capitolo 1
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n’ombra sfuggente, un refolo leggero, un soffio dispettoso…
Tutto (o quasi) ebbe origine in un luogo indefinito, tra aria e terra, tra cielo e boschi, tra acque e fuoco. E fu l’intento di classificare l’inclassificabile a spingere, fin dall’antichità, i filosofi a dare un nome agli spiriti impalpabili che popolerebbero i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco, secondo tradizione e leggenda e, chissà, fors’anche qualche luogo reale speciale che in questo manuale cercheremo di circoscrivere, descrivere per portarti, lettrice e lettore, in un mondo fatato. Aristotele, Anassagora, Empedocle furono fra i primi a indicare la composizione dell’universo noto riducibile proprio agli esseri elementali, a loro volta formatisi da un unico elemento primigenio ignoto. La credenza che attribuiva gli gnomi alla terra, le silfidi all’aria, le ninfe, Nereidi e Ondine all’acqua e le Salamandre al fuoco resse fino al Medioevo. Se ne parlava ancora nei secoli xv e xvi tant’è che il medico alchimista svizzero Paracelso, nel suo Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, et de caeteris spiritibus (1566), confermò la suddivisione nelle quattro specie di creature elementali fatte di spirito che convivono con gli umani sulla Terra e a cui aggiunse i princìpi della materia: sale, mercurio e zolfo. Tale materia è, secondo il celebre alchimista, dominata dagli spiriti della natura, i protagonisti della sua trasformazione continua e dei ciclici cambiamenti. 11
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Agli gnomi toccò il compito di indagare la terra e i suoi segreti (gr. gnòme = insegnamento): le pietre preziose, i minerali, le piante, il mondo sotterraneo. Le Ondine ebbero in dote cascate, laghi e ruscelli e una certa fascinazione nei confronti degli umani. Le Salamandre o Vulcani vivono laddove vi sia fuoco: vulcani e crateri, assumendo l’aspetto, esse stesse, di fiammelle o globi luminosi e sconfinando spesso nel terreno delle streghe. L’aria e il vento furono di dominio di silfi e silfidi. Nei secoli successivi la credenza si sfuma e gli spiriti dei quattro elementi si declinano in innumerevoli forme a seconda dei luoghi, delle tradizioni, dei racconti, dei diversi Paesi, ma con affinità curiose. Ed è allora che nascono le svariate credenze legate alle creature fatate che indagheremo. Ma la domanda sorge spontanea: di chi mai possono essere antenati le silfidi leggere o le acquatiche ninfe se non di quelle che conosciamo comunemente come fate? Vediamo come.
4JMɨ F TJMɨEJ Quello che credi essere un soffio o uno spostamento d’aria improvviso, una raffica di vento inspiegabile, un soffio sul collo, potrebbe essere una silfide o silfo, nella variante maschile. Detti anche geni poiché la parola silfide o silfio viene dalla forma latina sylfi, sylfiorum con cui i galli identificavano i geni, gli spiriti dell’aria. In questa babele linguistica, ci si mette anche Paracelso, affermando che l’essere elementale deputato all’aria può essere chiamato “silvano”, in quanto abitante della selva. Viene descritto come una sorta di elfo che compensa l’esile costituzione con la rapidità di spostamento e sarebbe legato alla Cabala. Ancora Paracelso ci dice che si tratta di spiritelli elementali, leggeri, lievi, veloci negli spostamenti, proprio come un cambio repentino del tempo atmosferico di cui sono artefici e custodi. È più facile percepirne la presenza che vederli, quindi non cercare di andare più a fondo se dovessi percepire un’aria… strana! Anche perché
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si divertono a manipolare la volontà di noi umani, sono telepatici e s’insinuano nella nostra mente e nei nostri ricordi. Ma se proprio insisti, puoi cercare di entrare in contatto con uno di essi invocandoli e chiedendo loro il dono della memoria o dell’ispirazione. Dove? Pianura o montagna, l’importante è che sia un luogo ventoso. Inoltre, se mai uno o una di essi dovesse innamorarsi di un umano, sarebbe condannato a diventare mortale perdendo l’abilità del volo. La protagonista del balletto romantico La silfide di Jean-Marie Schneitzhœffer, coreografato da Filippo Taglioni, non perse solo la capacità di volare, bensì la vita nel momento in cui l’amante umano, lo scozzese James, le appoggia sulle spalle un velo, ignaro del fatto che la strega Magde lo ha avvelenato. L’eterea creatura perde le ali, si spegne e viene portata via in volo dalle compagne lasciando il povero James affranto. Ebbene sì, le silfidi possono assumere forme umane anche se l’aspetto consueto è quello di esseri semitrasparenti azzurrognoli, esilissimi e dotati di lunghe ali di uccello dalle piume bianche, vestite con abiti dai tessuti leggeri, impalpabili. Una precisazione è d’obbligo: la silfide del balletto si ispira al folletto Trilby del racconto fantastico di Charles-Emmanuel Nodier ed era una villi, creatura mitologica slava vestita di veli bianchi che vive presso crocicchi e cimiteri, capace di fare impazzire i passanti. Da esse dipendono i fenomeni atmosferici: dal semplice spostamento delle nuvole agli uragani. Ma è anche grazie ad esse che avviene l’impollinazione dei fiori poiché trasportano il polline in aria. Il punto cardinale è l’Est, i colori sono il celeste e il giallo pallido. Hanno anche uno strumento del comando, il pentacolo, e un leader mitico: Paralda. C’è chi li chiama folletti o Piccolo Popolo, ma è un errore.
,)22%4*/2$*.#'$*/&5.$)./*/.28'. -F TJMɨEJ EFMMF SPTF Se le silfidi e i silfi talvolta possono essere capricciosi come il clima e insinuarsi nella nostra mente contagiandoci con il loro umore mutevole, le piccole silfidi delle rose sono creaturine delicatissime e innocue. Non sono litigiose nemmeno con gli insetti che attentano alla rosa dove esse vivono né con gli gnomi maleducati e i troll che le importunano.
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9*/:-$.) Altrettanto delicate sono le Asrai, altresì dette water-fairies (Fate d’acqua) e mai nome è stato più azzeccato: se catturate o anche solo sfiorate o esposte alla forte luce del sole, esse si scioglieranno e di esse resterà solamente una piccola pozzanghera. Se il sole è un nemico, la luna è invece colei che le fa crescere dopo un buon… bagno di luna. Sono piccole (da 0,60 a 1,20 m) e bellissime, esili, con lunghi capelli verde-azzurro e occhi luminosi come pietre preziose. Hanno piedini simili alle zampe delle anatre grazie alle quali nuotano nelle acque dei fiumi inglesi, ma non disdegnano di “zampettare” sui prati, rigorosamente nottetempo. Prediligono le contee di Shropshire e Cheshire dove dovranno fare particolare attenzione a non finire tra le grinfie del celebre gatto di Cheshire, uno dei protagonisti del Paese delle Meraviglie della svampita Alice. 14
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È assai probabile che il primo a menzionarle, o addirittura, a crearle, sia stato Robert Williams Buchanan con il suo poema The Asrai (1872), ispirandosi alle leggende del lago gallese Bala e delle contee di Shropshire e Cheshire. Il poema avrà anche un seguito commissionatogli in occasione del Natale: The Changeling, dove fa la sua comparsa un Asrai maschio che occupa un corpo umano ma va a caccia di un’anima immortale. Successivamente, sarà la folclorista Ruth Tongue a riportarle alla ribalta della narrazione raccontando di un pescatore che raccolse un’Asrai che lasciò morire su un mucchietto di alghe sul fondo della barca dopo aver sentito un forte bruciore al contatto con la pelle umida della creatura.
;%-*#)/*/0%$1.66) Quali specie di rose prediligono le silfidi? Difficile dirlo tanto evanescenti sono le piccole fatine, ma qualche tentativo si può fare in uno dei roseti più belli al mondo: il magico vivaio del celebre David Austin, a cui devono il nome più di 250 rose. Ma se fra le 700 varietà presenti non dovessi scovare neppure una silfide, tenta con le Asrai: la contea è la stessa, lo Shropshire! Se anche questo tentativo si rivelasse infruttuoso, non ti resta che consolarti con il celebre formaggio erborinato dalla pasta giallo-arancio: lo Shropshire Blue. È assai probabile che le silfidi italiane vivano fra le colline della Franciacorta e chissà che non riusciate ad avvistarne qualcuna nel Castello Quistini di Rovato, ma dovrete sfidare i sentieri profumati di un labirinto che racchiude al centro il gazebo delle rose banksiæ. Oppure varcare i cancelli del roseto Niso Fumagalli della Villa di Monza che inebria per colori e profumi o ancora cercarle fra le 500 specie del roseto del Vittoriale dove, non è un caso, ve n’è una dedicata al padrone di casa, la Gabriele d’Annunzio.
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;*4.()%")/<$%)=)#*/"*44./>?*()./&*4/@A!!/-*2%4% Nel 1656 Karin Svendotter, dopo l’ennesima crisi convulsiva, fece questo racconto: «Ho incontrato il Re delle silfidi, Älkvungen con cui ho cantato, danzato e…». Insomma, la donna, ex domestica, asserì di avere avuto ben sette figli dal re silfo lamentando il fatto che questi glieli aveva portati via. Disse di averlo incontrato sulla Grönskulle (Collina verde) e come resistere a un bel “fato” vestito d’oro? La donna chiedeva che i figli le fossero restituiti. Forse con un buon giudice oggi l’avrebbe spuntata, ma all’epoca la sventurata Karin per quella folle affermazione finì sotto processo nella cittadina di Sävsjö. Ed è lì, nello Småland, che andremo per capire qualcosa in più di quella vicenda. All’epoca le relazioni tra umani e creature fatate venivano considerate alla stregua di “peccati di bestialità” in quanto fate e affini spesso avevano caratteristiche animali e il tutto veniva ricondotto alle ingerenze diaboliche di Satana. Karin se la cavò con l’ordine del giudice rivolto ai suoi parenti affinché pregassero per lei, i quali, oltre a pregare, le fecero indossare una croce d’argento da indossare per proteggersi dal Maligno, considerato la causa della sua follia. Fu fortunata, altri casi si chiusero con la condanna a morte del malcapitato. Che fare a Sävsjö, piccolo Comune nel sud della Svezia? È altamente sconsigliato qualsivoglia incontro con esseri fatati, numerosi in zona. Meglio affidarsi agli abitanti, così come si presero cura dell’anima di Karin, si prenderanno cura di te, anima e corpo: saune, bagni caldi in piscine naturali, corsi di cucina salutare, sport di ogni tipo non mancano. Pare che vi sia una vera e propria ossessione per il wellness.
A*"#%4B"/ La piccola e misteriosa creatura spagnola il cui nome potremmo tradurre con Venticello, ha senza dubbio un legame con Zefiro della mitologia greca, il vento dell’Occidente figlio di Eolo, dio di tutti i venti, ma assume delle caratteristiche proprie una volta “sbarcato” nelle Asturie. Simile a silfi e silfidi, è piccolo, con ali diafane e volto di bambino. È uno spiritello giocherellone quando è semplice brezza, ma diventa fastidioso quando percorre a gran velocità le valli e le montagne del nord della Spagna. Quando cambia la direzione del volo può fare danni e durante le tempeste piega gli alberi e scoperchia i tetti delle case. Ma dopo il suo passaggio l’aria è più pura e cristallina, la terra appare rinnovata e purificata.
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A volte è un piccolo zefiro che porta parole d’amore agli innamorati o messaggi dal mondo dei morti. Più spesso è messaggero di presagi, buoni o cattivi a seconda del suo umore pazzerello. Gli asturiani lo temono ma amano allo stesso tempo, perché il giovane vento è anche un monito a rispettare la Natura che se maltrattata, si ribella facendoci sentire piccoli e insignificanti. Ventolín affonda le radici nel mondo mitico ancestrale degli esseri elementali. Ma c’è una notte in cui anche Ventolín è tranquillo: la notte di San Giovanni che tanta importanza ha fra le creature fatate e durante la quale il piccolo vento s’innalza leggero soffiando canzoni melodiose.
:-#'$)*/?*"#%-* Potremmo portarti nella capitale Oviedo o nella popolata Gijón o in qualsiasi altra località dei 10.000 chilometri del Principato delle Asturie, titolo che spetta all’erede al trono della corona spagnola, ma noi dobbiamo inseguire il vento, vero? E quale luogo migliore se non sugli alti picchi montagnosi? Lassù dove Ventolín si diverte a giocare con l’aria: i Picos de Europa, tre massicci che arrivano a superare i 2500 metri, nonché le prime montagne che i viaggiatori vedevano tornando dall’America, segnale che erano sopravvissuti ed erano a casa. Ma non basta, Ventolín è bizzoso e vuole che lo inseguiamo fino all’estremo. Dunque saliremo sul Naranjo de Bulnes (Arancio di Bulnes), un gigante calcareo di roccia coperta di buchi come la buccia d’arancia e che assume quel colore quando il sole lo illumina. La fatica sarà ripagata a Potes, capoluogo della comarca di Liébana dove un bicchiere di orujo, la grappa asturiana, e un piatto di saporito cocido ci ripagheranno della fatica dell’ascesa. E se avremo il… Ventolín in poppa, la discesa dal monte sarà ancora più facile. Naranjo de Bulnes (Arancio di Bulnes), Spagna 17