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la casta americana la democrazia americana, le elezioni, le lobby e il sistema-potere raccontati da un insider.


John R. MacArthur LA CASTA AMERICANA

traduzione di marella imparato

Casini Editore


Titolo originale dell’opera: An American Caste Copyright © 2008 by Les Arènes. © 2010 Valter Casini Edizioni www.casinieditore.com ISBN: 978-88-7905-160-6


1. La democrazia Americana: un’errata interpretazione

Gli stranieri hanno spesso difficoltà a capire, e ancor più ad apprezzare, quel folle mosaico che chiamiamo democrazia americana, forse perché sono già tanti gli americani che per primi non riescono a comprenderlo. Sondaggi su sondaggi restituiscono l’immagine di un’ignoranza inquietante diffusa in una fetta sostanziosa degli abitanti tra i più liberi di tutto il mondo, sulle origini della propria repubblica e sul proprio diritto alla libertà e all’autogoverno, sanciti per iscritto. Per questo, gli americani che viaggiano all’estero spesso non sono i soggetti più indicati per illustrare e spiegare le virtù del loro sistema di governo. «Una repubblica, se si riesce a mantenerla», sottolineava Benjamin Franklin a conclusione del convegno sulla Costituzione del 1787, con parole che suonavano minacciose e che poi divennero celebri. Personalmente, sospetto temesse che l’ignoranza della costituzione democratica, combinata all’indifferenza, avrebbe ucciso la sovranità popolare con la stessa certezza con cui avrebbe annientato la controrivoluzione. Le statistiche sull’insegnamento formale della Costituzione degli Stati Uniti, e della Carta dei Diritti (inclusi i primi dieci emendamenti) sono difficili da interpretare, ma emerge chiaramente quanto sia del tutto inadeguato ciò che viene insegnato. 5


La casta americana

Secondo quanto risulta dai dati in possesso del First Amendment Center della Vanderbilt University, la maggioranza degli americani non conosce neppure il primo emendamento, che è in assoluto il più famoso di tutta la Costituzione. Attraverso nove sondaggi condotti tra il 1997 e il 2006, il Center ha scoperto che appena il 16 per cento degli americani sa che la libertà di stampa è un diritto sancito dal primo emendamento. La libertà di religione era nota a non più del 19 per cento degli intervistati, anche se nel 1999 solo il 13 per cento sapeva che era uno specifico diritto della Costituzione. Secondo i dati raccolti nel 2005, appena il 14 per cento degli interpellati era a conoscenza del diritto di associazione e non oltre il 3 per cento ha fatto riferimento al diritto di petizione come richiesta di risarcimento dalle ingiustizie. Per quanto riguarda la conoscenza del diritto alla libertà d’espressione, le cifre sono in qualche modo meno sconfortanti: nel 1999 ne era informato il 44 per cento degli intervistati; nel 2005 il 63 per cento, ma ciò che davvero desta sconcerto è quel 40–50 per cento di americani che non si sono mai accorti del fatto che questo diritto esisteva come diritto costituzionale. Gli altri nove emendamenti della Carta dei Diritti, molto meno celebrati, hanno probabilmente fatto registrare cifre ancora più basse su una precisa scala di riferimento1. Ancora più allarmanti i sondaggi che mostrano cosa realmente pensano del diritto innato alla libertà. Ad esempio, un sondaggio d’opinione condotto nel 2006 dalla Knight Foundation ha rivelato che in America il 45 per cento degli studenti delle scuole superiori (dato accresciuto del 10 per cento rispetto allo stesso sondaggio condotto nel 2004) riteneva che le norme a tutela della libertà d’espressione, di stampa, di associazione e religione contenute nel primo emendamento si spingessero “troppo oltre”, mentre solo Per quanto riguarda il diritto di votare sé stessi, gli studiosi non sono d’accordo su cosa in realtà garantisca la Costituzione. Ecco perché Jesse Jackson Jr., un membro democratico del Congresso proveniente dall’Illinois, richiede un emendamento che specifichi il voto come un diritto del cittadino.

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il 54 per cento pensava che «i giornali dovrebbero avere il diritto di pubblicare liberamente i loro articoli senza l’obbligo di approvazione da parte del governo». Gli adulti erano meno protettivi verso i propri diritti civili che verso i propri figli, secondo un’indagine condotta nel 1989 dal “Washington Post” e dalla ABC in cui si scopriva che il 62 per cento degli americani «sarebbe stato disposto a rinunciare a una parte delle proprie libertà» per contribuire alla non meglio specificata “guerra alla droga” concepita dal Presidente Nixon e riproposta da George H.W. Bush. In ogni caso, sono un po’ riluttante ad appoggiarmi troppo a queste cifre deprimenti, perché trovo ingiusto da parte dell’élite colta americana incolpare le fasce meno istruite del mancato adempimento dei loro doveri sanciti dalla Costituzione. Sulla “plebaglia” e sui giovani hanno sempre malignato coloro che si sentono migliori. Inoltre, appartenere all’élite implica la responsabilità di dare il buon esempio e ogni volta mi stupisco dell’assoluta ignoranza di alcuni dei nostri illustri concittadini sulle origini della democrazia americana2. Come rileva il costituzionalista Michael Kammen, «Neppure i cosiddetti esperti (giudici, legali, leader politici e docenti di diritto costituzionale) sono stati capaci di trovare una linea comune nell’avanzare istanze critiche per una corretta applicazione dei provvedimenti–chiave della Costituzione o delle intenzioni di coloro che la scrissero e approvarono». La comune mancanza di una comprensione di base della Costituzione da parte dei politici e dei principali mezzi d’informaA quanto pare, il problema si manifesta precocemente. Nel 2007 l’ISI (Intercollegiate Studies Institute), un istituto no–profit, ha testato settemila college seniors per verificare il grado di «conoscenza dell’educazione civica americana». L’ISI ha classificato un campione di studenti provenienti da 50 università sia pubbliche sia private, comprese Harvard, Princeton e Yale; lo studio ha rivelato un punteggio del 54,2 per cento raggiunto dalla totalità degli studenti, equivalente, per l’ISI, a una “F”. In base a questa rilevazione, solo il 45,9 per cento degli studenti sapeva che la frase «Riteniamo queste verità ovvie, che tutti gli uomini sono stati creati uguali» è contenuta nella Dichiarazione di Indipendenza.

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zione è una tara invalidante per una nazione abituata a vantare la propria superiorità su culture anti–democratiche considerate tristemente anti–progressiste. Nella primavera del 2005, ho preso parte a una conferenza organizzata dalla Brown University e dal “Providence Journal” sulle possibilità di democrazia nel Medio Oriente. La premessa accondiscendente del forum m’infastidiva, in quanto la democrazia americana, sulla scia della “vittoria” fraudolenta di George W. Bush alle elezioni presidenziali del 2000, aveva ben poco di cui vantarsi. Ciononostante, avrei accolto benevolmente ogni tipo di discussione con accademici che ne sapessero più di me. Purtroppo, anziché con dei veri studiosi, mi sono ritrovato a dibattere con Joshua Muravchik, un resident scholar dell’American Enterprise Institute, ricco think tank fondato da corporazioni di destra e da individui con scarse velleità intellettuali ma con standard altissimi di propaganda. A un certo punto, Muravchik ha cominciato a riflettere sulle origini della democrazia: «Sappiamo bene che la democrazia si è sviluppata storicamente prima nei Paesi protestanti. E sappiamo anche che, da quel momento in poi, sono sorti vari quesiti sulla sua compatibilità con culture differenti, ciascuna con un proprio, diverso credo religioso»3. Avrei dovuto stupirmi di fronte all’assoluta arroganza (o era ingenuità?) di Muravchik dinanzi a una platea Alexis de Tocqueville, che è ancora la fonte più citata (se non più letta) sulla natura della democrazia americana, credeva che i cattolici, al contrario dei pregiudizi popolari del 1831, fossero ben equipaggiati per l’autogoverno e la dottrina degli eguali diritti dinanzi alla legge. Era egli stesso un cattolico romano, e scrisse: «Da un punto di vista dottrinale la fede cattolica pone tutte le capacità umane allo stesso livello; sottomette il savio e l’ignorante, l’uomo di genio e il volgo ai dettami dello stesso credo; impone le stesse restrizioni al ricco e al bisognoso, infligge le stesse rinunce al forte e al debole, non accetta compromessi con l’uomo mortale, ma riducendo tutta la razza umana allo stesso livello, sacrifica a uno stesso altare tutte le distinzioni della società, così come sono sacrificate agli occhi di Dio. Se il cattolicesimo subordina la fede all’obbedienza, certamente non le adopera per la disuguaglianza: ma si può dire lo stesso del protestantesimo, che generalmente tende a rendere gli uomini indipendenti, più che a renderli uguali».

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di accademici. In realtà, ho vissuto un momento di soddisfazione quando, con una fragorosa risata, ho espresso sbalordimento alla notizia che quelle dell’antica Grecia e dell’antica Roma erano culture protestanti. Il mio divertimento si è però tramutato in amarezza quando ho pensato alle innumerevoli volte in cui, alla televisione e alla radio americana, è stato permesso a pseudostorici come Muravchik di spacciarsi per studiosi. Analogamente, da parte dei media di destra, l’interesse per la Costituzione e per la storia della democrazia sembrerebbe superficiale, a voler essere ottimisti. Non molto tempo dopo l’11 settembre, sono stato invitato al The O’Reilly Factor, ai tempi il più popolare talk–show televisivo, in onda su Fox News — la rete di Rupert Murdoch — per discutere della presenza fissa della bandiera americana in un angolo dello schermo televisivo. Come critico dei media, ho visto quella bandiera brandita come un messaggio promozionale volto a dimostrare il patriottismo risoluto del canale Fox e il suo allineamento con l’amministrazione Bush. Il cieco sciovinismo pro–governativo, pensai, dovrebbe essere scoraggiato dai giornalisti, specialmente in tempi di guerra e di isteria nazionale. Il conduttore Bill O’Reilly, laureato alla Harvard Kennedy School of Government, non era d’accordo e insisteva per sapere se io considerassi «pericoloso e inappropriato che i mezzi d’informazione esibissero simboli patriottici come la bandiera americana». Quando ho suggerito alla Fox di esibire la Carta dei Diritti anziché esporre un simbolo (poiché si presume fossero le libertà incarnate dal testo della Costituzione quelle per le quali lottavamo cercando di difenderle dal terrorismo), O’Reilly è andato su tutte le furie: Mi permetta di dissentire e di dirle educatamente perché è in torto. La sola cosa che mi comunica [sic] il simbolo della bandiera — e lo sto guardando 9


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in questo momento come dipendente di Fox News Channel ma anche in veste di telespettatore — è che dobbiamo sentirci orgogliosi del nostro Paese […] che, di questi tempi, non siamo solo giornalisti ma anche americani, che abbiamo dei doveri verso il telespettatore, verso chi ci guarda. E questo non è che un modo semplice per far passare questo messaggio. È un sistema molto utile per dire allo spettatore: «In questo momento siamo con te». Naturalmente, l’ignoranza in merito alla Costituzione e alla nostra particolare forma di democrazia non è un fenomeno che riguarda solo la destra americana. Sull’onda dei tentativi falliti da parte di un sostanzioso numero di membri del Congresso per ottenere il ritiro delle truppe dall’Iraq, nella primavera del 2007 Robert Siegel, della radio pubblica nazionale, intervistò alcuni “esperti di politica”, tra i quali Peter Rodman, senior fellow in studi sulla politica estera presso la Brookings Institution, la controparte più o meno liberale della conservatrice Heritage Foundation. Siegel — voce moderatamente liberale di un’emittente radiofonica talvolta liberale — aveva qualche difficoltà a spiegare agli spettatori perché, nonostante l’opinione pubblica fosse pesantemente schierata contro la guerra e in novembre il Congresso avesse passato drasticamente il testimone alla maggioranza dei democratici in entrambi i suoi rami, i membri del Congresso contrari alla guerra sembravano incapaci di influenzare la politica bellica del Presidente Bush. Inoltre, in mancanza di azione da parte del Congresso, Siegel voleva sapere quando l’amministrazione Bush avrebbe dato risposte all’opinione pubblica. Siegel: «Oggi (24 maggio 2007) un ulteriore sondaggio ci mostra che l’opinione pubblica è sconten10


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ta dell’attuale andamento della guerra e della decisione di entrare nel conflitto in Iraq: il malcontento è in costante aumento4. Come può una linea politica proseguire senza il minimo consenso popolare? Inoltre, nessuno di voi ha descritto cosa si potrebbe profilare nell’immediato futuro, cosa che fornirebbe alla popolazione almeno un motivo per dare maggior sostegno a tale politica. Peter Rodman, poiché i nodi vengono al pettine, quando dirai che il popolo non è con noi?». Rodman: «No, io credo esista una realtà oggettiva, ossia l’interesse vitale dell’America verso il Medio Oriente e le catastrofiche conseguenze del fallimento in Iraq. E penso sia una precisa responsabilità dei nostri leader politici quella di reagire alle sfide reali e alle esigenze reali della politica americana e non prendere decisioni in base ai sondaggi d’opinione». Siegel: «E perché non sull’esito delle consultazioni elettorali?» Rodman non rispose alla domanda tranchant di Siegel, il quale cautamente evitò di calcare la mano; già in passato Siegel non era riuscito a etichettare Rodman come il fautore della guerra e come il sostenitore dell’occupazione che fino a tre mesi prima era stato assistente del Segretario alla Difesa dell’ammiUn sondaggio condotto da CBS News e dal “New York Times” pubblicato quella stessa settimana aveva rivelato che il 63 per cento degli americani era favorevole a «una tabella di marcia per il ritiro dall’Iraq nel 2008»; il 69 per cento sosteneva che i fondi per il finanziamento del conflitto dovessero comprendere delle “linee guida” per aiutare il governo iracheno; infine, il 61 per cento pensava che gli Stati Uniti «sarebbero dovuti restare subito fuori» dall’Iraq. Ciononostante, il 24 maggio il Congresso ha approvato nuovi finanziamenti per la guerra senza una pianificazione per il prelievo ma attraverso i cosiddetti benchmarks [derivati dai fondi di investimento, n.d.T.].

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nistrazione Bush. Aspettarsi che si mettesse a spiegare le sfumature della Costituzione, i provvedimenti in materia di guerra e la dottrina della separazione dei poteri era un po’ troppo. Nonostante ciò, le letture e le testimonianze non mancano. Siegel avrebbe potuto ricordare che, nonostante la volontà popolare, una larga parte della cricca politica formata dai congressmen democratici ancora appoggiava — sia tacitamente sia esplicitamente — le premesse di base dell’amministrazione Bush in merito alla guerra: esportare la democrazia in Medio Oriente; controllare le risorse petrolifere; combattere il “terrorismo”; mantenere le basi militari per facilitare un eventuale attacco all’Iran o la difesa di Israele e dell’Arabia Saudita. Inoltre, Siegel avrebbe potuto far notare che secondo la Costituzione occorrono i tre quarti della maggioranza in Senato (corrispondenti a 67 voti) e i tre quarti alla Camera (corrispondenti a 286 voti) per poter annullare il veto presidenziale a un progetto di legge, mentre invece il gruppo dei democratici pacifisti al Senato — dove l’ala democratica deteneva l’esigua maggioranza del 51 per cento contro il 49 dello schieramento avverso — annoverava, al massimo, 29 membri compatti. Ma Siegel non volle o non poté dire agli ascoltatori di quel programma radiofonico nazionale che buona parte dei politici statunitensi aveva poco rispetto verso l’opinione dei cittadini americani — i quali andavano sempre più schierandosi contro la guerra — così come aveva poco rispetto verso l’ideale di Abraham Lincoln: «governo del popolo, voluto dal popolo, per il popolo». Siegel non poté dire neanche che, a causa delle intenzioni originarie ma anche di una serie di compromessi a carattere pragmatico, la “democrazia” americana era diventata ormai una forma limitata di auto–governo, vale a dire che l’America era una democrazia nel vero senso della parola solo in casi sporadici. Thomas Paine, con il suo Common Sense (1776), e Thomas Jefferson con la Dichiarazione d’Indipendenza (1776) avevano 12


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creduto sinceramente nell’idea radicale del governo del popolo e dell’individuo comune ma, quando nel 1788 la Costituzione venne ratificata, si era ormai saldamente consolidata una potente teoria di segno contrario, che appoggiava l’idea più conservatrice di un governo retto dalle minoranze e dalle élites. Scrive Michael Kammen: Il concetto di consenso, così sacro e popolare nel periodo in cui le leggi costituzionali venivano concepite, tra il 1776 e il 1785, cominciò a godere di minore enfasi nell’ultima parte degli anni Ottanta del Settecento. I padri fondatori erano sempre più convinti che, dopo aver dato il proprio consenso e aver delegato l’autorità, il popolo non avrebbe fatto venir meno la propria fiducia finché coloro ai quali tale fiducia era stata accordata avessero esercitato l’autorità conformemente ai termini nei quali era garantita […]. Il desiderio di un governo stabile ed energico convinse i fautori di una nuova costituzione nazionale a essere meno populisti e più legati alle leggi, ad affidarsi più alle istituzioni che agli individui per quel che riguarda la disciplina degli affari pubblici […]. A denunciare per primo l’accrescimento della distanza tra popolo e istituzioni fu John Adams, il più pessimista e reazionario dei padri fondatori, in una lettera del 1790 indirizzata al suo cugino più radicale, Samuel Adams: «Quando uso la parola “repubblica” in un’accezione positiva, mi riferisco a un tipo di governo al cui interno il popolo possiede, nella sua collettività, o attraverso una propria rappresentanza, una porzione fondamentale della sovranità». Adams era in aperto contrasto con l’opinione dominante, sostenuta da James Madison e da altri federalisti 13


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— appoggiata in realtà dalla maggioranza degli americani — secondo la quale, come scrisse lo storico Gordon Wood, «tutti i poteri governativi derivano dal popolo» e tali poteri erano stati «consegnati ai vari funzionari di governo sotto forma, per così dire, di prestito revocabile a breve termine». Questa controversia cruciale sulla natura della sovranità popolare non è mai stata realmente risolta. Tuttavia, si può prudentemente affermare che agli inizi del xxi secolo la posizione di John Adams e la sua diffidenza di base verso le forme di governo popolare erano in netta ripresa. Grazie a quanto esposto, non sono rimasto troppo sorpreso dall’ovvio tergiversare dei massimi esponenti democratici dopo aver compiuto la riconquista di Camera e Senato grazie all’onda del rifiuto popolare verso la guerra. Incontrai uno di questi temporeggiatori qualche settimana dopo le elezioni del 2006, a un ricevimento tenutosi a Washington dopo la cerimonia funebre in memoria di un famoso avvocato. Nel cortile di una graziosa abitazione non lontana dalla cappella dell’istituto della St. Albans School incontrai il Senatore John D. “Jay” Rockefeller iv, esponente democratico del West Virginia appena rieletto, che di lì a non molto sarebbe stato di nuovo nominato presidente del Senate Intelligence Committee nel nuovo Congresso. Alla luce del nuovo equilibrio di poteri all’interno del Congresso e del sentimento pacifista ormai dominante nella nazione, ho chiesto a Rockefeller — pronipote del miliardario petroliere John D. Rockefeller — come avremmo potuto uscire dall’Iraq. Ho intuito che Rockefeller era a favore del ritiro delle truppe non solo a causa della disastrosa situazione militare, ma anche della rabbia e della vergogna, perché egli stesso era caduto vittima delle tante menzogne architettate dall’Intelligence prima dell’invasione. Rockefeller aveva approvato il piano bellico di Bush contro il regime di Saddam Hussein in qualità di presidente del Comitato per l’Intelligence, in occasione del dibattito sulla questione 14


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dell’Iraq nell’autunno del 2002. Prima di votare a favore della risoluzione congiunta per l’utilizzo delle forze armate contro l’Iraq, il 10 ottobre 2002, Rockefeller aveva dichiarato: «Esiste la prova evidente che Saddam Hussein sta tenacemente lavorando per sviluppare armi nucleari ed entro i prossimi cinque anni probabilmente disporrà di tali armamenti». Non esisteva, però, alcuna prova credibile che Saddam Hussein stesse costruendo armi nucleari; a dimostrazione del contrario, c’era invece una gran quantità di prove fornite dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e da altre fonti. Come tantissimi altri esponenti del mondo della politica e dei media, Rockefeller aveva sottoscritto la premessa centrale della campagna propagandistica di Bush: «Saddam Hussein rappresenta una grave minaccia per gli Stati Uniti e sono giunto alla conclusione che, se tutti gli altri mezzi falliscono, dovremo usare la forza per trattare con lui». In occasione del nostro incontro — la cerimonia funebre in onore di Anthony Lapham, che era stato responsabile dell’area legale della CIA — Rockefeller non mostrò alcun imbarazzo nel rispondere alla mia domanda sul possibile ritiro dall’Iraq: «L’unica persona che può convincerci a uscire dell’Iraq» ha affermato, «è il Presidente». Gli chiesi conto allora del potere del Congresso sulla gestione delle “spese di portafoglio”, come specificato dalla Costituzione. Il ramo legislativo non potrebbe decidere di tagliare i fondi stanziati per l’occupazione dell’Iraq? Come recitando da un copione, Rockefeller rispose subito: «Non riusciremo mai a ottenere i voti necessari per annullare il veto del Presidente». Il pretesto usato da Rockefeller per non fare niente era falso e ingenuo al tempo stesso. È vero però che è difficile scavalcare un veto presidenziale. A titolo di esempio, nella primavera del 2007, quando il Congresso aggiunse alle principali mozioni di bilancio del Pentagono una scadenza per il ritiro delle truppe 15


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dall’Iraq, Bush la respinse impedendo ai democratici che erano contrari all’intervento militare di raccogliere i voti necessari per l’annullamento del veto. Tuttavia, nessun articolo della Costituzione prevede che il Senato si appropri di somme di denaro e le destini a piani militari solo perché così vuole il capo di Stato. La semplice maggioranza in entrambe le Camere può annullare qualunque piano di finanziamento proposto dalla Casa Bianca e sostenuto dai membri del Congresso vicini al Presidente. Se Rockefeller e gli altri leader democratici del Congresso volessero davvero il ritiro dall’Iraq, potrebbero, con 51 voti al Senato e 233 alla Camera, bocciare qualsiasi piano di stanziamento militare da qui in avanti, fino a quando il Presidente degli Stati Uniti non sarà d’accordo con il ritiro delle truppe o fino a quando il Pentagono non sarà in grado di mantenere da solo il proprio staff. L’esagerata deferenza di Rockefeller verso l’esecutivo non poggia su alcuno degli intenti originari dei padri fondatori, che avevano immaginato un esecutivo moderatamente malleabile. Sembra perciò probabile che il Junior Senator del West Virginia, a differenza del suo facondo collega senior, Robert Byrd — l’altro Senatore democratico dello stesso Stato — fosse tacitamente d’accordo con la visione dichiaratamente anti–democratica di Peter Rodman, di una “realtà oggettiva” in Medio Oriente. Con buona pace della volontà popolare5. Il risultato ottenuto da Rockefeller alle elezioni del 2006–2007 ha rivelato una posizione decisamente ambigua riguardo alla guerra. Nel giugno 2006, non si è presentato alle votazioni sulla risoluzione proposta dai Senatori John Kerry e Russ Feingold con la quale si chiedeva di stabilire un termine per il ritiro delle truppe nel 2007. Nell’aprile del 2007, Rockefeller, in quell’anno alla maggioranza, votò a favore di un finanziamento d’emergenza che ha permesso al presidente Bush di ottenere il denaro richiesto ma che in cambio chiedeva il ritiro delle truppe entro quattro mesi. Il presidente Bush pose il veto il primo maggio. Due settimane dopo, Feingold introdusse un emendamento simile alla risoluzione da egli stesso avanzata nel 2006, affiancandolo a una legge sulle risorse idriche. Questa volta, Rockefeller votò per impedire che l’emendamento anti–guerra di Feingold arrivasse al voto in Senato. Nella bozza conclusiva del provvedimento di emergenza per l’autorizzazione alla

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La riluttanza del Congresso verso l’interruzione del conflitto in Iraq costituisce un elemento centrale nel quadro confuso e paradossale della democrazia negli Stati Uniti. Nella storia americana, spesso emergono tra i comuni cittadini delle figure capaci di cavalcare l’onda del sentimento popolare, le quali però poi vengono respinte dalla classe dei politici di professione. Tocqueville definiva questa categoria di professionisti con il termine légistes, che indicava i giuristi o gli specialisti del settore legislativo, ma noi possiamo anche chiamarli legislatori: rappresentanti eletti dal popolo, avvocati oltre che giuristi. Egli scrisse: «Possiamo scoprire parte dei gusti e delle abitudini dell’aristocrazia attraverso i caratteri degli uomini di legge. Essi partecipano di un comune istintivo amore per l’ordine e la formalità e nutrono una comune ripugnanza per le azioni delle masse e un comune disprezzo per il governo popolare». Henry Adams, pronipote del Presidente John Adams e nipote di un altro presidente, John Quincy Adams, fu ancor più esplicito e sarcastico nella sua imprescindibile storia della politica di Washington, Democracy: «Nel cuore di ogni Senatore americano affiora sempre una specie di segreta gelosia verso il ministro [ambasciatore] britannico, se questi è realmente democratico; perché la democrazia, ben inteso, è il governo del popolo, nato dal popolo, a vantaggio dei Senatori…»6. difesa, ogni accenno a un possibile ritiro delle truppe era stato rimosso e sostituito dai “punti di riferimento” non vincolanti che richiedevano al governo iracheno il miglioramento del livello del settore militare, economico e politico. Rockefeller votò a favore di questo provvedimento che passò in Senato per 80 voti a 14 (e alla Camera per 280 voti a 142) e fu firmato dal presidente Bush. 6 Nel settembre 1970, durante la guerra del Vietnam, i democratici avevano il controllo del Senato con 57 seggi contro 43. Ma ancora una volta, il partito di maggioranza rifiutò di approvare una legge che avrebbe posto fine a una guerra impopolare diretta da un presidente repubblicano, Richard Nixon. Un emendamento bipartisan che prevedeva il taglio dei fondi stanziati per il conflitto, proposto da un democratico, George McGovern, e da un repubblicano, Mark Hatfield, fu sconfitto per 55 voti a 39. 17


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Così, quando Cindy Sheehan, madre di un soldato ucciso in Iraq, ha deciso di protestare contro la guerra, si è resa conto con grande sgomento di come la “democrazia americana” possa essere indifferente verso l’opinione pubblica, proprio come lo era stata l’aristocrazia più radicata. Nella formulazione dei principi della Costituzione, James Madison e i suoi colleghi avevano fatto tutto il possibile per proteggersi dalla “tirannia della maggioranza”, ma anche dai pericolosi interessi delle fazioni politiche. Tuttavia, la loro astuta separazione dei poteri costituzionali nel 1787 — nei tre rami: legislativo, esecutivo e giudiziario — non lasciava ancora intravedere quanto la Sheehan poi avrebbe descritto nel 2007, rinunciando amaramente al suo ruolo di “volto” del movimento contro la guerra. Frustrata dall’immobilismo del Congresso dinanzi alla guerra, la Sheehan ha espresso perplessità simili a quelle del conduttore radiofonico Robert Siegel, ma le sue “conclusioni strazianti” sul sistema politico sono state molto più audaci di quanto Siegel abbia mai potuto permettersi attraverso le frequenze di una radio pubblica: Sono stata la prediletta della cosiddetta “sinistra” fin tanto che la mia azione di protesta si è limitata a colpire George Bush e il Partito Repubblicano. Ovviamente sono stata diffamata e calunniata dalla destra come uno “strumento” del Partito Democratico […] però, quando ho cominciato a considerare il Partito Democratico alla stregua del Partito Repubblicano, il sostegno di cui godevo ha cominciato a sbriciolarsi e la sinistra ha cominciato a etichettarmi usando gli stessi insulti della destra […]. Mi considerano una radicale perché credo che la politica faziosa debba essere messa da parte, dal momento che centinaia di migliaia di persone muoiono a causa di una guerra basata su menzogne avallate alla stessa


La democrazia Americana: un’errata interpretazione

maniera da democratici e repubblicani. Mi sorprende che queste persone, molto preparate su ogni genere di problematica e capaci di andare dritte come un raggio laser al cuore delle bugie, dei malintesi e di quegli espedienti tipici della politica che emergono all’interno di un qualunque partito, rifiutino poi di riconoscerli all’interno del proprio. La cieca fedeltà al partito è pericolosa in qualunque parte politica si manifesti. In tutto il mondo noi americani siamo considerati una barzelletta perché concediamo ai nostri leader politici una libertà d’azione omicida, e se non troveremo un’alternativa a questo sistema bipartitico corrotto, la nostra Repubblica, basata su una democrazia rappresentativa, morirà e verrà sostituita da ciò verso cui stiamo rapidamente scivolando, senza equilibrio né controllo: una desolata area corporativa di stampo fascista. Io vengo demonizzata perché considero importante non la coalizione politica cui una persona appartiene, ma piuttosto il suo cuore. Se una persona si veste, si comporta, parla e vota come un repubblicano, non può ricevere consensi solo perché si professa democratico7. Per alcuni l’accorato appello della Sheehan era esagerato — il lamento di una sedicente martire — ma se è così, allora la maggior parte degli americani non ha mai visto da vicino un politico di professione. Nonostante la posizione conciliante del SePare che la Sheehan avesse cambiato idea, non molto tempo dopo la sua “rinuncia” alla politica. Dichiarò che avrebbe corso per la nomina al Congresso nel 2008 come candidato indipendente nel proprio distretto, quello di San Francisco, contro la portavoce del Partito Democratico alla Camera Nancy Pelosi, ritenendo che la Pelosi non avesse fatto nulla per accusare Bush. Dal suo scritto, non si capiva se la Sheehan, abitante di un sobborgo di Sacramento, in California, fosse realmente intenzionata a lanciare una sfida.

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natore Rockefeller in merito al ritiro dall’Iraq, io tentai di essere diplomatico e costruttivo. Gli domandai se avesse letto l’articolo di prima pagina del numero di «Harper’s Magazine» di ottobre 2006, nel quale l’ex Senatore George McGovern e un ex funzionario del Dipartimento di Stato, William Polk, avevano presentato un piano pratico e dettagliato per il ritiro dall’Iraq. No, ha risposto lui, ma sarebbe stato lieto di leggerlo se gli avessi spedito una copia del giornale a casa. Lo feci, e circa un mese dopo ricevetti un biglietto scritto a mano da questo politico di nobile stirpe. «Per la verità», diceva, «con tutto il caos natalizio non ho letto l’articolo. Ma ovviamente lo farò. Sono così scettico in mezzo a tutta questa confusione, che vado alla ricerca di una buona idea qualsiasi (ma vado più alla ricerca di una fattibile)». Il fatto che Rockefeller non condividesse il senso d’urgenza di Cindy Sheehan era piuttosto negativo. Ancor peggio era l’atteggiamento disfattista che la Sheehan aveva assunto ultimamente: «La conclusione più dolorosa cui sono giunta stamattina […] è che [mio figlio] ha perso la vita inutilmente […] I nostri giovani, uomini e donne pieni di coraggio, sono stati abbandonati laggiù a tempo indeterminato dai loro codardi leader, che li spostano da una parte all’altra come pedine su una scacchiera di distruzione […] Questo sistema resiste fortemente a ogni possibile aiuto e anzi divora chi prova ad aiutarlo». Se Jay Rockefeller poté evitare la questione così facilmente con la scusa del «caos natalizio», aveva torto allora la Sheehan? Il 28 maggio 2007, il giorno in cui la Sheehan disse addio alla politica, sembrava che la tirannia della maggioranza, così temuta da James Madison, fosse stata soppiantata dalla tirannia di una minoranza volitiva, costituita da politici di professione, esperti di politica e uno zoccolo duro rappresentato dai fedelissimi del Partito Repubblicano. Se era così, tale tirannia, per dirla con le parole della Sheehan, «era scolpita in un’inamovibile, inflessibile e rigidamente mendace lastra di marmo»? 20


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Casini Editore via del Porto Fluviale, 9/a — 00154 Roma www.casinieditore.com info@casinieditore.com Finito di stampare nel mese di ottobre 2010 Stampato per Casini Editore dalla Arti Grafiche La Moderna — Roma


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Bill Glass, parlamentare democratico del Congresso

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