!"#$%&&'"'#(')* di Frances H. Burnett Titolo originale: Little Lord Fauntleroy Illustrazioni di Erika De Pieri © 2025 Burno per questa edizione Tutti i diritti riservati. Collana Illustrati, 1 Progetto grafico, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli Illustrazione di copertina: Erika De Pieri Traduzione: Flavia Forestieri Correzione bozze: Marco D’Apice Stampato in Cina – novembre 2025 Burno è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)
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Frances Hodgson Burnett
Illustrato da Erika De Pieri Prefazione di Nicola Pesce
Prefazione DI NICOLA PESCE
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i sono storie che attraversano le generazioni come fili invisibili, legando bambini, genitori e nonni in un’unica emozione condivisa. Il Piccolo Lord è una di queste. Per molti, me compreso, questa storia ha rappresentato un appuntamento fisso durante l’infanzia, grazie all’indimenticabile versione televisiva trasmessa per anni durante il periodo natalizio. Un film che, con la sua delicatezza e profondità, ha insegnato a milioni di giovani spettatori il valore della bontà, dell’empatia e della speranza. Tutte le volte che lo trasmettevano, io e mamma ci mettevamo a guardarlo e, per quanto fossimo divisi su tanti argomenti, quegli ambienti, quei sentimenti, ci univano. Lo ammetto. A guardarlo adesso io sento una certa voglia, da parte dell’autrice, di darmi una lezioncina, di dirmi cosa è buono e cosa e cattivo. Adesso sento che – lungi dall’essere una critica sociale come avevo creduto – in realtà non affronta la questione di petto. E ammetto anche che alcuni passaggi, alla centesima visione del film e alla seconda rilettura del libro, mi sono parsi un po’ sempliciotti, un po’ bonaccioni. Tuttavia, quando ho dovuto rileggere ancora una volta il libro, adesso che mi disponevo a scriverne la prefazione, ho scoperto il mio cuore protendersi in attesa che dessero una mano al ragazzo con le stampelle, in attesa che smascherassero la cattiva cafona che voleva truffare tutti. Forse proprio questi episodi, così semplici e talvolta plateali, sono quelli che mi hanno aperto il cuore. 5
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Così come alcuni elementi sono semplici e plateali al punto da diventare archetipi. Al punto che solo che ci penso mi viene da piangere. Il vecchio cattivo e ricco – cui è morto il figlio – che scopre di avere un nipote. La ventata di freschezza che questo nipote porta nella sua vita, che gli scioglie il cuore per miracolo come il sangue di San Gennaro. L’orgoglio e l’onestà della madre del bambino, l’amore che c’è tra loro e che va oltre i soldi o il benessere. Gli elementi sono così tanti e così belli che per elencarli ci vorrebbe un altro libro. Quello che non tutti sanno – e che io stesso ho scoperto solo da adulto – è che Il Piccolo Lord non è nato per il piccolo schermo, ma dalla penna raffinata e sensibile di Frances Hodgson Burnett, scrittrice inglese di straordinario talento. È stata una scoperta emozionante, quasi un regalo inatteso: venire a sapere che la storia che mi aveva tanto commosso da bambino era in realtà tratta da un libro. Ancora più sorprendente è stato apprendere che la medesima autrice ha scritto anche Il Giardino Segreto, un altro capolavoro della letteratura per l’infanzia, capace anch’esso di lasciare un’impronta indelebile nel cuore dei lettori. Leggere Il Piccolo Lord oggi, con uno sguardo più consapevole, non toglie nulla alla sua magia, anzi: la arricchisce. Il romanzo ci restituisce sfumature che la pellicola non poteva cogliere appieno, ci avvicina ancora di più ai pensieri e ai sentimenti del piccolo Cedric e del suo burbero nonno, e ci fa toccare con mano quella trasformazione silenziosa e potente che nasce dal contatto con l’innocenza e la purezza di un cuore gentile. È una storia che insegna che la vera nobiltà non si eredita, ma si coltiva con le azioni e con l’animo. In un’epoca in cui si legge sempre meno, e in cui le immagini spesso sostituiscono le parole, riscoprire questo romanzo è anche un atto d’amore verso la lettura. È proprio attraverso la lettura che i bambini imparano ad immedesimarsi negli altri, ad esplorare emozioni complesse, a sognare mondi diversi. Leggere fin da piccoli non solo stimola l’intelligenza, ma forma il carattere, nutre l’immaginazione e aiuta a crescere con una maggiore consapevolezza.
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IL PICCOLO LORD
Per questo invito chiunque abbia amato Il Piccolo Lord sullo schermo a fare un passo in più: aprite questo libro, lasciatevi guidare dalle parole di Frances Hodgson Burnett e scoprite (o riscoprite) la profondità di una storia che, sotto la sua apparente semplicità, nasconde valori preziosi e universali. Che voi siate adulti o bambini, questa lettura saprà toccarvi nel profondo, con la sua dolcezza discreta e il suo messaggio senza tempo. Perché certi racconti non invecchiano mai: continuano a parlare a ogni generazione con la stessa forza, la stessa grazia, la stessa verità. Se siete bambini, ragazzi o bambini assai cresciuti, buona lettura, amici miei. Se siete genitori o nonni, sappiate che ho richiesto di stampare il libro con caratteri grandi abbastanza da evitarvi gli occhiali una sera che, prima di dormire, vorrete leggere queste pagine ai vostri figli, ai vostri nipoti.
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CAPITOLO I
Una grande sorpresa
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edric non ne era minimamente a conoscenza. Nessuno glielo aveva mai detto. Era consapevole che suo padre era inglese, dato che così gli aveva raccontato la mamma, ma il suo papà era venuto a mancare quando Cedric era talmente piccolo da non ricordare quasi niente di lui, se non che era alto, con occhi celesti e lunghi baffi, e che era stupendo girare per la camera sopra le sue spalle. Dopo la morte del papà, Cedric si era reso conto che la cosa migliore era non parlare di lui alla mamma. Durante la malattia, il piccolo era stato allontanato da casa e al suo rientro era ormai tutto passato. Sua madre che era stata tanto in pena anche lei, aveva da poco iniziato a stare seduta sulla sedia vicino alla finestra. Era deperita e molto pallida; le fossette erano scomparse dal suo bel volto, gli occhi sembravano enormi e tristi, ed era vestita a lutto. «Tesoro», proruppe Cedric (suo padre l’aveva sempre chiamata in questo modo, e il piccolo lo aveva appreso da lui). «Tesoro, papà sta meglio?». Vide che alla madre tremavano le braccia, così sollevò il capo ricciuto per osservarla. C’era qualcosa in quel viso che gli fece sospettare che fosse sul punto di scoppiare in lacrime. «Tesoro», continuò, «sta bene?». All’improvviso il suo giovane amorevole cuore gli suggerì di metterle le braccia intorno al collo e riempirla di baci, premendo la guancia contro la sua, e così fece. Sua madre, a quel punto, poggiò il capo sulla sua spalla e pianse dolorosamente, stringendolo al petto come se non avesse più voluto lasciarlo andare. «Sì, sta bene», pianse. «Sta molto, molto bene, ma noi… noi non abbiamo più nessuno… nessuno al mondo. Siamo rimasti soli». 9
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In quell’istante, per quanto piccolo, Cedric comprese che il suo grande papà, giovane e bello, non avrebbe mai più fatto ritorno; comprese che era morto, come aveva sentito dire di altra gente malgrado non fosse in grado precisamente di capire come mai questo causasse tanto dolore. Visto che la madre iniziava sempre a piangere quando lui ne parlava, Cedric decise che sarebbe stato meglio non parlarne troppo di frequente; e comprese pure che non era un bene farla rimanere troppo tempo seduta, ferma e in silenzio, a rimirare il fuoco o fuori dalla finestra. Lui e la madre conoscevano pochissima gente e avevano una vita che si sarebbe potuta dire piuttosto appartata, nonostante Cedric non se ne rendesse conto, perlomeno finché non divenne più grande e comprese come mai non ricevevano visite. Scoprì che la sua mamma era orfana e sola al mondo quando il papà l’aveva presa in moglie, che era tanto bella e si guadagnava da vivere facendo la dama di compagnia di un’anziana e agiata signora, molto poco benevola con lei. Una volta il capitano Cedric Errol, in visita in quella casa, l’aveva vista lanciarsi su per le scale con le lacrime agli occhi. Aveva un aspetto così dolce, ingenuo e triste che il capitano non era stato più in grado di dimenticarla. Poi erano accadute molte cose: si erano conosciuti meglio e avevano cominciato ad amarsi teneramente; infine si erano sposati, sebbene quel matrimonio procurasse loro la disapprovazione di diverse persone. Il più arrabbiato di tutti fu il padre del capitano, che viveva in Inghilterra ed era un vecchio aristocratico, molto ricco e importante, con un pessimo carattere e una forte avversione per l’America e gli statunitensi. Aveva altri due figli, più grandi del capitano Cedric, e per legge spettava al primogenito ereditare il titolo nobiliare e il patrimonio di famiglia, che era davvero vasto. Se poi il figlio maggiore fosse scomparso, l’erede sarebbe stato il secondogenito. Per questo, sebbene membro di una famiglia tanto facoltosa, il capitano Cedric aveva poche possibilità di diventare molto abbiente. La natura però aveva offerto al figlio più giovane doni che non aveva elargito ai due fratelli più grandi: era bello, aveva un aspetto slanciato, forte, armonioso, e aveva anche un sorriso smagliante e una voce amabile e gentile. Di cuore audace e altruista, colmo di dolcezza, pareva avere la capacità di farsi voler bene da chiunque. Non si poteva dire la stessa cosa dei suoi fratelli, che non erano né belli, né di buon cuore, né intelligenti. Da piccoli, alla scuola di Eton non erano stati simpatici a nessuno; dopo, all’università, non dimostrarono nessuna propensione per lo studio, sprecavano tempo e soldi, e non strinsero che poche amicizie. L’anziano 10
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conte, loro genitore, era continuamente deluso e mortificato. Il primo figlio disonorava la nobile casata e non prometteva di divenire nient’altro che una persona egoista, meschina, insignificante, senza alcuna dote morale elevata. Era parecchio triste, meditava l’anziano conte, che soltanto il terzo figlio, a cui sarebbe toccata solo una piccola rendita, dovesse essere l’unico ad avere tutte le qualità, le attrattive, il valore e la bellezza. Qualche volta il conte riusciva quasi a detestare lo splendido giovane, poiché pareva che fossero state tenute per lui tutte le doti che avrebbero dovuto andare insieme al titolo di nobile e alle ricche proprietà; ciononostante, nell’intimo del suo altero, testardo, vecchio cuore, non poteva evitare di sentirsi tanto legato al figlio più piccolo. Era stato in uno dei suoi accessi d’ira che lo aveva costretto a fare un viaggio in America: voleva cacciarlo per un po’, in maniera che non avesse ogni istante sotto gli occhi il confronto con i fratelli, che in quel momento gli creavano molti fastidi con la loro condotta irresponsabile. Dopo sei mesi, però, iniziò a sentirsi solo e di nascosto voleva rincontrare suo figlio; pertanto scrisse al capitano Cedric comandandogli di fare ritorno a casa. La sua lettera si incrociò con quella che il capitano aveva inviato al padre, in cui gli diceva del suo amore per la bella fanciulla americana e del suo desiderio di prenderla in moglie. Quando il conte ricevette la lettera divenne furioso. Per quanto avesse un carattere collerico, mai in vita sua si era lasciato andare a un eccesso di rabbia come dopo aver letto la lettera del capitano. Il suo cameriere, che era nella camera, credette che gli sarebbe venuto un infarto, tanto era furibondo. Per un’ora ruggì come una belva; poi finalmente si mise seduto e scrisse al figlio. Gli diede l’ordine di non fare mai più ritorno nella sua vecchia dimora e di non scrivere mai più né a lui né ai suoi fratelli. Gli disse che poteva vivere come voleva e morire dove voleva; che era cancellato per sempre dalla famiglia e che non doveva aspettarsi nessun aiuto da parte di suo padre fino a che fosse vissuto. Il capitano si addolorò tantissimo quando lesse la lettera. Amava l’Inghilterra ed era intimamente legato alla casa in cui era venuto al mondo; aveva sempre voluto bene al suo anziano padre iroso, supportandolo con amore nei suoi dispiaceri. Però adesso sapeva che in futuro non avrebbe dovuto aspettarsi da lui nessun sostegno morale. Inizialmente non aveva veramente idea di cosa fare; non era stato cresciuto per lavorare e non aveva competenze negli affari. Ma era dotato di grande coraggio e forza di volontà, così decise di licenziarsi dall’esercito inglese e, 11
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dopo qualche difficoltà, riuscì a trovare un lavoro a New York e si sposò. Il cambiamento rispetto alla sua vita in Inghilterra fu gigantesco; però era giovane e contento e sperava, lavorando duramente, di arrivare a ottenere una buona posizione. Abitava in una piccola casa in una strada tranquilla. Fu là che nacque il bambino. La sua vita era così piena di felicità e di allegria, pur nella sua semplicità, che non si pentì nemmeno per un attimo di avere sposato la bella dama di compagnia della vecchia signora, perché era tanto affettuosa e lui l’amava, e ne era ricambiato. La ragazza era veramente una creatura adorabile e il suo bimbo somigliava a tutti e due. Nonostante fosse cresciuto in una casetta piccola, pareva che non fosse mai vissuto al mondo un bimbo più felice. Per prima cosa aveva una buona salute e perciò non destava preoccupazioni; poi aveva un carattere talmente affabile e una maniera di comportarsi talmente piacevole che era amato da chiunque; per finire era così bello da assomigliare a un dipinto. Invece di nascere con la testolina pelata, era uscito fuori con tanti capelli setosi, fini e dorati, che si arricciavano all’estremità e che, quando compì sei mesi, divennero lunghi bellissimi ricci. Sul faccino gentile rilucevano due enormi occhi neri dalle folte ciglia. Aveva una struttura robusta e due gambette così pienotte e forti che a nove mesi iniziò inaspettatamente a camminare. Le sue maniere erano talmente educate, che era una gioia stare assieme a lui. Pareva comprendesse che tutti gli erano amici, e se qualcuno si rivolgeva a lui mentre era nel passeggino per strada, guardava lo sconosciuto con l’amabile ed espressivo sguardo dei suoi occhi scuri, a cui seguiva un delizioso sorriso accattivante. Nella stradina appartata dove vivevano non vi era nessuno – incluso il droghiere all’angolo, ritenuto da tutti l’essere più scontroso del pianeta – che non fosse felice di guardarlo e di parlargli. Con il passare del tempo diventava sempre più bello e amabile. Quando fu grande a sufficienza da poter passeggiare con la tata – portandosi dietro un carrettino e con addosso una tutina bianca e un grande cappello dello stesso colore da cui uscivano i suoi ricci dorati – catturava l’attenzione di ogni passante, talmente era grazioso, sano e dal colorito roseo. La tata poi, una volta a casa, riferiva alla madre storie di donne che avevano fatto fermare le proprie carrozze per vederlo e parlargli, e quanto erano rimaste ammaliate dal suo modo educato e naturale di rispondere, come se le conoscesse da sempre. La sua dote più grande era la maniera allegra, genuina e affabile di legare immediatamente con le persone. Probabilmente derivava dalla sua natura vivace e da un 12
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cuore buono che simpatizzava per chiunque e che voleva far sentire tutti a proprio agio, come a lui stesso piaceva sentirsi. Ci metteva poco a carpire le emozioni di chi gli stava vicino. Probabilmente questa qualità si era sviluppata in lui dal momento che aveva sempre abitato con la sua mamma e il suo papà, che erano amorevoli, attenti, dolci e beneducati. In casa non aveva mai ascoltato una sola parola offensiva; era sempre stato adorato, riempito di attenzioni e trattato con amore, e così il suo cuore di bambino era colmo di gentilezza e di autentico entusiasmo. Aveva sempre sentito chiamare la madre con nomignoli amorevoli e allora li usava anche lui quando le si rivolgeva; aveva visto che il padre si prendeva cura di lei e la riempiva di attenzioni, e pure lui imparò a fare lo stesso. Quando capì che il suo papà non avrebbe più fatto ritorno e si rese conto di quanto era afflitta e cupa la madre, a poco a poco il suo piccolo cuore pensò che doveva fare tutto il possibile per farla felice. Era ancora un bimbo, ma quel pensiero riaffiorava ogni volta che si metteva sulle sue ginocchia per darle un bacio, appoggiandole sul collo il capo pieno di boccoli, o quando le faceva vedere i suoi giochi e i libri con le figure, o le si accoccolava vicino silenziosamente se lei si metteva a dormire sul divano. Non era grande a sufficienza per occuparsi di fare altre cose e pertanto faceva quello che riusciva, ma le era di consolazione molto più di quanto credesse. «Oh, Mary», la sentì dire una volta alla vecchia cameriera, «sono certa che sta provando ad aiutarmi in qualche modo… Sì, lo sento. Certe volte mi guarda con due occhi talmente dolci e pensierosi, come se sentisse pietà per me e così viene a coccolarmi o a farmi vedere qualcosa. È davvero un piccolo uomo; credo veramente che comprenda». Quando fu un po’ più grande sviluppò una serie di atteggiamenti singolari, che colpivano e divertivano tutti enormemente. Alla madre dava una tale gioia averlo accanto che non desiderava altra compagnia. Andavano sempre in giro, parlavano e giocavano insieme. Ben presto imparò a leggere; da quel momento la sera prese l’abitudine di stendersi sul tappeto di fronte al focolare e leggere ad alta voce: qualche volta piacevoli racconti, qualche volta i libroni che leggono gli adulti e qualche volta perfino i giornali. Spesso, in quei momenti, dalla cucina Mary sentiva la signora Errol ridere a crepapelle per le cose buffe che lui raccontava. «È proprio vero», raccontava Mary al droghiere, «che non si può non ridere alle sue uscite… così da adulto! La notte che è stato eletto il presidente è venuto da me 13
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in cucina, si è posizionato davanti al focolare con le mani nelle tasche e quel visetto candido tutto serioso come un giudice, e mi ha fatto: “Mary, mi appassionano tanto le votazioni. Io sono repubblicano, e lo è pure Tesoro. E tu, Mary, sei repubblicana?” “Mi spiace”, gli ho detto, “ma io sono una convinta democratica!”. Così ha alzato gli occhi e mi ha guardato allarmato, per poi bisbigliarmi: “Mary, il paese andrà in rovina”. Da quel momento non è trascorsa una giornata senza che venisse a discutere con me per persuadermi a cambiare opinione». Mary gli era tanto legata ed era anche molto fiera di lui. Stava in quella casa fin dalla sua nascita e dopo la morte del suo papà era diventata cuoca, cameriera, tata e ogni altra cosa. Era orgogliosa del suo corpo piccino e armonioso, dei modi aggraziati, ma sopra ogni cosa dei suoi biondi capelli che gli ondeggiavano sulla fronte e gli cadevano in delicati ricci sopra le spalle. Era disposta a darsi da fare in ogni modo per aiutare la mamma a rammendargli gli abitini e a lasciarli ordinati. «Un nobile», sosteneva, «certamente, e mi piace guardarlo mentre passeggia per la Quinta Strada: lo sembra veramente, bello com’è. Tutti, donne e bambini, lo vedono con addosso il suo abitino nero preso da un logoro vestito della signora, la testa alta e i ricci che risplendono al sole. Sembra veramente un piccolo lord». Cedric non era consapevole di sembrare un piccolo lord. Non sapeva neppure cosa fosse un lord. Il suo più grande amico era lo scorbutico droghiere all’angolo, che tuttavia con lui non era mai scorbutico. Il suo nome era Hobbs, e Cedric aveva una seria adorazione e nutriva un grandissimo rispetto per lui. Lo riteneva un uomo facoltoso e potente dato che aveva molte cose nel suo negozio: prugne, fichi, arance, biscotti; e poi aveva anche un cavallo e un carro. Cedric voleva bene pure al lattaio, al panettiere e alla fruttivendola, ma il signor Hobbs lo preferiva a tutti; era talmente in amicizia con lui che andava a fargli visita ogni giorno e spesso si fermava per molto tempo da lui a parlare delle notizie del giorno. Era veramente singolare quanti argomenti avessero di cui chiacchierare: il 4 Luglio, ad esempio. Se iniziavano a parlare della festa dell’Indipendenza non terminavano più. Il signor Hobbs aveva una orribile considerazione degli inglesi e raccontava tutta la storia della Rivoluzione, citando magnifici eventi patriottici, atti crudeli del nemico e gesta coraggiose degli eroi della Rivoluzione. A volte citava con enfasi pure lunghi passi della Dichiarazione d’Indipendenza. Cedric si entusiasmava tanto che i suoi occhi brillavano, le gote arrossivano, i ricci si scompigliavano e aggrovigliavano in un batuffolo d’oro. Tornato a casa, 14
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faticava a finire la cena talmente era ansioso di raccontare tutto alla madre. Forse fu il signor Hobbs a infondergli il primo interesse per la politica. Il droghiere era un abituale lettore di quotidiani e perciò Cedric sentiva moltissimi articoli su quello che succedeva a Washington e se il presidente compiva il suo dovere o no. In occasione delle votazioni tutto gli parve meraviglioso ed esaltante e forse, se non fosse stato per il signor Hobbs e Cedric, il paese sarebbe andato in rovina. Hobbs lo portò a un’enorme fiaccolata; dopo tanti di quegli uomini che reggevano le fiaccole ricordarono un signore robusto in piedi vicino a un lampione che teneva sulle spalle un bel bambino che urlava e agitava il berretto in aria. Non molto dopo le elezioni, quando Cedric non aveva ancora compiuto otto anni, capitò una faccenda assurda che avrebbe comportato molti cambiamenti nella sua esistenza. È davvero strano che, il giorno in cui capitò, Cedric avesse avuto una conversazione con il signor Hobbs sull’Inghilterra e sulla regina, e che il signor Hobbs avesse espresso opinioni molto dure sulla nobiltà, dicendosi estremamente disgustato da conti e marchesi. Era una mattina afosa; dopo aver fatto il gioco dei soldatini insieme ai suoi amici Cedric era arrivato alla drogheria per riposarsi e aveva trovato il signor Hobbs che ispezionava con aria truce una pagina dell’«Illustrated London News» raffigurante l’immagine di una cerimonia di corte. «Ah», disse, «fanno così ora. Ma un giorno la finiranno, quando quelli che hanno schiacciato si rivolteranno e li faranno saltare in aria, conti, marchesi e tutti quanti. Sta per succedere, è meglio che prestino attenzione!». Cedric, appollaiato come sempre sul panchetto alto di fronte al banco, portato indietro il berretto e infilatosi le mani in tasca in segno di consenso, domandò al signor Hobbs: «Vi è capitato di incontrare tanti marchesi, signor Hobbs? O conti?» «No», rispose indispettito il signor Hobbs. «No davvero! Mi piacerebbe catturarne uno qua dentro! Non ci saranno mai avidi despoti attorno alle mie scatole di biscotti». Era talmente orgoglioso dei suoi sentimenti che si guardò attorno con fierezza, tamponandosi il sudore dalla fronte. «Probabilmente non desidererebbero essere conti, se avessero idea di cosa dicono di loro le persone», sentenziò 15
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Cedric, che provava pietà per il loro crudele stato. «Non desidererebbero!», esclamò il signor Hobbs. «Lo ostentano, anzi! Sono fatti così: un mucchio di gentaglia». Si trovavano nel bel mezzo della conversazione quando arrivò Mary. Cedric credette che fosse venuta a comprare lo zucchero, ma Mary non comprò niente. Era alquanto pallida e sembrava nervosa. «Torna a casa, tesoro», gli disse. «La signora ti cerca». Cedric si lasciò cadere giù dal panchetto. «Desidera che faccia una passeggiata con lei?», chiese. «Arrivederci, signor Hobbs. Ci vedremo un’altra volta». Era colpito nel vedere Mary che lo osservava con aria turbata e si chiese come mai continuasse a scuotere il capo. «Cosa c’è, Mary?», le domandò. «Senti caldo?» «No», disse Mary, «ma succedono cose assurde, oggi». «Forse il sole ha provocato il mal di testa a Tesoro?», chiese Cedric in allarme. Ma non era questo. Quando giunse a casa il bambino vide una vettura immobile di fronte al portone, e nella sala c’era un tale che chiacchierava con la madre. Mary lo condusse di sopra velocemente e gli infilò il suo più delizioso abitino estivo, di flanella color cremisi con una fascia bordeaux attorno alla vita, poi gli pettinò i ricci. «Nobili, eh già», la udì bofonchiare. «Nobili e gentiluomini… Oh, vadano al diavolo… I lord, poi, pure peggio!». Cedric non ci capiva davvero nulla, ma era certo che la mamma gli avrebbe chiarito che cosa stava accadendo. Lasciò quindi che Mary bofonchiasse tra sé, senza chiedere niente. Quando fu pronto si precipitò giù ed entrò nella sala. Un anziano signore alto e magro, con un volto scavato, stava seduto in una poltrona. La madre era in piedi vicino a lui, bianca in viso; Cedric notò che c’erano tracce di pianto nei suoi occhi. «Oh, Ceddie!», sbottò precipitandosi verso il figlio; lo abbracciò e lo baciò molte volte con espressione turbata e preoccupata. «Oh, Ceddie, amore mio!». L’anziano signore si levò dalla sedia e osservò il bimbo con sguardo penetrante. Con la mano ossuta si lisciava il mento aguzzo: sembrava che non fosse per niente afflitto. «Così», proruppe alla fine con estrema lentezza, «così, questo è il piccolo Lord Fauntleroy».
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!"#$%&'(")*%&%"")+#$,#%&-).."%/,#%&0,&1)$2(&30%4%(2%5 La ricetta di Luce nella Città di Fretta – ISBN: 979-12-80772-33-6
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