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Cinezodiaco - Toro

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Cinezodiaco - Toro a cura di Sebastiano Barcaroli e Andrea Fiamma

Illustrazioni di Oscar Diodoro

© Sebastiano Barcaroli - Andrea Fiamma

© Oscar Diodoro per le illustrazioni

© 2026 Burno per questa edizione

Tutti i diritti riservati. Collana Saggistica, 24

Progetto grafco, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli

Illustrazione di copertina: Oscar Diodoro

Correzione bozze a cura della redazione

Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – MAGGIO 2026

Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

burno.it @burnoedizioni

La casa editrice e gli autori con questa opera intendono assolvere a una funzione di informazione.

A tal riguardo ogni illustrazione originale assolve al compito di omaggio all’importanza del flm, dell’attore, del personaggio o dell’oggetto ritratti.

illustrazioni di

a cura di SEBASTIANO BARCAROLI ✴ ANDREA FIAMMA
OSCAR DIODORO
✴ IL TUO SEGNO ZODIACALE RACCONTATO CON I FILM ✴

INTRODUZIONE

Il progetto Cinezodiaco nasce dall’idea che i film, come le stelle, abbiano un’influenza segreta su di noi. Non solo ci emozionano, ma parlano a parti diverse del nostro carattere. Ogni segno ha la sua energia, il suo ritmo, le sue emozioni dominanti: e proprio come i pianeti ne influenzano l’indole, certi film sembrano parlare direttamente a quel tipo di sguardo, amplificandone i desideri, le paure, i sogni. C’è chi cerca l’avventura e chi l’introspezione, chi ama perdersi nelle storie d’amore e chi si riconosce solo nei grandi conflitti morali. Cinezodiaco unisce allora due universi che, in fondo, parlano la stessa lingua: quella dei simboli. Come i pianeti, i film ruotano attorno ai nostri stati d’animo, illuminandoli da angolazioni sempre diverse. Ci sono film che risvegliano il coraggio di un Ariete o la nostalgia di un Pesci, commedie che bilanciano la razionalità di una Vergine o drammi che accendono la passione di uno Scorpione. Ogni titolo è scelto non solo per l’oroscopo, ma per l’anima di ogni segno: per quella vibrazione invisibile che lega i segni alle storie.

E dopotutto, non è un caso se nel cinema gli attori si chiamano stelle. Brillano nel buio come costellazioni, disegnano mappe di sentimenti e ci guidano, inconsapevoli, nel grande zodiaco del cinema. Cinezodiaco è questo: un viaggio nel firmamento dei film, per riscoprire – segno dopo segno – che ogni storia ci appartiene, basta solo guardarla sotto la giusta luce. Cinezodiaco è una mappa per orientarsi tra le emozioni, un atlante celeste di immagini in movimento – per scoprire, film dopo film, quanto il nostro cielo interiore assomigli a quello proiettato sul grande schermo.

STORIA DELL’ASTROLOGIA

Dalle stelle dei re alla psiche dell’uomo

L’astrologia è antica quanto lo sguardo umano rivolto al cielo. Prima ancora che nascesse la scienza, prima delle religioni organizzate, gli esseri umani hanno alzato gli occhi verso le stelle cercando un senso. La volta celeste, immensa e regolare, offriva un ordine in mezzo al caos. Le costellazioni divennero narrazioni, i pianeti divinità, e lentamente si formò un sistema simbolico in cui cielo e terra erano specchio l’uno dell’altra.

Prima del linguaggio, il cielo

Molto prima che l’uomo imparasse a scrivere, sapeva già guardare il cielo. Le prime civiltà sedentarie – tra il Neolitico e l’età del Bronzo – osservarono le stelle per motivi pratici: seminare al momento giusto, prevedere le inondazioni, calcolare i cicli di caccia e riproduzione degli animali. Ma ben presto quell’osservazione divenne qualcos’altro. Il cielo non era solo una mappa, ma un messaggio. La regolarità dei corpi celesti dava l’illusione di un ordine cosmico, e dove c’è ordine, l’uomo cerca significato.

Gli allineamenti architettonici di monumenti megalitici come Stonehenge o Nabta Playa ci dicono che già 6000 anni fa si collegavano gli astri al tempo e allo spazio sacro. La luce del solstizio, il sorgere delle Pleiadi, l’alternanza delle fasi lunari: tutto sembrava parte di una danza ordinata, che influenzava la vita sulla Terra. È in questo contesto che nasce la radice più profonda dell’astrologia: il bisogno di decifrare la realtà leggendo le stelle.

Babilonia: la scrittura degli dèi

È in Mesopotamia che l’astrologia diventa un sapere sistematico. I sacerdoti-astronomi babilonesi, attivi già nel secondo millennio avanti Cristo, iniziano a registrare eventi celesti su tavolette d’argilla: eclissi, congiunzioni planetarie, anomalie nel moto della Luna. Ma non si tratta solo di astronomia. A ogni evento veniva associato un possibile presagio. Le Enuma Anu Enlil, compilate tra il XVI e il x secolo a.C., sono enormi raccolte di segni e interpretazioni: se Marte sorge in un certo modo, allora morirà il re; se Giove è eclissato, una carestia colpirà la città.

Il cielo è visto come una tavola su cui gli dèi scrivono il futuro. Ma è un futuro collettivo: riguarda lo Stato, l’esercito, il sovrano. Nessuno chiede ancora cosa accadrà a un individuo. La lettura delle stelle è una prerogativa sacerdotale e politica, e la figura dell’astrologo è strettamente legata al potere.

La grande innovazione babilonese fu la divisione dello zodiaco in dodici segmenti di 30 gradi ciascuno, corrispondenti ai dodici segni zodiacali. Questo sistema, affiancato a tavole di calcolo sempre più precise, gettò le basi per tutto ciò che verrà.

Grecia ed Egitto: l’incontro tra destino e ragione

Quando Alessandro Magno conquista l’Egitto e la Persia nel IV secolo a.C., il sapere mesopotamico incontra quello greco. La nuova città di Alessandria diventa crocevia di astronomi, filosofi e matematici. In questo contesto nasce l’astrologia “ellenistica”, che porta due grandi rivoluzioni. La prima: si inizia a calcolare il tema natale, cioè una mappa personalizzata del cielo al momento della nascita di un individuo. La seconda: l’astrologia entra in dialogo con la filosofia.

I greci non si limitano a interpretare gli eventi: vogliono capire perché. Le dottrine stoiche e neoplatoniche offrono una cornice teorica all’astrologia: il cosmo è un organismo vivente, in cui ogni parte riflette il tutto. I pianeti diventano archetipi. Marte non è solo un corpo celeste: è principio di conflitto, di azione, di desiderio. Venere è armonia, attrazione, piacere. Il cielo non determina meccanicamente: influenza, predispone, riflette. Il testo che più di tutti codifica questo sistema è il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), in cui l’astrologia viene presentata come una scienza razionale, basata sull’osservazione e sul calcolo. La fortuna del Tetrabiblos sarà tale che resterà il punto di riferimento per quasi 1500 anni.

Roma, Cristianesimo e mondo islamico

A Roma l’astrologia viene adottata con ambiguità. Alcuni imperatori ne fanno largo uso – Augusto fa coniare monete con il proprio segno zodiacale – altri la temono e la reprimono. Ma nel popolo, tra gli artigiani, nelle terme e nei mercati, l’oroscopo personale prende piede. È una forma di consolazione, ma anche di controllo. Con l’avvento del cristianesimo, l’astrologia diventa sospetta. Se Dio è onnipotente e l’uomo ha libero arbitrio, come può il cielo dettare il destino? Alcuni Padri della Chiesa la condannano come stregoneria, ma la realtà è più sfumata. Nei monasteri si continuano a trascrivere testi astrologici, soprattutto per uso medico o agricolo. Nel frattempo, nel mondo islamico, l’astrologia conosce una nuova fioritura. I califfi abbasidi promuovono la traduzione delle opere greche e indiane. Baghdad diventa centro di studio avanzato, e figure come Albumasar, Al-Kindi, Al-Biruni sviluppano teorie raffinate che uniscono astrologia, medicina, matematica e teologia. Saranno proprio questi testi arabi, tradotti in latino a partire dal XII secolo, a reintrodurre l’astrologia nell’Europa medievale.

Il Medioevo e il

Rinascimento: astrologia come sapere integrato

Tra il XII e il XV secolo, l’astrologia torna a essere insegnata nelle università europee. Si studia accanto alla medicina e alla filosofia naturale. I medici calcolano i transiti planetari per stabilire il momento giusto per curare, operare, persino sanguinare un paziente.

Le grandi menti del tempo – Tommaso d’Aquino, Dante, Marsilio Ficino – considerano il cielo una parte del disegno divino, una fonte di simboli da interpretare, non da temere.

Nel Rinascimento, l’astrologia si fonde con l’umanesimo e la ricerca di armonia tra uomo e cosmo. I pittori raffigurano le allegorie zodiacali, gli architetti costruiscono templi secondo i principi dei segni. Ma è anche l’epoca in cui emergono le prime tensioni. Con Copernico, Galileo e Keplero, la rivoluzione scientifica impone nuovi criteri di verifica. Il cielo non è più un messaggio divino: è una macchina matematica. L’astrologia, pur ancora rispettata da molti, inizia lentamente a perdere prestigio.

L’età moderna:

dal

sospetto alla sopravvivenza

Nel XVII e XVIII secolo, l’astrologia esce dall’ambito scientifico e viene relegata ai margini. L’Illuminismo la considera una superstizione. I grandi sistemi di pensiero la escludono, e le accademie la ignorano. Eppure sopravvive. Nei contadini, negli almanacchi, nei calendari popolari, negli oroscopi stampati nelle fiere. La cultura colta se ne allontana, ma il pubblico non smette di crederci. È anche un’epoca di resistenza esoterica. Gli ambienti rosacrociani, massonici, occulti, continuano a studiare l’astrologia come sapere simbolico e iniziatico. Non si tratta più di prevedere il tempo, ma di decifrare l’anima.

Il Novecento: Jung, la psiche e la rinascita simbolica

All’inizio del Novecento, Carl Gustav Jung restituisce dignità all’astrologia. La considera uno strumento per comprendere l’inconscio, una lingua archetipica che parla in simboli, non in predizioni. Il tema natale diventa una mappa dell’interiorità. I pianeti non “agiscono” nel senso fisico, ma rappresentano forze psichiche, parti del sé.

Su questa scia nasce l’astrologia psicologica. In America e in Europa si diffonde un nuovo modo di intendere il cielo: non più come meccanismo causale, ma come specchio. Dane Rudhyar la collega all’astrologia evolutiva, Stephen Arroyo ne esplora il legame con gli elementi della personalità, Liz Greene la unisce alla psicologia junghiana.

L’astrologia torna a essere uno strumento di riflessione, crescita, autoconoscenza. L’oroscopo quotidiano si banalizza nei giornali, ma nel frattempo si sviluppa una comunità seria, fatta di studiosi, counselor, terapeuti che usano il simbolismo astrologico per aiutare a comprendere il proprio percorso.

Oggi: tra spiritualità, algoritmo e identità

Nel XXI secolo, l’astrologia ha ritrovato una sorprendente vitalità. Dopo decenni di marginalità, è riemersa nel dibattito culturale e nella quotidianità, soprattutto tra le nuove generazioni. Non è più soltanto un oroscopo settimanale, ma un linguaggio fluido per raccontare sé stessi, per riflettere sulle emozioni e sulle relazioni, per cercare connessioni in un mondo sempre più incerto. App, podcast, newsletter e profili social propongono contenuti astrologici che mescolano ironia e profondità, simbolismo e cultura pop.

L’oroscopo diventa un pretesto per parlare di ansia, desiderio, cambiamento. Il tema natale non è più un destino scritto, ma una mappa da esplorare.

Al tempo stesso, l’astrologia ha iniziato a dialogare con la psicologia contemporanea, con i linguaggi del femminismo, della spiritualità individuale, dell’inclusione. Alcuni la vedono come una forma di cura simbolica, una narrazione che permette di nominare conflitti interiori, di riconoscere dinamiche ripetitive, di guardarsi con maggiore compassione. Cresce anche l’interesse verso le radici storiche del sapere astrologico: scuole e comunità internazionali riscoprono le tecniche tradizionali ellenistiche e medievali, studiando gli antichi testi con rigore e passione. In questo senso, l’astrologia contemporanea è più stratificata che mai: popolare e specialistica, leggera e profonda.

Non pretende più di fornire risposte definitive, né di competere con la scienza. Ma continua a offrire un sistema di significati, un alfabeto emotivo, una forma di pensiero simbolico che attraversa le epoche. In un mondo dove i dati si moltiplicano ma il senso sfugge, l’astrologia non impone certezze: suggerisce letture. E forse è proprio per questo che, da millenni, l’uomo continua a guardare il cielo non solo con curiosità, ma con la segreta speranza di riconoscervi qualcosa di sé.

Storie di radici, corpi e desideri concreti, dove la lentezza è forza e la materia diventa emozione. Il Toro ama i film che sanno nutrire i sensi, tra paesaggi, cibo, passioni silenziose e legami che resistono al tempo. Cinema tangibile, sensuale, fatto per durare.

IL GRANDE LEBOWSKY

commedia grottesca/noir, USA (1998) di Joel Coen

con Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, Julianne Moore, John Turturro

QUANTO È TORO?

Trama:

Jeffrey Lebowski, detto “il Drugo”, vive a Venice, in California, trascorrendo le giornate tra partite di bowling con gli amici Walter e Donny, litri di White Russian e ascolti ossessivi dei Creedence Clearwater Revival. La sua routine paciosa viene sconvolta da uno scambio di persona: due scagnozzi lo confondono con un miliardario suo omonimo e, per errore, gli rovinano il tappeto di casa. Da lì il Drugo finisce invischiato in una vicenda assurda di rapimenti, riscatti, nichilisti tedeschi e boss della pornografia. Tra equivoci, visioni psichedeliche e dialoghi surreali, il Drugo resta fedele alla sua filosofia: affrontare ogni problema con la massima calma possibile.

Il

film:

Quando i fratelli Joel ed Ethan Coen girarono Il grande Lebowski, nessuno immaginava che sarebbe diventato un film di culto di dimensioni planetarie. La pellicola, in apparenza un noir svagato e caotico, è in realtà una riflessione sullo scarto tra il caos del mondo e la possibilità di disinnescarlo con un atteggiamento radicalmente rilassato. Il Drugo, interpretato da un Jeff Bridges in stato di grazia, incarna questa filosofia con una naturalezza che ha reso il personaggio immortale.

L’impianto narrativo parte da un’idea precisa: i Coen hanno di-

chiarato più volte di aver voluto scrivere una storia “alla Raymond Chandler”, ossia un’indagine noir con detective privato, criminali eccentrici e una trama a incastri. Il risultato è volutamente confuso, pieno di bivi narrativi che si aprono e si chiudono senza una soluzione lineare. Ma proprio in questa scelta sta la genialità del film: Il grande Lebowski non è interessato al mistero da risolvere, bensì a ciò che accade intorno al suo protagonista, un antieroe pigro e stralunato che vive gli eventi come se fossero sogni ad occhi aperti.

Il Drugo è un hippie “di ritorno”, non un reduce degli anni

Sessanta rimasto bloccato in quell’epoca, ma un uomo degli anni Novanta che continua a vivere secondo principi di pace, disimpegno e rifiuto delle responsabilità. È un uomo fuori tempo massimo, che però proprio per questo diventa il simbolo di una resistenza diversa: non violenta, non ideologica, ma esistenziale. Nel mondo in cui Walter, veterano del Vietnam interpretato da John Goodman, continua a ragionare come se fosse in battaglia, e in cui Donny, il mite Steve Buscemi, viene regolarmente ignorato, il Drugo si limita a lasciarsi trasportare.

Le scene che lo vedono protagonista sono diventate iconiche.

Dall’inizio, quando paga il latte con un assegno da pochi centesimi, fino alla rivendicazione del suo logoro tappeto perché “dava un tono all’ambiente”, ogni gesto del Drugo è insieme ridicolo e rivelatore. Lo vediamo trascinato in un trip psichedelico a base di bowling e sogni erotici, lo vediamo steso sul divano in accappatoio a fumare marijuana mentre tutto intorno a lui esplode. Bridges gli dà corpo con un’interpretazione rilassata, quasi scivolosa, che diventa subito inconfondibile. È il ruolo della sua vita.

Accanto a lui, la galleria dei personaggi secondari amplifica la sensazione di trovarsi in un universo parallelo. Julianne Moore interpreta Maude, artista concettuale e femminista radica-

le che usa il Drugo per scopi procreativi. John Turturro lascia un’impronta indelebile nei pochi minuti in cui appare come Jesus Quintana, giocatore di bowling grottesco e disturbante, che negli anni successivi diventerà talmente celebre da meritare addirittura uno spin-off. E ancora i nichilisti tedeschi che minacciano il Drugo con toni parodistici, il magnate paraplegico che condivide il suo cognome, il boss del porno Jackie Treehorn: ognuno di loro è un frammento di quel mosaico assurdo che i Coen mettono in scena con il loro talento per il grottesco. Il successo del film, però, non fu immediato. Al momento dell’uscita, Il grande Lebowski non conquistò il botteghino e lasciò perplessa buona parte della critica, che non capì se trovarsi davanti a una farsa, a un noir o a una commedia surreale. Ci volle il passaparola, la diffusione in home video e la capacità del personaggio di entrare nell’immaginario collettivo perché il film si trasformasse in un cult assoluto. Con il tempo, la figura del Drugo è diventata un modello di vita, al punto che nel 2005 è nata negli Stati Uniti una vera e propria religione: il “Dudeismo”, che predica il rilassamento, la calma e l’accettazione come antidoto al caos del mondo. Secondo le stime, conta centinaia di migliaia di adepti in tutto il mondo.

A rafforzare la mitologia è arrivato anche il Lebowski Fest, evento che dal 2002 si tiene ogni anno a Louisville, in Kentucky: centinaia di fan vestiti con accappatoi, che bevono White Russian e giocano a bowling, celebrando il culto del Drugo.

Non meno importante è il suo valore cinematografico. I Coen portano alle estreme conseguenze la loro abilità di mescolare i generi: partono dal noir hard boiled, lo deformano con humour surreale, lo riempiono di personaggi grotteschi, lo spingono fino al paradosso. La fotografia di Roger Deakins costruisce immagini di grande raffinatezza visiva anche nelle scene più assurde, e le

sequenze oniriche restano tra le più visionarie mai girate dai due registi. Persino il bowling, sport marginale e comico per definizione, diventa un set mitologico, uno spazio sospeso dove si gioca non solo con le palle e i birilli, ma con il destino dei personaggi.

A distanza di oltre venticinque anni, Il grande Lebowski continua a crescere nella memoria collettiva. Non è solo un film di culto, è un modo di intendere la vita: un invito a non prendersi troppo sul serio, a lasciare che i problemi scivolino, a giocare la propria partita a bowling senza pensare troppo al risultato. Una filosofia che, per quanto caricaturale, ha conquistato generazioni intere.

Perché è adatto al TORO?

Il Toro è il segno della resistenza alle tempeste. In questo senso, il Drugo è una caricatura perfetta del Toro: testardo nella sua pigrizia, radicato nel suo microcosmo fatto di bevande zuccherine, musica e tappeti che “danno un tono all’ambiente”. La sua calma disarmante di fronte al caos è un esempio di quella forza passiva tipica del segno, che non si lascia piegare e reagisce con lentezza e ostinazione.

MARIE ANTOINETTE

dramma storico, USA/Francia (2006) di Sofia Coppola con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis

QUANTO È TORO?

Trama:

A soli quattordici anni, l’arciduchessa austriaca Maria Antonietta viene mandata a Versailles per sposare il delfino di Francia, Luigi XVI , consolidando l’alleanza tra Austria e Francia. Catapultata in una corte rigida e spietata, la giovane regina si rifugia in feste, vestiti e dolci, cercando di costruirsi un mondo leggero e ovattato. Mentre fuori le mura cresce il malcontento popolare, lei diventa il simbolo di un lusso eccessivo e incomprensibile.

Il

film:

Con Marie Antoinette, Sofia Coppola firma il suo film più radicale e divisivo. Presentato al Festival di Cannes del 2006 tra fischi e applausi, è una biografia storica che rifiuta la ricostruzione tradizionale per abbracciare un’estetica pop, capace di trasformare la regina di Francia in un’icona da copertina patinata. L’idea non è raccontare la Storia con la S maiuscola, ma restituire l’esperienza sensoriale di una ragazza travolta da un ruolo più grande di lei. Kirsten Dunst interpreta Marie Antoinette con freschezza e vulnerabilità: non una sovrana austera, ma un’adolescente che vuole divertirsi, ballare, mangiare pasticcini e provare vestiti sempre nuovi. In questo senso il film è vicino al mondo contemporaneo più che al Settecento, come testimonia la colonna sonora fatta di brani new wave e punk, dai New Order ai The Strokes. L’anacronismo non è

un vezzo, ma un modo per raccontare quanto l’esperienza di Marie Antoinette sia simile a quella di una ragazza dei nostri giorni catapultata nella notorietà: un’anticipazione della cultura delle celebrità.

Visivamente, la pellicola è un tripudio di colori pastello, inquadrature simmetriche e dettagli di cibo, scarpe e tessuti. La regista costruisce Versailles come una bolla dorata e soffocante, in cui la protagonista cerca un rifugio dalla pressione politica. La scelta di concentrarsi sugli eccessi della vita privata piuttosto che sugli eventi storici fu criticata da molti, ma proprio questa prospettiva permette al film di diventare un racconto universale sulla giovinezza e l’illusione di onnipotenza che l’accompagna.

Sofia Coppola, figlia d’arte cresciuta nell’ombra di un cognome ingombrante, proietta nella regina la sua stessa esperienza di giovane donna osservata e giudicata dal mondo. La sua Marie Antoinette è una sovrana tragica e un’adolescente intrappolata, che cerca evasione tra feste e frivolezze. Questo sguardo intimo e pop, lontano dal biopic tradizionale, ha reso il film un punto di riferimento per un certo cinema femminile degli anni Duemila, capace di fondere leggerezza visiva e riflessione sul ruolo delle donne nella società.

✴ ✴ ✴

Perché è adatto al TORO?

Il Toro è un segno che conosce il valore del piacere sensoriale: cibo, colori, tessuti, musica. Marie Antoinette è una celebrazione visiva e tattile di questi piaceri, con la regina che si rifugia nei dolci e nella bellezza per sopravvivere a un mondo ostile. È una storia che riflette la capacità del Toro di costruirsi un rifugio estetico e sensuale, difendendo la propria ricerca di piacere anche quando il mondo esterno preme con durezza.

MALCOLM X

biografico, USA (1992) di Spike Lee

con Denzel Washington, Angela Bassett, Albert Hall

QUANTO È TORO?

Trama:

La vita di Malcolm X, dalla giovinezza segnata dalla criminalità all’esperienza in carcere, fino alla conversione all’Islam e all’impegno nella Nation of Islam. Il pellegrinaggio alla Mecca lo porta a una nuova visione universale, che si interrompe tragicamente con l’assassinio del 1965.

Il

film:

Spike Lee realizza un biopic monumentale, che non si limita a ricostruire la vita di un leader, ma riflette sull’America e sulle sue contraddizioni razziali. Denzel Washington offre un’interpretazione magnetica, capace di restituire tutte le sfumature di un uomo radicale e in continua trasformazione. Con inserti di cronaca reale – come le immagini del pestaggio di Rodney King – il film diventa un ponte tra passato e presente, ricordando che la discriminazione non appartiene solo alla storia. La produzione stessa fu un atto politico: ostacolato dai finanziatori, Lee trovò sostegno da icone afroamericane come Michael Jordan e Oprah Winfrey.

Perché è adatto al TORO?

Il Toro si fonda sulla forza, la tenacia e la capacità di resistere anche quando tutto sembra perduto. Malcolm X è il ritratto di un uomo che ha trasformato dolore e ingiustizia in energia vitale.

THE BABADOOK

horror psicologico, Australia (2014) di Jennifer Kent con Essie Davis, Noah Wiseman, Daniel Henshall

QUANTO È TORO?

Trama:

Amelia, vedova e madre single, fatica a crescere il figlio Samuel, tormentato da paure notturne e comportamenti aggressivi. Un misterioso libro, Mister Babadook, introduce in casa loro una presenza oscura che sembra nutrirsi del dolore e delle fragilità familiari.

Il

film:

Opera prima di Jennifer Kent, The Babadook è diventato rapidamente un cult del nuovo cinema horror. Al di là delle atmosfere inquietanti, il film è una parabola sul lutto, sulla depressione e sul peso della maternità vissuta in solitudine.

L’orrore prende forma in un mostro fatto di carta e ombre, ma la sua vera natura è psicologica: rappresenta il dolore rimosso, che riaffiora in modo ineluttabile. La regista usa l’horror come strumento di indagine emotiva, offrendo un racconto capace di spaventare e commuovere allo stesso tempo.

Perché è adatto al TORO?

Quando alcune certezze crollano, il Toro deve confrontarsi con paure profonde. The Babadook mostra proprio questo: come affrontare un dolore che non può essere negato, ma solo accettato e addomesticato.

SICCITÀ

dramma corale, Italia (2022) di Paolo Virzì con Silvio Orlando, Claudia Pandolfi, Valerio Mastandrea

QUANTO È TORO?

Trama:

In una Roma futura colpita da una siccità estrema, il Tevere è ridotto a un letto di sabbia e la popolazione deve fare i conti con la mancanza d’acqua. In questo scenario apocalittico, le vite di diversi personaggi si intrecciano: un ex detenuto che cerca redenzione, un virologo in discredito, una coppia in crisi, giovani che inseguono la celebrità sui social. La città si trasforma in un palcoscenico di fragilità collettive, dove la sopravvivenza materiale si mescola con i drammi privati.

Il

film:

Con Siccità, Paolo Virzì abbandona le commedie più intime e torna a un racconto corale che ambisce a fotografare lo stato dell’Italia contemporanea attraverso la lente della distopia. Roma appare irriconoscibile, un deserto urbano in cui la mancanza d’acqua diventa metafora delle carenze morali, affettive e politiche del Paese. L’idea è quella di trasformare la crisi ecologica in un grande specchio sociale: l’assenza di risorse naturali rivela la sete di senso e di relazioni dei protagonisti. Il film alterna registri diversi: la satira politica, la malinconia del dramma privato, la grottesca spettacolarizzazione della crisi. Silvio Orlando interpreta un carcerato con un debito da pagare; Valerio Mastandrea è un padre stanco e disilluso; Claudia Pan-

dolfi una donna sospesa tra desiderio e frustrazione. Attorno a loro, un mosaico di personaggi che rappresentano diverse facce di un Paese alla deriva, reso ancora più fragile da un’emergenza climatica che non ammette compromessi.

La regia di Virzì, affiancata alla sceneggiatura collettiva di Francesca Archibugi, Paolo Giordano e Francesco Piccolo, costruisce una narrazione che intreccia storie parallele con ritmo sincopato. L’ambizione è alta: ritrarre l’Italia del presente in un contesto futuribile, senza perdere il tono satirico tipico del regista. Visivamente, colpiscono le immagini di una Roma inedita, con il Tevere prosciugato e i monumenti circondati dalla polvere. È un film che parla al presente con il linguaggio del futuro, inserendosi in quella tradizione di cinema italiano che ha sempre tentato di fare del racconto collettivo uno specchio nazionale.

✴ ✴ ✴
Perché è adatto al TORO?

Il Toro è un segno profondamente legato ai cicli vitali. Un film che racconta la mancanza d’acqua, simbolo di vita e fertilità, tocca direttamente le corde del segno. Siccità mostra cosa accade quando ciò che è naturale e fondamentale viene a mancare: i valori solidi si incrinano e la sicurezza scompare. È un monito che parla al Toro più di altri segni, ricordandogli quanto sia essenziale difendere le radici e custodire le risorse vitali.

134 ALTRI FILM

134 SOLE A CATINELLE

134 ROCCO E I SUOI FRATELLI

134 LA CHIMERA

134 CAMERA CON VISTA

135 RESPIRO

135 BIG NIGHT

135 RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

135 FAST & FURIOUS 7

135 IL PAZIENTE INGLESE

135 THE DANISH GIRL

136 LE STELLE DEL TORO

138 GLI AUTORI

139 INDICE

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