Infanzia e adolescenza
Sono il primogenito di tre fratelli, custode di una storia che trascende la mia individualità, che abbraccia l’intera essenza della nostra famiglia, un legame indissolubile che ci unisce in un abbraccio di affetto e condivisione.
Tre anni mi separano da Simone, il più giovane, e due anni mi distanziano da Valentina, la mezzana. Cresciamo insieme, eppure, mi sento sempre un passo indietro, agitato nella ricerca di attenzioni e approvazione.
La mia famiglia è di una normalità meravigliosa.
Mamma e papà, instancabili lavoratori, non ci hanno mai fatto mancare nulla. Tuttavia, una sensazione strana pervade il mio animo: un’inquietudine che mi distingue. Mamma, a ventun anni, era già madre di tre figli e si dedicava con fervore al lavoro e alla famiglia.
Ricordo le estati trascorse dai nonni, un rifugio che mi infondeva un senso di sicurezza e rispetto. Con loro, l’autorità si mescolava a un amore incondizionato, un rispetto che non potevo ignorare. Al contrario, con i miei genitori, la relazione sembrava quella tra coetanei, due fratelli più grandi piuttosto che figure di riferimento.
Ero un bambino irrequieto e non comprendevo il perché della mia inquietudine. Non afferravo il motivo per cui la Chiesa non volesse accogliermi ai campi estivi, mentre i miei fratelli si divertivano spensierati. L’immagine di mia madre, l’angoscia che le si leggeva sul volto al nostro ritorno a casa ogni volta che venivo rifiutato da un centro estivo, è impressa nella mia mente come un marchio indelebile.
Mi sentivo “diverso” in un contesto totalmente “normale”. Quella sensazione di esclusione mi ha accompagnato per anni, un’ombra persistente che mi opprimeva. Osservavo i miei compagni ridere e giocare, mentre io mi sentivo invisibile, un fantasma in un mondo che non mi accoglieva. Ogni parola che pronunciavano gli altri danzava in un linguaggio per me incomprensibile, come un canto lontano che sfuggiva al mio orecchio. Le loro risate risuonavano come una eco dolorosa, un costante promemoria della mia difficoltà a trovare un luogo a cui appartenere.
Mi chiedevo, a volte, se vi fosse qualcosa di intrinsecamente sbagliato in me, se il mio modo di pensare e sentire fosse così distante da quello degli altri. Il freddo dell’esclusione mi avvolgeva, e la mia anima cercava disperatamente un posto dove potermi esprimere autenticamente, senza il timore di essere giudicato o frainteso.
Il circolo del paese rappresentava il mio rifugio.
Vicino a casa, conosciuto da tutti, un luogo dove potevo tornare al fischio di mamma. Ma, in quel rifugio, mi mescolavo a ragazzi più grandi. Lì, nel vortice degli anni Novanta, ho assistito all’ingresso nella mia vita della droga, un ladro silenzioso, che si insidiava nell’incoscienza della mia gioventù senza che me ne rendessi conto.
A dodici anni ho fumato la mia prima canna, un gesto che, seppur innocuo, ha segnato l’inizio di un cammino oscuro. Non mi piaceva, ma la sensazione di appartenenza che mi dava mi spingeva ad andare avanti.
A quattordici anni la mia vita ha preso una piega inaspettata. Passai dal vivere in un paesino a frequentare la scuola alberghiera a Firenze: un salto nel vuoto. La scuola è diventata un campo di battaglia: ho smesso di ascoltare, ho smesso di studiare. Il desiderio di apparire affascinante, di conquistare l’ammirazione dei più grandi, mi ha spinto a compiere scelte sbagliate. I miei genitori, increduli, non si rendevano conto di quanto fossi distante dalla realtà.
Io, proveniente da una famiglia rispettabile, mi ero trasformato in un bugiardo, un mascalzone.
Ripensando a quegli anni, avverto un peso sul cuore impossibile da scrollarmi di dosso. Ero un adolescente in cerca di approvazione, disposto a sacrificare la mia essenza pur di essere accolto in un gruppo che appariva brillante e pieno di fascino. Le risate e le bravate con i miei “amici” mascheravano un vuoto profondo che cresceva dentro di me. I miei genitori, con gli occhi pieni di speranza e preoccupazione, osservavano impotenti il mio allontanamento. Il mio comportamento era un colpo affilato ai loro cuori. Ogni parola che pronunciavo, ogni scelta avventata era un modo per esprimere la mia ribellione. In realtà, questo non faceva che farli soffrire ancora di più.
Sentivo di tradire l’amore che mi avevano donato. Nel tentativo di trovare il mio posto nel mondo, mi perdevo sempre di più. La solitudine si faceva largo tra le risate false e le notti insonni, rivelando un’amara verità: il prezzo dell’accettazione era troppo alto, e la mia anima viveva in un’agonia silenziosa.
Quando ho portato a casa quella pagella con i “non classificato”, ho visto l’innocenza di mia madre spezzarsi. La sua gioia si è tramutata in delusione, e io mi sono sentito un mostro. Ho dovuto affrontare la verità, e il confronto con mio padre si è rivelato devastante. Non potevo più nascondermi. Quella riunione con la preside, i loro volti mortificati, mi hanno aperto gli occhi: la mia vita era un castello di bugie, e ora tutto stava crollando.
Rimediai come potevo, inventando storie su un futuro artistico che mai avevo desiderato. Così, con un accordo, mi trasferii in una nuova scuola. Era un nuovo inizio, la mia natura ribelle non si era affatto modificata, ma nonostante tutto, riuscii a migliorare i voti e passare al secondo anno dell’istituto d’arte.
L’anno dopo tornai comunque alla scuola alberghiera a Firenze. Dissi a mia mamma che l’artistico non faceva per me, promettendo ai miei genitori che avrei continuato a studiare.
Ma il richiamo della libertà si rivelò irresistibile. Ricominciai a perdere il controllo, a non andare a scuola e stare in giro per Firenze a fare cavolate di ogni genere.
Parlai con i miei e decisi di smetterla con la scuola, perché tanto non ci andavo, e non mi piaceva prenderli in giro più di quanto già facessi con le mie cazzate da ragazzo ribelle.
Così, a sedici anni, iniziai a lavorare. Come primo lavoro andai in fabbrica con mio padre. Anche se non mi piaceva, mi insegnava il valore della dedizione al lavoro e dei soldi sudati.
Ma io non potevo lavorare al chiuso, vedere il sole che calava dalle finestre di una fabbrica mi angosciava. Il pensiero di dover ripetere gli stessi movimenti per anni davanti a un macchinario mi mandava in depressione. Guardavo mio padre e non capivo come cavolo facesse a stare tutte quelle ore rinchiuso tra quelle mura, ripetendo gli stessi movimenti per una vita, aspettando poi di andare in pensione.
Mentre osservavo mio padre pensavo a un film bellissimo di Charlie Chaplin, visto poco tempo prima, in cui Chaplin interpretava proprio un operaio in fabbrica. Si intitolava Tempi moderni e il protagonista, facendo sempre lo stesso lavoro monotono tutti i giorni, finisce in manicomio.
Ebbi paura che sarebbe stata anche la mia, di fine. Allora cominciai a pensare a che cavolo di lavoro potessi fare che mi permettesse di stare all’aria aperta e mi desse la possibilità di fare più cose diverse all’interno dello stesso mestiere.
Ebbi un lampo di genio: mi ricordai che il mio povero nonno faceva il muratore. Dentro di me ero felice all’idea, perché in un certo modo, mi avvicinava a mio nonno da parte di babbo. E, dopo pochi giorni, trovai lavoro nell’edilizia.
Il lavoro era molto duro e pesante. In più, lavorando all’aperto, dovevo fare i conti con il caldo d’estate e il freddo d’inverno. Ma devo dire che mi piaceva e che non sentivo né fatica, né caldo, né freddo, e da subito capii che quello era il lavoro che faceva per me.
Il cantiere era stupendo. È un po’ come al militare: c’è sempre quello più anziano che fa gli scherzi a quello più giovane e ci sono tante cose da imparare. Per me è il lavoro più bello e più nobile al mondo. Il muratore in ogni circostanza s’inventa una soluzione per risolvere qualsiasi problema.
Eppure, nonostante tutto, c’era una scintilla dentro di me che non si spegneva mai.
Anche se il lavoro mi piaceva, la mia esistenza si muoveva tra giornate di lavoro e notti da dimenticare. Il confine tra il bene e il male sfumava sempre di più.
Quando ricevetti la mia prima busta paga, compresi che stavo cominciando a costruire qualcosa di mio. Sebbene fossi un ragazzo ribelle, l’idea di un futuro, di un’autonomia, iniziava a prendere forma.
L’estate del 1999 si rivelò cruciale. La morte di Nicola, un amico, un coetaneo, che aveva solo diciassette anni, scosse le fondamenta della mia esistenza. Andai in campeggio con Enrico, il fratello di Nicola, trascorsi giorni di riflessione, dolore e crescita. In quei giorni conobbi Noemi e il nostro legame, nato tra risate e ricordi, divenne per me un faro di speranza.
Non sapevo ancora che quella ragazza dolce e innocente avrebbe cambiato il corso della mia vita. Ogni parola scambiata con lei illuminava le ombre della mia esistenza, portando con sé una speranza che credevo perduta. I suoi occhi brillavano di una luce speciale, capace di far emergere emozioni che avevo sepolto a lungo. In quei momenti, mi resi conto che a volte il destino si manifesta nei modi più inaspettati, e un semplice incontro può trasformarsi in un viaggio di scoperta e rinascita.
CAPITOLO 2
L’amore per mia moglie e il sogno di diventare papà
Il mio incontro con Noemi si presentò fin da subito come un’esperienza singolare. In realtà, ci eravamo già incrociati due anni prima, quando Simone, mio fratello, ci aveva presentati, assieme al suo amico Maurizio. Ma, a quell’epoca, Noemi non mi prestò molta attenzione. Io ero quel ragazzo che si destreggiava tra le avventure estive del campeggio, un bullo spavaldo, quasi un Don Giovanni di quelle serate balneari. E lei, giustamente, mostrava una certa diffidenza.
Ero un giovane scapestrato, sempre in cerca di stimoli e nuove emozioni, con la testa perennemente tra le nuvole. Le mie giornate erano un susseguirsi di idee eccentriche e progetti mai concretizzati, mentre il mondo attorno a me sembrava andare avanti con una serietà che mi sfuggiva. Le mie distrazioni mi portavano a trascurare impegni e responsabilità. Ero un’anima vivace, capace di riempire una stanza con il mio sorriso, eppure il mio approccio alla vita, sempre un passo oltre il limite, mi conferiva un’aria di inaffidabilità. Ero imprevedibile, talvolta imprudente.
Ricordo con chiarezza l’estate del 1999, quando finalmente compresi che, in qualche modo, le piacevo. Quella sera è stampata nella mia memoria. Ci trovammo da Rambo, il paninaro alla Partaccia, a Massa. Avevamo in programma di andare a ballare: io in direzione di Tirrenia, lei verso Camaiore. Ma, come per miracolo, entrambe le nostre compagnie ci abbandonarono, lasciandoci soli e di cattivo umore.
Ero seduto accanto a un amico, con un drink in mano per smorzare la frustrazione, quando la vidi arrivare. Anche Noemi era delusa per come stava andando la serata. Iniziammo a parlare e, nonostante la presenza di altre persone, ci sentimmo come chiusi in una bolla di vetro, isolati dal resto del mondo. Provammo una connessione immediata, una sorta di incanto. Decidemmo di spostarci sulla spiaggia, dove rimanemmo a chiacchierare fino all’alba.
Durante la nostra conversazione, Noemi rivelò che in passato non mi considerava affatto, perché mi percepiva come un “ragazzo poco serio”. E non avevo proprio modo di controbattere. Ero sempre circondato da ragazze diverse, la mia vita era un susseguirsi di festeggiamenti e chiasso. Eppure, quella notte, mi comportai da vero gentiluomo, e percepii che, in quel momento, lei aveva avuto un colpo di fulmine. Anche io avvertii una vibrazione forte, ma non comprendevo ancora appieno il suo significato.
Se i nostri amici non avessero disertato, forse la nostra storia d’amore non sarebbe mai nata. Era l’ultimo anno per noi in quel campeggio, dato che entrambi i nostri genitori avevano deciso di vendere la roulotte.
Se i nostri amici non ci avessero dato il pacco, non ci saremmo più visti? Chissà!
Da una serata andata storta, il destino ha tirato fuori una bellissima storia d’amore: quella tra me e Noemi, che ad oggi dura da ventisette anni!
Ci promettemmo di rivederci per il suo compleanno, a fine agosto, a casa mia a Prato.
Non avrei mai immaginato che si sarebbe presentata davvero!
Dentro di me, m’interrogavo sul coraggio di un genitore che consente a una ragazza di viaggiare sola in treno da Genova a Prato. Eppure, incredibilmente, il weekend successivo eccola lì, con il suo giubbotto smanicato Pepe Jeans, una maglietta Nike, scarpe dello stesso marchio, e i capelli rasati. Le chiesi cosa ne pensassero i suoi genitori e la risposta mi fece capire che avremmo
condiviso un lungo cammino insieme: aveva raccontato loro che avrebbe dormito da un’amica.
A quel tempo, non ci sentivamo spesso. Mi ricordo ancora i nostri genitori che non volevano che ci chiamassimo perché, a detta loro, l’interurbana costava, e quindi spesso la chiamavo tramite una cabina telefonica. Che ridere a pensare che ormai non ci sono neanche più: mentre prima c’era una cabina a ogni incrocio, ora sono quasi inesistenti. Questo ricordo mi fa sentire vecchio. Pensa quanto può essere potente un sentimento nato in un’epoca in cui i cellulari non esistevano… Niente connessione internet, niente messaggi istantanei a sostituire le parole sussurrate, né notifiche a interrompere la magia di un incontro. A volte mi piacerebbe tornare indietro a quegli anni lì.
Ricordo la prima sera che venne da me e la portai a ballare con i miei amici.
Uscimmo dal locale in condizioni non ottimali, che era ormai mattina. Non potevo lasciarla tornare a casa da sola, in treno, fino a Genova. Sarebbe arrivata toppo tardi, i genitori l’avrebbero scoperta, e in realtà mi dispiaceva anche che la serata fosse finita.
Così, convinsi un amico a riportarla a casa in macchina, perché io non avevo ancora la patente. Era un modo anche per stare qualche ora di più insieme, oltre che per tornare casa a un orario decente, e non essere scoperta dai suoi genitori.
All’inizio, vivevo un po’ a modo mio, frequentando altre ragazze. Lei mi piaceva, ma la distanza era un ostacolo e non pensavo che la nostra storia potesse avere futuro. Ma i giorni passavano, e continuavamo a sentirci.
Fu poi il mio turno di andare a Genova da lei. Al mio arrivo, i suoi amici mi accolsero dicendo: «Sei il tipo della Noe?».
Mi voltai verso di lei e chiesi: «Cosa significa “tipo”?», e, a pensarci bene, era una domanda piuttosto sciocca.
Lei rispose con nonchalance: «“Ragazzo”. Perché, non stiamo insieme?».
Io, sorpreso, dissi di sì, ma dentro di me ero abbastanza scettico. Avevo appena diciott’anni e la mia vita era un vortice. Non ci vedevamo tutti i weekend, e quando ci incontravamo, la nostra destinazione era sempre la pista da ballo. Si faceva entrambi avanti e indietro per vederci: passavamo la notte da me o da lei per poi tornare alle nostre case col treno il giorno dopo.
Nel frattempo si stava avvicinando Natale, e decisi che era meglio chiudere la relazione. La lontananza si era fatta insostenibile, e si era ripresentata una mia ex. Non volevo mentire a Noemi, così le dissi la verità. Mi rimisi con la mia ex, ma il pensiero di Noemi continuava a riempire la mia mente.
Passai il Capodanno a Zurigo, circondato da amici e qualche sostanza, e tornai a casa con un passaggio offertomi da alcuni ragazzi di Genova.
E chi incontrai in stazione, sul binario per Viareggio?
Noemi, che tornava da Firenze, dove aveva festeggiato il Capodanno alla Fortezza da Basso. La salutai, ma lei non mi degnò di uno sguardo. Passò un mese, e io tentai di contattarla, ma ogni volta che rispondeva sua madre, riattaccavo. Quando rispondeva lei, il risultato era lo stesso, perché riattaccava lei appena mi sentiva parlare.
Finalmente, trovai il coraggio di chiedere a sua madre di passarmela. Quando Noemi rispose, le dissi solo: «Sabato vengo a Genova, arrivo a piazza Principe alle 15».
Dissi tutto in un lampo senza darle tempo di reagire.
Arrivai a Genova in un sabato freddo di febbraio, e quando la vidi, il mio cuore esplose di gioia. Lei, però, era ancora arrabbiata. Riuscii a farla calmare e iniziammo a parlare. Le dissi che ero pronto, che volevo una relazione seria e a distanza. Da quel momento, ci vedemmo ogni weekend, e cominciai a immaginare un futuro insieme a lei.
Dopo un anno, tentai di trasferirmi a Genova, dai suoi genitori, perché Noemi doveva finire la scuola. Erano persone meravigliose,
che mi accolsero come un figlio. Ogni mattina partivo per lavoro e tornavo a casa la sera. Trascorrevo più tempo in treno che con Noemi, e spesso mi trovavo assalito da una profonda malinconia.
A diciannove anni, ero ancora un po’ mammone, legato alla mia famiglia e quei lunghi tragitti in treno per andare a lavorare mi facevano sentire solo, spaesato.
Ero in una città che non era la mia, tutto mi sembrava diverso, e non era solo la famiglia che mi mancava. Mi mancava il mio paese, il mio lavoro, il mio circolo e tutte le mie cazzate.
Tutte quelle ore in treno mi portarono a decidere di tornare a casa. Dissi a Noemi che, quando avesse finito la scuola, sarebbe potuta venire a vivere in Toscana.
Così, l’estate seguente, Noemi venne a passare le vacanze da me. Solo le vacanze, perché le mancava ancora l’ultimo anno di scuola, e a settembre sarebbe dovuta tornare a Genova.
Fu un anno duro, perché dopo aver sperimentato quella specie di convivenza, ci aspettava un anno di distacco. Fu frustrante, passare dal vedersi tutti i giorni al non vedersi mai. Sembrò di tornare indietro e non di andare avanti.
Per fortuna giugno arrivò, e appena Noemi finì la scuola, tornò da me. Disse ai suoi che veniva giù solo per i tre mesi estivi, anche perché non era ancora maggiorenne, e iniziò a lavorare in un ingrosso di sciarpe.
Per il suo diciottesimo compleanno, sua madre ci aspettava a Genova. Ma quando arrivammo, Noemi disse: «Non ho le valigie, mi trasferisco da Lorenzo, sono venuta a prendere il resto della mia roba». Fu un caos. Suo padre e sua madre non volevano che se ne andasse.
I primi tempi, vivevamo insieme in una piccola stanza. L’unico elemento nuovo era la cucina, un regalo di mia nonna. Andando avanti, la nostra storia divenne sempre più seria. Desideravo costruire una famiglia. Così, decisi di ristrutturare casa. Volevo spazio per dei bambini e, dopo vari lavori, il risultato fu straordinario.
Quando iniziammo a parlare di matrimonio, all’inizio pensavamo a una festa fra amici. Ma Maria, sua madre, desiderava un matrimonio in chiesa, con il classico ricevimento al ristorante e con tutti i parenti. Così, modificando i nostri piani, organizzammo una cerimonia in una villa, circondata da vigneti nelle colline toscane. Il giorno del matrimonio, neanche a farlo apposta, per arrivare in chiesa io partii con un Maggiolone cabrio giallo targato Genova, mentre Noemi arrivava da un altro punto, sempre a bordo di un Maggiolone, ma celeste targato Firenze e a guidarlo era Maurizio, il mio migliore amico.
Fu un giorno indimenticabile, pieno di risate e felicità. Anche se io avrei desiderato una festa molto più spartana, più tra amici e con meno parenti, devo dire che fu un bel mix e ci divertimmo tantissimo.
Due giorni dopo, partimmo per il nostro viaggio di nozze.
Ci dirigemmo verso le Hawaii, facendo uno scalo a Las Vegas. Ricordo che in quei giorni pensammo che potesse già essere incinta. Ma, al ritorno, quando le arrivò il ciclo, capimmo che non era così. Fu un momento di grande delusione.
Iniziammo a tentare di diventare genitori, ma nulla sembrava funzionare. I medici ci esortavano a mantenere la calma, ma entrambi desideravamo tanto avere un bambino. La nostra vita si trasformò in un’attesa carica di ansia, e ci interrogavamo se ci fosse davvero qualcosa che non andasse.
Da qui in poi, inizia un intreccio di emozioni o “calvario” (se così possiamo definirlo) per l’attesa di un figlio. Quel desiderio, così intenso e puro, divenne una prova di pazienza e resilienza.