Anno II n. 10 MAGGIO - GIUGNO 2011 Bimestrale - n. 10 - anno II - spedizione in abbonamento postale - art. 1, legge 46/04 del 27/02/2004 - Registrazione n° 921/2009 presso il Tribunale di Latina
Le imprese al centro dell’economia
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PMI
“Ripartiamo dalle PMI, creative e capaci, e pensiamolo davvero uno sviluppo che guardi in avanti mettendo fine agli errori del passato e del presente. Che sia all’altezza del nostro cielo migliore”.
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EDITORIALE
L’Italia è ancora giovane, facciamola maturare IN QUESTO NUMERO: A pensarci bene 150 anni nella vita di una Nazione sono davvero pochi. Solo 50 di più della speranza di vita che ciascuno di noi nasconde dentro al cuore. Ho pensato a lungo che le celebrazioni dell’Unità di Italia fossero un finto espediente per nascondere le tante criticità che oggi colpiscono il Paese e un’occasione persa per andare a fondo di quelle problematiche profonde che da sempre ci caratterizzano. E invece durante le celebrazioni del 2 giugno, mentre uomini e donne in uniforme storica passavano sotto i miei occhi, lentamente il mio pensiero è andato modificandosi al ritmo di marcia. Al centro della costruzione di una identità c’è da un lato la storia, che sia individuale o collettiva, dall’altro la scelta della direzione verso cui indirizzare il proprio presente e vedere il proprio futuro. Sembra che a questo Paese manchi ancora una reale conoscenza della sua storia e una chiara definizione del proprio futuro, in un presente denso di confusione e maltrattamenti del senso comune. Eppure stavolta il movimento si percepisce e forse l’occasione collettiva non è persa. Dal 1861 ad oggi qualcosa è cambiato e qualcosa no, come la scarsa coscienza dell’aggregazione o il basso valore attribuito alla ricerca e alla sperimentazione. La classe dirigente di allora si interrogava sul valore dell’impresa privata e del bene pubblico mentre le altre nazioni europee avevano già inventato il progresso. La classe imprenditoriale di allora costruiva il mercato italiano mentre le altre nazioni europee avevano già fatto affari reciprocamente. Gli intellettuali pensavano mentre in altre parti d’Europa già contribuivano a fare. Eppure allora come oggi l’Italia è la prima per poeti, sognatori e naviganti. E’ la prima in qualità artigianale e manuale. E’ prima nel saper fare. E mentre sfilavano mezzi e uomini il pensiero emozionato arrivava fino ad un Presidente capace di ridare il sentimento ad italiani stanchi e rassegnati. Grazie Presidente Napolitano, noi non vogliamo perdere questa occasione. E ci proviamo, nel nostro piccolo, a fare l’Italia. Partendo da quel che è nostro: l’economia, l’innovazione, l’impresa, la ricerca. Ripartiamo dalle PMI, creative e capaci, e pensiamolo davvero uno sviluppo che guardi in avanti mettendo fine agli errori del passato e del presente. Che sia all’altezza del nostro cielo migliore. Roberta Busatto Direttore PMI Live
Editoriale
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L’Italia è ancora giovane, facciamola maturare
L’intervista
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Pubblico e Privato insieme per fare della cultura un bene economico Intervista al Sottosegretario al Ministero Beni e Attività Culturali Francesco Maria Giro
Economia
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Tavola rotonda: “Le prospettive di crescita dell’economia italiana”
A confronto tre parlamentari, Vignali, Lulli e Pezzotta, rispettivamente di centrodestra, centrosinistra e terzo polo
Dentro le PMI
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La piccola che detta le regole alle grandi
Intervista ad Andrea Terracini, Direttore Generale della Tessitura Majocchi Srl e nel CDA della holding SGT
Difesa
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La Festa dell’Arma Trasporti e Materiali dell’Esercito
95 anni di storia: dalla Battaglia degli Altipiani alla logistica digitalizzata
Difesa
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150 anni di storia unitaria, uno dietro l’altro
PMI Live alla parata del 2 giugno in via dei Fori Imperiali
Aerospazio
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L’Italia alla 49° edizione dell’Air Show di Le Bourget Intervista al Coordinatore spazio dell’AIAD Maurizio Madiai
PMI Live anno II numero 10 bimestrale Maggio - Giugno 2011 Registrazione: presso il Tribunale di Latina - n° 921/2009 Direttore responsabile: Roberta Busatto direttore@pmilive.it r.busatto@gmail.com Redazione: Coop. Editoriale “Barra Spaziatrice” redazione@pmilive.it Progetto Grafico: Vincenzo Schiano Moriello Foto editoriale: Francesco Rastrelli Foto di copertina a cura di: cybernaua.it Stampa: Graficart snc - Formia (LT) viale dell’industria 37 - 04023 Editore: Coop. Editoriale “Barra Spaziatrice” info@barraspaziatrice.it Sito web: www.pmilive.com
“ETIAM CAPILLUS UNUS HABET UMBRAM SUAM” (dalle “Sententiae” di Pubilio Siro, mimo del 1° secolo a.C.)
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Pubblico e Privato insieme per fare della cultura un bene economico Intervista al Sottosegretario al Ministero Beni e Attività Culturali Francesco Maria Giro Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha vissuto un iter di attribuzione di competenze che ha origine nel 1974 con l’istituzione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. La sua strategicità è evidenziata dalla grande attenzione con cui le diverse classi politiche nel corso del tempo si sono dedicate alla definizione delle sue competenze, esclusive e autonome rispetto ad altri Ministeri vicini. Può descrivercele sommariamente, evidenziandone le ricadute occupazionali e imprenditoriali che queste hanno? “La struttura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali è molto complessa ed è stata soggetta a profonde trasformazioni nel corso delle varie legislature che si sono succedute. Il nostro è un dicastero fortemente impegnato nelle azioni di tutela, valorizzazione e restauro di un immenso patrimonio storico, artistico, archeologico e monumentale che non ha pari nel mondo, con settori di pertinenza che riguardano il mondo dell’editoria come gli archivi di stato e le biblioteche e che dal 1998 ha aggiunto alle sue competenze e funzioni la promozione delle attività dello spettacolo in tutte le sue espressioni, dal teatro lirico a quello di prosa, dal cinema alla musica classica. Forse troverei appropriato chiamarlo più semplicemente Ministero della Cultura e del Paesaggio. Il Ministro Sandro Bondi (oggi sostituito da Giancarlo Galan ndr) nella sua azione di governo ha avuto tra i suoi meriti quello di aver posto, con un atto di grande coerenza e coraggio, un importante vincolo sull’agro romano per difenderne il suo profilo identitario. A mio giudizio questa è stata un’operazione di straordinario valore culturale”. Il 23 Marzo scorso è stato reintegrato il Fondo Unico dello Spettacolo con 149 milioni di euro a seguito di clamorose polemiche che hanno coinvolto autorevoli esponenti del mondo dello spettacolo come ad esempio il Maestro Riccardo Muti. Perché tanta attesa e tante difficoltà per risolvere la problematica? “Troppo spesso la protesta si è concentrata sul reintegro del Fus, dimenticandosi di tutto il resto ma noi abbiamo avuto la tenacia e la responsabilità di non dimenticare e trascurare nulla. Accanto al reintegro delle risorse, stiamo proseguendo nell’impegno riformatore, avviato e promosso in questi primi tre anni con la riforma della lirica, risparmiando alle fondazioni lirico- sinfoniche di portare i loro conti in rosso nelle aule di tribunale e che attribuisce alle fondazioni più virtuose un ordinamento speciale e maggiore autonomia. Le riforme sono essenziali perché sarebbe un errore imperdonabile se, una volta aumentate le risorse, queste fossero spese ancora malamente, senza criteri e regole certe. Questo discorso riguarda soprattutto il cinema dove c’è da precisare che avevamo già reso operativi due incentivi fondamentali di defiscalizzazione come il tax credit e il tax shelter. Personalmente penso sia doveroso che i fondi vengano concessi solo ed esclusivamente per favorire le opere prime e seconde di giovani talenti. Per troppo tempo in Italia questi incentivi sono stati profusi per opere non solo mai distribuite ma spesso mai realizzate. Addirittura tra il 1994 e il 2004 sono stati spesi ben 500 milioni di euro per sceneggiature che non hanno mai visto il primo ciak, di cui ben 373 solo fra il 2000 e il 2004. Certo se è vero che godiamo di meno risorse rispetto ai decenni passati, penso sia opportuno spenderle meglio. I privilegi, concessi nel passato a profusione, non sono più tollerabili e raramente hanno premiato la qualità dei progetti presentati”.
L’intervista 4
Il nostro giornale ospita l’intervento appassionato e molto critico con il Governo di Mario Salani che citiamo letteralmente. Il professore sostiene che siamo in presenza di una “progressiva precarizzazione delle politiche e di una costruzione di modelli e procedure di assoluta incertezza che non mettono in condizione gli operatori di programmare”, cosa si sente di rispondergli? “E’ una affermazione priva di fondamento e che dimostra una scarsa conoscenza di quanto è stato fatto in questi tre anni di governo. Ci siamo dati un cronoprogramma che abbiamo rispettato fedelmente. Solo a Roma, nell’area archeologica centrale, condannata ad anni di incuria da parte delle amministrazioni che ci hanno preceduto, abbiamo riaperto e riqualificato aree chiuse da decenni come il terzo anello e gli ipogei al Colosseo, la Vigna Barberini, le Arcate Severiane, il criptoportico neroniano e la Domus Transitoria al Palatino, la Basilica Aemilia, il Tempio di Venere e Roma e la Casa delle Vestali al Foro, senza dimenticare l’Appia Antica e la Villa dei Quintili. C’è da aggiungere il grande progetto per la messa in sicurezza della Domus Aurea, dove abbiamo approvato un grande progetto del costo complessivo di 45 milioni, che consentirà di disseppellire il terrapieno e di consolidare il piano nobile e uno per il Mausoleo di Augusto, da realizzare d’intesa con il Comune, per festeggiare nel 2014 il bimillenario della scomparsa del primo imperatore romano. In particolare per quanto riguarda il Lazio, ad Ostia Antica punteremo su tre progetti che riguarderanno il restauro del teatro, del Palazzo Imperiale e dell’ultimo tratto del decumano. Nella provincia di Roma la Villa Giustiniani Odescalchi a Bassano e Palazzo Farnese a Caprarola saranno oggetto di interventi di consolidamento e messa in sicurezza. Abbiamo inoltre avviato un progetto di straordinaria importanza per la realizzazione del cosiddetto Polo Tiburtino che avrà un biglietto unico e che permetterà di mettere a sistema il Tempio di Ercole Vincitore a Tivoli da poco inaugurato con Villa d’Este, Villa Gregoriana, Villa Adriana e con le strutture del comune come la Rocca Pia e le Scuderie Estensi. Ma tra le priorità del nostro governo non c’è solo l’archeologia. Basti pensare al MAXXI, inaugurato un anno fa e al restauro integrale di Palazzo Barberini, una preziosissima pinacoteca contenente dipinti di Raffaello, Caravaggio, Tintoretto
e del Lippi che, con le sue 100.000 presenze in soli dieci mesi, ha tutte le carte in regola per gareggiare con i più importanti musei del mondo. Questi risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Molte imprese sono interessate alla produzione di valore economico a partire dalle risorse culturali: è per lei realtà o un sogno per pochi coraggiosi investire in cultura? “L’esempio più macroscopico ci viene offerto dalla maxi sponsorizzazione del restauro del Colosseo, condotta da Diego Della Valle. Si tratta della più grande operazione di mecenatismo culturale e sono convinto che aprirà la strada ad una più ampia partecipazione del privato alla valorizzazione del patrimonio storico artistico. Personalmente sono un profondo assertore della collaborazione tra il privato - come le maggiori aziende italiane, le fondazioni bancarie, gli istituti di credito e le istituzioni pubbliche, come le soprintendenze statali del Ministero dei Beni Culturali. Proprio per questo abbiamo moltiplicato in questi anni gli accordi e le intese con il privato e l’esperienza ci ha insegnato proprio che il privato decide di investire per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale se di fronte ha un interlocutore pubblico che gli propone un progetto condiviso, serio e credibile. In questo senso è importante e va incoraggiato il protocollo d’intesa, sottoscritto dal Ministero dei Beni Culturali con le maggiori fondazioni bancarie, che due anni fa istituiva un osservatorio che aveva proprio il compito di promuovere grandi progetti culturali di valenza nazionale, individuando le aree di possibile cooperazione e coordinamento di attività e definendo criteri e linee generali di orientamento. Tutto ciò per sostenere iniziative tra pubblico e privato forti e di grande spessore”. Per chiudere sul settore che ci interessa, la Difesa, sono molti i progetti attualmente in campo, come ad esempio sistemi di tutela del nostro patrimonio. Qual è il suo giudizio in merito? “Tutela e lotta al degrado sono valori condivisi con le Forze dell’Ordine che quotidianamente si adoperano con estrema competenza, professionalità e spirito indagativo. Sicuramente siamo debitori al loro intenso impegno civile e i recentissimi rinvenimenti della prua della fontana della Navicella al Celio e di tre teste di tartaruga in graniglia di cemento, trafugate a Roma nell’ottobre del 2005 dalla fontana delle tartarughe a Villa Borghese, sono solo alcuni esempi del loro operato”.
Rifinanziato il Fondo Unico per lo Spettacolo, ma restano precarietà e condizionamenti Il professor Mario Salani risponde al Sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Maria Giro La vicenda dei contributi alla cultura e all’informazione è esemplare della qualità e della natura civile di questo paese. Il FUS, che è il Fondo con il quale si contribuisce allo sviluppo delle attività teatrali e cinematografiche e più in generale dello spettacolo, è stato recentemente reintegrato. Lo ha deciso Tremonti dopo aver ascoltato il grido di dolore di Riccardo Muti, pronunciato interrompendo il Nabucco a Roma. Ha manifestato la sua magnanimità, da Principe, repentinamente, dopo che aveva giustificato la necessità dei tagli in modo perfino volgare (“la cultura non si mangia”), nonostante le manifestazioni di protesta di tutto il mondo degli operatori culturali durate mesi, nonostante che sapesse bene che la cultura non è solo spettacolo ma potente veicolo di accreditamento e legittimazione internazionale del paese. La sua decisione, il modo in cui è stata presa e l’articolazione del suo comportamento sono però esemplari dei valori e degli orientamenti di buona parte di questa maggioranza e anche di una parte cospicua del Paese. Si mescolano grettezza politica, superficialità ed una visione elitistica della cultura che bene incrocia una trasformazione mediatica dei tratti culturali di fondo del paese unita ad un antico diffuso sospetto verso la cultura che si trascina da secoli. Tremonti ha voluto imporre e dimostrare il suo protagonismo esercitandolo sui “bracci” berlusconiani più conciliativi, per temperamento e ruolo politico, Bondi, come detto, e Bonaiuti, per il versante dell’informazione che ha subito una vicenda molto simile non ancora del tutto risolta. Ma il dato politico più generale che si ricava dall’interpretazione dei comportamenti del Ministro dell’economia è una progressiva precarizzazione delle politiche, la costruzione di modelli e procedure di assoluta incertezza che non mettono in condizione gli operatori di programmare, rafforzano il potere amministrativo e conseguentemente il controllo dell’esecutivo sui settori operativi. Il modello è quello di accrescere la dipendenza “politica” e conseguentemente il potere nei confronti di un settore che è libero, che deve essere libero per esprimere il meglio di sé, come d’altra parte prevede, non a caso la Costituzione. Ma questo Esecutivo, indubbiamente, ha coalizzato attorno un modo di pensare la cultura che sarebbe errato credere che sia tipico del pensiero conservatore o almeno di una parte di questo: la cultura si auto sostiene, si deve mantenere con le risorse dei fruitori; è il mercato che decide chi ha successo e deve continuare a lavorare e chi non ha successo e deve scomparire. Questa lettura, in realtà, maschera una sostanziale avversione del capitale a ritenere rilevanti tutti i bisogni che non siano commerciabili e conseguentemente tutte le produzioni che siano gratuite interpretabili come spreco di risorse. Proprio l’incapacità di questo approccio a comprendere che con la cultura e l’informazione si sviluppano qualità individuali e nazionali di fondo che presiedono allo stesso sviluppo del capitale relazionale e economico, fa si che non si possa dire correttamente che questo è un limite del pensiero conservatore, tanto è vero che molti paesi con governi conservatori danno della cultura una interpretazione non come costo ma come investimento e per di più strategico per gli interessi del paese e quindi ne promuovono e finanziano lo sviluppo. Così non è nel nostro paese in cui la maggioranza di governo ha avuto la capacità di compattare una blocco sociale in cui si riconoscono parassitismo pubblico e privato, cultori della rendita ed una parte del pensiero più elitario che sempre mal sopportato la democratizzazione dell’accesso e dello sviluppo culturale. Non a caso sottostima la scuola pubblica e i suoi insegnanti, propone forme più o meno manifeste di censura (sui libri di testo o sui film da finanziare) ed emargina, in chiave ideologica, chi non propone un pensiero critico. Dopo il gesto magnanimo, Il settore ha tirato un sospiro di sollievo e ha ricominciato a lavorare, ma la percezione di essere sotto occhiuta osservazione è evidente e, dunque, condizionante. Ma il dato più sconfortante è che a queste condizioni la qualità è quella che è, e sarà sempre più penalizzata, mentre continuerà a prevalere il banale e l’ininfluente. Mario P. Salani docente di “Sociologia dei Processi Economici” all’Università di Roma “la Sapienza e Responsabile dell’Area Cultura e Media di Legacoop
Ercole Fragasso
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Tavola rotonda: “Le prospettive di crescita dell’economia italiana” A confronto tre parlamentari, Vignali, Lulli e Pezzotta, rispettivamente di centrodestra, centrosinistra e terzo polo In seguito alla diramazione del Rapporto Istat del 2010, abbiamo pensato di ospitare sul nostro giornale una tavola rotonda tra esponenti di diversi schieramenti politici per discutere della situazione e delle prospettive di crescita dell’economia italiana. A ciascuno degli intervenuti abbiamo posto le stesse domande, cercando di trasporre su carta l’acceso dibattito che anima il nostro Parlamento, anche in vista della nuova legge Finanziaria. Ringraziamo dunque per l’attenzione l’Onorevole Raffaello Vignali del Popolo della Libertà (Pdl), l’Onorevole Andrea Lulli del Partito Democratico (Pd) e l’Onorevole Savino Pezzotta dell’Unione di Centro (Udc). PMI Live: I dati del Rapporto Istat 2010 sono chiari: il tasso di crescita dell’economia italiana è del tutto insoddisfacente. In rapporto agli altri Stati avanzati il nostro Paese va molto più lento e non riesce a recuperare né i ritardi dovuti alla crisi né quelli storici che si porta dietro (ad esempio debito pubblico e sperequazioni Nord-Sud Italia). Quali sono secondo voi le cause di questa situazione difficile? On. Vignali (Pdl): “Vorrei ricordare, in premessa, che sempre l’Istat ha pubblicato nei giorni scorsi le stime sul Pil nelle macroaree del Paese per il 2010: il Nord-Est cresce quasi come la Germania, il NordOvest come la media europea, il Centro è in linea con la media italiana e il Sud dello 0,2%. Da questi dati è evidente dove sta il problema. Detto questo, le cause sono molteplici e note: una burocrazia troppo complicata e lenta, un fisco che toglie alle imprese le risorse che servirebbero per gli investimenti e che priva le famiglie delle risorse per i consumi, un sistema infrastrutturale carente per quantità e qualità. In questa fase, poi, mentre riprendono gli ordinativi, esiste un serio problema di liquidità per le imprese che rende più difficile la ripresa”. On. Lulli (Pd): “I dati Istat certificano il fallimento del Governo Berlusconi-Bossi. Le destre italiane governano dal 2001 (salvo una parentesi di due anni del Governo Prodi ) e non hanno saputo dare soluzione sia al debito pubblico che al divario NordSud. Anzi in questi anni è cresciuta sia la spesa corrente che la pressione fiscale, mentre sono calate le spese per investimenti, l’istruzione e la ricerca. E ora questo Governo rischia di gettare l’Italia in una crisi peggiore e farla precipitare verso la recessione”. On. Pezzotta (Udc): “Rispondere a questa domanda non è facile, anche perché fior fiore di economisti non sono stati in grado di prevedere la crisi ed ora ci offrono una serie di ricette, tante volte in contraddizione l’una con l’altra. Ma al di là degli effetti economici e dei problemi umani e sociali provocati, su cui tornerò, la crisi suggerisce una riflessione sugli aspetti etici che ha messo in evidenza. Siamo tutti alla ricerca dei responsabili, ma non è facile individuarli. Sicuramente questa crisi mette in discussione molti dogmi che negli ultimi decenni ci erano stati propinati come verità assoluta come la virtù intrinseca del libero mercato e l’effetto automaticamente moralizzatore della competizione presentata come strumento in grado di incidere sul comportamento etico delle persone. Sempre più si evidenzia che non esistono automatismi in grado di generare comportamenti virtuosi, le virtù stanno in capo alle persone e ai loro comportamenti. Molti dei comportamenti di certi attori economici sono certamente censurabili, penso alle autorità monetarie ed economiche, ad alcuni amministratori di banche e gli stessi responsabili degli organi di vigilanza del sistema finanziario. Le cause profonde della crisi stanno: nell’assenza di regolamenti opportuni e validi per tutti; nei forti incentivi per generare profitti a breve termine; nell’avidità e la corruzione del carattere morale delle persone; ma soprattutto nell’ideologia imperante: arricchirsi in poco tempo e consumare in modo esagerato. L’origine morale e profonda della crisi che stiamo attraversando sta nell’aver deprezzato il valore del lavoro. Intendendo per lavoro non solo quello dipendente e subordinato che oggi sta pagando gli effetti di una crisi di cui non è stato tra i decisori, ma l’insieme di quelle attività umane che producono ricchezza economica e relazioni sociali cooperative. Centrare la dimensione del lavoro solo su una particolare attività e non sul complesso sociale della dinamica produttiva e relazionale, non ci consente di definire una visione d’insieme e pertanto cooperativa, produce individualismo e tensioni antagoniste che sicuramente non favoriscono la crescita. Con questo non auspico una visione organicistica o corporativa della società, ritengo che il conflitto quando è posto all’interno di regole precise sia estremamente utile a generare crescita e progresso e sia un forte stimolo all’innovazione. E’ chiaro che a seguito della crisi economica innescata dalla crisi finanziaria occorreva reagire, non solo creando come è stato fatto delle trincee, ma puntando da subito sull’incremento della produttività del lavoro. Ricordo tutte le prediche, queste sì che definirei, sulla scorta di Einaudi, inutili sulla rigidità del fattore lavoro dipendente e sulla necessità di liberarlo da lacci e laccioli. Sono state introdotte delle norme che hanno sicuramente reso più flessibile il mercato del lavoro, a cui però non è corrisposta un’adeguata
innovazione degli altri fattori produttivi, si è rimasto legati al motore elettrico quando c’era bisogno di esplorare altri comporti e settori che si ponevano oltre il manifatturiero, recuperando e innestando nel nostro sistema produttivo, dei servizi, della pubblica amministrazione e dell’impresa le nuove tecnologie, le bio tecnologie, le nano tecnologie e via elencando. L’Italia deve difendere il suo settore manifatturiero e il made in Italy, ma lo fa se aumenta la qualità dei prodotti attraverso l’aggiunta di un alto tasso d’innovazione. Invece abbiamo lasciato, sperando di ricavarci guadagno, che il nostro sistema fosse inondato e tarlato dalla precarietà. La precarietà non è solo una questione di soldi e di diritti, ma riguarda anche l’efficienza del lavoro, la crescita della innovazione e della produttività. E’ un problema sociale ma anche un danno economico perché non permette i percorsi professionali, l’accrescimento delle competenze e delle conoscenze che sono indispensabili per far crescere l’impresa e la qualità dei prodotti. Riportare al centro del dibattito politico la questione del lavoro nella sua accezione ampia di attività umana organizzata a un fine economico e sociale, significa in definitiva scegliere per uno sviluppo umano della società”. PMI Live: Quali misure è secondo voi necessario assumere per raggiungere gli obiettivi concordati a livello europeo? On. Vignali (Pdl): “Nell’analisi sulla crescita, l’UE chiede agli stati membri - e a noi in particolare di tenere ferma la barra sui conti pubblici, ma di occuparsi allo stesso tempo della crescita. La stessa Europa, però, ci ricorda che la condizione essenziale per la crescita è “creare un ambiente favorevole all’impresa e all’industria, in particolare alle PMI”. Il Pil e l’occupazione non crescono per decreto ma grazie alle imprese. Ora, siamo il Paese con il più alto tasso imprenditoriale del mondo, ma anche uno di quelli in cui è più difficile fare impresa. Cosa c’è da fare? In estrema sintesi ridurre strutturalmente la spesa improduttiva dello Stato, rendendolo più efficiente, e liberare l’impresa da quei lacci e laccioli inutili che le impediscono di correre”. On. Lulli (Pd): “Serve una ristrutturazione della spesa pubblica come aveva avviato Padoa Schioppa. Niente tagli lineari ma ridisegnare le priorità in una logica di contenimento dei costi. Meno spesa corrente più investimenti e spingere sulla ricerca. Ma dobbiamo anche riformare il fisco e ridistribuirne il carico. Liberare il lavoro e l’impresa, spostare la pressione verso le rendite da posizione, finanziarie e da capitale e colpire le transazioni finanziarie. A livello europeo dovremmo lavorare per nuovi strumenti di gestione dei debiti sovrani e per colpire le responsabilità della finanza nella crescita degli indebitamenti pubblici”. On. Pezzotta (Udc): “E’ chiaro che la questione degli equilibri finanziari e del controllo del debito pubblico sia oggi centrale e ineludibile, il problema è la metodica con cui si vogliono raggiungere. Credo che la strada per raggiungere quanto concordato con l’Europa non siano i tagli orizzontali (uguali per ogni tipo di spesa e settore), i quali, oltre che generare iniquità e rafforzare le disuguaglianze, sono anche psicologicamente depressivi perché, di fatto, segnalano una impossibilità o una non volontà ad un processo di selettività qualitativa, passivamente in attesa che le cose migliorino. Fare selezione significa scontentare qualcuno e magari incidere sulle rendite di posizione o di potere, ma una strada riformatrice e attenta alle questioni innescate dalla crisi, non può che essere questa, solo così può individuare dove investire. Non basta tirare la cinghia, ma si deve sapere
a quale buco si tira e non può essere lo stesso per il grasso che per il magro. Qui serve la politica e credo che in questo ventennio di bipolarismo che mi limito a definire strano, questa risorsa l’abbiamo molto sciupata. La politica non è qualche cosa di strano o di sporco cui si dedicano i faccendieri di ogni risma, o un modo, come è avvenuto, per curare il proprio particolare, credo che vada considerata come una risorsa e come tutte le risorse può crescere o contrarsi, in Italia la si è ormai contratta ai minimi termini. Così il Paese non funziona e non s’innova. La crisi della politica si riverbera sul Paese e sul suo futuro, vivere sul presente non è oggi più possibile. Giustamente il nostro confronto è con l’Europa cui, fortunatamente, siamo associati, ma il nostro – si dimentica - è un paese euromediterraneo. Il nostro spazio naturale è il mediterraneo, Su questo terreno siamo in ritardo, non abbiamo saputo cogliere i movimenti socio-culturali che la crisi stava innescando sull’altra sponda e ci troviamo spiazzati e al carro di altri. Non credo tocchi all’Italia definire il modello di democrazia per i Paesi del Nord Africa, spetta solo a loro e non possiamo nemmeno pensare che segua tutti i criteri occidentali. Occorre favorire un sistema di libertà, di libera espressione e di selezione popolare dei gruppi dirigenti. Compito del nostro Paese, dopo il fallimento di Barcellona, credo sia quello di favorire la realizzazione di un mercato mediterraneo sempre più integrato e competitivo”. PMI Live: Quali le strategie per portare avanti un reale processo di modernizzazione del Paese? On. Vignali (Pdl): “Oltre ad una riforma dello Stato per renderlo più efficiente ed efficace, direi che serve innanzitutto semplificazione normativa e nel sistema dei controlli, così come urge una riforma fiscale che premi chi investe (sia le imprese che investono in ricerca e in capitale umano, sia le famiglie che investono sul futuro e fanno figli). La questione demografica è centrale, sia per lo sviluppo economico sia per il welfare, e richiede politiche di lunghissimo termine. Ma la vera modernizzazione dipende da una dimensione che le leggi non possono imporre, ma che sta alla base di tutto: la responsabilità. A ogni livello e a cominciare dalla classe politica, che non può continuare a vivere sulle barricate, rispondendo con no pregiudiziali a qualunque proposta venga dall’avversario”. On. Lulli (Pd): “In primis ricostruire il patto di fiducia tra politica, Istituzioni pubbliche e cittadini. Snellire le tante burocrazie, procedere nelle liberalizzazioni ed investire nella scuola e nella ricerca”.
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On. Andrea Lulli
On. Savino Pezzotta
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avviene attraverso salti o bruschi mutamenti ma si propone come un processo continuo di adattamento e miglioramento attraverso forme graduali di cambiamento. Riguarda la diffusione di idee e il dialogo sociale appassionato, attivo ed inclusivo sulle forme necessarie di cambiamento e i mezzi per portarle avanti. Le nostre PMI e l’intero sistema produttivo italiano, oltre che a difendere giustamente il manifatturiero e il made in Italy, dovrebbero prestare, con l’aiuto delle istituzioni universitarie, maggiori agli sviluppi in aree dinamiche della ricerca: tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), scienze cognitive e biologiche, robotica e nanotecnologia”. PMI Live: I dati della crisi testimoniano una maggiore resistenza da parte delle PMI rispetto alle grandi aziende. Quale è secondo voi il motivo? On. Vignali (Pdl): “Il motivo è nella struttura stessa del sistema economico italiano: la piccola dimensione costituisce un tessuto elastico che tiene meglio nei momenti di difficoltà, ma che fa più fatica a ripartire in fase di crescita economica. Le piccole imprese hanno meno risorse da investire rispetto alle grandi. E qui torniamo alla questione fiscale”. On. Lulli (Pd): “Le PMI ed i distretti produttivi sono la struttura portante della nostra economia. E’ nel DNA italiano: dobbiamo fare più sistema per rafforzare questo patrimonio nazionale. Ma dobbiamo anche esigere di più dai grandi players a partire da Eni, Enel e Finmeccanica”. On. Pezzotta (Udc): “Nella nostra epoca le idee, le innovazioni di ogni genere e grado il più delle volte scaturiscono da un processo produttivo in cui il principale fattore è il capitale umano che genera nuove idee che magari non trovano applicazione immediata, ma che si sedimentano come risorsa dell’impresa che le potrà utilizzare a tempo debito. La qualità di questo processo determina molte volte il successo di una impresa o di un prodotto. E’ qui che si determina un intreccio tra conoscenza, sperimentazione e implementazione concreta delle idee innovative. Sicuramente se a fianco di queste capacità esiste anche il supporto pubblico in termini di ricerca e di sviluppo applicato lo sviluppo dell’innovazione di processo e di prodotto si accresce. Il successo della nostra piccola impresa sta soprattutto nella risorsa umana sia dal lato imprenditivo che da quello operativo, oserei anche dire che sta anche nella relazione cooperativa che si realizza tra imprenditore e dipendente”. PMI Live: La nostra rivista si occupa di PMI ad altissimo tasso tecnologico, in particolare della Difesa e dell’Aerospazio. Quale ruolo ritenete abbiano nello sviluppo del nostro Paese e quali le strategie per sostenerle? On. Vignali (Pdl): “Difesa e Aerospazio costituiscono un settore nel quale siamo in grado di competere a livello globale, perché abbiamo il mix che ci pone alla pari degli altri grandi Paesi: abbiamo grandi imprese, a cominciare da quelle del gruppo Finmeccanica, abbiamo una miriade di PMI innovative dalle Alpi all’Etna, abbiamo un sistema della ricerca forte (uno per tutti, il Centro di ricerca sulle nanotecnologie dei polimeri dell’Università di Napoli: una “scuola” straordinaria il cui maestro è il mio collega Luigi Nicolais). Per quanto riguarda il sostegno, le cosa da fare sono sintetizzabili in una sola: creare un cluster hi-tech, un meta-distretto che va al di là del territorio locale. Si dovrebbe fare una sperimentazione industriale che innanzitutto faccia emergere quello che c’è, sia nel sistema delle imprese sia in quello della
ricerca, che metta in rete questi soggetti e che avvicini a questo mondo - knowledge-based per definizione il mondo della finanza. Insomma un nuovo distretto che assomigli di più a Silicon Valley che a Prato, ma che serva anche a Prato come nuovo paradigma”. On. Lulli (Pd): “Ritengo strategico il loro ruolo. Per questo dobbiamo tornare ad avere una politica industriale, degna di questo nome, che sappia aiutarne lo sviluppo”. On. Pezzotta (Udc): “Non conosco il settore della difesa dell’aereo spazio e pertanto mi limiterò ad alcune osservazioni generali. Il vantaggio chiave che renderà il nostro sistema produttivo maggiormente competitivo sta nello spirito innovativo che si riuscirà a sprigionare, superando le logiche naturalmente difensive che hanno predominato nei confronti della crisi. Il vantaggio di avere una rete di complessi industriali di piccola e media dimensione, flessibili/ adattabili, spesso di proprietà familiare che si concentra sulla produzione piuttosto che sulla speculazione finanziaria, rappresenta ancora oggi un punto di forza e non di debolezza come alcune volte si è voluto presentare. Vorrei porre l’accento che l’attenzione al buon nome della famiglia, l’attenzione ansiosa al prodotto e alla sua qualità, il legame con il territorio e la cura del marketing sono uno dei vantaggi che le PMI offrono all’economia italiana. Sono oggi molti che ci portano, a ragione, l’esempio tedesco, ma quel sistema può poggiare su strutture pubbliche dedicate alla internazionalizzazione, alla ricerca, al sostegno dell’innovazione che l’Italia non possiede. La strada più efficace sarebbe quella di intrecciare i distretti con le reti e puntare anche attraverso agevolazioni fiscali a far crescere le aggregazioni tra i soggetti economici. Si tratta di puntare sulle reti come capacità di tenere legata la flessibilità e la forza di competere sui mercati internazionali”. Roberta Busatto Sempre più difficile l’accesso al credito per le PMI italiane Riceviamo e pubblichiamo la soluzione della Banca Popolare di Puglia e Basilicata Argomentare il sistema economico oggi e non usare parole come crisi, rischio e sfiducia sarebbe davvero poco realistico ed obiettivo. Le piccole e medie imprese italiane sono state afflitte da: crisi da riduzione della domanda di beni e servizi con conseguente restringimento dei flussi di cassa; drastica riduzione della spesa per investimenti determinata da una ridotta capacità di accumulazione di capitale, con conseguente difficoltà di adattarsi alle nuove esigenze del mercato con la trasformazione dei loro prodotti con innovazioni tecnologiche; contrazione dell’offerta del credito soprattutto da parte dei principali gruppi bancari nazionali. Tutto ciò ha determinato un clima di sfiducia che ha contribuito ad inasprire la situazione recessiva che ha caratterizzato il nostro Paese almeno fino al primo trimestre del 2010; la crisi ha ovviamente accentuato i casi di insolvenza o di incaglio e le PMI hanno dimostrato un ridotto potere contrattuale in termini di capacità di riscossione. Una recente indagine a livello europeo evidenzia come le PMI italiane facciano ricorso all’autofinanziamento piuttosto che al sistema bancario; questo si spiega con il ridimensionamento spontaneo del fabbisogno finanziario dovuto alla presenza di mercati turbolenti e per la difficoltà incontrata nell’accesso al credito per le limitate garanzie patrimoniali disponibili e per i costi bancari eccessivi: nei primi mesi del 2010 la riduzione dei prestiti bancari è stata del 2,9% e solo a partire da agosto si è registrato un incremento dell’1,8%. Il pericolo odierno è l’aggravarsi della crisi con effetto a catena: dalla finanza all’industria, dalla produzione all’occupazione e alla domanda; è necessario, dunque, che il sistema bancario riesca a rispondere ad un fabbisogno piuttosto consistente di mezzi liquidi e saranno ovviamente premiate quelle imprese che saranno capaci di rappresentare correttamente i propri risultati gestionali, che sapranno prospettare chiaramente ai finanziatori i propri programmi di sviluppo, che privilegeranno il consolidamento e la crescita dell’impresa, che sapranno riconoscere nel sistema bancario un valido supporto di consulenza per un rapporto sempre più fiduciario. Come da tempo viene sottolineato dalle analisi sul sistema bancario, la soluzione a molti problemi di fonti di finanziamento dell’impresa minore sembra risiedere più nelle piccole banche che nelle grandi strutture. Infatti, le banche di minori dimensioni, più radicate nel territorio, possono essere buoni partner per i localismi d’impresa per il loro concetto di rete collaborativa distribuite in forma di reticolo leggero sul territorio (si pensi alle banche popolari). Antonella Di Biase Banca Popolare di Puglia e Basilicata – sezione di Pomezia
On. Pezzotta (Udc): “Per prima cosa occorre individuare quali sono le risorse su cui si vuole puntare, questo vale soprattutto per un Paese come il nostro che di risorse naturali non ne ha molte. La risorsa più interessante per l’Italia è quella umana, l’unica che può relazionarsi alla risorsa culturale di cui siamo ricchi. Credo che sia arrivato il momento di uscire dalla retorica tecnocratica secondo la quale un Paese può crescere solo se fa crescere il suo potenziale di competenze e conoscenze scientifiche. Certamente abbiamo bisogno di tecnici delle diverse discipline se vogliamo indurre la crescita dei processi innovativi, ma credo che abbiamo anche bisogno di persone che pensino in modo allargato e complesso e pertanto sempre relazione feconda con la cultura umanistica e artistica, senza che questa venga ridotta ad essere una cenerentola, costretta a cedere il posto alle discipline scientifiche e tecnologiche. Se lo sviluppo economico, almeno nelle sue linee di tendenza, assume in tempo di crisi una centralità cui tutti i sistemi d’istruzione devono piegarsi, non va dimenticato che, se scisso da un progetto educativo più ampio, rischierebbe di alienare l’essere umano dalle sue vocazioni più alte per assoggettarlo alle leggi pure e semplici dell’economia e della tecnologia con grave danno per quanto riguarda il governo stesso dei processi economici e dei successi scientifici. Le grandi sfide che la globalizzazione, le migrazioni, gli intrecci culturali che si stanno ridefinendo anche attraverso le reti comunicative, richiedono non solo persone con competenze ma soggetti in grado di cogliere e gestire la complessità. Ora, noi abbiamo un sedimento culturale che non possiamo solo mettere in mostra per attrarre turisti, ma anche per far crescere la risorsa umana in maniera complessiva”. PMI Live: Uno degli obiettivi di Europa 2020 è di portare gli investimenti in Ricerca e Sviluppo al 3% del PIL. L’Italia forse non raggiungerà nemmeno il suo obiettivo di 1,53%. Come spiega questo fenomeno, consentitecelo, preoccupante? On. Vignali (Pdl): “In realtà, la spesa privata italiana in ricerca e sviluppo è superiore. Ma ci mancano i dati: non essendo sostenuta fiscalmente (tranne l’innovazione di prodotto), le spese in ricerca finiscono nei costi e non sono leggibili. La Community Innovation Survey dell’Eurostat esclude dal campione le imprese fino a 9 addetti – il che significa escludere il 94,9% delle imprese italiane -, per cui è difficile considerare il risultato affidabile. Detto questo, la stessa indagine europea indica come principale ostacolo alla Ricerca
e Innovazione la carenza di finanziamenti. Se il futuro è dell’economia della conoscenza, la nuova politica industriale deve essere una politica dei fattori abilitanti. Significa defiscalizzare gli investimenti in ricerca e, soprattutto, in capitale umano qualificato; significa equiparare nei concorsi i brevetti industrializzati registrati dai nostri ricercatori alle pubblicazioni scientifiche; significa far partecipare i ricercatori che brevettano agli utili derivanti dalla cessione degli stessi; significa sostenere spin off accademici e start up tecnologiche, ad esempio detassando il capital gain per chi investe in essi. Nei nostri centri di ricerca ci sono risorse straordinarie, a volte eccellenze mondiali: basta “semplicemente” valorizzare il positivo che c’è. Ed è tantissimo”. On. Lulli (Pd): “Dobbiamo selezionare la nostra spesa pubblica per spostare le risorse in quella direzione. Ma anche stimolando di più gli investimenti privati”. On. Pezzotta (Udc): “Sicuramente esiste un ritardo italiano su investimenti in Ricerca e Innovazione che è dato dal fatto che per un periodo troppo si è pensato che il Pubblico dovesse interessarsi solo dei grandi progetti, mentre esisteva l’esigenza d’interventi nuovi e più mirati. In Germania esiste da tempo una organizzazione pubblica – il Fraunhofer – il cui scopo è produrre innovazione e ricerca. Questo istituto conta circa 60 centri di ricerca sparsi in tutta la Germania e nei luoghi nevralgici del mondo, vi lavorano 18.000 scienziati, ricercatori e ingegneri. In Italia non esiste nulla di simile. Bisogna anche tenere presente che nel nostro Paese il tessuto produttivo è caratterizzato più che in ogni altro stato membro dell’Unione da PMI, i cui settori di specializzazione e di capacità produttiva sono molto eterogenei. Questa articolazione, accompagnata da una debolezza delle strutture pubbliche di ricerca e innovazione, ha prodotto una carenza di innovazione: le PMI non hanno singolarmente la forza per fare investimenti nel settore R&I, scarsa capacità del nostro sistema produttivo di trasformare le innovazioni derivate dalla ricerca pubblica in prodotti e servizi. Ora, occorre recuperare il terreno: puntare sull’aiuto alle PMI a rendere sistematico il processo di cooperazione esterna al contesto aziendale di soluzioni innovative; Sviluppare iniziative Pubblico-Privato di partnership per avviare iniziative di innovazione profittevole; creare sinergie tra i vari attori dell’innovazione; attivare iniziative di formazione che favoriscano tra i giovani il crescere di una cultura dell’innovazione, tenendo presente che l’intrusione tecnologica non
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On. Raffaello Vignali
Economia
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La piccola che detta le regole alle grandi Partiamo dalla sua azienda, dalla Tessitura Majocchi Srl. Ce la descrive brevemente? “La Majocchi è un’impresa tessile esistente dal 1937 che ha sempre scelto la strada dell’innovazione. Potremmo dire che ha saputo sempre fare la lepre rispetto ai cambiamenti del settore anticipandoli. Dal 1937 per vent’anni ha mantenuto il primato in Italia per la produzione di tessuto impermeabile; nel 1958 ha introdotto per prima il nylon con lavorazioni e applicazioni tecniche di vario genere. Cito qui la Pirelli per cui ha prodotto per anni i nastri trasportatori. La sua evoluzione si è indirizzata presto verso le valigie, le borse e gli zaini, perseguendo un mix di leggerezza e resistenza. Abbiamo operato in mercati italiani ed esteri e lavorato per marchi come Samsonite, Mandarina Duck. Negli anni ’86-’87 ci siamo aperti al bacino asiatico. Negli anni ’90, invece, la sfida è stata quella di applicare le nostre tecnologie all’abbigliamento. I nostri materiali garantivano infatti alte performance da applicare soprattutto nel settore dell’abbigliamento tecnico, sportivo in primis. Da allora ci muoviamo vicini al concetto di high tech. Lavoriamo così per marchi come Prada o Ralph Lauren e abbiamo partecipato alla prima sfida di Luna Rossa nell’Americans Cup. Recentemente, infine, abbiamo iniziato ad aprirci al mercato militare con la produzione in particolare di tute e zaini. I nostri tessuti sono tra i migliori per la protezione contro le perforazioni, il fuoco e per resistenza meccanica. Oggi siamo pronti anche ad aprirci ai mercati più attraenti dei Paesi emergenti dove sta aumentando la richiesta di consumo”. Una storia che realmente parla di innovazione e di evoluzione seguendo le linee del mercato o addirittura di diversi mercati. L’ultimo approdo è la nascita del gruppo SGT. “Abbiamo vissuto un grandissimo mutamento negli ultimi 6-7 anni, partendo da una serie di considerazioni. Avevamo tre scenari di fronte tra cui scegliere. Il primo, commerciale, di sfruttare il bacino dei Paesi dell’est. Il secondo di delocalizzare la produzione. E il terzo di diventare un player del mercato mondiale con una forte presenza industriale in Italia. Abbiamo scelto quest’ultima, consapevoli che per farlo è necessario avere al proprio interno la totale verticalizzazione del processo produttivo e non più solo i due terzi delegando il terzo mancante a PMI satelliti esterne. Siamo stati fortunati nel trovare il partner perfetto, la famiglia Santi, con la quale abbiamo potuto integrare le specificità: la Majocchi da sempre attenta a sviluppare prodotti che avessero un mercato, l’azienda Santi invece attenta quasi esclusivamente alla produttività, all’efficienza dei costi e alla qualità con una scarsa propensione commerciale. Il percorso che ci ha portati a costituire un gruppo il 2 settembre 2010 è stato breve, segno di quanto entrambi, insieme al terzo partner, credessimo nel progetto industriale. La holding SGT, acronimo di Tessitura Santi, Genesi e Tessitura Majocchi, copre al proprio interno la quasi totalità delle esigenze produttive, avendo individuato
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Intervista ad Andrea Terracini, Direttore Generale della Tessitura Majocchi Srl e nel CDA della holding SGT e fidelizzato anche un’impresa esterna specializzata nella tintoria. La nostra forza è quella di aver saputo mettere insieme mantenendole però separate le diverse anime dell’attività tessile”. Attualmente potete essere definiti un’azienda dual use. Meglio il civile o il militare? “L’abbigliamento ci porta ad avere una vision più avanzata per l’ambito militare, che al contrario ci obbliga a migliorare le performance. Riusciamo così a esportare tecnologie nate per il primo all’abbigliamento civile e viceversa. Ultimamente stiamo lavorando per Louis Vitton, con cui abbiamo studiato un tipo di abbigliamento funzionale al viaggio antipiega e leggero, Dainese, Prada, Della Valle. Il punto è la capacità di innovare i prodotti, focalizzandoli sul reale bisogno del consumatore finale: la progettazione è così il mezzo e non il fine. Sono tre i punti che danno alle PMI un grande spazio di crescita: forte radicamento, efficienza qualitativa, competitività. Noi riusciamo sempre a rigenerarci”, Quanto conta la sperimentazione dei vostri materiali? “Noi siamo dei buoni cuochi, sappiamo miscelare gli ingredienti più che sperimentarne di nuovi. Preferiamo avere partnership con fornitori specializzati, oltre che con i clienti, perché i costi di sviluppo e ricerca sarebbero troppo elevati”. E quanto la qualità della manodopera? “Per noi la manodopera è fondamentale. Utilizziamo macchinari molto avanzati ma la sensibilità nella produzione di un prodotto tessile resta ancora artigianale. Abbiamo un bassissimo turn over, ma siamo costretti a fare formazione internamente non essendoci più in Italia la chimica e una scuola che
rispetti il ruolo italiano di grandi filatori”. Qual è la natura dei vostri fornitori? “Noi abbiamo fornitori sia di piccole che di grandi dimensioni, come ad esempio la General Electric. Siamo sicuramente un caso raro, ma con una certa vision si riesce ad arrivare a questo. Una multinazionale non può essere dappertutto, le PMI si, anche se questa forza delle PMI rischia di essere anche il principale limite se si impatta in una incapacità di focalizzarsi”. Come vi sentite ad essere tra i pochi piccoli a dettare le regole ai grandi? “In passato la scelta era di mantenere un equilibrio tra le grandezze del cliente e del fornitore, oggi il cliente è generalmente più grande del fornitore. Oggi il mercato è difficile, a causa di una forte concorrenza in tutte le fasi mantenuta a basso costo creandoci così grandi difficoltà di competitività. Ma la fantasia e la capacità con questa di essere competitivi ci sostengono. Prima una PMI poteva mantenere ciascuna una propria vocazione, oggi abbiamo l’obbligo di tenere conto di tutti gli aspetti legati alla produzione. Ma voglio dire un’altra cosa in merito. Noi stiamo combattendo una singolare lotta contro Poste Italiane per il rispetto delle regole contestando fortemente le modalità di impostazione delle gare. Non è possibile accettare che imprese rispondano utilizzando metodi fraudolenti tenendo conto di una soglia di offerta troppo bassa per chi sostiene costi vivi necessari. Non ci sono strumenti che tutelino le produzioni realizzate secondo le normative in tema di ambiente, di sicurezza, di lavoro richieste in Europa. Non ci si può difendere e le aziende italiane vengono escluse da appalti importanti, con gravi perdite economiche e possibili ricadute sui livelli occupazionali. Non chiediamo di tornare al protezionismo, ma il rispetto delle regole esistenti nell’ambito dell’UE e del WTO lo pretendiamo”. Di cosa hanno bisogno le PMI italiane? “Meno cecità e più obiettività sul sistema economico italiano. In Italia le grandi imprese, che hanno un peso politico notevole, non possiedono un valore commisurabile a quello delle PMI. C’è però un pesante gap di rappresentanza. Le responsabilità non sono solo della politica e delle grandi aziende ma anche proprio di noi stesse che non abbiamo avuto la capacità di fare realmente fronte comune.
L’imprenditore è molto geloso ed egoista, ma oggi si può vivere insieme difendendo l’unicità di ciascuno. Lo scenario di crisi che si è creato ci spinge inoltre a perdere la presunzione e a ripartire da cose comuni, come la necessità di accedere al credito. E’ questa criticità che ci ha spinti ad associarsi ad AIAD e che ci ha portati a costituire una holding di PMI. Le nostre necessità sono totalmente diverse da quelle dei grandi player italiani, noi non siamo il modello tedesco. Non chiediamo incentivi o leggi speciali ma maggiore vision e minore burocrazia”. Piera Zocchi
SGT AZIENDE COINVOLTE: Tessitura Santi, Genesi, Tessitura Majocchi PRESIDENTE: Marco Santi AMMINISTRATORE DELEGATO: Ferdinando Romanin FATTURATO: 45/50 milioni di euro NUMERO DI DIPENDENTI: 120 (+ 90 per la tintoria). Di questi 22 sono della Tessitura Majocchi Srl.
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150 anni di storia unitaria, uno dietro l’altro PMI Live alla parata del 2 giugno in via dei Fori Imperiali La prima parata militare nata per celebrare la Repubblica Italiana si è svolta il 2 giugno del 1948. Da allora si tratta di una delle celebrazioni più attese e sentite dall’intera Nazione. Ma l’appuntamento di quest’anno ha assunto un valore pari solo, forse, a quella del 1961, in occasione del centenario dell’Unità di Italia. Le celebrazioni del centocinquantesimo, grazie soprattutto alla passione, alla costanza e alla coerenza del Presidente Giorgio Napolitano, hanno infatti rappresentato e ancora rappresentano un momento di riflessione importante per l’Italia. La scelta di raccontarne la storia attraverso una rievocazione delle tradizioni, delle gesta e dei mezzi delle nostre Forze Armate si è rivelata particolarmente efficace. Rivivere il percorso accidentato della nostra Nazione nel formarsi dalle origini dello Stato, le Guerre di indipendenza, la Grande Guerra, la II Guerra mondiale e la Liberazione, fino ad arrivare alle missioni internazionali e alle avanguardie tecnologiche moderne, ha unito in un’unica emozione i veterani e i neofiti come noi, gli addetti ai lavori, le famiglie che hanno riempito ogni spazio disponibile lungo il percorso e gli spettatori costretti a casa davanti alle tv. Tutti consapevoli che, qualunque sia la propria convinzione ideologica e politica, non si possa fare a meno di tenere in alta considerazione chi sceglie di dedicare la propria vita alla difesa e alla sicurezza degli altri. “La parata rappresenta l’omaggio”ha dichiarato il Capo Ufficio Pubblica Informazione dello Stato Maggiore della Difesa, il Gen. B. Massimo Fogari a margine delle celebrazioni “che le Forze Armate e i Corpi armati e non dello Stato rendono alla Repubblica Italiana e al suo Presidente; vuole essere l’occasione per ricordare tutti i militari e i civili che hanno servito e servono lo Stato con impegno e abnegazione, sino all’estremo sacrificio della vita. Un contributo che, in 150 anni di storia, consente oggi al nostro Paese di contribuire, con un ruolo di primo piano, alla sicurezza ed alla stabilità internazionale. La sfilata ha visto la partecipazione di: bandiere di Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare, Carabinieri e Guardia di Finanza, quelle di ONU, NATO, UE e altri 12 organismi militari internazionali, 57 unità e reparti di tutte le Forze Armate, 6 reparti esteri, 11 Istituti di formazione militare, i gonfaloni di 20 tra Regioni e Province italiane, 57 Associazioni combattentistiche e d’arma, in uniforme d’epoca e accompagnati da moltissimi mezzi storici. Otto le Bande che hanno accompagnato le marce. Tre, invece, i settori su cui si è articolata la parata. Il primo a carattere storico-rievocativo. Il secondo dedicato alle missioni internazionali nelle varie regioni del mondo, con la partecipazione di rappresentanze di altre Nazioni che operano al nostro fianco. Il terzo con le eccellenze e le specificità italiane, i reparti d’élite altamente specializzati, i mezzi d’avanguardia dell’industria nazionale. A conclusione, dopo i reparti a cavallo, il consueto volo delle frecce tricolori.
Difesa
La Festa dell’Arma Trasporti e Materiali dell’Esercito 95 anni di storia: dalla Battaglia degli Altipiani alla logistica digitalizzata Si è svolta venerdì 27 maggio presso la caserma “G. Rossetti” di Roma, sede del Comando Logistico di Proiezione, la cerimonia per celebrare la Festa dell’Arma Trasporti e Materiali dell’Esercito e festeggiare i 95 anni della Battaglia degli Altipiani. Sotto un sole battente e gli occhi attenti di molti spettatori, hanno sfilato senza tralasciare alcun particolare gli uomini e le donne che ogni giorno si impegnano per dare le gambe e i mezzi all’esercito italiano. A seguire un salto su e giù nella storia con i mezzi storici del Museo della Motorizzazione e i veicoli più significativi dell’Esercito Italiano. Hanno partecipato alla cerimonia il Comandante Logistico dell’Esercito, Generale Rocco Panunzi e il Comandante dei Supporti delle FOTER, Generale Alessandro Montuori oltre al Generale Antonio Satta, Comandante Logistico di Proiezione e Ispettore dell’Arma TRAMAT e al Generale Vincenzo Porrazzo, Vice Comandante Logistico dell’Esercito e Capo Dipartimento TRAMAT. La ricorrenza celebrata nel corso della giornata è legata a una durissima battaglia combattuta sugli altipiani vicentini durante la 1ª Guerra Mondiale, che segnò una svolta decisiva delle sorti del conflitto, quando l’Esercito Italiano effettuò un consistente movimento di truppe e di materiali per contrastare l’offensiva dell’esercito Austro-Ungarico ormai in procinto di dilagare nella Pianura Padana. Fu in questa occasione che le prime Unità di Trasporto dimostrarono la loro capacità di movimentare, in tempi brevi, uomini e materiali. Con il loro spirito di sacrificio e la loro abnegazione gli “autieri” permisero alle nostre truppe di schierarsi di fronte al nemico impedendone l’avanzata. Ed è stato proprio questo spirito di servizio a rappresentare la nota più importante nei saluti del Generale Panunzi, come sempre capace di smuovere corde profonde negli animi di chi lo ascolta. Durante la cerimonia, che ha avuto inizio con la deposizione di una corona d’alloro al monumento degli Autieri caduti, è stato insignito di Croce di Bronzo al Merito dell’Esercito il Col. TRAMAT Sergio Santamaria. A fare da cornice una esposizione di mezzi e strumenti da parte di alcune tra le principali aziende italiane del settore della Difesa. Piera Zocchi
La lettera del Ministro della Difesa Ignazio La Russa “ […] E’ intorno a questo sentire che hanno preso vigore i valori risorgimentali divenuti valori nazionali: l’idea di Stato democratico, l’uguaglianza, il senso di giustizia, l’amor di Patria. Valori custoditi come sacri dalle Forze Armate italiane, che hanno avuto non a caso un ruolo fondamentale e primario sia nel processo unitario sia per costruire e consolidare il sentimento di unità nazionale. Questo è dunque il messaggio che ci giunge dopo 150 anni dai ragazzi, patrioti e soldati, giovani e meno giovani, che hanno fatto l’Italia. A noi la responsabilità di custodirlo gelosamente e tramandarlo alle future generazioni, perché il sacrificio di quei fratelli e degli altri che persero la vita sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale per completare il processo unitario, e come nelle successive guerre combattute dentro e fuori il territorio nazionale, non vada disperso e ci ricordi che la libertà è un bene prezioso, che costa sangue per essere conquistato e che richiede impegno diuturno per essere protetto ed alimentato. Le nostre Forze Armate hanno accompagnato tutta la storia d’Italia, passo a passo, combattendo per conquistare e mantenere l’unità del Paese, per garantire la difesa dei confini e degli interessi nazionali. Poi per concorrere alla sicurezza interna, intervenendo nelle pubbliche calamità e nelle emergenze umanitarie, sempre rispondendo ai bisogni del popolo italiano, si sia trattato del dramma del terremoto calabro – siculo del 1908 o di contribuire a risolvere recenti emergenze ambientali a Napoli e provincia. Oggi i militari italiani sono impegnati in missioni internazionali di pace e sicurezza fuori dai confini, attività complesse e spesso difficili, svolte nell’interesse della comunità tutta, anche per contrastare la minaccia del terrorismo e tenerla lontana dalle nostre case. Nei 150 anni di storia d’Italia che hanno seguito quel 17 marzo 1861, là dove la Patria ha chiamato, le Forze Armate sono intervenute con impegno e determinazione, senza guardare ai sacrifici, dando prove superbe di lealtà e coraggio, meritando in cambio l’amore e la riconoscenza del popolo italiano. Ecco perché nel ruolo che mi vede Ministro della Difesa in carica nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ho voluto che venissero fortemente collegate le ricorrenze che a mano a mano saranno celebrate dalle varie Forze Armate, alle celebrazioni per il 150°. Perché la storia delle Forze Armate e dell’Italia sono un’unica inscindibile e meravigliosa realtà”.
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L’Italia alla 49° edizione dell’Air Show di Le Bourget Intervista al Coordinatore spazio dell’AIAD Maurizio Madiai Per la prima volta al Paris Air Show di Le Bourget, la manifestazione fieristica senz’altro più importante del settore aerospaziale, erano presenti nello stand dell’ASI (l’Agenzia Spaziale Italiana), le Associazioni nazionali che accolgono nel proprio ambito le imprese nazionali del settore spaziale: l’AIAD - la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza - quella dimensionalmente più grande e rappresentativa, che conta tra i propri associati Finmeccanica e tutte le Società del Gruppo ma anche numerosissime PMI; l’ASAS, l’Associazione per i Servizi, le Applicazioni e le Tecnologie ICT per lo Spazio; l’AIPAS, l’Associazione delle Piccole Imprese del settore Spazio. “Questa partecipazione” – ha riferito a PMI Live Maurizio Madiai, Coordinatore per l’AIAD del Settore Aerospaziale, presente a Le Bourget nello stand dell’ASI – “è frutto della Convenzione sottoscritta con l’ASI dalla nostra Federazione e dalle altre Associazioni, per il supporto ad una politica industriale di sostegno e ai fini dello sviluppo e della crescita delle PMI spaziali nazionali. Nell’ambito della Convenzione sono previste diverse azioni e iniziative e, tra queste, il sostegno all’internazionalizzazione anche attraverso una proposizione sistemica del Sistema Spazio Italia nell’ambito delle manifestazioni fieristiche più importanti. Nel primo anno di attività sono stati avviati ben 12 pacchi di lavoro”. Da segnalare anche la presenza di uno stand istituzionale organizzato congiuntamente proprio da AIAD e dal Ministero della Difesa all’interno del quale hanno trovato ospitalità il Distretto aerospaziale del Piemonte, della Lombardia e della Puglia. In un altro padiglione, ma con una presenza significativa e di grande qualità, oltre alla Campania, il Polo aerospaziale dell’Umbria. Cosa prevedono e cosa hanno riguardato i pacchi già avviati? “Uno dei pacchi di maggior rilievo in questa prima annualità è stato, come previsto del resto nella pianificazione, quello relativo al supporto e alla gestione dell’anagrafe delle imprese, che si è concretizzato in un piano di lavoro destinato a valorizzare e potenziare l’attuale Data Base dell’ASI, che nell’ultimo anno ha potuto registrare un arricchimento dei dati, sia per il maggior numero di imprese iscritte che per l’aggiornamento e la completezza dei dati raccolti. L’altra attività importante, strettamente correlata con la gestione e l’anagrafe delle aziende, è consistita nell’analisi dello scenario economico del settore. Grazie alla maggiore disponibilità di dati disponibili nel DB ASI è stato possibile ampliare il campione di aziende di riferimento inizialmente individuato integrandolo anche con i dati recuperati attraverso altre fonti. Tale panel, comprendendo tutte le principali grandi imprese e le più significative PMI, garantisce una buona rappresentatività dell’universo industriale del settore spazio in Italia. Sulla base di questo campione di aziende è stato possibile fare una prima elaborazione dei due principali dati di settore, fatturato e addetti, per l’anno 2009, a cui si è poi aggiunta una prima elaborazione di massima della distribuzione territoriale degli iscritti al DB. Questi dati, integrati con ulteriori informazioni e aggiornati costantemente, rappresentano una prima base informativa fondamentale per il monitoraggio dell’andamento economico del settore e dunque dell’Osservatorio. Parallelamente è stata impostata una analisi su dati statistici nazionali ed europei in modalità “spot” con l’obiettivo di realizzare una fotografia del settore spazio che possa essere utilizzata con finalità di benchmark per l’ottimale aggiornamento del DB. Le Associazioni hanno poi portato avanti un’attività di monitoraggio e supporto nell’ambito dei bandi dell’ASI dedicati alle PMI, attività che riguardano in modo trasversale diversi pacchi di lavoro: schemi di contratto tipo; procedure di valutazione e modalità di selezione; proprietà intellettuale e brevetti; procedure di gara e processi interni; certificazione dei tassi orari e rendicontazione. In particolare, le Associazioni hanno effettuato un’attività di audit presso le aziende per raccogliere le criticità e le possibili azioni migliorative sui punti sopra menzionati. Tra i risultati più importanti raggiunti in questo ambito c’è stata la definizione di un nuovo modello di contratto destinato alle PMI, semplificato in molti aspetti, molti dei quali rinvenibili nelle indicazioni puntuali che le Associazioni hanno inviato ad ASI attraverso i documenti inviati e le riunioni ad hoc. Sempre nel nuovo modello di contratto sono state modificate alcune importanti impostazioni relative alla proprietà intellettuale dei risultati delle attività connesse ai bandi stessi, oltre che una generale semplificazione della documentazione richiesta. Altre osservazioni puntuali, riguardanti le procedure di rendicontazione (e giudizi di congruità), garanzie richieste e altra documentazione da presentare sono state oggetto di valutazione da parte delle Associazioni, che le hanno esposte nelle riunioni congiunte”. Quali le iniziative già avviate per quanto riguarda invece l’internazionalizzazione? “Nell’ambito delle attività a carattere più internazionale ci si è mossi su più fronti: per quanto concerne le attività con l’UE ci sono stati – anche nel periodo che ha preceduto l’avvio ufficiale della convenzione - degli incontri mirati per valutare il livello di partecipazione delle PMI italiane al 7FP: un incontro a Bruxelles delle Associazioni insieme ad ASI presso la DG Enterprise; un workshop per valutare e discutere il livello di partecipazione dell’industria italiana alle call spazio e i temi nell’ambito dei quali si è più carenti. Sono stati inoltre raccolti input da inviare alla DG Enterprise sulle linee guida per il prossimo 8FP. Per quanto concerne invece la promozione del sistema italiano nelle manifestazioni internazionali l’attività di questo primo anno è stata senz’altro contenuta in ragione di una programmazione che non è stato possibile pianificare in anticipo. Gli eventi nell’ambito dei quali è già stato comunque possibile promuovere la convenzione e sostenerne gli obiettivi sono stati nel corso dello scorso anno: Tolosa, in occasione del Tolouse Space Show e lo IAC di Praga, l’evento annuale di maggior prestigio, a livello internazionale, sulle attività spaziali. Questo di Le Bourget è il primo degli appuntamenti di quest’anno che prevede altresì la partecipazione, nel mese di settembre, allo IAC in Sud Africa, a Città del Capo. Molto più intensa dovrebbe essere invece l’attività del prossimo anno. L’AIAD è responsabile del coordinamento di queste attività”. A Le Bourget erano presenti anche diverse aggregazioni in rappresentanza dei diversi poli di eccellenza, qua è l’attenzione rivolta dalla Convenzione a queste realtà? “Ai fini di una efficace azione di coordinamento è stata più volte evidenziata la necessità di porre in essere un dialogo di concerto anche con i distretti industriali maggiormente caratterizzati da una significativa presenza di imprese spaziali. Grazie alla nostra presenza, mi riferisco all’AIAD, nell’ambito degli Steering Committee dei più importanti distretti nazionali (costituiti e costituendi), sono già state veicolate e promosse le azioni proprie della Convenzione cercando di garantirne, attraverso i soggetti pilota dei diversi bacini, una risposta anche da parte delle aziende non già membri delle diverse Associazioni. E’ stato altresì concordato con i “Distretti” e proposto all’ASI l’organizzazione di un incontro da dedicarsi alla discussione e allo sviluppo degli indirizzi comuni in materia di politica industriale nell’ambito delle attività spaziali”. In cosa consiste invece il “Tavolo Spazio Italia” del quale si è parlato a Le Bourget in occasione delle visite istituzionali? E’ anch’esso una iniziativa della Convenzione? “No, anche se naturalmente le attività che le Associazioni hanno sviluppato nel quadro della convenzione si sono fortemente intrecciate con quelle dell’altro importante progetto avviato in Confindustria dall’AIAD, di concerto anche con l’ASAS, capace di raccogliere l’interesse e l’impegno di tutte le più significative imprese italiane nel campo delle attività spaziali e che si pone, in estrema sintesi, gli obiettivi di: individuare priorità condivise da parte delle diverse componenti imprenditoriali del settore; evidenziare a livello istituzionale le istanze e priorità del sistema industriale, quale contributo alla definizione delle Politiche nazionali per lo Spazio e per orientare verso scelte favorevoli all’Italia le decisioni a livello europeo e internazionale. Il primo passo per il perseguimento di tali obiettivi è stato individuato appunto nella costituzione di un Tavolo denominato “Sistema Spazio Italia”, sede di confronto tra le rappresentanze del settore e le imprese loro associate che nel corso del 2010 ha predisposto, attraverso i lavori di Gruppi dedicati in funzione delle specifiche tematiche di interesse, un documento strategico presentato nel mese di dicembre all’ASI e alla Presidenza del Consiglio”. Roberta Busatto
Aerospazio 14
“Reggeremo - in questo gran mare aperto - alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione : che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità”. Giorgio Napolitano Tanti auguri Italia per i tuoi 150 anni di Unità!
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