo team, formato da Alessandra, Chiara, Maria Chiara, Matilde e Vilma, l’interconnessione tra mondi off e on line emerge soprattutto nel tour del candidato che prevede un resoconto quotidiano in streaming sul blog. Il terzo gruppo, in cui hanno partecipato Andrea, Barbara, Claudia, Marina, Silvia e Tania, inserisce tra i nuovi media anche le newsletter e YouTube, mentre tra i canali “fisici” spiccano per originalità il flash mob e il guerrilla marketing. Tre modi diversi ma efficaci, in cui vecchio e nuovo si contaminano nella creazione di una comunicazione a 360 gradi. Valentina Pintori


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I due volti della paura Lars von Trier nel suo film Melancholia racconta la storia di un misterioso pianeta che si dirige pericolosamente verso la terra

Melancholia è un film del 2011, diretto da Lars von Trier. Un misterioso pianeta, chiamato Melancholia, si sta avvicinando pericolosamente alla terra e, nonostante molti scienziati affermino che non la colpirà, fino all’ultimo lo spettatore vive, insieme ai protagonisti, nel dubbio terribile della morte imminente. Davanti a questa tragedia, non basterà a salvarci la vita felice di prima: nell’incipit, infatti, tra le immagini di vita che scorrono lente sullo schermo, vediamo quella di Justine, una delle protagoniste del film, vestita da sposa ma adagiata, come morta, sul letto di un fiume. L’acqua la trascina via, senza che lei possa reagire. Come ci comporteremo noi, quando la catastrofe lambirà le nostre vite, annienterà i nostri progetti? Non è un caso che il film sia diviso in due parti: la prima è chiamata, appunto, Justine, mentre la seconda è dedicata a Claire. Claire e Justine sono due sorelle. Le conosceremo la sera delle nozze di Justine, preparate meticolosamente da Claire, che tra le due è la più metodica, la più organizzata e razionale. Ma non lasciatevi ingannare dai loro sorrisi, dalla pacatezza: presto scopriremo che entrambe ospitano nel loro animo un tarlo che le divora, che impedisce loro di vivere: il loro male è “Melancholia”. Claire, che inizialmente sembra molto più equilibrata di Justine, compatisce sua sorella, ma non riesce a comprenderla. Non capisce la sua malinconia, la sua voglia di distruggerla distruggendo-

si, perfino nel giorno del suo matrimonio, durante una bellissima festa di nozze, organizzata in una casa meravigliosa e con un enorme parco, che comprende un campo con diciotto buche da golf. Per ben due volte verrà posto l’accento sul fatto che il campo possiede diciotto buche, in modo che lo spettatore memorizzi il dato.

Questo particolare si rivelerà più avanti una delle chiavi per comprendere il senso ultimo del film: infatti, quando Claire, realizza che il pianeta chiamato Melancholia si schianterà a breve sulla terra, e la distruggerà, cercherà di scappare con il suo bambino tra le braccia, e passerà vicinissima alla bandierina numero diciannove del campo da golf. Il numero diciannove, diventa quindi il simbolo del tarlo interiore di Claire, di ciò

che la distrugge: per lei, che è sempre così metodica, razionale, preparata e calma, non bastava più rappresentare la paura attraverso un sentimento, un passaggio interiore, come per sua sorella. In onore di Claire, la melanconia di Justine si trasforma in qualcosa di esterno, di visibile, di apocalittico. Ma in realtà si tratta di un’altra faccia della stessa realtà: anche Claire ha paura. E se Justine ha paura di vivere, al punto che non osa farlo, Claire ha paura della morte, al punto che non osa affrontarla, e nonostante sia inutile, nonostante non possa sfuggirle, prende il suo bambino tra le braccia e prova ad andare oltre. Oltre la finitudine umana, oltre il limite. Claire prova ad andare oltre la bandierina numero diciotto. Questi, dunque, sono due atteggiamenti possibili davanti alla vita, e sono entrambi caratterizzati dalla paura. Sono due eccessi, due capi opposti dello stesso filo, che sembra essere stato teso apposta per farci inciampare. Il regista, apparentemente, ci da soltanto queste due possibilità. In realtà, però, noi abbiamo una terza scelta, che come tutte le cose belle è difficile da trovare: la chiave di questa terza via è la madre delle due giovani donne. La madre di Claire e Justine è una donna disillusa, ferita dalla vita. Il suo atteggiamento si pone esattamente a metà tra quello di Justine e di Claire: come la prima, infatti, essa rifiuta ogni tipo di convenzione, e non le importa del giudizio della gente; come la seconda, cerca però di mantenere un certo equilibrio per poter continuare a vivere. Quando Justine, la sera del suo matrimonio, va in camera della madre in cerca di conforto, e le confessa di avere paura, lo spettatore può leggere nei suoi occhi il dolore e la comprensione. Ma nel suo sguardo, lo si vede, c’è anche una consapevolezza antica, e per quanto le faccia male doverlo fare, sa che è la cosa migliore. Quando apre la bocca per rispondere a sua figlia, il regista le fa dire le parole che lui vorrebbe dire a tutti noi: “Tutti abbiamo paura. Non ci pensare. Esci da qui subito.”. Alessandra Pani


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Nel tempo di mezzo ll nuovo romanzo di Marcello Fois racconta la Grande Storia attraverso le vicende private di una famiglia sarda. Sono i tempi di mezzo: quelli in cui l'antico non è ancora pronto a ritirarsi e il moderno incombe avido di cambiamenti

Marcello Fois Quando sbarca in Sardegna nel 1943 non riesce a pronunciare che il suo nome: Vincenzo. Ha ventisette anni, è friulano, orfano, e fugge da quell’anno terribile in cerca della famiglia paterna ignara della sua esistenza. A Núoro, dopo un primo contatto abbagliante e silenzioso con quella terra oltremare, ritroverà le radici e il suo cognome: Chironi. Il nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, edito da Einaudi e candidato al Premio Strega 2012, prosegue la saga della famiglia nuorese iniziata nel 2009 con Stirpe. Il finale che aveva illuminato la tragica epopea della famiglia Chironi è qui direttamente ripreso. Ma i due romanzi restano indipendenti e l’attenzione dell’autore si stringe attorno a pochi protagonisti: il patriarca Michele Angelo, il fabbro che aveva forgiato una famiglia meno tenace del suo ferro, la figlia Marianna, vedova che dialoga con gli spiriti inquilini delle troppe stanze vuote, e l’inatteso nipote, figlio di Luigi Ippolito sconfitto dalla guerra sul Carso. Tra i timori e le speranze della famiglia, Vincenzo riporta la vita nella casa dalle alte mura. È una felicità alla quale è meglio non credere, una fortuna da cui guardarsi, tanto da rimpiangere quella serena sopportazione che ha preceduto la sua comparsa. Il percorso di Vincenzo è uno spostamento di accento: da Nuòro, come pronunciava da continentale al suo arrivo, a Núoro, come sardo che ha ritrovato la sua terra. Lentamente crea una silenziosa intimità col nonno e ritrova, come se sempre fosse esistito, l’affetto materno della zia, finalmente risarcita dei troppi mali che la vita le ha inferto. In questo passato ritrovato, che da un lato protegge e dall’altro rischia di soffocare, Vincenzo sceglie di non rinunciare alle due facce della sua storia, ma di unirle per generare qualco-

sa di nuovo. Così non entrerà nella fucina da fabbro, come il nonno avrebbe voluto, ma da imprenditore, inserendosi con successo nell’edilizia, terreno fertile del dopoguerra. Il destino della stirpe riposa fino a quando il giovane Chironi non incontra l’amore, ma un amore vietato, Cecilia. Lei, già promessa, abbandona lo sposo all’altare per andare incontro a un destino ineluttabile con Vincenzo. Le sofferenze, quelle che neppure trovano una definizione, si abbattono di nuovo sui Chironi, stoici e rassegnati. Una storia che si ripete puntuale: “Il dolore è preciso, la felicità è svagata”. Fois sceglie di raccontare la grande storia, quella cruciale che va dal 1943 al 1978, attraverso le vicende private di una famiglia sarda. La Seconda guerra mondiale non è mai narrata direttamente, ma solo evocata attraverso i ricordi e le percezioni dei protagonisti. È un’eco, un

suono confuso, una notizia bisbigliata che corre sul silenzio di una terra privata dei suoi uomini. Le contraddizioni che seguono la sua fine si arrampicano lentamente sui tornanti che portano alla calma di Núoro. La modernità irrompe

nel paesaggio, prendendo sempre più terra e separando nettamente il confine un tempo incerto fra campagna e città. Nuove classi sociali nascono, la politica corrompe i cittadini, il popolo è chiamato a scegliere la Repubblica, la donna lavora dietro malcelati pregiudizi. Sono questi i tempi di mezzo: quelli in cui l’antico non è ancora pronto a ritirarsi e il moderno incombe avido di cambiamenti. Questa epopea sarda è resa solida da citazioni classiche e bibliche, ma il ritmo non ne risente. I paragrafi scorrono veloci, a volte ridotti a un’unica frase pregnante, sia quando le pagine raccolgono periodi di anni, sia quando si dilatano nella descrizione di un giorno. L’autore nuorese sembra scomparire dietro lo sguardo dei suoi personaggi, raramente cede a una visione disincantata della Sardegna. Lascia la parola allo straniero che si confronta con una terra irreale e affascinante, tanto nel paesaggio, qui vero protagonista come nei romanzi della Deledda, quanto nella lingua. La trova strana, così come i sardi sentono insolita “quella cadenza che fa di un estraneo un estraneo al quadrato”. È una Babele questa Sardegna: l’italiano, in tutte le sua sfaccettature, il sardo e il friulano. Un impasto reso omogeneo da un linguaggio elegante ma popolare allo stesso tempo. C’è un tema che non riesce a sfuggire alla letteratura sarda, quello del distacco: “È la maledizione e la benedizione delle isole: sempre andare e sempre tornare… con strazio”. Anche Fois corre il rischio, ma riuscendo a rendere universale un argomento spesso abusato e autoreferenziale. In questo tempo di mezzo, il distacco diventa il dolore che ci accompagna ogni volta che ci separiamo dalle persone e dai luoghi che amiamo. Una pena che i Chironi conoscono fin troppo bene e alla quale non sfugge neppure Vincenzo, che ha abbandonato la sua terra e perso ogni legame su quella trovata. È spontaneo domandarsi se ne sia valsa la pena, se qualcosa rimanga di questa identità voluta a tutti i costi e pagata a caro prezzo. Ma la speranza si aggrappa a questa stirpe, ancora una volta. Chiara Livretti


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A teatro va in scena l’integrazione La teatroterapia è una forma di arteterapia di gruppo che mette in relazione la comunicazione corporea e verbale con le scienze psicologiche

Esiste un tipo di teatro che non pone l’accento sulla tecnica, la professionalità e la preparazione artistica. È un tipo di teatro che lascia ampio spazio alla libera espressione del sé, che aiuta a sviluppare le preziose risorse che ognuno di noi possiede, attraverso la messa in scena della nostra creatività interiore che non sempre vogliamo o possiamo comunicare. Questo tipo di espressione teatrale è la teatroterapia, una forma di arteterapia di gruppo che mette in relazione la comunicazione corporea e verbale con le scienze psicologiche. Un’alchimia perfetta, insomma, tra corpo, voce e mente. Parte fondamentale della teatroterapia, infatti, è l’armonia col gruppo, lo stabilire un clima libero dagli stereotipi e privo di giudizi, in modo da creare un filo conduttore tra la scoperta di noi stessi e la relazione con gli altri. È attraverso l’interpretazione di un ruolo e di un personaggio che diven-

tano libere la creatività e l’emozione, poichè è dietro lo scudo della recitazione che si nasconde la verità del proprio essere, come un gesto corporeo per noi non quotidiano, una parola che normalmente non diremmo, una lacrima mai versata prima, un sorriso difficilmente elargito o un’emozione che spesso ci rifiutiamo di conoscere, è in questo che agisce la teatroterapia, esplorare la propria vita impersonandone un’altra. E se qui il teatro è concepito come una via per il benessere, ascoltando le proprie emozioni attraverso il movimento e il contatto, non si possono trascurare gli altri contesti in cui agisce questa forma di arteterapia. Gli ambiti di applicazione sono vari, e se il fine è in generale terapeutico, si passa da uno scopo preventivo e educativo ad uno riabilitativo che riguarda determinate fasce sociali, come detenuti, tossicodipendenti, persone con un disagio fisico o mentale. In questi casi, in concomitanza

con un altro tipo di percorso terapeutico, la teatroterapia agisce per la ricostruzione della propria individualità e per l’integrazione in nuovi contesti di vita. La compagnia di teatro integrato La Sesta parete è l’esempio concreto di come tutti possano dimostrare la propria espressività . Nata nel 2009 da un’evoluzione del laboratorio di movimento creativo, coinvolge le strutture dell’Aias di Decimomannu e le Rsa di Vallermosa, Su Planu e Monastir . Ben cinquanta persone sono coinvolte nelle rappresentazioni teatrali che dal 2006 vanno in scena in diversi teatri sardi. Avere la possibilità di partecipare a queste esperienze di gruppo in cui interagire con gli altri attraverso l’espressione delle proprie emozioni, del proprio pensiero attraverso l’arte è l’obiettivo de La sesta parete. È qui che l’arte e in particolare il teatro si pone come terapia: ogni gesto, ogni movimento diventa creatività, educando o ri-educando persone che hanno bisogno di definire una propria personalità, superare le sofferenze e i conflitti interpersonali o perfezionare il comportamento in prospettiva di un’adeguata integrazione sociale. Un importante mezzo espressivo che da l’opportunità a persone con diverse abilità di vivere e far vivere emozioni vere attraverso l’integrazione di differenze di cui ciascuno è portatore. I testi della compagnia traggono spesso ispirazione dal vissuto quotidiano dei partecipanti, dalle loro ossessioni, avversioni, trattate con ironia e leggerezza. Questo è l’effetto complessivo che La Sesta parete vuole offrire al pubblico “spettatore”, che in questo caso è però attivo, sensibilizzato dai significati di promozione sociale, riconoscimento di pari dignità e bellezza delle persone. Silvia Vacca


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Viaggiatori a casa nostra Un itinerario nei luoghi del cuore. Per scoprire scorci, angoli nascosti e poco conosciuti della Sardegna, non percorsi dalle solite direttrici turistiche

La Sardegna e il turismo sostenibile Sostenibilità. È un termine entrato, ormai da diverso tempo, nel linguaggio comune. Sia che si tratti di sviluppo o di ambiente o di qualche altro settore, il “fare sostenibile” fa parte della nostra quotidianità. Tra questi, anche il turismo che si fonda su tre principi fondamentali: tutela e salvaguardia delle risorse ambientali e culturali, benefici per le comunità locali, sia in termini di reddito, sia di qualità della vita e infine esperienze di qualità da far vivere ai visitatori. Il concetto di turismo sostenibile è stato definito, per la prima volta, nel 1995 a Lanzarote, isola delle Canarie. Seicento relatori provenienti da tutto il mondo, in occasione della prima conferenza mondiale sul turismo sostenibile, si sono accordati per tracciare le linee guida del piano di azione: 18 punti delineati nella Carta di Lanzarote, una pietra miliare nella storia del turismo sostenibile. Dopo Lanzarote, la Carta di Rimini del 2001 e l’Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo della Commissione delle Comunità europee del 2007. Ancora una volta sono stati rimarcati gli elementi cardine, per coniugare le esigenze dei turisti con il rispetto delle risorse naturali e culturali locali e il benessere delle comunità ospitanti. La Sardegna, lontana dall’artificiosità della blasonata Costa Smeralda, ha tutte le carte in regola per essere un “numero uno” del turismo sostenibile: ambiente naturale ancora incontaminato, aria limpida, luminosità dei paesaggi, spiagge e coste da sogno, monumenti culturali che trasudano di storia e tradizioni millenarie, cultura dell’accoglienza, prelibatezze enogastronomiche e manufatti artigianali. V. U.

Da Cagliari a Chia, poi nel Sulcis. Prima tappa: cimitero monumentale di Bonaria. Forse, ispirata dalla “corrispondenza d’amorosi sensi” di memoria foscoliana, Alessandra mi parla di questo angolo: l’azzurro e il profumo dei pollini. Una grande galleria d’arte che, sin dal 1827, raccoglie le sculture dei più svariati stili di artisti sardi e italiani dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Qualche passo più in là, c’è l’Anfiteatro romano realizzato tra il I e il II secolo dopo Cristo. Salotto cittadino, incastonato nelle pareti rocciose di calcare, sotto il colle di Buon Cammino. Per Andrea è il suo luogo del cuore: con il profumo della notte, nel ricordo delle melodie dei concerti estivi, ospitati nell’arena. Per Tania, è il Castello di san Michele, circondato dal blu scuro delle notti stellate e un indistinto profumo di fiori. È uno dei monumenti più importanti del capoluogo sardo. Costruito nel X secolo dopo Cristo, oggi è un centro d’arte polivalente, sede di importanti manifestazioni artistiche. Poi, fuori dalla città, verso la costa del Sud per giungere nella baia di Chia: la torre seicentesca, le dune modellate dai venti, il blu cobalto del mare. È l’angolo di Maria Chiara. L’itinerario arriva nel Sulcis. È la patria di Barbara e Silvia: Musei e Villamassargia. Due paesi attigui accomunati dal rio Cixerri. Alberi secolari di ulivi, profumi fruttati, monumenti naturali tra cui spicca s’Ortu mannu e sa Regina. Il profumo dell’elicriso e della macchia mediterranea accompagnano Chiara a Capo Sperone S. Antioco. Panorama mozzafiato sulle isole della Vacca e del Toro. Un luogo da preservare dalle insidie delle installazioni radar che minacciano altri suggestivi luoghi: Argentiera, Ischia Ruggia, Capo Pecora, solo per citarne alcuni. Dolianova e Mandas. Altra tappa nel Parteolla. È il “regno unito” di Emanuele e Roberto: anni fa i due borghi di San Pantaleo e San Biagio erano divisi. Ora c’è Dolianova. Il periodo migliore per una visita? L’autunno, inebriato dai profumi del mosto e delle vinacce e colorato dai suoi

toni caldi. E in un buon bicchiere di vino pare essere racchiuso il segreto dell’elisir di lunga vita! Arriviamo a Mandas. “Simile all’Inghilterra, alle regioni brulle della Cornovaglia o alle alture del Derbyshire”: così David Lawrence descriveva, al suo arrivo, il paese del Trenino Verde. È la dimora di Rosy, divisa a metà tra il suo animo di operatrice sanitaria e di addetta alla comunicazione. Bella, l’Ogliastra. Tra mare e montagna. I luoghi del cuore di Marina e Claudia. Per la prima, il rifugio è la spiaggia di Orrì, con sabbia bianca e finissima e scogli levigati dal tempo. Per Claudia è Jerzu con la campagna di Pelau, la culla del Cannonau: un’esplosione di luce, di colori, di verde intenso, a due passi dai famosi tacchi. Nelle terre di Eleonora. Il colore verde-azzurro e il profumo inconfondibile del pesce e dei frutti di mare sono gli elementi del lido di Valentina: è la borgata di Marceddì, suggestivo villaggio di pescatori che si apre verso le distese sabbiose della Costa Verde. Un po’ distante dal mare, nell’interno, Roberta che si sposta da Cagliari, ha il suo luogo del cuore a S. Leonardo di Siete Fuentes: aria fresca e sorgenti limpide, ricco di storia millenaria e tradizioni equestri. Qualche chilometro più in là c’è Norbello: è il paese natìo di Matilde, con le pietre dei muretti a secco e il colore della terra, quasi rossa. Sono l’eredità de sas tancas serradas a muru, di cui parla il poeta Melchiorre Murenu, all’indomani dell’editto delle chiudende. A poca distanza, c’è il mio posto del cuore: ad Abbasanta, nel centro dell’isola, il Nuraghe Losa, pietra su pietra, svetta maestoso come un santuario. Pace e silenzio. Mistero e magia. Incredulità e stupore. Avvolto nel panorama verde primaverile o in quello giallo oro dell’estate. Anche in questo modo insolito, tracciando un originale itinerario si può fare turismo, trasformandoci in “viaggiatori a casa nostra”. Attraverso la storia, la memoria e i ricordi. Vilma Urru


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Suoni dall’isola Le band emergenti sarde tra tradizione e rinnovamento

Locale è bello Come suona la musica sarda. Anche in Sardegna hanno iniziato a suonarcele. E che musica! La musica sarda, quella fatta di fisarmonica, canto in lingua e danzatori, per intenderci, resta nella nostra tradizione come un’eco lontano. Nessuno la disconosce, tutti dicono di apprezzarla, ma la modernità ha un suono del tutto diverso. Sono molti i talenti nostrani che in questi anni stanno venendo fuori. Non sempre riescono ad ottenere un successo nazionale, anche se spesso lo meriterebbero. A prescindere da questo restano per noi sardi un motivo d’orgoglio: rappresentano il tentativo di catturare il meglio delle nuove tendenze, italiane ed europee, e renderlo qualcosa di assolutamente unico e originale. Spaziano tra i generi, vanno dall’elettronica al rock, dall’hip hop al jazz, spesso mescolano generi che comprendono canzone d’autore e musiche folk provenienti da ogni parte del mondo. Molti i nomi, appartenenti a generi diversi: Sikitikis, Almamediterranea, Tamurita, Katsudoji, The Rippers. La musica è un mondo nel quale la meritocrazia, per ragioni molto varie e sfumate, ha cessato di esistere da un pezzo (come del resto in molti altri ambiti). E il fatto che questi progetti artistici non riescano ad avere un successo nazionale non deve essere considerato necessariamente in maniera negativa. La crisi dell’editoria musicale è ormai sotto gli occhi di tutti, internet ha dato il colpo di grazia al mercato discografico. Il disco originale è ormai un oggetto da cultori. Per i nostraartisti non sono buone notizie, ma può essere un modo per ripensare il loro ruolo: più live, più contatto con la gente. Non un pubblico indifferenziato al quale sottoporre prodotti in serie ma persone attente, orientate da gusti e attitudini. Non vendere e produrre per necessità di contratto ma suonare per passione. Barbara Cadoni

L’Armeria dei briganti, quando il classico ha un sapore moderno Sette elementi, abbigliamento stile gangster. È un palco davvero esplosivo quello animato dall’Armeria dei briganti. Un caso in cui la tradizione è presente ma non è quella nostrana. La loro base di partenza sono i classici della musica swing e della canzone d’autore, italiana ma non solo. Anche nel caso di questa band, sono forti gli influssi della musica straniera, soprattutto quella degli chansonnier francesi. Amano molto il live, e definirli animali da concerto non sa-

rebbe esagerato. Sono esibizioni “interattive”, durante le quali il pubblico viene coinvolto nei modi più diversi, spesso maliziosi, sempre simpatici. Non è un caso quindi che il loro disco si intitoli “In teatro 2011”. Un base jazz dove la maggior parte delle volte è l’improvvisazione a farla da padrone. La tecnica si coniuga alla passione e il classico diventa moderno senza forzature. B. C.

Katsudoji: due televisori che viaggiano nel tempo Una valvola nata nella Berlino del 1941 rappresenta l’inizio di questo esperimento musicale e artistico. Sono i Katsudoji, Jaz e Golia, due televisori il cui catodo, attraversando più di un secolo e andando poi a ritroso nel tempo, ha assorbito le esperienze musicali più diverse. Questa è in sintesi la storia del duo, definito elettrock. L’operazione portata avanti è interessante, soprattutto dal punto di vista estetico. Suonano sempre con un televisore in testa, indossano tute fluo e fanno largo utilizzo di video proiezioni. Un’operazione artistica ad ampio raggio quindi, che non comprende solo la musica, anche se quella è la loro vera specialità. Ci tengono molto ai loro perso-

naggi, anzi si identificano in essi al punto da non rilasciare interviste senza prendere una posizione univoca. L’interpretazione è libera. L’aspetto interessante è l’essere riusciti ad inventare una storia che funziona e alla quale rimangono fedeli. Berlino però non è solo un luogo immaginario. Rappresenta una tappa importante della loro storia musicale, il palco dove hanno iniziato. E a conferma di come in Italia si abbia bisogno di influenze d’oltralpe questa loro esperienza è servita ad aprirgli molte porte, in Sardegna e non solo. Locale è bello insomma, ma se suoni un po’ come suonano all’estero è anche meglio. B. C.


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Boghes de palcu Is cantatoris. Gli scomodi comunicatori del proprio tempo

Se appare indubitabile che la gara poetica, in forme più o meno complesse a seconda delle aree culturali in cui si è manifestata o si manifesta tuttora, è esistita praticamente in tutte le società di agricoltori e allevatori, è altrettanto fuor di dubbio che in nessuna parte del mondo la poesia estemporanea ha avuto l’evoluzione complessa e morfologicamente notevole caratteristica della sua facies sarda. Per l’intellettuale tedesco Heinrich von Maltzan, l’improvvisazione era «l’apice di splendore della vita popolare sarda». La trovava superiore a quella che si praticava nelle restanti parti d’Italia perché l’attenzione degli autori non era rivolta «esclusivamente alla forma ed alla rima», bensì anche «al soggetto, alla sua elevatezza, al suo fantastico ornamento»; tanto che gli improvvisatori isolani si potevano definire «veri poeti». Partendo dalla premessa che le gare poetiche sono, in qualche modo, una sovrastruttura dell’ovile e del campo, cioè a dire, rappresentano uno dei riflessi letterario-musicali dell’economia agro-pastorale, Paolo Pillonca, il maggiore specialista della materia, ci invita a cogliere

le connessioni fra l’andamento delle annate agrarie pastorali e la riuscita delle stagioni poetiche e di verificare e creare rapporti precisi fra essi, i vari livelli della poesia improvvisata, da quella ufficiale del palco a quella che lui stesso ha chiamato dell’ovile: «l’interscambio che si istituisce fra il livello professionale e quello dilettantesco che ne crea le premesse e per lunghi anni ha assolto alla funzione di vera e propria “scuola” per chi avrebbe finito con il diventare improvvisatore di mestiere». Insieme al rapporto palco-ovile, è di particolare importanza una seconda relazione: quella che intercorre fra il palco e la poesia culta, né potrà essere trascurata l’indagine sul retroterra culturale più generale degli improvvisatori, la loro formazione, il loro aggiornamento. Altro punto fondamentale risulta essere il modo in cui la tematica si sia legata e si leghi ai problemi concreti della comunità che fruisce della gara, e quindi in che modo si rifletta sui palchi la dicotomia agricoltura-industria nella nostra isola, come venga trattato il problema della criminalità o quello della disoccupazione. Parimenti, in che modo la comunità - per il

tramite dei suoi “delegati” che sono gli improvvisatori - viva altri dibatti, quali il divorzio, l’aborto e via discorrendo. Argomenti tutt’altro che scontati e impegnativi, che assolvono ad un’essenziale funzione di veicolo, formativo e informativo insieme, di una collettività ove il tasso di alfabetizzazione è minimo. Come dire, in altre parole, che il nodo principale da sciogliere in un’indagine su questo fenomeno, è proprio quello del rapporto fra gli improvvisatori e il potere con cui, di volta in volta, la poesia improvvisata ha dovuto fare i conti. L’ampliarsi degli orizzonti della tematica, infatti, con la discussione di argomenti tabù, provoca i primi dissidi fra improvvisatori e autorità costituite, segnatamente quelle ecclesiastiche. Le prime avvisaglie di quelli che Pillonca chiama “sos annos nieddos” sono del 1927, ma la rottura definitiva si ha solo cinque anni più tardi, nel 1932. Le gare vengono proibite, gli improvvisatori tacciono per cinque anni, fino al 1937, quando si arriva ad una sorta di compromesso: agli improvvisatori viene nuovamente concesso di esibirsi, a patto però che nelle gare non tocchino l’argomento “politica” e “religione”. Sulle prime nessuno sembra accettare il sopruso, ma a poco a poco tutti si assoggettarono alle limitazioni, con l’eccezione di Raimondo Piras, il quale si ritira dalle gare per comparire soltanto a guerra finita, nel 1945, e motiva così la sua scelta: «Subra su palcu no bi devet àer musarolas. Cando m’an chélfidu tancare sa ‘uca, no lis apo postu mente. Po cantare gai, menzus nudda». Claudia Carta


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Basket sardo

Un quadro fatto di luci ed ombre Sassari è una Dinamo, Cagliari è poco Brillante C’è chi dice che il basket sardo sia un’eccellenza nel panorama italiano, chi un iceberg con la punta in bella vista e sotto un sommerso di difficoltà. Come sempre la verità sta nel mezzo, quel che è certo è che il fenomeno Dinamo sta pian piano spostando gli equilibri a favore di Sassari. La squadra di Meo Sacchetti, matricola rivelazione la scorsa stagione, ha conquistato per il secondo anno consecutivo i playoff. Ora deve giocarsi le ultime tre partite per ottenere la miglior griglia possibile in vista della post season nella corsa allo scudetto. Un titolo che oggettivamente sa di non poter vincere, ma il solo fatto di poterselo giocare è incredibile per una società che quest’estate rischiava di sparire, e ha optato per un passaggio di proprietà. Come detto la verità sta nel mezzo, perché bisogna anche dire che Sassari in pochi mesi ha perso ben due squadre: prima l’Edera, che si era conquistata sul campo la serie B, poi la Robur et Fides, che in serie B era rimasta dopo i playout. Uno strano incrocio di titoli sportivi scambiati in estate, ed ecco che la prima decise poi di non fare il campionato, e la seconda con la stagione in corso è stata costretta a ritirarsi per debiti. Non se la passa meglio in campo femminile la Mercede Alghero. La squadra catalana fino a qualche anno fa militava in A1, oggi si trova costretta a dover disputare i playout per evitare la retrocessione dall’A2. Non è infatti bastato il successo nell’ultima giornata nel derby con la Virtus Cagliari. E qui possiamo scendere verso sud, dove il basket sembra essere in mano

alle donne. La società di via Pessagno ha ridimensionato quest’anno le proprie ambizioni, da squadra playoff è diventata una a cui la salvezza sarebbe andata benissimo. Anzi paradossalmente aver conquistato i playoff come ottava può risultare un danno, dato che sarà costretta ad almeno una trasferta, con conseguente esborso economico, sul difficile campo della capolista Vigarano. Quasi certa l’eliminazione al primo turno. Quello che si prospetta nella prossima stagione è un ritorno al passato, ai derby con le cugine del Cus Cagliari. Già il Cus Cagliari, riuscito finalmente a riempire il palazzetto di “Sa Duchessa” nell’ultimo scontro con Alcamo (nella foto), ha subito la beffa peggiore. Vedere la massima serie sfumare per un solo punto, dopo tante occasioni buttate al vento durante tutto l’anno, quando la palla scottava e le giocatrici d’esperienza in grado di piazzare il colpo decisivo giocavano nelle altre squadre. Da un lato però il Cus può essere anche un modello, perché ha mostrato che pur con un ridotto budget si può fare basket, lavorando duramente tutto l’anno e mai demeritando nelle partite di campionato. E se arrivasse un secondo ripescaggio, proprio al posto di chi magari ha costruito squadre più forti ma senza fare i conti con il bilancio (non è un segreto che ci siano squadre che non hanno pagato gli stipendi), non ci sarebbe niente di cui vergognarsi. Sarebbe anzi la ricompensa per le giocatrici viste piangere a fine gara, per le ragazzine del settore giovanile che hanno versato con le loro

beniamine lacrime amare. E proprio da quelle lacrime delle sue giovani atlete l’ambiziosa dirigenza della compagine universitaria deve ripartire, al di là del ripescaggio nella massima serie, incrementando il lavoro nel settore giovanile, sul modello di squadre che militano in campionati minori, come Antonianum Quartu e Spirito Sportivo Cagliari, la stessa Virtus e la Dinamo nel settore maschile, che stringendo collaborazioni con altre società stanno lavorando su questo aspetto. C’è poi chi sogna a pochi passi da Cagliari. È il San Salvatore Selargius, che farà lo spareggio promozione dalla B d’eccellenza per riprendersi dopo una ventina d’anni l’A2 femminile. La vera nota dolente del cagliaritano è il basket maschile. La Russo qualche anno fa riempiva il Pala Rockefeller di Cagliari, oggi rischia la retrocessione in C regionale. Tutto ha avuto inizio con il ripescaggio in A dilettanti, la vecchia serie B1, nell'estate della stagione 2008-09. Da lì solo dolori per i Pirati, che retrocessione dopo retrocessione fanno ora la C nazionale. Il fatto che all’ultima giornata ci sarà il derby con l’Olimpia, decisivo per entrambe, è frutto di un destino che ci si è andati a cercare. La Russo schiera giocatori che tanto hanno dato al basket isolano, ma che oggi non possono più tirare avanti la baracca, e nel loro orgoglio deve sperare per tirare fuori una vittoria che eviterebbe i playout. Dall’altra un’Olimpia che al via si era presentata come candidata alla promozione, con una rosa di tanti, troppi giocatori. Se non vince sarebbe sicuramente fuori dai playoff, ma anche in caso di successo deve sperare in notizie positive dai campi delle dirette concorrenti. Anche il Calasetta dopo un solo anno tornerà a disputare la C regionale. Purtroppo troppo poco competitivo il roster per centrare la salvezza. A Cagliari si vive ancora nel mito del Brill, ma ormai sono già passati quarant’anni. I tempi sono cambiati, non si gioca più solo per passione ma per vivere di questo sport. In un periodo di crisi economica è sempre più difficile trovare i fondi, far fronte alle richieste dei giocatori e della stessa Federazione, che ogni anno cambia nomi e formule ai campionati senza risolvere i problemi strutturali. Basti pensare che quest’anno in Sardegna alla C femminile e alla D maschile hanno preso parte solo sette squadre, mentre si sono improvvisamente popolate le Promozioni, campionati con minori tasse gare. Questa è la base dell’iceberg, sulla quale la nave basket rischia di scontrarsi e venire affondata. Quanti capitani coraggiosi rimarranno a bordo? Andrea Lancellotti


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