GLI ARCO B ALENI 8
Livia Rocchi
Luna park
“Luna park” di Livia Rocchi Copertina di Giovanni Nori Prima edizione: ottobre 2016 ISBN 978-88-96323-33-5 © 2016 Camelozampa Tutti i diritti riservati www.camelozampa.com
A Mostriciattolo, un papĂ con tutte le lettere maiuscole
Appare spesso. Nel bel mezzo della notte. A casa mia. Non è un luna park fantasma. Ăˆ un luna park segreto. Se anche volessi parlarne, come potrei? Le giostre cambiano in continuazione. A volte tornano, a volte no. Non è un sogno. No, di sicuro. Voi non ve lo sognate nemmeno.
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18 maggio «Stella?» Benny osservò la sua migliore amica. Erano seduti all’ombra del pergolato di glicine da più di due ore e non aveva quasi mai aperto bocca. «Stella, mi vuoi rispondere?» Per il resto del mondo poteva anche essere invisibile, anzi, molto meglio se nessuno lo notava. Ma lei… «Stella!» «Che c’è?» «Sei strana oggi. È per qualcosa che ti ha detto Gioia?» Lo sguardo ansioso di Benny si scontrò con gli occhi stupiti di chi sta emergendo da un sogno. «Vi ho visto litigare a ricreazione» insisté. «Non stavamo litigando». «Avevate una faccia…» Stella prese tempo inspirando profondamente l’aria calda e profumata di maggio: «Io…» Si tirò una ciocca di capelli.
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«Cosa?» «Voglio giocare ai pirati!» A Benny venne da ridere: «Ok, non sei strana, sei matta!» «Che novità». Stavolta fu Benny a guardarla ammutolito finché lei non gli assestò una gomitata nelle costole: «E dai!» «Non abbiamo più otto anni». «Ma che ti frega?» «Se ci vede qualcuno?» Stella si alzò facendo cadere la sedia di legno sulla ghiaia, afferrò il compagno per un braccio gracchiando a denti stretti: «Seguitemi, branco di smidollati!» «Ma Stella…» «Cos’è questo? Un ammutinamento? Vi mando tutti a ballare con gli squali!» Benny, nonostante fosse diventato più alto e robusto della sua amica, si lasciò trascinare sotto il sole che urlava con troppo anticipo l’arrivo dell’estate. La sua unica forma di protesta fu chiedersi silenziosamente se a far vaneggiare
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la ragazza fosse il troppo studio o il caldo prematuro. O quella misteriosa chiacchierata con Gioia, che raramente rivolgeva loro la parola. Arrivarono nell’angolo più lontano del giardino, dove fino a cinque anni prima giocavano a seppellire e ritrovare i loro grandi tesori. «Ti ricordi quella roba che sembrava vecchia ferraglia e poi abbiamo scoperto che erano antiche medaglie della collezione di tuo padre?» «Mamma mia! Sono corsa qui e mi sono messa a scavare di nascosto in piena notte. Ne ho trovata una avvolta in un lombrico. Vomito solo a ripensarci!» «Però poi hai saltato un sacco di scuola». Stella si incupì. «Già. Avevo preso il raffreddore, credo». «No» ridacchiò Benny, «il freddo ti ha fatto venire bua al pancino e sei rimasta una settimana seduta sul water! Ahia!» «Razza di smidollati! È questo il modo di parlare al vostra capitano? Tutti sull’albero maestro!»
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«Pensavo…» «Non farlo. Arrampicarsi e pensare allo stesso tempo è troppo difficile. Muoviti pisciasotto!». Stella gli colpì la schiena con un pugno, Benny sorrise incassando in un’unica soluzione il colpo, le parolacce e gli ordini. Ma come le era saltato in mente? Già “giocare” era una parola che non bisognava dire fin da quando avevano iniziato le medie. Ai pirati poi! Se l’avessero saputo i loro compagni di scuola non avrebbero perso l’occasione per recitare il solito repertorio. “Ti fai comandare”. “Le prendi da una ragazzina”. “Benny è innamorato”. “Benny è una femminuccia”. Avevano sempre un sacco di cose da dire. «È la saggezza dei tredici anni» scherzava Stella. «A quattordici saranno tutti così intelligenti che gli scoppierà il cervello. Ma noi siamo scemi, così stiamo al sicuro». Stella lo faceva sempre ridere e non lo faceva mai vergognare. Non avrebbe mai
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detto che maschi e femmine non possono stare sempre insieme, o che se lo fanno sono innamorati, o che prendere ordini da qualcuno è stupido. Soprattutto, Stella diceva: “arrampicarsi e pensare è troppo difficile” senza attaccarci le due parole che aggiungevano tutti: per te. «Nave nemica in vista! State pronti branco di fannulloni!» Benny e Stella sventolarono le loro sciabole, due stecchi di legno contorti e malconci che avevano trovato per terra. Benny, che era molto fuori esercizio, urtò per sbaglio un ramo basso dell’alloro: una pioggia di vecchie ragnatele e giovani ragnetti si riversò sui loro nasi facendoli starnutire polvere e parolacce, proprio come una vera ciurma di bucanieri. In classe li chiamavano “La bella e la bestia” fin dalle elementari. Lei alzava le spalle e tirava su con un dito, in genere il medio, gli occhiali dalla montatura colorata. Lui incrociava le
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braccia sul banco e ci appoggiava sopra il mento tentando di nasconderlo. Le guance paffute, gli occhi azzurri e i riccioli biondi, che aveva ereditato da sua madre, lo rendevano molto simile agli angioletti delle cartoline natalizie. La mandibola sporgente invece era un’eredità della famiglia paterna. Lo tormentava fin da piccolo, soprattutto quando il dottore cercava di convincerlo che fosse un privilegio invece che una malformazione: «Si chiama “mento asburgico” perché ce l’avevano molti membri degli Asburgo, una famiglia di imperatori!» Benny sorrideva e guardava per terra, aspettando con poca fiducia il giorno in cui il suo mento gli avrebbe garantito un trono e una corona. Al momento gli aveva portato solo problemi di masticazione e difetti di pronuncia che gli rendevano penoso sentire la sua stessa voce. Da un pezzo aveva deciso di parlare il meno possibile, soprattutto a scuola. Questa strategia che non lo aiutava a brillare nelle interrogazioni, non gli aveva risparmiato una lunga collezione
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di battute crudeli o soprannomi come uomo scimmia, bulldog e babbuino. Chissà in quanti altri modi lo chiamavano, ma non gli importava: bastavano i vari per te a farlo sentire un soffione inzuppato di pioggia. Tutti glielo facevano capire: i compagni che lo ignoravano, quelli troppo gentili con lui e quelli che sbuffavano quando se lo ritrovavano come vicino di banco. Quelli che sussurravano “con quel padre…” credendo che avesse problemi anche alle orecchie. Tutti lo compativano o lo evitavano, tranne Stella. Persino i professori: non facevano né dicevano nulla di offensivo, erano solo troppo felici dei suoi progressi e troppo veloci a concludere con un va bene lo stesso ogni volta che sbagliava. Stella non lo aveva mai liquidato con un va bene lo stesso, tranne quando le aveva chiesto se sarebbero mai diventati amici di Gioia. Era tanto distratta da dare una risposta che ci stava e non ci stava: va bene lo stesso.
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Quella volta fu Benny a pensare va bene lo stesso con un sorriso segreto. Ma quella cosa di riesumare i pirati, così all’improvviso, era pazzesca. O no? C’era qualcosa di male a ripetere per una volta il loro vecchio gioco? No, se lo diceva Stella. Lei era il comandante della nave, da sempre. Lui era tutto il resto: mozzo, cannoniere, cuoco di bordo, persino il clandestino nella stiva. Era la ciurma e la ciurma era “tante persone”. A Benny piaceva essere “tante persone”. Gli piaceva immaginarsi come un mucchio di formiche che correvano di qua e di là, determinate a portare a termine un compito preciso, implacabili, consapevoli del loro ruolo, capaci di interpretarlo. «Banda di smidollati! Strappiamo le budella a quelle canaglie inglesi!» gridò Stella da un ramo dell’alloro, scimmiottando chissà che film. Benny si accucciò accanto a una nicchia nella siepe di bosso che ormai gli
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stava troppo stretta per nascondercisi dentro e starnutì. Stella, con la coda di cavallo color miele che sembrava vivere di vita propria e le lunghe gambe un po’ storte che scalciavano da un ramo all’altro, strepitò come un’aquila a un convegno di cornacchie: «Attacchiamoli! Presto, pendagli da forca, o vi scorticherò di frustate!» Benny sparò un ultimo debole sternuto mentre caricava cannoni immaginari nel suo scricchiolante rifugio. Rametti affilati come unghie di gatto gli si aggrapparono alle braccia scoperte, ma lui non ci badò perché stava servendo il suo capitano. Non era poi tanto male l’idea di Stella, ci stava riprendendo gusto, ma mettersi a urlare col rischio di farsi sentire da tutto il vicinato... Gli venne un’idea. Aveva visto in TV un ragazzo che sapeva fare ogni tipo di rumore con la bocca: auto da corsa, allarmi, cani ringhianti, musica rap. Ora avrebbe stupito il suo capitano con nuovi, favolosi effetti speciali.
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«Infilzate quelle canaglie maledette!» tuonò Stella. Benny si concentrò con tutte le sue forze. Ecco i fischi di sciabola: pigolii di un pulcino isterico. «Fuoco avanzi di galera! FUO-COOO!» Ecco i colpi di cannone: patetiche pernacchie. Stella alzò un braccio: sembrava una divinità pronta a scagliare fulmini su terre e su mari, ma fece cadere solo altra polvere sulla testa del suo amico. «Pronti!» «Certo capitan…cciù! Fiiii…cciùù! Prumm…pciù!» «Abbordiamooo!» Il naso di Benny esplose in una cannonata più sbilenca delle altre: gli era sembrato di sentire ti amooo.
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La giostra dei cavalli Sembra bella se la vedi nei film. O se la guardi da lontano. Un’enorme meringa. Ghirigori di confetti colorati nello zucchero. Una favola di criniere bianche. Luci che sfavillano. Un morbido galoppo. Nastri che volano, bambini che ridono. Ma non è così, la giostra a cavalli del mio luna park segreto. Io la vedo spenta, sotto la pioggia, al buio. I cavalli di legno hanno zampe rattrappite, occhi morti, fissi e vuoti. Li sento nitrire di terrore. Nel luna park segreto non c’è gioia. Non c’è musica. E se c’è, è quella che si sente nei film prima dell’attacco di uno squalo.
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