Tutti i diritti riservati. Collana Saggistica, 30 Progetto grafco, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli
Illustrazione di copertina: Oscar Diodoro
Correzione bozze a cura della redazione
Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – MAGGIO 2026
Burno
è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)
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La casa editrice e gli autori con questa opera intendono assolvere a una funzione di informazione.
A tal riguardo ogni illustrazione originale assolve al compito di omaggio all’importanza del flm, dell’attore, del personaggio o dell’oggetto ritratti.
illustrazioni di
a cura di SEBASTIANO BARCAROLI ✴ ANDREA FIAMMA
OSCAR DIODORO
✴ IL TUO SEGNO ZODIACALE RACCONTATO CON I FILM ✴
INTRODUZIONE
Il progetto Cinezodiaco nasce dall’idea che i film, come le stelle, abbiano un’influenza segreta su di noi. Non solo ci emozionano, ma parlano a parti diverse del nostro carattere. Ogni segno ha la sua energia, il suo ritmo, le sue emozioni dominanti: e proprio come i pianeti ne influenzano l’indole, certi film sembrano parlare direttamente a quel tipo di sguardo, amplificandone i desideri, le paure, i sogni. C’è chi cerca l’avventura e chi l’introspezione, chi ama perdersi nelle storie d’amore e chi si riconosce solo nei grandi conflitti morali. Cinezodiaco unisce allora due universi che, in fondo, parlano la stessa lingua: quella dei simboli. Come i pianeti, i film ruotano attorno ai nostri stati d’animo, illuminandoli da angolazioni sempre diverse. Ci sono film che risvegliano il coraggio di un Ariete o la nostalgia di un Pesci, commedie che bilanciano la razionalità di una Vergine o drammi che accendono la passione di uno Scorpione. Ogni titolo è scelto non solo per l’oroscopo, ma per l’anima di ogni segno: per quella vibrazione invisibile che lega i segni alle storie.
E dopotutto, non è un caso se nel cinema gli attori si chiamano stelle. Brillano nel buio come costellazioni, disegnano mappe di sentimenti e ci guidano, inconsapevoli, nel grande zodiaco del cinema. Cinezodiaco è questo: un viaggio nel firmamento dei film, per riscoprire – segno dopo segno – che ogni storia ci appartiene, basta solo guardarla sotto la giusta luce. Cinezodiaco è una mappa per orientarsi tra le emozioni, un atlante celeste di immagini in movimento – per scoprire, film dopo film, quanto il nostro cielo interiore assomigli a quello proiettato sul grande schermo.
STORIA DELL’ASTROLOGIA
Dalle stelle dei re alla psiche dell’uomo
L’astrologia è antica quanto lo sguardo umano rivolto al cielo. Prima ancora che nascesse la scienza, prima delle religioni organizzate, gli esseri umani hanno alzato gli occhi verso le stelle cercando un senso. La volta celeste, immensa e regolare, offriva un ordine in mezzo al caos. Le costellazioni divennero narrazioni, i pianeti divinità, e lentamente si formò un sistema simbolico in cui cielo e terra erano specchio l’uno dell’altra.
Prima del linguaggio, il cielo
Molto prima che l’uomo imparasse a scrivere, sapeva già guardare il cielo. Le prime civiltà sedentarie – tra il Neolitico e l’età del Bronzo – osservarono le stelle per motivi pratici: seminare al momento giusto, prevedere le inondazioni, calcolare i cicli di caccia e riproduzione degli animali. Ma ben presto quell’osservazione divenne qualcos’altro. Il cielo non era solo una mappa, ma un messaggio. La regolarità dei corpi celesti dava l’illusione di un ordine cosmico, e dove c’è ordine, l’uomo cerca significato.
Gli allineamenti architettonici di monumenti megalitici come Stonehenge o Nabta Playa ci dicono che già 6000 anni fa si collegavano gli astri al tempo e allo spazio sacro. La luce del solstizio, il sorgere delle Pleiadi, l’alternanza delle fasi lunari: tutto sembrava parte di una danza ordinata, che influenzava la vita sulla Terra. È in questo contesto che nasce la radice più profonda dell’astrologia: il bisogno di decifrare la realtà leggendo le stelle.
Babilonia: la scrittura degli dèi
È in Mesopotamia che l’astrologia diventa un sapere sistematico. I sacerdoti-astronomi babilonesi, attivi già nel secondo millennio avanti Cristo, iniziano a registrare eventi celesti su tavolette d’argilla: eclissi, congiunzioni planetarie, anomalie nel moto della Luna. Ma non si tratta solo di astronomia. A ogni evento veniva associato un possibile presagio. Le Enuma Anu Enlil, compilate tra il XVI e il x secolo a.C., sono enormi raccolte di segni e interpretazioni: se Marte sorge in un certo modo, allora morirà il re; se Giove è eclissato, una carestia colpirà la città.
Il cielo è visto come una tavola su cui gli dèi scrivono il futuro. Ma è un futuro collettivo: riguarda lo Stato, l’esercito, il sovrano. Nessuno chiede ancora cosa accadrà a un individuo. La lettura delle stelle è una prerogativa sacerdotale e politica, e la figura dell’astrologo è strettamente legata al potere.
La grande innovazione babilonese fu la divisione dello zodiaco in dodici segmenti di 30 gradi ciascuno, corrispondenti ai dodici segni zodiacali. Questo sistema, affiancato a tavole di calcolo sempre più precise, gettò le basi per tutto ciò che verrà.
Grecia ed Egitto: l’incontro tra destino e ragione
Quando Alessandro Magno conquista l’Egitto e la Persia nel IV secolo a.C., il sapere mesopotamico incontra quello greco. La nuova città di Alessandria diventa crocevia di astronomi, filosofi e matematici. In questo contesto nasce l’astrologia “ellenistica”, che porta due grandi rivoluzioni. La prima: si inizia a calcolare il tema natale, cioè una mappa personalizzata del cielo al momento della nascita di un individuo. La seconda: l’astrologia entra in dialogo con la filosofia.
I greci non si limitano a interpretare gli eventi: vogliono capire perché. Le dottrine stoiche e neoplatoniche offrono una cornice teorica all’astrologia: il cosmo è un organismo vivente, in cui ogni parte riflette il tutto. I pianeti diventano archetipi. Marte non è solo un corpo celeste: è principio di conflitto, di azione, di desiderio. Venere è armonia, attrazione, piacere. Il cielo non determina meccanicamente: influenza, predispone, riflette. Il testo che più di tutti codifica questo sistema è il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), in cui l’astrologia viene presentata come una scienza razionale, basata sull’osservazione e sul calcolo. La fortuna del Tetrabiblos sarà tale che resterà il punto di riferimento per quasi 1500 anni.
Roma, Cristianesimo e mondo islamico
A Roma l’astrologia viene adottata con ambiguità. Alcuni imperatori ne fanno largo uso – Augusto fa coniare monete con il proprio segno zodiacale – altri la temono e la reprimono. Ma nel popolo, tra gli artigiani, nelle terme e nei mercati, l’oroscopo personale prende piede. È una forma di consolazione, ma anche di controllo. Con l’avvento del cristianesimo, l’astrologia diventa sospetta. Se Dio è onnipotente e l’uomo ha libero arbitrio, come può il cielo dettare il destino? Alcuni Padri della Chiesa la condannano come stregoneria, ma la realtà è più sfumata. Nei monasteri si continuano a trascrivere testi astrologici, soprattutto per uso medico o agricolo. Nel frattempo, nel mondo islamico, l’astrologia conosce una nuova fioritura. I califfi abbasidi promuovono la traduzione delle opere greche e indiane. Baghdad diventa centro di studio avanzato, e figure come Albumasar, Al-Kindi, Al-Biruni sviluppano teorie raffinate che uniscono astrologia, medicina, matematica e teologia. Saranno proprio questi testi arabi, tradotti in latino a partire dal XII secolo, a reintrodurre l’astrologia nell’Europa medievale.
Il Medioevo e il
Rinascimento: astrologia come sapere integrato
Tra il XII e il XV secolo, l’astrologia torna a essere insegnata nelle università europee. Si studia accanto alla medicina e alla filosofia naturale. I medici calcolano i transiti planetari per stabilire il momento giusto per curare, operare, persino sanguinare un paziente.
Le grandi menti del tempo – Tommaso d’Aquino, Dante, Marsilio Ficino – considerano il cielo una parte del disegno divino, una fonte di simboli da interpretare, non da temere.
Nel Rinascimento, l’astrologia si fonde con l’umanesimo e la ricerca di armonia tra uomo e cosmo. I pittori raffigurano le allegorie zodiacali, gli architetti costruiscono templi secondo i principi dei segni. Ma è anche l’epoca in cui emergono le prime tensioni. Con Copernico, Galileo e Keplero, la rivoluzione scientifica impone nuovi criteri di verifica. Il cielo non è più un messaggio divino: è una macchina matematica. L’astrologia, pur ancora rispettata da molti, inizia lentamente a perdere prestigio.
L’età moderna:
dal
sospetto alla sopravvivenza
Nel XVII e XVIII secolo, l’astrologia esce dall’ambito scientifico e viene relegata ai margini. L’Illuminismo la considera una superstizione. I grandi sistemi di pensiero la escludono, e le accademie la ignorano. Eppure sopravvive. Nei contadini, negli almanacchi, nei calendari popolari, negli oroscopi stampati nelle fiere. La cultura colta se ne allontana, ma il pubblico non smette di crederci. È anche un’epoca di resistenza esoterica. Gli ambienti rosacrociani, massonici, occulti, continuano a studiare l’astrologia come sapere simbolico e iniziatico. Non si tratta più di prevedere il tempo, ma di decifrare l’anima.
Il Novecento: Jung, la psiche e la rinascita simbolica
All’inizio del Novecento, Carl Gustav Jung restituisce dignità all’astrologia. La considera uno strumento per comprendere l’inconscio, una lingua archetipica che parla in simboli, non in predizioni. Il tema natale diventa una mappa dell’interiorità. I pianeti non “agiscono” nel senso fisico, ma rappresentano forze psichiche, parti del sé.
Su questa scia nasce l’astrologia psicologica. In America e in Europa si diffonde un nuovo modo di intendere il cielo: non più come meccanismo causale, ma come specchio. Dane Rudhyar la collega all’astrologia evolutiva, Stephen Arroyo ne esplora il legame con gli elementi della personalità, Liz Greene la unisce alla psicologia junghiana.
L’astrologia torna a essere uno strumento di riflessione, crescita, autoconoscenza. L’oroscopo quotidiano si banalizza nei giornali, ma nel frattempo si sviluppa una comunità seria, fatta di studiosi, counselor, terapeuti che usano il simbolismo astrologico per aiutare a comprendere il proprio percorso.
Oggi: tra spiritualità, algoritmo e identità
Nel XXI secolo, l’astrologia ha ritrovato una sorprendente vitalità. Dopo decenni di marginalità, è riemersa nel dibattito culturale e nella quotidianità, soprattutto tra le nuove generazioni. Non è più soltanto un oroscopo settimanale, ma un linguaggio fluido per raccontare sé stessi, per riflettere sulle emozioni e sulle relazioni, per cercare connessioni in un mondo sempre più incerto. App, podcast, newsletter e profili social propongono contenuti astrologici che mescolano ironia e profondità, simbolismo e cultura pop.
L’oroscopo diventa un pretesto per parlare di ansia, desiderio, cambiamento. Il tema natale non è più un destino scritto, ma una mappa da esplorare.
Al tempo stesso, l’astrologia ha iniziato a dialogare con la psicologia contemporanea, con i linguaggi del femminismo, della spiritualità individuale, dell’inclusione. Alcuni la vedono come una forma di cura simbolica, una narrazione che permette di nominare conflitti interiori, di riconoscere dinamiche ripetitive, di guardarsi con maggiore compassione. Cresce anche l’interesse verso le radici storiche del sapere astrologico: scuole e comunità internazionali riscoprono le tecniche tradizionali ellenistiche e medievali, studiando gli antichi testi con rigore e passione. In questo senso, l’astrologia contemporanea è più stratificata che mai: popolare e specialistica, leggera e profonda.
Non pretende più di fornire risposte definitive, né di competere con la scienza. Ma continua a offrire un sistema di significati, un alfabeto emotivo, una forma di pensiero simbolico che attraversa le epoche. In un mondo dove i dati si moltiplicano ma il senso sfugge, l’astrologia non impone certezze: suggerisce letture. E forse è proprio per questo che, da millenni, l’uomo continua a guardare il cielo non solo con curiosità, ma con la segreta speranza di riconoscervi qualcosa di sé.
Amori estremi, segreti nascosti, verità che emergono dal buio. Lo Scorpione si riconosce nelle storie di passione e ossessione, di colpa e rinascita, dove la luce arriva solo dopo aver attraversato l’ombra. Cerca film che lo mettano a nudo, che scavino nella psiche e lascino un segno profondo, anche doloroso.
THE SUBSTANCE
horror, Francia / USA (2024) di Coralie Fargeat con Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Quaid
QUANTO È SCORPIONE?
Trama:
Elisabeth Sparkle è stata una star: un tempo simbolo di glamour e perfezione, oggi relegata a un programma televisivo di fitness che la rete considera ormai superato. Ha sessant’anni, un corpo ancora scolpito, ma la macchina dello spettacolo non perdona: basta un compleanno per diventare “fuori mercato”. Umiliata, licenziata, spinta ai margini da un sistema che mercifica la giovinezza, Elisabeth riceve una proposta misteriosa. Una società segreta le offre di provare The Substance, una formula biotecnologica che promette di restituirle il corpo, la pelle, l’energia di una sé più giovane. La procedura è orrenda ma irresistibile: la donna “estrae” da sé un clone ventenne, Sue, bellissima e pura, che vivrà in alternanza con lei secondo un calendario rigoroso. Ogni settimana si scambiano il posto, dividendo giorni, tempo e carne. Ma Sue non accetta di essere solo una proiezione: vuole la luce, i riflettori, l’amore del pubblico. Quando infrange le regole, inizia un incubo di corpi deformati, invidie fisiche e sangue.
Il film:
Dietro la violenza e l’eccesso visivo, The Substance è prima di tutto una riflessione sulla trasformazione. Il film segna il ritorno di Demi Moore, icona degli anni Novanta, in un ruolo che sovverte il mito della sua stessa carriera. Una scelta geniale: l’attrice che in passato
aveva incarnato l’ideale del corpo perfetto (Ghost, Striptease, Proposta indecente) ora interpreta una donna terrorizzata dal proprio declino, prigioniera della medesima ossessione che Hollywood le aveva cucito addosso. Il risultato è una performance meta-cinematografica: Moore non recita solo Elisabeth Sparkle, la interpreta come un autoritratto invecchiato di sé stessa. Il suo corpo diventa un campo di battaglia tra memoria e carne, giovinezza e decomposizione.
A dirigerla c’è Coralie Fargeat, già autrice del sorprendente Revenge, un rape & revenge che univa femminismo e iperviolenza visiva. Con The Substance porta la sua poetica all’estremo, fondendo body horror, satira sociale e simbolismo cristologico. L’ispirazione dichiarata viene da David Cronenberg, ma Fargeat la reinventa con un linguaggio personale, fatto di neon, latex, eccesso e ironia macabra. La metamorfosi non è solo un effetto speciale: è un atto politico e psichico, il gesto disperato di una donna che tenta di riconquistare se stessa attraverso la distruzione.
Il film è stato girato tra Parigi e Los Angeles, con effetti prostetici reali e pochissima CGI: Fargeat ha voluto che il corpo si vedesse, che la mutazione fosse “fisica”, viscerale. La fotografia alterna bianco ospedaliero e colori saturi da videoclip anni Ottanta, sottolineando il contrasto tra perfezione artificiale e decomposizione.
La controparte di Moore è Margaret Qualley, che interpreta Sue: giovane, sinuosa, apparentemente ingenua ma presto divorata dall’ambizione. Se Elisabeth è l’ombra, Sue è la fiamma: insieme rappresentano due metà dello stesso essere, madre e figlia, vittima e carnefice. La loro relazione non è solo un duello biologico, ma una guerra simbolica tra identità. Nel corpo mutante delle protagoniste si riflette l’intera parabola del corpo femminile nel cinema: desiderato, giudicato, mercificato, e infine vendicatore.
Quando The Substance debutta al Festival di Cannes 2024, la
sala reagisce con un misto di orrore e fascinazione. La stampa lo definisce “una versione biologica di Sunset Boulevard” e “l’evoluzione post-cronenberghiana del cinema femminile contemporaneo”. Vince il premio per la Miglior sceneggiatura, e inizia un percorso di culto immediato: un film che divide, disgusta, ma che nessuno riesce a ignorare.
La critica americana sottolinea la sua capacità di trasformare il body horror in un discorso sul patriarcato mediatico: “Non è solo un film su una donna che invecchia – scrive The Guardian – ma su un sistema che divora le sue icone quando non può più usarle”. Demi Moore, tornata dopo anni di ruoli minori, riceve il Golden Globe come Miglior attrice in un film musicale o commedia, un riconoscimento paradossale per un’opera tanto feroce. Agli Oscar 2025 arriva con cinque candidature, compreso Miglior sceneggiatura originale.
Ciò che colpisce, però, non è la trama ma la materia stessa del film: la carne. Fargeat la filma come un linguaggio, un testo che si lacera e si riscrive. Il corpo di Elisabeth si gonfia, si svuota, si apre: è la forma visiva della metamorfosi scorpionica. Non c’è nulla di metaforico: tutto è fisico, concreto, cruento. La sostanza non è una pozione magica, ma una versione distillata dell’ego.
Nel finale, il film abbandona la logica del realismo per tuffarsi nell’allegoria: corpi che esplodono, identità che collassano, un teatro anatomico dove il potere maschile e quello mediatico vengono divorati da ciò che hanno creato. È insieme un horror e una vendetta simbolica, un urlo visivo che restituisce al corpo femminile il suo diritto all’imperfezione.
In un panorama saturo di biopic e drammi da premio, The Substance emerge come un film ossessivo, scomodo e profondamente personale. Fargeat usa il genere come un bisturi, per parlare di libertà e violenza, desiderio e disfacimento. E in un’epoca dominata
dalla chirurgia e dai filtri, la sua opera diventa quasi un esorcismo collettivo.
Perché è adatto allo SCORPIONE?
Lo Scorpione vive di metamorfosi, e The Substance ne è la rappresentazione perfetta. È un film che affronta senza paura il tema del controllo, della dipendenza e della rinascita attraverso la distruzione.
Elisabeth Sparkle incarna lo Scorpione in piena evoluzione: cade, si lacera, si reinventa, scoprendo che solo accettando il decadimento può riconquistare se stessa.
Nessun altro segno avrebbe potuto reggere la violenza simbolica di un racconto dove il corpo diventa coscienza e la giovinezza un veleno. The Substance è un rito scorpionico: si soffre, si muore, ma alla fine si rinasce più forti – e più veri.
NON CI RESTA CHE IL CRIMINE
commedia, Italia (2019) di Massimiliano Bruno
con Marco Giallini, Edoardo Leo, Alessandro Gassmann
QUANTO È SCORPIONE?
Trama:
Tre amici squattrinati organizzano un tour turistico sui luoghi della Banda della Magliana, ma un’improvvisa anomalia li catapulta nel 1982, nel pieno dei Mondiali di calcio e del potere criminale romano. Per sopravvivere nel passato, dovranno fingersi malavitosi, barcamenarsi tra boss e poliziotti e fare i conti con la loro stessa coscienza.
Il film:
Massimiliano Bruno costruisce una commedia che parte come parodia del noir e si trasforma in un viaggio nel tempo tra nostalgia, ironia e riflessione morale. L’idea di usare il passato criminale come macchina del tempo emotiva funziona grazie alla complicità del trio Leo-Giallini-Gassmann, interpreti di un’amicizia imperfetta, fatta di bugie e redenzione. Il ritorno agli anni Ottanta non è semplice pretesto estetico: Bruno lo tratta come un universo di simboli, dove il confine tra mito e miseria è sottile. La banda della Magliana diventa così un’icona della tentazione di potere, del desiderio di riscatto sociale che finisce per corrompere. La comicità alterna citazioni cinefile (dal poliziottesco al film di Verdone) a momenti quasi malinconici, quando i protagonisti si rendono conto che l’unico modo per cambiare il presente è
non ripetere gli errori del passato. Il film diverte ma osserva anche con precisione la generazione di quarantenni italiani cresciuti con i sogni distorti della TV commerciale. In controluce emerge la Roma di Bruno: una città che cambia faccia ma non sostanza, luogo di maschere e di illusioni, perfetta per far esplodere i paradossi del tempo.
Il successo del film, rafforzato dai due sequel e una serie TV, nasce proprio da questo equilibrio: la risata leggera che nasconde un sottofondo cupo, il ritmo da commedia che scivola verso la riflessione morale. Bruno conferma la sua capacità di gestire ensemble complessi, dando a ogni personaggio una fragilità che lo umanizza e lo rende riconoscibile nel caos del paradosso temporale.
Perché è adatto allo SCORPIONE?
Lo Scorpione vive di ossessioni e seconde possibilità: è attratto da tutto ciò che si rigenera attraverso il rischio. Questo film parla di identità e colpa, di viaggi nel tempo che scavano nel passato per cambiare se stessi. Come lo Scorpione, i protagonisti non possono evitare di confrontarsi con la parte più oscura di ciò che erano e di ciò che vorrebbero diventare.
L’UOMO CHE AMAVA LE DONNE
dramma romantico, Francia (1977) di François Truffaut con Charles Denner, Brigitte Fossey
QUANTO È SCORPIONE?
Trama:
Bertrand Morane è un ingegnere che dedica la vita alla conquista delle donne. Le osserva, le insegue, le ama e le perde, in un ciclo continuo di desiderio e malinconia. Quando muore improvvisamente, le sue amanti si ritrovano al funerale: ognuna racconta un frammento di quell’uomo che cercava nell’amore una forma di eternità.
Il film:
Truffaut costruisce con L’uomo che amava le donne una confessione maschile e un’elegia sull’ossessione amorosa. Il protagonista, interpretato da Charles Denner con una dolente tenerezza, incarna la fame di contatto e la paura di restare solo. Non è un seduttore alla maniera classica, ma un uomo incapace di fermarsi, travolto dal bisogno di essere amato. Ogni incontro è una parabola del desiderio, ogni addio una piccola morte.
Truffaut filma corpi, gambe, gesti quotidiani con sguardo partecipe ma mai indulgente. La voce narrante accompagna Bertrand nei suoi pensieri, alternando ironia e commozione, come se il regista parlasse di sé. Il tono oscillante tra diario e romanzo sentimentale rivela una riflessione più ampia: dietro la libertà erotica si nasconde la solitudine di chi cerca nell’altro un riflesso di sé.
Girato in un bianco e nero psicologico che diventa colore attraverso la memoria, il film unisce leggerezza e disperazione. Truffaut, sempre diviso tra letteratura e vita, costruisce una sorta di testamento affettivo: l’amore come pulsione di vita e preannuncio della fine. La sensualità diventa racconto, la memoria sostituisce la conquista. È un film sull’impossibilità di possedere davvero qualcuno, anche quando si è amato tutto di lui, o di lei.
Nel cinema di François Truffaut l’amore è sempre un enigma irrisolvibile, un labirinto di desiderio e rimpianto. Dai tempi di I 400 colpi fino a Effetto notte, i suoi personaggi cercano nella passione una forma di salvezza che li tradisce ogni volta. L’erotismo truffautiano non è mai fisico soltanto: è mentale, narrativo, fatto di lettere, fotografie, sguardi. Il regista non filma l’amore come un trionfo, ma come un modo per comprendere la propria fragilità. In L’uomo che amava le donne, questa poetica raggiunge una purezza quasi autobiografica: Truffaut osserva Bertrand come un doppio di sé, intrappolato tra la curiosità e la condanna di chi sente troppo.
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Perché è adatto allo SCORPIONE?
Lo Scorpione conosce bene la vertigine del desiderio e la paura della perdita. Come Bertrand, tende a indagare l’amore fino al limite dell’ossessione, trasformando ogni relazione in un rito di scoperta e di autodistruzione. È il segno che più di tutti comprende che eros e morte sono facce della stessa moneta.
CONCLAVE
thriller drammatico, UK (2024) di Edward Berger con Ralph Fiennes, Stanley Tucci
QUANTO È SCORPIONE?
Trama:
Durante un conclave, il cardinale Lawrence deve guidare la Chiesa nell’elezione del nuovo Papa, ma intrighi, segreti e rivelazioni scosse dal passato mettono in discussione la fede e la moralità dei presenti.
Il
film:
Edward Berger, dopo Niente di nuovo sul fronte occidentale, firma un film di tensione quasi claustrofobica, ambientato in un luogo dove il potere spirituale e quello terreno si confondono. Ogni sguardo pesa, ogni parola può decidere un destino.
Ralph Fiennes è straordinario nel restituire il tormento interiore di un uomo che lotta per la verità dentro un sistema costruito sul silenzio. Fanno parte del cast anche Sergio Castellitto e una favolosa Isabella Rossellini, giustamente candidata agli Oscar come Miglior attrice non protagonista.
Lo Scorpione è attratto dai misteri, dai conflitti interiori e dai luoghi dove la verità è nascosta. Conclave è un viaggio nell’ombra del potere e nella coscienza, un film che scava nel senso di colpa e nella ricerca di purezza, temi che lo Scorpione affronta con la sua tipica intensità morale.
REQUIEM FOR A DREAM
dramma psicologico, USA (2000) di Darren Aronofsky con Jared Leto, Ellen Burstyn, Jennifer Connelly
QUANTO È SCORPIONE?
Trama:
Quattro persone inseguono i propri sogni di felicità e successo, ma vengono trascinate in un vortice di dipendenza e autodistruzione che li porta alla perdita di sé.
Il
film:
Aronofsky mette in scena una discesa agli inferi scandita da montaggi frenetici, musiche ossessive e una messa in scena che trasforma il corpo umano in terreno di battaglia. Ogni personaggio vive la propria condanna come un rito di trasformazione: la madre prigioniera della TV , il figlio schiavo dell’eroina, la fidanzata che vende la propria dignità.
È un film estremo, viscerale, che mostra l’illusione del controllo e la violenza del desiderio. Ogni immagine è una ferita, ogni sogno un incubo travestito da speranza.
Perché è adatto allo SCORPIONE?
Segno della trasformazione e dell’abisso, lo Scorpione trova in Requiem for a Dream la sua parabola più oscura: il desiderio di rinascere attraversando la distruzione. Solo chi conosce il fondo può davvero capire quanto sia preziosa la luce.