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Emiliano Stefanelli

Fuochi dalla Pianura


Emiliano Stefanelli Fuochi dalla pianura

Casini Editore


Š 2009 Valter Casini Edizioni www.casinieditore.com ISBN 978-88-7905-143-9


Fuochi dalla pianura

Alla persona che pi첫 amo e senza la quale non avrei avuto la forza di finire il libro. A tutti gli amici che mi hanno seguito e incoraggiato, ai miei figli, che non sono ancora nati. Ai miei avi, che non sono ancora morti. Alle parole che non ho ancora scritto, alle idee che mi sono rimaste in testa e li rimarranno. Lo dedico al mondo che ho vissuto sino ad ora, senza il quale non avrei avuto il coraggio di criticarmi.


Prologo

I miei genitori avevano cattive abitudini. Non li ho mai odiati per questo. Le sfere del mondo erano molto più complesse di quanto pensavo a quell’età, e me ne accorsi in una volta sola. In un solo minuto. Avevo poco più di sette anni e vivevamo in un ranch fuori città. Mio padre allevava giovenche e aveva un brutto carattere. A differenza degli uomini suoi amici però non beveva, o beveva raramente. Una sera lasciò un puledro di pochi giorni lontano dalla madre per qualche ora, la madre non lo riconosceva. Mio padre diceva perché era tutto bianco da madre e padre maculati: non era una cosa normale. Quella sera non legò neanche il nostro cane. Adoravo quel cane, lo conoscevo da quando ero nato e viveva con noi in casa. Anche mio padre amava quel cane, lo portava con sé ovunque andasse. A volte dormiva anche in casa, nei dicembri che strappavano la pelle di dosso. Che freddo faceva. Una mattina, quando andò a controllare come stava il puledro, lo trovò sbranato, con la gola squarciata. Pezzi della povera bestia erano sparsi in tutta la stalla. Nelle vicinanze non c’erano né coyoti né lupi, non era stagione. Andò dal nostro cane, e lo trovò sporco di sangue. Allora lo prese per la collottola, prese il suo coltello e lo portò lontano dalla nostra casa. Era un grosso cane pastore dal pelo fulvo ma ricordo che mio padre lo trascinava con facilità. Quando tornò a casa era solo, le sue mani erano sporche di sangue e in mano reggeva le due orecchie del cane. Si avvicinò alla porta di casa e piantò le due orecchie vicino allo stipite di


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legno conficcando il coltello in profondità. Lo odiai per quello che aveva fatto e ogni giorno, quando entravo a casa, vedevo le orecchie del nostro cane piantate sullo stipite della porta. Un giorno gli chiesi perché lo avesse fatto, e lui non mi rispose. Il giorno dopo gli chiesi quando potevamo togliere quelle orecchie dalla nostra porta che tanto facevano impressione a mia madre, e lui disse che avremmo potuto toglierle quando fossi stato alto abbastanza da raggiungere il coltello. Il giorno dopo ancora, andai da lui e gli chiesi perché aveva usato il coltello e non il fucile o la pistola. Lui rispose che non valeva la pena sprecare due penny per una pallottola e il coltello non costava niente. In quei giorni lo odiai come non lo avevo mai odiato, ma quando lasciai quella casa mi resi conto di quanto era costato quel gesto a mio padre. Amava quel cane, e quel cane lo aveva tradito. Non era per i due penny, ma io so perché scelse di usare il coltello. Amava quel cane e da quel giorno non avemmo più nessun cane in casa. Io lo apprezzai.


Inspirare

David Miller aveva il viso stanco e l’odore del cavallo gli aveva appesantito i vestiti. Non ne era sicuro, ma poco dietro la curva il sentiero si sarebbe allargato e diventato strada, fino in città. Corporatura robusta, barba grigia, cappotto di pelliccia. Diede un piccolo buffetto sul collo del cavallo e proseguì. Il freddo era pungente e una lieve pioggia infeltriva la pelle e la lana. Portava su un fianco un calibro ventidue, un ottimo fucile. Superò lentamente la strettoia che lo divideva dalla grossa curva trascinandosi dietro una vecchia slitta d’intrecciato e legno. Il vento di montagna soffiava via costantemente l’odore del pomeriggio. Un vento gelido e appesantito dalla nebbia. Seguì il sentiero per un paio d’ore, fino a che non poté scorgere il nome scolorito della cittadina sul serbatoio dell’acqua. Legno marcio e scuro. Inutilizzato. Una palla di stoffa e cuoio rotolò contro le gambe del cavallo, che non reagì: mugolò pigramente. Miller abbassò lo sguardo e seguì la palla che si fermava lentamente. Fermò l’andatura del cavallo e il suono del campanile rintoccò le cinque di pomeriggio. Un bambino dalla maglia strappata corse dietro alla palla. Aveva le guance sporche e i piedi scalzi immersi nel fango freddo. Raccolse la palla con le mani e alzò gli occhi a fissare l’uomo a cavallo. Occhi grandi e


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viso magro. Accennò un sorriso e fuggì via sparendo dietro a un cespuglio. La strada era deserta e il paese pareva disabitato. Unica fonte di vita era il fumo che fuoriusciva dai camini. Miller si girò sulla sella e si guardò indietro: le montagne circondavano il paese sia alle spalle che dinanzi, ed erano immerse in una nebbia fitta e pesante. “Va bene”. Schioccò la lingua e spronò il cavallo quasi a bassa voce. I legni della slitta solcavano il fango come un coltello, mentre il cavallo procedeva nella strada principale della città. Gli edifici erano di legno scuro e cadente. Alcune puttane facevano intravedere i propri visi truccati dalle finestre strette del saloon. Il maniscalco aveva una piccola bottega vicino al saloon e lavorava senza entusiasmo mentre un gruppo di bambini giocherellava intorno ai grossi pezzi di legno. Miller fece finta di nulla e proseguì a cavallo sino all’ingresso del saloon. Scese da cavallo e strinse le cinghie della sella. Si calcò con forza il cappello marrone scuro sulla testa e tirò fuori dal taschino un sigaro tagliato. Iniziò a fumare guardandosi intorno. Una lieve pioggerellina cominciò a battere sul piccolo paese, perforando la nebbia come aghi il cuoio. Cristo santo! Aveva l’aria di un paese morto. Gli edifici erano morti. L’aria era morta. Anche i bambini erano morti. Sfilò il fucile dalla sella e fissò le redini al portico. Si fece avanti. Davanti alla porta d’ingresso un vecchio senza un braccio sedeva ubriaco. Miller lo colpì leggermente con la punta dello sti-


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vale, ma non reagì. Lo ignorò ed entrò nel locale, dal quale proveniva un vociare allegro e assiduo. Posò il calibro ventidue vicino allo sgabello e si accomodò al bancone. Due anziani dietro di lui giocavano a carte e bevevano birra. Un paio di puttane sedevano in fondo al locale mentre altre due, più giovani, giravano ridendo per i tavoli. Un musicista intonava al piano una musica allegra. – Che prendi? – chiese il barman. – Cosa avete? – Menù del giorno, o poco altro. Ti bastano arrosto e patate? – Vada per arrosto e patate. Hai il whisky?. Il barman posò il bicchiere che aveva in mano. – Ce li hai i soldi? – Certo che ho i soldi. Fece cenno di sì con la testa e posò il cappello vicino al braccio. Si godette per qualche minuto il calore del locale; ne approfittò per finire il suo sigaro. Il bancone era lungo e colmo di bicchieri e piatti vuoti. La gente rideva e, quando incrociava il suo sguardo, si zittiva per un istante. Poi contorceva la bocca in un sorriso e riprendeva a parlare. Una prostituta dalla parrucca chiara e il vestito viola si avvicinò a Miller e sfiorò la sua mano con la mano. Miller accennò un sorriso, lievemente imbarazzato. – Vieni bello, qui dentro c’è poco altro che valga la pena come la valgo io. – No grazie, non fa per me – rispose Miller cortesemente. – Come vuoi bello, se cambi idea io sono qui in giro. Miller abbozzò un sorriso sotto la barba quasi im-


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barazzato e la prostituta si allontanò muovendo i fianchi vistosamente. Il suo piatto tintinnò sopra il bancone e lui iniziò a mangiare. Una bella sensazione. Il cibo non era un granché, ma era piacevole comunque. Il cameriere portò anche bicchiere, bottiglia e pane fresco. – Ne hai di fame, vecchio. Miller continuò a mangiare con gusto. Si versò da bere e inghiottì il liquore tutto di un fiato. Il cameriere spense il sigaro rimasto acceso sul bancone e si allontanò. Non disse più nulla. Il sapore del cibo caldo pareva rigenerargli lo stomaco. Le ossa riscaldarsi dall’umidità. – Ne hai di fame, vecchio. – Lo hai già detto questo. Il vecchio si voltò masticando e vide un ragazzo giovane, completamente diverso dal cameriere. Una stella sul petto e una pistola sotto il cappotto. – Mi scusi, pensavo fosse il barman. Fece finta di nulla e ritornò con gli occhi sul piatto. Lo sceriffo si sedette con le spalle al bancone sullo sgabello di fianco a quello di Miller. – Non importa. Da dove vieni vecchio? – chiese lo sceriffo guardando sempre il locale con le spalle al bancone. Miller fece un accenno con le spalle da sotto il cappotto continuando a mangiare. – Fuori città, est. Da est. – Tutti veniamo da est, prima o poi. L’est è grande. Ma tu ci sei venuto adesso. Ce li hai i soldi per pagare? – Certo che ho i soldi – Miller finì il piatto pulendolo con il pane e raddrizzò la schiena. Versò ancora un bicchiere di liquore e lo iniziò a bere lentamente. Assaporò il gusto caldo del liquore. – Siete sospettosi da queste parti. – Non è questione di sospetto, è questione di buon


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senso. Le montagne qui intorno sono colme di gentaglia, cacciatori di pellicce. Indiani. Piene di sbandati – lo sceriffo guardò il viso di Miller –Noi non sappiamo chi tu sia. E tutti prima o poi vengono da est. – Non vi dovete preoccupare. Senti sceriffo, c’è un medico in città? – Miller si rimise il cappello e tirò fuori due monete da un dollaro dalla tasca della giacca. Le posò sul tavolo vicino al piatto. – Perché, stai male? – Stiamo tutti male prima o poi. Il vecchio si chinò e prese il fucile appoggiato al bancone. – Certo che abbiamo un medico in città. Anche lo sceriffo si alzò dallo sgabello. Aveva un portamento rigoroso e serio, ma i tratti del suo viso tradivano sulla sua età. – E dove lo trovo? Il medico, dico. – Non mi hai ancora detto perché lo cerchi. Miller uscì sul porticato del saloon con il fucile in mano. Si guardò per qualche secondo intorno, poi fissò lo sceriffo che lo aveva seguito per alcuni passi. – Te l’ho detto sceriffo. Tutti primo o poi abbiamo bisogno di un medico, io incluso. Lo sceriffo rimase a guardarlo in silenzio. La pioggia si era fatta più fitta. – Va bene vecchio, vieni con me. Ti ci porto io dal medico, ma adesso è troppo tardi. Il medico non riceve mai con il buio. Miller infilò il fucile nel suo posto, tra sella e fondina. – La notte da queste parti scende in fretta, vecchio. Non è salutare trovarsi da soli tra queste montagne. I due uomini procedevano fianco a fianco sul sentiero. Gli zoccoli dei cavalli affondavano lentamente nel fango freddo. Lo sceriffo seguiva una piccola stra-


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da in salita, attraversando la montagna dietro il paese. – Il mio nome è Cameron Mangold, e il tuo vecchio? Miller si accese un piccolo sigaro rifugiato nel cappotto di pelliccia: – David Miller. Dicono che mi chiami così. Non è un nome difficile, è abbastanza comune. Facile da ricordare. Il vecchio guardò il giovane sceriffo. Aveva gli occhi azzurri e i capelli che spuntavano dal cappello erano lunghi e castani chiari. I lineamenti sottili e delicati. Il viso rugoso. Lo sceriffo guardò verso l’alto, la pioggerella cadeva fitta e fredda. – Il nome non mi è nuovo. Non sei nato qui, vero? – E tu sceriffo. Neanche tu sei di qui? – Iowa, ma nato qui. Siamo gente di montagna. Lo sceriffo sembrò sorpreso. Aveva l’impressione che quel vecchio fosse più distante di quello che sembrava. Gli fece ancora alcune domande, per cordialità e per curiosità. Voleva fare in modo di avere un ritratto ben definito di quell’uomo. Decise di prendere la strada più lunga, così da avere più tempo. Più domande a disposizione. La sera intanto era calata e la luce sul sentiero si era fatta sempre più rada e nascosta. Cameron procedeva con passo sicuro, conosceva bene quella strada. Miller estrasse dal cappotto una piccola borraccia di metallo. La svitò e inghiottì il contenuto con una smorfia: – Scalda le ossa – disse allo sceriffo porgendogli il whisky. Lo sceriffo declinò l’offerta ringraziando. – Da queste parti l’alcool fa più vittime dell’orso bruno. Eppure gli uomini continuano a temere più gli orsi delle bottiglie – disse sorridendo lo sceriffo.


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– È normale, la gente ha paura delle cose che non può controllare. Un orso non lo controlli. Lo guardi negli occhi, e lui ti guarda. E tu rimani fermo, paralizzato. Si alza con i suoi due metri e mezzo di altezza, e neanche un dodici millimetri dritto nel petto lo ferma. Pelle spessa. Lo sceriffo guardò il vecchio raccontare. Aveva una voce rauca e pastosa. Interrompeva le parole per sorseggiare il liquore della bottiglia mentre il cavallo procedeva a testa bassa. – Ormai da queste parti non sono rimasti più molti gli orsi. Quelli che non sono stati uccisi sono passati dall’altra parte, dove le cave minerarie non sono arrivate. – È rimasto ancora qualcuno sulle montagne? – Qualche vecchio pazzo continua a vivere lassù. Lì vento e nebbia non si diradano mai per nove mesi l’anno, e la pioggia è così gelida che taglia in due braccia e gambe. I due parlarono volentieri ancora quella sera, mentre procedevano verso la casa del medico. Scollinarono e cominciarono a discendere in una vasta radura verde e ariosa. I cavalli procedevano lentamente e il Mustang di Miller sembrava affaticato e stanco. Gli zoccoli facevano più fatica ad alzarsi dal fango duro. I due si fermarono solo una volta giunti in prossimità di una grossa casa posta al centro della radura. Nell’oscurità dei boschi le luci che trasparivano dalle finestre sembravano sospese a mezz’aria. – Ecco, là sta il medico. Ma come ti ho detto, non riceve mai dopo il tramonto. – Ne sei sicuro? – Come il sole la mattina e la luna di notte. Se non sono moribondi, lei non esce da casa. Te lo ripeto vecchio, non è igienico girare per questi boschi di notte.


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La vita quassù è assai diversa da quella in città. Miller rimase in silenzio a osservare il fumo che saliva della casa. Aveva l’aria tesa e leggermente preoccupata. Cameron si fece avanti e si diresse verso la casa. Miller lo seguì passo a passo, leggermente indietro. I due scesero dalla collina notturna con l’odore dell’erba bagnata nelle narici. Lo sceriffo scese da cavallo e chiese a Miller di rimanere sul portico, non per molto. Solo qualche minuto, fuori di casa. Lui entrò e il vecchio scese da cavallo. Si accese un sigaro e cominciò a camminare lungo tutto il portico. Pochi passi, poi silenzio. Lo sceriffo era entrato e aveva chiuso la porta dietro di sé. Il vecchio diresse lo sguardo nervoso all’interno della casa, e silenzio. La serratura della porta schioccò e Miller riprese a camminare con finta indifferenza. – Vieni amico, entra dentro – il volto dello sceriffo si contorse in un cenno. Miller fece un ultimo tiro al sigaro e lo gettò di là del portico, nell’erba umida. Il fuoco del tabacco si spense lentamente nell’oscurità, mentre Miller entrò in casa. Difettai per molto tempo delle caratteristiche ideali di gran cacciatore. Non avevo la scaltrezza nei movimenti, non ero in grado di seguire le tracce come gli indiani delle montagne. Ma questo poco importava. In quei giorni quello che vissi fu un flusso di emozioni troppo forti da essere sostenute da un solo uomo. Non raccontai a nessun ciò che feci in quel periodo: un po’ per vergogna, un po’ per rispetto. Non raccontai a nessuno la violenza di quelle montagne e di quelle nevi. Di quell’inverno. La violenza che perforò i miei occhi andava ben oltre la sopportazione di un essere singolo. Un solo uomo, perso. E non parlo della violenza fisica. Violentai la mia anima senza riguardo, e


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ora, guardando indietro i miei passi, lasciai cadere senza troppo interesse gli anni che seguirono quell’inverno. Erano un discorso ancora aperto che poco lasciava all’immaginazione, e io non ho mai amato chiudere definitivamente i discorsi. Credo sia per questo motivo che non mi sposai mai. Non mi sono mai sposato né fermato in un posto per molto tempo. Ho iniziato molto tardi a scrivere e di conseguenza a pensare ai miei pensieri più seriamente. Adesso ciò che mi circonda è molto lontano dalla mia percezione di realtà: non trovo più un vero senso nelle azioni degli uomini. Li vedo fermi a fissare per molto un bell’oggetto, e dedicare meno tempo alle loro relazioni, alle persone. Le cose sulle montagne funzionano in modo diverso, e mi sono reso conto di aver trovato e lasciato parte della mia vita dietro quelle montagne. Tra le sue rive irte e crude, dure e spigolose. I boschi scuri e le valli spazzate dal vento. Aride erano, e arido sono diventato. – Alexandra! – il vecchio si tolse il cappello umido e scoprì un viso nervoso, capelli grigi e bagnati. La voce gli tremava leggermente, emozionata, pastosa e profonda. La donna lasciò il coltello sul mobile. Stava tagliando a fette sottili della carne secca. Il coltello rimase fermo inutilizzato e le mani della ragazza si pulirono nel grembiule. – Che ci fai qui? – aveva una voce fredda, severa. Un viso sottile e lineamenti fini. Capelli neri. Miller guardò per un attimo lo sceriffo silenzioso al suo fianco, poi ritornò con lo sguardo verso la ragazza. Giocava nervosamente con il cappello tra le mani: lo faceva girare come un piatto di porcellana, e il pavimento si bagnava delle gocce di pioggia. Il vecchio accennò un sorriso. La ragazza si girò verso la parete, evitando lo sguardo dei due uomini. – Il signore ha bisogno di un medico.


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– Domani mattina, adesso è troppo tardi. Dopo il tramonto non visito, lo sai – la ragazza cominciò a tagliare nuovamente la carne secca con il coltello. Strisce sottili. I due uomini si guardarono l’uno con l’altro. – Ne sei sicura? – Non ho intenzione di visitare questa sera, e poi il paziente non mi sembra moribondo. Miller si rimise il cappello abbassando gli occhi. – Domani mattina – la ragazza alzò gli occhi verso il soffitto di legno chiaro – Domani mattina lo visiterò. Il giovane sceriffo accennò un sorriso: – Vieni amico, sul retro abbiamo un letto per i pazienti, ti puoi sistemare lì. Cameron appoggiò la mano sul braccio di Miller. Aveva un’aria strana: tra le rughe del suo volto si potevano scorgere quasi i colori di una malattia. Di una solitudine. – No. La stalla andrà benissimo – disse Alex voltandosi verso la porta. – Ma Alex, i pazienti stanno nella stanza sul retro, nella stalla non c’è neanche un camino – lo sceriffo pareva stupito. La ragazza si voltò e ricominciò a tagliare la carne secca. La casa era ordinata, e sul tavolo giaceva un cestino pieno di pane e patate fresche. – La stalla andrà benissimo – disse Miller uscendo dalla stanza. Alexandra tacque e il vecchio si fermò poco fuori la porta. Lo sceriffo rimase immobile per qualche secondo, guardò la donna voltata di spalle e poi uscì anch’egli sul porticato. L’uscio si chiuse. – Vieni. La stalla è di là.


Casini Editore via del Porto Fluviale, 9/a – 00154 Roma www.casinieditore.com info@casinieditore.com Progetto grafico www.morriscasini.com Finito di stampare nel mese di ottobre 2009 Stampato per Casini Editore da Eurolit Srl – Roma


Fuochi dalla Pianura Primi del Novecento. Ispirato a una storia locale canadese, il romanzo narra di una corsa folle tra le montagne innevate di un anziano fuggitivo, David Miller, accompagnato da una bambina e braccato dal suo migliore amico. Ormai il progresso tecnologico negli Stati Uniti è galoppante. Accompagnato da una ragazzina, Miller combatterà contro condizioni climatiche avverse ma avrà anche l’occasione di riscattare un passato poco edificante. Fuochi dalla pianura è una corsa tra le montagne innevate, la solitudine dei luoghi e i lunghi silenzi. In un racconto che avrebbe potuto essere solo azione, la caccia spietata diventa il modo di riflettere gli animi dei protagonisti nello specchio di un mondo passato. Primo capitolo di quella che sarà una Trilogia Americana, Fuochi dalla pianura è anche il folgorante romanzo d’esordio del giovane Emiliano Stefanelli. «[…] Le cose sulle montagne funzionano in modo diverso, e mi sono reso conto di aver trovato e lasciato parte della mia vita dietro quelle montagne. Tra le sue rive irte e crude, dure e spigolose. I boschi scuri e le valli spazzate dal vento. Aride erano, e arido sono diventato».

immagine in copertina © 2009 iStockphoto LP

16,90 euro ISBN 978-88-7905-143-9

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788879 051439

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Fuochi dalla pianura - Emiliano Stefanelli